Il giornale degli Universitari

La storia si ripete
Non passa mese, giorno, ora senza che qualcuno ci chieda di andare a votare. O di non andarci. Sì, in Italia funziona così: meglio non andare a votare che “rischiare” di far passare un sì. Non siamo un paese civile come la Francia o l’Olanda, che hanno appena espresso il loro parere sulla Costituzione Europea (Alberto Cremonesi ne parla a pagina 3, ma Inchiostro ne ha già parlato nel numero 4 e nel numero 14; rispolverateli!), anche per dire “no”. Siamo noi italiani sbagliati oppure sono le nostre leggi? O semplicemente votiamo troppo? Vi ricordate il primo numero di Inchiostro della “nuova gestione”? Si parlava di elezioni, quelle universitarie, e ad un anno da esse le varie associazioni ci hanno rendicontato il raggiungimento dei loro obiettivi (volate a pagina 5 se siete interessati; ovviamente manca il parere di Azione Universitaria, ma ormai ci siamo abituati). Nello scorso numero, invece, erano i rettori a farla da padroni... e come si sceglie il nuovo rettore? Elezioni, ovviamente. Ma passiamo ad altro. Il 12 e 13 giugno siamo tutti chiamati a votare (o non votare) per la modifica di alcune parti della legge 40/2004: Nicola, Mattia, Emma e Stefania ci danno una loro opinione in proposito, per il sì, per il no, e per il non voto. Ma è veramente legale incentivare al non voto? Ma non dovevamo passare ad altro? Sono molte le domande senza una risposta; forse dovremmo cercare di non farcene troppe, come i medici della Fondazione Corti, che da anni oramai lavorano senza sosta in Uganda, combattendo contro malattie, povertà e guerra: Inchiostro ha intervistato per i suoi lettori Dominique Corti, la dottoressa italiana che sta portando avanti quest’opera umanitaria. Ma non è tutto Uganda quel che sembra. Girovagando sulla rete in cerca di notizie sul paese, mi sono imbattuto nel sito internet dell’Università Makerere (www.makerere.ac.ug), e sono stato qualche minuto ad osservare cosa si studia, come si vive. All’inizio non mi rendevo conto che stavo facendo una cosa impensabile per Pavia: ero un navigatore estero (rispetto all’Uganda, ovviamente) e riuscivo a leggere quelle pagine. Provate ad andare sul sito dell’Università di Pavia ed immedesimarvi in uno straniero. Qual è

Anno 10 - Numero 20 - 10 giugno 2005 - Distribuzione gratuita

Una legge per la vita?
la prima cosa che fareste? Cercare la bandierina inglese... che non troverete mai! Quando ci penso non so se ridere o piangere: l’Università di Pavia non ha ancora capito che internet va al di là dei confini. Proviamo a dirglielo... Cari signori che state lassù, che governate l’ateneo pavese: oltre all’Italia ci sono un sacco di altre nazioni, e oltre all’italiano ci sono un’infinità di altre lingue. In particolare ne esiste una che è particolarmente diffusa e che si chiama inglese. Proprio quella, sì, quella su cui ogni persona iscritta all’Università di Pavia prima o poi fa un corso con relativo esame. A questo punto mi faccio una domanda: il problema è lassù o nei corsi di inglese? Alessio Palmero

In questo numero...
Ma se l’accaduto era tutta una messa in scena, come mai da quella notte i sette membri della redazione scomparvero nel nulla? Quattro passi nel mistero: il Cicap tra storia e leggenda, pagg. 6-7 Che società è quella che ha bisogno di eroi per insegnarci a “fare quello che dobbiamo fare”? Italia “usa e getta”, pag. 3 Ma perché la donna non è più in grado di rivestire il proprio ruolo? Di essere donna e non una copia dell’uomo? Dove sono finite le donne?, pag. 2 Le tradizioni dell’Irlanda ci spronano verso un mondo spesso mistico e irreale, fantastico e inverosimile, ma affascinante e stimolante. Il viaggiatore, pag. 10

Prendi una frase più o meno celebre dalla poesia, dalla prosa, dalla fiction e rielaborala, correggila, emendala! Puoi vincere fantastici premi: vai a pagina 4!

Concorso “Celebri facoltà”

La Redazione di Inchiostro ha predisposto sul nuovo sito internet la possibilità di lasciare un commento per ogni articolo che viene pubblicato sul giornale.

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Concorso letterario per gli studenti pavesi a tema libero e a partecipazione gratuita. Per il bando completo e i premi naviga sul sito di Inchiostro, http://inchiostro.unipv.it.

Inchiostro a volontà

Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

Il giornale degli studenti universitari

Intervista alla dott.ssa Dominique Corti
a cura di Nicola Cocco, Francesca Podavini, Liliana Praticò, Marzio Remus
Anche quest’anno, nel corso della conferenza Medicina d’avanguardia nella savana: un sogno divenuto realtà, organizzata dal “Coordinamento per il Diritto allo Studio” il 9 maggio, la dottoressa Dominique Corti ha portato a Pavia la testimonianza del “Lacor Hospital” gestito dalla fondazione onlus “Piero e Lucille Corti” in Uganda. L’abbiamo intervistata per Inchiostro. Qual è la differenza principale che esiste tra il terzo mondo, di cui l’Uganda fa parte, e quello che una volta si chiamava il primo mondo, qual è l’aspetto specifico più importante che poi determina anche gli altri? Se devo sceglierne uno in particolare, vorrei dire la povertà, ma la povertà è una conseguenza. Ribalto la domanda: la cosa che più farebbe la differenza è fornire a tutti un’educazione, soprattutto ai bambini e alle donne. È di gran lunga il fattore meno costoso e di maggior impatto su tutto il resto: per le donne imporre un'educazione a livello di scuole medie superiori significa automaticamente innalzare l'età dei primi rapporti, allontanare l'età del primo figlio, allungare il tempo tra un figlio e l'altro, migliorare lo stato di salute e il reddito della famiglia. Solo con questo! Oltre a tutti i benefici dell'educazione di per sé: miglior conoscenza, possibilità di lavoro, qualità igienico-sanitarie… Nello specifico dell'ambito sanitario quali aspetti differenziano di più la realtà dell'Uganda dalla nostra? Loro sono nella stessa situazione in cui eravamo noi 200 anni fa: le malattie che oggi causano morte prematura, come allora, sono le malattie infettive. Poi qui da noi il drammatico miglioramento della sopravvivenza si ebbe prima della scoperta degli antibiotici. Cosa è successo? C'è stato un miglioramento delle condizioni economiche: la gente aveva più cibo, alloggi migliori, meno sovraffollamento. In Uganda è lo stesso. Se si potesse raggiungere un minimo di miglioramento delle condizioni igieniche e di vita, con pochissimo si otterrebbe moltissimo. Un'altra cosa che fa riflettere è il problema della tecnologia: la sanità costa sempre di più. Ma gli standard non possono che essere gli stessi, non si può avere una sanità di serie A e una di serie B. Questa rincorsa all'ipertecnologia sempre più costosa è un macigno in più sulla schiena dei paesi poveri, perché è diventato più difficile arrancare dietro al mondo ricco. Quindi da un lato una sanità più costosa è negativa, dall'altro è positiva: si riescono a fare cose che una volta non ci si sognava di fare. Tutto questo implica anche che ci sia del personale tecnicamente specializzato. Qual è il livello della loro formazione della classe medica e tecnica ugandese e cosa fa il vostro ospedale in quest'ambito? Noi abbiamo sempre avuto medici neolaureati che dovevano fare il loro tirocinio obbligatorio, ed il confronto con i medici italiani è sempre stato estremamente positivo. Gli Ugandesi hanno una Università storica, quella di Makerere. Era uno dei punti forti dell'Impero britannico, c'erano moltissimi studiosi internazionali. Loro avevano ed hanno ancora il sistema dei visiting professors inglesi e americani convocati per l'esame finale di laurea; gli studenti escono molto ben preparati. Non è il livello tecnico il problema; il problema è tutto ciò che permette loro di fare ciò che devono fare: in un ospedale come il nostro nulla potrebbero se non arrivassero i fondi dall'Italia. Anche i tecnici sono bravi. Quello che manca loro è pensare in maniera strategica, pensare il futuro: stiamo cercando di modificare questa mentalità. Quindi voi fate una formazione specialistica sia per i medici sia per i tecnici? Sì, per quello che riusciamo a fare. Di certo non iniziamo una cosa se non siamo sicuri di poterla mandare aventi negli anni. E i viaggi all'estero di formazione come quello di Santo (tecnico presente alla serata ed attualmente in Italia per un periodo di formazione, ndr), sono rari oppure frequenti? Sono rari, perché soprattutto per i medici è fondamentale che vadano a studiare dove ci sono situazioni professionali che ritroveranno in futuro. E poi il corso di specializzazione li estirpa per troppo tempo: quando arrivano in Italia hanno uno shock per il paese, per la lingua; per loro è molto faticoso. Durante la conferenza è emerso l'aspetto “anomalo” dell'ospedale di Lacor, una realtà quasi d’eccellenza in un paese “critico” come l’Uganda. Come è stato possibile creare tale anomalia? La continuità in primis: è molto difficile riuscire a mandare avanti un progetto a lungo termine se ti affidi su personale rotante. Poi i miei genitori avevano una chiara idea di quello cui volevano arrivare, ma non di come arrivarci. Avevano dei punti fissi: la miglior sanità possibile al minor prezzo possibile; la dedizione al malato. I miei erano molto severi nei confronti del personale che non andava incontro alle necessità del paziente, che venivano prima di ogni altra cosa. Nella conferenza si è parlato dell’apertura di una nuova Facoltà di Medicina nel Nord dell’Uganda: è un indice di sviluppo? Il Paese migliora? Il resto del Pese è in una fase di crescita economica graduale e continua. La situazione nel Nord è incomprensibile: il gruppo che prima era al potere da movimento di resistenza armata è degenerato in una specie di follia pseudoreligiosa: si chiama “Esercito di liberazione del Signore”. Dicono che conquisteranno il Paese, che imporranno la legge dei dieci comandamenti… Le loro azioni notturne hanno un forte impatto sulla popolazione locale. Di giorno c’è gente sulle strade, nei villaggi, che va e viene, tutto normale. Poi c'è la notte... Se c'è sviluppo ci deve essere controllo del territorio… Non c'è! Esiste il presidio: città presidiata, sviluppo; fuori, terra di nessuno. È incomprensibile. Soffrite anche voi, al Lacor HoL’Aula del Quattrocento durante la Conferenza spital, la difficoltà di accesso alle cure? Per far fronte a questo problema abbiamo fatto delle rette per il paziente a costo onnicomprensivo già noto. Il problema in Africa è che sono talmente poveri che il solo andare in ospedale può essere troppo costoso. Se è un ospedale statale le cure sono gratis (non tutte, in realtà), ma in un ospedale privato il prezzo sale, la gente può perciò decidere da casa di non andare neanche a farsi curare per paura di essere rovinata economicamente. Allora sapere in anticipo cosa dovrà pagare permette l'accesso ad una persona che non è sicura di farcela. Oltretutto sanno che a Lacor se i soldi non li hanno li curiamo lo stesso... Il rapporto con le autorità locali com'è? E quello con le altre organizzazioni umanitarie? Il rapporto con il Governo centrale è buono. Con i governi locali è meno buono, perché un ospedale come il Lacor dà fastidio: è fuori dalle loro mani e non solo riesce a trovare tanti fondi per conto suo, ma addirittura ottiene fondi dal governo ugandese… In un certo senso l'ospedale distoglie fondi che, secondo i locali, dovrebbero finire a loro. Da qualche anno abbiamo una politica di cooperazione, per far capire che è anche nel loro interesse avere un ospedale come il nostro, perché prima o poi questa delega di fondi alle regioni sarà condizionata all'attività fatta, ed allora avere un ospedale come il Lacor garantisce automaticamente di essere ai primi posti nella classifica nazionale. Per quanto riguarda le organizzazioni, in realtà si collabora pochissimo... Sono organizzazioni che, in genere, si occupano di emergenza: campi profughi, bambini-soldato, orfanotrofi. Però hanno pochissimi assunti locali, con fondi che arrivano perché il Nord Uganda è stato riconosciuto come zona di emergenza. Un messaggio finale per chi ci sta leggendo. Adotta un'associazione; però seguila, studiala bene, non dare i soldi al primo venuto. Al giorno d'oggi la cosa che funziona di più è l'“emozione”, una boiata pazzesca, evanescente per sua natura, finisce subito, in genere ti delude, lasciala perdere. Valuta le cose sulla base dei dati. Misura le cose sulla base di un risultato: tu come donatore hai diritto ad avere il bilancio dell'associazione. Poi magri non lo capisci, ma intanto chiedilo; e se te lo danno subito è un fatto positivo.

Dove sono finite le donne?
di Emma Mottarella
Recentemente mi è capitato di partecipare ad una festa di addio al nubilato. Incerta fino all’ultimo momento, alla fine, dopo l’interessamento “presunto” della futura sposa alla mia presenza, ho deciso di accettare l’invito, più per senso dell’obbligo e per evitarne uno di colpa che non per un reale interesse. Questo forse perché ero consapevole di quello cui sarei andata incontro. Premesso che l’unica “donna” che conoscevo alla festa era la futura sposa, e che questo avrebbe potrebbe aver contribuito in parte al mio “leggero” senso di estraniamento; la mia domanda è: dove sono finite le donne? Non è di certo una novità, per nessuno, il contenuto di queste feste… in cui il vero protagonista (invece di quella che probabilmente in maniera troppo scontata) dovrebbe essere la sposa, è invece il “cazzo” (chiedo scusa per il termine, ma è proprio la volgarità a farla da padrone). Esatto, proprio così, si passa da cazzi di marzapane sulle torte, a salvadanai a forma di cazzo, a cazzi da mangiare, mordere, tagliare, succhiare, schiacciare… e mentre la festeggiata apre questi preziosi e personali e sentiti e profondi regali, intorno le amiche si esibiscono in applausi, urla, grida isteriche e battute degne di una volgarità da censura. Ma no! Sono io che ho un modo di vedere le cose sbagliato! Sono io che non sono più (o non ancora) capace di divertirmi, che sono all’antica, che mi scandalizzo… sono io che a ventitre anni vivo ancora in un mondo di bambina asessuata! Questi almeno i commenti più che evidenti letti sulle labbra e negli sguardi delle invitate… Io non so nemmeno più che dire! Ma perché la donna non è più in grado di rivestire il proprio ruolo? Di essere donna e non una copia dell’uomo? Dalla mia profonda “ignoranza” e “inesperienza di vita” (come definita dalle galline di quella festa, ma che purtroppo non si incontrano solo là…) sono convinta che due tra i pregi migliori delle donne sono la capacità di creare intimità e la dolcezza! Dove sono? Dove sono finite? Perché le donne vogliono essere uomini? E forse gli uomini non sono nemmeno così volgari nel loro lato più volgare. Ci credo che l’uomo si senta sempre più insicuro! Se la donna ha voluto invadere quello che primariamente era il ruolo maschile, a lui cosa rimane? Attenzione! Non sto dicendo che l’emancipazione della donna sia negativa o sia un errore; assolutamente no! Ben venga anzi il fatto che anche noi donne possiamo realizzarci come persone! Ma a me sembra che si stia esagerando… perché non ascoltiamo quella che è la nostra natura e non lasciamo agli uomini quello che è loro, quello che è il loro ruolo e la loro natura? E perché non accettiamo il nostro? Ero già consapevole di questo, ma il viverlo così direttamente ha risvegliato in me questa rabbia. Non voglio certo dire che le donne non possono essere libere di usare il linguaggio che meglio credono, o di divertirsi come vogliono, libere da ogni condizionamento. Se, biologicamente e fisiologicamente parlando, l’istinto maschile è quello di una spinta verso l’esterno, all’agire, al fare, è anche vero che quello femminile si traduce in un’esigenza di indagare il proprio mondo interno, di introspezione. Perché annullare questa differenza naturale? La verità è che la dolcezza fa paura ed è diventata sinonimo di debolezza invece di capire che è una delle nostre “armi” più potenti!

Un alieno verde in città
di Marco Chemollo
Passando dal Parco del Castello a qualcuno forse è capitato di sentire degli strani versi, stridii diversi da quelli dei soliti rondoni e forse anche di scorgere una veloce macchia verde volare nell’alto dei rami dei platani. Sono piccoli pappagalli, più precisamente parrocchetti dal collare (Psyttacula krameri) che, fuggiti dalla voliera di qualche proprietario distratto, si sono ambientati e naturalizzati in Italia. Originari dell’Africa subtropicale sono ormai una presenza comune in molte città italiane, tra cui Genova, dove addirittura sono presenti popolazioni naturalizzate di almeno altre due specie di pappagalli. Prediligono le zone dei parchi cittadini e a Pavia hanno fissato la loro dimora nella zona del parco del Castello, caratterizzata da grossi platani con buchi adatti ad ospitare i loro nidi. Delle dimensioni di una tortora, coda lunga, verdi pisello con un buffo becco rosso e un collarino nero, i parrocchetti si nutrono delle bacche e dei frutti delle piante ornamentali esotiche dei nostri parchi urbani, assolutamente inappetiti dall’avifauna autoctona. Nella piccola popolazione di Pavia sono presenti anche individui mutati con un insolito colore azzurro cobalto. Mentre le femmine sono in cova, da noi tra aprile e maggio, i maschi si occupano della ricerca del cibo, che viene poi rigurgitato direttamente nel becco della compagna che così non si allontana mai dal nido. I parrocchetti depongono da 2 a 6 uova che vengono incubate per circa 3 settimane; l’involo dei giovani avviene a 6-7 settimane di età. Pur essendo una specie il cui ordine - gli Psittaciformi non ha nessun rappresentante in Italia i parrocchetti erano conosciuti nel mediterraneo già dal VI secolo, come testimoniano le raffigurazioni presenti nei mosaici di diverse chiese di Ravenna. In quanto specie alloctona però non vanno sottovalutati, dal momento che il loro impatto sulla natura locale non può essere previsto. Pare però che per ora i pappagallini siano confinati alla città (dove trovano un inverno mite che gli permette di sopravvivere e trovare cibo, spesso imbrancati con i piccioni) ambiente già completamente artificiale dove anche questi pennuti extracomunitari hanno saputo trovare il loro spazio.

