Rappresentazione teatrale

Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia

17 dicembre

“Reportage Chernobyl”
17 dicembre ore 18.00 Aula del ‘400

“LIBeRI LIBRI”
Rilascio BookCrossing in giro per la città!

Anno II * Numero 37 * 4 DICEMBRE 2006 * Distribuzione gratuita

di Alberto Bianchi
Signore e signori buonasera. Ecco le previsioni meterologiche per i prossimi due mesi sul territorio universitario. Nebbia diffusa e incertezza continua nella gestione dei fondi destinati ad Inchiostro. In queste lande desolate la chiarezza non è mai all’ordine del giorno e le motivazioni dei tagli continui rimangono un mistero che nessuno è ancora in grado di risolvere. Ci auguriamo che i temporali degli scorsi mesi saranno seguiti da ampie schiarite di buon senso che potrebbero cambiare la direzione del vento (a pagina 3 c’è un articolo che sorprenderà qualcuno di voi) e diradare finalmente la nebbia. Purtroppo però su questo punto siamo pessimisti. Il sole splende invece da qualche mese sulle attività della redazione: il Corso di Scrittura Creativa prosegue alla grande e promette la nascita di nuovi talenti (a pagina 6 potete constatarlo di persona), il Concorso di racconti è stato un successo e a gennaio fioccheranno le premiazioni (a pagina 4 e 5 uno dei vincitori dello scorso anno, come antipasto) mentre dicembre sarà colmo di appuntamenti interessanti dedicati alla fotografia e ai vent’anni della sciagura di Chernobyl (potete controllare l’agenda natalizia a pagina 8). Gennaio invece si prevede variabile e il cambio di direttore è alle porte (qualcuno ne sarà felice, qualcun altro un po’ meno), con la previsione di calmare gli animi un po’ troppo caldi di alcuni. In generale le condizioni del tempo dovrebbero migliorare anche se ci sono ancora troppe variabili che separano le speranze dalle certezze. Qualche consiglio per affrontare il cambio di stagione: gli studenti dovrebbero cercare di prendere qualche precauzione contro i danni causati all’Università dalla solita legge finanziaria e i relativi provvedimenti; i loro rappresentanti – indistintamente – dovrebbero iniziare a occuparsi più seriamente delle problematiche reali invece di concentrarsi solamente sulle spartizioni di fondi o su questioni un poco strumentali (a pagina 8 qualcuno di loro almeno ci prova: sarebbe interessante dargli ascolto con qualche pregiudizio in meno e un po’ di concretezza in più). Per quanto riguarda i docenti e gli organi di governo dell’Ateneo sarebbe il caso di fare più attenzione agli studenti e di rendere un po’ meno contorto e invivibile il nebbioso ambiente Universitario. Insomma, i cambiamenti climatici – a rigor di logica – vanno probabilmente affrontati con attenzione e lungimiranza maggiori rispetto al passato per evitare di finire in un pericoloso circolo vizioso. Pavia, in fondo, è ancora un’isola felice. Ma uno Tsunami violento potrebbe abbattersi su di essa se decideremo tutti di non fare nulla ancora una volta. Con questa visione un po’ apocalittica chiudiamo le previsioni del tempo, augurando a tutti un mese di dicembre ricco di nuove e brillanti idee (oltre che di banali regali). Arrivederci al duemilaesette.

Foto di Manlio Manganaro

REBUS NATALIZIO...

Comitato Pavia Asti Senegal
7 dicembre ore 21 - Collegio S. Caterina, via S. Martino - Pavia convegno: “Esperienze di cooperazione decentrata tra enti locali del nord e del sud”.

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Cambiamenti climatici

CULTURA, ATTU AL IT A '

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La (scarsa) utilità della Critica
di Gabriele Ruberto e Giulia Schiavetta
Accendendo la televisione su Rai 1 a tarda sera durante il periodo del festival del cinema di Venezia, a inizio settembre, non sarebbe stato difficile imbattersi nel faccione del sempre phonatissimo Marzullo. La trasmissione condotta dal suddetto aveva come oggetto il commento dei film della giornata del Festival: alle opinioni ricevute dal pubblico all’uscita dalle sale succedevano quelle dei vari critici presenti in studio. Questi ultimi, prima di articolare il proprio giudizio, non mancavano costantemente di evidenziare, in modo abbastanza sprezzante, quanta ironia ci fosse nelle difformità e difficoltà di giudizio mostrate dal volgo. Peccato che poco dopo proprio loro avrebbero mostrato lo stesso disaccordo, finendo per scannarsi inevitabilmente. La vista di cotale spettacolo avrebbe potuto in conseguenza generare alcuni quesiti sulla critica ed il suo ruolo. Gli elementi, i giudizi forniti da essa per capire il reale valore di un film possono essere considerati veramente oggettivi? E’ pensabile che la recensione di un critico possa conciliare l’opinione di soggetti diversi? Per prima cosa probabilmente bisognerebbe “conciliare” le singole posizioni dei diversi critici riguardo ad una stessa opera…Infatti non è mai stata una rarità che i giudizi teoricamente oggettivi di molti esperti divergessero…Riguardo alla storia del cinema è inevitabile pensare, ad esempio, al caso di Orson Welles. Il regista di “Quarto Potere” visse in Italia a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta. La critica locale stroncò i suoi film tentando di relegare l’americano nella categoria dei “bluff”. Welles lasciò il belpaese dopo poco. Oggi non esiste sito o dizionario specializzato che non annoveri “Quarto Potere” tra i 10 migliori film di tutti i tempi. Anche Stanley Kubrick si trovò di fronte a situazioni dello stesso tipo. Alla sua uscita, nel 1968, dopo anni di dure lavorazioni, “2001 Odissea nello spazio” fu accolto tiepidamente dalla critica internazionale e rimase per diverso tempo incompreso. Solo tre anni dopo, nel ’71, “Arancia meccanica” subì critiche decisamente più aspre: dalle accuse di giornali come il New Yorker di “fornir motivo di divertimento alla parte delinquenziale delle platee” a quelle di fascismo di altri. Entrambe le opere del visionario regista americano sono oggi considerate quasi unanimemente dei capolavori. In tempi più recenti un caso emblematico è stato rappresentato dal dibattito sul cinema di Quentin Tarantino. La critica è rimasta, e rimane, divisa in modo netto tra chi definisce l’ex video-noleggiatore del Tennesse un “innovatore” e i detrattori per i quali resta solo un autore di cinema citazionista, spesso ai limiti del plagio. Situazioni di rilevante disaccordo non sono mancate anche in questo 2006, anno di uscite cinematografiche importanti come “The Black Dalia” di Brian De Palma. Il film è risultato talmente controverso da far pensare che i critici stessero commentando lavori diretti e interpretati da registi e attori diversi. Ad esempio mentre Il Corriere della Sera parlava addirittura di “film sbagliato” che si concludeva “senza appassionare né convincere”, Il Tempo affermava quanto esso fosse “avvincente e coinvolgente”. O ancora: a seconda dei vari recensori ci si poteva trovare di fronte ad elogi per un “noir interpretato benissimo” con una “splendida Scarlett Johansson” contrapposti a sdegnosi giudizi su un cast di “interpreti troppo monocorde per strappare la sufficienza” tra cui

la Johansson “semplice pupattola da corpo di ballo”. Per dare un’idea i voti oscillavano dal 4 al 10. Insomma, sembra che gli elementi consegnatici dalla critica mediante recensione possano difficilmente diradare la nebbia diffusa in una mente dubbiosa. Ma possiamo consolarci: con l’uscita delle consuete pellicole natalizie arriva l’unico periodo in cui la stragrande maggioranza dei recensori si trova d’accordo, ovviamente nel seminare qua e là una serie di sane stroncature. Per ricominciare le dispute tanto c’è tutto il tempo l’anno prossimo…

