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I.

L’età dei diritti

- 26 agosto 1789 Dichiarazione: “i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo”.
- 1945, 51 Stati si riuniscono volendo “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo”, essi
firmarono la “Carta delle Nazioni Unite” con lo scopo di “promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti
dell’uomo”.
- 1948 l’assemblea delle Nazioni Unite (ONU) approvò una “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.
- 1950 fu adottata la “convenzione europea dei diritti dell’uomo e della libertà”.
- 2000 l’Unione Europea proclama la “Carta dei diritti fondamentali dell’unione Europea”.
- 2000 “Gli obbiettivi del millennio” adottata dall’ONU che ribadisce come valori fondamentali libertà,
eguaglianza, tolleranza e solidarietà. Impegna i firmatari a non risparmiare “sforzo alcuno per promuovere
la democrazia, il rispetto di tutti i diritti umani e la libertà fondamentali riconosciute internazionalmente ”.
Va però ricordato che, se i deputati votarono fi perché raggiunsero faticosamente un accordo su ciascuno
degli articoli. Il che implica che anche gli atti di maggior valore universale, vanno collocati in un contesto
specifico, e derivano da accordi, conflitti, compromessi, risentono dell’influenza di tutti i partecipanti.
I principi venivano dichiarati. Si riteneva ,infatti, che avessero fondamento nella “natura umana”, che
fossero “auto evidenti”. Nascono tali, concezione GIUSNATURALISTICA, la quale caratterizzo un’epoca nella
quale, rafforzati i sovrani dei nascenti Stati Europei, si propose una nuova fonte della loro legittimità e della
loro sovranità. Dovevano poggiare sulla ragione, nonché sul rapporto diretto tra la sovranità e i singoli
individui, colti appunto nella loro essenza “naturale”. Il principio giusnaturalistico diventò una leva potente
di azione politica.
Constant distingueva la libertà dei moderni da quella degli antichi: lo scopo degli antichi era la distribuzione
del potere sociale fra tutti i cittadini di una medesima patria, questo chiamavano libertà; lo scopo dei
moderni è la sicurezza nei godimenti privati, chiamavano libertà le garanzie concesse dalle istituzioni a
questi godimenti. Per i moderni la libertà è assenza di impedimento “libertà da” (negativa) che riguarda
l’individuo; per gli antichi invece si parla di “libertà di” (positiva) , riguarda un ente collettivo , lo Stato.
Esistono significative varianti che emergono nel nesso tra libertà e individualismo: le libertà dei moderni
rifiutano le concezioni per le quali l’uomo è solo una cellula di un organismo, ma il timore che
l’individualismo possa tradursi in un “atomismo”- una società fatta di particelle, autonome e indivisibili – ha
alimentato a lungo tutta l’età contemporanea.
Nell’affermare il principio individualistico si fa alternativamente riferimento all’universalità “naturale” dei
francesi o a quella inglese della privacy. Il fondamento ultimo è infatti nell’indipendenza del singolo da
costrizioni e condizionamenti. In questo Mill il vero segno della libertà dell’individuo. Per Mill l’uguaglianza
è innanzi tutto eguale possibilità per ciascuno di un libero sviluppo della personalità.
“Stato di diritto” si riferisce alla difesa dei singoli dall’arbitrio del potere. Con la Magna Charta Liberatum
(1215)Giovanni Senza Terra sancì le “antiche libertà” d’Inghilterra e impegno se stesso e i suoi successori a
non violarla mai. Uno dei punti elencati asseriva che nessuno sarebbe stato privato della libertà se non
dopo un giudizio legale. Non diversamente avrebbero stabilito la dichiarazione del 1789, la carta dell’ONU
de 1948 e nel 200 la carta di Nizza.
Tutti dunque hanno diritto a un giudizio equo e imparziale. Da qui il principio del “giudice naturale” per il
quale non possono esistere tribunali speciali e la scelta del giudice per ciascuno caso deve seguire criteri
obbiettivi, inoltre tutti hanno diritto ad un giudizio d’appello presso un altro tribunale.
Una delle tante conseguenze fu l’abolizione legale della schiavitù e delle forme di dipendenza personale.
Nel 1807 in Inghilterra fu bandito il commercio legale degli schiavi , la “tratta”, non la schiavitù in se stessa.
In Russia, solo nel 1861 fu abolito il servaggio e la schiavitù vera e propria fu abolita negli USA nel 1865, a
prezzo di una sanguinosissima guerra civile. Anche quando il possesso legale delle persone è scomparso
forme estreme di sfruttamento personale neo rapporti di lavoro o di discriminazione razziale sono
continuate. La parola “schiavitù” è del resto rimasta per indicare il lavoro domestico, per lo più femminile.
I principi e i valori, hanno anche provocato resistenze e opposizioni, o ispirato disegni alternativi, non sono
sempre stati accolti. Hanno segnato il corso degli eventi in maniera diversa da luogo a luogo.

II. Trasformare il mondo
L’idea di rivoluzione suggerisce un’aggressione all’ordine tradizionale e prefigura il futuro come luogo in cui
giungerò a compimento un rinnovamento radicale, un “ordine nuovo”. Le idee abbracciate dai rivoluzionari
circolavano largamente nel settecento “secolo dei lumi”. L’illuminismo ha lasciato un’impronta indelebile
sull’età contemporanea.
Alla fine del settecento era evidente che gli uomini non nascono uguali e non godono degli stessi diritti. I
principi dell’89 non rappresentavano dunque l’esistente. La negazione di ogni “corpo” non derivato dallo
Stato conteneva una grande carica eversiva che di li a poco esplose come una scarica nell’elenco delle
negazioni dichiarate in apertura della costituzione del 1791 [l’assemblea abolisce le istituzioni che ferivano
la libertà e l’ugualianza dei diritti].
La guerra dichiarata all’”antico regime” era diretta contro ineguaglianze e privilegi e sopra ogni “corpo
intermedio” che si ponesse tra nazione e individui. La guerra ai “corpi intermedi” fu incalzante e a volte
cruenta. La possibilità che la volontà generale entrasse direttamente in contatto con gli individui non
poteva che essere affidata alla forza e dunque “lo Stato”.
A fine ottocento il tratto distintivo dello Stato moderno è un apparato amministrativo che provvede alla
prestazione dei sevizi pubblici e detiene il monopolio della forza legittima. Un ruolo essenziale fu svolto
infatti dal diritto, o meglio da quella particolare forma di diritto incentrata sulla legge .
Oggi tendono a rivalutare le virtù di tale pluralismo giuridico, la sostanziale “equità” risale al diritto
canonico medievale, e che implica la considerazione dei singoli casi, dunque una applicazione delle norme
delle circostanze specifiche. Nell’ottocento i magistrates inglesi che esercitavano la giustizia erano i signori
locali, alla fine del settecento il pluralismo giuridico e il potere discrezionale dei giudici erano sentiti come
fonte di arbitri di privilegi intollerabili e contro di essi, fu durissimo l’attacco del potere rivoluzionario.
Al pluralismo fu sostituito un monismo giuridico, che stabiliva un nesso tra vertice del potere politico, leggi
e amministrazioni: il diritto non poteva esistere al di fuori dello Stato.
La dichiarazione dell’89 affermava che la proprietà apparteneva ai “diritti naturali e imprescrittibili
dell’uomo”. E il codice civile trattava appunto della trasmissione dei beni, della proprietà e della famiglia,
cioè dei fondamenti della civiltà borghese-possidente che la rivoluzione aveva instaurato, sancendo il
carattere individuale e assoluto della proprietà; il codice è fondamento del nuove ordine. La rivoluzione
fece qualcosa di nuovo nel momento in cui spostata la sovranità dalle testa coronate alla “volontà
generale” provocò un sovvertimento sociale. Sanzionando diritti e imponendo doveri. Gli stati costituivano
e garantivano l’individuo, facendone il protagonista della modernità.
L’ambizione di liberare e riconoscere i diritti naturali richiese dunque l’uso della forze e della costrizione. Lo
Stato istituì lo “stato civile” ovvero la registrazione di nascite, matrimoni e morti, si diffusero i documenti di
identità e furono disegnati nuovi catasti e carte geografiche.
La spinta impressa dal processo rivoluzionario non avrebbe avuto tanta rilevanza se non fosse stata
sostenuta dalla “rivoluzione industriale” che inizio in Gran Bretagna.
Il termine “capitale” indica la parte di ricchezza impiegata nella produzione di tutto: cibo, edifici e strade,
materie prime, macchinari, utensili. L’insieme elle conoscenze, posizioni sociale e strategie oggi viene
chiamato “capitale sociale”. A far si che l’investimento produttivo, la circolazione di merci, le forme nuove
della produzione – ciò che Marx chiamava il “mondo capitalistico di produzione” – concentrassero prima
l’attenzione sul capitale e fossero poi sintetizzate nel termine “capitalismo” concorsero una serie di
elementi di varia natura che possiamo iniziare a descrivere a partire dal concetto stesso di “mercato”. Il
mercato può essere inteso come il luogo delimitato e controllato e il criterio di organizzazione della società
intera. In una società di mercato dominano i mezzi di pagamento monetari.
Secondo A. Smith l’influenza della domande e dell’offerta sui prezzi agisce come una “mano invisibile” che
assicura l’equilibrio del mercato, e dunque la migliore distribuzione dei beni e delle ricchezze. Se liberi di
agire e di scegliere, i protagonisti del mercato, i produttori e i consumatori, raggiungeranno la migliore
distribuzione e la migliore utilizzazione delle risorse. I mezzi dell’uomo sono naturalmente limitati e si cuoi
bisogni molteplici. In questa condizione la scelta che meglio soddisferà i bisogno sarà una scelta razionale.

Diffondendosi le macchine chiedevano per la loro costruzione e il loro utilizzo una sempre maggior quantità
di ferro e di energia motrice. L’energia la fornì il carbon fossile, la ricchezza di combustibili minerali favorì la
Gran Bretagna. La macchina a vapore di Watt, consentendo di prosciugare i pozzi e quindi scavarli più in
profondità, incrementò a sua volta la produzione.
“Grande scatto” espressione tratta dal gergo aeronautico che indica il momento in cui il cumularsi di
condizioni favorevoli segna una discontinuità e fa cambiare stato a un velivolo.
Si diffuse la convinzione che perseguendo il proprio interesse particolare si sarebbe finito col realizzare
quello collettivo, come affermavano in quel periodo sia A. Smith sia Betham. Smith aveva affermato che
ogni uomo è il miglior giudice del proprio interesse e per il bene di tutti deve esse lasciato libero di
realizzare il proprio tornaconto individuale, ma aveva anche affermato che il lavoro era la sorgente prima
della ricchezza.
La produzione inglese conobbe un incremento, profonde trasformazioni avvennero nelle campagne: sistemi
di rotazione delle colture, allevamento differenziato, introduzione di attrezzature di ferro e di macchine
agricole. La “rivoluzione agricola” consentì ai proprietari di accumulare capitali sufficienti per impiantare le
prime manifatture, stimolò la produzione delle nuove macchine, espulse dalle campagne i piccoli
proprietari o affittuari che in parte divennero braccianti salariati e in parte abbandonarono la campagna
per la città. I tradizionali “contadini” erano scomparsi. In tutti i paesi il mondo contadino costituiva un
problema per l’espansione della modernità. Nell’economia contadina i bisogni primari erano soddisfatti con
la produzione famigliare, che partecipava anche alla produzione tessile, con il così detto “putting out
system” . Si tratta del lavoro a domicilio in cui un mercante-imprenditore consegnava ai contadini le
materie prime da filare e tessere per poi ritirare il prodotto finito e collocarlo sul mercato.
La meccanizzazione concentrò la produzione in appositi stabilimenti, le fabbriche, dislocate vicino ai corsi
d’acqua, poi vicino alle città. Vi lavoravano in condizioni di estremo sfruttamento giovani, donne e bambini.
Il “proletario”, termine coniato da Marx per indicare quella categoria di persone così povere da non
possedere nulla se non i proprio figli, la prole.
Quando si parla di mercato e di circolazione delle merci, si parla anche di vie di comunicazione. La rete
stradale si spostò con la gestione economica, si ampliò; vennero poi i canali navigabili. L’incremento della
produzione e della produttività consentiva di rispondere ai bisogni alimentari di una produzione in continua
crescita, mentre l’espulsione dei contadini delle compagne fornì una quantità sempre crescente di
manodopera a basso costo da impiegare nelle fabbriche e che non potendo più contare sulle risorse
dell’autoconsumo doveva acquistare quanto le occorreva per vivere e dunque ampliava il mercato.
L’innovazione industriale rafforzò ulteriormente il mercato interno, alimentò industria tessile carbonifera e
metallurgica, incrementò i trasporti e la circolazione di idee, merci e persone.
Smith e Ricardo, assolutizzarono i meccanismi del mercato: una volta messo in moto il processo poteva
procedere e riprodursi anche on altri contesti, nei quali non tutti gli ingredienti iniziali erano presenti.
L’espressione “lascia fare, lascia passare” risaliva a metà del ‘700 e nell’800 diventò sinonimo di una politica
che applicando i dettami dell’economia classica e dell’utilitarismo intendeva incoraggiare le iniziative
economiche della borghesia trionfante soprattutto non intervenendo, appunto free trade. Politiche ispirate
al libero scambio sono perciò chiamate “libero scambiste” o “liberiste”, dove il liberismo (economico) ha
forte connotazione politica e carattere universale ed è evidentemente da collegarsi al liberalismo (politico).
In realtà il laissez faire ha sempre incontrato molte obiezioni e di fatto non è mai stato praticato del tutto.
Accordi politici ed economici tra Stati hanno sempre indirizzato la circolazione delle merci e quantomeno
segmentato “il mercato” in “mercati.”
Il vero volano della rivoluzione fu il “mercato estero” e i flussi commerciali e finanziari che lo regolavano. In
questo la Gran Bretagna fu particolarmente attrezzata. Lo Stato inglese era costruito su asimmetrie di tipo
coloniale che il grande sistema commerciale non faceva che accentuare, istituzionalmente e culturalmente.
Lo spirito commerciale e d’impresa era del resto inteso dagli inglesi come un tratto dei popoli civili che li
rendeva superiori agli altri e destinati a dominarli, stabilendo un nesso essenziale, tra conquista e
civilizzazione. Erano queste le basi del sistema imperiale inglese: l’impero coloniale inglese costituiva una
sorta di “mercato comune”. I prodotti coloniali non potevano essere trattati in loco. La manodopera nelle
piantagioni – che lavorava concentrata in appositi stabilimenti quasi antesignani delle “fabbriche” – era

costituita da schiavi importati anch’essi allo scopo. Qui la regola della libertà dei commerci, dello spirito
razionale e contrattuale valeva assai poco.
Zucchero e cotone erano i maggiori prodotti coloniali. Lo zucchero costituì l principale importazione in Gran
Bretagna; le spezie costituivano una preziosa raffinatezza per le più ricche mense europee, l’uso massiccio
di zucchero fatto dagli inglesi dell’800 per la confezione dei loro dolciumi e biscotti, per addolcire il tè (altro
prodotto coloniale), oppure l’uso del tabacco, confermano l’ampiezza e la natura d un mercato interno
indissolubilmente legato a quello esterno.
L’industria cotoniera fu il volano di tutte le innovazioni. Il cotone importato dalle colonie era lavorato in
Inghilterra e riesportato nel mondo. Le trasformazioni economiche e politiche germinate tra Francia e Gran
Bretagna si imposero agli altri paesi portando grandi cambiamenti. Si formarono un ceto sociale nuovo, la
borghesia, una dottrina politica, il liberalismo, e una seria di istituzioni politiche e giuridiche nuove.
III. Il tempo della borghesia
Protagonisti furono i commercianti , gli imprenditori, i banchieri e gli intermediari finanziari, gli avvocati, i
professionisti, gli scrittori e i loro lettori, gli studenti, i pastori delle chiese protestanti., militari, proprietari
terrieri, i deputati alle assemblee, i notabili.
In Francia il cambiamento fu segnato dall’affermazione del “terzo Stato” come vero rappresentante della
nazione. I vari gruppi sociali si distinguevano sulla base della nascita, delle funzioni. Secondo Sieyer il terzo
Stato era “l’insieme dei cittadini appartenenti all’ordine comune”. Il terzo Stato ambia a diventare tutta, a
essere il corpo della nazione. per prima cosa ottenne che nell’Assemblea si votasse no più per corpi ma per
teste. Da allora la nazione fu “il risultato delle volontà individuali, l’insieme degli individui”.
“Società civile” attività di organizzazioni, di movimenti, di pubblicazioni a stampo non regolato dallo Stato
ma che si auto-organizzava, al di fuori o anche contro quello Stato che come abbiamo visto pretendeva un
controllo e una direzione universali. Era il luogo dove si esprimeva la “pubblica opinione”. Con “pubblico” ci
si riferisce a ciò che riguarda la collettività, la società civile, con “privato” ciò che riguarda la sfera intima e
famigliare. La sfera pubblica è privata rispetto allo Stato. L’opinione pubblica rivendicava libertà di
espressione, di stampa, di riunione contro i rigori della legge.
Si formava anche nei luoghi più vari, sviluppando un costume già diffuso nell’Inghilterra del secolo
precedente, erano luoghi dove si discuteva liberamente. Luoghi “societari” riservati ai soci, che li
sostenevano finanziariamente e allo stesso tempo ne definivano lo status, le condizioni d’ammissione,
l’orientamento politico , fingendo da comitati elettorali per un candidato o costruendo un microcosmo
politico da presentare alle lezioni.
Il termine “borghesia” indicava gli abitanti del “borgo”, ovvero la fisionomia dei ceti mercantili urbani che
con le loro attività, valori, istituzioni si differenziavano dai ceti aristocratici e dai contadini delle campagne.
“La classe terzo stato si è progressivamente estesa, dominando e assorbendo le altre classi”.
Comte conia il termine “sociologia” parte della filosofia “relativa allo studio positivo delle leggi
fondamentali che sono proprie dei fenomeni sociali”. La finalità è di “conoscere al fine di prevedere, al fine
di controllare”. Si trattava di osservare con spirito scientifico le leggi che regolavano la dinamica sociale,
cominciando col ripartire i soggetti in base alle loro connotazioni e appartenenze; in base alle funzioni
sociali, interessi e attività comuni, privilegi formali.
I ceti e le classi erano realtà del tutto diverse, non avevano la consistenza istituzionale degli ordini di antico
regime e si formavano nella libera dinamica della società civile. Le classi erano perciò una astrazione
concettuale che rispondeva all’esigenza di ordinare una società senza ordini, un’astrazione non sempre
corrispondente alla collocazione soggettiva dei singoli, ma che tuttavia rifletteva movimenti profondi della
società e della politica del tempo. La quale tra l’altro si dotava allora di strumenti amministrativi per
ordinare la popolazione in base al reddito, alla proprietà, al lavoro, alla residenza, all’età. I vari gruppi che
complessivamente chiamiamo borghesia avevano una consistenza maggiore rispetto al passato, facevano
parlare di “classi medie”.
Le classi medie erano al centro della società, ne plasmavano le istituzioni e ne dirigevano le politiche
mostrando la trionfante sicurezza che vedevano confermale nell’ampliarsi dei loro ranghi, nel crescere

continuo degli affari, del benessere, del progresso tecnico ed economico. Il sistema delle fabbriche
plasmava la “classe operaia, il “proletariato”, che concentrava e omologava la varia popolazione prima
distribuita nelle campagne. La crescita della città e l’aumento della popolazione urbana sull’insieme della
popolazione è uno degli aspetti più emblematici delle trasformazioni in atto.
Nobili, borghesi, artigiani o plebei vivevano a stretto contatto quotidiano, ogni giorno ribadendo le
gerarchie che li distinguevano. I ceti cittadini si specializzarono nella direzione degli affari e del potere , di
cuoi moltiplicavano le raffinazioni monumentali: banche, borse, palazzi del governo, grandi magazzini in
stile classico, rinascimentale. E poi le stazioni ferroviarie, vere nuove cattedrali dell’età industriale, con i
binari sovrastati da arcate romane. Abbattute le antiche mura vennero sostituite da parchi e viali.
Differenze fisiche di condizioni, costumi, educazione, correvano tra i vari “cittadini”. Negli Stati Uniti la
società era senza classi, dominata dal mito delle rapide fortune, dall’ascesa delle umili origini al grande
successo. Ma nella vecchia Europa la centralità delle classi medie era una posizione intermedia e per sua
natura instabile, soggetta a tensioni e potenzialmente destinata a riconfluire in uno degli estremi.
Per Marx la “piccola borghesia” era destinata a confluire nel proletariato, proprio perché i gruppi non erano
più definiti, perché sottoposti ad una forte mobilità sociale, i singoli erano sempre tesi ad elevarsi nella
scala sociale ma erano anche perennemente minacciati da una discesa sociale.
L’età della borghesia fu anche l’età del romanzo, romanzi le cui vicende ruotavano attorno a storie di
ascesa sociale e di fallimenti rovinosi.
Le antiche aristocrazie si stavano mescolando con la borghesia più elevata; quello dei nobili era un potere
di fatto ma anche a volte di diritto. I monarchi riconobbero i vecchi titoli e ne concessero di nuovi, così
contribuendo a mescolare le due classi. Le varie società europee si differenziavano per la diversa attitudine
delle classi elevate di accettare la sfida dell’innovazione o invece a irrigidirsi nella difesa di antichi privilegi.
Il valore da attribuire al successo personale, la mobilità erano esaltati da una letteratura pedagogica per lo
più destinata al borghesi. Valori borghesi ma anche il consolidamento dello status sociale e la sua
riproduzione attraverso le generazioni con la creazione di dinastie questa volta commerciali o industriali. Le
classi medie dovevano costruirsi una classe e lo fecero adottando come simboli quelli delle vecchie
aristocrazie. I giovani venivano rinchiusi per anni in scuole e collegi per essere adeguatamente educati
come un tempo, gli uomini addestrati all’equazione e all’uso delle armi, le donne al ricamo al ballo e alle
letture edificanti. Le case erano spesso imitazione o addirittura parodia delle case aristocratiche.
Per molto tempo la gradazione sociale e dei gusti e dei costumi ha rispecchiato l’estensione semplificata
verso il basso degli stessi stili.
L’800 ha prodotto tutta una serie di tipi sociali significativi, dal “nuovo ricco”, al parvenu, dal dandy
(atteggiamento di chi rifiuta l’egualitarismo dei tempi nuovi e se ne distingueva per eleganza, finezza e
originalità) allo snob (giovani di famiglie benestanti che nobili non erano ma si atteggiavano a tali).
Società aperta e rigide distinzioni sociali, c’era una forte rigidità nelle strutture ma anche un’alta mobilità
delle singole persone. Quartieri urbani molto differenziati, con diverse tecniche e stili costruttivi. Ma in
generale era tutta l’offerta di beni e servizi, che dirigendosi verso un vasto mercato si differenziava poi in
base alla possibilità di acquisto offrendo diverse “classi” di prodotti, gli stessi mezzi di trasporto furono
divisi in classi, con perfetta tripartizione delle classi e rigida differenziazione degli ambienti.
IV. Questioni di genere
Nel 1792 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadine ricalcava la dichiarazione del 1789 volgeva i
principi al femminile o aggiungendovi la donna. Nacque un discorso , una causa che seguono paralleli e si
intrecciano con la storia dei successi maschili nei due secoli a venire. Nell’antico regime la multiforme
collocazione istituzionale delle persone rendeva le donne variamente visibili. La riduzione ad unità di quel
complesso universo istituzione e sociale attorno alla istituzione della classe borghese affievolì la
soggettività delle donne; messo l’individuo alla base dell’ordine sociale la donna viene nascosta dalla figura
del soggetto- uomo. Cossichè l’ordine rivoluzionario più che negare l’eguaglianza di tutti gli esseri umani la
caricò di distinzioni di natura funzionale che avevano lunga ascendenza storica.

