Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia

Anno II * Numero 31 * 8 Giugno 2006 * Distribuzione gratuita

Flaming lips
A volte mi diranno che sono uno schifo, altre volte che sono un bell’oggetto da sfogliare e leggere. Mi vorranno eliminare dalla faccia della terra, possibilmente bruciandomi o buttandomi nella spazzatura, oppure mi spingeranno ad aumentare le mie copie perché non arrivano dove la lettura delle mie pagine è gradita. Mi diranno di essere un servo del potere, di mercificare i saperi, di sprecare i soldi pubblici, quelli dell’Università, quelli degli studenti. E poi sarò accusato di fare propaganda e di calunniare chi non mi sta simpatico. Magari mi diranno che i fondi per me sono troppi, come se sapessero quanto costa, non solo in denaro, ma soprattutto in tempo e fatica, riempire questi miei e vostri fogli. E io sopporterò tutto questo, andrò avanti fino a quando mi faranno sapere anche che quello che tento di fare non è proprio da buttare. Anzi. Mi chiederanno altri aperitivi jazz, altre conferenze, altri concorsi, altre penne arancioni. E, soprattutto, vorranno scrivere qualcosa per me, avendo finalmente capito che questo spazio è di tutti, non di una persona sola che vuole eventualmente comprarsi l’Università o diventarne il suo unico rappresentante. Triste chi pensa a questo giorno e notte e lo dice senza problemi. Lo so, potrebbe non piacervi quello che leggete qui, potrebbe darvi fastidio, farvi incazzare, stimolare le vostre critiche. Ma potrebbe anche entusiasmarvi, farvi sorridere, farvi pensare a qualcosa di diverso dal solito. Sono un giornale, giusto che sia così. C’è chi sostiene che io sia stato usato solo per far vincere le elezioni universitarie a fantasiose liste, mettendo i bastoni tra le ruote ai “compagni”. Ora, sfido chiunque a dirmi su quale articolo si legge di votare o non votare questo o quell’altro partito. E sfido ognuno di voi a dimostrare che la presunta propaganda dell’Inchiostro (??) abbia causato spostamenti in termini di voti. Non scherziamo. Quelle erano semmai opinioni, liberamente criticabili ma certamente non illegittime. Non esiste un divieto di candidarsi se si fa parte di una redazione, né di esprimere un’opinione contraria, seppur forte, nei confronti delle parti “politiche” in gioco. Se poi nessuno riesce a smentire quello che scrivi significa che le notizie riportate sono vere. Tutti ad attaccarsi alle mie finte intercettazioni telefoniche o alle dichiarazioni di studenti “virtuali”: se non vi siete accorti (ma sul giornale era scritto) si trattava di provocazioni, le quali possono piacere o non piacere, ma non sono affatto vietate. E ancora: nessuno mai si è accorto che tra i miei redattori vi erano quattro candidati e tutti di quattro liste differenti? Del resto, chi lo ricorda, sa che uno dei vecchi direttori di questo periodico, apparteneva ad uno dei par-

titi universitari e lo difendeva a spada tratta, anche quando indifendibile. Ma come, una volta andava tutto bene e ora invece no? Non capisco. Forse i tempi stanno cambiando. Forse non sono più il giornale di una volta. Oggi faccio solo paura. Quando un giornale fa paura per quello che dice, quella poca democrazia che abbiamo inizia a sgretolarsi. E come diceva Heinrich Heine, “dovunque si brucino i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini”. Stavolta l’inizio non è stato un libro, ma le mie stesse pagine, trasformate in una specie di pericolo pubblico, come se le parole fossero armi in grado di togliere la vita a qualcuno.

Criativity
di Cristina Siviero Tagliabue
Sì, non farò troppi salamelecchi e lo ammetterò da subito: mi è piaciuto leggervi e mi è piaciuto rispondervi. Grazie ai maschietti, ma grazie (scusatemi la partigianeria) soprattutto alle “ragazze”. Che sono state le più simpatiche, le più curiose, le più domandose e soprattutto, le più dissacranti. Brave. Questo spirito a metà tra il critico e l’ironico mi piace. E mi piace che commentiate, critichiate quello che scrivo e soprattutto chi sono pur senza conoscermi o proprio perché non mi conoscete, e non appartengo al mondo delle famosità -. Mi permetto di affrontare qui il tema celebrità per continuare il dialogo con Laura – che mi scrive “ma non sei un po’ troppo autocelebrativa? I veri editorialisti sono altri: De Luca, Lodoli, Colombo, Chiesa…”. Come a dirmi: e tu chi sei per fare un editoriale? – e per mettere in campo un tema che non mi è indifferente, perché ha richiesto una forte scelta “a monte” della professione. Chi sono io. Per saperlo basta poco. Mettete il mio nome e cognome nel foglio bianco con un buco al centro più famoso del mondo (quello che vale più di tutta Time Warner) e troverete qualche cosa - sto parlando di Google, ovviamente -. Cosa faccio: sono giornalista professionista e fotografa. Perché non sono una firma come quelle sopracitate da Laura. Non starò a lamentarmi del fatto che i giovani non hanno spazio. Certo è che oggi, in Italia, gli editoriali li scrivono persone dai 50 anni in su. Tra l’altro, conosco molto bene Giulietto Chiesa e altre firme sopracitate. Evito commenti personali – e ce ne sarebbero anche di divertenti da raccontare, vi assicuro -. Chi fa il giornalista come me è sempre alla ricerca di verità, e quando avrò finito di cercare, probabilmente avrò finito di fare il mestiere. E scriverò un saggio, o farò “corsivi” – editoriali, appunto -. Perché scrivo su Inchiostro, dunque. Perché credo di essere molto più vicina a voi che a molti dei miei illustri colleghi giornalisti editorialisti. Credo che mi possiate aiutare nella mia ricerca di conoscenza, come forse io posso fare un po’ con voi. In una relazione alla pari, perché questo spazio non è mio, ma vostro. Per esempio. Adesso, qual è il Paese che si dovrebbe assolutamente andare a visitare? Please, non ditemi Usa e Cina. Li dò per scontati… Attendo vostre dritte per partire, tornare e raccontare. cristina@criativity.com

Inchiostro

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“Dovunque si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini” (H. Heine)

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miserie miserabili
di Vincenzo Andraous
Bruciare un giornale significa soccombere alla propria ideologia. Bruciare un giornale e nascondersi dietro un gesto così infantile, significa incespicare sulla propria anonimia. Bruciare un giornale non può essere inteso come gesto di sinistra, tanto meno di destra, perchè da sinistra e da destra debbono arrivare le idee e i confronti, che nulla hanno di parentale con gli agguati alla ragione, persino della ragione dell’altro, più vicino, più lontano. Bruciare il giornale dell’Università significa piegare di lato la memoria, quella memoria che non deve mai farci dimenticare gli errori del passato, ove un’intera generazione è andata al macero. Bruciare il giornale dell’Università è delirio di onnipotenza, è delirio di commiserazione, è un mondo di tutti i colori fatto a pezzi. Forse chi scrive è di sinistra, forse di destra, ma certamente non sarà mai dalla parte di chi usa il passamontagna della pavidità più irresponsabile.

