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Appunti dalle Lezioni di

Analisi Matematica I
(12 C.F.U.)
(a.a. 2011/2012)

Elisabetta Barletta

Indice
I - Richiami sullinsieme dei numeri reali
1. Estremi di un insieme
2. Lo spazio topologico R
II - Successioni e serie di numeri reali
3. Successioni convergenti
4. Successioni divergenti
5. Successioni monot`
one
6. Sottosuccessioni
7. Successioni di Cauchy
8. Serie numeriche
9. Criteri di convergenza per le serie
10. Serie assolutamente convergenti
11. Riordinamento di una serie
12. Prodotto di Cauchy di due serie
III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale
13. Dominio, codominio e grafico di una funzione
14. Estremi di una funzione
15. Funzioni monot`
one
16. Limite di una funzione
16.1. Limite del tipo limxx0 f (x)
16.2. Limiti del tipo limx f (x), limx f (x)
16.3. Operazioni con i limiti
16.4. Alcune propriet`
a dei limiti
16.5. Alcuni limiti notevoli
16.6. Limiti laterali
17. Infinitesimi ed infiniti
17.1. Infinitesimi
17.2. Infiniti
18. Asintoti
IV - Continuit`
a di una funzione
19. Generalit`
a
20. Punti di discontinuit`
a
21. Funzioni continue su insiemi
22. Continuit`
a uniforme
V - Differenziabilit`
a di una funzione
23. Derivata di una funzione
24. Regole di derivazione
25. I teoremi di Rolle, di Lagrange e di Cauchy
26. I teoremi di LH
ospital
27. Derivate successive
28. Convessit`
a e concavit`
a di una funzione
VI - La formula di Taylor
29. Il polinomio di Taylor
30. Formula di Taylor e punti di estremo
31. Rappresentazioni del resto
32. La formula di Mac Laurin
VII - Integrabilit`
a di una funzione
33. Primitive di una funzione
33.1. Integrali di funzioni razionali fratte
33.2. Integrali abeliani
33.3. Integrali trigonometrici
33.4. Integrale differenziale binomio
34. Integrale secondo Riemann

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35. Il teorema fondamentale del calcolo integrale


36. Integrali e formule di Mac Laurin
37. Integrali generalizzati
37.1. Gli integrali di Eulero
37.2. Integrali generalizzati e serie numeriche
VIII- I numeri complessi
38. La costruzione di C
38.1. La forma polare di un numero complesso
38.2. Le potenze intere e razionali di un numero complesso
38.3. Le soluzioni di unequazione di secondo grado in C
39. Lo spazio metrico C
39.1. Successioni e serie di numeri complessi
39.2. Il logaritmo e la potenza complessa
IX - Equazioni differenziali
40. Equazioni differenziali ordinarie
41. Equazioni differenziali lineari del primo ordine
42. Lequazione differenziale di Bernoulli
43. Lequazione differenziale di Riccati 

44. Equazioni differenziali del tipo y 0 = f a1ax+by+c
x+b1 y+c1
45. Lequazione differenziale di Clairaut
46. Lequazione differenziale di DAlembert-Lagrange
47. Lequazione differenziale di Manfredi
48. Equazioni differenziali lineari di ordine n 2 a coefficienti costanti
48.1. Metodi per la determinazione di una soluzione per lequazione
differenziale (48.1) a coefficienti costanti
X - Calcolo approssimato di radici
49. Metodi elementari per il calcolo approssimato di radici
49.1. Il metodo della regula falsi
49.2. Il metodo delle approssimazioni successive
49.3. Il metodo di Newton
Appendice

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I - Richiami sullinsieme dei numeri reali

I - Richiami sullinsieme dei numeri reali

In questo capitolo si introducono i concetti di minimo, di massimo, di estremo inferiore


e superiore di un sottoinsieme dei numeri reali R. Si richiama brevemente la topologia
euclidea di R e si espongono alcuni risultati per lo pi`
u elementari utili per gli argomenti
dei Capitoli successivi.

1. Estremi di un insieme
Sia A un sottoinsieme di R non vuoto.
Definizione 1.1. Un elemento m0 A si dice minimo di A se per ogni a A
`e m0 a; analogamente, un elemento M0 A si dice massimo di A se per ogni
a A `e a M0 .
Indicheremo con min A e max A rispettivamente il minimo e il massimo di un
sottoinsieme A R. Si dimostra (vedi Appendice) che il minimo ed il massimo di
A sono nozioni ben definite, i.e. se A ammette un minimo (un massimo) allora esso
`e unico.
Dalla definizione segue che R non ha ne minimo ne massimo.
Osservazione 1.1. Non `e detto che un sottoinsieme proprio di R abbia il minimo
e il massimo.
Ad esempio se si fissano a, b R e si considera lintervallo A = (a, b), esso non ha
ne minimo ne massimo, sebbene sia vero che a < x e x < b per ogni elemento x di
A. Infatti a e b non appartengono ad A e dunque non possono essere il minimo e
il massimo di A.
Definizione 1.2. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Un elemento m R si
dice un minorante di A se per ogni a A `e m a; in modo analogo, un elemento
M R si dice un maggiorante di A se per ogni a A `e a M .
` ovvio che R non ha ne minoranti ne maggioranti; invece se ad esempio A = (a, b),
E
a e b sono rispettivamente un minorante e un maggiorante di A. Si noti che in
questo esempio ogni elemento x R con x a `e un minorante di A, cos` come ogni
elemento x R con x b `e un maggiorante di A.
Definizione 1.3. Un sottoinsieme non vuoto A R si dice limitato inferiormente
se esso ammette almeno un minorante; A si dice limitato superiormente se esso
ammette almeno un maggiorante.
Definizione 1.4. Un sottoinsieme non vuoto A R limitato inferiormente e superiormente si dice limitato.
Un sottoinsieme A R privo o di minoranti o di maggioranti si dice illimitato.
Dalla definizione R `e illimitato.
Gli intervalli (a, b), (a, b], [a, b) e [a, b] sono sottoinsiemi limitati.
Gli intervalli A1 = (a, +) e A2 = [a, +) sono sottoinsiemi limitati inferiormente
ma non superiormente: notare che linsieme dei minoranti sia di A1 che di A2 `e
M = {x R | x a}; A1 non ha minimo mentre A2 ha minimo (che `e a). In
ogni caso A1 e A2 sono insiemi illimitati. Analogamente gli insiemi B1 = (, b) e
B2 = (, b] sono limitati superiormente ma non inferiormente: linsieme dei loro
c = {x R | x b}; B1 non ha massimo, mentre B2 ha massimo
maggioranti `e M
(che `e b). Anche in questo caso B1 e B2 sono insiemi illimitati.

Elisabetta Barletta

Proposizione 1.1. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Se A `e limitato inferiormente allora linsieme dei minoranti di A ha massimo.
Se A `e limitato superiormente allora linsieme dei maggioranti di A ha minimo.
Dimostrazione. Poiche A `e limitato inferiormente, linsieme M dei minoranti di
` chiaro che M MC =
A `e non vuoto; indichiamo con MC il suo complementare. E
C
C
R e M M = . Siano m M e m
b M , allora m
b non `e un minorante di A,
dunque esiste un elemento b
a A tale che b
a < m;
b inoltre essendo m un minorante
di A `e anche m b
a e perci`
o m < m.
b Poiche questo vale per ogni m M e ogni
m
b MC , ne segue che (M, MC ) `e una sezione1 di R di cui ne indichiamo con
` lelemento separatore. Proviamo che ` appartiene a M. Infatti se per assurdo
`
/ M, ` non sarebbe un minorante di A. Dunque esisterebbe a` A tale che
a` < ` e si avrebbe
` + a`
`+`
a` + a`
<
<
=`.
a` =
2
2
2
Questo implica che (` + a` )/2 non `e un minorante di A e quindi `e un elemento
di MC . Tuttavia ogni elemento di MC `e maggiore o uguale a ` mentre questo
non accadrebbe per lelemento (` + a` )/2. Avendo dunque un assurdo, `e ` M.
Siccome poi per ogni m M `e m `, ` `e il massimo di M.
In modo analogo si dimostra che linsieme dei maggioranti di un sottoinsieme limitato superiormente ha minimo.

In virt`
u della proposizione precedente si pu`o allora dare la seguente
Definizione 1.5. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Se A `e limitato inferiormente si chiama estremo inferiore di A il massimo dei minoranti di A e si indica
con inf A.
Se A `e limitato superiormente si chiama estremo superiore di A il minimo dei
maggioranti di A e si indica con sup A.
Proposizione 1.2. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Se A `e limitato inferiormente allora lestremo inferiore gode delle seguenti propriet`
a:
i) per ogni a A `e inf A a,
ii) per ogni x R con inf A < x esiste ax A tale che
inf A ax < x .
In modo analogo, se A `e limitato superiormente allora lestremo superiore gode delle
seguenti propriet`
a:
i) per ogni a A `e a sup A,
ii) per ogni x R con x < sup A esiste ax A tale che
x < ax sup A .
Dimostrazione. La i) e la i) rispettivamente equivalgono a dire che inf A `e
un minorante di A e sup A `e un maggiorante di A. La ii) e la ii) affermano
rispettivamente che nessun numero reale maggiore dellestremo inferiore pu`o essere
un minorante di A e nessun numero reale minore dellestremo superiore pu`o essere
un maggiorante di A.

Un modo equivalente di enunciare le ii) e ii) della proposizione 1.2 `e il seguente:
1Si chiama sezione di R una coppia (X, Y ) di sottoinsiemi non vuoti X, Y R tali che 1)
X Y = R, 2) X Y = , 3) per ogni x X e per ogni y Y `
e x < y. Si dimostra che esiste
unico un elemento ` R tale che x ` y per ogni x X e per ogni y Y . Lelemento ` `
e
` ovvio che `
detto elemento separatore della sezione (X, Y ). E
e o ` X o ` Y (di cui ne vale una
sola).

I - Richiami sullinsieme dei numeri reali

ii1 ) per ogni R, > 0, esiste a A tale che


inf A a < inf A + .
e
ii01 ) per ogni R, > 0, esiste a A tale che
sup A < a sup A .
Se A non `e limitato inferiormente, si pone
inf A :=
mentre se A non `e limitato superiormente si pone
sup A := + .
` ovvio allora che inf R = e sup R = +. Per convenzione si pone inf = +
E
e sup = .
2. Lo spazio topologico R
Definizione 2.1. In R si chiama distanza euclidea la funzione d : R R R
definita da
d(x, y) := |x y| , (x, y) R R .
Dalle propriet`
a del valore assoluto segue che
1) Per ogni x, y R, d(x, y) 0 e d(x, y) = 0 se e solo se x = y,
2) per ogni x, y R, d(x, y) = d(y, x),
3) per ogni x, y, z R, d(x, y) d(x, z) + d(z, y).
Lultima disuguaglianza si chiama disuguaglianza triangolare.
Definizione 2.2. Sia x0 R. Si chiama intorno (sferico) di centro x0 e raggio r
linsieme
I(x0 , r) = {x R | d(x, x0 ) < r}
ovvero linsieme
I(x0 , r) = {x R : |x x0 | < r} .
Se A R `e un sottoinsieme non vuoto,
Definizione 2.3. Un punto x0 A si dice un punto interno di A se esiste un
intorno I(x0 , r) per cui sia I(x0 , r) A.
Linsieme dei punti interni di un sottoinsieme A si chiama interno di A e si indica

con A. Dalla definizione `e chiaro che A A.


Definizione 2.4. Un sottoinsieme A R si dice aperto se A = oppure se ogni
punto x0 A `e un punto interno di A.
` ovvio quindi che un sottoinsieme A 6= `e aperto se e solo se per ogni x0 A
E

esiste un intorno I(x0 , r) per cui sia I(x0 , r) A e dunque se e solo se A= A.


Proposizione 2.1. Valgono i seguenti fatti:
a) Linsieme vuoto e R sono aperti.
b) Lunione di sottoinsiemi aperti `e un sottoinsieme aperto.
c) Lintersezione di un numero finito di sottoinsiemi aperti `e un sottoinsieme
aperto.

Elisabetta Barletta

Dimostrazione. La a) segue immediatamente dalla definizione e dal fatto che, per


ogni x0 SR, `e I(x0 , r) R. Per la b) sia {Ai }iI una famiglia di sottoinsiemi aperti.
Se x0 iI Ai allora esiste i0 I tale che x0 Ai0 . Poiche Ai0 `e aperto,
S esiste
un intorno I(x0 , ri0 ) tale che I(x0 , ri0 ) Ai0 . Allora `e anche I(x0 , ri0 ) iI Ai ,
da cui segue lasserto.
Tm
Per la c) siano A1 , , Am un numero finito m di aperti e sia x0 i=1 Ai .
Allora x0 Ai per ogni i = 1, , m e poich`e questi sono aperti si ha che per
ogni i = 1, , m esiste un intorno I(x0 , ri ) tale che I(x0 , ri ) Ai . Si ponga
` allora chiaro che I(x, r0 ) I(x0 , ri ) Ai , per ogni
r0 = min {r1 , , rm }. E
Tm
i = 1, , m, e pertanto I(x0 , r0 ) i=1 Ai .

Osservazione 2.1. La c) della proposizione precedente `e falsa se si considera lintersezione di infinitiTsottoinsiemi aperti. Infatti se ad esempio An = (1/n , 1), per
n N \ {0}, allora nN\{0} An = [0, 1) che non `e aperto: infatti 0 non `e un punto
interno a [0, 1).
La famiglia di sottoinsiemi aperti di R cos` definiti determina una topologia di R
detta la topologia euclidea di R.
Definizione 2.5. Sia A R; un ricoprimento aperto di A `e una famiglia {Ai }iI
di sottoinsiemi aperti di R tale che
[
A
Ai .
iI

Definizione 2.6. Un sottoinsieme A R si dice chiuso se il suo complementare `e


aperto.
Proposizione 2.2. Valgono i seguenti fatti:
a) Linsieme vuoto e R sono chiusi.
b) Lintersezione di sottoinsiemi chiusi `e un sottoinsieme chiuso.
c) Lunione di un numero finito di sottoinsiemi chiusi `e un sottoinsieme chiuso.
Dimostrazione. Poiche = RC , R = C , la a) `e ovvia dalla propriet`
a degli
T
aperti. Per la b) se {Ai }iI `e una famiglia di sottoinsiemi chiusi allora ( iI Ai )C =
S
C
C
e un sottoinsieme aperto (perche Ai `e un sottoinsieme chiuso)
iI Ai , dove Ai `
e lasserto segue dalla b) S
della proposizione
Tm 2.1. Per laCc) se A1 , , Am sono
m
sottoinsiemi chiusi allora ( i=1 Ai )C = i=1 AC
e un insieme aperto e
i , dove Ai `
dunque dalla c) della proposizione 2.1 segue lasserto.

Osservazione 2.2. La c) della proposizione precedente `e falsa se si considera lunione di infiniti sottoinsiemi chiusi.
S
Infatti se An = [1/n , 1], per n N \ {0}, allora nN\{0} An = (0, 1] che non `e
chiuso (il suo complementare (, 0] (1, +) non `e aperto).
Definizione 2.7. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Un punto x0 A si dice
isolato se esiste un intorno I(x0 , r) per cui sia I(x0 , r) A = {x0 }.
Ad esempio N e Z sono costituiti solo da punti isolati.
Definizione 2.8. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Un punto x0 R si dice un
punto di accumulazione per A se per ogni intorno I(x0 , r) si ha (I(x0 , r)A)\{x0 } =
6
.
Osservazione 2.3. Se x0 R `e un punto di accumulazione per A allora ogni
intono di x0 contiene infiniti punti di A distinti da x0 .

I - Richiami sullinsieme dei numeri reali

Infatti se per assurdo si assume che esista un intorno I(x0 , r) per cui (I(x0 , r) A) \
{x0 } contenga solo un numero finito {a1 , am } di punti di A allora, posto r0 =
min {|a1 x0 |, , |am x0 |}, si ha che I(x0 , r0 ) A = {x0 } e dunque (I(x0 , r0 )
A) \ {x0 } = che contraddice il fatto che x0 sia un punto di accumulazione per A.
Linsieme dei punti di accumulazione di A si chiama il derivato di A e si indica con
A0 .
Proposizione 2.3. Un insieme A R `e chiuso se e solo se A0 A.
Dimostrazione. Sia A chiuso e sia x0 A0 . Si supponga per assurdo che x0
/ A,
allora `e x0 AC che `e aperto, dunque esiste un intorno I(x0 , r) tale che I(x0 , r)
AC . Allora I(x0 , r) A = e quindi a maggior ragione (I(x0 , r) A) \ {x0 } = .
Questo `e assurdo perche x0 `e un punto di accumulazione.
Viceversa sia A0 A e sia x0 AC . Allora x0 6 A e dunque `e anche x0 6 A0 .
Pertanto esiste un intorno I(x0 , r) per cui (I(x0 , r) A) \ {x0 } = ; siccome x0 6 A,
`e I(x0 , r) A = (I(x0 , r) A) \ {x0 } = . Da questo segue che I(x0 , r) AC .
Dallarbitrariet`
a della scelta di x0 AC si ha che AC `e aperto, ovvero che A `e
chiuso.

Definizione 2.9. Sia A R. Si chiama chiusura di A lintersezione di tutti i chiusi
di R contenenti A; essa si indica con A.
Quindi
A=

C chiuso
CA

Dalle propriet`
a dei chiusi segue che A `e un insieme chiuso ed `e quindi il pi`
u piccolo
` facile inoltre verificare che A `e chiuso se e solo se
insieme chiuso contenente A. E
A = A.
Proposizione 2.4. A = A A0 .
Dimostrazione. Proviamo dapprima che (A A0 )c `e un aperto. Infatti se x0
C
C
(AA0 )C = AC A0 allora x0 AC e anche x0 A0 . Quindi x0 non `e un punto di
accumulazione di A, cio`e esiste un intorno I(x0 , r) tale che (I(x0 , r) A) \ {x0 } =
e poich`e x0
/ A, `e anche I(x0 , r) A = . Inoltre I(x0 , r) A0 = perch`e se
per assurdo ci`
o non fosse, esisterebbe un punto y0 I(x0 , r) A0 (y0 6= x0 ) in
ogni intorno del quale, essendo esso un punto di accumulazione di A, ci sarebbero
infiniti punti di A distinti da y0 . In particolare questo accadrebbe per lintorno
I(y0 , r |x0 y0 |). Allora per ogni x I(y0 , r |x0 y0 |) si avrebbe
|x x0 | |x y0 | + |y0 x0 | < r |x0 y0 | + |y0 x0 | = r
cio`e x I(x0 , r). Dunque I(y0 , r |x0 y0 |) I(x0 , r) e di conseguenza sarebbe
I(x0 , r) A 6= che `e assurdo. Da quanto visto segue che I(x0 , r) (A A0 ) = ,
cio`e I(x0 , r) (A A0 )C che prova che questultimo insieme `e aperto. Pertanto
A A0 `e un chiuso che contiene A e perci`o A A A0 .
Proviamo adesso che A A0 A. Infatti se x0 A A0 allora o x0 A o x0 A0 ;
nel primo caso `e ovvio che x0 A, nel secondo caso se x0 A0 , allora ogni intorno
di x0 contiene punti di A distinti da x0 e quindi se C `e un chiuso contenente A,
allora ogni intorno di x0 contiene punti di C distinti da x0 , cio`e x0 C 0 , dove,
essendo C chiuso, `e C 0 C. Ne segue che x0 C per ogni chiuso C contenente A
ovvero x0 A. In ogni caso abbiamo provato che se x0 A A0 allora x0 A.

Definizione 2.10. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Si dice che x0 R
`e un punto frontiera di A (o punto di bordo di A) se per ogni intorno I(x0 , r) `e
I(x0 , r) A 6= , I(x0 , r) AC 6= .

10

Elisabetta Barletta

Linsieme dei punti frontiera di A si chiama frontiera o bordo di A e si indica con


A. Dalla definizione segue che
A = A AC .
Ad esempio per gli intervalli [a, b], [a, b), (a, b], (a, b) i punti a, b sono punti frontiera.
Per A = {1/n : n N \ {0}} i punti frontiera sono 0 e tutti i punti di A.
Definizione 2.11. Un sottoinsieme non vuoto A R si dice infinito se contiene
infiniti punti.
Si ha il seguente:
Teorema 2.1 (di Bolzano-Weierstrass). Ogni insieme limitato e infinito ha
almeno un punto di accumulazione.
Definizione 2.12. Un sottoinsieme non vuoto A R si dice compatto se da ogni
ricoprimento aperto di A si pu`o estrarre un sottoricoprimento finito.
S
Cio`e se per ogni famiglia di aperti {Ai }iI per cui A iI Ai esiste un numero
Sm
finito A1 , , Am scelti tra gli Ai tali che A k=1 Ak .
Esempio 2.1. Per ogni a, b R, lintervallo (a, b) non `e compatto.
Infatti la famiglia di aperti
1
1
An = (a + , b ) , n N \ {0} ,
n
n
costituisce un ricoprimento aperto di (a, b). Tuttavia nessuna scelta di un numero
finito di essi basta a ricoprire (a, b).
Questo non accade per il chiuso [a, b] perche la famiglia {An }nN\{0} sopra descritta
non `e un ricoprimento di [a, b].
Vale il seguente
Teorema 2.2 (di Heine-Borel). I sottoinsiemi compatti di R sono tutti e soli i
sottoinsiemi limitati e chiusi.
Sia A R. Un sottoinsieme B A si dice aperto relativamente ad A se esiste un
aperto B di R tale che B = B A.
Un sottoinsieme A R si dice connesso se `e vuoto oppure, se A 6= , non esistono
due sottoinsiemi B e C non vuoti, aperti relativamente ad A tali che A = B C e
B C = .
Un sottoinsieme che sia connesso ed aperto si chiama regione o dominio (di R).
Si dimostra che
Teorema 2.3. I sottoinsiemi non vuoti di R connessi sono tutti e soli gli intervalli.
Osservazione 2.4. Se un sottoinsieme non vuoto A R `e connesso allora lintervallo (inf A, sup A) `e contenuto in A.
Infatti se inf A = a > e sup A = b < +, dalle propriet`a degli estremi di
un insieme, per ogni x (a, b) esistono a0x , a00x A tali che a a0x < x < a00x
b, cio`e x (a0x , a00x ) [a0x , a00x ]. Poiche A `e connesso (i.e. A `e un intervallo), `e
[a0x , a00x ] A e dunque x A. Se invece inf A = e sup A = b < +, allora
per ogni x (, b) esistono a0x , a00x A tali che a0x < x e x < a00x b. Ancora `e
x [a0x , a00x ] A. In modo analgo si procede se inf A > e sup A = +, oppure
se inf A = e sup A = +.

II - Successioni e serie di numeri reali

11

II - Successioni e serie di numeri reali

Il concetto di successione `e tra i pi`


u importanti nellanalisi matematica. Esso aiuta ad
introdurre e meglio capire il concetto di limite di una funzione (del quale tratteremo pi`
u
avanti). Qui si studiano soltanto le successioni di numeri reali e si espongono i risultati
pi`
u elementari. Inoltre si accenna brevemente alle serie numeriche reali (ovvero particolari
successioni di numeri reali i cui termini sono somme finite di numeri reali) e se ne danno
i criteri di convergenza pi`
u semplici ed usati.

3. Successioni convergenti
Sia A R un sottoinsieme non vuoto.
Si chiama successione a valori in A, o pi`
u semplicemente successione di A, una
funzione a : N A, dove si indica an := a(n) A.
Brevemente una successione si indica elencando le sue immagini cio`e con
{a0 , a1 , , an }
oppure pi`
u semplicemente con {an }nN
Esempio 3.1. Sono successioni quelle definite ad esempio da
an = n , an = (1)n , an =

n2
,
+1

n2

nN,

1
, an = log n , n N \ {0} .
n
Definizione 3.1. Sia {an }nN una successione a valori in A. Si dice che il limite
della successione {an }nN , per n tendente allinfinito, `e ` R e si scrive
an =

lim an = `

se per ogni intorno I(`, ) esiste n N tale che per n N, n > n , sia an I(`, ).
Questo equivale ad avere che:
> 0 n N tale che n N, n > n , = |an `| < .
La definizione ci dice anche che per ogni > 0 solo un numero finito di an non
appartiene a I(`, ).
Esempio 3.2. Ad esempio per le successioni

 

n2
1
,
n nN\{0}
n2 + 1 nN
si ha che

1
n2
= 0 , lim
= 1.
n n
n+ n2 + 1
Infatti per la prima successione, per ogni > 0 si ha

1
= 1 < se n > 1 ;
n n

lim

baster`
a allora prendere n = [1/] + 1, dove [] indica la parte intera di un numero
reale2. Analogamente per la seconda successione si ha



n2
1
1
1
2




n2 + 1 1 = n2 + 1 = n2 + 1 < se n + 1 > ,
2Sia x R. Si chiama parte intera di x il pi`
u grande m Z per cui m x; si indica m =: [x].

12

Elisabetta Barletta

cio`e per n2 > (1/) 1. Se 1 allora (1/) 1 0 e dunque n2 + 1 > 1/ `e


soddisfatta per ogni n N \ {0}; se < 1 allora (1/) 1 > 0 e baster`a prendere
n = [(1/) 1] + 1.
Osservazione 3.1. Ci sono successioni che non hanno limite. Ad esempio la successione
{(1)n }nN
non ha limite in R.
Infatti se n `e pari, an (che vale 1) appartiene banalmente ad un qualsiasi intorno
di 1, mentre se n `e dispari, an (che vale 1) appartiene banalmente ad un qualsiasi
intorno di 1.
Proposizione 3.1 (dellunicit`
a del limite). Se il limite di una successione esiste
allora esso `e unico.
Dimostrazione. Si supponga per assurdo che esistano due limiti distinti `1 e `2 :
in un qualsiasi intorno di ciascuno di essi ci sono infiniti an .
Si prenda = |`1 `2 |/2 > 0. Allora I(`1 , ) I(`2 , ) = e quindi I(`2 , )
I(`1 , )C . In I(`1 , )C c`e soltanto un numero finito di an e quindi in I(`2 , ) ci
sarebbe solo un numero finito di an : questo contraddirebbe quanto detto allinizio
della dimostrazione.

Proposizione 3.2. Se limn an = ` allora limn |an | = |`|.
Dimostrazione. Dalla definizione di limn an = ` segue che per ogni > 0
esiste n N tale che n N, n > n si abbia |an `| < . Lasserto allora segue
da ||an | |`|| |an `|.

Definizione 3.2. Una successione {an }nN si dice limitata inferiormente se esiste
M R tale che an M , per ogni n N.
Una successione {an }nN si dice limitata superiormente se esiste M R tale che
an M , per ogni n N.
Una successione {an }nN si dice limitata se `e limitata inferiomente e superiormente.
Se una successione {an }nN `e limitata inferiormente allora
inf {an } > ,

nN

mentre se `e limitata superiormente allora


sup{an } < + ,
nN

mentre se `e limitata esiste L R, L > 0, tale che


|an | L ,
per ogni n N.
Definizione 3.3. Sia A R un sottoinsieme non vuoto. Una successione convergente in A `e una successione {an }nN in A per cui esiste finito il limite ` ed esso
appartiene ad A.
` ovvio che se una successione ha limite (finito) ` R allora essa `e una successione
E
convergente in R.
Proposizione 3.3. Una successione convergente in un sottoinsieme non vuoto
A R `e limitata.
Dimostrazione. Sia limn an = ` A; per = 1 esiste n1 N tale che per
ogni n N, n > n1 , si abbia ||an | |`|| |an `| < 1 da cui segue |an | < 1 + |`|.
Si prenda L = max{|a0 |, , |an1 |, 1 + |`|}, allora |an | L per ogni n N.

II - Successioni e serie di numeri reali

13


Si osservi che il viceversa di tale proposizione `e falso: ad esempio la successione
{(1)n }nN `e limitata ma non `e convergente (in R).
Proposizione 3.4. Se an 6= 0 e limn an = `, ` 6= 0, allora {1/an }nN `e
limitata.
Dimostrazione. Dalla definizione di limite segue che per = |`|/2 esiste n` N
tale che per ogni n N, n > n` , si abbia
|`|
2
da cui segue |an | > |`|/2, cio`e 1/|an | < 2/|`| per n > n` .
Si prenda allora L = max {1/|a0 |, , 1/|an` |, 2/|`|} per avere
||an | |`|| |an `| <

1
L , nN.
|an |

Teorema 3.1 (della permanenza del segno). Se limn an = ` con ` > 0
(rispettivamente ` < 0) allora an > 0 (rispettivamente an < 0) per infiniti n N.
Dimostrazione. Si prenda = |`|: esister`a n` N tale che per n N, n > n` sia
|an `| < |`|. Se ` > 0 allora |`| = ` e da |an `| < ` segue an > 0 per ogni n N,
n > n` . Se invece ` < 0 allora |`| = ` e da |an `| < ` segue an < 0 per ogni
n N, n > n` .

Osservazione 3.2. Se limn an = ` con ` > L (rispettivamente con ` < L)
allora an > L (rispettivamente an < L) per infiniti n N.
Infatti Se `e ` > L per = ` L esiste n`,L N tale che per n N, n > n`,L , sia
|an `| < ` L; da questa segue an > L per n N, n > n`,L . Se invece ` < L si
ripete il ragionamento per = L `.
Teorema 3.2 (dei due carabinieri). Siano {an }nN , {bn }nN e {cn }nN tre
successioni a valori in un sottoinsieme non vuoto A R per cui esista n0 N tale
che an bn cn per ogni n N, n n0 . Se limn an = limn cn = ` allora
anche limn bn = `.
Dimostrazione. Sia I(`, ) un qualsiasi intorno di `: allora esistono n0 , n00 N
tali che per n N, n > n0 , si abbia |an `| < e per n N, n > n00 , si
abbia |cn `| < . Per n > n , con n = max{n0 , n0 , n00 }, valgono entrambe le
disuguaglianze e perci`
o si avr`
a:
` < an bn cn < ` + .
Questo implica |bn `| < , per n > n , cio`e che limn bn = `.

Rispetto alle operazioni tra successioni convergenti si hanno le seguenti relazioni:
Proposizione 3.5. Siano {an }nN e {bn }nN due successioni convergenti. Allora
a) Per ogni R, limn an = limn an ;
b) limn (an + bn ) = (limn an ) + (limn bn );
c) limn an bn = (limn an )(limn bn ).
d) Se per ogni n N `e bn 6= 0 allora

14

lim

Elisabetta Barletta

lim an

, se lim bn 6= 0 ,

lim bn

an
=

bn

si presenta nella forma

indeterminata 0/0

, se lim an 6= 0, lim bn = 0 ,
n

, se limn an = 0, limn bn = 0 .

Dimostrazione. Nel caso = 0 la a) `e banalmente verificata perche in tal caso `e


ovvio che limn an = 0, mentre la successione {an }nN `e la successione nulla
e dunque il suo limite `e 0. Sia dunque R, 6= 0 e limn an = `; allora per
ogni > 0 esiste n N, tale che se n > n , si abbia |an `| < /||. Per n > n `e:
|an `| = |||an `| <
e questo prova la a).
Sia limn an = ` e limn bn = `0 . Allora per ogni > 0 esiste n0 N tale che
per n N, n > n0 , si abbia |an `| < . Allo stesso modo esiste n00 N tale che
per n N, n > n00 , si abbia |bn `0 | < . Dunque se n = max{n0 , n00 } allora per
n N, n > n , si ha:
|an + bn (` + `0 )| |an `| + |bn `0 | < + < 2 ,
e dallarbitrariet`
a di si ha lasserto della b). Si ha anche:
|an bn ``0 | = |an bn an `0 + an `0 ``0 | |an bn an `0 | + |an `0 ``0 | =
= |an ||bn `0 | + |`0 ||an `| < (L + |`0 |)
dove, essendo {an }nN una successione limitata, `e |an | L, per ogni n N e per
qualche costante L R. Dallarbitrariet`a di segue lasserto della c). Proviamo ora
il primo asserto della d). Poiche la successione {1/bn }nN una successione limitata,
esiste una costante non negativa M R per cui sia |1/bn | M per ogni n N;
allora




an
` an `0 `bn an `0 ``0 + ``0 `bn |`0 ||an `| |`||bn `0 |

=
=


|bn ||`0 | + |bn ||`0 | |
bn
`0 bn `0
bn `0




|`|
|`|
0
M |an `| + 0 |bn ` | < M 1 + 0 .
|` |
|` |
Dallarbitrariet`
a di si ha lasserto.

4. Successioni divergenti
Definizione 4.1. Una successione {an }nN diverge a + o ha limite +, e si
scrive
lim an = +
n

se per ogni K > 0 esiste nK N tale che per ogni n N, n > nK , si abbia an > K.
Una successione diverge a o ha limite , e si scrive
lim an =

se per ogni K > 0 esiste nK N tale che per ogni n N, n > nK , si abbia
an < K.
Una successione diverge o ha limite , e si scrive
lim an =

se per ogni K > 0 esiste nK N tale che per ogni n N, n > nK , si abbia |an | > K.

II - Successioni e serie di numeri reali

15

Esempio 4.1. Ad esempio sono successioni divergenti (a +) le successioni


{an }nN per an = n e an = an per a R, a > 1.
Infatti limn n = + perche K > 0 si ha n > K per n > nK con nK = [K]+1;
mentre limn an = + perche K > 0, an > K per n > loga K: dunque basta
scegliere nK = [loga K] + 1.
Per quanto riguarda le operazioni tra successioni divergenti e convergenti si ha la
seguente
Proposizione 4.1. Siano R e {an }nN , {bn }nN due successioni.
a) Se {an }nN diverge a allora

, se < 0
lim an =
n

, se > 0 .
b) Se le due successioni sono divergenti a + allora
lim (an + bn ) = +

lim an bn = +

lim

an
bn

si presenta nella forma indeterminata /.

c) Se le due successioni sono divergenti a allora


lim (an + bn ) =

lim an bn = +

lim

an
bn

si presenta nella forma indeterminata /.

d) Se {an }nN diverge a e {bn }nN converge ad ` allora


lim (an + bn ) =

lim an = + e ` > 0

+ se

lim an = e ` < 0

lim an bn =

lim an = + e ` < 0

se

lim an = e ` > 0
n

limn an bn si presenta nella forma indeterminata 0 se ` = 0.


Se bn 6= 0 allora

lim

se

lim an = + e ` > 0

lim an = e ` < 0
n

an
=

bn

se

lim an = e ` > 0

se ` = 0 .

lim an = + e ` < 0

16

Elisabetta Barletta

e) Se limn an = + e limn bn = allora


lim an + bn

lim

an
bn

si presenta nella forma indeterminata

si presenta nella forma indeterminata /.

La dimostrazione `e lasciata per esercizio al lettore.


` ne
5. Successioni monoto
Definizione 5.1. Una successione {an }nN si dice monot`
ona decrescente (rispettivamente monot`
ona strettamente decrescente) se per ogni n N `e an an+1
(rispettivamente an > an+1 ).
Una successione {an }nN si dice monot`
ona crescente (rispettivamente monot`
ona
strettamente crescente) se per ogni n N `e an an+1 (rispettivamente an < an+1 ).
Esempio 5.1. La successione definita da an = 1/n `e (monot`ona) strettamente
decrescente, mentre la successione definita da an = n `e (monot`ona) strettamente
crescente. Fissato m N \ {0}, la successione {an }nN\{0} definita da
1

se m n 2m

m
an =

1 se 1 n < m o n > 2m
n
`e (monot`
ona) decrescente. Analogamente, fissato m N \ {0} la successione
{an }nN data da

0
se n = 0

m
se m n 2m
an =

n se 1 n < m o n > 2m
`e (monot`
ona) crescente.
Proposizione 5.1. Per ogni successione monot`
ona esiste il limite e si ha:
lim an = inf {an } , per {an }nN decrescente o strettamente decrescente,

nN

lim an = sup{an } ,

per {an }nN crescente o strettamente crescente.

nN

Dimostrazione. Sia {an }nN una successione decrescente. Si supponga dapprima


che inf nN {an } = ; allora la successione non `e limitata inferiormente e quindi
per ogni K > 0 esiste nK N tale che anK < K. Pertanto per ogni n N,
n > nK , `e an anK < K, dunque limn an = .
Si supponga ora che inf nN {an } = ` > ; dalla definizione di estremo inferiore,
comunque si scelga n N `e an ` da cui an > ` per ogni > 0. Siccome ` +
non `e un minorante, esiste n N tale che an < ` + e per ogni n > n si ha
an an < ` + . Quindi per ogni n > n `e ` < an < ` + : questo implica che
limn an = `.
La dimostrazione `e la stessa se la successione `e strettamente decrescente, tenuto
conto del fatto che stavolta an < am se n > m.
In modo analogo si procede se la successione `e crescente o strettamente crescente.


II - Successioni e serie di numeri reali

17

6. Sottosuccessioni
Definizione 6.1. Sia {an }nN una successione. Una successione {bn }nN `e una
sottosuccessione estratta dalla successione {an }nN se esiste una successione strettamente crescente {kn }nN N tale che bn = akn , per ogni n N.
Esempio 6.1. Le successioni {1/2n}nN\{0} e {1/(2n + 1)}nN sono sottosuccessioni della successione {1/n}nN\{0} .
Infatti la prima corrisponde alla scelta della successione strettamente crescente di
naturali {kn }nN\{0} , kn = 2n, (i.e. posto an = 1/n e bn = 1/2n si ha akn =
1/kn = 1/2n = bn ) mentre la seconda corrisponde alla scelta di kn = 2n + 1.
Invece la successione {1/2 , 1/2 , 1/2 , } non `e una sottosuccessione di
{1/n}nN\{0} . Infatti si avrebbe
b0 = 1/2 = ak0 = a2

k0 = 2 ,

b1 = 1/2 = ak1 = a2

k1 = 2 ,

b2 = 1/2 = ak2 = a2

k2 = 2 ,

..
.

..
.

..
.

bn = 1/2 = akn = a2

kn = 2 .

Pertanto la successione {kn }nN sarebbe la successione stazionaria {2, 2, 2, }.


Osservazione 6.1.
lim kn = + .

Infatti se per assurdo esistesse un numero reale (non negativo) ` per cui
limn kn = `, allora per ogni > 0 esisterebbe n N tale che per n N, n > n ,
si avrebbe ` < kn < ` + . Inoltre sarebbe ` = supnN {kn } < + e poiche
kn+1 kn + 1 (i kn sono naturali e kn+1 > kn ), si avrebbe ` < kn < kn + 1
kn+1 < ` + per n > n . Quindi
(` 1) < kn < (` 1) +
cio`e limn kn = ` 1: questo `e assurdo per lunicit`a del limite.
Si dimostra che
Proposizione 6.1. Per ogni sottosuccessione {akn }nN estratta da {an }nN si ha:
1) se limn an = ` allora limn akn = `,
2) se limn an = allora limn akn = ,
Inoltre vale il seguente importante risultato:
Teorema 6.1 (di Weierstrass). In R da ogni successione limitata si pu`
o estrarre
una sottosuccessione convergente.
Il significato di questo teorema `e che in generale se abbiamo una successione {an }nN
a valori in un sottoinsieme (non vuoto) A R, limitata, non `e detto che sia possibile estrarre da essa una sottosuccessione convergente in A, mentre di sicuro dalla
medesima successione {an }nN , considerata come successione in R, `e possibile estrarre una sottosuccessione convergente in R.

18

Elisabetta Barletta

7. Successioni di Cauchy
Sia {an }nN A una successione di numeri reali; si dice che {an }nN verifica alla
condizione di Cauchy se
(7.1)

Per ogni > 0 esiste n N tale che per ogni n, m N, n, m > n ,


si abbia:
|an am | < .

Una successione che verifica la (7.1) si dice una successione di Cauchy (in A).
Questo equivale anche a dire che per ogni > 0 esiste n N tale che per ogni
m N e ogni n N, n > n , si abbia
|an+m an | < .
Proposizione 7.1. Ogni successione di Cauchy `e una successione limitata.
Dimostrazione. Dalla condizione di Cauchy (7.1) per = 1, si ha che esiste
n1 N tale che per n, m N, n, m > n1 , si abbia |an am | < 1. In particolare
questo vale per m = n1 + 1. Ne segue che |an | < 1 + |an1 +1 | per n N, n > n1 . Se
allora si prende L = max{|a0 |, , |an1 |, 1 + |an1 +1 |} `e |an | L per ogni n N.

Ci sono molte successioni di Cauchy: infatti
Proposizione 7.2. Ogni successione convergente `e una successione di Cauchy.
Dimostrazione. Sia {an }nN una successione in un sottoinsieme non vuoto A
R. Se limn an = ` A allora per ogni > 0 esiste n N tale che per n, m N,
n, m > n , si abbia |an `| < /2 e |am `| < /2. Allora
|an am | |an `| + |am `| < .

Il viceversa in generale non `e vero, cio`e non `e detto che una successione di Cauchy
(in un sottoinsieme non vuoto A R) sia una successione convergente
(in A). Ad
esempio, per ogni n N \ {0} si scelga qn Q, qn > 0, tale che |qn 2| < 1/n.
La successione {qn }nN\{0} cos` costruita `e una successione in Q di Cauchy perche
se per > 0 `e n = [2/] + 1, allora per n, m N, n, m > n si ha

1

1
< + =.
|qn qm | |qn 2| + |qm 2| < +
n m
2 2
Tuttavia {qn }nN non converge
in Q. Si noti invece che, pensata come successione
in R, essa converge (in R) a 2 (e ovviamente `e una successione di Cauchy).
Proposizione 7.3. In R ogni successione di Cauchy `e una successione convergente.
Dimostrazione. Sia {an }nN R una successione di Cauchy: essa `e limitata. Dal
teorema di Weierstrass 6.1, da essa si pu`o estrarre una sottosuccessione convergente:
sia questa {akn }nN , con limn akn = `, ` R. Dalla condizione di Cauchy (7.1),
per ogni > 0 esiste n0 N tale che, per n, m N, n, m > n0 si abbia |an am | <
/2. Inoltre in corrispondenza a n0 esiste n00 N tale che, per n N, n > n00 , si
abbia kn > n0 . Dunque per n > max{n0 , n00 } si ha |an akn | < /2. Daltra parte
se limn akn = `, allora in corrispondenza allo stesso esiste n000
N tale che,
0
00
000
per n N, n > n000
,
si
abbia
|a

`|
<
/2.
Si
prenda
n
=
max{n
kn

, n , n } N;
allora per n N, n > n , si ha

|an `| |an akn | + |akn `| < + =
2 2
e questo implica che la successione {an }nN converge (a `).


II - Successioni e serie di numeri reali

19

Il fatto che in R ogni successione di Cauchy sia una successione convergente si


esprime dicendo che lo spazio R `e completo ovvero, ricorrendo alla funzione distanza
d : RR R, dicendo che lo spazio (R, d) `e uno spazio metrico completo. Si osservi
che in R le proposizioni 7.2 e 7.3 si riassumono in ununica proposizione nota con
il nome di criterio di Cauchy, e precisamente
Proposizione 7.4 (criterio di Cauchy). Condizione necessaria e sufficiente affinche una succesione {an }nN sia convergente in R `e che per ogni > 0 esista
n N tale che, per ogni n N, n > n e per ogni m N, si abbia
|an+m an | < .
Osservazione 7.1. Le successioni permettono di:
Caratterizzare la chiusura di un sottoinsieme A R.
Infatti un punto x0 R appartiene alla chiusura A di A se e solo se esiste
una successione {an }nN A tale che limn an = x0 .
Come conseguenza si ottiene che un sottoinsieme A R `e chiuso se e
solo se ogni successione {an }nN A convergente (in R), `e convergente in
A.
Definire le potenze di base (solo positiva!) ed esponente reali.
Infatti siano a > 1 e R; poiche Q = R, si prova che per ogni n N
esiste qn Q tale che |qn | < 1/n, inoltre si pu`o sempre fare in modo
che la successione {qn }nN\{0} cos` costruita sia strettamente crescente ed
allora = limn qn = supnN\{0} qn . Dalle propriet`a delle potenze, la
successione {aqn }nN\{0} `e strettamente crescente e se m N `e tale che
< m allora aqn < am per ogni n N \ {0}, dunque esiste finito il
limn aqn . Se {pn }nN `e una qualunque altra successione di razionali
(distinta da {qn }nN\{0} ) convergente ad si prova che
lim apn = lim aqn .

(7.2)

Dunque questo limite non dipende dalla scelta della successione di razionali
convergente ad . Pertanto si pone

lim apn ,
se a > 1

a :=
 

, se 0 < a < 1

a
dove {pn }nN `e una qualunque successione di razionali convergente ad .
Si dimostra che per le potenze di base ed esponente reale valgono le stesse
propriet`
a che valgono per le potenze di base reale ed esponente razionale.

Definizione 7.1. Un sottoinsieme non vuoto A R si dice compatto per successioni se da ogni successione {an }nN A si pu`o estrarre una sottosuccessione
convergente in A.
Si dimostra che in R i sottoinsiemi compatti per successioni sono tutti e soli i
sottoinsiemi compatti.
8. Serie numeriche
Sia {an }nN una successione di numeri reali. Per ogni n N si ponga
(8.1)

sn = a0 + a1 + + an ovvero sn =

n
X
k=0

ak .

20

Elisabetta Barletta

Definizione 8.1. Si chiama serie numerica la coppia ({an }nN , {sn }nN ) e si indica
con una delle seguenti notazioni

an ,

n=0

an .

n0

I numeri an si chiamano i termini della serie, mentre i numeri sn si chiamano le


somme parziali o ridotte n-esime della serie.
P
Definizione 8.2. Si dice che la serie n0 an `e convergente se `e convergente la
successione delle somme parziali
P {sn }nN . Il numero reale s = limn sn `e detto
somma della serie e si scrive n0 an = s.
Se la successione {sn }nN non converge allora si dice che la serie diverge; in tal
caso se la successione {sn }nN diverge allora si dice che la somma della serie `e ,
se invece non esiste il limite della successione {sn }nN allora
P si dice che la somma
della serie `e indeterminata. Si osservi che la notazione n0 an denota sia la
serie che la sua somma.
Osservazione 8.1.

a) Sia a R. La serie

an

n=0

detta serie geometrica di ragione a, converge per |a| < 1 (e la sua somma
`e 1/(1 a)), mentre diverge per a 1 e a > 1.
Infatti per tale serie `e
sn = 1 + a + + an =
da cui

lim sn =

1
1a

se |a| < 1

se a 1 ,

1 an+1
,
1a

se a 1 .

non esiste

b) La serie

X
1
n
n=1

detta serie armonica, diverge.