La dichiarazione non ignorava le donne, le includeva in una statuto giuridico in cui a garantire i diritti
sarebbero stati i “loro” uomini. La famiglia ne doveva essere il pilastro essenziale, il codice dedicava grande
spazio alla regolamentazione dei rapporti familiari, del matrimonio, dei diritti dei coniugi, ridava spazio al
più elementare di quei “corpi intermedi” che il progetto rivoluzionario aveva inteso cancellare, la famiglia.
Questa era il nucleo fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Con la costruzione di queste sfere separate dominava la contrapposizione tra sfera priva e pubblica, la
prima plasmata dall’affermare della borghesia la seconda codificata nel sistema giuridico e istituzionale.
Le donne borghesi venivano educate ad una sofisticata cultura della domesticità che le doveva specializzare
nella cura della propria persona e della casa, nella direzione del personale domestico e dell’educazione dei
figli, nell’apprendimento di una seria di saperi finalizzati al mantenimento della sfera familiare come luogo
gradevole, con la coltivazione della musica, del ricamo o dell’arrangiamento, di letture edificanti delle
lingue e di un patrimonio culturale adeguato. Lo sviluppo di una culture separata delle donne fu anche un
fattore di crescita e di emancipazione. Col tempo, pulizia ordine e cura della casa si estesero ai ceti
popolari.
Le differenze che circondavano le sfera domestica coinvolgevano anche i comportamenti, i sentimenti, la
dimensione intima dell’esistenza, che venivano disciplinati da canoni morali e di comportamento
estremamente rigidi. Società “vittoriana”, per “morale vittoriana” si intende qualcosa di coinvolgente
caratterizzato dall’esclusione della sfera sessuale dall’orizzonte discorsivo delle perone per bene, dalla
severissima censura che colpiva l’adulterio. Non che lo stigma negativo che colpiva comportamenti
considera eterodossi, come la masturbazione. La rigidità morale “puritana” attingeva all’insieme delle
regole imposte al complesso dei comportamento degli stili di vita individuali dal protestantesimo, più
rigoroso del cattolicesimo. La censura si rivolgeva poi non solo verso i comportamenti spregiudicati ma
soprattutto verso la loro aperta manifestazione.
La “morale vittoriana” è anche il segno di una posizione di ruoli di genere: da un lato l’uomo “normale”
potente e dominante, di una eterosessualità interna e esterna alla famiglia; e dall’altro una donna
dissociata nelle due figure della “mondana”, prostituta, e della moglie, sottomessa, indentificata con la
funzione riproduttiva ed educatrice.
Una netta diversità segnava la vita delle persone donne sposate o destinate al matrimonio e delle donne
sole, nubili, vedove o separate. Le donne godevano degli stesi diritti degli uomini ma laddove vigeva
l’istituto della dote, la parte del patrimonio paterno destinata alle donne consisteva di fatto nello loro dote,
ed è vero che la donna sposata rimaneva proprietaria dei beni dotali, ma la moglie era comunque
subordinata per ogni otto con cui volesse disporre dei proprio beni; quindi solo la donna libera era
effettivamente un soggetto indipendente.
Anche l’ingresso in un ordine religioso comportava il versamento di una dote, le donne però qui erano
isolate dal mondo entrando in comunità femminili in cui il controllo maschile era meno stringente. Nelle
società protestanti le donne erano sottoposte alle regole sociali comuni, presenti accanto agli uomini nelle
pratiche del culto senza godere di spazi esclusivi, e semmai trovavano gli strumenti e gli argomenti per
difendere i loro diritti nello spirito pubblico complessivo. Mentre nel mondo cattolico un modo di fuga per
le donne era rappresentato dia conventi dove si coltivavano cultura e creatività.
L’istruzione fu il primo mestiere aperto alle donne, si formò un ceto femminile piccolo-borghese che
faticosamente mutò l’atteggiamento della società verso le donne e gradualmente furono ammesse le
donne alla laurea. In modi diversi le donne erano presenti nella scena pubblica borghese, più densa rimase
la loro esclusione dalla sfera politica. Le motivazioni adottate da quanti negavano alle donne “il diritto di
tribuna” cioè la cittadinanza politica, affermavano che la politica apparteneva alla sfera della razionalità, e
dunque del maschile, mentre l’irrazionalità, emotività e instabilità connotavano le donne, che per questo
non potevano essere ammesse al governo della cosa pubblica.
V. Questioni di fede

Il fenomeno si presenta da un lato come una dimensione intima dell’individuo che tocca il suo personale
rapporto con la trascendenza, dall’altro come la più antica e densa forma di organizzazione della società, il
complesso di valori condivisi che ispira i comportamenti collettivi e dunque la natura delle varie società, le
scelte dei governi e le vicende del mondo.
Il più importante dei principi è la libertà di ciascun individuo di professare la propria fede senza interferenza
alcuna del potere civile (aspetto dell’individualismo). Oggi assai più complessa è la questione della
collocazione delle organizzazioni religiose negli ordinamenti civili contemporanei.
Il principio della separazione tra stato e chiesa attinge all’indicazione di “dare a Cesare quel che è di Cesare,
a Dio quel che è di Dio.” Siamo infatti soliti pensare che il sentimento religioso riguardi la sfera personale e
privata e non riguardi le leggi che regolano la vita associata: fenomeno di secolarizzazione. Avviene il
passaggio alla subordinazione del potere ecclesiastico a quello civile, della fede alla ragione. La rivoluzione
portò ad un rovesciamento del rapporto tra Stato e Chiesa con il trasferimento allo Stato di alcune funzioni
esercitata dalla chiesa (registrazione di nascite e morti, matrimonio civile e quindi divorzio), ma anche
sottoporre la Chiesa e gli ordini religiosi alla volontà generale e infine con la scristianizzazione violenta.
Passati questi eccessi si cercò di ripristinare qualcosa dell’ordine precedente, ma l’idea della distinzione tra
Stato e Chiesa guadagnò terreno con l’affermarsi delle idee di liberalismo e della società borghese.
Si intende per religioni rivelate quelle basate sulla rivelazione della divinità all’uomo tramite un testo,
soggetto di interpretazioni varie. Le istituzioni del mondo moderno, individualista e laico, quello che
sancisce la distinzione tra Stato e Chiesa, nascono e si affermano originariamente e principalmente
nell’ambito delle società cristiane dell’occidente europeo e quindi le caratterizzano in maniera rilevante. La
religione non è solo l’antagonista della modernità ma allo stesso tempo è anche la sua matrice (perché alla
base), cristiana è l’idea stessa di unicità dell’individuo, in tesa in questo senso come eguaglianza.
Anche la fede nel progresso, nonché la stessa visione dela storia come progresso sono legate al contesto
della civiltà cristiana in cui si affermano e finiscono per riscontrare una valenza religiosa. Visione teleologica
della storia dell’umanità è intesa come un tracciato lineare in cui il tempo è tracciato da Dio; lui solo ne
conosce le leggi, lui solo ne conosce le leggi, che gli uomini possono soltanto affannati ad indagare. Dalla
prima età moderna invece il fine dell storia non è stato più trascendente, e per la fede laica e borghese nel
progresso la storia prevede traguardi sempre nuovi e il superamento di quelli precedenti verso un mondo
dell’incredulità e dell’ateismo.
Nell’ambito del cristianesimo la religione protestante è quella a fecondare il germe dell’individualismo. Lo
stesso pluralismo religione serve a garantire le numerose denominazione in si divideva il protestantesimo.
Differenze di rilievo si riscontrano tra cattolicesimo e Chiesa ortodossa, le seconde infatti non hanno mai
conosciuto la separazione tra stato e chiesa rivendicando così un radicamento più profondo nella cultura
del vari paesi: Chiese nazionali che si distinguono per prese di posizioni e orientamenti diversi più vicini al
loro radicamento nazionale. Più incisiva è la diversità di atteggiamenti che corre tra cattolicesimo e
protestantesimo che mantengono fermo il principio di separazione, ma in forme diverse per mantenere la
loro origine storica, esse infatti sono nate da una scisma, da un ceppo comune della Chiesa cattolica.
Nell’Europa cattolica la religione costituisce un ordine oggettivo di verità, una visione del mondo alla quale
il potere civile è chiamato a sottomettersi, nell’America protestante la fede nelle sue varie espressioni
alimentava la vita morale del paese e dunque la politica. Ecco allora che nella Francia cattolica il principio
della separazione ha favorito la subordinazione della Chiesa allo Stato.
La modernità minava il valori religiosi, ma la Chiesa aveva precisato i suoi veri valori affinando i metodi per
convertire il mondo. Col Sant’Uffizio e con L’indice dei libri proibiti aveva affinato un’ortodossia che ‘età
delle rivoluzione aveva reso ancora più rigida, nella difesa dei valori immutabili e trascendenti, ostili e
diffidenti verso i mutamenti della storia.
Le chiese hanno avuto un ruolo predominante nella diffusione dell’istruzione colta e della prima
alfabetizzazione delle classi popolari che nella società di antico regime era di fatto monopolizzata dal clero.
Ciò ha contribuito ad indirizzare e limitare la cultura popolare, invece nei paesi protestanti il diretto
rapporto con le Scritture ha molto contribuito ad una più ampia diffusione dell’alfabetizzazione.

La Chiesa benché conciliante con gli ideali liberali la Chiesa di Roma non tardò a irrigidirsi su posizioni
opposte. A rendere più acuta l’avversione per il liberalismo fu poi la liberazione dell’unità italiana, che
portò ala fine del dominio temporali dei papi e alla stessa occupazione di Roma.
La religione della modernità trovò nuovi spazi per espandersi e acquistare una rinnovata vitalità. La
funzione essenziale della religione nel mondo contemporaneo fu rivendicata dalle gerarchie religione. Lo
smantellamento delle strutture sociali e di potere dell’antico regime richiedeva le ricostruzione di un
sistema di valori condivisi tale da dare un senso alla vita di tutti e di ciascuno e da indicare una speranza:
cioè una religione. La fede nella patria e nella rivoluzione fu la base di questa religione che ebbe il suo culto,
i suoi sacerdoti e i suoi rituali. Fu proclamato il culto della “dea ragione”, abolito il calendario gregoriano e
contato il tempo dell’anno zero della rivoluzione anziché della nascita di Cristo, al culto dei santi fu
sostituito il culto dei martiri della rivoluzione, furono soppresse le feste religiose e su quelle furono
modellati i rituali della propaganda politica. In queste vicende si vede la matrice delle moderne “religioni
politiche” imposte dall’altro che si ritrovano nella grandi mobilitazione di massa, tipicamente nei regimi
totalitari, e vedono conferma in un bisogno di assoluti di verità ultime.
Il nesso tra visione conservatrice della società e sensibilità sociale non era solo nel pensiero della Chiesa, ed
anzi costituiva una costante nell’atteggiamento e nei programmi dei gruppi olitici conservatori o reazionari
inclini alla carità, alla compassione e al paternalismo più che ai diritti e all’eguaglianza. Una svolta epocale si
ebbe in quel senso con l’enciclica Rerum Novarum, emanata da Leone XII nel 1891, riguardante la
condizione operaio con la quale la Chiesa intervenne nelle questioni della modernità industriale in modo
nuovo, ma nella sostanza coerente con la sua predicazione: occorreva contrastare le iniquità del
capitalismo con un nuovo associazionismo basato sulla collaborazione tra operai e padroni e sulla
promozione di politiche sociali come il controllo pubblico sulle condizioni di lavoro e la differenza del giusto
salario. La religione prende posizione su temi di stretta attualità. Del resto in tutto l’universo
dell’intellettualità cristiana era vivace e serrato il confronto col progredire delle scienze e del pensiero
critico. La riflessione riguardava l’essenza stessa della fede e della filosofia cristiana, l’analisi delle scritture,
la storia del cristianesimo e della Chiesa. A questa riflessione critica delle unità l’intervento di Pio IX che a
tacciò complessivamente di “modernismo”, nel caso del mondo cattolico il termine indicava eretiche le
posizioni filosofiche e teologiche, dirotte ad unità di condanna. Sottoponevano verità di fede al vaglio del
pensiero critico, mettevano in dubbio che il magistero della Chiesa comunicasse la verità proveniente da
Dio. Sul terreno ecclesiastico i modernisti proponevano una riforma delle istituzioni ecclesiastiche che le
avvicinasse al moderno spirito democratico.
VI. L’età della libertà
I rivoluzionari francesi predicavano libertà, eguaglianza e fraternità, tre percorsi distinti, intrecciati, quasi
sempre in conflitto tra di loro. È questo il periodo detto “giacobino”, termine che indica un atteggiamento
di piena, ideologia ai dettami rivoluzionati, la traduzione nei fatti della razionalità illuministica, e dunque
l’instaurazione di un potere intransigente e rigorosissimo, che non a usare strumenti più duri per realizzare
il suo progetto. Ma anche il terrore giacobino finì spianando la strada al potere di Napoleone. L’impero
napoleonico rappresentò una fase di ristabilimento dell’ordine ma anche di fronte dinamismo innovatore,
napoleone fu sconfitto e nel 1815 si aprì una fase di “restaurazione” dell’ordine antico.
Molti progetti rivoluzionari si sono presentati in forme estreme, totali del terrore, ed hanno caricato la
società di lutti infiniti senza generare un orine stabilire capace di realizzare effettivamente gli ideali da cui è
mossa inizialmente la rivoluzione. Le correnti variamente controrivoluzionarie o “reazionarie” che spesso
popolavano la politica e che rappresentavano gli interessi colpiti della rivoluzione di nutrono dell’idea di
iniziare una rivoluzionerei e spezzare l’ordine tradizionale.
Liberalismo è un termine che comprende il liberismo, ma ha significati molto più api e meno definibili,
l’atteggiamento dei liberali aveva carattere essenzialmente anti-ideologico. Prima “liberale” indicava un
atteggiamento aperto e tollerante, si aggiunse la traduzione politica di quell’atteggiamento, il cui significato

inglobava il lungo percorso compiuto dalla ricerca della libertà. Il termine entrò nel linguaggio politico con
le Cortes di Cadice del 1812 dove il partito “liberal” difendeva le pubbliche libertà.
L’epoca della libertà agitava dunque i continenti nuovi, fioriva dove erano meno pesanti i vincoli di antichi
gerarchie e aveva una forte carica di opposizione verso quelle, e dunque anche verso la perdurante
inclinazione conservatrice dei regimi europei. L’aggettivo liberale si diffuse poi in tutte le lingue con
contenuti aderenti ai vari contesti anche sostanzialmente convergenti. Nella Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo dell’ONU viene detto “ogni individuo ha diritto di cercare, ricevere e diffondere
informazioni e idee con ogni mezzo e senza riguardo e frontiere”. I diritti individuali, limitazioni del potere,
libertà di stampa, di associazione o di commercio rivendicati dalle correnti liberali contenevano principi di
grande portata che riguardavano nel complesso il modo di essere della società.
Il sottoporre il corpo politico a delle regole già diceva di che natura fossero la garanzia dei diritti e la
limitazione del potere ma il fatto che quelle regole fossero fissate in un testo, scritto e concluso in se
stesso, fa una differenza sostanziale, la novità va riferita alla decisione di affermare la sovranità del popolo.
Si volle un testo costituzionale, redatto da una assemblea eletta appositamente detta per ciò costituente
che si era assunta il compito di gettare le fondamenta dello Stato. Questo carattere era il principale della
costituzione americana, nell’Europa dell’Ottocento invece le costituzioni non derivarono da un originario
impulso rivoluzionario ma risultavano compromessi tra le prerogative ormai acquisite dell’opinione
pubblica e i monarchi.
Il primo dei due punti irrinunciabili perché una costituzione fosse tale era la garanzia dei diritti. Il secondo
era poi la “divisione dei poteri”: si conviene che il potere legislativo, esecutivo e giudiziario siano esercitati
da organi o corpi distinti e diversi. Meccanismi assai complessi che riguardavano l’amministrazione della
giustizia, i poteri dei vari organi dello stato, la distribuzione del potere tra Stato e enti territoriale, nonché il
rapporto tra sovrano e camere dei rappresentanti, in un contesto in cui è affermata la sovranità della legge.
Un elemento fondamentale di questa organizzazione della sovranità è infine la partecipazione popolare alla
nomina dei governati. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o per mezzo dei loro
rappresentati alla sua formazione. Il principio elettivo ha costituito allora un caposaldo della civiltà
contemporanea. La partecipazione del popolo al governo avviene attraverso i rappresentanti; un principio
fondamentale afferma che ciascun deputato non rappresentava mai la collettività che lo eleggeva ma
sempre l’interessa nazionale: “divieto del mandato imperativo” o “mandato libero”: ciascun deputato e
libero di cambiare la sua opinione e votare di conseguenza senza dover ascoltare l’opinione dei suoi
elettori, al cui giudizio sarà sottoposta al momento della rielezione. Si parla di governo rappresentativo.
I sistemi rappresentativi sono meccanismi assai complessi, le cui regole interne incidono sulla distribuzione
del potere. Oltre a riequilibrare i poteri assoluti dei sovrani, i parlamenti e le assemblee hanno anche la
funzione di esprimere la volontà generale della nazione. Per sottoporsi al giudizio dell’opinione le
assemblee devono essere rinnovate periodicamente (ogni periodo si chiama legislatura). In ogni paese
vengono votate delle leggi elettorali, che non solo stabiliscono chi ha diritto di votare, come si calcolano i
voti, dove si vota, con quali procedure, come si traducono i voti in seggi, etc. quanto al diritto di voto
prevalsero sistemiche limitavano il diritto di voto ai maschi adulti che avessero una qualificazione , i
deputati erano eletti in collegi elettorali che generalmente coincidevano con una data comunità. Il corpo
elettorale vota ed elegge così i deputati. Ai fondamenti del costituzionalismo vanno aggiunti i problemi
riguardanti il vincolo tra le differenti entità politiche, sociali o territoriali del corpo sociale, il difficile
equilibrio tra efficacia e rappresentatività.
Nel congresso a Vienna (1814-1815) lo zar e il re di Prussia si erano uniti in una “Santa Alleanza” che li
impegnava a governare come “delegati della divina provvidenza”, a questa seguirono altre intese più
concrete con l’obbiettivo di intervenire ogni qualvolta l’ordine internazionale fosse minacciato da
movimenti eversivi. Ebbro efficacia nel contrastare o movimento di opinione liberare quando questo
impugnava le armi. Così come accade a Cadice: l’insurrezione in breve si estete a varie città e il re
Ferdinando VII fu costretto a concedere il ripristino della costituzione di Cadice del 1812.
Il moto ebbe vari ripercussioni; una rivoluzione scoppiò a Napoli con la richiesta di più libertà con la
rivendicazione dell’adozione della costituzione di Cadice. La costituzione si presentava come una opzione

intermedia tra il democraticismo centrista e autoritarismo di stampa giacobino e l’impianto conservatore
della costituzione inglese. Costituzione monarchica, deferente verso la religione e istituiva un suffragio
universale molto ampio anche se a grado multiplo. Nel 1821 mentre gli austriaci marciavano verso sud per
sopprimere il regime costituzionale scoppio una rivolta e Carlo Alberto concesse la stessa costituzione di
Cadice, salvo poi essere sconfessato
Molti esuli andarono a combattere in Spagna, che visse il così detto triennio liberale. Mentre gli austriaci
marciavano verso sud la Francia di Luigi XVIII fu incaricata di inviare un corpo di spedizione per restaurare la
monarchia in Spagna. Gli insorti rifugiatisi a Cadice portarono con loro il monarca prigioniero dove i
deputati liberali votarono la destituzione del re; ma i francesi insorsero e la città si arrese.
In Francia nel 1830 Carlo X subì un sconfitta elettorale e reagì demandando quattro ordinanze per
costringere il parlamento a nuove elezioni con suffragio ancora più ristretto, allo stesso tempo una
spedizione militare occupava Algeri. Il popolo di Parigi insorse in “tra gloriose” giornata di combattimenti il
re fu costretto ad abdicare, i parlamenti offrirono la corona ad un cadetto della famiglia reale: Luigi Filippo
d’ Orleans, il quale nel 9 agosto del 1830 prestò giuramento di fedeltà alla nuova carta costituzionale. Per
dare forza simbolica alla svolta si proclamo re dei francesi, e impose la bandiera che ancora oggi
rappresenta la Francia.
Il moto si estese anche in altre aeree europee ma trasformazioni non meno significative, anche se prive di
rivoluzione, si ebbero in quel periodo in Inghilterra. Robert Peel avviò decisive i riforme interne, prima fra
tutte la riforma della legger elettorale, con la quale fu rivista la distinzione delle circoscrizioni elettorali.
Quindi non si propose di ampliare l’elettorato ma semplicemente di aumentare il numero di seggi messi a
disposizione alla Camera dei Comuni così da concederle maggior potere. Seguirono leggi di abolimento di
schiavitù nelle colonie, limitarono il lavoro dei bambini, assistenza ai poveri, furono gli anni del cartismo,
movimento combattivo della massa popolare che presente il nome di People’s Charter: la carta del popolo.
Si cominciarono a rivendicare riforme politiche avanzate e questo spinse all’abrogazione delle corn laws: i
prezzi del grano diminuirono, si pari una delle stagioni più felici per il processo economico ed industriale.
Intanto la Francia “orleanista” diventava la vetrina dell’Europa borghese del tempo: il re era rappresentato
come un buon borghese parsimonioso, rappresentava perfettamente il regime di “notabili” di un tempo. Il
suo regime si configurò come una monarchia costituzionale, ben lontana dall’ancien règime, il re non
poteva più vantare un’origine divina, ma godeva ancora di ampi poteri. Il popolo, invece, era in larga parte
escluso dai meccanismi della rappresentanza politica.
Nell’ottocento alcuni mettevano l’accento sulla loro origine naturale, quasi si trattasse di legami di sangue,
nati da una comune discendenza (per questo si parla di “patria”) considerando la nazione radicata in
qualcosa di molto antico, quasi eterno; mentre altri sottolineano la volontà politica di unirsi in un’unica
nazione sottolineando elementi attuali e storici. Possiamo distinguere concezioni più naturalistiche della
nazione (sangue e suolo) e concezioni più “volontaristiche” (voler essere una nazione) e alcune più
“moderniste” la comunità nazionale va vista come una comunità immaginaria nella quale cioè sono
essenziali le idee e i sentimenti più che i dati di fatto: una comunità nazionale non è mai realmente
costituita da parenti, o da membri di una associazione, o da persone tutte realmente legate le une alle altre
e che sono le idee e forse ancor più le emozioni suscitavano l’intensa partecipazione collettiva che mosse
tanti sentimenti patriottici. Attraverso recuperi archeologici, ricostruzione di testi, ma anche manipolazione
e falsificazione, attraverso la raccolta di tradizioni, ballate, storie e fiabe furono create le basi di una forte
identità “nazionale” sia nel senso di dare comune radice ad un popolo sia nel senso di distinguerlo e
contrapporlo agli altri. Attenzione particolare fu prestata alla costruzione delle lingue, veicolo primario di
comunicazione e di identificazione. Ovunque le persone comunicavano con idiomi locali di origine più o
meno antica, derivanti da ceppi linguistici diversi la cui diffusione dipendeva dal grado di isolamento in cui
vivevano le varie comunità; sovrapposte a queste lingue c’erano poi le lingue “lingue franche” cioè le lingue
scritte della comunicazione burocratica, religiosa e commerciale. La diffusione della stampa e poi
dell’istruzione hanno profondamente mutato questa situazione portando la necessità di adottare delle
lingue “nazionali” cosa che in molti casi ha richiesto una codificazione – con la stesura di grammatiche,
regole linguistiche ufficiali, vocabolari, che con l’adozione di parole nuove ampliava lo spetto semantico
della lingua – una loro nobilitazione attraverso lo studio, la diffusione e la valorizzazione di una tradizione