Cosa soffre quando si ferisce un giornale?
di Nicola Cocco
Stavo pensando: Cosa soffre quando si ferisce un giornale? Quali tegumenti si arrossano e si tumefanno quando lo si prende a pugni? Cosa piange quando si umilia un giornale? Quali palpebre si abbassano e si ritraggono imperlate, quali nasi aspirano lacrime e muco cercando di mantenere fermezza e contegno, quando l’impronta di una scarpa trafigge le sue pagine pulsanti? Cosa si lacera quando viene strappato un giornale? Quali tessuti, quali muscoli lasciano sfioccare le loro fibre in dense gocce rosse? Quali nervi sparano le loro scintille quando si brucia un giornale? Quali aree corticali avvertono il dolore, il crepitio e il fumo vomitato dalle fiamme infami? Stavo pensando: Quelle che soffrono sono parole e idee. Le parole e le idee di tutti noi. Anche di chi ferisce, di chi percuote, di chi calpesta, di chi strappa, di chi brucia. La sofferenza di un giornale è una tortura della collettività. E chi non ne sente il dolore nelle proprie fibre e nei propri nervi, non ha sensibilità che idrati il suo corpo, non ha parole ed idee che idratino la sua mente. Al di là delle figure retoriche: gravissimo l’atto, gravi dovranno essere i provvedimenti. Ma altrettanto grave sarebbe il silenzio della comunità studentesca in seguito all’accaduto.

Decalogo preventivo della piromania
di Raffaele D’Angelo
È naturale: in un ateneo discretamente popoloso come quello pavese, è impossibile (anzi, molto improbabile) che un giornale come Inchiostro possa accattivare le simpatie di tutti. Dato l’assunto, viene da chiedersi che reazioni potranno avere i detrattori di questo giornale nei confronti dello stesso (o dei redattori, eh eh). I fatti recenti rispondono in parte alla domanda. Inchiostro prende fuoco in piena primavera, per mano di alcuni giovini dall’accendino-cavatappi pronto. “Che spreco!” Esclama il naturalista, arricciando il naso. Da qui l’idea di un decalogo per un utilizzo ecocompatibile di Inchiostro da parte dei suoi più accaniti oppositori. 1. Con Inchiostro, puoi costruire un comodo berretto di carta per ripararti dal sole estivo. Con Inchiostro ci incarti il pesce o i fiori. Inchiostro funge da tovaglietta per pranzi frettolosi. Con Inchiostro puoi coprire le tue nudità quando esci dal Ticino dopo un bagno e scopri che una scimmia dispettosa ti ha rubato i vestiti. Inchiostro è un perfetto tappetino per mouse ottici (io lo uso anche così) Applicando due semplici forellini, puoi utilizzare Inchiostro per spiare le donnine al bar con discrezione. Utilizzando Inchiostro per fare la cartapesta, puoi creare due immensi Buddha da collocare alle porte della sede centrale. Se devi spedire una lettera di riscatto, tagliuzza le lettere da Inchiostro. Se fa freddo e non vuoi rinunciare ad un giro in bici, usa Inchiostro sotto la maglia quando vai in discesa.

Diritti Usa e Getta
di Alessio Palmero Aprosio
Elezioni: ce ne sono tutti i giorni, oramai. Non c’è più scampo. E cosa non si fa per avere un voto in più o perderne uno in meno? Si butta via Inchiostro, ad esempio. E cosa non si fa per festeggiare la vittoria elettorale? Si brucia e si strappa Inchiostro. Pensavate che il giornale che avete in mano fosse completamente fuori da ogni gioco elettorale, vero? Be’, noi facciamo il possibile, ma se poi gli stessi rappresentanti degli studenti non riescono a fare a meno di noi, il risultato è inevitabile. Andiamo con ordine. Tutto è iniziato mercoledì 10 maggio, l’ultimo giorno in cui si poteva votare per le Elezioni Universitarie (e anche l’ultimo in cui si poteva evitare di farlo). In mattinata, porto un centinaio di copie di Inchiostro nel relativo raccoglitore posto in Università Centrale. Ripasso dopo un’ora e non ce n’è più nemmeno una. Caspita, allora Inchiostro piace talmente tanto che anche alle otto e mezza va a ruba! Torno a prenderne un altro po’ e, nell’atto di posizionarli, alcuni simpatizzanti del Coordinamento per il diritto allo studio – UDU (che in seguito chiamerò per brevità UDU) mi invitano gentilmente a non diffondere questo numero del giornale perché “tanto non se lo caga nessuno” e “disturba gli elettori nel giorno delle elezioni”. Qui qualcosa mi puzza, quindi decido di ricordare a questi ragazzi “di sinistra” che gettare nella spazzatura un giornale è immorale, oltre che illegale. E metto ovviamente le copie del raccoglitore. Nel frattempo salgo lo scalone per andare in Presidenza di Facoltà di Lettere e Filosofia e, mentre scendo, vedo con i miei occhi quello che non avrei mai voluto vedere: i ragazzi dell’UDU stanno togliendo i giornali dall’espositore. Relativamente irritato, scendo e chiedo loro il perché del gesto. “Era talmente bello che ne abbiamo preso cento copie”, la motivazione. Caspita, e io che pensavo

Il giornale bruciato davanti all’Aula Magna

che ai ragazzi dell’UDU il giornale non piacesse. Comunque in quel momento (sono uno contro cinque) me ne vado e chiamo alcuni componenti della redazione che immediatamente sopraggiungono sul luogo del “misfatto”. Nessuna novità, a parte il fatto di scoprire che durante una plenaria dell’UDU si è discusso se buttare via “ufficialmente” le copie del giornale. Alla fine si è deciso di non farlo, almeno “ufficialmente”. Poi, si sa, ognuno fa quel che vuole. Comunque i ragazzi “di sinistra” in questione successivamente ammetteranno di aver compiuto il gesto, non senza un po’ di soddisfazione. Tutto qui? Certo che no, perché ancora l’UDU non sa di aver vinto le elezioni. Due giorni dopo, il 12 maggio, dopo aver appreso la vittoria elettorale, questi ragazzi (sottolineo che sono “di sinsitra”, e questa cosa mi lascia perplesso ogni volta che penso di essere “di sinistra” anche io) decidono di prendere una cinquantina di copie del giornale e di bruciarlo e strapparlo davanti all’Aula Magna dell’Università. Poi lo lasciano lì. Il caso vuole che qualcuno di noi lo trovi e chiami il Rettorato dell’Università, affinché qualcuno di più “ufficiale” di noi veda lo scempio. Poi chiamiamo l’UDU che, sentita la puzza di bruciato, accorre per nascondere le prove e cestinare i giornali. “Io ho fatto questo casino, e io lo ripulisco”, dice Elena Fava, che grazie all’elettorato universitario ora ci rappresenta tutti nel Consiglio di Amministrazione dell’Università. In realtà è molto carino vedere tutte queste persone con la borsina rossa ripulire con dedizione la piazza antistante l’Aula Magna, e nel mentre chiacchierare allegramente con i redattori del giornale e giustificare il loro gesto come “liberatorio” e “meritato”. Bravi! Voi sì che siete dei veri “rossi”. Inchiostro decide così di scrivere la vicenda sul Blog del sito, in attesa di commenti da una parte e dall’altra. L’UDU preferirà inserire sul proprio sito internet un testo “non commentabile” per

rimanere coerente con la sua idea di libertà di espressione. Cito, tra gli altri, Mauro Vanetti, uno dei tanti “rossi” dell’UDU, che scrive: “per quanto mi riguarda io darei fuoco a tutte le copie di Libero senza pensarci due volte, se ne avessi la possibilità”. Ora, io non leggo Libero né la penso come la gran parte della sua redazione, ma non mi sognerei nemmeno lontanamente di bruciarlo.Vorrei concludere, infine, precisando che è vero ed innegabile che Inchiostro abbia criticato i rappresentanti degli studenti. Ma è altrettanto vero che la redazione ha tutto il diritto di parlare di elezioni come e quando preferisce. È indubbio, poi, che le risposte a tali critiche sarebbero state le benvenute, e lo stesso giornale le avrebbe pubblicate senza problemi. Se solo ci fossero state. Inchiostro non ha mai censurato o rifiutato articoli. In ogni caso per nostra fortuna ora ai “vertici” studenteschi dell’Università ci sono i rappresentanti dell’UDU, quelli che difendono i nostri diritti. Finché difenderli conviene, perché se avessero perso le elezioni probabilmente cercherebbero di privarci del diritto di voto.