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Il giornale degli studenti universitari

La Sputacchiera Italia “usa e getta”
di Nicola Cocco
Puah! Caro Luca, che sul numero precedente di Inchiostro usi la figura eroica di Nicola Calipari come quella di un santino che sia da esempio alle nostre vite, io mi chiedo: che società è quella che ha bisogno di eroi per insegnarci a “fare quello che dobbiamo fare”? È quella che vive in una “terra sventurata”, scriveva Brecht. E in questo hai dannatamente ragione, caro Luca: noi viviamo in una terra sventurata. E sventurato è il tuo meraviglioso moralismo, per cui dalle tragedie dovremmo ricavare l’impeto a migliorare nel nostro dovere. Mi spiace, io riesco solo a ricavare il dolore per l’assurdità di una guerra assurda, e il valore di un gesto che c’entra poco con la quotidianità del “fare quello che dobbiamo fare” noi; un gesto che ha a che fare con la Vita, il Coraggio, l’Amore. Ohibò, chi furono costoro? Puah! Pensavo che sarebbe passato un po’ più di tempo prima che sul caso Calipari calasse il sipario. Un sipario fatto di tende listate a lutto, certo, calato con tutti i crismi e gli onori che si devono agli eroi. Sulla facciata. Dietro alle quinte, il sipario fatto della solita materia fumosa e appiccicosa che cala su rapporti, documenti, processi, nomi, ogni volta che sulle questioni di politica estera italiana si stende la lunga ombra a stelle e strisce (praticamente sempre). Non voglio soffermarmi sulle responsabilità (macigni) che gravano sulle autorità italiane nel sacrificio dell’ufficiale del Sismi (a tal proposito vale l’analisi “tecnica” e spietata di Eugenio Scalfari su Repubblica del 01.05.2005). No, io voglio riproporre interrogativi noti e banali: che tipo di rapporto è quello che intercorre tra Italia e Usa? Come si è evoluto e configurato negli ultimi anni? Interrogativi noti e banali perché conducono a risposte scomode, che è comodo definire “ideologiche”, del tipo: “Tra Italia e Usa vige da sempre un legame di inquadramento ideologicopolitico, con ingerenze di per sé già pesantissime, che con l’impegno assunto in Iraq è divenuto addirittura di sottomissione gregaria”. Vassalli. Perché feudale è la gestione della guerra in Iraq da parte degli Usa. Ma cosa ci guadagna il feudo-Italia dalla partecipazione a codesta crociata? Protezione? Prestigio internazionale? Un posto nel paradiso dei difensoriesportatori di democrazia? Nella gestione del caso Calipari, i nostri signori hanno prima cavalcato l’onda dell’indignazione nazionale, la promessa di giustizia, a testa in alto verso l’imperatore. (A proposito, dov’è ora quell’unità nazionale? Oh, è impegnata per la Cantoni rapita a Kabul… No no, ci sono i 4 caduti con l’elicottero, poveracci…) Poi, man mano che venivano a galla le magagne squisitamente italiane, la superficialità, il dilettantismo, l’ignoranza della politica estera “co ’a pummarora ’n coppa”, sono corsi ai ripari: il dominus Berlusconi ha parlato di differenze inequivocabili tra il rapporto del Pentagono e quello del Sismi, ma si tratterebbe di due “verità soggettive” che pertanto non sono giudicabili da “nessun arbitro”. Insomma, termini da disputa medievale per dire “Ok, Calipari è un eroe, gli americani dei bastardi, ma noi dobbiamo pararci il culo e non farli incazzare”. Alla fine, Calipari rimane uno dei tanti uccisi “dalla guerra”, la sua giustizia sacrificata alla “salda amicizia” con gli Usa. Due volte vittima. Come le tante altre vittime di questo rapporto anomalo Italia-Usa, vittime il cui lutto ha il nero sbiancato delle miriadi di omissis su documenti ufficiali e atti giudiziari (oltretutto ora con gli omissis si può bellamente giocare con l’Acrobat, a quanto pare…): Cermis, Cia e strategia della tensione… Puah! No, non bastano le scuse per la morte di Calipari, come richiesto dall’opposizione. Ci vogliono i colpevoli, ci vogliono le teste che cadono (quelle alte e con la pappagorgia dei generali, non quelle smunte dei ragazzotti messi ai posti di blocco a giocare coi mitra). Ma l’ingerenza americana sulla vita politica italiana non risparmia certo la sinistra: come si spiega un D’Alema che parla a ruota libera di “guerra giusta” e di democrazia esportabile “anche con la forza”? E vabbe’ che D’Alema è D’Alema e sta pure invecchiando, ma da qui a fare il Bush coi baffi… Puah! Ma allora qualcuno mi spiega il significato di Nassiriya? Pochi giorni fa altri 4 morti italiani, altri 4 eroi caduti sotto i colpi… dei granellini di sabbia di una tempesta. Vittime della terribile assurdità di una missione che di pace non aveva i presupposti e, purtroppo, non sta avendo gli esiti. 32 morti dalla fine del 2003. Ma gli italiani sono in Iraq in missione di pace, per carità. Sarebbe blasfemo, “banale” cercare di indagare ed approfondire gli interessi e le pressioni dell’Eni & C. su tale missione. “Eccone un altro che vede nel petrolio il nuovo demonio”. Beh, del demonio ha tutto: è nero, viscido, affascina i potenti, tenta… Puah! “Il solito antiamericanismo”… Ebbene sì, sono antiamericano, se “Americano” è il sistematico condizionamento della vita politica interna ed estera dei paesi in posizione di inferiorità economica e militare (e di “attributi” sulle scena politica internazionale), con mezzi leciti e illeciti. Ma soprattutto sono anti-italiano, se “Italiano” è il sistematico accettare questo stato di cose in nome del quieto vivere e della realpolitik (che oggi è sempre più “real-economik”). Puah! Prima ponevo il problema del vero cui prodest della missione italiana in Iraq. Beh, da antiamericano e anti-italiano senza peli sulla lingua, vi chiedo: quanti barili di petrolio (cioè quante tonnellate di “peso” internazionale) valgono 32 medaglie al valore (che oltretutto non sono neanche previste per i caduti in missioni di “pace”)? Puah!

E se non fosse solo un’utopia?
di Alberto Cremonesi
Delusione è l’unica parola per esprimere il sentimento provato lo scorso lunedì mattina, dopo la bocciatura della Carta Costituzionale europea da parte della Francia. Sentimento che ancora brucia e che è ben presente in molti di noi. Sì, perché ho passato lo scorso lunedì leggendo e-mail di amici francesi che si “scusavano” per l’esito del voto, e scrivendo loro cercando di rincuorarli. Sono ragazzi che come me hanno avuto la fortuna di vivere quest’Europa, ragazzi che come me hanno creduto - e credono tuttora - alla possibilità di essere cittadini di un’unica realtà sociale e politica, l’Unione europea. Quel che brucia di più, però, è sapere che il voto francese non rispecchia il vero volto dell’Europa, quello fatto di persone. Fa male vedere che ha vinto ancora una volta il pregiudizio, la mentalità conservatrice che non permette alcun tipo di cambiamento, che non sa guardare lontano. Di scuse ne sono state avanzate tante, dal sentimento xenofobo (perché di ciò tratta) all’impoverimento che l’Euro ha portato nelle famiglie, alla necessità di mantenere le tradizioni nazionalistiche che ci differenziano e ci caratterizzano. Non si può negare la verità di fondo di alcune di queste preoccupazioni – alcune delle quali però strumentalizzate - né ci si può nascondere dietro la scia di una forte utopia. L’Euro… il caroprezzi non è tutta colpa sua: la moneta è solo uno strumento. La colpa è forse un po’ anche di chi ne ha approfittato. Ma se non ci fosse l’Euro – non lo si dice mai! – a quali cifre arriverebbe l’interesse per il debito pubblico che ogni anno l’Italia deve pagare? Abbiamo già dimenticato l’inflazione della Lira, quell’inflazione che aumentava ad ogni minimo sussulto del mercato? Voglio però sperare che nessuno creda di poter ridurre la questione di un europeismo maturo solamente in termini economici. Tuttavia, ad una Europa più debole corrisponde, per forza di cose, una moneta più debole, fattore che va a solo vantaggio del tanto temuto “straniero”, nello specifico America e Cina. Ma c’è davvero chi crede che la singolarità, contrapposta alla pluralità di culture che si intrecciano e arricchiscono vicendevolmente, possa essere un valore positivo? Sottolineo l’utilizzo della parola “pluralità”, e non “coacervo”, perché essere uniti non significa assolutamente essere uguali. Mi torna alla memoria quel giorno dei primi anni ’90 quando, studente della quinta classe elementare, ho salutato con i compagni di scuola il giorno dell’Europa unita; non ricordo quasi nulla dell’evento, e sono sicuro che allora non fossi neanche cosciente di ciò che stava avvenendo, ma non posso dimenticare la grande euforia guardando quelle sventolanti bandiere blu piene di stelle. Pochi giorni fa, ho assistito, in due diverse occasioni, alla presentazione di un libro intitolato “Operazione Europa”, chiaramente a sfondo europeista, organizzate, senza volerlo, prima e dopo il referendum francese; data l’importanza dell’evento, era scontata la presenza di personalità di rilievo, come il Dott.Santaniello, direttore della Commissione Europea - Rappresentanza a Milano. La gioia e l’entusiasmo della prima volta si erano trasformati sul volto di quell’uomo in scottante delusione e stanchezza al secondo appuntamento; immagino solo cosa possa aver provato l’indomani, a seguito del no olandese, perché l’Europa non è un sogno che appartiene solo a giovani utopisti che non danno peso alla realtà dei fatti o che mancano - come sempre più spesso accusati - di impegno sociale. Sartre affermava: <<l’inferno sono gli altri>>; ma gli altri chi sono? È davvero ancora possibile, nel pieno del nuovo millennio e in una società sempre più globalizzata (che piaccia o meno), tracciare linee nette di confine fra popoli e culture? Se si perseguono interessi differenti, c’è il rischio di una competitività che potrebbe sfociare in inutili conflitti: e una guerra, credo, costa molto di più di un bilancio comunitario. Inutile piangere sul latte versato adesso; a chi ha votato contro un’Europa unita, a chi crede di stare meglio da solo, a chi ancora si opporrà per fare in modo che questo grande progetto mai si realizzi, a chi è scettico verso un futuro da vivere insieme, mi permetto di suggerire un’idea che anch’io, a mia volta, ho adottato: e se i giorni migliori dovessero ancora venire?

(Bielo)russia con amore
di Bonač
Non so davvero da che parte incominciare, quando parlo della Bielorussia. Forse perché amo troppo – di un amore riflesso, perché ancora non l’ho visitato, ma comunque profondo – questo paese (una pianura incastonata tra la fertile terra nera ucraina e le repubbliche baltiche, fra la Prussia polacca e la Russia); forse piuttosto perché la vita, in Bielorussia, passa sotto silenzio. Quanti, infatti, sanno che alla presidenza (dittatura?) della Repubblica di Belarus’ siede Aleksandr Lukašenko – padre-padrone della patria, il quale ha ottenuto (con metodi plebiscitari) un terzo mandato (“rimodellando” la costituzione del paese su di sé) approfittando della “distrazione mondiale” durante i giorni tragici di Beslan’ –, e che un articolo del genere verrebbe censurato su di un qualsiasi “Inchiostro” bielorusso? Credo pochi, purtroppo; recentemente si è scelto di parlare soltanto del “blocco delle modelle” e di tacere, ad esempio, sulle funeste prospettive di sviluppo del paese – il disinteresse dell’opinione pubblica è elevato, e favorito anzi dall’agire “in sordina” del nostro eroe. Il quale Lukašenko (una sorta di novello ed ultimo Stalin d’Europa, come lo definiscono le opposizioni politiche – opposizioni messe fuorilegge, ovviamente – , e “ultimo dittatore d’Europa” come ha ribadito Condoleeza Rice lo scorso maggio) si è assicurato l’appoggio della “sorella maggiore”, la Russia – con la quale è unita ora in un commonwealth a due, quasi una rievocazione sovietica – , per fronteggiare il pericolo (sempre più vicino, vista l’aria che tira in molti dei territori della fu CCCP) di disordini e moti di piazza, magari benedetti dallo scomodo pungolo d’oltreoceano. A tutto ciò (che già mi parrebbe ben più che sufficiente) deve essere sommata la sorte, inclemente ed implacabile con questo paese e con il suo popolo. A nessuno è sconosciuta l’esplosione nucleare di Černobyl’ (26 aprile 1986), la quale – pur trovandosi la centrale in territorio ucraino – ha depositato il 70% circa del fall-out radioattivo proprio in territorio bielorusso, soprattutto nella provincia mediorientale di Homel’ (Gomel). Così, la Bielorussia sa di aver davanti secoli di massiccio inquinamento nucleare dentro sé, come un malato che si senta rodere dal cancro e che debba – nonostante questo lancinante impedimento – tenere alto il capo e continuare a marciare nella bufera. Insomma, quando parlo di Bielorussia so di parlare di una realtà difficile; ma so che, nonostante tutto, essa è dotata delle risorse necessarie al proprio riscatto – qualcosa che deve partire dall’interno, per quanto sarebbe doppiamente colpevole che noi si continui a fingere di non vedere, di non sapere, di non potere. La gioventù bielorussa e l’intelligencija del paese sono contro Lukašenko, il quale ha potuto conservare il potere grazie al voto degli anziani – nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio” sovietico, quindi ben disposti a confermare la propria fiducia al presidente. A queste forze fresche sembra mancare il coraggio di far “traboccare il vaso”, anche se credo che i recenti moti – specie quello ucraino – hanno la potenzialità di accendere la miccia. Inoltre, affrontando la questione dalla prospettiva geopolitica, la nuova Europa a venticinque – la quale confina direttamente con la Repubblica di Belarus’ – e la NATO non vorranno esimersi dal tentativo di sottrarre all’influenza russa questo prezioso territorio, il quale – essendo l’unico cuscinetto interposto fra i due sistemi – appare un

Il presidente francese Chirac e quello tedesco Schroeder

Aleksandr Lukašenko

decisivo avamposto, sia in prospettiva di difesa che di penetrazione ideologica in territorio “nemico”. I veri problemi sono due. Il primo, non risolvibile se non con cure palliative, concerne l’inquinamento nucleare del territorio, per la bonifica totale del quale bisogna attendere i tempi naturali del semidecadimento degli elementi presenti (soprattutto iodio 131 e cesio 137, responsabili del preoccupante e prepotente aumento dei casi di tumore e di anomalie genetiche); il secondo e decisivo – potrebbe essere un “falso problema”, ma esso è purtroppo un problema concreto di mentalità – riguarda il popolo bielorusso stesso, e la sua volontà di agire per sé e per la propria libertà: agli occhi delle donne e degli uomini di quel paese (penso ancora una volta alle giovani generazioni in particolare) deve sicuramente apparire più facile e conveniente – perché così è, inne-

gabilmente – lasciare il paese (quando il pesantissimo iter burocratico, costruito ad hoc per impedire la fuga delle forze attive e vitali, lo permette) e ricominciare tutto in un'altra parte di mondo, piuttosto che lottare per costruirsi in patria quel piccolo paradiso che già esiste fuori dai propri confini nazionali. Invece la Bielorussia ha bisogno dei propri figli – gli unici che possano garantirle l’emancipazione e la rinascita – ed una nuova pagina della sua storia. Concludo, quindi, auspicando di poter un giorno vedere una nuova Belarus’, una Bielorussia figlia della volontà di affermarsi al di là di ogni contingenza negativa. Che la Bielorussia di oggi abbia sempre davanti agli occhi l’immagine del soldato senza nome che – pur ferito – si scaglia con ardore contro il nemico nella battaglia: è il suo sangue che colora la storica bandiera nazionale.

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Il giornale degli studenti universitari

Concorso “Celebri facoltà”: intervista al prof. Veca
di Marzio Remus
Inchiostro: Può spiegarci l’innovazione della campagna di notorietà del nostro Ateneo? Il passaggio dall’isola felice alle frasi rivedute e corrette dagli studenti? Prof. Veca: Vi è ormai da alcuni anni una tendenza di molte Università a vendere immagine nei modi propri della pubblicità a carattere competitivo. Oggi è diventato uno standard la percezione che abbiamo avuto noi: il C.O.R., io come Prorettore alla didattica, è stata che “l’Isola Felice” aveva raggiunto i suoi risultati. Si voleva dire: tu, studente, per contrasto, qui a Pavia hai delle specificità che altrove non trovi. Ma l’innovazione si era stabilizzata, era diventata uno standard; bene, io penso che quando ciò accade sia necessario rischiare, cambiare registro: comunicare l’Università in un altro modo, rendere esplicito il fine ultimo. I: Un’esigenza d’innovazione? V: Sì, diciamo di sì. Questa esigenza è stata poi tradotta dai creativi nell’idea di mettere gli studenti al centro dell’Università. Ma come fare? La logica di questa nuova campagna sta proprio nel voler dire: “tu studente vieni a Pavia, dove noi c’impegniamo a che tu, studiando qui, possa non solo studiare qualcosa ma anche imparare ad usare la tua testa per ragionare in maniera autonoma”. I: Il problema è come concretizzarlo. V: Tutto questo, infatti, si è tradotto nell’idea di prendere frasi più o meno celebri, dalla letteratura, dalla prosa, dalla fiction, se vogliamo quasi un gioco creativo molto affascinante, e di rielaborarle, correggerle, emendarle Allora ecco che si spiega la frase scritta in nero e la correzione in rosso da parte dello studente, ricordo la prima frase: “del doman non v’è incertezza”, poi ve ne sono altre che avrete visto in Università. I: Sì, ad esempio quella di Oscar Wilde sulla gioia di studiare. V: Sì, quella non è male. I: Si merita. L’importante da questo punto di vista è che gli studenti d’oggi provino, si arrischino a salire in cattedra. Qualcuno di noi, forse, domani sarà un professore. V: Questa idea comunica un'altra idea. È un’Università, un Ateneo che dice allo studente: “tu qui ti puoi mettere alla prova e puoi cambiare, puoi anche rivedere con la tua testa, autonomamente, le grandi frasi ereditate. Tutto ciò significa apprendere. Imparare cosa vuol dire? Dalle elementari al post-doc significa essere in grado di padroneggiare qualcosa che non ti appartiene, qualcosa che non hai fatto tu. I: Usare degli strumenti culturali. V: Certo, ad esempio teorie scientifiche, repertori, vocabolari, cose che non hai fatto tu; come quando impari una lingua straniera. Il modello classico è appunto quello di quando impari una lingua, la lingua materna: il bambino impara un qualcosa che certo non costruisce. Quando uno studente entra all’Università e studia Fisica, piuttosto che Scienze Politiche, piuttosto che Geologia, impara dei modi di descrivere il mondo, di prescrivere sul mondo che altri hanno costruito prima di lui. Il problema nel nostro caso è mettere l’accento sulla capacità attiva e critica di persone che hanno le loro idee; senza l’esercizio dell’apprendimento tutti possono avere delle idee, ma non servono granché, passando, invece, attraverso l’esperienza della formazione, il contatto con la trasmissione del sapere tu allora sei in grado di mettere insieme il tuo padroneggiare una lingua e il tuo creare nuove frasi con quella lingua. L’idea è questa. I: È un’idea molto interessante, anche perché l’idea di descrivere il modo significa anche contribuire a costruirlo, a scoprirlo. Un giorno questi “descrittori” saranno dei “costruttori”. V: Certamente, queste sono world versions; sono versioni del mondo che noi costruiamo. Le costruiamo con materiali che troviamo, e la combinazione di questi materiali, in rapporto alla nostra capacità di descriverle, le modifica; si va avanti, non si può restare fermi. Nel nostro caso, invece di avere l’autodefinizione dell’Università che dice allo studente: “guarda che io… vieni da me che...”, c’è invece un invito allo studente e alla studentessa a mettersi alla prova nell’apprendere e quindi, oltre ad avere un aspetto passivo tipico di chi apprende, ad essere anche attivi e quindi correggere. Questa è l’idea. I: Sì, e noi d’Inchiostro la raccogliamo, e la lanceremo, come concorso, sul giornale. Un giornale fatto di parole scritte ed un concorso aperto a tutti gli studenti, dottorandi, specializzandi, in modo che provino a “correggere l’Università”. V: Ecco, io credo che l’idea del concorso che è venuta fuori interagendo traduce anche un’altra esigenza che riguarda l’intera comunità degli studenti, non solo quelli che noi riteniamo, speriamo siano nuovi studenti dell’Ateneo, ma anche tutti gli studenti che noi abbiamo. Ed allora attraverso il concorso ciascuno potrà mettersi alla prova, cercare frasi, modificarle: si metterà in moto, almeno è quello che io penso un processo creativo, partecipativo da parte degli studenti. Le cose, le idee che ne verranno fuori, potranno, a loro volta, diventare nuove cartoline, nuove locandine. L’idea è quella di creare un meccanismo che si autoalimenta, grazie al contributo degli studenti. Noi abbiamo il volano, però poi diventano veramente protagonisti gli studenti in quanto voi potete definire il modo con cui comunicare la propria Università.

