Caffè all’Università

Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia

Caffè all’Università

13 marzo - ore 19.30

19 marzo - ore 18.00

APERITIVO ART JAZZ
MUSICA E ARTE DAL VIVO!

UNI<<VERSI
LETTURE di POESIA

Anno 12 * Numero 70 * 8 MARZO 2007 * Distribuzione gratuita

...con aperitivo...

Ideologia: il sogno della ragione
di Matteo Bertani
Ciò che più spiazza e disorienta nella recente indagine antiterroristica, volta a smantellare un residuato bellico eventualmente presente nella nostra penisola, è la giovane età di alcuni dei coinvolti. Infatti nelle nostre memorie infantili è normale considerare la figura del “terrorista” come un uomo fatto e finito, di corpulente virtù fisica ed elevata caratura emotiva. Trovarsi ora di fronte a personaggi nostri coetanei potrebbe quasi farci sentire bambini e, forse, anche un poco immaturi. In realtà la questione è diversa ma sostanziale: l’ideologia, rossa, bianca o nera che sia, è il substrato che accomuna le generazioni. Nuove o passate che siano. Il sottoscritto l’ideologia non l’ha mai capita. Questo per dire che prediligo movimenti verso passi ragionati, magari non misurati, ma sempre giustificati da presupposti razionali. Pare proprio questo non essere il caso di molti. Così si reclama a gran voce ogni cosa ci paia degna della nostra attenzione, in ogni dove e in ogni momento. Così si accecano le menti con preconcetti anacronistici e mai realizzati, poco pratici e oltremodo illeciti. Così si crede di poter portare avanti una battaglia persa ormai da tempo, condannata ormai da ogni qual si voglia punto di vista. Basta accorgersi come, ad esempio, negli organi più o meno istituzionali della nostra Università, vada per la maggiore schierarsi per “partito preso”, più che per “pensiero fatto”. Certo, i giovani sono tali, sono deboli, sono fragili. Ciò nonostante paiono coriacei e pronti ad impugnare diritto di parola o diritto di pistola, per rivendicare, non si capisce spesso quale stato di natura. I partiti sono figli dell’ideologia si potrebbe dimostrare ed i partiti sono il costrutto della democrazia. Se non ti schieri sei qualunquista, si potrebbe criticare, e se ti schieri in relazione alla situazione corrente sei voltagabbana. Insomma sembra proprio non si possa pensare liberamente nella necessità doverosa di manifestare un (vuoto) senso di appartenenza. Peccato che spesso, in conseguenza di ciò, si impedisca all’individuo di valutare in maniera obiettiva e ponderata le proprie azioni, rinnegando la possibilità di accorgersi, magari, di essere stati nel torto. E così nel torto si continua ad agire e reagire. In ulteriore analisi, sembra non si voglia smascherare, dietro al velo dell’ideologia, come anche dal nemico si possa di tanto in tanto imparare; come cambiare idea possa essere sintomo di capacità di analisi critica; come dietro le nostre più intime convinzioni possano in realtà celarsi il preconcetto, la disinformazione, il superficiale “per partito preso”. Sembriamo incapaci di metterci in discussione, terrorizzati dall’idea di vedere come la realtà che ci siamo prefigurati sia in realtà illusoria, mitizzata, antiteticamente irreale. Il terrorista rifugge l’idea che l’operaio non voglia reagire, che la società non voglia cambiare, che l’individuo moderno abbia assimilato il capitalismo come parte integrante della propria esistenza. Si sente in dovere di farsi baluardo dell’oppresso, dell’indifeso, del maltrattato. Anche quando l’oppresso è consenziente, l’indifeso volutamente inerme, il maltrattato masochisticamente complice. In buona fede quindi si pianifica un attentato. In buona fede si contratta l’eliminazione fisica dell’avversario. In buona fede si gioca a fare la guerra allo stato. Non tutti siamo terroristi, certo, ma il ruolo preponderante dell’ideologia sembra essere caratteristica della maggioranza dei simil-pensanti, per certo agenti, che si sentono protetti dall’ideale a far da scudo alle loro spesso deboli argomentazioni. Non è con la repressione che si estingue il terrorismo. Ma con la prevenzione. Che guarda caso farebbe rima con buona informazione. Per fortuna, questo è certo, “non è possibile rinchiudere le idee in una galera”. Anche se purtroppo con l’ideologia si uccide e si continua a morire ancora. Nobiltà d’animo da una parte, delinquenza di spirito dall’altra.

Ideologia in vendita...

CULINARIA... la rubrica dello studente ai fornelli…

Dolci pensieri: nuvolette al cocco
di Alice Gioia
Ingredienti: - 125 gr di farina di cocco; - 40 gr di farina setacciata (se volete evitare lo sbatti, fate un salto al supermercato e comprate direttamente la farina per dolci che è più soffice); - 150 gr di zucchero; - 2 uova; - Un pizzico di sale. Preparazione: - sbattere le uova con lo zucchero, e aggiungere man mano tutti gli altri ingredienti nell’ordine che più preferite; - affondare le mani (precedentemente lavate) nell’impasto e “spalpugnarlo” allegramente. All’inizio è un po’ duro, ma poi si ammorbidisce. Se proprio sembra un similmattone, aggiungete un po’ di latte. - preparare una teglia ricoperta da carta da forno, o prendere quegli affarini di carta in cui stanno i pasticcini (li trovate sempre al supermercato al reparto dolci), e adagiate le vostre nuvolette, che avrete formato spremendo l’impasto tra le dita (o con un cucchiaio, o come volete, insomma. Vi ho detto con le dita perché quando sarete impastati e unti fino al gomito vi riuscirà difficile manovrare un qualsiasi utensile da cucina); - Infornate per circa dieci minuti a 180° (il forno deve essere già caldo). Controllate bene perché, in base alla dimensione delle nuvolette e alla conformazione del vostro forno, potrebbero esserci alcuni più bruciacchiati di altri o viceversa. - Lasciare raffreddare, oppure mangiare bollenti, a seconda del vostro grado di masochismo.

UNIVERSITA'

Nuovi bandi Erasmus. Cosa aspetti a partire?

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di Andrea Giambartolomei
Si riaprono i bandi Erasmus, il programma dell’ Unione europea al ventesimo anno di vita, vent’anni di successo e vita sfrenata saltando da un confine all’ altro dell’Unione europea, degli Stati che mirano a farne parte (Turchia) e degli Stati dello spazio economico europeo. Il bando è aperto a tutti gli studenti, gli specializzandi ed i dottorandi che abbiano le condizioni adatte (ad esempio, le matricole possono fare la domanda per partire al secondo anno solo se avranno 60 crediti al momento della partenza; al primo anno della laurea specialistica non si può partire nel primo semestre di studi o nel caso di “iscrizione sotto condizione”, ma alcune facoltà possono permetterlo). Bisogna essere cittadini di uno Stato membro dell’Unione Europea, di un Paese partecipante al Programma (Islanda, Turchia, Liechtenstein o Novergia) o essere « soggetti ufficialmente riconosciuti dall’Italia come profughi, apolidi o residenti permanenti (in possesso della carta di soggiorno o dei requisiti per ottenerla) ». Inoltre bisogna non esser già stati « in Erasmus » o beneficiare nello stesso periodo di un contributo comunitario di altri programmi dell’Unione Europea. Bisognerebbe tra l’altro avere una conoscenza adeguata della lingua del Paese ospitante, tuttavia non si rileva una discriminante di peso: succede che al colloquio per verificare le conoscenze richiedano solo la capacità di capire un testo « scientifico » e, considerando che in alcuni stati le lezioni sono in inglese (ad esempio in Svezia, in Finlandia, in Lettonia…) e che negli stati di lingua neo-latina le differenze sono poche, tale questione non risulterà un grande impaccio. Mal che vada, ci sono dei corsi di preparazione linguistica. Certo,un atteggiamento recettivo ed aperto faranno in modo tale che, in loco, un paio di settimane bastino a imparare le basi e il resto va da sé. C’è anche da ricordarsi che tutte le facoltà hanno bandi specifici che vanno letti attentamente e che gli studenti di corsi interfacoltà possono deporre le proprie candidature alle varie facoltà facenti parti del proprio corso. Nella candidatura si segnalano tre facoltà preferite tra quelle presenti nel bando e i motivi per il quale si intende partire (corsi da frequentare, ricerche bibliografiche, stage). Queste scelte non sono vincolanti, sono indicative e non corrispondono a quelle indicate sul learning agreement (da compilare prima della partenza). Gli iscritti a corsi di laurea, di laurea specialistica/magistrale e a scuole di specializzazione possono candidarsi on-line sul sito www.unipv.it/erasmus, tra 20 febbraio e le ore 13 del 21 marzo 2007; dopo aver compilato la domanda, questa va stampata, firmata e consegnata all’indirizzo indicato nel bando integrativo di Facoltà entro il 22 marzo 2007. Gli studenti di dottorati di ricerca o dei master universitari devono compilare la candidatura cartacea utilizzando l’apposito modulo disponibile presso l’Ufficio Mobilità studentesca, firmarlo e consegnare la domanda all’indirizzo indicato nel bando integrativo entro il 22 marzo 2007. In base alle candidature, all’età e ai risultati degli studenti i responsabili di ogni facoltà compilano delle graduatorie: chi è stato selezionato ha tempo dal 18 aprile al 4 maggio 2007 per confermare la scelta presso l’Ufficio Mobilità Studentesca. Una volta accettati bisogna iniziare una lunga procedura sfiancate che farebbe quasi passare la voglia di partire,