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Errata Corrige:
L’articolo “Elezioni Universitarie: cos’è successo in questi due anni” apparso nel numero scorso non firmato per un refuso di stampa è di Marzio Remus. Ce ne scusiamo con i lettori. Nei “commenti degli studenti” si riporta come erroneamente assente ai Consigli di Facoltà Simone Angioni. L’affermazione, fornita in ogni caso in un contesto da goliardia (gli studenti commentatori risultano “sotto protezione del F.B.I. insieme ai testimoni dell’estinzione del coleottero nano del bitume”), è sbagliata la redazione si scusa con il suddetto. 8.

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10. Scatena la tua fantasia dipingendo con le tempere sopra Inchiostro, o lanciati nella realizzazione di uno splendido collage. Visto? Facile come contare fino a dieci per sbollire la rabbia. E ora basta leggere: è il momento di cimentarsi in un entusiasmante art attack!

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NEWS UNIVERSITA'

Golgi, gigante della scienza
di Marzio Remus
Anno1906: due italiani si presentano a Stoccolma. I loro nomi sono stelle che brillano del firmamento della storia. Hanno vinto il Premio Nobel: Giosuè Carducci per la Letteratura e Camillo Golgi per la Medicina. Il 1906 è l’annus mirabilis della cultura italiana. Mai più ripetuto, purtroppo. Il medico è stato il primo ricercatore italiano a ottenere il Nobel per la Medicina. L’unico ancora oggi ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento per studi condotti interamente in Italia. Fu Rettore dell’Università di Pavia, Senatore del Regno d’Italia e Presidente del Consiglio Superiore della Sanità. Il Premio gli fu tributato sopratutto per la reazione nera. Si tratta di un metodo d’impregnazione argentea che consiste nell’indurimento delle sezioni di tessuto in una soluzione di bicromato di potassio al 2,5 per cento per un periodo di tempo variabile da 1 a 45 giorni. I preparati sono immersi in soluzione di nitrato d’argento (0,5-1 per cento), poi disidratati e ridotti in sezioni spesse (100 micron e anche più), rese trasparenti (diafanizzate) in trementina. Infine vengono deposte su vetrino e ricoperte di uno strato di resina. Per poterle osservare da entrambi i lati, Golgi montava le sezioni su un vetrino coprioggetto fissato su un supporto di legno forato al centro. I singoli neuroni e i loro prolungamenti, impregnati di nero su un fondo giallo, si presentarono chiaramente all’istologo pavese. “Sono felice d’aver trovato una nuova reazione per dimostrare anche agli orbi le strutture dello stroma interstiziale della corteccia cerebrale”, scrisse, subito dopo la scoperta, Golgi all’amico Nicolò Manfredi. La tecnica impregnava molto chiaramente solo pochi neuroni: dall’1al 5 per cento. Non è un limite, anzi è la formidabile utilità della reazione nera: seguire il decorso di un lungo assone richiede sezioni molto spesse. Se l’impregnazione riguardasse l’intero assetto delle fibre presenti, non sarebbe possibile distinguere un neurone dalla fitta rete in cui è compreso. Il microscopio elettronico, in tempi più recenti, ha permesso di capire il meccanismo dell’impregnazione argentea a livello cellulare. Il precipitato si deposita all’interno della matrice citoplasmatica lasciando inalterati i mitocondri e il nucleo. La reazione avviene progressivamente. Nelle prime fasi si forma un reticolato endocellulare di fibrille. Ognuna ha uno spessore di circa 40 nanometri che presenta dei piccoli granuli densi di 25-60 nanometri. La reazione progredisce e i granuli aumentano di volume e cominciano a rendersi evidenti anche sulla superficie del neurone. Il tempo passa. Si forma un’incrostazione continua che ricopre tutto il corpo del neurone e i suoi prolungamenti. Golgi comunicò la sua scoperta il 2 agosto 1873 sulla Gazzetta Medica ItalianaLombarda. La notizia passò quasi inosservata. Dieci anni dopo decise dare maggiore diffusione alle sue ricerche pubblicando la sintesi dei suoi studi sui tessuti nervosi sulle Archives Italiennes de Biologie. “Fino ad oggi non si conosce nessun procedimento che mostri con tanta perfezione le cellule nervose degli organi centrali ed anche gli elementi della nevroglia”: così nel 1887 il medico e istologo tedesco Rudolf Albert Koelliker elogiò incondizionatamente alla Società Fisicomedica di Wurzburg il lavoro del collega italiano. La via al Nobel era spianata. Innumerevoli i risultati della tecnica di Golgi. Anzitutto l’osservazione in modo chiaro e distinto del neurone nella sua interezza. Inoltre fu possibile stabilire che le cellule nervose avevano forme diverse, e furono così classificate in rapporto al numero dei prolungamenti: multipolari, bipolari, a T, monopolari, amacrini. I dendriti furono definiti come terminazioni libere. La maggioranza dei ricercatori del tempo sosteneva il contrario. Si capì poi che le cellule nervose non erano immerse in una sostanza amorfa, bensì accompagnate da una serie di cellule dalle forme e funzioni diverse. L’anatomia microscopica conobbe uno sviluppo vertiginoso. Dopo qualche decennio di applicazione fu possibile studiare la morfologia degli astrociti e i rapporti che essi contraggono con i vasi sanguigni. Furono scoperti i canalicoli di secrezione delle cellule parietali presenti nelle cellule gastriche. Fu descritta una struttura reticolare situata nel sarcoplasma delle fibre muscolari striate: il reticolo sarcoplasmatico. Il futuro Rettore dell’ateneo pavese scoprì anche l’apparato citoplasmatico che da lui prese il nome: l’apparato di Golgi. Si identificarono, per ciascuna sinapsi, a quali tipi di neuroni appartenevano l’elemento presinaptico e quello postsinaptico: un contributo fondamentale alla comprensione

del meccanismo di trasmissione dello stimolo nervoso. Le applicazioni moderne sono svariate e non necessariamente legate alla microscopia elettronica: gli studi sull’evoluzione e sull’ontogenesi del sistema nervoso nei vertebrati e nell’uomo, la determinazione quantitativa

L ’Università di Pavia per ricordare i cento anni del Premio Nobel a Camillo Golgi ha organnizzato una nutrita serie di appuntamenti scientifici e celebrativi:
21–25 giugno 2006
Congresso dell’International Society of the History of the Neurosciences congiuntamente alla “Ottorino Rossi award Conference”, organizzato dal Museo per la Storia dell’Università e dall’Istituto neurologico Mondino di Pavia. http://www.bri.ucla.edu/nha/ishn/call2006.htm

5–17 settembre 2006
Congresso della Società Italiana di Patologia Generale e della Società Italiana di Storia della Medicina, organizzato dal Dipartimento di Medicina Sperimentale, sezione d’Anatomia e sezione di Istologia dell’Università di Pavia.

19–22 settembre 2006
Congresso della Società Italiana di Patologia Generale organizzato dal Dipartimento di Medicina Sperimentale, sezione di Patologia Generale “Camillo Golgi”. http://www. unipv.it/golgi/Patologia/index.htm

19–22 settembre 2006
Congresso della Società Italiana di Storia della Medicina organizzato dal Museo per la storia dell’Università di Pavia.

1–7 ottobre 2006
Congresso di Neuroscienze dal titolo “The node and the network. The fundamental contribution of Camillo Golgi to modern neuroscience”, organizzato dal Dipartimento di Fisiologia Generale e Farmacologia dell’Università di Pavia.