Info day
una giornata da universitario
di Carlotta Campanini
Tanti ragazzi del liceo prima o poi si trovano a dover dare una risposta a quella fatidica e tanto temuta (almeno dalla maggior parte degli adolescenti) domanda: “Che facoltà andrai a fare una volta finito il liceo?”, con la conseguenza di sentirsi magari un po' sperduti quando, arrivati all’ultimo anno, hai la necessità di trovare un “motivo per andare avanti” che ti permetta di affrontare la maturità con la consolazione che “tanto l’anno prossimo farai...”. Come fa allora un povero liceale a scegliere tra la miriade di corsi di laurea del nostro ateneo proprio quello che gli darà la forza di affrontare la maturità, e che comunque indirizzerà almeno in parte il suo futuro? Accidenti, non è facile a 18 anni scegliere quello che farai (magari) per la vita! Proprio per questo motivo esistono gli info day, ovvero (come dice la parola) le giornate dell’informazione in cui ciascuna Università apre le porte a ragazzi di tutta Italia. L’info day del 2005 si è svolto lo scorso 27 aprile e ha visto la partecipazione di moltissimi liceali: come succede ormai dalla prima edizione i ragazzi potevano assistere a certe lezioni (infatti a causa delle dimensioni di alcune aule la partecipazione di noi maturandi avrebbe tolto, senza motivo, dei posti agli studenti universitari). Io stessa ho seguito la lezione di Letteratura tedesca del professor Spedicato. Credo che sia importante far conoscere in modo così diretto i nuovi metodi di studio e soprattutto il nuovo (agli occhi di un liceale) modo di tenere una lezione. Devo dire che anche l’organizzazione è stata efficente: infatti all’interno delle facoltà vi erano molti tutors che non solo accompagnavano i ragazzi alle lezioni ma erano anche disponibili a rispondere alle domande di tutti nello spirito dell'iniziativa "accogliere e accompagnare". Tale evento però è utile solo se hai già più o meno un’idea di quello che vuoi fare e interessa più che altro i maturandi. Per quanto riguarda tutte le altre persone interessate all'Università sarebbe forse più utile una maggiore "propaganda universitaria" presso le scuole. Capisco che fa piacere a chiunque saltare un giorno di lezioni, ma pensateci bene: quanto è stata utile per il vostro futuro quella "bigiata"? Non sarebbe meglio conoscere i corsi di laurea, le discipline trattate e tutto il meccanismo dell'ateneo in generale prima di assistere alle lezioni? Una critica però che mi sento di fare riguarda il materiale informativo. Avete presente quei libretti che illustrano i vari corsi di laurea? Ecco a me sembrano un po' poveri (soprattutto in confronto con quelli di altri atenei), dicono solo l'essenziale e rimandano praticamente tutti ai vari link del sito dell'università. Va bene che ormai tutti abbiamo internet, ma allora tanto vale non stamparli più… Infine un ultimo accenno alla prossima iniziativa del COR : "Porte Aperte all'Università"che si terrà in data 19 luglio 2005 dedicato non solo ai "neo maturi" e alle loro famiglie, ma anche a coloro che hanno appena preso una laurea di primo livello e stanno cercando una specializzazione. La mia impressione è stata comunque positiva e spero che il COR e tutti gli altri organi organizzativi continuino con questa iniziativa di avvicinare i ragazzi dei licei al mondo universitario.

Radio Incontri
di Eleonora Lanzetti
Intervista ad Andrea Taccani, responsabile e conduttore del programma radiofonico per studenti universitari “PaviaLiveU”, sul grande successo della manifestazione “Radio Incontri” tenutasi a Riva del Garda dal 19 al 21 maggio. Inchiostro: Andrea, hai partecipato a “Radio Incontri”. Vuoi spiegarci di cosa si tratta? Andrea: “Radio Incontri” è una manifestazione che mancava al panorama radiofonico italiano, che ha saputo coinvolgere numerose radio nazionali, e che ha dato la possibilità agli ascoltatori di interagire con coloro che “fanno” la radio. I: Che ruolo ha avuto PaviaLiveU nella manifestazione? A: Siamo stati invitati ad una tavola rotonda sulle realtà radiofoniche universitarie, così ho potuto presentare davanti a dirigenti di Radio Rai, Radio 24 e Radio Deejay il nostro lavoro. I: Quali erano le altre radio universitarie presenti a Riva del Garda? A: Hanno partecipato l’università di Verona con “Fuori aula network”, Trento con “Fuori corso”, Siena con “ Facoltà di frequenza”, Padova con “Radio Bue” e Teramo. I: Queste realtà sono tanto diverse da quella pavese? A: PavialiveU è cronologicamente la penultima nata, l’ultima è “Radio Zammù”, ma non è così distante dalle radio più evolute. Per tutti c’è stato un punto di partenza, e anche il nostro programma arriverà in alto. I: Che vantaggi porterà questa esperienza al programma e all’Università? A: È nato ufficialmente il coordinamento nazionale delle radio e programmi universitari, che darà sicuramente prestigio alle università partecipanti, quindi anche all’ateneo pavese. I: Hai citato alcune radio molto conosciute del panorama nazionale come Radio Deejay; hai avuto l’opportunità di conoscere qualche personaggio di spicco? A: Ho realizzato numerose interviste (tutte presenti sul sito www.pavialiveu.com) a Linus e Albertino, a Massimo Cirri, Luca Soffri e Flavia Cercato di Radio 2 Rai, a Federico “l’Olandese Volante” di RTL 102.5 e a Kay Rush di RMC. Come se non bastasse ho avuto anche l’onore di essere intervistato in diretta su Radio Italia Network. I: Esperienza significativa e interessante che si ripeterà? A: Certo, siamo stati già invitati a partecipare ad altri incontri, ma ora non vi anticipo nulla. Alla prossima.

Il dito puntato Mille risorse...
di Matteo Pellegrinuzzi
L’Università di Pavia da qualche tempo può vantare un sistema informatizzato e automatizzato che dovrebbe rendere tutti i procedimenti burocratici molto più veloci, ma che non è di fatto ottimizzato come dovrebbe e, il più delle volte, non fa che ostacolare sia gli studenti che i dipendenti dell’ateneo. Lo studente dell’ateneo pavese rimane colpito dalla maestosità della nostra Università, vive tutti gli eventi e tutte le risorse che questa ha da offrire, specialmente ora che tutto è computerizzato, più semplice e veloce… No! È una splendida utopia… è vero che è tutto automatizzato, ma le cose si sono complicate: ogni studente ha un numero di identificazione chiamato matricola che gli viene assegnato all’atto dell’iscrizione, questo numero dovrebbe essere universale e servire da ogni parte all’interno dell’ateneo, ad esempio nelle biblioteche o nelle sale internet, per le registrazioni agli esami, per la carta ateneo… In realtà ogni biblioteca ha un suo preciso regolamento e necessita di una registrazione a se stante, quindi: una per lettere, una per la sezione spettacolo, una per il dipartimento di storia, una per quello di lingue e un’altra per scienze politiche; ancora un’altra per quella centrale. Ad esempio a scienze politiche occorre presentare il libretto la prima volta, mentre presso quella centrale occorre compilare un modulo per ricevere una tessera che ci mette anni a giungere… ma a che serve? Quando si presenta la domanda di laurea, sul modulo bisogna dichiarare di non essere più in possesso di alcun libro. Questa auto-dichiarazione è sufficiente dappertutto, tranne presso la biblioteca di lingue ove occorre compilare un altro modulo in cui si dichiara la stessa cosa. Ma non è una sola Università? E se dal catalogo OPAC si possono consultare tutte le biblioteche di Pavia (comprese quelle non universitarie), perché le biblioteche non possono scambiarsi le registrazioni rendendo il sistema universale? Lo stesso vale per le registrazioni agli esami, dove ogni facoltà ha una propria modalità, una propria registrazione e una propria password, quindi allo studente di lettere che deve sostenere un esame di scienze politiche occorre procedere ad una nuova registrazione sul server. Ogni studente ha a disposizione un indirizzo mail con password che viene fornito dalla segreteria. Non basterebbe allineare tutto sui parametri di questo indirizzo? Ci sarebbe anche meno lavoro per i bibliotecari e per i responsabili dei vari server se dalla segreteria, all’atto dell’iscrizione, si prevedesse anche la registrazione a tutti questi servizi con l’ausilio del suddetto indirizzo e-mail e password che diverrebbero universali. Così la carta ateneo diverrebbe uno strumento utile di identificazione, non solo per i terminali che non funzionano mai, ma per tutti quei servizi che richiedono una identificazione. Un’altra nota dolente riguarda le sale internet: l’aula 7 di scienze politiche, la sala di giurisprudenza e quella del san Tommaso richiedono ognuna una registrazione diversa per collegarsi dallo stesso, unico server, quello dell’università. Allora perché non entrare con il suddetto indirizzo email (o numero di matricola) e la famosa password che sarebbero già immessi nel sistema? Lascio in sospeso questa domanda, sperando che i progressi della tecnologia nei prossimi anni portino la nostra università ai livelli degli altri atenei europei… perché anche in questo siamo gli ultimi!

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Il giornale degli studenti universitari

Elezioni studentesche un anno dopo
A cura di Marzio Remus, con la collaborazione di Tito Tiberti, Giulio Pasi, Stella Maria Fabbiano, Franco Colomo e Matteo Bertani
Inchiostro ritorna dopo più di un anno a parlare d’associazioni di rappresentanza studentesca. Abbiamo, infatti, deciso di lasciare sul giornale uno spazio a tutte quelle che hanno voluto/saputo risponderci e, lieta sorpresa, sono aumentate: siamo riusciti a recuperare gli studenti di Cremona e i medici specializzandi che hanno recentemente ottenuto una loro rappresentanza nel Consiglio di Facoltà di Medicina e Chirurgia. Ci auguriamo che questo sia solo il primo passo verso un veloce riconoscimento delle istanze d’alcune categorie, che oggi, pur contribuendo in maniera sostanziale all’Universitas magistrorum scholarumque, non godono d’alcuna rappresentanza, o, dove presente, è veramente minimima, nei vari organi di governo: specializzandi, dottorandi, collaboratori linguistici, quanti di loro o per loro hanno avuto voce in capitolo nelle elezioni del Magnifico Rettore. Inchiostro appoggerà le vostre giuste richieste. Curioso è il confronto tra la rappresentanza di Cremona, dove gli studenti si riuniscono in una sola lista “civica” e Pavia, dove, invece,. oltre a qualche esperienza alternativa, vi sono tre liste, diciamo così maggiori, più o meno partitizzate, burocratizzate e politicizzate. Il fatto che più mi ha stupito, nel preparare il servizio, è stato scoprire che, in quel di Cremona, esiste un’assemblea degli studenti sovrana, cui i rappresentanti riferiscono ogni mese e che decide ciò che i rappresentanti devono fare. L’assemblea degli studenti decide poi chi degli eletti deve andare nelle varie commissioni incardinante all’interno del Consiglio di Facoltà. Ve l’immaginate una cosa del genere a Pavia? Città dove le varie liste spesso si scannano in base al numero dei voti, a sistemi proporzionali corretti, ricorretti, etc. etc. per ottenere il maggior numero di posti? Tale sistema sarebbe, penso, molto, molto divertente ed istruttivo sia per gli studenti sia per i rappresentanti (sicuramente per certuni che paiono più intenti a rappresentare loro stessi di altro...). Qualche rappresentante pavese di sinistra mi faceva notare che in fondo forse sarebbe meglio così, dato che, in quel di Pavia, esiste una segreteria di lista in cui alla fine due- tre persone decidono per tutti. Che dire sul lavoro di rappresentanza? Dal mio punto di vista il rappresentante ideale è quello che è sempre presente a lezione, parla con i suoi compagni, si domanda quali siano i reali bisogni dei propri colleghi, non solo in un’ottica di breve periodo, dovrebbe essere in grado di prendere decisioni difficili e talvolta impopolari, ma dovrebbe anche sapere che è il rappresentante di tutti gli studenti, non solo dei suoi amici, né tantomento di un singolo gruppo (basterebbe vistare l’homepage del parlamento inglese o statunitense e leggere il regolamento d’onore), dovrebbe avere quindi la capacità di portare avanti, ove gli sia richiesto dalla maggioranza degli studenti, domande sulle quali non si trova d’accordo. Insomma un bel lavoro. Nonostante i ripetuti solleciti non siamo riusciti ad avere l’articolo dagli studenti di Azione Universitaria, non sappiamo se per noluntas o per problemi tecnici. Come giornale degli universitari ci si rammarica solo di non essere riusciti a dare una visione completa ai nostri lettori, ci auguriamo di riuscire a fare di meglio la prossima volta.

Ateneo Studenti
Ateneo Studenti, sin dall’inizio, ha preferito lasciare da parte battaglie ideologiche, cercando innanzitutto un rapporto con i docenti. In consiglio di amministrazione, in particolare nella commissione diritto allo studio, abbiamo ottenuto numerose soddisfazioni. Finalmente sono stati introdotti, nei parametri per il calcolo della retribuzione studentesca, criteri di merito. In pratica se uno studente del triennio si laurea entro la prima sessione utile dopo l’estate è esonerato dal pagamento delle tasse per il primo anno della laurea specialistica. Qualora lo studente portasse a termine anche il biennio entro la prima sessione utile dopo l’estate, allora gli verranno rimborsate le tasse pagate per il secondo anno della specialistica. Sulla stessa linea d’azione, stiamo lavorando per attivare i famosi e ormai diffusi (in quasi tutte le università tranne la nostra) prestiti d’onore. I prestiti d’onore sono dei prestiti in denaro che alcune banche offrono agli studenti capaci e meritevoli, al fine di sostenere le spese sempre più consistenti che ognuno di noi incontra negli anni universitari. Pur trattandosi di un prestito e non di una borsa di studio, questo sistema porta un po’ di ossigeno al nostro maltrattato diritto allo studio. Inoltre il fatto che i soldi andranno restituiti dopo un anno che si sarà iniziato a lavorare, non può che responsabilizzare lo studente che richiede il prestito. Questo per quanto riguarda la nostra presenza in c.d.a., mentre sul fronte Consigli di facoltà stiamo lavorando per avvicinare tali organi agli studenti, creando, ad esempio, delle mailing list dedicate agli studenti, al fine di favorire un reale ascolto dei bisogni e delle esigenze degli studenti stessi. Non abbiamo qui lo spazio per elencare nel dettaglio tutto ciò che si è fatto o che si ha intenzione di fare, ed è proprio per questo che rinnoviamo ancora una volta il desiderio di dialogo con tutti gli studenti. Per qualsiasi informazione, richiesta o protesta, non esitate a mettervi in contatto con noi: ateneostudentipv@libero.it.

Coordinamento per il diritto allo studio - UDU
Dovendo essere concisi, ci limitiamo a dare pochi spunti ripercorrendo l’ultimo anno di attività e pensando al futuro. Operiamo su tre fronti: rappresentanza negli organi, attività culturale e impegno sociale. La nostra presenza in CdA, Senato e loro commissioni ci ha permesso di conoscerne limiti e difetti. Crediamo quindi che il futuro rettore debba rendere più condivise e collegiali le decisioni di tali organi, rivalutando il ruolo della rappresentanza (in primis quella studentesca) e pensando a forme di garanzia dei diritti degli studenti (uno statuto?). Ciononostante, riusciamo ad essere incisivi sulle questioni che ci riguardano da vicino a livello di ateneo come nelle facoltà. Ad esempio, nel 2004 ci siamo opposti ad un aumento generalizzato delle tasse, ma abbiamo accolto l’idea di estendere la proporzionalità della tassazione fino a 50000€ di ISEE. Convinti che vada pensata una revisione nazionale del sistema di tassazione universitario, consideriamo le tasse uno strumento di redistribuzione della ricchezza e crediamo corretta l’applicazione di criteri di progressività. Ci preme ampliare la fascia dell’esonero fino a 10000€ di ISEE. Recentemente abbiamo ottenuto la proroga del termine per il pagamento della seconda rata delle tasse. Abbiamo convocato una commissione che ha cominciato a parlare di informatizzazione di servizi e strutture e continuiamo a spingere perché sia sempre più funzionale/funzionante. A Giurisprudenza, Sc. Politiche e Lettere abbiamo veicolato un’esigenza di trasparenza nella valutazione di corsi e prove d’esame impegnandoci nella consegna dei moduli. Nel sociale portiamo avanti una battaglia per diritti, legalità e antifascismo tramite iniziative nelle facoltà, conferenze (ricorderete: mafie, OGM, clima, forest medicine; presto fecondazione assistita), rassegne cinematografiche (Indie e presto GameOver), controfeste, UMF, fotografia e molto altro…

Musicologia I
(Stella Maria Fabbiano) Essere rappresentante degli studenti di Musicologia non è sempre semplice. Ottenere l’incarico è stata la parte più facile: le liste erano solo due e la mia era costituita da studenti già noti agli elettori, mentre l’altra era essenzialmente composta da matricole. Niente comizi, un paio di riunioni inter nos per creare il logo -realizzato poi da Franco Colomo con le nostre iniziali stilizzatee cercare un motto – Relata Ferunt-, ed eccoci in ballo. E poi? Alle assemblee poca gente; certo in questi mesi il numero dei partecipanti è aumentato arrivando quasi al doppio delle prime volte, ma siamo molto sotto la metà degli studenti che frequentano quotidianamente l’Università. Guardo con speranza al dato positivo, ma non posso negare che lo stato delle cose crea un certo disagio. Poi la mancanza di fondi. Anche qui c’è il lato positivo, ultimamente l’ISU ci ha concesso quanto richiesto. Ma nei nostri primi 12 mesi ciò ha rappresentato un unicum e senza soldi è molto difficile rendere concreta qualsiasi iniziativa. Non abbiamo neppure i fondi per un buon restauro degli strumenti storici della Facoltà!! Ancora: la difficile situazione che sta vivendo la musicologia a causa dei decreti del Ministero della Pubblica Istruzione. Non riepilogo qui la situazione, perché non è questo ciò che mi è stato chiesto e perché non mi basterebbe lo spazio ( potete leggere qualcosa cliccando il link “petizione musica nei licei” sul nostro sito http://spfm.unipv.it), ma vi assicuro che non è indolore sentire in consiglio, ad esempio, che stiamo studiando qualcosa che non potremo mai insegnare perché cadrà nel dimenticatoio e poi doverlo dire agli studenti, che si aspettano sempre da chi sta dall’altra parte della cattedra, sia che si tratti di docenti sia che si tratti di noi semplici rappresentanti, una soluzione, una risposta sicura. A questo punto il lettore si chiederà perché ho deciso di candidarmi rappresentante; ebbene,in tutta franchezza non ritenevo gli altri candidati efficaci , essendo matricole ancora un po’ spaesate (e non me ne vogliano per questo, non è un giudizio sulle loro persone!). Quindi sono scesa in campo; spero che gli studenti ne siano contenti! Nel mio piccolo cerco di essere loro di aiuto. Arrivo alla conclusione: noi siamo in carica ancora per un anno, fino a marzo 2006; mi auguro che la situazione migliori sempre più per potervi descrivere, al termine, solo un quadro positivo. Nel frattempo spero che a Pavia nessuno si dimentichi che esiste Musicologia!

