Il giornale degli Universitari

Nulla si crea, nulla si distrugge; tutto si trasforma.
… anche il giornale, con le sue pagine, le immagini, gli articoli e i lettori! Utilizzando un ragionamento machiavellico, posso suddividere i lettori di Inchiostro in due categorie: coloro che lo hanno preso per la prima volta, magari per sbaglio; oppure i lettori abituali, cui Inchiostro tiene compagnia nei momenti tristi, o semplicemente nella pausa tra una lezione e l’altra. Nel primo caso avete trovato il giornale per la prima volta dove probabilmente prima non lo trovavate, quindi il nostro sistema di distribuzione funziona e ne siamo soddisfatti; nel secondo caso… pure; perché avete superato la rabbia dello scorso editoriale… tutto sommato chi di noi nella vita non ha avuto un momento di rabbia? Come fare, dunque, per premiarvi? Innanzi tutto, da questo numero il giornale ha più pagine (e costa il doppio, ma chi sa un po’ di matematica…) e, per la gioia di coloro che debbono pulire la Nave dopo i picnic organizzati da Inchiostro, uscirà con minor “intensità”: una volta ogni tre settimane, invece che una volta ogni due. E non è finita: tutti coloro che sono dotati di un indirizzo email di ateneo (anche chi non sa di averlo) possono vincere una maglietta di Inchiostro semplicemente collegandosi al nostro sito (inchiostro.unipv.it) e rispondendo a qualche domanda sul gradimento del giornale. Cosa inserire, dunque, in dodici pagine? In questo numero la faranno da padrona il teatro, con un servizio di Maria Chiara, Valentina e Stefano, e la politica, che non si ferma mai, in particolare nella nostra università: a fine mese, infatti, ci saranno le elezioni per decidere il nuovo Rettore. Quattro i candidati che Inchiostro ha intervistato per voi in uno speciale di due pagine. Ritorna l’attualità, dopo un lungo periodo di assenza, perché Inchiostro vuole dare fiato a tutte le voci: Nicola, Mari, Luca e Bonač offriranno un punto di vista diverso relativamente ad alcuni fatti più o meno recenti. Si parla anche (e ancora? Certo!) di Università, mettendo un po’ di ordine nella confusione nata dai requisiti minimi, questo strano ingranaggio che pare minacciare i corsi di laurea più piccoli; ma sarà tutto vero

Anno 10 - Numero 19 - 16 maggio 2005 - Distribuzione gratuita

Teatranti

quello che si legge in giro? Marzio e Nicola hanno indagato per noi consultando le alte sfere. Ritorna infine (ritorna?) uno spazio per divoratori di carta. E poi, e poi, ce ne sarebbero di cose da dire: è finalmente definitivo il bando per il concorso per giovani scrittori, “Inchiostro a volontà”; non ci dimentichiamo poi del film, altro ambizioso progetto che si sta facendo spazio nella tranquillità dell’Università di Pavia. Tutto qui? Sì, tutto qui, più che altro perché un editoriale deve solo incuriosire, dare spunti senza approfondire, scrivere frasi senza conclud… Alessio Palmero

In questo numero...
La sputacchiera (pag. 3) Piazza Fontana, strage vecchia e bastarda, che, sotto la polvere che ricopre gli atti di undici processi, si ostina a non crepare. Mug, mug, mug... Magari! (pag. 4) Serve altro per iniziare uno sfrenato quanto divertente mugcrossing? Quell’amore dalle sedici corde (pag. 4) Sono la prima a dire, banalmente, che alle volte ascoltare la cosiddetta musica classica è noioso. Paroliere (pag. 10) Che domanda del cavolo, mi direte voi, se è camomilla, è camomilla e non è tè. E invece no!

Inchiostro sta lavorando alla realizzazione di un film. Ti piacerebbe partecipare? Scrivi a

Hai mai recitato?

film@inchiostro.unipv.it

La Redazione di Inchiostro ha predisposto sul nuovo sito internet la possibilità di lasciare un commento per ogni articolo che viene pubblicato sul giornale.

L’articolo non ti è bastato?

Concorso letterario per gli studenti pavesi a tema libero e a partecipazione gratuita. Per il bando completo e i premi naviga sul sito di Inchiostro, http://inchiostro.unipv.it.

