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ANNO ACCADEMICO

2007/2008

“PACE E GUERRA NEL MONDO


CONTEMPORANEO”

-Le “Rovine dell’Europa postbellica” e la crisi del 1929:


l’ascesa del nazismo e del bolscevismo;
Concause ed Analogie-

STEFANO BONUCCI
- Introduzione:
• Lo scenario del primo dopoguerra:
• Economia;
• Società;

- Sulle ‘rovine’ dell’Europa postbellica...


il trattato di Versailles...

- La crisi economica del 1929...


il modello americano e quello bolscevico a confronto...

- La rivoluzione bolscevica...
gli effetti del ‘Grande Terrore’....

- Il nazionalsocialismo....
l’ascesa di Hitler...

- Concause ed analogie.

- Considerazioni conclusive.
Lo scenario del primo dopoguerra:

La prima guerra
mondiale, non risolve i
problemi per i quali era
scoppiata, alcuni anzi
risultano acuiti proprio a
causa del trattato di pace
di Versailles, e se ne
aprono di nuovi. La
vecchia Europa esce dal
conflitto profondamente
lacerata e divisa e perde
gran parte del suo
prestigio internazionale, compresa la sua posizione di centro del mondo. Crollano gli imperi
multinazionali, nasce l’URSS, altre potenze extraeuropee come Stati Uniti e Giappone,
entrano con autorità nel gioco politico ed economico mondiale.
Il lungo e tormentato dopoguerra, si trova ad affrontare nuove situazioni quali: l’affermazione
della società di massa e con essa l’intensificazione dei conflitti sociali; la crisi delle istituzioni
e dei regimi liberali; le grandi difficoltà economiche a raggio mondiale e la instabilità dei
sistemi economici e monetari (29) che creano il panico; la nascita ed il consolidamento dei
partiti totalitari: fascismo nazismo, che prenderanno il potere in Italia e in Germania, il
bolscevismo della neonata Unione Sovietica che aspirava ad un ‘mondo comunista’….

Economia:

Il vecchio stato liberale, diventato durante la guerra il motore dell'economia bellica, non
riusciva a gestire il passaggio dall'economia militare all'economia di pace, causando grande
disagio e miseria. Alla fine del conflitto la situazione economica dei paesi belligeranti
presentava il conto: il deficit pubblico causato dalle ingenti spese, la disoccupazione, la
difficoltà della riconversione produttiva. I conflitti sociali si fecero più acuti e radicali:
l'inflazione e la disoccupazione rendevano ancora più stridente il contrasto fra le classi. Molte
industrie, non debitamente adattate a produzioni diverse, rimanevano ferme, per i reduci era
difficile trovare lavoro. Aumentava così la disoccupazione e il prezzo di molti prodotti,
mentre il malcontento si aggravava e sfociava in scioperi, assalti di negozi, manifestazioni di
protesta nelle fabbriche e nelle campagne.
L'Europa aveva l'urgenza di una riconversione industriale. Gli investimenti avvenuti durante
la guerra nel settore economico e l'alta domanda avevano favorito l'ammodernamento
tecnologico delle imprese più forti, ed avevano accelerato il processo di concentrazione
industriale. L'utilizzo delle risorse aveva comportato un massiccio intervento del potere
pubblico: lo stato aveva rastrellato ed investito i capitali, assumendo già nel corso del
conflitto un vero e proprio ruolo di direzione della vita economica.
Gli Stati Uniti, che avevano sostenuto economicamente le potenze della Triplice durante la
guerra, si erano trovati a dover intervenire aiutando l'Europa nella ricostruzione, allo scopo di
rientrare dei prestiti concessi, acquisendo così il
primato economico e divenendo maggiori
creditori verso l'Europa, nonché maggiori
produttori mondiali. Si avviò la produzione di
massa (economia di scala) e le connesse
trasformazioni nell'organizzazione del
lavoro (Il taylorismo).
La produzione in serie di beni durevoli era rivolta ad un mercato sempre più alto, mentre
aumentavano le capacità d’acquisto: si verificava un'espansione dei ceti medi e del terziario
(consumismo: automobili simbolo di benessere, la radio come strumento di informazione ma
anche di manipolazione).
Gli Stati Uniti si trovarono però in difficoltà: lo squilibrio tra
produzione e potere d'acquisto dei salari e la conseguente flessione
della domanda, insieme alla speculazione finanziaria ed all'instabilità
del sistema economico e monetario internazionale (crisi del gold
standard), dovuto anche alla mancanza di una politica commerciale e
monetaria concordata, culminavano nel 1929 con il crollo di Wall
Street. La crisi internazionale causò la recessione ed il crollo di numerose banche e delle
attività commerciali, mentre i paesi adottarono politiche protezionistiche.
Proseguire con la ricostruzione in Europa era difficoltoso. Si erano inaspriti sempre più i
conflitti sociali e politici. Il sistema liberale e democratico veniva criticato da sinistra e destra.
La lotta di classe diveniva particolarmente acuta, la crisi economica e morale sfociò anche in
falliti episodi rivoluzionari. Si accresceva la spirale di sfiducia reciproca e la mancanza di
coordinamento tra le varie politiche economiche internazionali, crescevano le misure
protezionistiche e l'intervento dello Stato nell'economia.
La Germania post Versailles, in piena iperinflazione, con il
ritiro dei capitali esteri e la disoccupazione vedeva
crescere gli estremismi del partito nazionalsocialista. Gli Stati
Uniti inauguravano il New Deal con Roosevelt, mentre in Europa
la crisi economica ed il malcontento sociale feceva ascendere al
potere nuovi partiti di massa (fascisti, socialisti e
popolari). Proprio in Italia, la sottovalutazione della
pericolosità da parte di liberali e cattolici di questi nuovi movimenti (biennio rosso e paura del
socialismo), fece si che il fascismo prendesse potere.

