Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia

Anno 12 * Numero 38/68 * 12 gennaio 2007 * Distribuzione gratuita

L’inutilità nel nulla, il sessantotto e la pericolosa fabbrica delle parole
di Alberto Bianchi
Non credo vi sia mai capitato di percorrere, in quasi totale solitudine, un’autostrada nuova fiammante, con l’asfalto poroso anti aquaplaning, con i guardrails luccicanti che sembrano d’argento e non capire affatto dove siate diretti. In Piemonte, forse per via dell’entusiasmo olimpico dell’anno appena trascorso, potete percorrere una strada come quella appena descritta incontrando i tipici cartelli colorati di verde ma con nessuna scritta sopra, nessuna indicazione di sorta, niente di niente. L’unica cosa certa, come in tutte le malefatte all’italiana, è che al termine di quei dieci chilometri di inutilità nel nulla giungi ad un casello e paghi una cifra astronomica, necessaria probabilmente alla manutenzione (?) di un’autostrada deserta che non porta in alcun luogo. Ma non piangiamoci troppo sopra. Sembra proprio che le infinite autostrade delle risorse sprecate, a differenza di quelle inutili, siano assai trafficate, più o meno da sempre e in ogni ambito della società italiana. Dalla sanità all’istruzione passando per l’amministrazione pubblica e chi più ne ha più ne metta. Allora che fare? Informarsi prima di tutto. Poi incazzarsi - ma solo per qualche minuto - e sbraitare contro qualcuno. E, subito dopo aver scoperto uno spreco, andare fino in fondo e capire perché si è finiti a quel punto. Nel frattempo potete accontentarvi e leggere Inchiostro, arrivato al suo dodicesimo anno di vita e deciso a continuare il tragitto lungo la strada dell’informazione libera. Perché, nonostante la nostra “inconsistenza”, abbiamo sempre ospitato su queste pagine la voce di ognuno di voi, indipendentemente dall’inclinazione politca/culturale/religiosa, indipendentemente dalle idee e dalle opinioni più o meno discutibili di cui ognuno si fa portatore, ponendo come unica condizione il corretto uso della lingua italiana (almeno questo concedetecelo). A dimostrare tutto ciò ci sono 67 numeri di Inchiostro pronti a parlare. Certo, gli errori ci sono. Gli articoli brutti pure. Ma le parole scorrono a fiumi, senza sosta. In fondo nessuno di noi, nessuno (o quasi) di voi è giornalista di professione. E non ci fermiamo qui. Da oggi cambia la numerazione del giornale. Questo è il trentottesimo numero in due anni e mezzo ma il sessantottesimo in dodici. Certo, il sessantotto sembrava un numero che avrebbe dovuto portare fortuna. E invece è andata come è andata. Ma non ci perdiamo d’animo e, per combattere l’inutilità nel nulla, proseguiamo il nostro rischioso lavoro nella fabbrica delle parole. Perché, si sa, niente è più pericoloso dell’inchiostro riversato sui fogli di carta…

CULINARIA: l’avventura maldestra dello studente ai fornelli…

A ciascuno la sua parmigiana!
di Francesco Mocca
Ogni giorno, almeno a cena, un dilemma incombe sulla maggior parte di noi studenti: “Cosa preparo di buono e veloce da mangiare?” Diamo intanto un occhio alla dispensa: oltre alla pasta, sugo, formaggio filante e parmigiano sono alcuni fra i fedeli abitanti dei nostri sportelli e frigo e, prima o poi, anche i più sprovveduti imparano la combinazione per una pastasciutta almeno passabile. Grande conquista, certo, ma proviamo a ricombinare queste materie prime con un altro ingrediente per un piatto davvero squisito: la parmigiana di melanzane. Per accontentare i vari palati, ecco le versioni “light” e “corposa” della medesima ricetta. Per entrambe, comunque, valgono questi ingredienti (per 4 persone.. esulteranno i coinquilini!): 2 melanzane fresche, una bottiglia di passata di pomodoro, una manciata di cipolla, formaggio filante, olio d’oliva extra vergine, sale e infine…neve di parmigiano grattugiato! Servono anche: una padella, un tegame e, per la I versione, una teglia da forno. Un buon sottofondo musicale e…vai con la preparazione! VERSIONE LIGHT: Sbucciate e tagliate le melanzane a fette longitudinali (1,5 cm di spessore), riponetele in una padella con mezzo cucchiaino di sale e un po’ di acqua fino a ricoprirle, quindi lasciatele su fuoco medio pressate da un coperchio per 1015 minuti. Nel frattempo fate soffriggere nel tegame alcuni tocchi di cipolla per poi versarvi la passata di pomodoro, e tagliate il formaggio a fettine. Disponete a questo punto nella teglia da forno uno strato di melanzane, ricopritelo con una parte del sugo e sistematevi sopra delle fette di formaggio; ripete l’operazione fino ad “esaurimento scorte” e imbiancate infine la superficie con il buon parmigiano: il forno a 200°C per i successivi 20 minuti crogiolerà la pietanza… che soddisfazione! VERSIONE CORPOSA: Friggete anziché sbollentare le fette di melanzana e proseguite come sopra, dunque componete la vostra parmigiana direttamente su un piatto da portata!

Ecco a voi la nuova rubrica di Inchiostro!

APERTE LE ISCRIZIONI AI CORSI DEL TEATRO G. FRASCHINI Vai su HTTP: //www.teatrofraschini.it

Scrivere? Disegnare? Fotografare? Contattaci a redazione@inchiostro.unipv.it

UNIVERSITA'

Vuoi disegnare? Scrivi a redazione@inchiostro.unipv.it

Il nuovo anno dell’Università di Pavia
Intervista a cura di Alberto Bianchi e Gabriele Conta