Inchiostro a volontà

Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

Il giornale degli studenti universitari

ProntaMente - Corsi e ricorsi nel marasma scientifico A spasso nel tempo
di Samuele Anni
Mettiamo caso che domani vi attenda un esame importante: non sarebbe meglio conoscere le domande in anticipo? Oppure, se la prova è già passata, non sarebbe bello poter tornare indietro e “sistemare le cose”? Pure ipotesi?… forse no: la fisica tenta anche questa strada. Nella vita di tutti i giorni non siamo consapevoli di balzi nel tempo, dato che l’effetto è rilevante solo se ci si muove con velocità prossime a quella della luce. Ad esempio, viaggiando in aereo alla velocità di 920 km/h per otto ore si guadagnano dieci nanosecondi rispetto al sistema di riferimento inerziale. Gli orologi atomici sono gli unici abbastanza precisi da rilevare tale “stiramento” del tempo. Oltre alla velocità, un mezzo per viaggiare nel tempo è la gravità, secondo Einstein, infatti, essa lo rallenta: ad esempio gli orologi in una cantina correranno più lentamente di quelli che si trovano in una soffitta (anche quest’effetto è rilevato da orologi molto precisi). Sulla superficie di una stella di neutroni, ad esempio, la gravità è talmente forte da rallentare il tempo del 30% rispetto alla Terra. Un buco nero rappresenta il salto temporale definitivo: sulla sua superficie il tempo rispetto alla Terra è fermo, ciò vuol dire che se si cadesse al suo interno nel breve tempo necessario a raggiungerne la superficie trascorrerebbe l’eternità in tutto il resto dell’universo. Il viaggio nel futuro, quindi, non è pura fantasia, infatti, o raggiungendo velocità prossime a quella della luce o ponendosi all’interno di un forte campo gravitazionale, si può sperimentare che il tempo scorra molto più lentamente e, perciò, che rispetto agli altri si sta viaggiando nel futuro. Considerare il viaggio nel passato, però, non è altrettanto semplice. La teoria della relatività, infatti, lo permette soltanto in determinate configurazioni dello spazio-tempo. Nel dicembre del 1916, per la prima volta si iniziò a discutere scientificamente su tale possibilià: il matematico greco Constantin Caratheodory, cercando una soluzione per risolvere il problema delle linee di tempo (CTC), ipotizzò che se un viaggiatore percorresse una linea per tutta la sua lunghezza andrebbe ad urtare il suo passato, essendo così estromesso da esso; se invece ne seguisse solo una parte potrebbe tornare nel passato. In seguito, Kurt Godel trovò una soluzione alle equazioni di Einstein del campo gravitazionale con cui era possibile descrivere un universo in tore fa il «giro» in un anello, il suo tempo va nel futuro e ritorna nel passato. La soluzione è sicuramente esatta dal punto di vista matematico ma non certo dal punto di vista fisico, in quanto prevede condizioni di contorno estreme. Nel 1991 Richard Gott ipotizzò l’esistenza di stringhe cosmiche residuo del big bang; questa teoria si avvicina molto a quella moderna, basata su cunicoli spazio-tempo chiamati wormhole. Un wormhole è una scorciatoia che congiunge due punti nello spazio separati di grandi distanze; è un oggetto dotato di grande forza attrattiva, paragonabile a quella della stella. In questo modo fra le estremità del wormhole si creerebbe una differenza di tempo, dando la possibilità di viaggiare nel passato o nel futuro secondo il senso di percorrenza del cunicolo. In questo caso verrebbe a costruirsi una CTC, ma nel caso di viaggio indietro nel tempo sarebbe possibile ritornare fino alla costruzione del cunicolo, non prima. Ad ogni modo, se fosse possibile il viaggio indietro nel tempo, nascerebbero numerosi paradossi: se il viaggiatore uccidesse sua madre, come potrebbe esistere? O se qualcuno portasse nel passato conoscenze innovative da chi sarebbero nate tali innovazioni? Questo tipo di conseguenza del viaggio nel passato ha spinto numerosi scienziati, fra cui Hawking, a proporre l’esistenza di una protezione cronologica dei nessi causa-effetto tale da impedire il viaggio nel passato: all’interno di un cunicolo si creerebbe un’ondata di energia tale da distruggere il cunicolo ed il viaggiatore. Oltre ai modelli teorici sulla possibilità di viaggiare nel tempo, nel corso degli anni sono stati ipotizzati anche diversi modelli di macchina del tempo. Fra questi è interessante quello elaborato nel 2000 da Marlett. Lo scienziato, infatti, ha ipotizzato di riflettere la luce di un laser fino a costringerla a descrivere un anello capace di generare un vortice al suo interno; aggiungendo un altro anello in senso opposto sarebbe possibile invertire lo spazio e il tempo che rimarrebbero intrappolati all’interno degli anelli. In questo modo un viaggiatore all’interno della macchina potrebbe tornare al momento di costruzione degli anelli di luce, non prima. Fra mille ipotesi e congetture sul passato ed il futuro, un autore, Asimov, ha già descritto una sostanza capace di conoscere il suo futuro: si tratta della tiotimolina, capace di rendersi solubile in acqua o meno secondo l’uso che ne sarà fatto.

