Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.

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* fino ad esaurimento scorte. Per gli studenti di Cremona, si veda pagina 7.

Il giornale degli Universitari

Anno 11 - Numero 23 - 6 ottobre 2005 - Distribuzione gratuita

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Fedeli alla linea
Come un animale che non sa capire guardo il mondo con occhio lineare… e vedo, vedo noi che scriviamo che siamo di qua e voi che siete di là, noi che sudiamo che siamo di qua e voi che leggete che siete di là, di là dal muro, muro che stiamo costruendo da due anni a questa parte, mattone dopo mattone, pietra dopo pietra; un muro di idee e paro-

le, di carta; un muro di giornali che accumuliamo forse senza uno scopo preciso, senza un perché, ma, senza se e senza ma, anche quest’anno ci siamo presentati sulla linea, ad essa fedeli, pronti a partire come fratelli di sangue con una consegna da difendere… L’imperativo categorico è uno e uno solo: continuare a scrivere, sino a quando non avremo più nulla da comunicare, quando non saremo che memoria, ma ci saranno

altri che impugneranno le nostre penne e continueranno le nostre solitarie battaglie. Mi capita spesso, mentre impaginiamo il giornale, di pensare: “Ma chi ci sarà dopo di noi? Vivrà Inchiostro?”... Nescio sed fieri sentio et excrucior… Forse è giusto, forse è sbagliato, ma questo tarlo mi rode, mi divora e mi spinge a voler fare ogni volta un numero più bello, migliore, distribuito meglio, per dare

una possibilità in più al giornale, ai lettori, per non sentire sulle spalle il peso di 10 anni di storia… per vivere, sopravvivere alla banalità dell’inettudine, per avere il mio centro di gravità permanente… Inizia un nuovo anno, un nuovo Inchiostro vi(ci) aspetta: è anche meglio della realtà. Buona lettura Marzio Remus

Protesta specializzandi
Firma sul sito di Inchiostro la protesta dei medici specializzandi! Per ulteriori informazioni vai sul sito http://inchiostro.unipv.it

Tutti i martedì alle ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

ATTUALITÀ

Le primarie non sono secondarie
di Marzio Remus

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iovedì 21 settembre 2005, presso il Collegio Valla il circolo pavese di Libertà e Giustizia, coordinato dal vulcanico Antonio Ricci, ha “inaugurato” la sua attività autunnale con una conferenza-dibattito dall’accattivante titolo “Le primarie non sono secondarie”: relatori della serata il prof. Ernesto Bettinelli e il giornalista Giorgio Boatti. Dopo una breve introduzione a cura dello stesso Ricci e gli onori di casa fatti dal prof. Guglielmino Cajani, rettore del Collegio, si è entrati nel vivo del tema. Secondo il prof. Bettinelli vi sarebbero tre diverse tipologie di primarie: quelle statunitensi, quelle di una coalizione che sceglie il proprio leader e quelle del 16 ottobre 2005. Per capire come si sia arrivati a questo processo occorre fare qualche passo indietro. Nel 1992-1993 esplodeva Mani Pulite, la Lega era in piazza a fianco dei giudici e i partiti classici erano in crisi. Il sistema politico italiano, a seguito di un referendum plebiscitario, optò

per un sistema maggioritario bipolare, sistema che però non arrivò mai a un bipartitismo. Anzi, il sistema multipartitico con gli anni si è amplificato. I vari partiti pur cambiando nome sono rimasti delle enclavi, preferendo il successo interno. Siamo giunti a due diversi sottosistemi: il centro-sinistra e il centro-destra. Quest’ultimo, più omogeneo, avrebbe una concezione della res pubblica non solidaristica: la vittoria politica sarebbe il mezzo per liberare la società dall’oppressione dello Stato. Il centrosinistra avrebbe come comune matrice un’idea forte di solidarietà, concetto quest ultimo in grado di fare la differenza nei momenti drammatici. Il limite del centro-sinistra sarebbe però la sua frammentazione in vari partiti, portatori d’interessi estremamente variegati: in questo solo Prodi costituirebbe la risorsa politica, umana, culturale in grado di fare la differenza, capace di mediare tutti gli interessi e le correnti dell’Unione. Il problema, la sua debolezza, ma volendo anche la sua forza,

è che egli non è capo di un partito (in questo senso l’asimmetria con l’on. Berlusconi, attuale leader del centro-destra, è stridente). Le primarie del 16 ottobre servirebbero allora a garantire al Professore una legittimazione politica da parte dei cittadini e dei partiti a seguito di un evento politico sicuramente competitivo: basti solo pensare che vi sono ben sette candidati in lizza, di cui 4 leader di partiti aderenti all’Unione. Tutti i candidati hanno aderito a un principio di lealtà per cui i perdenti s’impegnano a un reciproco sostegno politico e il vincitore s’impegna, d’altro canto, a conciliare tutti gli interessi dei vari candidati. Se il prof. Bettinelli vede in maniera molto positiva per Prodi l’esperimento “primaria 2005” non è, invece, della stessa opinione Giorgio Boatti, il quale condivide l’acuta e ficcante analisi del costituzionalista pavese, che vede un Paese umiliato dall’illegalità diffusa, abituato a condoni e sanatorie, ma dubita che le primarie siano lo strumento adatto a lanciare il “Vascello Prodi” verso la vit-

toria alle elezioni politiche del 2006. Paiono piuttosto un artificio foriero di rischi e illusioni: rischio di bassa o scarsa partecipazione, illusione che le primarie, da sole, possano risolvere i problemi degli italiani e le

divergenze tra i vari partiti dell’Unione. A (im)modesto parere dello scrivente l’esperimento politico delle primarie 2005 è molto interessante e merita molta attenzione.

http://www.ulivo.it/primaria2005 http://www.unioneweb.it http://www.libertaegiustizia.it/new/index.php

Tutto quello che avreste voluto sapere...
di Elena Bombis

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Ucraina: cosa resta della rivoluzione
di Bonac
o scorso 8 settembre in Ucraina si è consumata una crisi di governo, che è stato sciolto dal Presidente dopo le accuse di corruzione rivolte ad alcuni importanti funzionari dal capo di gabinetto Zinčenko. La notizia di per sé non avrebbe fatto il giro del mondo, se il Primo Ministro e il Presidente in questione non fossero rispettivamente Julija Timošenko e Viktor Juščenko, gli alfieri della cosiddetta “rivoluzione arancione”. Così la Storia si è ripetuta anche qui, come da sempre accade: anche questa volta la genuinità dello slancio patriottico-democratico – sostenuto da imponenti e prolungate manifestazioni di piazza – è venuto meno, dopo appena nove mesi dalla mobilitazione natalizia e dall’affermazione, alla seconda tornata elettorale, della coalizione tra i nazionalisti (partito sul quale svetta la potente figura mediatica della pasionaria Julija) e il partito liberale Naša Ukraïna dello sfigurato Juščenko. I fatti ci parlano di uno spaccatura fra le due ali interne, probabilmente ex-alleate già alle prossime elezioni politiche del 2006: non essendo più in grado di celare le proprie malefatte pecuniarie – il figlio di Juščenko possiede, ad esempio, un auto da 200 mila euro in un Paese in cui un operaio ne guadagna 100 – o la propria ambizione politica – da tempo alla Timošenko stanno stretti i panni di Premier in una repubblica presidenziale – , le parti si lanciano reciprocamente accuse (nel governo mancherebbe “spirito di squadra”, il palazzo stagnerebbe nella “corruzione

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in cui sono impelagati i più stretti consiglieri del Presidente”) nella speranza di salvare la propria immagine a scapito di quella dell’altra. È chiaro ormai che lo spirito rivoluzionario ucraino, che ha soffiato per buona parte dello scorso anno, non esiste più. Spiace doverne prendere atto, in quanto l’Ucraina – fin dai tempi dell’Unione Sovietica – è sempre stata la voce ferma e contrapposta all’urlo centralizzante di Mosca, mentre adesso non solo Putin e Lukašenko possono tornare per un attimo a respirare (le spinte antirusse delle rose in Georgia e degli arancioni in Ucraina fomentano la ribellione anche nelle altre ex-repubbliche sovietiche, e quella che pare prossima alla sommossa popolare è proprio la Bielorussia), ma apre nuove prospettive all’attuale opposi-