Società:

Rispetto al passato, la Grande guerra era la prima in cui si realizzava il connubio fra apparato
industriale e militare e in cui veniva direttamente investita la popolazione civile; per la prima
volta uno storico cambiamento nella coscienza di milioni di uomini che avevano maturato la
consapevolezza della propria forza ed importanza collettiva.
La guerra aveva mobilitato le masse ed ora in tutti i paesi si doveva fare i conti con una
partecipazione popolare alla vita politica. L'esperienza della guerra aveva scosso le strutture
politiche ovunque: i vertici statali avevano dilatato il loro ruolo decisionale a scapito degli
organismi rappresentativi, mentre le libertà democratiche subivano forti restrizioni.
Si assisteva alla diffusione della società di massa e alla presa di coscienza da parte degli
intellettuali, della nascita di un nuovo modello che, in relazione al salto qualitativo operato
dalla seconda rivoluzione industriale, faceva assumere alle masse un ruolo di enorme
importanza nella sfera economica, politica e culturale.
Il diffondersi della società di massa determinava altresì l'affermazione di strumenti di
comunicazione di massa e la nascita della cultura di massa, la quale avrebbe favorito l'ascesa
dei totalitarismi. Infatti fascismo, nazismo e stalinismo
avevano in comune la volontà di organizzare le masse
attraverso un sistema di dominazione autoritario
caratterizzato dal monopolio politico, gestito da un partito
unico di massa guidato da un dittatore, dal monopolio dei
mezzi di comunicazione di massa.

Sulle ‘rovine’ dell’Europa postbellica....il trattato di Versailles:

Se nell’Ottocento era stata raggiunta una forma


apparentemente valida di conciliazione tra la
società liberale e gli elementi di ancien régime, il
conflitto aveva tolto alla vecchia Europa i pilastri
fondamentali, la Russia Zarista, gli Imperi
austroungarico e quello tedesco. Ma sulle rovine
degli imperi centrali, non nacque una nuova Europa in grado di continuare ad esercitare il
predominio mondiale. Le Grandi potenze europee, ed in particolare la Gran Bretagna e la
Germania, avevano combattuto per disputarselo, ed il risultato era che alla fine del 1918, il
primato europeo nel mondo non esisteva più, e con esso anche l’epoca della colonizzazione, si
avviava infatti il processo di decolonizzazione. Era avvenuto il passaggio del testimone
dall’Europa agli Stati Uniti, che avrebbero mantenuto l’egemonia mondiale prima sul piano
economico, poi su quello politico, conservandolo sino al 2000. Oswald Spengler1 , nell’Opera
‘Il tramonto dell’Occidente’, pubblicata tra il 1918 ed il 1922, identificava nel tramonto
dell’Europa, quello dell’Occidente. Nessuna distinzione fra civiltà e civilizzazione, due
momenti successivi di uno stesso processo.<<..ogni civiltà ha una sua civilizzazione…>>.
Quest’ultima fase suprema ed al tempo stesso <<…l’inevitabile destino..>>, come <<..la
morte che segue alla vita, la fissità che segue all’evoluzione…>>. Una tesi suggestiva per i
tedeschi sconfitti. Ed ancor di più il sogno dello stesso Spengler, nel quale intravedeva
l’inizio per l’Occidente di una nuova epoca, opera dei ‘Cesari’ che, spazzando via il dominio
del denaro (considerato da lui insieme alla democrazia, l’estremo approdo negativo della

1 Cit. : “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”
civilizzazione occidentale) avrebbero fatto nascere quello delle << potenze del sangue>> e
degli <<eroi>>. Era il preludio di ciò che effettivamente avvenne nei due decenni successivi,
anche se con profonde differenze ideologiche. I regimi di Hitler e Mussolini, sostituendo al
concetto illuministico di civilizzazione quello di civiltà, mentre quello bolscevico, alla civiltà
russa, un nuovo concetto di civilizzazione con l’instaurazione dell’Eden laico, in cui ogni
uomo avrebbe potuto vivere liberamente, perché avrebbe dato secondo le sue possibilità e
ricevuto secondo i suoi bisogni. O almeno questo era il concetto di Marx ed Engels della fine
della preistoria e dell’inizio della storia, cui idealmente la rivoluzione russa si ispirava. Ma ‘la
storia’ quella effettivamente percorsa, ci consegna uno stanilismo che, sul nulla economico,
dovrà servirsi dell’estrema concentrazione della politica per costruirsene gli elementi di base,
la sovrastruttura doveva crearsi la struttura, inaugurando una stagione del terrore che, come
vedremo, è al tempo stesso concausa dell’ascesa dei regimi di destra tedesco ed italiano
contravvenendo, suo malgrado, al proposito iniziale dell’instaurazione di un ‘comunismo
universale’. Una ‘concausa’ condivisa con lo spirito
conservatore e nazionalistico delle potenze vincitrici a
Versailles. Infatti sulle rovine della vecchia Europa non ne
nacque una nuova, soprattutto a causa delle rancorose
divisioni tra paesi vincitori e vinti. Sulle ceneri dell’Europa
postbellica, il presidente americano Wilson, con i suoi 14
punti, inaugurando il principio di autodeterminazione dei popoli, aveva auspicato la nascita di
una Germania democratica, quale asse centrale del rinnovamento europeo, ma la Francia
voleva lo schiacciamento definitivo del nemico tradizionale ed i timori che la Germania
avesse potuto riprendere forza era condivisa dalla Gran Bretagna, tanto da far così prevalere
la strada dell’umiliazione della Germania, le cui rivendicazioni saranno all’origine della
Seconda guerra mondiale.