Musicologia II
(Franco Colomo) Un anno da rappresentante (ormai ex), difficile fare un bilancio di questa esperienza; più facile cercare di descrivere l’ambiente in cui mi sono trovato a svolgere il mio compito. Musicologia è come un piccolo paese dalle strette viuzze nelle quali risuona il chiacchiericcio parlano anche i muri a vederti voltato - nella cui piazza però i sorrisi sono larghi e gli sguardi compiacenti. Questo il mondo degli studenti, sia chiaro, in questa realtà così piccola e per questo unica (gli aspetti positivi sono davvero tanti) ma anche per questo esposta più di altre al rischio del pettegolezzo strisciante, del giudizio infamante; una realtà che spesso appare ripiegata su se stessa, incapace di una qualsiasi forma di responsabilità condivisa, di una qualsiasi partecipazione convinta. Non si vedono circolare giornali, né le discussioni che raramente si aprono riescono a venir fuori dalle sabbie mobili delle bipolari contrapposizioni italiche o dalle secche di schemi e categorie vecchi oramai di 36 anni. Il risultato che si raccoglie qual è? Assemblee affette da una cronica emorragia di partecipanti, scarsa attenzione ai problemi della Facoltà, mancanza di proposte e iniziative valide condivise da tutti. Al di fuori delle Assemblee, lo sappiamo, gli spazi di confronto costruttivo si riducono a zero: non possiamo certo gestire i fondi ISU destinati alle nostre attività riuniti intorno a un tavolo della Mensa ferrovieri, non possiamo certo organizzare un concerto studentesco chiusi in un appartamento privato nel quale è stato intimato l’“extra omnes”. Rimprovero prima di tutto me stesso, ho evidentemente fallito e non ho difficoltà alcuna ad ammetterlo, a riconoscere le mie responsabilità (e per questo a lasciare il mio incarico), cero è però che spesso ci si trova a sbattere contro un muro di gomma. Credo purtroppo che il discorso si possa fatalmente applicare anche a realtà molto distanti e differenti dalla nostra: se la situazione dell’Università italiana non è delle migliori non è solo perché l’aria è pesante ai piani alti (Ministero e corpo docente sono altrettanto incapaci di dialogo, esclusa qualche felice eccezione), ma anche perché la base, composta dagli studenti, è spesso sfilacciata, disorientata, in balia di quei cattivi maestri il cui “pensiero debole” allontana dalla Verità e dalla Libertà preferendo ad esse il buio del nulla.

Studenti indipendenti
Tralasciando convenevoli e ricordando solo l’enorme successo riscontrato (circa il 65% dei voti), passiamo al nocciolo della questione: tracciare un resoconto di questi ultimi 12 mesi di rappresentanza. In primo luogo sottolineerei quanto possa essere influente l’azione di organi quali il Cdl sulla pianificazione e sulla gestione dell’attività universitaria come sulla vita quotidiana degli studenti e sul loro proseguo negli studi. Ho potuto osservare l’inevitabile ripetersi di episodi poco lodevoli per un’Università di diritto (quali il rinnovo di un contratto di “assenteismo ben pagato” per un professore “latitante” ma glorioso per l’ateneo e per contro l’impossibilità materiale di un dipartimento nel promuovere un ricercatore senior a professore associato). In seconda analisi mi trovo costretto a ripensare ai presupposti della mia candidatura e a come questi possano aver avuto ripercussioni sul mio agire: quante volte, troppe volte, mi sono trovato impossibilitato nel delineare un’opinione che si potesse considerare universalmente di tutti studenti, e quindi costretto a rivalutare la fiducia dimostrata nelle elezioni investendo a pieno titolo la figura di rappresentante in votazioni salienti: avrei veramente sempre preferito potermi confrontare con l’elettorato tutto (che nel nostro caso rimane limitato in numero) prima di

adottare l’una o l’altra opinione; ma ciò non è obiettivamente possibile. O meglio: non lo è quasi mai. Per concludere tenterei di elencare i principali risultati raggiunti, per i quali la mia figura è stata complementare a quella di tutti gli altri rappresentanti: mantenimento della sessione d’esame per il mese di agosto e ammorbidimento dei vincoli imposti dalla sessione stessa; modifica del carico didattico del I semestre della laurea specialistica e slittamento dell’inizio dell’attività didattica dello stesso al 1° novembre; ridefinizione di programmi didattici per esami considerati troppo gravosi. Per quanto riguarda gli ultimi risultati, interventi doverosi per sopperire all’impossibilità materiale di concludere la laurea triennale nei tempi stabiliti, non sono ancora in grado di tracciarne un bilancio. A tal proposito è stata istituita una riunione plenaria di tutti gli studenti (fatto credo abbastanza inedito) che ha permesso di delineare idee migliorative presumibilmente più efficaci, successivamente discusse positivamente in una riunione ristretta rappresentanticommissione interna per la didattica. Dal mio punto di vista spero che occasioni di questo tipo possano ripetersi al fine di ottimizzare il rapporto rappresentante-studenti.

SPEM
L’Associazione Medici Specializzandi è un’associazione apartitica, indipendente e non persegue fini di lucro. Scopo statutario è la tutela degli iscritti perseguendo:

∗La promozione della formazione e dell’aggiornamento professionale. ∗La valorizzazione e la dignità della figura professionale dello Specialista in formazione e del Medico Specialista. ∗La tutela del giusto compenso professionale del Medico e la salvaguardia della sua salute. ∗La gestione dei rapporti con Università, Ordine Nazionale Medici Chirurghi e Odontoiatri, Servizio Sanitario Nazionale, ed altri Enti pubblici e privati. La SPEM svolge la sua attività e garantisce la comunicazione e l’informazione continua tra i suoi componenti, attraverso le Assemblee dei soci, aperte a tutti i medi-

ci specializzandi, gli studenti e i medici specialisti dell’Università di Pavia, attraverso la mailing list Medunipv e attraverso il portale www.specializzandi.org. Nell'ultimo anno la SPEM si è impegnata principalmente nella protesta contro l'aumento delle tasse universitarie pari al 50%. Tale aumento, per altro non giustificato da alcun progetto di riqualificazione formativa, è stato approvato contro la nostra volontà e con i voti favorevoli dei rappresentati degli studenti in CdA. Questo episodio, aggravato dalla mancanza delle tutele garantite agli studenti ed ai dottorandi, ha reso palese la necessità di una rappresentanza dei medici specializzandi negli organi di gestione del'Ateneo. Dopo un anno di mobilitazione abbiamo ottenuto una rappresentanza in Consiglio di Facoltà ma, almeno per ora, nessuna riduzione delle tasse. E lo stato di agitazione dei medici specializzandi continua..."

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Il giornale degli studenti universitari

Quattro passi nel mistero: il Cica
A cura di Pierluigi Malangone
Era una notte di pioggia. Nel mese di Aprile era una strana atmosfera per una città come Pavia… eppure, quella sera c’era qualcosa di diverso nell’aria. La redazione di Inchiostro era stata avvolta totalmente dal buio, probabilmente a causa del temporale. Dalla finestra al terzo piano dell’edificio San Tommaso filtrava la luce dei lampi che squarciavano il cielo grigio di nuvole. Sette membri della redazione erano seduti intorno ad un piccolo tavolo rotondo, i palmi delle mani aperti e poggiati sul ripiano, tutti uniti a formare una catena. Al centro del cerchio, una candela si consumava in una piccola fiamma che illuminava appena i volti dei ragazzi, lo sguardo di ognuno perso nel vuoto mentre intonavano una cantilena simile ad una preghiera, utile ad evocare qualcosa che non apparteneva al mondo dei vivi. Un colpo di vento e la finestra si spalancò… la luce della candela si spense lasciando solo una piccola scia di fumo che si dileguava verso l’alto… il tavolino cominciò a vibrare, fino a staccarsi da terra costringendo i ragazzi ad alzarsi… Fermi tutti! Cosa stava accadendo nella redazione del giornale? Si stava verificando forse un fenomeno di spiritismo? Argomenti come la fenomenologia del paranormale, l’occultismo, la demonologia, la stregoneria ed altro ancora, appartengono a quel bagaglio di storie e leggende che ci accompagnano dall’infanzia e, chi più, chi meno, ne siamo quasi tutti affascinati. Quante volte ci saremo chiesti se questi fenomeni esistono in realtà? Per rispondere a queste domande, oggi non dobbiamo andare dallo stregone della tribù più vicina e neanche chiedere consiglio alla signora Vanna Marchi (attualmente, un po’ impegnata…). Il CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul paranormale, può correre in nostro aiuto. Lo staff del Cicap è formato da numerosi studiosi di ogni campo e, grazie alle indagini che svolgono con rigoroso metodo scientifico, ecco che quei fenomeni apparentemente inspiegabili diventano del tutto naturali. Nel mese di marzo ed aprile, il Cicap ha organizzato presso l’Università di Pavia un ciclo di conferenze intitolato “Quattro Passi nel Mistero”, in cui sono stati trattati argomenti quali la superstizione, la magia, le leggende urbane e, nientemeno, la Spada nella roccia. Fin dall’antichità e, comunque, prendendo in considerazione popolazioni di grande cultura come i Romani e i Greci, la superstizione e i riti magici, erano all’ordine del giorno. Le decisioni di maggiore importanza erano prese dopo aver consultato i sacerdoti, i quali, a loro volta, ‘leggevano’ ed interpretavano i segni inviati dagli dei, in base ai quali esprimevano il loro responso: ad es. osservavano il volo degli uccelli, la corsa di una mandria di cavalli, oppure le viscere degli animali. Il termine ‘sinistro’ usato come sinonimo di avversità, di nefasto, prende origine dalla lettura che i Greci facevano del volo degli uccelli: rivolgendo lo sguardo a nord, se gli uccelli provenivano da sinistra, il loro volo era interpretato come cattivo auspicium. Attualmente, quando si parla di incidente automobilistico, spesso lo indichiamo col termine “sinistro” stradale. Nella “Storia naturale” di Plinio il Vecchio troviamo tracce di riti magici; un es.: “mettere la lingua di una rana viva (sempre se avete il coraggio di farlo!) sul cuore di una donna dormiente, costringerete la mal capitata a dire suo malgrado la verità”. Nel Medioevo la situazione peggiorò, infatti, si creò confusione tra scienza, religione e magia; potete immaginare il risultato di tale combinazione. L’ignoranza tra la popolazione dilagava e così le superstizioni e riti magici proliferavano, a vantaggio naturalmente dei cd. stregoni. Una magia pratica, presa in prestito dall’Egitto, era l’uso di una figura in cera del proprio nemico messa accanto al camino acceso per farla sciogliere lentamente, al fine di infliggere una sofferenza altrettanto lenta. Altra chicca regalataci da Francesco Castellotti, della Federconsumatori, è la recita di una maledizione (per chi volesse approfittarne…): “…Maledico (nome della persona) e la sua vita e mente e memoria e fegato e polmoni indistintamente e le sue parole, pensieri e memoria; così non possa ella dire le cose che sono nascoste…”. Singolare è la storia dei tarocchi; nati come ordinario strumento di divertimento, sono stati poi tramutati in un mezzo divinatorio. Probabilmente essi hanno origini saracene (naib), sono costituiti da 78 carte, di cui 56 semi e 22 figure, ed introdotte in Italia dai Visconti nel 1428. I tarocchi non erano altro che semplici carte da gioco, con l’unica particolarità dettata dal raffinato pregio artistico. Nel 1770, ai tarocchi viene attribuito un significato occulto da Alliette (o Etteilla, se visto allo specchio): con queste carte era possibile leggere il futuro. Con questa nuova chiave di lettura, si avviò un vero e proprio commercio e, nel tempo, ad ogni singola carta furono attribuiti diversi significati. Questo è solo un esempio di come si fa commercio di semplici oggetti attribuendogli poteri magici, paranormali, dai numerosi ciarlatani di turno. Poniamoci allora una domanda fondamentale: cos’è il Paranormale? Fenomeni che si collocano a fianco al “normale”? Alcuni ritengono che parlare di fenomeni paranormali sia addirittura contraddittorio, perché se esistono in natura allora sarebbero normali. Marco Morocutti, tecnico elettronico, sostiene che tali fenomeni dovrebbero violare le leggi della natura in modo evidente. A voler ammettere che questi si verifichino nella realtà, di quanti fenomeni di questo tipo abbiamo una personale conoscenza? Facciamo un po’ di conti: 1) Azione diretta della mente sulla materia (psicocinesi, levitazioni) 2) Conoscenza del mondo esterno senza l’uso dei sensi (chiaroveggenza, viaggi astrali) 3) Conoscenza di avvenimenti non ancora verificatisi (precognizioni, profezie, ecc) 4) Comunicazioni da mente a mente (telepatia) 5) Comunicazioni con spiriti e defunti (psicofonia – ascolto delle voci dei defunti tramite apparecchiature elettroniche) Abbiate paura, ne esistono ancora in numero impressionante. Un avbuona fede, ma da quando è stato chiamato a difendersi da certe accuse (l’autorità giudiziaria ha mosso contro di lui l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ed è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione) ha detto: “Torno subito! vado a comprare le sigarette”. Da allora si sono perse le sue tracce. La domanda nasce spontanea: che fine ha fatto Ugo? Si vocifera che sia tornato in Brasile… come mai? Possibile che la marca di sigarette di cui fa uso, non sia in commercio in Italia? Per chi proprio non riesce a far meno dei pareri di un esperto, suggerisco di recarsi presso un analista invece che da un mago (così come consiglia anche il mio commercialista), perché in entrambi i casi si parla di fatture, ma con la differenza che dal primo è possibile detrarle dalle tasse. Un’altra categoria di persone, senz’altro non predisposta al raggiro, è però tanto persuasa da taluni fatti strani da trasmettere ad altri le notizie di cui è venuta a conoscenza, magari arricchendole di ulteriori elementi. Di cosa stiamo parlando? L’argomento è “Leggende Urbane”. Nell’era delle nuove tecnologie, la divulgazione di notizie fasulle, ma all’apparenza veritiere, ha trovato mezzi per una più rapida diffusione: prendete ad es. le famose catene su falsi malati che continuamente girano in rete. Qualche tempo dopo l’attentato alle Torri Gemelle, circolava in rete la seguente e-mail: “Aprite il vostro word scrivete in maiuscolo Q33 NY con lo spazio tra 3 e N (Q33 NY era la sigla del volo dirottato sulle torri del World Trade Center) selezionate il testo e cambiategli il formato utilizzando come dimensione del carattere 72 e come tipo di carattere Wingdings”. giornale e si scopre che nessun aeroplano con la sigla “Q33NY” era coinvolto negli attentati. I due aerei schiantatisi contro il World Trade Center erano il volo 11 dell’American Airlines e il 175 della United Airlines (nessun aeroplano negli Stati Uniti, in ogni caso, porta una sigla come “Q33 NY”)”. Un evento di gran rilievo, con tanto di campagna promozionale e pubblicitaria, si è verificato qualche anno fa, basato su una vicenda raccapricciante: Nell'ottobre 1994, tre studenti di cinema scomparvero nei boschi attorno a Burkittsville, nel Maryland, mentre erano impegnati nelle riprese di un documentario. Ricordate di cosa si tratta? Indovinato! Stiamo parlando nientemeno che del film “The Blair Witch Project. Il mistero della strega di Blair”. Oggi c’è ancora chi crede che la storia sia vera. Paolo Toselli segretario del Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporanee spiega il significato di questo fenomeno che gli inglesi chiamano urban legend: «La leggenda metropolitana è una narrazione che nasce da una discussione collettiva. Il suo contenuto è sempre sorprendente, inusuale. Trae spunto di solito dalle nostre paure, angosce o aspirazioni. Il messaggio trasmesso di norma è conservatore e contiene una morale. Non sono quasi mai rintracciabili la fonte primaria né il protagonista della storia. Può durare per breve tempo, ma di solito vive a lungo, trasformandosi attraverso numerose varianti collocate in luoghi geografici anche diversi.». Ciò che sorprende è che spesso a diffonderle e a crederci, sono persone culturalmente elevate. L’avvertimento che dà il Cicap a proposito di tale fenomeno, prima di sollevare allarmismi inutili, è quella di documentarsi bene prima di trarre qualsiasi conclusione, laddove la notizia non riguarda fatti banali, ma bensì cosa ben più serie. Prima di lasciarvi, torniamo nella redazione di Inchiostro: … il tavolino si sollevò da terra e tutti si misero in piedi… il cuore batteva forte… il soffio del vento turbava le loro menti, ma non c’era paura in quei ragazzi. Il trucco è presto svelato: uno dei presenti portava con sé un anello provvisto di una piccola rientranza che si adattava ad un chiodo fissato sul ripiano del tavolino… questi aveva infilato l’anello nel chiodo e, sollevando la mano, aveva tirato in alto anche il tavolino. Non c’erano dunque spiriti venuti dall’aldilà che irrompevano nella stanza furibondi per essere stati disturbati. Ma se l’accaduto era tutta una messa in scena, come mai da quella notte i sette membri della redazione scomparvero nel nulla?

vertimento: se sentite la voce di Freddy Mercury alla radio, non è un fenomeno di psicofonia. Quanto c’è di vero in tutto questo? Può essere invece che tali fenomeni siano solo una finzione, trucchi ben preparati da abilissimi prestigiatori capaci di ingannare l’occhio umano? Il Cicap sostiene che “se un fenomeno si può spiegare con un trucco, allora è un trucco” e che, di contro, “se si può spiegare con un trucco, bisogna essere certi che non vi sia un trucco”. Questo vuol dire che per smascherare un baro, ci vuole un baro. James Randi, investigatore del mistero, ha scoperto molti trucchi perché è un esperto prestigiatore; il suo nome è divenuto famoso per aver messo in palio un milione di dollari da destinare a colui che riuscirà ad eseguire un fenomeno paranormale sotto stretta vigilanza scientifica. E’ inutile dire che tale somma è ancora in attesa di essere riscossa. Equazione da tener presente: “Controllo zero, fenomeni cento. Controlli cento, fenomeni zero”. Ma se è vero che è così facile capire che non esiste nulla di scientificamente provato, come mai tali fenomeni sono accettati e creduti dalle moltitudini di persone nell’età moderna? Forse le persone truffate dagli abili trucchi dei cd. maghi hanno alle spalle storie tragiche, sono coinvolte in veri e propri drammi sociali. Molte di queste vittime, vincendo la vergogna, rispondono che è nella disperazione la causa del raggiro, il ricorso a mezzi al di fuori del “normale” rappresenta l’ultima ancora cui aggrapparsi. Cosa dire a chi approfitta dello stato d’animo di queste persone? Proprio questi presunti professionisti dell’occulto sono ultimamente nell’occhio del ciclone, grazie a programmi come “Striscia la notizia” e le “Iene” che, smascherando numerosi raggiri ai danni di persone, sono riusciti a smuovere l’opinione pubblica: ricordate il nome di Alex Orbito, il guaritore filippino che fingeva di estirpare il “male” a mani nude? In realtà, aveva tra le mani interiora di pollo ben nascoste. A proposito, qualcuno di voi ha visto il maestro Mario Pacheco Do Nascimento (che per comodità chiameremo Ugo)? Nessuno di noi può negare la sua

Massimo Polidoro cofondatore e Segretario nazionale del CICAP è considerato uno dei principali esperti internazionali sul paranormale e le pseudoscienze, sul n. 40 della rivista Scienza & Paranormale commenta in proposito: “E’ vero, se seguite le istruzioni compare un disegno in cui si vede un aeroplanino, due fogli di carta che sembrano le due torri di New York, un teschio e la stella di Davide. Chiaro, no? Gli attentati sarebbero opera di Israele! O di Microsoft, perché no!”. Polidoro continua spiegando che “basta aprire un qualunque

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Il giornale degli studenti universitari

ap tra storia e leggenda
La spada nella roccia esiste
di Pierluigi Malangone
La leggenda della “spada nella roccia” ha origine nel 1100 ed arriva fino ai nostri giorni. Mito o realtà? Ci sono tracce della più famosa spada della letteratura? Di sicuro vi è una forte analogia tra le vicende di re Artù ed i Cavalieri della Tavola Rotonda e le vicende di San Galgano, cavaliere vissuto intorno al 1150. Il santo ebbe numerose visioni e si convertì dopo aver sognato S. Michele, rinnegò il suo passato di cavaliere e cominciò a vagare fino a giungere a Montesiepi, nei pressi di Siena, dove decise di costruire il suo eremo. Fu in questo frangente che San Galgano conficcò la sua spada nel terreno, col duplice intento di ottenere una croce e di innalzare un simbolo di pace. Ovviamente, l’eremo era costituito da un’umile capanna ed il sant’uomo viveva di stenti; dopo un anno trascorso in tali condizioni, San Galgano morì alla giovane età di 33 anni. Era il 1181. Vi sono numerose coincidenze fra la vicenda appena raccontata ed il ciclo arturiano: una spada conficcata; un cavaliere; in uno dei sogni di S. Galgano vi è la visione di 12 figure in ambiente circolare; il nome Galgano è simile a Galvanus (o Galwan), uno dei cavalieri della Tavola Rotonda; coincidenza del periodo storico (la prima leggenda della “spada nella roccia” viene scritta nel 1200).