Cartellone pubblicitario per formiche rosse
di Erika De Bortoli
Osservo rapita un cartellone pubblicitario. Un rapido calcolo e concludo che ci vorrebbero dieci persone come me sdraiate una accanto all’altra per coprirlo tutto. Io formica, lui formichiere a colmare il vuoto di un crocevia dimenticato tra tre squallidi muri: uno scrostato, uno in mattoni ricoperto d’erbacce, un terzo poco più alto di un marciapiede con sopra una rete metallica. Attraverso la rete: grida e silenzi di palazzi imprigionati. Dall’odore proveniente dal retro del muro scrostato: la presenza di una discarica. A sovrastare il muro in mattoni: imponenti magazzini dell’azienda X. Chi vuoi che passi di qui se non un disperato? Mi ci sono voluti due corsi di formazione al lavoro, alcuni seminari tenuti da selezionatori del personale, infine un paio di incontri presso enti che fungono da ponte tra mondo dell’università e mondo del lavoro per capire che da una parte c’è chi erge cartelloni, dall’altra chi li subisce; per capire che in tanti vorremmo stare dalla parte di chi li progetta, ma la via d’accesso a tale mondo è angusta; per sapere che si entra a far parte dell’intelligence quasi esclusivamente tramite percorsi obbligati (se non riservati) costituiti da un intricato intreccio di conoscenze personali, sede universitaria e facoltà frequentate, contratti più o meno formali tra aziende ed enti formativi. Do ut des. Per forza ovunque ricorrono termini del tipo marketing, business plan, corporate image! Così mentre compiaciuti linguisti si trastullano con sottili giochi lessicali uno stuolo di formiche rosse come me trascorre il suo tempo a mettere insieme qualche briciola con part time disparati and when it has time in its hand si chiede a quale finanziamento votarsi. Per studiare ancora tra il dubbio e la speranza che la cultura renda ancora liberi.

La mitica Delorean di “Ritorno al futuro” rotazione. In questo caso il viaggio nel passato sarebbe possibile grazie agli effetti della gravità sulla luce. Essa, infatti, sarebbe trascinata nella rotazione permettendo ad un oggetto materiale di percorrere un circolo chiuso nello spazio-tempo e quindi di tornare nel passato. In quest’universo molto particolare, che non si espande, ci si può muovere secondo linee di tempo chiuse nello spaziotempo, tali che, mentre un osservaesercitata dai buchi neri ma, a differenza di questi presenterebbe un’uscita. Sempre secondo questa teoria, i "cunicoli" dovrebbero congiungere due regioni dell'universo, oppure due universi paralleli (idea resa plausibile dallo studio delle equazioni di Einstein). Per adattare un cunicolo al viaggio nel tempo, però, una delle sue estremità dovrebbe essere trainata verso una stella di neutroni, e posta nei dintorni della superficie