Les Hommes Livres
“E a noi resta negata l’idiozia della perfezione”
di Elisa Zanola
Con quel maturo disincanto dovuto ad una pacata insofferenza di fronte ad un’“umanità moltiplicata”, ridondante, che diventa “grande numero” persino sulle rive dello Stige, attraverso la coscienza dell’intrinseca amarezza di ogni scelta che non può che essere perdita (“non dirò quante cose taccio”), in questa istantanea e perpetua“futilità del vagare”, Wislawa Szymborska ci offre la più struggente e poetica quintessenza di ogni indagine artistica: la scoperta della tragica impossibilità di ogni perfezione. In questa paradossale dimensione umana, dove “La terra è piccola, il cielo invece, fin troppo grande”, solo“ il cosmo è perfetto ”: quelle impossibili isole di ordine e purezza di “Utopia” dove non fioriscono dubbi ma solo incrollabili certezze, pertanto, restano deserte. Così anche la solida, integra e irriducibile natura del pi greco diventa incertezza, in quel calcolo dell’immaginazione che cede davanti all’inestinguibile e contraddittoria molteplicità del reale; e persino l’irrevocabilità del destino, dove “qualunque cosa io faccia si muterà sempre in ciò che ho fatto” viene sovvertita in altre poesie dall’intervento di una contraddittoria possibilità (“cambiare purché nulla cambi”). Ecco allora che l’inevitabile si converte in forse e la parola viene data agli oggetti che ci circondano; agli animali, in primis, testimoni della più sovversiva inversione di ogni prospettiva: perché è attraverso la loro beata inconsapevolezza che le ragioni dell’essere umano, le sue incessanti domande sembrano non solo non trovar risposta, ma neppure meritare un senso. “Come si può parlare di un grande ordine” dove “solo ciò che è umano può essere davvero straniero”? Ecco allora che l’inno alla gioia riecheggia solo nella stanza del suicida e in questa abissale solitudine (“se alla fine fossimo soli sotto tutti i soli dell’universo?”) dove il sorriso si contorce in lacrima, nella consapevolezza che “gli esseri umani son tristi per natura”, davanti a una testa mozzata di cane (“se la vita fosse tutta qui”?), la poetessa polacca trova ancora il modo di sorprenderci: perché anche se sono utopie “miniature medioevali” dove regnano la grazia e l’eccellenza, anche se il reale si frantuma nella caotica ma terrena irrealtà di una “parata militare” e il tempo dilania l’esistenza con le sue bombe che immancabilmente esplodono, la soluzione non è in un torvo pessimismo ma in quella pensosa leggerezza, profonda ma divertita, con cui la sua poesia sa attraversare i confini dell’universo prendendosi gioco della banalità umana e dei suoi più solenni obiettivi; e da questa lucida e giocosa istantanea, grazie all’immaginifico stupore della sua ironica meraviglia, non può che emergere il suo complice sorriso, sintesi e sigillo di ogni suo verso.

vent’anni di immagini e parole
di Bonac
Ricordare non basta. È la parentesi di un giorno, per poi dimenticare di nuovo.
A vent’anni da Chernobyl, Inchiostro non vuole proporvi il solito rituale della memoria. Vogliamo darvi, invece, un’occasione per capire cosa è accaduto alla gente che viveva e ancora vive vicino alla centrale, per sperimentare i loro sentimenti e sentirli più vicini di quanto non immaginiamo. Dall’11 al 17 novembre sarà esposta in Aula Forlanini una mostra fotografica che racconta la cronaca e le conseguenze dell’incidente nucleare, perché le immagini ci parlano senza filtri; ma poi ci sono anche le parole, quelle dello spettacolo Reportage Chernobyl di Roberta Biagiarelli (il 17 novembre alle 18 in Aula del ‘400), con testimonianze tratte dal libro Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievic e con la partecipazione straordinaria in video di Roberto Herlitzka: diamo voce ai testimoni del disastro per capire il loro destino. L’evento è organizzato insieme al Comitato Pavia per Cernobyl, che da oltre dieci anni accoglie bambini bielorussi e russi provenienti dalle zone più contaminate: ricordare Chernobyl vuol dire prendere coscienza del dramma e far propri i valori della solidarietà e della cooperazione internazionale.

REPORTAGE CHERNOBYL:

T De Lempicka . Jeune fille en vert

La copertina del libro

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ATTUALITA'

UDU: NUOVE SFIDE
di Elisabetta Rossi Berarducci Vives
Mobilitazione a fronte di scelte governative sotto certi aspetti discutibili nel settore dell’istruzione. Approccio critico alla politica universitaria dell’ateneo pavese. Rilancio dell’attività di rappresentanza. Aumento della partecipazione del corpo studentesco ai processi decisionali dell’ateneo. Rafforzamento e ampliamento della comunicazione tra i rappresentanti e la base studentesca di cui questi ultimi si fanno portavoce. Questi i cavalli di battaglia, a mio avviso vincenti, che emergono dal Documento politico approvato all’unanimità dai membri del “Coordinamento per il Diritto allo studio – Udu”, in occasione del Congresso (10 novembre 2006) che ci ha visti riuniti, a seguito delle elezioni universitarie, come da regolamento, con l’obiettivo di valutare le attività, i traguardi ed i potenziali errori che hanno caratterizzato gli anni precedenti, di porre le basi per il lavoro futuro dell’associazione e di procedere con le elezioni di un nuovo Segretario e di un Responsabile Organizzativo. Durante la mattinata, destinata all’apertura dei lavori e avviatasi con la relazione introduttiva del Segretario uscente, Michelangelo Morganti, l’assemblea ha accolto con piacere la partecipazio-

ne e l’intervento del Rettore del Collegio Valla, Professor Cajani, del segretario della CGIL, Mario Santini, di un rappresentante dello SPI, Umberto Massa, del Coordinatore nazionale dell’Udu Daniele Giordano, di rappresentanti di realtà giovanili solidali con il Coordinamento per il diritto allo studio e, soprattutto, del Prorettore per la didattica, Professor Gianni Francioni, il quale ha onorato

Il tramonto della cultura
di Erika De Bortoli
Chissà forse un giorno riusciremo ad arrestare il corso del sole, ad evitare che superi la linea dell’orizzonte e muoia al nostro sguardo. Solitamente però, quando si afferma che il sole sta tramontando, è perché ci si attende già il buio. Non che il buio non celi le sue creature e non abbia un suo fascino. Non che ci sia da disperare perché, ormai da secoli, ad ogni tramonto fa seguito un’alba. Non che le ultime ore della civiltà umana si spenderanno per forza di cose di notte piuttosto che di giorno. Soltanto il tramonto suggerisce un’idea di rallentamento e affievolimento, di quiete e di resa. Sovente si lasciano cose in sospeso, rimandandole a un più fresco quanto disimpegnato domani. Senza pensare che magari ci si alzerebbe più sereni se la sera prima si fossero portati a compimento i propri oneri. Ad ogni modo veniamo al dunque. Lavoro in una libreria. Quando ho cominciato a lavorarci non mi aspettavo assolutamente nulla. Dunque sarebbe scorretto sostenere che ritenevo di intraprendere una professione di natura “intellettuale”. Però non mi aspettavo che il mondo dell’editoria rappresentasse l’esatto opposto della cultura. Molti titoli sono divenuti introvabili, molti libri non si stampano più ne si stamperanno mai più. La ragione è che tutto ciò non conviene al mercato. Un libro non si stampa per il suo valore culturale quanto per il suo valore commerciale. Pubblicazioni degli anni novanta possono ritenersi già vecchie. Per giunta ci si mettono pure gli editori che una volta acquisiti determinati diritti d’autore non li cedono neanche morti col risultato che non solo un certo libro non sarà mai più pubblicato da loro medesimi, ma nemmeno da altri. Così, senza clamore, il sapere muore. Guardiamo poi al mondo universitario: una compravendita di debiti e crediti, materie segmentate in piccoli moduli, soppressione di quelle che un tempo erano le “parti istituzionali”, vale a dire di quegli sguardi d’insieme su di una determinato campo del sapere. Qui prodest? Che fine hanno fatto o faranno i discorsi d’ampio respiro, le analisi comparate e trasversali? A che sistema di fondo ancoreremo nozioni fragili e transitorie? Come farà la nostra coscienza critica a non soccombere in assenza di filtri e fondamenta? Io non credo che di fronte a tutto questo si debba tacere, che tutto questo si possa subire. Almeno a livello individuale cerchiamo di restare vigili, di difenderci da un’espropriazione silenziosa di strumenti culturali che tanto facilmente ci espone a subdole manipolazioni. Perché qui siamo circondati da poteri sempre più forti e capillari, sempre più goderecci e avidi. Se la cultura tramonta cerchiamo di far sorgere più vive la nostra mente, la nostra identità, la nostra consapevolezza, la nostra fantasia e, al limite, la nostra voce.