Infatti si pu`
o dimostrare che
s2n 1 +

n
2

e di conseguenza limn sn = +.
Proposizione P
8.1 (criterio di Cauchy). Condizione necessaria e sufficiente af
finche la serie n0 an converga `e che per ogni > 0 esista n N tale che per
ogni m N e per ogni n N, n > n si abbia
|sn+m sn | < .
Dimostrazione. Segue immediatamente dal criterio di Cauchy per le successioni
(cfr. proposizione 7.4) applicato alla successione delle somme parziali {sn }nN .

Da esso segue immediatamente la seguente
P
Proposizione 8.2. Se la serie n0 an converge allora limn an = 0.

II - Successioni e serie di numeri reali

21

Dimostrazione. Sia > 0; applicando il criterio di Cauchy per m = 1, si ha per


ogni n N, n > n ,
|sn+1 sn | = |an+1 | < ,
dunque limn an = 0.

Si osservi che questaP
proposizione (molto utile!) ci dice che se limn an 6= 0
allora di sicuro la serie n0 an diverge.
9. Criteri di convergenza per le serie
P

Una serie n0 an si dice a termini non negativi (rispettivamente non positivi) se


an 0 (rispettivamente an 0); si dice a termini positivi (rispettivamente negativi)
se an > 0 (rispettivamente an < 0).
Per una serie a termini non negativi si ha che sn+1 = sn +an sn , dunque {sn }nN
`e crescente e perci`
o limn sn = supnN {sn }. Pertanto il problema della convergenza per una serie a termini non negativi si riconduce a cercare un maggiorante
per la successione delle somme parziali. Stessa cosa per le serie a termini positivi.
In modo analogo la successione delle somme parziali di una serie a termini non
positivi (o negativi) `e decrescente e perci`o limn sn = inf nN {sn }, dunque in tali
casi si `e ricondotti a cercare un minorante per la successione delle somme parziali.
Si danno ora alcuni criteri per la convergenza delle serie a termini non negativi.
P
P
Proposizione 9.1 (criterio del confronto). Siano n0 an e n0 bn due serie
a termini non negativi. Si supponga che
Pesista n0 N tale che per ogni n N,
n n0 , si abbia an bn . Se la serie n0 bn converge allora converge anche la
P
P
P
serie n0 an ; se la serie n0 an diverge allora diverge anche la serie n0 bn .
Dimostrazione. P
Siano {sn }P
nN e {n }nN le successioni delle somme parziali

rispettivamente di n0 an e n0 bn . Allora, per n n0 , si ha:


n
X

sn = sn0 +

n
X

ak sn0 +

bk = sn0 + n n0 .

k=n0 +1

k=n0 +1

Indicata con la somma della serie

n0 bn ,

essendo = supnN {n }, si ha che

sn sn0 + n0 .
Dunque {sn }nN `e limitata e poiche limn sn = supnN {sn }, la serie
converge.
P
In modo analogo se la serie n0 an diverge, allora per n n0 si ha:
n = n0 +

n
X

n
X

bk n 0 +

n0

an

ak = n0 + sn sn0

k=n0 +1

k=n0 +1

La tesi allora segue dal fatto che limn sn = +.



Esempio 9.1. La serie

X
1
n!

n0

detta serie esponenziale, `e convergente e la sua somma, indicata con la lettera e,


si chiama numero di Nepero , i.e.

X
1
.
e :=
n!
n0

Infatti essa `e una serie a termini positivi; inoltre dal fatto che limn an /n! = 0
per ogni a > 0, segue che per qualsiasi > 0 esiste n N tale che per ogni n N,

22

Elisabetta Barletta

n
n , si abbia P
an /n! < , da cui si ha 1/n! < /an . Per a > 1 la serie geometrica
P>

n
n
/a
=

n0
n0 (1/a) converge e lasserto segue dal criterio del confronto.
Si noti che e > 1.
Osservazione 9.1. Lesempio ora descritto permette di calcolare il

n
1
lim 1 +
.
n
n
Infatti usando lo sviluppo del binomio di Newton

n X
  k
n 
1
1
n
=
1+
k
n
n
k=0

si mostra che la successione {(1 + 1/n)n }nN\{0} `e crescente e pertanto




n
n 
1
1
= sup
1+
lim 1 +
;
n
n
n
nN\{0}
si prova poi che


n 
1
1+
=e.
n
nN\{0}
sup

P
Proposizione 9.2 (criterio della radice n-ma). Sia n0 an una serie a termini non negativi. Se esistono k R con 0 < k < 1 e n0 N tali che per ogni
n N, n n0 , si abbia

n
an k
P
allora la serie n0 an converge.
Per n n0 si ha an k n dove |k| < 1. Poich
P Dimostrazione.
Pe la serie geometrica
n
k
converge,
dal
criterio
del
confronto
converge
anche
n0
n0 an .

Questo criterio vale anche nella seguente versione
P
Proposizione 9.3. Sia n0 an una serie a termini non negativi. Se

< 1 allora la serie converge,

lim n an
n

> 1 allora la serie diverge.


Per le serie a termini positivi si hanno i seguenti due criteri.
P
Proposizione 9.4 (criterio del rapporto). Sia
n0 an una serie a termini
positivi. Se esistono k R, 0 < k < 1, e n0 N tali che per ogni n N, n n0 ,
si abbia
an+1
k
an
allora la serie converge.
Se esiste n0 N tale che per n N, n n0 , si abbia
an+1
1
an
allora la serie diverge.
Dimostrazione. Se an+1 /an k per n n0 , si ha:
an
an+1 kan k 2 an1 k nn0 +1 an0 = n00 k n+1
k
P
n
dove an0 /k n0 `e una costante. Poiche |k| < 1, la serie
n0 k converge e dal
criterio del confronto segue la prima parte della proposizione.
Se per n n0 `e an+1 /an 1 allora an+1 an0 e se fosse limn an = 0 allora per
= an0 > 0, esisterebbe n N tale che, per n > n , sarebbe an+1 = |an+1 | < an0 .
Sia n00 = max{n0 , n }, allora per n > n00 sarebbe an+1 < an0 mentre `e an+1 an0 .
Quindi non pu`
o essere limn an = 0 e dunque la serie diverge.

II - Successioni e serie di numeri reali

23


Anche in questo caso si ha la seguente versione del criterio sopra enunciato:
P
Proposizione 9.5. Sia n0 an `e una serie a termini positivi. Se

< 1 allora la serie converge,


an+1
lim
n an

> 1 allora la serie diverge.


Osservazione 9.2. Se limn
P
della serie n0 an .

an+1
an

= 1 non si pu`o dire niente sul comportamento

Un altro criterio utile `e espresso dalla seguente


Proposizione
9.6.
P
P Sia {an }nN una successione positiva decrescente. Allora le
serie n0 an e n0 2n a2n hanno lo stesso comportamento.
Osservazione 9.3. La serie

X
1
np
n=1

converge se p > 1 e diverge per 0 < p < 1.


Infatti applicando la proposizione 9.6 per an = 1/np si ha che
2n a2n = 2n
e dunque la serie

n=1

1
1
= p1 n
(2n )p
(2 )

2n a2n `e la serie geometrica


n

X
1
2p1
n=1

che converge se p 1 > 0.


P
Una serie a segni alterni `e una serie n0 an dove an = (1)n bn per {bn }nN
successione assegnata a termini non negativi o non positivi.
Un criterio per la convergenza di una serie a segni alterni `e il seguente
P
n
Proposizione 9.7 (criterio di Leibniz). Sia
n0 (1) bn una serie a segni
alterni.
Se la successione {bn }nN `e decrescente e limn bn = 0 allora la serie
P
n
(1)
bn converge.
n0
Esempio 9.2. La serie
X (1)n
n

n1

converge.
Infatti in tal caso bn = 1/n, dunque bn+1 bn e limn bn = 0. Si applica quindi
il criterio di Leibniz.
10. Serie assolutamente convergenti
Una serie si dice assolutamente convergente se converge la serie

n0

|an |.

Proposizione
10.1. Una
P
P serie assolutamente convergente `e convergente. Inoltre
se S = n0 |an | e s = n0 an allora |s| S.
Dimostrazione. P
Siano {sn }nN
P e {Sn }nN rispettivamente la successione delle
somme parziali di n0 an e n0 |an |. Dal criterio di Cauchy, per ogni > 0
esiste n N tale che per ogni m N e per ogni n > n si abbia
|Sn+m Sn | = | |an+1 | + + |an+m | | = |an+1 | + + |an+m | < .

24

Elisabetta Barletta

Daltra parte
|sn+m sn | = |an+1 + + an+m | |an+1 | + |an+m | <
P
per n > n e m N. Dal criterio di Cauchy la serie n0 an converge. Inoltre se
P
P
s = n0 an e S = n0 |an | allora
|s| = | lim sn | = lim |sn |
n

dove |sn | |a0 | + + |an | = Sn e dunque |s| limn Sn = S cio`e


|s| S .

Si noti che possiamo
applicare i criteri di convergenza esposti nel paragrafo preceP
dente alla serie
|a
n0 n | e quindi, dalla proposizione 10.1 appena dimostrata,
questi ci forniranno dei criteri di convergenza per le serie assolutamente convergenti.
Osservazione 10.1. Se una serie converge allora non `e detto che essa converga
assolutamente.
Infatti la P
serie dellesempio 9.2 converge e la serie dei valori assoluti `e la serie
armonica n1 1/n che, come noto, diverge.
11. Riordinamento di una serie
P
P
Definizione 11.1. Una serie n0 n `e un riordinamento della serie n0 an se
esiste una biiezione r : N N tale che n = ar(n) .
P
P
P
Se n0 n `e un riordinamento della serie n0 an allora anche n0 an `e un
P
riordinamento della serie n0 n . Si dimostra il seguente
P
Teorema 11.1. Se la serie n0 an converge assolutamente allora converge ogni
P
suo riordinamento n0 n . Inoltre le somme delle due serie sono uguali.
Osservazione 11.1.
a) Una serie convergente ma non assolutamente convergente ed un suo riordinamento possono avere somme diverse.
Si consideri infatti la serie convergente
X (1)n+1
1 1 1 1 1 1
= 1 + + + +
n
2 3 4 5 6 7
n1

con somme parziali sn e sia s la sua somma. Si ha3


n
n
X
X
1
1
s2n+1 = s3 +
(a2k + a2k+1 ) = s3
< s3
.
2k(2k + 1)
20
k=2

k=2

Poiche s = limn sn allora `e anche limn s2n+1 = s, ma limn s2n+1


s3 1/20 < s3 , da cui s < s3 . Si prenda ora il riordinamento
X
1 1 1 1 1 1
1
1
n = 1 + + + + +
+
3 2 5 7 4 9 11 6
n1

Allora se {n }nN\{0} `e la successione delle somme parziali di questo riordinamento, si ha che


n
X
3n = s3 +
(a4k3 + a4k1 + a2k ) =
k=2
3

a2k + a2k+1 =

(1)2k+1
(1)2k+2
(2k + 1) + 2k
1
+
=
=
.
2k
2k + 1
2k(2k + 1)
2k(2k + 1)

II - Successioni e serie di numeri reali

= s3 +

n
X

25

k=2

X
1
1
1
8k 3
+

) = s3 +
> s3 .
4k 3 4k 1 2k
2k(4k 3)(4k 1)
k=2

Ne segue che se = limn n allora = limn 3n s3 > s.


P
P
P
b) In generale n0 (an + bn ) 6= n0 an +
n0 bn .
P
P
Infatti le serie
divergono4 e la
n0 [1/(2n + 1)] ,
n1 1/2n
somma delle due serie
la cui somma `e indeterminata.
P `e una serie divergente
P
Tuttavia la serie n1 (an + bn ) = n1 1/[2n(2n + 1)] converge (usando
il criterio del confronto, tenuto conto del fatto che 2n(2n + 1) 4n2 > n2 ).
12. Prodotto di Cauchy di due serie
P
P
Siano n0 an e n0 bn due serie. Si chiama serie prodotto secondo Cauchy la
P
serie n0 cn dove
cn = a0 bn + a1 bn1 + an1 b1 + an b0 =

n
X

ak bnk .

k=0
0
00
Si osservi
n sono le somme parziali n-esime rispettivamente delle
P che sePsn , sn e sP
serie n0 an , n0 bn e n0 cn allora

sn =

n
X

cm

n X
m
X
=
(
ak bmk ) =

m=0

m=0 k=0

= a0 s00n + a1 s00n1 + + an1 s001 + an s000 =

n
X

ak s00nk

k=0

ma anche (posto h = m k)
n X
m
n
X
X
sn =
(
bh amh ) = b0 s0n + b1 s0n1 + + bn1 s01 + bn s00 =
bk s0nk .
m=0 h=0

k=0

Teorema 12.1 (di Mertens). Siano n0 an e n0 bn due serie convergenti.


Se almeno una delle due serie converge assolutamente allora la serie prodotto
secP
ondo Cauchy converge e la sua somma `e il prodotto delle somme di
a
n0 n e
P
b
.
n
n0
P
P
Osservazione 12.1. Se le serie n0 an e n0 bn convergono (ma nessuna delle
due converge assolutamente) allora
divergere. P
la serie prodotto pu`o ancheP
Infatti se an = bn = (1)n / n + 1, n 0, allora le serie
n0 an ,
n0 bn
convergono (dal criterio di Leibniz) e
n
X
1
p
.
cn = (1)n
(k + 1)(n + 1 k)
k=0
Ora

da cui

n + 1 + kn k 2
(k + 1)(n + 1 k)
1
1
1
p

=
2
2
n
+
1
n +n+1
(n + 1)
!
n
X
1
p
1.
(k + 1)(n + 1 k)
k=0
=

X
n0

1
=
2n + 1

X 1
= + .
2n
n1

26

Elisabetta Barletta

Se n = 2mPallora c2m 1 e dunque non pu`o mai essere limm c2m = 0.


Se la serie n0 cn convergesse, dovrebbe essere limn cn = 0 e quindi anche
P
limm c2m = 0. Pertanto n0 cn diverge.

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

27

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

In questo capitolo si danno le definizioni di dominio, codominio e di estremi di una funzione


f : R R e il concetto di funzione monot`
ona (funzioni decrescenti e crescenti). Si danno
poi le varie definizioni di limite (infinito e finito per la variabile che tende ad un punto
assegnato e infinito e finito per la variabile che tende allinfinito): si dimostrano i risultati
fondamentali (criterio di Cauchy, operazioni con i limiti, teorema della permanenza del
segno) e si determinano alcuni limiti notevoli. Si studiano poi i limiti laterali e gli asintoti
di una funzione. Nel penultimo paragrafo sono riportati i concetti di infinitesimo e di
infinito e il confronto tra due di essi.

13. Dominio, codominio e grafico di una funzione


Sia f : R R una funzione da R in R. Si chiama dominio della funzione f il
sottoinsieme
D(f ) = {x R : f (x) R}
mentre si chiama codominio della funzione f il sottoinsieme R(f ) di R costituito
dalle immagini di f , cio`e
R(f ) = {y R : y = f (x), per x D(f )} =: f (D(f )) .
Per ogni x D(f ) il numero reale f (x) R(f ) si chiama anche immagine di x
mediante f o valore di f in x.
Si chiama grafico di f il sottoinsieme Gf R2 ,
Gf := {(x, y) R R : y = f (x), per qualche x D(f )} .
Fissato un sistema cartesiano (O; x, y) del piano, si pu`o disegnare il grafico di una
funzione f .
Esempio 13.1. Sono funzioni:
i) lidentit`
a 1R : R R, cio`e la funzione che ad ogni x R associa se stesso,
i.e. 1R (x) = x.
Il suo dominio e il suo codominio sono R; il grafico `e la retta di equazione
y = x, bisettrice del I e del III quadrante del piano cartesiano (O; x, y).
ii) linclusione canonica A : A R di un sottoinsieme non vuoto A R, cio`e
la funzione A (x) = x per ogni x A.
Il suo dominio e il suo codominio sono A. Essa `e unapplicazione biunivoca
rispetto al suo codominio. Il suo grafico `e il pezzo della retta y = x relativo
ai punti x A;
iii) la funzione caratteristica di un sottoinsieme non vuoto A R, cio`e la
funzione A : A R definita da

1 , se x A
A (x) =
.

0 , se x
/ A.
Il suo dominio `e R e il suo codominio `e {0, 1} R. Essa `e una funzione
suriettiva sul suo codominio. Il suo grafico `e il pezzo della retta y = 1
relativo ai punti x A e il pezzo della retta y = 0 (asse delle ascisse)
relativo ai punti x
/A;
iv) la funzione parte intera cio`e la funzione f : R Z definita da f (x) = [x].
Il suo dominio `e R e il suo codominio `e Z ed `e una funzione suriettiva. Il
suo grafico (a gradini) `e costituito dai pezzi di retta y = m, m Z, relativi
ai punti x R per cui [x] = m;

28

Elisabetta Barletta

v) ogni successione {an }nN .


Essa per definizione `e una funzione a : N R. Il suo dominio `e N e il suo
codominio `e a(N) = {an , n N} = {an }nN . Il grafico `e un sottoinsieme
discreto di R2 costituito dalle coppie di punti (n, an );
vi) f (x) = x2 per x R.
Il suo dominio `e R mentre il suo codominio `e il sottoinsieme R+ dei numeri
reali non negativi. Si noti che questa funzione `e suriettiva perche se y R+

allora x1 = y e x2 = + y sono tali che f (x1 ) = f (x2 ) = y. Il suo


grafico `e
la parabola di equazione y = x2 ;
vii) f (x) = x, (dove, affinche questa legge sia una funzione, si intende la
radice positiva).
Questa funzione ha per dominio e per codominio R+ ed `e biunivoca. Si
noti che il suo grafico coincide con il ramo superiore della parabola x = y 2 .
14. Estremi di una funzione
Una funzione f : R R `e limitata inferiormente se il codominio R(f ) `e limitato
inferiormente; si pone allora
inf f := inf R(f )
che si chiama estremo inferiore di f . Analogamente, una funzione `e limitata superiormente se il codominio R(f ) `e limitato superiormente e si pone allora
sup f := sup R(f )
che si chiama estremo superiore di f .
Se A D(f ) allora si dice che f `e limitata inferiormente su A se f (A) `e limitato
inferiormente. In tal caso si pone
inf f := inf f (A)
A

che si chiama estremo inferiore di f su A. Analogamente f `e limitata superiormente


su A se f (A) `e limitato superiormente e si pone
sup f := sup f (A)
A

che si chiama estremo superiore di f su A.


Se R(f ) non `e limitato inferiormente si pone
inf f =
e analogamente se f (A) non `e limitato inferiormente si pone
inf f = .
A

Similmente se R(f ) non `e limitato superiormente si pone


sup f = +
e se f (A) non `e limitato superiormente si pone
sup f = + .
A

Dalla definizione `e ovvio che per ogni x D(f ) `e


inf f f (x) , f (x) sup f
e, analogamente, per ogni x A `e
inf f f (x) , f (x) sup f ;
A

Valgono le seguenti propriet`


a:

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

29

i) Se B D(f ) o rispettivamente B A allora


inf f inf f,

inf f inf f ,

sup f inf f,

sup f sup f ;

ii) se g `e una funzione che ha lo stesso dominio di f e f (x) g(x) per ogni
x D(f ) allora
inf f inf g , sup f sup g ,
oppure se per ogni x A D(f ) D(g) `e f (x) g(x) allora
inf f inf g , sup f sup g ;
A

iii) se g `e una funzione che ha lo stesso dominio di f allora


inf(f + g) inf f + inf g , sup(f + g) sup f + sup g
oppure se A D(f ) D(g) allora
inf (f + g) inf f + inf g , sup(f + g) sup f + sup g ;
A

iv) se f, g 0 allora
inf(f g) (inf f )(inf g) , sup(f g) (sup f )(sup g)
e per A D(f ) D(g) `e
inf (f g) (inf f )(inf g) , sup(f g) (sup f )(sup g) .
A

` ovvio inoltre che inf f sup f , inf A f supA f , e luguaglianza vale se f `e


E
costante ovvero, per la seconda, se f `e costante su A.
Se R(f ) ha minimo, i.e. inf f R(f ), allora si dice che f ha minimo assoluto e si
pone
min f := min R(f ) .
In questo caso esiste x0 D(f ) tale che
f (x0 ) = min f
e il punto x0 si dice punto di minimo assoluto di f . Analogamente, se f (A)) ha
minimo, i.e. inf A f f (A), allora si dice che f ha minimo su A e si pone
min f := min f (A) .
A

In questo caso esiste x0 A tale che


f (x0 ) = min f
A

e il punto x0 si dice punto di minimo di f su A.


In modo simile, se R(f ) ha massimo, i.e. sup f R(f ) allora si dice che f ha
massimo assoluto e si pone
max f := max R(f )
In questo caso esiste x0 D(f ) tale che
f (x0 ) = max f ;
il punto x0 si dice punto di massimo assoluto di f
In modo simile, se f (A)) ha massimo, i.e. supA f f (A) allora si dice che f ha
massimo su A e si pone
max f := max f (A) .
A

In questo caso esiste x0 A tale che


f (x0 ) = max f ;
A

il punto x0 si dice punto di massimo di f su A.

30

Elisabetta Barletta

` ne
15. Funzioni monoto
Definizione 15.1. Una funzione f : R R si dice decrescente (rispettivamente
strettamente decrescente) se per ogni x1 , x2 D(f ) con x1 < x2 si ha f (x1 ) f (x2 )
(rispettivamente f (x1 ) > f (x2 )).
Si dice che f `e crescente(rispettivamente strettamente crescente se per ogni x1 , x2
D(f ) con x1 < x2 si ha f (x1 ) f (x2 ) (rispettivamente f (x1 ) < f (x2 )).
Le funzioni decrescenti, strettamente decrescenti, crescenti e strettamente crescenti
si chiamano funzioni monot`
one.
Esempio 15.1. i) Le funzioni lineari affini sono funzioni monot`one.
Infatti una tale funzione `e della forma f (x) = ax + b, con a, b R. Se a > 0 allora
f `e strettamente crescente, se a < 0 allora f `e strettamente decrescente. Se a = 0
allora la funzione `e costante e perci`o `e sia crescente che decrescente.
ii) f (x) = x3 `e una funzione strettamente crescente.
iii) f (x) = ax e la sua inversa g(x) = loga x sono funzioni strettamente decrescenti per 0 < a < 1 e sono strettamente crescenti per a > 1.
Si osservi che una funzione strettamente monot`
ona `e invertibile. Infatti se non lo
fosse, f non sarebbe iniettiva (una funzione `e sempre suriettiva sulla sua immagine).
Dunque esisterebbero due punti distinti di D(f ), x1 6= x2 , tali che f (x1 ) = f (x2 );
senza perdere di generalit`
a si potrebbe assumere x1 < x2 . Se ad esempio f fosse
strettamente decrescente allora sarebbe f (x1 ) > f (x2 ) che contraddirebbe il fatto
f (x1 ) = f (x2 ). In modo analogo si otterrebbe una contraddizione se f fosse strettamente crescente. Ne segue allora che f `e invertibile.
Viceversa `e falso che una funzione invertibile sia strettamente monot`
ona. Infatti
Esempio 15.2. Sia
f (x) =

x + 1

per x [0, 1]
per x (1, 2]

Questa funzione `e invertibile (la sua inversa `e se stessa), ma (come si osserva anche
se si disegna il suo grafico) non `e monot`ona.
Tuttavia se una funzione `e invertibile e monot`
ona allora essa `e strettamente
monot`
ona.
Infatti se la funzione invertibile f `e ad esempio decrescente, da x1 < x2 segue che
f (x1 ) f (x2 ). Se fosse f (x1 ) = f (x2 ), dalliniettivit`a di f , si dovrebbe avere
x1 = x2 che non accade. Dunque `e f (x1 ) > f (x2 ). La medesima conclusione si
ottiene se si assumme f crescente.
Proposizione 15.1. Una funzione f : R R `e decrescente se e solo se per ogni
x1 , x2 D(f ), x1 6= x2 , `e
f (x1 ) f (x2 )
0.
x1 x2
Dimostrazione. Senza perdere di generalit`a si pu`o assumere che sia x1 < x2 . Se
f `e decrescente allora f (x1 ) f (x2 ) da cui segue che
(15.1)

f (x1 ) f (x2 )
0.
x1 x2
Viceversa se vale la (15.1) allora pu`o essere:

f (x1 ) f (x2 ) 0
f (x1 ) f (x2 ) 0
oppure

x1 x2 < 0
x1 x2 > 0

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

31

cio`e
f (x1 ) f (x2 )

per x1 < x2

f (x1 ) f (x2 )

per x1 > x2 .

oppure
In ogni caso questo significa che f `e decrescente.

Risultato analogo a questo si ottiene rispettivamente anche per le funzioni strettamente decrescenti, per le funzioni crescenti e per quelle strettamente crescenti
dove, nella (15.1), si ponga rispettivamente < , e >.
16. Limite di una funzione
16.1. Limite del tipo limxx0 f (x).
Definizione 16.1. Sia f : R R illimitata e sia x0 D(f )0 un punto di accumulazione del dominio. Si dice che il limite di f (x) per x tendente a x0 `e e si
scrive
(16.1)

lim f (x) =

xx0

se per ogni M > 0 esiste un intorno I(x0 , M ), con M dipendente da M , tale che,
per ogni x (D(f ) I(x0 , M )) \ {x0 }, si abbia |f (x)| > M .
Questo equivale ad avere che per ogni M > 0 esista M > 0 tale che, per ogni
x D(f ), con 0 < |x x0 | < M , sia |f (x)| > M .
In modo analogo
Definizione 16.2. Se f `e illimitata inferiormente e x0 D(f )0 `e un punto di
accumulazione del dominio, allora si dice che il limite di f (x) per x tendente a x0
`e e si scrive
(16.2)

lim f (x) =

xx0

se per ogni M > 0 esiste un intorno I(x0 , M ) tale che, per ogni x (D(f )
I(x0 , M )) \ {x0 }, si abbia f (x) < M .
Se f `e illimitata superiormente e x0 D(f )0 `e un punto di accumulazione del
dominio, allora si dice che il limite di f (x) per x tendente a x0 `e + e si scrive
(16.3)

lim f (x) = +

xx0

se per ogni M > 0 esiste un intorno I(x0 , M ) tale che, per ogni x (D(f )
I(x0 , M )) \ {x0 }, si abbia f (x) > M .
Questo equivale ad avere che per ogni M > 0 esiste M > 0 tale che, per ogni
x D(f ), con 0 < |x x0 | < M , sia nel primo caso f (x) < M , mentre nel
secondo sia f (x) > M .
Esempio 16.1. Sia f (x) = 1/x per x (, 0). Allora
1
= .
x0 x
Infatti per M > 0 `e 1/x < M per x = |x| < 1/M , perci`o M = 1/M .
lim

In modo analogo per f (x) = 1/x per x (0, +), si ha


lim

x0

1
= + .
x

32

Elisabetta Barletta

Definizione 16.3. Sia f : R R limitata e sia x0 D(f )0 un punto di accumulazione del dominio. Si dice che il limite di f (x) per x tendente a x0 `e ` R e si
scrive
(16.4)

lim f (x) = `

xx0

se per ogni intorno I(`, ) esiste un intorno I(x0 , ), con dipendente da , tale
che, per ogni x (D(f ) I(x0 , )) \ {x0 }, si abbia f (x) I(`, ).
Questo equivale ad avere che per ogni > 0 esiste > 0 tale che, per ogni
x D(f ), con 0 < |x x0 | < , sia |f (x) `| < .
Ad esempio se f (x) =x2 allora limx1 x2 = 1: infatti per ogni > 0 da |x2 1| <
basta prendere = 1 + 1.
Se vale la (16.1) o una delle (16.2), (16.3) allora si dice che il limite della f , per
x tendente a x0 , esiste infinito, mentre se vale la (16.4) si dice che il limite esiste
finito.
Si vedr`
a adesso il collegamento tra il limite di una funzione e le successioni o meglio
come si esprime il concetto di limite per una funzione mediante le successioni.
Teorema 16.1. Sia f : R R una funzione e sia x0 D(f )0 . Allora
i) limxx0 f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f ) \ {x0 }
convergente a x0 si ha che limn f (an ) = ;
ii) limxx0 f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f )\{x0 }
convergente a x0 si ha che limn f (an ) = ;
iii) limxx0 f (x) = ` se e solo se per ogni successione {an }nN D(f ) \ {x0 }
convergente a x0 si ha limn f (an ) = `.
Dimostrazione. Si supponga che limxx0 f (x) = ; allora per ogni M > 0
esiste M > 0 tale che per ogni x D(f ), con 0 < |x x0 | < M , si abbia
|f (x)| > M . Poiche limn an = x0 , in corrispondenza a M esiste nM N tale
che per n > nM sia 0 < |an x0 | < M e dunque |f (an )| > M per n > nM . Questo
implica limn f (an ) = .
Viceversa, si assuma che limn f (an ) = per ogni successione {an }nN D(f )\
{x0 } convergente a x0 e per assurdo si supponga che il limite limxx0 f (x) non
f > 0 tale che per ogni > 0 esista un a D(f ), con
sia . Allora esiste M
f. In particolare questo accade per = 1/n,
0 < |a x0 | < , per cui |f (a )| M
per ogni n N \ {0}, e dunque si ottiene una successione {e
an }nN\{0} D(f ) con
`
0 < |e
an x0 | < 1/n. E ovvio che questa successione converge a x0 ma tuttavia
f, per ogni n N \ {0}, e questo nega che sia limn f (e
|f (e
an )| M
an ) = .
Pertanto deve essere limxx0 f (x) = .
In modo analogo si prova la ii).
Per la iii) se limxx0 f (x) = ` si ha che per ogni > 0 esiste > 0 tale che, per ogni
x D(f ), con 0 < |x x0 | < , si abbia |f (x) `| < . Sia {an }nN D(f ) \ {x0 }
una successione convergente a x0 . In corrispondenza a esiste n N tale che,
per n > n , sia 0 < |an x0 | < e quindi per n > n sia |f (an ) `| < da cui
segue limn f (an ) = `.
Viceversa se vale limn f (an ) = ` per ogni successione {an }nN D(f ) \ {x0 }
convergente a x0 e per assurdo si assume che non sia limxx0 f (x) = `, allora esisterebbe e > 0 tale che, per ogni > 0, esisterebbe un a D(f ), con 0 < |a
x0 | < , per cui |f (a ) `| e. In particolare questo varrebbe per = 1/n. Procedendo come nella dimostrazione fatta sopra, si avrebbe una successione {e
an }nN\{0}
tale che |f (e
an ) `| e che nega il fatto che debba essere limn f (e
an ) = ` . Pertanto `e limxx0 f (x) = `.

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

33


Il teorema appena enunciato `e utile soprattutto per dimostrare la non esistenza
di un limite come si osserva dal seguente
Esempio 16.2.

limx0 cos 1/x e

limx0 sin 1/x

non esistono.

Infatti posto f (x) = cos (1/x), basta considerare le successioni convergenti a 0


{an }nN\{0} e {bn }nN , con an = 1/(2n) , bn = 1/[(2n + 1)] per avere
lim f (an ) = lim cos 2n = 1 ,

lim f (bn ) = lim cos (2n + 1) = 1 .

Dal teorema 16.1 precedente dunque non pu`o esistere il limx0 cos 1/x.
In modo analogo posto f (x) = sin (1/x), se si considerano le successioni {an }nN e
{bn }nN , con an = 2/[(4n + 1)] , bn = 2/[(4n 1)] si ha




4n + 1
4n 1
lim f (an ) = lim sin
= 1 , lim f (bn ) = lim sin
= 1.
n
n
n
n
2
2

Proposizione 16.1 (criterio di Cauchy). Condizione necessaria e sufficiente


affinche esista finito
lim f (x)

xx0

`e che per ogni > 0 esista > 0 tale che, per ogni x1 , x2 (D(f )I(x0 , ))\{x0 },
si abbia
|f (x1 ) f (x2 )| < .

(16.5)

Dimostrazione. La condizione `e necessaria: infatti se limxx0 f (x) = `, ` R,


allora per ogni > 0 esiste > 0 tale che, per ogni x1 , x2 (D(f )I(x0 , ))\{x0 },
si abbia |f (x1 ) `| < /2 e |f (x2 ) `| < /2. Dunque
|f (x1 ) f (x2 )| |f (x1 ) `| + |f (x2 ) `| < .
La condizione `e sufficiente: infatti supponiamo che valga la condizione di Cauchy
(16.5) ma che non esista finito il limite di f (x) per x tendente a x0 . Dal teorema
16.1 esiste una successione {an }nN D(f ) convergente a x0 tale che limn f (an )
non esista finito. Questo significa che la successione {f (an )}nN non `e di Cauchy
e dunque esiste e > 0 tale che, per ogni n N \ {0}, esistono m, p N \ {0}, con
m, p > n, tali che |f (am ) f (ap )| e. Questo nega la condizione di Cauchy (16.5).

Esercizio 16.1. Usando la definizione provare che:
i) limx0 sin x = 0 , limx0 cos x = 1
lim sin x = sin x0 ,

xx0

e da essi ricavare che

lim cos x = cos x0 ;

xx0

ii) limx0 ax = 1 , per a > 0 , a 6= 1, e ricavare che


lim ax = ax0 , a > 0, a 6= 1 ;

xx0

iii) limx1 loga x = 0 , per a > 0 , a 6= 1, e ricavare che


lim loga x0 , a > 0, a 6= 1 ;

xx0

iv) limx1 xa = 1 , per ogni a R, e ricavare che


lim xa = xa0 , a R .

xx0

34

Elisabetta Barletta

16.2. Limiti del tipo limx f (x), limx f (x).


Definizione 16.4. Sia f : R R una funzione per cui D(f ) = R.
i) Se R(f ) = R si dice che il limite di f (x) per x tendente a `e e si scrive
lim f (x) =

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ognix D(f ), con |x| > xM ,
si abbia |f (x)| > M .
ii) Se il codominio non `e limitato inferiormente si dice che il limite di f (x) per
x tendente a `e e si scrive
lim f (x) =

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ) con |x| > xM ,
si abbia f (x) < M .
iii) Se il codominio non `e limitato superiormente si dice che il limite di f (x)
per x tendente a `e + e si scrive
lim f (x) = +

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che per ogni x D(f ), con |x| > xM ,
si abbia f (x) > M .
iv) Se il codominio `e limitato si dice che il limite di f (x) per x tendente a
`e ` e si scrive
lim f (x) = `
x

se per ogni > 0 esiste x > 0 tale che, per ogni x D(f ) con |x| > x , si
abbia |f (x) `| < .
In modo analogo
Definizione 16.5. Sia f : R R una funzione il cui dominio D(f ) sia illimitato
inferiormente.
i) Se R(f ) = R si dice che il limite di f (x) per x tendente a `e e si
scrive
lim f (x) =
x

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x < xM ,
si abbia |f (x)| > M .
ii) Se il codominio non `e limitato inferiormente si dice che il limite di f (x) per
x tendente a `e e si scrive
lim f (x) =

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x < xM ,
si abbia f (x) < M .
iii) Se il codominio non `e limitato superiormente si dice che il limite di f (x)
per x tendente a `e + e si scrive
lim f (x) = +

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x < xM ,
si abbia f (x) > M .
iv) Se il codominio `e limitato si dice che il limite di f (x) per x tendente a
`e ` e si scrive
lim f (x) = `
x

se per ogni > 0 esiste x > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x < x ,
si abbia |f (x) `| < .

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

35

In modo del tutto simile


Definizione 16.6. Sia f : R R una funzione il cui dominio D(f ) sia illimitato
superiormente.
i) Se R(f ) = R si dice che il limite di f (x) per x tendente a + `e e si
scrive
lim f (x) =
x+

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x > xM ,
si abbia |f (x)| > M .
ii) Se il codominio non `e limitato inferiormente si dice che il limite di f (x) per
x tendente a + `e e si scrive
lim f (x) =

x+

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x > xM ,
si abbia f (x) < M .
iii) Se il codominio non `e limitato superiormente si dice che il limite di f (x)
per x tendente a + `e + e si scrive
lim f (x) = +

x+

se per ogni M > 0 esiste xM > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x > xM ,
si abbia f (x) > M .
iv) Se il codominio `e limitato si dice che il limite di f (x) per x tendente a +
`e ` e si scrive
lim f (x) = `
x+

se per ogni > 0 esiste x > 0 tale che, per ogni x D(f ), con x > x , si
abbia |f (x) `| < .
Per i limiti limx f (x) e limx f (x) valgono gli analoghi del teorema 16.1,
Cap. III, e cio`e
Teorema 16.2. Sia f : R R una funzione du una variabile reale. Allora
I. limx f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f ) divergente a si ha che limn f (an ) = .
II. limx f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f )
divergente a si ha che limn f (an ) = .
III. limx f (x) = ` se e solo se per ogni successione {an }nN D(f ) divergente a si ha che limn f (an ) = `.
Teorema 16.3. Sia f : R R una funzione. Allora
I. limx f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f )
divergente a si ha che limn f (an ) = .
II. limx f (x) = se e solo se per ogni successione {an }nN D(f )
divergente a si ha che limn f (an ) = .
III. limx f (x) = ` se e solo se per ogni successione {an }nN D(f ) divergente a si ha che limn f (an ) = `.
Inoltre si hanno, similmente alla proposizione 16.1, Cap. III, i criteri di Cauchy
Proposizione 16.2. Condizione necessaria e sufficiente affinche esista finito
lim f (x)

`e che per ogni > 0 esista x > 0 tale che, per ogni x1 , x2 D(f ), con |x1 | > x ,
|x2 | > x , si abbia
|f (x1 ) f (x2 )| < .

36

Elisabetta Barletta

Proposizione 16.3. Condizione necessaria e sufficiente affinche esista finito


lim f (x)

`e che per ogni > 0 esista x > 0 tale che, per ogni x1 , x2 D(f ), con x1 , x2 < x ,
si abbia
|f (x1 ) f (x2 )| < .
Proposizione 16.4. Condizione necessaria e sufficiente affinche esista finito
lim f (x)

x+

`e che per ogni > 0 esista x > 0 tale che, per ogni x1 , x2 D(f ), con x1 , x2 > x ,
si abbia
|f (x1 ) f (x2 )| < .
Esercizio 16.2. Usando la definizione provare che

lim ax =

lim ax =

, se 0 < a < 1

, se a > 1 ,

, se 0 < a < 1

x+


lim loga x =
x+

+
lim x =
x+

, se a > 1 .
, se 0 < a < 1
, se a > 1 .
, se > 0
.
, se < 0.

Esercizio 16.3. Usando il teorema 16.3, provare che



(16.6)

lim

x+

1
1+
x

x

x

1
= lim
=e;
1+
x
x

lim x1/x = 1 .

(16.7)

x+

16.3. Operazioni con i limiti. Rispetto alle operazioni di prodotto per scalari,
somma, prodotto e quoziente di funzioni, loperazione di limite si comporta nel
modo seguente:
Proposizione 16.5. Siano R, f : R R e g : R R due funzioni con
D(f ) = D(g) = D; sia x0 D0 .
Se limxx0 f (x) e limxx0 g(x) esistono finiti allora
lim (f )(x) = lim f (x) ;

xx0

xx0

lim (f + g)(x) = lim f (x) + lim g(x) ;

xx0

xx0

xx0

lim (f g)(x) = ( lim f (x))( lim g(x)) .

xx0

xx0

xx0

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

37

Se g(x) 6= 0 e limxx0 f (x), limxx0 g(x) esistono finiti e non nulli allora
 
f
limxx0 f (x)
lim
(x) =
.
xx0
g
limxx0 g(x)
Analoghe proposizioni valgono anche per i limiti limx f (x) e limx f (x). Per
la loro dimostrazione basta usare le definizioni.
Se uno almeno dei due limiti limxx0 f (x), limxx0 g(x) `e nullo oppure esiste infinito (ugualmente anche nei casi limx f (x) e limx f (x)) allora valgono per
le funzioni risultati simili a quelli visti per i limiti di successioni nelle proposizioni
3.5 e 4.1.
Quindi anche per i limiti di funzioni si hanno le forme indeterminate ,
0 , / e 0/0.
16.4. Alcune propriet`
a dei limiti.
Teorema 16.4 (della permanenza del segno). Se limxx0 f (x) < 0 oppure se
limxx0 f (x) = allora esiste un intorno I(x0 , r) tale che, per ogni x (D(f )
I(x0 , r)) \ {x0 }, sia f (x) < 0.
Se limxx0 f (x) > 0 oppure se limxx0 f (x) = + allora esiste un intorno I(x0 , r)
tale che, per ogni x (D(f ) I(x0 , r)) \ {x0 }, sia f (x) > 0.
Dimastrazione. Sia limxx0 f (x) = ` R, ` < 0; dalla definizione di limite,
per = |`|, esiste > 0 tale che, per ogni x (D(f ) I(x0 , )) \ {x0 }, si abbia
f (x) I(`, |`|) e perci`
o ` |`| < f (x) < ` + |`| = ` ` = 0. In modo analogo si
procede se ` > 0.
Se limxx0 f (x) = allora f (x) < M per ogni M > 0 e x (D(f )I(x0 , M ))\
{x0 }, per un certo M > 0, ed `e ovvio che f (x) < 0. Similmente si procede se
limxx0 f (x) = +.

In modo analogo si dimostra che :
Se limx f (x) < 0 oppure se limx f (x) = allora esiste r > 0 tale
che, per ogni x D(f ), con |x| > r, sia f (x) < 0.
Se limx f (x) > 0 oppure se limx f (x) = + allora esiste r > 0 tale
che, per ogni x D(f ), con |x| > r, sia f (x) > 0.
Se limx f (x) < 0 oppure se limx f (x) = allora esiste r > 0
tale che, per ogni x D(f ), con x < r, sia f (x) < 0.
Se limx f (x) > 0 oppure se limx f (x) = + allora esiste r > 0
tale che, per ogni x D(f ), con x < r, sia f (x) > 0.
Se limx+ f (x) < 0 oppure se limx+ f (x) = allora esiste r > 0
tale che, per ogni x D(f ), con x > r, sia f (x) < 0.
Se limx+ f (x) > 0 oppure se limx+ f (x) = + allora esiste r > 0
tale che, per ogni x D(f ), con x > r, sia f (x) > 0.
Proposizione 16.6. Siano f : R R, g : R R con R(f ) = D(g) e sia
limxx0 f (x) = y0 D(g)0 . Allora
lim (g f )(x) = lim g(y) .

xx0

yy0

Dimostrazione. I Caso: Sia y0 R, allora per ogni > 0 esiste > 0 tale
che, per ogni x D(f ), con 0 < |x x0 | < , si abbia |f (x) y0 | < . Si
supponga che limyy0 g(x) = ` R; per ogni > 0 esiste > 0 tale che, per
ogni y D(g), con 0 < |y y0 | < , si abbia |g(y) `| < . In corrispondenza a
esiste allora = > 0 tale che, per ogni x D(f ), con 0 < |x x0 | < ,
si abbia |f (x) y0 | < , e poiche f (x) D(g), se f (x) 6= y0 , questa implica

38

Elisabetta Barletta

|(gf )(x)`| = |g(f (x))`| < per ogni x D(f ) = D(gf ), con 0 < |xx0 | < ,
i.e. limxx0 (g f )(x) = `.
Se invece limyy0 g(x) = allora per ogni M > 0 esiste M > 0 tale che, per ogni
y D(g), con 0 < |y y0 | < M , si abbia |g(y)| > M . Ripetendo il ragionamento
fatto sopra, in corrispondenza a M si ha che esiste M > 0 tale che, per ogni x
D(f ), con 0 < |x x0 | < M , si abbia |(g f )(x)| > M , i.e. limxx0 (g f )(x) = .
II Caso: Se limxx0 f (x) = allora R(f ) = R = D(g). Inoltre per ogni M > 0
esiste M > 0 tale che, per ogni x D(f ), con 0 < |xx0 | < M , sia |f (x)| > M . Se
limy g(x) = ` allora per ogni > 0 esiste y > 0 tale che, per ogni y D(g), con
|y| > y , si abbia |g(y) `| < . In corrispondenza a y esiste dunque y = > 0
tale che, per ogni x D(f ) = D(g f ), con 0 < |x x0 | < , sia |f (x)| > y da
cui segue |(g f )(x) `| = |g(f (x)) `| < , i.e. limxx0 (g f )(x) = `.
In modo analogo si procede se limy g(x) = .

16.5. Alcuni limiti notevoli.
Proposizione 16.7.
(16.8)

lim

x0

sin x
=1.
x

Dimostrazione. Poiche x `e in un intorno di x0 = 0, si pu`o assumere, senza


perdere di generalit`
a, che sia |x| < /2. In un sistema di riferimento cartesiano
{O, x, y}, sia r la semiretta uscente da O che forma con lasse delle ascisse langolo
x: essa incontra la circonferenza di centro O e raggio 1 in un punto A. Sia B il
punto dellasse delle ascisse dove la circonferenza incontra tale asse. Allora larea
del triangolo OBA `e | sin x|/2 ed `e minore dellarea del settore circolare OBA che
`e |x|/2, cio`e | sin x| |x|. Larea del triangolo OBC, per C punto dintersezione
della semiretta r con la retta tangente in B alla circonferenza unitaria, `e | tan x|/2
ed `e maggiore dellarea del settore circolare OBA; dunque si ha:
| sin x| |x| | tan x|
da cui
1
1
1

.
| tan x|
|x|
| sin x|
Moltiplicando per | sin x| si ha


sin x

1.
| cos x|
x
Se 0 < |x| < /2 allora cos x > 0 e (sin x/x) > 0, dunque
cos x 1

sin x
10
x

ed essendo 1 cos x = 2 sin2 (x/2) = 2| sin (x/2)|2 2|x/2|2 , si ottiene


|x|2
sin x
|x|2

10
.
2
x
2

Se per > 0 si prende = 2 allora per |x| < si ha




sin x



x 1 < .