ProntaMente - Corsi e ricorsi nel marasma scientifico Fusione fredda
di Simone Zanotto
E’ uno strano fenomeno. Forse non lo si può neppure definire fenomeno, da un punto di vista strettamente fisico, come manifestazione di una certa teoria, perché la teoria che sta alle spalle è a dir poco contraddittoria. Piuttosto è un fenomeno nel senso dell’etimologia greca del termine, cioè ciò che appare: questo è la fusione fredda, qualcosa di apparente, sfuggente. Secondo i primi osservatori, Fleischmann e Pons, manifestazione di una realtà fisica ancora ignota; secondo tanti altri, pura follia se non mistificazione scientifica. Perché parlare di fusione fredda, argomento che ha sollevato tante polemiche nei momenti successivi alla rivelazione della prima osservazione, e che ora giace archiviato insieme ad altre fantasie alchimistiche come la trasmutazione? Il quadro teorico entro cui, secondo alcuni, si potrebbe inserire tale fenomeno (d’ora in poi questo termine potrà essere interpretato opportunamente dal lettore) è figlio della meccanica quantistica e della teoria quantistica dei campi, specificamente la Elettrodinamica Quantistica Coerente, Coherent QED per gli inglesi, uno degli ultimi prodotti di quella rivoluzione paradigmatica che ha preso avvio all’inizio del secolo scorso grazie alle felici intuizioni di Albert Einstein. Innanzitutto vediamo cosa si intende per fusione, e poi passiamo alla cosiddetta fusione fredda. La fusione è in genere un processo per cui due atomi distinti si fondono in uno solo, condividendo nucleo ed elettroni, ed emettendo particelle –generalmente neutroni- accompagnate talora da raggi gamma. Queste reazioni sono altamente energetiche, a causa di un’infinitesima differenza di massa fra i prodotti e i reagenti, che, come la famosa relazione E=mc2 ci insegna, si trasforma in tanta energia. Non è certo semplice avvicinare a tal punto due atomi per farli fondere: bisogna vincere le forze repulsive fra le cariche dello stesso segno della nube elettronica e, una volta superate queste, anche quelle delle cariche positive dei nuclei. Facendo scontrare violentemente gli atomi si riesce nell’intento, peccato che l’agitazione termica richiesta si può ottenere solo a temperature di milioni di gradi (nel Sole avviene quotidianamente…) quando oltretutto la materia non è né in stato solido, né liquido, né Ma Fleischmann e Pons osservarono che forse un processo analogo avveniva alla normale temperatura ambiente, in una cella elettrolitica con catodo di palladio ed anodo di platino, contenente dell’acqua pesante (acqua con deuterio al posto del deuterio). Certo, il palladio non è propriamente economico, e tanto meno l’acqua pesante, però ottenere queste condizioni è meno proibitivo di creare un ambiente a qualche milione di gradi! In una normale cella elettrolitica c’è un liquido, detto elettrolita, che contiene due specie chimiche di atomi o gruppi di atomi caricati elettricamente, gli ioni. Ora, applicando una corrente con due placioni di deuterio (un protone ed un neutrone) si attaccano alla placca di palladio e… qui viene il bello. Generalmente gli ioni deuterio acquisiscono un elettrone e lasciano il loro stato ionizzato abbandonando la soluzione come gas, ma numerosi indizi inducono a pensare che quello che avviene sulla superficie del metallo non sia un semplice scambio di cariche elettriche. La cosa più evidente è un eccesso di calore all’interno della cella: in pratica, l’energia ottenuta sotto forma di calore è maggiore di quella fornita come energia elettrica. Inoltre, ponendo dei rivelatori di particelle nei pressi della cella, sono stati visti fiotti di neutroni provenire dall’esperimento, durante i momenti di surplus energetico. Chiaro segno di reazioni nucleari? Sicuramente, a detta di alcuni, che oltretutto hanno trovato tracce di elementi che non c’erano nella cella prima della reazione, evidente traccia di modifiche avvenute nei nuclei degli atomi. Ma se queste impurità ci fossero state già prima di avviare l’esperimento? Se i contatori di particelle erano guasti? Se il sistema calorimetrico per misurare l’eccesso di energia era tarato male? Se non erano stati considerati i bilanci energetici di eventuali reazioni chimiche? Gli scettici, da buoni fisici, dubitano; i fedeli, da buoni sperimentatori, cambiano sistema calorimetrico, vanno sotto il Gran Sasso per evitare le particelle che arrivano dallo spazio, usano due contatori per scongiurare il guasto di uno dei due… Insomma, non si può dire che, almeno da un punto di vista sperimentale, le opinioni a riguardo siano state monolitiche. Un sano dibattito non può fare altro che bene. Purtroppo i fenomeni non sono perfettamente riproducibili, requisito essenziale per avere fiducia in quello che la natura ci suggerisce attraverso un esperimento, e lo stesso metodo ortodosso della fisica fa, in casi simili, pendere il giudizio in favore degli scettici. Ma con l’avanzare degli studi si scoprono piccoli particolari che aiutano gli sperimentatori ad ottenere a distanza di tempo risultati compatibili: si è visto che il rame favorisce il fenomeno, mentre il cromo lo inibisce. Nel frattempo altri ricercatori si sono imbattuti in altre situazioni che fanno pensare ad un coinvolgimento dell’intima struttura della materia in fenomeni totalmente sconosciuti, ma che possono essere inquadrati nel quadro teorico “fusione fredda”. Un solo esempio: introducendo polvere di titanio in un recipiente contenente deuterio, quando si varia la pressione e la temperatura del gas si osservano anche qui fiotti di neutroni. Forse il deuterio, “impacchettato” in qualche modo in certi metalli, si comporta in modo decisamente curioso! E’ inutile e controproducente abbandonare tout court la ricerca in un campo solo perché non si riesce a trovare una spiegazione teorica, non solo per il possibile tornaconto che potrebbe avere nel campo dell’energia (o per i danni che avrebbero certe lobby industriali, se vogliamo vedere l’altra faccia della medaglia), ma perché la Scienza non deve fermarsi di fronte alle difficoltà e alle apparenze. A meno che a qualcuno non faccia piacere pensare che si possa rimanere al centro dell’Universo.