Inchiostro, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico in programma per il 15 gennaio, ha intervistato il Magnifico Rettore dell’Università di Pavia, il professor Angiolino Stella. Ecco quello che ci ha raccontato.
L’ultimo rapporto del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario mette in evidenza l’evoluzione che sta avvenendo all’interno del sistema universitario italiano nel momento di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento. Ci sono alcuni dati che sembrano positivi come l’aumento degli immatricolati e altri che, invece, destano qualche preoccupazione come la persistenza dei “fuori corso” e l’aumento troppo consistente dei professori ordinari, i quali hanno superato gli associati creando una specie di piramide rovesciata. Anche il Ministro Mussi ha parlato della necessità di un “aggiustamento”. Qual è il suo punto di vista? Riguardo al numero d’immatricolati, l’Università di Pavia si pone in controtendenza rispetto ai dati nazionali, registriamo infatti un aumento, anche se disomogeneo: alcune facoltà registrano un pronunciato aumento, mentre altre una diminuzione. Complessivamente, comunque, il segno è positivo. Quello degli studenti fuoricorso è un male difficilissimo da estirpare. Pavia può contare su alcuni punti di forza che facilitano il buon inserimento degli studenti, mi riferisco in special modo a Pavia città campus, un consolidato sistema che agisce perché gli studenti si sentano valorizzati e ben inseriti. E’ importante che l’Ateneo pavese coinvolga sempre più gli studenti nella vita universitaria, differenziandosi dalle altre Università dove manca un vero campus e non c’è quest’atmosfera coinvolgente. Dobbiamo rendere sempre più forte Pavia città campus. La questione della piramide rovesciata legata all’età dei docenti va affrontata promuovendo un ringiovanimento del corpo docente. Per questo motivo confidiamo di avere dal Ministero nuovi posti di Ricercatore. Se avremo fonti aggiuntive rispetto al finanziamento ordinario del Ministero – c’è già un accordo di massima – questi fondi potranno essere investiti in via prioritaria per posti di ricercatore. Non possiamo naturalmente escludere i cosiddetti upgrade, le promozioni verticali per chi ottiene risultati eccellenti, ma va comunque alimentata la base; e questo è uno degli obiettivi che noi ci prefiggiamo. Prima della sua elezione a Rettore, in un’intervista a “Inchiostro”, aveva già parlato di Pavia come “città campus” Cosa è stato fatto in questo senso finora e quali sono i progetti per i prossimi anni? Pavia città campus continua a crescere insieme ai Collegi, che sempre più aprono le loro attività culturali a tutti gli studenti, mentre l’Università si impegna a favorire le manifestafinanziaria recentemente. Lei non zioni studentesche, purché senza approva questa linea, vorrebbe fini politici: è importante i giovani essere più aperto e per il dialogo. possano contare sull’apertura degli Quali sono le basi per costruire spazi universitari per incontrarsi. Si questo dialogo, secondo lei? deve anche puntare su un più stretto rapporto tra docenti e studenC’è bisogno di dialogo; non invitare ti, un po’ come avviene a Oxford e vuol dire escludere la possibilità di Cambridge, più volte citate quando dialogare e in questo caso Governo si parla di Pavia. Posso anticiparvi e Università sarebbero due mondi che non mancano i segnali in quetotalmente separati tra loro. Investo senso, potenziare i servizi agli ce, a mio parere, occorre che ci sia studenti è uno dei nostri obiettivi costante interazione, che significa prioritari. Ad esempio alcune biblioanche critica. Non si può pensare di teche rimarranno aperte anche olrisolvere i problemi con questa politre l’orario attuale, in modo che gli tica del muro contro muro. Per questudenti abbiano la possibilità di acsto motivo intendo senz’altro che il cesso serale. Da metà gennaio 2007 Ministro sia presente all’inauguradovrebbe essere attivata la rete zione, perché veda, ascolti, tocchi wireless che coprirà sostanzialmencon mano qual è la nostra realtà. te tutta l’Università, dal Centro agli Istituti, con una settantina di postazioni. Prossimamente si partirà anche con la costruzione del nuovo Centro Sportivo, per il C.U.S. Evidenza a questo l’abbiamo data con l’inaugurazione separata dell’Anno accademico Sportivo, che avverrà in gennaio una settimana dopo l’inaugurazione dell’Anno Accademico. Anche questo direi che ci distingue da altre università. Ultimo punto di notevole importanza sono i trasporti: abbiamo stanziato una somma Il Magnifico Rettore, professor Angiolino Stella maggiore rispetto al passato per rendere più facili gli spostamenti tra Istituti e Negli ultimi mesi abbiamo notato, Centro: il totale ora supera i 500,000 con dispiacere, che alcuni docenti € – e questo vuol dire che sostanhanno lasciato il loro incarico alzialmente per gli studenti, a parte i l’Università di Pavia per occuparsi 10,00 € iniziali, c’è la possibilità di a tempo pieno dell’insegnamento muoversi liberamente con il tesseriallo I.U.S.S.: penso al caso del prono per tutto l’anno. fessor Veca, o del professor Goggi. Rimanendo in tema tesserino, sappiamo che gli Specializzandi di Medicina e i Dottorandi non possono avere questa possibilità… Ne avevamo parlato anche col Sindaco, l’Onorevole Capitelli, che ci aveva detto che questa era una cosa da rivedere. Sì, senz’altro. Ho presente la cosa. La soluzione del problema rientra tra gli obiettivi futuri. L’Università di Pavia ha invitato il Ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi per l’inaugurazione dell’Anno Accademico. Nonostante la Conferenza dei Rettori Italiani abbia “consigliato” agli Atenei di non invitare rappresentanti del Governo alle cerimonie universitarie, per sottolineare la preoccupazione riguardo alla Non si rischia di sminuire un po’ l’alta qualità degli insegnamenti che ha sempre caratterizzato l’Università di Pavia. se ne sono andati, ma quanti giovani bravissimi aspettano di trovare un posto per inserirsi? Puntiamo sulle risorse, e le risorse in parte si ottengono anche in questo modo. “Inchiostro” da qualche anno solleva il problema della gestione del colloquio di ammissione tra laurea triennale e laurea specialistica, per il quale ogni Facoltà adotta criteri diversi. A Ingegneria è limitato agli studenti che hanno un voto di Laurea inferiore a 92, a Giurisprudenza è stato abolito mentre a Scienze MFN il limite è 100, solo per citare alcuni casi. Anche alla luce delle interviste appena realizzate ad alcuni nuovi Presidi di facoltà, ci chiedevamo se si potesse arrivare a un’abolizione di questo passaggio. Per ora siamo in una fase – che possiamo dire sperimentale e provvisoria – in cui le Facoltà gestiscono in autonomia questo passaggio, tenendo conto anche delle diverse tipologie dei corsi. Credo che ci sia bisogno di razionalizzazione, che non significa automaticamente abolizione. Questo forse è un po’ prematuro. Anzi, credo che sotto questo profilo vada portata avanti qualche riflessione. Le 77 Università che abbiamo attualmente in Italia avranno tutte quante le lauree triennali. Per quanto riguarda le lauree magistrali si potrebbe prevedere una distinzione tra Università come Pavia e altre che non avranno capacità di proporre lauree magistrali di un certo livello. Allora potrebbe esserci anche una domanda dall’esterno più forte rispetto all’attuale. Da questo punto di vista la razionalizzazione di cui parlavo diventerà estremamente importante anche in termini comparativi. Non bisogna né essere disorganizzati, né essere duri pregiudizialmente, né dare l’impressione che l’accesso sia automatico, perché allora potrebbe sembrare che la qualità dei corsi non è adeguatamente tenuta in considerazione. La nuova fase, per quello che riguarda la riorganizzazione didattica, è spostata al 2008-2009 proprio perché c’è bisogno di questa pausa di riflessione. Come redattori del giornale degli studenti universitari ci occupiamo anche dell’organizzazione di iniziative di carattere culturale e informativo. Nel 2006 abbiamo portato a termine più di 20 iniziative tra mostre, concerti, corsi e conferenze. Ci piacerebbe che la Commissione ACERSAT coinvolgesse noi e tutte le altre associazioni studentesche nel momento cruciale in cui si decide la distribuzione delle risorse e dei fondi. In questo senso un regolamento sarebbe estremamente utile. Ecco perché abbiamo maturato

2

Lo I.U.S.S. è ormai un ente autonomo. Esso è stato il prodotto di un progetto dell’Università di Pavia, partito come esperimento qualche anno fa. Il fatto che sia autonomo significa che necessita di un corpo accademico il quale, attualmente, è estremamente esiguo. L’Università di Pavia ha più di 1000 docenti. Sono certo che tra questi mille ci sono competenze, capacità e progettualità tali per cui l’Università di Pavia non risentirà molto del fatto che alcuni docenti di altissimo livello hanno lasciato l’Ateneo. Allo stesso tempo potremmo affidare nuove responsabilità ad altri e offrire possibilità ai giovani. Perché da una parte abbiamo questi docenti di fama che

UNIVERSITA'
l’idea di istituire una sorta di tavolo di discussione insieme alle altre associazioni e ai gruppi culturali universitari in vista di un nuovo regolamento. Mi sembra una buona cosa. Apprezzo sempre le proposte che nascono dal basso, in questo caso dagli studenti e dalle Associazioni culturali. È chiaro che si tratta di questioni di cui si occuperanno il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione, ma secondo me è bene che ci sia un primo input degli studenti, che varrà come punto di partenza di cui tener conto per iniziare a lavorare. Ricordo che “Inchiostro” ha realizzato buone iniziative anche nella fase della campagna elettorale, quando aveva organizzato alcuni dibattiti che avevo molto apprezzato. Tutto questo va sicuramente valorizzato. In questo periodo di esami e di fine dei corsi, compiliamo, come tutti gli studenti, dei questionari di valutazione complessiva sul corso seguito e sull’esame appena sostenuto. Purtroppo abbiamo anche constatato che non ci vengono mai presentati i risultati di tali questionari e non sappiamo esattamente che fine facciano. Per ora, che io sappia, questi risultati vengono resi noti ai docenti, i quali dovrebbero apportare correzioni di rotta e adottare nuovi metodi. Credo che questo sia l’aspetto più importante e positivo. Andare oltre, cioè rendere noto a tutti quanti il risultato dei questionari ha degli aspetti un po’ delicati. Vi suggerisco, se volete approfondire il tema, di prendere contatti con il Prorettore per la Didattica, professor Francioni. Nell’ottica non di rendere pubbliche delle classifiche o cose del genere, ma di fare delle valutazioni di carattere generale e non specifico, sull’impatto del contributo dato dagli studenti.