Avete creduto a...
di Pierluigi Malangone
Le chicche raccontante da Lorenzo Montali, in “Leggende urbane e nuove tecnologie”. Montali si è laureato in filosofia con una tesi di psicologia sociale sul fenomeno delle leggende urbane, ha un dottorato di ricerca in psicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ed è il responsabile delle relazioni esterne per il CICAP. Gli Amanti incastrati – I protagonisti sono di solito amanti clandestini: “Un giovanotto corteggia una giovane donna la quale, dopo averlo invitato a casa sua, gli rivela che è sposata, ma che per quella notte possono stare tranquilli perché il marito è di servizio notturno. Avviene il fattaccio: lei ha la famosa contrazione e lui rimane bloccato. Non c’è verso di liberarsi. Disperati, sono costretti a chiamare un’ambulanza... arriva l’ambulanza e sorpresa! È quella dell’ospedale della città dove presta soccorso il marito: così lei è costretta a confessare al medico dell’ambulanza il fatto e questo allora ferma l’ambulanza, li conduce a casa sua, dove riesce con un’iniezione miorilassante a liberare i due”. Morale: la donna che trasgredisce alla regola della fedeltà viene scoperta in maniera inequivocabile, e a sanzionare la sua colpa provvede la natura stessa. ti dell’agricoltura biotecnologica”, e continua “… per saperne di più inizio a contattare proprio le persone che consideravo più competenti, gli esperti del settore delle biotecnologie, nei cui scritti avevo trovato menzionata la fragola pesce. In molti casi non ottengo alcuna risposta”. Chi invece risponde e fornisce informazioni, non ricorda però la fonte; la ricerca, infatti, è lunga e determinata da continui “si dice, mi sembra, non ricordo”. A farla breve, siamo di fronte ancora ad una leggenda urbana e, a cascarci, sono anche eminenti rappresentanti del mondo scientifico. L’autostoppista fantasma – “A notte inoltrata un camionista stava guidando su una strada secondaria, quando vide al margine della carreggiata una bella ragazza che faceva l’autostop verso la sua stessa direzione. Un po’ titubante, alla fine decide di darle un passaggio. La ragazza sale sul camion silenziosamente e gli dà indicazioni per riportarla a casa. Lui la accompagna; si salutano e prosegue tranquillamente per la sua strada. La mattina dopo, rientrando nel camion, l’uomo si ricorda di aver dato alla ragazza la sua giacca per ripararsi dal freddo e di non essersela ripresa. Sorride e pensa ad un modo per rivederla, decide quindi di andare a riprendersela. Giunto a destinazione, suona alla porta; gli apre un’anziana signora. “Mi scusi signora - dice il tale - ho prestato la mia giacca ad una ragazza che ho accompagnato ieri sera a questa casa. Ero venuto a riprenderla. Può chiamarmi la ragazza?” La signora dice al camionista che non abita nessuna ragazza in quella casa. Dopo diverse insistenze il camionista curiosando oltre la spalla della signora, vede il ritratto della ragazza su un mobile della casa e gliela indica. “Ma…quella è mia figlia, ed è morta dieci anni fa!”, risponde singhiozzando la signora. L’uomo non le crede, così la signora volendolo convincere, decide di portarlo al cimitero dove riposa la figlia. Lì, sulla lapide di lei c’è la giacca dell’uomo…”. Morale – Esistono una infinità di varianti di questa leggenda, anche se gli elementi chiave rimangono sempre gli stessi: ci sono riferimenti a profezie, ritratti, pegni, ma il tutto si limita ad un semplice racconto sull’aver dato un passaggio ad un autostoppista che poi è scomparso misteriosamente. Ciò che è evidente però, in tutte le possibili varianti, è l’innata paura dell’uomo verso la morte, verso il possibile ritorno della persona morta. E’ forse per questo che sin dalla sua origine l’uomo seppellisce i suoi morti?

Le indagini svolte hanno cercato un punto di contatto tra le vicende di re Artù e quelle di San Galgano. Si narra che a pochi chilometri dall’eremo di San Galgano, si stabilisce un altro eremita: Guglielmo di Malavalle. Biografie non totalmente attendibili sostengono che quest’ultimo, prima di diventare eremita, fosse il conte Guglielmo X d’Aquitania, padre di Eleonora d’Aquitania (soprannominata “regina dei trovatori”), alla cui corte si proteggevano i trovatori

che portavano in Europa le narrazioni del ciclo arturiano. Il conte Guglielmo X, recatosi a Santiago de Compostela, muore ma il suo cadavere non viene ritrovato. Poco tempo dopo, in Toscana, compare l’eremita Guglielmo di Malavalle, il quale ha una conformazione fisica tipica della popolazione della Francia meridionale, cammina poco a piedi ed usa molto il braccio destro, indossa una cotta di maglia d’acciaio, accessori penitenziali (cilicio alla vita, ai polsi o alle caviglie) ed un copricapo a forma di croce che ricorda un sotto elmo. Tutti indizi che farebbero pensare ad un cavaliere. Sarebbe, dunque, Guglielmo ad aver portato in quel tempo ed in quel particolare luogo della Toscana la leggenda della spada nella roccia?

Che cosa è il Cicap
Il Comitato per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale è un’organizzazione che promuove un’indagine scientifica e critica nei confronti di quei fenomeni cd. del paranormale. L’organizzazione è nata nel 1989 per iniziativa del noto giornalista Piero Angela e dalla collaborazione di numerosi studiosi. Il Comitato spiega, attraverso numerose conferenze, che quei fenomeni all’apparenza appartenere al paranormale, non sono altro che fenomeni naturali, ottenuti con trucchi di abili prestigiatori, ai fini solo di ingannare le persone e trarne profitto. A far parte del Cicap, e solo per citarne i più conosciuti nel campo scientifico sono Rita Levi Montalcini , Carlo Rubia, Margherita Hack. Ad aderire al comitato inoltre nel campo letterario ricordiamo alcuni quale Umberto Eco, Luciano De Crescenzo e Tiziano Sclavi. L’Università di Pavia può vantare nel consiglio Direttivo del Cicap, il vicepresidente Adalberto Piazzoli, Fisico, e tra i soci effettivi, Luigi Garlaschelli, Chimico, e Claudio Marciano, Tecnologo. Per informazioni consultare il sito internet www.cicap.org - email: info@cicap.org

L’indagine col georadar, svolta presso l’eremo di Montesiepi, ha rivelato la presenza di un manufatto sepolto sotto il pavimento. L’ipotesi più accreditata è quella di un sarcofago, ma ulteriori indagini non sono state possibili perché la diocesi locale non ha concesso la necessaria autorizzazione.

VUOI?

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nostro sondaggio! due magliette nchiostro hiostro.unipv.it

Inchiostro, in questo numero, inaugura un’area riservata on-line; abbiamo deciso che la carta stampata non ci bastava più. Vogliamo essere sempre più vicini a voi lettori, alle vostre esigenze, alle vostre necessità. Per questo motivo iniziamo con un sondaggio sul giornale e sul programma radiofonico PaviaLiveU, con il quale collaboriamo attivamente, cosi da sapere cosa vi aspettate da noi, cosa vorreste vedere e sentire. Partecipare è facile: andate su http://inchiostro.unipv.it, iscrivetevi all’area riservata; vi apparirà la vostra pagina personale (eh, sì, ogni lettore ne avrà una... assolutamente gratis!), ed infine compila te il form. Tra tutti i partecipanti saranno estratti alcuni gustosi premi. Cosa aspetti? Corri sul sito.

La fragola pesce – questa è una versione della storia raccolta su un newsgroup: “Sembra una leggenda metropolitana, purtroppo è tutto vero. Una ragazza finisce in ospedale in gravi condizioni. I sintomi sono quelli dell’intossicazione allergica, ma inspiegabili. La giovane sa di non tollerare il pesce, non ne mangia e la sua vita è felice. Eppure stavolta il suo sistema immunitario ha reagito come se fosse venuto a contatto con le proteine del pesce. Si tenta di ricostruire gli ultimi pasti, fino a quando non spuntano le fragole. Eccole lì le colpevoli, grandi, succose fragole dall’aspetto sano e indeperibile, ottime fuori stagione come fossero nate nei boschi. Talmente fuori stagione che per farle così belle qualcuno ha combinato il Dna del loro seme con quello di un pesce artico particolarmente resistente al freddo. Si tratta di un Ogm, un organismo modificato secondo le leggi del mercato più che del gusto, che non ci mette in condizione di sapere quello che stiamo mangiando”. Lorenzo Montali si è occupato personalmente di questa vicenda e ha cercato di scoprire quanto c’è di vero sulla fragola pesce. La prima cosa che ha notato è che “… non esiste alcun brevetto relativo ad un simile prodotto, un fatto piuttosto strano considerando che se qualcuno fosse realmente riuscito a produrre e commercializzare una fragola pesce avrebbe avuto tutto l’interesse a brevettare la sua invenzione come si fa per i prodot-

Cd anti-autovelox – Da qualche anno gira la voce che un semplice CD sarebbe in grado di riflettere il raggio del telelaser, uno dei rilevatori elettronici di velocità utilizzati dalla Polizia Stradale Italiana, o di riflettere il flash degli autovelox, impedendo così l’identificazione della vettura o causando un malfunzionamento dell’apparecchio. Rimane incerta la posizione in cui debba essere collocato il cd.

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Il giornale degli studenti universitari

Fecondazione e referendum: istruzioni per l’uso
a cura di Mattia Quattrocelli
In questi giorni di delirio collettivo e frenesia ideologica, in questi giorni, insomma, ad un passo dal voto, è doveroso, da parte di queste nostre pagine pluraliste, parlare della fecondazione in vitro e discernere le ricadute sui quattro quesiti referendari. Per fugare ogni dubbio, la fecondazione in vitro (IVF, in vitro fecondation) indica semplicemente l’unione dei gameti, cioè di uno spermatozoo e di un oocita (la cellula uovo femminile), al di fuori del corpo della donna. Le tecniche per arrivare alla creazione di uno zigote (la prima cellula in cui i genomi dei due gameti fonde) in provetta sono varie e dipendono essenzialmente dal grado di sterilità di uno o di entrambi i partner: si può semplicemente mettere a contatto l’oocita con seme maschile, oppure inserire lo spermatozoo appena al di fuori dell’oocita, oppure (ed è la tecnica più utilizzata, in particolare oltreoceano) inserirlo con una pipetta sottilissima direttamente all’interno del corpo cellulare dell’oocita. L’embrione così ottenuto passa da zigote a due, quattro, otto cellule…fino alla blastocisti (da 32 a 64 cellule), che ha la forma di una sfera cava, contenente una masserella interna di cellule, da cui si svilupperà il feto. A questo punto, la blastocisti viene impiantata nell’utero della madre, dove continuerà la gestazione, fino – si spera – alla nascita. numero di embrioni prodotti e impiantati era stabilito in base alle esigenze e alle caratteristiche fisiologiche della donna; la tendenza era, comunque, quella di produrre e impiantare un numero superiore di embrioni, in maniera tale da avere un successo di gravidanza superiore e sottoporre la donna ad un numero inferiore di trattamenti ormonali di superovulazione, sufficienti per più cicli.

Quattro sì “sofferti”
di Nicola Cocco
La legge 40/2004 è una “brutta” legge, smontabile in primo luogo dal punto di vista bioetico, ma poi anche dal punto di vista giuridico (come mi suggeriscono degli amici giurisperiti). Basti pensare che, nel tentativo disperato di apportare delle migliorie a danno già fatto, si trova ad essere integrata/corretta/ smentita da una vera giungla di linee guida. I temi dei 4 quesiti sono davvero complicati, dal punto di vista tecnico e, soprattutto, di visione personale del mondo. Dopo essermi documentato un bel po’, mi permetto di proporvi la mia posizione, anche se sono giunto ad una conclusione: serve a poco diventare dei pozzi di scienza in biotecnologie e morale; ciò che conta (e che è davvero difficile) è interrogarsi in maniera sincera e scevra da influenze “sovrastrutturali”. E cercare di darsi una risposta; incerta, provvisoria, stupida quanto si vuole, ma necessaria. Qual è il vero argomento del referendum? La coppia, la donna, l’embrione, la vita? Allora, almeno un paletto fermo: lo scopo principale della legge dovrebbe essere la regolamentazione della procreazione assistita. Gli interrogativi sollevati dunque sono: la maternità è un diritto? La sterilità e l’infertilità sono delle malattie? Io credo di sì, e credo sia legittimo ricorrere agli strumenti che la ricerca medica mette a disposizione per “curare” la “malattia-sterilità” e sancire il “diritto alla maternità”. Con limiti e responsabilità, non con divieti. Gli effetti negativi della legge 40 in questi pochi mesi sono stati il boom del cosiddetto “turismo procreativo” (col fardello di disparità economico-sociali che comporta) e una sensibile diminuzione del tasso di gravidanza in seguito a tecniche di fecondazione assistita. La legge 40 con suoi divieti e le sue contraddizioni rende talmente difficile la pratica della procreazione assistita in Italia da sancirne di fatto l’abolizione “pratica”. Si è poi scatenato un vespaio ideologico da una contrapposizione a mio parere assurda: il concepito e i suoi diritti vs la donna e la sua salute e autodeterminazione. Ma procediamo con ordine. QUESITO 1: Voto Sì. La legge 40 vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sancendo l’inviolabilità assoluta dell’embrione. Quindi anche degli embrioni prodotti con la tecnica del trasferimento di nucleare (la discutibilissima “clonazione terapeutica”). Quindi anche dei famosi “orfani”, gli embrioni soprannumerari crioconservati; per utilizzare le linee cellulari per la ricerca che, si spera, verranno da questi ricavate, la legge dovrà essere cambiata. Ora, quello delle staminali embrionali è un campo della ricerca biomedica estremamente promettente, date le potenzialità differenziative di tali cellule. Non ha ancora prodotto cure pratiche, è vero; ma, signori, una semplice regola della scienza sperimentale: se non si permette la ricerca, come si raggiungono i risultati? La contrapposizione poi con la ricerca sulle staminali adulte è quasi puerile: entrambe le strade vanno battute, in nome della libertà di ricerca (responsabile) e contro un dogma spacciato per lotta in difesa dei diritti dell’uomo in base ad uno statuto dell’embrione assolutamente discutibile e non condiviso. Credo che le promesse di cure fantascientifiche domani siano deprecabili, perché creano strumentalmente delle false speranze per i malati. Ma penso sia plausibile sperare in cure migliori dopodomani. Oltretutto non si può pensare all’Italia come a una sorta di “paradiso dell’embrione”: altrove la ricerca sulle staminali embrionali si fa e si farà. E noi che faremo? I ricercatori si daranno al “turismo della ricerca” e non oso immaginare i dilemmi giuridici e morali sull’utilizzo di possibili cure derivate dalla ricerca sulle staminali embrionali all’estero: le mettiamo fuori legge? Ci facciamo un segno della croce ogni volta che le utilizziamo? QUESITO 2: Voto Sì. In primo luogo, la procreazione assistita viene riservata esclusivamente alle coppie sterili: i portatori di gravi malattie genetiche trasmissibili, che difficilmente deciderebbero di far nascere un figlio affetto da tali patologie, semplicemente non possono usufruire della tecnica per avere un figlio “eugeneticamente” sano. Inoltre, si gioca davvero con il corpo della donna, visto come un meraviglioso “scrigno” per contenere il “sacro” embrione: una volta fecondato l’ovulo, la donna ha l’obbligo di impianto, non può tornare indietro. L’obbligo di impianto e l’impossibilità di ricorrere a tecniche di analisi pre-impianto sollevano una difficile questione: vanno impiantati anche gli embrioni affetti da gravi patologie, fermo restando la possibilità, in seguito, di ricorrere all’aborto. Oltretutto, sembra quasi che il feto abbia meno diritti dell’embrione, a meno che non si metta in discussione la stessa legge 194 sull’aborto (vero obiettivo di molti sostenitori della legge 40). Ma poi la ridicola accusa di eugenetica “nazista”: è davvero impossibile immaginare una differenziazione delle patologie ereditarie in base alla qualità della vita che determinano? La sindrome di Down è diversa dalla talassemia, una malformazione grave è diversa dalla suscettibilità alla calvizie. Ecco, una revisione della legge potrebbe valutare tale delicata differenziazione, che non può non prendere in considerazione anche le scelte della donna e della coppia. Ma poi il legislatore ha viaggiato con la fantasia: numero massimo di embrioni da impiantare, sancito per legge: tre. Senza possibilità di crioconservazione. Perché tre? Numero perfetto? Non bisogna essere endocrinologi o ginecologi per comprendere che ci sono differenze abissali tra l’impianto in una donna giovane, che sarà quindi sempre a rischio di parto trigemellare, e quello in una donna più anziana, per la quale tre embrioni potrebbero essere non sufficienti (ma gli embrioni che non attecchiscono, nell’ottica dei sostenitori della legge, non vengono in qualche modo “sacrificati”?). E cosa si fa nel caso di mancato attecchimento? Bum, la donna si spara altre dosi di ormoni per un successivo impianto, con effetti non proprio esaltanti per la sua salute. QUESITO 3: Voto Sì. È il quesito più difficile e filosofico, quello su cui si sviluppano dibattiti molto interessanti e, non di rado, frustranti. Qui davvero si rischia di perdersi nelle squisite disquisizioni sull’inizio della vita e sullo statuto dell’embrione. Ma l’estrema divisione che esiste su tale questione suggerirebbe di evitare l’imposizione di una visione filosofico-religiosa per legge. Personalmente penso che l’embrione sia vita, vita umana, e perciò titolare di rispetto. Ma non lo reputo titolare degli stessi diritti e doveri propri della “persona” che, nel misero senso giuridico (l’unico su cui si può trovare un punto in comune), si acquisiscono con la nascita. Questo non vuol dire che dell’embrione si possa fare qualsiasi cosa: va tutelato, il suo “utilizzo” va regolamentato, senza dubbio, magari utilizzando gli embrioni soprannumerari per la ricerca o permettendone l’“adozione”, magari ottimizzando le tecniche di impianto. Ma va riconosciuta una differenza nella concezione giuridica di embrione, al di là della concezione ontologica di ciascuno: la mamma cattolica custodisca il proprio embrione in maniera cattolica, la madre atea usi il proprio “grumo di cellule” in maniera atea, entrambe nei limiti di una legge che tuteli l’embrione, pur non riconoscendogli lo status giuridico di “persona”. Lo so, non è un bel modo di ragionare, ma spesso in bioetica le cose non devono essere belle, bensì efficaci; o meglio, devono fare meno male possibile. QUESITO 4: Voto Sì. Il quesito sulla cosiddetta “eterologa” è forse quello che entra più nel privato della genitorialità di stampo tradizionale. Personalmente credo che il concetto di genitore abbia valenza pregnante nel suo aspetto simbolico e sociale, più che biologico. Questo non elimina i possibili problemi legati all’identità del concepito. Ma perché discriminare le coppie colpite da sterilità gravi per cui la fecondazione eterologa rappresenta l’unica possibilità di avere un figlio (l’adozione ha infatti una valenza diversa ed è estremamente difficile da ottenere)? In tal senso, una modifica saggia della legge potrebbe limitare la fecondazione eterologa solo alle coppie colpite da sterilità grave. Oltretutto, una regolamentazione seria e non semplicemente proibizionista permetterebbe maggiori controlli ed eviterebbe il proliferare di un pericoloso “mercato del seme” da parte di paesi più poveri in cui si può donare il seme sotto compenso. Alla fine, dunque, 4 sì “sofferti”, per lo spessore delle tematiche e per il “contesto” degradante che sta preparando il referendum. Un’ultima riflessione: perché la Corte Costituzionale ha rigettato la proposta di referendum completamente abrogativo dei Radicali? Perché “coinvolge una normativa che è costituzionalmente necessaria”. Mah, io penso che quando lo Stato si avvicina troppo alle parti intime dei cittadini rischia di fare del male, e poi non è così scontata la scelta tra il “far west” di prima (su cui ci sarebbe da discutere) e lo “stato di polizia” di oggi. Il rischio è che l’esito del referendum conduca ad una “legge-papocchio”: l’abrogazione degli articoli proposti nei referendum, infatti, mutila la legge dei propri principi costitutivi. Quindi, o verrà riscritta de novo, o funzionerà come una legge “brutta” che, in seguito a un’operazione di “lifting”, ne rimane menomata.