Il Sole, la nostra fonte di energia gassoso: è plasma, una sorta di minestrone di nuclei ed elettroni dissociati. che metalliche, gli ioni positivi vanno sulla placca negativa: nella nostra cella ad acqua pesante, gli

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La Sputacchiera Piazza Fontana
di Nicola Cocco
Puah! Piazza Fontana: strage anziana, decrepita. Ma pulsante e viva come una colica nelle viscere di questo Paese. Piazza Fontana, strage vecchia e bastarda, che, sotto la polvere che ricopre gli atti di undici processi, si ostina a non crepare. Piazza Fontana, strage immortale, strage immorale. Strage puttana, madre degli anni marci di questo Paese: “stragismo”, “strategia della tensione”, “innocenza perduta”. Anni da cui deriva per filiazione il Paese attuale. Insomma, assoluzione confermata. «A malincuore» aveva affermato commosso il Pg Delehaye nella sua disarmante richiesta d’assoluzione del 28 aprile. Ma Zorzi il giapponese, il dottorino Maggi, la pia araba fenice di Rognoni… Questi sono solo gli utili idioti, i manovali del terrorismo di Stato. Innocenti. Dove sono i veri colpevoli, i mandanti politici e morali? Soprattutto, dov’è il processo nei loro confronti? Imputata sarebbe l’intera classe politica del tempo: la verità “vera” ristagna nella tomba dei vari Rumor, tra i solchi della pelle incartapecorita degli Andreotti e dei Rauti di turno, nel silenzio colpevole del PCI “puro” di allora. Quello di Piazza Fontana è una specie di fulcro per la storia italiana recente, da cui tutto parte e verso cui tutto torna, prima o poi: l’emergere delle BR, la presa di posizioni estremistiche da parte di molti gruppi extraparlamentari e intellettuali, la sfiducia e la paura dei cittadini verso la classe politica. Fu il casus belli della lotta allo Stato e “dello” Stato. Qual è questa dannata verità? La si conosceva la sera stessa della strage: gli esecutori materiali furono frange di estrema destra sotto copertura di servizi segreti italiani e americani “deviati”. A che pro? Far ricadere la responsabilità su gruppi di estrema sinistra e anarchici (avete presente il “volo senza ali” del misero Pinelli?) per indurre il governo a dichiarare lo stato d’emergenza: quindi l’instaurazione di un governo autoritario per scongiurare il pericoloso avanzamento delle sinistre e dei movimenti sociali. Niente di nuovo, no? Lo sanno tutti. Non paga nessuno. Nessuno chiede scusa. La paura del “comunista” rappresenta l’alibi e il movente costante della gestione del potere in Italia nelle sue forme più spregevoli ed inquietanti. Da “vera”; dopo 36 anni, esausto, si arrende all’evidenza della “strage senza colpevoli”, impone quasi per sfottò il pagamento delle spese processuali ai parenti delle vittime, si propone di pagare quelle spese per salvare la faccia. Puah! I nostri genitori, dovendo prima o poi dirci due parole su quegli anni, sulle immagini di quella banca