Società non è solo una parola
di Vincenzo Andraous
L’indulto è stato concesso, sul numero dei rilasciati tengono banco le risse su dati e percentuali, mentre sugli ex detenuti dispersi per le strade neppure s’é pensato a dar loro un posto di lavoro…..foss’anche a contratto a progetto. Eppure qualcuno mi ha insegnato che NOI siamo la società, non gli altri, “società” non è solo una parola detta in fretta per non dire nulla, quindi NOI possiamo e dobbiamo migliorarci. Ogni tanto in quest’Italia dai sobbalzi disincantati ci accorgiamo della presenza di problemi che rimangono insoluti. Problemi di equità legati alla nascita di una Giustizia alta, perché giusta, che fanno irruzione ogni qualvolta vengono intaccate garanzie e diritti ritenuti inalienabili. Problemi che ci riguardano da vicino, nelle persone ammanettate, arrestate, condotte in carcere, prelevate sul posto di lavoro, nella propria abitazione, poste in isolamento, e poi rilasciate a seguito di interrogatori chiarificatori. Persone che nel frattempo sono rimaste schiantate dall’incontro devastante con una realtà carceraria disperata e disperante, dove il rispetto della dignità ha lasciato il posto all’indifferenza, al punto da diventare consuetudine. Persino l’umanità non ha più un solo volto, ma doppie e triple identità, a seconda dell’esigenza più prossima. Il risultato di questa azione di Giustizia è poco rassicurante, è bestemmia l’errore grossolano, è insopportabile la lacerazione disgregante per l’ingresso precipitoso in un luogo di dolore così profondo come il pubblico disprezzo. E’ un disagio che aggredisce, è terrificante l’impatto con la follia lucida di uno spazio ristretto e di un tempo dilatato a dismisura, dove rumori e suoni sono grida inascoltate, come in una cella.

Spezzare le catene dell’ipocrisia
E’ uno scontro impari, ci riconsegna le persone cambiate, perché sovente ne escono distrutte, ma non trasforma le nostre eleganti ipocrisie, le nostre belle e comode certezze: “ perché a noi non potrà mai accadere”. Improvvisamente ci accorgiamo però che in carcere ci finisce il commerciante, come l’operaio, il docente come il giudice, allora il mondo crolla come i suoi falsi miti, e le parole vengono meno. Ci scandalizziamo sempre…o quasi, con il senno del poi, cultura questa che sottoscrive la nostra ottusità e cecità verso l’altro, il nostro egoismo, per cui gli altri sono comunque estranei, tutto mi è estraneo, finchè non tocca me. Forse sarebbe più consono per ognuno, per il mio pari e per lo straniero che è in me, comprendere una volta di più, l’importanza di mostrare ciò che si è, nel momento più difficile, perché proprio in questa durezza c’è la possibilità di crescere INSIEME, di liberarci davvero delle ipocrisie consolidate. Una crescita che accompagna la nascita di un nuovo progetto esistenziale, dove mettere in atto la nostra capacità e il nostro coraggio di trasformare noi stessi e ciò che ci circonda.

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il Congresso con un presenza istituzionale universitaria. Il pomeriggio ha visto l’inizio delle attività di una “Commissione Statuto”, con l’obiettivo di valutare eventuali modifiche relative allo Statuto che sta alla base dell’associazione, e di una “Commissione Politica”, con lo scopo di esprimere un parere non vincolante su eventuali emendamenti. Hanno fatto seguito le operazioni di voto dell’intera assemblea in merito ai suddetti emendamenti e al documento nel complesso. Si è poi proceduto con le elezioni del nuovo Segretario (niente Responsabile organizzativo per quest’anno, per assenza di candidature), il cui risultato è stato un plebiscito in favore di Elena Fava, il cui discorso di insediamento ha

chiuso i lavori del Congresso. Si riparte dunque, rinnovati gli impegni e le sfide, con l’entusiasmo di sempre. Un unico grande rammarico: la posizione assai critica che, in sede congressuale, in questo contesto gravido di ambiziosi obiettivi ed encomiabili propositi, il Coordinamento ha dichiaratamente assunto nei confronti di “Inchiostro”. Non posso che essere profondamente delusa da un giudizio che non sembra per nulla equo a fronte dello sforzo che l’intera redazione dedica a portare avanti il giornale e a farlo crescere. Eppure ho voglia di leggere anche queste critiche come una sfida, una sfida a fare sempre meglio, e come tale la raccolgo. Staremo a vedere.

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Quando ero piccolo amavo le bandiere, le piume dei bersaglieri e le frecce tricolori: non lo sapevo,ma ero un piccolo nazionalista. A sedici anni lessi alcuni libri di teoria economica e di filosofia morale e molte poesie del romanticismo tedesco, ed inconsapevolmente diventai socialista. È solo a vent’anni che ho tirato le somme e ho compreso di essere nazionalsocialista. Nelle discussioni coi coetanei, quando dichiaro la mia fede politica, nessuno mi prende sul serio: in genere mi danno, ridendo, delle pacche sulle spalle e dicono: “Goliardone!”. Decisi di dirlo ai miei genitori, perchè io sono il sangue del loro sangue. Attesi la fine del pranzo, il momento del caffè; era stato un pranzo silenzioso; i miei genitori di fronte a me mi guardavano preoccupati, mi feci coraggio e glielo dissi: “Mamma, papà, c’è una cosa che devo dirvi.” Mio padre restò paralizzato con la tazzina a metà strada tra il tavolo e le labbra; mia madre con gli occhi sgranati mi chiese: “C’è una ragazza, vero? Hai finalmente trovato una ragazza!” “No, mamma, no: non ho una ragazza.” Mi parve che la mano di mia padre avesse tremato, quando mi chiese, a bassa voce: “Non vorrai dirci che sei... che sei...” mia madre ruppe il suo indugio: “Non sarai omosessuale?” “No, no: nel modo più assoluto.” E mio padre trasse un sospiro di sollievo e un sorso di caffè. “E allora?” incalzò mia madre. “Mamma, papà: sono nazista.” “Ma trovati una ragazza!” disse lei allora, alzandosi a fare la lavastoviglie. Mio padre poggiò la tazzina sul piattino, fissò lo sguardo nei miei occhi e disse: “Figliolo,” mio padre non aveva mai detto “figliolo” in vita sua: era la prima volta che sentivo uscire da quella labbra la parola “figliolo”, “ci sono state tre occasioni in cui l’Europa e la razza bianca potevano dominare il mondo: l’Impero Romano, Napoleone ed Hitler. E in tutti e tre i casi, il declino è stato inevitabile. Sai perchè? Per i figli: il problema sono i figli: trionferà il popolo che farà più figli. Vedi i cinesi. “Ero sconcertato. Quel-

Nero nero

Racconto di Alfonso Maria Petrosino menzione speciale “Fiumi d’Inchiostro” 2005
due sentenzia: “Chi non piscia in compagnia...” e l’altro ride e conclude: “O è un ladro o è una spia!” La sua risata acquista subito, però, un’eco fragorosa, e non è l’alcol ad alterare la percezione: la risata è dell’uomo di colore che, in mezzo ai due, sta pisciando insieme a loro contro lo stesso muro. “Ehi, ma chi cazzo sei!” L’uomo nero, ridendo, annoda fra di loro i peni dei due amici e se ne va. I due urlano per il dolore ed il disonore; tentano di sciogliere il nodo, ma non ci riescono. Sono così costretti a chiamare in soccorso un’ambulanza. Dopo gli studi universitari ho trovato lavoro come bidello all’università della città di **v**; nel tempo libero scrivo, ma le infiltrazioni giudaiche non permettono alle case editrici di pubblicare nulla di mio. Le case editrici ovvia-

Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Se lo do all'Uomo nero se lo tiene un anno intero
la di mio padre più che una riflessione di geopolitica sembrava lo slogan di uno studio ginecologico; ma non era questo, ovviamente, il motivo del mio sconcerto: era venuto del tutto meno lo scontro generazionale. Alla riunione ci sono tutti. Le pareti gremite di svastiche e croci celtiche. Seduto in cattedra, Capiretti, professore delle medie tiene una conferenza sull’immigrazione in Italia e la corruzione che i barbari, slavi africani e cinesi, portano insieme ai loro usi e alla loro innata sporcizia. I suoi argomenti si susseguono un po’ rozzamente, fedeli ad una logica non sempre stringente, ma accolti ad ogni impennata della voce dall’entusiasmo generale. In prima fila ci sono lo Squalo e il Truce che applaudono ogni volta che Capiretti pronuncia le parole “patria”, “nazione” e “Italia”, suscitando l’applauso della sala. Lo Squalo lo chiamano così perché ha il naso molto lungo e quando nuota a dorso sembra la pinna dorsale di uno squalo. Capiretti sta giungendo alla conclusione, perché la sua voce non risparmia fiato per prorompere nel crescendo finale, suscitando un vigoroso saluto romano da parte dell’uditorio; qualcuno dice: “Viva l’Italia,” qualcun altro“Alalì”. Le braccia restano tese per alcuni secondi, poi si calano quasi simultaneamente; solo un braccio resta alzato, un braccio nero, il braccio di un uomo nero, uno di colore seduto nell’ultima fila.“Mi scusi,” chiede quell’uomo di colore, “vorrei il bis” e dice bis facendo sibilare la lingua tra i denti. Poi spalanca le labbra ed ostenta un sorriso enorme. “Ma chi cazzo ha fatto entrare il negro?” chiede il Truce e in un attimo gli sono addosso. Nella sala c’erano sedici simpatizzanti della causa nazionalsocialista, compreso Capiretti e, compreso Capiretti, nella sala sedici persone vengono contuse e malmenate. Ai carabinieri dichiararono poi di essere stati aggrediti da una cinquantina di musulmani armati, probabilmente affiliati con AlQaida, ma i carabinieri fecero i riscontri del caso e non approdarono a nulla. Cammino per la piazza, quando vedo il gazebo dell’Avis: sangue che si rimescola e perde la propria purezza. I vampiri dell’Avis, strumenti consapevoli o meno, della corruzione dei tempi. “Signore” mi si avvicina una ragazza molto graziosa,

“vuole donare un po’ di sangue?” per un attimo mi sembra che provi un forte interesse per me e che tra le sue dolci labbra sporgano, un po’ più del dovuto, i canini. “No, no: nel modo più assoluto,” le dico. “Ma la sua donazione potrebbe salvare una vita umana.” Non mi avrebbe certo convinto con questi trucchetti dialettici; anche se, forse, potrei vederla anche in quel modo, non in fondo un’ipotesi così peregrina: donando il mio sangue di alta qualità potrei rinforzare il sangue di qualche camerata bisognoso, e in quella eventualità... Mi ritrovo prima che me ne accorga nella roulotte dell’Avis, con la manica della camicia rimboccata, il laccio emostatico legato al braccio, l’ago in vena e la siringa mezza piena, mezza vuota, piena. “Cazzo, Squalo, ma quanto abbiamo bevuto?” “Che cazzo ne so io?” dice lo Squalo al Truce. “Devo pisciare!” “Anch’io!” e si dirigono barcollando ma non mollando in un vicolo oscuro. Uno dei

mente non lo ammettono, dicono che i miei lavori non sono adatti alla loro linea editoriale e basta, ma io so come stanno le cose. Nel cassetto ho risme di fogli e quaderni pieni di mie considerazioni politiche e opere di fantasie, tutte intrise della nobile causa a cui mi sono votato. I camerati del circolo non sono dei lettori ideali; il Truce, per esempio, quando gli ho fatto leggere una mia poesia ispirata agli ideali del nazionalsocialismo, mi ha detto: “Ah, sì”, è bella, non ho capito tutto, ma ci sta, no?”. Sono un po’ rozzi sotto quel punto di vista e generalmente refrattari alla lettura, i camerati; mi chiamano l’Intellettuale, o il Prof, a me non dispiace, anche se, dal tono con cui pronunciano questi epiteti, suonano come degli insulti. O il più delle volte semplicemente Nicola. Quello che mi distingue da loro è la preferenza che nutro, rispetto ai pestaggi, per la nobile arte della dialettica. Non si rendono conto che la

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conservazione della lingua è importante quanto quella del sangue; la nostra lingua già infetta da francesismi, dagli oppiosi anglismi della musica popolare, dalla degenerazione dei dialetti e dalle sincopi gergali e modaiole. È sempre pensando alla conservazione della nostra lingua che ho scritto quello che ho scritto; articoli teorici per lo più e alcune biografie parallele di ariani e giudei: Hitler e David, Von Braun ed Einstein, Nietzsche e Marx. Da anni, poi, porto avanti un romanzo su un S.S. che ho chiamato Türzeit, e sulle sue eroiche imprese durante la seconda guerra mondiale. Ma di tutti quelli a cui l’ho fatto leggere, nessuno mi ha mai preso sul serio: in genere hanno riso e mi hanno dato, ridendo, delle pacche sulle spalle. Scendo di casa: la prima domenica del mese e c’è il mercato in piazza. Mi fermo davanti alla bancarella di un africano, con statue etniche e altri soprammobili negroidi. Una di quelle statue mi guarda con uno sguardo ingiurio-

letto, cercando il filo perduto dei miei pensieri e il filo dei miei pensieri mi conduce alla leggenda metropolitana secondo cui gli uomini di colore sarebbero più dotati degli ariani. Se fossi stato di colore, mi avrebbe schiaffeggiato lo stesso? In risposta c’è una fragorosissima risata accanto a me: mi giro e vedo un uomo di colore, quello che rideva alla bancarella poche ore prima. “Ma come hai fatto ad entrare?” Ride. “Vattene subito da qui.” “No,” mi dice, e ride. Il resto non lo ricordo. UN ANNO DOPO Mi trovo per strada, ma non so come né perché. Dove sono stato finora? Ho freddo, anche se non sembra che sia una serata fredda: sento il ronzio di una zanzara, approda sul mio braccio, ma un attimo dopo vola via, disgustata. Mi sento male, ma non so che cosa ci sia di male in me. Vado al Pronto Soccorso, perché me lo dicano loro. L’infermiere all’entrata mi chiede cos’abbia, ma non ho nulla. Gli dico che sto male, ma che non

so, tutti i tratti anatomici sono sproporzionati. Sembra che sia paralizzata in una risata, finchè la sento la risata e vedo che arriva da dietro al bancone ed appartiene ad un uomo di colore che mi sta fissando. “Che guardi?” gli dico, ma lui non smette di ridere, ed irritato me ne vado. Quell’incontro mi ha rovinato la giornata. Ho trascorso ore senza fare nulla, in attesa di non so cosa. La sera un senso di inquietudine mi ha pervaso: i piccioni che tubano e tubano, incupendomi; mi ritorna in mente la ragazza dell’Avis, il pizzicotto al braccio della siringa sanguisuga che tira su, come un bacio, il pizzicotto che le ho dato sul sedere, andando via, la sberla che mi dato sulla guancia, mandandomi via; i piccioni tubano. Il vento solleva un po’ i fogli sulla scrivania: la penna impedisce loro sparpagliarsi per la stanza. Sento bussare alla porta, vado ad aprire, ma non c’è nessuno: solo la mia ombra. Rientro e l’ombra mi segue. Mi ridistendo a

so che cosa ci sia di male in me. Non mi sento le gambe, mi sento fiacco, ma non è solo questo. Fa la faccia infastidita, come se fossi un ipocondriaco, ma non c’è nessuno in attesa e sebbene la mia non sembri affatto un’emergenza mi chiama il medico per una visita. “Si stenda”, mi stendo. “Cos’è che si sente?” “Non so, mi sento male, ma non è dolore, è qualcosa di più radicale, non so spiegarle”. Mi chiede di trattenere il respiro, e poi di respirare forte, ma non nota alcuna differenza tra il prima e il dopo. E quando mi preleva un campione di sangue la siringa si riempie di un liquido nero. Il medico resta perplesso e mi dice di aspettarlo là. Ma so che non sono in grado di dirmi che cosa ci sia di male in me, e vado via. Il medico era andato in bagno a piangere: era un pessimo periodo per lui. La disfunzione erettile di cui soffriva ormai da sei mesi gli aveva alienato le simpatie delle colleghe; sciacquandosi la faccia