Come conseguenza di questa proposizione si ottiene che
lim

x0

1
1 cos x
= .
x2
2

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

39

Infatti 1 cos x = 2 sin2 (x/2) da cui




1 sin2 (x/2)
1
1
1 cos x
sin2 y
=
lim
= lim
=
lim
2
2
x0 2
x0
x
(x/2)
2 y0 y 2
2
(dove si `e posto y = x/2).
Si dimostrano inoltre le seguenti proposizioni.
Proposizione 16.8. Siano f : R R+ \ {0}, x0 D(f )0 e a > 0, a 6= 1.
Se limxx0 f (x) esiste finito e positivo allora


lim loga f (x) = loga lim f (x) .
xx0

xx0

Se limxx0 f (x) = + allora


lim loga f (x) =

xx0

se 0 < a < 1

se a > 1 .

Proposizione 16.9. Siano f : R R+ \ {0}, D(f ) R e a > 0, a 6= 1.


Se limx f (x) esiste finito e positivo allora


lim loga f (x) = loga lim f (x) .
x

Se limx f (x) = + allora


lim loga f (x) =

se 0 < a < 1

se a > 1 .

I risultati delle proposizioni 16.8 e 16.9 si esprimono informalmente dicendo che il


limite del logaritmo `e il logaritmo del limite.
Proposizione 16.10. Siano f : R R, x0 D(f )0 e a > 0, a 6= 1.
Se limxx0 f (x) esiste finito allora
lim af (x) = alimxx0 f (x) .

xx0

Se limxx0 f (x) = allora

+ se 0 < a < 1
lim af (x) =
xx0

0
se a > 1 .
Se limxx0 f (x) = + allora

lim af (x) =
xx0

se 0 < a < 1

se a > 1 .

Proposizione 16.11. Siano f : R R, D(f ) R e a > 0, a 6= 1.


Se limx f (x) esiste finito allora
lim af (x) = alimx f (x) .

Se limx f (x) = allora

+ se 0 < a < 1
lim af (x) =
x

0
se a > 1 .

40

Elisabetta Barletta

Se limx f (x) = + allora

lim af (x) =
x

se 0 < a < 1

se a > 1 .

16.6. Limiti laterali. Siano f : R R e A D(f ); indichiamo con fA : A R


la restrizione di f ad A, i.e. fA (x) = f (x) se x A. Se x0 A0 allora x0 D(f )0 e
si verifica facilmente che se limxx0 f (x) = ` allora `e anche limxx0 fA (x) = `. Il
viceversa `e falso. Ad esempio per la funzione

1 , per x < 0
f (x) =
1 , per x > 0 ,
si consideri A = (, 0) R \ {0} = D(f ). Si ha che fA (x) = 1 e quindi
limx0 fA (x) = 1, mentre limx0 f (x) non esiste perche considerate le successioni
{1/n}nN\{0} e {1/n}nN\{0} , si avrebbe f (1/n) = 1 e f (1/n) = 1. Dunque
la successione {f (1/n)}nN\{0} sarebbe convergente a 1, mentre la successione
{f (1/n)}nN sarebbe convergente a 1.
Sia x0 D(f )0 ; si ponga
D(f )x := D(f ) (, x0 ]
0

D(f )x+ := D(f ) [x0 , +)


0

Definizione 16.7. Si chiama limite laterale sinistro di f (x) per x tendente a x0 e


si scrive
lim f (x)
xx0

il limite
lim fD(f )

xx0

x0

(x) .

Si chiama limite laterale destro di f (x) per x tendente a x0 e si scrive


lim f (x)

xx+
0

il limite
lim fD(f )

xx0

+
x0

(x) .

Proposizione 16.12. Sia x0 D(f )0 . Allora limxx0 f (x) = ` se e solo se


limxx f (x) = limxx+ f (x) = `.
0

Dimostrazione. La parte necessaria della proposizione `e vera per quanto osservato allinizio di questo Paragrafo.
Per la parte sufficiente se limxx f (x) = ` allora per ogni > 0 esiste 0 > 0 tale
0
che, per ogni x D(f )x , con 0 < |x x0 | < 0 , si abbia |fD(f ) (x) `| < , cio`e
x0

per x0 0 < x < x0 , si ha |f (x) `| < .


In modo simile se limxx+ f (x) = `, per lo stesso > 0 esiste 00 > 0 tale che, per
0
ogni x D(f )x+ , con 0 < |x x0 | < 00 , si abbia |fD(f ) + (x) `| < , cio`e per
0

x0

x0 < x < x0 + 00 , si ha |f (x) `| < . Si prenda allora = min{0 , 00 }: per ogni


x D(f ), con 0 < |x x0 | < , si ha |f (x) `| < e cio`e limxx0 f (x) = `.

Esercizio 16.4.

i) Usando la definizione, provare che

+ se 0 < a < 1
lim+ loga x =

x0

se a > 1 .

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

41

ii) Usando la proposizione 16.12 precedente e lesercizio 16.3 provare che


lim (1 + x)1/x = e .

x0

Osservazione 16.1.
a) Una semplice applicazione della proposizione 16.8 e
dellesercizio 16.4 danno
loga (1 + x)
= loga e , a > 0 , a 6= 1 .
(16.9)
lim
x0
x
b) Dalla (16.9) segue che
ax 1
(16.10)
lim
= log a , a > 0 , a 6= 1 .
x0
x
Infatti per la a)
loga (1 + x)
= lim loga (1 + x)1/x = loga ( lim (1 + x)1/x ) = loga e .
x0
x0
x
Per la b) si consideri la funzione
y
g(y) =
loga (y + 1)
definita per y > 1. Allora
1
1
= log a .
lim g(y) = lim
=
y0
y0 loga (1 + y)1/y
loga e

lim

x0

Per f (x) = ax 1 si ottiene


(g f )(x) = g(f (x)) =

f (x)
ax 1
=
,
loga (f (x) + 1)
x

dunque dalla proposizione 16.6


ax 1
lim
= lim (g f )(x) = lim g(y) = log a .
x0
x0
y0
x
Per le funzioni monot`
one il calcolo dei limiti `e ricondotto a determinare degli estremi
e precisamente si dimostra
Proposizione 16.13. Sia f : R R una funzione decrescente o strettamente
decrescente e sia x0 D(f )0x . Allora
0

lim f (x) =

xx
0

lim f (x) =

xx+
0

inf
xD(f )x

f.

sup
xD(f )x+
0

Analogamente se la funzione `e crescente o strettamente crescente allora


lim f (x) =

xx
0

lim f (x) =

xx+
0

sup

xD(f )x
0

inf

f.

xD(f )x+
0

42

Elisabetta Barletta

17. Infinitesimi ed infiniti


17.1. Infinitesimi.
Definizione 17.1. Una funzione f : D(f ) R si dice infinitesima o un infinitesimo per x tendente a x0 D(f )0 se
lim f (x) = 0 .

xx0

Siano f, g due infinitesimi per x tendente a x0 D(f )0 D(g)0 . Se

lim

xx0

f (x)
=
g(x)

` 6= 0

f, g sono infinitesimi dello stesso ordine

f `e un infinitesimo di ordine superiore a g

f `e un infinitesimo di ordine inferiore a g

non esiste

f e g non sono confrontabili .

Due infinitesimi dello stesso ordine si dicono confrontabili. In tal caso di scrive5 f =
O(g) o anche g = O(f ). Se invece f `e un infinitesimo di ordine superiore a g (ovvero
g `e un infinitesimo di ordine inferiore a f ) si scrive6 f = o(g); equivalentemente
se g `e un infinitesimo di ordine superiore a f (ovvero f `e un infinitesimo di ordine
inferiore a g) si scrive g = o(f ).
Tra tutti gli infinitesimi per x tendente a x0 c`e linfinitesimo fondamentale
x0 (x) = x x0 ;
si dice allora che un infinitesimo f (x) per x tendente a x0 `e di ordine se `e
confrontabile con x0 (x) , ovvero se
lim

xx0

f (x)
= ` 6= 0, .
(x x0 )

Definizione 17.2. Una funzione f : D(f ) R si dice infinitesima o un infinitesimo per x tendente a oppure per x tendente a + se
lim f (x) = 0 oppure

lim f (x) = 0.

x+

Anche in questo caso si definiscono gli ordini di due infinitesimi e valgono le stesse
considerazioni e scritture fatte sopra per gli infinitesimi per x tendente a x0 .
Tuttavia in questo caso tra tutti gli infinitesimi c`e linfinitesimo fondamentale
1
(x) =
,
x
pertanto per decidere lordine di un infinitesimo per x tendente a , il confronto
va fatto con le potenze di ordine > 0 di tale funzione test. Si parla anche di

infinitesimi per x tendente a x+


0 e per x tendente a x0 .
Esempio 17.1.
i) f (x) = sin x `e un infinitesimo del primo ordine per x
tendente a 0 (cfr. proposizione 16.7).
Di conseguenza
ii) f (x) = 1 cos x `e un infinitesimo del secondo ordine per x tendente a 0.
5Si legge f`
e un o grande di g.
6Si legge f `
e un o piccolo di g.

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

43

iii) f (x) = tan x `e un infinitesimo del primo ordine per x tendente a 0.


Infatti

 

tan x
sin x 1
sin x
1
lim
= lim
= lim
lim
=1.
x0
x0
x0
x0 cos x
x
x cos x
x
iv) Diversa `e la situazione per la funzione
f (x) = x sin

1
x

quando x tende a 0.
Infatti si ha:

lim

x0

x sin (1/x)
= lim x1 sin (1/x) =
x0

per < 1

per > 1

non esiste

per = 1 .

v) f (x) = ax , per 0 < a < 1, `e infinitesima per x tendente a + e si ha


ax = o(1/x ) per ogni > 0.
Infatti se 0 < a < 1 allora
n
=0.
n (1/a)n

lim n an = lim

Sia n = [x], allora si ha an+1 ax an , n x (n + 1) e dunque


n an a x ax (n + 1)

an+1
.
a

Ne segue che limx+ x ax = 0, per ogni > 0.


Senza precisare ulteriormente il comportamento della variabile x, diamo la seguente
Definizione 17.3. Due infinitesimi f, g si dicono equivalenti se la loro differenza
h = g f `e un infinitesimo di ordine superiore sia ad f che a g, i.e
h = o(f ) e

h = o(g) .

Si scrive allora f g.

Osservazione 17.1. Con le notazioni precedenti, se h = o(f ) allora `e anche h =


o(g), e viceversa, se h = o(g) allora `e anche h = o(f ).
Infatti assumendo che ad esempio f, g siano infinitesimi per x tendente a x0 , se
h = o(f ), si ha che
lim

xx0

h(x)
h(x)
h(x)/f (x)
= lim
= lim
=0
g(x) xx0 f (x) + h(x) xx0 1 + h(x)/f (x)

Se invece h = o(g) basta considerare che f (x) = g(x) h(x) e procedere come
prima.
Analogamente si opera per x .
Si dimostra che se f, g sono infinitesimi per x tendente a x0 allora
f g

lim

xx0

e analoga equivalenza si ha per x .

f (x)
=1
g(x)

44

Elisabetta Barletta

17.2. Infiniti.
Definizione 17.4. Una funzione f : D(f ) R si dice un infinito per x tendente
a x0 D(f )0 se
lim f (x) = .
xx0

Siano f, g due infiniti per x tendente a x0 D(f )0 D(g)0 . Se

lim

xx0

f (x)
=
g(x)

` 6= 0

f, g sono infiniti dello stesso ordine

f `e un infinito di ordine inferiore a g

f `e un infinito di ordine superiore a g

non esiste

f e g non sono confrontabili .

Due infiniti dello stesso ordine si dicono anche confrontabili.


Tra tutti gli infiniti per x tendente a x0 c`e linfinito fondamentale
1
;
x0 (x) =
x x0
si dice allora che un infinito f (x) per x tendente a x0 `e di ordine > 0 se `e
confrontabile con x0 (x) , ovvero se
lim

xx0

f (x)
= lim (x x0 ) f (x) = ` 6= 0, .
xx0
1/(x x0 )

Definizione 17.5. Una funzione f : D(f ) R si dice un infinito per x tendente


a oppure a + se
lim f (x) = oppure

lim f (x) = .

x+

Anche in questi casi si definiscono gli ordini di due infiniti e valgono le stesse
considerazioni fatte sopra per gli infiniti per x tendente a x0 . Tuttavia in questo
caso linfinito fondamentale `e la funzione
(x) = x
e pertanto, per decidere lordine di un infinito per x tendente a , il confronto
va fatto con le potenze di ordine > 0 di tale funzione test.
Analoghe definizioni di infinito si danno per x tendente a x+
0 e per x tendente a
x
0.
Esempio 17.2. i) Un polinomio nella variabile x di grado n 1,
p(x) = a0 + a1 x + + an xn , an 6= 0, n N \ {0} ,
`e un infinito di ordine n per x tendente a +.
Infatti limx+ p(x)/xn = an 6= 0.
ii) f (x) = loga x, per ogni a > 0, a 6= 1, `e un infinito per x tendente a + di
ordine inferiore ad ogni > 0.
Infatti per ogni a > 0, a 6= 1, `e limn (loga n)/n = 0 per ogni > 0.
Posto n = [x] > 0, da [x] x [x] + 1 si ha n x (n + 1) ; se a > 1,
loga n loga x loga (n + 1), da cui (loga n)/(n + 1) (loga x)/x
(loga (n + 1))/n ; dunque limx+ (loga x)/x = 0 (si noti che siccome
x +, `e x > 0 e quindi x `e definito per ogni > 0). In modo analogo
si procede per il caso 0 < a < 1.

III - Generalit`
a di una funzione scalare di una variabile reale

45

iii) f (x) = loga x, per a > 0, a 6= 1, `e un infinito per x tendente a 0+ di ordine


inferiore ad ogni > 0. Pi`
u precisamente si ha

+ se 0 < a < 1
lim+ loga x =

x0

se a > 1 .
Infatti se si pone y = 1/x allora
1
= lim loga y
y+
y
dove loga y `e un infinito di ordine inferiore ad ogni funzione y per > 0.
Pertanto loga x `e un infinito di ordine inferiore ad ogni funzione 1/x per
qualsiasi > 0.
iv) f (x) = ax , per a > 1, `e un infinito per x tendente a + di ordine superiore
ad ogni > 0.
Infatti se a > 1 dal fatto che limn an /n = +, posto n = [x] si ha
ax /x an /(n+1) per ogni > 0 e da questo segue che limx+ ax /x =
+.
lim loga x = lim loga
y+

x0+

18. Asintoti
0

Siano f : R R e x0 D(f ) . Se f `e un infinito per x tendente a x0 allora la retta


di equazione x = x0 si chiama asintoto verticale di f in x0 .
Si chiama invece asintoto di f per x tendente a una retta y = mx + n tale che
lim [f (x) (mx + n)] = 0 .

Osservazione 18.1. Sia y = mx + n un asintoto di f per x tendente a . Allora


i coefficienti m e n sono determinati da
f (x)
, n = lim [f (x) mx] ;
(18.1)
m = lim
x
x
x
Infatti si ha
f (x)
f (x) (mx + n) + (mx + n)
lim
= lim
=
x
x
x
x


f (x) (mx + n)
n
=
lim
+ m + lim
=m,
x
x x
x
lim (f (x) mx) = lim [f (x) (mx + n) + n] = n .

Se m = 0 allora la retta y = n si dice asintoto orizzontale di f . In tal caso


lim f (x) = lim f (x) n + n = n .

Se invece m 6= 0 allora la retta y = mx+n si dice asintoto obliquo di f per x .


In tal caso
lim f (x) = lim [f (x) (mx + n) + (mx + n)] =

quindi f `e un infinito per x e dalla prima delle (18.1) `e del primo ordine.
Viceversa se limx f (x) = n per n R, allora la retta y = n `e un asintoto
orizzontale di f per x : infatti sarebbe limx f (x) n = 0.
Se invece f `e un infinito del primo ordine per x allora esiste m R, m 6= 0,
tale che
f (x)
lim
=m.
x
x
Se in tal caso esiste finito il
lim [f (x) mx] = n

46

Elisabetta Barletta

allora la retta y = mx + n `e un asintoto obliquo di f per x tendente a , infatti




lim [f (x) (mx + n)] =
lim (f (x) mx) n = 0 .
x

Allo stesso modo si definiscono gli asintoti orizzontali e obliqui di una funzione f
per x tendente a + ottenendo per essi gli analoghi risultati e considerazioni su
esposti.

IV - Continuit`
a di una funzione

47

IV - Continuit`
a di una funzione

Il concetto di continuit`
a di una funzione `e puntuale cio`e `e una definizione che si d`
a in
un punto in cui la funzione `e definita. Se poi tale propriet`
a si ripete per ogni punto di
un dato insieme dove la funzione `e definita allora si parla di continuit`
a della funzione
su quellinsieme. Diverso `e il concetto di continuit`
a uniforme (anchesso dato in questo
capitolo) che invece `e globale (i.e. la definizione di continuit`
a uniforme si d`
a su un insieme
e non in un punto) e rappresenta per una funzione un modo particolare di essere continua, nel senso che, comunque si prendano due punti-immagine arbitrariamente vicini tra
loro, i corrispondenti punti nellinsieme dove la funzione `e continua, sono, per cos` dire,
canonicamente vicini tra loro.
In questo capitolo si trovano il teorema degli zeri di una funzione continua, la propriet`
a
di trasformare insiemi connessi in insiemi connessi, il teorema di Weierstrass e il teorema
di Cantor (solo enunciato). Si danno anche alcuni risultati sulla continuit`
a dellinversa di
una funzione continua.

`
19. Generalita
Definizione 19.1. Si dice che una funzione f : R R `e continua in un punto x0
D(f ) se per ogni intorno I(f (x0 ), ) esiste un intorno I(x0 , ), con dipendente
eventualmente anche da x0 , tale che, per ogni x (D(f ) I(x0 , )), sia f (x)
I(f (x0 ), ).
In altre parole, una funzione `e continua in x0 D(f ) se per ogni > 0 esiste
> 0, dipendente eventualmente anche da x0 , tale che, per ogni x D(f ) con
|x x0 | < , si abbia |f (x) f (x0 )| < .
Un punto x0 D(f ) o `e un punto isolato o `e un punto di accumulazione del dominio;
se x0 `e un punto isolato del dominio allora f `e sempre continua in x0 ; se x0 `e un
punto di accumulazione del dominio allora dire che f `e continua in x0 equivale a
dire che
lim f (x) = f (x0 ) .
xx0

` lasciato per esercizio al lettore provare che la propriet`a di continuit`a in un punto


E
si conserva per prodotto per scalari, somma e prodotto di funzioni continue. La
propriet`
a di continuit`
a si conserva anche per composizione di funzioni continue nel
senso che si ha la seguente
Proposizione 19.1. Siano f : R R una funzione continua in x0 D(f ) e
g : D(g) R una funzione continua in f (x0 ) D(g), con D(g) = R(f ). Allora
g f `e continua in x0 .
Dimostrazione. Dalla continuit`a della g in f (x0 ), si ha che per ogni > 0 esiste
> 0 tale che, per ogni y D(g) con |yf (x0 )| < , si abbia |g(y)g(f (x0 ))| < .
Dalla continuit`
a della f in x0 , in corrispondenza a esiste = > 0 tale
che, per ogni x D(f ), con |x x0 | < , si abbia |f (x) f (x0 )| < . Allora
|g(f (x)) g(f (x0 ))| < per x D(f ) = D(g f ), con |x x0 | < . Perci`o g f `e
continua in x0 .

Teorema 19.1 (della permanenza del segno). Sia f : R R una funzione
continua in x0 D(f ). Se f (x0 ) < 0 allora esiste un intorno I(x0 , ) tale che, per

48

Elisabetta Barletta

ogni x D(f ) I(x0 , ), sia f (x) < 0. In modo analogo se f (x0 ) > 0 allora esiste
un intorno I(x0 , ) tale che per ogni x D(f ) I(x0 , ) sia f (x) > 0.
Dimostrazione. Se x0 `e un punto isolato del dominio, il risultato `e ovvio. Se x0
`e un punto di accumulazione del dominio il risultato segue dal teorema 16.4 della
permanenza del segno per i limiti.

`
20. Punti di discontinuita
Si `e osservato che se x0 D(f )0 allora dire che f `e continua in x0 equivale a
lim f (x) = f (x0 )

xx0

dunque in tal caso


lim f (x) = lim+ f (x) = f (x0 ) .

xx
0

xx0

Se questo non accade si dice che f `e discontinua in x0 D(f ) e x0 si chiama punto


di discontinuit`
a della funzione f .
Per un punto di discontinuit`
a x0 D(f ) si possono verificare i seguenti casi:
I. limxx f (x), limxx+ f (x) esistono finiti ma sono diversi tra loro: in tal
0
0
caso x0 si dice un punto di salto di f o punto di discontinuit`
a di f di I
specie e si chiama salto di f il numero reale

s(x0 ) = lim+ f (x) lim f (x) = f (x+


0 ) f (x0 )
xx0

xx0

dove si indica

f (x+
0 ) := lim+ f (x) R , f (x0 ) := lim f (x) R ;
xx0

xx0

II. limxx f (x) = oppure limxx+ f (x) = : in tal caso x0 si dice un


0
0
punto di discontinuit`
a di f di II specie;
III. almeno uno dei due limiti limxx f (x), limxx+ f (x) non esiste: in tal
0
0
caso x0 si dice un punto di discontinuit`
a di f di III specie.
Se f `e una funzione monot`
ona allora i suoi eventuali punti di discontinuit`a possono
essere soltanto di I o di II specie. Infatti se ad esempio f `e decrescente allora
lim f (x) =

inf

xx
0

D(f )x

f ,

lim f (x) = sup f ;

xx+
0

D(f )x+
0

dalle definizioni di estremo inferiore e superiore di una funzione (f `e definita in x0 )


si ottengono dunque le disuguaglianze
inf

D(f )x

f f (x0 ) sup f .
D(f )x+

Se inf D(f )

x0

f = , allora resta significativa la disuguaglianza


f (x0 ) sup f ;
D(f )x+
0

daltra parte se f `e decrescente, si ha f (x0 ) supD(f )


supD(f )

+
x0

+
x0

f . Pertanto f (x0 ) =

f = limxx+ f (x) e di conseguenza x0 `e una discontinuit`a di II specie.


0

Analogamente si procede se supD(f )

+
x0

Se invece inf D(f )

x0

f e supD(f )

+
x0

f = +.

f sono entrambi finiti, essi possono essere tra loro

diversi e uno `e f (x0 ). In modo simile si ragiona se f `e una funzione strettamente


decrescente oppure crescente o strettamente crescente.

IV - Continuit`
a di una funzione

49

21. Funzioni continue su insiemi


Definizione 21.1. Sia A D(f ); si dice che f `e continua su (o in ) A se f `e
continua in ogni punto x0 di A.
Questo equivale a dire che per ogni x0 A e per ogni > 0 esiste (x0 ) > 0,
dipendente eventualmente da x0 , tale che, per ogni x D(f ), con |x x0 | < (x0 ),
si abbia |f (x) f (x0 )| < .
Si ha la seguente caratterizzazione per le funzioni continue:
Proposizione 21.1. Una funzione f : R R `e continua su D(f ) se e solo se per
ogni aperto A R limmagine inversa f 1 (A) `e un insieme aperto relativamente a
D(f ), cio`e f 1 (A) = A D(f ) per qualche aperto A di R.
Osservazione 21.1. Se D(f ) = R allora nellenunciato precedente f 1 (A) `e un
aperto di R.
Si dimostra il seguente
Teorema 21.1 (degli zeri di una funzione continua). Sia f : R R una
funzione continua su un sottoinsieme connesso A D(f ) e siano a, b A tali che
f (a) < 0 e f (b) > 0. Allora esiste un punto x0 (a, b) tale che f (x0 ) = 0.
Osservazione 21.2. Sia f : R R una funzione continua su un intervallo A
D(f ) e sia y0 R. Se f (a) < y0 < f (b) per qualche a, b A, allora esiste x0 (a, b)
tale che f (x0 ) = y0 .
Basta applicare il teorema 21.1 alla funzione g(x) = f (x) y0 continua su A.
Osservazione 21.3. Sia f una funzione continua su un intervallo A. Allora
(inf f, sup f ) f (A) .
A

Infatti sia y (inf A f, supA f ): dalla definizione di estremo inferiore e di estremo


superiore di una funzione, esistono y1 , y2 f (A) (dipendenti da y) tali che y1 <
y < y2 , dove y1 = f (x1 ), y2 = f (x2 ) per qualche x1 , x2 A. Dallosservazione 21.2
precedente, si ha che esiste x A per cui y = f (x), i.e. y f (A).
Proposizione 21.2. Sia f : R R una funzione continua su D(f ). Allora essa
trasforma connessi di D(f ) in connessi di R.
Dimostrazione. Sia A D(f ) un connesso: dallosservazione 21.3, lintervallo
(inf A f, supA f ) `e contenuto in f (A), inoltre `e ovvio che f (A) [inf A f, supA f ].
Dunque (inf A f, supA f ) f (A) [inf A f, supA f ] e percio f (A) `e un intervallo,
cio`e `e un connesso di R.

Enunciamo adesso alcune propriet`a delle funzioni continue e invertibili su intervalli.
Si hanno i seguenti fatti.
Osservazione 21.4.
Una funzione invertibile che sia continua su un intervallo `e ivi strettamente monot`ona.
Viceversa, una funzione invertibile che sia strettamente monot`ona su un
intervallo non `e in generale continua su quellintervallo.

50

Elisabetta Barletta

Infatti si consideri la funzione

x,
(21.1)
f (x) =

x+1,

x [0, 1]
x (1, 2]

`e invertibile, strettamente crescente su [0, 2], ma non continua in x = 1


perche
lim f (x) = 1 , lim+ f (x) = 2 .
x1

x1

Linversa di una funzione invertibile e continua (su un certo sottoinsieme


A R) non `e, in generale, una funzione continua.
Infatti la funzione

, x [0, 1]
x
g(x) =

x 1 , x (2, 3].
`e continua in [0, 1] (2, 3], `e invertibile e la sua inversa `e la funzione f (x)
data dalla (21.1) che, come visto, `e discontinua in x = 1.
Tuttavia si dimostra
Se una funzione invertibile `e continua su un intervallo allora la sua inversa
f 1 `e continua.

Teorema 21.2. Sia f : R R una funzione continua su D(f ). Allora essa trasforma compatti di D(f ) in compatti di R.
Dimostrazione. Sia A D(f ) un compatto. Poiche i compatti di R sono tutti e
soli i sottoinsiemi compatti per successioni (cfr. la definizione 7.1, cap. II, 5 e sue
conseguenze), basta provare che f (A) verifica questultima condizione. Sia {bn }nN
una successione contenuta in f (A), con bn = f (an ), an A. Poiche A `e compatto, dalla successione {an }nN si pu`o estrarre una sottosuccessione {akn }nN A
convergente ad un punto x0 A. x0 `e allora un punto di accumulazione di A
e quindi, dalla continuit`
a di f , segue che limxx0 f (x) = f (x0 ) da cui anche
limn f (akn ) = f (x0 ) e f (x0 ) f (A). Pertanto la successione {bkn = f (akn )}nN
`e una sottosuccessione di {bn }nN convergente in f (A).

Teorema 21.3 (di Weierstrass). Una funzione continua su un compatto ammette
punti di minimo e di massimo.
Dimostrazione. Sia f : R R una funzione continua su un compatto A D(f ).
Dal teorema 21.2 precedente, f (A) `e compatto e dunque (capitolo I, teorema 2.2
di Heine-Borel), f (A) `e limitato e chiuso e in particolare il derivato (cfr. capitolo
I, proposizione 2.3) f (A)0 di f (A) `e contenuto in f (A). Poiche inf f (A) = inf A f e
sup f (A) = supA f , ne segue che < inf A f e supA f < + e tali estremi sono
punti di accumulazione di f (A). Pertanto inf A f f (A), supA f f (A) e quindi
esistono x1 e x2 A tali che inf A f = f (x1 ) = minA f , supA f = f (x2 ) = maxA f .

Osservazione 21.5. Se f `e una funzione continua in x0 e f (x0 ) 6= 0 allora 1/f (x)
`e continua in x0 .
Lo si dimostra usando il precedente teorema di Weierstrass e quello della permanenza del segno per le funzioni continue (teorema 19.1 di questo capitolo).

IV - Continuit`
a di una funzione

51

` uniforme
22. Continuita
Definizione 22.1. Siano f : R R una funzione e A D(f ). Si dice che f `e
uniformemente continua su A se per ogni > 0 esiste > 0 tale che, per ogni
x0 , x A, con |x x0 | < , si abbia |f (x) f (x0 )| < .
Questo equivale a dire che per ogni x0 A e per ogni > 0 esiste7 > 0 che
dipende solo da e non da x0 , tale che, per ogni x A con |x x0 | < , si abbia
|f (x) f (x0 )| < .
Se una funzione `e uniformemente continua su un sottoinsieme A allora essa `e
continua su A.
Esempio 22.1.
i) f (x) = x2 `e uniformemente continua su [1, 1].
Infatti per ogni x [1, 1] `e |x| 1 e si ha
|x2 x20 | (|x| + |x0 |)|x x0 | < 2|x x0 | .
Per > 0, per avere |x2 x20 | < basta allora scegliere |x x0 | < = /2.
ii) f (x) = 1/x `e uniformemente continua su [1, 2] ma non lo `e su (0, 1]: qui `e
soltanto continua.
Infatti se x [1, 2] `e |x| 1 da cui



1
1 = |x x0 | |x x0 | ;
x x0
|x||x0 |
per > 0 basta scegliere = .
Se invece x (0, 1] allora non `e pi`
u possibile fare una maggiorazione simile a
quella sopra (qui |x| > 0). Risolvendo allora la disequazione |1/x1/x0 | <
si ottiene (x0 ) = x0 /(1+x0 ). Per avere lindipendenza da x0 si dovrebbe
prendere = min{ (x0 ) : x0 (0, 1]} = 0 che non va bene (deve essere
> 0).
Si dimostra il seguente importante risultato
Teorema 22.1 (di Cantor). Ogni funzione continua su un compatto `e ivi uniformemente continua.
Definizione 22.2. Una funzione f : R R si dice Lipschitziana su un sottoinsieme
A D(f ) se esiste una costante L > 0 (detta costante di Lipschitz di f ) tale che
per ogni x, x0 A sia
|f (x) f (x0 )| L|x x0 | .
Proposizione 22.1. Se f : R R `e Lipschitziana su A allora f `e uniformemente
continua su A.
Dimostrazione. Sia L la costante di Lipschitz di f . Per > 0 sia = /L; per
ogni x, x0 A, con |x x0 | < si ha
|f (x) f (x0 )| L|x x0 | <
e questo prova luniforme continuit`a di f su A.

7E
` questa la differenza fondamentale tra uniforme continuit`
a e continuit`
a di una funzione su
un sottoinsieme (del dominio).

52

Elisabetta Barletta

Esercizio 22.1. Sia f : (, a] R una funzione continua. Provare che se essa


ha un asintoto per x tendente a o a + allora f `e uniformemente continua su
(, a] o su [a, +).
Proviamo ad esempio il risultato per x tendente a , (essendo simile il caso
x +).
Infatti sia y = mx + n lasintoto di f in questione; poiche limx [f (x) (mx +
n)] = 0, dal criterio di Cauchy, per ogni > 0 esiste x < 0 tale che, per x, x0
(, x ), si abbia

|f (x) f (x0 ) m(x x0 )| = |[f (x) (mx + n)] [f (x0 ) (mx0 + n)]| < .
2
Nellintervallo [x , a] la funzione f `e uniformemente continua (f `e continua su
(, a]) quindi in corrispondenza a esiste 0 > 0 tale che, per x, x0 [x , a],
con |x x0 | < 0 , si abbia |f (x) f (x0 )| < . Si consideri il numero reale positivo = min {0 , /2|m|}: esso dipende solo da e 1) se x, x0 [x , a] sono tali
che |x x0 | < , allora |x x0 | < 0 e quindi |f (x) f (x0 )| < , 2) se invece
x, x0 (, x ) sono tali che |x x0 | < allora da

| |f (x) f (x0 )| |m| |x x0 | | |f (x) f (x0 ) m(x x0 )| <


2
si ricava

|f (x) f (x0 )| < + |m| |x x0 | < + |m| + |m|


=.
2
2
2
2|m|
Questo prova anche luniforme continuit`a di f su (, x ). In conclusione f `e
uniformemente continua su (, a].

V - Differenziabilit`
a di una funzione

53

V - Differenziabilit`
a di una funzione

Il concetto di derivabilit`
a (o differenziabilit`
a) di una funzione di una variabile reale `e,
come la continuit`
a, un concetto puntuale. Di conseguenza la derivabilit`
a su un insieme la
si ottiene richiedendo la derivabilit`
a della funzione in ogni punto dellinsieme in questione.
In questo capitolo (oltre alla definizione e alle prime propriet`
a di una funzione derivabile
in un punto) si trovano le regole di derivazione, la derivata dellinversa di una funzione
`
invertibile, i teoremi di Rolle, di Lagrange e di Cauchy e i teoremi di LH
ospital. E
n
riportato anche un breve cenno alle funzioni di classe C (A).

23. Derivata di una funzione


Sia f : R R una funzione e sia x0 un punto interno di D(f ). Esiste allora un
intorno I(x0 , r) contenuto in D(f ) tale che, per |h| < r, sia x0 +h I(x0 , r) D(f ).
Si d`
a allora la seguente
Definizione 23.1. Una funzione f : R R si dice derivabile (o differenziabile in

un punto x0 D(f ) se esiste unapplicazione lineare Lx0 : R R tale che


lim

h0

f (x0 + h) f (x0 ) Lx0 (h)


=0.
h

Osservazione 23.1. Le applicazioni lineari da R in R sono tutte e sole le funzioni


del tipo f (x) = ax, dove a R.
Infatti ogni funzione del tipo f (x) = ax, per a R `e banalmente lineare. Viceversa
se f `e lineare allora f (x) = f (x 1) = xf (1). Posto a = f (1) `e allora f (x) = ax.

Dallosservazione 23.1 precedente segue che f `e derivabile in x0 D(f ) se esiste


a R tale che
f (x0 + h) f (x0 ) ah
lim
=0
h0
h
ovvero
f (x0 + h) f (x0 )
lim
=a.
h0
h
Posto x = x0 + h, dire che f `e derivabile in x0 `e equivalente a dire che esiste
a R tale che
f (x) f (x0 ) a(x x0 )
(23.1)
lim
=0
xx0
x x0
ovvero
f (x) f (x0 )
(23.2)
lim
=a
xx0
x x0
cio`e che il suddetto limite sia finito.
Il rapporto
f (x) f (x0 )
x x0
si chiama rapporto incrementale di f in x0 .

Se f `e derivabile in x0 D(f ), il numero reale a si chiama la derivata di f in x0


e si indica con una delle scritture


d
df
f 0 (x0 ) , Df (x0 ) ,
(x0 )
f (x)
,
dx
dx
x=x0

54

Elisabetta Barletta

cio`e
f 0 (x0 ) = lim

(23.3)

xx0

f (x) f (x0 )
x x0

Sia f una funzione derivabile in un punto x0 e si prendano P0 = (x0 , f (x0 )), P1 =


(x1 , f (x1 )) Gf , distinti (i.e. x1 6= x0 ): la retta che passa per essi ha equazione
f (x1 ) f (x0 )
(x x0 ) .
x1 x0
Se x1 tende a x0 , questa retta tende alla tangente in P0 a Gf : essa ha equazione
y = f (x0 ) +

y = f (x0 ) + m0 (x x0 ) dove m0 = lim

x1 x0

f (x1 ) f (x0 )
= f 0 (x0 ) .
x1 x0

Una qualunque retta per P0 ha equazione a(x x0 ) + b(y f (x0 )) = 0; se8 b 6= 0,


la retta ha equazione y = f (x0 ) + m(x x0 ), m = a/b. Sia R1 (x; x0 ) = f (x)
[f (x0 ) + m(x x0 )]; allora


R1 (x; x0 )
f (x) f (x0 )
lim
= lim
m .
xx0
xx0
x x0
x x0
Poiche f `e derivabile in x0 , tale limite `e 0 se e solo se m = f 0 (x0 ), cio`e se e solo se
la retta che realizza
R1 (x; x0 )
=0
lim
xx0
x x0
`e la retta tangente a Gf in P0 = (x0 , f (x0 )) (ed `e dunque lunica retta che meglio
approssima il grafico di f in un intorno di x0 ).
Esempio 23.1.
i) Una funzione costante (sul suo dominio) ha derivata nulla
in ogni punto interno del suo dominio.

Infatti se f (x) = c per ogni x D(f ) allora se x0 D(f ) `e f (x) f (x0 ) = 0


e banalmente la (23.1) d`a f 0 (x0 ) = 0.
ii) Se f (x) = xn allora f 0 (x0 ) = nxn1
, per ogni x0 R e n N.
0
Pn1
n
n
Intatti se x0 R allora da x x0 = (x x0 ) k=0 xk x0n1k si ha

 n1
n1
X
X
xn xn0
lim
=
x0n1k lim xk =
xn1
= nxn1
.
0
0
xx0 x x0
xx0
k=0

k=0

iii) Se f (x) = cos x e g(x) = sin x allora f 0 (x0 ) = sin x0 , g 0 (x0 ) = cos x0 ,
per ogni x0 R.
Infatti, dalle formule di prostaferesi e tenuto conto del limite notevole (16.8),
si ha


0
0
sin xx
sin x+x
cos x cos x0
2
2
= lim
lim
xx0
xx0
xx0
x x0
2

xx0
sin
x + x0
2
lim sin
= sin x0 .
= lim
xx0
xx0
xx0
2
2
In modo analogo si procede per la derivata della funzione sin x.
iv) Se f (x) = ax allora f 0 (x0 ) = ax0 log a, per ogni x0 R.
Infatti, tenuto conto della (16.10), si ha
ax ax0
axx0 1
= ax0 lim
= ax0 log a .
xx0 x x0
xx0
x x0
In particolare se f (x) = ex allora f 0 (x0 ) = ex0 , per ogni x0 R.
lim

8Se b = 0 allora la retta x = x intersecherebbe G solo in P perch


e se ci`
o non accadesse,
0
0
f
f non sarebbe una funzione; inoltre se la retta x = x0 fosse tangente a Gf in P0 , sarebbe

limxx0

f (x)f (x0 )
xx0

= e questo contraddirebbe la derivabilit`


a di f in x0 .

V - Differenziabilit`
a di una funzione

55

Osservazione 23.2. Se una funzione f non `e derivabile nel punto x0 D(f ),


questo significa che il limite del rapporto incrementale di f in x0 non esiste finito.
Se accade che
f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
= ` 6= lim+
=m
lim
x

x
x x0
xx0
xx0
0
allora il punto di non derivabilit`a x0 si chiama punto angoloso di f . Se invece
almeno uno tra i limiti
f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
,
lim
lim
+
x x0
x x0
xx0
xx0
`e infinito allora il punto x0 si chiama punto di cuspide di f .

Proposizione 23.1. Una funzione derivabile in x0 D(f ) `e ivi continua.

Dimostrazione. Un punto x0 D(f ) `e in particolare un punto di accumulazione:


basta allora provare che
lim f (x) = f (x0 ) .
xx0

Dalla definizione di limite, si pu`o sempre supporre che sia x 6= x0 e dunque


lim (f (x) f (x0 )) = lim

xx0

xx0

f (x) f (x0 )
(x x0 ) =
x x0

= f (x0 ) lim (x x0 ) = 0 .
xx0

Lasserto allora `e ovvio.




Definizione 23.2. Un punto x0 D(f ) dove f sia derivabile si dice punto estremale
(o critico o stazionario) se f 0 (x0 ) = 0.
Definizione 23.3. Un punto x0 D(f ) si dice punto di minimo relativo (o punto
di minimo locale) se esiste un intorno I(x0 , r) tale che, per ogni x I(x0 , r) D(f ),
sia f (x) f (x0 ).
Si dice che x0 `e un punto di massimo relativo (o punto di massimo locale) se esiste
un intorno I(x0 , r) tale che, per ogni x I(x0 , r) D(f ), sia f (x) f (x0 ).
In particolare i punti di minimo e di massimo di una funzione sono rispettivamente
punti di minimo e massimo relativi.
Si chiamano punti di estremo locale o relativo (o anche punti estremanti) i punti di
minimo o di massimo relativo.

Proposizione 23.2. Sia f : D(f ) R derivabile in x0 D(f ) e sia esso un punto


di estremo locale. Allora f 0 (x0 ) = 0.
Dimostrazione. Per fissare le idee, sia x0 un punto di minimo relativo: esiste
dunque un intorno I(x0 , r) tale che, per x I(x0 , r) D(f ), sia f (x) f (x0 ), cio`e
f (x) f (x0 ) 0. Se x0 r < x < x0 allora
f (x) f (x0 )
0 =
x x0

lim

f (x) f (x0 )
0.
x x0

lim

f (x) f (x0 )
0.
x x0

xx
0

Se x0 < x < x0 + r allora


f (x) f (x0 )
0 =
x x0

xx+
0

56

Elisabetta Barletta

Poiche f `e derivabile in x0 , segue che


lim

xx
0

f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
= lim
=0
+
x x0
x x0
xx0

da cui f 0 (x0 ) = 0.

Pertanto un punto estremante di una funzione derivabile in quel punto `e un punto
estremale, mentre se un punto `e estremale, non `e detto che esso sia estremante.
Ad esempio per la funzione f (x) = x3 il punto x0 = 0 `e un punto estremale (f 0 (x) =
3x2 ). Se x I(0, r), per qualche r > 0, e x < 0 allora f (x) = x3 < 0 = f (0), se
invece x > 0 allora f (x) = x3 > 0 = f (0). Dunque x0 = 0 non `e ne un punto di
minimo ne di massimo locale di f .
24. Regole di derivazione
Dalla definizione di derivata in un punto e dalle propriet`a dei limiti si ha

Proposizione 24.1.
i) Se R e f `e derivabile in x0 D(f ) allora f `e
derivabile in x0 e
(f )0 (x0 ) = f 0 (x0 )

ii) Se f, g sono derivabili in x0 D(f ) D(g) allora f + g `e derivabile in x0 e


(f + g)0 (x0 ) = f 0 (x0 ) + g 0 (x0 ) .

iii) Se f, g sono derivabili in x0 D(f ) D(g), allora f g `e derivabile in x0 e


(f g)0 (x0 ) = f 0 (x0 )g(x0 ) + f (x0 )g 0 (x0 ) .

iv) Se f `e derivabile in x0 D(f ) e f (x0 ) 6= 0 allora 1/f `e derivabile in x0 e


 0
f 0 (x0 )
1
(x0 ) =
.
f
f (x0 )2

v) Se f, g sono derivabili in x0 D(f ) D(g) e g(x0 ) 6= 0, allora


 0
f
f 0 (x0 )g(x0 ) f (x0 )g 0 (x0 )
(x0 ) =
.
g
g(x0 )2
Dimostrazione. Per i) e ii) basta usare la definizione di derivata in un punto.
Per la iii) si ha:
(f g)(x) (f g)(x0 ) = f (x)g(x) f (x0 )g(x0 ) =
= f (x)g(x) f (x0 )g(x) + f (x0 )g(x) f (x0 )g(x0 ) =
= [f (x) f (x0 )]g(x) + f (x0 )[g(x) g(x0 )]
da cui, dalla definizione di derivata in x0 ,
lim

xx0

(f g)(x) (f g)(x0 )
=
x x0

f (x) f (x0 )
g(x) g(x0 )
lim g(x) + f (x0 ) lim
.
xx0
xx0
x x0
x x0
In x0 la funzione g, essendo derivabile, `e continua e dunque
= lim

xx0

(f g)(x) (f g)(x0 )
= f 0 (x0 )g(x0 ) + f (x0 )g 0 (x0 )
x x0
che prova sia la derivabilit`
a di f g in x0 sia la formula asserita.
Per la iv) si noti che poiche f `e derivabile in x0 , f `e continua in x0 ; se f (x0 ) 6= 0,
allora dal teorema della permanenza del segno per le funzioni continue, esiste un
lim

xx0

V - Differenziabilit`
a di una funzione

57

intorno di x0 , I(x0 , ), tale che, per x I(x0 , ) D(f ) sia f (x) 6= 0. In tale intorno
si pu`
o scrivere:
1
f (x)

1
f (x0 )

x x0

f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
1
=
.
f (x)f (x0 )(x x0 )
x x0
f (x)f (x0 )

Allora

1
f (x)

1
f (x0 )

f 0 (x0 )
xx0
x x0
f (x0 )2
che prova sia la derivabilit`
a di 1/f in x0 sia la formula asserita.
la v) `e una diretta conseguenza delle iii) e iv): infatti
 0

0
 0
f
1
1
1
(x0 ) = f
(x0 ) = f 0 (x0 )
+ f (x0 )
(x0 ) =
g
g
g(x0 )
g

 0
f 0 (x0 )g(x0 ) f (x0 )g 0 (x0 )
f 0 (x0 )
g (x0 )
=
.
=
+ f (x0 )
g(x0 )
g(x0 )2
g(x0 )2
lim


Esempio 24.1.

i) Si considerino le funzioni

ex + ex
ex ex
, sinh x :=
2
2
per x R dette rispettivamente coseno iperbolico e seno iperbolico. Allora
per ogni x0 R si ha




d
d

cosh x
= sinh x0 ,
sinh x
= cosh x0 .
dx
dx
cosh x :=

x=x0

x=x0

Infatti sono funzioni definite in tutto R e essendo somma di funzioni derivabili in tutto R, esse sono derivabili in ogni punto x0 R. Si ha:
!






d
1
d
d
cosh x
=
ex
ex
+
=
dx
2 dx x=x0
dx
x=x0
x=x0
=

ex0 ex0
= sinh x0
2

e analogamente


1
d
=
sinh x
dx
2
x=x0
=

!


d x
d x

=
e
e
dx x=x0
dx
x=x0

ex0 + ex0
= cosh x0 .
2

Si noti che
cosh2 x sinh2 x = 1
perche
2
2 i
1h x
e + ex ex ex
=
4

1  2x
=
e + 2 + e2x e2x + 2 e2x = 1 .
4
ii) Dalla v) della proposizione 24.1si ricava che


d

tan x
= 1 + tan2 x0 , per x0 ( , ) ,
dx
2 2
x=x0



d
cot x
= 1 + cot2 x0 , per x0 (0, ) ,
dx
x=x0
Infatti


cos2 x0 + sin2 x0
d
tan x
=
,
dx
cos2 x0
x=x0
cosh2 x sinh2 x =

58

Elisabetta Barletta



sin2 x0 cos2 x0
d
=
cot x
.
dx
sin2 x0
x=x0
Si noti che `e
d
tan
dx

anche


1
d
=
x
,
cot
2x
cos
dx
0
x=x0

=
x=x0

1
.
sin2 x0

iii) Si chiamano rispettivamente tangente iperbolica e cotangente iperbolica le


funzioni
sinh x
cosh x
tanh x :=
, coth x :=
cosh x
sinh x
definite la prima per x R e la seconda per x R \ {0}. Allora




d
d
= 1 tanh2 x0 ,
= 1 cot2 x0
tanh x
coth x
dx
dx
x=x0

x=x0

Infatti



cosh2 x0 sinh2 x0
d
=
,
tanh x
dx
cosh2 x0
x=x0


d
sinh2 x0 cosh2 x0
=
.
coth x
dx
sinh2 x0
x=x0
Si noti che `e anche




1
1
d
d

=
=
tanh x
,
coth
x
.
2
2

dx
dx
cosh
x
sinh
x0
0
x=x0
x=x0
Si dimostrano le seguenti due proposizioni.