letteraria specifica , una depurazione di elementi spuri e infine un formale imposizione agli ordinamenti
scolastici e amministrativi. La formazione di una lingua nazionale è un processo estremamente complesso,
fatto di scelte politiche, di conflitti e di mediazioni. In alcuni casi si è trattato di scegliere tra più lingue e
quindi imporne nuove a dialetti esistenti.
Libertà in caso di una nazione poteva significare “indipendenza” quando una nazione era sotto il dominio di
un’altra. In questo caso la dichiarazione di indipendenza del 1776 aveva sancito la nascita dell’America che
si era sottratta al dominio inglesi. Nella gran parte dei casti tuttavia l’indipendenza e la libertà di una
nazione erano concetti più inafferrabili perchè le nazioni, piuttosto “etnie” non erano facilmente
identificabili con il territorio. Varie comunità linguistiche e religiose vivevano più o meno mescolate tra di
loro senza precisi confini né tratti distintivi univoci. Esistere come nazione e rivendicare l’indipendenza e la
libertà non poteva significare altro che avere pieno esercizio di sovranità, e poteva conferire identità, diritti,
voce politica, in una parola cittadinanza. La cittadinanza è un attributo corrispondenti a diritto per loro
universali e individuali e che perciò presuppongono e richiedono un apparato statale indipendente che li
riconosca, li certifichi, li garantisca e li difenda. In questo senso cittadinanza è sinonimo di nazionalità e di
statualità. Ottenere libertà e indipendenza significare in altre parole edificare uno Stato nazionale.
VII. La parola ai fatti. Intorno al ‘48
L’Italia non era mai stata sotto un unico governo “nazionale”, c’erano varie unità statuali, la maggiore era il
Regno delle due Sicilie. Proprie identità e tradizioni molto differenti tra loro rendevano impossibile
un’unità, le popolazioni della penisola avevano molto in comune perciò moli giovani patrioti presero le
armi, partirono volontari, l’irrequietezza che li mosse fu molto alimentata dalla propaganda di Giuseppe
Mazzini.
Un “popolo italiano” ancora non esisteva, era “un destino e non un fatto, un presupposto e non una realtà,
un nome e non una cosa”. Occorreva quindi che gli Stati esistenti si confederassero sotto la guida di chi
dava coesione morale al paese e autorevolezza internazionale, il pontefice.
Il 17 giugno 1846 fu eletto un nuovo papa Pio IX, concesse una amnistia ai detenuti politici e agli esiliati e
annunciò che avrebbe messo allo studio alcune riforme istituzionali. Attenuò la censura e istituì una
“Consulta di Stato”, cioè una commissione da lui nominata che lo avrebbe affiancato nell’esercizio del
potere temporale che funzioni appunto consultive, di consiglio. Anche Leopoldo II di toscana attenuò la
censura e autorizzò la pubblicazione di periodici politici. Regno di Sardegna, Toscana e Stato pontificio
firmarono i primi accordi per la realizzazione di una lega doganale.
Il 3 gennaio 1848 ci furono scontri a Milano tra soldati austriaci e patrioti. La settimana seguente
scoppiarono disordini più gravi a Palermo; il re delle Due Sicilie annunciò la concessione di una costituzione.
Successivamente il re di Sardegna Carlo Alberto annunciò la concessione di uno “statuto”, Pio IX invocò la
benedizione di Dio sull’Italia e annunciò riforme. Vennero pubblicate la costituzione di Napoli, quella
toscana, lo Statuto e quello del governo temporale degli Stati della chiesa.
All’inizio del ’48 l’opinione francese, insoddisfatta, chiedeva che fosse ampliato il diritto di voto. Per
aggirare il divieto di riunirono politiche si pensò di organizzare dei banchetti conviviali, ma il governo lo
vietò. I più decisi promossero una manifestazione di protesta, le truppe aprirono il fuoco sui manifestanti e
questo diede il via alle rivoluzioni. A Parigi fu proclamata le repubblica e formato un governo provvisorio,
l’Ungheria ebbe promessa di autonomia, furono concesse libertà e costituzioni in Prussia, Napoli, Torino e
Firenze. Un gruppo di liberali tedeschi prese l’iniziativa di convocare a Francoforte un riunione di membri
delle assemblee degli Stati tedeschi e poi una proposta assemblea che iniziò a discutere una proposta di
costituzione per la Germania unita.
I motivi: trasformazioni economiche e sociali che avevano rafforzato i ceti medi i quali chiedevano un
riconoscimento in società, la crisi agricola e la rivoluzione industriale che avevano creato malcontento nella
classe operaia, incapacità di risposta da parte della classe dirigente spaventata. La partecipazione popolare
fu estesissima.
La vicenda tedesca fu complicata dalla pluralità di Stati, ciascuno dei quali seguì un suo percorso particolare
ma nel complesso di sovrapposero spinte propense all’unificazione. L’assemblea riunita a Francoforte

discusse per quasi un ano prima di arrivare alla proposta di una costituzione federale con le Dieta eletta a
suffragio molto ampio e un sistema in sostanza parlamentare. Il re di Prussia dichiarò che non l’avrebbe
accettata , la sovranità elettiva non sarebbe stata accettata, la Dieta si sciolse e i nei vecchi Stati il ceto
dirigente riprese il potere.
Il 18 marzo una grande manifestazione popolare percorse Milano, i manifestanti chiedevano libertà di
stampo, la creazione di una milizia cittadina e di un parlamento. Le truppe austriache intervennero ma
dopo cinque giorni di combattimento si ritirarono, Milano era libera con un governo provvisorio.
Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all’Austria, parteciparono anche la Napoli borbonica e la Roma
pontificia; Mazzini non si oppose. Ferdinando II di Borbone ritirò le truppe e chiuse il parlamento, arrivò la
sconfitta nel campo delle truppe sarde. Arrivò al controffensiva austriaca e una cocente sconfitta porto
Carlo Albero a firmare un armistizio, tornò sui suoi passi, ne suoi regno. La guerra era finita.
Il governo provvisorio era per lo più composto da liberali moderati privi di esperienza politica, fece proprie
le rivendicazioni del momento: suffragio universale, libertà di parola, di stampa, norme sulla tutela del
lavoro. Tra di esse la creazione degli ateliers nationaux una prima pietra della futura cooperazione
socialista. Le elezioni svolta in tutta la Francia nel 1848 portarono all’assemblea costituente una
maggioranza di ricchi notabili di provincia, la tensione sociale cresceva, la paura della folla anche.
Fu annunciato che gli ateliers giudicati un fallimento sarebbero stati chiusi e gli operai arruolati o cacciati in
provincia. Ricomincia a rivoluzione ma sta volta contro la repubblica. Lo scontro fu uno dei più sanguinosi
che la capitale avesse mai visto. L’assemblea aveva deciso di fare eleggere il presidente da l popolo e
prevalse Luigi Napoleone Bonaparte.
Le due anime del ’48 - quella liberale e quello democratico-repubblicana – scandirono anche la storia
dell’Italia. Dopo l’armistizio alcuni continuarono a combattere e cacciarono gli austriaci da Bologna. Il
pontefice nomino capo del governo Pellegrino Rossi il quale fu ucciso perché contrario alla guerra,
tentarono di assalire il palazzo del quirinale e Pio IX spaventato nominò un governo ad impronta
democratica e si rifugiò a Gaeta. Roma restò in mano ai democratici che vollero eleggere un’assemblea
costituente romana per decidere l’assetto futuro dello stato; fu dichiarato decaduto il papato e lo stato
romani divenne democrazia pura.
Nel ’49 con suffragio universale maschile fu eletta una nuova assemblea dei rappresentanti dello stato di
Venezia. Dopo aver sperato di fare di Venezia il polo di aggregazione delle forze Mazzini il 5 marzo arrivò a
Roma dove era stato eletto all’assemblea. Carlo Alberto, ruppe l’armistizio e riprese la guerra ma abdico e il
suo successore Vittorio Emanuele II firmo un altro armistizio. Il papa chiese sostegno di Francia, Austria e
Regno delle due Sicilie per riconquistare Roma. Un gruppo della spedizione francese sbarcò a Civitavecchia
con lo scopo di arrivare a Roma ma l’assemblea rifiutò ogni mediazione e decise di rispondere alla forza con
la forza, Mazzini invitò tutti alla resistenza ad oltranza, sostenuto da Giuseppe Garibaldi. Per un mese la
città seppe difendersi poi capitolò, il giorno precedente l’assemblea aveva approvato una costituzione.
Garibaldi fuggi a Gibilterra e poi si imbarcò per gli USA dove rimase per un po’ di anni.
Repubblicanesimo è il pensiero che esalta quelle istituzioni che danno sostanza alla libertà e al governo
della legge. Tra le istituzioni per eccellenza c’è il suffragio universale il cui desiderio animò tutto il biennio
insieme all’assemblea costituente. Fu fondata una religione politica che ebbe vita brevissima e per lo più
dedicata alla difesa militare.
VIII.

Nazioni nuove, nuovi Stati

L’ascesa al trono imperiale del nuovo Bonaparte era stata approvata dal popolo, von suffragio universale e
maggioranza “ plebiscitaria”, quasi unanime. Quel voto costituiva il trionfo della sovranità popolare. La
Costituzione del 1852 conferiva al presidente tutti i poteri essenziali . La Camere poteva solo discutere le
leggi proposte da lui, non respingerle, né emendarle. Il presidente nominava i senatori ed era responsabile
solo di fronte al popolo, periodicamente interpellato attraverso dei plebisciti . I giornali dovevano ottenere
una “ autorizzazione preliminare ” , con “avvertimento “ e chiusura alla seconda infrazione. L’Università era

sottoposta a sorveglianza; c’era il giuramento di fedeltà per i funzionari , le candidature ufficiali alla
Camera.
Marx fu tra i primi a formulare un modello di potere nuovo, il “ bonapartismo”, o “cesarismo”, ovvero un
potere autoritario basato sulla mobilitazione delle masse, politicamente meno avvedute, i contadini, ma
anche il sottoproletariato urbano. Solo negli anni Sessanta la censura della stampa fu attenuata, furono
concessi maggiori poteri alla Camera, fu parzialmente riconosciuto il diritto di sciopero. Il vero obiettivo di
Napoleone III era lo sviluppo economico e produttivo del Paese. Nacque la città ricca e sfarzosa, con ampie
prospettive e piazze folgoranti, con giardini ariosi e grandi magazzini, la città che trasmetteva un senso di
grandezza, di grandeur, e ad un tempo di sicurezza, giacché nell’intento dei suoi artefici i grandi boulevards
avrebbero anche dovuto impedire che si innalzassero barricate nel cuore della capitale. In politica estera ,
Napoleone III tentò una politica “di movimento” che mirava a costruire un nuovo equilibrio europeo
ispirato ai principi di nazionalità.
Ma la politica estera di Napoleone III interessò soprattutto la penisola italiana. Dopo le vicende del ‘48/49,
le politiche duramente repressive appoggiate dalla tutela austriaca aumentarono l’impopolarità dei regimi
restaurati. Nel Lombardo-Veneto, anche se gli austriaci prospettavano una politica di sostegno ai contadini
riservando la loro maggiore ostilità a nobili e borghesi, in realtà oppressero gli uni e gli altri , con
imposizioni fiscali , tribunali speciali e impiccagioni. Dopo le sconfitte del ’49 , il Regno di Sardegna era
l’unico ad avere mantenuto quello “ statuto “ timidamente concesso da Carlo Alberto, e che era il primo e
unico esperimento di regime costituzionale e rappresentativo nella penisola. Lo Statuto prevedeva l’istituto
della fiducia parlamentare , il sistema bicamerale , con un Senato interamente di nomina regia e una
Camera eletta con suffragio estremamente ristretto. Eppure lo Statuto Albertino costituì la cornice entro
cui si sviluppò un regime di libertà , fu sperimentata una prassi parlamentare e si formò una classe politica
indipendente.
Camillo Benso, Conte di Cavour nel Novembre del 1847 fondò “Il Risorgimento”, “ un progetto di riforme
sulle condizioni economiche dell’Italia” . ma fu lo Statuto a consentirgli di trovare la sua strada. Entrò subito
in Parlamento , sostenne una politica di stato liberista e di sostegno allo sviluppo delle ferrovie e delle
società di navigazione. In Piemonte i primo governi costituzionali attuarono una politica ispirata dall’idea
della separazione tra Stato e Chiesa, imponendo alcuni limiti all’aumento della cosiddetta “manomorta” –
ovvero il patrimonio degli enti religiosi – e introducendo il matrimonio civile distinto da quello religioso. Nel
1852 Cavour divenne presidente del Consiglio accordandosi con la sinistra moderata, un accordo “
connubio” e che segnava la vocazione “centrista” del liberalismo cavouriano. Cavour ingegnò il governo su
una legge che aboliva il pagamento a carico dello Stato della congrua ai parroci e il trasferimento dell’onere
su apposita Cassa ecclesiastica finanziata con lo scioglimento di alcune corporazioni religiose.
Cavour ottenne di far partecipare il Regno di Sardegna ad una delle iniziative di Napoleone , la guerra
scoppiata in Crimea in seguito all’attacco Russo alla flotta ottomana. Così guadagnò il diritto di partecipare
al Congresso di Parigi. Cavour ne approfittò per convincerlo che la situazione italiana era incandescente e
sarebbe stato opportuno sostenere la strategia sarda per evitare che si accendessero nuovi focolai
insurrezionali. L’abilità di Cavour consistette nel far leva su quei progetti , ma senza nulla concedere
riguardo all’indipendenza italiana. In cambio, promise piuttosto la cessione alla Francia della Savoia, che era
indubbiamente territorio francese, e di Nizza che lo era molto meno.
Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II inaugurò la sessione parlamentare. Si preparava la guerra, e si
mossero molte migliaia di giovani volontari, dalla Lombardia la maggior parte, ma anche dal resto d’Italia.
Napoleone III minacciò l’Ambasciatore Austriaco ; da tutta Italia arrivarono volontari , e Garibaldi si occupò
di inquadrarne una buona parte in un apposito corpo di “ Cacciatori delle Alpi”. In Aprile l’Austria mobilitò e
lanciò un ultimatum , ordinando al Piemonte di smobilitare. La risposta piemontese fu negativa , e le truppe
austriache varcarono il confine.
La guerra durò dall’aprile al luglio , e fu una serie di vittorie; Como , Milano e Brescia furono conquistate.
Anche il Veneto stava per cadere quando nel luglio Napoleone III si ritirò dalla guerra firmando un
armistizio a Villafranca. Una svolta imprevista. In tutta l’Italia centrale infatti era avvenuta una forte
mobilitazione. Le assemblee avevano votato l’annessione al Regno di Sardegna . si erano creati governi
provvisori. L’11 e 12 marzo si tennero i plebisciti : votarono tutti i maschi di 21 anni. Venti giorno dopo si

tennero le elezioni per il Parlamento subalpino, alle quali ora parteciparono tutti gli elettori delle varie
province annesse.
Il nuovo regno era cosa fatta. Comprendeva le province del Centro-Nord della penisola che avevano diverse
tradizioni ma assetti economici e civili abbastanza omogenei. Li reggeva una monarchia costituzionale
d’orientamento moderato ben accetta all’Europa. In Sicilia il fermento antiborbonico era febbrile, unendo
antiche rivendicazioni di indipendenza da Napoli a un acuto disagio sociale, specialmente tra i contadini. Ci
si rivolse a Garibaldi. La sera di sabato 5 maggio 1860, erano poco più di mille. A fine mese i garibaldini
occuparono Palermo , fondendosi con l’insurrezione della città. Il 7 settembre Garibaldi fece un trionfale
ingresso a Napoli, dove si erano dati appuntamento tutti i capi della democrazia. L’esercito borbonico si
attestò ; ai primi di ottobre i due eserciti si scontrarono , la più grossa battaglia di tutto il Risorgimento. La
vinse l’esercito di Garibaldi.
Cavour spiegò a Napoleone che la miglior cosa era anticipare Garibaldi, e fece attaccare lo Stato Pontificio
da un corpo di spedizione piemontese guidato dal re in persona. I sardi puntarono verso il Sud , verso
l’esercito garibaldino. Le due anime del moto risorgimentale la sabauda e la democratica , si
fronteggiavano. Ma Garibaldi era un patriota , e tutte le sue mosse puntavano all’integrazione nazionale. Il
26 ottobre, dalle parti di Caserta , Garibaldi e Vittorio Emanuele si incontrarono e il primo consegnò al
secondo le terre liberate. Nel mezzogiorno furono votati i plebisciti, il 17 marzo, a Torino, nella nuova
assemblea parlamentare appena eletta da tutto il paese fu ufficialmente proclamato il Regno d’Italia.
Il nuovo regno si estendeva ora su tutta la penisola italiana , senza comprendere il Veneto in mano
austriaca, e una vasta provincia intorno a Roma in mano al Papa. Nel marzo del 1861, appena proclamato il
regno, il Parlamento italiano aveva votato una mozione che dichiarava che Roma era la naturale capitale
d’Italia. E a Roma si sarebbe voluto andare in accordo col Papa. Ma il Pontefice non era disposto ad accordi.
A difenderlo c’erano a Roma le truppe francesi.
E dunque per puntare a Roma occorreva anche mettersi d’accordo con la Francia. Cavour morì il 6 giugno
1861 a cinquant’anni. Garibaldi mobilitò volontari per marciare su Roma. I rappresentanti del re stipularono
con Napoleone III una convenzione, in base alla quale la Francia avrebbe gradualmente ritirato le truppe da
Roma, e l’Italia si impegnava a non attaccare la città, cioè a sostituirsi ai francesi nella tutela del pontefice.
Quasi a garanzia fu deciso contestualmente il trasferimento della capitale Italiana a Firenze. Così fu fatto, e
Firenze fu capitale dal 1865 al 1871, come provvisoria, nell’attesa di Roma. Gli uomini della destra seppero
tenere insieme il paese, e si misero subito a unificare le strutture, a costruire un esercito comune, una
marina, un sistema scolastico, un circuito monetario e bancario. Posero mani alle comunicazioni, varando
arditi progetti di costruzioni ferroviarie nei quali il capitale europeo fu ben lieto di investire.
Quanto alle province che ancora mancavano a completare la carta del regno, Veneto e Lazio attorno a
Roma, furono annesse al Regno d’Italia rispettivamente nel 1866 e nel 1870. nel primo caso non fu una
grande azione militare. A Custoza, nella stessa località dove l’esercito sardo era stato sconfitto nel 1848, fu
sconfitto quello italiano. Nel mare Adriatico la flotta italiana lasciò il campo alla flotta austriaca. Alla fine di
quella guerra ingloriosa il Veneto fu guadagnato solo grazie alla sconfitta austriaca ad opera dei prussiani,
in seguito alla quale fu convenuto che il governo austriaco cedesse il Veneto non direttamente agli italiani
ma ai francesi , che lo trasmisero all’Italia.
Il governo italiano seppe compiere il gran passo e conquistare Roma non più protetta dai francesi. Il 20
settembre 1870 un corpo dei bersaglieri si aprì un varco nelle mura aureliane e travolse gli zuavi pontifici.
L’Italia nacque scomunicata. Oltre a unificare l’economia, costruire strade e ferrovie, dar vita a un apparato
pubblico unico , un esercito, una marina , una burocrazia, etc.., occorreva “ fare gli italiani “, come fu detto,
cioè diffondere lingua, istruzione, memorie comuni, necessità di “nazionalizzazione”. A queste politiche di
nazionalizzazione dette un contributo essenziale la costruzione di una adeguata memoria storica di
ispirazione patriottica , alla quale però si mise mano solo dopo che i protagonisti furono morti.
In quegli anni altre nazioni stavano nascendo anche fuori d’Europa: gli Stati Uniti , si stavano irrobustendo.
Nel 1803 il governo aveva comprato dalla Francia la regione della Louisiana, che andava ben al di là dello
stato meridionale omonimo: era un immenso territorio che da Nord giungeva fino al Canada e che quasi
raddoppiò l’estensione del paese. La Nazione americana venne allora costituendosi sulla base di questo
eccezionale dinamismo acquisitivo e di varie guerre con i vicini europei, oltre che con le popolazioni

indigene. Il 4 dicembre 1823 il presidente James Monroe dichiarò che i cittadini americani erano e
sarebbero stati estranei al sistema delle potenze europee.
Avrebbero pertanto considerato ostile nei confronti degli Stati Uniti ogni tentativo di ingerenza negli affari “
di qualsiasi regione di questo emisfero” , cioè dell’intero continente americano. Fu questa la “dottrina
Monroe”, che rimase a segnare l’eccezionalismo americano, nella doppia veste di estraneità al sistema
europeo e di pretesa egemonica verso il continente. Nel 1846 iniziò una sanguinosa guerra con il Messico al
termine della quale il nuovo confine meridionale tra i due stati venne fissato sul fiume Rio Grande e gli Stati
Uniti acquisirono i territori corrispondenti agli odierni Stati di New Mexico, Utha , Nevada e California, dove
proprio in quel 1848 fu scoperto l’oro e dove arrivarono decine di migliaia di avventurieri. Il giovane Stato si
stava armando e ammodernando a ritmo sostenuto. Nel 1853 mandò due cannoniere a vapore nel
Giappone. Nel 1857 la Corte Suprema stabilì il principio costituzionale in base al quale i neri non erano
cittadini degli Stati Uniti ma oggetti di proprietà privata. Negli Stati Uniti, l’unico paese del mondo ad avere
un governo repubblicano , esistevano delle persone che non erano persone ; gli uni erano parte di
“comunità” gli altri erano cose.
Sul tema della schiavitù si crearono due schieramenti contrapposti, che erano anche geograficamente ben
distinti. Nel 1860 Abraham Lincoln, favorevole alla concessione della cittadinanza ai neri, fu eletto
presidente con i soli voti del Nord. La Carolina del Sud, seguita da altri sei Stati meridionali, si ritirò
dall’Unione e diede vita ad una Confederazione separata. La questione della schiavitù , di forte evidenza
politica, esprimeva anche una forte contrapposizione tra interessi, stili di vita , assetti sociali. Con il Nord e
contrari alla schiavitù , erano gli interessi urbani, industriali, finanziari e protezionistici, mentre i
Confederati rappresentavano piuttosto gli interessi agrari e latifondisti – e dunque schiavisti,
liberoscambisti e filoeuropei. La guerra fu durissima. La Confederazione attaccò per prima, seppe
combattere bene. Solo nel luglio del 1863 l’esito nefasto della durissima battaglia costrinse alla ritirata. Ma
ci vollero ancora quasi due anni perché nell’aprile 1865 , i Confederati si arrendessero. Pochi giorni dopo la
resa , Lincoln , che era stato rieletto trionfalmente nel novembre precedente, fu assassinato da un sudista
nel palco di un teatro.
Era l’8 luglio 1853, e i giapponesi videro entrare nella baia quattro navi nere che buttavano fumo. Gli
americani volevano convincere il Giappone ad aprirsi ai loro traffici; cominciando a stabilire basi di
cartonaggio sulla rotta per la Cina . come appunto dovevano dimostrare le navi, cioè i “piroscafi”. Più che
convincere, gli americani volevano costringere. L’anno successivo l’emissario imperiale era pronto a
firmare. I giapponesi non volevano rischiare . gli americani avrebbero avuto accesso a due porti di
cartonaggio e avrebbero inviato un proprio console in Giappone.
A metà ottocento vigeva in Giappone lo shogunato , “governo dei samurai”, instaurato alla fine del
Cinquecento dalla dinastia Tokugawa. Per conservare unito un paese da tempo lacerato da conflitti che
potremmo definire “feudali”, i Tokugawa avevano inquadrato i poteri locali in un sistema assai complesso
di controlli e di rigide gerarchie sociali. Conservata la capitale imperiale a Kyoto , la capitale politica venne
trasferita a Edo, e i signori locali , o “feudatari”, i daimyo, dovevano alternare un anno di residenza nei loro
domini e un anno nella capitale , dove dovevano comunque far risiedere la famiglia , praticamente in
ostaggio. A loro volta i samurai, guerrieri amministratori, furono riuniti attorno a castelli nobiliari, dai quali
ricevevano un salario in riso secondo il rango. I villaggi e i distretti urbani erano divisi in gruppi di dieci
famiglie che dovevano controllarsi reciprocamente ed erano collettivamente responsabili. I villaggi
godevano di una quasi completa autonomia. A rendere ancor più rigido il sistema contribuivano il principio
che l’agricoltura fosse l’unico fondamento dell’economia e poi la proibizione di vendere la terra e la totale
interruzione dei rapporti con l’estero. Dal 1636 espulsi tutti i contatti stranieri, o la lettura di libri non
giapponesi, era punita con la morte , e fu perfino impartito l’ordine di uccidere i naufraghi.
L’uomo era considerato un semplice anello dell’infinita catena delle generazioni più che un soggetto dotato
di un proprio personale destino e di capacità di scelta. Era questa la visione dello shint, l’antichissima
credenza fondata sui primitivi culti della natura alla quale era stato dato un ordine nel settimo secolo. Lo
shintoismo era sopravvissuto da allora come “religione” nazionale , propria del Giappone, confusa e
mescolata col buddismo, nonché con lo Zen ( buddismo coltivato dai samurai, che enfatizza l’ascetismo
fisico e mentale ) e con il confucianesimo che predica l’armonia mettendo l’accento su obbedienza,
gerarchia , rispetto dei ruoli. La riaffermata sacralità dell’Imperatore , cosiddetta “restaurazione Meiji” ,