15 settembre–30 dicembre 2006
Mostra su Camillo Golgi organizzata dall’Università di Pavia in collaborazione con il Comune di Pavia e dedicata agli aspetti della vita e dell’attività scientifica di Camillo Golgi. Una sezione sarà riservata alla scuola golgiana, una delle scuole scientifiche più importanti del nostro Paese. http:// www.unipv.it/golgi/mostra.htm Catalogazione informatica –con il contributo del Lyons Club di Pavia – dei documenti “golgiani” conservati presso il Museo per la storia dell’Università di Pavia e presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale, sezione di Patologia Generale. A questi eventi si aggiungeranno diverse iniziative editoriali, tra cui la ristampa degli scritti di Golgi, pubblicazioni sulla sua biografia scientifica e umana, messa in rete di rilevanti documenti sulla vita e l’opera dello scienziato pavese.

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delle ramificazioni dell’albero dendritico effettuata con l’ausilio del microscopio ottico. “Si può tranquillamente affermare che la reazione messa a punto da Golgi è ancora una tecnica pienamente valida e di grande utilità; di pochissime tecniche si può affermare la stessa cosa”, osservava Ennio Pannese, dell’Istituto di Istologia, Embriologia e Neurocitologia dell’Università di Milano, in un convegno qualche anno fa. È trascorso un secolo da quell’annus mirabilis. Fino a quando dovremo aspettare prima di poter “riveder le stelle”? Visto lo stato della ricerca italiana dovrà passare molto, molto tempo. Purtroppo.

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La Colombia e i suoi cent’anni di solitudine…
a cura di Alberto Bianchi e Clara Capelli
Introduzione Benvenuti in Colombia, paese di paradossi, terra dalla cultura caraibica e dall’orgoglio sudamericano. Tra i suoi fiumi, le ripide montagne, le rigogliose foreste, si condensano, come in una pillola, tutti i mali e tutti i beni di un continente, quello sudamericano, sempre fuori dal coro. Conflitto, rivoluzione, resistenza, reazione. Una nazione stravolta da crisi economiche ricorrenti, militarismo autoritario pseudo-nazionalista e una guerra civile che da sessant’anni insanguina il suo popolo. La Colombia ha un’estensione pari a circa quattro volte l’Italia e ha una popolazione di 45 milioni di abitanti. Ma tra questi vi sono tre milioni di sfollati interni e il 64% della popolazione vive al di sotto dell’indice ONU di povertà per l’America Latina, pari a due dollari. Nonostante ciò stiamo parlando di uno dei Paesi più ricchi della regione, che nasconde però un enorme paradosso: l’87% della terra è controllata dal 13% della popolazione. L’America Latina è tristemente famosa come il continente più disuguale al mondo, dove la ricchezza è più concentrata. È la tipica regione dove, più ricchezza si produce, più povertà si diffonde. Questo vale, in generale, per tutto il continente ma in particolare per la Colombia, esempio paradigmatico (insieme al Brasile) della mancanza di una capacità ridistribuiva in grado di ridurre la disuguaglianza. Radiografia di un popolo in guerra con se stesso. La guerra Civile Colombiana. Le origini del conflitto colombiano possono essere fatte risalire al 1948. La scena politica era dominata da due partiti, liberale e conservatore, entrambi espressione degli interessi dei grandi latifondisti, nelle cui mani si concentrava la quasi totalità della terra, a scapito della maggioranza della popolazione, di estrazione contadina. Ad alterare questo “equilibro diseguale” fu la formazione di un’ala dissidente all’interno del partito liberale, guidata da Jorge Eliécer Gaitán e sostenitrice di una politica progressista a favore di una riforma agraria che garantisse maggiore equità. I due schieramenti politici, minacciati nei loro interessi, decisero di mettere a tacere Gaitán, senza però pensare alla reazione delle masse che lo appoggiavano. Infatti, dopo l’assassinio del leader progressista nel 1948, inizia il periodo noto col nome di “Violencia”. Liberali e conservatori strumentalizzarono il malcontento popolare e per dieci anni finsero di lottare uno contro l’altro per fomentare scontri sanguinosi in tutto il Paese e favorire così i latifondisti che, approfittando dell’instabilità generale, aumentarono considerevolmente le loro proprietà. Negli anni Sessanta, sulla scia della rivoluzione castrista a Cuba e delle idee che l’avevano ispirata, nascono movimenti di guerriglia con lo scopo di condurre un’opposizione armata al potere costituito per la redistribuzione delle terre; i principali sono le FARC (“Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia”) e l’ELN (“Ejército de Liberación Nacional”). Negli anni settanta, i gruppi ribelli “scoprono” gli enormi vantaggi economici che si possono trarre dalla coltivazione e dalla vendita della coca e iniziano a proteggere e salvaguardare la sicurezza dei campi, in collaborazione stretta con gruppi di narcotrafficanti, in modo da ottenere in cambio dai proprietari parte dei loro ingenti ricavi. Ma questo “patto” si spegne in breve tempo a causa della decisione dei principali cartelli di ridurre i finanziamenti ai gruppi marxisti, per rivolgerli invece verso interessi propri: nascono così dei veri e propri eserciti privati appartenenti ai trafficanti con lo scopo di proteggersi dalla guerriglia. Nel frattempo, proprio quest’ ultima, inizia una vera e propria campagna di sequestri dei “signori della coca” e dei loro familiari con l’obiettivo di “compensare” le entrate. Il narcotraffico diventa così un autentico centro di potere e si scatena una guerra a tutti i livelli tra il governo e la mafia della droga. Negli anni 90, durante il governo di Cesar Gaviria, si svolgono una serie di incontri tra il governo e i principali gruppi ribelli per smobilitare i gruppi paramilitari e ristabilire la vita civile. Nel 1991 viene firmata la nuova costituzione che introduce una serie di progressi in direzione di una democratizzazione del Paese. Ma il dialogo non viene realizzato concretamente e il governo intraprende la cosiddetta “guerra totale” che autorizza l’intervento contro le organizzazioni civili che avevano rapporti con i gruppi ribelli. La violenza esplode per l’ennesima volta e si susseguono ancora sequestri e attentati. Nel 2000 il presidente Pastrana lancia il “Piano Colombia” che progetta di sradicare 60 mila ettari di coltivazioni di coca, con l’obiettivo di indebolire economicamente i trafficanti. Nel 2002 il sequestro di alcuni esponenti politici da parte dei guerriglieri nel tentativo di influenzare l’esito delle elezioni, stronca i tentativi di intraprendere un nuovo processo di pace. L’attuale presidente, Alvaro Uribe, sta conducendo una campagna durissima contro i trafficanti, sostenendo l’impossibilità di dialogare con la guerriglia e, anzi, insistendo nella repressione militare. Anche se vi sono stati colloqui con alcune fazioni paramilitari che sono andati a buon fine, vengono lasciati pochissimi spazi alle trattative e la sensazione é quella di una militarizzazione del Paese. Nonostante il governo affermi il contrario, in Colombia non si puó affatto parlare di democrazia, a causa dell’altissimo livello di corruzione e della collusione dell’amministrazione pubblica con paramilitarismo e narcotraffico. I problemi sociali sono innumerevoli: l’altissimo grado di violenza; la povertá diffusa nella gran parte della popolazione; un numero enorme di violazioni dei diritti umani, specialmente da parte delle multinazionali; e, infine, il gravissimo problema dei “desplazados”, ovvero dei quasi 3 milioni di rifugiati interni, in fuga dalle zone rurali, tenute sotto assedio da guerriglia e militari.