Mauthausen 8 maggio 1945 - 8 maggio 2005
di Maria Chiara Succurro
Pochi giorni fa è caduto il 60° Anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. Per commemorare questo avvenimento, l'8 maggio 2005 a Mauthausen, presso Linz, è stata celebrata una festa internazionale per la liberazione di Mauthausen e per la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, un evento cui hanno partecipato delegazioni provenienti da 30 paesi diversi. Tra queste presenze, anche una delegazione di amministratori della Provincia di Pavia ha preso parte alla cerimonia. A Mauthausen l'8 maggio è stata esposta la mostra di fotografie “L'invisibile – L'incomprensibile”, e contemporaneamente la celebrazione dell'anniversario ha previsto una cerimonia presso il monumento ebraico, la Santa Messa con il Cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, la deposizione della corona al monumento russo, l'intervento del presidente dell'Austria Heinz Fischer e una manifestazione nella zona dei monumenti nazionali e presso il monumento dei giovani, tutto seguito dall'apertura simbolica della porta del campo e dalla sfilata di commemorazione nella piazza principale del campo. Il senso di questa presenza è semplice e solenne: celebrare la memoria dell'umanità offesa. Una memoria condivisa, che deve rimanere tale. Anche perché un atto unitario, preso da tutte le parti, rappresenta la risposta più forte di fronte a un certo revisionismo che gira nell'aria di questi ultimi tempi, approfittandosi dei molti anni passati e mettendo le mani sugli anni a venire. Tra le tante delegazioni, provenienti da 30 paesi, praticamente tutta l'Europa è rappresentata, un'Europa moderna che anche lì, a Mauthausen, deve andare a ricercare parte delle sue radici. A ciò possiamo aggiungere dei motivi anche locali al senso della presenza pavese alla celebrazione, ovvero il ricordo di quei 137 deportati provenienti dal territorio della nostra provincia, e soprattutto dall'Oltrepo', di cui 56 finirono a Mauthausen: 7 soltanto ne sono tornati. Tra questi scampati, due personalità eccezionali, Enrico Magenes e Ferruccio Belli, che poterono riportarci la loro straordinaria storia. Significativa la presenza all'interno della delegazione pavese di un gruppo di ex-vincitori del viaggio studio “Il Tempo della Storia”, un'iniziativa eccezionale che negli anni ha avvicinato tantissimi ragazzi alla storia contemporanea, affidando loro quell'eredità di memorie condivise di cui presto resteranno gli unici depositari. Perché è questo il senso più profondo di tutti gli anniversari e le commemorazioni: affidare ai più giovani il ricordo di chi ormai è vecchio, e presto non potrà più ricordare, perché questo passato non diventi il terreno del facile gioco di revisionisti e contraffattori nel momento in cui gli ultimi testimoni se ne saranno andati. Finché ci sarà qualcuno a ricordare e a ricordarci l'orrore e l'inutilità di tutte le guerre, queste non torneranno. Ma poi? Per questo, solo per questo, non dobbiamo avere mai paura, o noia, o leggerezza, nell'appropriarci di questa parte delle nostra Storia, perché qui si annidano le risposte al nostro futuro. Bisogna ricordare il male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue. Quando si pensa che uno straniero o un diverso da noi è un nemico, si pongono le premesse di una catena cui al termine c'è il lager, il campo di sterminio. Primo Levi