La crisi economica del 1929... il modello americano e quello bolscevico a confronto:

La crisi economica di Wall Street del 1929, metteva in discussione il modello economico
capitalistico occidentale ponendolo in contrapposizione a quel modello economico
dell’Unione Sovietica che minacciava le classi alte di perdere i propri privilegi e l’incapacità
dei governi liberali di far fronte alla crisi, stava aprendo le porte al nazismo ed al fascismo.
Negli anni Venti, gli Stati Uniti furono il centro del nuovo sviluppo dell’economia, in virtù
della loro posizione economica predominante postbellica, che gli consentì di contribuire con
ingenti prestiti alla ricostruzione dell’Europa, della stessa Germania. La caduta del modello
economico americano, che aveva fatto sognare l’Europa intera, faceva ora guardare a quello
Sovietico, che snocciolava i risultati del primo piano quinquennale2:

Questi furono i risultati del primo piano quinquennale:


1927 situazione - prev. dal piano -1932 ottenuti
Reddito naz(cent. di mil in rubli) 22,4 49,7 45,5
Produz. Industriale ( id.) 18,3 43,2 43,3
Beni produttivi ( in miliardi di rubli) 6,0 18,1 23,1
Beni di consumo (id.) 12,3 25,1 20,2
Produzione agricola (id.) 13,1 25,8 16,6
Elettricità (x 100 mil di Kwh 5,5 22,0 13,4
Carbone antracite 35,4 7,5 64,3
Petrolio (milioni di t) 11,7 22,0 21,4
Minerale ferro (id) 5,7 19 12,1
Ghisa (id) 3,3 10 6,2
Acciaio (id) 4,0 10,4 5,9
Alluminio (id) 10,0 20.0 12,3
Macchinari (in milioni di rubli) 1822 4688 7362
Superfosfati (milioni di t.) 0,15 3,4 0,61
Tessuti lana (id.) 97 270 93,3
Forza lavoro occupata (milioni) 11,3 15,8 22,8
Così mentre in Occidente si dovevano fare i conti con la drammatica crisi economica frutto
del celebre crollo della borsa di New York nell' ottobre 1929, la Russia parve esserne immune.
Ad alimentare il nascente mito dell'Unione Sovietica come il mondo nuovo, l'unico paese che
aveva saputo evitare la crisi del 1929 furono poi anche casi come quello dell'importante
politico radicale francese e gia' primo ministro Herriot3. Al ritorno da un suo viaggio in Urss
si dichiaro' favorevolmente stupito ed ammirato dal sistema staliniano, tanto che definì l'Urss
e specialmente l'Ucraina "un giardino in pieno rigoglio". Ma famosa fu anche la frase di uno
dei piu' noti giornalisti americani, Lincoln Steffen, che parlando dell'Urss disse "lì ho visto il
futuro…e come funziona!" E davvero tanti furono i casi analoghi a questi. I dirigenti sovietici
facevano vedere solo cio' che volevano si vedesse; deportazioni, gulag o anche solo le file
davanti ai forni per avere il pane, erano accuratamente celate. E tuttavia in quegli anni l'antica

2 Cit. p. 222: “Storia economica dell'Unione sovietica”.


3 Cit.: “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”
profezia di KARL MARX sulla inevitabile fine del capitalismo parve stare per realizzarsi.
Gli USA, la Germania della fragile repubblica di Weimar, l'Inghilterra, l’Italia e con un po' di
ritardo la Francia vissero una crisi economica senza precedenti e senza che si intravedessero
soluzioni, con disoccupazione ed inflazione a livelli spaventosi. Il mondo del liberalismo
pareva andare verso un misero crepuscolo. Alla fine del secondo piano quinquennale, la
Russia poteva indiscutibilmente dirsi superpotenza economica, e solo gli Stati Uniti la
sopravanzavano in tutto. I piani quinquennali di Stalin
erano stati visti al loro lancio come utopici ed inattuabili;
essi comportarono una terribile militarizzazione della
societa', purghe nei confronti dei comunisti scettici, uno
sfruttamento abnorme del lavoro di centinaia di migliaia di
deportati e lo sterminio di interi villaggi contadini, e cio'
non deve mai essere dimenticato. Tuttavia si deve
ammettere che ci fu anche chi vide migliorarsi la vita e che
Stalin, oltre ad aver raggiunto l'obbiettivo di industrializzare l'Urss, si costrui' pure un
consenso fra il popolo. In vasti settori dell'opinione pubblica occidentale poi, ignari, a volte
volutamente, delle sofferenze che i popoli sovietici avevano subito e continuavano a subire,
crebbe l'ammirazione per l'Urss. Sembrava incredibile e stupefacente che un paese a
nettissima prevalenza agricola e con un industria scarsissima, in soli 10 anni fosse divenuto la
seconda potenza mondiale.
Dall’altra parte, la miopia degli Stati Uniti d’America, che impedì di coniugare efficacemente
l’espansione del mercato interno con un maggiore attivismo in politica estera, scegliendo la
strada dell’isolazionismo. Il Vice Presidente Coolidge4 nel suo primo messaggio al Congresso
nel dicembre 1923, associava la grande prosperità che gli U.S.A. attraversavano, con il fatto
che il governo si occupava soprattutto delle questioni interne. Opinione talmente condivisa
dalla popolazione americana, che gli valse l’elezione con il 54% dei voti. La crisi del ’29 fu
quindi figlia del peccato d’orgoglio. Nel 1927 negli U.S.A. il 55% della popolazione
possedeva un’autovettura, dal 1922 al 1929 il numero degli apparecchi radiofonici posseduti
dalle famiglie americane passò da 60.000 a 10.250.000. Il 7 aprile 1927 fu teletrasmessa per
la prima volta l’immagine di un uomo politico : la trasmissione fu effettuata da Washinton.