procedura che comprende la ricerca dell’alloggio e la ricerca dei corsi da frequentare (con relativa ricerca di professori disposti ad accettare che tu, amatissimo studente, possa frequentare dei corsi corso all’ estero). Se si è abbastanza abili si potrà passare quello scalino dell’ evoluzione che distingue chi è o è stato un «homo erasmus» e chi non ha mai messo un piede fuori dalla propria università, avvicinandosi di più all’ ideale di «homo europeus» che man mano prende sempre più piede sul continente. Ma prima ci si ricordi di far convalidare gli esami… Per non essere proprio dei cavernicoli converrà sicuramente leggere bene il bando erasmus disponibile al sito, fondamentale, www.unipv.it/erasmus o all’ Ufficio Mobilità Studentesca. Le informazioni ci sono, basta cercarle e, nel caso in cui non vi fossero chiari dei passaggi, le segretarie dell’ ufficio sopra citato e i responsabili socrates della propria facoltà saranno disposti a dare un aiuto.

Prestito interbibliotecario: tutto quello che avreste voluto sapere e che non avete mai osato chiedere…
di Marzio Remus
Alberto, grazie al prestito interbibliotecario, ha appena guadagnato 100 $, oltre ad un bel po’ di tempo. Non è vendita porta a porta. Non è il nuovo miracolo italiano. Non lo trovate su ebay e non è nemmeno scaricabile da you tube. E’ il prestito interbibliotecario (d’ora in poi P.I.): servizio (di solito gratuito) che una qualsiasi biblioteca appena sopra la decenza offre ai suoi utenti. Immaginate di avere bisogno, come Alberto, per la vostra tesi di laurea di un rarissimo testo del professor Ignotus Unknow sulla teoria e tecnica dell’aperitivo universitario edito per i tipi della Inesistentis pubblicato nel lontano 1968 in Sarcazzistan e mai tradotto in Italiano. Alberto inizia la ricerca: prova al bar dell’Ateneo. Il testo non si trova. Chiede ad amici del cortile. Risposta negativa. Prova in copisteria ma nemmeno lì trova aiuto. Ultima carta: l’amico secchione. Costui consiglia di recuperare il testo nella biblioteca della propria Facoltà o di un qualche Dipartimento. L’amico secchione suggerisce anche di provare, prima di andare in biblioteca, a cercare il sacro testo sull’O.P.A.C1. d’Ateneo (http://opac.unipv.it)2, di stampare il risultato della ricerca e, dati alla mano, andare nella biblioteca indicata. Luogo dove è possibile, con un po’ di acrobazie e qualche foglietto, ottenere il libro. Funziona, di solito. E se non funziona? Ipotizziamo che l’ufficio non abbia il testo del famoso professor Ignotus U. ? Alberto non dispera (anche se un po’ gli girano). Prova a cercarlo su Amazon, su ebay, etc. E’ fortunato: trova il tomo a soli 100 $. Tentenna un poco ma il testo gli serve, assolutamente. Decide di investire le 100 cocuzze, rinunziando, così, a svariati litri di biondo “Gatorade” al luppolo. Ricompare, fortunosamente, l’amico secchione: “ehi ma perché non usi il P.I.?”. Voi che in biblioteca ci siete andati per la prima volta settimana scorsa rimanete basiti. E chiedete lumi. Il nerd vi spiega con fare saccente che per P. I. si intende il servizio che le biblioteche attivano per soddisfare la richiesta, da parte degli utenti, di documenti non presenti nella biblioteca. Il servizio prevede il prestito o la ricezione in prestito di documenti originali a/da altre biblioteche e la restituzione del materiale inviato/ricevuto. Ogni tanto si paga una piccola tassa per il materiale richiesto, ma il gioco vale la candela. E’ possibile che ne abbiate sentito parlare sotto altro nome: Interlibrary Loan (ILL). L’A.L.A. (American Library Association) sostiene che: “the sharing of material between libraries is an integral element in the provision of library service and believes it to be in the public interest to encourage such an exchange”3. Il prestito interbibliotecario, sempre secondo l’A.L.A., è essenziale per la vitalità delle biblioteche. Effettivamente è uno strumento utilissimo che permette ai vari enti di creare circuiti virtuosi per i propri utenti, ampliando notevolmente il proprio catalogo. Esiste inoltre un altro servizio: il Document Delivery (DD) la cui finalità è identica. Il servizio prevede l’invio o la ricezione - tramite posta, fax od e-mail - di riproduzioni di documenti o loro parti a/da altre biblioteche (es.: fotocopie di articoli di periodici) e, a differenza dell’ILL, NON prevede la restituzione del materiale inviato/ricevuto. Uno studente, grazie al DD e all’ILL, riesce a recuperare innumerevoli testi e/o arBiblioteche Biblioteca della Facoltà di Economia Biblioteca della Facoltà di Giurisprudenza Biblioteca della Facoltà di Ingegneria Biblioteca della Facoltà di Scienze Politiche Biblioteca Interdipartimentale Unificata “F. Petrarca” Biblioteca Interdipartimentale Unificata “P. Fraccaro” Biblioteca Unificata di Chimica Biblioteca Unificata di Farmacia Biblioteca Unificata di Fisica Dipartimento di Biochimica “A. Castellani” Dipartimento di Biologia animale Dipartimento di Discipline odontostomatologiche Dipartimento di Ecologia del territorio e degli ambienti terrestri Dipartimento di Economia pubblica e territoriale Dipartimento di Filosofia - Dipartimento di Psicologia Dipartimento di Genetica e microbiologia “A. Buzzati-Traverso” Dipartimento di Lingue e letterature straniere moderne Dipartimento di Malattie infettive Dipartimento di Matematica Dipartimento di Medicina sperimentale Dipartimento di Scienze della terra Dipartimento di Scienze ematologiche, pneumologiche, cardiovascolari mediche e chirurgiche Dipartimento di Scienze fisiologiche farmacologiche cellulari-molecolari Dipartimento di Scienze morfologiche eidologiche e cliniche Dipartimento di Scienze musicologiche e paleografico-filologiche Dipartimento di Scienze neurologiche Dipartimento di Scienze pediatriche Dipartimento di Scienze sanitarie applicate e psicocomportamentali Biblioteca Unificata di Area Medica Dipartimento di Scienze chirurgiche, rianimatorie-riabilitative e dei trapianti d’organo

ticoli da varie biblioteche italiane ed estere, può arricchire notevolmente la propria tesi risparmiando sull’acquisto di testi. Ringraziamenti: L’autore desidera ringraziare la dottoressa Chiaretta Albertini per la preziosa consulenza
Facoltà E G I SP L L S F S S S M S G L S L M S M S M S M MU M M M M M Esistenza ILL si si si si si si si no si no si no si si si si no no si no no no no no si no si no no no Esistenza DD si si si si si si si si si si si si si si si si si si si si si si si no si si si si si si

Per saperne di più: http://www.ala.org http://opac.unipv.it

http://en.wikipedia.org/wiki/Interlibrary_loan http://prestito.unipv.it

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(Footnotes) 1 Acronimo di Online Public Access Catalogue : Catalogo in rete ad accesso pubblico; è il catalogo digitale di una biblioteca. 2 L’amico informatico vi dice che se digitate opac.unipv.it (senza http://) la pagina vi si apre ugualmente. 3 Lasciare la citazione in lingua originale rendeva l’articolo più erudito. Scusate ma dopo il “Gatorade” al luppolo dovevo rialzare le mie quotazioni.