Julija Timošenko zione del filorusso Kučma, silurato all’ultima tornata elettorale. Questo non è un fatto nuovo né isolato, e probabilmente neppure l’ultimo, giacché sembra essere questo l’istinto dell’uomo: continua ricerca di prevalere, prevaricando – se necessario – i diritti del popolo, gli alleati, gli oppositori. Viene in mente la figura di Cola di Rienzo, tanto affascinato

dalla grandezza del passato di Roma (che citava spesso con trasporto nei suoi discorsi pubblici) da attuare – nel 1347 – un colpo di stato, proclamandosi tribuno del popolo della nuova Repubblica romana; a causa dell’opposizione nobiliare e della sua indecisione fu catturato una prima volta, ma fece ritorno nell’Urbe in qualità di senatore per conto dell’autorità pontificia (il Papa si trovava ad Avignone); disattese ancora una volta – per eccesso autocelebrativo e l’imposizione di pesanti tasse – le speranze popolari, alienandosi buona parte dei suoi sostenitori: nel 1354 quattro rioni della città insorsero, lo catturarono e lo trucidarono. Questi sono tempi diversi (neppure troppo diversi, se pensiamo alla fine di Mussolini o di Ceausescu), ma la passione – che prima anima i personaggi rivoluzionari e poi li ossessiona – pare essere la stessa. L’Ucraina (che comunque vedrà ancora al potere, l’anno prossimo, i rivoluzionari: mi pare improbabile che ci si trovi di fronte a una semplice “parentesi arancione” della storia di questo Paese, o perlomeno non tanto breve) ha vissuto e vive momenti cruciali del cammino di emancipazione post-sovietico, ma pare aver esaurito una parte rilevante della spinta propulsiva primigenia – senza contare che agli occhi del mondo (e soprattutto degli USA) non sarà più l’incarnazione pura del “bene democratico” contro il “male russo”, quanto piuttosto un ridimensionato pupillo sotto l’occhio critico e vigile dell’insegnante. A prescindere da chi si imporrà sull’ex-alleato (e ora serpe in seno), oggi l’Ucraina è tinta di un arancione sbiadito.

arliamoci chiaro, quando si affronta un tema come le elezioni primarie ognuno ha un’opinione e pochi delle domande. Risultato: sembra che tutti siano nati con la scienza infusa e quelli che in realtà ne hanno sentito parlare per la prima volta si sentono degli ignoranti di prima categoria. Inchiostro ha intervistato il professor Ernesto Bettinelli, docente di Diritto Costituzionale presso la facoltà di giurisprudenza di Pavia, per aiutare questi pochi (?) sfortunati a intendere un argomento di “primaria” importanza ponendogli domande elaborate che in pochi avrebbero il coraggio di chiedere, come... Inchiostro: Che cosa sono le elezioni primarie? Prof. Bettinelli: Sono votazioni organizzate (spontaneamente o in osservanza alle leggi elettorali) da partiti o da raggruppamenti di partiti per selezionare i propri candidati a competizioni elettorali di vario tipo: politiche e amministrative. I: In quali democrazie è utilizzato questo sistema e quale esempio ne ha tratto l’Italia? B: La “patria” delle primarie sono gli USA. La competenza di disciplinarle è però riservata ai singoli Stati, che adottano metodi e criteri diversi. In alcuni casi le primarie sono “aperte” a tutti gli elettori; in altri sono ammessi alle votazioni solo gli aderenti ai partiti interessati.

centro-sinistra nelle elezioni regionali di quest’anno. Come è noto, è prevalso Vendola che poi ha vinto le elezioni. Le prossime “primarie” dell’Unione –pur formalmente competitive- sono state organizzate (sostanzialmente) per assicurare a Prodi (non iscritto a nessun partito della coalizione) una legittimazione popolare e per “misurare” il consenso di altri leader (dei partiti minori) e delle rispettive proposte programmatiche ai fini della successiva definizione del programma di governo. Oltre a ciò, è importante anche l’aspetto della mobilitazione dei cittadini. I: In questi giorni si parla di primarie anche nel centrodestra, nonostan te un a Leadership ritenuta indiscussa o che molti ritenevano non si sarebbe mai potuta discutere. Come mai ritiene che si sia voluto tentare questo tipo di elezioni anche per questa corrente? Considera accettabile il fatto che le due primarie abbiano per regolamenti diversi? B: Evidentemente la Leadership di Berlusconi non è più indiscussa. Se le primarie sono spontanee, ciascun partito o schieramento è libero di regolarsi come meglio crede. Ovviamente dovendo rispettare i diritti fondamentali dei cittadini. I: Un altro argomento attuale è la grande polemica in Parlamento riguardo al sistema proporzionale, che vorrebbe favorire una maggiore rappresen-

In Italia siamo ancora nella fase delle sperimentazioni: per ora si sta navigando a vista. I: A quando risale il primo esperimento di elezioni di questo tipo nel nostro Paese e con quali risultati? Quali sono gli elementi che portano oggi a svolgere le primarie a livello nazionale? B: Le consultazioni (spontanee) che hanno avuto più risonanza sono certamente quelle svoltesi in Puglia per scegliere il candidato dello schieramento di

tanza dei numerosi piccoli partiti presenti nel panorama politico italiano, e maggioritario, che vorrebbe invece segnare un passo verso la creazione di un sistema bipolare. Ritiene che le primarie possano avere un ruolo fondamentale nella creazione di un bipolarismo maturo e completo? B: Chi vivrà, vedrà…

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UNIVERSITÀ

LCSD: come diventare divulgatori
di Lia Paola Zambetti
orse non tutti sanno che presso la nostra Università esiste anche un corso per diventare giornalisti scientifici. O meglio divulgatori. Il Laboratorio di Comunicazione Scientifica e Divulgativa, tenuto da Marco Cagnotti (responsabile dei servizi scientifici del quotidiano luganese Corriere del Ticino), è stato proposto anche quest'anno, dopo la prima sperimentazione dell'inverno scorso. Il corso vale 3 CFU per la facoltà di Scienze MM.FF.NN. ed è possibile chiedere di inserirlo nel piano di studio anche per altre Facoltà come corso libero. Il Laboratorio di Comunicazione Scientifica Divulgativa ha proprio lo scopo indicato nel titolo: formare divulgatori. Una merce che, in Italia, scarseggia assai. Almeno così sembra leggendo i giornali, in cui a volte capita di trovare dei veri nonsense scientifici. Chi volesse cimentarsi con un lavoro piacevole, faticoso ma non troppo, stimolante e di alta utilità sociale si accomodi: troverà tutte le informazioni necessarie. Il corso ha avuto inizio in una fredda e nebbiosa serata dell'autunno 2004 presso il Collegio Nuovo e ha visto l'iscrizione di una quarantina di persone, tra studenti, dottorandi e curiosi. (Colgo l'occasione per spezzare una lancia a favore del Collegio. La location è stata molto contestata perché scomoda da raggiungere. In realtà è come andare in Nave... e poi è un posto interessante e pieno di bella gente). Le prime lezioni sono state

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introduttive e ricche di informazioni pratiche. Più che "come comunicare" sono state analizzate le modalità di raccolta delle informazioni (come capire se una notizia è buona o no, l'importanza di creare un archivio) e la situazione dell'editoria scientifica in Italia e si è visto come proporre un proprio articolo a un giornale. Sono stati persino affrontati i regolamenti degli ordini professionali dei giornalisti. Insomma, nulla è stato lasciato al caso. Grande enfasi è stata posta, in ogni lezione del corso, all'importanza del destinatario del servizio: il lettore medio di un quotidiano generalista è diverso da chi legge Le Scienze. È sempre chi comunica che deve mettersi sul piano di chi legge, non il contrario. Per qualunque laureato è facile parlare della propria materia in termini specialistici, ma il lettore ha i suoi diritti e se lui di quella materia non sa nulla bisogna usare termini più semplici e spesso più difficili da trovare. Alcune lezioni sono state dedicate alla divulgazione orale (programmi radio, conferenze) e ai trucchi per parlare in pubblico: tutte informazioni utili al momento di un esame o della presentazione delle tesi. Quando, circa a metà del corso, si è cominciato a scrivere veramente... ahimè, devo confessare che la partecipazione si è un po' ridotta: molti sono stati spaventati dalla fatica di preparare gli articoli e hanno

abbandonato le lezioni. Chi ha resistito fino alla fine si è però ritrovato in grado di produrre un articolo chiaro, rispettando le consegne (lunghezza, destinatario, immagini) e scoprendo che l'unica vera regola per imparare a scrivere è... scrivere sempre.

DDL Moratti: Distruggere Di corsa L’università
di Nicola Cocco
uah! Non voglio entrare nel merito del ddl Moratti sulla docenza universitaria (sì, avete capito bene, quello della “precariarizzazione-morte” dei ricercatori, quello dei novelli “professori aggregati” e della meritocrazia illusoria, ecc. ecc.), su cui, purtroppo, avremo modo di tornare a parlare e sputazzare diffusamente in futuro. Ma porca miseria: • Puah! n. 1: un maxiemendamento scaraventato come un macigno ha praticamente spazzato via i 6 articoli bocciati dalla Camera prima dell’estate, dopo mesi di discussioni e proteste in tutta Italia (anche Inchiostro si occupò della questione ricercatori, andate a rispolverare l’intervista al Dott. Taglietti del n. 10); • Puah! n. 2: i tempi si sono fatti incredibilmente stretti, l’intero iter è scivolato sotto il letamaio delle bagattelle interne a maggioranza e opposizione, spuntando all’improvviso negli ultimi giorni, come una pernacchia fatta all’intero mondo universitario italiano; • Puah! n. 3: il governo ha posto la fiducia sul maxiemendamento, rendendolo praticamente inattaccabile da qualsiasi discussione parlamentare e blindando, di fatto, la riforma di un aspetto fondamentale dell’università dietro ai mezzi politici beceri e disperati di un esecutivo ormai alla frutta. Insomma, di fatto Madama Letizia ha gentilmente prelevato il DDL dalle commissioni in cui era in discussione (Istruzione e Bilancio: sì, perché ci sarebbe anche un altro problemino, la