pose fine al governo dei Tokugawa. La rigidità del vecchio regime impediva all’economia di svilupparsi. Si
parla di nuova dinastia Meiji come di una “restaurazione” perché consolidò il potere imperiale e rafforzò i
poteri centrali. Nei non lunghi decenni dell’era Meiji le strutture sociali e produttive del paese furono
rivoluzionate e il Giappone si avviò a diventare una grande potenza continentale.
Il re di Prussia Guglielmo IV e suo fratello Guglielmo , salito al trono nel 1861 – avevano orientamenti
nazionali – autoritari per nulla inclini al liberismo. L’intera area germanica aveva infatti opposto una rigida
chiusura alle rivendicazioni liberali. Nel 1804 Francesco II d’Asburgo , imperatore d’Austria e re d’ungheria,
si era proclamato imperatore d’Austria col nome di Francesco I. In Austria la costituzione concessa nel 1849
fu soppressa due anni più tardi. Fu il decennio “neoassolutistico”, più per il rigido autoritarismo del giovane
imperatore che per le sue politiche. Un concordato eliminò ogni potere dello Stato sulla Chiesa cattolica, ai
vescovi furono concessi ampi poteri disciplinari sui sacerdoti, ai quali potevano far applicare pene corporali
, e si tornò ad affidare alla Chiesa la sorveglianza sull’insegnamento e sulla censura. Per anni fu mantenuto
lo stato d’assedio; il codice penale istituì per le classi popolari la pena della verga; ogni provincia era nelle
mani di un governatore militare; la polizia spiava ogni mossa della popolazione e i gendarmi ricevevano per
ogni persona arrestata un compenso commisurato alla pena.
In Prussia la costituzione fu emendata in senso ancor più restrittivo, con una Camera bassa o Dieta, il
Landtag, che era composto per lo più di docili funzionari, aveva scarso potere ed era eletto con un sistema
a “tre classi” che dava la preminenza ai maggiori contribuenti. Nel 1854 fu creata la “Camera dei Signori”
nominata dal re tra l’aristocrazia . anche qui la Chiesa riprese il totale controllo dell’istruzione e ristabilì
poteri disciplinari sul clero, mentre ai funzionari pubblici era richiesta l’osservanza religiosa.
La costruzione della rete ferroviaria tedesca fu incentrata sulla Prussia e si sviluppò collegando gli Stati
della Germania meridionale e quasi tagliando fuori l’Austria. La lega doganale, lo Zollverein, integrava
attorno alla Prussia 25 Stati. Nel 1857 una conferenza monetaria fece del tallero d’argento prussiano una
moneta di libero corso in tutta la Germania a danno del fiorino d’oro austriaco. 39 Stati sovrani erano uniti
dal 1815 in una Confederazione germanica, la Deutscher Bund. Ma l’azione politica della Dieta confederale
si concentrò soprattutto nella lotta al liberalismo. Tendeva così a risolversi a favore dell’egemonia prussiana
una questione di fondo che aveva fin lì agitato le relazioni tra gli Stati dell’area germanica , divisi tra un
progetto che fu detto “grande tedesco” e che avrebbe compreso l’Austria, e uno “piccolo tedesco”, che
invece escludeva l’Austria dall’integrazione politica ed economica tedesca. Bismarck non concedeva nulla
alle tendenze nazionali dell’epoca. Impadronendosi dei ducati Bismarck creò un nuovo motivo di tensione
con l’Austria , e dopo essersi garantito l’appoggio dell’opinione pubblica tedesca ed essersi premunito sul
piano internazionale, mosse guerra all’Austria.
Si fronteggiarono due grandi eserciti , ma quello austriaco combatteva su due fronti – la Germania e l’Italia.
Quello prussiano era addestrato alla guerra rapida dal suo comandante. La Prussia sconfisse l’Austria in
quindici giorni , sferrando il colpo decisivo in Boemia il 3 luglio 1866. Ebbe così fine la Confederazione
germanica. L’Impero austriaco non subì mutilazioni territoriali, ma fu definitivamente separato dalla
Germania e costretto a volgersi a Est, diventando uno Stato danubiano. Francesco Giuseppe negoziò con la
Dieta ungherese il Compromesso che poi fu firmato nel gennaio 1867. La monarchia asburgica era ora
formata da due Stati distinti ed eguali con tre ministeri in comune. Bismarck si volse alla Francia. In
entrambi i paesi la guerra poteva costituire una occasione per la politica interna; per la Confederazione , un
modo di stringere a sé gli Stati tedeschi del Sud ; per Napoleone III, un modo di rinverdire le glorie
dell’impero di fronte a una opposizione interna che montava. Quando si profilò una candidatura di un
principe tedesco sul trono spagnolo, l’opinione pubblica francese ne fece grande scandalo. Valse a poco il
fatto che la candidatura fosse ritirata, Bismarck attirò napoleone III in una sorta di trappola mediatica.
Napoleone fu costretto alla guerra, e tutti gli Stati tedeschi si unirono alla Confederazione del Nord.
L’esercito francese fu annientato a Sedan. Dichiarato decaduto l’impero, un governo di “difesa nazionale”
cercò una pace onorevole con i vincitori, ma non l’ottenne. Il 28 gennaio 1871 il governo francese firmò
l’armistizio e la capitolazione di Parigi. L’Assemblea degli Stati tedeschi proclamò l’impero , il secondo Reich
dopo quello medievale. Reich (regno) indica un dominio. La Prussia era dunque un reich , e Reich fu poi la
Germania unificata. Impero si dice invece Kaisertum, e al re di Prussia fu conferito il titolo di Kaiser. Il
trattato definitivo fu firmato a Francoforte in maggio . L’Alsazia e la Lorena passavano al nuovo Reich che

riceveva anche una indennità di guerra di cinque miliardi di franchi-oro. Questa pratica di far pagare i costi
delle guerre agli sconfitti costituì un elemento di grave instabilità nelle relazioni internazionali.
Crollato l’impero, la Francia elesse una Assemblea nazionale a Versailles, i prussiani occupavano il Nord del
paese. Il governo francese doveva per prima cosa installarsi a Parigi, la capitale era rimasta senza governo,
in mano alla Guardia nazionale , alla piccola borghesia in armi. In tutta Parigi gli ufficiali non controllavano
più la truppa; il comitato centrale della Guardia nazionale si insediò nel municipio di Parigi, l’Hotel de Ville.
I democratici radicali optarono per una idea molto democratica: impedire le elezioni. Si votò e stravinsero
le correnti di sinistra, ostili al governo. Il 28 marzo si insediò il governo della Comune. Gli 81 membri
avevano pochissima esperienza politica e molto idealismo ( erano artigiani, commercianti e operai di città).
Le truppe versagliesi attaccarono; entrarono in città il 21 maggio 1871. Il governo della Comune emanò una
legislazione radicalsocialista che avrebbe dovuto dar vita a forme di democrazia diretta e di autogestione
operaia, di educazione popolare laica di legislazione sociale avanzata. L ’esperimento fu spento nel sangue
dai versagliesi. Il fuoco aggredì l’intera città, Parigi era in fiamme mezza distrutta. Il 28 maggio la Comune di
Parigi aveva cessato di esistere.
IX. Socialismo, comunismo
Quel comunismo annunciato da Marx nel ’48 era una delle tante facce dell’utopia egualitaria e comunitaria
radicale che serpeggiava nella nuova società industriale. Spinta nel 1793 , nei primi decenni dell’Ottocento
l’idea dell’uguaglianza stava rinnovandosi e rafforzandosi. Il mondo per il messaggio biblico, era fatto di
ricchi e di poveri e ai secondi era destinato il regno di uguaglianza. Per i cristiani l’eguaglianza era dunque il
fine ultimo della storia.
Le affermazioni di libertà e di uguaglianza su cui poggiava il mondo rinnovato facevano intravedere ad
alcuni nuove occasioni di riscatto, ma per i più illusorie. Nelle società di antico regime il lavoro era
ingabbiato in una serie di norme e di istruzioni che limitavano la libertà e allo stesso tempo proteggevano i
lavoratori, mentre il paternalismo padronale elargiva beneficenza e carità attraverso confraternite e “opere
pie”. Nessuna associazione collettiva avrebbe dovuto intromettersi nel libero incontro tra ilo singolo datore
di lavoro e il singolo lavoratore.
La legislazione antiassociazionistica aveva dunque due diversi contenuti: era intesa da un lato a liberare la
manodopera dai vincoli di antico regime, dall’altro a contrastare i germi di resistenza organizzata presenti
nel mondo del lavoro. I padroni , sciolti da ogni vincolo, avevano accresciuto ilo loro potere sugli operai.
Legioni di uomini vivevano vincolati ai ritmi delle macchine , sradicati dalle campagne e concentrati in
quartieri industriali. Leghe , trade unions , società di mestiere, club operai o friendly societies si dedicavano
al mutuo soccorso ma nello stesso tempo alimentavano il bisogno di lottare insieme, di unirsi per una causa
più vasta , universale che riguardava tutte le vittime dello stesso sistema e che dunque aveva carattere
politico.
In Francia varie correnti di pensiero “socialistico” , pur apprezzando le potenzialità riformatrici della
rivoluzione industriale, proponevano di attutirne gli effetti sociali limitando i diritti di proprietà e facendo
grande spazio all’associazionismo , al mutualismo, alla cooperazione. Si delineavano due vie possibili per il
riformismo borghese. Da un lato consentire l’autodifesa del mondo del lavoro, e dunque in una prospettiva
liberale ammettere l’azione collettiva. Dall’altro l’idea di un intervento pubblico di tipo nuovo , che tornasse
a regolamentare il lavoro per legge, come nell’antico regime , proteggendo ,o proibendo , il lavoro infantile
nelle fabbriche o nelle miniere, dunque alterando con la forza della legge la dialettica delle forze di
mercato.
Si costruivano nuovi sistemi di difesa sociale e venivano gettate le basi di un nuovo tipo di politica. Era un
“doppio movimento “ – da un lato la liberalizzazione o la “deregolamentazione”, dall’altro l’intervento
legislativo. Nel 1847 un Factory Act abbassò il limite a 11 ore e l’anno seguente a 10 ore. In Francia fu il
governo rivoluzionario del ’48 a decretare il limite delle 12 ore, che la terza Repubblica portò a 10.
Gli interventi legislativi a protezione del lavoro avrebbero richiesto una vigilanza e una sensibilità sociale
diffuse, affidate alla forza della pubblica opinione, all’esercizio stesso della libertà. Ma la libertà di

promuovere azioni collettive come lo sciopero appariva molto pericolosa ai liberali. L’intervento regolatore
sugli squilibri e le ingiustizie sociali avrebbero potuto essere affidato ad appositi apparati amministrativi di
controllo.
Sulle vari visioni della società come quelle per strati, o classi , o gruppi funzionali-, prendeva ilo sopravvento
una elementare e molto antica di tipo “dicotomico”, cioè basata su due polarità, che oppone i governanti e
i governati. Se si riferisce alla sfera dell’economia , questa concezione distingue i ricchi e i poveri , quelli che
lavorano e quelli per i quali si lavora e così i produttori e i consumatori , i padroni e gli schiavi.
Marx definiva il comunismo “ la vera risoluzione dell’antagonismo fra esistenza ed essenza, tra libertà e
necessità, tra l’individuo e la specie” , nonché un progetto politico alternativo di grandissima potenza. Nel
Manifesto Marx indica alcuni provvedimenti che sarebbero stati presi dal proletariato giunto al potere e tra
questi l’esproprio della grande proprietà fondiaria , l’imposizione fiscale altamente progressiva, l’abolizione
del diritto di successione ereditaria, l’accentramento nelle mani dello Stato dei mezzi di trasporto e del
credito “per mezzo di una banca nazionale”, l’obbligo di lavoro per tutti. Possiamo notare che la gran parte
di questi provvedimenti sarebbero entrati nel bagaglio di un riformismo democratico “borghese”. Nacque
una lunga tradizione di pensiero intesa a non dare credito all’espressione testuale per la quale l’ideologia è
falsa coscienza, e la verità va dissotterrata in un’azione di interpretazione e di analisi.
In Gran Bretagna il messaggio evangelico alimentava molto pragmatismo riformatore. Le brutture della
società capitalistico industriale potevano generare un complessivo rifiuto della modernità e semmai una
idealizzazione di antichi valori rurali in quanto rappresentavano la semplicità , lo spirito comunitario , la
prossimità alla natura e a Dio. Sentimenti di questo tipo si ritrovano là dove le campagne e il mondo
contadino occupavano uno spazio maggiore e più importante nella società e nell’immaginario. In Russia i
contadini vivevano ancora in condizioni servili. Si voleva liberarli da quella condizione ; fu la missione di
molti e un atteggiamento che connotò l’intera cultura russa. Nel primo aspetto era la idealizzazione
pacifica delle virtù della vita rurale, nel secondo la combattiva esaltazione della missione di salvezza affidata
alla Chiesa ortodossa, all’autocrazia e alla Santa Russia.
Il populismo poteva avere forti componenti nostalgiche o anche di tipo rivoluzionario. La seconda corrente
fu propria del movimento socialista rivoluzionario russo , dove ebbe una evoluzione sovversiva e
terroristica, ma anche in Europa, nei paesi meno industrializzati, come la Spagna o l’Italia. Le posizioni
“liberitarie” – così dette in opposizione agli autoritari vicini a Marx : il termine anarchismo fu inizialmente
attribuito loro dagli avversari – acquistarono consensi in Italia e soprattutto in Spagna, nelle aree contadine
più miserabili e combattive. Nella seconda metà del secolo erano dunque molte e variegate le correnti di un
comune spirito socialistico che si proponeva di contrastare l’individualismo borghese e l’economia
capitalistica , fino a divenire cultura comune.
Nel 1889 nacque la Seconda Internazionale per distinguerla dalla Prima Internazionale. Aveva carattere
federale e la sua attività si concentrò nei periodici incontri e congressi nei quali si discutevano le linee
politiche e strategie. Era dunque una associazione di partiti. Si diffuse effettivamente un sentimento e
atteggiamento comune, condiviso, che era appunto collettivo, di contrapposizione all’ordine costituito e
che si riconosceva nel socialismo. La condizione operaia era effettivamente una condizione di
“segregazione”. La vita di fabbrica –che aveva perso i contatti con la tradizione artigiana o rurale e poi
quella dei “quartieri operai” formarono delle società separate con costumi , abitudini, codici di
comportamento distinti e caratteristici. I singoli potevano seguire le aspirazioni di una elevazione
individuale, ma anche i sogni di elevazione personale erano affidati ad una rigenerazione collettiva ,
diversa, contrapposta all’antica.
Le organizzazioni operaie furono socialiste e rivoluzionarie. Ma soprattutto il marxismo affermava essere
scientificamente dimostrato – e la cultura socialista era pregna di progressismo scientista – che il sistema
capitalistico era per sua natura destinato al crollo e al suo rovesciamento. Lenin avrebbe scritto Stato e
Rivoluzione nel quale era ancora più enfatizzata la visione marxiana della Comune come germe del
contropotere rivoluzionario. Nell’ambito della socialdemocrazia tedesca si discusse della sorte del
capitalismo , che alcuni “revisionisti” proponevano di rivedere.

La revisione del marxismo occupò la gran parte delle numerose correnti che da allora agitarono il
socialismo. Alcuni rifiutavano di partecipare alla lotta politica e semmai puntavano sull’azione sindacale
predicando la violenza. Così facevano i “sindacalisti rivoluzionari”. Il socialismo riformista si proponeva
invece di conseguire il cambiamento della società – da capitalista a socialista – passando attraverso le
istituzioni democratiche. Si mirava a rafforzare le garanzie sociali, impegnando lo Stato in politiche di
intervento non solo sociale ma anche economico. La Seconda Internazionale sarebbe stata travolta dalla
scoppio della Grande guerra.
X. Imperi. Le diverse Europe
La combinazione delle “invenzioni” inglesi e francesi(individualismo, industria e mercato, capitalismo,
principio di nazionalità) costituiscono le vie maestre della storia contemporanea. Ma nell’orizzonte europeo
e anche fuori, esistevano altri principi, altre idee, altre pratiche politiche e altri ordinamenti che non
abbracciavano le idee di principi di uguaglianza e di mercato.
Ciò che caratterizzava molte società del tempo era proprio la forte eterogeneità, ne scossa ne livellata dai
cicloni del mutamento. Il che spiega perché mentre nel mondo avanzato di affermavano i valori di
individualismo e eguaglianza, in questi altri mondi persistono ordini “cetuli” nei quali cioè era determinante
il ceto di appartenenza, gerarchia spesso determinata da elitès nobiliari e ordinamenti religiosi di varia
denominazione. Qui le forze di innovazioni erano in posizione combattiva ma minoritari rispetto all’ordine
presente e senza garanzia di vittoria.
All’origine è una Spagna di antico regime gravata da un sistema feudale. Alla fine del Settecento oltre la
metà del territorio spagnolo era nelle mani della nobiltà. Nel 1811 abolirono i diritti nobiliari e una lenta
erosione colpì le proprietà della Chiesa. Questa serie di trasformazioni diminuì i privilegi ecclesiastici e
nobiliari ma non ridusse lo squilibrio.Anche la Spagna aveva conosciuto un forte incremento demografico.
Ogni cambio di regime era in genere scandito dal varo di una nuova costituzione. Con le sue Cortes, la
Spagna era il paese europeo di più antica tradizione parlamentare; aveva prevalso l’assolutismo la cui
pretesa di dominio si era avvalsa di tutta la potenza della Chiesa della Controriforma.
L’espressione politica fu per buona parte del secolo il partito “carlista”. Il partito della Chiesa , dei
latifondisti e di tutte le resistenze al centralismo statale. Aveva anche una sua base popolare, radicata negli
antichi fueros, i privilegi consuetudinari di cui godevano borghi e comunità. Tra il 1844 e il 1868, comprese
una larvata dittatura nel quadro di una costituzione emanata nel 1845 e dopo un pronunciamento di marca
liberale nel 1854 una breve esperienza progressista. Nel 1861 la Spagna occupò la Repubblica Dominicana
su richiesta dello stesso governo del luogo. L’anno successivo partecipò con gli inglesi e i francesi
all’avventura messicana. Se ne ritrasse presto , ma per giocare la carta imperiale verso le repubbliche del
Perù. Una squadra navale spagnola aggredì il Perù e giunse ad occupare le isole Chichas come pegno e
come restaurazione di una non concessa sovranità. La Spagna accettò di restituire le isole Chichas per un
“indennizzo” di 3 milioni di pesoso, il governo accettò; si sollevò il paese trovando alleati nel Cile e nella
Bolivia. Dopo aver bombardato Valparaíso , la Spagna dovette cedere. Finì così la tragicomica “guerra del
Pacifico” o meglio “prima guerra del Pacifico”, per distinguerla da quella che poco più tardi, nel 1878-83,
oppose il Cile al Perù e alla Bolivia. Nel “sessennio democratico” , proclamata una monarchia costituzionale
con elezioni a suffragio universale , fu eletto a regnare Amedeo di Savoia , con il nome di Amedeo I di
Spagna. Nel 1873 fu proclamata la repubblica che durò solo 11 mesi.
Nel gennaio del 1874 un nuovo pronunciamento impose un governo di salvezza nazionale. L’età della
restaurazione , che va dal 1874 al 1923, garantì una nuova stabilità politica: non vi furono colpi di Stato e il
regime costituzionale funzionò con regolarità. La nuova costituzione del 1876, conservatrice, attribuì una
sovranità compartita tra il sovrano e il Parlamento e costruì un sistema bicamerale con Cortes elette a
suffragio fortemente censitario – il suffragio universale del 1869 fu abolito, per essere reintrodotto nel
1890 -, un Senato di notabili in parte per diritto proprio , in parte nominati dal re e in parte eletti , e un
“governo del re”. La caratteristica del sistema, stabilito tra i due partiti, fu il “turno obbligatorio” , in base al
quale i due partiti si accordavano per vincere a turno le elezioni.
Il governo esercitava uno stretto controllo del voto attraverso i prefetti e i capi-notabili che furono allora
detti caciques , che indicava i “capi clan”, cossichè il turno obbligatorio fu detto anche caciquismo. Il