Inaugurazione Anno Accademico 2006-2007
1182° dal Capitolare di Lotario 646° dall’istituzione dello Studium Generale Programma ore 10.00 Aula Magna Ingresso del Corteo Accademico accompagnato dall’Orchestra Accademica Camerata de’ Bardi Discorso inaugurale del Rettore Prolusione del prof. Lorenzo Rampa, Ordinario di Economia Politica Preferire l’equità nuoce all’efficienza? Intervento del Ministro dell’Università e della Ricerca On. Fabio Mussi Consegna delle Medaglie Teresiane, delle Borse e dei Premi di studio e delle Medaglie di Benemerenza Inno goliardico eseguito dal Coro della Facoltà di Musicologia ore 15.30 Cortile Volta – Loggiato del Primo Piano Dedica della lapide in memoria dei Professori Silvio Cinquini e Maria Cinquini Cibrario ore 16.00 Aula Volta Ricordi per Maria Corti Intervengono Renzo Cremante, Stefano Agosti, Giuseppe Curonici, Maria Antonietta Grignani, Paolo Mauri ore 17.00 Aula Foscolo Presentazione dei recenti volumi pubblicati dal Centro per la Storia dell’Università di Pavia nella collana Fonti e Studi (numeri 45 e 46) e nella sezione Documenti di arte e scienza (numeri 3 e 4) ore 17.45 Un modello di collezione digitale. Il Fondo “Plinio Fraccaro” della Biblioteca Interdipartimentale “Francesco Petrarca”.
Il tradizionale concerto, promosso dall’Associazione Docenti e Ricercatori dell’Ateneo Ticinense in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico, avrà luogo presso la Chiesa di S. Francesco, alle ore 21.15 L’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta da Piero Bellugi eseguirà musiche di W.A. Mozart e L. van Beethoven.

Lunedì 15 Gennaio 2007

Sfogliare Inchiostro...

La carica dei 206/1 Tasse universitarie e follia collettiva
di Claudia Chiodi
Un momento inevitabile nella vita di uno studente universitario è la visita in Segreteria. Lo sappiamo tutti, studenti ed ex studenti, che in segreteria bisogna avere anzitutto pazienza. Ritirare il proprio numerino, come al banco alimentari dell’Esselunga, aspettare il proprio turno (magari con la compagnia di un buon libro, che male non fa) e finalmente venire “serviti” allo sportello, sperando di trovare le risposte alle proprie domande, o almeno di avere un’indicazione valida su dove andare a cercarle. Ma la pazienza è, in questa come in molte altre situazioni, una virtù importante, considerando il fatto che le attese spesso sono giustificate dal particolare periodo dell’anno in cui ci si trova, e che le scadenze amministrative portano ad affollamenti inverosimili, tali da richiamare scene da stadio o da concerto punk. Così è stato anche quest’anno in occasione della scadenza per la consegna del modello 206/1, l’autocertificazione dei redditi che permette agli impiegati dell’Ufficio Tasse dell’Università di calcolare la seconda rata in maniera proporzionale alla situazione economica dello studente. Nella settimana precedente alla fatidica scadenza del 30/11/2006 gli sportelli dell’Ufficio I.S.E.E. di via Ferrata 1 si sono trovati di fronte alla prevedibile fila interminabile di studenti più o meno consapevoli di quello che venivano a consegnare, mentre da parte loro gli studenti si trovavano ad affrontare code di più di 200 persone e si vedevano di conseguenza costretti a trascorrere mezza giornata di attesa. In questo quadro già poco promettente si è aggiunto, in un placido mercoledì pomeriggio, il 29 Novembre per intenderci, la rottura del magico e fragile erogatore dei numerini elimina-code. Ebbene sì, in uno dei giorni dell’anno accademico con più affluenza in segreteria all’improvviso la macchinetta ha deciso di non volerne più sapere di erogare numerini da supermercato, e il cavo che la collegava alla presa elettrica a muro si è inspiegabilmente sganciato ritrovandosi a penzolare inerte nel vuoto. Gli studenti ammassati l’uno sull’altro in un groviglio di corpi, cervelli e giusta indignazione contro i maligni dipendenti universitari, che ancora una volta stavano complottando alle loro spalle, si sono riversati come un fiume in piena contro le porte a vetri della Segreteria Facoltà Scientifiche. Queste hanno cominciato a tremare sotto i colpi della carica dei giovani ansiosi di consegnare il modello 206/1 in tempo, e a nulla è valso il tentativo degli addetti agli sportelli di placare la folla, dicendo che tutti sarebbero stati serviti e che soltanto bisognava avere la pazienza di mettersi in coda e di entrare tre alla volta. No, giammai! È ora di ribellarsi! Volano insulti, manate, botte, graffi, in un avvincente scenario che vede contrapposti oltre 300 valorosi studenti contro i soprusi di una decina di terribili dipendenti statali nonché di due cattivissimi volontari del servizio civile. Ebbene signori, non tormentatevi domandandovi se i buoni alla fine hanno trionfato e se ora bivaccano sulle macerie dell’edificio “melanzana” che ospita la Segreteria delle Facoltà Scientifiche in Via Ferrata. La tregua è stata infine raggiunta grazie all’intervento del poderoso responsabile della segreteria di ingegneria, che, in maniche di camicia, si è messo sulla porta e, come un buttafuori da discoteca, ha fatto entrare a tre alla volta gli studenti terribilmente vilipesi. Alcune osservazioni su questo interessante pomeriggio: Fino a qualche anno fa l’erogatore di numeri elimina code non esisteva, e le Segreterie (Umanistiche e Scientifiche) erano concentrate nella vecchia sede di via Sant’Agostino. Strano che non sia mai successo nulla, e che tutti i maligni dipendenti di allora siano ancora vivi e vegeti! Poveri studenti, in effetti come fanno ad essere pazienti? Il modello 206/1 poteva essere consegnato soltanto dal 1 Agosto! In quattro mesi non si può certo pretendere che tutti preparino la loro dichiarazione dei redditi! Da compatire un altro povero giovane indignato che ha espresso tutta la sua rabbia ricoprendo di insulti un dipendente della segreteria che stava cercando di spiegare il problema e che da mezz’ora tentava di aggiustare l’erogatore elimina code. Nonostante sia arrivato all’Università probabilmente non è ancora al corrente del fatto che con “Educazione” non si intende soltanto quella “Fisica e tecnica sportiva” o “Motoria preventiva e adattata”…. In conclusione tutto è bene quel che finisce bene. È probabile che questo sia stato il commento della Polizia, che, tempestivamente avvisata dell’assalto, in Via Ferrata ad oggi ancora non si è vista. Chissà, magari per le feste…