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SEDE Le lezioni si terranno presso il Collegio Nuovo - Fondazione Sandra e Enea Mattei, via Abbiategrasso 404, Pavia. ORARI Il corso, della durata di 32 ore, si svolge dal 17 ottobre 2005 al 10 gennaio 2006, nei giorni di lunedì e martedì, dalle ore 17 alle 19. In occasione della prima lezione sarà possibile discutere con il docente qualche leggera modifica all'orario. CALENDARIO Le date esatte dei giorni di lezione sono le seguenti: 17-18-24 ottobre 2005 7-8-14-15-21-22-28-29 novembre 2005 12-13-19 dicembre 2005 9-10 gennaio 2006

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era hi cc ta pu s a

http://web.ticino.com/lcsd/home.htm

La rivoluzione dei servizi informativi?
di Alessio Palmero

copertura finanziaria della riforma…), ha diligentemente evitato ogni dialogo con le parti direttamente interessate (docenti, ricercatori, la stessa CRUI) nonché ogni loro proposta e ha coscienziosamente creato questo mirabile monstrum legislativo che si appresta a prendere a cazzotti il sistema universitario italiano. Puah! E allora ben vengano i tafferugli dei ricercatori davanti al Senato di questi giorni, e anche l’incazzatura del buon Tosi, il presidente dei rettori italiani, che, senza mezzi termini, ha parlato del DDL come un mezzo “autoritario” e “unilaterale” con cui la maggioranza di governo sottrae alle componenti universitarie “la possibilità di poter incidere direttamente sul loro futuro” (intervista a Repubblica, 29.09.2005). Ben vengano le interruzioni delle attività didattiche, le dimissioni in massa dei rettori, il ferro e il fuoco… Però, puah!, invece dei soliti cinque giorni di sciopero e dei soliti slogan e cori imbarazzanti (o perlomeno in aggiunta a tutto l’ambaradan), qualche animuccia candida e arrabbiata dell’università, sia essa docente, rettore, ricercatore, preside di Facoltà, bidello… potrebbe degnarsi di spiegare la riforma e i suoi effetti mefitici a noi studentelli sprovveduti? Comunque, prima che nei contenuti, ciò che è più deprecabile nell’intera faccenda è l’assoluta mancanza di senso democratico e di rispetto per i cittadini che questo governo continua a sbatterci sul grugno come un fiore all’occhiello. È l’assoluta mancanza di stile, il pessimo gusto che Madama Letizia sfoggia allo stesso modo nel vestire e nel legiferare. Puah!

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i è mai capitato di andare in segreteria? Ebbene, tra poco non capiterà probabilmente mai più, le segreterie saranno vuote e noi potremo finalmente fare tutto attraverso il Web! Non ci credete? Nemmeno io, ovviamente, e se leggete lo scambio di mail che ho avuto con la segreteria capirete perchè.

disponibile dal 1 Agosto 2005". Oggi è il 17 del mese successivo, e io non ho alcuna possibilità di sapere se posso fare o no alcune modifiche al mio piano di studi. Credo che dobbiate veramente vergognarvi! Attendo una risposta Alessio Palmero cdl Scienze Matematiche Da: Angelo Beretta A: Alessio Palmero Oggetto: Piani di studio Dall'a.a. 2005/06 tutti gli studenti iscritti (sia alle L triennali [...], sia alle LS, sia alle LSU) dovranno presentare il proprio PdS con procedura online. La stessa procedura online deve avvenire anche per le variazioni a PdS già presentati negli anni precedenti. Questa novità ha richiesto un ampliamento della procedura informatizzata, che non ci è ancora stata consegnata da parte della software house incaricata del lavoro. Il termine per la presentazione è fissato al 31/10 e l'inizio (previsto dal 15/09) è slittato ad una data che attualmente non siamo in grado di fissare, ma che potrebbe essere tra 10/15 gg. e che sarà comunque segnalata sul sito. Eventuali

ritardi potrebbero richiedere proroghe al termine ultimo entro cui presentare il PdS. Non riteniamo che ci sia nulla di vergognoso in questo ritardo, ma che esso, pur spiacevole e a priori certamente non auspicabile neppure dagli uffici, possa essere almeno in parte giustificato dalla complessità di un'innovazione che interessa tutta la procedura di gestione delle carriere studentesche. Cordialmente A. Beretta Ecco qui... io volevo cambiare il mio piano di studi facendo la mia bella codina, e invece no! Credo che l’unico commento possibile sia questa storiellina (inviata anche ad Angelo Beretta per conoscenza):

Convegno Rock a Cremona
di Emma Stopelli
e siete amanti dei Beatles, conservate gelosamente dischi dei Soft Machine o stravedete per i Pink Floyd e i Genesis, correte in stazione a farvi un bel biglietto del treno per Cremona, anzi un abbonamento settimanale: senza dubbio conviene. Dal 20 al 22 ottobre, infatti, presso la Facoltà di Musicologia avrà luogo il Convegno Internazionale “Composizione e sperimentazione nel rock britannico: 1966-1976”. La cosa vi stupisce? Forse credevate che frequentare Musicologia significasse solo ascoltare Vivaldi, Bach o Mozart, confrontarsi con notazioni antiche o annoiarsi con la lirica? Provate a parlarne con i professori Gianmario Borio e Serena Facci. Ebbene, vi diranno che è arrivato il momento di ricredersi. Per

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Da: Alessio Palmero A: Informastudenti Cc: Angelo Beretta Oggetto: Piani di studio Buongiorno, vorrei sapere quando sarà aperto nuovamente il sito per la presentazione dei piani di studio. [...] Sono andato in segreteria, ho fatto la coda con relativi numerini e alla mia richiesta di poter fare alcune modifiche al piano di studi il segretario mi ha risposto: "Noi non sappiamo niente, deve guardare sulla pagina internet, ormai non ci sono più nemmeno i moduli. Se la pagina internet le permette di farlo, allora lo può fare, altrimenti non lo può fare". Non ero molto di buon umore dopo una risposta simile, e a testa bassa sono andato su internet... dove ho trovato scritto: "Il servizio sarà nuovamente

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Si immagini di essere alla fermata del bus da ore, io passo e Le dico: "Non si preoccupi, tra sei ore passa un bus nuovissimo, con aria condizionata e macchinetta del caffé, e siccome arriva in ritardo il servizio è attivo fino alle 22 invece che fino alle 20". Lei mi risponde: "Beh, allora vado a piedi". E io: "No, non può, ormai si viaggia solo in bus". A quel punto Lei non si arrabbierebbe?

tre giorni, esperti della composizione novecentesca e studiosi di popular music discuteranno e si confronteranno su alcuni temi riguardanti il cosiddetto “progressive rock”, prestando particolare attenzione agli aspetti tecnologici, alla sperimentazione compositiva nonché alle implicazioni sociologiche e politiche. Tra i docenti relatori: Roberto Agostini, Lelio Camilleri, Vincenzo Caporaletti, Paolo Cecchi, John Covach, Franco Fabbri, Dai Griffiths, Laura Leante, Luca Marconi, Allan Moore, Mark Spicer, Christophe Pirenne e Veniero Rizzardi. Certo, non si prospetta una passeggiata. I temi sono forti, attuali, intriganti e allo stesso tempo impegnativi, ma niente paura: le pause tra mattina e pomeriggio permettono un’adeguata digestione e l’orario di inizio non è al canto del gallo.

Web: http://spfm.unipv.it Email: convegnorock@unipv.it

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MUSICA
Diario di bordo del concerto dei SubsOnica con una speciale intervista

Concerto SubsOnico
a cura di Paola Ranchini e Silvia Tacca
il 31 agosto: il nostro obiettivo è il concerto dei SubsOnica a Castagnole Lanze, un paesino vicino ad Asti. I SubsOnica, infatti, dopo il primo lungo periodo di pausa dall’inizio della loro storia, tornano a suonare insieme; il risultato è l’album “Terrestre” e il relativo “Terrestre Tour”, che li ha portati in giro per l’Italia durante quest’estate, con una lunga serie di date tutte sold out. L’album, pur essendo sonoricamente diverso dai precedenti, ci è piaciuto davvero molto e, quindi, non vediamo l’ora di assistere al live. Appuntamento fissato per l’intervista alle ore 18.30, ma noi siamo in loco già alle 17.30 per poter avere il tempo di gustare un buon aperitivo con i vini locali. La giornata è torrida: la temperatura segnalata è di 33 gradi ma, saranno i bicchieri di vino o l’aria euforica che aleggia tra noi, percepiamo almeno 10 gradi in più. Dopo aver superato, con non poca fierezza grazie ai nostri pass, la moltitudine di fan già in coda a quell’ora, arriva il momento dell’intervista che si rivelerà poi una piacevole chiacchierata con Samuel, voce del