4 Cit.: “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”
L’immagine fu quella di Herbert Hoover, segretario al Commercio, che ebbe a dire: <<..Oggi
abbiamo, in un certo senso, la trasmissione della visione per la prima volta nella storia del
mondo. Il genio umano ha distrutto l’ostacolo della distanza in un nuovo aspetto e in una
maniera fin qui sconosciuta..>>. Negli anni precedenti la crisi del ’29, i più autorevoli
protagonisti della vita economica americana, avevano fatto a gara nel rilasciare dichiarazioni
ottimistiche. Intanto il cinema diffondeva nel mondo l’immagine del modello di vita
americano. Che il ‘sogno’ americano si traducesse in una scalata
del grattacielo ‘Preferisco l’ascensore’(1923), o in un
modesto impiego ‘La folla’(1928), in Europa appariva
comunque un traguardo desiderabile per l’uomo comune, una
conquista. Alle soglie del ‘29 l‘economia americana era
al collasso. L’alta produttività5 che aveva permesso di
mantenere inalterati i salari ed i prezzi dei prodotti sul mercato, favoriva gli investimenti che
permettevano a loro volta di aumentare la stessa produttività. A tale circolo vizioso, non
corrispose però una crescita proporzionata del potere d’acquisto. Le attività speculative poste
in essere dalle banche e dalla borsa, dovuta alla
volontà da parte degli investitori di detenere titoli
non per i dividendi ma per speculare senza
preoccuparsi della qualità dei titoli, fece si che - al
momento in cui all’aumento artificiale del valore delle
azioni industriali per effetto della speculazione, non corrispose più un effettivo aumento della
produzione e della vendita di beni- scoppiasse la bolla, determinando una massiccia vendita di
azioni che provocò il crollo della borsa, colpendo soprattutto quel ceto di media borghesia che
nel corso degli anni Venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo. L’interconnessione
del sistema bancario con il settore industriale fece il resto. Infatti al
momento in cui la borsa crollò, si diffuse un’ondata di panico fra i
piccoli risparmiatori che assaltarono le banche nel tentativo di salvare il
proprio denaro determinando una crisi di liquidità con il conseguente
fallimento di molte banche, che trascinarono nella crisi le industrie,
costrette così a chiudere o a ridimensionarsi. I licenziamenti e l’elevata

5 http://it.wikipedia.org/la_grande_depressione
diminuzione delle domande di lavoro bloccò quasi completamente l’economia americana. La
scelta dell’isolazionismo e l’assenza di una valida regolamentazione del mercato economico
internazionale, non consentiva alternative. Va altresì riconosciuto, che una prima causa di
fragilità del sistema economico internazionale era insita nell’eredità dei debiti di guerra. Alla
fine del conflitto infatti Gran Bretagna, Francia e Italia si erano ritrovate debitrici con gli Stati
Uniti di somme ingentissime, che costringevano tutte e tre ad una politica di esportazioni
molto aggressiva per procurarsi la valuta necessaria per pagare i debiti. Inoltre la decisione di
addebitare alla Germania i costi bellici, aveva presentato il primo conto. La politica
economica degli Stati Uniti, che avevano scelto di sostenere l’economia tedesca con ingenti
finanziamenti - affinché questa raggiungesse la capacità di far fronte ai debiti contratti -, non
aveva ancora dato i suoi frutti. Al momento infatti questi finanziamenti avevano creato un
curioso triangolo. La Germania usava gran parte di queste risorse per pagare i debiti a Gran
Bretagna e Francia, e queste a loro volta usavano i capitali per pagare i propri debiti. Dunque
questo sistema sarebbe sopravvissuto fin quando gli U.S.A. non fossero stati in grado di
esportare capitali in Germania, cosa che appunto non era ancora avvenuta. Il ritiro dei prestiti
americani fece saltare il sistema delle riparazioni di guerra trascinando tutti i paesi Europei
nella crisi (tranne l’U.R.S.S.). L’incapacità dei governi liberali di trovare soluzioni comuni sul
piano internazionale alla crisi , spinse tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e forme
di partecipazione diretta dello Stato alla vita economica nazionale, inaugurata proprio dagli
U.S.A. con il famoso New Deal (in Italia con la fondazione dell’I.R.I.). Ma l’effetto più
devastante della crisi fu
proprio il tasso di
disoccupazione, negli
U.S.A. ben 12 milioni,
in Inghilterra 3 milioni,
in Germania 6 milioni, e
con essa l’intensificarsi
dei conflitti sociali. Si
stava formando la base
di consenso per portare i
regimi di destra al
potere.
La rivoluzione bolscevica... gli effetti del ‘Grande terrore’:

Frattanto, la rivoluzione bolscevica, materializzatasi


fra il febbraio e l’ottobre 1917 (per l’inadeguatezza
dello Zar Nicola II nel far fronte alla grave crisi
economica di un paese che aveva dato 5 milioni di
vittime alla guerra ed essendo a base economica
contadina, era al collasso...), nella seconda metà
degli anni venti con l’ascesa di Stalin al potere,
stava conoscendo il ‘grande terrore’ del dittatore
georgiano il quale impresse una svolta terrorista, per
avviare l’era della ‘industrializzazione accelerata’ e
della collettivizzazione forzata, (eliminazione dei Kulaki-brigate di dekulakizzazione,
tribunali tripartiti-, la collettivazione nei Kolkoz e i Sovchoz, l’affare ‘sahti’ e le ‘purghe’
degli ex funzionari zaristi, l’arcipelago gulag), introducendo elementi di repressione culturale,
sociale e politica che raggiunse l’apice con la creazione dei gulag, dove furono deportate
centinaia di migliaia di persone, inaugurando un processo di inaudita concentrazione di potere
statale a partire dalla sfera economica, proprio per costituirsi quella ‘struttura’ di cui mancava
la sua sovrastruttura, quella base economica che consentisse alla Russia di diventare quel
‘gigante economico’ che Stalin si proponeva di realizzare quando affermava6: <<...bisogna
raggiungere e superare la tecnica occidentale, perché non si dipenda più dai governi
borghesi…è ora di superare il nostro atavico senso d’inferiorità con l’occidente…la Russia è
sempre stata battuta a causa della sua arretratezza, è ora di colmare le nostre lacune, o lo
facciamo o ci schiacceranno..>>, cavalcando l’antico sciovinismo russo, giocando sui
sentimenti patriottici. L’eco di tale svolta, e le finalità che essa perseguiva - la privazione della
proprietà, quel diritto che era bollato da Stalin come l’origine di ogni diseguaglianza sociale e
politica, e tutti i risvolti della proclamata piena ed assoluta eguaglianza tra gli uomini che la
rivoluzione bolscevica perseguiva attraverso la privazione non solo della proprietà, ma anche
dell’onore, della libertà e della vita di un grandissimo numero di persone, associata ad un
analoga azione verso quadri politici, militari e statali, e non ultima l’esternata volontà di

6 Cit.: http://cronologia.leonardo.it/mondo24b.htm
‘esportare’ tale modello a livello planetario (quest’ultima più evidente nel pensiero leninista
che in quello di Stalin, che di fatto ‘accordò’ se così si può dire l’idea della rivoluzione
liberatrice mondiale con quella del primato russo)-, tutto ciò ebbe, ovviamente, il suo
contraccolpo. Maggiormente sentito proprio nella nazione ‘di centro’ ed al centro delle
attenzioni bolsceviche in vista della nuova tappa della epifania rivoluzionaria: la Germania.
Qui è proprio la paura del terrore a scatenare la reazione. La paura di ogni ceto sociale di
perdere, per via del terrore, quanto accumulato attraverso il proprio lavoro e garantito
dall'ordine statale. La paura delle classi alte di perdere i propri privilegi e della cittadinanza
tutta di vedere infine cancellata la propria civiltà. La paura di molti di fronte alle notizie di
torture e stermini di massa perpetrati dal potere bolscevico. Vi è un accumulo di paura per il
terrore promesso e dispiegato dalla rivoluzione che viene catalizzato da Hitler e dal
nazionalsocialismo. E' questa emozione fondamentale, intimamente difensiva, che dà l'avvìo a
quella che è stata definita l'epoca dei fascismi (in Italia, dopo il biennio rosso). E che
ideologicamente si configura come resistenza della proprietà e dell'acquisito, della libertà,
della vita e della tradizione contro l'espropriazione e il collettivismo, contro l’eguagliamento
assoluto e l'asservimento di tutti allo Stato.

Il Nazionalsocialismo...l’ascesa di Hitler...

Nello stesso periodo di tempo la Germania stava scontando le


conseguenze del ‘grande disordine’ provocato dallo scoppio
dell’iperinflazione del 1923. Le somme richieste per il pagamento
delle indennità per i danni provocati
dalla guerra imposti a Versailles, seppur successivamente (1921)
ridotti e dilazionati, erano troppo elevate per poter essere pagate:
132 miliardi di marchi-oro, neanche uno stato con un bilancio in
attivo vi avrebbe potuto far fronte, e la Germania era già in
deficit nel 1914. Il marco s’indebolì come mai nessun’altra
moneta, la circolazione ammontava a miliardi di miliardi.
Nell’estate del 19237 un chilo di pane superò i 400 miliardi di

7 Cit.: “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”
marchi, un chilo di burro 550 miliardi. Salari e stipendi erano spesi interamente per mangiare.
Si profilava la catastrofe economica ed un profondo senso d’insicurezza nella popolazione
tedesca. Già nel 1921, si verificarono tumulti e rivolte contro ‘l’avidità dei mercanti’
accusati di speculare sulla mancanza di grano , e nel 1923 si chiedeva ‘giustizia’ in nome
dell’economia morale’, protestando contro il commercio disonesto e l’immoralità di cui erano
accusati i grassatori del popolo dediti all’alcolismo al gioco ed alla lussuria. La propaganda
della destra che attribuiva la crisi e l’inflazione all’armistizio, venne poi alimentata
dall’occupazione dei bacini minerari della Ruhr (in pegno del pagamento dei debiti di
guerra). La Repubblica di Weimar8 fu incolpata della grande depressione degli anni 30, gli
stessi partiti politici ne volevano lo smantellamento sia a destra che a
sinistra, rendendo impossibile una maggioranza in parlamento.
Maggioranza che all’interno del Reichstag spesso, proprio per
l’istituzione della rappresentanza proporzionale richiedeva la
coalizione con partiti d’ideologia estremista, la qual cosa, coniugata con
l’istituzione del voto di sfiducia che portò a molti cancellieri in rapida
successione, aggiunse un ulteriore fattore di instabilità politica della Repubblica,
determinandone il collasso. A questo clima di instabilità politica, di costernazione e
risentimento popolare delle classi meno abbienti, si aggiunse la preoccupazione della
borghesia, che un nuovo e minaccioso disordine potesse nascere dalla crescita dei consensi al
partito comunista in ragione della massa imponente dei disoccupati, che raggiungeva i sei
milioni. E così, nelle elezioni del 1932, dopo un avvio incerto, mentre i comunisti salivano al
14,6%, i nazionalsocialisti, raggiungevano il 37,4% dei voti, diventando il primo partito ed il
30 gennaio 1933, Hitler veniva nominato cancelliere dal Presidente Hindenburg.
Quando Adolf Hitler9 prese il potere in Germania, il 30 gennaio 1933, non lo fece come
dittatore ma seguendo un percorso, nella forma costituzionale, perfettamente democratico.
L'ex imbianchino e caporale decorato al valore della Prima guerra mondiale, l'ipnotico retore
austriaco che tra i tavoli delle birrerie di Monaco aveva infiammato i reduci umiliati, i
disoccupati, i perdenti di una Storia rivoltatasi contro il destino tedesco, aveva ottenuto la