Proposizione 24.2. Sia f : R R derivabile in x0 D(f ) e g : R R, con

R(f ) D(g) 6= , derivabile in f (x0 ) D(g). Allora g f : R R `e derivabile in


x0 e
(g f )0 (x0 ) = g 0 (f (x0 ))f 0 (x0 ) .
Proposizione 24.3 (derivata della funzione inversa). Sia f : R R una

funzione invertibile e continua su un connesso A D(f ), derivabile in x0 A con


f 0 (x0 ) 6= 0. Allora la funzione inversa f 1 `e derivabile in f (x0 ) e
0
1
f 1 (f (x0 )) = 0
.
f (x0 )

Esempio 24.2. Usando la proposizione precedente si ha:


i) per x0 (1, 1),


d
1
arcsin x
=p
,
dx
1 x20
x=x0


d
1
arccos x
= p
;
dx
1 x20
x=x0
ii) per x0 R,


d
1
arctan x
=
,
dx
1 + x20
x=x0


d
1
arccot x x = x0 =
.
dx
1 + x20

V - Differenziabilit`
a di una funzione

59

Infatti la funzione f (y) = sin y `e invertibile per y [/2, /2]; la sua inversa `e f 1 (x) = arcsin x, x [1, 1]. Sia x0 (1, 1): allora esiste unico
y0 (/2, /2) tale che x0 = f (y0 ) = sin y0 . Dunque dalla proposizione 24.3 si
ha:



d 1
d
1

=
arcsin x
f (x)
= (f 1 )0 (f (y0 )) = 0
=
dx
dx
f
(y
0)
x=x0
x=f (y0 )
1
1
1
=p
=p
.
2
cos y0
1 x20
1 sin y0
Se invece f (y) = cos y, allora essa `e invertibile per y [0, ]. Linversa `e f 1 (x) =
arccos x, x [1, 1]. Sia x0 (1, 1), allora esiste unico y0 (0, ) tale che
x0 = f (y0 ) = cos y0 . Pertanto



d 1
d
=
= (f 1 )0 (f (y0 )) =
arccos x
f (x)
dx
dx
=

x=x0

x=f (y0 )

1
1
1
1
= p
=
= p
.
f 0 (y0 )
sin y0
1 x20
1 cos2 y0

Le funzioni f (y) = tan y, g(y) = cot y sono invertibili rispettivamente per y


(/2, /2) e y (0, ). Si ha f 1 (x) = arctan x e g 1 (x) = arccot x, per x R.
Se x0 R allora esistono unici y0 (/2, /2) e y00 (0, ) tali che x0 = f (y0 ) =
tan y0 e x0 = g(y00 ) = cot y00 . Allora



d 1
1
d

=
= (f 1 )0 (f (y0 )) = 0
arctan x
f (x)
=
dx
dx
f (y0 )
x=x0

x=f (y0 )

1
1
=
,
2
1 + x20
1 + tan y0

d 1
1
=
= (g 1 )0 (g(y00 )) = 0 0 =
g (x)
dx
g (y0 )
x=g(y 0 )
=



d
arccot x
dx
x=x0

1
1
=
.
=
1 + x20
1 + cot2 y00
25. I teoremi di Rolle, di Lagrange e di Cauchy
I risultati che verranno stabiliti in questo paragrafo sono veri solo sugli intervalli di
R.
Teorema 25.1 (di Rolle). Sia f : R R continua su [a, b] D(f ), derivabile in
(a, b). Se f (a) = f (b) allora esiste x0 (a, b) tale che f 0 (x0 ) = 0.
Dimostrazione. Poiche f `e continua sul compatto [a, b], su di esso ammette
punti di minimo e di massimo . Se entrambi cadono sugli estremi a e b allora
la condizione f (a) = f (b) implica che f `e costante e perci`o f 0 (x) = 0 per ogni
x (a, b). Altrimenti almeno uno tra i due punti di minimo e di massimo `e un
punto interno di [a, b] (cio`e `e in (a, b)): sia esso x0 . Dalla proposizione 23.2 `e
f 0 (x0 ) = 0.

Osservazione 25.1. Il teorema di Rolle vale solamente sui connessi (i.e. sugli
intervalli) di R.
Infatti se ad esempio si considera il sottoinsieme A = [0, 1] [2, 3] (che non `e
connesso) e la funzione

x
, per x [0, 1]

f (x) =

x + 3 , per x [2, 3]

60

Elisabetta Barletta

che `e continua su A, derivabile in A= (0, 1) (2, 3) e f (0) = f (3) = 0, si ha che

1 , per x (0, 1)
f 0 (x) =

1 , per x (2, 3)

non `e mai nulla in A.


Si noti dunque che ogni risultato che fa uso del teorema di Rolle `e valido solo sui
connessi di R. In particolare questo `e vero per il seguente
Teorema 25.2 (di Lagrange o del valor medio). Sia f : R R continua su
[a, b]
D(f ), derivabile in (a, b). Allora esiste x0 (a, b) tale che
f (b) f (a)
= f 0 (x0 ) .
ba
Dimostrazione. Si consideri la funzione
f (b) f (a)
g(x) = f (x)
(x a) .
ba
Essa `e continua su [a, b], derivabile in (a, b) e
g(a) = f (a) , g(b) = f (b) [f (b) f (a)] = f (a)
cio`e g(a) = g(b). Dal teorema di Rolle segue che esiste x0 (a, b) tale che g 0 (x0 ) =
0, cio`e
f (b) f (a)
.
f 0 (x0 ) =
ba

Da questo teorema segue il seguente risultato
Proposizione 25.1. Sia f : D(f ) R una funzione derivabile su un sottoinsieme
A D(f ) connesso e aperto. Se f 0 (x) = 0 per ogni x A allora f `e costante su A.
Dimostrazione. Siano a, b A: poiche A `e connesso, [a, b] A ed essendo f
derivabile in A, f `e continua su [a, b] e derivabile in (a, b) (con derivata nulla in
ogni punto di (a, b)). Dal teorema di Lagrange, esiste x0 (a, b) tale che
f (b) f (a)
= f 0 (x0 ) = 0
ba
da cui segue f (b) = f (a) e poiche questo vale per ogni a, b A, si ha che f `e
costante su A.

Unaltra conseguenza del teorema di Lagrange `e la seguente
Proposizione 25.2. Sia f : R R derivabile su un sottoinsieme A D(f )
connesso e aperto.
i) f 0 (x) 0 per ogni x A se e solo se f `e decrescente su A,
ii) f 0 (x) 0 per ogni x A se e solo se f `e crescente su A .
Dimostrazione. i) Se f 0 (x) 0 per ogni x A, allora comunque si scelgano
x1 , x2 A distinti, usando il teorema di Lagrange (f `e continua su [x1 , x2 ] e derivabile in (x1 , x2 )), si ha che esiste (x1 , x2 ) tale che
f (x1 ) f (x2 )
= f 0 () 0
x1 x2
e questa d`
a la decrescenza di f su A (cfr. capitolo III, proposizione 15.1).

V - Differenziabilit`
a di una funzione

61

Viceversa se f `e decrescente allora per ogni x0 , x A, x0 6= x, `e


f (x0 ) f (x)
0
x0 x
e dalla derivabilit`
a di f si ha
f (x0 ) f (x)
0 x A .
x x
x0 x

f 0 (x) = lim
0
In modo analogo si prova la ii).


Osservazione 25.2. Sia f : R R derivabile su un connesso aperto A D(f ).
Se f 0 (x) < 0 allora f `e strettamente decrescente su A.
Se f 0 (x) > 0 allora f `e strettamente crescente su A.
Infatti basta ripetere la prima parte della dimostrazione della proposizione
25.2 sopra.
Se invece f `e strettamente decrescente allora `e falso che sia f 0 (x) < 0 per
ogni x A.
Allo stesso modo, se f `e strettamente crescente allora `e falso che sia f 0 (x) >
0 per ogni x A.
Ad esempio la funzione f (x) = x3 `e strettamente decrescente, tuttavia
f 0 (x) = 3x2 `e nulla in x = 0.
Teorema 25.3 (di Cauchy). Siano f : R R, g : R R due funzioni e
[a, b] D(f )D(g). Se f, g sono continue su [a, b], derivabili in (a, b) e g(b) 6= g(a),
g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b), allora esiste x0 (a, b) tale che
f 0 (x0 )
f (b) f (a)
= 0
.
g(b) g(a)
g (x0 )
Dimostrazione. Si consideri
h(x) = f (x)[g(b) g(a)] g(x)[f (b) f (a)] .
Essa `e continua su [a, b], derivabile in (a, b) e
h(a) = f (a)[g(b) g(a)] g(a)[f (b) f (a)] = f (a)g(b) f (b)g(a)
h(b) = f (b)[g(b) g(a)] g(b)[f (b) f (a)] = f (b)g(a) + f (a)g(b)
da cui h(a) = h(b). Applicando il teorema di Rolle ad h, si ha che esiste x0 (a, b)
tale che h0 (x0 ) = 0 cio`e
f 0 (x0 )[g(b) g(a)] g 0 (x0 )[f (b) f (a)] = 0
da cui si ricava (essendo g(b) g(a) 6= 0, g 0 (x0 ) 6= 0)
f (b) f (a)
f 0 (x0 )
=
.
0
g (x0 )
g(b) g(a)

Osservazione 25.3. Valgono gli analoghi dei teoremi di Rolle e Cauchy anche su
intervalli illimitati e precisamente si ha:
Sia f :
(, a)
(, a)
Sia f :
(a, +)
(a, +)

(, a] R una funzione continua su


tale che limx f (x) = f (a). Allora
tale che f 0 (x0 ) = 0.
[a, +) R una funzione continua su
tale che limx+ f (x) = f (a). Allora
tale che f 0 (x0 ) = 0.

(, a], derivabile in
esiste un punto x0
[a, +), derivabile in
esiste un punto x0

62

Elisabetta Barletta

Siano f, g : (, a] R due funzioni continue su (, a], derivabili in


(, a), con g 0 (x) 6= 0 per ogni x (, a) e tali che
lim f (x) = ` ,

lim g(x) = m 6= g(a) .

Allora esiste un punto x0 (, a) tale che


` f (a)
f 0 (x0 )
= 0
.
m g(a)
g (x0 )
Siano f, g : [a, +) R due funzioni continue su [a, +), derivabili in
(a, +), con g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, +) e tali che
lim f (x) = ` ,

x+

lim g(x) = m 6= g(a) .

x+

Allora esiste un punto x0 (a, +) tale che


f 0 (x0 )
` f (a)
= 0
.
m g(a)
g (x0 )
.
spital
26. I teoremi di LHo
I teoremi che seguono aiutano a risolvere, nei limiti di funzioni, le forme indeterminate del tipo 0/0 e /. Per la forma indeterminata 0/0 si hanno i quattro
teoremi che seguono.
Teorema 26.1 (di LH
ospital per 0/0, x a+ )). Siano f, g : (a, b] R due
funzioni tali che
lim+ f (x) = 0 , lim+ g(x) = 0 .
xa

xa

Se f, g sono derivabili in (a, b), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b) ed esiste il
lim+

xa

allora
lim

xa+

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
= lim+ 0
.
g(x) xa g (x)

Dimostrazione. Si considerino le funzioni

f (x) , x (a, b]
g(x) , x (a, b]
F (x) =
G(x) =

0
, x=a
0
, x = a.
Le funzioni F e G sono continue su [a, b], derivabili in (a, b). In particolare per
x > a esse sono continue su [a, x], derivabili in (a, x) e F 0 = f 0 , G0 = g 0 in (a, x).
Applicando il teorema 25.3 di Cauchy, esiste (a, x) tale che
F 0 ()
F (x) F (a)
= 0
G(x) G(a)
G ()
cio`e

f (x)
f 0 ()
= 0
.
g(x)
g ()

Allora
lim+

xa

f (x)
f 0 ()
= lim+ 0
.
g(x) a g ()


Allo stesso modo si dimostra che

V - Differenziabilit`
a di una funzione

63

Teorema 26.2 (di LH


ospital per 0/0 , x b ). Siano f, g : [a, b) R due
funzioni tali che
lim f (x) = 0 , lim g(x) = 0 .
xb

xb
0

Se f, g sono derivabili in (a, b), g(x) 6= 0, g (x) 6= 0 per ogni x (a, b) ed esiste il
lim

xb

allora
lim

xb

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
= lim 0
.
g(x) xb g (x)

Teorema 26.3 (di LH


ospital per 0/0, x ). Siano f, g : (, a] R
due funzioni tali che
lim f (x) = 0 ,

lim g(x) = 0 .

Se f, g sono derivabili in (, a), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (, a) ed


esiste il
f 0 (x)
lim
x g 0 (x)
allora
f (x)
f 0 (x)
lim
= lim
.
x g(x)
x g 0 (x)
Dimostrazione. Poiche limx f (x) = 0, limx g(x) = 0, senza perdere di
generalit`
a si pu`
o assumere che sia a < 0. Sia y = 1/x, allora limx y = 0 . Si
ponga (y) = 1/y per y [1/a, 0), e si considerino le funzioni f1 , g1 : [1/a, 0) R
definite da f1 (y) := (f )(y), g1 (y) := (g )(y). Allora
 
1
lim f1 (y) = lim f
= lim f (x) = 0
x
y
y0
y0
 
1
lim g1 (y) = lim g
= lim g(x) = 0 ,
x
y
y0
y0
inoltre f1 , g1 sono derivabili in (1/a, 0) e
f10 (y) = f 0 ((y))0 (y) =

f 0 ((y))
= x2 f 0 (x)
y2

g10 (y) = g 0 ((y))0 (y) =

g 0 ((y))
= x2 g 0 (x)
y2

e dunque
f 0 (x)
f10 (y)
= lim
0
x g 0 (x)
y0 g1 (y)
e questultimo esiste. Applicando il teorema 26.2 di LHospital alle funzioni f1 e
g1 , si ha allora
lim

lim

f (x)
f1 (y)
f 0 (y)
f 0 (x)
= lim
= lim 10
= lim
.
g(x) y0 g1 (y) y0 g1 (y) x g 0 (x)


In modo analogo si dimostra


Teorema 26.4 (di LH
ospital per 0/0 , x +)). Siano f, g : [a, +) R
due funzioni tali che
lim f (x) = 0 ,

x+

lim g(x) = 0 .

x+

64

Elisabetta Barletta

Se f, g sono derivabili in (a, +), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, +) ed


esiste il
f 0 (x)
lim
x+ g 0 (x)
allora
f (x)
f 0 (x)
lim
= lim
.
x+ g(x)
x+ g 0 (x)
Per la forma indeterminata / si hanno i tre teoremi che seguono.
Teorema 26.5 (di LH
ospital per /, x a+ ). Siano f, g : (a, b] R
due funzioni tali che
lim+ f (x) = lim+ g(x) = .
xa

xa

Se f, g sono derivabili in (a, b), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b) ed esiste il
lim

xa+

allora
lim+

xa

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
= lim+ 0
.
g(x) xa g (x)

Dimostrazione. Si supponga che limxa+ f 0 (x)/g 0 (x) sia finito e valga `: per
ogni > 0 esiste > 0 tale che, per a < x < a + < b, sia

0
f (x)



g 0 (x) ` < .
Si prenda x (a, a + ): f, g sono continue in [x, a + ], derivabili in (x, a + ) e
g, g 0 sono non nulle in tale intervallo. Applicando il teorema di Cauchy, esiste un
punto (x, a + ) per cui sia
f (a + ) f (x)
f 0 ()
= 0
g(a + ) g(x)
g ()
dove

0

f ()



g 0 () ` <

da cui si ricava
f (x) f (a + )
<`+.
g(x) g(a + )
Poiche limxa+ f (x) = limxa+ g(x) = , e f, g sono continue, `e f (x) 6= 0, g(x) 6=
0 per ogni x (a, a + ) ed allora si ha
h
i
)
f (x) 1 f (a+
f (x)
h
i <`+.
`<
g(a+ )
g(x) 1 g(x)
`<

Passando al limite per x tendente ad a+ si ottiene



)
1 f (a+
f (x)
f (x)
`+
lim
` lim
xa+ 1 g(a+ )
xa+ g(x)
g(x)

cio`e
` lim

xa+

f (x)
`+
g(x)

e dallarbitrariet`
a di , segue che
lim

xa+

f (x)
=`.
g(x)

V - Differenziabilit`
a di una funzione

65

Se invece limxa+ f 0 (x)/g 0 (x) = allora per ogni M > 0 esiste M > 0 tale che,
per a < x < a + M < b, sia
0

f (x)


g 0 (x) > M .
Per x scelto in tale intervallo, f e g sono continue in [x, a + M ], derivabili in
(x, a + M ) e g, g 0 non nulle. Applicando il teorema di Cauchy, si ha che esiste
(x, a + M ) tale che
f (a + M ) f (x)
f 0 ()
= 0
g(a + M ) g(x)
g ()
da cui




f (a + M ) f (x) f 0 ()

=

g(a + M ) g(x) g 0 () > M .
Poiche anche in questo caso `e f (x) 6= 0, g(x) 6= 0 per ogni x (a, a + ), si ha





f (a+ )
f (x) f (a + M ) f (x) 1 f (x)M
.
=

M <
g(x) g(a + M ) g(x) 1 g(a+M )
g(x)

Passando al limite per x tendente ad a+ si ha




f (x)

M
lim

xa+ g(x)
e, dallarbitrariet`
a di M , segue che


f (x)

=,
lim

xa+ g(x)
il quale implica
lim+

xa

f (x)
=.
g(x)


In modo analogo si dimostrano i due teoremi


Teorema 26.6 (di LH
ospital per /, x b )). Siano f, g : [a, b) R
due funzioni tali che
lim f (x) = lim g(x) = .
xb

xb

Se f, g sono derivabili in (a, b), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b) ed esiste il
lim

xb

allora
lim

xb

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
= lim
.
g(x) xb g 0 (x)

Teorema 26.7 (di LH


ospital per /, x )).
i) Siano f, g : (, a] R due funzioni tali che
lim f (x) = lim g(x) = .

Se f, g sono derivabili in (, a), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (, a)


ed esiste il
f 0 (x)
lim
x g 0 (x)
allora
f (x)
f 0 (x)
lim
= lim
.
x g(x)
x g 0 (x)

66

Elisabetta Barletta

ii) Siano f, g : [a, +) R due funzioni tali che


lim f (x) = lim g(x) = .

x+

x+

Se f, g sono derivabili in (a, +), g(x) 6= 0, g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, +)


ed esiste il
f 0 (x)
lim
x+ g 0 (x)
allora
f (x)
f 0 (x)
lim
= lim
.
x+ g(x)
x+ g 0 (x)
Osservazione 26.1. Dei teoremi di LHospital non vale il viceversa, cio`e se esiste
ad esempio il limxa+ f (x)/g(x) non `e detto che esista
lim

xa+

f 0 (x)
.
g 0 (x)

Infatti siano

x2 cos
x
f (x) =

, x>0
,

g(x) = x

, x=0

considerate sullintervallo [0, +). Il limite


lim

x0+

f (x)
1
= lim x cos = 0
g(x) x0+
x

mentre



f 0 (x)
1
1
1
=
lim
2x
cos
+
sin
= lim sin
x
x
x
x0+ g 0 (x)
x0+
x0+
e questultimo non esiste.
lim

27. Derivate successive


Sia f : R R derivabile in un aperto A D(f ). Resta allora definita la funzione
derivata prima (o funzione derivata del primo ordine) f 0 : A R che ad ogni punto
x A associa il valore f 0 (x) della derivata di f in x. La funzione derivata prima si
denota anche con Df . Se a sua volta la funzione f 0 `e derivabile in un punto x0 A,
cio`e se esiste finito il
f 0 (x) f 0 (x0 )
lim
xx0
x x0
che altro non `e che (f 0 )0 (x0 ), allora questo numero si chiama la derivata seconda di
f in x0 (o derivata del secondo ordine di f in x0 ) e si indica con f 00 (x0 ) o anche
con una delle scritture


d2 f (x0 )
d2
(2)
2
f (x0 ) , D f (x0 ) ,
,
f (x)
.
dx2
dx2
x=x0

In tal caso si dice che f `e derivabile due volte in x0 D(f ).


Si noti allora che la funzione f 0 `e continua in x0 .

Proposizione 27.1. Siano f : R R e x0 D(f ) un punto di estremo locale in


cui f sia derivabile due volte.
Se x0 `e un punto di minimo relativo allora f 00 (x0 ) 0.
Se x0 `e un punto di massimo relativo allora f 00 (x0 ) 0.

V - Differenziabilit`
a di una funzione

67

Dimostrazione. Se x0 `e un punto di minimo relativo allora f 0 (x0 ) = 0; si supponga per assurdo che sia f 00 (x0 ) < 0. Allora
f 0 (x)
f 0 (x) f 0 (x0 )
= lim
xx0 x x0
xx0
x x0
e dal teorema 16.4 della permanenza del segno esisterebbe un intorno I(x0 , ) tale
che, per x I(x0 , ) \ {x0 }, sarebbe
0 > f 00 (x0 ) = lim

f 0 (x)
<0.
x x0
Per x0 < x < x0 sarebbe f 0 (x) > 0, dunque f sarebbe strettamente crescente
sul connesso (x0 , x0 ), cio`e sarebbe f (x) < f (x0 ) per x0 < x < x0 : questo
contraddirebbe il fatto che x0 sia un punto di minimo relativo. Pertanto f 00 (x0 ) 0.
In modo analogo si procede se x0 `e un punto di massimo relativo.

Proposizione 27.2. Sia f : R R derivabile due volte nel punto estremale

x0 D(f ).
Se f 00 (x0 ) > 0 allora x0 `e un punto di minimo relativo.
Se f 00 (x0 ) < 0 allora x0 `e un punto di massimo relativo.
Dimostrazione. Si ha
f 0 (x) f 0 (x0 )
= f 00 (x0 ) > 0 .
xx0
x x0
Dal teorema 16.4 della permanenza del segno esiste un intorno I(x0 , ) tale che, per
x I(x0 , ) \ {x0 }, sia
lim

f 0 (x)
f 0 (x) f 0 (x0 )
=
>0.
x x0
x x0
Se x0 < x < x0 allora `e f 0 (x) < 0, cio`e f `e strettamente decrescente sul connesso
(x0 , x0 ) e dunque f (x) > f (x0 ) per x0 < x < x0 ; se x0 < x < x0 +
allora f 0 (x) > 0 cio`e f `e strettamente crescente sul connesso (x0 , x0 + ) e dunque
f (x) > f (x0 ) per x0 < x < x0 + . Pertanto x0 `e un punto di minimo relativo.
In modo analogo si procede se f 00 (x0 ) < 0 provando che allora x0 `e un punto di
massimo relativo.

Osservazione 27.1. Sia f : R R derivabile due volte nel punto estremale

x0 D(f ).
Se f 00 (x0 ) 0 allora non `e detto che x0 sia un punto di minimo relativo;
Se f 00 (x0 ) 0 allora non `e detto che x0 sia un punto di massimo relativo.
Ad esempio per f (x) = x3 `e f 0 (0) = 0 e f 00 (0) = 0 (in particolare `e anche f 00 (0) 0
o f 00 (0) 0), tuttavia x0 = 0 non `e un punto di estremo locale.
Sia f : R R derivabile in un aperto A D(f ) e sia f 0 : A R la funzione
derivata prima: se essa `e derivabile in ogni punto x A allora resta definita la
funzione derivata seconda (o funzione derivata del secondo ordine) f 00 : A R che
ad ogni punto x A associa il numero f 00 (x), e la funzione f 0 `e continua su A. La
funzione derivata seconda si denota anche con D2 f e D2 f = D(Df ). Se la funzione
derivata seconda `e derivabile in un punto x0 A allora si chiama derivata terza di
f in x0 (o derivata del terzo ordine di f in x0 ) il numero (f 00 )0 (x0 ) e lo si indica
con f 000 (x0 ) o con una delle scritture


d3
d3 f (x0 )

,
f
(x)
;
f (3) (x0 ) , D3 f (x0 ) ,

3
3
dx
dx
x=x0

68

Elisabetta Barletta

in tal caso si dice che f `e derivabile tre volte in x0 . Se f `e derivabile tre volte in
ogni punto di A allora resta definita la funzione derivata terza (o funzione derivata
del terzo ordine) f 000 : A R e la funzione f 00 `e continua
su A. La funzione derivata

terza si denota anche con D3 f e D3 f = D D2 f . Proseguendo in questo modo si
definiscono le derivate successive della funzione f in un punto x0 A e le funzioni
derivate successive di f in A, precisamente


 n1 


d
d
dn


:=
f
(x)
f
(x)


n
n1
dx
dx dx
x=x0
x=x0
per n N \ {0} detta derivata successiva n-sima di f in x0 o derivata successiva
di ordine n di f in x0 e si indica anche con Dn f (x0 ) o con f (n) (x0 ). Se essa
esiste, si dice che f `e derivabile n volte in x0 : si noti che in tal caso la funzione
derivata (n 1)-esima f (n1) : A R (che ad ogni punto x A associa la derivata
(n 1)-esima, f (n1) (x)), `e continua in x0 . Se f `e derivabile n volte in ogni punto
x A allora resta definita la funzione derivata successiva n-sima o funzione derivata
successiva di ordine n f (n) : A R che ad ogni punto x A associa la derivata
n-sima f (n) (x); in tal caso la funzione f (n1) `e continua
 su A. La funzione derivata
n-esima si denota anche con Dn f e Dn f = D Dn1 f . Si pone


d0

:= f (x0 )
f
(x)

0
dx
x=x0
detta derivata zeresima di f in x0 e denotata anche con una delle notazioni
D0 f (x0 ) , f (0) (x0 ) ,

d0 f (x0 )
.
dx0

` ovvio che D0 f = f (0) = f .


E
Definizione 27.1. Una funzione f : R R si dice di classe (di continuit`
a) C n
n
su un aperto A D(f ) e si scrive f C (A), se f `e derivabile n volte in A e la
funzione derivata n-sima f (n) `e continua su A.
Si noti che se una funzione `e di classe C n su un aperto A allora ogni derivata di
ordine minore o uguale a n `e continua su A.
Definizione 27.2. Una funzione f : R R si dice di classe (di continuit`
a) C

su un aperto A D(f ) e si scrive f C (A), se essa ammette in A derivate


successive di ogni ordine e queste sono tutte continue su A.
` facile verificare che
E
se R e f C n (A) allora f C n (A);
se f, g C n (A) allora f + g C n (A).
Inoltre si dimostra che
Se f, g : A R sono derivabili n volte nellaperto A D(f ), allora

n 
X


n
n
D (f g) =
Dk f Dnk g .
k
k=0

` e concavita
` di una funzione
28. Convessita
Dati due punti x1 , x2 R si chiama segmento di estremi x1 e x2 il sottoinsieme
Sx1 x2 = {x R : x = (1 )x1 + x2 , [0, 1]} .
Per = 0 si ottiene il punto x1 e per = 1 si ottiene il punto x2 .

V - Differenziabilit`
a di una funzione

69

Se si pone = 1 allora = 1 , con [0, 1] e il segmento di estremi x1 e


x2 `e dato anche da
Sx1 x2 = {x R : x = x1 + (1 )x2 , [0, 1]} .
In tal caso per = 0 si ottiene il punto x2 e per = 1 si ottiene il punto x1 .
Un sottoinsieme A R si dice convesso se comunque si prendano due punti
x1 , x2 A il segmento Sx1 x2 `e contenuto in A, cio`e se per ogni x1 , x2 A `e
(1 )x1 + x2 A per ogni [0, 1].
Osservazione 28.1. Si assuma ora che x1 < x2 : allora Sx1 x2 = [x1 , x2 ]
Sia x = (1 )x1 + x2 Sx1 x2 per un certo [0, 1]. Poiche (1 )x1 (1 )x2
e x1 x2 , allora
x = (1 )x1 + x2 (1 )x1 + x1 = x1 ,
x = (1 )x1 + x2 (1 )x2 + x2 = x2
cio`e x [x1 , x2 ]. Viceversa se x [x1 , x2 ] allora 0 x x1 x2 x1 6= 0 e
scegliendo = (x x1 )/(x2 x1 ) [0, 1] si ha


x x1
x x1
x1 +
x2 =
(1 )x1 + x2 = 1
x2 x1
x2 x1
=

(x2 x1 x + x1 )x1 + (x x1 )x2


=x
x2 x1

perci`
o x Sx1 x2 .
Si dimostra che i sottoinsiemi convessi di R sono tutti e soli gli intervalli.
Definizione 28.1. Sia f : R R una funzione e sia A D(f ) un convesso.
Si dice che f `e convessa su A se per ogni x1 , x2 A `e
f ((1 )x1 + x2 ) (1 )f (x1 ) + f (x2 ) .
Pertanto una funzione f `e convessa su un convesso A se limmagine mediante f del
punto x = (1 )x1 + x2 Sx1 x2 `e minore del punto y = (1 )f (x1 ) + f (x2 )
Sf (x1 )f (x2 ) , ovvero se nel piano cartesiano il punto (x, f (x)) sta al di sotto del punto
(x, y) per y = (1 )f (x1 ) + f (x2 ).
Osservazione 28.2. Se f `e una funzione convessa sul convesso A allora, per ogni
x1 , x2 A, il grafico di f compreso tra i punti (x1 , f (x1 )), (x2 , f (x2 )) Gf sta al
di sotto della retta passante per essi.
Infatti lequazione di tale retta `e
y = f (x1 ) +

f (x2 ) f (x1 )
(x x1 ) .
x2 x1

Se x Sx1 x2 allora x = (1 )x1 + x2 e la sua immagine sulla retta `e y =


f (x1 ) + (f (x2 ) f (x1 )) = (1 )f (x1 ) + f (x2 ). Poich`e f `e convessa, si ha che
f (x) y.
Esempio 28.1. Una funzione del tipo f (x) = ax2 + bx + c, con a 0, b, c R (il
cui grafico `e una parabola rivolta verso lalto se a > 0, ed `e una retta se a = 0) `e
una funzione convessa su R. In particolare ogni retta `e una funzione convessa.
Infatti siano x1 , x2 R, allora
f ((1 )x1 + x2 ) = a[(1 )x1 + x2 ]2 + b[(1 )x1 + x2 ] + c ,
(1 )f (x1 ) + f (x2 ) = (1 )[ax21 + bx1 + c] + [ax22 + bx2 + c] =
= a[(1 )x21 + x22 ] + b[(1 )x1 + x2 ] + c .

70

Elisabetta Barletta

Se = 0, 1 le due scritture sono uguali; sia allora (0, 1). Ora


[(1 )x1 + x2 ]2 = (1 )2 x21 + 2(1 )x1 x2 + 2 x22
dove (usando il fatto che 2AB (A2 /k 2 ) + k 2 B 2 , per ogni k 6= 0) si ha
(1 )2 x21
+ k 2 2 x22 , k R {0} .
k2
Poiche , 1 > 0, per k 2 = (1 )/ si ha
2(1 )x1 x2

2(1 )x1 x2 (1 )(x21 + x22 )


da cui
[(1 )x1 + x2 ]2 (1 )x21 + x22 .
Pertanto, poiche a 0, `e
f ((1 )x1 + x2 ) (1 )f (x1 ) + f (x2 ) .
Definizione 28.2. Sia f : R R una funzione e sia A D(f ) un convesso.
Si dice che f `e concava su A se (f ) `e convessa su A, cio`e se per ogni x1 , x2 A `e
f ((1 )x1 + x2 ) (1 )f (x1 ) + f (x2 ).
Dallesempio 28.1 segue che una funzione del tipo f (x) = ax2 + bx + c, con a 0 e
b, c R (il cui grafico `e una parabola rivolta verso il basso se a < 0 ed `e una retta
se a = 0) `e concava su R. In particolare ogni retta `e anche una funzione concava:
anzi si dimostra facilmente che le rette sono le uniche funzioni contemporaneamente
convesse e concave.
Proposizione 28.1. Una funzione f : D(f ) R `e convessa su un intervallo
A D(f ) se e solo se per ogni x1 , x2 , x A con x1 < x < x2 `e
f (x) f (x2 )
f (x) f (x1 )

.
x x1
x x2
In modo analogo, f `e concava su A se e solo se per ogni x1 , x2 , x A con x1 < x <
x2 `e
f (x) f (x2 )
f (x) f (x1 )

.
(28.2)
x x1
x x2
(28.1)

Dimostrazione. Siano x1 < x < x2 punti del convesso A D(f ), allora esiste
[0, 1] tale che
x = (1 )x1 + x2

(28.3)
e per la convessit`
a di f `e

f (x) (1 )f (x1 ) + f (x2 ) .


Dalla (28.3) si ricava che
x2 x
x x1
, 1=
x2 x1
x2 x1
quindi f `e convessa se e solo se
x2 x
x x1
f (x)
f (x1 ) +
f (x2 ) .
x2 x1
x2 x1
Allora
=

(x2 x)f (x) + (x x1 )f (x) = (x2 x1 )f (x) (x2 x)f (x1 ) + (x x1 )f (x2 )
ovvero
(x2 x)(f (x) f (x1 )) (x x1 )(f (x2 ) f (x))
e dunque
f (x) f (x2 )
f (x) f (x1 )

x x1
x x2


V - Differenziabilit`
a di una funzione

71

In generale una funzione convessa (o concava) pu`o non essere derivabile: ad


esempio basta prendere la funzione convessa f (x) = |x|. Vale la seguente
Proposizione 28.2. Sia f : D(f ) R una funzione convessa (risp. concava)
su un intervallo A D(f ). Allora per ogni x0 A esistono i limiti laterali
limxx (f (x) f (x0 ))/(x x0 ), limxx+ (f (x) f (x0 ))/(x x0 ) e
0

lim

xx
0

f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
lim
x x0
x x0
xx+
0

(risp. limxx (f (x) f (x0 ))/(x x0 ) limxx+ (f (x) f (x0 ))/(x x0 )).
0

Dimostrazione. Diamo la dimostrazione per f convessa: se f `e concava si procede


in modo simile. Siano x, x0 A due punti distinti; si consideri la funzione continua
x0 ,x : (0, 1] R definita da
f (x0 + (x x0 )) f (x0 )
.

La funzione x0 ,x `e crescente. Infatti se 1 , 2 (0, 1] con 1 < 2 allora posto


= 1 /2 `e 0 < < 1 e
x0 ,x () =

x0 + 1 (x x0 ) = x0 + 2 (x x0 ) = (1 )x0 + x0 + 2 (x x0 ) =
= (1 )x0 + (x0 + 2 (x x0 ))
dove x0 + 2 (x x0 ) `e un punto del segmento di estremi x0 e x. Poiche f `e convessa
si ha:
f (x0 + 1 (x x0 )) = f ((1 )x0 + (x0 + 2 (x x0 )))
(1 )f (x0 ) + f (x0 + 2 (x x0 )) = f (x0 ) + [f (x0 + 2 (x x0 )) f (x0 )] .
Allora

f (x0 + 1 (x x0 )) f (x0 )

[f (x0 + 2 (x x0 )) f (x0 )] =
1
1
f (x0 + 2 (x x0 )) f (x0 )
=
2
e questo prova che x0 ,x (1 ) x0 ,x (2 ). Pertanto esiste il limite laterale
lim x0 ,x () = lim+

0+

f (x0 + (x x0 )) f (x0 )

e di conseguenza esiste anche


x0 ,x ()
.
x x0
Sia = x0 + (x x0 ). Se x < x0 , poiche (0, 1], `e (x x0 ) < 0, quindi per
0+ `e x
0 ; inoltre = ( x0 )/(x x0 ) e dunque in tal caso
lim

0+

lim+

x0 ,x ()
f () f (x0 )
= lim
.
x x0
x0
x0

Se invece x > x0 allora per 0+ `e x+


0 e quindi
lim

0+

f () f (x0 )
x0 ,x ()
= lim
.
+
x x0
x0
x0

Questo prova che i due limiti laterali in questione esistono. Sappiamo che se f `e
convessa e x1 < x0 < x2 sono punti di A allora
f (x1 ) f (x0 )
f (x2 ) f (x0 )

x1 x0
x2 x0
da cui
f (x) f (x0 )
f (x) f (x0 )
lim
lim
.

+
x x0
x x0
xx0
xx0

72

Elisabetta Barletta


Le tre proposizioni che seguono caratterizzano le funzioni convesse e concave derivabili.
Proposizione 28.3. Sia f : D(f ) R derivabile in un intervallo aperto A
D(f ).
Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia convessa su A `e che la funzione
derivata f 0 sia crescente su A.
Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia concava su A `e che la funzione
derivata f 0 sia decrescente su A.
Dimostrazione. Sia f convessa sul convesso A e siano x1 , x2 A due punti
distinti. Se x1 < x < x2 allora
f (x) f (x2 )
f (x) f (x1 )

.
x x1
x x2
dalla derivabilit`
a di f in A segue dunque che
f (x) f (x2 )
f (x1 ) f (x2 )
f 0 (x1 ) lim
=
.
xx1
x x2
x1 x2
Daltra parte si ha anche
f (x2 ) f (x1 )
f (x1 ) f (x2 )
f (x) f (x1 )
=
=
.
f 0 (x2 ) lim
xx2
x x1
x2 x1
x1 x2
Pertanto
f 0 (x1 ) f 0 (x2 )
0
e questo prova la crescenza si f .
Viceversa sia f 0 crescente e scegliamo x1 , x2 A con x1 < x2 . Allora lintervallo
[x1 , x2 ] A e per x1 < x < x2 , applicando il teorema di Lagrange relativamente
agli intervalli [x1 , x] e [x, x2 ] si ha che esistono 1 (x1 , x) e 2 (x, x2 ) tali che
f (x) f (x1 )
= f 0 (1 ) ,
x x1

f (x) f (x2 )
= f 0 (2 ) .
x x2

` ovvio che 1 < 2 e dalla crescenza di f 0 si ha f 0 (1 ) f 0 (2 ) i.e.


E
f (x) f (x1 )
f (x) f (x2 )

x x1
x x2
che prova la convessit`
a di f per la proposizione 28.1.

Proposizione 28.4. Sia f : R R una funzione derivabile nel convesso aperto
A D(f ). Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia convessa su A `e che
per ogni x, x0 A sia
(28.4)

f (x) f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ).

Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia concava su A `e che per ogni


x, x0 A sia
(28.5)

f (x) f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ).

Dimostrazione. Sia f convessa sul convesso A D(f ) e siano x0 , x A. Se


x0 = x allora non c`e niente da dimostrare (la (28.4) `e banale). Sia dunque x0 6= x.
Se x0 < x, per x0 < < x, la convessit`a di f d`a
f (x) f ()
f () f (x0 )

x0
x
e quindi
f (x) f ()
f (x) f (x0 )
f 0 (x0 ) lim
=
x0
x
x x0

V - Differenziabilit`
a di una funzione

73

da cui (x x0 > 0)

f (x) f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 )


che `e la (28.4). Se invece x0 > x allora per x < < x0 `e
f () f (x0 )
f (x) f ()

x
x0

da cui
f 0 (x0 ) lim

x0

ovvero (x x0 < 0)

f (x) f ()
f (x) f (x0 )
=
x
x x0

f (x) f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 )

che `e ancora la (28.4).


Viceversa supponiamo che per ogni x0 , x A valga la (28.4). Se x1 , x2 A sono
due punti distinti si ha che
f (x1 ) f (x2 ) + f 0 (x2 )(x1 x2 )
ma anche
f (x2 ) f (x1 ) + f 0 (x1 )(x2 x1 ) .
Sommando membro a membro si ottiene
0 (f 0 (x2 ) f 0 (x1 ))(x1 x2 ) .
Se x1 < x2 questa d`
a f 0 (x2 )f 0 (x1 ) 0 ovvero f 0 (x1 ) f 0 (x2 ); se invece `e x1 > x2
la stessa disequazione d`
a f 0 (x2 ) f 0 (x1 ) 0 ovvero f 0 (x1 ) f 0 (x2 ). In ogni caso
f 0 risulta essere crescente in A.
Similmente si procede per il caso in cui f sia concava.

Proposizione 28.5. Sia f : R R derivabile due volte nel convesso aperto A.
Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia convessa su A `e che f 00 (x) 0
per ogni x A.
Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia concava su A `e che f 00 (x) 0 per
ogni x A.
Dimostrazione. Dalla proposizione 28.5 precedente f `e convessa su A se e solo se
f 0 `e crescente su A e, dalla ii) della proposizione 25.2, questo vale se e solo se per
ogni x A `e (f 0 )0 (x) = f 00 (x) 0.
In modo analogo si procede per provare la caratterizzazione di una funzione concava.


74

Elisabetta Barletta

VI - La formula di Taylor

In questo capitolo si vuole determinare un polinomio che meglio approssimi (localmente


in un punto) una funzione. La formula che si ottiene `e chiamata formula o sviluppo di
Taylor, il polinomio cercato si chiama polinomio di Taylor e lavverbio meglio qui usato
lo si spiega col fatto che lerrore commesso sostituendo alla funzione il suo polinomio di
Taylor `e infinitesimo di ordine dipendente dalla classe di continuit`
a della funzione. Lentit`
a
dellerrore `e valutabile mediante le sue rappresentazioni esplicite (cfr. il paragrafo 8.3,
rappresentazioni del resto).

29. Il polinomio di Taylor


Data una funzione f : D(f ) R in generale non `e facile calcolare il valore f (x),
per ogni x D(f ). Un caso dove invece questo `e semplice `e quando f (x) `e un polinomio in una variabile. Lo scopo `e allora quello di approssimare una funzione data
con un polinomio e stimare lerrore che si commette quando al posto delleffettivo
valore della funzione in un punto x si considera il valore di quel polinomio in tale
punto.
Per m N sia fm (x) = xm : essa `e una funzione di classe C su R e per k N,
(k)
k m + 1, `e fm (x) = 0 in ogni x R, mentre per k N, 0 k m, `e


m
(k)
fm (x) = k!
xmk .
k
Daltra parte, dallo sviluppo del binomio di Newton si ha

m 
m
(k)
X
X
fm (x0 )
m
m
m
(x x0 )k
x = [(x x0 ) + x0 ] =
(x x0 )k xmk
=
0
k
k!
k=0

k=0

e quindi avremo
(29.1)

fm (x) =

m
(k)
X
fm (x0 )

k!

k=0

(x x0 )k .

Sia ora pn (x) = a0 + a1 x + a2 x + + an xn un polinomio di grado n, allora


pn (x) =

n
X

am fm (x)

m=0

che dalla (29.1) scriveremo come


pn (x) =

n
X
m=0

am

m
(k)
X
fm (x0 )
k=0

k!
=

(x x0 )k =

n X
n
X

(k)

am

k=0 m=k
n
(k)
X
pn (x0 )
k=0

k!

fm (x0 )
(x x0 )k =
k!

(x x0 )k .

Sia ora f : D(f ) R una funzione derivabile n volte in x0 D(f ): ad essa si


associa il polinomio di grado n
Pn (x; x0 ) =

n
X
f (k) (x0 )
k=0

k!

(x x0 )k

La (funzione) differenza
Rn (x; x0 ) = f (x) Pn (x; x0 )

VI - La formula di Taylor

75

`e nulla se e solo se f (x) `e un polinomio (essenzialmente `e il polinomio Pn (x; x0 )).


Altrimenti Rn (x; x0 ) misura lerrore che si commette sostituendo al valore f (x) il
valore del polinomio Pn (x; x0 ). Rn (x; x0 ) `e una funzione continua e dunque
lim Rn (x; x0 ) = Rn (x0 ; x0 ) = 0 .

xx0

Lemma 29.1. Sia f : D(f ) R una funzione derivabile n volte in un punto

x0 D(f ). Allora
f (x)
=0
(x x0 )n
se e solo se f (k) (x0 ) = 0 per ogni k N, 0 k n.
lim

xx0

Dimostrazione. Sia

f (x)
=0
(x x0 )n
e si supponga per assurdo che esista k N, 0 k n tale che
lim

xx0

f (x0 ) = f 0 (x0 ) = = f (k1) (x0 ) = 0 ,

f (k) (x0 ) 6= 0 .