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pensò: “è il caso più strano, insieme a quello dei due ragazzi che si sono legati i peni, è il caso più strano che mi sia capitato.” A casa mi osservo nello specchio del corridoio, ma sono un po’ diverso da come pensavo di essere. I miei connotati sono come fluidi, sfocati. Lievemente cambiano davanti ai miei occhi: al posto del pigiama e dell’accappatoio appare una giubba nera e sul colletto due SS stilizzate. La porta del bagno è semiaperta, ma oltre la porta non c’è più il bagno, ma uno studio e un uomo dentro seduto alla scrivania. Il Fuhrer mi chiama e mi dice che la simpatia che lo lega a me gli impone di preoccuparsi del mio suicidio. Gli dico che non occorre, ma insiste e mi dona una pillola di cianuro da ingoiare con un sorso di acqua ed un proiettile alla tempia. Ringraziandolo mi congedo da lui per l’ultima volta. Cammino per dei corridoi corrosi dall’umidità dal senso della fine. Fuori i cannoni dei russi sembrano il tamburo di Dio; e nonostante sia Dio, la musica non è allegra. Arrivo ad un vicolo cieco, mi siedo per terra, con la schiena al muro ed eseguo le istruzioni del Fuhrer: la pillola in bocca e la pistola alla tempia e contemporaneamente ingoio e sparo. Mi sono svegliato con un’emicrania fortissima alla tempie e un pessimo sapore in bocca. Nonostante il sole fuori e dentro la stanza, mi ritrovo a pensare alla morte; come verrà la morte e quando? Somiglierà alla ragazza dell’Avis o al Truce? Chissà se sono ancora iscritto nei suoi registri, avendo così clandestinamente passato la frontiera. La morte, mi sembra che mi sia stata già presentata, la morte, sì, credo di sì, ma com’era? Che suono aveva: sembrava un tamburo o la pipì contro il muro, un foglio accartocciato o un applauso? Il colore era nero, nero nero. La

piazza centrale è affollata come un anno fa; come un anno c’è il gazebo dell’Avis, alla ricerca di donatori, ma faccio il giro lungo per evitarlo: non ho più sangue da dare. Nell’aria ci sono i soffioni, piume bianche trasparenti che fluttuano e fluttuano: fantasmi di zanzare. La popolazione dei matti, quella sì, mi sembra raddoppiata, e forse anch’io sembro uno di loro, anche se nessuno mi rivolge quegli sguardi perplessi che riservano agli altri. I camerati del circolo si sono dimezzati, di numero e di vigore. Il Truce ha perso il soprannome, è ridiventato Stefano; ha una ragazza di cui non riesco a ricordarmi il nome e scarica la birra per i locali. Sembra sereno e forse lo è. Mi ha proposto di andare con lui, la sua ragazza e altri amici all’Oktober Fest. Io non bevo più birra, non bevo più nulla, ma gli ho detto sì lo stesso. Nel viaggio in macchina sono stato zitto tutto il tempo, fingendo tutto il tempo di dormire. L’altra coppia di amici ne ha approfittato per sbaciucchiarsi e fare moine e discorsi borghesi e demagogici che ho cercato di non ascoltare, concentrandomi sul rumore di fondo, il motore della macchina e il vento nello spiraglio del finestrino, quando Stefano apriva il finestrino. La festa è come me l’ero immaginata e ciò come risultava dai racconti di chi c’era stato: un tripudio di canti e scene imbarazzanti. Gente che beve, gente che svomitazza; il tragico spessore della lingua tedesca, svilito dall’alcol e dall’eccesso. Mi separo quasi subito dal gruppo che dopo alcuni litri di birra perde coscienza di sé e di me. Ad un tavolo lontano dalla furia dei festeggiamenti c’è Adolf Hitler, seduto da solo; ha delle tele accanto a sé e sembra fissare il vuoto, ma senza molto interesse per esso: il boccale di birra davanti a lui è mezzo pieno e mezzo vuoto.

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Un piccolo regalo natalizio direttamente dal Corso di Scrittura Creativa di Inchiostro...
Racconto di Alice Gioia Alzo gli occhi dal libro che quasi sicuramente non riuscirò a leggere. Lo sferragliare del treno, i continui sobbalzi lungo le rotaie mi distraggono. Sento il suo movimento trasferirsi ai miei neuroni, eccitarli, strapparli dalle ultime trame dei sogni che ho lasciato appena mezz’ora fa, acquattati tra le coperte ad aspettarmi stasera, quando tornerò stanca e soddisfatta dalla mia giornata nel mondo reale. Fuori dal finestrino la campagna scivola via uguale, ripetitiva, quasi totalmente avvolta in una pesante e fittissima nebbia. Riesco appena a scorgere il sentiero lungo il tracciato della ferrovia, dove ogni domenica mattina passeggio con James Joyce (un caso senza speranze della genetica, improbabile incrocio tra un beagle e un setter, con un altissimo tasso di stupidità come matrice comune), e che qualche anno fa percorrevo a cavallo, prima che me lo portassero via. Rabbrividisco di piacere al pensiero del freddo, umido e pungente, di quelli che ti si appiccicano addosso, che mi sono gettata alle spalle non appena salita sul treno, come un cappotto incrostato di cristalli di neve che sfili velocemente quando entri in casa. Un tepore familiare mi circonda; lo scompartimento – modello antiquato, sei posti ricoperti di stoffa che probabilmente è stata verde, un tempo – è vuoto: le condizioni ideali per sprofondare a capofitto in un libro, soprattutto se si tratta del mio autore preferito. Non c’è niente di così irresistibile per me quanto Benni, a parte forse il cioccolato e le labbra di Travaglio. Ah, dimenticavo, e quella mia incurabile mania di osservare la gente che incontro per strada, sull’autobus, sul treno, per cercare in loro i personaggi del libro che un giorno o l’altro mi deciderò a scrivere. Quindi speriamo non arrivi nessuno a distogliermi dal ferreo proposito di finire il libro. - E’ libero? Ecco, appunto. - Sì, certo. Non solo quest’inopportuno passeggero mi distrae ulteriormente, ma sono anche costretta a spostare il mio zaino di scuola dal sedile di fianco al finestrino, perché sembra intenzionato a sedersi proprio li, davanti a me. Se non fosse perché mi sta antipatico a priori, potrei notare che abbiamo gli stessi gusti. Si slaccia la zip della giacca a vento, si siede, stende le gambe (comodo avere una compagna di viaggio alta un metro e una manciata di centimetri, le cui gambe difficilmente arrivano a toccare terra!). Dopo questo affronto non posso non spiare di sottecchi le mosse del nemico, complice la copertina del libro (che ora sono certa di non riuscire a finire). Avrà all’incirca la mia età, tra i diciotto e i vent’anni. Abbastanza alto, longilineo, lineamenti delicati. Non è straordinariamente bello, ma un particolare cattura la mia attenzione: i capelli, castano rossicci, tra i quali si è appena passato le dita affusolate. Se fossi capace di dipingere, lo ritrarrei così com’è ora, di profilo, con la luce che entra di sbieco dal finestrino opaco e riempie di bagliori il rosso cupo dei suoi capelli, lo sguardo pensoso perso nella nebbia…Con la mano del pensiero prendo un foglio bianco e una matita dalla punta sottile, e incomincio. Prima la fronte, solcata da tre profonde rughe cogitabonde. Poi il declivio del naso, le labbra carnose, dagli angoli leggermente all’insù, così simili alle mie, soprattutto adesso che sta sorridendo tra sé e sé. Scendo fino alla curva del mento, proseguo con la linea decisa della mascella, poi quella dolce del collo, costellato da piccoli nei che formano un sentiero segreto inabissato tra le pieghe della felpa. Gli osservo le mani, altra piccola mania che assecondo volentieri: dita lunghe e affusolate, dalle nocche screpolate, che attorcigliano il filo dell’auricolare del lettore mp3 con i gesti calmi e spensierati di chi sta vagando altrove con la mente. Sentendosi osservato, lentamente si gira verso di me, e i nostri occhi s’incrociano. Avete mai avvertito quei feeling improvvisi, subitanei, che sprizzano come scintille nell’istante di uno sguardo? La sensazione di conoscere una persona da sempre, di dividere con lei la complicità che non hai mai condiviso con nessuno? Di poterti fidare ciecamente di lei, anche se in realtà non esiste nessun elemento su cui basare queanche dopo, a curarmi le ferite provocate dai frammenti della boccia di cristallo in cui per tre anni ho custodito gelosamente l’illusione di un amore infinito e perfetto, che mi è scivolata di mano, ed è andata a schiantarsi contro il furore del mondo. Vorrei raccontargli la precisione e l’armonia che ricerco in un bagher, o in un passo di danza, contrapposti al disordine della mia vita, indispensabile per sopravvivere. E vorrei spiegargli quanto abbia bisogno dei sui gesti tranquilli per sedare i miei eccessi – esuberanza, euforia, il divampare cieco e fulmineo della mia rabbia-, come le piante malate hanno bisogno della camomilla per guarire, come dice la mia saggia nonnina ultranovantenne . Vorrei ascoltare con lui il tamburellare della pioggia sul tetto d’ardesia della mia baita in montagna, durante i temporali estivi; vorrei portarlo nei boschi della mia infanzia, e fargli conoscere i loro profumi selvatici di timo e di resina e di funghi appena scoperti, tesori sepolti tra strati di foglie secche; vorrei fargli assaporare il succo denso dei mirtilli ancora caldi di sole, e l’acqua gelida delle sorgenti, ai piedi dei monti, e l’aria frizzante che ti sferza il viso sulle cime più alte. E poi vorrei portarlo con me nei miei viaggi, raccontargli il mare cristallino della Grecia, e il cielo fumoso di Londra, e i ciottoli delle strade di Parigi. E fare con lui le cose più pazze, spingere le emozioni al limite estremo, in un crescendo di follia: correre a perdifiato sotto una pioggia tropicale, guardare il sole tramontare su Key West, con davanti una pannocchia calda e un jazz man di colore che sembra cantare solo per te; e poi ridere, ridere, ridere tanto da avere gli occhi pieni di lacrime, la testa rovesciata all’indietro. Vorrei presentargli i miei amici segreti, i personaggi dei miei romanzi preferiti, e Santa Billie Holiday, e zio Thelonius Monk, corteo di spettri che mi accompagna ovunque vada; e poi parlargli dei miei amici veri, sia di quelli vicini che di quelli lontani, di quanto siano meravigliosi… E infine vorrei raccontargli la mia vita piena e frenetica al liceo, i corridoi affollati, dove ogni giorno passo sfiorando persone e vite che forse non conoscerò mai abbastanza; confidargli i miei dubbi sul futuro, l’indecisione che nascondo dietro all’allegria… Guardo lui, e intanto vedo me stessa. La solita egocentrica. Forse non mi sono neanche chiesta cosa stia pensando; so solo che le sue labbra si stanno distendendo in un sorriso, e che le mie gli rispondono. Il treno rallenta la sua corsa. Mi restano pochi attimi, ormai. Sfilo dall’astuccio una penna arancione, il mio colore preferito; vinco il ribrezzo di appoggiarla sulla pagi-