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gruppo. Fin dal primo momento Samuel dimostra di essere molto disponibile, invitandoci ad accomodarci e offrendoci una birra; l’atmosfera è più che tranquilla e in questo clima disteso iniziamo a porgergli le nostre domande. Inchiostro: Nel vostro ultimo album, “Terrestre”, ci sono influenze meno elettroniche e più strumentali. Per quale motivo? E’ forse stato un modo per avvicinare un altro target di pubblico? Samuel: Non abbiamo mai fatto musica per conquistare o avvicinare un determinato tipo di pubblico piuttosto che un altro; abbiamo sempre fatto musica per un piacere personale. Proprio per questo motivo i cambi di rotta sono all’ordine del giorno per i Subsonica. Infatti in ogni disco abbiamo tracciato un cambio di direzione. Questo è un nostro modo per mantenere sempre alta l’attenzione su quello che facciamo e per spostare sempre più in là il punto di arrivo, continuando a divertirci navigando sempre in territori nuovi. Questo disco non è diverso dagli altri per intensità o per contenuti, è diverso per

quanto riguarda l’aspetto sonoro. E’ venuto fuori così proprio perché ci trovavamo in un momento storico in cui avevamo bisogno di suonare diversamente da come avevamo fatto prima. Avevamo passato due anni distanti, ognuno di noi aveva seguito i propri progetti e avevamo un po’ accantonato gli strumenti per dedicarci a cose legate all’elettronico, come per esempio Dj set, e quando ci siamo incontrati di nuovo avevamo voglia di abbracciare gli strumenti. Così è stato. Di conseguenza il disco vive di una natura più elettrica e meno elettronica. Inchiostro: Parlando di progetti paralleli, Boosta con Iconoclash, tu con i etc., Motel Connection pensi che ciò arricchisca i

Subsonica o tolga delle energie e del tempo? Samuel: Il lavoro toglie sicuramente delle energie ma a livello creativo aiuta. Il fatto di avere stimoli che provengono non solo dal gruppo ma anche dall’esterno aiuta a mantenere una forza creativa che nei SubsOnica è ancora molto accesa. Inchiostro: Tutti questi progetti paralleli, che continuate a portare avanti, denotano che tutti voi siete molto carismatici e che, a differenza di quasi tutti gli altri gruppi, non c’è un vero e proprio leader. Quindi come fanno cinque diverse forti personalità ad andare d’accordo da quasi dieci anni? Samuel: Credo che molto sia dovuto all’intelligenza e alla sensibilità di capire che in un gruppo l’equilibrio deve essere sempre mantenuto costante. Noi siamo nati e cresciuti così: senza un vero e proprio leader. Non c’è un cantante che scrive da solo i testi, non c’è un produttore che mette la musica in mano ad altri, ma ci sono una serie di capacità che abbiamo deciso di fare interagire per sposare un progetto comune che singolarmente non riusciremmo a realizzare. Nella sopravvivenza dei SubsOnica è fondamentale il fatto che ognuno di noi abbia i propri spazi per poter sfogare i propri desideri al di fuori del gruppo in modo che, quando ci troviamo a lavorare insieme, abbiamo la giusta intensità per il nostro progetto comune. Inchiostro: Dai testi di alcune vostre canzoni si nota un impegno non del

tutto politico ma sicuramente sociale. Non vi spaventa mandare messaggi di questo tipo? Samuel: Noi siamo nati e cresciuti nei primi Anni Novanta suonando nei centri sociali e siamo sempre rimasti in contatto con questa realtà che sentiamo vicina a noi. Quest’ambiente ci ha stimolati e ha creato le nostre credenze sociali e politiche. La politica nell’arco di questi anni è cambiata: ci sono stati momenti più felici di questi ma anche più tristi. Il nostro lavoro, comunque, è sempre stato legato a vivere il nostro territorio e le realtà che maggiormente ci appartengono. Inchiostro: Il prossimo singolo in uscita sarà “Incantevole”. Come mai questa scelta, invece di altri brani che forse rispecchiano maggiormente il carattere del nuovo album? Samuel: Noi siamo abbastanza famosi per le scelte che vanno contro corrente: “Corpo a corpo”, per esempio, è un singolo molto duro, quasi invernale, invece l’abbiamo fatto uscire questa estate con un video altrettanto duro che sottolinea la crudezza di certe parole del testo. Abbiamo sempre tentato di allontanarci dall’ovvietà perché i SubsOnica ritengono una scelta troppo facile e scontata l’uscita in estate del classico video sulla spiaggia. Così sarà anche per “Incantevole” che, nonostante sia un pezzo melodico, ha delle caratteristiche, come i “noise” di fondo, che ben ci rappresentano; è comunque un brano malinconico e oserei dire autunna-

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MUSICA
le. Inchiostro: Come mai un gruppo famoso come il vostro preferisce rimanere in tour per così tanto tempo piuttosto che farsi pubblicità attraverso vie sicuramente più semplici e meno faticose come possono essere le comparsate televisive? Samuel: Perché questa è la nostra strada. Siamo molto più bravi a salire su un palco per esibirci dal vivo piuttosto che andare davanti a una telecamera, cosa che comunque riusciamo a fare senza problemi ma che sentiamo più pesante. Io credo che renderebbero di più quattro apparizioni televisive a programmi banali, come purtroppo ci sono oggi in Italia, piuttosto che mille date una dietro l’altra, ma non è questa la nostra strada. Dopo l’intervista tutti a cena! Una cena breve, si intende, perché noi, addette ai lavori, avevamo una missione da portare a termine, missione che sicuramente non poteva esaurirsi con la sola intervista. Infatti per tutti voi, studenti di Pavia, ci è pure toccata l’ardua missione di seguire da vicino, ma da molto vicino, ben due ore di concerto SubsOnico. Da spettatrici privilegiate ci godiamo lo spettacolo di una piazza che da semivuota comincia a prendere vita e pian piano a gremirsi di una folla che raggiungerà le 4.000 persone. Alle 22.30 la performance dei SubsOnica prende il via con l’intro di “Terrestre”, ma l’atmosfera comincia a scaldarsi con il secondo pezzo “Giorni a perdere” e a seguire con “Ratto”, uno dei pezzi più energici dell’ultimo album. Se, fino a quel momento, avevamo cercato di mantenere un certo aplomb da vere professioniste, quando il gruppo intona le prime note di “Colpo di pistola” non c’è più niente da fare: l’entusiasmo prende il sopravvento, il sound dei SubsOnica è veramente irresistibile e non è possibile non scatenarsi. Il pubblico, già carico, viene incitato da Samuel, abilissimo frontman, e da Boosta, tastierista, e altrettanto abile show-man. Con “Aurora sogna” e “Discoteca labirinto”, due brani immancabili in un concerto della band torinese, e con “L’odore”, pezzo tratto dall’ultimo album, la folla raggiunge l’apice dell’esaltazione ma, in questo vortice, a tratti psichedelico anche grazie ai cinque maxi schermi che incorniciano il palco, non mancano momenti più soft, quasi sus-

surrati, in cui Samuel abbraccia la chitarra acustica, tranquillizzando gli animi del pubblico con “Le serpi”, con la soffice “Incantevole” e con “Vita d’altri”, anch’essi tratti dall’ultima fatica discografica. Sicuramente uno dei brani che dal vivo rende maggiormente è “Gasoline”, unico brano in inglese di “Terrestre”, in cui Ninja, batterista del gruppo, si

Storia di strade che si incrociano
di Federica Venezia

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n inatteso colpo di pistola: così esplode il fenomeno SubsOnica nell’estate del 1999, con l’album “Microchip Emozionale” che li consacra band rivelazione. I componenti del gruppo torinese provengono tutti dalle più svariate esperienze musicali e hanno già collaborato nel 1997 per il CD di esordio, “SubsOnica”. Quello è anche l’anno dei primi concerti dal vivo e dell’occasione imperdibile di suonare all’MTV Day, giorno in cui si fanno subito notare tra i gruppi italiani emergenti. L’anno prima il cielo su Torino aveva visto la fondazione di Casasonica, un ex-laboratorio cinematografico dove prende vita un progetto musicale vincente. I suoi autori sono Samuel, voce, front-man e anima del gruppo, Boosta, tastierista e campionatore che dà alle canzoni un’impronta psichedelica, Cmax, chitarrista e coautore dei testi insieme a Samuel, e Ninja, eclettico batterista.