Vuoi fotografare? Scrivi a redazione@inchiostro.unipv.it
3

il portale degli studenti è qui

Gomorra. Reportage d
Nessun dorma
di Valerio Bifulco Crotti
Viviamo in un contesto storico che non possiamo denigrare o emarginare da noi stessi, sognando un tempo migliore che forse per l’uomo non è mai esistito. Ed è ora di aprire gli occhi e darsi una mossa. In un’Italia dove regna il clientelismo, la telefonata di raccomandazione, per la serie “lo fanno tutti, sennò come fai?”, il geniaccio italiano ha preso una strada sbagliata: è impregnato di egoismo e narcisismo (qualità di un genio?) e non ha né tempo né voglia di pensare a certe cose che appaiono lontane, sfocate, solo per qualche secondo sullo schermo del televisore o, nella migliore delle ipotesi, in qualche pagina di giornale. Immaginiamoci, o meglio ricordiamoci di tutte le volte che, mentre ceniamo, al telegiornale danno una notizia con morti e feriti e pensiamo: “è orribile”. E poi andiamo avanti a mangiare. Come se non fosse accaduto nulla. Il mio, lo avrete già capito, è un atto di volontà, forse anche presuntuoso, teso a renderCi partecipi. Io stesso mi metto in prima fila. Ad ascoltarmi. Per tentare di capire il sistema criminale che viene generalmente denominato mafia (il termine deriva dall’arabo maha, cava di pietra, o mahias, spacconeria) è necessario cancellare dalla mente gli stereotipi di gente con la coppola in testa, sigaretta e lupara. La mafia è cemento, gara d’appalto vinta in partenza, immolarsi seguaci di Cristo che in nome di interessi personali, “d’onore”, non esita ad armare ragazzini che, cresciuti con le foto ai cellulari dei boss di quartiere, non aspettano altro che un’occasione per farsi un nome nella loro zona. È mentalità. È affari. È regime. È malasanità, (in Sicilia è imperante, come si vede anche dalla gestione di cliniche private con 6000 posti letto ma con nessuno di questi adibito al pronto soccorso, per scegliere così quale malato avere lasciando il “lavoro sporco” alle cliniche pubbliche) . È investimento legale dopo aver guadagnato il necessario, e il superfluo (e l’iperfluo), attraverso gestione di narcotraffici, operazioni di racket, estorsione, usura, minacce. E tutte queste parole hanno un peso. Tra i bassi di Eduardo De Filippo, le stradicciole di Leonardo Sciascia, i monti sardi, la zona calabro-lucana e la Basilicata, questo fluido melmoso, la mafia, travestita con giacca firmata e doppiopetto, risale l’intera penisola e fa investimenti, trasporta ogni tipo di merce redditizia per tutta l’Italia, l’Europa e oltre. Tutte le parole hanno un peso. Secondo una stima di Legambiente, se si accorpassero tutti i rifiuti sfuggiti al controllo legale, avremmo davanti ai nostri occhi una montagna alta 14.600 metri con una base di 3 ettari! Ricordiamoci che il Monte Bianco raggiunge i 4.810 metri e l’Everest 8.844 metri… A voi le considerazioni. La mafia è l’economia. Roberto Saviano, nel suo libro Gomorra, che consiglio vivamente di leggere, racconta, tra le altre cose, dell’egemonia dei clan camorristi delle famiglie Schiavone e Bidognetti anche in questo settore. “I boss non hanno alcun tipo di remora a foderare di veleni i propri paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivono le proprie ville e i propri domini…”. Questo non è un problema loro. “Nel tempo immediato dell’affare c’è solo il margine di profitto elevato e nessuna controindicazione”, ed è questo che importa. Anche i rifiuti trattati negli impianti di Pavia venivano spediti ni Campania. “Vivere in terra di mafia, sembrerà anormale, dà uno strano privilegio: quello di comprendere il meccanismo reale dell’economia capitalistica, perché ti sbatte sul muso il segmento criminale su cui l’impresa, il business e il profitto poi genera la sua potenza”. Scarti di produzioni, accumulati per decenni in campi agricoli. E il tempo passa. I rifiuti tossici e “normali” continuano ad arrivare, indifferentemente. La natura però si mostra. Il grano colmo di piombo, la terra di amianto. La gente che si ammala da un giorno all’altro, malattie, tumori. Morti. Le parole hanno un peso. “Lo smaltimento è un costo che nessun imprenditore italiano sente necessario” continua Saviano. Ho parlato con persone, anche professori, che ritengono che la globalizzazione sia un’opportunità concessa a noi che viviamo il nuovo millennio, e come tale deve essere considerata. Chi lo capisce migliora la sua condizione di vita e sopravvive in questo sistema, che necessariamente deve andare avanti così, pensando a se stessi. In parole spicciole, la globalizzazione, il prodotto del nostro tempo, ciò per cui questi anni verranno ricordati da un futuro che forse li rinnegherà, è la guida d’istruzioni alla teoria del più furbo; delle lobbies di potere e, in esse, della criminalità organizzata. Ma che ne sarà di tutti noi DOPO, in un futuro molto prossimo, se non si interviene in modo incisivo contro questo SISTEMA? Siamo noi la nuova generazione. Saremo noi i futuri genitori, se avremo la forza di dare vita a una nuova famiglia; saremo noi i nuovi lavoratori (precariato non-permettendo), i futuri maestri, la futura istituzione, la futura Italia e abmembri della Commissione Antimafia che siano moralmente incompatibili per il ruolo adibito (visto che in Parlamento ce n’è, di gente pregiudicata)? Perché non educare alla legalità?… Domenico Luppino è stato sindaco di un paese calabro, Sinopoli. Riteneva che ci fossero irregolarità in certe gare d’appalto e aveva chiesto di effettuare dei controlli. Dopo il suo intervento tutti gli assessori se la sono svignata: non volevano avere niente a che fare con lui. Aveva osato fare il suo dovere. Poi, come in un film visto e rivisto, comincia a subire l’indifferenza e il disgusto del paese. Il panettiere che ti intima di andare a fare la spesa al supermercato, il fruttivendolo che non ti vuol più vedere, gli sguardi che si voltano dall’altra parte

Carovana antimafia a Locri
biamo il DOVERE di non appoggiarci sul letame in cui viviamo. Badate, non sono parole al vento! Il letame è proprio tra le dita dei nostri piedi! E anche se forse non ce ne rendiamo conto, ci camminiamo sopra ogni giorno. E lo respiriamo. Nessuno di noi si senta escluso. “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze dell’ordine e delle istituzioni”. Politicanti, ricordate l’appello di Giovanni Falcone e non fate orecchio da mercante. Il livello di impunità raggiunto in questi ultimi anni di governo Berlusconi è impressionante; l’inadeguatezza della precedente legislatura e dell’ex-presidente del Consiglio ha censurato l’informazione e ha basato il suo consenso sulla demagogia a livello mediatico. Intanto “il Leviatano della criminalità organizzata ha compreso le logiche dei media, gli spazi della politica, le modalità del nuovo potere e ha deciso di mostrare la possibilità di morte, piuttosto che esprimere in atto tale potenza. Sparare, terrorizzare, ostentare la propria potenza militare non è conveniente, o meglio, non è conveniente in ogni fase”, per non attirare su di sé i riflettori, come dice Saviano in un suo articolo. Perché non fare un accordo internazionale per la chiusura dei paradisi fiscali? Perché non riformare il processo penale e cambiare la legge sul sequestro e la confisca dei beni mafiosi (ci vogliono 10 anni per renderli utilizzabili…)? Perché non far passare un emendamento che permetta l’opportunità di non scegliere della strada mentre passi… Sentire un profumo che ti toglie per un attimo da sotto il naso il continuo puzzo criminale, nel migliore dei casi crea imbarazzo, fastidio e sconcerto; altrimenti fastidio e ripudio. Passano i giorni e Domenico Luppino è sempre più solo. Lo Stato lo ha lasciato in un deserto di omertà. Ma resiste. Fino a quando sua figlia di sette anni torna da scuola e, con l’innocenza in viso, gli chiede come mai i suoi compagni di classe continuano a dire che suo papà è un infame… “Ma che vuol dire infame, papà?”. Come fai a spiegare a tua figlia il significato di una parola che è in sé espressione di una mentalità, per di più messa in bocca a bambini di una scuola elementare?! Di fronte a questa realtà, Domenico Luppino si è visto costretto a dare le dimissioni perché ritenuto “scomodo” da tutti. La cultura è uno strumento che può cambiare la mentalità. Con la volontà e la speranza di poter ancora contribuire (questo scritto è solo un piccolo passo), invito tutti voi a riflettere sulla realtà, quella vera, che vive il nostro Paese. A continuare a sdegnarsi e a non tacere. Per esperienza personale, mi rendo conto che spesso è più conveniente far finta di nulla. “Già la vita è breve, la vuoi accorciare ancora di più?” mi è stato detto durante una chiacchierata. “Certe cose son problemi più grandi di te, al di sopra delle tue forze”. Un articolo non può cambiare la realtà. Ma può aiutare a cambiare il modo di vedere ciò che ci circonda. Spero di aver fatto comprendere che lottare contro certe ingiustizie non è solo retorica, ma è una volontà che nasce dalla propria coscienza e dalla considerazione che tutti noi siamo di passaggio. E allora perché non lasciare un futuro decente a chi verrà dopo di noi?