STUDENTI E DINTORNI

di Stefano Pellegrino
Articolo inviato dal rappresentante di Ateneo Studenti. Invitiamo anche gli altri rappresentanti a comunicare e a commentare le decisioni prese negli organi di governo Universitari BILANCIO 2007: Nel Consiglio di Amministrazione del 19.12.2006 è stato approvato il bilancio di previsione dell’Università per l’anno 2007. Le entrate del nostro Ateneo sono di circa 250 milioni di euro l’anno. Le voci più rilevanti sono le Tasse universitarie e i Finanziamenti statali. Questi ultimi hanno avuto un costante incremento (circa il 3% all’anno) dal 2002 al 2005. Per il 2007, a seguito della Finanziaria, non solo non ci sarà nessun incremento, ma addirittura si prevede una diminuzione di circa il 2,14% (si passerà da 127 a 124 milioni di euro). La riduzione è stata coperta dalla nostra università con il surplus di entrate derivante dall’aumento delle tasse universitarie deciso l’anno scorso (dai 30 milioni riscossi nel 2005 si è passati ai 33 milioni previsti per il 2007). Insieme agli altri rappresentanti degli studenti ho espresso voto contrario a questa previsione di bilancio perché nonostante si tratti di un provvedimento necessario per la copertura delle spese di funzionamento dell’Ateneo è inaccettabile che esso si fondi solo sull’aumento della contribuzione studentesca. Nonostante questo, il documento è stato comunque approvato dal Consiglio perché gli studenti in C.d.A. sono soltanto 3 su un totale di 25 membri. Unica nota positiva di questo bilancio è che una parte dell’aumento del gettito contributivo è stata iscritta, in uscita, nel capitolo “Spese per erogazione servizi agli studenti”, dedicato a servizi quali utilizzo gratuito del trasporto urbano (convenzione che è stata da poco aggiornata) e l’apertura notturna della biblioteche. Mi farò carico insieme agli altri rappresentanti di vigilare su come effettivamente verranno spesi questi soldi. AULE STUDIO e AULE DI MEDICINA: In data 30.01.2007 ho incontrato insieme ad altri tre rappresentati di Ateneo Studenti di diverse facoltà il Direttore Amministrativo per sollecitare l’apertura serale delle aule studio. Abbiamo individuato e indicato su quali aule si potrebbe sperimentare l’apertura fin da subito. Nonostante la disponibilità del Direttore i tempi dell’Università sono purtroppo come al solito lunghi. Da parte nostra non smetteremo di fare pressing. Una nota sconfortan-

NUOVA BIBLIOTECA DI LETTERE: Il 13.02.2007 ho partecipato come spettatore alla riunione della Commissione Edilizia dell’Ateneo. Anche il Finanziamento Ministeriale per l’Edilizia Generale ha subito quest’anno una forte riduzione: da 1.400.000 euro si è passati a 364.000. La Commissione ha deciso di utilizzare i pochi fondi disponibili per degli adeguamenti antincendio in alcuni dipartimenti particolarmente a rischio. La Commissione ha poi approvato il progetto per la Biblioteca Interdipartimentale a San Tommaso. Dove attualmente si trova un grosso cortile sempre polveroso (o fangoso, a seconda della stagione) verrà effettuato uno scavo della profondità di 7 metri per ottenere 2 piani da destinare al deposito dei libri (300.000 volumi). Verrà così liberata un ala del palazzo San Tommaso che ospiterà 150 posti per la consultazione. I lavori costeranno 7.400.000 euro. Si tratta di soldi che l’Università aveva stanziato e vincolato già parec-

Potete sempre contattarmi all’indirizzo: stefano.pellegrino01@ateneopv.it. Per ATENEO STUDENTI Stefano Pellegrino

Riapertura biblioteca di Matematica
“Con riferimento alla nota del 18 dicembre 2006 […] si comunica che, con decorrenza 22 gennaio 2007, è stata assegnata al Dipartimento di Matematica una unità di personale in sostituzione dell’addetto di biblioteca precedentemente trasferito”. Così recita una lettera indirizzata ai rappresentanti degli studenti di Matematica: la raccolta firme di cui si è parlato negli scorsi numeri di Inchiostro non è stata dunque inutile e la Biblioteca del Dipartimento di Matematica è ora nuovamente aperta anche nel pomeriggio, dal lunedì al giovedì dalle 13.30 alle 17.

AIESEC Pavia – Progetto Energia
Cari lettori di Inchiostro, il comitato locale dell’ AIESEC sta preparando una primavera scoppiettante! ...come?? Non sapete cosa sia ‘sta “AIESEC” ??? Vi rinfresco la memoria: AIESEC è la più grande associazione internazionale studentesca, no-profit e apolitica, che si propone di sviluppare il potenziale degli studenti in vari modi, tra cui, ad esempio, il contatto con una community mondiale di oltre 22.500 giovani di 800 diverse università sul globo, la partecipazione a meeting in giro per l’Italia o per il mondo, la pianificazione di eventi su tematiche legate allo sviluppo sostenibile... Ora, veniamo al punto: noi di AIESEC Pavia da mesi lavoriamo al progetto “Energy Learning Network”, che ci ha portato ad organizzare un ciclo di tre conferenze, rispettivamente sui temi delle politiche energetiche, delle fonti rinnovabili e del risparmio. Gli incontri si terranno nell’Aula del ‘400 della sede centrale dell’Ateneo nelle serate dell’ 8 e il 14 marzo alle ore 21, e il 20 marzo alle 19,00 con rinfresco conclusivo. Moderatore delle serate sarà il Professor Ernesto Pedrocchi, illustre ricercatore al dipartimento di Ingegneria Energetica al Politecnico di Milano; interverranno poi vari importanti relatori, tra cui docenti della facoltà di Ingegneria pavese, rappresentanti di enti, associazioni o aziende del settore, quali Legambiente, Fondazione Lombardia per l’Ambiente, ENEL, ASM Pavia, Riso Scotti Energia, Ecocentro, Light Energy, La220, nonché delegati delle istituzioni locali. Oltre che per lo spessore informativo su un tema di forte attualità, questa iniziativa sarà utile ai partecipanti anche per capire qualcosa di più sull’ AIESEC: che propone un interessante Exchange Program, un’opportunità di intraprendere stages all’estero presso uno dei nostri comitati sparsi per il mondo, collaborando ad un progetto sull’energia condotto da un’ azienda partner di AIESEC. Se invece rimarrete folgorati dal fascino dell’ AIESEC (brunetta tutta curve, tipo Lara Croft, nell’iconografia classica N.d.R.), ma non vi sembra il caso di allontanarvi dalla “città delle Zanzare Elicottero”, potrete semplicemente aggregarvi al nostro comitato locale e seguire i prossimi piani primaverili, soprattutto la proposta di una mega-festa interculturale a maggio, enfaticamente denominata “Global Village”..... Lo so che a questo punto siete curiosissssimi!!! Dunque, vi basta cercare i nostri poster e volantini distribuiti per le varie facoltà, con tutti i dettagli del programma delle conferenze, o contattarci direttamente ad uno dei nostri recapiti; saremo lieti di sentirvi! Ci vediamo in aula del ‘400 l’8 marzo alle 21... Andrea Bonadei Responsabile Marketing
AIESEC Pavia – via S.Felice,7 Facoltà di Economia (dietro aula A, a destra del fico nel cortile) Tel: 0382.986474 Mail: aiesecpv@libero.it On line: www.aiesec.org/italy/pavia

A tu per Tatù
di Alessio Palmero Aprosio
Quando uno scoop chiama, Inchiostro risponde. Vedete la foto in questa pagina? Per chi non avessi riconosciuto le due fanciulle, si tratta delle Tatù, gruppo russo di minorenni dichiaratamente lesbiche che ha fatto scalpore a livello planetario. Se qualcuno non si fida delle nostre affermazioni, può andare sul sito web http://www. tatugirls.com e trovare la foto incriminata nella pagina “Gallery”, terzultima riga. In realtà una delle due ragazze è recentemente rimasta incinta, il che ci permette Una foto dal sito delle “Tatù” di arrivare alla conclusione che il loro tanto sbandierato “rapporto” fosse puramente commerciale. No, non è questo lo scoop: era solo un’informazione per mettervi più a vostro agio e farvi capire il background culturale in cui ci troviamo. Andate sul sito dello IUSS (http:// www.iuss.unipv.it), la Scuola Superiore di Pavia il cui titolo è stato recentemente parificato a quello della Scuola La homepage dello IUSS Normale Superiore di Pisa, che poco dovrebbe avere a che fare con il succitato gruppo lesbo-pop. Noterete nella fascia alta della homepage una serie di fotografie che cambia ogni volta che si apre la pagina (ce ne sono in tutto una dozzina di versioni). Aggiornate un po’ di volte il browser (premendo Ctrl-R sulla tastiera) e vedrete comparire in men che non si dica… be’, potete immaginarlo!