Angel of Harlem
sta certezza? Come se fossi sull’orlo di un abisso di cui non vedi il fondo, e avvertissi l’urgenza di esplorarne i meandri, anche se sai benissimo che questo significa buttarsi, rischiare di perdersi, di riaprire gli occhi in un mondo di tenebre. Mentre mi lascio trascinare nella profondità del suo sguardo nocciola, avverto istintivamente che lui merita di essere il protagonista dei miei racconti, anche se in fondo preferirei fosse un personaggio della mia vita reale. Mi sembra di riconoscere nel suo sguardo fiero le mie stesse passioni, la medesima determinazione ad ottenere ciò che voglio - il posto accanto al finestrino, la stessa cocciutaggine con cui inseguo i miei sogni. E allora incomincio ad immaginarmi la mia vita con lui, il fratello che non ho mai avuto, l’amico ideale con cui dividere le mie solitudini da figlia unica. Penso come sarebbe averlo a pranzo, ogni giorno dopo la scuola, con le sue risate squillanti che riempiono la casa vuota; come sarebbe dormire assieme, passare le serate a chiacchierare e a raccontarsi i segreti più reconditi da un capo all’altro della stanza; e, di notte, svegliarsi nel buio, allungare una mano e sentire il suo corpo nel letto vicino, e essere sicura che lui ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada… Vorrei raccontargli ogni secondo importante della mia vita: gli anni bui delle medie, quando il mio unico amico venne ucciso una mattina di aprile, qualche giorno prima del mio compleanno, da una pallottola alla tempia, rivolo color rubino sulla sua criniera bianca. Avrei voluto che fosse stato presente allora, spalla su ci appoggiare la testa e, per una volta, scoppiare a piangere liberamente. Avrei voluto averlo accanto

London Calling
na del libro che tengo ancora tra le mani, e sottolineo l’ultima frase che ho letto. Poi mi alzo, sistemo il bavero del cappotto, infilo lo zaino in spalla e lascio scivolare con noncuranza il volumetto azzurro sul sedile, mentre mi allontano sistemandomi i capelli. Salto giù, e sento le porte del treno chiudersi alle mie spalle. “..io non voglio né vincere né perdere, solo che tu mi ricordi.” da “Comici Spaventati Guerrieri”, Stefano Benni

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SVAGO NATALIZIO

Sogno o Università?
By doc (in)natural.
Oggi, 11 dicembre 2111 è il mio primo giorno d’Università. E’ da un anno che aspettavo la risposta. Ho compilato almeno 35 moduli cartacei (un lusso oggi) e ho dovuto passare almeno 15 esami biopsicomedici: mappatura DNA, analisi della retina, test bioattitudinali, compatibilità ai vaccini. Gli esami sono necessari: Pavia è uno dei pochi atenei dove c’è ancora un contatto diretto tra studenti e docenti. Il rischio di contagio è elevato. In altri distretti universitari, invece, ricorrono alla teledidattica. Pavia no. Ha una tradizione da rispettare, almeno così dicono. Sono stato fortunato, molto fortunato: non tutti possono permettersi un Ateneo come quello di Pavia, non dopo il fallimento dello Stato del secolo scorso. E la (s)vendita dell’Italia alla confederazione Elvetica. Pavia è uno dei pochi atenei sopravissuti: non aveva una struttura informatica da colpire. Incredibile vero? Agli inizi del XXI secolo il placido e nebbioso ateneo ticinese aveva una struttura informatica insufficiente, assolutamente non strutturata in maniera gerarchica né efficiente. Una debolezza, apparentemente, rivelatasi, poi, un punto di forza. Tutti gli atenei circostanti sono stati devastati da virus informatici. E non si sono più ripresi, mai più. A Pavia tutto ha continuato a funzionare come prima, male ma funzionava. A raccontarlo sembra fantascienza. Mi hanno iscritto a Giurisprudenza, è un privilegio: da ben tre secoli i membri della mia famiglia sono iscritti a questa Facoltà. Oggi gli atenei ti accettano solo se il tuo DNA è nella banca dati di una determinata Facoltà, non ci sono alternative. A meno che tu non sia un genio certificato. Allora si scatena la guerra per comprare te e il tuo patrimonio genetico. Nel museo dell’ateneo ho letto che, agli inizi del XXI secolo, ognuno poteva iscriversi alla facoltà che voleva, e dove voleva. Un caos. Oggi è molto meglio: abbiamo un posto fisso a lezione, in sala studio e nel Grande Collegio Universitario. Non più code interminabili, non più attese in segreteria: quando devi andare prenoti prima il tuo appuntamento. E te lo confermano telefonicamente. Il personale, preparato e competente, ha esaminato in precedenza la tua pratica e ti consiglia per il meglio. I certificati digitali ti arrivano direttamente sul tuo h-mac (Pavia è uno dei pochi atenei ad usare solo ed esclusivamente Apfle). La posta pneumatica ti consegna automaticamente i certificati olocartacei. Dopo che L’Unione Europea (s)vendette l’Italia alla Confederazione Elvetica il nostro territorio fu diviso in distretti. Pavia si dedicò solo all’Università: non c’è più un sindaco, per capirsi, molti abitanti furono costretti ad emigrare in altri distretti. Triste ma efficace. Tutta la città non è diventata uffici o dipartimenti, ma è un unico grande collegio: il Grande Collegio Universitario. Poiché l’ateneo è a numero programmato ognuno di noi ha la sua camera dotata di tutti i confort necessari. I servizi pubblici sono gratuiti per tutti: studenti, docenti, personale tecnico amministrativo, dottorandi etc. Ognuno di noi paga una tassa di accesso all’Università in funzione dei servizi percepiti, della categoria d’appartenenza e del proprio reddito. I controlli sono seve-