Soldati dell’esercito regolare

Libero scambio a stelle e strisce
Il Presidente Bush non è riuscito, in occasione del IV Vertice delle Americhe di Mar de Plata, a convincere i Paesi dell’America Latina a fare dell’intero continente un’area di libero scambio, la cosiddetta ALCA (Área de Libre Comercio de las Américas). A Mar de Plata il principale oppositore del progetto è stato il presidente venezuelano Hugo Chavez, fautore di una controiniziativa nota come ALBA (“Alternativa Bolivariana de las Américas”), caratterizzata da una forte vocazione sociale e avente come obiettivo la lotta alla povertà e all’emarginazione sociale. Altri Paesi hanno assunto posizioni meno radicali, limitandosi ad esprimere le loro riserve in merito all’attuazione dell’ALCA. La Colombia apre invece al libero scambio: il 27 febbraio governo colombiano e statunitense hanno terminato le negoziazioni per un trattato di libero commercio. Con tale accordo il Paese sudamericano apre le sue frontiere al partner di Washington, garantendo l’accesso preferenziale a prodotti agricoli ed altri suoi beni. Molte le critiche e le riserve per la scelta del governo colombiano: la preoccupazione maggiore è che gli imprenditori potrebbero non essere sufficientemente preparati per affrontare la concorrenza statunitense, venendone travolti. La presenza delle multinazionali nordamericane sta aumentando rapidamente e questo costituisce un grave problema per il sistema economico colombiano se non interverranno correzioni sulla struttura d’impresa. Il mercato va orientandosi verso la massima flessibilità del lavoro, con giornate lavorative più lunghe, basse retribuzioni e nessuna tutela. Le multinazionali si rivelano pericolose anche per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. In Colombia, il mestiere del sindacalista è, insieme a quello del giornalista, la più pericolosa attività che si possa svolgere. Secondo il rapporto annuale della Confederazione internazionale dei sindacati liberi (Cisl) relativo al 2004, nel Paese sono stati uccisi novantanove sindacalisti, su centoquarantacinque casi registrati nel mondo (poco meno del 70%). Uno dei casi che ha suscitato più scalpore risale al settembre dello scorso anno, quando Luciano Enrique Moli-

Piantagioni di coca
na, leader del SINALTRAINAL (sindacato dei lavoratori del settore alimentare) è stato torturato e assassinato per la sua attività, che l’aveva portato a scontrarsi addirittura con la Nestlé. Non c’è posto per la contrattazione, per le proteste e le rivendicazioni di diritti. E la conseguenza è una violenza continua e capillare che si protrae ai danni di dirigenti sindacali ma anche semplici iscritti nell’impunità più completa.

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Desplazados
Li chiamano desplazados e sono le vittime di una delle più gravi emergenze umanitarie del globo, seconda solo al Sudan. Un’emergenza tanto grave quanto ignorata…pensateci, quante volte avete sentito parlare degli sfollati colombiani? Eppure, secondo le stime di diverse autorevoli ONG (Human Rights Watch, Médécins sans Frontiers, Terre des Hommes…), si tratta di circa tre milioni di persone, oltre il 5% della popolazione. La causa è ancora una volta la guerra che dilania il Paese. Le zone rurali sono spesso in balia dei gruppi della guerriglia (principalmente ELN e FARC), magari in competizione fra loro per il dominio delle risorse e delle persone. Gli abitanti dei villaggi vivono nell’insicurezza, soggetti alle più odiose vessazioni: vengono cacciati dalle loro terre, reclutati con la forza (bambini compresi) oppure costretti a lavorare come schiavi nelle piantagioni di coca, persino derubati dei beni di prima necessità. E sono costantemente esposti al pericolo di attacchi e ritorsioni, non solo da parte delle fazioni nemiche di quella che detiene il controllo della regione, ma anche della stessa autorità statale. Esercito e polizia non si fanno scrupoli a punire quelli che essi ritengono essere “collaboratori”dei ribelli.

Una famiglia di rifugiati
Sono spesso le minoranze etniche (indios e afro-colombiani, discendenti dagli schiavi neri portati in Colombia nel periodo della tratta) a scontare tale situazione di instabilità. Queste sono soprattutto localizzate nelle zone più remote del Paese – ad esempio le alture andine -, dove lo Stato è assente e la guerriglia spadroneggia. È il caso del dipartimento del Nariño, nella regione della Cordigliera a ovest, dove alla fine di aprile 1.400 persone sono dovute fuggire dalla loro terra a causa di violenti scontri fra esercito e ribelli. Trovando solo un’infermiera, alloggi e cibo insufficienti e tanti problemi burocratici: la maggior parte di questi non possiede documenti d’identità non avendo mai avuto contatti con l’apparato statale, il che renderà loro difficile accedere ai programmi di assistenza dell’UNCHR (l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati) e governo. L’alternativa è lasciare tutto e cercare la speranza nei Paesi limitrofi (Panama, Ecuador, Venezuela) e negli slums dei grandi centri urbani della Colombia. Una soluzione adottata da molti contadini coinvolti nel program-

ma di sradicamento delle coltivazioni di coca promosso da Uribe, programma che prevede anche fumigazioni chimiche che rendono pressoché sterile la terra, lasciando senza fonti di sostentamento la popolazione rurale. Ma, in fondo, la situazione non migliora. Disoccupazione e malnutrizione sono largamente diffuse (secondo l’UNHCR il 50% non ha un impiego ed il 43% non possiede nulla da mangiare), la criminalità dilaga, le condizioni igieniche sono terribili. Lo sfruttamento sessuale delle donne è assai diffuso, in particolare per quanto riguarda le più giovani, come si può dedurre dal fatto che circa il 30% delle ragazze ha un figlio prima dei vent’anni. Si ritiene che più della metà della popolazione sfollata abbia meno di diciotto anni; oltre un milione di bambini vive dunque senza un futuro, privi di assistenza medico-sanitaria (lo Stato garantisce ai desplazados solo servizi straordinari, per patologie legate “alla condizione di sfollato”) e senza possibilità di istruzione. La situazione è ugualmente drammatica anche per i profughi nei Paesi confinanti, i quali devono inoltre sopportare l’ostilità della popolazione autoctona ed il disinteresse, se non le discriminazioni, da parte delle autorità che li vedono come un peso di cui si vorrebbero volentieri liberare. Questa è la tragedia di tre milioni di persone. Tre milioni di persone di cui nessuno sa, di cui nessuno parla.