termine caciquismo divenne sinonimo di clientelismo e di corruzione. Il sistema amministrativo in Spagna
riproduceva il centralismo francese. Il centralismo costringeva i funzionari dello Stato ad accordarsi con i
poteri locali, con i forti regolarismi tipici della costituzione spagnola e con i caciques, più che a imporsi ad
essi. Sia lo Stato amministrativo sia la rappresentanza politica mancavano alla loro funzione primaria di
dare unità al paese; né contribuivano a farlo la casa regnante o la Chiesa Cattolica. L’identità spagnola , la
hispanidad , non era una identità nazionale. E ciò non solo perché era minata all’interno dai forti
regionalismi, ma perché storicamente si identificava piuttosto con i grandi spazi coloniali e con la
dimensione imperiale. Benchè continuasse a ristagnare nel sistema dei caciques , si aprì una stagione
intellettuale e letteraria estremamente feconda.
I domini dell’imperatore Francesco Giuseppe erano diventati una “duplice monarchia” con il Compromesso
del 1867; abrogata la costituzione, l’imperatore governava con forte spirito autocratico dirigendo
personalmente gli affari di Stato. Nel 1867 l’imperatore riconobbe i diritti del Parlamento ungherese abolito
nel 1849. Il sistema costituzionale austro-ungarico lasciava molto potere al sovrano. Fu significativo lo
svuotamento del concordato stretto con la Chiesa Cattolica nel 1855 con l’introduzione del matrimonio
civile e il ritorno del controllo statale sull’istruzione. La concessione dell’autonomia si basava piuttosto
sull’alleanza tra ceti fondiari di varie “nazioni”, molto gelosi dei propri privilegi. L’autorità centrale era
chiamata a garantire i poteri periferici dai loro immediati sovrastanti. Inizialmente i deputati al Parlamento
di Vienna erano rappresentanti delle Diete provinciali, elette da un corpo elettorale diviso in quattro curiae
- i proprietari nobili, le città , le corporazioni e le comunità rurali.
La costituzione del 1867 proclamava l’eguaglianza dei diritti dei gruppi etnici. Ad unificare ci pensava il
criterio della lingua, lingua tutelata dal clero e che quindi tendeva a sovrapporsi al criterio religioso. Questo
pluralismo non era però bilanciato, o contrastato, da poteri centrali forti e da processi di unificazione. Era
questo il tratto caratteristico del paese, rappresentava la sua debolezza ma anche la sua forza:
multiculturalismo estremamente fecondo. Nel suo insieme l’Austria-Ungheria era un paese potente ma tali
squilibri rappresentavano fonte di sviluppo solo se il paese fosse rimasto unito, diventavano un elemento di
fragilità, il giorno che la spinta dei nazionalismi l’avesse disgregato.
L’impero Ottomano per tutto il secolo e fino alla prima guerra mondiale , la storia di questo impero è quella
di una graduale, costante perdita di territori, in genere ad opera delle varie potenze europee che ne
conquistarono intere province. Ad avviare l’accerchiamento degli Ottomani furono nel 1830 l’occupazione
di Algeri e la proclamazione dell’indipendenza greca. Pur avendo una grande tradizione militare l’impero
perdeva regolarmente la guerra. L’esercito fu riformato con l’abolizione del corpo dei giannizzeri , con la
soppressione della coscrizione a vita , l’introduzione della leva e l’istituzione di una scuola militare. Furono
riorganizzate sia l’amministrazione centrale, con l’istituzione di ministeri sul modello occidentale, sia
l’amministrazione delle 27 province in cui fu ripartito l’impero, le antiche vilayet , con a capo un
governatore e una ripartizione gerarchica degli enti territoriali.
Furono emanati un codice commerciale , u codice agrario che regolamentava la proprietà della terra e un
codice penale - che attenuava i rigori della sha’ria, la legge coranica. Fu poi creato un sistema di istruzione
pubblico di tipo laico. Fu inoltre creato un moderno sistema fiscale, e fu istituito il catasto. Il sistema
finanziario fu dotato di una banca centrale , una Borsa, titoli di Stato e una carta moneta nazionale. Si mise
mano a un sistema di strade, canali, ferrovie, l’adozione di uno stato di diritto. Nel mondo islamico i religiosi
non esercitavano potere civile e i governi non intervenivano in materia religiosa, tuttavia l’istruzione era
impartita dal clero . La stagione delle riforme culminò con la proclamazione nel 1876 di una costituzione
che istituiva un governo parlamentare e confermava l’uguaglianza di diritti per tutti i cittadini dell’impero di
cui veniva sancita l’indivisibilità.Si era andato costruendo una sorta di Stato Nazionale, la cui estensione
spaziale e lo stesso carattere nazionale erano assai problematici in relazione al ruolo svolto dall’islam. Si
definirono due filoni di pensiero: il primo, che può essere chiamato “nazionalismo borghese” era incline a
trovare nell’islam i materiali necessari a costruire Stati nazionali moderni in senso occidentale; il secondo,
insisteva sull’universalità del mondo musulmano, la comunità di credenti e professava la necessità di
purificazione dei costumi per ritornare alle fonti originarie. Su questo movimenti incisero in maniera
determinante il sostanziale e drastico misconoscimento che la cultura europea del tempo riservava a
questo mondo, ritenuto barbaro e primitivo.

Nel 1869 era stata istituita una “cittadinanza ottomana”, che in teoria si estendeva agli abitanti di tutte le
province dell’impero e in questo senso gli dava carattere “statale”. Ma lo faceva in un ambito territoriale
che andava progressivamente riducendosi e di fronte a poteri che sempre di più sfuggivano al controllo
centrale anche a causa delle stesse riforme del tanzimat. Le riforme non solo avevano dato uguale dignità
legale ma avevano anche dato maggiore autonomia alle varie comunità etnico-religiose, concedendo
libertà di culti, parificazione di fronte alla giustizia ma anche alcune forme di autoamministrazione
comunitaria, le riforme rafforzarono le varie comunità che erano pronte a trasformare l’autonomia
concessa in rivendicazione di indipendenza. I diritti e le libertà erano stai reclamati anche dalle confessioni
religiose , da chiese e gruppi di interesse ostili al potere degli Stati; nell’impero ottomano succedeva
qualcosa di simile. Spesso il centro imperiale si appoggiava ai poteri più conservatori e tradizionali, che
meglio erano in grado di mantenere l’ordine e il controllo della società locale. La pressione alle frontiere e i
conflitti e le tensioni interne che ne derivavano – tolse energia alla stagione delle riforme.
L’impero dello zar era un gigante possente per la ricchezza delle sue terre e per l’ambizione dispotica del
suo centro, ma per gli stessi motivi era fragile, disarticolato, soggetto a pericoli di disgregazione. L’impero
era retto da una struttura di potere articolata attorno ai tre poli dell’autocrazia zarista, della nobiltà e dei
contadini in una catena di dipendenze che dalla sommità si estendeva fino all’interno delle comunità
contadine e delle stesse famiglie allargate. Per l’assolutismo zarista infatti i proprietari , o nobili, erano
tenuti a servire lo Stato nell’esercito, nella marina oppure nella burocrazia, mentre i contadini a loro volta
erano legati alla proprietà terriera, o allo Stato, da un regine di servaggio.
Al centro del mondo contadino era l’azienda familiare allargata (dvor), dove lo zar era il padre di tutti e i
capifamiglia erano tanti piccoli zar. Accanto alla famiglia – azienda vigeva poi la comunità rurale (mir) ,
basata sulla proprietà collettiva , un istituto che non favoriva l’innovazione ma garantiva stabilità sociale.
Offriva inoltre un modello di collettivismo e di autogoverno comunitario molto mitizzato dalla cultura russa
di ogni tendenza. Durante tutto il secolo la struttura tripartita che reggeva la società andò erodendosi. I
nobili erano liberati dal servizio allo Stato, e la cosa rendeva meno accettabile la permanenza del servaggio.
L’impero era scosso da ogni sorta di tensioni. Le richieste di riforma si sovrapponevano alle rivolte nazionali
e alle rivolte contadine.
Accanto alle ribellioni contadine, preoccupavano la questione nazionale e il movimento liberaldemocratico. Il potere autocratico ogni volta inaspriva le repressioni. La Russia non fi raggiunta dalla
ventata del ’48 europeo e per tutto l’Ottocento non conobbe regime costituzionale né rappresentanza
politica. A metà secolo, tuttavia, una grave sconfitta militare suggerì al nuovo zar Alessandro II di avviare
una stagione di riforme. Parliamo della cosiddetta Guerra di Crimea. Nel 1854, quando Nicola II si vide
negata dal governo turco l’autorità sui dieci milioni di ortodossi, gli mosse guerra. La Russia mirava agli
stretti e dunque ad uno sbocco nel Mediterraneo che avrebbe alterato l’equilibrio di tutta l’area. Fu
inevitabile una coalizione tra la Gran Bretagna e la Francia di Napoleone III. Dopo due anni di scontri
terrestri e di battaglie navali , la Russia dovette cedere; nel 1856 la Russia dovette accettare il principio
della neutralità del mar Nero, la via degli stretti era preclusa.
Morto lo zar Nicola I, l’insuccesso della guerra contribuì a indirizzare il suo successore, Alessandro II, sulla
via delle riforme interne. Fu data maggiore autonomia al governo locale , mentre una riforma penale abolì
la tortura e garantì una certa indipendenza ai magistrati e alle giurie. Nel 1874 fu quindi istituita la
coscrizione obbligatoria. Vero fulcro dell’intero sistema imperiale era però la questione contadina. La
riforma per eccellenza fu dunque l’abolizione del servaggio, proclamata dallo zar Alessandro II il 19 febbraio
1861. Si avviò così un profondo rinnovamento delle campagne. Mentre declinava il ruolo della nobiltà,
oberata dai debiti e priva di capacità innovatrici, aumentò quello della popolazione rurale , che era anche in
crescente espansione demografica.
Ciononostante si diffuse anche una acuta insoddisfazione, una “leggenda nera” delle riforme tradite, che
avrebbero peggiorato le condizioni di vita dei contadini. Infatti la terra era stata divisa tra signori e
contadini , ma mentre i primi, che la detenevano in cambio di un servizio allo Stato che non esisteva più, la
ebbero in regalo, i secondi – che ricevettero gli appezzamenti peggiori – dovettero pagarla con denaro
anticipato dallo Stato e da rimborsare a rate.
Proprio per isolare la campagna dalla città e impedire che giungesse il contagio della modernità fu favorito
il mantenimento di un quadro sociale tradizionale. L’opinione liberale manteneva quindi verso lo zar e il

sistema politico un antagonismo radicale. Fallito l’ “andare verso il popolo”, era facile il passaggio al
terrorismo, che tra l’altro condannò a morte lo stesso zar Alessandro II, assassinato nel 1881. Il successore,
Alessandro III chiuse la stagione delle riforme e inasprì la repressione politica e la persecuzione delle
nazionalità. Gli ultimi zar strinsero ancor più le maglie di una spietata repressione , ma seppero anche
avvalersi di alcuni ottimi ministri che alla fine dell’Ottocento avviarono l’economia russa verso un
eccezionale sviluppo; fu innanzi tutto iniziato un grosso programma di costruzioni ferroviarie. Tra il 1880e il
1900 raddoppiò la base industriale. Nel complesso dell’economia la Russia rimaneva ben indietro ai paesi
dell’Europa occidentale o agli Stati Uniti. Agli inizi del Novecento, nelle sue estreme propaggini orientali,
l’impero russo fronteggiava la nascente potenza giapponese. Questa premeva sulla Corea .
Ma quando i russi mostrarono di interessarsi anch’essi alla penisola coreana i giapponesi attaccarono senza
preavviso Port Arthur , dove era all’ancora la flotta russa, distruggendola. Le manifestazioni dilagavano, gli
operai di Pietroburgo entrarono in sciopero. Poche settimane dopo Port Arthur , un certo pope Gapon, a
capo di una delle tante leghe di lavoratori, redasse una supplica che lamentava la miseria e chiedeva
libertà, provvedimenti sociali, riduzione delle tasse, la fine della guerra. Raffiche di fucileria si abbatterono
sul corteo. Più di mille rimasero sul terreno.
La rivolta dilagò in tutto il Paese , ben oltre la Russia. Vi parteciparono operai, soldati e marinai,
intellettuali, borghesi, anche gli industriali chiedevano riforme. Nel frattempo nuove notizie di sconfitte
giunsero da Oriente. I giapponesi travolsero la flotta russa. Firmata la resa , lo zar promise l’istituzione di
una Duma , una assemblea elettiva. Ma nell’estate e ancora in autunno il movimento operaio continuò le
agitazioni. Il governo emanò allora il “manifesto costituzionale”. Ma intanto il movimento rivoluzionario
costituì i primi consigli operai, i soviet. Il primo ministro avviò riforme assai incisive, ma gli mancò il tempo
di attuarle: nel 1911 fu assassinato. Mentre un partito socialista rivoluzionario raccoglieva l’eredità dei
populisti e faceva leva sulle tradizioni comunitarie di villaggio, nel 1898 si costituì un Partito operaio
socialdemocratico russo, di ispirazione marxista, che come i suoi omologhi in Europa occidentale non
attribuiva grande valore alle aspirazioni contadine alla terra. Ma già nel 1903 il partito si spaccò; la
minoranza si strinse intorno a Lenin che vedeva la possibilità di sfruttare la peculiare compresenza di
gruppi, correnti, energie tanto diverse solo se ne avesse assunto la guida un partito ferreamente
organizzato.
Gli ordinamenti politici e culturali , sociali ed economici dei vari paesi ci si presentano per certi versi come
“arretrati”, come se lungo un percorso comune tradissero una “persistenza” di elementi di antico regime
destinati ad essere superati. Sotto altri aspetti tuttavia certe loro peculiarità suggeriscono l’esistenza di
percorsi diversi, nei quali valori, gerarchie e poteri del passato non erano destinati a scomparire ma
avrebbero convissuto, indebolendoli o rafforzandoli , con elementi di sviluppo moderno.
L’unificazione tedesca fu seguita dalla crescita impetuosa della Germania guglielmina, La cultura tedesca
aveva dato contributi essenziali alla formazione del moderno spirito europeo forgiandone il senso morale, il
rigore civile, l’alta raffinatezza umanistica e i principi d’ordine giuridico. Fu una diversa combinazione di
fattori (nazione fondata sul sangue e sul suolo, sullo spirito del popolo, centralità dello stato e della sua
potenza) che portò al “percorso speciale” che vedeva l’arrivo della modernità fondato sul principio
aristocratico e militare della gerarchia e della disciplina, sul senso di una comunità coesa che era più di una
somma degli individui che la componevano. La Germania si offrì come modello di uno sviluppo e di un
ammodernamento “dall’alto” che trovò imitatori in molti paesi secon comers, come dicono gli storici
dell’economia, cioè giunti in un secondo momento.
La forza dimostrata dalla Prussia nel 1870 e il realismo di Bismark suscitarono lo sdegno di molti. Ma un
simile “ modello tedesco “ di modernità borghese suscitava simpatie di molti altri anche grazie
all’eccellenza della cultura tedesca. Parlando delle dichiarazioni dei diritti abbiamo spiegato che il
giusnaturalismo vede nella natura dell’uomo il fondamento dell’ordine giuridico. I giuspositivisti
affermavano invece la natura storica e positiva del diritto, che derivava dall’autorità del legislatore, cioè
dallo Stato.
Con Le riforme introdotte in pochi decenni dalla restaurazione Meiji ancora una volta si ha la sintesi dello
Stato moderno e del regime di mercato europei, così come erano andati costituendosi nel tempo : abolite

le limitazioni all’occupazione e alla mobilità del lavoro e delle merci, fu riconosciuta la piena proprietà della
terra e la possibilità di venderla, riformato il sistema delle imposte, creata una banca nazionale col
monopolio dell’emissione, introdotto un codice civile, il servizio di leva , un moderno esercito e una marina,
una rete ferroviaria, postale e telegrafica, incoraggiata l’industria. Creato un efficiente sistema di istruzione
pubblica obbligatoria, l’istruzione tecnico-scientifica fu affiancata dall’insegnamento della dottrina
imperiale e della tradizionale mitologia nazionale.
Furono adottati una forte centralizzazione, un sistema di burocrazia per merito, un regime costituzionale
che limitava i poteri parlamentari. Fu scelto il sistema bicamerale, con la Camera alta di nomina imperiale
e la Camera bassa elettiva ; ma soprattutto il governo era responsabile davanti all’imperatore e non al
Parlamento. Si svilupparono la rete stradale, porti, comunicazioni, industria cantieristica, meccanica
siderurgia. Nel 1901 entrarono in attività le acciaierie di Yawata, di proprietà del governo.
L’industrializzazione giapponese è infatti uno di quei casi nei quali l’intervento dello Stato ebbe un ruolo
determinante, anche se si incontrava una imprenditorialità privata molto dinamica e incline al rischio.
Accanto a una fiorente piccole e media impresa crebbero infatti pochi giganti finanziari-industriali privati –
ma in stretto collegamento con il governo. Erano gli zaibatsu , cricca formata da quattro grandi gruppi
altamente integrati fondati da dinastie mercantili o di samurai che fin dall’inizio avevano sostenuto i Meiji :
Mitsui, Sumitomo, Mitsubishi e Yasuda. Il Giappone ambiva a svolgere un ruolo di potenza garante
dell’ordine in Estremo Oriente. Essendo il Giappone privo di materie prime e avendo una popolazione in
forte crescita, il suo sviluppo industriale lo spingeva naturalmente verso una politica espansiva sul
continente.
XI. Grandi movimenti. Uomini, macchine, merci, capitali
Con lo sviluppo dell’economia industriale tante cose mutarono nel mondo. Venne il tempo del ferro e
dell’acciaio, dei giganti industriali e della grande finanza. Il sistema divenne policentrico e sempre nuove
aree del mondo vennero coinvolte in una competizione serrata che cambio le regole del gioco. Ci furono
cambiamenti produttivi e tecnici, politici, sociali e culturali.
Le ferrovie , uno dei più prodigiosi casi di applicazione del motore, erano presto divenute il volano dello
sviluppo. Ferrovie voleva dire motori, carrozze, rotaie e longarine, e dunque legno, carbone , ferro , acciaio.
Il rapido aumento della sicurezza e del comfort e l’abbattimento dei prezzi ne fece il mezzo di trasporto più
accettato e diffuso anche per i passeggeri oltre che per le merci. Le carrozze furono dotate di riscaldamento
e illuminazione. Alle strade ferrate occorre aggiungere una più densa struttura di comunicazione garantita
da strade carrozzabili , canali e linee di navigazione. Anche il servizio postale e il telegrafo favorirono le
comunicazioni. Il primo telegrafo elettrico fu brevettato nel 1844 da Samuel Morse , che inventò anche un
codice di trasmissione alfabetica basato sulla diversa durata degli impulsi ( punti e linee ). L’unificazione del
mondo impose misure comuni in tutti i campi. Ad esempio impose di coordinare i tempi locali in un unico
tempo convenzionale : nel 1884 fu scelto come meridiano zero quello passante per Greenwich, vicino
Londra, e il globo fu diviso in 24 meridiani .
Qualche anno prima era stata creata l’Unione postale internazionale , poi universale (UPU) che istituiva un
sistema unico di reciproco scambio di corrispondenza al quale presto aderirono tutti gli Stati del mondo
abbattendo le 1.200 tariffe postali esistenti. La navigazione marittima in pochissimi anni conobbe una
svolta decisiva. O celebri clippers – vascelli costruiti appositamente per navigare ad alta velocità – con
grande superficie velica ed equipaggi particolarmente addestrati- avevano raggiunto la perfezione.
In quella fase gli steamers, cioè i primi vascelli a motore, erano molto lenti, peggio manovrabili e molto
costosi, richiedevano un equipaggio specializzato e basi carboniere. Nel giro di pochi anni, con la
sostituzione dell’elica a tre pale alla ruota, l’introduzione dello scafo metallico e di caldaie più potenti, gli
steamers surclassarono i velieri. Avevano tra l’altro il vantaggio di sopportare dimensioni ben superiori – in
teoria illimitate – e soprattutto di poter scegliere la propri rotta e i tempi di navigazione senza dipendere
dal vento. Le navi avevano bisogno di strutture portuali più solide. Il traffico si concentrò nei porti maggiori,
che furono appositamente attrezzati. Era Il passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello oligopolistico
o monopolistico.

Molti cambiamenti rappresentarono una nuova discontinuità nella storia del progresso. Le innovazioni della
metallurgia, in particolare con alcune invenzioni che perfezionarono la produzione dell’acciaio e ne
ridussero il prezzo. Progressi eclatanti si ebbero nell’industria chimica e nel campo dell’energia. I coloranti
artificiali sostituirono quelli naturali; Alfred Nobel creò la dinamite. Per scavare gallerie, strade, miniere la
dinamite era formidabile, perché era potente e sicura. Nobel dette vita ad un grande gruppo finanziario.
L’industria produsse i primi fertilizzanti chimici per l’agricoltura, e i ricercatori riuscirono a produrre le
prime materie plastiche sintetiche: la celluloide. Nel campo dell’energia si cominciò a usare l’elettricità per
illuminazione, grazie alla lampadine a filamento messa a punto da Thomas Edison nel 1878; l’illuminazione
elettrica delle maggiori città sostituì quella a gas ,mentre nelle campagne la lampada a petrolio prese il
posto delle candele. Il progresso tecnico era diventato un carattere permanente e necessario del sistema
industriale.
Diminuì il numero delle aziende industriali mentre crescevano la produzione e il numero delle maestranze,
per raggiungere un’alta produttività e valorizzare i costi fissi poteva convenire non solo creare grandi
aziende , ma fondere quelle esistenti. Potevano essere “orizzontali” riguardanti aziende concorrenziali, o “
verticali”, cioè riguardanti stadi diversi della catena produttiva; o potevano avere natura finanziaria, cioè
consistere in accordi tra le imprese. Nel Novecento sarebbe stata varata una legislazione “ antitrust” che
cioè penalizzava gli accordi che aggiravano la concorrenza.
L’epoca della seconda rivoluzione industriale è epoca di grandi banche, di investimenti avventurosi, di
grandi profitti e di grandi tracolli. Per poter rastrellare il risparmio, le banche dovevano allargare la propria
base sociale , attirare un gran numero di depositi anche modesti che insieme diventavano grande capitale.
La magnitudine dei fenomeni economici e finanziari, gli investimenti rischiosi, le manovre speculative
produssero crisi di vaste dimensioni, accentuando l’impressione che il sistema capitalistico fosse per sua
natura soggetto ad un andamento ciclico, con alti e bassi che potevano preludere ad un collasso del
sistema. Una fase di bassi prezzi durò quasi vent’anni, disegnando secondo alcuni una lunga fase
depressiva, o almeno di rallentamento dei ritmi di crescita. Le difficoltà acceleravano le trasformazioni del
sistema.
La diffusione della macchina a vapore ai lavori agricoli ne aumento considerevolmente la produttività,
mentre l’introduzione di nuovi concimi fece aumentare la produzione, sostituendosi ai sistemi con cui
prima si arricchiva il terreno di minerali, come il maggese o le foraggere.
I nuovi sistemi risultavano economici solo nelle aziende agricole più grandi, e richiedevano ingenti capitali
di investimento. Nel settore agricolo, l’affermarsi della navigazione a vapore accanto alla crescita del
trasporto ferroviario ebbe effetti dirompenti. Diminuirono i noli, le tariffe per il trasporto marittimo delle
merci. Con l’introduzione di tecniche di conservazione divenne possibile il commercio a lunga distanza della
carne. L’unificazione del mercato mondiale significò la rovina dell’agricoltura europea, di quelle larghe aree
meno attrezzate e meno capaci di competere con la sfida americana.
Mentre le campagne continuavano a spopolarsi e flussi di emigrati lasciavano il vecchio continente per il
nuovo, il cuore dell’Europa deveniva sempre più industriale , con più operai, meno contadini e gruppi
sempre più vasti di ceto medio. Gli operai potevano migliorare il loro tenore di vita e arricchire il ventaglio
dei loro consumi, concentrarsi nel bisogno primario di sfamarsi e semmai di ubriacarsi. In Inghilterra il
problema del consumo popolare di alcol era molto sentito e furono attivissimi i movimenti a sfondo
religioso per combatterlo.
Alla fine del secolo più operai potevano mutare il loro stile di vita e avvicinarlo a quello della classe media.
Si potè diffondere anche tra loro la cultura della domesticità, meno esposta ai circuiti sociali maschili e
dedita all’educazione dei figli , oltre che alla casa. Mutarono per gli uomini gli svaghi extradomestici, non
più soltanto legati al bere e a manifestazioni di brutale forza fisica, ma a giochi di squadra e alle gite
collettive.
Con la crescita dei consumi furono adottati metodi di vendita al pubblico nelle città che già erano stati
sperimentati nell’Inghilterra del Settecento. Le merci attraevano l’acquirente attraverso le “vetrine” :
all’inizio vetrate rette da un telaio, ma poi fatte di ogni sorta di cristalli e specchi e teche con candele che
facevano scintillare argenti e tessuti. Nacquero poi le “ gallerie commerciali “ percorsi interni ai palazzi ma