Pier funk, il bassista degli albori, avrebbe abbandonato nel 1999 per lasciare il posto a Bass Vicio. Aurora sogna e anche i SubsOnica lo fanno, constatando che durante il tour di 150 concerti tra gennaio e ottobre del 1998 l’affluenza del pubblico aumenta. La loro musica vende anche in Inghilterra e le collaborazioni diventano importanti, come quella per il video “Me siente” dei 99 Posse. 1999: di fronte al successo, i componenti del gruppo sono liberi tutti di tirare un sospiro di sollievo, perché hanno davvero conquistato il proprio posto nella storia della musica, perlomeno italiana. Nel 2000, dopo aver mandato avanti sonde per tastare il polso della situazione, i SubsOnica tentano l’esperimento Sanremo. Tutti i miei sbagli diventa la loro bandiera: superano le selezioni, partecipano al Festival e, anche se non vincono, il singolo balza in testa alla classifica delle canzoni più passate nelle radio. Sempre nello stesso

anno collaborano con Morgan, dei Bluvertigo, per una delle canzoni e dei video più famosi del gruppo. Intanto il sito www.subsonica.it accoglie una media di 15 mila ingressi settimanali, i cinque sono inseriti nelle nomination per gli MTV Awards europei come migliore realtà italiana… e vincono guadagnando anche il disco di platino per “Microchip Emozionale”. La perfezione del fenomeno musicale creato dai SubsOnica si consolida col nuovo disco di platino per l’ album del 2002: “Amorematico”. “Controllo del livello di rombo” esce nel 2003 ed è il doppio CD live che raccoglie il tour dell’anno precedente. I fan continuano ad aumentare e la band passa ai concerti nei più capienti palasport. Sono più di 13 mila le persone che, nelle proprie solitarie albe meccaniche che seguono al concerto del Forum di Assago, tornano a casa dopo aver visto il gruppo suonare dal vivo. Collaborazioni con altre band e una biografia ufficiale (“Anomalia SubsOnica”) portano all’ultimo disco, “Terrestre”, pronto nel 2005 e composto da 14 nuove canzoni in cui si sente, come del resto in tutta la loro produzione, la commistione di house, elettrica, elettronica e tutto ciò che è sperimentazione. N.B.: Chi conosce davvero i SubsOnica avrà riconosciuto nel testo alcuni titoli appartenenti a “Microchip emozionale”.

esibisce in un magistrale assolo. E in merito ad assoli non possiamo sicuramente tralasciare le formidabili tastiere di Boosta in “Strade”. I maxi schermi indicano che mancano sei minuti al termine del concerto e, forse, sono i sei minuti più piacevoli di tutta la serata: infatti il brano che ci dà la buonanotte è “Preso blu”, uno di quei pezzi che non ti stancheresti mai di ascoltare e che pare quasi abbia il dono di infonderti un senso di serenità. Le luci del palco si spengono, la piazza lentamente si svuota e, come è d’abitudine dopo i loro concerti, Samuel, Boosta, C-Max, Ninja e Vicio si rendono disponibili a firmare autografi e a farsi fotografare dai fan. La serata è proprio finita e ora ci aspetta il momento più duro: il ritorno a casa e, come se il concerto non

ci fosse bastato, i SubsOnica rimangono la colonna sonora del nostro viaggio in macchina, caratterizzato da diverse pause caffè in autogrill e da svariati commenti sulla giornata. Noi sicuramente torneremo a sentire i Subsonica dal vivo. Per quanto ci riguarda, il “Terrestre tour” è stato uno dei migliori live di questa estate ed è proprio per questo che ci permettiamo di consigliarvi di partecipare ad almeno un loro concerto. Perché dal vivo sono veramente bravi: riescono a creare un’atmosfera di vera interazione con il pubblico e a trasmettere una grande carica di energia positiva. Un ringraziamento speciale alla nostra fotografa Maria, alla disponibilissima Silvia dell’ufficio stampa dei SubsOnica e ovviamente ai SubsOnica.

Concorso

CELEBRI FACOLTÀ

Prendi una frase dalla poesia, dalla prosa, dalla fiction e falla tua, correggila, emendala...
Scade il 20 ottobre 2005. Regolamento completo sul sito web http://inchiostro.unipv.it

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Vai allo Shop-Up, il primo store dell’Università di Pavia (Università Centrale), con questa copia e riceverai un simpatico omaggio firmato Inchiostro

CULTURA

Pavia atomica
di Lorena Meola
asta con le classiche interviste agli scrittori. Basta con gli scrittori che si confondono con i personaggi dei loro romanzi. Leggendo “Atomico Dandy” (non l’avete ancora letto?!? rimediate immediatamente!) e la biografia del suo autore, Piersandro Pallavicini, risulta quasi automatico sovrapporre il chimico reale, ricercatore dell’università di Pavia, a quello letterario, l’esimio professore nonché vincitore del premio Nobel Vittorio Nuvolani. Ennesimo caso di romanzo autobiografico o riuscirà Inchiostro a sancire l’indipendenza del professor Nuvolani dal proprio autore? Inchiostro: Che rapporto hai con la moda? In AD vi è molta attenzione ai dettagli (per esempio i gemelli e le griffe del vestiario) che si conformano all’élite di successo ma è contemporaneamente presente una latente volontà di dissacra-

L’uomo nella storia
di Maurizio Capone
un pazzo se la indossi. Ma per dirla tutta: le cose alla Gaultier sono veramente portabili solo sotto i 25 anni (e con un fisico adatto). Dopo si sembra dei deformi e patetici cretini con la pretesa di essere “giovanili”. Dico un’ovvietà, ma è bene ricordare che alla gioventù è concessa ogni spiritosaggine (anche nell’abbigliamento) perchè comunque si è attraenti. Con la “maturità” (uso pietosamente un termine pieno di diplomazia, per definire l’età che ho) ci si veste in modo da rendersi meno sgradevoli possibile... o, se si vuole essere meno negativi, per valorizzare quel tipo di discreta bellezza (non certo attinente al corpo) che si può ancora esprimere. Temo dunque che dal seguire la moda – nella sua accezione più estrema – io faccia meglio ad astenermi. Seguo il variare dei tagli per non sembrare un suonato fuori tempo, cerco di valorizzare quel che sono, ma rimango sul classico. Meglio se british. Il perfetto dandy? È quello che né trasgredisce né è vittima del “sistema”: sostanzialmente perché, rispetto al sistema, è al di sopra, e non gliene sbatte niente. Il perfetto dandy è quello che cerca gli abiti, e le cose, e i comportamenti migliori, per esaltare la propria bellezza e goderne, osservandosi. Poi si può essere dandy nello spirito ma non nei fatti – o non fino in fondo, insomma. Perché? Perché i begli abiti, per stare sul semplice, costano. Vittorio Nuvolani: Se c’è una cosa di cui posso vantarmi è di non avere mai nemmeno guardato quelle rivistine per wannabe dell’eleganza, patinate ed esecrabili. Io cerco la grazia, la soavità, la bellezza. Quando la trovo in una vetrina, entro e acquisto. Lo vedrebbe chiunque che non è una coincidenza, però, se dieci capi su dieci sono di buona sartoria inglese e mai di abominevoli sottostilisti che hanno scelto di chiamarsi con nomi che ti mettono imbarazzo anche solo a pronunciarli. Andiamo: indossereste mai davvero qualcosa che portasse la marca – Dio ci perdoni – “Uba Uba”? I: Cosa pensi della politica? La rifuggi o pensi sia una parte importante del percorso di formazione dell'individuo? PP: Dalla politica in sé mica si può rifuggire: sarebbe come pretendere di non avere reazioni rispetto a quel che ti succede intorno. Dai politici, invece, rifuggo spesso volentieri. VN: Voto a sinistra, ma basta – questo è ciò che ogni giorno mi dico – con tutte queste chiacchiere che mi danno nausea e fan salire la pelle d’oca dall’imbarazzo. Per noi è una regola: col sindaco e i due o tre assessori più socievoli, quando o profondamente apprezzato l’articolo di Erika De Bortoli (“Ritorno alla storia”) sul tema della coscienza storica, pubblicato sul numero 21 di Inchiostro. È infatti fondamentale che ogni individuo non si limiti all’apprendimento di alcune informazioni, ma che sia in possesso di una matura coscienza politica imprescindibilmente connessa a una solida conoscenza storica. Il recente e amaro responso delle elezioni primarie in Germania, cagionato dall’abnorme percentuale di indecisi, ha determinato l’ingovernabilità del Paese (almeno fino ad oggi, sabato 24 settembre) e ha messo in luce i danni derivanti dalla mancata presa di posizione politica di una porzione consistente del popolo tedesco. Nel mondo odierno si esalta l’estrema velocizzazione della comunicazione. La nostra epoca sta assistendo a una circolazione sempre più vorticosa di informazioni. Il nostro mondo è definibile come “l’Età della Comunicazione”. Ma comunicare equivale a pensare? I pensatori sono in via d’estinzione? È invece necessario che la classe dell’intellighenzia italiana si avvalga di autentici pensatori, non di parolai e ciarlieri di nulla, anzi, per

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ci si trova da me, fino al primo Old Fashioned si parla di ristoranti buoni e di quei certi alberghi che davvero non puoi mancare. Al secondo posso raccontargli qualcosa di scienza, per farli sorridere, e chiedere i pettegolezzi sull’ultima Giunta per non sembrare scortese. E quando gli Old Fashioned sono già tre, arrivano le cose importanti. Ma che cosa siano, chiedo scusa, io non ve lo posso raccontare. I: In AD è presente una creatività chimica, nel senso letterale del termine. Piersandro Pallavicini è un chimico che scrive romanzi e Vittorio Nuvolani è un chimico esteta. Come si conciliano cultura scientifica e cultura umanistica? PP: Una volta, anni fa, ho sentito Enzo Jannacci cantare una versione live del suo celebre “Quelli che...”. Non so se c’è questo passaggio anche sulla versione album, ma in ogni caso a un certo punto ha recitato qualcosa del tipo “quelli che ‘ma lei come concilia la professione del medico con quella del cantante?’ Ma cosa concilia e concilia?” Seguiva pausa dubitativa e poi simpatica volgarità milanese (inadatta ad essere riportata da un giornale universitario). Io Jannacci lo ammiro. Che dire? Con ammirazione e devozione (e senza astio) mi associo. VN: La bellezza, amica mia, non ha niente a che fare con la cultura umanista. Forse è una questione genetica, ma riconoscerla è, per così dire, una questione intuitiva. Un talento, in altre parole.