8 Cit._http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Weimar
9 Cit.: http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/hitler1a.htm, di Ferruccio Gattuso.
carica di capo del governo come ogni abile politico prima di lui: conquistando il favore della
gente, raccogliendo voti.
Il primo governo Hitler fu infatti un governo di coalizione, nel quale il Partito
Nazionalsocialista dei Lavoratori possedeva soltanto tre ministeri su undici.
La storiografia non ha smesso di interrogarsi sulle responsabilità oggettive del popolo tedesco
nella scalata al potere di una delle più grandi figure criminali di questo secolo, quel che è
certo però è che - benché per avvicinarsi alla massima carica del governo tedesco, Hitler
avesse blandito con astuzia ogni ceto sociale, minimizzando gli aspetti estremistici del suo
progetto politico - la Germania degli anni Trenta conosceva perfettamente il percorso di
questo carismatico personaggio venuto dal nulla. Un libro, il Mein
Kampf, stava ad attestare dove si dirigesse l'utopia del programma
hitleriano, e ciascun tedesco poteva cancellare ogni dubbio sulle
intenzioni del nazismo semplicemente andando ad acquistarne una copia
in libreria. Ma la grande depressione degli anni trenta ed il fantasma
‘innaturale’ per la tradizione culturale e mentale tedesca: il disordine; la
Germania di Weimar con tutte le sue incertezze politiche, economiche e
sociali che posero i tedeschi davanti a una scelta fra due opposte rivoluzioni, la comunista e la
nazista; il risentimento per le ingenti ‘vessazioni’ del Trattato; la paura determinata dai ‘venti’
del leninismo e dallo stalinismo poi, avevano generato ‘il mostro’. Quello che i nazisti
offrivano al popolo tedesco era ciò che esso anelava a sentirsi dire: il recupero dell’orgoglio
nazionale, il ritorno all’ordine ed alla stabilità, la difesa di determinati privilegi di
corporazione. Hitler aveva preso atto e cavalcato il risentimento del popolo tedesco nei
confronti dei francesi - fautori del Trattato- e degli ebrei , la razza che più rappresentava quel
capitalismo internazionale che sfruttava le loro terre (le miniere della Rhur ad esempio). E
così introduceva l’arianesimo, rispetto al quale i primi erano una sorta di ‘traditori’10:
“...Popolazioni ariane sottomettono popoli stranieri e fatalmente, i conquistatori peccano
contro il principio della conservazione del proprio sangue, cominciano ad unirsi agli indigeni
sottomessi e terminano così la loro esistenza; perchè al peccato è sempre seguita la cacciata
del paradiso..”, associandoli ai secondi in un alleanza tra finanza (ebraica) e nazionalismo che
insieme costituiva secondo Hitler la più pericolosa minaccia per la Germania “...il popolo

10 Cit.: “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”
francese che si va sempre più <<negrizzando>>, essendosi associato agli scopi della
dominazione mondiale ebraica, comporta un costante pericolo per l’esistenza della razza
bianca europea. Perchè l’avvelenamento, compiuto con sangue negro sulle rive del Reno, nel
cuore dell’Europa, è conforme tanto alla sadica e perversa volontà di vendetta di questo
nemico ereditario del nostro popolo, quanto alla fredda volontà dell’ebreo di avviare per tale
via l’imbastardimento del continente europeo nel suo punto centrale, e di rapire alla razza
bianca le fondamenta della sua esistenza infettandole con un umanità inferiore..”. Al concetto
europeo del 19°secolo, del dominio della razza bianca mondiale sulle altre, che aveva
giustificato il colonialismo, Hitler stava sostituendo quello del suo nucleo più puro, l’ariano-
germanico, sul resto della razza bianca europea, proponendo il suo
progetto reazionario di ritorno alla purezza, secondo il quale necessitava
realizzare un ‘uomo nuovo’, che corrispondeva all’ariano arcaico,
l’unico privo del processo di ‘civilizzazione’ che il corso dei secoli
aveva ‘imbastardito’. Ma tale progetto universalistico si scontrava con
altri due medesimi progetti: il capitalismo globale e la rivoluzione
socialista, ed il popolo ebraico era considerato spiritualmente
responsabile, per via del suo messianismo universalistico e in quanto considerato alla testa di
Wall Street e del Cremlino, essendo constatabile che forte era la presenza ebraica nella elìte
di entrambe. Hitler aveva dato un nome al nemico ed un ideologia per la quale combattere, e
l’identificazione operata tra ebraismo, bolscevismo, ed in certa misura capitalismo universale,
seppur potrebbe apparire un passaggio forzato, risultava vincente in quanto era riuscita a far
leva sullo spirito di rivalsa del popolo tedesco in quel dato momento storico. Non risulta però
ancora oggi definitivamente chiarito il passaggio dalla contrapposizione allo spirito
antigiudaico, all’idea dello sterminio, della ‘soluzione finale’. Nell'opinione corrente nel
primo dopoguerra c'erano certamente elementi che favorivano questa persuasione11 : l'origine
ebraica di Marx e l'idea, diffusa in quegli anni, sulla preponderanza degli ebrei tra i capi del
bolscevismo, nonché la voce corrente allora, che lo stesso Lenin fosse ebreo. Non sono
tuttavia argomenti che servano a spiegare l'antisemitismo nazista nel suo carattere proprio,
irriducibile agli altri antisemitismi della storia; per il nazismo non si trattava soltanto di una