Poich`e f `e derivabile n volte in x0 , le derivate f 0 , f 00 , , f (n1) sono continue in


un intorno9 I(x0 , r) D(f ) e quindi applicando k 1 volte il teorema di LHospital
si ha:
f (x)
f (k1) (x)
lim
=
lim
.
xx0 (x x0 )k
xx0 k!(x x0 )
Se k < n, essendo f (k) continua in x0 , usando ancora il teorema di LHospital, `e
lim

xx0

f (k) (x)
f (k) (x0 )
f (x)
=
lim
=
6= 0 .
xx0
(x x0 )k
k!
k!

Se invece k = n allora non `e detto che f (n) (x) sia ancora continua in x0 , tuttavia
in tal caso
f (x)
f (n1) (x)
lim
=
lim
=
xx0 (x x0 )k
xx0 k!(x x0 )
f (n1) (x) f (n1) (x0 )
f (n) (x0 )
= lim
=
6= 0 .
xx0
k!(x x0 )
n!
Daltra parte per ogni 0 k n `e
f (x)
f (x)
lim
= lim
(x x0 )nk = 0 .
k
xx0 (x x0 )
xx0 (x x0 )n
Quindi si `e ottenuto un assurdo e pertanto f (k) (x0 ) = 0 per ogni 0 k n.
Viceversa se `e f (k) (x0 ) = 0 per ogni k N, 0 k n, allora, applicando il
teorema di LH
ospital n 1 volte, si ha:
lim

xx0

= lim

xx0

f (x)
f (n1) (x)
=
lim
=
xx0 n!(x x0 )
(x x0 )n

f (n1) (x) f (n1) (x0 )


f (n) (x0 )
=
=0.
n!(x x0 )
n!


Proviamo quindi il seguente


9Se una funzione f `
e continua in un punto interno x0 , allora essa `
e continua in un intorno di
x0 : infatti se per assurdo questo non fosse, per ogni intorno I(x0 , r) esisterebbe un punto xr in cui
f non sarebbe continua. Poich
ef `
e continua in x0 , in corrispondenza ad ogni n N \ {0} esiste
n > 0 tale che per ogni x I(x0 , n ) sia |f (x) f (x0 )| < 1/n. Tuttavia nellintorno I(x0 , n )
esisterebbe xn per cui per un certo > 0 e per ogni > 0 si avrebbe |f (x) f (xn | , per ogni
x I(xn , ). In particolare questo varrebbe in x0 perch
e x0 I(xn , n ). Si noti allora che la
successione {f (xn )}nN non convergerebbe a f (x0 ) e questo contraddirebbe la continuit`
a di f in
x0 .

76

Elisabetta Barletta

Teorema 29.1 (di Taylor). Sia f : D(f ) R una funzione derivabile n volte nel

Pn
punto x0 D(f ). Sia pn (x; x0 ) = k=0 ak (x x0 )k un generico polinomio di grado
n. Allora
rn (x; x0 )
=0
lim
xx0 (x x0 )n
per rn (x; x0 ) = f (x) pn (x, x0 ), se e solo se
(29.2)

f (k) (x0 )
k!

ak =

per 0 k n.
Dimostrazione. Si scriva pn (x; x0 ) =

Pn

m=0

am (x x0 )m cosicche per 0 k n,

rn(k) (x; x0 ) = f (k) (x) p(k)


n (x; x0 ) =
= f (k) (x)

n
X

m(m 1) (m k + 1)am (x x0 )mk

m=k
(k)
rn (x0 ; x0 )

e da questa
= f (k) (x0 ) k! ak . Dal lemma 29.1 precedente applicato
alla funzione rn (x; x0 ) per x I(x0 , r) si ha che
lim

xx0

rn (x; x0 )
=0
(x x0 )n

se e solo se
f (k) (x0 ) k! ak = 0
ovvero se e solo se `e verificata la (29.2).

Osservazione 29.1. Il teorema di Taylor implica che pn (x; x0 ) = Pn (x; x0 ) e
rn (x; x0 ) = Rn (x; x0 ). Ne segue allora che
lim

xx0

Rn (x; x0 )
=0
(x x0 )n

cio`e Rn (x; x0 ) = o((x x0 )n ).


Si chiamano polinomio e resto di Taylor (di ordine n) di f in x0 rispettivamente
il polinomio Pn (x; x0 ) e la funzione Rn (x; x0 ). La formula o sviluppo di Taylor di
f in x0 di ordine n `e la somma f (x) = Pn (x; x0 ) + Rn (x; x0 ), i.e.
(29.3)

f (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ) +


+

ovvero
f (x) =

f 00 (x0 )
(x x0 )2 + +
2!

f (n) (x0 )
(x x0 )n + Rn (x; x0 )
n!
n
X
f (k) (x0 )
k=0

k!

(x x0 )k + Rn (x; x0 ) .

30. Formula di Taylor e punti di estremo


La formula di Taylor permette di avere informazioni circa i punti di estremo di
una funzione derivabile n volte su un aperto A. Infatti
Proposizione 30.1. Sia f : D(f ) R una funzione derivabile 2n volte in x0

D(f ) tale che f 0 (x0 ) = f 00 (x0 ) = = f (2n1) (x0 ) = 0 mentre f (2n) (x0 ) 6= 0.
i) Se f (2n) (x0 ) > 0 allora x0 `e un punto di minimo relativo,
ii) Se f (2n) (x0 ) < 0 allora x0 `e un punto di massimo relativo.

VI - La formula di Taylor

77

Dimostrazione. Sia f (2n) (x0 ) > 0. Dalla formula di Taylor di f in x0 si ha:


f (x) = f (x0 ) +

f (2n) (x0 )
(x x0 )2n + R2n (x; x0 )
(2n)!

dove, posto
(x) =

R2n (x; x0 )
,
(x x0 )2n

`e
lim (x) = 0 .

xx0

Allora

f (2n) (x0 )
f (x) = f (x0 ) +
+ (x) (x x0 )2n
(2n)!


e

lim

xx0


f (2n) (x0 )
f (2n) (x0 )
+ (x) =
>0.
(2n)!
(2n)!

Dal teorema della permanenza del segno esiste un intorno I(x0 , ) D(f ) tale che,
per ogni x I(x0 , ), sia
f (2n) (x0 )
+ (x) > 0 .
(2n)!
Poich`e (x x0 )2n 0, allora per ogni x I(x0 , ) `e f (x) f (x0 ), cio`e x0 `e un
punto di minimo relativo.
In modo analogo si procede se f (2n) (x0 ) < 0.

Osservazione 30.1. Se f C 2n+1 (A) e
f 0 (x0 ) = f 00 (x0 ) = = f (2n) (x0 ) = 0
mentre f (2n+1) (x0 ) 6= 0, allora x0 non `e un punto di estremo locale.
Infatti in tal caso la formula di Taylor di f in x0 `e
f (2n+1) (x0 )
(x x0 )2n+1 + R2n+1 (x; x0 )
(2n + 1)!
 (2n+1)

f
(x0 )
= f (x0 ) +
+ (x) (x x0 )2n+1 .
(2n + 1)!

f (x) = f (x0 ) +

Si assuma ad esempio f (2n+1) (x0 ) > 0. Ragionando come prima, esiste un intorno
I(x0 , ) per cui sia
f (2n+1) (x)
+ (x) > 0
(2n + 1)!
per ogni x I(x0 , ). Tuttavia in tal caso se x I(x0 , ) e x x0 allora (x
x0 )2n+1 0, da cui f (x) f (x0 ), mentre se x x0 allora (x x0 )2n+1 0, da cui
f (x) f (x0 ) e dunque x0 non pu`o essere ne un punto di minimo ne di massimo
relativo.
31. Rappresentazioni del resto

Proposizione 31.1. Siano f : D(f ) R e x0 D(f ). Se f `e derivabile n + 1


volte in x0 allora

 (n+1)
f
(x0 )
+ (x) (x x0 )n+1
Rn (x; x0 ) =
(n + 1)!
dove limxx0 (x) = 0.

78

Elisabetta Barletta

Dimostrazione. Le ipotesi su f implicano che le derivate f 0 , , f (n) sono continue in un intorno di x0 . Il limite
Rn (x; x0 )
lim
xx0 (x x0 )n+1
si presenta nella forma indeterminata 0/0 e applicando il teorema di LHospital
n volte si ha
Rn (x; x0 )
f (x) Pn (x; x0 )
lim
= lim
=
xx0 (x x0 )n+1
xx0
(x x0 )n+1
(n)

= lim

xx0

f (n) (x) Pn (x; x0 )


f (n) (x) f (n) (x0 )
f (n+1) (x0 )
= lim
=
xx0
(n + 1)!(x x0 )
(n + 1)!(x x0 )
(n + 1)!

da cui
lim

xx0

Rn (x; x0 )
f (n+1) (x0 )

=0.
n+1
(x x0 )
(n + 1)!

Posto allora

f (n+1) (x0 )
Rn (x; x0 )

,
n+1
(x x0 )
(n + 1)!

(x) =
si ha lasserto.


Si noti che se f (n+1) (x0 ) 6= 0, dalla dimostrazione segue che
Rn (x; x0 ) = O((x x0 )n+1 ) .
Proposizione 31.2. Sia f : D(f ) R derivabile n volte in un intorno I(x0 , r) di

x0 D(f ) e si supponga che per 0 < < r esista f (n+1) in (x0 , x0 + ). Allora per
ogni x (x0 , x0 + ) e per ogni funzione continua su [x0 , x], derivabile in (x0 , x)
con 0 6= 0 esiste (x0 , x) tale che sia
(31.1)

Rn (x; x0 ) =

(x) (x0 ) f (n+1) ()


(x )n .
0 ()
n!

Dimostrazione. Sia x (x0 , x0 + ) fissato e sia : [x0 , x] R come nellenunciato. La funzione f `e derivabile n + 1 volte sia in x che in ogni y (x0 , x) e
dunque considerata la funzione : [x0 , x] R data da
n
X
f (k) (y)
(y) = Pn (x; y) f (x) =
(x y)k f (x)
k!
k=0

si ha che essa `e continua in [x0 , x], derivabile in (x0 , x) e inoltre


(x0 ) = Rn (x; x0 ) , (x) = 0 .
Applicando il teorema di Cauchy si ha che esiste un punto (x0 , x) tale che
(x) (x0 )
0 ()
= 0
(x) (x0 )
()
cio`e
Rn (x; x0 ) =

(x) (x0 ) 0
() .
0 ()

Ora

n  (k+1)
X
f
(y)
f (k) (y)
d
k
k1
Pn (x; y) =
(x y) k
(x y)
=
(y) =
dy
k!
k!
0

k=1

=
da cui
Rn (x; x0 ) =

f (n+1) (y)
(x y)n
n!

(x) (x0 ) f (n+1) ()


(x )n .
0 ()
n!

VI - La formula di Taylor

79


Osservazione 31.1. Nella formula (31.1) per (y) = x y si ha il resto nella
forma di Cauchy
(31.2)

mentre per (y) = (x y)n+1


(31.3)

f (n+1) ()
(x )n (x x0 )
n!
si ha il resto nella forma di Lagrange

Rn (x; x0 ) =

Rn (x; x0 ) =

f (n+1) ()
(x x0 )n+1 .
(n + 1)!

32. La formula di Mac Laurin

Sia f : D(f ) R una funzione derivabile n volte in x0 = 0 D(f ). Si chiama


formula o sviluppo di Mac Laurin di f (di ordine n) la formula di Taylor di f in
x0 = 0 (di ordine n), cio`e la formula
(32.1)

f (x) = f (0) + f 0 (0)x +

f (n) (0) n
f 00 (0) 2
x + +
x + Rn (x; 0) .
2
n!

La funzione f (x) = ex `e di classe C (R), inoltre f (k) (x) = ex , per ogni k N.


Fissato n N, la formula di Mac Laurin per tale funzione `e:
n
X
x2
xn
xk
(32.2)
ex = 1 + x +
+ +
+ Rn (x, 0) =
+ Rn (x, 0) .
2
n!
k!
k=0

Se si rappresenta il resto nella forma di Lagrange si ha:


e
|x|n+1
(n + 1)!
dove 0 < < x. Questa formula vale per ogni n N e si osservi che
|Rn (x; 0)| =

lim |Rn (x, 0)| = 0 .

La funzione f (x) = sin x `e di classe C (R) e f (2k+1) (x) = (1)k cos x,


f (2k) (x) = (1)k sin x, per k N, da cui f (2k+1) (0) = (1)k , f (2k) (0) = 0 per ogni
k N. Pertanto nella formula di Mac Laurin compaiono solo le derivate dispari.
Fissato n N, la formula di Mac Laurin fino allordine 2n + 2 (f (2n+2) (0) = 0) `e:
(32.3)

x3
x5
(1)n
+
+ +
x2n+1 + R2n+2 (x; 0) =
3!
5!
(2n + 1)!
n
X
(1)k 2k+1
=
x
+ R2n+2 (x; 0) ,
(2k + 1)!

sin x = x

k=0

dove (usando la forma di Lagrange del resto) `e


|x|2n+3
| cos |
|x|2n+3
(2n + 3)!
(2n + 3)!
per 0 < < x ed ancora si noti che
|R2n+2 (x; 0)| =

lim |Rn (x, 0)| = 0 .

Anche la funzione f (x) = cos x `e di classe C (R) e f (2k+1) (x) = (1)k+1 sin x,
f (2k) (x) = (1)k cos x, per k N, da cui f (2k+1) (0) = 0, f (2k) (0) = (1)k per
ogni k N. Pertanto nella formula di Mac Laurin compaiono solo le derivate pari.
Fissato n N, la formula di Mac Laurin fino allordine 2n + 1 (f (2n+1) (0) = 0), `e:
(32.4)

cos x = 1

x4
(1)n 2n
x2
+
+ +
x + R2n+1 (x; 0) =
2
4!
(2n)!

80

Elisabetta Barletta

n
X
(1)k

(2k)!

k=0

x2k + R2n+1 (x; 0) ,

dove (usando la forma di Lagrange del resto) `e


|R2n+1 (x; 0)| =

| cos |
|x|2n+2
|x|2n+2
(2n + 2)!
(2n + 2)!

per 0 < < x ed ancora segue che


lim |Rn (x, 0)| = 0 .

La funzione f (x) = (1 + x) `e di classe C ((1, +)) per R. Per k N `e10





(k)
f (x) = k!
(1 + x)k
k
da cui


f (k) (0)

=
k
k!
per k N. Fissato n N la formula di Mac Laurin `e:
(32.5)

(1 + x) = 1 +





2
x+
x + +
xn + Rn (x; 0) =
2
n

n 
X

=
xk + Rn (x; 0) ,
k

k=0

dove (usando la forma di Lagrange del resto) `e






|f n+1 ()|

|1 + |n1 |x|n+1
|x|n+1 =
|Rn (x; 0)| =
n+1
(n + 1)!


n+1



|1 + | |x|n+1

per 0 < < x, e se |x| < 1 `e


lim |Rn (x, 0)| = 0 .

La funzione f (x) = (1 x)1 `e di classe C nellintervallo (1, 1) e per k N `e


f (k) (x) = k!(1 x)k1
e quindi
f (k) (0)
=1.
k!
Fissato n N la formula di Mac Laurin `e:
n

(32.6)

X
1
= 1 + x + + xn + Rn (x; 0) =
xk + Rn (x; 0) .
1x
k=0

Si osservi che
1 xn+1 = (1 x)

n
X

xk

k=0
10Si definisce, per R e k N,


:=

( 1) ( k + 1)
k!

VI - La formula di Taylor

81

da cui si ricava
n

(32.7)

X
1
xn+1
=
.
xk +
1x
1x
k=0

Ne segue allora, confrontando con la (32.6), che


xn+1
1x
e la (32.7) `e lo sviluppo di Mac Laurin della funzione f (x) = (1 x)1 . Dallespressione del suo resto si ottiene che, se |x| < 1
Rn (x; 0) =

lim |Rn (x; 0)| = 0 .

82

Elisabetta Barletta

VII - Integrabilit`
a di una funzione

In questo capitolo data una funzione continua f (x), ci si propone di determinare almeno
una funzione F (x) la cui derivata sia proprio f (x) (problema della ricerca delle primitive di
una funzione f (x) o, come pi`
u noto, il calcolo dellintegrale indefinito di una funzione f (x)).
Successivamente si definisce lintegrale secondo Riemann (anche comunemente chiamato
integrale definito) di una funzione f (x) e si stabilisce (tramite il teorema fondamentale del
calcolo integrale) il legame tra lintegrale indefinito e lintegrale definito. Si definiscono
inoltre gli integrali generalizzati (o impropri) di una funzione e, come applicazione di
questi, si d`
a un breve cenno sulle funzioni di Eulero di I e II specie (le cosiddette funzioni
gamma e beta di Eulero). Terminiamo il capitolo con un legame tra le serie numeriche e
gli integrali generalizzati.

33. Primitive di una funzione


Sia f : D(f ) R una funzione continua. Ci si propone di studiare il seguente
problema: Esiste una funzione F : D(F ) R derivabile tale che F 0 (x) = f (x), per
ogni x D(f )? Inoltre, se una tale funzione esiste, quante altre ce ne sono con la
medesima propriet`
a? Intanto
Definizione 33.1. Sia f : D(f ) R una funzione continua. Si chiama primitiva

di f una funzione F : D(F ) R derivabile in D(F ), con D(f ) D(F ), tale che
F 0 (x) = f (x), per ogni x D(f ).
Definizione 33.2. Sia f : D(f ) R una funzione continua. Si chiama integrale
indefinito di f linsieme


Z

0
f (x) dx := F : D(F ) R : F (x) = f (x), x D(f ) D(F ) .
R
Si osservi che se F, G f (x) dx allora G0 F 0 = 0 su D(f ) e quindi se D(f ) `e
connesso allora G F `e costante su D(f ). Dunque in tal caso, data una primitiva
di f , F : D(F ) R, si ha
Z
f (x) dx = {G : D(f ) R : G(x) = F (x) + c , c R} .
Pi`
u semplicemente si scrive
Z
f (x) dx = F (x) + c , c R .
Se f C 1 (D(f )) allora la funzione derivata f 0 `e continua su D(f ) ed `e ovvio che f
`e una primitiva di f 0 e se inoltre D(f ) `e connesso si ha:
Z
f 0 (x) dx = f (x) + c , c R .
Dalla linearit`
a della derivata segue che se F e G sono due primitive rispettivamente delle funzioni continue f e g, con D(f ) = D(g) = A, allora per ogni scalare
, R si ha che F + G `e una primitiva di f + g e pertanto se A `e un
connesso,
Z
Z
Z
(f + g)(x) dx = f (x) dx + g(x) dx ,
cio`e loperazione di integrale indefinito `e unoperazione lineare.

VII - Integrabilit`
a di una funzione

Esempio 33.1.

83

i) Sia f (x) una funzione costante, f (x) = c, allora


Z
c dx = cx + d , d R .

Infatti la funzione derivata della funzione C (R) F (x) = cx, `e F 0 (x) = c.


ii) Per ogni n N
Z

xn dx =

1
xn+1 + c .
n+1

Infatti per ogni n N la funzione derivata della funzione C (R)


F (x) =

1
xn+1 ,
n+1

`e F 0 (x) = xn .
Di qui si ricava lintegale indefinito di un polinomio.
iii)
Z

Z
sin x dx = cos x + c .

cos x dx = sin x + c ,

Infatti le funzioni derivate delle funzioni C (R)


F (x) = sin x

G(x) = cos x ,

sono rispettivamente F (x) = cos x, G0 (x) = sin x.


iv)
Z

ax dx =

ax
+c.
log a

Infatti la funzione derivata della funzione C (R)


F (x) =

ax
log a

`e F 0 (x) = ax .
v)
Z

dx
= arctan x + c .
1 + x2

Infatti la derivata della funzione C (R) F (x) = arctan x `e F 0 (x) = 1/(1 +


x2 ). Si osservi che anche la derivata della funzione G(x) = arccot x `e la
funzione F 0 (x) e quindi F (x) = arctan x e G(x) = arccot x differiscono
per una costante: `e facile verificare che arctan x = arccot x + /2.
vi)
Z

dx
= arcsin x + c .
1 x2

0
Infatti
la derivata della funzione C ((1, 1)) F (x) = arcsin x `e F (x) =
1/ 1 x2 . Analogamente a quanto descritto al punto precedente, si osservi
che la funzione G(x) = arccos x ha per derivata la funzione G0 (x) =
1/ 1 x2 , dunque F (x) = arcsin x e G(x) = arccos x differiscono (sullintervallo (1, 1)) per una costante: `e facile verificare che tale costante `e
/2.

84

Elisabetta Barletta

vii) Sia f C 1 (A) per A D(f ) aperto e connesso e sia n N, allora


Z
1
f n+1 (x) + c , x A .
f n (x)f 0 (x) dx =
n+1
Infatti la funzione derivata della funzione C 1 (A)
F (x) =

1
f n+1 (x)
n+1

`e F 0 (x) = f n (x)f 0 (x).


Pi`
u in generale si ha che se f (x) > 0 su A (e f C 1 (A)), allora per ogni
R si ha
Z
1
f (x)+1 + c , x A .
f (x) f 0 (x) dx =
+1
viii) Sia f C 1 (A) una funzione non nulla sullinsieme aperto e connesso A
D(f ), allora
Z 0
f (x)
dx = log |f (x)| + c , x A .
f (x)
Infatti se f (x) > 0 su un aperto B A allora la funzione derivata della funzione (di classe C 1 (B)) F (x) = log |f (x)| = log f (x) `e F 0 (x) = f 0 (x)/f (x),
mentre se f (x) < 0 su un aperto B A allora la funzione derivata di
F (x) = log |f (x)| = log (f (x)) `e F 0 (x) = f 0 (x)/(f (x)) = f 0 (x)/f (x).
Se A `e un connesso non aperto, ad esempio A = [a, b], diremo che una funzione
F : [a, b] R `e derivabile in a se esiste finito il limite
F (x) F (a)
.
xa
xa
La derivata di F in a `e allora il numero
F (x) F (a)
F 0 (a) = lim
.
xa
xa+
Analogamente F `e derivabile in b se esiste finito il limite
lim+

lim

xb

F (x) F (b)
xb

e la derivata di F in b `e il numero
F 0 (b) = lim
xb

F (x) F (b)
.
xb

Si noti che questo permette di definire una funzione Fe : (e


a, eb) R con (e
a, eb) [a, b]
0
0
0
0
e
e
e
e
derivabile in (e
a, b) tale che F |[a,b] = F e F (a) = F (a), F (b) = F (b). Possiamo
allora parlare di primitiva F : [a, b] R di una funzione continua f : [a, b] R.
Proposizione 33.1 (formula dintegrazione per parti). Siano f, g : A R,
con A connesso, due funzioni continue su A. Se g C 1 (A) e F `e una primitiva di
f , allora
Z
Z
f (x)g(x) dx = F (x)g(x)

F (x)g 0 (x) dx .

Dimostrazione. F g C 1 (A), e
Z
(F g)0 (x) dx = F (x)g(x) + c ;

VII - Integrabilit`
a di una funzione

85

daltra parte, dalla regola di derivazione del prodotto e dalla linearit`a dellintegrale
indefinito, si ha che
Z
Z
0
(F g) (x) dx = (F (x)g 0 (x) + F 0 (x)g(x)) dx =
Z
=

F (x)g 0 (x) dx +

Z
f (x)g(x) dx

da cui si ricava la formula dintegrazione per parti


Z
Z
f (x)g(x) dx = F (x)g(x) F (x)g 0 (x) dx
(avendo conglobato la costante c nellintegrale indefinito del secondo membro).

Esempio 33.2. Calcolare lintegrale indefinito
Z
log x dx .

Si consideri

Z
log x dx =

1 log x dx;

applicando la formula di integrazione per parti si ha


Z
Z
1
log x dx = x log x x dx = x log x x + c .
x
In modo analogo si calcola lintegrale indefinito
Z
arcsin x dx .

Esempio 33.3. Calcolare gli integrali indefiniti


Z
Z
sin2 x dx
e
cos2 x dx .

Usando la formula di integrazione per parti si ha:


Z
Z
Z
2
sin x dx = (sin x)(sin x) dx = ( cos x) sin x ( cos x) cos x dx =
Z


cos x dx = sin x cos x +
1 sin2 x dx =
Z
Z
= sin x cos x + dx sin2 x dx

= sin x cos x +

da cui si ricava

Z
2

sin2 x dx = sin x cos x + x + c

e quindi
Z

1
(x sin x cos x) + c .
2
Analogamente per il secondo integrale proposto si ha:
Z
Z
Z
2
cos x dx = (cos x)(cos x) dx = sin x cos x sin x( sin x) dx =
sin2 xdx =

Z
= sin x cos x +

sin x dx = sin x cos x +


1 cos2 x dx =

86

Elisabetta Barletta

Z
da cui si ricava

Z
2

ovvero

Z
dx

= sin x cos x +

cos2 x dx

cos2 x dx = sin x cos x + x + c

cos2 xdx =

1
(x + sin x cos x) + c .
2

Esempio 33.4. Trovare una formula iterativa per i seguenti integrali indefiniti:
Z
Z
In = sinn x dx
e Jn = cosn x dx
per n 3.
Si osservi che I0 = x+c, I1 = cos x+c e I2 `e stato calcolato nellesempio precedente. Per n 3, dalle propriet`a delle potenze e usando la formula di integrazione
per parti, si ha:
Z
Z
Z
In = sinn x dx = sinn2 x sin2 x dx = sinn2 x (1 cos2 x) dx =
Z
Z
= In2 sinn2 x cos2 x dx = In2 (sinn2 x cos x) cos x dx .
Si osservi che
n2

sin

d
x cos x =
dx

1
sinn1 x
n1

e quindi
1
In = In2
n1



Z
n1
n1
sin
x cos x + sin
x sin x dx =

= In2
da cui


1
sinn1 x cos x + In
n1

n
1
In = In2
sinn1 x cos x
n1
n1

e dunque per n 3

1 
(n 1) In2 sinn1 x cos x .
n
Per lintegrale Jn si osservi che J0 = x + c, J1 = sin x + c e J2 `e stato calcolato
nellesempio precedente. Per n 3, operando come per In , si ha:
Z
Z
Z
n
n2
2
Jn = cos x dx = cos
x cos x dx = cosn2 x (1 sin2 x) dx =
Z
Z
2
n2
= Jn2 cos
x sin x dx = Jn2 + ( cosn2 x sin x) sin x dx .
In =

Si osservi che
cosn2 x sin x =

d
dx

1
cosn1 x
n1

e quindi
1
Jn = Jn2 +
n1



Z
n1
n1
cos
x sin x cos
x cos x dx =

= Jn2 +
da cui


1
cosn1 x sin x Jn
n1

n
1
Jn = Jn2 +
cosn1 x sin x
n1
n1

VII - Integrabilit`
a di una funzione

87

e dunque per n 3
Jn =


1 
(n 1) Jn2 + cosn1 x sin x .
n

Proposizione 33.2 (formula dintegrazione per sostituzione). Sia f C 0 (A)


con A connesso, e sia : B A una funzione biunivoca di classe C 1 sul connesso
B. Allora
Z
Z
f (x) dx = f ((t))0 (t) dt , dove x = (t) .
Dimostrazione. Sia F : A R una primitiva di f (F C 1 (A)) e si consideri la
funzione G : B R data da G(t) = F (t): allora G C 1 (B) e
Z
G0 (t) dt = G(t) + c , c R .
Ora G0 (t) = F 0 ((t))0 (t) = f ((t))0 (t) e quindi
Z
Z
f ((t))0 (t) dt = F ((t)) + c = F (x) + c = f (x) dx
che d`
a la formula dintegrazione per sostituzione.

Esempio 33.5. Calcolare gli integrali indefiniti
Z
Z
dx

e
J = cos(log x) dx .
I=
x1

Per I si ponga t = x, da cui x = t2 ovvero (t) = t2 (questa funzione `e invertibile


ad esempio per t > 0) e di conseguenza 0 (t) = 2t (di classe C 1 sullintervallo
(0, +)). Allora
Z
Z
Z
2t
t1+1
dx

I=
=
dt = 2
dt =
t1
t1
x1
Z
=2

Z
dt +

dt
t1


= 2 (t + log |t 1|) + c = 2

x + log


x +c.

Per lintegrale indefinito J si pone t = log x da cui x = et = (t) e 0 (t) = et ;


dunque
Z
Z
Z
J = cos(log x) dx = et cos t dt = et cos t + et sin t dt =

= et cos t + et sin t

et cos t dt = et (sin t + cos t) J

da cui
J=

1 t
1
e (sin x + cos t) + c = x[sin(log x) + cos(log x)] + c .
2
2

Si danno adesso delle regole di calcolo per determinare le primitive di alcune funzioni
non elementari.

88

Elisabetta Barletta

33.1. Integrali di funzioni razionali fratte. Si chiama funzione razionale fratta


una funzione f (x) = p(x)/q(x) quoziente di due polinomi.
Sia
1
f (x) = 2
ax + bx + c
con = b2 4ac < 0. Per determinare una primitiva di tale funzione si osservi
che, posto A2 = > 0, si ha11
"
#
2
A2
2ax + b
2
ax + bx + c =
+1 .
4a
A
Si pone allora
2ax + b
A
cio`e si considera la funzione di classe C 1 e invertibile x = (t), per
t=

A
b
x
.
2a
2a
Allora 0 (t) = A/(2a) e, dalla formula dintegrazione per sostituzione (cfr. proposizione 33.2),
Z
Z
Z
2
dt
dx
f (x) dx =
=
=
2
2
ax + bx + c
A
t +1


2
2ax + b
2
arctan
arctan t + c =
+c.
=
A

Sia ora f (x) = p(x)/q(x) una generica funzione razionale fratta. Posto gr(p(x)) il
grado del polinomio p(x), se gr(p(x)) gr(q(x)) allora si esegue la divisione tra
p(x) e q(x) ottenendo
(t) =

p(x) = m(x)q(x) + n(x)

dove gr(n(x)) < gr(q(x))

da cui
Z

Z
Z
p(x)
n(x)
dx = m(x) dx +
dx
q(x)
q(x)
cio`e tutto `e ricondotto al calcolo di un integrale indefinito di una funzione razionale
fratta il cui numeratore abbia grado minore del denominatore.
Sia dunque f (x) = p(x)/q(x) con gr(p(x)) < gr(q(x)).
In generale q(x) ha radici reali e complesse coniugate: siano x1 , , xh R
quelle reali e distinte e sia mi N la molteplicit`a di xi per 1 i h; allora
q(x) = a(x x1 )m1 (x xh )mh (a1 x2 + b1 x + c1 )n1 (ak x2 + bk x + ck )nk
Ph
dove, per ogni 1 j k, `e j = b2j 4aj cj < 0 (si noti che gr(q(x)) = i=1 mi +
Pk
2 j=1 nj ).
In tal caso si determinano delle costanti Ai R, per 1 i h, Bj e Cj R,
per 1 j k, e un polinomio s(x) con gr(s(x)) = gr(q(x)) h 2k 1 in modo
che sia soddisfatta lidentit`
a:

h
k 
X
Bj
Cj (2aj x + bj )
p(x) X Ai
=
+
+
+
(33.1)
q(x)
x xi j=1 aj x2 + bj x + cj
aj x2 + bj x + cj
i=1
!
d
s(x)
+
.
Qh
Qk
nj 1
mi 1
2
dx
i=1 (x xi )
j=1 (aj x + bj x + cj )


11ax2 + bx + c = a x2 + b x + c
a
a
2

+ b4a+4ac
=
2

1
4a

(2ax + b)2 + A


2

A2
4a


b2
= a x2 + ab x + 4a
2


2
2ax+b
+1 .
A

b2
4a2

c
a

= a


x+

b
2a

2

VII - Integrabilit`
a di una funzione

` ovvio che, determinata tale decomposizione, si ha


E
Z
h
k
X
X
p(x)
2B
p j arctan
dx =
Ai log |x xi | +
q(x)
j
i=1
j=1
+

k
X

89

2aj x + bj
p
j

!
+

Cj log (aj x2 + bj x + cj )+

j=1

+ Qh

i=1 (x

xi

)mi 1

s(x)
+c.
Qk
nj 1
2
j=1 (aj x + bj x + cj )

Osservazione 33.1. i) Se q(x) ha soltanto radici reali e complesse coniugate semplici (i.e. m1 = = mh = 1, n1 = = nk = 1) allora la decomposizione (33.1)
diventa:

h
k 
X
p(x) X Ai
Cj (2aj x + bj )
Bj
=
+
+
q(x)
x xi j=1 aj x2 + bj x + cj
aj x2 + bj x + cj
i=1
e perci`
o lintegrale indefinito in questo caso `e:
Z
h
k
X
X
p(x)
2B
p j arctan
dx =
Ai log |x xi | +
q(x)
j
i=1
j=1
+

k
X

2aj x + bj
p
j

!
+

Cj log (aj x2 + bj x + cj ) .

j=1

ii) Se q(x) ha soltanto radici reali con molteplicit`


a i.e.
q(x) = a(x x1 )m1 (x xh )mh
allora lidentit`
a (33.1) diventa:
h

d
p(x) X Ai
=
+
q(x)
x xi
dx
i=1

s(x)
Qh

i=1 (x

xi )mi 1

con gr(s(x)) = gr(q(x)) h 1.


` ovvio che, determinata tale decomposizione, si ha
E
Z
h
X
s(x)
p(x)
Ai log |x xi | + Qh
dx =
+c.
mi 1
q(x)
i=1 (x xi )
i=1
Se q(x) ha soltanto radici reali semplici (i.e. m1 = = mh = 1, quindi gr(q(x)) =
k) si determinano delle costanti A1 , , Ah R tali che sia soddisfatta lidentit`a:
h

p(x) X Ai
=
q(x)
x xi
i=1
e lintegrale indefinito `e
Z

X
p(x)
dx =
Ai log |x xi | + c .
q(x)
i=1

iii) Se q(x) ha soltanto radici complesse coniugate con molteplicit`


a, cio`e
q(x) = (a1 x2 + b1 x + c1 )n1 (ak x2 + bk x + ck )nk
dove, per ogni 1 j k, `e j = b2j 4aj cj < 0, allora lidentit`a (33.1) diventa:

k 
Bj
Cj (2aj x + bj )
p(x) X
=
+
+
q(x) j=1 aj x2 + bj x + cj
aj x2 + bj x + cj

90

Elisabetta Barletta

s(x)

d
+
dx

Qk

j=1 (aj x

+ bj x + cj )nj 1

con gr(s(x)) = gr(q(x)) 2k 1.


` ovvio che, determinata tale decomposizione, si ha:
E
!
#
"
Z
k
X
p(x)
2aj x + bj
2Bj
2
p
p
dx =
arctan
+ Cj log (aj x + bj x + cj ) +
q(x)
j
j
j=1
s(x)

+ Qk

nj 1
2
j=1 (aj x + bj x + cj )

+c.

Se q(x) ha soltanto radici complesse coniugate semplici (i.e. n1 = = nk = 1)


allora si decompone:

k 
p(x) X
Cj (2aj x + bj )
Bj
=
+
.
q(x) j=1 aj x2 + bj x + cj
aj x2 + bj x + cj
Lintegrale indefinito `e allora
"
Z
k
X
p(x)
2B
p j arctan
dx =
q(x)
j
j=1

2aj x + bj
p
j

!
+


Cj log (aj x2 + bj x + cj ) + c .
33.2. Integrali abeliani. Si chiama integrale abeliano un integrale della forma
Z
R(x, y) dx
dove y `e una funzione algebrica di x, cio`e soddisfa ad unequazione p(x, y) = 0, per
p polinomio nelle variabili x e y.
1) Si consideri lintegrale abeliano
Z
p
I = R(x, 1 x2 ) dx .
Con la sostituzione
r
t=

1x
1+x

t2 =

ovvero

1x
1+x

si ha

4t
1 t2
= (t) = 0 (t) =
2
1+t
(1 + t2 )2
2
2
2 2
e 1 x = 4t /(1 + t ) . Dunque
Z


p
I = R (t), 1 (t)2 0 (t) dt


Z
4t
1 t2
2t
,
dt .
= R
1 + t2 1 + t2 (1 + t2 )2
2) Si consideri lintegrale abeliano
Z
p
I = R(x, x2 + a) dx
x=

per a R, il quale `esempre definito


per a > 0; invece se a < 0 lintegrale

`e definito per x < a e x > a.


Per un integrale di questo tipo si determina t R in modo che
(t + x)2 = x2 + a .
Allora
x=

t2 + a
= (t)
2t

0 (t) =

t2 + a
2t2

VII - Integrabilit`
a di una funzione

91

e t + x = (t2 + a)/2t. Dunque


Z
I = R ((t), t + (t)) 0 (t) dt

t2 + a t2 + a t2 + a
dt .
,
2t
2t
2t2
3) Si consideri lintegrale abeliano
Z
p
I = R(x, ax2 + bx + c) dx


per a, b, c R, a 6= 0. Se = b2 4ac < 0 tale integrale non `e definito


2
se a <
0. Se = 0 allora ax + bx + c `e un quadrato e quindi la funzione
2
R(x, ax + bx + c) `e razionale. Se > 0 e x1 < x2 sono le radici di
ax2 + bx + c, lintegrale `e definito per x < x1 e x > x2 se a > 0, `e definito
per x1 < x < x2 se a < 0.
a) Sia a > 0, allora12

2
2ax + b

ax2 + bx + c =
+A
2 a
dove A = /4a. Posto
t=

2ax + b

2 a

si ha che
1
b
1
x= t
= (t) = 0 (t) = .
2a
a
a
Si `e allora ricondotti a
Z


p
I = R (t), a(t)2 + b(t) + c 0 (t) dt


Z
1
b p2
1
R t , t + A dt
=
2a
a
a
che `e un integrale del tipo trattato in 2).
b) Se a < 0 (e per quanto detto allinizio deve essere > 0) si ha13
"

2 #
2ax b

ax + bx + c =
1
;
4a

posto
t=
si ha che

2ax b

x=
t
= (t)
2a
2a
12ax2 + bx + c = (ax)2 + bx + b2 b2 + c =
4a
4a
13Posto a = a > 0,

=


ax +


(t) =
.
2a
0

2
a

4acb2
4a

2ax+b

2 a

2




b2
b2
ax2 + bx + c = (a1 x2 bx c) = ( a1 x)2 bx +

c =
4a1
4a1
#
"
2

2
2

b
b + 4a1 c
2a1 x b
b2 + 4a1 c
=
a1 x

=
+

2 a1
4a1
2 a1
4a1
dove in tal caso, essendo > 0, `
e (b2 + 4a1 c)/4a1 = /4a1 > 0; posto A2 = /4a1 si ha
"
"
 #


 #

2a1 x b 2
2a1 x b 2
2
2

ax + bx + c =
1
=A 1
.

4a1
2A a1

.
4a

92

Elisabetta Barletta

Si `e ricondotti a
Z


p
I = R (t), a(t)2 + b(t) + c 0 (t) dt

=
2a

b
R t ,
2a
2a

p
1 t2
4(a)

!
dt

che `e un integrale del tipo 1).


33.3. Integrali trigonometrici. Sia
Z
I = R(cos x, sin x) dx
con R(cos x, sin x) una funzione razionale in cos x e sin x. In tal caso si usa la
sostituzione
x
t = tan
2
da cui
2
x = 2 arctan t = (t) = 0 (t) =
.
1 + t2
Si ottiene allora14


Z
Z
1 t2
2t
2
0
I = R(cos (t), sin (t)) (t) dt = R
,
dt .
2
2
1+t 1+t
1 + t2
33.4. Integrale differenziale binomio. Si chiama integrale differenziale binomio
lintegrale
Z
Im,n,p = xm (a + bxn )p dx
con a, b R, a, b 6= 0 e m, n, p Q.
1) Se p Z e m = r1 /s1 , n = r2 /s2 con s1 , s2 6= 0 e le coppie (r1 , s1 ), (r2 , s2 )
costituite da interi primi fra loro, allora, per s = s1 s2 , si pone
x = (t) = ts
da cui 0 (t) = sts1 , xm = tr1 s2 e xn = tr2 s1 , quindi
Z
Im,n,p = s (a + btr2 s1 )p ts+r1 s2 1 dt
che `e un integrale di una funzione razionale fratta.
2) Sia p Q \ Z, con p = r/s , s 6= 0 e r, s primi fra loro; se
a) Se (m + 1)/n Z si pone
1/n
 s
t a
n
s
a + bx = t x = (t) =
b
da cui 0 (t) = s/n b1/n ts1 (ts a)1/n 1 , xm = bm/n (ts a)m/n e
(a + bxn )p = tr . Pertanto
Z
s
Im,n,p = b(m+1)/n tr+s1 (ts a)(m+1)/n 1 dt
n
che `e lintegrale di una funzione razionale fratta.
14Da cos x =
2

1+cos x
,
2

sin x = 1 cos2 x = 1

sin

x
2

(1t2 )2
(1+t2 )2

=
=

1cos x
2

2t
.
1+t2

si ha t2 =

1cos x
1+cos x

da cui cos x =

1t2
1+t2

VII - Integrabilit`
a di una funzione

93

b) Se p + (m + 1)/n Z si pone dapprima


xn = t x = (t) = t1/n

Im,n,p

da cui 0 (t) = (1/n) t1/n 1 e xm = tm/n , (a + bxn ) = a + bt, quindi


p
Z
Z 
1
1
a + bt
p (m+1)/n 1
(a + bt) t
tp+(m+1)/n 1 dt .
=
dt =
n
n
t
Posto
a + bt
t = (u) = a(us b)1
us =
t
p
si ha 0 (u) = asus1 (us b)2 e [(a + bt)/t] = ur ,
tp+(m+1)/n 1 = ap+(m+1)/n 1 (us b)1[p+(m+1)/n] , da cui
Z
s
Im,n,p = ap+(m+1)/n
ur+s1 (us b)[p+(m+1)/n+1] du
n
che `e lintegrale di una funzione razionale fratta.

In conclusione, se uno almeno tra p, (m + 1)/n, p + (m + 1)/n `e intero allora lintegrale differenziale binomio Im,n,p `e risolubile. Chebishev ha dimostrato che questi
sono gli unici casi in cui un integrale differenziale binomio sia risolubile.
34. Integrale secondo Riemann
Sia f : [a, b) R una funzione definita e limitata15 su [a, b). Si suddivida [a, b)
in sottointervalli [xi1 , xi ), 1 i n, in modo da ottenere la seguente partizione
di [a, b) :
: a = x0 < x1 < x2 < < xn1 < xn = b.
Poiche f `e limitata su [a, b), gli estremi
mi =

inf

[xi1 ,xi )

Mi =

sup

[xi1 ,xi )

esistono finiti per 1 i n. Si considerino allora le somme (dipendenti da )


n
n
X
X
s =
mi (xi xi1 ) , S =
Mi (xi xi1 )
i=1

i=1

rispettivamente dette somma inferiore e somma superiore secondo Riemann della


funzione f rispetto a ; chiaramente s S . In questo modo si determinano due
insiemi di numeri reali {s : partizione di [a, b)} e {S : partizione di [a, b)}.
e di [a, b),
Se si seleziona un punto x
e (xi1 , xi ), si ottiene una nuova partizione
e : a = x0 < x1 < < xi1 < x

e < xi < < xn1 < xn = b.


Poiche dalle propriet`
a dellestremo inferiore e superiore
mi

inf
[xi1 ,e
x)

f , mi inf f
[e
x,xi )

Mi sup f , Mi sup f,
[xi1 ,e
x)

[e
x,xi )

000
ne segue che s s
`e la
e , S S
e . Siano s0 {s }, S00 {S }: se
000
0
00
partizione = allora

s0 s000 S000 S00


e dunque
s0 S00 .
Pertanto gli insiemi {s : partizione di [a, b)}, {S : partizione di [a, b)}
formano una coppia di classi separate in R e perci`o
1. sup s S , inf S s per ogni (i.e. sup s , inf S esistono
finiti),
15Ragionamenti analoghi a quelli che seguono si fanno anche nel caso in cui la funzione f sia

definita e limitata su [a, b] oppure su (a, b] o su (a, b).

94

Elisabetta Barletta

2. sup s inf S .
Definizione 34.1. Sia f : [a, b) R definita e limitata su [a, b). Si chiama
integrale inferiore (secondo Riemann) di f su [a, b) il numero reale
Z
f (x) dx := sup s ;

[a,b)

esso si indica anche con

f (x) dx.
a

Si chiama integrale superiore (secondo Riemann) di f su [a, b) il numero reale


Z
f (x) dx := inf S ;

[a,b)

esso si indica anche con


b

f (x) dx.
a

Dalla definizione si ha che


Z

Z
f (x) dx

f (x) dx.
[a,b)

[a,b)

Definizione 34.2. Una funzione limitata f : [a, b) R si dice integrabile secondo


Riemann in [a, b) se
Z
Z
f (x) dx =
f (x) dx
[a,b)

[a,b)

e il numero reale
Z

Z
f (x) dx =

f (x) dx =
a

f (x) dx
[a,b)

[a,b)

si chiama integrale secondo Riemann di f su [a, b).


f si chiama la funzione integranda, a e b si dicono gli estremi di integrazione e x `e
la variabile di integrazione. Se f `e una funzione limitata su [a, b] oppure su (a, b]
o su (a, b), in modo simile a quanto visto sopra, si definisce lintegrabilit`a secondo
Riemann di f su [a, b] oppure su (a, b] o su (a, b).
Esempio 34.1.
i) La funzione caratteristica [a,b) di un intervallo [a, b) `e
integrabile secondo Riemann su [a, b). Infatti per ogni partizione di [a, b)
si ha inf [xi1 ,xi ) [a,b) = 1, sup[xi1 ,xi ) [a,b) = 1 da cui
s = S = b a
e quindi
Z b
Z b
[a,b) (x) dx = sup s = b a = inf S =
[a,b) (x) dx
a

ovvero
Z

[a,b) (x) dx = b a.