Quesito 3 Diritti dell’embrione
La legge 40 assicura al concepito gli stessi diritti della madre o della persona nata. Per “concepito”, s’intende l’ovulo fecondato (anche prima, dunque, della fusione effettiva dei genomi dei gameti). Per i referendari, non è corretto segnare con la fecondazione il termine per la nascita dell’individualità e, soprattutto, dotare l’embrione di diritti e doveri di un soggetto giuridico adulto, perché porterebbe a conflitti nella gestione di gravidanze difficili e perché la decisione e la salvaguardia devono essere sempre riservate alla donna gestante.

Quesito 4 Donazione di gameti da terzi
Secondo il testo di legge, è vietato l’utilizzo di gameti, maschili o femminili, provenienti da estranei alla coppia (la cosiddetta fecondazione eterologa: vi prego caldamente di non usare questo termine, poiché significa, propriamente, fecondazione con sperma o ovuli di altre specie…). Prima di questa disposizione, si ricorreva al seme di donatori estranei alla coppia in casi di grave sterilità di almeno uno dei due partner, oppure - soprattutto per gli oociti - per eliminare alcune patologie neuromuscolari trasmissibili dalla madre. I referendari richiedono, oltre all’abolizione di questa imposizione, anche la creazione di un comitato di controllo, per impedire qualsiasi mercimonio o lucro sulla donazione e gestione di queste donazioni di gameti. Ovviamente non bastano certo queste poche righe per suggellare una discussione così ampia e profonda; tuttavia, spero che questo vademecum minimo vi abbia aiutato nella scelta di una presa di posizione cosciente e ragionata sugli argomenti così delicati su cui siamo stati chiamati a esprimerci il 12 e 13 giugno.

La legge 40/2004 e i quesiti referendari
La legge 40 si prefigge il compito di regolamentare la fecondazione in vitro e il destino degli embrioni conservati in azoto liquido (sono embrioni ottenuti da fecondazioni passate, non impiantati allora e mai più richiesti indietro, che stanno continuamente e lentamente andando incontro a morte, cioè ad una non-impiantabilità). Penso sia, dunque, giusto esaminare punto per punto i quattro referenda abrogativi (il SI implica il rifiuto dell’aspetto dell’attuale legge) e considerare di ognuno quanto stabilito dal testo legislativo e quanto chi ha proposto i referenda vuole ripristinare.

Quesito 1 Ricerca sugli embrioni
La legge 40 vieta ai ricercatori di derivare cellule staminali embrionali (ESC) dagli embrioni crioconservati e di sperimentare sulle ESC ottenute in Italia: gli embrioni, dunque, rimarranno indefinitamente nei freezer ad azoto liquido. Abrogando questo articolo, si permette l’utilizzo degli embrioni “orfani” per sperimentare sulle staminali embrionali come mezzo per nuove terapie nella medicina rigenerativa.

Quesito 2 Trattamento donna:

della

La legge vigente restringe a tre il numero di oociti fecondabili per ogni ciclo di trattamento, che dovranno poi essere impiantati nell’utero senza aver prima compiuto la diagnosi di preimpianto, tecnica di indagine molecolare in grado di segnalare eventuali anomalie e malattie gravi future del nascituro o rischi per la madre durante la gravidanza. Inoltre gli embrioni non possono essere conservati al freddo, quindi, aumenta il numero di superovulazioni a cui deve essere esposta la donna. Viene comunque lasciato alla donna il diritto di abortire in caso di problemi di gravidanza o dei casi previsti dalla 194. Prima di queste disposizioni, il

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Sull’astensione
di Nicola Cocco
Punto primo: ben venga questo referendum di inizio estate, che quantomeno sta sollevando un po’ di dibattito su argomenti importanti che i saccenti definiscono di “bioetica”, ma che in realtà riguardano la nostra concezione di coppia, di corpo, di maternità, di vita e il nostro rapporto con tali tematiche. Tematiche immense, certo, e per questo spesso sottaciute o completamente ignorate, ma che ci avvolgono nella quotidianità del nostro essere uomini e cittadini. Dunque, ben venga sentir parlare di “fecondazione” a tavola, di “ovuli” nei bar e di “embrioni” nelle piazze, oltre che nei luoghi più tradizionali come le aule delle università. Ma che sofferenza! In primo luogo, è abissale il gap di informazione e coinvolgimento rilevabile tra la realtà provinciale e quella cittadina/universitaria: si passa dal silenzio innocente e disarmato dell’operaio o dell’impiegato alla logorrea infarcita di logica e metafisica del professore universitario che “vola” troppo in alto. La campagna referendaria, poi, fa scadere il livello del dibattito ogni giorno che passa. La spettacolarizzazione delle problematiche che va a braccetto con la banalizzazione: da una parte la Ferilli e Veronesi (che si assomigliano sempopolo si dà pace. Punto secondo: ben venga un bell’acquazzone di inizio estate a benedire il referendum. Sì, perché in questo Paese si è costretti alla danza della pioggia per scongiurare il vero nemico di ogni tornata referendaria: l’astensionismo. Diabolica invenzione quella del quorum (vi immaginate delle elezioni politiche in cui vigesse il quorum?), ma ancora più diabolico l’invito a non esprimersi su tematiche così importanti, “dense”, che oggi caratterizzano la vita civile di una società. Tematiche difficili, “scomode”, ma non incomprensibili e, soprattutto, non eludibili: dopotutto, la vita civile di un paese non si può basare solo sul gioco dei pacchi. Mettiamo da parte i trucchetti, l’astensionismo non è una scelta responsabile, come predicano dai pulpiti gli alti prelati in cotta e mitria e quelli in giacca e cravatta: è una scelta “comoda”, in pratica una “nonscelta”. Legittima quanto si vuole, ma “incivile” e, da parte delle alte sfere, opportunista (diciamolo pure, “machiavellica”). Viene messa in discussione una legge, una “brutta” legge (anzi, “imperfetta”, per non offendere nessuno): se vincerà il Sì, si metterà mano alla legge (o meglio, la si riscriverà, risultando completamente

La vita e i diritti degli adulti
di Emma Stopelli
Il giorno di Pasquetta ho scoperto quanto la diversità di pensiero possa scottarmi quanto un forte sole sulla pelle. Durante la passeggiata organizzata per le colline Piacentine con ex compagni di classe, è capitato di imbattersi sul tema dell’embrione e della vita. Una di questi camminatori (vegetariana e animalista) difendeva strenuamente le proprie posizioni intransigenti: bisogna controllare l’embrione prima dell’impianto nell’utero della futura madre per evitare che ci si ritrovi con un figlio malato. Tanto l’embrione non ha diritti. Tanto ci sono i suoi fratelli sani. Allora io, sconcertata da tanta sicurezza, chiesi: “Ma se tu scoprissi di essere incinta di un figlio down?” lei rispose “Abortirei”. La sua motivazione era che non avrebbe avuto senso mettere al mondo una persona impossibilitata a vivere una vita normale. Ma quali i parametri di normalità e chi ha il diritto di stabilirli? Con che coraggio si può diventare arbitri dell’esistenza altrui e scegliere un figlio al posto dell’altro, al pari della merce sui banchi di un supermercato? Nella quotidianità delle nostre vite, potrebbe sembrare che questo problema non ci riguardi. Noi abbiamo altro a cui pensare: studio, lezioni, orario dei treni, vacanze, esami… Infatti, potrebbe sembrare. Eppure non lo è. Questo referendum a cui il 12 e 13 Giugno siamo chiamati a (per molti NON) votare è una delle piccole possibilità che abbiamo di cominciare a pensare, in prima persona e senza deleghe, alla società in cui desideriamo vivere l’oggi e il nostro futuro. Uno dei più grandi, forti e dolci personaggi degli ultimi anni, Giovanni Paolo II, ci ha lasciato una eredità impegnativa: “voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno”. Noi abbiamo ancora voglia di essere “sentinelle del mattino”, di vegliare se c’è bisogno anche tutta la notte, di tenere deste le nostre coscienze e quelle di quanti ci circondano, di non addormentarci nello scorrere delle giornate? Anche se non seguiamo il pensiero cattolico, abbiamo comunque il dovere di meditare seriamente su quelle che sono le nostre responsabilità, perché il problema della fecondazione artificiale tocca nodi cruciali della società: famiglia, coppia, fecondità, rapporto tra scienza e etica e altro ancora. È davvero il caso di trovare cinque minuti per stabilire dove sta il confine tra le nostre libertà e i nostri capricci. Non esiste il diritto di essere genitori. Così come non esiste il diritto di avere un figlio sano. Però esiste il diritto alla vita e noi dobbiamo difenderlo. Non lasciamoci trarre in inganno dal prefisso di origine greca del termine eugenetica (eu bene, buono): non tutto ciò che brilla è oro. Traduciamola in parole povere che farebbero rabbrividire anche i muri se avessero “il coraggio della memoria”: selezione. Già la Legge 40 prevede che un figlio si possa fare in tre: oltre alla mamma ridotta a oggetto contenitore e al papà stressato distributore, è indispensabile infatti la figura del medico. Siamo sicuri di volere che a questi tre possa affiancarsi per legge un quarto, ad esempio il famoso donatore di sperma in grado di soddisfare finalmente il desiderio dei due genitori, il diritto degli adulti? L’embrione è vita e la vita nasce dall’incontro di due sole persone che si scelgono per sempre e si amano intimamente: tutto il resto, anche se già in parte è stato regolamentato, fatica a non essere egoismo. Quel giorno di Pasquetta io sono stata accusata di essere rimasta indietro di secoli. E sia; mi sta più che bene perdere centinaia di anni se la modernità significa perdita di punti di riferimento, se vuol dire non avere più il coraggio e la consapevolezza dei nostri limiti. Se la modernità prevede di sciupare l’unicità di ciascuno, non disdegnando di sperimentare con e sulla vita. Se essere moderni significa pretendere un figlio (anziché accoglierlo) e concepirlo nella fredda solitudine di stanze d’ospedale. Sentiamoci interpellati in prima persona da questo ridicolo referendum. Come recitano alcuni bellissimi manifesti “La vita non può essere messa ai voti”. Informiamoci bene e, vi prego, prendiamo scelte di cui in futuro non dovremo pentirci.

Astenersi non vuol dire non esserci
di Stefania Cannizzo
In questi giorni di dibattito infuocato sul referendum per l’abrogazione della legge 40, si è detto molto spesso che l’astensione sia un tirarsi indietro. Questa posizione, al contrario, è un atto di presenza e lo dimostrano le numerose iniziative di informazione organizzate dagli astensionisti. Non andare a votare indica innanzitutto un NO ad un uso improprio del referendum: questo strumento è inadeguato per intervenire su un tema così delicato e complesso. Astenersi non è certo un atto incostituzionale; bisogna anche rispettare coloro che privi di elementi per una scelta consapevole, preferiscono non andare a votare. I quesiti referendari sono ingannevoli: fanno intravedere la possibilità di terapie, per le quali, ad oggi, non esiste alcuna realtà scientifica, creando solo false speranze. In secondo luogo l’astensione è un NO ai contenuti, l’abrogazione di ognuno dei punti di questa legge non è ragionevole alla luce dei dati ottenuti, non è un caso che la stessa comunità scientifica non sia unanime sul voto. I promotori sostengono di votare sì al primo quesito per “permettere la ricerca scientifica sull’embrione per la cura di malattie quali Alzheimer, Parkinson...”. Da studentessa di biotecnologie mi astengo perché ad oggi non esistono protocolli clinici sull’uso di cellule staminali embrionali; queste provocano gravi effetti collaterali in animali da esperimento ( ad esempio tumori), mentre esistono già applicazioni terapeutiche da cellule staminali adulte. La legge 40 non vieta la libertà di ricerca, in quanto lo studio di cellule staminali embrionali in modelli animali è finanziato e fino ad ora non ha prodotto risultati incoraggianti da permettere una sperimentazione sull’uomo. Il quesito due chiede l’autorizzazione di creare più di tre embrioni, la possibilità di non trasferirli tutti in utero e la crioconservazione degli embrioni non impiantati. Non si sa, però, che l’impianto di più di tre embrioni non aumenta le possibilità di una nascita, anzi facilita le gravidanze gemellari e plurigemellari, che , di sicuro, non sono a favore della salute della donna; inoltre la crioconservazione ha minore efficacia circa l’attecchimento della gravidanza. Dopo l’entrata in vigore della legge 40 i risultati ottenuti dai centri di procreazione medicalmente assistita sono leggermente migliorati (dati pubblicati dalle più importanti riviste scientifiche). Il quesito tre chiede l’abrogazione totale dell’art 1; questo toglierebbe ogni diritto al concepito, decretando una discriminazione tra gli esseri umani in base al periodo del loro sviluppo. Dal momento della fecondazione il processo di sviluppo che inizia è assolutamente continuo, non c’è nessuna fase che sia più importante di un'altra. Penso quindi che l’assunzione di una convenzione sull’inizio della vita umana sia assolutamente una posizione di comodo per poter rendere lecito quello che in realtà non lo è. Infine con il quarto quesito si vuole rendere possibile la fecondazione eterologa, quindi l’utilizzo di ovuli o spermatozoi di un donatore esterno alla coppia. Questo comporterebbe problemi circa l’identità del bambino con gravi conseguenze, non solo psicologiche, ma anche mediche, in quanto la cura di certe malattie richiede la conoscenza della storia sanitaria dei propri genitori; inoltre si attuerebbe il dissolvimento del concetto di famiglia. Il 12 e il 13 giugno ci spetta una decisione molto importante: l’astensione nasce da un uso adeguato della ragione, che non può asservirsi a slogan tendenziosi e poco aderenti all’evidenza dei fatti, ma deve allargarsi ai molteplici aspetti della realtà.

pre di più) ti porgono la matita come un fioretto, dall’altra matite spezzate e gigantografie di neonati che si chiamano Luca, Caio e Sempronio, quasi che gli embrioni avessero le fattezze dei marmocchi di Anne Geddes. Per non parlare dell’estremizzazione del linguaggio: “Luridi nazisti eugenetici figli di p…rovetta!”; “Bigotti oscurantisti figli di p…apa!”… Gli italiani non saranno tutti genetisti, ma non sono neanche tanto stupidi: è davvero impossibile una campagna informativa degna di tal nome e un dibattito che spieghi le ragioni delle diverse scelte in maniera appassionata, certo, ma quanto meno civile? La televisione tace, il

“sgonfiata” da un tale esito referendario), se vince il No, la si lascia così com’è. Punto. Ognuno scelga in libertà, secondo la propria coscienza (lo so, è questo il problema). Cosa significa astenersi? Semplicemente dire “non me ne frega un c…oncepito”: nel caso di mancato raggiungimento del quorum, nessuna legislatura avrà la forza elettorale e politica di “perfezionare” la legge, e il Paese continuerà a subire i suoi effetti negativi e il continuo scontro ideologico tra le fazioni opposte. Bella prospettiva per donne, embrioni, ricercatori, malati; molto più bella per i buffoni di turno e per i tour operator del turismo procreativo.