www.studentipavia.it

Realtà nascoste

4

Gioventù campana e camorra
di Gabriele Ruberto
I ragazzi campani vedono la criminalità per le strade, negli affari dei piccoli e grandi commercianti. Vedono la droga che circola sotto l’occhio indifferente e omertoso delle autorità. Vedono i rifiuti sparsi ovunque senza che nessuno li raccolga: accatastati in montagne, quasi a nascondere la vergogna che dovrebbe invece sommergere chi quella “munnezza” avrebbe dovuto e non si è mai impegnato a spostarla. I ragazzi campani vedono il dominio costante, incessante della “legge della strada”, per cui uno sguardo di un secondo in più o in meno rivolto alla persona sbagliata può risultare decisivo per la vita o la morte. Vedono la classe politica a livello nazionale, che promette aiuti e risoluzioni di problemi, sempre disattesi, e gli amministratori locali, per la maggior parte indagati per mafia o con precedenti mafiosi. I ragazzi campani non possono sottrarre gli occhi da tutto ciò. E per sopravvivere devono adeguarsi. Dalle notizie di cronaca che ci giungono, di sparatorie e omicidi, la Campania potrebbe apparire a volte come una sorta di Far West. Ma non è questo, non può esserlo. Perché in questi luoghi i pilastri della convivenza sociale sono sorretti, o meglio erosi, dal marciume della Camorra. È come se quei cumuli di rifiuti, divenuti la normalità nelle strade di Napoli, diventino quasi la rappresentazione della base di una società governata dalla criminalità, organizzata o meno. L’autunno “caldo”, vissuto da Napoli in particolare, non è Misso; il 31 vengono freddati due pregiudicati a Torre del Greco. E tra i fatti di camorra, sempre ad ottobre, si sono inseriti quelli di criminalità “di strada”: oltre al numero di furti e scippi vari divenuto insostenibile, un tabaccaio, a Crispano, ha colpito a morte un rapinatore con la sua pistola e ferito il complice sedicenne, mentre a Pozzuoli una lite per una ragazza contesa ha portato all’uccisione di un diciottenne. Questi ultimi fatti non possono essere considerati di natura camorristica, ma sembra che in essi sopravviva quasi uno spirito, una matrice di camorra. Anche per questo appare inutile l’aumento esponenziale del numero di forze dell’ ordine o la proposta, ancora attuale, di un invio dell’esercito a Napoli. Carabinieri o polizia non possono essere in grado di sradicare un male presente da anni e anni nella società, tra la gente comune come nelle autorità e nelle amministrazioni. Né pare possibile una soluzione proveniente dalla commissione parlamentare antimafia recentemente insediatasi. Essa arriva dopo la bocciatura del 5 luglio 2006 in parlamento di un emendamento che avrebbe negato l’accesso nella commissione dei pregiudicati o inquisiti per mafia: guarda caso dell’attuale commissione fanno parte Alfredo Vito e Cirino Pomicino, entrambi condannati a 2 anni per svariati episodi di corruzione e finanziamento illecito, nonché Franco Malvano, ex-questore di Napoli indagato per camorra. L’intervento dello Stato si

L’autunno “caldo” di Napoli e dintorni
22 ottobre Killer sparano tra la folla, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, e uccidono Salvatore Attanasio, sorvegliato speciale di 37 anni. 23 ottobre Muore in ospedale, per le gravi ferite riportate in un agguato poche ore prima, Antonio Invito, di 36 anni: il cantante neomelodico era coinvolto negli ambienti dello spaccio della droga ad Acerra. Umberto Autiero, 25 anni, viene trucidato nel parco Verde di Caivano, a nord di Napoli. La sala di rianimazione dell’ospedale di Frattaminore, dove l’uomo arriva già morto, viene devastati da parenti e amici della vittima. 26 ottobre Ad Acerra , Ciro De Fiore, importante esponente di un clan mafioso e sorvegliato speciale, viene ucciso mentre è alla guida della sua auto con al fianco la moglie incinta, che rimane illesa. 27 ottobre Luciano Loffredo, considerato il reggente del clan Falanga, viene ammazzato tra la folla a Torre del Greco. A Crispano, vicino Napoli, un tabaccaio uccide un rapinatore, un pregiudicato di Afragola, e ferisce il suo complice sedicenne. 29 ottobre Nei pressi della Solfatara di Pozzuoli, in provincia di Napoli, si consuma una lite di gelosia con l’omicidio, da parte di un sedicenne, di Daniele Del Core, 18 anni, ed il ferimento di un amico della vittima. 30 ottobre Vincenzo Prestigiacomo, genero di Umberto Misso, fratello del capoclan Giuseppe, è vittima di un agguato nel centro di Napoli: rimane coinvolta anche una passante incolpevole. 31 ottobre A Torre del Greco vengono assassinati due pregiudicati: l’omicidio sembra la risposta a quello del 27 di Loffredo. 25 novembre -14 dicembre Domenico Idioma, 30 anni, Napoli; Armando Altiero, 38 anni, Qualiano; Antonio Palumbo, 63 anni, Giugliano; Mario Scognamiglio, 54 anni, Torre del Greco; Mario Sorrentino, 50 anni, Torre del Greco; Gennaro Vitiello, 52 anni, Torre Annunziata; Giovanni Giuliano 31 anni, Napoli; Luigi Borzacchiello, 47 anni, Acerra. Sono solo alcuni dei morti ammazzati in Campania nei 19 giorni trascorsi tra la visita a Napoli del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e quella del ministro dell’Interno, Giuliano Amato. 2006 Il numero di omicidi di camorra arriva vicino a quota 70 vittime, numero tuttavia inferiore a quello degli anni precedenti.

La fine del mondo
altro che la rappresentazione del degrado massimo a cui la città, e la regione in generale, sono andate incontro. Soprattutto a fine ottobre la lista dei fatti di cronaca nera è impressionante: il 22 alcuni killer sparano in mezzo alla folla uccidendo un sorvegliato speciale di 37 anni nel quartiere di San Giovanni a Peduccio, a Napoli; il giorno dopo vengono trucidati un cantante di 36 anni coinvolto negli ambienti della droga di Acerra ed un venticinquenne nel parco Verde di Caivano; il 26 un altro sorvegliato speciale, esponente di un clan camorristico, viene ucciso alla guida della sua auto (e con la moglie incinta affianco); il 27 è il turno di due membri di una famiglia protagonista di guerre di camorra a Torre del Greco; il 30 viene assassinato in pieno centro Vincenzo Prestigiacomo, uomo vicino al capoclan Giuseppe è poi limitato alle visite del presidente della repubblica Giorgio Napolitano e del ministro dell’interno Amato. Quest’ultimo nel suo discorso davanti ad una platea di giovanissimi napoletani, a metà dicembre, ha definito la camorra come “modello non vincente”. Ma il modello camorristico è l’ unico che si presenti innanzi ai ragazzi campani, esso si insinua a tutti i livelli, in ogni strato sociale e si dimostra senz’altro vincente davanti all’indifferenza della società e dello Stato in particolare. Uno Stato scandalizzato da certe questioni solo nei (rari) casi in cui diventino oggetto centrale dell’ interesse dell’opinione pubblica, tenuta tranquilla grazie alle solite vacue promesse. I ragazzi campani vedono questa indifferenza, l’indifferenza di noi tutti, che ci rende complici silenziosi.

www.studentipavia.it
5

il portale degli studenti è qui

dalle Mafie Quotidiane

CULTURA, ATTUALITA

L’articolo non ti è bastato? Commentalo online http://inchiostro.unipv.it

Il credito fantasma
di Gabriele Conta
Prendete i 13 euro che spende ogni mese chi possiede un cellulare con scheda ricaricabile. Moltiplicatelo per i 67 milioni di SIM Card attive in Italia. Aggiungete infine un pizzico di falsa concorrenza, e avrete l’astronomica cifra di 1,7 miliardi di euro. Questo è quanto ricavano annualmente le compagnie telefoniche soltanto dai cosiddetti “contributi di ricarica”, vale a dire da quell’importo, oscillante tra uno e cinque euro, che paghiamo ogni volta che acquistiamo una ricarica per il nostro insostituibile amico telefonino. Ma quando sono stati introdotti questi costi aggiuntivi, di fatto sottratti al nostro credito telefonico? Perché? C’è qualche possibilità che vengano eliminati? Vediamo di fare chiarezza. Innanzi tutto questi “contributi di ricarica” non sono affatto tasse, come il nome potrebbe far pensare, dato che una tassa per definizione viene pagata all’Erario. Questi soldi non entreranno mai nelle casse dello Stato, perché finiscono direttamente nelle tasche delle compagnie telefoniche. Niente balzi e balzelli, dunque, ma una voluta politica commerciale delle aziende della telefonia mobile. Telecom Italia Mobile è stata la prima a introdurli, nel 1997, ricalcando il sistema del canone di concessione governativo, una tassa (questa sì) di 5,16 euro al mese che deve pagare chi possiede un contratto ad abbonamento. Le altre società, avendo subodorato l’affare, hanno sfruttato anche loro l’effetto disincentivante di questa tassa, spingendo sulle carte prepagate – comprensive di contributi di ricarica – e ingannando così di fatto i consumatori. Questi contributi di ricarica per l’Authority “rappresentano un’anomalia italiana”, in quanto non sono presenti in nessun altro Paese europeo. Questo sarebbe già grave di per sé, ma è aggravato dal fatto che le stesse aziende all’estero non li riscuotono. Perché adottano questa politica commerciale soltanto nel Bel Paese? Evidentemente ritengono i consumatori italiani più stupidi degli altri. C’è chi dice che nel nostro Paese