La sede della Banca dell’Agricoltura, Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 Salò al Piano Solo, da Piazza Fontana e Piazza della Loggia ai toni apocalittici delle ultime campagne elettorali. Puah! L’Italia l’è malada: è il titolo di un recente libro di Giorgio Bocca. Ma si tratta di una malattia congenita, di cui il berlusconismo rappresenta solo la sintomatologia più recente. E di cui l’epilogo del processo per la strage di Piazza Fontana è semplicemente emblematico. Puah! Sul balletto delle spese processuali inflitte ai parenti (seguendo in maniera ineccepibile la prassi, sia ben chiaro), meglio stendere l’ennesimo velo, a coprire l’ultima vittima: il loro dolore. Uno Stato schizoide: uccide per fini politici, intavola tanti, troppi processi per trovare un colpevole di comodo, fa di tutto per depistare la macchina giudiziaria quando questa si accosta troppo alla verità stuprata, che fanno? Tacciono, di solito, scrollando le spalle. – Eh, si sa… Ma non ci sono le prove!... – I “padri” coraggiosi ci sono e ci sono stati, e hanno parlato: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe… Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano… Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna… Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi...», scriveva papà Pasolini sul Corriere della Sera del 14.11.1974. Che diremo noi alla prossima generazione senza domande? Taceremo, imbarazzati. – Eh, si sa, noi tutti sappiamo… E ci sono pure le prove, e gli indizi, e i testimoni… Ma non ci sono i colpevoli… che ci vuoi fare… è l’Italia… – Puah!

Questione canina
di Bonač
Alla fine, il mondo ha ricevuto – come ci ha annunciato, con dubbio senso dell’umorismo, un quotidiano nazionale (si tratta della prima pagina de Il Manifesto del 20 aprile 2005, n.d.r.) – il proprio pastore tedesco. Ma siamo così sicuri che questa provocazione, suggerita “a caldo” da evidente disappunto (causa l’inclinazione politica del Manifesto), non possa in realtà essere la migliore sintesi di un dono dalle qualità tutt’altro che negative? Il primo impiego di questa particolare razza canina è, come il nome palesa, la conduzione del gregge. Servono capacità assai elevate per rendere questo servizio all’uomo: il gregge deve muoversi unito e compatto, per non danneggiare le colture circostanti i pascoli; inoltre, il pastore tedesco – in qualità di capo-muta – coordina il lavoro di squadra dei cani affinché le pecore, tenute vicine da tanto di guide, non si smarriscano. E servono grandi doti perché un pastore tedesco riesca nel suo impegnativo, ma gratificante ruolo: un portamento fiero e sicuro, ma allo stesso tempo carismatico per delinearsi come “leader”; deve pure sapere – perché a volte si rivela necessario – mordere all’occorrenza, e mordere nelle zone giuste e con giusta intensità di morso. Dunque, il pastore tedesco sa essere una guida sicura e precisa, tanto che viene impiegato anche come cane da guida per i ciechi. Ed anche questo è un compito tanto delicato da richiedere doti non comuni: un carattere equilibrato, non aggressivo, ma pure dotato di una forte indole socievole. Chi si affida ad un pastore tedesco è un individuo che non può o non sa vedere, e si affida fiducioso all’amorevole e decisa guida del proprio amico. Infine, questa razza è impiegata anche in campo militare, nel delicatissimo compito di bonifica dei campi minati sparsi sulla Terra. Senza un adeguato senso dell’olfatto – che nel pastore tedesco è parInsomma, il pastore tedesco è chiaramente un ottimo elemento al servizio del proprio amico uomo, in particolare del buon pastore. E quando il proprio pastore è stato Giovanni Paolo II (con tutto quello che il fatto implica), e si viene chiamati – dopo più di vent’anni di servizio in qualità di “pastore tedesco” del pastore polacco – a succedergli, e diventare a propria volta pastore del mondo, allora possiamo star sicuri che avremo ancora una valida guida lungo il nostro periglioso cammino: Benedetto XVI