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Notizie dal C.D.A.

te è data dal fatto che di tutti i rappresentanti delle altre associazioni studentesche, che pure avevamo invitato all’incontro, se ne sia presentato uno soltanto. Valentina Muratore, rappresentante di Ateneo Studenti nella facoltà di Medicina, ha approfittato dell’occasione per consegnare di persona al Direttore Amministrativo copia della lettera degli studenti di Medicina sullo stato disastroso in cui versano le loro aule.

chi anni fa, prima della stagione dei tagli ministeriali. Il progetto passerà adesso in C.d.A. per la discussione finale. Se sarà approvato anche in quella sede i tempi dei lavori dovrebbero essere molto brevi (2-3 anni). Ancora una volta mancavano i rappresentanti degli studenti delle altre liste, compresi quelli che, essendo membri di quella Commissione, avrebbero avuto (a differenza del sottoscritto) diritto di voto in quella sede.

A T T U A L I T A '

il portale degli studenti è qui

L’acqua è un bene comune e un diritto umano. Ma Pavia la consegna ai privati.
La proposta della società civile per evitare che l’accesso all’acqua ci sfugga di mano.
a cura di Rosario Lembo
Segretario Comitato italiano Contratto Mondiale sull’acqua - Onlus ( www.contrattoacqua.it )

L’acqua è fonte di vita e senza acqua non c’è vita. Questa affermazione di principio costituisce una convinzione comune che storicamente ha determinato due livelli di comportamenti: da parte della comunità internazionale quello di considerare l’accesso all’acqua come un diritto umano de facto, a livello di comportamenti individuali quello di non negare un bicchiere d’acqua a nessuno. Nel corso dell’ultimo decennio questi principi sono stati messi in discussione in funzione sia della crescente scarsità di acqua potabile che dall’aumento dei consumi imposti dall’attuale modello di sviluppo, a cui si associano gli effetti della crescita della popolazione mondiale. Si è andata affermando una cultura di trasformazione dell’acqua da bene condiviso in merce che si acquista in bottiglia, cioè in un bisogno che ciascuno può soddisfare in funzione del proprio potere di acquisto. Accanto a questa cultura della “mercificazione” dell’acqua si è andata affermando, soprattutto a livello politico, sotto la pressione di diverse istituzioni internazionali, (Banca Mondiale ed Unione Europea) la scelta della “priva-

tizzazione”: l’affidamento al cosiddetto libero mercato della gestione della risorsa idrica. La giustificazione risiede nella convinzione che il privato sappia gestire i servizi idrici con maggior efficienza e trasparenza del pubblico e che la concorrenza imposta dal mercato tuteli maggiormente il cittadino ed offra agli utenti tariffe più basse per i servizi erogati. La tendenza privatizzatrice sta già attraversando diverse Regioni italiane, fra cui la Regione Lombardia, che ha recentemente approvato una legge che impone la privatizzazione dei servizi idrici attraverso gare di appalto e separa la gestione delle reti dall’erogazione dell’acqua. L’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) che gestisce l’acqua a Pavia ha concluso un accordo con la Regione Lombardia, la quale gli ha promesso un supporto tecnico-operativo e finanziario in cambio della privatizzazione dei propri acquedotti. Per arrestare questa pericolosa corsa alla “privatizzazione” della gestione il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua, composto da oltre 50 associazioni nazionali e da 200 comitati territoriali, ha deciso di lanciare una campa-

L’importanza dell’acqua, Burkina Faso
gna di raccolta firme a sostegno di una “proposta di legge di iniziativa popolare”. Gli obiettivi della proposta di legge sono: far riconoscere in Italia l’accesso all’acqua come diritto umano, la tutela delle risorse e della sua qualità come bene comune, la gestione pubblica e partecipata del servizio idrico integrato attraverso strumenti di democrazia partecipativa. (il testo è scaricabile dal sito www.acquabenecomune.org) La campagna che ha preso il via il 13 Gennaio e si concluderà a Giugno, si basa sull’attivazione in ogni Provincia italiana di un comitato promotore composto da cittadini ed associazioni per la raccolta delle firme e per attività di sensibilizzazione con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza sociale e far divenire la battaglia per l’acqua il paradigma di un altro modello di società.

www.studentipavia.it

Cominciamo col chiederci perché oggi in Italia la politica accetti di privatizzare un bene vitale come l’acqua, che rappresenta la vita, e quali sono le conseguenze. La privatizzazione della gestione della risorsa idrica e la mercificazione a livello di accesso significa la mercificazione della vita. E’ contro questo scenario che sono impegnati soggetti della società civile come il Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua ed i vari Comitati e Movimenti impegnati a difesa dell’acqua. I loro obiettivi sono di contrastare la cultura dominante, che si sta sempre di più affermando a livello italiano e globale, per cui saranno il mercato ed i privati a garantire l’accesso all’acqua per tutti nei prossimi anni. Vediamo di capire meglio come stanno le cose. Tra le principali argomentazioni utilizzate dalla cultura dominante per giustificare il passaggio della gestione dei servizi idrici ai privati c’è l’idea che le aziende pubbliche, in maggioranza municipalizzate, che finora hanno gestito gli acquedotti, sono scarsamente efficienti e non hanno risorse da investire per il rinnovamento del settore. L’affidamento della gestione ai privati avrebbe il vantaggio di favorire l’apporto di investimenti per ammodernare reti, tubature, infrastrutture di canalizzazione. La verità è che i privati per fare gli investimenti devono prendere in prestito fondi dalle banche, ed in funzione dei costi bancari hanno convenienza a rinviare gli investimenti sugli impianti ed a recuperare subito i costi bancari e le remunerazioni dei capitali investiti. Come conseguenza essi attivano una serie di aumenti dei costi del servizio idrico che vanno da un costo fisso per il contatore, a un incremento delle tariffe che i cittadini sono costretti a pagare. L’aumento delle bollette per l’acqua si è verificato in quasi tutte le città dove la gestione è stata affidata al privato, con punte che hanno toccato il 200%

Perché si privatizza l’acqua, bene comune dell’umanità
a cura di Francesca Iacuzzo
come è avvenuto a Latina, mentre gli acquedotti continuano a fare acqua con perdite del 30% quando va bene. Quella che guida il privato è sempre una logica economicistica che mira alla massimizzazione del profitto, alla copertura di tutti i costi di gestione necessari per la gestione del servizio, dalla captazione alla depurazione ma anche alla remunerazione degli azionisti. Non è vero l’assunto sostenuto dai favorevoli alla privatizzazione dei servizi pubblici locali che la gestione privata sia la più efficiente: la propensione al profitto dell’impresa privata e l’approccio economico comporta tre effetti inequivocabili: l’aumento delle tariffe, la riduzione dei costi del lavoro, cioè la precarizzazione degli occupati nel settore, il taglio di spese di controllo e manutenzione, e quindi l’abbassamento della qualità. A ciò si aggiungono i problemi dell’impatto ambientale: per massimizzare gli utili, la gestione promossa dal gestore privato è quella di “vendere” quantitativi di acqua sempre maggiori, di aumentare il fatturato, il che determina lo sfruttamento delle risorse idriche a discapito della sostenibilità ambientale. I pro-privatizzazione hanno un altro convincimento su cui fanno spesso leva: trasformare l’acqua in bene dal valore economico, cioè attribuirle un prezzo di mercato, riduce gli sprechi. In sintesi: più si paga l’acqua, meno se ne spreca. Le tesi sostenute da quanti si battono contro l’affidamento ai privati della gestione dei servizi idrici è quella che una gestione pubblica efficiente è possibile ma soprattutto che l’acqua non può diventare merce, perché è un bene comune dell’umanità e in quanto tale deve essere gestita dai cittadini in modo democratico, pubblico e partecipato. Sulla questione degli sprechi, il punto è che chi può permettersi di sprecare l’acqua (per cambiare l’acqua alla piscina di casa, lavare l’automobile, innaffiare il giardino con getti continuativi) lo farà anche con un aumento delle tariffe, anche se proporzionale ai consumi. L’aumento delle tariffe risulterà irrisorio per chi ha i soldi, diventa invece un problema per le fasce più povere. Il principio portato avanti dal Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua è che a livello di gestione delle risorse idriche non si può applicare il principio che “chi può pagare può consumare o sprecare l’acqua che vuole”.

Rispetto alla gestione, il Comitato italiano ed i Movimenti che si battono contro la privatizzazione rigettano il modello attualmente vigente in Italia che ha obbligato a trasformare le aziende municipalizzate in Società per azioni e ad affidare la gestione a società miste, che garantisce che la proprietà degli impianti rimanga agli enti locali e la gestione passi in mano ai privati . Questo modello di affidamento sottrae di fatto agli enti locali, quindi agli amministratori eletti dai cittadini, la possibilità di avere il controllo politico e gestionale delle risorse idriche affidate ad una S.p.a. Molte delle scelte effettuate dalle S.p.a. non possono infatti essere discusse nei Consigli Comunali, ma solo nei CdA delle aziende. Se poi le S.p.a. sono quotate in borsa, sarà l’andamento del mercato finanziario a determinarne le scelte sul piano degli investimenti. Certo, ci sono S.p.a. a capitale pubblico, però anche loro sono costrette a fare i conti col mercato azionario, dunque non possono gestire il servizio con criteri di efficienza pubblica. C’è infine un altro punto che separa i fautori della privatizzazione dell’acqua da chi vi si oppone. I primi spesso credono che bisogna rassegnarsi all’ordine delle cose, che come si è privatizzato quasi tutto si privatizza anche l’acqua, per cui non ha senso battersi. Non la pensano così i vari movimenti e quanti sono convinti che l’accesso all’acqua sia un diritto umano, e che la difesa dell’acqua come bene comune da sottrarre alla logica speculativa del mercato è oggi una battaglia di civiltà. Sono queste le motivazioni che spingono in queste settimane un numero crescente di cittadini in varie piazze d’Italia a sottoscrivere la proposta di legge per la gestione pubblica e la ripubblicizzazione dei servizi idrici. ( www.acquabenecomune.org).