Il credito che scompare

le tariffe della telefonia mobile siano più basse rispetto al resto dell’Europa, e che quindi questi contributi servano per controbilanciare i prezzi. Anche questo non è vero: l’AGCOM ha stabilito che i prezzi sono sostanzialmente uguali in tutto il Vecchio Continente. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, le tariffe dei contratti ad abbonamento sono affini a quelle delle prepagate. E benché queste siano costantemente diminuite dal 1997 ad oggi, i contributi di ricarica sono rimasti invariati. L’unica novità (negativa) è stata l’introduzione di tagli di ricarica più bassi, fino ai cinque euro, più appetibili per chi ha scarse disponibilità economiche, vale a dire gli anziani, i giovani, e i giovanissimi. Il rapporto chiarisce come per questi tagli più bassi, sotto i 20-30 euro, l’incidenza dei contributi di ricarica sia molto più alta rispetto ai tagli più elevati. Questo significa discriminazione di alcune fasce di popolazione, quelle più basse, che si trovano a dover pagare proporzionalmente di più rispetto alle fasce alte. Questo è contro la legge (precisamente contro la legge 481/95), che prescrive alle compagnie di prestare un servizio in condizioni di eguaglianza per tutti gli utenti. Si è detto che questi contributi di ricarica esistono – solo in Italia, è bene ribadirlo – dal 1997. Perché ce ne accorgiamo solo adesso? Il merito va a uno studente ischitano, Andrea D’Ambra, che sul suo sito Internet (www.aboliamoli.eu) ha sollevato il problema, ha scritto una petizione “firmata” da 800mila persone, e l’ha inviata alla Commissione Europea, che ha subito invitato le Authority italiane ad indagare. Il 13 dicembre 2006 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – dopo aver condotto un’approfondita e molto interessante indagine, scaricabile sul sito Internet di Andrea D’Ambra – ha deciso di promuovere un intervento regolamentare a tutela degli utenti. Entro 30 giorni ci dovrebbe essere la decisione defi-

nitiva (che, al momento in cui scriviamo, non è ancora giunta, NdA). Cosa possiamo fare nel frattempo? Se spendete tanto per il telefonino, passate all’abbonamento: vi conviene. Se l’idea della bolletta mensile vi terrorizza, allora risparmiate un po’ e compratevi ricariche superiori ai 50 euro. Se volete, cambiate compagnia: Wind e H3G non prevedono contributi di ricarica per i tagli più alti. Se potete, aspettate: una rimodulazione di questo meccanismo iniquo e sleale è molto probabile. C’è anche chi consiglia di conservare gli scontrini delle ricariche fino ad oggi effettuate, per presentare in seguito richieste di rimborso alle compagnie telefoniche. E, infine, prima di prendere il cellulare, ogni volta chiedetevi: “Se non avessi il telefonino mi fermerei ad una cabina telefonica?”…

“Indigènes”, dalle sale all’Eliseo
Può un film influenzare considerazioni storiche e sociali? Per Rachid Bouchareb, sì.
di Andrea Giambartolomei
Si può rimanere sorpresi dai risultati ottenuti da alcuni film quando questi propongono una visione della storia che non è proprio quella che ci viene rifilata sui testi, e i loro risultati non sono limitati solo al botteghino, ma estesi alla politica e alla società. È il caso di “Indigènes”, un film franco-marocchino-algerinobelga diretto da Rachid Bouchareb. A prima vista lo si potrebbe scambiare per un qualsiasi film di guerra ben realizzato, ma dietro c’è qualcosa di più. “Indigènes” narra della partecipazione delle truppe coloniali francesi nella Seconda Guerra Mondiale: l’esercito d’Africa. Lo fa partendo nei villaggi del Maghreb dall’ arruolamento dei soldati al fine di salvare la “Madre Patria” Francia, seguendoli in Italia (dove si battono contro i Nazisti) diretti verso la Provenza, da qui fino la fredda Alsazia, luogo dello scontro finale. Soldati partiti per ideali e anche per colpa della povertà e chiamati dai capi, in maniera spregiante, “indigeni” per differenziarli dai militari francesi. A tratti i quattro soldati protagonisti, alle prese con le armi, le stranezze dell’ Europa e con il freddo, ci sembrano un’armata Brancaleone, ma questa non è una commedia. Questi rappresentano circa 130 mila africani delle colonie arruolati per battersi in Europa contro l’invasione nazista, 130 mila soldati che non erano trattati come tutti gli altri e non lo sono tutt’ora: la Francia, alle prese con il suo passato e la società d’oggigiorno, non sa se considerare il suo colonialismo positivo o negativo e, nel frattempo, lascia “congelate dal 1959” le pensioni ai soldati delle truppe africane. Qui sta la forza di questo film: malgrado la sua somiglianza alle produzioni holliwoodiane, malgrado i tratti a volte demagogici e retorici, ricorda ai Francesi che, oltre alle truppe di Francia, ai partigiani e agli alleati anglo-americani, c’erano altri soldati ingaggiati nella liberazione, e ci ricorda che il loro impegno andrebbe riconosciuto meglio. Così, questo film, dopo il premio di Cannes (collettivo, per la miglior interpretazione maschile a Jamel Debbouze -già visto in Amélie Poulain, AngelA di Besson o She Hates Me di Spike Lee -, Samy Naceri, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Bernard Blancan) ha ricordato a Jacques Chirac che bisogna fare qualcosa. In seguito a una proiezione riservata per il presidente della Repubblica in compagnia di Bouchareb e Debbouze, Chirac ha affermato che bisogna “andare più lontano” per migliorare la situazione di questi ex combattenti delle Colonie, il cui impegno non ha ricevuto il giusto merito, e per questo s’appresterà a rivalorizzare le loro pensioni. Per tanti reduci quest’affermazione di Chirac ha il valore di una speranza, la speranza di ottenere dopo dirca cinquant’anni un giusto riconoscimento; per Rachid Bouchareb, francese “beur” impegnato nel cinema politico sin dai suoi esordi, il risultato può valere come una ricompensa degli sforzi fatti nella sua carriera, mentre per altri vale come attesa di un cinema più intelligente e impegnato, socialmente utile.