AYAME’, UN VOLONTARIATO “PUNTO A PUNTO”
di Francesco Rossella
“Volontariato”: una parola forse troppo spesso abusata. Se ne sente parlare dappertutto ma non tutti sono a conoscenza delle molteplici realtà dietro a questo comune vocabolo. Ben pochi studenti- ad esempio- sanno che a Pavia, presso la nostra gloriosa Università, è attiva da quindici anni un’ONG che si occupa della costruzione di scuole, ospedali e altre strutture in un piccolo villaggio della Costa d’Avorio. Nazione africana teatro da sei anni di una guerra civile tra le forze governative e un esercito ribelle appoggiato dalla Francia. Stiamo parlando dell’Agenzia n.o 1 per Ayamé, nata per iniziativa di una cinquantina di cittadini pavesi, tra cui molti medici e docenti universitari. Inchiostro ha intervistato Alberto Majocchi, professore del Dipartimento di Economia Pubblica e Terriroriale e vicepresidente dell’Agenzia, con lo scopo di rendere nota questa realtà che contribuisce ad aiutare in modo concreto un ospedale con un potenziale bacino d’utenza di 200 000 persone. Inchiostro: Professore, ci spieghi come è nata questa agenzia e quali sono i suoi scopi principali... Majocchi: L’Agenzia è nata da un’idea ben precisa: adottare una situazione specifica di sofferenza nel mondo in modo che anche un gruppo limitato di persone, contando esclusivamente sulle proprie risorse, fosse in grado di sostenerla e di prendersene carico. Non a caso il nostro motto è: “Punto a punto”! Tutto questo parte da una semplice considerazione: gli aiuti generici al Terzo mondo, quelli “ufficiali” (tanto per intenderci donazioni da parte degli stati, raccolte fondi, versamenti bancari e così via), non sono molto efficaci, poiché spesso passano tra le mani di governanti corrotti, e quindi non riescono ad arrivare ai reali destinatari, cioè la gente del luogo. I: Ecco, sempre a proposito di fondi, come è finanziata l’agenzia? Ci sono dei partner, degli sponsor, enti vari che la appoggiano? M: All’inizio l’Agenzia si reggeva esclusivamente sui contributi dei soci. Poi, col passare degli anni, siamo riusciti ad ottenere l’appoggio del Comune di Pavia (tra pochi giorni il sindaco Piera Capitelli andrà in visita ad Ayamè) e anche quello del Policlinico San Matteo, che è gemellato con l’ospedale ivoriano. Inoltre, un grande aiuto ci viene fornito da imprese e ditte pavesi che donano materiali e medicinali. I: Quali sono i progetti attualmente attivi? M: Il più importante di tutti rimane l’ospedale, una struttura che oggi si può dire completa di tutti i reparti; in particolare, si punta molto sulla pediatria e sulla maternità. Un altro progetto attivo è la lotta al’AIDS tramite un trattamento che impedisce al virus di trasmettersi da madre a figlio. Inoltre, sono in fase di realizzazione altre due iniziative: la costruzione di una rete fognaria e di una discarica di smaltimento dei rifiuti. I: In ambito universitario, avete organizzato conferenze o eventi per pubblicizzare questa realtà o avete in programma di farlo in futuro? M: Purtroppo i nostri rapporti col “mondo esterno” finora sono stati limitati dal fatto di non avere una sede fissa. Da un po’ di tempo però l’Agenzia si è stabilita presso i locali del Broletto, in Piazza Vittoria, dove ci sono dei ragazzi del servizio civile a disposizione per informazioni, consigli e quant’altro. Per chi volesse essere informato riguardo alle nostre attività, c’è il nostro sito www.puntoapunto. org che teniamo in costante aggiornamento. I: C’è la possibilità di organizzare stage convenzionati con l’Agenzia nell’ambito di corsi di laurea che guardano direttamente all’Africa e al Terzo mondo? M: Certamente! L’Agenzia ha da tempo attivato convenzioni con la Facoltà di Scienze politiche e con quella di Medicina, dove alcuni specializzandi hanno la possibilità di andare ad Ayamè. I: Per concludere, un consiglio: cosa direbbe a un giovane che vorrebbe fare un’esperienza di volontariato in una delle tanta ONG come la vostra che operano in Africa? M: Personalmente, ritengo che la solidarietà non sia un dovere ma un diritto: il compito delle ONG è mettersi a disposizione di coloro che vogliono esercitare questo diritto. Per questo rivolgo a chiunque sia interessato il mio invito a contattarci!

Reparto ospedale di Ayamé

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That’s Amore?
di Maria Luisa Fonte
Spettacolo e solidarietà. Binomio strano. Ancora più strano se alla lista degli ingredienti aggiungiamo showgirls, showmen, promesse, amore, adozioni, povertà, soldi, guerra…bambini che soffrono. Sì, qualcosa non va. Il minestrone di buoni sentimenti si è rovesciato su un territorio delicato, invadendo un mondo che poco si presta al cosiddetto varietà. Il programma “Amore” di Raffaella Carrà ha sollevato un polverone all’italiana. La condanna più dura è arrivata da Livia Pomodoro, Presidente del Tribunale dei Minori di Milano, che in un’intervista ha affermato: “Far supporre che sia così facile essere solidali non aiuta le persone a prendere consapevolezza. Non c’è solidarietà senza una relazione e, per averne una, occorre mettere a disposizione se stessi”. Potremmo discutere su i pro e i contro della trasmissione, ma una tale polemica finirebbe per concentrarsi sul buonismo (o furbizia?) della Carrà, trascurando il vero problema: bambini privati dei loro diritti fondamentali. Le adozioni a distanza sono state promosse per la prima volta in Italia negli

anni ’80 nell’ambito di un’iniziativa chiamata “Contro la fame cambia la vita”, campagna che sottolineava il fondamentale legame tra solidarietà e consapevole informazione circa la situazione dei Paesi affamati. Ancora oggi le adozioni internazionali a distanza sono forme di sostegno economico per bambini e ragazzi che non possono permettersi un’educazione e un’assistenza sanitaria. Non c’è quindi alcun legame tra benefattore e beneficiario. Questo è fondamentale per la tutela dei bambini i cui diritti sono in questione. Niente regali, niente lettere compiacenti per i genitori a distanza. Occorre un’estrema chiarezza. Un esempio di gestione trasparente delle adozioni è fornito dall’Associazione Italia-Uganda di Pavia che fornisce a tutti i sostenitori una guida molto chiara in cui ogni aspetto della gestione dei soldi donati è spiegato. Questo è l’unico diritto dei donatori. La guida fornisce inoltre un quadro sintetico e preciso della situazione in Uganda. È importantissimo sapere che le cause di quella povertà contro cui lottiamo sono molteplici e complicate. Bisogna evitare qualsiasi paternalismo che esenta il benefattore dal mettersi in discussione, scivolando inevitabilmente nel lavaggio di coscienza attuabile tramite il pagamento di una comoda rata mensile.

Certo, sono tantissime le onlus che chiedono soldi e sostegno. Spesso si rischia di cadere nel disorientamento che si ha davanti al bancone del latte al supermercato. Questo è il punto fondamentale. Non stiamo parlando di una compravendita. Sì, c’entrano i soldi, ma è diverso. Bisognerebbe avere la volontà di fare bene qualcosa di piccolo. Prendere a cuore una piccola causa. Adottarla. Informarsi suoi luoghi, sulla storia, sulle città, sulla gente. Allora sì, potremo parlare di quella parola abusata, di quell’amore che porta a sostenere un bambino, affidandogli il nostro granello di speranza nel futuro.

Stand Up(eritivo) For Your Rights!
Una iniziativa di legge popolare. Una ricerca scientifica vitale imbavagliata. Una raccolta fondi per un microscopio. Per tutti questi motivi Inchiostro, in collaborazione con il Meetup pavese di Beppe Grillo, organizza, martedì 20 giugno alle 19:30, un aperitivo davvero speciale. A “Il Cantiere Cafè” Corso Garibaldi, 8 tra un cocktail e l’altro, si potranno lasciare due firme, una per sostenere l’iniziativa di legge popolare “Per un’altra tv” mirata alla riforma del sistema radiotelevisivo italiano. Iniziativa lanciata dalla senatrice Tana de Zulueta www.tanadezuleta.it e raccolta a livello nazionale dai Verdi, dai Comunisti Italiani, dall’Italia dei Valori, da Beppe Grillo. E a livello locale da Il Cantiere per Pavia. L’altra firma, non meno importante, è per consentire al Dottor Stefano Montanari di poter illustrare i risultati delle proprie ricerche al Comune di Pavia. Il 25 per cento dell’incasso sarà devoluto all’acquisto del microscopio necessario a proseguire i suoi studi sulle “nanoparticelle”. Curiosi di saperne di più? Visitate questi siti: www.perunaltratv.it, www.nanodiagnostics.it e www.beppegrillo.it E soprattutto, vi aspettiamo numerosi all’aperitivo!