(34.1)
a

ii) Si chiama funzione semplice una combinazione lineare finita di funzioni


caratteristiche di intervalli
m
X
(34.2)
(x) =
j [aj ,bj ) (x)
j=1

VII - Integrabilit`
a di una funzione

95

dove [aj , bj ) [ak , bk ) = per j 6= k. Possiamo supporre (eventualmente


rinumerando gli intervalli [aj , bj )) che sia bj aj+1 , 1 j m1, cosicche
a1 < b1 a2 < b2 am1 < bm1 am < bm .
Una funzione semplice `e integrabile secondo Riemann e si ha
Z b
m
X
(34.3)
(x) dx =
j (bj aj ) .
a

j=1

Infatti si ponga a = a1 , b = bm e sia una partizione di [a, b),

a = x0 < x1 < < xn1 < xn = b .

Allora per ogni 1 j m esisteranno kj , rj N tali che [xkj +s1 , xkj +s )


, per 0 s rj e xkj 1 aj < xkj , xkj +rj 1 < bj xkj +rj . La
partizione determina
(a) una partizione j di [aj , bj ) nel modo seguente:
j

aj < xkj < xkj +1 < < xkj +rj 2 < xkj +rj 1 < bj

da cui segue che


rj 1

sj = j (xkj aj ) +

j (xkj +s xkj +s1 ) + j (bj xkj +rj 1 ) =

s=1

= j (bj aj ); .
Allo stesso modo
Sj = j (bj aj ) ;
e di [a, b) nel modo seguente:
(b) una partizione
e

a = a1 = x0 < x1 < < xkj 1 aj < xkj < xkj +1 <

< xkj +rj 1 < bj xkj +rj < < bm = b.


Si noti che |\
= 0 e dunque
m
e
j

j=1

s
e =

m
X

sj =

m
X

j (bj aj ) =

Sj = S
e .

j=1

j=1

j=1

m
X

Siccome
s
e sup s inf S S
e = s
e

si ha che
Z

Z
(x) dx =

(x) dx = s
e

ovvero la (34.3)
Osservazione 34.1. Ci sono funzioni limitate che non sono integrabili secondo
Riemann, ad esempio si consideri la funzione f : [0, 1) R data da

per x razionale
1
f (x) =

0 per x irrazionale .
Per ogni partizione di [0, 1) `e s = 0, S = 1 e dunque
Z 1
Z 1
f (x) dx <
f (x) dx.
0=
0

Valgono i seguenti fatti:

96

Elisabetta Barletta

Proposizione 34.1.
a) Una funzione continua su un compatto [a, b] `e ivi integrabile secondo Riemann.
b) Una funzione limitata e monot`
ona su un intervallo [a, b) `e ivi integrabile
secondo Riemann.
c) Una funzione limitata su [a, b) con un numero finito di discontinuit`
a in
[a, b) `e ivi integrabile secondo Riemann.
Si indica con R([a, b)) linsieme delle funzioni integrabili secondo Riemann su
[a, b). Dal punto c) della proposizione 34.1 segue che
Osservazione 34.2. Se f `e continua e limitata su [a, b) allora f R([a, b)).
Infatti in tal caso f `e una funzione limitata in [a, b) priva di discontinuit`a.
Si noti inoltre che f in b pu`
o avere una discontinuit`a o di I o di III specie. Se
limxb f (x) = ` allora f ammette lestensione continua f : [a, b] R data da

f (x), x [a, b)
f (x) =

`,
x = b.
Il lettore raffronti con attenzione il punto a) e losservazione 34.2 precedente con
la seguente:
Osservazione 34.3. Se f `e continua su [a, b) allora non `e detto che f sia integrabile
secondo Riemann in [a, b).
Infatti sia f (x) = 1/x per x [1, 0): essa `e continua su [1, 0) ma non `e
limitata, quindi non `e possibile definire lintegrale secondo Riemann di tale funzione
sullintervallo [1, 0).
Si dimostra che
i) Se f, g R([a, b)) e f (x) g(x) per ogni x [a, b)

Proposizione 34.2.
allora

f (x) dx
a

g(x) dx .
a

ii) Se f, g R([a, b)) e , R allora f + g R([a, b)) e


Z b
Z b
Z b
(f + g)(x) dx =
f (x) dx +
g(x) dx.
a

iii) Se f, g R([a, b)) allora f g R([a, b)) e


!1/2
Z
Z
b

|f (x)g(x)| dx
a

!1/2

f (x) dx

g (x) dx

iv) Se f R([a, b)) allora anche |f | R([a, b)) e


Z
Z
b

b


f (x) dx
|f (x)| dx .

a

a
v) Se f R([a, b)) e [c, d) [a, b) allora f R([c, d)).
Osservazione 34.4.
i) Esistono funzioni f
/ R([a, b)) per cui invece |f |
R([a, b)). Infatti si consideri f : [0, 1) R definita da

per x razionale
1
f (x) =

1 per x irrazionale .
Per ogni partizione , s = 1, S = 1 e dunque
Z b
Z 1
f (x) dx = 1 < 1 =
f (x) dx,
0

VII - Integrabilit`
a di una funzione

97

mentre poiche |f (x)| = 1 per ogni x [0, 1), `e ovvio che


Z 1
Z 1
|f (x)| dx = 1 .
|f (x)| dx =
0

ii) Se f R([a, b)) e a < c < b allora f R([a, c)) e f R([c, b)); inoltre
Z b
Z c
Z b
f (x) dx =
f (x) dx +
f (x) dx.
a

Questo segue immediatamente dalla v) della proposizione 34.2.


Definizione 34.3. Sia f R([a, b)). Si pone
Z a
f (x) dx := 0,
a

e
a

Z
f (x) dx :=

f (x) dx.
a

35. Il teorema fondamentale del calcolo integrale


Premettiamo il seguente
Teorema 35.1 (della media integrale). Sia f R([a, b)). Allora esiste y0
[inf [a,b) f, sup[a,b) f ] tale che
Z b
f (x) dx = y0 (b a) .
a

Dimostrazione. Poiche f `e integrabile secondo Riemann, f `e limitata su [a, b).


Siano ` = inf [a,b) f e L = sup[a,b) f ; allora
`[a,b) f

[a,b)

L[a,b) .

Integrando secondo Riemann e tenuto conto della (34.1) si ha:


Z b
`(b a)
f (x) dx L(b a)
a

e dividendo per b a > 0


`

1
ba

f (x) dx L
a

Rb
cio`e il numero 1/(b a) a f (x) dx `e un punto del connesso [`, L], di conseguenza
esiste y0 [`, L] che eguaglia tale valore ovvero
Z b
f (x) dx = y0 (b a) .
a


Osservazione 35.1. Il teorema della media integrale `e equivalente al fatto che
!


Z b
inf f (b a)
f (x) dx sup f (b a) .
[a,b)

[a,b)

Corollario 35.1. Sia f C 0 ([a, b]). Allora esiste un punto x0 [a, b] tale che
Z b
f (x) dx = f (x0 )(b a) .
a

98

Elisabetta Barletta

Dimostrazione. Se f `e continua su [a, b] allora f `e integrabile su [a, b] e su di esso


ammette minimo ` e massimo L. Usando allora il teorema della media integrale,
esiste un punto y0 [`, L] tale che
Z b
f (x) dx = y0 (b a)
a

e dal fatto che (essendo f continua) f ([a, b]) = [`, L] `e y0 = f (x0 ) per qualche
x0 [a, b].

Sia f : [a, b) R una funzione (limitata) integrabile secondo Riemann su [a, b).
Poiche f `e integrabile in [a, x), per ogni x [a, b), si definisce funzione integrale di
f la funzione : [a, b] R data da
Z x
(x) :=
f (t) dt .
a

Si osservi che la funzione integrale `e definita anche per ogni funzione f definita su
un intervallo [a, b) purche sia f R([a, x)), per ogni x [a, b): in tal caso per`o la
funzione integrale `e definita su [a, b). In particolare questo accade se f C 0 ([a, b)).
Proposizione 35.1. Sia f R([a, b)). La funzione integrale : [a, b] R `e
Lipschitziana su [a, b].
Dimostrazione. Poich`e f `e limitata su [a, b), esiste una costante M > 0 tale che
|f (x)| M , per ogni x [a, b). Siano x, x0 [a, b], allora
Z x

Z x0



|(x) (x0 )| =
f (t) dt
f (t) dt .
a

Se x0 x allora
Z x
Z


f (t) dt

a

x0

x0

Z

f (t) dt =

x0



f (t) dt

|f (t)| dt M
x0

f (t) dt +

Z

f (t) dt =

[x0 ,x) (t) dt = M (x x0 ) = M |x x0 | ;


x0

se invece x0 x allora
Z x
Z


f
(t)
dt

Z

=

x0

Z

f (t) dt =

Z
f (t) dt

Z
f (t) dt +
a

Z
x0

f (t) dt =

x0

x0



f (t) dt =



f (t) dt

e procedendo come sopra si ha la tesi.



Osservazione 35.2.
1) La funzione integrale : [a, b] R di una funzione
f R([a, b)) `e uniformemente continua su [a, b]. Infatti ogni funzione
lipschitziana su un insieme A `e ivi uniformemente continua.
2) Se f C 0 ([a, b)) allora C 0 ([a, c]) per ogni c (a, b). Infatti `e in tal
caso uniformemente continua su [a, c] per ogni c (a, b).
Teorema 35.2 (fondamentale del calcolo integrale). Se f : [a, b) R `e una
funzione continua allora la funzione integrale `e derivabile in [a, b) e per ogni
x [a, b) `e 0 (x) = f (x). Inoltre se F : [a, b) R `e una primitiva di f allora
F (x) = (x) + F (a).

VII - Integrabilit`
a di una funzione

99

Dimostrazione. Sia x0 (a, b): se a x < x0 , poiche f C 0 ([x, x0 ]), applicando


il corollario 35.1, si ha che esiste [x, x0 ] tale che
Z x
(x) (x0 )
1
f (t) dt = lim f () = f (x0 ) .
lim
= lim
x x0
x x0 x0
xx
xx
x
0
0
0
In modo analogo, se x0 < x < b, poiche f C 0 ([x0 , x]), si ha che esiste [x0 , x]
tale che
Z x
(x) (x0 )
1
f (t) dt = lim+ f () = f (x0 ) .
= lim+
lim+
x x0
x0
xx0
xx0 x x0
x0
I due limiti provano sia la derivabilit`a di in x0 , sia che 0 (x0 ) = f (x0 ). Inoltre
`e derivabile in a perch`e ancora si ha
Z x
(x) (a)
1
f (t) dt = lim+ f () = f (a) ,
lim+
= lim+
xa
xa a
a
xa
xa
per un certo (a, x), x appartenente ad un intorno destro di a, e 0 (a) = f (a).
A questo punto si osservi che la funzione integrale (definita sul connesso [a, b))
`e una primitiva di f in [a, b), quindi se F : [a, b) R `e unaltra primitiva di f in
[a, b), allora F `e costante su [a, b). Pertanto per x [a, b) `e
F (x) (x) = (F )(x) = (F )(a) = F (a) (a) = F (a)
cio`e lasserto.

0

Osservazione 35.3. Se f C ([a, b]) e F `e una sua primitiva su [a, b] allora


Z b
f (t) dt = F (b) F (a) .
a

Infatti F (b) = limxb F (x) e dal teorema fondamentale del calcolo integrale si ha
Rb
che F (b) = limxb ((x) + F (a)) = (b) + F (a) dove (b) = a f (t) dt : questo
d`
a la formula cercata.
Esempio 35.1. Se f non `e continua su [a, b), la funzione integrale pu`o non essere
derivabile come mostra il seguente esempio. Si consideri la funzione di Heaviside
(detta anche funzione segno di x) data da

1
, per x < 0

0
, per x = 0
sgn(x) =

1
, per x > 0.
Essa non `e continua su [1, 1). Tuttavia `e integrabile in [1, 1) (sgn(x)
R x`e limitata
su [1, 1) ed ha una sola discontinuit`a). La funzione integrale (x) = 1 sgn(t) dt
`e dunque cos` fatta:
Z

[1,x) (t) dt ,
x0

R
(x) =
Z
Z

(t) dt +
(t) dt ,
x>0
[1,0)

[0,x)

da cui segue che


(x) =

x 1

x1

, per x 0
, per x > 0

cio`e (x) = |x| 1 che non `e derivabile in x = 0.

100

Elisabetta Barletta

Osservazione 35.4.
1) Siano f C 0 ([a, b]) e g C 1 ([a, b]), e sia F una
primitiva di f , allora
Z b
Z b
f (t)g(t) dt = (F g)(b) (F g)(a)
F (t)g 0 (t) dt .
a

Infatti applicando losservazione 35.3 alla funzione f g, si ha che


Z b
f (t)g(t) dt = H(b) H(a)
a

dove H `e una qualunque primitiva di f g. Daltra parte dalla formula dintegrazione per parti (cfr. proposizione 33.1) una primitiva di f g `e F g + K
dove K `e una primitiva di F g 0 , allora si ha
Z b
f (t)g(t) dt = F (b)g(b) F (a)g(a) + (K(b) K(a)) =
a

F (t)g 0 (t) dt .

= F (b)g(b) F (a)g(a)
a

2) Siano f C 0 ([c, d]) e : [a, b] [c, d] una funzione biunivoca di classe C 1


su [a, b] tale che (a) = c e (b) = d (e x = (t)). Allora
Z d
Z (b)
Z b
f (x) dx
f (x) dx =
f ((t))0 (t) dt .
c

(a)

Infatti dallosservazione 35.3, se F `e una primitiva di f allora


Z d
f (x) dx = F (d) F (c) .
c

Daltra parte dalla formula dintegrazione per sostituzione (cfr. proposizione 33.2), una primitiva di (f )0 `e F e dunque
Z b
(f )(t)0 (t) dt = F ((b)) F ((a)) = F (d) F (c)
a

e questo d`
a la formula cercata.
Sia f C 1 ([a, b]), allora f 0 C 0 ([a, b]) e f ne `e una sua primitiva; dallOsservazione 35.3 segue che
Z b
(35.1)
f 0 (x) dx = f (b) f (a) .
a

Definizione 35.1. Una funzione f si dice regolare a tratti su [a, b] se


i) f C 0 ([a, b]),
ii) f `e derivabile in [a, b] tranne al pi`
u in un numero finito di punti,
iii) la funzione derivata f 0 (dove esiste) `e continua e limitata.
Si osservi che se f `e regolare a tratti su [a, b] e x1 , . . . , xn [a, b] sono i punti
dove f non `e derivabile, allora f 0 C 0 ([a, b] \ {x1 , , xn }) ed esiste una costante
M > 0 tale che |f 0 (x)| M , per ogni x [a, b] \ {x1 , , xn }). Queste condizioni
implicano lintegrabilit`
a (secondo Riemann) della funzione derivata f 0 su [a, b] (cfr.
proposizione 34.1 c)). Sussiste la seguente
Proposizione 35.2. Sia f una funzione regolare a tratti su [a, b], allora
Z b
f 0 (x) dx = f (b) f (a) .
a

VII - Integrabilit`
a di una funzione

101

Dimostrazione. Si pu`
o supporre che ci sia un unico punto in cui f non sia derivabile, perche, essendo tali punti in numero finito, baster`a ripetere il ragionamento
per ciascuno di essi. Sia dunque x0 [a, b] il punto di non derivabilit`a di f , allora
f 0 C 0 ([a, b] \ {x0 }) ed `e limitata. Sia 1 la funzione integrale di f 0 in [a, b]: essa
`e continua (perche Lipschitziana). Per a x < x0 `e f C 1 ([a, x]) ed usando la
formula (35.1) si ha
Z x
f (x) f (a) =
f 0 (t) dt = 1 (x)
a

allora
lim (f (x) f (a)) = lim 1 (x) = 1 (x0 )

xx
0

xx
0

ovvero, essendo f continua in [a, b],


f (x0 ) f (a) = 1 (x0 ) .

(35.2)

Analogamente se x0 < x b allora f C 1 ([x, b] e dunque


Z b
Z b
Z x
f (b) f (x) =
f 0 (t) dt =
f 0 (t) dt
f 0 (t) dt = 1 (b) 1 (x)
x

da cui
lim (f (b) f (x)) = lim+ (1 (b) 1 (x)) = 1 (b) 1 (x0 )

xx+
0

xx0

ovvero
(35.3)

f (b) f (x0 ) = 1 (b) 1 (x0 ) .

Sommando membro a membro le (35.2) e (35.3) si ottiene f (b) f (a) = 1 (b), cio`e
la tesi.

36. Integrali e formule di Mac Laurin
In questo paragrafo si determinano gli sviluppi di Mac Laurin di alcune funzioni
essenzialmente integrando secondo Riemann lo sviluppo della funzione f (x) = (1 +
x) .
Si consideri la funzione C (R \ {1}), f (x) = (1 x)1 : integrando nellintervallo
[0, x], con x < 1, si ha
x
Z x
1
1
1
dt = log
= log 1 x .
1

t
|1

t|
0
0
Riprendendo allora lo sviluppo di Mac Laurin (32.7) della funzione f (x) e integrando membro a membro si ottiene
Z x n+1
n Z x
X
1
t
log
=
tk dt +
dt
1x
0
0 1t
k=0

che d`
a lo sviluppo di Mac Laurin della funzione f (x) = log 1/(1 x),
Z x n+1
n
X
1
xk+1
t
(36.1)
log
=
+
dt .
1x
k+1
0 1t
k=0

Nella (32.7) al posto di x sostituendo t si ottiene


n

X
1
(1)n+1 tn+1
=
(1)k tk +
1+t
1+t
k=0

e integrando ancora membro a membro, con x > 1, si ha


Z x
n Z x
X
(1)n+1 tn+1
k k
log(1 + x) =
(1) t dt +
dt
1+t
0
0
k=0

102

Elisabetta Barletta

e questa d`
a lo sviluppo di Mac Laurin della funzione log(1 + x),
Z x
n
X
(1)n+1 tn+1
xk+1
+
dt .
(36.2)
log(1 + x) =
(1)k
k+1
1+t
0
k=0

Sommando le due formule ottenute


p (valide per x (1, 1)) si ha lo sviluppo di Mac
Laurin della funzione f (x) = log (1 + x)/(1 x), i.e.
Z x 2n+2
n
1
1 + x X x2k+1
t
dt .
(36.3)
log
=
+
2
1x
2k + 1
1
t2
0
k=0

Sempre partendo dallo sviluppo (32.7), sostituendo t2 al posto di x e poi integrando, con x R, si ha
Z x
1
arctan x =
dt =
1
+
t2
0
=

n Z
X
k=0

(1)k t2k dt + (1)n+1

Z
0

t2n+2
dt
1 + t2

e questa d`
a la formula di Mac Laurin per la funzione f (x) = arctan x,
Z x 2n+2
n
2k+1
X
t
k x
n+1
+ (1)
dt .
(36.4)
arctan x =
(1)
2k + 1
1
+ t2
0
k=0

Nello sviluppo (32.5) si prenda = 1/2 e si sostituisca t2 al posto di x.


Integrando, con x (1, 1), si ottiene:
!Z
Z x
n
1
x
X
1

dt =
(1)k t2k dt+
2
1 t2
0
0
k
k=0
+(1)

n+1

1
2
n+1

!
(1 + )n3/2 t2n+2 dt

per 0 < < t x, cio`e


arcsin x =

n
X

(1)k

k=0

+(1)n+1 (1)n+1

1 3 (2k 1)
x2k+1
(1)k
+
(2k)(2k 2) 2
2k + 1

1 3 (2n + 1)
(2n + 2)(2n) 2

(1 + )n3/2 t2n+2 dt

ovvero la formula di Mac Laurin per la funzione f (x) = arcsin x,


(36.5)

Z x
n
X
(2n + 1)!!
(2k 1)!! x2k+1
n3/2
+
(1 + )
t2n+2 dt
arcsin x =
(2k)!! 2k + 1 (2n + 2)!!
0
k=0

dove si pone
(2k)!! = 2 4 (2k 2)(2k) e (2k + 1)!! = 1 3 (2k 1)(2k + 1) .
Usando lintegrale secondo Riemann diamo adesso una formula di rappresen

tazione del resto della formula di Taylor. Sia f : D(f ) R e sia x0 D(f ):
se f `e di classe C n+1 in un intorno di x0 allora esiste > 0 tale che f (n+1)
C 0 ([x0 , x0 + ]), perci`
o f (n+1) `e integrabile secondo Riemann nellintervallo
[x0 , x0 + ]. Si ha allora la seguente.

VII - Integrabilit`
a di una funzione

103

Proposizione 36.1 (rappresentazione integrale del resto di Taylor). Sia

f : D(f ) R di classe C n+1 in un intorno di x0 D(f ). Allora esiste > 0 tale


che per ogni punto x I(x0 , ) sia
Z
1 x (n+1)
f
(t)(x t)n dt .
Rn (x; x0 ) =
n! x0
Dimostrazione. Si procede per induzione su n N. Se n = 0 si ha f di classe
C 1 in un intorno di x0 , dunque esiste > 0 per cui f 0 C 0 ([x0 , x0 + ] e quindi
per x I(x0 , ) `e
Z
1 x 0
f (t) dt = f (x) f (x0 ) = R0 (x; x0 )
0! x0
perci`
o lenunciato `e vero per n = 0. Sia ora f di classe C (n+2) in un intorno di x0 ;
ammessa vera la formula per n, la dobbiamo ora provare per n + 1. Si noti che in
tal caso, per qualche > 0, la funzione f (n+2) `e continua in [x0 , x0 + ] mentre
f (n+1) `e di classe C 1 in un intorno di x0 ; la funzione g(t) = (x t)m `e di classe
C per ogni m N. Allora la funzione h(t) = f (n+2) (t)(x t)n+1 `e integrabile in
[x0 , x0 + ] e per x [x0 , x0 + ] integrando per parti si ottiene
Z x
x
1
1

f (n+2) (t)(x t)n+1 dt =
[f (n+1) (t)(x t)n+1 ] +
(n + 1)! x0
(n + 1)!
x0
Z x
1
+
(n + 1)f (n+1) (t)(x t)n dt =
(n + 1)! x0
=

f (n+1) (x0 )
(x x0 )n+1 + Rn (x; x0 ) =
(n + 1)!

= f (x) Pn (x; x0 )

f (n+1) (x0 )
(x x0 )n+1 =
(n + 1)!

= f (x) Pn+1 (x; x0 )


ovvero luguaglianza cercata
Z x
1
f (n+2) (t)(x t)n+1 dt = Rn+1 (x; x0 ) .
(n + 1)! x0

37. Integrali generalizzati
Sia f : [a, +) R una funzione integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
[a, b) con b > a.
Definizione 37.1. Si dice che una tale funzione f `e integrabile in senso generalizzato (o improprio) su [a, +) se esiste finito il
Z b
lim
f (x) dx .
b+

Tale limite si indica con


Z
(37.1)

f (x) dx
a

Se f `e integrabile in senso generalizzato su [a, +) allora si dice che lintegrale generalizzato (o improprio) (37.1) converge; se questo non accade si dice che
lintegrale generalizzato (37.1) diverge.

104

Elisabetta Barletta

Esempio 37.1. La funzione f (x) = 1/x `e integrabile in senso generalizzato su


[a, +), per ogni a > 0, se > 1. Infatti se b > a > 0 allora
b
Z b
Z b
x+1
1

dx = lim
x dx = lim
=
lim
b+ a
b+ + 1 a
b+ a x
b


1
1
1
1
1
=
=
1 ,
lim
lim
1 b+ x1 a
1 b+ b1
a
e tale limite esiste finito (`e uguale a 1/( 1)a1 ) se 1 > 0, i.e. se > 1;
R +
altrimenti se < 1 lintegrale a 1/x dx diverge. Se invece = 1 allora
Z b
1
b
lim
dx = lim log x|a = lim (log b log a) = +
b+ a x
b+
b+
e dunque la funzione 1/x non `e integrabile su [a, +), per ogni a > 0, ovvero
R +
lintegrale a 1/x dx diverge.
Definizione 37.2. Una funzione f : [a, +) R `e assolutamente integrabile (in
senso generalizzato) su [a, +) se la funzione |f | `e integrabile in senso generalizzato
su [a, +).
Proposizione 37.1. Una funzione f assolutamente integrabile in senso generalizzato su [a, +) `e ivi integrabile in senso generalizzato e
Z +
Z +



f (x) dx
|f (x)| dx .

a

Dimostrazione. Sia f : [a, +) R assolutamente integrabile. Allora


Z b
lim
|f (x)| dx = ` R .
b+

Dal criterio di Cauchy, per ogni > 0 esiste b > 0 tale che per ogni b0 , b00 [a, +)
con b0 , b00 > b , si abbia
Z 00
Z 00

Z b0
b
b




|f (x)| dx
|f (x)| dx =
|f (x)| dx < .

a
b0

a
Siccome

Z 00
Z 00

b
b




f (x) dx
|f (x)| dx

b0
b0

allora si ha, per ogni b0 , b00 [a, +) con b0 , b00 > b :


Z 00


b


f (x) dx <


b0
che `e la condizione di Cauchy che assicura lesistenza finita del limite
Z b
lim
f (x) dx .
b+

Inoltre per ogni b > a `e:


Z
Z
b

b


f (x) dx
|f (x)| dx

a

a
per cui passando al limite per b tendente a + si ottiene
Z +
Z +




f
(x)
dx
|f (x)| dx .


a

VII - Integrabilit`
a di una funzione

105

Proposizione 37.2. Sia f : [a, +) R integrabile secondo Riemann in ogni


intervallo [a, b), con b > a. Se esiste una funzione positiva : [a, +) R
integrabile in senso generalizzato su [a, +) tale che |f (x)| (x), per ogni x
[a, +), allora f `e assolutamente integrabile su [a, +).
Dimostrazione. Siano b0 , b00 > a con b0 < b00 , allora per ogni x [b0 , b00 ) `e 0
|f (x)| (x). Integrando (secondo Riemann) si ha
Z b00
Z b00
0
|f (x)| dx
(x) dx .
b0

b0

Il risultato allora segue dal criterio di Cauchy.



Teorema 37.1. Sia f : [a, +) R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo [a, b) con b > a. Se esiste finito
lim x f (x)

x+

per qualche > 1 allora f `e assolutamente integrabile su [a, +).


Dimostrazione. Sia
lim x f (x) = `

x+

per qualche > 1. Dalla definizione di limite, per ogni > 0 esiste x > 0 tale
che, per ogni x > x , sia |x f (x) `| < , da cui segue anche ||x f (x)| |`|| < e
perci`
o + |`| < |x| |f (x)| < + |`|. Se ` = 0, per = 1 si ha che |f (x)| < 1/x
per x > x1 > 0, se invece ` 6= 0 allora per = |`| > 0 si ha che |f (x)| < 2|`|1/x
per x > x|`| > 0.
In ogni caso, esistono una costante C > 0 e xC > max{0, a} tali che
C
x
per x > xC . Essendo > 1, dallesempio 37.1, la funzione x `e integrabile su
[xC , +) e la tesi segue dalla proposizione 37.2, tenuto conto del fatto che
Z +
Z xC
Z +
f (x) dx =
f (x) dx +
f (x) dx .
|f (x)| <

xC


Osservazione 37.1. Sia f : [a, +) R integrabile secondo Riemann in ogni
intervallo [a, b) con b > a. Se limx+ f (x) = 0 di ordine > 1 allora f `e
integrabile su [a, +). Infatti in tal caso esiste ` R, ` 6= 0 tale che
lim

x+

f (x)
=`
1/x

lim x f (x) = ` 6= 0

x+

e poiche > 1, f `e assolutamente integrabile e dunque integrabile su [a, +).


In modo analogo sia f : (, a] R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
(b, a] con b < a.
Definizione 37.3. Si dice che una tale funzione f `e integrabile in senso generalizzato (o improprio ) su (, a] se esiste finito
Z a
lim
f (x) dx .
b

Tale limite lo si indica con


Z

(37.2)

f (x) dx .

106

Elisabetta Barletta

Come nel caso dellintegrale generalizzato (37.1) si definisce la convergenza o la


divergenza dellintegrale (37.2); similmente alla definizione 37.2 si d`a la definizione
di funzione assolutamente integrabile su (, a]. Anche per questo tipo di integrale generalizzato valgono le analoghe delle proposizioni 37.1, 37.2 e lanalogo del
teorema 37.1.
Definizione 37.4. Sia f : R R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
[a, b) per b > a e in ogni intervallo (b, a] per b < a. Se
Z a
Z +
f (x) dx
e
f (x) dx

convergono per ogni a R, allora si definisce


Z +
Z a
Z
(37.3)
f (x) dx :=
f (x) dx +

f (x) dx

e in tal caso si dice che (37.3) converge.


Osservazione 37.2. Se esiste
Z

f (x) dx

allora esiste finito

Z
lim

a+

f (x) dx .
a

Infatti senza perdere di generalit`a si pu`o assumere a > 0 e se b (a, a) si ha


"Z
#
Z a
Z a
b
lim
f (x) dx = lim
f (x) dx +
f (x) dx ;
a+

a+

si ponga c = a, allora
Z a
Z
lim
f (x) dx = lim
a+

f (x) dx + lim

a+

f (x) dx .
b

Perci`
o
Z

lim

a+

f (x) dx =
a

f (x) dx +

f (x) dx =

f (x) dx

e dunque tale limite esiste finito. Il viceversa non `e vero, cio`e se


Z a
lim
f (x) dx
a+

esiste finito, non `e detto che lintegrale (37.3) converga. Infatti se f (x) = arctan x
si ha
 a

Z a

1
lim
arctan x dx = lim x arctan x log (1 + x2 ) =
a+ a
a+
2
a



1
1
= lim a arctan a log (1 + a2 ) a arctan a log (1 + a2 )
=0
a+
2
2
mentre
Z +
Z a
Z +
arctan x dx =
arctan x dx +
arctan x dx .

Ora

arctan x dx = lim
arctan x dx =
b b


 a

1
2
= lim x arctan x log (1 + x ) =
b
2
b


1
1
2
2
= lim a arctan a log (1 + a ) b arctan b + log (1 + b ) =
b
2
2

VII - Integrabilit`
a di una funzione

107

e dunque basta questo perche lintegrale


Z +
arctan x dx

diverga.
Sia f : [a, b) R una funzione integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
[a, c) per c < b, tale che
lim f (x) = .
xb

Definizione 37.5. Si dice che una tale funzione f `e integrabile in senso generalizzato (o improprio ) su [a, b) se esiste finito il
Z c
f (x) dx .
lim
cb

Tale limite si indica con


Z
(37.4)

f (x) dx
a

Se f `e integrabile in senso generalizzato su [a, b) allora si dice che lintegrale


generalizzato (o improprio) (37.4) converge; se questo non accade si dice che lintegrale generalizzato (37.4) diverge.
Esempio 37.2. La funzione f (x) = 1/(b x) , > 0, `e integrabile in senso
generalizzato su [a, b), per ogni a R, se 0 < < 1. Infatti se b > a allora
c
Z c
Z c
(b x)+1
dx

lim
=
lim
(b

x)
dx
=
lim
=
+ 1 a
cb a (b x)
cb a
cb
c



1
1
1
1
= 1
lim
lim

=
,
1 cb (b x)1 a
1 cb (b c)1
(b a)1
e tale limite esiste finito (`e uguale a 1/( 1)(b a)1 ) se 1 < 0, i.e. se
Rb
0 < < 1; altrimenti se > 1 lintegrale a 1/(b x) dx diverge.
Se invece = 1 allora
Z c
c
lim
(b x)1 dx = lim log (b x)|a
cb

cb

= lim (log (b c) log (b a)) =


cb

e dunque la funzione 1/(b x) non `e integrabile su [a, b), per ogni a R, ovvero
Rb
lintegrale a 1/(b x) dx diverge.
Definizione 37.6. Una funzione f : [a, b) R `e assolutamente integrabile in senso
generalizzato su [a, b) se la funzione |f | `e integrabile in senso generalizzato su [a, b).
Si dimostra come la proposizione 37.1 la seguente
Proposizione 37.3. Una funzione f assolutamente integrabile in senso generalizzato su [a, b) `e ivi integrabile in senso generalizzato e
Z
Z
b

b


f (x) dx
|f (x)| dx .

a

a
Proposizione 37.4. Sia f : [a, b) R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo [a, c), con c < b. Se esiste una funzione positiva : [a, b) R integrabile in
senso generalizzato su [a, b) tale che |f (x)| (x), per ogni x [a, b), allora f `e
assolutamente integrabile su [a, b).

108

Elisabetta Barletta

Dimostrazione. Siano a < c0 < c00 < b, allora


Z c00
Z c00
0
|f (x)| dx
(x) dx .
c0

c0

Il risultato allora segue dal criterio di Cauchy.



Teorema 37.2. Sia f : [a, b) R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
[a, c) con c < b. Se esiste finito
lim (b x) f (x)

xb

per qualche (0, 1) allora f `e assolutamente integrabile in senso generalizzato su


[a, b).
Dimostrazione. Usando la definizione di limite, si procede come nella dimostrazione
del teorema 37.1.

Osservazione 37.3. Sia f : [a, b) R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo [a, c) con c < b. Se limxb f (x) = di ordine 0 < < 1 allora f `e
integrabile in senso generalizzato su [a, b). Infatti in tal caso esiste ` R, ` 6= 0
tale che
f (x)
=`

lim (b x) f (x) = ` 6= 0
lim
xb
xb 1/(b x)
e poiche 0 < < 1, f `e assolutamente integrabile e dunque integrabile (in senso
generalizzato) su [a, b).
In modo analogo sia f : (a, b] R una funzione integrabile secondo Riemann in
ogni intervallo (c, b] per c > a, tale che
lim f (x) = .

xa+

Definizione 37.7. Si dice che una tale funzione f `e integrabile in senso generalizzato o improprio) su (a, b] se esiste finito il
Z b
lim+
f (x) dx .
ca

Tale limite si indica con


Z
(37.5)

f (x) dx
a

Se f `e integrabile in senso generalizzato su (a, b] allora si dice che lintegrale


generalizzato (o improprio) (37.5) converge; se questo non accade si dice che lintegrale generalizzato (37.5) diverge.
Una funzione f : (a, b] R `e assolutamente integrabile in senso generalizzato su
(a, b] se la funzione |f | `e integrabile in senso generalizzato su (a, b].
Si dimostrano in modo simile le analoghe delle proposizioni 37.3 e 37.4 e del
teorema 37.2, e precisamente si hanno i seguenti risultati:
Proposizione 37.5. Una funzione f assolutamente integrabile in senso generalizzato su (a, b] `e ivi integrabile in senso generalizzato e
Z
Z
b

b


f (x) dx
|f (x)| dx .

a

a

VII - Integrabilit`
a di una funzione

109

Proposizione 37.6. Sia f : (a, b] R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo (c, b], con c > a. Se esiste una funzione positiva : (a, b] R integrabile in
senso generalizzato su (a, b] tale che |f (x)| (x), per ogni x (a, b], allora f `e
assolutamente integrabile su (a, b].
Teorema 37.3. Sia f : (a, b] R integrabile secondo Riemann in ogni intervallo
(c, b] con c > a. Se esiste finito
lim (x a) f (x)

xa+

per qualche (0, 1) allora f `e assolutamente integrabile in senso generalizzato su


(a, b].
37.1. Gli integrali di Eulero.
Si chiama integrale di Eulero di prima specie o funzione beta di Eulero lintegrale
Z 1
B(u, v) =
xu1 (1 x)v1 dx
0

per u, v R. Si osservi che se u, v 1 lintegrale B(u, v) `e lintegrale secondo


Riemann su [0, 1] della funzione continua f (x) = xu1 (1 x)v1 e quindi in tal
caso B(u, v) `e perfettamente definito. Se invece u 1, v 1 sono negativi allora
B(u, v) `e un integrale generalizzato che converge se contemporaneamente `e 1u < 1,
1v < 1, cio`e se u, v > 0. In definitiva la funzione di Eulero di prima specie B(u, v)
`e definita per u, v > 0.
Osservazione 37.4.

i) Si ha che

(37.6)

B(u, 1) =

1
.
u

Infatti il conto diretto d`a


1

Z
B(u, 1) =

x
0

u1

1
1
xu
= .
dx =
u 0
u

ii) B(u, v) `e commutativo. Infatti posto y = 1 x si ha y = 0 per x = 1 e


y = 1 per x = 0 da cui
Z 1
Z 0
B(v, u) =
xv1 (1 x)u1 =
y u1 (1 y)v1 dy =
0

Z
=

y u1 (1 y)v1 dy = B(u, v) .

iii) Sia n N \ {0, 1} allora


n1
B(u + 1, n 1) .
u
Infatti integrando per parti si ha
1

Z
n1 1 u
n1
(1 x)n1 xu
+
x (1 x)n2 dx =
B(u + 1, n 1) .
B(u, n) =
u
u
u
0
0

(37.7)

B(u, n) =

Da questa si ricava facilmente che per n N \ {0} `e


(37.8)

B(u, n) =

(n 1)!
u(u + 1) (u + n 1)

perche se n 2 allora
B(u, n) =

(n 1)(n 2)
n1
B(u + 1, n 1) =
B(u + 2, n 2) =
u
u(u + 1)
=

(n 1)(n 2)(n 3)
B(u + 3, n 3) = =
u(u + 1)(u + 2)

110

Elisabetta Barletta

(n 1)!
B(u + n 1, 1)
u(u + 1) (u + n 2)

e la (37.6) d`
a la (37.8), mentre se n = 1, la (37.6) si scrive come
B(u, 1) =

0!
1
=
.
u
u+11

Si chiama integrale di Eulero di seconda specie o funzione gamma di Eulero lintegrale generalizzato
Z +
(u) =
xu1 ex dx
0

per u R. Si osservi che la funzione integranda non `e definita in x = 0 per u1 < 0


e dunque
Z +
Z a
Z +
u1 x
u1 x
x
e dx =
x
e dx +
xu1 ex dx .
0

Ora
lim xu1 ex = 0

x+

per ogni u R, e la funzione xu1 ex `e infinitesima di ordine superiore ad ogni


numero positivo. Dunque il secondo integrale converge sempre; mentre
1

lim xu1 ex = lim

x0+

x0+

x1u ex

di ordine 1 u e quindi il primo integrale converge se 1 u < 1, i.e. per u > 0.


Pertanto la funzione di Eulero di seconda specie (u) `e definita per u > 0.
Osservazione 37.5. (1) = 1. Infatti
Z +
Z
x
(1) =
e dx = lim
a+

ex dx = lim

a+

a 
ex 0

= lim ea + 1 = 1 .
a+

Proposizione 37.7. Per ogni u > 0 `e


(u + 1) = u(u) .
Dimostrazione.
Z

+
u x

(u + 1) =

x e

b+

"
b+

= lim

b+

u b

b e

b
xu ex 0 + u

+ u lim

b+

u1 x

xu1 ex dx =

xu ex dx =

dx = lim

= lim

Z
dx = u

xu1 ex dx = u(u) .


Osservazione 37.6.
(37.9)

i) Per ogni n N `e
(n + 1) = n! .

Infatti per n = 0, (1) = 1 = 1!. Ammessa vera luguaglianza per n,


(n + 1) = n!, la proposizione precedente per u = n + 1 d`a:
(n + 2) = (n + 1)(n + 1) = (n + 1)n! = (n + 1)! .

VII - Integrabilit`
a di una funzione

111

ii) La funzione di Eulero `e determinata dai valori che essa assume nellintervallo (0, 1]. Infatti sia u > 1: se u N allora (u) `e univocamente
determinata dalla (37.9); se u
/ N allora u = v + n con n N \ {0} parte
intera di u e v (0, 1) parte decimale di u. Quindi
(u) = (v + n) = (v + n 1)(v + n 1) = =
= (v + n 1)(v + n 2) v(v)
e dunque basta conoscere il valore (v) per avere (u). In particolare16
 

1
=

2
ovvero
Z +

x1/2 ex dx = .
0

Con la sostituzione x = t2 si ricava che

Z +
2

.
et dt =
2
0
Questo integrale generalizzato `e chiamato integrale di Poisson.
Esiste un legame tra le funzioni beta e gamma di Eulero e precisamente se m, n
N \ {0} allora
(m)(n)
.
B(m, n) =
(m + n)
Infatti dalle (37.8) e (37.9) `e
B(m, n) =

(m 1)!(n 1)!
(m)(n)
(n 1)!
=
=
.
m(m + 1) (m + n 1)
(m + n 1)!
(m + n)

Si dimostra che in realt`


a vale sempre
(37.11)

B(u, v) =

(u)(v)
(u + v)

per ogni u, v > 0.


Si consideri lintegrale
Z

F (u, v, w) =

xu1 (1 xw )v/w 1 dx .

Se u, v, w > 0 lintegrale F (u, v, w) converge e quindi F (u, v, w) `e ben definito.


Posto xw = y `e y = 0 per x = 0 e y = 1 per x = 1, dunque
Z
1 1 u/w 1/w
F (u, v, w) =
y
(1 y)v/w 1 y 1/w 1 dy =
w 0
Z
1 u v 
1 1 u/w 1
y
(1 y)v/w 1 dx =
B
,
=
=
w 0
w
w w
16Si dimostra che

(37.10)

(v)(1 v) =

;
sin v

per v = 1/2 si ha

 2
1

=
= ,
2
sin 2

da cui

 

1
= .
2

112

Elisabetta Barletta

1 v u
= F (v, u, w) .
B
,
w
w w

Se u + v = w allora

.
w sin u/w
Infatti in tal caso u/w, 1 u/w (0, 1) e dalla (37.11) si ha
1 u v 
1 (u/w)(v/w)
1 (u/w)(1 u/w)
F (u, v, w) =
=
B
,
=
w
w w
w ((u + v)/w)
w
(1)
F (u, v, w) =

che d`
a la formula cercata tenuto conto della (37.10).
37.2. Integrali generalizzati e serie numeriche. Lo studio di un integrale generalizzato pu`
o essere collegato allo studio della convergenza di una serie numerica
e viceversa, come mostra la seguente
Proposizione 37.8. Sia f : [a, +) PR una funzione positiva decrescente, f
R([a, b)) per ogni b > a. Allora la serie n0 f (n + a) converge se e solo se linteR +
P
grale generalizzato a f (x) dx converge; la serie n0 f (n + a) diverge se e solo
se
lintegrale generalizzato
R +
f (x) dx diverge.
a
Dimostrazione.
P Sia {sn }nN la succesione delle somme parziali della serie a
termini positivi n0 f (n + a),
sn = f (a) + f (1 + a) + + f (n + a) ;
allora
lim sn = sup {sn } .

Posto an =

R a+n
a

nN

f (x) dx si ha
Z

lim an =

f (x) dx ;
a

inoltre, poiche f (x) > 0, an > 0 e


Z a+n
Z
an =
f (x) dx =
a

a+n1

a+n

f (x) dx +

f (x) dx =
a+n1

a+n

= an1 +

f (x) dx > an1


a+n1

perche lultimo integrale `e un numero positivo. Dunque la successione {an }nN `e


strettamente crescente e quindi
lim an = sup {an } .

nN

Si noti che, essendo f (a + j) f (x) f (a + j 1) per x [a + j 1, a + j],


(1 j n), si ottiene
Z a+n
n Z a+j
n
X
X
an =
f (x) dx =
f (x) dx
f (a + j) = sn f (a) ,
a

j=1

a+j1

j=1

ma anche
Z

a+n

an =

f (x) dx =
a

n Z
X
j=1

a+j

f (x) dx

a+j1

n
X

f (a + j 1) = sn1 sn .

j=1

Ne segue che
sup {sn } f (a) sup {an } sup {sn } .
nN

nN

nN

Pertanto la serie
n0 f (a + n) converge (diverge) se e solo se lintegrale generaR +
lizzato a f (x) dx converge (diverge).

VII - Integrabilit`
a di una funzione

113


Esempio 37.3.
i) Rivediamo un risultato gi`a noto per le serie (cfr. osservazione 9.3) provandolo ora usando la proposizione appena dimostrata e
cio`e che la serie
X 1
np
n1

converge per p > 1 e diverge per p 1. Infatti si ponga m = n 1 allora


la serie data si scrive come
X
X
1
f (m + 1)
=
p
(m + 1)
m0

m0

per f (x) = 1/x che `e una funzione positiva e decrescente per x 1. Ora
Z +
1
dx
xp
1
P
converge per p > 1 e diverge per p 1 dunque anche la serie n1 1/np
converge per p > 1 e diverge per p 1.
ii) La serie
X
1
n log n
n2

diverge. Infatti posto m = n 2 la serie data diventa


X
X
1
=
f (2 + m)
(m + 2) log (m + 2)
m0

m0

per f (x) = 1/x log x, che per x > 2 `e positiva e decrescente. Si ha


Z +
Z b
dx
dx
b
= lim
= lim log log x|2
b+
b+
x log x
2
2 x log x
= lim [log log b log log 2] = +
b+

dunque lintegrale diverge e perci`o diverge anche la serie data.


iii) La serie
X 1
n+1
log
n1
n
n2

converge. Infatti posto m = n 2 la serie diventa


X
X
1
m+3

log
=
f (m + 2)
m+1
m+2
m0
m0
per
1
x+1
f (x) = log
x1
x
che per x 2 `e positiva e decrescente. Lintegrale
Z +
1
x+1
log
dx
x1
x
2
converge perche17
lim x f (x) = lim x1/2 log

x+

x+

lim

x+
17usando il teorema di LH
ospital.