Una scena dal film di Bouchareb

6

Les Hommes Livres
di Giulia Schiavetta
In “Mille anni che sto qui” Mariolina Venezia condensa tutto: umorismo, tragedia, amore e odio attraverso le vicende della famiglia Falcone dal 1861 ai giorni nostri, dal capostipite all’ultima della famiglia, dal piccolo paese di Grottole fino all’America e Parigi, da dove si torna al paese di origine per un nuovo inizio. La vera protagonista è la storia. I personaggi, quelli in carne ed ossa, appaiono sulla scena per poco prima di essere riportati nell’ombra dal tempo che scorre inesorabile, dopo aver affrontato quanto la storia aveva in serbo per loro. Ed essa non risparmia davvero nulla alla famiglia che, attraversando le guerre, il fascismo, l’immigrazione, l’attività politica e le disillusioni che seguono diventa quasi un simbolo delle vicende italiane. Accanto agli avvenimenti storici, si affacciano le vicende personali di tutti i personaggi, che con la loro personalità personalizzano gli eventi a cui partecipano attraverso uno sguardo ora ironico ora malinconico, grazie all’autrice che sembra cambiare tono a seconda del personaggio che in quel momento è sul palcoscenico della storia. E i personaggi sono così diversi tra di loro da rendere il romanzo estremamente vario. C’è Albina che vive la sua vita nel nome dell’invidia per la sorella Costanza, Candida e Colino con la loro storia d’amore e Rocco che da giovane fiducioso nella politica diventa un uomo disilluso di tutto. Man mano il romanzo acquista una nuova cupezza, sottolineata da un impercettibile cambiamento di tono. L’inizio del romanzo fino a più di metà è costruito, per la maggior parte, attraverso le voci degli abitanti di Grottole, con le loro maldicenze, la loro ironia e i loro pettegolezzi che si incrociano e si mischiano alla narrazione dell’autrice che sa però scomparire dietro queste voci e dà al romanzo una naturalezza particolare che lo fa sembrare nato dal paese stesso e riflette la mentalità della gente qualunque che giudica ciò che succede con semplicità. Con il passare del tempo le voci scompaiono anche perchè il paese stesso non è più il centro degli avvenimenti, ma compaiono luoghi nuovi, come le città in cui le nuove generazioni della famiglia si trasferiscono e Parigi che diventa il simbolo della novità e del cambiamento. Talvolta vengono mostrati i paradossi che il cambiamento produce come nel caso di Rocco che essendo andato a scuola parla l’italiano e per questo non riesce a comunicare con la madre che conosce solo il dialetto natio. Spesso infatti affiora il tema dell’incomunicabilità tra i personaggi che talvolta impedisce loro di comunicare i loro sentimenti che pure traspaiono

dalle loro azioni, come accade a Don Francesco che neppure in punto di morte riesce a confessare alla sua amante quello che ha provato per lei, oppure i loro desideri come Mimmo che non è in grado di confessare alla madre di non avere fede, quando lei lo vorrebbe prete. Il ritorno finale al paese non è definitivo, ma è solo una pausa prima dell’addio definitivo da parte dell’ultima esponente della famiglia che lascia il paese dopo la morte della nonna, cioè dell’ultima rappresentante del passato che appare quasi ansiosa di morire per ritrovare coloro che hanno fatto parte del suo tempo.
Avete letto la recensione del libro “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia, gentilmente offerto dalla libreria Il Delfino. Cercatelo in giro per la città, ora è libero grazie al Bookcrossing!

Una cena degna di nota
di Francesca Macca
“Dietro ai volti sconosciuti/ della gente che mi sfiora/ quanta vita, quante attese di felicità…”. Come vorrei averle scritte io le splendide parole di questa canzone… Sono un tormentone nella mia testa, e stasera i “volti sconosciuti” sono stati quelli di Ngum, Louis, Shelsa, Jules, Hermine “and friends from Camerun”, tutti studenti di medicina del mio corso, che hanno fatto trascorrere a me e ad alcuni tra i miei colleghi una serata degna di nota. Incontro allo stato puro tra due mondi, Camerun – Italia, e anche tra i piccoli ma pur grandi mondi di ciascuno di noi. Un viaggio in una stanza… e una cucina! Gli ingredienti, con sapienza, sul fuoco hanno preso il loro posto nel puzzle delle pietanze: fagioli neri con bigné loro fratelli, pollo fritto tra fagiolini e carote sue ancelle, e infine banane annegate nell’olio bollente (che, anche a noi salutisti, ogni tanto non fa male). Un tuffo speziato in quei sapori nuovi, strani, gustosi tanto che o li ami o li odi, e allo stesso tempo la scoperta di un frammento di nuovo mondo. Esemplare il rispetto con cui ci hanno trattato: non hanno toccato cibo fino a che noi non ne avessimo gustato per bene ogni sfumatura! E commossa da quel viaggio da seduta, Ngum, come una “Big Mama”, mi ha passato un braccio intorno alla testa appoggiata sulla sua spalla forte. Il vino in compagnia ha fatto buon sangue, e i succhi di frutta sono stati un idrante contro il piccante… sembra uno spot, ma amo le rime! E dopo la magica cena si sono aperte le danze: vedere le africane ballare è soave. Le loro movenze sono trainate dal ritmo della “Macusa”, danza tipica camerunese: sembra quasi che escano da loro stesse per farsi burattini consapevoli fra le mani delle note. E mostrano una naturalità ormai quasi perduta qui tra noi dalle “buone maniere”, spesso ipocrite: movimenti sensuali, liberanti, un abbandonarsi completo, per il solo amore della musica. E a fine serata uno di noi, “viso pallido”, ha detto: Quasi quasi cambio partito… - ma RESTA DOVE SEI! Per il rispetto del diverso non esiste politica, basta solo una mente aperta, che veda una persona diversa, sì, ma perché tu possa prendere un po’ di lei e lei un po’ di te. Diverso, non superiore, non inferiore. Diverso, ma il gradino è lo stesso. Ed è grande abbastanza per tutti e due, se ci si sta con i piedi giusti.

Lo ripeterò all’infinito
di Pietro Mininni
Proprio così! Non tutti i borghesi sono cattivi. Ci sono dei borghesi buoni e borghesi cattivi. Inquadro la borghesia in quella fascia di popolazione che all’incirca guadagna più di 50.000 euro netti all’anno e che di conseguenza raggiunge una buona posizione sociale. Le famiglie si sentono piuttosto sicure ed hanno una particolare sensibilità: la percezione di non essere inferiore a nessuno, la convinzione di riuscire ad immettersi in quella serie di relazioni inter-personali (raggruppando così svariate categorie di lavoro) per avere maggiori “sicurezze”, ”amici”, “contatti”. Per esempio un professore di Economia può avere contatti con le riviste, con le aziende, col ministero, con i vari enti, con la politica, e così un medico etc… A questo punto c’è un bivio, suona la campanella della Repubblica, una scelta. Nascono i cattivi e i buoni. I cattivi: non piangono ma sono sicuri di sé, non nutrono rabbia, non cantano sotto la doccia ma tendono per lo più a farsi compiacere dalla gente, sembrano simpatici ma ti accorgi subitissimo che sono di altra materia. E così ci si permette di scrivere su Platone e poi sistemare il figlio nell’Università, di diventare quadro nel Partito Democratico e poi promettere al figlio (sempre lui) uno spazio nella nuova editoria, di conoscere per vie traverse l’assistente di un produttore televisivo quindi far assumere la figlia come valletta (come me la pensa Alberoni). Questa gente è mischiata tra noi, ha una maschera con una scritta invisibile: “ti sto fregando, pezzente”; è gente psuedointellettuale da conventicola che sparla di mafia e camorra quando poi predica la mafia invisibile degli intellettuali. Non so se questi signorini andranno nel Regno dei Cieli, di certo nel passato molti ma non tutti sono andati nei Gulag e quasi tutti sono finiti alla ghigliottina da Robe-

spierre. Ma le persone non si ammazzano, si combattono. I Buoni sono di tutt’altra specie: hanno dentro di sè una rabbia che non sanno come esprimere, sono pervasi da un desiderio di aiutare,

vogliono donarsi, dare soldi ai poveri, condividere la sofferenza altrui, sono disposti a perdere un mese di lezioni per vincere la causa di un mendicante maltrattato da un vigile. La stessa sicurezza

economica qui viene avvertita come un dover mettersi in discussione ed è proprio da qui che nascono i miti (San Francesco, Che Guevara, Ghandi). Questi sono amici del popolo, hanno il compito di esprimere la coscienza di tutta la popolazione. A carattere sociale, ahimè, sono più credibili istanze poste da loro che da un povero bidello per esempio. Ed è per questo che durante le manifestazioni quello che andava a patteggiare dal questore era un borghese, è per questo che durante il risorgimento tutti i popoli erano sempre incoraggiati e guidati dalla cosiddetta borghesia rivoluzionaria. Il pericolo è che il confine tra buoni e cattivi venga percepito superficialmente come ampio ma poi concretamente è sottile: sono sempre borghesi. Bisogna sacrificare costantemente e perennemente il proprio Io, spersonalizzarsi, vantare una certa moderazione dei costumi, non mantenere un contatto con la base ma esserLa. Tutta la gente, la moltitudine é tutta buona in sé perchè il male che può fare scaturisce da situazioni di malessere.