11 Cit. p.19-20:”Ecco come Stalin spinse Hitler sul trono” tratto da: Il Sabato,26.3.1983, n.13;
congiura per il dominio mondiale a cui la maggioranza degli ebrei, e degli ebrei potenti,
avrebbe partecipato; Hitler, convinto sostenitore di una teoria darwiniana, secondo la quale la
vita è una continua lotta in cui solo i forti sono destinati a vincere, credeva nell’esistenza di
una razza ariana superiore e conquistatrice, progressivamente inquinatasi per commistione
con le ‘razze inferiori’. Gli ebrei erano portatori del virus della dissoluzione morale in quanto
‘popolo senza patria’, le cui idee, rappresentavano il pericolo mortale per la Germania e per
l'Europa.
L’Europa e la sua civiltà stavano per pagare un altissimo
prezzo per il fenomeno nazista, e che in modo più speciale tale
prezzo veniva pagato da quello che in estrema sintesi si può
definire lo spirito conservatore europeo.

Concause ed analogie:

Concausa più evidente, è il rapporto causa/effetto tra bolscevismo e nazionalsocialismo. In


prima analisi, il secondo risulta in gran parte una reazione provocata dai principi ispiratori e
dall’inaudito regime di terrore attuato dal primo per perseguirli; ad un più attento esame
risulta il contraccolpo tedesco dello smacco che l’ideologia ispiratrice marxista aveva subito
rispetto alla sua intenzione di rivoluzione mondiale, ed alla conseguente inversione imposta
dal bolscevismo di Stalin, per cui al primato della speranza nella rivoluzione universalmente
liberatrice, si sostituisce quella del predominio della Russia tra gli altri stati. Un predominio
universale come universale voleva essere quello della razza ariana propugnato dal nazismo. Il
primo tendeva ad un governo mondiale, il secondo voleva garantire all’infinito la purezza
razziale e voleva fissare per i secoli gerarchie visibili tra i singoli individui e tra gli Stati.
Così alla ‘classe’ veniva sostituita la ‘razza’. Viene da chiedersi se l’assassinio di ‘classe’ dei
gulag e l’assassinio di ‘razza’ dei lager rappresentino il tabù che accomuna maggiormente il
bolscevismo ed il nazismo: “il male”. Ma è proprio nell’aspetto universale l’analogia
fondamentale delle ideologie ispiratrici il bolscevismo ed il nazismo, al punto che, se è
possibile definire fascismo e franchismo come regimi autoritari e illiberali, è più problematico
definirli totalitari - come invece risultano i primi due - perchè infine non aspirano ad un
universalismo. Sotto l’aspetto politico-sociale, anche i meccanismi di funzionamento dei due
sistemi totalitari in disamina, presentano delle analogie: la mancanza di controllo delle
istituzioni rappresentative sul governo; la deresponsabilizzazione etica degli individui
nell’esecuzione delle direttive del potere; l’assenza della libertà di stampa e di associazione; il
rigido controllo sull’informazione e sulla cultura, specialmente quella dei giovani; non ultima,
la manipolazione e mobilitazione ideologica delle masse, un certo uso dei nuovi mezzi
mediatici di propaganda, come strumento di controllo della società da parte del capo e del
partito unico, ma più che altro per far si che l’ideologia del regime fosse accettata e
riconosciuta da tutti, venivano infatti organizzate grandi manifestazioni, accuratamente
preparate in modo da dare a chi partecipava la sensazione fisica dell’appartenenza alla
comunità, e a chi osservava, l’impressione dell’efficienza del regime e della compattezza del
popolo. Sotto l’aspetto della politica economica, altra analogia più evidente, la fondamentale
concordanza nella loro abissale contrapposizione agli Stati costituzionali di tipo occidentale
ed al loro sistema liberale ed economico, che li vedeva però diametralmente opposti nella
tipologia di contrapposizione: uno voleva ‘eliminare’ gli Stati, sostituire con un economia
pianificata mondiale ‘il capitalismo’, la dissoluzione dell’ordine borghese; l’altro, la sua
difesa, la difesa del capitalismo nazionale contro quello globale.
E così, volendo escludere le componenti ideologiche e politico-sociali proprie della Germania
e della Russia, appare possibile parlare di un rapporto causa/effetto di entrambi i due
totalitarismi in esame, quale contrapposizione al dilagare del capitalismo globale propugnato
dagli Stati Occidentali, con un denominatore comune a tutti, il concetto di ‘proprietà’.