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Il viaggiatore Tradizioni irlandesi
di Fabrizio Vaghi
“Viaggiare significa andare altrove per costruire se stessi…” Così l’antropologo Marc Augè definisce l’esperienza del viaggiare. La mia personale non si discosta molto dalla citata affermazione, secondo me viaggiare significa anche crescere interiormente perché ci si trova a confronto con culture differenti che a volte incuriosiscono e a volte aiutano ad arricchire la propria cultura. Molto semplicemente rimaniamo spesso affascinati da racconti ed aneddoti che l’esperienza del viaggiare ci fornisce. Le tradizioni dell’Irlanda ne sono un chiaro esempio, perché ci spronano verso un mondo spesso mistico e irreale, fantastico e inverosimile, ma affascinante e stimolante. Il viaggiatore vi mostrerà come comprendere lo spirito dell’Irlanda tramite le sue storie di saghe, racconti di fate e folletti, simboli tradizionali e cultura celtica. Alla fortissima tradizione religiosa dell’Irlanda si affianca la grande cultura che guida lo spirito irlandese dagli albori della sua civiltà ad oggi: la cultura dei Celti, i primi colonizzatori dell’isola. Questo patrimonio centenario è giunto fino a noi tramite le saghe, dapprima attraverso la saggezza dei druidi, poi in epoca medioevale tramite la voce dei menestrelli (i bardi, i cantastorie), poi successivamente in forma scritta. Le saghe, per tutti i paesi nordici, sono il più alto gradino dell’antica produzione culturale, narrano di storie fantastiche che si combinano con la mitologia e con la storia dei popoli. Accanto a questi racconti mitologici, la tradizione popolare ha conservato le proprie storie condite da esseri fantastici e da leggende. Popolano un mondo parallelo a quello umano le fate, abitano nei vecchi castelli e intorno agli alberi di biancospino. Alcune tra di loro sono la Gentry, la Daoine, la Maithe e la Bansheee. Quest’ultima annuncia la morte nelle famiglie importanti tramite il suo lugubre urlo. Accanto alle fate un mondo popolato da folletti e gnomi. Sicuramente il più conosciuto è lo gnomo Leprechaun, vestito di verde, spesso ubriaco, che vive vicino alle sorgenti cucendo le scarpe alle fate e badando al suo gruzzolo d’oro. Hanno costituito, e costituiscono ancora oggi un momento importante per il popolo irlandese, la tradizione delle feste. Le feste degli antichi irlandesi si svolgevano in concomitanza con l’inizio delle uniche due stagioni esistenti: l’esuonato con una sezione limitata dell’archetto e appoggiato anziché sulla spalla, sul braccio dei musicisti. Altri ancora sono lo uillean, simile alla zampogna

Il Comodino del Piacentino
di Emma Stopelli
Ci sono voluti mesi e sforzi costanti, ma finalmente “Il Comodino del Piacentino” ha trovato un suo dignitoso spazio nel piccolo mondo radiofonico di Piacenza. Si tratta della nuova rubrica radiofonica in onda fino al 24 Giugno ogni Martedì e Venerdì alle 14.30 (con repliche alle ore 17 e 19.45) sulle frequenze di Radio Piacenza (Solo città 101.00Mhz, Provincia di Piacenza est, bassa cremonese e parte del Lodigiano 101.30Mhz, Provincia di Piacenza ovest, provincia di Pavia sud e Codogno 101.50Mhz). Trenta minuti due pomeriggi alla settimana di chiacchierate con scrittori ed editori Piacentini, provocazioni, inviti alla lettura di libri recenti e datati. Il tentativo è quello di indagare il panorama della lettura e dell’editoria a Piacenza, scoprire e imparare a condividere virtualmente, senza troppe pretese, le letture che stanno sui comodini dei Piacentini. Alla striscia radiofonica sono stati affiancati un blog (www.ilcomodinodelpiacentino .splinder.com) con relativa e-mail (ilcomodinodelpiacentino@ virgilio.it) ai quali ognuno può raccontare i suoi libri preferiti, lasciare messaggi, critiche o suggerimenti. In questo modo, anche quanti non abitano nei pressi di Piacenza e non sono specificatamente Piacentini, ma hanno piacere a confrontare con altri le proprie letture, hanno la possibilità di far sentire la propria voce e contribuire a questo piccolo progetto locale di promozione della lettura. Il programma è condotto da due volontarie studentesse universitarie: Stopelli Emma, che ne è anche la curatrice, e Chiara Cecutta. In regia, talvolta, Nolo Dj, che, come Emma, è iscritto a Cremona alla Facoltà di Musicologia dell’Università degli studi di Pavia.

Ricordare il passato per avere un futuro
di Antonella Succurro
state e l’inverno. Queste feste coincidevano anche con l’inizio e la fine del calendario agrario, erano infatti Calendimaggio (1° maggio) e Ognissanti (1° novembre). La vigilia di Ognissanti era la festa di Harvest, la notte in cui le pareti tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventavano sottili. Durante questa notte si aspettava il ritorno dei defunti sulla terra, le porte delle case venivano lasciate aperte e una sedia veniva posta accanto al camino, come invito alle anime defunte ad entrare, intanto sulle colline venivano accesi grandi fuochi per illuminare il percorso dei defunti. I tanti emigranti irlandesi che raggiunsero gli Stati Uniti durante l’Ottocento, portarono con se le loro tradizioni e la festa di Harvest si trasformò nell’attuale festa di Halloween. Così come la cultura e la letteratura, anche la musica irlandese è contaminata da echi celtici che si mostrano più evidenti nella musica folk. Spesso resi evidenti tramite l’utilizzo di strumenti tipici, come l’arpa celtica, uno dei più importanti simboli irlandesi, lo strumento usato per accompagnare i cantastorie durante i loro racconti alle corti dei re. Accanto alla famosa arpa, vi sono numerosi strumenti come il fiddle, un violino scozzese, ma dalla sonorità più elegiaca; il bodhràn, un tamburo in pelle di capra percosso con una bacchetta e dal timbro marziale; infine il tin whistle, un flauto dal suono acuto. Ma il panorama musicale irlandese non si limita al solo folk, sono molti i cantanti e i gruppi irlandesi che costituiscono una buona parte della realtà discografica internazionale odierna. Se i simboli che rappresentano l’Irlanda nel mondo sono l’arpa e il trifoglio, il Claddagh ring è uno dei simboli a cui gli irlandesi tengono maggiormente. Si tratta di un anello raffigurante due mani che stringono un piccolo cuore coronato. E’ il simbolo dell’amore (il cuore), dell’amicizia (le mani) e della fedeltà (la corona). Assume significati differenti a seconda di come lo si indossa: sulla mano destra, se il cuore è rivolto all’esterno, chi lo indossa, sta cercando l’amore; se il cuore è rivolto all’interno, la persona è innamorata. Portato sulla mano sinistra, sta a significare che la persona che lo indossa ha promesso il suo amore per la vita. Queste, come tante altre, sono tutte tradizioni appartenenti a quella rigogliosa e verde isola che è l’Irlanda. È stato con grande entusiasmo che un gruppo di ex-vincitori del corsoconcorso Il Tempo della Storia ha deciso, liberandosi da impegni universitari o scolastici, di partecipare al viaggio organizzato dalla Provincia in occasione dei 60 anni dalla liberazione del campo di Mauthausen. Un viaggio importante, significativo, che i partecipanti erano pronti ad affrontare con lo spirito di chi vuole rendere onore alla memoria facendo qualcosa contro l'indifferenza e il revisionismo: un viaggio per non dimenticare, per festeggiare la fine dell'orrore, per onorare chi perse la vita perchè era “diverso”, per religione, idee, “razza”... Abbiamo portato il nostro omaggio alle vittime italiane (tante, a Mauthausen), abbiamo cantato il valore della Resistenza, abbiamo sfilato dietro il gonfalone della Provincia di Pavia in mezzo a gente venuta da tutto il Mondo, abbiamo guardato negli occhi i sopravvissuti che portavano sul cuore un cartellino con il loro triangolo e numero di prigionieri del lager, sul cuore perchè non è difficile immaginare che quella ferita ancora bruci, incubo vissuto di morte e dolore e lotta per non dimenticare la dignità di essere uomini quando il sistema che ti ha ingoiato pretende di annullare il tuo spirito per oltraggiare più facilmente il corpo. Portavano quel cartellino grave, pesante da accettare, perchè decisi a non farsi dimenticare. Abbiamo visitato il lager, ritoccato e restaurato per il bene del turismo e per il male del ricordo, le baracche magazzini di scheletri umani stipati trasformate in quasi eleganti capanne di legno. Abbiamo disceso la scala della morte, impervia oggi con i gradini ridotti e allargati e levigati, mortale ieri, quando gli Haftlinge la percorrevano su e giù tutto il giorno, i piedi sfatti dagli zoccoli di legno e la schiena piegata sotto le pietre che dovevano trasportare. L'abbiamo percorsa di fianco a chi la ripercorreva dopo 60 anni, da uomo libero, da testimone... Ma quando non ci saranno più i testimoni? Riusciranno i lagermusei a risvegliare le nostre coscienze sopite, a schiaffeggiare la nostra pigra indifferenza? Quando il tempo si porterà via le voci che ci chiedono di non dimenticare, cosa rimarrà ad ammonirci puntando il dito su quello che fu “il male radicale del Novecento”, perchè ciò non si abbia più a venire? Ci saranno uomini pronti a cogliere l'occasione per negare il passato e stravolgere la storia, chi ci difenderà da essi? Dimenticare i campi di sterminio è il primo passo verso una nuova, ultima caduta nel grande buio dell'animo umano. Nessuno sopravviverà a una nuova follia, nemmeno i folli. Ecco perchè oggi non bisogna dimenticare date come il 25 Aprile, e continuare a ringraziare la Salvezza che 60 anni fa prese il nome di Resistenza. Resistenza che oggi ci chiede di essere continuata, con armi diverse contro nemici diversi, la Resistenza oggi si chiama memoria, si chiama informazione, si chiama rispetto per il tuo fratello e per il mondo in cui vivi, per chi ha perso la vita nella lotta per la libertà, per la tua libertà, perchè non ci si può più nascondere dietro al “non mi riguarda”, perchè è ora di capire che tutti abbiamo un ruolo nello spettacolo della vita, e tirarsi indietro è da vigliacchi, significa collaborare con chi non aspetta altro che un tacito silenzio-assenso per costruire sporchi progetti che prima o poi coinvolgeranno tutti, ed è ora di capirlo e dire “fermi un attimo, ci sono anch'io e voglio capire cosa sta succedendo”, perchè l'indifferenza è la rovina della società di oggi. La libertà è di tutti, e non possiamo delegare qualcun altro a gestire la nostra parte senza poi controllare che se ne occupi bene. E allora prendiamoci le nostre responsabilità, stacchiamoci da questa massa brulicante vestita tutta uguale, nutrita di falsi idoli televisivi modelli di bellezza e silenzio mentale allo scopo di farci tacere! Annulliamo i pregiudizi che occupano le nostre menti plagiate da troppo rumore e cominciamo a pensare da soli, a confrontarci su idee vecchie e nuove, per vedere cosa funziona e cosa no, e troviamo il coraggio di difendere ciò che riteniamo giusto, con l'umiltà di chi è aperto al dialogo e con la fermezza di chi sa che certi compromessi sono inaccettabili. Oggi siamo qui, liberi di parlare, pensare, vivere, perchè ieri, quando tutto sembrava perduto, uomini che mai avrebbero pensato di doversi fare eroi hanno capito che bisognava fare qualcosa, perchè così non andava, e hanno messo la loro vita per una missione che in fondo nessuno gli aveva chiesto, ma a cui si sentirono chiamati. Altri tempi, forse, altri valori, forse, ma anche oggi nel Mondo qualcosa che non va c'è. Se una vocina comincerà dentro a dirci di muoverci, forse sarà il caso di ascoltarla.

Invito a pranzo con delitto
di Pierluigi Malangone
Agatha Christie, la più famosa scrittrice di romanzi gialli, anche dopo la sua scomparsa riesce ad essere attuale e a coinvolgerci in uno dei suoi celebri romanzi nel duplice ruolo di spettatori/attori; tutto questo accade nel corso di un succulento banchetto. La D&D (Delitti & Delitti), con abilità e simpatia, riesce a coinvolgere tutti i partecipanti in un gioco di ruolo basato sulla rappresentazione di celebri romanzi della giallista. Non vi sono copioni da distribuire, nessun partecipante è un vero e proprio professionista, ma tutto viene spiegato poco prima dell’inizio del gioco. Si comincia dividendo gli ospiti in piccole squadre; ognuno avrà la possibilità, nonché il compito, di recitare una parte improvvisata, assegnatagli poco prima della rappresentazione. Il divertimento è assicurato. Coloro che non sono amanti dei giochi di ruolo, o dei gialli, possono restare tranquillamente a guardare gli altri mentre recitano e, nel frattempo, gustare i vari manicaretti messi a disposizione dalla direzione. Esistono varie formule di gioco, come ad esempio la B&D (Brunch & Delitto), alla quale la redazione di Inchiostro ha voluto partecipare. Con un pizzico di fortuna e tanta sorpresa, siamo anche riusciti a scoprire l’assassino e parte dell’intreccio (per dovere di cronaca, bisogna segnalare che altrettanto ha fatto anche la squadra avversaria). Naturalmente, l’organizzazione svela l’intera trama al termine del gioco, anche perché potrebbe verificarsi che nessuna delle squadre sia giunta alla soluzione. Il premio che tutti possono vincere è una buona dose di divertimento; ci spiace, ma non c’è nessuna ricompensa in denaro. L’unico inconveniente è rappresentato dal poco tempo a disposizione, circa tre ore; si sa, quando ci si diverte, il tempo vola. Diversa è invece l’altra formula di gioco: la W&D (Week-end con Delitto) mette a disposizione ben quarantotto ore di gioco per poter inscenare e risolvere il delitto, tutto questo naturalmente all’interno di un albergo a quattro stelle. Un modo come un altro per sfuggire alla routine quotidiana e dar sfoggio delle proprie doti di detective alle prime armi oppure di dar vita all’attore che è in voi. Perché non provare? In fondo, si tratta di un vero e proprio invito a pranzo con delitto da parte dell’ospite d’onore: Agatha Christie. Attenti, però, che la vittima non siate proprio voi… Per informazioni: B&D alla Maison Espana al sito www.maisonespana.it W&D www.delittiedelitti.it

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Università pubblica o Università privata?
di Elena Bombis
Perchè quando si parla di università pubblica lo studente medio alza gli occhi al cielo e pensa subito a lenta burocrazia e disorganizzazione, mentre il pensiero dell’università privata riporta alla sua mente un concetto che riteneva ormai quasi perduto: l’efficienza? Che cosa potrebbe cambiare l’Ateneo pubblico per adeguarsi a tali previsioni? In Italia, dove la precarietà lavorativa è diventata un incubo frequente e i laureati possono ritrovarsi con lavori ben lontani dal loro campo, perchè nella disperazione finale cercano lavoro ovunque, gli studenti universitari attuali e futuri si interrogano su quali siano le differenze e i vantaggi tra istituti pubblici e privati. A Pavia, al confine con Milano che ha visto nascere le prime università private, sono ancor più numerose le domande alla ricerca di una rassicurazione sul fatto che la situazione può solamente migliorare. La conferenza di giovedì 19 maggio organizzata da Inchiostro “Università pubblica università privata” aveva proprio l’intento di soddisfare almeno in parte i quesiti, i dubbi e i timori che animano studenti e docenti della nostra città. Erano invitati a parlare il professor Francesco Giavazzi, docente d’economia politica presso la Bocconi ma studente ai tempi presso un’università pubblica, e il professor Alessandro Cavalli, docente di sociologia a Pavia e laureato però presso un Ateneo privato. Si prevedeva solo un intervento dei quattro candidati Rettori, ma in tempi di elezione si sa che la dialettica è la migliore arma e, poiché ad affinarla erano in quattro, gli interventi hanno occupato la maggior parte della serata. Il professor Giavazzi introduce per primo il problema dell’autoreferenzialità, particolarmente sentito come argomento dalla platea onoraria di quella sera. Il sistema di governo delle università nel nostro Paese è, infatti, concentrato su sè stesso e sulle norme interne che lo regolano, scarsa è l’attenzione nei confronti degli altri Atenei italiani e della competizione con questi ultimi. L’Italia è il paese che più di ogni altro in Europa elegge i propri vertici amministrativi con nomine interne. I maggiori fondi non servono a nulla se prima non si cambiano le regole della governance all’interno dell’università. Un processo di nomina esterno è a sua volta inutile, se accompagnato da scarsa concorrenza tra le università. Sistema di governo e concorrenza sono così due aspetti intrecciati. Il professor Cavalli condivide l’idea che l’autoreferenzialità sia un aspetto da modificare, ma a vantaggio di una maggiore concorrenza tra Atenei pubblici italiani. In Italia, infatti, il settore privato in questo campo rimane un’ipotesi marginale e non vi è ancora la possibilità di una vera competizione. Sebbene nel nostro paese persista un sistema localistico per le Università, giacché la maggioranza degli studenti preferisce di norma frequentare la sede più vicina a casa, bisogna cominciare a ragionare su un sistema nel quale si pone l’accento sui propri punti di forza per convincere i migliori studenti ad allontanarsi piuttosto dalle proprie origini per usufruire del migliore servizio. Chiamati ad intervenire, i quattro candidati esprimono il loro parere. Il professor Caccialanza è favorevole al personale esterno nel consiglio di amministrazione, dotato così di persone esperte che possono sfruttare e gestire l’esiguo bilancio di cui è dotato il l’Ateneo pubblico che, al contrario del privato, è tenuto a limiti ben precisi per l’imposizione delle tasse. Il professor Frigo dimostra invece remore sulla critica all’autoreferenzialità del sistema di governo universitario, visti i pochi risultati raggiunti dal cambio di governance nel sistema sanitario. Il problema è quale modello vuole scegliere l’università e come intende raggiungere gli obiettivi minimi. Condivide le idee del Cavalli il professor Stella. Competizione vuol dire utilizzare il patrimonio che si ha e Pavia deve attrezzarsi per usare i suoi punti di forza, che sono numerosi, come la sua storia e i suoi collegi, che possono attrarre gli studenti migliori da tutta Italia. Secondo il Professor Velo il vantaggio del settore pubblico consiste nel fatto di poter guardare a lungo termine, ma per farlo occorre investire sulla nuova generazione per aiutarla a formarsi e un dialogo con le istituzioni. Una partecipazione di queste ultime alle scelte riguardanti l’università è utile alla sua crescita. Questa conferenza era un tentativo chiarificatore riguardo a un’istituzione che, tra riforme nazionali ed elezioni locali, si mette ogni giorno in discussione. I pareri espressi erano svariati e le idee molte, però ciò che rimane alla fine nel cuore degli ansiosi e dubbiosi studenti è la speranza.

Mostra di Faruffini a Pavia
di Manuela Ragni
Un quadro non è solo colore, e la dimostrazione è data dalle opere di Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 – Perugia 1869), in mostra al castello Visconteo di Pavia fino al 12 giugno 2005. È definito un artista dal temperamento inquieto, sempre alla ricerca di sperimentazioni. La sua vita artistica si colloca nel periodo di passaggio tra il romanticismo e il realismo, di ideali patriottici grazie alla sua amicizia con la famiglia Cairoli. Elegge Pavia a titolo di “casa”: proprio qui, infatti, Faruffini conobbe un ‘intensa eccitazione dell’animo; uomo di legge, non chiude il suo cuore alla pura espressività. La mostra ospita 28 fogli montati entro passepartout in cartoncino, che occupano solo tre pareti della st5anza a lui dedicata, ma sufficienti per conoscere il suo animo. Si è seguita una certa cronologia nella disposizione della mostra, sia per seguire la crescita artistica propria, sia per evidenziare i passaggi della vita che il Faruffini ha conosciuto. Si inizia con le opere di carattere religioso, con figure di madonne e donne pie (di certo eseguiti su commissione) per poi passare ai ritratti e allo studio dei pittori rinascimentali: si può ammirare in tal senso un p9iccolo ritratto “Studio di Leonardo da Vinci”. Dai ritratti, si passa allo studio delle figure umane: “Studio per figura maschile” è caratterizzato dalla ricerca del pittore della postura perfetta della diverse parti anatomiche. Percorrendo con lo sguardo una breve serie di schizzi, si arriva alla “Lettrice”, da cui è tratto un dipinto ora esposto a Milano alla galleria delle Civiche raccolte d’Arte e divenuto il simbolo della donna libera ed emancipata. ( è altresì visionabile al sito www.italica.rai.it). che giorno fa mi si è posto il problema: come sarà il femminile di predecessore? Dopo un po’ di “scervellamento” – predecessora? Boh, banale. Predecessrice, predecesstrice? Impossibile! - ho deciso di rivolgermi al dizionario. L’amico fidato mi dice che il plurale non comune è predecessora, come se una donna non potesse mai esserlo – o meglio, non lo sia mai stata! Chissà come farebbero le Amazzoni con una lingua così… ammettiamo Nell’ “Uomo in atto di pensare” Faruffini mette finalmente in mostra tutta la propria maturità romantica: nonostante sia solo un disegno preparatorio, sono evidenti gli stati d’animo dell’artista, una malinconia che non viene celata e il suoi sentirsi parte di nessun posto. Sono gli anni più duri, caratterizzati dalle critiche e dal temporaneo addio all’Italia, che lo porterà a trovare un discreto successo in Francia. Torna in Italia nel 1865, ma ormai la tensione è troppo alta da sostenere e da tacere. In questo disegno si possono vedere i pensieri che lo hanno portato, giovanissimo, al suicidio nel 1869: una conclusione per nulla in discordante con il carattere e il temperamento che gli erano propri, portando fino all’estremo la propria presunzione e il talento. Negli ultimi anni della sua vita si dedica agli studi delle donne ciociare: ciò può essere visto come un ritorno brusco alla realtà, poiché le donne ciociare sono figure di profonda femminilità, ma legata ai cicli della terra. Si susseguono figure di donne altere, tristi, con lo sguardo puntato arditamente verso l’alto o fisso davanti a se. Le espressioni umane si rincorrono senza posa negli sguardi delle donne ciociare, senza che alcuno si soffermi per più di un attimo. Lo spettatore in esse può vedere ciò che in quel preciso momento desidera: se si sente in colpa, in esse vedono il disprezzo. Queste donne dallo sguardo ambiguo possono essere per ognuno lo specchio dei propri sentimenti. Per chi ama gli artisti “maledetti” o le figure di passaggio che in silenzio caratterizzano un epoca, Federico Faruffini è un artista che vale sempre la pena cercare e ammirare.