Vorresti diventare un famoso giornalista? redazione@inchiostro.unipv.it
7

CULTURA, ATTUALITA

UNIVERSITA'

L’agenda di tutti gli appuntamenti è su http://inchiostro.unipv.it

Un logo per la facoltà di Ingegneria
di Elisa Zanola
Ad ideare il simbolo della facoltà di ingegneria sono stati chiamati i neo ingegneri della laurea specialistica in Ingegneria edile-architettura. Questa scelta che coinvolge in prima linea gli studenti rientra in un progetto più ampio che vede nella responsabilità diretta dei discenti e nella necessità di un loro contributo creativo le linee guida per una nuova definizione del loro rapporto nei confronti dell’università Ce lo spiega, con una fiducia entusiasta verso le capacità e l’intuito dei giovani, il professor Angelo Bugatti, responsabile ed ideatore del concorso,nonché giudice dello stesso, insieme ai professori Stella, Cantoni, Spalla e Berizzi. “La ricchezza della gioventù e la sua forza culturale devono essere riconosciute”: un’affermazione che evidenzia quel ruolo determinante in nome del quale gli studenti , forze motrici dell’università, sono invitati ad agire. Il loro contributo sembra raggiungere le vette più alte del pensiero empirico – e della progettazione pratica, senza prenderci troppo sul serio, s’intende - proprio quando gli studenti sono coinvolti in impegni tesi al miglioramento delle strutture in cui transitano o, come in questa circostanza, alla determinazione culturale della propria facoltà, secondo un programma che ha previsto, attraverso la scelta di un’immagine, personalizzabile ma estendibile ad ogni studente della facoltà, una sorta di identificazione

Il logo vincitore
con essa, grazie a quello strumento, il logo, che è insieme veicolo di un’identità condivisa e mezzo per la creazione di un’identità individuale ed esclusiva. Anche gli insegnati prendono parte a questo processo,insegnando ad apprendere, ma soprattutto “insegnando per imparare”. Nell’ambito di questa proposta favorevole a un apporto diretto degli studenti alle attività dell’Università, fa capolino anche il nuovo concorso proposto per gli studenti di Ingegneria: quello relativo alla progettazione della “Casa in alluminio” in collaborazione con l’impresa Novalis; in questo modo gli allievi sono sottratti alle speculazioni metafisiche e matematiche dei loro studi (anche se per poco) e proiettati nella realtà lavorativa in cui si troveranno ad operare. Tornando al nostro logo, le domande che giungono spontanee (almeno alla sottoscritta), sono cosa esso rappresenti e perché, tra i 20 progetti presentati (che potete visionare sul sito della facoltà), sia stato scelto proprio questo. L’ingegno procace di Carlo Mas-

100 di queste tazze…
Irene Sterpi
Allo Studente Universitario Pavese: Caro studente, cara studentessa, vi sarà sicuramente capitato, nelle vostre peregrinazioni alla ricerca di aule, docenti, cibo e bevande, di arrivare al Cortile dei Tassi della labirintica Università Centrale. Ebbene, in quel grazioso cortiletto potete trovare un fantastico negozio: lo Shop-Up. Chi ha già fatto acquisti sa bene di cosa sto parlando: là dentro si possono trovare molti simpatici gadget con il logo della nostra Università, dalla penna all’astuccio, alla maglietta… Ma qual è l’oggetto che più di tutti rappresenta la vita dello studente-tipo? Cos’è quella cosa che vi tiene compagnia, posata sulla scrivania accanto ai libri, nelle notti passate a studiare, che vi aspetta al mattino accanto alla confezione di biscotti, che riscalda le mani (e lo stomaco) nelle serate d’inverno? Avete capito di cosa si tratta? Di una tazza, ovviamente! Quella che, ripiena di latte, caffé, the o cioccolata ci segue fedele, passo dopo passo, sorso dopo sorso, in tutti i momenti della nostra giornata. E allora, come cominciare al meglio l’anno accademico 2007 se non regalandovi una “mug” nuova fiammante, col bel marchio dell’ Università disegnato sopra? Da Gennaio allo Shop–Up saranno disponibili le nuove tazze da collezione. Come, non lo sapevate? Ogni anno esce un nuovo tipo di “mug”! Sarebbe bello collezionarle tutte per poi mostrarle agli amici, una volta terminati gli studi, come “testimoni” delle vostre fatiche. E non è finita qui: mi rivolgo a te, studentello spaesato, che hai appena cambiato città/facoltà/amici. Già ti vedo stringere tra le mani la tua vecchia e fedele tazzona con il logo dell’ateneo dove hai studiato per un po’. Scommetto che, ora che sei qui, vorresti anche tu la mug di Pavia. Bene, basta che tu porti l’altra tazza allo Shop-Up e riceverai subito la nostra, autentica e insostituibile! Bene, caro studente-tipo, ora hai un sacco di motivi per passare al più presto allo Shop-Up e prenotare la tua mug! Cosa stai aspettando? Affrettati! la mug 2007 La tua Tazza

similiano Magni, il vincitore del concorso, ha partorito, con quell’inconfondibile grazia dovuta alla sintesi estrema delle forme, il suddetto logo, che, nella stilizzazione efficace ed espressiva del simbolo rappresenta l’unione tra le torri di Piazza Leonardo Da Vinci e il Polo Cravino (la Nave, per capirci). Un simbolico matrimonio tra le facoltà umanistiche e ingegneria, un’ideale riappacificazione tra le scienze della natura e le scienze dello spirito? Forse è questo il tacito augurio a cui alludono le linee dure e rigide del logo, allineate in quella loro geometrica armonia… L’alloro della vittoria (e 400euro sonanti; mentre 200 sono stati quelli previsti per la seconda classificata, Monica Lena) non è stato conferito ad altri loghi, forse graficamente più accattivanti ma più complessi e di difficile comprensione. Altro criterio di scelta è stata la facile riproducibilità del logo vincitore, che verrà stampato sulla carta intestata della facoltà Ingegneria, su cappellini, tazze, zaini, magliette, distintivi…e che pertanto ha dovuto essere il più possibile consono a questi differenti usi. Il logo verrà poi sottoposto ad un lavoro di rifinitura da parte di un grafico esperto; perché, al contrario della Bauhaus, modello culturale e artistico di riferimento per gli ideatori del concorso, la facoltà di Ingegneria non dispone di un reparto grafico al suo interno. Data la precisione della comunicazione grafica e l’esistenza di regole accurate da rispettare - elementi che, ricorda Bugatti, caratterizzano anche i più celebri e intramontabili manifesti grafici del ‘900 - questo intervento esterno diviene necessario. Pare, infine, che ad ogni facoltà di ingegneria al logo in questione verrà assegnato un colore distintivo. Così, dopo tre incontri e le relative discussioni della commissione giudicante, gli onori della vittoria sono stati tributati a questo simbolo ,sintesi di un “momento di passione, confronto e ricchezza dialettica” che ha caratterizzato lo spirito di tutto il fortunato concorso.

Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 333.1950756 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 12 - Numero 38/68 - 12 gennaio 2007 Il giornale degli Studenti dell’Università di Pavia Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti.

Direttore responsabile: Alberto Bianchi Vicedirettori: Gabriele Conta Tesoriere: Elisa Zanola Webmaster: Alessio Palmero Aprosio Redazione:
Roberto Bonacina, Walter Patrucco, Irene Sterpi, Rossana Usai, Valentina D’Agnano, Elisabetta Rossi Berarducci Vives, Francesco Rossella, Alberta Spreafico, Andrea Giambartolomei, Francesca Macca, Giulia Schiavetta, Elena Provenzi, Alessio Palmero Aprosio, Luca Restivo, Raffaele D’Angelo, Luigi Congi, Pietro Mininni, Valerio Bifulco Crotti, Gabriele Ruperto, Alfonso Citarella, Federica Bertoncini.

Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 3500 copie. Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Fondi Acersat “Inchiostro”: 7.000 Euro.

8