dirla alla maniera di Erika, di comunicatori del “nulla che avanza”. L’immenso Aristotele ci ricorda che l’uomo è uno zohon politicon, cioè un animale politico: tende quindi naturalmente a vivere con i propri simili per comunicare. Ma l’uomo, ogni uomo, è dotato di pensiero ed è incline alla conoscenza. Un altro tesoro dell’uomo, oltre al pensiero, è l’esperienza. Per questo motivo è necessario, come ha sostenuto Erika, che si conosca la piccola e la grande Storia. Per piccola storia si intende quella dei propri familiari, dei genitori in primis, per tentare di superare le difficoltà di comunicazione e di comprensione tra due diverse generazioni. La conoscenza della grande Storia è invece essenziale perché, come afferma il filosofo Giambattista Vico, nella storia si verificano spesso corsi e ricorsi. Non a caso ci si serve sovente dell’espressione Historia docet. La conoscenza del passato, a livello sia familiare, popolare, sia storico a tutti gli effetti, può aiutarci a comprendere e interpretare i meccanismi del presente perché Historia magistra vitae est. Una radicata coscienza storica potrà soprattutto consentire all’umanità di dare una memoria al futuro e un futuro alla memoria.

Glottologia esistenziale
di Nicola Cocco
Kader Abdolah Scrittura cuneiforme Iperborea - pp. 336 - € 16.50 Fa ta ba rek allah ahsan ál galegie (Quando Dio creò l’uomo si innamorò del suo operato) tare sul suo passato, su quello della sua gente, e sul presente, sugli incontri-scontri con altri popoli, con altri tempi. Io stesso devo molto al nostro buon Autore: non tanto per avermi infuso una vita piacevole, ma per avermi fatto conoscere la sua nuova cultura lontana, i versi dei poeti olandesi, il fragore terribile degli aerei e dei treni. Anche Ismael cerca tra le carte di suo padre qualche traccia tangibile del suo passato: ogni scrittura, per quanto cuneiforme, per quanto incomprensibile, permette di fissare il passato, di guardarlo negli occhi, di ascoltarlo. E chi si appresta a sfogliare le nostre pagine si prepari ad accarezzare il passato tormentato della nostra terra, tutt’altro che liscio, pieno di nodi; si prepari a incontrare di sfuggita Reza Palhavi, Khomeini, e il buio, e la fuga dal buio. Insomma, nelle pagine da cui provengo, verso cui non posso non tornare, si intrecciano, si battono, si sfiorano, si scontrano essenzialmente lingue e scritture, e tutti gli universi che ruotano loro attorno: l’antico persiano e lo snello idioma olandese adottato dell’Autore esule dal suo passato; i gesti convulsi e la scrittura cuneiforme di Aga Akbar, esule tra i “diversi” che ascoltano e parlano; i silenzi del dubbio, la poesia del dubbio del giovane Ismael, esule del vostro tempo. Il giovane Ismael, che quando nacque udì come prime parole dei versi malinconici dell’immortale Hafez sussurrati dalla mia voce, come vuole la tradizione. Ma forse ricordo male: forse la prima voce che sentì fu quella di suo padre, che gli strillava ansioso nell’orecchio sinistro per controllare se anche il figlio fosse nato sordomuto. Il libro è stato offerto gentilmente dalla Libreria “Il Delfino”, Piazza della Vittoria, Pavia.

re (il giallo “oltraggioso” della moquette e le scelte sessuali del protagonista). Il perfetto dandy è colui che trasgredisce innovando il gusto comune, creando la moda, o è una fashion victim, pedina inconsapevole del sistema? Piersandro Pallavicini: Mi piacciono i capi firmati. Non c’è niente da fare, sono più belli. Ci sono firme e firme, però: con una giacca Burberry o Hugo Boss non sbagli mai (e quelle di cinque anni fa sono solo marginalmente diverse da quelle del 2005), con una giacca di Gaultier o di Gigli, ammesso di non apparire ridicolo, vai bene per un anno e quello dopo sembri

Soluzioni dei giochini
Come promesso, ecco le soluzioni dei giochini pubblicati sullo scorso numero di Inchiostro.

U N I P

L

T R

R U D E

A P E

P E

O

T S

E T A

N A S S

T R I O

I R A

S A I O

I T A

A O C C E S O M T S T E A R O S O

ANAGRAMMA
La soluzione è ANGIOLINO STELLA.

V I T

A I L G A A R E E M

R L A R E

R O

E B T A I A

C A V A L L N I

CRUCIVERBA
Vedere a lato. Sullo scorso numero ci siamo dimenticati di scrivere gli autori dei giochi in questione: Antonio Lerario è l’autore dell’anagramma, mentre Alessio Palmero è l’autore del cruciverba.

P V I N O T

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B E S T

U T T I

T O T

A N O

ignori, lasciate che mi presenti. Kazem Gan è il mio nome, quello di un poeta del monte Zafferano, nella lontana Persia, un vecchio ammalato di oppio che, in groppa al suo cavallo immortale, è fuggito dalle pagine strette del libro in cui vive per venirvi a parlare. Un libro che avrebbe dovuto essere scritto a gesti, visto che narra la storia di un sordomuto, Aga Akbar, mio nipote. O meglio, descrive il tentativo di narrare tale storia da parte di Ismael, figlio di Aga Akbar, e dell’Autore “onnisciente” (povero illuso!). Sì, un tentativo, perché la vita avventurosa e i pensieri assordanti di Aga Akbar, il mio nipote sordomuto, sono distillate tra le pagine di un quaderno di appunti, stilato nella scrittura cuneiforme che io stesso, tanti anni fa, gli insegnai. Dopotutto, quindi, è davvero un libro scritto a gesti: la scrittura cuneiforme cos’è, per chi non la possiede? Spilli, chiodini, lische di pesce, figure che cercano di farsi comprendere. Come dei gesti. Riusciranno Ismael e l’Autore “onnisciente” a decifrare gli appunti di Aga Akbar? Chissà. Si può arrivare a tradurre e comprendere ogni scrittura; basta una stele di Rosetta. Ma comprendere e tradurre la vita di un uomo, il suo passato, è un esercizio ben più difficile, per niente letterario… E questo lo sa bene il nostro Autore: costretto a fuggire dalle sue origini persiane a causa del velo nero calato sull’Iran negli ultimi decenni, ha trovato nel paese dei buffi mulini a vento un luogo in cui posare e medi-

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CULTURA Vai a “L’ufficio moderno” (Corso Garibaldi 259 a Cremona) con questa copia e riceverai un simpatico omaggio firmato Inchiostro

Il giardino dei sentieri che si biforcano
di Luna Orlando

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i è mai capitato di svegliarvi e di trovarvi negli occhi brandelli di sogno? Immagini nitide che se stropicci il naso contro il cuscino rimangono comunque lì, a sussurare con insistenza la loro verità, la loro evidente realtà? Che fare, allora? Se vi chiamaste Chuang-tzu, dopo una densa notte in cui eravate farfalladanzante-del-colore-dei-sognie-dell’arcobaleno, al risveglio non sapreste più se siete uomini che hanno sognato di essere farfalla o farfalle che si sognano uomo. La favola del filosofo d’Oriente che si pensò farfalla viene evocata durante un memorabile ciclo di lezioni sulla natura della parola poetica (sono gli Anni Sessanta del secolo scorso, ci troviamo ad Harvard) dall’argentino Jorge Luis Borges (1, pag. 32). Per tutta la sua vita di uomo e di scrittore Borges non fece altro che domandarsi se fosse uomo o farfalla; ma fu l’interrogarsi di un poeta, non di un filosofo. Vediamo perché. C’è un racconto di Borges, nell’antologia Finzioni (2, pag. 36), in cui il protagonista impegna la sua intera esistenza in un esperimento poetico che sembra varcare i limiti di ciò che è razionale e lecito all’uomo: poiché ogni uomo dev’essere capace di ogni idea (2, pag. 46), l’artista Pierre Menard sogna di scrivere una seconda volta il capolavoro di Cervantes, di creare un’opera identica all’originale rimanendo però Pierre Menard, senza perdere nulla della sua individualità. Menard ha in fondo