aperti al pubblico. Fu la creazione dei grandi magazzini. Fu introdotto il prezzo fisso, senza contrattazione e
prezzi bassi, con grande sforzo pubblicitario, con vendite promozionali e il credito al consumo per attirare la
clientela operaia.
Ci fu la diffusione di massa dell’orologio personale. La diffusione di beni che rendendo individuali e
personali i tanti congegni inventati all’epoca della seconda rivoluzione industriale, avrebbe caratterizzato la
“ società di massa”. Così sarebbe stato per le macchine da scrivere o per cucire, o per stirare, per le
lavatrici e i frigoriferi, per gli apparecchi radiofonici e poi televisivi, per le motociclette e le automobili.
La necessità di ingenti capitali rendeva illusorio il dogma della concorrenza , giacchè potevano entrare nel
gioco solo i capitalisti più forti e dotati, capaci di mobilitare grandi risorse, di impegnarsi in progetti
rischiosi, e spesso lo potevano fare solo se avevano una garanzia politica, cioè la certezza che il potere
politico degli Stati avrebbe appoggiato e difeso l’impresa.
Alcuni sostennero che non si potevano applicare le regole che dovevano guidare l’iniziativa privata - cioè la
massima libertà – ad attività e a servizi che non potevano essere considerati privati e dunque proposero
che tali “ pubblici servizi “ fossero gestiti direttamente dallo Stato o per lo meno sotto stretto controllo
pubblico. In Gran Bretagna si preferì il regime privato. In Belgio si seguì un linea “ statalista”, così anche in
Germania. In Francia il governo favorì la fusione e preferì rivolgersi a due gruppi finanziari, che si
spartirono la rete in grande rivalità.
Per favorire lo sviluppo autonomo di aree avanzate era lecito proteggerle dall’invadenza inglese almeno per
un periodo iniziale. Era stato un economista tedesco, Friedrich List, ad esporre questa linea ; List contestava
il fondamento individualistico ed utilitaristico del pensiero di Adam Smith. Secondo lui l’interesse dei singoli
avrebbe dovuto essere subordinato a quello della nazione . in questa prospettiva era sto creato lo
Zollverein e fu in seguito elaborata la strategia politica “egoistica” del cancelliere prussiano Otto von
Bismark. Il liberoscambismo è stato oggetto di una costante contestazione e l’alternativa tra il libero
commercio e protezionismo è divenuta un tema ricorrente nella politica interna e internazionale di molti
Stati. Per protezionismo si intende una politica che imponendo dazi di entrata alle merci importate , oltre a
realizzare un introito fiscale per lo Stato, rende più elevati i prezzi di quei beni sul mercato interno e
dunque favorisce i produttori nazionali. Il fondamento di una politica protezionistica è essenzialmente
politico, non economico. Si presenta cioè come una deroga ad un principio economico che mantiene valore
universale, quello del free trade.
L’industria nazionale deve potersi mettere in condizioni di essere competitiva ed ha bisogno di un periodo
di tutela. Il dissidio tra le politiche da seguire alimentò ad esempio il più sanguinoso dei conflitti
ottocenteschi, quello combattuto tra gli Stati Uniti e la Confederazione nel 1861-65. Questa tensione
politica attorno all’alternativa tra liberoscambismo e protezionismo andò crescendo con l’aumento della
competizione trai paesi industriali e soprattutto nei periodi di rallentamento della produzione o dei prezzi
come quello che caratterizzò l’ultimo quarto dell’Ottocento.
XII. Alla conquista del mondo
La scena: gigantesco e multiforme fenomeno di di espansione esterna di tutte le sue componenti, come se
l’Europa, messa in movimento dalle sue rivoluzioni scientifiche e produttive, straripasse dai propri confini
invadendo altri mondi, portandovi il suo progresso e assorbendone le risorse.
La politica internazionale è per sua natura anarchica, nel senso che non esiste una autorità centrale che
sovrasti gli Stati e da cui promani un diritto che regoli i loro rapporti. Se uno Stato agisce in maniera ostile
verso un altro le uniche risposte possibili sono la convinzione o la forza, ovvero le trattative o la guerra. Le
relazioni tra Stati sono perciò instabili. L’età contemporanea è descrivibile come l’alternarsi di grandi
fratture e di riequilibri. Accordi “tecnici” servivano a dare un ordine ai crescenti flussi di merci, denaro,
persone, informazioni che percorrevano ormai il mondo, fissando standard comuni di natura tecnica, dalle
misure convenzionali. La Realpolitik funzionava sulla base di due principi: l’equilibrio di potenza, per la
quale l’eventuale emergere di una potenza sarebbe stato corretto dalle opportune alleanze , e una certa
consonanza politica volta al mantenimento dello status quo. Con l’unificazione italiana e poi quella tedesca

e con la disgregazione dell’impero ottomano, si aprì una lunga fase di tensioni , squilibri e rivalità nei
rapporti tra Stati che solo una fitta rete di accordi bi – o multilaterali e una incessante opera di mediazione
diplomatica riuscì a controllare. Fu questo il “ sistema bismarckiano”. Furono inventate nuove armi , le
potenze schierarono truppe e mostrarono i muscoli, combatterono vere guerre e scaramucce periferiche. Si
comprese che il giorno in cui la parola fosse passata alle armi, la guerra sarebbe stata diversa. La
mitragliatrice fu la protagonista della guerra civile americana, progresso industriale voleva dire cannoni,
corazze, fucili a ripetizione. Nacquero le prime navi “corazzate “.
Si parlava sempre più spesso di “imperi”. Napoleone III si proclamava imperatore, la regina Vittoria
“imperatrice”. Ciascuno di questi titoli aveva significati e implicazioni diverse, ma testimoniavano di una
tendenza comune, che all’inizio non riguardò tanto le proiezioni aggressive esterne dei vari Stati quanto le
ambizioni egemoniche di alcuni negli assetti politici interni. Al nuovo “imperialismo” si andavano dunque
aggrumando fatti e tendenze diverse. Avevano a che fare con l’accelerata espansione delle economie
industriali europee, con i progressi della tecnica e della scienza, con l’adozione di politiche autoritarie e
popolari ad un tempo, con la diffusione di ideologie nazionalistiche , con le nuove lotte per l’egemonia.
Nella prima fase dell’imperialismo cosiddetto “liberale” molti ritenevano che l’epoca degli imperi coloniali
fosse ormai tramontata, e che non fosse né necessario né conveniente possedere delle colonie quando il
libero accesso ai mercati mondiali , l’intensificazione degli scambi, l’emigrazione, l’apertura al commercio di
aree nuove avrebbero procurato ben maggiori vantaggi. Lo sviluppo dell’economia sostenne una fortissima
penetrazione non apertamente coloniale nel continente americano.
Lo sviluppo straordinario delle comunicazioni marittime fecero esplodere l’economia di alcuni paesi
latinoamericani. I pascoli per il bestiame e le coltivazioni di grano si estesero nelle pampas argentine.
L’Argentina diventò famosa per le pelli, la lana e la carne di manzo. Si estese l’imperialismo interno degli
americani, sempre più connotato dallo “spirito della frontiera” e dal “ destino manifesto” che li portarono a
combattere con le “guerre indiane”, guerra di sterminio. Gli europei estendevano il proprio dominio
imperiale nel mondo lasciandosi alle spalle l’Europa e protendendosi in direzioni diverse verso il Pacifico,
come ad abbracciare il mondo , fino a scontrarsi prima o poi con la potenza nascente del Giappone.
Lo sfruttamento commerciale e il controllo politico degli interessi era affidato a una compagnia privata che
ne otteneva per così dire l’appalto, o la privativa , e riscuoteva le tasse imposte alle società locali. In questo
modo la seicentesca Compagnia delle Indie Orientali, la East India Company , controllava il Bengala ed altri
Stati formalmente vassalli dell’imperatore Moghul. Era questa la formula che sarebbe poi stata definita dal
“governo indiretto” dell’ Indirect Rule. Gli affari della compagnia consistevano essenzialmente
nell’organizzare e sfruttare la produzione di tessuti di cotone e di tè per il mercato inglese e di oppio, che
veniva esportato in Cina in cambio di sete e porcellane. Quanto all’oppio e il più rilevante uso
farmacologico nel trattamento del dolore.
Erano fioriti gli studi e le ricerche , anche attraverso l’influsso della cultura occidentale portata dai gesuiti,
ed erano progredite le scienze dello Stato e l’arte del governo, l’astronomia , la linguistica , la matematica,
la geografia. In Cina c’erano grandi tradizioni tecniche e capacità d’innovazione , ma non tali da poter
affrontare le conseguenze dell’aumento demografico. La maggior pressione sulle risorse agricole
provocarono la crisi di molti settori produttivi. I ceti medi costituivano un esile strato. L’arrivo degli stranieri
fu un’ulteriore causa di declino, per l’indebolimento indotto nel potere politico, nonché gli effetti
devastanti del maggior prodotto introdotto dall’esterno, l’oppio. Per aumentare l’interscambio
commerciale con la Cina, gli inglesi della Compagnia delle Indie Orientali erano infatti ricorsi al commercio
dell’oppio, prodotto nel Bengala e largamente consumato in Cine.
Le autorità cinesi cercarono di frenare l’ingresso della droga punendo gli oppiomani , ma i reiterati divieti
non impedirono che il traffico crescesse. Gli inglesi risposero con le armi (1842 e 1843) - la cosiddetta
“prima guerra dell’oppio”- costrinsero la Cina a firmare alcuni trattati con i quali ottennero la cessione della
città di Hing Kong, l’apertura di porti franchi , tariffe doganali favorevoli e addirittura l’indennizzo per le
spese di guerra e per la distruzione dell’oppio. L’impero si stava dissolvendo. Presero l’avvio fenomeni
nuovi. La maggiore fu quella dei Taiping che aveva elaborato una propria dottrina religiosa. Fu una vera
rivoluzione che tra il 1853 e 1864 riuscì a creare uno Stato. La riforma distribuì la terra per nucleo familiare ,
ma mostrò anche una grande apertura verso la modernità occidentale promuovendo impianti industriali,

navali e ferroviarie. Tra il 1856 e il 1860 fu combattuta la “ seconda guerra dell’oppio” facendo pagare alla
Cina un prezzo ancora più alto in termini di penetrazione commerciale , apertura di porti e di “concessioni”
, cioè aree urbane sottratte alle autorità cinesi. Il sistema degli esami di Stato per il reclutamento dei
funzionari era un sistema complesso ed oneroso, con il quale veniva garantita l’omogeneità culturale e
politica della burocrazia e dei notabili locali, anch’essi generalmente in possesso di titoli accademici. In un
paese dalle mille etnie e culture, l’acquisizione di una comune cultura tradizionale costituiva dunque uno
strumento essenziale per l’unificazione e il controllo burocratico.
La penetrazione incontrastata e lo sfruttamento occidentali accentuarono la crisi economica e sociale e
suscitarono sentimenti contrastanti riguardo alle civiltà straniere. Gli investimenti esteri raddoppiarono ,
l’intero settore bancario e finanziario era in mani straniere; si consolidò il controllo straniero sulle miniere e
si riaffermato il monopolio inglese e francese sulla navigazione a vapore ; entrarono in funzione le
principale linee ferroviarie , ciascuna disegnata secondo gli interessi dei gruppi interessati e senza alcun
piano “nazionale”. Si sviluppò anche una “borghesia” autoctona, nell’ambito della quale si sogliono
distinguere una borghesia compratore – venivano chiamati compradores gli affaristi e gli imprenditori –
mediatori che rappresentavano il capitale straniero –e una borghesia imprenditoriale “nazionale” che
all’ombra delle imprese straniere si ritagliava propri spazi di attività economica.
Le innovazioni erano state accompagnate da una forte affermazione politica degli antichi valori di uno
shintoismo di Stato, in Cina si cercò di rafforzare la coesione degli han nella tradizione. Sun Yat-sen aveva
fondato una delle tante società segrete. Il partito , o Lega, sovrapponeva i principi repubblicani (
nazionalismo, democrazie e benessere) a una teoria dei cinque poteri ( i tre del costituzionalismo europeo –
legislativo, esecutivo e giudiziario – e due della tradizione cinese: il sistema degli esami e il sistema centrale
di controllo ).Tra il 1907 e 1911 Sun Yat-sen organizzò otto insurrezioni, tutte represse nel sangue. Fu
proclamate una Repubblica cinese, Sun Yat-sen ne fu nominato presidente provvisorio ; poco dopo si
dimise, lasciando la presidenza a Yuan Shikai. In cambio aderì alla repubblica e ottenne l’abdicazione
dell’ultimo imperatore. Yuan Shikai tentò di restaurare la monarchia e assunse il titolo imperiale.
Improvvisamente morì. Il paese rimase in mano ai “signori della guerra”.
La disgregazione sociale indotta dallo sfruttamento della Compagnia e la miseria divennero insostenibili.
Nel 1857 in molte province insorsero i Sepoys, le truppe indiane della Compagnia addestrate dagli ufficiali
inglesi. All’origine dell’ “ammutinamento” c’era il diffuso malcontento e la temuta perdita di previlegi dic
asta. Il governo britannico passò in India al dominio diretto, mentre in Cina continuò la politica delle prove
di forza e delle aggressioni mirate. In entrambi i casi rendendo pubbliche le politiche commerciali .
L’East India fu il perno dell’impero. Oltre a rifornire la Gran Bretagna di materie prime e a importare i suoi
manufatti, l’India forniva l’oppio alla Cina e derrate agricole all’America Latina. Ancor più significativo fu
poi il ruolo svolto dalla manodopera indiana “esportata” nelle piantagioni inglesi dalla Giamaica alle isole
Fiji, o dei lavoratori e degli impiegati trasferiti in Africa. Non meno rilevante fu il ruolo svolto dall’esercito
indiano nel mantenimento dell’ordine nelle guerre inglesi, nella guerra di Crimea e poi nelle due guerre
mondiali del Novecento. L’Inghilterra imperiale poté evitare i costi di avere un grande esercito.
Le provincie africane dell’impero rette da “vicerè” , dey o bey, si stavano rendendo sempre più autonome.
Le varie comunità europee da tempo insediate nel Nordafrica, avevano ciascuna interessi propri, privilegi,
rappresentanze consolari e legami più o meno stretti con la nazionalità europea di riferimento. La
penetrazione si fece più forte con una chiara impronta “nazionale”.
Abd el-Kader dichiarò una guerra sante contro gli infedeli occupanti, e la Francia mandò un corpo
d’armata. L ’armata francese vinse e dovette affrontare nuove ribellioni. Nel 1848 la repubblica francese
aveva integrato i dipartimenti algerini nello Stato francese. L ’Algerina funzionò come modello di
colonialismo francese anche in altre aree, in Africa e in Asia. Oltre alla Francia nessun altro dei paesi
interessati aveva imposto domini diretti nel Nordafrica. Le cose cambiarono dopo l’apertura del canale di
Suez nel 1869. crebbe l’interesse degli europei al controllo dell’area. L’Egitto aveva una economia fiorente.
Nel 1881 truppe francesi occuparono la Tunisia, iniziando una vicenda coloniale che si sviluppò presto verso
l’Africa nera sub sahariana e in oriente.

Per “entrare nel gioco” anche l’Italia prese una iniziativa africana, attratta dall’Inghilterra che voleva avere
un alleato nella penetrazione dell’alto Sudan. Fatto firmare al negus ( imperatore) Manelik un ambiguo
trattato di amicizia, il 1° gennaio del 1890 i possedimenti africani furono nominati “Colonia Eritrea”. Anche
l’Italia dunque aveva una colonia. Nel 1896, volendo conquistare più vasti domini tentò di imporre un
protettorato italiano sull’Etiopia. Le truppe italiane prima affrontando uno scontro frontale subirono la più
pesante sconfitta che un esercito europeo avesse fino ad allora incontrato fuori d’Europa : il 1° marzo
1896 . L’Italia partecipò comunque alla spedizione internazionale in Cina e nel 1911, come vedremo, con la
“guerra italo – turca “ invase le isole egee del Dodecaneso e dette alla nuova colonia il nome classico di
Libia. Ma già con la piccola impresa della “prima guerra d’Africa” tra il 1887 e il 1891, l’idea coloniale era
diventata popolare. Si mossero anche altre nazioni; gli inglesi erano avanzati dall’Egitto, la penetrazione
inglese da Nord a Sud ; mentre i francesi , avanzati a Sud avevano creato un vastissimo impero sviluppato
piuttosto sulla linea Ovest-Est. Le due direttrici erano perciò destinate ad incontrarsi. Lo scramble for Africa
toccò il culmine nel 1898, francesi e inglesi si incontrarono nei pressi del villaggio di Fashoda. Parve l’urto di
due nazioni rivali, ma i francesi si ritirarono . Dopo nel 1904 fu stipulata una intesa tra le due potenze, detta
Entente cordiale, che aveva anche lo scopo di far fronte comune contro il nuovo espansionismo tedesco.
Infatti la Germania aveva adottato una politica internazionale più ambiziosa e più unilaterale.
Le potenze europee stavano dunque realizzando una gigantesca espansione verso “il resto del mondo”.
Il progresso della tecnica , la moltiplicazione della capacità di aggressione e l’abissale squilibrio che si creò
tra i diversi popoli. L’espansione era stata per secoli marittima e in certo senso aveva preservato l’interno
dei grandi continenti; attraverso i grandi fiumi, solo cascate e dislivelli imprevisti bloccavano allora la
penetrazione commerciale e coloniale. Questi limiti naturali furono superati con opere grandiose, condotte
ai limiti e senza certezza di successo. Grandiosa fu la costruzione delle linee ferroviarie, veri “fiumi
terrestri”, che l’uomo poteva dirigere a suo piacimento , quasi in ogni terreno.
Mobilitavano risorse politiche e forti emozioni, acquistando un che di sacro agli occhi dell’opinione pubblica
di tutto il mondo. Armi potenti, tecniche moderne, forza industriale erano le prime spiegazioni della
velocità di penetrazione e subordinazione di cui fu capace l’Europa in quel periodo. Il che richiedeva anche
grandi capitali. Il controllo del Transvaal portò a una vera guerra tra inglesi e boeri dal 1899 al 1902. I boeri
persero la guerra , ma la prevalenza degli interessi minerari e la naturale convergenza dei due contendenti,
nel 1901 li portarono a creare una “Unione sudafricana”. E fu questo Stato comune ad accentuare quella
politica di separazione razziale che sarebbe un giorno culminata con l’apartheid che toglieva ai neri la
cittadinanza.
Hobson indicava il fondamento dell’imperialismo nella ricerca di mercati privilegiati esterni nei quali
collocare le eccedenze di merci e di capitali. Il fulcro del sistema era dunque nell’incapacità dell’economia
nazionale a investire i propri profitti in patria, e questa incapacità deriva dalla cattiva distribuzione interna
delle risorse economiche. Era una critica interna al sistema, che apriva la strada a politiche capitalistiche
non aggressive. Facendo riferimento al free trade, al liberismo , essa prefigurava degli interventi di politica
economica e sociale intesi a correggere le storture proprie del capitalismo e quindi costruire un effettivo
libero scambio, con vantaggio di tutti. I meccanismi messi in luce da Hobson furono interpretati dai
marxisti come caratteri intriseci allo sviluppo capitalistico, e dunque destinati a riprodursi portando il
sistema ad una crisi generalizzata.
Individualismo, razionalità, calcolo, spirito civico, interesse al mantenimento della pace, questi ed altri
caratteri del mondo moderno erano l’opposto delle tendenze militaristiche , aggressive , pulsionali e
irrazionali che connotavano l’imperialismo contemporaneo. Queste tendenze, secondo Schumpeter
potevano essere spiegate come sopravvivenze di epoche passate, come un “atavismo” che percorreva il
mondo contemporaneo e si saldava con concreti interessi di gruppi politici ed economici che spingevano a
politiche di guerra e di conquista. Schumpeter argomentava che idee, mentalità, culture, pur essendo
espressione di strutture materiali, possono cambiare più lentamente di quelle, cosicchè le tendenze
imperialistiche moderne avrebbero potuto essere riflesso di mondi passati, precapitalistici. Esistevano varie
declinazioni del comune spirito coloniale che seguivano i profili e le vocazioni nazionali.
Quando si volle internazionalizzare l’agonismo sportivo si vollero riesumare gli antichi giochi olimpici
facendone svolgere i primi in Grecia. Una pratica del tutto nuova fu l’alpinismo che insegnava a raggiungere

la spiritualità solitaria delle vette incontaminate, con prove di resistenza e d’ardimento tanto più pure
quanto prive di oggetto di competizione. I bianchi, cristiani, civilizzati borghesi sentivano indiscutibile la
superiorità del proprio mondo su ogni altro, e l’affermarono senza distinzioni con uno slancio di una
“cristianità muscolare”. Per Hengel le società africane prima del colonialismo erano fuori dalla storia , erano
“spirito senza storia”. Una sfida di civiltà che portò gli europei ad affermare la superiorità della propria.
Nella sua “cecità”, la civiltà europea definì se stessa e circoscrisse anche l’ambito di applicazione
dell’universalità dei diritti che affermava.
XIII. La democrazia alla prova
Nella prima metà del secolo il ceto borghese aveva guadagnato la centralità sociale. Si trattava di èlites
sociali abbastanza omogenee che non avevano dubbi sulla loro funzione direttiva nei confronti delle masse
popolari. Questo era il meccanismo del sistema “notabiliare” – basato su “notabili , la cui funzione direttiva
era naturalmente riconosciuta da tutti – che vigeva nella maggior parte degli Stati europei dove erano stati
adottati ilo suffragio ristretto e sistemi di elezione selettivi. Il voto diventava un periodico rito di fondazione
, una riaffermazione della sovranità nazionalpopolare e della sua onnipotenza, festa collettiva e culto laico
della nazione. Si scopriva che con il suffragio universale una personalità forte e carismatica poteva stabilire
con le masse un rapporto diretto , che scavalcava gli istituti costituzionali nati per limitare il potere assoluto
dei vecchi sovrani e si tramutava così in una nuova tirannia, la “ tirannia delle masse”.
La crescita operaia fu accompagnata da una forte conflittualità, alimentata dall’estendersi dei sindacati. Già
nel 1824 in Inghilterra erano stati abrogati i Combination Acts; ora le associazioni operaie ottennero il
riconoscimento legale, e nel 1875 un Employers and Workmen Act fissò l’eguaglianza legale tra le parti di
un rapporto contrattuale e autorizzò la pratica del picchettaggio. Nel 1878 l’orario fu ridotto. Infine , nel
1881 le Trade Unions ottennero pieno riconoscimento legale. In Francia fu abrogata la legge Le Chapelier e
fu cancellato dal codice penale il divieto di coalizione. La crescente forza operaia e la conflittualità
alimentarono un diffuso timore delle classi dirigenti europee. L’Assemblea nazionale francese votò una
legge che puniva l’appartenenza all’Internazionale Socialista e poco dopo in Germania speciali leggi
“antisocialiste” misero severi limiti al diritto di associazione e alla libertà di stampa.
I governi europei imboccarono la via democratica. Si regolamentava la “ carità legale” e la beneficenza
elargita a livello locale. Le prime iniziative: in Francia con la creazione di apposite “ casse nazionali” di
assicurazione in caso di morte e di infortuni sul lavoro. Dal 1883 fu varato in Germania un sistema di
assicurazioni obbligatorie in caso di malattia, poi di infortuni, quindi di vecchiaia e di invalidità. Le apposite
casse erano a carico in parte del lavoratore e in parte dei padroni ; lo Stato si accollava il pagamento di una
quota parte. L’obbligatorietà ribaltava il
fondamento dell’assistenza, consisteva in prestazioni
standardizzate date in forma automatica e imparziale. Si delineava così un diritto individuale alle
prestazioni assistenziali. Fu inaugurata una forma di collaborazione tra le parti sociali di tipo nuovo.
Si parlò di “Monarchia sociale” o di “socialismo di Stato”, e negli ambienti accademici tedeschi una scuola di
“socialisti della cattedra” andava proponendo nuove forme di intervento pubblico in campo sociale che
alteravano e correggevano il liberismo classico. Ma tutto ciò non evitò che proprio in Germania si
costituisse il più forte partito socialista europeo di orientamento marxista che infine portò ad abrogare le
leggi “antisocialiste”. Il principio dell’obbligatorietà della tutela sociale si diffuse anche in altri paesi. In Italia
nel 1898 fu varata una legge che rendeva obbligatoria l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e
introduceva il principio della responsabilità del datore di lavoro. L’applicazione della nuove norme non
eliminava il conflitto di fondo che attraversava il mondo del lavoro.
In Francia con governi radicali , in Gran Bretagna con i governi “lib-lab”, in Italia con i governi di Giolitti , ed
anche negli Stati Uniti, nella cosiddetta Progressive Era . contro queste correnti “revisioniste” si scagliavano
i “sindacalisti rivoluzionari” e i marxisti ortodossi. I principi nuovi si rivelarono irreversibili. Alloa fine del
secolo riguarda tutti non solo gli operai occupati. Tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e la prima guerra
mondiale si era aperto un ciclo di democrazia sociale che sembrava aver soppiantato l’originaria idea
liberale della libertà come condizione di partenza e adottato l’idea socialista che attribuiva ai governi il
compito di garantire le condizioni di arrivo intervenendo attivamente nell’economia.