Portatrici d’acqua in India

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SCIENZA E SPIRITUALITA'

Prontamente: corsi e ricorsi nel marasma scientifico
a cura del Laboratorio di Comunicazione Scientifica e Divulgativa

Polvere di Luna contro l’effetto serra Dentro uno stomaco, alla conquista del mondo
di Paolo Longoni
Una magia per salvare il nostro pianeta? Davvero la “polvere di luna” pare poter proteggerci dall’effetto serra. E questa non è una favola. È la realtà. Una nube di polvere lunare potrebbe infatti schermare la Terra dai raggi solari. Il progetto è stato elaborato presso la Iowa State University (http://www.iastate. edu/), negli Stati Uniti. L’ideatore, Curtis Struck, ha teorizzato la possibilità di creare uno scudo spaziale per schermare la Terra dai raggi del Sole. Questo sarebbe formato da una nube di detriti che dovrebbero essere estratti dalla Luna e quindi posti sulla stessa orbita del nostro satellite. A detta di Struck difatti proprio le polveri lunari avrebbero la dimensione e le caratteristiche ideali per la diffrazione dei raggi solari. L’effetto sarebbe di bloccare la luce solare per 20 ore ogni mese: un fatto che dovrebbe essere, secondo i calcoli effettuati, sufficiente a ridurre la temperatura terrestre. Alcune critiche si sono già levate contro il progetto di Struck, comparso sul Journal of the British Interplanetary Society (http://www.bis-spaceflight.com/ JBIS.htm). C’è chi ritiene, infatti, che le stesse nubi di polvere, quando la loro orbita le porterà alle spalle della Terra rispetto al Sole, possano riflettere i raggi dell’astro. Un po’ come uno specchio potrebbero quindi amplificare l’effetto di riscaldamento. A questi la risposta è stata che, seppure tale effetto non è da escludere, la sua influenza non pareggerebbe la riduzione ottenuta dalle fasi di schermatura. Viene davvero da chiedersi se non si possano trovare dei sistemi più “terra terra” per il problema del riscaldamento. O forse è davvero giunto il tempo di alzare lo sguardo al cielo?

di Giulio Chiesa
Quando i primi uomini abbandonarono l’Africa per popolare l’Eurasia, si trascinarono dietro uno scomodo bagaglio: Helicobacter pylori, un batterio parassita che causa ulcere e cancri allo stomaco. Ora, secondo un convincente studio di Mark Achtman, del Max-Planck Institute for Infective Biology (http://www. mpiib-berlin.mpg.de/) di Berlino, pubblicato on line su Nature (http://www. nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/abs/nature05562.html), è possibile sfruttare questi molesti microrganismi per tracciare un cammino a ritroso verso il punto di partenza delle migrazioni dell’uomo. Uno screening mondiale iniziato nel 1999 dal gruppo di Achtman ha individuato 532 ceppi di Helicobacter pylori in 51 gruppi etnici diversi. Poi l’analisi del DNA ha permesso di ricondurre a determinate zone geografiche dei raggruppamenti di ceppi simili. L’Africa orientale è risultata la zona più ricca di varietà batteriche differenti, mentre più ci si allontanava più queste diminuivano. Se ne è dedotto che Helicobacter pylori comparve nell’uomo in Africa orientale, dato che le radici genetiche di tutti i raggruppamenti sono imparentate con i ceppi africani. Inoltre verrebbe così spiegata la grande variabilità genetica rilevata: le dimensioni della popolazione che era rimasta in Africa e il tempo prolungato di convivenza avrebbero favorito le mutazioni. Questa scoperta, oltre a confermare l’origine africana dell’uomo moderno, anticipa la data dell’esodo a circa 58 mila anni fa, grazie a tecniche computazionali eseguite sulle popolazioni batteriche. Due importanti quesiti restano da risolvere: se la partenza è avvenuta in momenti differenti oppure se è stata una grande unica migrazione, e come l’uomo africano sia riuscito a imporsi sulle altre popolazioni che abitavano già l’Europa e l’Asia. Ma per queste domande Achtman non ha ancora trovato un risposta.

La Luna può salvare la Terra ?

Helicobacter pylori

S. AGOSTINO: UNO DI NOI
di Francesca Macca
Un uomo, e l’inquietudine innata dentro di lui. Una storia senza tempo di cui, fino a questo punto, tutti potrebbero essere i protagonisti. Un uomo che, scostandosi definitivamente dal dissidio petrarchesco, trova un approdo alla sua ricerca interiore. Zac! Taglio netto al numero dei candidati. E lo zoom a-temporale converge su “uno qualunque” tra questi : Aurelio Agostino, che da “una vita che se ne frega” è passato agli affreschi delle Ecclesiae, spesso corredato da aureola. Un segmento di vita compreso tra il 354 e il 430 d.C. e un’attualità che lo pone al centro di un ciclo di conferenze presso il Collegio Borromeo (www. collegioborromeo.it): nelle sere del 5, 19, e 22 Marzo sono previsti i tre ultimi appuntamenti i cui temi saranno, nell’ordine, “La libertà umana e la grazia divina”, a cura del prof. Pierangelo Sequeri della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, “La comunità possibile nella città terrena”, con il prof. Luigi Alici dell’Università di Macerata e infine “Agostino D’Ippona”, pellicola di Roberto Rossellini introdotta da prof. Nuccio Lodato, che “gioca in casa”. «Agostino nostro contemporaneo» compare a stampatello sulla locandina. Ma, cosa mai avrà costui in comune con noi, suoi posteri iper-tecnologizzati? Ma sì, in mezzo agli auricolari dell’Ipod, in fondo, il flusso dei pensieri non si ferma. Ed è lo stesso di 1600 anni fa, solo traslato alle coordinate spaziotempo odierne. Lo si può porre in modalità “Ignore” il flusso, certo, ma non per questo smette di esistere. Agostino li ha affrontati i suoi pensieri, ricercando il perché delle proprie inquietudini, opposte (ma non troppo, forse) conviventi del suo desiderio di felicità. Venga avanti chi non vive almeno un blando surrogato di questo contrasto interno. Non era da solo nella sua “avventura”, Agostino: mamma Monica e il vescovo Ambrogio (Santo patron de Milan) gli sono stati a fianco, incoraggiandolo con le parole e con l’esempio, che è un grido ben più forte. Ed egli, con pazienza, si è fatto esploratore della sua personale “Soul-land”, in quanto sede di Dio. Dunque, Agostino, qual è il tuo scopo? «Io desidero conoscere Dio e l’anima» (Soliloqui, I,2). Il Dio cristiano, per intenderci. Il suo pensiero tocca un punto attualissimo: il derby fede-ragione. Antonio Pieretti, professore dell’Università di Perugia, ha affrontato l’argomento il mese scorso sempre presso il Borromeo, dinanzi a un numeroso uditorio, poco giovane purtroppo. Ma come restare indifferenti a un

Un affresco che raffigura S. Agostino

uomo di un ardore tale da indurlo a ricercare il Principio delle proprie facoltà di pensiero e di azione? Agostino, in questo modo, viene in chiaro con se stesso. Non solo: egli, ormai forte della sua “conquista”, predica e… razzola, soprattutto. Allora come oggi, non ci sono altre strade per essere credibili. Ma torniamo al derby, e alla “Terra dell’Anima” di Agostino. Il Santo rivisita in chiave religiosa l’introspezione platonica, che, da prerogativa del saggio, egli estende a tutti gli uomini. I concetti teologici della Chiesa diventano il proprio bagaglio di “viaggio”, e la fede si pone dunque come condizione della ricerca, che si rivolge a questa stessa condizione, e cerca di chiarire i problemi suscitati mediante «il distintivo umano»: la ragione. La fede è infatti (e così dovrebbe essere!) entusiasmo religioso che rinvigorisce la ricerca, trionfando sull’“inquietudine da dubbio”. I problemi continuano ancora a ripresentarsi, ma li si affronta con queste armi, approfondendo e chiarendo le soluzioni a cui si era giunti. Ecco ora scendere in campo la ragione, al grido di “Rigore e disciplina!”. Essa rappresenta per Agostino la regolatrice della ricerca, che è un’esigenza dell’uomo in ogni sua parte, e non solo a livello intellettuale. Di fronte al mistero, la razionalità della ricerca permette di inseguire “virtute e canoscenza”, in un rapporto scambievolmente diretto con la fede. Data una spolveratina al personaggio, tocca a voi, anime inquiete, svecchiare l’uditorio dei prossimi incontri!