critico letterario che lo conobbe in vita, Domenico Porzio, scopriamo che per Borges non si dà altra letteratura che non sia fantastica: lo stesso tentativo naturalistico di afferrare una realtà che non esiste (che non esiste in quanto non può essere oggetto di una conoscenza certa da parte dell’uomo), per trasferirla nell’inesistente realtà della pagina mediante l’uso di una scrittura soggettiva, è un’operazione “fantastica” (3, pag. xc). “Finzione” è dunque ogni forma di scrittura. In questo senso (che rispecchia l’origine etimologica del termine: dal latino fingere, plasmare) “finzione” è ogni creazione umana di un poeta-artefice, condannato al grido universale che rivive il protagonista del racconto borgesiano L’Aleph (4, pag. 897): Arrivo, ora, all’ineffabile centro del mio racconto; comincia, qui, la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia? “Finzione” è il linguaggio, è l’universo di teorizzazioni sull’Universo che da esso scaturisce: E’ arrischiato pensare che una coordinazione di parole (altra cosa non sono le filosofie) possa somigliare all’universo scrive il poeta, in un saggio appartenente alla raccolta Altre Inquisizioni, dall’originale titolo Metamorfosi della tartaruga (5, pag. 114). O, con formula più sintetica, in altro luogo fa balenare il dubbio che la metafisica sia un ramo della

sola), è forse l’unico strumento per sfiorare la verità più profonda del nostro essere uomini… l’unico modo per non abdicare ai noi stessi e alla nostra infinita ricerca! Non è un caso che i protagonisti dei racconti de Il giardino dei sentieri che si biforcano sono volti senza tregua alla creazione di mondi fittizi: il pianeta Tlön, governato dalla legge idealistica secondo la quale l’esistenza del mondo reale è subordinata alla sua percezione da parte di un soggetto (6, pag. 7); l’istituzione della Lotteria, tentativo di “interpolazione del caso” (7, pag.59) in un universo ordinato dal vincolo di causa-effetto; per non parlare più in generale delle innumerevoli creazioni letterarie (frutto di uno sperimentalismo che assomiglia a una febbre mitopoietica) che popolano, in un continuo gioco di rimandi interni e di note dalla calcolata ambiguità interpretativa, le otto “finzioni”. “Il più grande incantatore (scrive memorabilmente Novalis) sarebbe quello che s’incantasse al punto di prendere le sue stesse fantasmagorie per apparizioni autonome. Non è questo il nostro caso?” Io credo che sia così. Noi (l’insidiosa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo; l’abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, onnipresente nello spazio e fisso nel tempo; ma abbiamo consentito alla sua architettura interstizi tenui ed eterni di assurdo per sapere che è falso.” (5, pag. 114) Bibliografia 1 Borges, Jorge Luis, This Craft of Verse. Harvard University, 2000. Traduzione di Vittoria Martinetto e Angelo Morino: L’invenzione della poesia. Le lezioni americane. Milano, Mondadori, 2001. 2 Borges, Jorge Luis, Pierre Menard, autor del Quijote. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: Pierre Menarde, autore del Don Chisciotte. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955.

7 Borges, Jorge Luis, La loterìa en Babilonia. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: La Lotteria a Babilonia. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955. 8 Borges, Jorge Luis, La Biblioteca de Babel. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: La biblioteca di Babele. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955. 9 Borges, Jorge Luis, Examen de la obra da Herber Quain. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini:Esame dell’opera di Herbert

Quain. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955. 10 Borges, Jorge Luis, El jardin de senderos que se bifurcan. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: Il giardino dei sentieri che si biforcano. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955. 11 Borges, Jorge Luis, Accercamiento a Almotasin. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955.

Se Pasolini “non serve”...
di Nicola Cocco

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intuito la verità del filosofo Schopenhauer: sa che ogni essere umano è in potenza ogni altro, in quanto in grado di travalicare la sua finitezza che è un carcere di determinazioni, di “qui”, “ora” e di “perché”; l’ha intuito, ma si rifiuta di limitarsi a un tentativo di dimostrazione teologica o metafisica. La differenza è questa – scrive Borges/Menard (2, pag. 41) – che i filosofi pubblicano in gradevoli volumi le tappe intermedie del proprio lavoro, e io ho risoluto di cancellarle. Gli otto racconti che compongono la prima sezione di Finzioni (intitolata Il giardino dei sentieri che si biforcano) sono l’esplicitazione poetica dei dubbi “metafisici” dello scrittore riguardo al reale; si tratta dell’aspirazione “menardiana” a pensare vivendo e a vivere il pensiero nella scrittura. Ma cos’è per Borges finzione? Se ascoltiamo le parole di un

letteratura fantastica (6, pag.16). Ma se ogni sforzo conoscitivo, ogni tentativo di costruzione sistematica di una teoria sul reale, e infine ogni creazione letteraria non può dar vita che a un moltiplicarsi di finzioni; se per quanti sforzi noi facciamo rimaniamo comunque intrappolati nell’immanenza (nel nostro essere-al-mondo, nel nostro essere per natura finiti) di uno scetticismo che nega la possibilità di uscire dalla parvenza (il “velo di Maya” che per Schopenhauer ci impedisce di conoscere la realtà), perché dovremmo continuare a domandarci se siamo uomini o farfalle? Perché Jorge Luis Borges ha continuato a scrivere? La risposta è che, paradossalmente, costruire parvenze, “ficciones” (giocare in fondo un gioco in cui letteratura e metaletteratura sono una cosa

3 Porzio, Domenico, Introduzione. In: Borges. Tutte le opere. Volume primo. Milano, Mondadori, 1984. 4 Borges, Jorge Luis, El Aleph. In: Obras Completas. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1974. Traduzione italiana di Francesco Tentori Montalto: L’Aleph. Milano, Mondadori, 1984. 5 Borges, Jorge Luis, Otras Inquisiciones.Buenos Aires. Emecé Editores, 1960. Traduzione italiana di Francesco Tentori Montalto: Altre inquisizioni. Milano, Feltrinelli, 1963. 6 Borges, Jorge Luis, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. In: Ficciones. Buenos Aires. Emecé Editores s. a. ,1956. Traduzione italiana di Franco Lucentini: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. In: Finzioni. Torino, Einaudi, 1955.

e Pasolini non “non serve a niente” mi assorbe un profondo disagio: quello d’essere anch’io un po’ inutile, deficiente. Se “non può evidentemente essere un modello” (sincero come una lama di coltello che stiletta il suo mondo e attende il sangue e il dolore della verità) questi 22 anni che scrivono parole già sbiadite, già a metà nel tempo in cui tiranneggia il varietà, perdono litri di voce, di inchiostro vivo. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” scriveva Brecht. E sventurata quest’Italia da circo Barnum di provincia. E voi, sbocconcellando braciole da intellettuali, vorreste sgonfiare (con aghi come strali) l’ultimo cuore pulsante poesia e contraddizioni? No, non ve lo permetto. Già lo avete ucciso non salvandolo da una vita di orgoglioso reietto da un’Italia arricchita e bigotta da una morte di squallore e scandalo. Quando sono nato non c’era già più carne attorno alle sue ossa. Cerco ogni giorno sul Corsera tra tante opinioni grigie, qualche parola rossa di vita, vibrante, tra tante virgole una scossa… Sì, Sofri, Scalfari, Bocca, Beha, il palco pensante di Fo e Paolini, i cantanti-Nobel, i comici, le attrici, gli scrittori sempre ex-sessantottini e maree di telegenici dotti cretini… Ma dov’è la poesia che lascia le cicatrici? A me Pasolini serve è cibo antico, immenso, troppo per le vostre menti anoressiche, serve del pubblico, dell’idea, del buon senso (insomma, di chi paga meglio il vostro incenso). Perché nelle serate di estati acerbe cercavo di sentire il pianto della scavatrice, sempre muta nel cantiere in fondo alla strada; e poi film “strani” («Oh, ma quando cacchio finisce?») teatro blasfemo («Le ho visto le cosce!» «Sì, ma che dice?») e le lacrime per Stracci, e la musica di Mozart. Per me Pasolini è un modello un conato di coscienza civile. La sua chiamata alle armi del cervello m’ha scaraventato in guerra, m’ha fatto scoprire quanto un’idea sia più forte del calcio di un fucile. Una sua foto: viso aspro, da nemico paterno (con chi sarei stato, io, a Valle Giulia?): nei suoi occhi, il coraggio di dire «NO» ai compromessi dell’itala cultura coi tempi, con DC, PCI e ogni altra curia; nelle sue rughe, il coraggio di dire «IO SO». In questo Paese impiastricciato di nebbia silenziosa, in cui le lucciole sono state soppiantate dalle zanzare tigre, la rabbia per il “Processo” mai celebrato per tutti i colpevoli assolti dal nostro passato m’abbaia dentro, e sento un’assenza caparbia. Pelle smagliata di pachiderma in rovina: ho in mano un “elefante” della Garzanti, gli angoli slabbrati dal tempo e dai continui dubbi: nelle sue poesie si insinuano versi di polvere, tra le ruvide assonanze. Ma ancora una disperata vitalità palpita in queste pagine itteriche da terza ristampa, ancora una voce le rimpolpa… Cosa direbbe dell’Occidente e dell’Islam schizzati, di questa Italia decaduta e stramba, contro chi sparerebbe il primo colpo? Forse attenderebbe la fine plasmando creta… Chi fu Pasolini Pier Paolo, intellettuale? Non fu un genio o un mostro, né un profeta di sventura. Semplicemente fu un poeta. E i poeti servono. A ricordarci le ali.