1
2

x+1
=
x1

2x+1/2

(x + 1)(x 1)

114

Elisabetta Barletta

e questultimo limite esiste finito e non nullo se 1/2 + = 2, cio`e se =


3/2 > 1. Dunque lintegrale generalizzato converge, perci`o anche la serie
data converge.
iv) La serie
X
1
n log n
n2

converge per > 1 e diverge per 0 < < 1. Infatti per m = n 2 si ha


X
X
1
=
f (m + 2)

(m + 2) log (m + 2)
m0

m0

per
1
x log x
che `e positiva e decrescente per x 2. Ora
Z +
Z b
Z b
dx
dx
1
=
lim
=
lim
log x dx

x log x b+ 2 x log x b+ 2 x
2
b


1
1
=
lim log1 x 2 =
lim log1 b log1 2 ;
1 b+
1 b+
tale integrale converge se 1 < 0, i.e. per > 1, e diverge per 1 > 0,
i.e. per < 1. La serie dunque converge per > 1 e diverge per < 1.
f (x) =

VIII - I numeri complessi

115

VIII- I numeri complessi

In questo capitolo si costruisce un campo chiamato il campo dei numeri complessi e denotato con C in cui ogni equazione polinomiale abbia soluzione. Si vedr`
a che C contiene
un sottoinsieme identificabile con linsieme dei numeri reali e pertanto C si considera
come lampliamento di R (essenzialmente esso `e lampliamento di R mediante il numero
(complesso) i che risolve lequazione z 2 + 1 = 0).

38. La costruzione di C
Il campo C dei numeri complessi `e lo spazio vettoriale reale R2 delle coppie
ordinate di numeri reali (x, y) R2 dotato della seguente operazione binaria
il prodotto
definito da
(38.1)

: R2 R2 R2 tra due coppie (x1 , y1 ), (x2 , y2 ) R2

(x1 , y1 ) (x2 , y2 ) := (x1 x2 y1 y2 , x1 y2 + x2 y1 ) .


Questa operazione `e
associativa, i.e. per ogni terna (x1 , y1 ), (x2 , y2 ), (x3 , y3 ) R2 `e
[(x1 , y1 ) (x2 , y2 )] (x3 , y3 ) = (x1 , y1 ) [(x2 , y2 ) (x3 , y3 )] ,
commutativa, i.e. per ogni coppia (x1 , y1 ), (x2 , y2 ) R2 `e
(x2 , y2 ) (x1 , y1 ) = (x1 , y1 ) (x2 , y2 ) ,
esiste lunit`
a, i.e. esiste un elemento (x0 , y0 ) R2 tale che
(x, y) (x0 , y0 ) = (x0 , y0 ) (x, y) = (x, y)
per ogni (x, y) R2 ; questo elemento `e la coppia (1, 0),
ogni coppia (x, y) 6= (0, 0) ha linverso, i.e. per ogni coppia (x, y) 6=
(0, 0) esiste un elemento (x1 , y1 ) tale che
(x, y) (x1 , y1 ) = (x1 , y1 ) (x, y) = (1, 0) .
Questo elemento `e


y
x
, 2
2
2
x +y
x + y2

ed `e denotato con (x, y)1 .


Un numero complesso z `e dunque una coppia di numeri reali z = (x, y).
Il prodotto ci permette di definire il quoziente tra due numeri complessi z1 =
(x1 , y1 ) e z2 = (x2 , y2 ) 6= (0, 0) che `e


z1
(x1 , y1 )
x1 x2 + y1 y2 x2 y1 x1 y2
1
=
:= (x1 , y1 ) (x2 , y2 ) =
,
.
z2
(x2 , y2 )
x22 + y22
x22 + y22
Nel prodotto il punto `e frequentemente omesso; `e facile verificare che la
somma18 e il prodotto hanno le seguenti propriet`a: se z1 , z2 , w C allora
z1 + w = z2 + w implica z1 = z2 ;
z1 w = z2 w, w 6= 0, implica z1 = z2 .
18La somma che d`
a a R2 la strutture di spazio vettoriale.

116

Elisabetta Barletta

In particolare se z2 = 0 allora z1 w = 0 per w 6= 0, implica z1 = 0.


Per iterazione definiamo
n
n
X
Y
zk = z1 + + zn
,
zk = z1 zn ,
k=1

k=1

per zk = (xk , yk ), 1 k n, e per n N,


z 0 := (1, 0)

zn = z z

per n 1.

Esiste una biiezione f : R C data da


f (x) = (x, 0)

x R

cosicche identifichiamo il numero complesso z = (x, 0) con il numero reale x. In particolare identifichiamo il complesso zero (0, 0) con il reale zero 0 e lunit`a complessa
(1, 0) con lunit`
a reale 1.
Dalla definizione del prodotto abbiamo
(0, 1)(0, 1) = (1, 0) 1
cos` il numero complesso (0, 1) risolve lequazione z 2 + 1 = 0; questo numero complesso `e chiamato lunit`
a immaginaria e denotata con i, cio`e
(38.2)

i := (0, 1)

e quindi
i2 = 1 .
Si noti che ogni numero complesso z C si rappresenta nella forma19
z = x + iy ;
i numeri reali x e y sono rispettivamente chiamati la parte reale e la parte immaginaria del numero complesso z; scriviamo
Re z = x

Im z = y

da cui
z = Re z + i Im z .
Notare che z = 0 se e solo se Re z = Im z = 0. Se Im z = 0 il numero complesso z
`e in realt`
a un numero reale (z R), mentre se Re z = 0 allora z `e detto essere un
numero immaginario e scriviamo z iR.
Il numero complesso
z = x iy
per z = x + iy `e chiamato il coniugato di z; notare che
Re z = Re z

Im z = Im z

e z = z; inoltre

z+z
zz
,
Im z =
2
2i
quindi z R se e solo se z = z e z `e un numero immaginario se e solo se z = z.
Re z =

Siano z, w C, allora
z
z
=
w 6= 0 .
w
w
Dalla definizione della somma e del prodotto `e facile calcolare
z+w =z+w

zw = z w

Re (z + w) = Re z + Re w ,
Im (z + w) = Im z + Im w ,
Re (zw) = (Re z)(Re w) (Im z)(Im w) ,
19Infatti z = (x, y) = (x, 0) + (y, 0) = (x, 0) + y(0, 1) = x + iy.

VIII - I numeri complessi

117

Im (zw) = (Re z)(Im w) + (Re w)(Im z) .


Il modulo di un numero complesso z C `e il numero reale non negativo

|z| := zz
che `e ben defintito perche
zz = (Re z)2 + (Im z)2 0 .
Dalla sua definizione `e immediato che
|z| = |z|
e segue subito che

20

|Re z| |z|

|Im z| |z|

Il modulo di un numero complesso soddisfa alle seguenti propriet`a21:


1) per ogni z C, |z| 0 e |z| = 0 se e solo se z = 0,
2) per ogni z, w C, |zw| = |z| |w|,
3) per ogni z, w C, |z + w| |z| + |w|
cio`e il modulo di un numero complesso definisce una norma in C.
38.1. La forma polare di un numero complesso.
Possiamo geometricamente identificare R2 con il piano per mezzo di un sistema
di coordinate ortogonale S = {0; x, y} cosicche ogni numero complesso z = x +
iy = (x, y) abbia un unico punto del piano che lo rappresenti e le cui coordinate
rispetto a S siano x e y; quindi ci riferiremo a C come al piano complesso. Sullasse
x rappresentiamo i numeri reali: questasse `e chiamato lasse reale; sullasse y
rappresentiamo i numeri immaginari: questasse `e chiamato lasse immaginario.
Sia langolo (definito a meno di multipli di 2) tra lasse reale e la semiretta
uscente da 0 per z: dalla trigonometria,
x = r cos

y = r sin

dove r 0 `e la distanza di z dallorigine 0. Pertanto


(38.3)

z = r(cos + i sin )

che `e detta la forma polare del numero complesso z. Notare che r = |z|; langolo
`e detto largomento di z, denotato con arg z e
arg z = 0 + 2k

0 0 < 2 , k Z .

Langolo 0 `e chiamato largomento principale di z usualmente denotato con Arg z.


Perci`
o la forma polare (38.3) si scrive come
z = |z|(cos arg z + i sin arg z)
o
z = |z|(cos Arg z + i sin Arg z) .
20Infatti
p
p
p
p
|Re z| = (Re z)2 (Re z)2 + (Im z)2 = |z|, |Im z| = (Im z)2 (Re z)2 + (Im z)2 = |z|.
21Infatti
1) |z|2 = (Re z)2 + (Im z)2 0 e vale luguaglianza se e solo se (Re z)2 = (Im z)2 = 0
z = 0.
2) |zw|2 = [(Re z)(Re w) (Im z)(Im w)]2 + [(Re z)(Im w) + (Im z)(Re w)]2 =
= (Re z)2 (Re w)2 + (Im z)2 (Im w)2 + (Re z)2 (Im w)2 + (Im z)2 (Re w)2 =
= (Re z)2 [(Re w)2 + (Im w)2 ] + (Im z)2 [(Re w)2 + (Im w)2 ] = |z|2 |w|2
quindi |zw| = |z| |w|.
3) |z + w|2 = (z + w)(z + w) = |z|2 + zw + zw + |w|2 = |z|2 + 2Re (zw) + |w|2
|z|2 + 2|zw| + |w|2 = |z|2 + 2|z| |w| + |w|2 = (|z| + |w|)2
quindi |z + w| |z| |w|.

118

Elisabetta Barletta

Si verifica che
arg (zw) = arg z + arg w ,
arg

z
= arg z arg w
w

mentre
Arg z + Arg w = Arg (zw) + 2k ,
Arg z Arg w = Arg

z
+ 2k ,
w

kZ,
kZ.

38.2. Le potenze intere e razionali di un numero complesso.


Sia n N e z C. Definiamo ln-sima potenza di z come
z n := rn (cos n + i sin n)

(38.4)

per z = r(cos + i sin ). Quindi


|z n | = |z|n

arg z n = n arg z .

Quando |z| = 1 e n 1 abbiamo


(cos + i sin )n = cos n + i sin n

(38.5)

che `e detta la formula di de Moivre. Infine definiamo


1
,
n N, z 6= 0 .
z n := n
z
Sia n N, n 2; per z C risolviamo lequazione
n = z .

(38.6)
Si scriva

z = r(cos + i sin ) ,

= (cos + i sin )

cosicche deve essere


n (cos n + i sin n) = r(cos + i sin )
che `e soddisfatta per
=

n = + 2k ,

per k Z. Quindi lequazione (38.6) ha le n soluzioni distinte





+ 2k
+ 2k
(38.7)
k = n r cos
+ i sin
, 0k n1
n
n
chiamate le radici n-sime di z e denotate con z 1/n , i.e. z 1/n = {0 , n1 }. Nel
piano complesso esse sono i vertici diun poligono regolare con n lati inscritto nel
cerchio di centro lorigine 0 e raggio n r.
In particolare le radici n-sime dellunit`a sono
k = k

0k n1

per
= cos

2
2
+ i sin
.
n
n

Ln-sima radice principale del numero complesso z `e





Arg z
Arg z
n
n
(38.8)
z :=
r cos
+ i sin
.
n
n
Per esempio

1=1

1 = cos

+ i sin .
n
n

VIII - I numeri complessi

119

Sia m/n Q con (m, n) = 1, n > 0, e z = r(cos + i sin ) C, z 6= 0; la


potenza z m/n `e definita da



m + 2k
m + 2k
(38.9) z m/n := n rm cos
+ i sin
, 0k n1
n
n
che d`
a n valori per la potenza z m/n .
Il valore principale di z m/n `e

(38.10)

zm

:=


rm

Arg z m
Arg z m
cos
+ i sin
n
n


.

Osservazione 38.1. Notare che (38.9) definisce la potenza z m/n come


z m/n = (z m )1/n
e la definizione del valore principale (38.10) `e esattamente la radice principale nsima di z m . Daltra parte si potrebbe considerare
z m/n = (z 1/n )m
e prendere come valore principale

n
(38.11)
z m = ( n z)m .
Sebbene come insieme le due espressioni di z m/n siano uguali, quando ne consideriamo i valori principali, otteniamo numeri complessi differenti.
Per esempio consideriamo (1)4/3 ; dalle (38.9) e (38.10) abbiamo
(1)4/3 = ((1)4 )1/3 = ((cos + i sin )4 )1/3 = (cos 4 + i sin 4)1/3 =
= (cos 0 + i sin 0)1/3 = cos

2k
2k
+ i sin
3
3

, k = 0, 1, 2

cosicche (1)4/3 = {0 , 1 , 2 } dove


0 = 1 =

p
3
(1)4 ,

2
3 1
2
+ i sin =
+ i,
3
3
2
2

4
4
3 1
2 = cos + i sin =
i.
3
3
2
2
1 = cos

Daltra parte abbiamo


(1)1/3 = (cos + i sin )1/3 = cos
dove

+ 2k
+ 2k
+ i sin
, k = 0, 1, 2
3
3

3 1
1 = cos + i sin =
+ i
3
3
2
2

e dalla (38.11)
p
3

(1)4

4
4
4
1
3
= cos + i sin
= cos + i sin =
6= 0 .
3
3
3
3
2
2

120

Elisabetta Barletta

38.3. Le soluzioni di unequazione di secondo grado in C.


Si consideri lequazione algebrica di secondo grado
az 2 + bz + c = 0

(38.12)

a, b, c C, a 6= 0

e si decomponga
"
#

2
b2
c
c
b
b
2+
=a z+
=
az + bz + c = a z + z +
a
a
2a
4a
a
"
#
2
b2 4ac
b

=a z+
.
2a
4a2


Posto
w=z+

b
2a

lequazione (38.12) diventa


b2 4ac
=0.
4a2
Pertanto per trovare le soluzione dellequazione (38.12) dobbiamo determinare le
radice del numero complesso (b2 4ac)/(4a2 ). Si scriva in forma polare
 2

b2 4ac
b 4ac
= r(cos + i sin )
,
= Arg
,
4a2
4a2
w2

allora
w=



+ 2k
+ 2k
r cos
+ i sin
2
2

k = 0, 1

cio`e
w0 =
w1 =




r cos
2

r cos + i sin
,
2
2




+ + i sin
+
= w0 .
2

Quindi le soluzioni di (38.12) sono


b
w0
2a
or



z0 = + r cos + i sin
,
2a
2
2



z1 = r cos + i sin
.
2a
2
2
Notare che queste radici sono univocamente determinate da e dalle formule
r
r

1 + cos

1 cos
cos =
, sin =
.
2
2
2
2
z0 =

b
+ w0
2a

z1 =

Esercizio 38.1. Usando il principio di induzione, provare che per ogni z, w C e


per ogni n N si ha
z n wn = (z w)

n1
X

z k wnk1 ,

k=0
n  
X
n
n
(z + w) =
z k wnk
k
k=0

(la formula di Newtons) .

VIII - I numeri complessi

121

39. Lo spazio metrico C


Definizione 39.1. Siano z, w C. Si chiama distanza tra z e w il numero reale
non negativo
d(z, w) := |z w| .
d ha le
1)
2)
3)

seguenti propriet`
a:
per ogni z, w C, d(z, w) 0 e d(z, w) = 0 se e solo se z = w;
per ogni z, w C, d(w, z) = d(z, w) (propriet`a simmetrica);
per ogni z, w, u C, d(z, w) d(z, u)+d(u, w) (disuguaglianza triangolare).

Si fissi z0 C. Il disco aperto (o palla aperta) con centro in z0 e raggio r `e


linsieme
B(z0 , r) := {z C : d(z, z0 ) < r} = {z C : |z zo | < r} .
Definizione 39.2. Sia A C un sottoinsieme del piano complesso.
Un punto z0 A `e detto un punto interno di A se esiste un disco aperto
B(z0 , r) tale che B(z0 , r) A. Linsieme

A= {z A : z `e un punto interno di A}
` ovvio che
`e chiamato linterno di A. E

A A .
Un punto z0 A `e detto un punto isolato se esiste un disco aperto B(z0 , r)
tale che B(z0 , r) A = {z0 }.
Un punto z0 C `e detto un punto di accumulazione di A se per ogni disco
aperto B(z0 , r) si ha (B(z0 , r) A) \ {z0 } =
6 . Linsieme
A0 = {z C : z `e un punto di accumulazione di A}
`e chiamato il derivato di A.
Definizione 39.3. Un sottoinsieme A C `e detto aperto se `e linsieme vuoto
oppure se A 6= , ogni suo punto z0 A `e un punto interno, cio`e per ogni z0 A
esiste un disco aperto B(z0 , r) tale che B(z0 , r) A.

Il lettore dovrebbe provare che A C `e un sottoinsieme aperto se e solo se A= A.


Esempio 39.1.
i) C `e aperto.
ii) Un disco aperto B(z0 , r) `e un sottoinsieme aperto.
iii) I sottoinsiemi A = {z C : Re z > 0}, B = {z C : Re z < 0} sono
sottoinsiemi aperti.
iv) Il semipiano superiore H + = {z C : Im z > 0} e il semipiano inferiore
H = {z C : Im z < 0} sono sottoinsiemi aperti.
` facile provare le seguenti propriet`a per i sottoinsiemi aperti:
E
Proposizione 39.1.
i) e C sono sottoinsiemi aperti.
S
ii) Sia {Aj }jJ una famiglia di sottoinsiemi aperti di C, allora jJ Aj `e un
sottoinsieme aperto di C.
Tm
iii) Se A1 , , Am sono sottoinsiemi aperti di C allora j=1 Aj `e un sottoinsieme
aperto di C.
Definizione 39.4. Un sottoinsiemte C C `e chiuso se il suo complementare `e un
sottoinsieme aperto di C.
Definizione 39.5. Sia A C. La chiusura A di A `e lintersezione di tutti i
sottoinsiemi chiusi C che contengono A, i.e.
\
A :=
C.
Cchiuso
CA

122

Elisabetta Barletta

` ovvio che
E
AA.
Il lettore dovrebbe provare che A = A se e solo se A `e un sottoinsieme chiuso.
Sia A C, il diametro di A `e definito come
diam(A) := sup{d(z, w) : z, w A} .
A `e detto limitato se diam(A) < .
Le definizioni di sottoinsieme compatto e sottoinsieme connesso di C sono esattemente come quelli del caso reale. Ancora come nel caso reale, un sottoinsieme
A C `e detto un dominio se A `e un sottoinsieme aperto e connesso di C.
39.1. Successioni e serie di numeri complessi.
Una successione di numeri complessi `e una funzione a : N C; denotiamo
con an limmagine a(n) e la successione {a0 , a1 , , an , } con {an }nN , come
usualmente si fa nel caso reale.
Una successione {an }nN C `e limitata se esiste un numero (reale) L > 0 tale
che |an | L for any n N (notare che qui |an | `e il modulo del numero complesso
an ).
Diciamo che {an }nN converge a ` C e scriviamo
lim an = `

se per ogni disco aperto B(`, ) esiste n N tale che per ogni n > n si abbia
an B(`, ). Il numero complesso ` `e detto il limite della successione {an }nN .
Questo `e equivalente a scrivere
> 0

n N

n > n

|an `| < .

Notare che una successione {an }nN converge se e solo se


lim Re an = Re `

lim Im an = Im ` .

`
Se {an }nN A C converge e ` A allora si dice che {an }nN converge in A. E
facile provare che ogni successione convergente `e limitata.
Analogamente al caso reale si definisce in C la nozione di sottosuccessione di una
successione {an }nN ; vale il teorema di Weierstrass, cio`e che da ogni successione
limitata in C `e possibile estrarre una sottosuccessione convergente.
Una successione di Cauchy in A C `e una successione {an }nN A per cui per
ogni > 0 esiste n N tale che per ogni n, m N, n, m > n si abbia |an am | < .
Il lettore potrebbe provare che
Ogni successione convergente in un sottoinsieme A C `e una successione
di Cauchy.
Ogni successione di Cauchy `e limitata.
In C ogni successione di Cauchy `e una successione convergente, i.e. C is a
spazio metrico completo.
Una successione {an }nN `e divergente e scriviamo
lim an =

VIII - I numeri complessi

123

se per ogni K > 0 esiste nK N tale che per n N, n > nK si abbia |an | > K.
Questo `e equivalente a
lim Re an =

lim Im an = .

Le regole per i limiti delle successioni di numeri complessi rispetto alle operazioni
di prodotto per scalari, somma, prodotto e quoziente sono uguali al quelle del caso
reale e similmente si hanno le forme indeterminate 0/0 and /.
Analogamente al caso reale, definiamo una serie di numeri complessi
X
an
n0

e diamo la nozione di serie convergente e divergenta esattamente come nel caso


reale. Tutte le nozioni e criteri dati per la convergenza delle serie di numeri reali
hanno il loro analogo per le serie di numeri complessi, e.g.:
P
criterio di Cauchy: una serie di numeri complessi
n0 an converge
se e solo se per ogni > 0 esiste n N tale che per ogni n > n e ogni
m N,
n+m

X



ak < ;



k=n+1

se una serie di numeri complessi

n0

an converge allora

lim an = 0 ;

criterio del P
confronto: se esistono una serie di numeri reali non negativi
convergente
n0 bn e n0 N tali che per n n0 si abbia
|an | bn
P
allora la serie di numeri complessi
n0 an converge;
criterio del rapporto: se seistono k (0, 1) e n0 N tali che per n n0


an+1


an k
P
allora la serie
n0 an converge. Se per n n0 ,


an+1


an > 1
P
allora la serie
n0 an diverge;
criterio della radice n-sima: se esistono k (0, 1) e n0 N tali che per
n n0
p
n
|an | k
P
allora la serie di numeri complessi
n0 an converge. Se per n n0
p
n
|an | 1
P
allora la serie
n0 an diverge.
criterio del rapporto nella versione di limite: sia


an+1
=`
lim
n
an
P
1) se ` < 1 la serie
n0 an converge;
2) se ` > 1 la serie

n0

an diverge;

124

Elisabetta Barletta

3) se ` = 1 il criterio `e inefficace e non `e possibile alcuna conclusione.


criterio della radice n-sima nella versione di limite: sia
p
lim n |an | = `
n
P
1) se ` < 1 la serie
n0 an converge;
2) se ` > 1 la serie

n0

an diverge;

3) se ` = 1 il criterio `e inefficace e non `e possibile alcuna conclusione.


39.2. Il logaritmo e la potenza complessa.
Premettiamo che la definizione del logaritmo di un numero complesso avrebbe
bisogno di maggiore teoria in quanto essa si basa sui seguenti risultati non banali:
1) se z = x + iy C allora ez = ex eiy ,
2) se y R allora eiy = cos y + i sin y.
Questi risultati si trovano dopo aver sviluppato gli argomenti delle serie di potenze
e delle funzioni analitiche in C, argomenti che esulano dal presente corso di Analisi
Matematica I. Si noti che, in particolare, dalla 2) segue
ei 1 = 0
relazione che lega tra loro gli importanti numeri 0, 1, , e, i. La 1) e la 2) si possono
riassumere in
ez = ex (cos y + i sin y)
che `e la forma polare del numero complesso ez e quindi
|ez | = ex
arg ez = y

|ez | = eRe z

ovvero

arg ez = Im z .

ovvero

Inoltre
Re ez = eRe z cos(Im z)
,
Im ez = eRe z sin(Im z) .
Si noti che se z1 = x1 + iy1 e z2 = x2 + iy2 allora
ez1 = ez2

ex1 (cos y1 + i sin y1 ) = ex2 (cos y2 + i sin y2 )

ovvero
ex1 = ex2
e

cos y1 = cos y2

x1 = x2

y1 = y2 + 2k , k Z .

sin y1 = sin y2

In conclusione
ez1 = ez2

z1 = z2 + i2k , k Z .

Sia z C, z 6= 0; vogliamo risolvere lequazione


e = z .

(39.1)

Se = + i, scritto z in forma polare


z = |z|[cos(Arg z) + i sin(Arg z)]
si ha che lequazione (39.1) `e equivalente a
e (cos + i sin ) = |z|[cos(Arg z) + i sin(Arg z]
quindi
e = |z|

= log |z| ,

VIII - I numeri complessi

cos = cos(Arg z)

125

= Arg z + 2k , k Z .

sin = sin(Arg z)

Pertanto
= log |z| + i(Arg z + 2k) ,
kZ.
Il numero complesso si chiama il logaritmo di z, z 6= 0, e si scrive
log z := log |z| + i(Arg z + 2k) ,

kZ.

Si noti che esistono infiniti valori per il logaritmo di un numero complesso (non
nullo) e che log |z| `e lusuale logaritmo del numero reale (positivo) |z|. Si osservi
che
elog z = elog |z|+i(Arg z+2k) = elog |z| eiArg z ei2k = |z| eiArg z
ovvero
elog z = z .
Il numero complesso
Log z := log |z| + iArg z
si chiama il logaritmo principale (o naturale) del numero complesso z 6= 0 e lo si
indica anche con ln z. Il logaritmo principale di un numero complesso (non nullo)
`e unico.
Sia a C, a 6= 0. Per ogni z C si definisce la potenza az di base a ed esponente
z con
az := ez log a .
Si ha
az = ez [log |a|+i(Arg a+2k)] = ez(Log a+i2k) = ez Log a ei2kz
dunque posto
w = ei2z
`e
az = ez Log a wk .
Si noti che per ogni z C il numero complesso
ez Log a
`e unico e si chiama il valore principale del numero complesso az . Si osservi che
se z = m Z allora w = ei2m = 1, quindi wk = 1 ed az coincide con il
suo valore principale ed `e pertanto unico;
se z Q allora z = m/n con m, n Z, n 6= 0 e (m, n) = 1. In tal caso
2m
2m
+ i sin
w = ei2m/n = cos
n
n
ovvero w `e una radice n-sima dellunit`a. Allora wk per k Z sono tutte
radici n-sime dellunit`a e di queste di distinte ce ne sono n. Pertanto in tal
caso az ha soltanto n valori distinti;
se z R \ Q allora w = ei2z e i wk per k Z danno infiniti valori distinti,
dunque in questo caso ci sono infiniti valori distinti per az .
Siano a C, a 6= 0, 1 e z C, z 6= 0. Vogliamo risolvere lequazione
a = z .
Poiche
a = e log a

z = elog z

si risolve lequazione
e log a = elog z

126

Elisabetta Barletta

la cui soluzione `e
log a = log z + i2k1

k1 Z

ovvero
log a = log |z| + i(Arg z + 2k2 ) + i2k1 = log |z| + i(Arg z + 2k) ,
dove k1 , k2 Z e k = k1 + k2 Z, i.e., poiche22 log a 6= 0,
log z
=
.
log a
Il numero complesso cos` determinato si chiama il logaritmo in base a del numero
complesso non nullo z e si denota con loga z, cio`e
log z
loga z =
.
log a

22E
` ovvio che, dalla sua definizione, Re log z = log |z| e Im log z = Arg z + 2k, per ogni
k Z. Allora log z = 0 se e solo se Re log z = 0 e Im log z = 0 cio`
e se e solo se log |z| = 0 e
Arg z + 2k = 0. La prima d`
a |z| = 1 e la seconda Arg z = 2k, k Z, la cui unica possibilit`
a`
e
k = 0, i.e. Arg z = 0. Ne segue che log z = 0 z = 1.

IX - Equazioni differenziali

127

IX - Equazioni differenziali

In questo capitolo si studiano alcune equazioni differenziali del primo ordine e precisamente
le equazioni differenziali a variariabili separabili, le equazioni differenziali lineari e lineari
affini. Si studiano anche le equazioni differenziali di Bernoulli, di Riccati, di Clairaut, di
DAlembert-Lagrange e di Manfredi. Infine si determinano le soluzioni di unequazione
differenziale scritta in forma implicita come quoziente di due funzioni lineari affini nella
variabile x e nella funzione incognita y(x) (cfr. 44).

40. Equazioni differenziali ordinarie


Sia f : A R una funzione continua nellintervallo A R. Il problema di
determinare le primitive di f consiste nella ricerca di funzioni y : A R di classe
C 1 (A) tali che
y 0 (x) = f (x) , x A

(40.1)
ovvero

dy
= f (x) , x A
dx
da cui, integrando sullintervallo [x0 , x] A, si ha
Z x
Z
y(x) y(x0 ) =
y 0 (t)dt =
x0

f (t)dt .

x0

Poich`e il valore y(x0 ) `e una costante arbitraria, si scrive anche


Z x
y(x) =
f (t) dt + C
x0

con C R. Lequazione (40.1) `e detta equazione differenziale ordinaria del I ordine.


I grafici delle sue soluzioni y(x) sono detti curve integrali dellequazione differenziale
(40.1). Fissati i valori x = x0 e y = y0 esiste ununica soluzione y(x) della (40.1)
tale che y(x0 ) = y0 .
Esempio 40.1. Risolviamo lequazione differenziale
y 0 (x) =
per x (1, 1). In tal caso `e
Z x
y(x) =
x0

x2

2
1

x1
2
dt + C = log
+C .
t2 1
x+1

Si chiama equazione differenziale ordinaria a variabili separabili (o separate)


lequazione differenziale23
(40.2)

y 0 (x) = a(x)b(y(x))

dove a : A R `e una funzione continua in un intervallo A R, b : B R `e una


funzione continua in un intervallo B. In tal caso se lequazione numerica b(y) = 0 ha
una soluzione y0 B, allora la funzione costante y(x) = y0 , per x A, `e soluzione
dellequazione differenziale (40.2). Si supponga che b(y) non sia identicamente nulla
su un sottointervallo B 0 B e che esista una soluzione y : A B 0 della (40.2).
23Pi`
u brevemente y 0 = a(x) b(y).

128

Elisabetta Barletta

Se esiste una primitiva F : B 0 R della funzione 1/b(y) allora, considerata la


funzione G : A R, G = F y, si ha (per y(x), y(x0 ) B 0 )
Z x
G(x) G(x0 ) =
G0 (t) dt
x0

ovvero

Z
F (y(x)) F (y(x0 )) =

x0

dove

da cui

d
F (y(t)) dt
dt

d
y 0 (t)
F (y(t)) = F 0 (y(t))y 0 (t) =
= a(t)
dt
b(y(t))
Z x
a(t) dt
F (y(x)) F (y(x0 )) =
x0

che permette di trovare, in certi casi, la funzione y(x).


41. Equazioni differenziali lineari del primo ordine
Si chiama equazione differenziale lineare omogenea del I ordine lequazione differenziale24
y 0 (x) + a(x)y(x) = 0

(41.1)

dove a : A R `e una funzione continua sullintervallo A. Questa `e riconducibile


allequazione a variabili separabili
y 0 = a(x)y
e poiche F (y) = log |y| `e una primitiva di 1/y, si ha


Z
y(x)


log
= log |y(x)| log |y(x0 )| =
y(x0 )

a(s) ds .

x0

Si assumano y(x) e y(x0 ) concordi, allora passando allesponenziale si ha


(41.2)

y(x) = y(x0 ) e

Rx

a(s) ds

x0

Si chiama equazione differenziale lineare affine del I ordine lequazione differenziale


y 0 (x) + a(x)y(x) = b(x)

(41.3)

dove a(x), b(x) sono funzioni continue


sul medesimo intervallo A. Moltiplicando
Rx
a(s) ds
entrambi i membri della (41.3) per e x0
si ha
i
Rx
Rx
d h
a(s) ds
a(s) ds
y(x) e x0
= b(x) e x0
dx
e ponendo
Rx

z(x) = y(x) e

x0

a(s) ds

c(x) = b(x) e

Rx
x0

a(s) ds

si ottiene lequazione differenziale ordinaria z 0 (x) = c(x) che ha la soluzione


Z x
z(x) = z(x0 ) +
c(t) dt
x0

da cui
(41.4)

y(x) = y(x0 ) e

Rx
x0

a(s) ds

b(t) e

Rt
x

a(s) ds

dt .

x0
24Brevemente si scrive y 0 + a(x)y = 0, cos` come, pi`
u sotto, la (41.3) si scrive y 0 + a(x)y = b(x).

IX - Equazioni differenziali

129

Se b(x) = 0 si ha unequazione differenziale lineare del I ordine, se invece a(x) = 0 si


ha unequazione differenziale ordinaria. Si osservi che la soluzione y(x) `e ottenuta
come somma della generica soluzione dellequazione differenziale lineare y 0 (x) +
a(x)y(x) = 0 e una soluzione particolare di y 0 (x) + a(x)y(x) = b(x); inoltre ogni
soluzione dellequazione differenziale affine `e definita su tutto A.
Esempio 41.1. Risolviamo lequazioni differenziali
1
y x = 0 , x (1, 1) .
[1]
y0
1x
[2] y 0 (tan x)y = sin x cos2 x


x [ , ] .
2 2

Nella [1] `e
1
,
b(x) = x ,
1x
ed essendo la funzione x 1 negativa nellintervallo (1, 1), per x, x0 (1, 1) si
ha


Z x
Z x
x1
1

= log 1 x ,
a(s) ds =
ds = log

s

1
x

1
1 x0
0
x0
x0
a(x) =

Rt

b(t) e

a(s) ds

Z
dt =

x0

t
x0

1
1x

1t
1x


dt =

1 2 1 2 1 3 1 3
x x0 x + x0
2
2
3
3

da cui, tenuto conto della (41.4), la soluzione dellequazione differenziale proposta


`e


1 x0
1
1 3 1 2 1 3 1 2
y(x) = y(x0 )
+
x + x + x0 x
1x
1x
3
2
3
2
ovvero si ha la famiglia di soluzioni


1 3 1 2
1
y(x) =
x x +C ,
x1 3
2

CR.

Nella [2] `e
a(x) = tan x
b(x) = sin x cos2 x
e usando ancora la (41.4) (la funzione f (x) = cos x `e positiva nellintervallo
(/2, /2)) si ottiene
Z x
cos x
a(s) ds = log
cos
x0
x0
Z

b(t) e
x0

Rt
x

a(s) ds

1
dt =
cos x

x0

sin t cos3 t dt =

cos4 x0
1
cos3 x .
4 cos x 4

Pertanto
y(x) = y(x0 )
ovvero

cos x0
cos4 x0
1
+
cos3 x
cos x
4 cos x 4

130

Elisabetta Barletta

1
C
cos3 x , C R .
cos x 4

y(x) =

42. Lequazione differenziale di Bernoulli


Si chiama equazione differenziale di Bernoulli unequazione differenziale del tipo25
(42.1)

y 0 (x) + a(x)y(x) = b(x)y n (x) ,

x A, n Z ,

dove a, b : A R sono funzioni continue nello stesso intervallo A R. Se n = 0 si


ha unequazione differenziale lineare affine del I ordine, se n = 1 si ha unequazione
differenziale lineare omogenea del I ordine. Se n 1 allora y(x) = 0 `e una soluzione.
Sia n Z, n 6= 0, 1: supponendo che sia y(x) 6= 0, per ogni x A, moltiplicando la
(42.1) per (1 n)y n (x), si ha
(1 n)y n (x) y 0 (x) + (1 n) a(x) y 1n (x) = (1 n) b(x)
cio`e


d
y 1n (x) + (1 n) a(x) y 1n (x) = (1 n) b(x) .
dx

Posto z(x) = y 1n (x), si ottiene allora unequazione differenziale affine del I ordine
la cui soluzione `e
Z x
R
Rt
(n1) xx a(s) ds
0
b(t) e(1n) x a(s) ds dt
+ (1 n)
z(x) = z(x0 ) e
x0

da cui
h
R
(n1) xx a(s) ds
0
y(x) = y 1n (x0 ) e
+

(42.2)

+(1 n)

b(t) e(1n)

Rt
x

a(s) ds

i1/(1n)
dt
.

x0

Questa soluzione non `e necessariamente definita su tutto A: ad esempio per lequazione differenziale y 0 (x) = y 2 (x) si hanno le soluzioni

y(x) =

1
(x x0 )
y(x0 )

1
=

y(x0 )
1 y(x0 )(x x0 )

le quali sono definite per x 6= x0 + 1/y(x0 ), mentre a(x) = 0 e b(x) = 1 sono definite
su R.
43. Lequazione differenziale di Riccati
Unequazione differenziale di Riccati `e unequazione differenziale del tipo26
(43.1)

y 0 (x) + a(x)y(x) = b(x)y 2 (x) + c(x) ,

per a, b, c : A R funzioni continue sullo stesso intervallo A R. Se c(x) = 0


essa si riduce ad unequazione di Bernoulli con n = 2. Sia y(x) una soluzione
particolare della (43.1), posto z(x) = y(x) y(x), sostituendo nella (43.1) il valore
y(x) = z(x) + y(x), si ottiene:
z 0 (x) + y0 (x) + a(x)(z(x) + y(x)) = b(x)(z(x) + y(x))2 + c(x)
da cui
(43.2)

z 0 (x) + (a(x) 2b(x)


y (x))z(x) = b(x)z 2 (x)

che `e unequazione differenziale di Bernoulli con n = 2.


25Brevemente si scrive y 0 + a(x)y = b(x)y n .
26Brevemente y 0 + a(x)y = b(x)y 2 + c(x).

IX - Equazioni differenziali

131

Esempio 43.1. Troviamo le soluzioni dellequazione differenziale


y 0 + x2 y 2 2x2 (x + 1)y + x4 + 2x3 + x2 1 = 0 .
Questa `e unequazione differenziale di Riccati (43.1) con
a(x) = 2x2 (x + 1)

b(x) = x2

c(x) = x4 2x3 x2 + 1

e queste funzioni sono continue in R; si verifica facilmente che y(x) = x + 1 `e una


soluzione, dunque la (43.2) d`
a
z 0 (x) + [2x2 (x + 1) + 2x2 (x + 1)]z = x2 z 2
cio`e si risolve lequazione di Bernoulli z 0 (x) = x2 z 2 (x) che ha la famiglia di
soluzioni z(x) = 3/(x3 + C), da cui
3
.
y(x) = x + 1 + 3
x +C


44. Equazioni differenziali del tipo y 0 = f a1ax+by+c
x+b1 y+c1
Si consideri unequazione differenziale del tipo27


ax + by(x) + c
0
y (x) = f
a1 x + b1 y(x) + c1
con a, b, c, a1 , b1 , c1 R e a1 x + b1 y(x) + c1 6= 0.
Caso 1: Se

det

a
a1

b
b1


6= 0

si prenda

X=

ax + by(x) + c

Y =

a1 x + b1 y(x) + c1

ed avremo che

x=

y=

AX + BY (X) + C
A1 X + B1 Y (X) + C1 .

Ora

dx

dX =

A + BY 0 (X)

dy

= A1 + B1 Y 0 (X)
dX
dove
Y 0 (X) =
da cui
y 0 (x) =

dY
(X)
dX

dy
dy
dX
A1 + B1 Y 0 (X)
(x) =
(X)
(x) =
.
dx
dX
dx
A + BY 0 (X)

Pertanto si ottiene lequazione differenziale


27Brevemente y 0 = f

ax+by+c
a1 x+b1 y+c1


.

132

Elisabetta Barletta

A1 + B1 Y 0 (X)
=f
A + BY 0 (X)

X
Y (X)


.

Caso 2: Se



a b
det
=0
a1 b1
allora a1 = a, b1 = b e si ponga t(x) = ax + by(x) ottenendo y(x) = (t(x) ax)/b
da cui y 0 (x) = (t0 (x) a)/b e lequazione differenziale diventa


t(x) + c
t0 (x) a
=f
.
b
t(x) + c1
Esercizio 44.1. Risolvere le seguenti equazioni differenziali:

[2] y =
[3]

x + y 1
x+y1

y0 =

[1]

xy+1
2x 2y + 1

con x + y 1 6= 0

2
con 2x 2y + 1 6= 0 .

(3x 2y + 1) dx + (2x + 5y + 7) dy = 0 .
y0 =

[4]

4x + 2y 1
.
2x + y 1

45. Lequazione differenziale di Clairaut


Si chiama equazione differenziale di Clairaut unequazione differenziale del tipo28
y(x) = x y 0 (x) + f (y 0 (x))
con f di classe C 1 (B), per qualche intervallo B R. Cercando soluzioni y : A B
di classe C 2 (A), per A intervallo di R, e derivando rispetto a x si ha
x y 00 (x) + f 0 (y 0 (x)) y 00 (x) = 0
da cui y 00 (x) (x + f 0 (y 0 (x))) = 0. Se y 00 (x) = 0 allora una soluzione `e y(x) = ax + b,
per a, b R. Se invece `e x + f 0 (y 0 (x)) = 0, allora posto y 0 (x) = t, si ha lequazione
parametrica

f 0 (t)
x=
y = tf 0 (t) + f (t)
(dove la seconda equazione segue dallequazione differenziale iniziale).

Esempio 45.1. Risolviamo le seguenti equazioni differenziali:


1
[1]
y = x y0 + 0 .
y
3

[2]

y = 2x y 0 + 2y 2 y 0 .

[3]

y 2 2x y y 0 + x2 y 0 4 y 0 = 0 .

[4]
28Brevemente y = x y 0 + f (y 0 ).

y = x y0 +

1
.
y0 2

IX - Equazioni differenziali

133

Per la [1] derivando rispetto a x si ottiene lequazione




1
y 00 x 0 2 = 0 .
y
Le soluzioni sono le rette y(x) = ax + b, per a, b R, e la curva parametrizzata da
(t = y 0 )

x=

1
t2

y=

2
t

ovvero la parabola x = 1/4 y 2 .


3
Per la [2] moltiplicando per y(x) 6= 0 si ottiene y 2 = 2x y y 0 + 2y 3 y 0 e posto z = y 2
lequazione data diventa
1 3
z = x z0 + z0 .
4
Si procede quindi nel modo descritto sopra ottenendo unequazione parametrica.
Per la [3] risolvendo lequazione rispetto a y si ha
y = x y0 2 y0

le quali sono due equazioni differenziali di Clairaut.


Per la [4] derivando si ottiene lequazione


2
00
y x 03 = 0 .
y
Perci`
o oltre alle rette y = ax + b, a, b R, si ha la curva parametrizzata da

x=

2
t3

y=

3
t2

cio`e si ha la curva (cubica del piano) di equazione cartesiana 27x2 4y 3 = 0.


46. Lequazione differenziale di DAlembert-Lagrange
Si chiama equazione differenziale di DAlembert-Lagrange unequazione differenziale della forma29
y(x) = xf (y 0 (x)) + g(y 0 (x))
con f, g funzioni di classe C 1 (B) per B intervallo in R. In tal caso si pone t(x) =
y 0 (x) e dunque y(x) = xf (t(x)) + g(t(x)). Cercando soluzioni y : A B di classe
C 2 (A) su un intervallo A R, e derivando rispetto a x si ottiene
t(x) = f (t(x)) + xf 0 (t(x))t0 (x) + g 0 (t(x))t0 (x)
da cui
t0 (x) =

t(x) f (t(x))
.
xf 0 (t(x)) + g 0 (t(x))

Poiche

dt
1
(x) = 0
,
dx
x (t)
si ricava lequazione differenziale affine del primo ordine (nella variabile t)
t0 (x) =

x0 (t) +
29Brevemente y = x f (y 0 ) + g(y 0 ).

f 0 (t)
g 0 (t)
x(t) =
f (t) t
t f (t)

134

Elisabetta Barletta

che permetter`
a di determinare x in funzione del parametro t e dunque, tenuto conto
dellequazione differenziale iniziale, si ha la soluzione parametrica

x(t)
x=

y=

x(t)f (t) + g(t) .

Esercizio 46.1. Risolvere le equazioni differenziali


2

y = x y0 + y0 .

[1]

[2] y = x y 0 + y 0 2 .
47. Lequazione differenziale di Manfredi
Si chiama equazione differenziale di Manfredi unequazione differenziale del tipo30
y 0 (x) = (x, y(x))
dove : R2 R `e una funzione di due variabili reali, continua e omogenea31
di grado 0, cio`e per ogni R `e (x, y) = (x, y). Allora, raccogliendo x,
lequazione differenziale di Manfredi `e riconducibile alla forma


y(x)
y 0 (x) = f
x
dove f : B R `e una funzione continua su un sottoinsieme di R. In questo caso si
pone t(x) = y(x)/x e dunque, differenziando rispetto a x la funzione y(x) = xt(x),
si ottiene
y 0 (x) = t(x) + xt0 (x)
da cui
t(x) + xt0 (x) = f (t(x))
ovvero
xt0 (x) = f (t(x)) t(x) .
Questa d`
a lequazione differenziale a variabili separabili
1
t0 (x)
= .
f (t(x)) t(x)
x
Esempio 47.1. Risolviamo lequazione differenziale
2x y y 0 x2 y 2 = 0 .
Dividendo per 2x y questa diventa
y0 =
cio`e
y0 =

1
2

x2 + y 2
2xy


x y
+
y
x

e posto t = y/x si ha
2t t0
1
=
1 t2
x
che integrata d`
a
log


x
|1 t20 |

=
log
x0
2
|1 t |

ovvero
30Brevemente y 0 = (x, y).
31Una funzione f : Rn R si dice omogenea di grado , per 0, se per ogni R si ha

che
f (x1 , , xn ) = f (x1 , , xn ) .