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CINEMA

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“Oscar & Razzies”: quando il peggio ed il meglio si confondono
di Luca Restivo

The departed_Oscar_idiozia_ghostbusters_Bart_l’Attimofuggente
Togliamoci subito il pensiero, sfoghiamoci, così poi non ci pensiamo più: “The departed”, che ha dominato gli Oscar di quest’anno (25/02) con 4 statuette, non è per nulla il miglior film della stagione, né tanto meno il miglior film di Martin Scorsese. Già sento levarsi le repliche: ma il finale? Come la metti con uno dei finali più belli degli ultimi anni? È vero, la frase che termina il film, quella di Matt “ho-una-sola-espressione-facciale” Damon, è fantastica («Ok, finiamola qui»), ma è “fantastica” proprio perchè gli altri 148 minuti tendono inevitabilmente ad oscillare tra il noioso e il già visto, e l’affermazione di Matt “promessa-mancata” Damon giunge pertanto come un sollievo per lo spettatore sull’orlo di una crisi di nervi. Si salva solo Jack Nicholson, che con la sua bravura renderebbe intrigante anche “Carabinieri”: peccato che il film non sia un suo monologo con la sua faccia sempre in primo piano: compare per esempio anche un tal Leonardo di Caprio, che a forza di leggere sui giornali che è diventato bravo uno potrebbe anche crederci («lo dicono tutti, sarò scemo io»), se non fosse che dopo due scene lo si vorrebbe già imbarcato, possibilmente sul Titanic. E allora perché l’Oscar? Perché Scorsese doveva vincere l’Oscar quest’anno, l’Accademy doveva rimediare assolutamente allo smacco di aver ignorato (per i motivi più diversi) uno dei migliori registi della storia, il che sarebbe anche una cosa lodevole se non che, invece di un premio per uno dei suoi tanti capolavori (“Taxi-driver”, “Casinò”, “Good Fellah”…), Scorsese abbia vinto per un’opera che nulla aggiunge alla sua filmografia, e pur non toccando gli infimi livelli di “Al di là della vita”, è ben lontana dalle vette. Esce invece sconfitto “Babel”, il bel film di Alejandro Gonzalez Inarritu, che aveva dominato i Golden Globe e che tutti davano per favorito. Come nel suo film precedente, (“21 grammi”), anche in questo caso ci si trova davanti ad un’opera complessa, grintosa, che sfida l’attenzione dello spettatore con continui sbalzi spaziali e temporali: la vittoria dell’Oscar per la miglior colonna sonora, con tutto il rispetto per chi la colonna sonora l’ha scritta, e casomai ci si è pure impegnato, è davvero poca cosa per un film che meritava molto di più. Altre note della serata: non assegnare l’Oscar come migliore attore maschile a Forest Whitaker (“L’ultimo re di Scozia”) e quello femminile ad Helen Mirren (“The Queen”) era semplicemente idiota, data la straordinaria prova data dai due nei rispettivi lavori, quindi sono inutili ulteriori commenti. A tal proposito, appositi figuranti sono stati ingaggiati per mimare una faccia sorpresa al momento della proclamazione del premio. Peccato per Will Smith, che nel film di Gabriele Muccino “La ricerca della felicità” aveva dato il meglio di sé: fortunatamente per lui, il mondo è pieno di persone finite sul lastrico da interpretare, quindi avrà sicuramente un’altra occasione per rifarsi. Dimenticavo Ennio Morricone, che ha ricevuto l’Oscar alla carriera. Alcuni potrebbero chiedersi: chi è? Pensate alla colonna sonora di un film: se non è “Ghostbusters” o “9 settimane e ½”, molto probabile che sia opera sua. Data per assodata l’assurdità di assegnare l’Oscar “alla carriera” a chi la carriera non l’ha ancora terminata, anche questo premio era più che dovuto ad un’artista che, con le sue musiche, ha accompagnato alcune delle più memorabili scene delle storia del cinema. Questa frase zuccherosa è l’ideale per terminare con gli Oscar, che in fin dei conti sono noiosi e calcolati per il bene dell’industria cinematografica. Vediamo ora cosa è successo ai Razzies, ovvero scopriamo quali sono stati i film peggiori del 2006. Stravince meritatamente “Basic Istinct 2”, per cui vale lo stesso commento di Bart/Libero de Rienzo in “SantaMaradona”, che alla domanda su cosa sia “Basic Istinct” risponde senza indugi: «i novanta minuti più inutili della storia La del cinema». Secondo film, per numero di Razzies conquistati, è “Quel nano infame”, ovvero un film che potrebbe modificare, e di parecchio, i vostri parametri di insulsaggine (d’altronde gli autori sono gli stessi di “Scary movie”). Dispiace, e molto, che una pellicola con Robin Williams (sì, proprio lo stesso attore per il quale una ventina di studenti si alzavano in piedi alla fine de “L’attimo fuggente”) sia stata giudicata così orrenda da dover costringere i giurati a creare un Razzie ad hoc, ovvero quello per la “peggior scusa per film per famiglie” (stiamo parlando di “Vita da camper”).

locandina del film di Scorsese

“Indigènes”? Guardate anche “La Ciociara”!
articolo inviato alla redazione da Alarico Ariani
“È nato nu criaturo, è nato niro”. Chi non ricorda almeno il motivetto di questa celeberrima canzone ironica napoletana, la Tammurriata nera? Quello che magari sfugge ai più è ciò che ne ha suggerito la composizione ossia i fatti storici che nell’articolo dello scorso numero di Inchiostro non sono stati accennati. Le truppe marocchine (ed anche algerine e senegalesi, per dovere di completezza) erano chiamate, forse anche in maniera spregiante, “goumiers”, perchè inquadrate in “goums”, formazioni irregolari composte da poche decine di uomini, imparentati tra loro. Parteciparono al secondo conflitto mondiale perché la Francia, occupata per una metà dai tedeschi e per l’altra dal “legittimo” governo filonazista, era a corto di uomini. Il generale De Gaulle, scappato in Inghilterra, rastrellò truppe (circa 99000 soldati) dalle poche colonie francesi ribelli al governo di Vichy e le fece combattere con gli alleati. In verità la decisione fu presa nonostante le difficoltà, già note, nel gestire queste formazioni: i goumiers “per impedire che compissero violenze sessuali ai danni delle popolazioni civili, erano stati sottoposti al coprifuoco, ed impediti ad uscire dai loro accampamenti recintati con filo spinato” (Luciano Garibaldi). Quando furono mandati al fronte di Cassino, dove gli alleati erano inchiodati da mesi dai tedeschi, il loro comandante generale Juin fece un famoso e breve discorso che riporto fedelmente: “… Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. […] Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. I francesi furono di parola e i goumiers non si tirarono indietro né nei combattimenti né nei saccheggi. Le violenze inflitte alla popolazione civile della ciociaria furono indicibili. Basti dire che in una relazione dei primi anni ’50 al governo italiano su quanto accaduto nel paese di Esperia viene riportato quanto segue: … circa 3500 donne oltraggiate (tra gli 8 e gli 85 anni), di cui il 20 % affette da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. […] oltre 800 uomini sodomizzati ed assassinati (impalati) perché accorsi a difendere l’onore delle loro madri, mogli, figlie. L’81 % dei fabbricati distrutto, il 90 % del bestiame sottratto; gioielli, abiti e denaro totalmente rubati. Tutto questo con la complicità delle autorità francesi (De Gaulle) e inglesi (Generale Alexander). Le atrocità furono perpetrate anche in altri centri del Lazio e Toscana dove combatterono le truppe indigenes. Nulla toglie al fatto che i franco-magrebini parteciparono (forse anche in numero maggiore degli italiani, secondo Bocca) alla liberazione dell’Italia dai tedeschi e dal Regime. Ma non bisogna per questo sorvolare e tacere anche quei crimini di guerra (come si deduce persino dal DDL n 1081) che li videro protagonisti. Un modo per ricordare potrebbe essere quello di vedere La Ciociara, film di Vittorio de Sica ed interpretato da Sophia Loren (premiata con Oscar alla Migliore Attrice nel 1961).