Paroliere Miscellanea
di Elisa Perrini
Eccoci giunti all’ultimo numero di Inchiostro per quest’anno, e forse anche del “mio” Paroliere per sempre – anche se i miei colleghi redattori mi stanno obbligando a promettere che continuerò a scrivere anche l’anno prossimo, in qualsiasi angolo del mondo mi trovi. Momento di bilanci quindi. Nonostante qualche momento di panico davanti alla pagina bianca l’ultimo giorno utile per la consegna degli articoli (come in questo preciso momento), devo dire che mi sono divertita e credo che anche voi lettori ve ne siate usciti con un “ma dai, che storia” qualche volta. Dalle voci e dai commenti rubati, deduco di potermi ritenere soddisfatta: sono sulla strada per diventare come Gramellini. Molti lettori iniziano a leggere lo Specchio dall’ultima pagina, la sua appunto, e qualche lettore di Inchiostro inizia dal Paroliere! :-) Fine del bilancio. Veniamo al tema di oggi, tema banale di questi tempi, visto che parlerò di esami… Quelle che negli altri corsi si chiamano prove in itinere, da noi, a Lingue, hanno nomi specifici. Chi studia inglese le chiama assessments, chi si diletta con lo spagnolo parciales, mentre gli amanti del tedesco non le chiamano più, perché due anni fa qualcuno ha avuto la geniale idea di farle sparire – comunque giusto per la cronaca si chiamavano Zwischenprüfungen, da non confondere con la Zwischenprüfung tedesca che segna il passaggio dal Grundstudium allo Hauptstudium. Ma scusate, che scelta del cavolo! Siamo tutti oberati di esami, parliamo di qualcos’altro! Mentre facevo una traduzione qual-

che chi ritiene la lingua maschilista abbia i suoi buoni motivi. Accidenti, arraffa, arraffa e ho già superato i 2000 caratteri! Non mi resta quindi che augurarvi in bocca al lupo per gli esami (sapete vero da dove deriva questa espressione?!) e una buona estate passata all’estero per verificare tutto quello che vi ho raccontato in questo lungo anno!

L’immagine del ritorno
di Alberto Bianchi
Terra di cenere e di fantasmi. Terra bruciata, solchi tracciati dalle bombe. Terra del fuoco, odore di polvere da sparo. Kabul è ferita. L’immagine del ritorno in Afghanistan, dopo vent’anni, è offuscata. Anzi, è sfuocata, come una vecchia fotografia. Atiq Rahimi, classe 1962, scrittore e regista, ritorna nella città che aveva lasciato, da esiliato, nel 1983. Ritorna nel paese dove i bambini imparano la morte fin dalla nascita. Ritorna ed è subito perso nella sua stessa terra, tra vite distrutte e vite aggrappate ad un filo. Cerca di trovare quella speranza che manca da molto tempo ormai, cerca di capire cosa è successo alle persone mentre le bandiere dei signori della guerra cambiavano colori sopra le loro teste. Scatta fotografie con una camera oscura rudimentale e ciò che ottiene sono figure remote e ingiallite, che sembrano provenire da secoli sconosciuti e dimenticati. Atiq non va alla ricerca della bellezza visiva (quella dei “grandi fotografi”, per intenderci), ma piuttosto, sulla scia del grande Roland Barthes, di “quel sentimento che rinasce ogni volta che si osserva una ferita” e lo fa attraverso una “forma di allucinazione, falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo”. La sua è una profonda poesia, essenziale e capace di giungere fin dentro l’anima del lettore. Una simbiosi perfetta tra scrittura e immagine in grado di trascinare la mente fino ad una realtà di consapevole sofferenza, quasi rassegnata al proprio destino e spaventata di fronte al proprio futuro. Kabul è una città invisibile, una città “che non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano”. Anche Italo Calvino diventa così un nume, guidando Atiq mentre cammina, ancora una volta, dopo molto tempo, attraverso le strade e i volti di una terra travagliata da nemici ricorrenti, i quali, sotto diverse sembianze, tolgono in continuazione i suoi abitanti dalla Storia, lasciando un passato da dimenticare e un domani instabile, da ricostruire in continuazione. Un libro sintetico che va letto senza fretta: poche pagine ma intense e complesse, estremamente profonde e quasi commoventi, scritte e vissute da un uomo costretto a lasciare la propria terra per dare spazio all’inutile efferatezza umana. L’Immagine del Ritorno, di Atiq Rahimi, ed. Einaudi, 115 pagine, 16,00 € Università degli Studi di Pavia - Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 0382.984759 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 10 - Numero 20 - 10 giugno 2005 - Il giornale degli Universitari Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti. Direttore: Luna Orlando (luna@) Redazione: Alberto Bianchi Roberto Bonacina (bonac@) Valerio Ciampi Nicola Cocco Alba Chiara De Vitis (alba@) Tommaso Doria Antonio Lerario Pierluigi Marangone Lorena Meola Laura Omodei Alessio Palmero (alessio@) Elisa Perrini (elisa@) Leonardo Pistone (leo@) Mattia Quattrocelli (mattia@) Marzio Remus (marzio@) Valentina Repetto Emma Stopelli Antonella Succurro (anto@) Maria Chiara Succurro (mari@) Fabrizio Vaghi (fabri@) Stefano Valle (stefano@) dopo @ ci va inchiostro.unipv.it Hanno collaborato: Elena Bombis, Laura Zito, Manuela Ragni, Carlotta Campanini, Stefania Cannizzo, Alberto Cremonesi, Emma Mottarella, Francesca Podavini, Liliana Praticò, Eleonora Lanzetti. Disegni: Nemthen Fotografie: Marco Chemollo, Claretta Christille Foto di copertina: Anne Geddes Grafica: Alessio Palmero Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 2000 copie Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Stampato su carta riciclata. Fondi Acersat “Inchiostro”: 14.000 Euro annui.

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Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

AGENDA

dell’estate
26 giugno ore 10.00 VIGEVANO - Vie del centro storico VIGEVANO E'…… Animazione e manifestazioni "a tema" nelle vie del centro Org. e info : Pro Loco, tel. 0381-690269 26 giugno ore 8,00-19,00 VOGHERA - Piazza del Duomo MERCATINO DELL'ANTIQUARIATO Oggettistica, mobili, curiosità Org. e info: Comune, tel. 0383-336407 3 luglio ore 8.30 PAVIA - Cupola Arnaboldi, C.so Strada Nuova L'ANTICO SOTTO LA CUPOLA ARNABOLDI Mercatino di antiquariato selezionato (Org.: Ass. Regisole, info: tel. 3332976076) 3 luglio ore 8.30 - 19.00 PAVIA - Piazza della Vittoria MERCATINO PAVESE DELL'ANTIQUARIATO Mobili, quadri, oggetti da collezione Org.: Ass. Antiquari provincia di Pavia; info : Ascom, tel. 0382-372511 8 - 10 luglio ore 19.00 BELGIOIOSO - Parco Cervi BEERPOP 2005 Musica dal vivo, ristorazione, spettacoli Org. e info: Pro Loco, Promopav - tel. 339-3249584 10 luglio ore 9.00 - 19.00 SAN MARTINO SICCOMARIO - Piazza Berlinguer VIVI SAN MARTINO Mercatino di hobbistica e apertura botteghe artigiane. Nel pomeriggio: mostra di moto d'epoca. In serata: spettacolo con musiche e balli brasiliani Org. e info : Comune, tel. 0382-496111

MUSICA CLASSICA
venerdì 17 giugno ore 21.30 CASSOLNOVO - Chiesa Parrocchiale di San Bartolomeo Festival Organistico 2005 Il Romanticismo e il Novecento organistico europeo venerdì 24 Giugno 2005 Ore 21.15 Aula Magna del Collegio Ghislieri CARMINA BURANA di Carl Orff per coro, soli, coro di voci bianche, due pianoforti e percussioni Coro di voci bianche del Teatro Fraschini e dell'Istituto F. Vittadini di Pavia Maestro del Coro di voci bianche: Giuseppe Guglielminotti Valetta I Percussionisti del Vittadini Maestro preparatore: Marco Scacchetti Coro e Arìon Choir del Collegio Ghislieri Direttore: Giulio Prandi Terza Stagione di Concerti del Collegio Ghislieri "Un viaggio in Italia" www.coroghislieri.org domenica 26 giugno ore: 21.15 VIGEVANO - Chiesa del Cristo Festival Organistico 2005 Tra rinascimento e barocco 30 giugno ore 21.00 BASCAPE' - Piazza della Repubblica CONCERTO LIRICO SINFONICO Concerto lirico sinfonico con l'orchestra di Stato di Udmutria Org. e info: Comune, tel. 0382-66459 venerdì 1 luglio ore: 21.15 VIGEVANO - Chiesa Parrocchiale di San Francesco Festival Organistico 2005 L'Ottocento teatrale italiano Ingresso libero lunedì 4 Luglio 2005 Ore 21.15 Aula Magna del Collegio Ghislieri Canto General di Mikis Theodorakis su testo di Pablo Neruda Kibbutz Artzi Choir Direttore: Yuval Ben-Ozer Terza Stagione di Concerti del Collegio Ghislieri "Echi d'oltremare" www.coroghislieri.org

CINEMA
14 Giugno 2005 ore 22:00 LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT di Rainer Werner Fassbinder (1972) CSA Barattolo - Via dei Mille, 130 Per informazioni: tel. 0382-21293 21 Giugno 2005 ore 21:00 LA BELLA SCONTROSA - LA BELLE NOISEUSE di Jacques Rivette (1991) versione in lingua originale e sottotitoli CSA Barattolo - Via dei Mille, 130 Per informazioni: tel. 0382-21293 28 Giugno 2005 ore 22:00 BETTY di Claude Chabrol (1992) CSA Barattolo - Via dei Mille, 130 Per informazioni: tel. 0382-21293

MOSTRE
1 - 17 luglio ZAVATTARELLO - Castello INFERNO DI DANTE Personale di pittura di Gianfranco Rontani con trentaquattro tele raffiguranti l'inferno dantesco Org. e info: Comune, tel. 0383-589132

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

MERCATINI E FIERE
18 giugno ore 21.30 STRADELLA - Vie Cittadine CAFFE' CONCERTO Piccole orchestrine in concerto presso i locali pubblici Org. e info: Pro Loco, tel. 0385-245912 18 giugno ore 8,00-20,00 VIGEVANO - Piazza Martiri della Libertà BANCARELLE TRA LE COLONNE Mercatino dell'antiquariato e dell'usato Org.: Lions Club Colonne, info : Pro Loco, tel. 0381-690269 25 giugno ore 21.30 STRADELLA - Vie Cittadine CAFFE' CONCERTO Piccole orchestrine in concerto presso i locali pubblici (Org. e info: Pro Loco, tel. 0385-245912 25 giugno ore 21.30 VIGEVANO - Castello VILLE E CASTELLI IN MUSICA Un viaggio nella musica classica, jazz e celtica tra le ville e i castelli della Lombardia e del Canton Ticino Org. e info: Ass, Castelli e Ville aperti in Lombardia, tel. 02-65589231 www.castellieville.it 25 giugno ore 21.15 VOLPARA - Centro Sportivo Lodigiani OLTREPO' TERRA DI TRADIZIONI Montagne di musica Cantautori & Cantastorie Concerto dedicato a Claudio Fiocchi Org. e info: Comune, tel. 0385-99729 26 giugno ore 8.30 SAN GENESIO ED UNITI - P.zza Giovanni Repossi STRASS OSS E FER RUT Mercatino delle vecchie cose Org. e info: Comune, tel. 0382-586023

La redazione augura a tutti

BUONE VACANZE!
TEATRO
domenica 19 giugno ore 16.30 GROPPELLO CAIROLI - Parco Villa Cairoli VOGHERA - Adolescere - Giardino dei cachi 2^ edizione del Festival Provinciale Itinerante di Teatro di Figura Spettacolo di burattini: Pirù Pirù venerdì 24 giugno ore 21.30 CERVESINA - Dove: Piazza del Municipio 2^ edizione del Festival Provinciale Itinerante di Teatro di Figura Un trovatello in casa del diavolo domenica 26 giugno ore 21.30 STRADELLA - Centro Culturale - Via Montebello 2^ edizione del Festival Provinciale Itinerante di Teatro di Figura Spettacolo di burattini: Caterina e l'orchessa

giovedì 16 giugno ore 21.30 CAVA MANARA - Sala Teatro Multimediale, p.zza V. Emanuele II, 2 Disegni nel vento: Viaggio nel mondo animato di Hayao Miyazaki Partecipano Pier Maria Bocchi ed Enrico Azzano. Introduce Andrea Fornasiero. venerdì 17 giugno ore 21.30 VOGHERA - Adolescere - Giardino dei cachi 2^ edizione del Festival Provinciale Itinerante di Teatro di Figura Spettacolo di burattini: L'usignolo dell'imperatore sabato 18 giugno ore 21.30 VOGHERA - Adolescere - Giardino dei cachi 2^ edizione del Festival Provinciale Itinerante di Teatro di Figura Spettacolo di burattini: Il pifferaio di Hamelin

CONFERENZE
lunedì 13 Giugno 2005 Ore 16.00 Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri GLI ANNI DELL'ATOMO Proiezione del lungometraggio e dibattito www.ghislieri.it lunedì 13 Giugno 2005 Ore 21.00 Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri Presentazione del libro MAURIZIO CUCCHI IL MALE È NELLE COSE (Mondadori, 2005) Presenteranno il libro e parleranno dell'opera poetica di Maurizio Cucchi MARIA ANTONIETTA GRIGNANI, ERMANNO KRUMM. Sarà presente l'Autore Mercoledì 15 Giugno ore 16.00-18.30 Aula 8 Nuovo Polo Didattico Via Ferrata - Pavia Corso di Impianti elettrici industriali Corso sul tema Legislazione e responsabilità per impianti e materiali elettrici IV lezione Prof. avv. Antonio Oddo Programma: http://www.unipv.it/ relest/Oddo.pdf Venerdì 17 Giugno ore 14.30 Aula '400, Palazzo Centrale dell'Università degli Studi di Pavia Ciclo di seminari Metodologia clinica in psicopatologia Scuola di specializzazione in psichiatria Direttore Prof. F. Petrella Programma: http://www.unipv.it/ relest/cicloseminari2.doc Venerdì 17 Giugno ore 10.30 Aula Magna, Palazzo Centrale dell'Università degli Studi di Pavia Cerimonia per il conferimento della Laurea Honoris Causa in Economia, Politica e Istituzioni Internazionali Prof. Amartya Sen Premio Nobel per l’Economia Professore di Economia e Filosofia all’Università di Harvard, USA Informazioni http://www.unipv.it/ wwwscpol/avvisi/sen.html Lunedì 20 giugno ore 9 Almo Collegio Borromeo - Sala degli Affreschi I DILEMMI DELLA BIOETICA: filosofi e genetisi a confronto Convegno promosso dalla Scuola di Etica del Collegio Borromeo, dal Dipartimento di Genetica e Microbiologia ‘A. Buzzati Traverso’ Università degli Studi di Pavia e dall'Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia interventi di: Lucio Luzzatto, Università degli Studi di Genova; Vittorio Possenti, Università Ca’Foscari di Venezia; Edoardo Boncinelli, Istituto San Raffaele di Milano; Enrico Berti, Università degli Studi di Padova introduce Luigi De Carli coordinano le relazioni Guglielmina Nadia Ranzani e Silvano Riva venerdì 24 Giugno ore 14.30 Aula Foscolo, Palazzo Centrale dell'Università degli Studi di Pavia Ciclo di seminari Metodologia clinica in psicopatologia Scuola di specializzazione in psichiatria Direttore Prof. F. Petrella Giuseppe Martini, Dall’irrappresentabile al linguaggio. Percorsi della psicoanalisi e del lavoro istituzionale 4-8 Luglio Dipartimento di Scienze Sanitarie Applicate e Psicocomportamentali University of Pavia Via Bassi 21, Pavia Statistical genetics with Mendel Kenneth Lange, Rita Cantor, Steve Horbath, Jeanette Papp, Janet Sinsheimer, Chiara Sabatti, Eric Sobel The UNIVERSITY OF PAVIA and the UNIVERSITY OF CALIFORNIA organize on July 4-8, 2005, a five full-day intensive course which will cover state-of-the-art statistical genetics methods for detection of genetic loci for complex traits, either qualitative or quantitative. Each day will include hands-on computer exercises using the computer programs MENDEL and SIMWALK. Participants in the Course need no prior experience with these methods or programs, but should be "computer literate". Venerdì 8 Luglio ore 10.30 Aula Scarpa, Palazzo Centrale dell'Università degli Studi di Pavia Ciclo di seminari Metodologia clinica in psicopatologia Scuola di specializzazione in psichiatria Direttore Prof. F. Petrella Simona Taccani, Agire, Azione psichica, Azione terapeutica

MUSICA LEGGERA
martedì 14 giugno MIRADOLO TERME - Sir Lifford, piazza IV Novembre, 36 RAD1 Per informazioni: tel. 0382-77117 www.sirlifford.com venerdì 18 giugno VOGHERA - Cowboys Guest Ranch APPALOOSA

domenica 19 giugno ore 18.00 BELGIOIOSO - La locanda Dei Frati Aperitivo in Jazz Pietro Bonelli (chitarra), Claudio Calegari (chitarra) martedì 21 giugno MIRADOLO TERME - Sir Lifford, piazza IV Novembre, 36 DEJA VU Per informazioni: tel. 0382-77117 www.sirlifford.com domenica 26 giugno ore 18.00 BELGIOIOSO - La locanda Dei Frati Aperitivo in Jazz Beppe Semeraro (armonica) Massimo De Bernardi (chitarra) martedì 28 giugno MIRADOLO TERME - Sir Lifford, piazza IV Novembre, 36 BANDIDO Per informazioni: tel. 0382-77117 www.sirlifford.com martedì 5 luglio MIRADOLO TERME - Sir Lifford, piazza IV Novembre, 36 MISTER NO Per informazioni: tel. 0382-77117 www.sirlifford.com martedì 12 luglio MIRADOLO TERME - Sir Lifford, piazza IV Novembre, 36 BLINDA BAND Per informazioni: tel. 0382-77117 www.sirlifford.com

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Design di Alessandro Martinelli

venerdì 18 giugno VIGEVANO - Castello Sforzesco YAK