Raccolta firme a Matematica
Da novembre 2005 la biblioteca del Dipartimento di Matematica, luogo di studio di decine di studenti, ha ridotto l’orario di apertura per mancanza di personale. Attualmente rimane aperta solamente nelle ore mattutine. I rappresentanti degli studenti di matematica hanno organizzato una raccolta firme da presentare al Direttore del Dipartimento, al fine di riottenere l’apertura pomeridiana della biblioteca. Per sottoscrivere la petizione, recati in CUSL (nell’atrio del Polo Didattico della Nave) dove è presente il foglio per la raccolta firme.

La tua firma per una sanità migliore
di Maddalena Marasà
La SPEM, Associazione Medici Specializzandi e Specialisti Pavia, dal 2003, confederata a Federspecializzandi (Confederazione Nazionale delle Associazioni di Specializzandi) dalla sua nascita si impegna ad ottenere il giusto riconoscimento dei diritti lavorativi e delle garanzie formative negati ai medici specializzandi italiani. Dal mese di marzo stiamo portando avanti una piattaforma di richieste, sottoscritta a livello nazionale, per l’attivazione, già dal prossimo anno accademico, di un contratto di formazione che rispetti i dettami del D.L. 368/99. Mai applicato sino ad oggi. Come SPEM siamo impegnanti a raccogliere adesioni tra i medici specializzandi, i neolaureati, gli studenti universitari e tutta la popolazione, oltre ad ottenere l’appoggio ufficiale da parte dell’Ordine dei Medici, della Facoltà di Medicina e Chirurgia e dell’Ateneo. Contribuisci anche tu alla raccolta firme in appoggio al nostro manifesto. Scrivici a spem@specializzandi.org

Padre Jhon dell’Associazione Italia - Uganda

Don Enzo Boschetti: amore e santità
di Bonac
Quest’anno si apre il processo di Canonizzazione di don Enzo Boschetti, a tredici anni dalla sua morte e a trentacinque dalla fondazione della Comunità “Casa del Giovane”. La sua missione di prete pavese al servizio dei giovani meno fortunati e più provati di Pavia era cominciata già nel 1968, per trasformarsi nel tempo in un grande progetto di solidarietà e aiuto a tutti gli “ultimi” della nostra provincia e non solo (alcune delle diciassette unità di accoglienza operano in Piemonte). I senza fissa dimora, gli extracomunitari, i minori in affido temporaneo, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i malati psichici, le donne con bambini: a nessuno di loro, per tutto il tempo della sua missione, don Boschetti e tutti quelli che hanno abbracciato la sua causa di amore e fraternità (uomini e donne, laici e religiosi, singoli e famiglie, sempre più numerosi e affascinati dal carisma e dall’umile tenacia del sacerdote che la Chiesa si appresta a riconoscere Servo di Dio) hanno mai fatto mancare il sostegno e l’affetto che gli altri negavano loro. Tutto è cominciato in un seminterrato di Viale della Libertà (dove tuttora si trova la sede dell’Associazione “Casa del Gio-

vane”), ed era la forza di un’idea che si scontrava contro le difficoltà concrete di dare assistenza e trasmettere sincera amicizia agli emarginati, ma soprattutto contro l’indifferenza dei molti che preferiscono non vedere o non cambiare le situazioni difficili all’interno della nostra società. La forza della preghiera e della vita comunitaria ha permesso a quella tenace idea di non spegnersi, e anzi di divenire sempre più un concreto punto di riferimento per Pavia e per tutti coloro che ogni giorno sono accolti, amati, sostenuti e aiutati nelle strutture dell’Associazione: un faro nella notte della sofferenza e dell’emarginazione, una luce destinata a non spegnersi. Don Enzo è mancato il 15 febbraio 1993, dopo una lunga malattia, ma il suo ricordo e la sua presenza sono ancora ben vivi in quanto hanno condiviso con lui la forza della sua idea e che continuano a farla brillare, interpretandone lo spirito e portando avanti il suo progetto. Come accaduto per San Giovanni Bosco e San Luigi Orione – anche loro sacerdoti e anche loro impegnati tra il Piemonte e la Lombardia –, la Chiesa intraprende il cammino che porterà al riconoscimento della santità di don Enzo Boschetti: santità che non è estranea alle vicende quotidiane dell’uomo, che è anzi il tradurre nella vita di ogni giorno l’insegnamento dell’amore, della fraternità e dell’amicizia.

VIVA LA VELORUTION!
di Stefania Mangano
“Critical mass…è una coincidenza, un improvviso incontro di ciclisti in/micro/ impolverati nelle masse automobilistiche cittadine…” con queste parole inizia il manifesto di “Critical mass Italia”. Critical mass è un movimento che vide la luce dodici anni fa, a San Francisco: un centinaio di persone decisero di sfidare il traffico dell’ora di punta opponendo al rombo dei motori il trillo dei campanelli, allo stress da troppeore-chiusi-in-macchina, il ritmo lento e festante di una pedalata di gruppo. L’esperienza è cresciuta. Ha contagiato più di duecento città nel mondo. Da un paio di mesi ha coinvolto anche Pavia. OGNI PRIMO GIOVEDI’ DEL MESE ALLE ore 18.00 PIAZZA LEONARDO DA VINCI (delle tre torri) viene invasa da studenti con bici scassate di quarta mano, giocolieri in monociclo, super nonne in “graziella”, bmx-bikers acrobatici, postini col borsone e chiunque sia munito di ruote e pedali. L’evento non è una tipica manifestazione “contro”, ma si concentra sul diritto dei ciclisti e dei pedoni di utilizzare le strade. Punta anche l’attenzione sul deteriorarsi della qualità della vita - a partire dai livelli d’inquinamento dell’aria e dell’inquinamento acustico - che creano le automobili in città. Inoltre, per far fronte all’incessante consumismo che predilige la cultura dell’usa e getta a quella della riparazione e del riciclaggio, è attiva dal Settembre 2005 la CICLOFFICINA POPOLARE “I CICLOPI”. Ogni giovedì pomeriggio presso il CSA Barattolo in via dei mille 130 è possibile riparare il proprio “mezzo” con pezzi riciclati, attrezzi e materiale messo a disposizione da chiunque abbia voglia di conoscere, condividere e carpire i segreti delle due ruote. Troverete appassionati ciclisti che, dalla totale o semi ignoranza tecnica, hanno raggiunto l’indipendenza ciclica. E ora la mettono a disposizione di chi ha ancora voglia di sporcarsi le mani con un po’di grasso. “Il ciclista urbano è per sua natura un inventore…di un nuovo equilibrio che rimetterà in marcia la città”. Cosa aspettate ad inforcare la vostra bicicletta?

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Mancanza. Assenza. Incomprensione. Sono queste le prime parole che vengono in mente dopo aver chiuso il libro d’esordio presso un editore nazionale di questo giovane scrittore. Sorvegliato dai fantasmi è un libro composto di nove racconti brevi, tutti costruiti sulla medesima struttura: un io narrante racconta una storia in cui gli altri personaggi rimangono sullo sfondo come parti non necessarie di un “io” che non riesce mai, pur spinto da un forte vigore morale, a diventare un “noi”. Tutto il libro è attraversato da una voce narrante che sembra passare da un racconto all’altro mantenendo sempre un’incapacità di relazionarsi con le altre voci e le sfide che anch’esse devono affrontare. Una rilevante dimensione epica pervade tutta l’opera – un’epica del quotidiano, dell’interno domestico, un’epica fatta di prove che il protagonista si trova ad affrontare da solo. Così, dall’arrivo del primo figlio alla carcerazione, dall’arringa difensiva dell’assassino Charles Manson al passaggio della