La “folla”aveva dinamiche proprie nelle quali la razionalità andava persa, lasciando spazio a
comportamenti dominati dai sentimenti e dalle emozioni. Comportamenti imitativi che rendevano la massa
la massa pronta a seguire e ad affidarsi a una guida. Le Bon sosteneva che l’individuo che fa parte di una
folla perde ogni capacità di discernimento , diventa “automa” e regredisce ad una condizione primitiva. La
folla , in quanto dominata dall’irrazionale, aveva tratti femminili. In questo clima furono condotti anche gli
studi che fondarono la “scienza politica”. Si deve a loro la “teoria delle èlites” secondo la quale in ogni
società il potere, sia economico che politico, appartiene ad una ristretta cerchia di persone, una “minoranza
organizzata” che usando la fora o l’astuzia sa costruire reti di alleanze e si serve ai propri fini dell’apparato
statale. Questo fenomeno si verificava anche nelle moderne democrazie, dove i grandi partiti, primo fra
tutti quello socialdemocratico tedesco, erano macchine organizzative di tipo oligarchico nelle quali gli eletti
controllavano i loro elettori.
Prima ancora di correggere gli squilibri sociali, si trattava di plasmare le identità dei singoli uomini e delle
donne che si affacciavano sulla scena della modernità. A cominciare dai loro corpi. Da qui il rilievo assunto
dalle culture del corpo, dagli esercizi ginnici e militari, all’antropometria, all’igiene e alle terapie mediche.
La sconfitta del vaiolo è del 1790. La medicina mise fine al massacro che malattie, ignoranza e cattive
condizioni di vita operavano tra le classi popolari. Nacque la biochimica che ebbe un ruolo fondamentale
nell’allevamento e nell’industria.
Tra le nuove discipline del corpo umano c’era l’eugenetica, cioè l’insieme delle sicipline e delle politiche
volte a perfezionare la specie umana potenziando e selezionando i caratteri fisici ritenuti positivi, o
rimuovendo quelli negativi. Il termine fu coniato nel 1883 Darwin avendo osservato che alcuni esemplari di
animali presenti in diverse isole dell’arcipelago mostravano singolari differenze, arrivò a dedurne che col
tempo si erano adattati a nicchie ecologiche diverse e alle diverse possibilità di nutrirsi. Da qui nacque
l’idea che le specie animali e vegetali si evolvessero per selezione naturale di mutazioni casuali congenite
ed ereditarie, e che tutti i primati, uomo compreso, derivassero da un antenato comune.
Darwin era consapevole delle implicazioni della sua teoria, e arrivò a renderla pubblica solo nel 1859. Da
allora le controversie suscitate dall’Origine delle specie non hanno mai avuto tregua. Il fatto è che l’idea
della selezione naturale attentava all’eguaglianza di tutti i singoli esseri umani. Ipotizzava che le tendenze
evolutive potessero invertire il loro corso, e condurre i singoli o i gruppi umani ad una “degenerazione”. Era
messa in discussione non solo ogni idea di eguaglianza, ma anche l’unicità del soggetto su cui quell’idea si
fondava. Servì allo scopo il ricorso al concetto di “razza”, termine generico vagamente biologico adoperato
per il bestiame o anche per le nazioni, cioè per i popoli storici, con i loro caratteri stabili e relativamente
immutabili a volte culturalmente fissati nel concetto di “civiltà”.
Lungo tutta l’età medievale e moderna queste diversità avevano espresso delle gerarchie. Non solo i gruppi
umani , le razze o le civiltà potevano esser classificati e ordinati in una gerarchia, ma anche i singoli individui
, che potevano rivelarsi meno dotati di altri e incapaci di sviluppo. In quest’ottica abbiamo suggerito che la
subordinazione delle donne agli uomini e la loro esclusione dalla sfera politica acquistasse nella seconda
metà dell’Ottocento un fondamento naturale. Darwin applicava ai popoli l’dea che ci fosse tra di loro una
gradazione biologica , posizioni di superiorità e di inferiorità nella scala dell’evoluzione guadagnate o da
guadagnarsi attraverso la lotta. La lotta, la guerra, sarebbero state infatti lo sbocco necessario di queste
visioni una volta che si fossero combinate con tante altre idee dell’epoca. Ciò produsse infatti una messe
abbondante di convinzioni ed emozioni avverse alla democrazia, all’eguaglianza e al liberalismo, mentr la
retorica dell’autodifesa alimentò fasci di energie aggressive che in quell’epoca traboccavano oltre i confini
d’Europa e aggredivano il mondo.
Nel 1871 in Francia era stata proclamata la repubblica. Un terzo dei membri dell’Assemblea erano
aristocratici, due terzi erano monarchici e monarchico era il capo del governo. Thiers si dimostrò molto
abile nel risolvere rapidamente la questione del pagamento dell’indennità di guerra alla Germania. Non
deve stupire se la repubblica fosse fatta da monarchici. I sentimenti monarchici della maggioranza dei
deputati esprimevano dunque reali orientamenti conservatori, o reazionari, prevalenti nella società
francese. Nacque così la Terza Repubblica . in Francia le varie repubbliche si numerano. Dopo la prima del
1792 e la seconda del 1848 vennero la Terza, nel Novecento la Quarta e l’attuale Quinta. Nel 1875 fu
dunque approvata una costituzione repubblicana che assomigliava molto a quella di una monarchia

costituzionale, con una camera elettiva, un senato in parte formato da senatori a vita, in parte eletto
indirettamente attraverso i consigli municipale, e un presidente dagli ampi poteri.
Sarebbe durata fino al 1940. La lenta marcia del repubblicanesimo non fu peraltro solo formale, e
navigando sull’onda lunga del progressismo antirivoluzionario seppe incidere sul sistema costituzionale e
sulla società. Negli anni Ottanta il Senato divenne completamente elettivo , i consigli comunali furono eletti
a suffragio universale , furono garantite la libertà di stampa e la libertà sindacale. Ciò consentì una
affermazione delle leghe operaie. Nacque uno Stato laico ; fu introdotto il divorzio, e soprattutto fu creata
una scuola primaria gratuita , laica e obbligatoria dove insegnavano donne formate in apposite scuole
“normali”. La scuola elementare aveva il compito di educare il popolo al culto della patria, oltre che
all’industriosità, al risparmio, al rispetto per l’ordine . si intendeva così garantire alla repubblica il sostegno
delle masse. Eppure restava irrisolta l’umiliazione di Sedan. Sentimenti diffusi negli ambienti militari che
avevano anche una forte presa popolare. Critici da sinistra erano i radicali, un gruppo politico che chiedeva
riforme sociali avanzate, si scagliavano contro i “feudalesimi finanziari “ delle grandi compagnie, erano
intransigenti tutori dell’anticlericalismo repubblicano. I radicali erano però pronti a stringersi attorno alle
istituzioni quando si profilava una minaccia reazionaria , cosa che era sempre latente nella Francia
dell’epoca. Mentre le sinistre rumoreggiavano, la destra tradizionale non era stata affatto debellata.
Passate di moda le pretese legittimiste , via via falliti i vari tentativi di colpi di Stato, la destra si raccoglieva
attorno a un cattolicesimo politico estremo, del tutto aderente a quel profilo oscurantista contro il quale i
repubblicani combattevano le loro battaglie e che non sempre la Chiesa di Roma apprezzava , preferendo
un “allineamento” dei cattolici alla repubblica.
Dreyfus ( ufficiale di origine ebrea) fu accusato di aver preso contatti con l’addetto militare tedesco per
trasmettergli dei documenti militari. Dreyfus fu condannato all’ergastolo e alla deportazione ; fu sottoposto
alla cerimonia pubblica della degradazione. Due anni più tardi , per una nuova fuga di notizie , contro
Dreyfus non c’erano prove e forse a partire da un semplice errore l’intero ordinamento militare aveva
coperto il colpevole. Ottenuta la revisione del processo, il tribunale militare condannò nuovamente
Dreyfus, questa volta a dieci anni di prigione. Fu allora che uno scrittore famoso Zola scrisse al presidente
denunciando con angoscia il montare di un clima antisemita nella Francia dei suoi giorni, aveva segnalato
con ripugnanza la manifestazione di un odio fisico per gli ebrei, stigmatizzati per il loro bisogno di lucro,
l’amore per il denaro, il senso degli affari, accusati di essere una nazione nella nazione , di condurre in
disparte una vita casta religiosa e di essere dunque , al di sopra delle frontiere, una sorta di setta
internazionale , senza una vera patri capace un giorno, qualora trionfasse , di mettere le mani sul mondo.
Una mostruosità – aveva scritto Zola - un ritorno al fanatismo. Il suo J’accuse! Ricostruiva nei dettagli
l’intera vicenda e dimostrava l’innocenza di Dreyfus , che però scriveva , “non può tornare innocente senza
che l’intero stato maggiore sia colpevole”. Dopo ave denunciato uno per uno i responsabili della
macchinazione concludeva: “accuso il primo tribunale militare di aver violato il diritto, condannando un
accusato in base a un documento rimasto segreto, e accuso il secondo tribunale militare di avere coperto,
in obbedienza agli ordini, questa illegalità”.
Contro Dreyfus e contro la giustizia si era mosso una ragion di Stato e uno spirito di corpo che sembravano
appartenere ad un’altra Francia armata contro la prima. I poteri pubblici e le gerarchie militari erano decisi
a difendere l’onore dell’esercito contro ogni verità. Zola fu condannato a un anno di carcere e dovette
fuggire. Nel 1899 Dreyfus fu graziato e in un nuovo processo assolto. Fu reintegrato. Il caso Dreyfus è per
più versi emblematico. Perché rivelòa quanto radicati fossero i sentimenti antisemiti. Nella campagna
contro Dreyfus risuonarono tutti i motivi fondanti dell’antisemitismo fi fine Ottocento; l’identificazione
l’ebreo, il ricco e il parassita , il terrore del complotto di forze cosmopolite, nemiche della nazione; le prime
prove , germe patogeno che avrebbe accompagnato la formazione di molte compagini nazionali che nella
loro esigenza di omogeneità e di compattezza non sopportavano pluralismi e convivenze.
Il caso Dreyfus , il j?accuse! chiamò a raccolta molti scrittori, artisti, uomini politici, studenti, per una
battaglia di verità e di giustizia. Cominciò così un altro fenomeno ; l’impegno politico aperto di scrittori,
studiosi,artisti e scienziati che fino ad allora , anche se tante volte schierati, erano rimasti fedeli ad una
funzione critica individuale , dell’argomentazione scientifica o dal genio artistico. Gli intellettuali non
avrebbero più taciuto, e non per sempre, predicando verità e giustizia. Il termine “intellettuale”, ora
associato alla militanza , al conflitto e allo schieramento , era ormai lontano dalla posizione critica e

distaccata dell’umanista. L’affaire Dreyfus scosse in profondità la vita politica francese, ma non ne mutò gli
elementi di fondo. Ne usci comunque irrobustito il blocco repubblicano, ora costruito soprattutto attorno ai
radicali, che governarono negli anni successivi nel continuo alternarsi di diverse formazioni ministeriali alla
ricerca di sostegno parlamentare.
In Gran Bretagna la riforma del 1832 ampliò l’elettorato. Ciò avvenne rimanendo nel solco della tradizione ,
che attribuiva la rappresentanza alle comunità e legava i diritti politici al pagamento di un tributo o ad altre
situazioni speciali. Nel ’32 erano dunque state ridotte le restrizioni al voto , ridisegnati i collegi e la
distribuzione dei seggi. Nel 1867 e poi nel 1884 e nel 1885 vi furono nuovi ampliamenti del suffragio che
introdusse notevoli cambiamenti , senza però intaccarne i pilastri fondamentali costituiti dal solido
riferimento al “re in Parlamento “ e dall’egemonia dei ceti aristocratici.
Age of Equipoise , “età dell’equilibrio”, appare tanto più significativa quanto si pensa che la Gran Bretagna
era il paese industriale più progredito, dove una numerosa classe operaia era precocemente politicizzata e
dova le distanze sociali erano grandissime. La Gran Bretagna aveva una classe dirigente esperta di
conduzione politica ed esponenti politici di forte statura. O leaders inglesi di quel periodo seppero dare
nuovi contenuti ai vari messaggi conservatori-aristocratici o liberali-avanzati. Benché il sistema politico
inglese fosse andato strutturandosi fin dal Settecento sulla base di una efficiente bipolarità - quella
rappresentata dai “whigs” e dai “tories” – a metà Ottocento i due partiti si contrapposero non tanto sulla
chiusura o sull’apertura versi i ceti popolari, quanto sui percorsi da seguire per governare l’apertura , pur
nella conservazione e anzi nel consolidamento delle libertà fondamentali e del quadro costituzionale.
La guerra costituì per l’Inghilterra “un grande impulso verso la democrazia”. Per democrazia bisogna
intendere il protagonismo delle masse popolari, la necessità della classe dirigente di tener conto di una
opinione pubblica istintiva e rumorosa e di adeguare il paese ad alcune esigenze di conduzione moderna
della guerra. Sembrava che dopo quarant’anni di pace fosse giunto il momento dell’onore , di mostrare i
muscoli. La guerra divenne inevitabile. Quando la squadra navale russa affondò la flotta ottomana, inglesi e
francesi organizzarono contro la Russia una spedizione navale di grande portata.
La stampa – il potente “Times” – inondarono la madrepatria di notizie senza controllo ne censure militari.
Fu il primo esempio di giornalismo di guerra, l’insistenza sulla causa santa e patriottica per la quale si
combatteva cambiò l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso i soldati. Esercito di popolo. La guerra
fece molte vittime, la maggior parte colpita da epidemie e morte per mancanza di cure. Lo scontro tra
potenze navali rimase legato alla penisola in cui si combatterono le maggiori battaglie di terra, la Crimea. E
l’Inghilterra , grande sui mari, non aveva particolari tradizioni di guerra terrestre; il suo esercito aveva
ancora carattere aristocratico. Nel 1854 a Balaclava l’11° Ussari fu mandato a infrangersi contro le batterie
russe. L’episodio di Balaclava fu in effetti emblematico del contrasto tra profilo militare aristocratico e
moderne tecniche di combattimento. Le ripetute denunce giornalistiche trasformarono l’isteria antirussa in
polemica anti aristocratica. Dopo la Crimea per la prima volta la Gran Bretagna dovette affrontare la guerra
terrestre moderna e pensare ad attrezzarsi di conseguenza.
Il reportage di Dunant fornì argomenti ulteriori per la formazione di un organismo per l’assistenza ai feriti
di guerra. Da lì in una prima Convenzione di Ginevra del 1864, sarebbe nata la Croce Rossa Internazionale e
nel 1901 Dunant avrebbe ricevuto per questo il premio Nobel. I liberali che governavano l’Inghilterra
medio-vittoriana, anche se sensibili alle denunce , certamente democratici non erano. Figura centrale del
liberalismo vittoriano , Gladstone era entrato alla Camera dei Comuni a ventitré anni nel 1832 – con i
conservatori. Ad ispirare la sua costante attenzione agli interessi dei ceti popolari era la sensibilità
paternalistica, il senso della giustizia e i forti sentimenti religiosi. Questo fu lo spirito con cui Gladstone
incarnò il programma liberale dell’età medio-vittoriana: free trade e non intervento nell’economia,
riduzione del peso fiscale, apertura ai ceti popolari. La maggiore riforma dell’epoca, l’allargamento del
suffragio, non fu però opera dei liberali. La promosse il capo dei “tories”, Disraeli , che aveva dichiarato che
in Inghilterra esistevano “due nazioni”. Libertà e diritti , sosteneva Disraeli, erano salvaguardati non dai
partiti rivoluzionari, ma dalle istituzioni e dalle tradizioni storiche, dichiarava che le classi popolari inglesi
erano per loro natura conservatrici, orgogliose di appartenere d un grande paese imperiale.
Il suo Obbiettivo era integrare più vaste masse in quel sistema. Questo era il torismo popolare il significato
di chiamarle al voto; “ più si allarga il suffragio popolare, disse Disraeli, più potente diventa l’aristocrazia

naturale”. Di qui la riforma elettorale del ’67 . a Disraeli interessava vedere rinascere il “torismo”. Nel 1868
la prima applicazione della nuova legge segnò il successo ai liberali di Gladstone e dunque privò Disraeli del
governo. Ma alle elezioni del ’74 fu di nuovo il turno di Disraeli che puntò sui grandi temi di politica estera,
tra l’altro proclamando imperatrice la regina Vittoria. Sei anni più tardi Gladstone vinse con comizi
attentamente programmati per essere seguiti dalla stampa e un viaggio in treno continuamente interrotto
dalla folla che lo acclamava insieme alla moglie. Nelle campagne elettorali che seguirono nacque un vero
culto del leader, con centinaia di migliaia di persone , anzi seguaci, che veneravano il “grande vecchio” e
ascoltavano estasiate i suoi comizi o meglio i suoi sermoni. Nel lungo duello tra Gladstone e Disraeli si
confrontavano le versioni diverse di un progetto simile, l’uno più proiettato sull’avventura imperiale e su
una tory democracy , una democrazia deferenziale di cui Disraeli divenne il simbolo , l’altro sul
perfezionamento interno di un liberalismo trascendente nella democrazia , un “liberalismo popolare” più
pragmatico e attento alle riforme. Fu Gladstone a varare nrl 1883 una legge contro la corruzione elettorale.
L’Irlanda era un corpo separato della nazione. La sua parte meridionale era agricola, non toccata dallo
sviluppo industriale , e qui il predominio della grande proprietà terriera. Recava i tratti del “feudalesimo”
più crudo. Su questa società povera si abbatté la terribile “carestia della patata”. La denutrizione diffuse il
tifo, dissenteria, scorbuto, in tanti morirono affamati; Si ridusse drasticamente la popolazione nota per
essere particolarmente prolifica. Irlandesi lasciarono l’isola ; i cattolici irlandesi covavano rancore e
sostenevano le leghe rivoluzionarie segrete che fiorivano in Irlanda. I Feniani adottarono un programma di
indipendenza dall’Inghilterra da raggiungere mediante l’insurrezione armata. I conflitti sociali esplosivi
trovavano alimento in un nuovo movimento culturale che qui come altrove faceva perno sulla
rivendicazione linguistica. In questo caso si trattava della lingua gaelica parlata dalla parte colpita dalla
carestia. Nel 1851 , quando il pontefice annunciò da Roma la decisione di restaurare una gerarchia cattolica
regolare e di dividere la Gran Bretagna in diocesi, il primo ministro Russel tentò una contromossa vietando
la diffusione delle bolle papali in Gran Bretagna e sottoponendo l’assunzione di titoli episcopali o territoriali
all’autorizzazione del Parlamento. I deputati cattolici irlandesi si opposero e tolsero il loro appoggio al
governo, Gladstone abolì nel 1869 la Chiesa episcopale irlandese, emanò provvedimenti a favore dei piccoli
proprietari irlandesi. Accettando le rivendicazione di una Home Rule fu sconfitto: lo Home Rule Bill , cioè il
disegno di legge per l’autonomia irlandese, fu respinto una prima volta nel 1886, provocando la caduta del
governo Gladstone e poi di nuovo nel 1893, respinto dalla Camera dei Lords.
La democrazia Inglese andò radicandosi in una pratica elettorale capace di coinvolgere sempre più larghi
settori popolari. Stava sorgendo una sinistra di nuovo tipo , di ispirazione radicale-socialista e impegnata
nello studio sistematico dei problemi economici e sociali. I sindacati decisero di affiancare alle battaglie
sindacali una azione politica diretta. Si unirono perciò alla Società Fabiana e ad altre organizzazioni di
lavoratori creando un “ comitato di rappresentanti del lavoro” che nelle elezioni del 1906 fu in grado di
presentare 51 candidati e di farne eleggere alla Camera 29. il Comitato si trasformò in Labour Party.
Il Labour sostenne tuttavia i liberali. I liberali avevano interrotto il lungo predominio dei conservatori.
Furono varate la legge sulle pensioni di vecchiaia e di invalidità a carico dello Stato, la giornata di otto ore
per i minatori, l’istituzione degli uffici di collocamento, il divieto imposto agli imprenditori di chiedere ai
sindacati indennizzi per le perdite subite con gli scioperi. Dopo le elezioni del 1909 David Lloyd George
presentò un disegno di legge che introduceva il criterio della progressività delle imposte. Il criterio aveva un
indubbio carattere redistributivo. In sostanza l’imposta faceva pagare ai patrimoni maggiori il costo delle
riforme sociali. La Camera alta aveva ostacolato le riforme. Il bilancio approvato dalla Camera dei Comuni fu
respinto dalla Camera dei Lords. Lo scontro sul bilancio fu l’occasione per porre una grave questione di
ordine costituzionale. Nel 1911 fu votata una riforma costituzionale che oltre a ridurre da sette a cinque
anni la durata della legislatura , sottraeva le leggi di bilancio al voto dei Lords, limitando il loro potere di
veto: se una legge era respinta dai Lords , i comuni potevano approvarla definitivamente dopo una pausa di
tre sessioni. Era la fine dell’egemonia aristocratica sulla politica inglese. La democrazia aveva vinto.
Anche la Germania era caratterizzata da profonde differenze di tradizioni culturali. L’accentuato
particolarismo tedesco rimaneva insuperato e gelosamente difeso , e le varie entità che componevano
l’impero mantenevano la propria identità politica. Si trattava dei Regni di Prussia , Baviera, Sassonia e