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CULTURA, ATTUALITA'
Un velo di sdegno adombra il volto delle nostre madri illustri; per l’umiliazione subita Saffo si getta dalla rupe e Virginia la accompagna precipitando dal Faro… Sibilla Aleramo, Dacia Maraini, Elsa Morante, Gianna Manzini, Tamara de Lempika, Marie Curie…nomi vuoti e senza eco se a questi nomi vengono affiancati quelli di Manuela Arcuri, Britney Spears, Pamela Anderson, Flavia Vento, Elisabetta Canalis…e tutti quelli che nelle vostre erotiche pulsioni vi vengono in mente. Solo questo oggi è il gentil sesso: uno stimolo sessuale oggetto delle più fantasiose perversioni. Se oggetto e non soggetto dovevamo rimanere, meglio allora essere cantate da Dante, sublimate dalla delicatezza di Petrarca; essere Aspasia o Ermione. Meglio esser scelte come mogli secondo il metodo Schliemann e impararsi Omero a memoria, in greco naturalmente. Si dice tra l’altro che sia stato un matrimonio felice, a differenza di quello tra la Ventura e Bettarini. Non potendo essere creatrici di quella combinazione perfetta di genialità e bellezza che è l’arte almeno ne eravamo protagoniste. Di noi parlavano le note del Fur Elise, di noi il delicato pennello di Botticelli; anche l’ostinata e cruda tela di Egon Schiele e “L’origine della vita” esposta a Parigi, anche se i problemi iniziarono proprio da qui. “Di Valentina c’è ancora molto da scoprire”, ci svelano con un doppio senso neanche troppo implicito gli inserti del Corriere della Sera.

Nudità svelate
di Elisa Zanola
Sarebbe questa “una donna moderna, libera” come è scritto, o non piuttosto un sensuale fumetto in cui ciò che Crepax ha creato altro non è che il ricettacolo di un seno procace e di due natiche palpitanti? E questo non avviene perché quasi l’80% del lettorato del Corriere è maschile -come di tutti i quotidiani del resto-, ma perché siamo noi in primissimo luogo a volerlo. Macellaie di noi stesse, non vendiamo altro che carne, non meno atta a soddisfare appetiti che una bistecca di manzo. Quante di noi si convertono al culto di quella che ormai non è più provocazione ma soltanto la ridicola implorazione di chi ha reagito al potere maschile calandosi le braghe e strepitando nel fango? Come in una composizione cubista il quadro che ci ritrae ci sfigura; come in un’apparizione di Dalì di noi non vedo che lunghissime gambe che fanno da altare ad un fervido seno o che si contorcono tra glutei e cosce in una lussuria degna degli Inferni danteschi. Non meravigliamoci se siamo considerate inferiori, indegne, se l’uomo vanta ancora la sua superiorità. Perché così è, così vogliamo. La voluttà che poteva rappresentare l’inconfondibile armonia di corpi fusi come nell’innocenza della statuaria greca in una sessualità sana ed eletta, ora è soltanto l’indecente

Egon Schiele, Die Umarmung (Die Liebenden) 1917

e morboso sfogo di un istinto ferino. Ed anche l’uomo ci perde. Non accusatemi di moralismo, da Gidè imparai ad essere fermamente Immoralista; ma mi accade talvolta di provar vergogna di essere donna. E questo è atroce, perché se provò questo anche Esther Singer quando il dotto padre oltre che suo anche del Nobel Isaac e di Ysroel, altra acuta penna, alla sua domanda “che cosa sarò io un giorno?” rispondeva “niente, ovvio”, oggi questo non dovrebbe succedere. E mi fa rabbia che la colpa non sia di gioiosi giovinotti sessualmente alla ricerca di un corpo su cui affondare i loro desideri, ma di chi solo quel corpo chiede di essere. Nemmeno il grande misogino Schopenhauer l’avrebbe tollerato. Così l’Occidente che si scandalizza del velo che copre la femminilità musulmana ignora che ben più grazia dei suoi pornografici calendari ha quel velo; e chi lo porta è ben più temuta di una nostra scosciata velina. Dietro quel velo il mistero di labbra nascoste che possono farsi colline di piacere e di un intelletto che inaspettatamente può divenire la sola vera minaccia: in quell’atmosfera onirica e abissale dove si coltiva celato un millenario rancore avviene la vera battaglia, non qui dove ci offriamo ansimanti e nude coperte solo nello spirito da un perenne velo. Che dire allora alla donna? Quello che diceva all’Era moderna e l’invito è sempre valido - il nostro Poeta marchigiano: “O vita agogni e sorga ad atti illustri, o si vergogni.”

Les Hommes Livres
di Manuela Ragni
Il destino, per ognuno di noi, getta le sue basi in quella delicata fase della vita che si chiama adolescenza. In cosa a credere, a chi credere, chi e cosa si vuole diventare, chi amare e come amare… Tutto si decide in pochi anni tormentati e, a volte, talmente confusi che sfuggono nei nostri ricordi. Ma non in questo libro. Nel “Il ragazzo che apriva la fila” sono racchiuse cinque vite, in altrettanti racconti. I protagonisti hanno un solo comun denominatore: l’età cosiddetta “difficile”. I loro pensieri e sentimenti sono riportati dettagliatamente, quasi sviscerati, eppure integri nella loro preziosità e unicità. Nel primo racconto “Dimostrazione dell’esistenza di Dio”, il narratore è un ragazzino che, col pretesto delle partite di calcio costantemente perse dalla propria squadra del cuore, inizia un dialogo/lotta con Dio sul perché del dolore nella sua famiglia. In “Tabacco e nero” viene svelato un cuore sconosciuto della Spagna delle corride: la bottega dove vengono cuciti gli abiti dei toreri che si dovranno trovare faccia a faccia con la morte, e dove anche un abito e un sarto possono decidere un destino. Morto il Maestro, sarà la nipote che erediterà il dono di “vedere” il filo del destino nella trama del tessuto. Il racconto centrale, che dà il titolo al libro nell’edizione italiana, è un vero e proprio flusso di ricordi di un uomo adulto ancora legato alla casa dell’infanzia che ha visto nascere in lui l’ammirazione per il cugino più grande, il ragazzo che apriva la fila, come anche la delusione di trovarlo un giorno cambiato nel corpo e nell’animo. In “Ricetta estiva” si possono ritrovare i temi cari alla Grandes: donne sensuali e consce della propria femminilità, donne che sanno amare col corpo e con l’anima. In questo racconto si assiste allo sbocciare di una siffatta creatura che inizia a sentire la forza del desiderio e a volerlo reclamare per sé. La sua guerra culinaria con una ricetta estiva che sembra inafferrabile (non sa dosare gli ingredienti, ne dimentica altri…) si con-

cluderà con una vittoria, anche se avrà come condimento l’amarezza. Nel quinto e ultimo racconto “Mozart, e Brahms, e Corelli” la musica è al centro dei pensieri, utile per incantare come per definire la bellezza di una donna chiamata regina, nonostante sia una prostituta. È una regina perché il suo corpo è come la musica. Sarà proprio grazie alla passione per il violino che Tomàs riceverà quello che i suoi amici desiderano da tempo ma ottengono solo con denaro: l’iniziazione sessuale dalla più bella di tutte. Un libro scorrevole, piacevole alla vista, mai scontato o noioso nonostante la Grandes ami le descrizioni e i lun-

ghi periodi. Quando leggerlo? La sera, alla luce di una lampada o in un parco, mentre si cammina, con la certezza di avere almeno un’ora da dedicare alle pagine, senza distrazione: un flusso di pensieri interrotto bruscamente perde il suo valore e la sua intrinseca bellezza.
Avete letto la recensione del libro: “Il ragazzo che apriva la fila”, di Almudena Grandes (titolo originale “Estaciones de paso”), Edizioni “Guanda” 2007, traduzione di Roberta Bovaia. Il libro è stato gentilmente offerto dalla libreria “Il Delfino” – p.zza Vittoria, Pavia Ora è libero per la città grazie al bookcrossing di Inchiostro!

Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 333.1950756 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 12 - Numero 70 - 8 marzo 2007 Il giornale degli Studenti dell’Università di Pavia Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti.

Direttore responsabile: Alberto Bianchi Tesoriere: Elisa Zanola Webmaster: Alessio Palmero Aprosio Redazione:
Roberto Bonacina, Walter Patrucco, Irene Sterpi, Rossana Usai, Valentina D’Agnano, Elisabetta Rossi Berarducci Vives, Francesco Rossella, Alberta Spreafico, Andrea Giambartolomei, Francesca Macca, Giulia Schiavetta, Elena Provenzi, Alessio Palmero Aprosio, Luca Restivo, Raffaele D’Angelo, Pietro Mininni, Gabriele Ruberto, Marco Pedone, Manuela Ragni.

Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 3500 copie. Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Fondi Acersat “Inchiostro”: 7.000 Euro.