Les hommes livres

Gabriele Dadati, sorvegliato speciale
di Gabriele Conta
cometa di Halley, le voci che attraversano il libro si trovano davanti a queste prove sole con la propria incapacità di affrontarle. Nemmeno l’essere in coppia aiuta a superarle; anzi, forse questa è proprio la condizione necessaria per sperimentare appieno l’incapacità di comunicare. Se la scrittura è compensazione di una situazione d’assenza, se ogni creazione artistica parte da una mancanza che si cerca di sanare, allora Sorvegliato dai fantasmi soddisfa appieno questa poetica, come si può leggere in trasparenza nell’emozionante lettera di dedica alla madre che chiude il libro. Nonostante alcune incertezze, i racconti scorrono via veloci, grazie anche alla scrittura semplice, spesso dialogica, quasi parlata. Per uno scrittore all’esordio è fondamentale trovare la propria voce; quello di Dadati, nato a Piacenza nel 1982, è un buon inizio. Perché leggere questo libro? Perché è di uno scrittore giovane che sa affrontare temi complessi come la colpa o la sofferenza senza cadere nel banale. Perché l’autore deve essere sorvegliato in modo speciale, per vedere se riuscirà a sollevarsi dal semplice dilet-

to per arrivare al capolavoro. Perché, infine, dà risposta ad una domanda che tutti quelli che sono stati fan degli 883 si pongono da anni: che fine ha fatto Mauro Repetto, Il biondino che ballava in modo improbabile accanto a Max Pezzali? Avete letto la recensione di Sorvegliato dai fantasmi, di Gabriele Dadati, edito per i tipi della peQuod, Il libro è stato gentilmente offerto dalla Libreria il Delfino di Pavia. Disponibile per il primo book corsaro in qualche parte dell’Università: trovalo, leggilo e rimettilo in circolo. I libri liberi liberano la mente.

FEBBRE MONDIALE
di Alfonso Citarella
Ci siamo, la febbre sale. Potete barricarvi in casa, imbottirvi di aspirine, farvi ricoverare, non importa, sarà tutto inutile. A partire dal nove Giugno, data in cui la Germania, padrona di casa, aprirà le danze contro il “temibilissimo” Costa Rica, sarete colti da un’inesorabile quanto strana sensazione, che non vi mollerà per i prossimi trenta giorni. Il mondiale è tornato. E i sintomi ci sono tutti: ansia e palpitazioni pre partita, euforia incontrollabile post vittoria, depressione acuta post sconfitta. Sembrerà eccessivo, per coloro che il calcio durante l’anno, lo evitano sistematicamente (forse a ragione, pensando alle recenti magagne del nostro campionato. Le linee telefoniche roventi di Moggi e soci. Gli arbitri rimasti “casualmente” chiusi negli spogliatoi. E molto altro, purtroppo.), ma non lo è. Per nulla. Il campionato del mondo è molto di più di una semplice competizione calcistica fra squadre provenienti da ogni parte del globo. Il mondiale è l’espressione massima del concetto di “sport collettivo”, è un cocktail di passione, gioia, sofferenza, patriottismo che buttiamo giù tutto di un fiato una volta ogni quattro anni, ed il cui effetto vorremmo svanisca il più tardi possibile. L’appuntamento quest’anno, per noi italiani è decisamente diverso, sia per la fase tristissima che sta attraversando il nostro calcio, sia perchè sono passati ormai ventiquattro anni da quel mitico, ma piuttosto oscuro -per noi che eravamo appena o non ancora nati- luglio dell’ottantadue. Con tutto il rispetto per icone come Rossi o Tardelli, forse è arrivato il nostro momento. “nostro” perché non sarà solo di chi scenderà in campo ma anche di tutti coloro che hanno voglia di girare sbronzi per strada cantando e sbandierando, di riesumare la vecchia cinquecento di papà che ancora porta i segni di quell’ultimo mondiale vinto, di farsi contagiare da questa folle epidemia che tocca tutto e tutti, insomma di vivere - Nannini docetun’unica ed indimenticabile estate italiana.

L’éléphant prodige
di Erika De Bortoli
L’enfat prodige…- mi correggerete voi…- No, no…proprio l’éléphant. Forse, quanto meno ci farebbe piacere, il calembour piacerebbe a Paolo Conte, che con le parole e con il francese ci gioca piuttosto bene. Éléphant perché a me sembrano una mostruosità questi bambini che fanno tutto bene e lo fanno subito. Mostri loro e gli adulti che li celebrano. Mostri in sé stessi perché non godranno di spazi per riposare e sbagliare. Mostri perché non possiederanno una corretta visione della realtà e della normalità. Mostri per tutti i bambini e i ragazzini che non reggeranno il confronto, per i genitori di questi che si misureranno con i genitori di quelli. Mostri per gli adulti che non riescono e non sono riusciti a fare lo stesso. Mostri perché c’è il rischio che non vengano considerate altrettanto straordinarie cose e persone che invece lo sono. È in questo senso che l’enfant si trasforma in un ingombrante quanto schiacciante éléphant. Certo cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, di prendere il meglio di quanto ci circonda perché è senz’altro lungo questa strada che costruiremo un futuro migliore, ma finiamola di paragonarci ed essere paragonati ad improduttivi quanto frustranti termini di confronto. Le personalità del secolo scorso che più ci sono state e ci sono d’esempio, a ben guardare, altro non hanno fatto che essere e difendere i più piccoli e i più fragili: Gandhi, Madre Teresa, Martin Luther King e con loro molti altri dei quali, forse, non conosceremo mai né l’impegno né il nome.

L’era del diritto (e la tassa di successione)
di Matteo Bertani Sono così giovane da godere mio malgrado di una serie di assodati diritti civili e non solo, che nei secoli dei secoli uomini molto più volenterosi e degni di menzione hanno conquistato con la lotta e a volte con il sangue, a tal punto che ormai, sempre mio malgrado, assisto sconcertato ad una continua e più feroce rivendicazione delle più insensate pretese sociali e non solo. Mi spiego meglio: una delle fortune dell’ormai defunto governo, tra le più reclamizzate e a furor di popolo condivise, è stata l’abolizione della tassa di successione. A me personalmente era subito palesata come una delle solite stupidità italiane, fortemente correlata a questa psuedocultura sociale, con forti connotati religiosi, nella quale la famiglia oltre ad avere un ruolo centrale e prioritario viene vissuta come stato di diritto, con tutto ciò che questo comporta. Cosicché ciò che prima era di mio nonno è ora di mio padre ed unito a ciò che in più era suo, un giorno sarà mio. Indipendentemente dal fatto che tutto questo sia mai meritato, o ne si abbia davvero bisogno. Chiunque si veda piovere dal cielo qualunque grande o piccola fortuna, per rispetto di chi questa fortuna non la può avere, abbia il dovere di condividerne almeno una parte con la società. Naturalmente in maniera equa e ponderata. Purtroppo è sempre una questione di cultura e senso civico. Forse per questo chi oserà reintrodurre tale norma probabilmente presto perderà la poltrona. Ma si sa. In democrazia il popolo è libero di scegliere. Meno male.
Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 333.1950756 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 11 - Numero 31 - 8 giugno 2006 - Il giornale degli Universitari Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti.
Direttore responsabile: Marzio Remus Vicedirettore: Alberto Bianchi Tesoriere: Rossana Usai Webmaster: Alessio Palmero Aprosio Redazione: Anna Baracchi, Roberto Bonacina, Lorenzo Costantini, Maria Luisa Fonte, Pietro Minnini, Luna Orlando, Walter Patrucco, Ilaria Picchi, Francesco Rossella, Elisabetta Rossi Berarducci Vives, Alberta Spreafico, Dora Paola Sposato, Cristina Sivieri Tagliabue, Suhartati Valtz, Nicola Cocco. Disegni: Federica Bertoncini, Raffaele D’Angelo, Nemthen, Rossana Usai Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 4000 copie. Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Fondi Acersat “Inchiostro”: 8.000 Euro.

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SARA CATENACCI - Lettere e Filosofia - Corso di Scienze dei Beni Culturali - (III Anno)