rissimi. Non siamo più Italia. Ora comandano gli svizzeri, molto meglio così. Almeno dicono. E sono propenso a crederci. Un chip inserito direttamente sotto la cute ci permette l’accesso a tutte le strutture. Il chip è impostato a seconda della categoria cui appartieni e registra tutto: esami, utilizzo mezzi pubblici, certificati digitali, prestiti in biblioteca, utilizzo di ebooks, mensa universitaria, plastocaffè dal sintodistributore. Lo usiamo anche per pagare nei locali autorizzati. Insom-

ma per tutto. E’ comodissimo, efficientissimo. A vedere le oloproiezioni del museo d’Ateneo pare incredibile che un Ateneo disorganizzato ed in declino come era lo scorso secolo sia, oggi, il fiore all’occhiello dell’Amministrazione elvetica in Nord Italia. E invece è proprio così. Certo le potenzialità c’erano tutte: cittadina piccola, Università di grandi tradizioni in lento declino, facilmente raggiungibile: bastava solo che arrivasse qualcuno dall’esterno a gestire l’Ateneo: gli svizzeri…

Psicofisica di genere
di Massimo Stirutti
La guardo e non capisco. Mi sento impotente: vorrei aprire quella testolina e frugare per trovarvi qualcosa (se mai c’è), per imporvi un po’ d’ordine. Ma lei mi osserva, impassibile. O m’insulta, magari. E comunque sempre mi sfugge. Lo confesso: ci ho provato. Come tutti, del resto, prima o poi. Invano. Alla fine ho gettato la spugna: capire le donne è impresa impossibile. Per noi uomini, almeno. Però un’intuizione l’ho avuta: serve la fisica. “Che c’entra?”, chiederanno i miei 25 lettori. C’entra eccome. La fisica c’entra sempre. Non che io abbia tentato una ricostruzione dei meccanismi materiali, delle reazioni fra neurotrasmettitori, delle connessioni sinaptiche nella rete di 100 miliardi di neuroni dell’encefalo muliebre. Macché: troppo al di là delle mie competenze e (presumo) delle umane possibilità. Invece m’è parso di scorgere una similitudine, forse perfino un isomorfismo fra le psicologie di genere e le teorie fisiche: in sostanza, l’uomo è classico e la donna è quantistica. Devo ammetterlo: mi manipola. Mi ha sempre manipolato. Da quando la conosco riesce a ottenere da me ciò che vuole. Mi oppongo e mi ribello, cerco di scoprire i suoi stratagemmi, ma è tutto inutile: alla fine arrivo sempre dove vuole lei. E non solo lei: dove vogliono tutte le donne della mia vita. Mia madre, mia sorella, le mie amiche… sempre lì mi ritrovo: ad ammettere che l’hanno avuta vinta loro. Perché io sono prevedibile. Come una palla su un tavolo da biliardo: se conosci le mie condizioni iniziali, puoi scommettere un’ovaia sulle mie condizioni finali. Newton non sbaglia. Tramandata di generazione in generazione, è saggezza femminile antica: “Conosci il tuo uomo, e farà ciò che vuoi”. Sia chiaro: mica siamo tutti uguali. Ognuno ha meccanismi a lui peculiari. Però basta impratichirsene per gestirsi il maschietto a piaci-

mento. Se facendo A ottieni B, capisci che il gioco è fatto. Vuoi B? Fa’ A. Ancora B? Ancora A. Senza eccezioni. Anticipabile come le orbite planetarie. Scontato come il moto di un proiettile in assenza di aria. Di nuovo B? Semplice: A. Se ci penso, impazzisco. Mi sento in balia delle manipolazioni femminili. Ma sono così: classico. E lei, invece? Lei no. Lei è al di là di ogni previsione. Giuro: l’ho verificato con ogni crisma sperimentale. Faccio A, ottengo B. Allora penso di aver capito: se A, allora B. Esperimento di controllo, 28 giorni dopo per avere la certezza delle stesse condizioni al contorno (hai visto mai qualche squilibrio ormonale?). Ripeto A e… Q. Q? Proprio Q. Stupore. Perciò riprovo. A e… M. Sconcerto, che sfiora lo smarrimento. Poi F, W, T. E dopo ancora B. Infine L, C, O. Così, random. Senza una logica, una regola… niente di niente. E non è solo lei. Replico le prove con cugine, amiche, semplici conoscenti: imprevedibilità totale. Non solo sembrano non possedere una logica comune, ma neppure una logica interna individuale.

Un esempio concreto? Facile… Torno a casa con i sensi di colpa, perché ne ho fatta una delle mie. Mi preparo a una litigata apocalittica, rimugino scuse inverosimili. Alla resa dei conti, confesso il misfatto. E non succede niente. Sbigottito, non comprendo: l’ho fatta franca e non so perché. Ma poco importa. Sicché mi rilasso, do per assodato che non v’era colpa alcuna e mi godo la vita. Poi, dopo qualche settimana, la situazione si ripete. Stesso fatto, preciso identico. Sereno, lo rivelo. E vengo travolto da un’incazzatura devastante: rimproveri, insulti, pianti e strepiti. Basito, chiedo ”Ma cos’ho fatto?”. “Ma sei sceeemooo? Ma non ti rendi neppure conto di quello che fatto?”, è l’urlo che mi stende. Perché? Boh! Appunto: random. Insomma, se l’uomo è la necessità, la donna è il caso. Come con l’elettrone: non saprai mai da che parte salta fuori in quella singola misurazione. Ma almeno per l’elettrone puoi fornire una previsione probabilistica. Per le donne manco quella. Chi si cimenta con un’equazione di Schrödinger della psiche femminile?