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Guida di sopravvivenza ai rapporti interpersonali (per uomini indifesi)
di Delirium lo Sciamano
E’ noto praticamente a chiunque che il periodo successivo al sempre felice (non per il portafogli…) giorno di San Valentino porta giovani e vecchie coppiette ad un congelamento dei rapporti, presagio di sventure dialettiche e penosi tentativi di riconciliazione. Ecco un prezioso prontuario di consigli che vi consentiranno di sorpassare in modo indolore tali spiacevoli situazioni: 1) Primo, banalissimo consiglio: in presenza di una donna, amica o (soprattutto)fidanzata, evitate qualsiasi allusione riguardo alle forme prosperose o ai pregevoli connotati fisici di qualsiasi altra ragazza; 2) Ricordate sempre che le donne, seppure in alcuni casi appassionate alla materia, non credono nella filosofia, in particolar modo se applicata ai rapporti interpersonali. Così, se di fronte al vostro ennesimo rifiuto di una romantica uscita in centro città in favore della partitella di calcio con gli amici, lei rispondesse: “Hai sempre qualcosa da fare!”, non dovrete replicare MAI con simil-aforismi del tipo: “tutti hanno qualcosa da fare a questo mondo”. Al contrario, se cederete alla tentazione filosofeggiante, il dialogo potrebbe arricchirsi di epiteti molto coloriti, e comunque poco filosofici, rivolti nei vostri confronti. 3) Non tentate assolutamente, perché mai ci riuscirete, di concludere un rapporto affettivo con un esponente del gentil sesso in modo pacifico. Perché quella che poco tempo addietro chiamavate “stellina” o “passerottina bella”, al momento del vostro tentativo di distacco si trasformerà in una poiana da combattimento, o in un’anaconda velenosa, pronta a beccarvi alle spalle per poi strangolarvi a colpi di ingiurie varie. In alcuni casi è meglio darsela a gambe silenziosamente… 4) Nel caso in cui abbiate saputo di una prossima telefonata della vostra bella, e voi, previdenti, aveste ben pensato di spegnere il telefonino o di isolarvi nella più completa alienazione, non accampate mai scuse troppo banali. A volte è meglio esagerare. Piuttosto che giustificarsi con un banale “il cellulare si è scaricato proprio un attimo fa”, azzardate l’ipotesi di un’improbabile invasione di omini verdi provenienti da Saturno appassionati di tecnologia terrestre o di un’esplosione atomica nelle vicinanze. 5) La telefonata riparatoria è sempre un buon mezzo di riconciliazione: non c’è molto da suggerire, basta pensare di sostituirsi allo zerbino di casa. Lasciate per un attimo da parte l’orgoglio: anche gli uomini più potenti sono succubi delle proprie dame (soprattutto se inviano richieste di scuse pubbliche a giornali nazionali). 6) In ogni caso, sempre, comunque, con una donna dovete misurare le parole. Il genere femminile è molto più abile nel trovare cavilli in qualsiasi frase in prosa rispetto a qualunque giurista sulla piazza. 7) Un ultimo consiglio: ricordate che stare soli non è poi così male, però, in fondo, una donna è sempre una donna. Rispettando scrupolosamente le indicazioni sopraelencate potrete sopravvivere in modo abbastanza agevole ad una relazione interpersonale. Ora scusate, vi lascio, devo tentare di riallacciare i rapporti con la mia ex: mi ha mollato proprio qualche giorno fa… Auguri a tutti voi!

PLAY IT LOUD, WEAR IT PROUD
di Giulia Schiavetta
Un giorno, mentre attendete il vostro turno alla cassa del supermercato, oppure mentre aspettate fiduciosi l’autobus (in bocca al lupo) l’occhio vi cade sulla persona vicino a voi: ha i capelli colorati, un paio di anfibi e un buon numero di spille da balia. Scatta immediata l’identificazione: punk. Se è vero questo (difficilmente un fan di Britney Spears o dei Blue porta una cresta verde), non è sempre vero il contrario, cioè non è certo che un amante o anche un vero appassionato di punk, metal o rap si vesta come tale. L’aspetto esteriore dovrebbe essere lo specchio di quello che si ha dentro, ma quanti fan dei Sex Pistols hanno davvero voglia di bucarsi ogni centimetro di pelle disponibile o di tingersi la folta chioma di qualche colore particolarmente squillante? Si potrebbe sostenere che è puramente un problema di gradi di convinzione, i veri amanti del metal si vestono come si conviene a dei veri “metallari”, perché si sentono tali nel profondo e non si vergognano di mostrarlo, mentre gli altri, quelli che si vestono in maniera “normale” forse non sono davvero convinti dei propri gusti musicali o si fanno troppo influenzare dalle mode e non riescono a fare delle scelte personali. Si può però obbiettare che, per gran parte delle persone, quella del vestirsi secondo uno stile è solo una fase adolescenziale, fate un giro in centro (ovvero percorrete ininterrottamente Corso Cavour e Strada Nuova) e incontrerete l’immancabile ex compagno di liceo un tempo rasta o punk completamente cambiato alcuni commenteranno: -“Tu guarda come si è infighettato!”Altri: -“ Finalmente si è tolto quelli stracci orrendi!”Un cedimento alle pressioni della società o si era stancato di far suonare i metal detector ovunque? Certamente ci sono molti che continuano a vestirsi in un certo modo, magari perché il loro lavoro è legato a quello o semplicemente perché quello è il loro gusto in fatto di abbigliamento e non vogliono rinunciarvi. E’ vero anche che non tutti ascoltano un solo tipo di musica anzi la maggioranza ascolta quello che vuole, mischiando i generi, se queste persone seguissero tutte le mode connesse e tutti gli stili di vita correlati si avrebbero dei risultati inquietanti, se poniamo una ragazza ascoltasse gli Iron Maiden e i Clash come Mozart, il risultato sarebbe un incrocio tra i suddetti, Joe Strummer e il “bellissimo” baronetto Jean Claude. La musica è libertà, gli stili non sono nati perché li si imitasse, ma dalla fantasia creativa e dalla voglia di ribellione o semplicemente di novità di qualcuno che certo non voleva lanciare una moda, al tempo stesso però, lasciano perplessi i pregiudizi annessi ai vari stili secondo cui i punk puzzano, i metallari sono satanisti e i rasta sono drogati, tutto questo può essere vero per qualcuno, ma non è molto plausibile che ogni singolo partecipante al festival Gods of Metal tornato a casa corra a ringraziare il Maligno per l’ottimo concerto.

E mia madre mi diceva di fare l’avvocato
di Valentina D’Agnano
Avevo una bella casa, tre bambini intelligenti ed un lavoro appagante. Provavo un senso di sicurezza: ero serena nel privato come sul lavoro. Poi mi sono svegliata ed ho cominciato a pensare alla mia vita, alle mie aspettative, alle piccole speranze. Non so perché, ma ogni volta che comincio ad immaginare il mio futuro provo un senso di vuoto allo stomaco, come quando alle elementari sapevo di non aver fatto bene i compiti. Trovo triste essere angosciati a vent’anni pensando al domani, proprio quando si comincia ad entrare più consapevolmente nel mondo. E forse è proprio questa consapevolezza che stringe la gola, che mi fa vedere con timore l’avvenire. Sindrome da Peter Pan in gonnella? No, piuttosto l’incognita del futuro. Spesso, facendo un esame di coscienza riguardo le mie scelte, mi sono chiesta se non fosse, in fondo, solo colpa mia, avendo scelto un corso di laurea non veramente professionalizzante. Forse avrei dovuto fare giurisprudenza, come voleva mia madre, o medicina, perché in famiglia un medico ed un avvocato servono sempre. Così ho cominciato a pensare seriamente che fosse un problema di facoltà, ma poi ho parlato con amici, che quelle strade le avevano scelte, ed ho scoperto che nemmeno loro erano stati risparmiati da quell’ombra di insicurezza, nemmeno loro sapevano se quella fosse stata la scelta giusta. Entrare nel mondo del lavoro fa paura e non ci si sente mai sufficientemente pronti, mai all’altezza, perché per raggiungere i propri traguardi bisogna avere sempre qualcosa in più degli altri: un’esperienza in più, un master in più che, comunque, non è mai abbastanza. Sento discusso spesso il problema delle pensioni, non voglio entrare nel merito del problema, ma con un semplice calcolo degli equilibri, se lo Stato incentiva a rimanere al lavoro anche quando si è raggiunta l’età utile per il pensionamento, non può esserci il cambio di generazione e necessariamente l’entrata nel mondo del lavoro da parte dei giovani deve essere ritardata! Dunque ? Io non posseggo la soluzione del problema, purtroppo, quindi ciò che resta da fare è perseguire ugualmente i propri obbiettivi con costanza ed impegno, magari conservando uno sguardo maggiormente disincantato.

I Rancid

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