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VIAGGI

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

Tutti i martedì alle ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

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u questo argomento, povero autore, sono meno che un dilettante, catturato alle Greenway. E catturato in modo stretto e indissolubile per le vie sia della ragione sia dell’intuizione al confine dell’irrazionale che nasce da un entusiasmo contagioso ma non meno persuasivo. Il concetto di Greenway è spesso frainteso: immaginare una strada nei boschi, o un sentiero attrezzato, oppure una pista ciclabile non è del tutto corretto. Spesso si usa, o si osa, dire: “Greenway è un anglicismo per denotare in modo un po’ snob una cosa assai banale, una semplice pista ciclabile”. Questo è il fraintendimento peggiore perché molti Comuni o Amministrazioni o Enti che possiedono piste ciclabili si gloriano coi cittadini di aver costruito una Greenway, si sentono alla moda e confondono le idee alla gente. Non che abbia nulla contro le piste ciclabili. Tutt’altro: ce ne fossero moltissime! Non si tratta neanche, necessariamente, di realizzazioni banali. È recentemente nata la “Cycle route network” del Mediterraneo, per lo sviluppo di una rete di mobilità bicitreno-nave-aereo all’interno di un ambizioso programma che si

Greenway
di Alessandro Coda
può incontrare sulla via. Greenway è un’organizzazione internazionale, con la vocazione all’affratellamento delle genti, la cui ragione sociale deve essere immediatamente riconosciuta. Anche l’associazione italiana ha questo nome e pure quella europea, l’European Greenway Association (EGA). Pensiamo per un momento a un futuro in cui in Europa tutti gli obiettivi del movimento si siano realizzati. Lo scenario è quello di tre reti di comunicazione di terra indipendenti: quella stradaleautoveicolare, quella ferroviaria e quella della Greenway con diramazioni in tutta Europa. Quest’ultima, in questo scenario ideale, non è mai interrotta dalle altre due, percorribile senza soluzione di continuità. Quando attraversa centri urbani risulta progettata in modo da minimizzare le distanze di li, del traffico, dei gas di scarico, con il grande gusto di spendersi in piena libertà, incontrando persone di altri Paesi accomunate da un’uguale passione, e anche a una via regia di genere del tutto particolare verso l’integrazione europea. Aspetto fondamentale per la realizzazione di un progetto di questo tipo è il rapporto fra i committenti e il progettista stesso. Un principio fondamentale che deve valere è il seguente: bisogna lasciare l’iniziativa all’architetto del paesaggio, non presumere che si tratti di progettare una banale pista su cui chiunque pensi di poter dire e imporre la propria opinione. I tentativi di modificare il percorso per interessi locali, e in base spesso all’ignoranza culturale, in barba alle motivazioni di fondo che hanno suggerito la scelta dei percorsi, sono profondamente demora“valorizzare” la propria fetta di territorio e governare cittadini potenzialmente elettori, oppure si entusiasmano ritenendo di aver inventato qualcosa di creativo a cui nessuno aveva pensato prima. Invece quasi tutte queste brillanti idee sono state già state soppesate e scartate per robusti motivi da chi pensa a queste cose per professione. In tutti i comuni, in tutte le frazioni, in tutti i quartieri attraverso i quali la Greenway dovrebbe passare insorgono comitati di cittadini che credono di sapere tutto di tutto: fenomeno inevitabile e certamente giusto di coscienza civile, ma che tende a guastare irrimediabilmente il progetto oppure a frenarne la realizzazione. Stiamo ben attenti, vigiliamo affinché queste influenze regressive non sottraggano il massimo che i cittadini possono pretendere e avere. È bene anche sottolineare che la realizzazione di una Greenway comporta in genere un costo irrisorio rispetto ad altre opere pubbliche. Voglio ricordare che un assessore di una passata Amministrazione si difese dalle critiche rivoltegli in merito alla lentezza dei lavori per la Greenway di Battaglia (progetto peraltro precedentemente approvato) dicendo che dovevano essere prima costruite delle costose infrastrutture. Questo è assolutamente falso. Non tutti i pavesi sanno che la loro città è attraversata da una fascia di verde quasi continua,

che va pressappoco dalla zona di San Lazzaro in viale Cremona alla periferia opposta di Pavia sulla Vigentina per San Genesio, dove un pezzo della Greenway è stato in parte realizzato. È un’esperienza profondamente gratificante percorrere l’alveo della futura Greenway a piedi attraversando in questo modo Pavia e poterla così osservare da prospettive impensate. Altrettanto splendido è prolungare l’escursione fino alla confluenza della Vernavola col Ticino, un angolo meraviglioso per chi ama veder scorrere le acque di un fiume senza rumori, senza traffico, con le sole voci della natura. L’attraversamento a piedi su questa Greenway virtuale non è sempre agevole: qualche piccola arrampicata, qualche possibile errore di orientamento, qualche diffidenza da parte di agricoltori e contadini preoccupati di veder violate loro proprietà o scoperte abitudini non propriamente legali. È un’esperienza altamente consigliabile a tutti, un percorso davvero vivificante, entusiasmante. Provateci! Personalmente sogno di trovare dei collaboratori per produrre dei fascicoli con semplici mappe che spieghino ai possibili viandanti come fare per orientarsi, per non correre pericoli e anche per conoscere i luoghi che attraversano, dal punto di vista agricolo, botanico, storico (vecchi mulini, cascine… e così via). I collaboratori potrebbero essere ecologi del nostro Ateneo, i fascicoli potrebbero essere distribuiti nelle edicole, magari La Provincia Pavese potrebbe collaborare. Bastano fascicoli alla buona, chiari e pratici e non lussuosi. Se questo potesse essere realizzato (non è così semplice come sembra) e se un discreto numero di cittadini facesse quest’esperienza escursionistica, avremmo un importante movimento di pressione per il completamento della Greenway.

estenderà in tutta Europa per migliaia di chilometri. Ma le Greenway sono un’altra cosa. Greenway è un percorso di conoscenza. Di felicità e di conoscenza, con tutte le caratteristiche di un’esperienza vivificante nella natura ma anche con quelle dell’arricchimento culturale spontaneo e naturale. La Greenway può offrire molto. È da vivere in perfetta autonomia, ognuno sovranamente libero di prendere quanto e che cosa desidera. Sto parlando di un percorso che si snoda nel territorio con scelte studiate dall’architetto in modo da evidenziare tutto ciò che costituisce la storia significativa dei luoghi e dotato di tutti gli apparati per informare e far capire. Il richiamo delle vie dei mercanti (rammentate le vie del sale?) e dei pellegrinaggi, l’intervento umano nella storia delle canalizzazioni, della creazione delle marcite (splendide cascine di alta funzionalità), la storia dell’agricoltura, le caratteristiche del paesaggio, zoologiche e botaniche, sono esempi di ciò che si

accesso da qualunque punto della città, concetto analogo a quello del metrò parigino e senz’altro ipotizzabile a Pavia, grazie anche alla presenza, nella nostra provincia e nella nostra città, di un architetto del paesaggio di grande esperienza e di profonda sensibilità: la dottoressa Katherina Ziman. Il movimento Greenway sta ovunque lavorando alacremente per realizzare (altrove molto più alacremente che in Italia) un meraviglioso percorso da Capo Nord all’estremo Sud dell’Italia, e così pure da Est a Ovest, su Greenway attrezzate, senza incontrare il traffico ma soltanto le vestigia della storia e delle culture locali, con gli strumenti conoscitivi per prendere possesso delle proprie radici e delle peculiarità dei territori attraversati. Il fascino della spontanea scoperta presuppone la fuoriuscita momentanea dai lacci della civiltà, oppressivi in determinate circostanze. Si pensa quindi a una parentesi felice, un’avventura di scoperta e arricchimento senza l’incubo delle automobi-

lizzanti, addirittura laceranti per colui o colei che progetta. Il percorso viene studiato metro per metro, percorrendolo pazientemente, e ogni svolta, ogni mutamento di itinerario viene scelto soppesando delicate motivazioni. Al momento della realizzazione concreta il progettista viene spesso messo da parte e questo è un vero attentato all’integrità e al significato dell’opera. Basta un nonnulla per modificare in modo negativo gli sfondi paesaggistici, gli orizzonti, la pregnanza dei siti attraversati. Nulla dovrebbe essere cambiato se non mediante una discussione con l’architetto, che solo può richiamare e sottolineare i motivi delle sue proposte. Su tale atteggiamento gioca una profonda presunzione da parte di tecnici che non conoscono quest’arte e sono convinti invece di padroneggiarla, e immaginano che una Greenway non sia poi cosa diversa da un sentiero più o meno attrezzato, che chiunque può porre in opera e gestire. Amministratori o politici malaccorti vogliono

Mercoledì 12 ottobre alle ore 18 in Aula Foscolo si terrà la premiazione (con rinfresco) del Concorso “Inchiostro a volontà” organizzato da Inchiostro.

a volontà

Università degli Studi di Pavia - Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 0382.984759 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 11 - Numero 23 - 6 ottobre 2005 - Il giornale degli Universitari Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti. Direttore responsabile: Luna Orlando (luna@) Redazione: Alessio Palmero (alessio@) Marzio Remus (marzio@) dopo @ ci va inchiostro.unipv.it Disegni: Nemthen, Paola Longaretti Foto di copertina: http://www.pohl-projekt.de Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
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