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NOTIZIE DAL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
AULE STUDIO APERTE LA SERA: Insieme ad altri rappresentanti degli studenti ho avuto modo di incontrare il nuovo Direttore Amministrativo, dott. Colucci, in carica dal 1° Novembre scorso. Abbiamo proposto di ampliare gli orari di apertura delle biblioteche e delle aule studio per permettere agli studenti di trovarsi a studiare in università anche in orari serali (fino alle 23 o a mezzanotte). Il direttore si è dimostrato molto disponibile nei confronti delle nostre richieste ed ha assicurato che provvederà già dall’inizio del prossimo anno a garantire l’apertura di questi spazi nella sede centrale dell’Università. Credo sia importante cercare di ottenere altrettanto per il polo Cravino. AUTOBUS GRATIS: Nel Consiglio di Amministrazione del 21.11.2006 è stato rinnovato fino al 2008 l’accordo tra l’Università e la LINE S.p.A. che consente l’utilizzo (semi) gratuito degli autobus agli studenti (la tessera costa 10 €. Per info: www.lineservizi.it). Inoltre abbiamo chiesto di aumentare le corse sulla linea 3 (nelle ore di punta è oltremodo congestionata) e tutte le corse serali. È importante che contribuiate anche voi segnalandomi le disfunzioni che incontrate sulle linee degli autobus. Infatti tramite l’Università, che paga questo servizio per i suoi studenti, è possibile rivolgere le nostre istanze direttamente alla LINE. AULE PER MEDICINA: I rappresentanti degli studenti di Medicina e Chirurgia appartenenti a tutte le associazioni studentesche (!!!) hanno scritto una lettera sulla situazione critica in cui versano le strutture della loro facoltà. Alcune aule non hanno neanche posti sufficienti per tutti. Si tratta di un problema serio, che riguarda tutta l’Università. Faremo in modo che queste istanze arrivino in C.d.A. Si è parlato fin troppo di un futuro “polo didattico” per Medicina. È necessario che l’amministrazione passi dalle parole ai fatti. DECRETO BERSANI: Nel C.d.A. del 17.10.2006 si sono affrontati i problemi connessi all’attuazione del cosiddetto decreto taglia spese che ha disposto una riduzione nella misura del 10% per le c.d. spese intermedie (quali, per esempio, riscaldamento, acqua, elettricità, pulizie, telefoni, ecc.). Lo stato in cui versa il mondo universitario sta crollando a livelli insostenibili a causa di questi provvedimenti legislativi. In altri tempi, per molto meno, si inscenavano manifestazioni e si riempivano le piazze. I tagli operati dal Governo rischiano di portare al tracollo una situazione già in grave crisi. Nella difficoltà in cui ci troviamo vogliamo continuare a dare il nostro contributo per migliorare le cose, insieme a tutti coloro – studenti e docenti di qualunque schieramento – che hanno a cuore il destino dell’Università. Il primo passo è accorgersi di quello che accade e non rinunciare a prendere posizione. Potete contattarmi all’indirizzo: stefano.pellegrino01@ateneopv.it. Per ATENEO STUDENTI Stefano Pellegrino

AGENDA NATALIZIA 2006 PAVIA
Conferenze, incontri, dibattiti Comitato Pavia Asti Senegal 7 dicembre ore 21 Collegio S. Caterina, via S. Martino - Pavia convegno: “Esperienze di cooperazione decentrata tra enti locali del nord e del sud”. interverranno: El Hadj Oumar Lamine Badji, Presidente del Consiglio Regionale di Ziguinchor Souleymane Salle, delegato della Regione di Ziguinchor per la Cooperazione Gianni Vaggi, Direttore Scuola Europea di Studi Avanzati in Cooperazione e Sviluppo Università di Pavia Martedì 12 dicembre “Quattro chiacchiere con…” Incontro curato da Costantino Leanti, Ospite: Ahmad Vincenzo Il libro disceso dal cielo Presenta Mons. Giancarlo Poma Ore 17.00, Chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria - Pavia Tel. 0382/21635 (Biblioteca Civica Bonetta) Domenica 17 dicembre REPORTAGE su “Chernobyl- vent’anni di immagini e parole”. Piece teatrale di Roberta Biagiarelli Ore 18:00 Aula del ‘400 Domenica 17 dicembre A.I.C.S. Pavia nuoto A.S.D. organizza: “1° Meeting di Natale” (manifestazione di nuoto) Via Folperti 30 - Piscina comunale coperta - Pavia Orari: mattino inizio gare ore 9:15, pomeriggio ore 15:15 La rassegna “Cinema insieme” propone: 2 dicembre 2006 “La sposa cadavere” 13 gennaio 2007 “Cars” ore 14.30, Multisala Corallo-Riz, Pavia Ingresso gratuito Mercatini Domenica 3 e 17 dicembre La manifestazione “Punta su Pavia” propone numerosi mercatini nelle vie e piazze della città Vedi www.comune.pv.it per il programma completo. Mostre Dal 3 al 10 dicembre Mostra fotografica di Manlio Manganaro e delle foto del Concorso fotografico di Inchiostro: “Università nell’obiettivo: luoghi e momenti di vita universitaria” (III edizione) Aula Forlanini-Pavia dal 7 settembre al 17 dicembre “Dada e dadaismi del contemporaneo” Castello Visconteo, V.le XI Febbraio, 35 Pavia Orari: dal martedì al venerdì 10.00-19.00, sabato e domenica 10.00-20.00, giovedì 10.00-22.00. Lunedì chiuso. Tel.: 0039 0382 24376 (Alef - Cultural project management) segreteria@dadadashow.it www.dadadashow.it Musica dal 16 novembre al 22 marzo 2007 MalaikAkustica Giovedì 14 dicembre - Tamboo-Gnola & Friends Giovedì 21 dicembre - Boris Savoldelli Giovedì 11 gennaio - Mandolin Brothers Dove: Malaika di via Bossolaro, Pavia Lunedì 4 dicembre La rassegna “A qualcuno piace Mozart” offerta da Ghislierimusica presenta: Trollflöjten - Il Flauto magico Proiezione del film di Ingmar Bergman (cantato in svedese con sottotitoli in italiano) Ore 21 - Aula Magna del Collegio Ghislieri, Pavia Martedì 5 dicembre Note classiche al Borromeo - Requiem di Mozart Sala degli Affreschi del Collegio Borromeo, Piazza Borromeo, 9 - Pavia Ore 21.00 Ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili Lunedì 18 dicembre Ghislieri Musica presenta: Concerto di Natale - Messa in re maggiore di Antonin Dvorak Ore 21 - Basilica del SS. Salvatore, Pavia Teatro: Il “Gioco del silenzio” propone: Venerdì 1 dicembre 2006

Quattro ore a Sabra e Chatila di J. Genet - lettura scenica di Marco Zappalaglio - Regia di Enzo G. Cecchi Compagnia Piccolo Parallelo Venerdì 15 dicembre 2006 Qoelet o L’ecclesiaste e il silenzio nella Bibbia con Franca Graziano e don Gianfranco Poma Ore 21.30, Laboratorio Teatrale Motoperpetuo, Pavia Biglietto:10 euro. Per accedere agli spettacoli occorre munirsi della tessera associativa gratuita. 30 dicembre 2006 “Teatro Insieme” propone il Capodanno dei bambini (in allestimento) Palazzo Mezzabarba, Pavia ore 16.00

Teatro A. Ponchielli - Cremona Segreteria del Teatro 0372 022010 http://www.teatroponchielli.it info@teatroponchielli.it

MANTOVA
Iniziative 16 settembre 2006 – 14 gennaio 2007 Mantegna a Mantova 1460-1506 Mantova, Palazzo Te Tel. 199.199.111 Orario call center: Lunedì – Venerdì ore 9.00 – 18.00 www.andreamantegna2006.it www.centropalazzote.it servizi@civita.it Sabato 16 dicembre Concentro della band “PFM” Teatro Palabam( dietro al palazzetto dello sport) Prezzi: prima platea 25 €, seconda platea 20 € Fonti: www.miapavia.it - www.comune. cremona.it - www.mantova.it - www. comune.pv.it

CREMONA
Iniziative lunedì 04 dicembre 2006 La rassegna “Cinema d’autore” propone: The Road to Guantanamo di M. Winterbottom, con Riz Ahmed Inghilterra 2005 Ore 21:00 ,CineChaplin - via Antiche Fornaci, 58 (trasversale via Mantova) Cremona Costo del biglietto € 5,00 Info: CineChaplin 0372 453005 Da mercoledì 13 dicembre Stagione Lirica 2006 presenta “Don Giovanni” opera lirica, musica di W.A.Mozart

Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 333.1950756 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 11 - Numero 37 - 4 DICEMBRE 2006 Il giornale degli Studenti dell’Università di Pavia Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti.

Direttore responsabile: Marzio Remus Direttore editoriale: Alberto Bianchi Vicedirettori: Gabriele Conta, Maria Luisa Fonte Tesoriere: Rossana Usai, Luigi Congi Webmaster: Alessio Palmero Aprosio, Marco Canestrari Redazione: Roberto Bonacina, Walter Patrucco, Ilaria Picchi, Francesco Rossella, Elisabetta Rossi Berarducci Vives, Alberta Spreafico, Cristina Siviero Tagliabue, Irene Sterpi

Disegni Federica Bertoncini, Raffaele D’Angelo Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 3500 copie. Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Fondi Acersat “Inchiostro”: 8.000 Euro.

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