IX - Equazioni differenziali

135


|1 t20 | x
=
|1 t2 | x0
da cui si ricava
y 2 (x) = x(x C) ,

C=

x20 y(x0 )2
.
x0

48. Equazioni differenziali lineari di ordine n 2 a coefficienti


costanti
Per 0 j n 1, siano aj : A R e b : A R funzioni continue su un
connesso A R. Lequazione differenziale32
(48.1)

y (n) (x) + an1 (x)y (n1) (x). + + a1 (x)y 0 (x) + a0 (x)y(x) = b(x) ,

dove y : A R `e la funzione incognita di classe C n (A) e y (j) denota la derivata


j-sima di y, si chiama equazione differenziale lineare di ordine n.
Lapplicazione L : C n (A) C 0 (A) tra gli spazi vettoriali C n (A) e C 0 (A) data
da
L y(x) = y (n) (x) + an1 (x)y (n1) (x) + + a1 (x)y 0 + a0 y
`e lineare: infatti se , R e y, z C n (A) allora
L(y + z) = (y + z)(n) + an1 (y + z)(n1) + + a1 (y + z)0 + a0 (y + z) =
= y (n) + z (n) + an1 (y (n1) + z (n1) ) + + a1 (y 0 + z 0 ) + a0 (y + z) =
= (y (n) + an1 y (n1) + + a1 y 0 + a0 y) + (z (n) + an1 z (n1) + + a1 z 0 + a0 z) =
= L y + L z .
Lequazione differenziale (48.1) diventa allora
Ly = b .
n

Siano y0 , y1 C (A) due soluzioni della (48.1), allora L(y1 y0 ) = L y1 L y0 = 0


e dunque u = y1 y0 Ker L ovvero y1 = y0 + u per u Ker L. Viceversa
se y0 C n (A) `e una soluzione dellequazione differenziale (48.1) e u Ker L
allora la funzione y = y0 + u C n (A) risolve (48.1): infatti L y = L(y0 + u) =
L y0 + L u = L y0 = b. Pertanto se con S C n (A) indichiamo lo spazio delle
soluzioni dellequazione differenziale (48.1) e y0 C n (A) `e una soluzione particolare
di (48.1) allora
S = y0 + Ker L := {y C n (A) : y = y0 + u, L y0 = b, u Ker L} .
Lequazione differenziale
(48.2)

u(n) + an1 u(n1) + + a1 u0 + a0 u = 0

o equivalentemente
Lu = 0
si chiama lequazione differenziale omogenea associata allequazione differenziale
(48.1).
Proposizione 48.1. Il sottospazio vettoriale Ker L C (n) (A) ha dimensione n.
32In generale pi`
u brevemente scriveremo

y (n) + an1 y (n1) + + a1 y 0 + a0 = b .

136

Elisabetta Barletta

Dimostrazione. Sia x0 A un punto assegnato e si considerino gli n sistemi di


equazioni di equazioni differenziali:

Lu = 0

u(x0 ) = 1

u0 (x0 ) = 0

00
u (x0 ) = 0

u(3) (x0 ) = 0

..

(n1)
u
(x0 ) = 0

Lu = 0

u(x0 ) = 0

u0 (x0 ) = 1

00
u (x0 ) = 0

u(3) (x0 ) = 0

..

(n1)
u
(x0 ) = 0

Lu = 0

u(x0 ) = 0

u0 (x0 ) = 0

00
u (x0 ) = 1

u(3) (x0 ) = 0

..

(n1)
u
(x0 ) = 0

Lu = 0

u(x0 ) = 0

u0 (x0 ) = 0

00
u (x0 ) = 0

u(3) (x0 ) = 0

..

(n1)
u
(x0 ) = 1

di cui si dimostra che la soluzione u1 , un di ciascuno di essi `e unica. Inoltre esse


sono elementi di Ker L linearmente indipendenti. Infatti sia
1 u1 + + n un = 0

(48.3)

una loro combinazione lineare. Allora nel punto x0 si ha


0 = (1 u1 + + n un )(x0 ) = 1 u1 (x0 ) + + n un (x0 ) = 1
che sostituito nella (48.3) derivata e calcolata in x0 d`a
0 = 2 u02 (x0 ) + + n u0n (x0 ) = 2 .
Cos` continuando dopo n passi si ottiene 1 = = n = 0. Gli elementi u1 , , un
sono anche dei generatori di Ker L: infatti se u Ker L allora posto
u = 1 u1 + + n un
si ottiene, per valutazione di u e delle sue derivate successive fino allordine n nel
punto x0 ,
1 = u(x0 ) , , n = u(n) (x0 ) .
Questo prova che
Ker L = SpanR {u1 , , un }

dimR Ker L = n .


Assumiamo da ora in avanti che i coefficienti aj , 0 j n 1, dellequazione
differenziale (48.1) siano costanti (reali) e consideriamo il polinomio di grado n
p() = n + an1 n1 + + a1 + a0
detto polinomio caratteristico associato allequazione differenziale lineare omogenea
(48.2) (o allequazione differenziale lineare (48.1)). Ad esso associamo loperatore
differenziale PD : C n (A) C 0 (A),
PD = Dn + an1 Dn1 + + a1 D + a0 I
dove I : C n (A) C n (A) `e lidentit`a (i.e. Iy(x) = y(x)) e D denota la derivazione
rispetto a x. Allora le equazioni differenziali (48.1) e (48.2) diventano rispettivamente
PD y = b
e
PD u = 0 .
Supponiamo che p() abbia n radici distinte 1 , n (eventualmente complesse).
Allora
(48.4)

p() = ( 1 ) ( n )

IX - Equazioni differenziali

137

e di conseguenza avremo anche


PD u = (D 1 ) (D n ) u

(48.5)

dove (D j )u = D u j u = u0 j u. Poiche la decomposizione (48.4) non


dipende dallordine dei j , anche la decomposizione (48.5) non dipende da tale
ordine e dunque se ad esempio j < k si scrive anche
PD u = (D 1 ) (D k ) (D j ) (D n ) .
` allora ovvia la seguente
E
Osservazione 48.1. Se (D j )u = 0 allora PD u = 0.
Infatti
PD u = (D 1 ) (D n )u =
= (D 1 ) (D j1 )(D j+1 ) (D n )(D j )u = 0 .
In particolare poiche
(D j )ej x = ej x

0

j ej x = j ej x j ej x = 0

posto uj (x) = ej x si ha
PD uj = PD ej x = 0
per ogni j = 1, , n. Inoltre le funzioni uj sono linearmente indipendenti. Infatti
si osservi che

1j n1
0,
(D 1 ) (D n1 )ej x =
Qn1
n x
, j=n
i=1 (n i )e
e quindi data una combinazione lineare
(48.6)

1 e1 x + + n en x = 0

si ha

n
n
X
X
j (D 1 ) (D n1 )ej x =
j ej x =
0 = (D 1 ) (D n1 )
j=1

j=1

= n (n 1 ) (n n1 )en x
da cui, essendo k 6= j per ogni k 6= j, si ricava n = 0. Sostituendo questo
valore nella (48.6), si applichi loperatore differenziale (D 1 ) (D n2 ) a
Pn1
j x
= 0: si otterr`
a n1 = 0. Cos` continuando, in n passi, si ricava
j=1 j e
1 = = n = 0.
Poiche le soluzioni della (48.2) (e della (48.1)) sono funzioni reali, soltanto quando
1 , , n sono tutte reali, le funzioni uj = ej x costituiscono una base (reale) di
Ker L i.e.


Ker L = SpanR e1 x , , en x
e di conseguenza soltanto in questo caso
(
)
n
X
S = y C n (A) : y = y0 +
cj ej x , L y0 = b, cj R, 1 j n .
j=1

Se invece p() ha una radice complessa semplice che, senza perdere di generalit`a,
potremo supporre essere lultima n = n + in , allora poiche p() ha coefficienti
reali, anche n `e radice di p() e quindi il polinomio caratteristico si decompone in
p() = ( 1 ) ( n2 )( n )( n )
da cui
PD u = (D 1 ) (D n2 )(D n )(D n )u .

138

Elisabetta Barletta

Poiche
(D n )en x = n en x n en x = 0 ,
dallosservazione 48.1,
PD en x = 0 .
Quindi le due funzioni a valori complessi
zn (x) = en x = en x+in x = en x (cos n x + i sin n x)
e
wn (x) = en x = en xin x = en x (cos n x i sin n x) = zn (x)
sono soluzioni (complesse) di PD u = 0. Daltra parte si ha che
!
zn (x) + zn (x)
n x
PD (e
cos n x) = PD (Re zn (x)) = PD
=
2

1
=
PD zn (x) + PD zn (x) = 0 ,
2
!
z
(x)

z
(x)
n
n
PD (en x sin n x) = PD (Imzn (x)) = PD
=
2i
1
(PD zn (x) PD zn (x)) = 0 .
2i
Dunque le funzioni reali un (x) = en x cos n x, vn (x) = en x sin n x appartengono
a Ker L e sono linearmente indipendenti33. Allora
=

Ker L = SpanR {e1 x , , en2 x , en x cos n x, en x sin n x}


da cui
(
S=

y C n (A) : y = y0 +

n2
X

cj ej x + c1n en x cos n x + c2n en x sin n x,

j=1

)
Ly0 = b, cj , c1n , c2n R, 1 j n 2

Supponiamo ora che il polinomio p() abbia tutte radici reali distinte 1 , , k ,
k < n, ma una di esse con molteplicit`a. Senza perdere di generalit`a si pu`o supporre
che sia lultima radice k con molteplicit`a mk (2 mk n) e che dunque il
polinomio caratteristico p() e loperatore differenziale PD siano rispettivamente
decomposti in
p() = ( 1 ) ( k1 )( k )mk ,
PD u = (D 1 ) (D k1 )(D k )mk u .
` allora ovvio che
E
Osservazione 48.2. Se (D k )mk u = 0 allora PD u = 0.
Sia uk,j (x) = xj ek x allora si ha
(D k )mk uk,j = (D k )mk xj ek x =
= (D k )mk 1 (jxj1 ek x + k xj ek x k xj ek x ) =
= j(D k )mk 1 xj1 ek x = = j(j 1) (j mk + 1)xjmk ek x
e questultimo `e nullo se e solo se 0 j mk 1. Quindi le funzioni uk,j (x) Ker L
se e solo se 0 j mk 1. Il lettore verifichi che sono mk funzioni linearmente
indipendenti. In tal caso si ha


Ker L = SpanR e1 x , , ek x , xek x , , xmk 1 ek x
33Sia u + v = 0 allora u (0) + v (0) = 0 implica = 0 e di conseguenza, restando
n
n
n
n
vn = 0, `
e anche = 0.

IX - Equazioni differenziali

e di conseguenza
(
S=

y C n (A) : y = y0 +

k
X

cj ej x +

j=1

139

mX
k 1

ckh xh ek x ,

h=1

)
L y0 = b, cj , ckh R, 1 j k, 1 h mk 1

Infine se il polinomio p() ha una radice complessa con molteplicit`a, supponendo


che questa sia lultima k = k + ik con molteplicit`a mk allora, con considerazioni
analoghe a quelle fatte sopra, avremo che

Ker L = SpanR e1 x , , ek1 x , ek x cos k x, ek x sin k x,
x ek x cos k x, x ek x sin k x, , xmk 1 ek x cos k x, xmk 1 sin k x}
da cui
(
S=

y C n (A) : y = y0 +

k1
X

cj ej x +

j=1

mX
k 1


c1kh xh ek cos k x + c2kh xj ek x sin k x ,

h=0

)
Ly0 = b, cj , c1kh , c2kh R, 1 j k 1, 1 h mk 1

48.1. Metodi per la determinazione di una soluzione per lequazione differenziale (48.1) a coefficienti costanti.
Supponiamo che il dato b(x) sia un polinomio di grado r e che a0 6= 0. Allora
ricerchiamo una soluzione particolare y0 (x) che sia un polinomio di grado r, cio`e
y0 (x) = br xr + br1 xr1 + b1 x + b0
determinando i coefficienti bj usando il principio di identit`a dei polinomi, una volta
sostituito y0 e le sue derivate in (48.1). Se invece a0 = a1 = = am1 = 0 e
am 6= 0 allora ricerchiamo una soluzione particolare y0 che sia il prodotto di xm
per un polinomio di grado r, cio`e
y0 (x) = xm (br xr + br1 xr1 + b1 x + b0 )
e di nuovo si determinano i coefficienti bj usando il principio di identit`a dei polinomi,
una volta sostituito y0 e le sue derivate in (48.1).
Se b(x) `e multipla della funzione f (x) = ekx , per k R, e k non `e radice
del polinomio caratteristico p() allora ricerchiamo una soluzione particolare dello
stesso tipo, cio`e
y0 (x) = c ekx ;
se invece k `e radice di p( ed ha molteplicit`a m 1 allora ricerchiamo una soluzione
particolare del tipo
y0 (x) = c xm ekx
determinando c usando la (48.1).
Se b(x) `e il prodotto di un polinomio di grado r e di ekx , la soluzione particolare
y0 (x) la si cerca dello stesso tipo se k non `e radice del polinomio caratteristico,
mentre la si cerca del tipo
y0 (x) = xm ekx (b0 + b1 x + + br xr )
se k `e radice del polinomio caratteristico con molteplicit`a m.

140

Elisabetta Barletta

Se b(x) `e una combinazione lineare delle funzioni f (x) = cos kx e g(x) = sin kx,
per k R e ik non `e radice del polinomio caratteristico allora ricerchiamo una
soluzione particolare del tipo
y0 (x) = c cos kx + d sin kx
determinando c e d in modo che, al solito, y0 soddisfi la (48.1).
In generale se b(x) `e una funzione qualsiasi, un metodo che `e assai utile per determinare una soluzione particolare della (48.1) `e quello della variazione delle costanti.
Si determinano le n soluzioni linearmente indipendenti u1 , , un dellequazione
difPn
ferenziale omogenea (48.2) e scritta la sua generica soluzione u(x) = j=1 cj uj (x),
per cj R, si ricerca una soluzione particolare y0 (x) della (48.1) della forma
y0 (x) =

n
X

cj (x)uj (x)

j=1

dove le funzioni incognite cj (x), 1 j n, si determinano cos`. Derivando successivamente si assume che
n
X
(k1)
(48.7)
c0j (x)uj
(x) = 0
j=1

per 1 k n 2 in modo che


(k)

y0 (x) =

n
X

(k)

cj (x)uj (x)

j=1

per 1 k n 1, mentre
(n)
y0 (x)

n
X

(n1)
c0j (x)uj
(x)

j=1

n
X

(n)

cj (x)uj (x) .

j=1

Allora, tenuto conto della (48.2) per le funzioni uj (x), 1 j n, si ha


(n)

y0 (x) +

n1
X

(k)

ak y0 (x) =

n
X

(n1)

c0j (x)uj

(x) +

(n)

cj (x)uj (x)+

j=1

j=1

k=0

n
X

n1
n
X
X
(k)
ak
cj (x)uj (x) =
+
j=1

k=0

n
X

(n1)
c0j (x)uj
(x)

j=1

n
X

j=1
n
X

(n)
uj (x)

cj (x)

n1
X

!
(k)
ak uj (x)

k=0
(n1)

c0j (x)uj

(x) .

j=1

Infine, il sistema di n equazioni differenziali del I ordine costituito dalle (48.7) e


dalla (48.1),

Pn
0

j=1 cj (x)uj (x) = 0

..

.
Pn
(n2)
0

(x) = 0

j=1 cj (x)uj

(n1)
Pn
0
(x) = b(x)
j=1 cj (x)uj
permette di determinare le funzioni c1 (x), , cn (x).

X - Calcolo approssimato di radici

141

X - Calcolo approssimato di radici

In questo capitolo si affronta il problema della determinazione (approssimata, con approssimazione arbitraria) delle radici dellequazione f (x) = 0 su un intervallo dove f `e
una funzione perlomeno di classe C 1 . Tuttavia non si pu`
o sperare di ottenere delle formule di risoluzione , come ad esempio nel caso delle equazioni polinomiali di primo o di
secondo grado: questo `e gi`
a impossibile per le equazioni polinomiali di grado 5. Neanche
per il problema qui formulato (e cio`e di determinare le radici in modo approssimato) vi `e
in realt`
a un metodo generale che conduca al risultato desiderato, eccetto per il caso in cui
f (x) sia un polinomio, e anche in questo caso, per i polinomi di grado 5, i metodi teorici
di approssimazione delle radici potrebbero condurre a calcoli numerici di tal volume da
rendere dispendioso anche il lavoro di un calcolatore elettronico. Nel presente capitolo ci
si limiter`
a ad indicare alcuni casi particolari dei quali, sotto oppurtune ipotesi sulla f (x),
` questo
si dispone di mezzi (teorici e pratici) per risolvere il problema in discussione. E
lABC di una disciplina matematica denominata Analisi Numerica.

49. Metodi elementari per il calcolo approssimato di radici


Sia f : I R una funzione definita sullintervallo I R di classe C 1 (I). Si
consideri lequazione
(49.1)

f (x) = 0

di cui vogliamo determinarne le soluzioni x I. Sebbene lintervallo I possa essere


limitato, pu`
o darsi che lequazione (49.1) abbia uninfinit`a di radici, ad esempio se
f `e identicamente nulla su qualche sottointervallo J I. Comunque esistono anche
esempi di funzioni come la funzione
1
,
x R \ {0}
f (x) = x6 sin
x
che non sono identicamente nulle in nessun intervallo ma per cui la (49.1) abbia
lo stesso uninfinit`
a di radici. Un primo passo allora sar`a decomporre lintervallo
I considerandone una partizione fatta in modo che in un qualsiasi intervallo di
essa si abbia o esattamente una radice della (49.1) oppure non si abbia nessuna
radice. In particolare potremo raggiungere questo traguardo se la funzione f `e
continua nellintervallo I (lequazione (49.1) non ha soluzione se nellintervallo I f
non cambia di segno). Ad esempio, la funzione
n
X
bi
f (x) =
+ c , x R \ {a1 , , an }
x

ai
i=1
dove a1 < < an e bi > 0, 1 i n, `e definita in ciascuno degli intervalli
(, a1 ), (a1 , a2 ), , (an , +). Inoltre, in ciascuno di questi intervalli f `e derivabile (quindi continua) e dal fatto che
n
X
bi
f 0 (x) =
<0
(x ai )2
i=1
segue che f C 1 (R \ {x1 , , xn }) e anche che `e monot`ona decrescente. Si noti
inoltre che
lim f (x) = +
xai

per ogni i {1, , n. Si pu`o concludere che per tale funzione lequazione (49.1)
ha esattamente una radice semplice in ciascuno degli intervalli (ai , ai+1 ), 1 i n
1. Nellintervallo (, a1 ) (rispettivamente nellintervallo (an , +)) lequazione
(49.1) ha una radice semplice se c > 0 o se c < 0 oppure nessuna radice se c = 0.

142

Elisabetta Barletta

Per ottenere una decomposizione dellintervallo I nel modo su menzionato (i.e. tale
da separare le radici dellequazione f (x) = 0) sarebbe necessario, da un punto di
vista teorico, studiare landamento della funzione f , ovvero la variazione del segno
di f 0 . In particolare, si renderebbe necessario determinare le radici dellequazione
f 0 (x) = 0. Purtroppo, salvo per esempi semplici come quello precedente, `e questo
un problema difficile almeno quanto quello di risolvere f (x) = 0.
Nel seguito si supporr`
a che I = [a, b], che f 0 (x) 6= 0 per ogni x I (e quindi che
0
f (x) abbia segno costante su I, dato che f C 1 (I)) e infine che f (a)f (b) < 0.
49.1. Il metodo della regula falsi. Lidea fondamentale per ottenere unapprossimazione della radice 0 della f (x) = 0 in I `e di rimpiazzare f con un polinomio
di primo grado P (x) tale che P (a) = f (a) e P (b) = f (b). Questo nientaltro sar`a
che un caso particolare dei cosidetti polinomi di interpolazione che il lettore avr`a
modo dincontrare nel corso di Calcolo Numerico. Lipotesi P (a)P (b) < 0 implica
che lequazione P (x) = 0 abbia almeno una radice I e si prender`a questa come
approssimazione di 0 : si vuole allora trovare un metodo per controllare lerrore
commesso, cio`e valutare | 0 |.
Lemma 49.1. Sia J R un intervallo e sia f C 2 (J). Siano x0 , x1 J, x0 6= x1 ,
e si consideri34
P (x) =

f (x0 )
f (x1 )
(x x0 )
(x x1 ) .
x1 x0
x1 x0

Allora, per ogni x J, esiste un punto (che dipende da x) nel pi`


u piccolo intervallo
chiuso contenente x, x0 , x1 tale che
(49.2)

f (x) P (x) =

1 00
f ()(x x0 )(x x1 ) .
2

Dimostrazione. La dimostrazione risulta dal teorema di Rolle 25.1. Infatti, sia


x J \ {x0 , x1 } e si consideri la funzione u : J R data da
u(t) = f (t) P (t) c(t x0 )(t x1 ) ,
dove c R `e la costante determinata dalla condizione u(x) = 0. Segue che u(x) =
u(x0 ) = u(x1 ) = 0. Senza perdere di generalit`a si pu`o supporre che sia x < x0 < x1 ;
allora per il teorema di Rolle applicato negli intervalli [x, x0 ], [x0 , x1 ] esistono due
punti y1 (x, x0 ) e y2 (x0 , x1 ) tali che u0 (y1 ) = 0, u0 (y2 ) = 0. Applicando ancora
il teorema di Rolle alla funzione u0 nellintervallo [y1 , y2 ], si ha che esiste un punto
(y1 , y2 ) tale che u00 () = 0. Tuttavia u00 (t) = f 00 (t) 2c e quindi c = 1/2 f 00 ().
Si pu`
o ora sostituire lespressione di c cos` ottenuta in u(x) = 0 per ottenere la
relazione (49.2).

Proposizione 49.1 (regula falsi). Nelle ipotesi del lemma 49.1, se f 0 (x) 6= 0 per
ogni x J, se f (0 ) = 0 e P () = 0 per qualche 0 , J, allora
(49.3)

0 =

1 f 00 (z)
( x0 )( x1 )
2 f 0 (z 0 )

per qualche z, z 0 J. In particolare, se |f 0 (x)| m > 0 e |f 00 (x)| M per ogni


x J, allora
(49.4)

| 0 |

M
| 0 | | x1 | .
2m

34Si osservi che P (x ) = f (x ) e P (x ) = f (x ).


0
0
1
1

X - Calcolo approssimato di radici

143

Dimostrazione. La proposizione risulta immediatamente dal lemma 49.1. Infatti


per tale lemma, esiste z nel pi`
u piccolo intervallo contenente x, x0 , x1 tale che sia
soddisfatta la (49.2). In particolare per x = si ha
1
f () = f 00 (z)( x0 )( x1 )
2
dove z dipende da . Inoltre, applicando il teorema di Lagrange 25.2 alla funzione
f nellintervallo chiuso di estremi 0 e si ottiene
f () = ( 0 )f 0 (z 0 )
per qualche z 0 fra 0 e . Dalle due relazioni cos` ottenute si ha la formula desiderata.
Il lettore non avr`
a difficolt`
a a dedurre la (49.4) dalla (49.3).

Si pu`
o dire che la relazione (49.4) valuta lerrore commesso (d`a una maggiorazione
dello stesso in termini di M , m, , x0 e x1 ). Se la costante M/2m | x0 | | x1 |
non `e sufficientemente piccola (e quindi, presumibilmente, lerrore commesso non `e
sufficientemente piccolo) allora si pu`o ripetere il procedimento descritto. Precisamente, se ad esempio I = [a, b], si calcola f (): a seconda del suo segno, la radice
0 sta nellintervallo [a, ] oppure nellintervallo [, b]. Si ripete il procedimento descritto in quel sottointervallo contenente 0 (i.e. si rimpiazza f con un polinomio
di primo grado che assume agli estremi del sottointervallo i valori assunti da f )
ottenendo cos` una nuova approssimazione 0 di 0 . Applicando il metodo descritto
un numero arbitrario di volte, si otterr`a una successione {n }nN\{0} (con 1 = ,
2 = 0 ). Infine, si pu`
o dimostrare che tale successione converge a 0 .
Per applicare la regula falsi `e necessario conoscere a priori lesistenza di una
radice del problema nellintervallo I. Sotto opportune ipotesi si possono ottenere
metodi di approssimazione di una radice dellequazione (49.1) che nello stesso tempo
dimostrino anche lesistenza della radice stessa.
49.2. Il metodo delle approssimazioni successive. In quel che segue si illustrer`
a unidea molto importante nellintera analisi matematica e cio`e quella di
iterazione di un processo di approssimazione (nota anche come metodo delle approssimazioni successive). Si pu`o sempre scrivere la (49.1) nella forma
(49.5)

g(x) = x

(ponendo g(x) = x f (x)). Si enuncia allora il seguente


Teorema 49.1. Sia x0 I, si supponga che esistano c > 0, 0 < q < 1 tali che
[x0 c, x0 + c] I e
i) |g 0 (x)| q per ogni x tale che |x x0 | c,
ii) |g(x0 ) x0 | c(1 q).
Allora esiste unica una radice 0 dellequazione (49.5) tale che
|0 x0 | c .
Inoltre la successione {xn }nN\{0} definita dalla relazione di ricorrenza
xn+1 = g(xn ) , n 0
soddisfa
|0 xn | c q n
e quindi limn xn = 0 .
Dimostrazione. Si osservi innanzituttto che xn [x0 c, x0 + c] per ogni n 0.
Infatti tale affermazione si pu`o dimostrare per induzione su n. Chiaramente x0 si
trova nellintervallo in discussione. Si supponga ora che x0 , , xn [x0 c, x0 + c]
e si consideri xn+1 definito da
xn+1 = g(xn ) .

144

Elisabetta Barletta

Allora
xn+1 xn = g(xn ) g(xn1 ) .

(49.6)

Si applichi il teorema di Lagrange alla funzione g nellintervallo chiuso di estremi


xn1 e xn ; esiste dunque z fra xn1 e xn tale che
g(xn ) g(xn1 ) = g 0 (z)(xn xn1 ) .
Per lipotesi dinduzione, il pi`
u piccolo intervallo contenente xn e xn1 `e incluso
in [x0 c, x0 + c] e quindi z stesso sta in [x0 c, x0 + c]. Si pu`o quindi applicare
lipotesi i) del teorema 49.1 per ottenere
|g(xn ) g(xn1 )| = |g 0 (z)| |xn xn1 | q|xn xn1 |
e allora (per la (49.6))
|xn+1 xn | q|xn xn1 |
e, per ricorrenza
|xn+1 xn | q n |x1 x0 | = q n |g(x0 ) x0 | cq n (1 q)
tenuto conto dellipotesi ii). Siccome
xn+1 x0 = (xn+1 xn ) + (xn xn1 ) + + (x1 x0 )
allora
|xn+1 x0 | c(1 q)(1 + q + + q n ) = c(1 q n+1 ) c .
In altre parole, anche xn+1 sta in [x0 c, x0 + c]. Infine, per il principio dinduzione
matematica, tutti i termini della successione {xn }n0 si trovano nellintervallo [x0
c, x0 + c]. La disuguaglianza
|xn+1 xn | c q n (1 q)
P
ottenuta qui sopra, mostra che la serie n0 (xn+1 xn ) `e assolutamente conver` questo il consueto trucco
gente e quindi la successione {xn }n0 ha limite finito. E
che consiste nel trasformare la successione {xn }n0 in una serie numerica. Sia
allora 0 = limn xn . Poiche g `e continua, passando al limite per n tendente
allinfinito nelluguaglianza g(xn ) = xn+1 si ottiene g(0 ) = 0 (ed `e chiaro che
0 [x0 c, x0 + c]). Sempre dalla (49.7) si pu`o dedurre che, per ogni p N, p 1,
(49.7)

|xn+p xn | |xn+p xn+p1 | + |xn+p1 xn+p2 | + + |xn+1 xn |


c (1 q)(q n+p1 + q n+p2 + + q n )
1 qp
c qn .
1q
Si passi al limite per p nella disuguaglianza
= c (1 q)q n

|xn+p xn | c q n
cos` da ottenere
|0 xn | c q n .
Resta da dimostrare soltanto lunicit`a della radice 0 dellequazione g(x) = x
nellintervallo [x0 c, x0 + c]. Se 1 `e unaltra radice, i.e. g(1 ) = 1 , tale che
|1 x0 | c, allora
1 0 = g(1 ) g(0 )
e applicando nuovamente il teorema di Lagrange e lipotesi i) si ottiene
|1 0 | q |1 0 |
e quindi 1 = 0 (altrimenti si otterrebbe q 1 che `e assurdo).


X - Calcolo approssimato di radici

145

49.3. Il metodo di Newton. Lidea di tale metodo `e molto simile a quella della
regula falsi, tranne per la scelta del polinomio P (x) (i.e. si sceglie una parallela ad
una tangente al grafico della funzione f anziche una secante). Precisamente
Teorema 49.2. Sia x0 I e si considerino i numeri c 0 e > 0 tali che
i) |f (x0 )| c/2,
ii) per ogni x, y [x0 c, x0 + c] I restino soddisfatte
1
(49.8)
|f 0 (x)|

1
.
2
Allora esiste ed `e unica una radice 0 dellequazione f (x) = 0 nellintervallo [x0
c, x0 + c]. Inoltre per una qualsiasi successione {zn }n0 di punti in [x0 c, x0 + c],
la successione {xn }n0 definita dalla relazione di ricorrenza
|f 0 (x) f 0 (y)|

(49.9)

xn+1 = xn

(49.10)

f (xn )
, n0
f 0 (zn )

tende a 0 per n .
Dimostrazione. Innanzitutto, si verificher`a (per induzione matematica) che tutti
i termini della successione {xn }n0 stanno nellintervallo [x0 c, x0 + c] e nel farlo,
si dimostreranno anche le relazioni
c
(49.11)
|xn xn1 | n
2
(49.12)

|f (xn1 )|

c
2n

per ogni n 1. Infatti, si osservi che per n = 1, la relazione (49.12) `e soddisfatta


in virt`
u dellipotesi i) del teorema 49.2. Daltra parte


f (x0 ) c


|x1 x0 | = 0
f (z0 ) 2
per lipotesi i) e per la disuguaglianza (49.8). Si ragioni ora per induzione, supponendo le (49.11) e (49.12) vere. Si ha (per la (49.10)) che
f (xn ) = f (xn ) f (xn1 ) (xn xn1 )f 0 (zn1 ) .
A questo punto si adoperi la disuguaglianza
(49.13)

|f (x) f (y) f 0 (z)(x y)| (x y) sup |f 0 (t) f 0 (z)|


xty

vera per tutti gli x, y, z I con y < x (un corollario immediato del teorema di
Lagrange). Si ottiene:
1
c
|f (xn )|
|xn xn1 | n+1
2
2

e la (49.12) (con n rimpiazzato da n + 1) `e verificata. Daltra parte si ha




f (xn )

c
|xn+1 xn | = 0
f (zn ) 2n+1
per la (49.8) e per il risultato precedente. Risulta cio`e la (49.11) (con n rimpiazzato
da n + 1). Si deduce che
|xn+1 x0 | c

n+1
X

2j c

j=1

P
e quindi xn+1 [x0 c, x0 +c]. Dalla (49.11) si deduce subito che n1 (xn xn1 )
`e assolutamente convergente e quindi esiste 0 [x0 c, x0 +c] tale che limn xn =

146

Elisabetta Barletta

0 . Rimane da verificare lunicit`a della radice dellequazione f (x) = 0 nellintervallo


[x0 c, x0 + c]. Se 1 `e una di queste radici, allora (dalle (49.13) e (49.9))
|f 0 (zn )(1 xn+1 )| = |f (1 ) f (xn ) f 0 (zn )(1 xn )|
1
|1 xn |

2
e quindi (dalla (49.8)):
1
|1 xn+1 | |1 xn | .
2
Per n si ottiene:
1
|1 0 | |1 0 |
2
cio`e 1 = 0 .


Appendice

147

Appendice
Sia A un insieme; si dice relazione su A ogni sottoinsieme R di A2 = A A.
Sia R A2 una relazione in A; se (x, y) R allora si dice che gli elementi x ed y
sono nella (o in) relazione R e spesso si scrive anche
xRy.
Sia A un insieme ed R una relazione in A; si dice che R `e una relazione di ordine
in A se R `e
riflessiva, cio`e per ogni a A `e a R a;
antisimmetrica, cio`e se per ogni a, b A per cui a R b e b R a segue che
a = b;
transitiva, cio`e per ogni a, b, c A per cui a R b e b R c segue che a R c.
Un insieme ordinato `e una coppia (A, R) costituita da un insieme A e da un
relazione di ordine R in A.
Sia (A, R) un insieme ordinato. Due elementi a, b A si dicono confrontabili se
a R b oppure b R a.
Se comunque si scelgano due elementi di (A, R), essi sono sempre confrontabili,
allora R si dice una relazione di ordine totale; inoltre (A, R) si dice un insieme
totalmente ordinato.
Esempio 49.1.
i) Sia A un insieme, A 6= . Allora la relazione di inclusione
debole `e una relazione di ordine sullinsieme P(A) delle parti di A. In
generale non `e una relazione di ordine totale. Infatti per A = {1, 2, 3}
i sottoinsiemi {1, 2} e {2, 3} sono due elementi di P(A) non confrontabili.
ii) In R si consideri la relazione definita da:
x R y x y .
` facile verificare che (R, ) `e un insieme totalmente ordinato. AnalogaE
mente per ogni sottoinsieme A R, (A, ) `e un insieme totalmente ordinato.
iii) R con la relazione definita da
x R y x y
`e un insieme totalmente ordinato e lo `e anche (A, ) per ogni A R.
Sia (A, R) un insieme ordinato. Un elemento a0 A si dice un primo elemento
di A se per ogni a A tale che a R a0 segue che a = a0 .
Proposizione 49.2. Sia (A, R) un insieme totalmente ordinato. Se A ammette
un primo elemento allora esso `e unico.
Dimostrazione. Siano a0 , a00 A due primi elementi di A. Siccome A `e totalmente ordinato, si presentano due casi: I) a0 R a00 oppure II) a00 R a0 . Se vale
il primo allora, essendo a00 un primo elemento di A, `e a0 = a00 , se invece vale il
secondo allora, essendo a0 un primo elemento di A, `e a00 = a0 . In ogni caso a00 = a0 .

Corollario 49.1. Sia A R un sottoinsieme. Se A ha minimo allora esso `e unico.
Analogamente, se A ha massimo allora esso `e unico.
Dimostrazione. Si consideri linsieme totalmente ordinato (A, ) e sia m0 =
min A. Dunque per ogni a A `e m0 a e quindi se esistesse un elemento a0 A
per cui a0 m0 , necessariamente sarebbe a0 = m0 . Pertanto m0 `e un primo
elemento di (A, ). Dalla proposizione 49.2, m0 `e unico.

148

Elisabetta Barletta

In modo analogo, se M0 = max A allora35 M0 `e un primo elemento dellinsieme


totalmente ordinato (A, ) e perci`o M0 `e unico.

Osservazione 49.1. Un insieme ordinato ma non totalmente ordinato pu`o avere
pi`
u di un primo elemento. Ad esempio sia A = {{1, 2, 3}, {1, 2}, {1, 3}}; (A, ) `e un
insieme ordinato ma non `e totalmente ordinato in quanto {1, 2} e {1, 3} non sono
confrontabili. Si noti che (A, ) ha due primi elementi che sono {1, 2} e {1, 3}.
Definizione 49.1. Si chiama sezione di un insieme totalmente ordinato (A, R) una
coppia ordinata (B, C) di sottoinsiemi B e C di A tali che B C = A, B C =
e comunque si scelgano b B e c C `e sempre b R c.
La definizione di estremo superiore di un sottoinsieme di R ci permette di dimostrare
Proposizione 49.3 (disuguaglianza di Archimede). Per ogni coppia di numeri
reali positivi distinti x, y R esiste n0 N \ {0} tale che n0 x > y.
Dimostrazione. Si supponga per assurdo che la propriet`a non sia vera. Allora
esistono due numeri reali positivi x0 e y0 tali che per ogni n N \ {0} sia nx0 y0 .
Si ha che y0 `e un maggiorante dellinsieme A = {x0 , 2x0 , 3x0 , , nx0 , } R
che dunque risulta essere limitato superiormente. Sia M = sup A; allora per ogni
n N \ {0} `e nx0 M : in particolare `e anche (n + 1)x0 M , per ogni n N \ {0},
da cui nx0 M x0 , per ogni n N \ {0}. Quindi M x0 `e un maggiorante di A
e M x0 < M . Assurdo, perche M `e il minimo dei maggioranti di A.

Proviamo la seguente caratterizzazione delle funzioni monot`one continue.
Proposizione 49.4. Sia f : D(f ) R una funzione monot`
ona nel connesso
A D(f ). f `e continua in A se e solo se f (A) `e connesso.
Dimostrazione. Se f `e continua nel connesso A allora f (A) `e connesso (cfr.
proposizione 21.2). Viceversa sia f (A) connesso. Per x0 A e > 0 si consideri
lintorno I(f (x0 ), ). Dalle propriet`a degli estremi esistono y 0 , y 00 f (A) tali che
inf f y 0 < f (x0 ) < y 00 sup f .
A

Se fosse y
/ I(f (x0 ), ) allora |y 0 f (x0 )| e poiche y 0 < f (x0 ), necessariamente
0
sarebbe y f (x0 ) . Daltra parte siccome f (A) `e connesso, `e [y 0 , f (x0 )] f (A),
inoltre f (x0 ) [y 0 , f (x0 )], dunque (f (x0 ) , f (x0 )) [f (x0 ) , f (x0 )]
[y 0 , f (x0 )] f (A). Quindi se |y 0 f (x0 )| allora ogni elemento y (f (x0 )
, f (x0 )) `e tale che
inf f y 0 < y < f (x0 ) ,
A

y f (A) I(f (x0 ), ) .

In modo analogo se y 00
/ I(f (x0 ), ) e cio`e |y 00 f (x0 )| allora ogni elemento
y (f (x0 ), f (x0 ) + ) `e tale che
f (x0 ) < y < y 00 sup f

y f (A) I(f (x0 ), ) .

In definitiva esisteranno y0 , y00 f (A) I(f (x0 ), ) tali che


inf f y0 < f (x0 ) < y00 sup f ,

(49.14)
y0

f (x0 ),

y00

f (x00 ),

=
=
x0 , x00 A. Se f `e decrescente allora x00 < x0 < x0 :
00
infatti se fosse x = x0 sarebbe y00 = f (x00 ) = f (x0 ) che contraddirebbe la (49.14).
35Per ogni a A `
e M0 a e quindi se esistesse un elemento a0 A per cui a0 M0
necessariamente sarebbe a0 = M0 .

Appendice

149

Se fosse x00 > x0 allora sarebbe y00 = f (x00 ) f (x0 ) che ancora contraddirebbe la
(49.14). Similmente non pu`
o essere x0 x0 . Sia = min{|x00 x0 |, |x0 x0 |} > 0.
Ogni x I(x0 , ) `e tale che f (x) I(f (x0 ), ). Infatti in tal caso
x00 < x0 < x < x0 + < x0
cio`e x [x00 , x0 ]. Allora f (x) f ([x00 , x0 ]) = [f (x0 ), f (x00 )] I(f (x0 ), ). Questo
prova la continuit`
a di f in x0 che essendo un arbitrario punto di A d`a la continuit`a
di f in A. Analogamente si procede se f `e crescente.

Abbiamo visto nel capitolo VII il teorema della media integrale (cfr. teorema
35.1) noto anche come I teorema della media integrale. Diamo adesso un teorema
a esso simile detto II teorema della media integrale. In realt`a esso, come vedremo,
risulta essere unimmediata conseguenza della seguente
Proposizione 49.5 (formula di Bonnet). Siano f : [a, b) R una funzione
decrescente non negativa e g R([a, b)). Allora esiste x0 [a, b] tale che
Z x0
Z b
g(x) dx .
f (x)g(x) dx = f (a)
(49.15)
a

Dimostrazione. Poiche f `e monot`ona e non negativa su [a, b), f `e limitata36


dunque f R([a, b)). Sia una partizione dellintervallo [a, b),
a = x0 < x1 < < xn = b

:
cosicche
Z

f (x)g(x) dx =
a

n Z
X
i=1

xi

f (x)g(x) dx

xi1

qualunque sia il numero n dei punti della partizione scelta. Allora passando al
limite per n si ha
Z b
n Z xi
X
f (x)g(x) dx = lim
f (x)g(x) dx .
n

i=1

xi1

Ora
Z

xi

xi

xi1

xi

[f (x) f (xi1 )]g(x) dx +

f (x)g(x) dx =
xi1

f (xi1 )g(x) dx
xi1

dove
sup

|f (x) f (xi1 )| = f (xi1 ) f (xi ) =

[xi1 ,xi )

sup
[xi1 ,xi )

inf
[xi1 ,xi )

f = Mi mi

quindi posto L = sup[a,b) |g| si ha


n Z

n Z xi

X xi
X


[f
(x)

f
(x
)]g(x)
dx

L
(Mi mi ) dx L(S s ) <


i1


xi1
xi1
i=1

i=1

per ogni > 0 e per n > n , pertanto


n Z xi
X
lim
[f (x) f (xi1 )]g(x) = 0 .
n

i=1

xi1

Si consideri la funzione integrale di g


Z
G(x) =

g(t) dt
a

36Se non lo fosse per ogni M > 0 esisterebbe un punto x


M [a, b) tale che |f (xM )| =

f (xM ) > M . Dunque per ogni n N \ {0} esisterebbe xn [a, b) tale che f (xn ) > n. Allora
limn f (xn ) = + e dunque per ogni M > 0 esisterebbe nM N tale che per n > nM si
avrebbe |f (xn )| = f (xn ) > M . Siccome f `
e decrescente e a xn , sarebbe f (a) f (xn ) > M per
ogni M > 0 e questo `
e assurdo.

150

Elisabetta Barletta

allora
n Z
X
i=1

n
X

f (xi1 )g(x) dx =

xi1

n
X

i=1

xi

f (xi1 )

g(x) dx =
xi1

i=1

f (xi1 )[G(xi ) G(xi1 )] =

n
X

xi

G(xi )f (xi1 )

i=1
n1
X

n
X

G(xi1 )f (xi1 ) =

i=1

G(xi )f (xi1 ) + G(b)f (xn1 ) G(a)f (a)

i=1

n1
X

G(xi )f (xi ) =

i=1
n1
X

= G(b)f (xn1 ) +

G(xi )[f (xi1 ) f (xi )]

i=1

e se
m = min G

M = max G

[a,b]

[a,b]

allora
mf (xn1 ) + m

n1
X

n Z
X

i=1

i=1

[f (xi1 ) f (xi )]

M f (xn1 ) + M

xi

f (xi1 )g(x) dx

xi1

n1
X

[f (xi1 ) f (xi )]

i=1

cio`e
mf (a)

n Z
X

xi

f (xi1 )g(x) dx M f (a)

xi1

i=1

e passando al limite per n si ottiene


n Z xi
X
mf (a) lim
f (xi1 )g(x) dx M f (a)
n

i=1

xi1

che dalle considerazioni fatte `e equivalente a


Z b
mf (a)
f (x)g(x) dx M f (a) .
a

Dunque
1
f (a)

f (x)g(x) dx [m, M ]
a

ovvero esiste un punto y0 [m, M ] tale che


Z b
f (x)g(x) dx = y0 f (a) .
a

Daltra parte, essendo la funzione integrale G lipschitziana su [a, b], esiste un punto
x0 [a, b] tale che G(x0 ) = y0 ed allora si ha
Z b
Z x0
f (x)g(x) dx = f (a)
g(t) dt .
a


Teorema 49.3 (II teorema della media integrale). Siano f : [a, b] R una
funzione monot`
ona in [a, b] e g R([a, b). Allora esiste x0 [a, b] tale che
Z b
Z x0
Z b
f (x)g(x) dx = f (a)
g(x) dx + f (b)
g(x) dx .
a

x0

Appendice

151

Dimostrazione. Basta applicare la formula di Bonnet (49.15) considerando la


funzione decrescente e non negativa
h(x) = f (x) f (b)
se f `e decrescente e la funzione h(x) se invece f `e crescente.

Il teorema 49.3 ci permette di provare un criterio per la convergenza degli integrali
generalizzati, e precisamente abbiamo
Proposizione 49.6. Siano f : [a, +) R una funzione monot`
ona in [a, +)
con limx+ f (x) = 0 e g : [a, +) R tale che
i) g R([b, c)) per ogni b, c > a,
ii) esista una costante M > 0 per cui

Z

b


g(x) dx < M


c
per ogni b, c > a.
Allora

f (x)g(x) dx
a

converge.

Dimostrazione. Siano b0 , b00 > a con b0 < b00 , allora dal II teorema della media
integrale (teorema 49.3) esiste un punto [b0 , b00 ] tale che
Z 00


Z
Z b
b



0

00
f (x)g(x) dx = f (b )
g(x) dx + f (b )
g(x) dx .

b0


0
b

Poiche limx+ f (x) = 0, per ogni > 0 esiste x > a tale che per ogni x > x si
abbia |f (x)| < ; in particolare per b0 , b00 > x si avr`a
|f (b0 )| <

|f (b00 )| <

dunque
Z 00

b



f (x)g(x) dx <

b0

!
Z
Z 00


b



g(x) dx < 2M
g(x) dx +


b0

e dal teorema di Cauchy per i limiti si ha lasserto.




152

Elisabetta Barletta

ALFABETO GRECO
N ome

M aiuscola

M inuscola

Alfa (o Alpha)

Beta

Gamma

Epsilon

, 

Zita (o Zeta)

Eta

Theta

Iota

Kappa

Lambda

Mi (o Mu)

Ni (o Nu)

Xi

Omicron

Pi

Ro (o Rho)

Sigma

Tau

Upsilon

Fi (o Phi)

Chi

Psi

Omega

153

MATEMATICI

BERNOULLI Jacques I, Basilea 1654 - 1705.


BERNOULLI Jean, Basilea 1667 - 1748.
BOLZANO Bernhard, Praga 1781 - 1848.
BOREL Emile, Saint-Affrique (Aveyron) 1871 - Parigi 1956.
CAUCHY Augustin (barone), Parigi 1789 - Sceaux (Parigi) 1857.
EULER Leonhard, Basilea 1707 - Pietroburgo 1783.
HEINE Heinrich Eduard, Berlino 1821 - Halle 1881.
HESSE Ludwig Otto, Konigsberg 1811 - Monaco 1874 (allievo di C. Jacobi).
JACOBI Carl, (Potsdam 1804 - Berlino 1851).
LAGRANGE Giuseppe Luigi, Torino 1736 - Parigi 1813.
RICCATI Iacopo Francesco, Venezia 1676 - Treviso 1754.
RIEMANN Bernhard, Breselenz (Hannover) 1826 - Selasca 1866.
SCHWARTZ Laurent, Parigi 1915 (distribuzioni).
SCHWARZ Karl Hermann Amandus, Hermsdorf (Slesia) 1843 - Berlino
1921.
WEIERSTRASS Karl Theodor Wilhelm, Ostenfelde (M
unster) 1815 - Berlino 1897.