Conclusioni:

Un ultima analisi - specificatamente in merito a quest’ultimo concetto - volta più al futuro può
essere infine aggiunta. Abbiamo visto come la rivoluzione bolscevica nacque e si propagò a
partire dall’idea dell’abolizione della proprietà privata e scatenò una reazione perfettamente
comprensibile nella sua genesi anche se inaccettabile nei suoi effetti. La spinta bolscevica
nasceva in contrapposizione con quel diritto di proprietà che era rimasto a lungo legittimato
dal liberismo economico, che traeva origine dal pensiero lockiano12, secondo il quale il diritto
di proprietà c’era già nello stato di natura, una sorta di estensione, tramite il ‘lavoro’ del corpo
umano, a parti della realtà. E quindi in contrapposizione con il concetto dello ‘stato

12 Cit.: http://www.storiafilosofia.it
poliziotto’, ossia dello stato che non doveva intervenire nella società se non per garantire la
correttezza nei rapporti sociali, concetti dai quali, conseguiva l’inviolabilità della proprietà
privata. Di altro avviso era l’ideologia ispiratrice bolscevica, secondo la quale tale diritto non
era giustificato in chiave storica o di utilità sociale, bensì considerata, come già detto,
l’origine di ogni diseguaglianza sociale e politica. Doveva essere lo stato il gestore di
quell’Edern laico visualizzato nel pensiero di Marx. Il diritto di proprietà, così come
concepito nel liberismo economico, non poteva essere condiviso da chi voleva accentrare,
‘collettivizzare’ tutto in seno allo stato, in quanto appariva incorporato nel diritto alla libertà
personale e alla vita, talché ove esso fosse stato integralmente abolito, all'uomo si sottraeva
ogni dignità e non poteva essere quindi accettato e giustificato.
La riflessione cui è devoluta questa conclusione, è la seguente: se l'uguaglianza tra gli uomini
o l'uguale diritto alla vita appaiono immediatamente ed evidentemente diritti naturali - anche
se non si può dire che suoni totalmente falso -, è altrettanto evidente che ciò sia vero riguardo
alla proprietà?. E in effetti il diritto alla proprietà non era incondizionatamente considerato
diritto naturale neanche dai teorici classici del giusnaturalismo.
In questa inclusione o esclusione del diritto di proprietà dalla sfera dei diritti inalienabili
dell'uomo è il nocciolo del tremendo conflitto della prima metà del Novecento europeo e
questo lo rende qualcosa di estremamente serio. E ancora oggi, se la democrazia appare
universalmente riconosciuta come il sistema più omogeneo all'uomo in quanto fondato sulla
legge di natura, non altrettanto pacifico è il giudizio sul meccanismo economico che sottende
quel sistema politico e cioè il capitalismo fondato appunto sulla proprietà privata,
(specialmente se ‘la proprietà’ è diritto, solo per pochi). Proprio su questo punto si stanno
riaprendo grandi conflitti in grado di minacciare la democrazia politica e la stessa
convivenza pacifica nel mondo ( vedi questione Iraq ) . Si può presumere, infatti, che quel
nocciolo duro potrebbe produrre l'energia sufficiente allo scatenamento di conflitti globali a
espressione religiosa, etnica, tra civiltà.
Non comprendere le ragioni di chi scatenò conflitti devastanti nel secolo scorso non è un buon
viatico per padroneggiare i conflitti che già si annunciano su scala persino più larga nel secolo

che si è appena aperto.


Pio XI, Uomo che rappresentava la Chiesa proprio in quel periodo, ritornò più volte
nell'enciclica sul legame fra moneta ed economia e fra l'economia e la seconda guerra
mondiale. Nella Quadragesimus annus, come una profezia, affermò:
« Nel nostro tempo è ormai evidente che la ricchezza e un immenso potere sono stati
concentrati nelle mani di pochi uomini. Questo potere diventa particolarmente irresistibile se
esercitato da coloro i quali, poiché controllano e comandano la moneta, sono anche in grado
di gestire il credito e di decidere a chi deve essere assegnato. In questo modo forniscono il
sangue vitale all'intero corpo dell'economia. Loro hanno potere sull'intimo del sistema
produttivo, così che nessuno può azzardare un respiro contro la loro volontà. Una tale
concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia
contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia
sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della
coscienza. A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie
di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si
contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e
della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perchè
le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei
propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni
politiche sorte fra le nazioni...
...funeste conseguenze:
Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi
stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se
stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del
lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l'economia è così divenuta
orribilmente dura, inesorabile, crudele. A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano
dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell'autorità pubblica con quelli
della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l'abbassarsi della
dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane,
mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito
e intento al solo bene comune e alla giustizia...”
(Papa Pio XI, Quadragesimus Annus 106-110, 1931)13

....quanto mai attuale......

13 Cit.: http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/pioxi1.htm
BIBLIOGRAFIA:

Aurelio Lepre: “Guerra e pace nel XX secolo, dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà”, Il
Mulino

Ernst NOLTE: “tra nazismo e bolscevismo differenze ma non diversità”, tratto da: Avvenire,
18.4.1990;

Augusto Del Noce:”Ecco come Stalin spinse Hitler sul trono” tratto da: Il Sabato,26.3.1983,
n.13, p.19-20;

A. Nove: “ Storia economica dell'Unione sovietica”, di, Utet, Torino, 1970.

http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_russa

http://www.storiafilosofia.it

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/hitler1a.htm

http://it.wikipedia.org/la_grande_depressione

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/pioxi1.htm

http://cronologia.leonardo.it/mondo24b.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Weimar