Wurttemberg, del Granducato del Baden, delle libere città di Amburgo, Brema, Lubecca e Oldenburg, e
ancora degli Stati Brunswick, Reuss e Turingia. Di competenza imperiale erano la politica estera, l’esercito,
la marina. Le dogane e la moneta. Nei vari Stati esistevano una o due assemblee legislative , nominate con
sistemi diversi, alcuni dei quali nemmeno elettivi. In Prussia ad esempio nessun membro della Camera alta
era elettivo, mentre il sistema delle tre classi che regolava l’elezione della Camera restringeva la
partecipazione elettorale a una minoranza di ricchi. Il re di Prussia era di diritto imperatore. Lo assisteva un
“ cancelliere “. Il potere legislativo risiedeva in due Camere , il Reichstag , la Dieta imperiale , e il Bundesrat,
la Dieta federale. Mentre la Dieta federale era una sorta di consiglio di delegati degli Stati con mandato
vincolante, il Reichstag era invece eletto a suffragio universale. Bismarck dichiarava di preferire il suffragio
universale al sistema di elezioni indirette o per classi che vigeva in altri corpi elettivi. Era una visione
“bonapartista”. Mancava in Germania la fiducia delle Camere al governo. Bismarck non credeva al
confronti delle idee e dei programmi e semmai mirava a fare dei Parlamenti delle camere di compensazione
degli interessi.Prive di controllo sul governo , le Camere avevano però il potere legislativo e quindi erano
essenziali. Bismarck non ebbe mai una maggioranza stabile al Reichstag e per ottenere il voto sulle singole
leggi dovette far leva da un lato su una serie di battaglie ideali che ricreassero l’unione nazionale su cui era
fondato l’impero. Bismarck riteneva illegittima l’azione di una confessione religiosa attraverso un partito
politico. In Germania i cattolici si riconoscevano in un partito confessionale il Zentrum. Tale partito
intendeva rappresentare la Chiesa cattolica. Dal 1872 furono emanate varie leggi anticattoliche.
In un congresso tenutosi a Gotha si erano allora fusi due partiti socialisti che rappresentavano le due anime
di tutto il socialismo del tempo. Il primo dei due vedeva nel proletariato organizzato in cooperative di
produzione l’unico agente di rigenerazione morale della società e confidava nelle riforme sociali. Il secondo
più vicino alle posizioni della Prima Internazionale e rifiutava ogni collaborazione con lo Stato borghese. Il
partito nato a Gotha aveva un proprio giornale , il “Vorwarts” , retribuiva gli oratori , presentava candidati
in tutte le circoscrizioni elettorali e assegnava una indennità ai suoi deputati.
Una legge del 1878 bandì il Partito socialista e ogni raggruppamento finalizzato a distruggere l’ordine
sociale, conferì alla polizia il potere di vietare il soggiorno dei sospetti socialisti in determinate città, senza
tuttavia impedire la partecipazione alle elezioni. Per contrastare l’adesione operaia al socialismo Bismarck
introdusse le riforme sociali avanzate che già conosciamo ( l’assicurazione contro le malattie, la vecchiaia,
gli infortuni). Queste leggi davano prova della potenza amministrativa dello Stato tedesco.
Guglielmo II pretendeva di esercitare il potere assoluto che la costituzione gli assegnava e impose a
Bismarck le dimissioni. L’aspetto più appariscente di questo Neue Kurs, vera e propria svolta nella politica
del Reich, fula più dinamica iniziativa internazionale. La Politica del Nuovo Corso aveva un carattere molto
più unilaterale , mirando infatti a guadagnare una presenza tedesca su scala globale, a fare della Weltpoitik.
Era cresciuto il potenziale industriale che ormai insidiava l’Inghilterra.
Secondo Weber, la Weltpolitik era l’unico fine degno dello sforzo compiuto con l’unificazione della
Germania. Nacque allora la “geopolitica”, e si affermarono le teorie di Friedrich Ratzel, che inducevano un
popolo a conquistare il suo “spazio vitale”, il sui Lebensrum. Si susseguirono i tentativi di coalizione. Alle
elezioni del 1912 l’SPD divenne il più forte partito del Reichstag. Il più grande partito socialista era isolato, e
non poteva svolgere alcun ruolo attivo nel governo del paese. Le correnti riformistiche erano destinate a
rimanere in minoranza. Nel 1913 al vertice del partito era salito Ebert. Il 4 agosto del 1914, quando
l’imperatore disse al reichstag “ non vedo più partiti, vedo solo tedeschi”, i diciassette decreti sui poteri di
guerra furono votati anche dai socialdemocratici.
In Italia nel voto del 1876 mise fine al governo della destra storica e portò al potere la sinistra. Fin dall’inizio
il nuovo governo presieduto da Agostino Depretis espresse piuttosto un “amalgama” di un centro aperto
alla sinistra riformatrice che tendeva a distinguersi a sinistra dai gruppi più radicali e a destra dai più retrivi.
Agli uni e agli altri mancavano programmi di riferimento forti. Nel 1892 fu fondato il Partito dei Lavoratori
Italiani , l’anno seguente divenuto Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, e quindi Partito Socialista Italiano
(PSI). Anche il modello centrista risultò dall’occasionale accorparsi attorno al governo di singoli dputati o
gruppi. Agostino Depretis lodò la capacità dei singoli di “trasformarsi” scegliendo il “progresso”; e
“trasformismo “ divenne sinonimo di accomodamento interessato, quell’attitudine alla transazione per la
quale i singoli deputati patteggiavano il loro sostegno alla maggioranza in cambio di favori al proprio
collegio, o agli interessi di riferimento.

La sinistra seppe attuare forti programmi di lavori pubblici e fu capace di alcune riforme significative come
quella elettorale , che nel 1882 abbassò le soglie di accesso al voto, ammettendo nuovi strati di piccola
borghesia possidente, artigiana , impiegatizia. Seppe sviluppare l’opera di fondazione dello Stato avviata
dalla destra storica e dunque gettare le basi del successivo sviluppo sociale ed economico. Quando morì
Depretis gli successe Francesco Crispi. Seppe attuare una politica di consolidamento delle istituzioni liberali
e di rafforzamento dell’esecutivo non privo di tratti autoritari . inasprì i rapporti con la Chiesa favorendo i
movimenti anticlericali. Crispi contava sulla politica estera.
Tra il 1891 e il 1893 Crispi aveva dovuto cedere il governo a un uomo nuovo Giolitti portatore di un
programma riformatore avanzato che proponeva la progressività delle imposte, un provvedimento molto
ardito. Un grave scandalo bancario coinvolse Giolitti che dovette lasciare e torno Crispi. Nel 1891 il
pontefice aveva emanato l’enciclica Rerum Novarum; nel 1892 fu fondato il Partito Socialista Italiano; nel
1894 un movimento di protesta , i Fasci, scosse la Sicilia orientale; nel 1898 moti popolari suscitati dal
rincaro dei generi alimentari furono affrontati dal primo ministro in carica, il siciliano marchese Rudinì, con
lo stato d’assedio , e dunque il passaggio dei poteri alle autorità militari in Toscana , a Napoli e a Milano.
Tentarono di dare base legislativa alla repressione portando in Parlamento dei decreti che limitavano
fortemente la libertà di sciopera, di stampa e di associazione. L’intera opinione liberale e democratica
seppe reagire con forza.
Il governo ne fu paralizzato; ottenne la convocazione di nuove elezioni per il giugno del 1900. Umberto I
cadde vittima di un anarchico. Il nuovo re Vittorio Emanuele III sembrava avere idee più aperte al
cambiamento. Anche l’Italia imboccò la via delle riforme. Secondo Giolitti il rafforzamento del sistema si
sarebbe potuto ottenere mediante la graduale integrazione delle masse nel progetto liberale. Nel 1903 fu
consentita ai comuni l’assunzione diretta del servizio telefonico, autorizzò a creare delle aziende per la
gestione diretta dei servizi pubblici come il gas, l’elettricità , i trasporti. Il clima più liberale favorì una forte
crescita delle organizzazioni sindacali, già nel 1902. Il periodo “età giolittiana” è dominato dalla figura di
Giovanni Giolitti. La politica liberale accompagnò e sostenne una fase di “decollo” industriale.
Cambiamento prodotto dall’accumularsi di precedenti innovazioni e trasformazioni.
La stessa formazione del regno, con le sue strutture statali e la forte spesa pubblica e poi le politiche
protezionistiche, nonché il rinnovamento del sistema bancario avvenuto alla fine del secolo. Crebbero la
siderurgia, l’industri cotoniere, quella dello zucchero, e poi la chimica , la meccanica e soprattutto
l’industria elettrica. Così l’Italia entrò nel novero dei paesi sviluppati. D’altro canto rivelava i limiti che
tutt’ora pesavano sulla modernità del paese e sul suo sviluppo. Lo testimoniava la fortissima emigrazione ,
drammatico segno della miseria che non si attenuò negli anni del “decollo”. Ciò metteva in luce il forte
squilibrio tra le diverse regioni, polarizzato attorno ad un fondamentale “dualismo” che distingueva la parte
meridionale dal resto del regno. Nel Mezzogiorno soprattutto si manifestava il maggior difetto di
modernità: in società prevalentemente rurali era debole l’industria e più rari i centri urbani.
Nel complessivo progresso del paese il “decollo”, riguardante nel settore industriale soprattutto il cosidetto
“triangolo” che univa Milano, Torino e Genova, mentre nel settore agricolo sviluppò l’agricoltura nel Nord.
Il protezionismo aveva contribuito allo sviluppo, aveva anche giovato al Settentrione, mentre nel
Mezzogiorno aveva semmai garantito la sopravvivenza di assetti agrari arretrati. Sul piano politico anche
Giolitti non godendo di una solida maggioranza riformatrice, dovette continuamente contrattare le riforme
con i vari interessi, concedendo molto ai conservatori e peraltro non trovando appoggio presso i socialisti.
Giolitti, oltre ad abbandonare alcuni progetti, dovette sempre mantenersi in equilibrio tra diversi gruppi.
L’assetto del potere restava affidato ai “notabili”. Poiché in particolare nel Mezzogiorno il sistema nobiliare
era più radicato, sembrò che lì l’intervento nelle elezioni e le pratiche trasformistiche assumessero
carattere di corruzione , e Giolitti fu per questo avversato da molte correnti d’opinione democratica.
L’equilibrio politico costruito da Giolitti giunse a rottura con il quarto governo che egli costituì nel 1911.
Proponendo il monopolio di Stato sulle assicurazioni sulla vita , intendeva finanziare le casse per l’invalidità
e la vecchiaia dei lavoratori. Ma l’intervento dello Stato suscitava l’ostilità . Il governo dovette trattare e le
società assicuratrici sopravvissero. Fu però creato l’INA, Istituto Nazionale delle Assicurazioni, primo ente
pubblico gestito come una azienda. La riforma elettorale estendeva il diritto di voto a tutti i maggiorenni
maschi se alfabeti e ai trentenni , anche analfabeti, ma che avessero compiuto il servizio militare.

Il dibattito e il voto su questi provvedimenti si intrecciarono con le questioni africane. L’Italia aveva visto
riconosciuta ormai da tutti la legittimità dei propri interessi sulla Tripolitania e sulla Cerenaica , ultimi lembi
di terre non occupate dagli europei in Nord Africa. Giolitti ritenne che una volta riconosciuti all’Italia quegli
interessi , non restava altra scelta : o perseguirli o rinunciare. Fu così che nel 1911 la spedizione si trasformò
in una guerra italo – turca. Quando la Tripolitania e la Cirenaica erano ben lungi dall’essere state
sottomesse , Giolitti proclamò l’annessione. Un anno più tardi il governo turco accettò la sconfitta.
La guerra fu seguita da uno sciame di corrispondenti esteri entusiasti dell’impresa. Con notevole fantasia e
scarsa informazione presentavano la Libia come un paradiso esotico e una miniera intatta di ricchezze
naturali che solo l’incuria degli arabi aveva reso improduttivo. L’Italia era una potenza povera di fronte alle
potenze ricche, era una “nazione proletaria” che già stata espandendo fuori dai confini. Il grande flusso
migratorio di quegli anni doveva diventare l’avanguardia di un riscatto capace di unire borghesia e popolo
nel comune slancio imperialistico. La diffusa adesione all’impresa sovrastò le voci dissenzienti.
I socialisti non ebbero molto da dire. Prestavano scarsa attenzione alle vicende di politica estera. Le correnti
di sinistra del partito condussero una opposizione dura e intransigente alla guerra, accusarono Giolitti di
tradimento. L’opposizione alla guerra fu in effetti l’occasione perché emergesse una frattura di fondo, una
frattura storica tra le due anime del socialismo , quella riformista e quella rivoluzionaria. E nel 1912
prevalse la seconda , trascinata dal leader Benito Mussolini. Nell’ottobre del 1913, si svolsero le prime
elezioni politiche a suffragio universale . la guerra e la vittoria della sinistra socialista avevano messo fine
alla collaborazione tra Giolitti e le sinistre.
I cattolici sempre più attivi in alcune associazioni laicali. Alcuni giovani permeati di “modernismo”
inclinavano la democrazia , cioè a saldare la tradizionale critica antiborghese con le rivendicazioni
democratiche. Attivo tra questi sostenitori di una “democrazia cristiana” era Romolo Murri.
Le “Leghe Bianche” – sindacati cattolici – ebbero notevole diffusione soprattutto in Veneto e in Lombardia ,
ma anche in Sicilia. Romolo Murri , che non volle sottoporsi alle direttive papali, fu sospeso dal sarcedozio e
più tardi scomunicato. Tornato allo stato laicale , fu eletto deputato trai democratici. Prevalse tra i cattolici
un diverso orientamento, quello di chi , in linea di continuità con i cattolici liberali sentiva più forte l’ostilità
verso la sfida laica e socialista di quella verso lo stato liberale borghese. Vi furono allora alcuni accordi tra
cattolici e singoli candidati liberali. Furono eletti alla camera due esponenti cattolici moderati. Di questo
orientamento fu esponente il conte Gentiloni .
Con l’avvallo del pontefice e il gradimento di Giolitti , Gentiloni invitò i cattolici a votare per quei candidati
liberali che avessero sottoscritto sette punti che li impegnavano ad osteggiare ogni misura contraria agli
interessi cattolici. Alle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale , questa serie di accordi locali,
complessivamente noti come “ patto Gentiloni”, portarono alla Camera oltre duecento deputati
“gentiloniani”.
Con le trasformazioni economiche e sociali del periodo , cambiavano il profilo e la dislocazione dei poteri.
La democrazia avanzava , la rappresentanza parlamentare era il paradigma normale di ogni costituzione.
Negli Stati Uniti dopo la guerra civile molti Stati del Sud adottarono particolari misure restrittive per
l’elettorato di colore , obbligato a subire un esame di competenza civica, ad esempio la conoscenza della
costituzione, per essere ammesso al voto.
In Europa invece la paura del suffragio universale e dell’avanzata delle masse dominò la vita politica di quei
decenni. L’elettorato prussiano era suddiviso in “classi” secondo l’ammontare delle imposte pagate, così da
dare maggior voce ai più ricchi. In Austria fu mantenuto l’antico sistema dei “corpi” che votavano in collegi
distinti ed avevano peso diseguale. In Belgio l’adozione del suffragio universale fu invece accompagnata
dall’introduzione del “voto plurimo” , per il quale il singolo elettore che avesse determinati requisiti
patrimoniali o familiari disponeva di voti aggiuntivi. Un certo senatore Gerry – salamader – fu coniato il
termine gerrymandering , per descrivere appunto la tecnica con cui un collegio elettorale può essere
ridisegnato per comprendere un elettorato favorevole a un determinato candidato, o partito.
In origine , ogni collegio eleggeva di norma un solo rappresentante. I collegi erano “uninominali”, cosa che
ben corrispondeva a un governo di notabili. Il nesso tra singolo deputato e collegio di origine apparve meno
rilevante rispetto alla appartenenza politica, o ideologica dei candidati. Le idee e i programmi politici, gli
schieramenti, contavano insomma più del profitto del singolo candidato. Perciò in alcuni paesi si

organizzarono collegi “plurinominali”, che coprivano un’area geografica più vasta di quelli uninominali e nei
quali si eleggevano contemporaneamente più deputati. La logica del collegio plurinominale era anche
quella di veder competere candidati di uno stesso orientamento elencati in una apposita lista ( scrutinio di
lista). Il sistema dei collegi uninominali era “maggioritario” anche perché si supponeva che la maggioranza
rappresentasse l’intero collegio. Vigeva il “ mandato libero” , i deputati non riflettevano gli interessi di
questo o quel segmento di società,ma dell’intera nazione , e “virtualmente” rappresentavano tutti.
Il sistema proporzionale e la rappresentanza delle minoranze , vanno considerati come una reazione
all’allargamento del suffragio. Avevano sempre più spazio i partiti. Ma il concetto stesso di partito configura
una frattura del corpo sociale che in via di principio non si concilia con la funzione eminentemente
unificatrice. I partiti sono anche istituti essenziali per comporre ad unità il corpo politico, per dare forma e
far convergere interessi diversi e sostenere la vita democratica degli ordinamenti in quanto sono si
espressione di una “parte”. Parlando di partiti si parla dunque dei vari modi in cui nei diversi contesti storici
il corpo sociale con le sue varie articolazioni si è strutturato entro gli Stati nazionali unitari.
Nella visione “notabilare” i partiti erano spesso deprecati come un fatto patologico, ciascun deputato non
dovendo rappresentare altro che se stesso e la nazione , con le proprie convinzioni e la disponibilità a
discuterle al di fuori di ogni vincolo. Ma occorreva che i singoli si aggregassero. Questa esigenza di fondo
animava il “partito whig” che si contrapponeva al “ partito tory”. I partiti parlamentari inglesi nominavano
un responsabile-coordinatore the whip , la frusta. Occorreva sostenersi nel momento elettorale,
organizzare l’elettorato, fare propaganda. I vari partiti divennero strutture permanenti di formazione dei
programmi. La novità dei “gruppi parlamentari” erano appunto l’insieme dei deputati eletti in quanto
espressione di un partito e dunque legati alla disciplina di partito. I partiti svolgono una funzione pubblica
che proprio in nome di quella libertà le istituzioni non possono intervenire a regolamentare. Nel sistema
americano i comitati che selezionavano i candidati sono chiamati caucus. I Parlamenti furono sempre meno
popolati di nobili e di ricchi e sempre di più furono affidati a politici di professione, avvocati e funzionari.
La nuova presenza delle masse sulla scena politica davano particolare risalto alla politica estera e a quella
militare. Il “nazionalismo integrale” , la tendenza a fare dell’appello ai valori e agli interessi nazionali lo
strumento di mobilitazione delle masse. Prevalevano gli “egoismi nazionali”; le emozioni si dirigevano
apertamente verso la guerra. L’idea della guerra affascinava. La Germania era il paese europeo in cui erano
maggiormente diffuse le inclinazioni marziali, dove era più sentito il nazionalismo integrale. Ma la Gran
Bretagna non era da meno, rimaneva ben salda entro l’alveo del costituzionalismo liberale.
Ma la foga con la quale il largo pubblico seguiva la politica estera era altrettanto e forse maggiormente
accesa. Anche se il paese controllava ancora quasi la metà degli investimenti finanziari mondiale varava un
terzo delle navi da guerra del globo, si percepiva che stava perdendo la sua posizione di assoluto
predominio a vantaggio di altre potenze, quella tedesca in particolare. La crescita dell’economia industriale
si concentrava nell’industria pesante, gli armamenti erano il prodotto più significativo. Tra il 1890 e 1900 le
spese militari raddoppiarono, e di nuovo raddoppiarono nel decennio successivo.
La stessa cosa accadeva nella cantieristica. Le maggiori economie industriali parteciparono alla gara. Anche
gli Stati uniti avevano avviato la costruzione di una potente flotta da guerra. Ora le navi erano un prodotto
della grande industria siderurgica e meccanica. Da qui non solo i programmi navali americani , ma quelli
tedesca tanto più significativi in quanto la Germania era una potenza terrestre e intendeva sfidare la Gran
Bretagna sul suo terreno. I governi erano consapevoli dei rischi di una guerra generalizzata, e fecero
qualche tentativo per prevenirla, la regolamentazione del diritto bellico e la riduzione degli armamenti; per
iniziativa dello zar si svolse una nuova conferenza internazionale dedicata agli armamenti navali e alla
proposta russa di limitazione controllata.
Ma la Germania rifiutò il piano russo, sostenendo che solo una preventiva fiducia tra le parti avrebbe
potuto avviare il disarmo. Le Dreadnought ( tipo di corazzata) erano armi costose e superpotenti ma
vulnerabili e poco flessibili. Erano piuttosto simbolo di una gara di potenza di fuoco ormai esasperata, che
tra l’altro induceva a teorizzare la necessità di “sparare il primo colpo”, e di prepararsi alla guerra
preventiva. Gli inglesi si erano accordati con il Giappone. Ma la Russia giunse ad un accordo con la Gran
Bretagna sul confine asiatico. Sulla Cina si era realizzata invece una convergenza di interessi tra Germania,
Francia e Russia, tanto da fare parlare di una “triplice d’Estreno Oriente”. A sua volta la Russia si era
gradualmente avvicinata alla Francia. Intanto una “cordiale intesa” era stata raggiunta tra Francia e Gran

Bretagna. L’accordo anglo-russo e i legami stretti tra Russia e Francia trasformarono l’entente in una triplice
entente, una triplice intesa tra Russia, gran Bretagna e Francia. La germania era così accerchiata. Sappiamo
d’altra parte che l’Austria-Ungheria, la Germania e l’Italia erano legate fin dal 1882 in una alleanza difensiva
volta ad assicurare che l’Italia sarebbe rimasta neutrale nel caso di un conflitto austro-russo nei Balcani,
mentre la Germania garantiva l’Italia da un attacco francese.
XIV.

Guerra, finalmente!

Francesco Ferdinando d’Asburgo, nipote dell’imperatore, 28 giugno era in visita ufficiale a Sarajevo. Uno
studente serbo si avvicinò alla carrozza e sparò al principe. Era fine dell’ottocento e con questo
avvenimento ci fu la fine di un mondo, l’Europa lascia la scena ad altri continenti.
Il governo austriaco riteneva la Serbia responsabile dell’accaduto, quindi la colpì. La Russia si atteggiava a
protettrice della Serbia ed era legata alla Francia da un accordo. Entrambe temevano la Germania e
nessuno davvero voleva una guerra, anche se tutti si stavano preparando a combatterla. L’attentato diede il
via alla guerra e altro non si poteva fare che combatterla. La strategia militare del momento era basata su
offensive di grandi masse di fanteria in manovra rapida coperte dalle artiglieria, sostenute da cannoni di
campagna mobili e accompagnate da cariche di cavalleria. Scattarono le mobilitazioni incrociate, finché il
governo di Vienna, ottenuto il consenso da Berlino, lanciò alla Serbia un ultimatum durissimo e, di li a due
giorni, dichiarò guerra. Lo zar Nicola II firmò l’ordine di mobilitazione generale, la Germania si mosse contro
la Francia e contro la Russia, e poiché il Belgio si dichiarò neutrale e non autorizzò il passaggio delle truppe
tedesche , queste lo invasero. La Gran Bretagna intervenne in sostegno di Belgio e Francia.
Successivamente di aggiunsero alla guerra Giappone e Italia. Per i giovani la guerra doveva essere una
prova di coraggio, una manifestazione di giovinezza e di forza.