Il “New York Times” annuncia la fine della Seconda Guerra Mondiale

Calipari e l’Università
di Luca Speziale
Il 4 Marzo è stato il giorno della gioia e del dolore: da una parte la notizia della liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, dall’altra l’annuncio dopo pochi minuti della morte di Nicola Calipari. La prima cosa che mi ha profondamente colpito è stato il clima di unità nazionale che si è formato di fronte a tale tragedia, quasi a dimostrare che il dramma della morte è infinitamente più grande e più forte di qualsiasi idea politica o della distinzione di parte. Basti pensare all’affermazione del sindaco di Roma Walter Veltroni : «Quando ho visto Gabriele Polo, direttore di un quotidiano comunista, piangere per la morte di un uomo dei servizi segreti ho pensato che, nella tragedia, stesse accadendo qualcosa di grande». Di fronte alla morte e al male l’uomo intuisce che l’unità e la compagnia è l’unica risposta possibile, e questa è l’esperienza di tutti. La seconda cosa che mi ha lasciato esterrefatto è la morte stessa di Nicola Calipari che ha difeso con il suo corpo la giornalista Sgrena da una scarica di proiettili; il suo gesto, se ci soffermiamo un po’ a pensare è certamente più grande e di valore di tutte le polemiche che sono nate nel mondo politico e apparse sui giornali a proposito del ruolo dell’Italia in Iraq, condite dal solito antiamericanismo e servite su un piatto d’argento all’opinione pubblica. Cosa dice a noi, che viviamo in Università, l’esperienza di Calipari? Che la realtà non ci è nemica, che vale la pena implicarsi con essa, affrontare la vita a testa alta, con quella baldanza e con quel coraggio che la morte del collaboratore del sismi ci ha testimoniato. Quante volte ci capita di essere insoddisfatti di fronte allo studio, agli amici, ai professori, insomma, di fronte alla vita! Ma la nostra stessa vita, la nostra esperienza, ci dice che il metodo per iniziare a sperimentare la vera pienezza, per sentirci realizzati è “fare quello che dobbiamo fare”, cioè studiare: quante volte vi sarà capitato di provare una sensazione simile dopo aver studiato bene per un esame! Siamo fatti per questo, per affrontare a testa alta l’università, senza tirarci indietro dal sacrificio, così come il gesto di Calipari ci ha insegnato. Una presa di posizione così netta, che chiede di implicarsi nella realtà con anima e corpo, pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni, sta alla base di qualsiasi nostro tentativo di costruzione, e dato che noi siamo la generazione che prenderà in mano la società tra qualche anno, c’è bisogno di una mossa personale e di tutti verso la vera responsabilità che ognuno ha di “fare quel che deve fare”, con l’augurio che così la vita diventerà più gustosa e felice.

Papa Benedetto XVI ticolarmente sviluppato, nonché adatto allo scopo – , l’uomo si troverebbe a muoversi per le insidie del mondo con passo ben incerto. saprà stupire gli scettici e dare conferme ai suoi sostenitori. Altro che facile ironia…

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Riforma della magistratura: così com’è, “non s’ha da fare”
di Valerio Ciampi e Pierluigi Malangone
In questi ultimi mesi, il mondo politico è stato vivacizzato dalle numerose polemiche messe in atto dalle riforme della giustizia; infatti, è in corso il tentativo di ristrutturazione dell’intero assetto della magistratura. In realtà, il processo di riorganizzazione dell’ordinamento giudiziario è un meccanismo messo in moto oramai da svariati anni e che , tuttavia, non ha ancora portato ad un compromesso tra le forze politiche poiché viene leso il principio dell’ indipendenza del potere giudiziario, sancito dalla costituzione italiana. Il disegno di legge n. 1296-B/bis, presentato dal Ministro della Giustizia Castelli, approvata dal Parlamento e inviata al Presidente della Repubblica per la promulgazione, nel mese di dicembre 2004 è stata rimandata al mittente per una nuova deliberazione, sollevando dubbi di costituzionalità. A grandi linee, la proposta di legge detta nuova regole sull’accesso alla magistratura; accentua la separazione delle funzioni giudicanti da quelle requirenti, introduce un test psicoattitudinale per gli aspiranti magistrati; stabilisce che solo entro i primi cinque anni dall’ingresso in magistratura è possibile il passaggio dalla funzione di giudice a quello di pubblico ministero e viceversa; introduce una commissione d’esame per il passaggio di carriera, composta da magistrati e da docenti universitari, e non più dal Consiglio superiore della magistratura (CSM); conferisce un ruolo fondamentale alla figura del procuratore capo della Repubblica: determina l’organizzazione dell’ufficio, assegna i procedimenti ai magistrati e indica loro i criteri da seguire, con il potere di avocare le inchieste in caso di inadempienze; provvede alla tipizzazione delle ipotesi di illecito dei magistrati, rendendo obbligatoria l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, anche a distanza di un anno dai fatti contestati. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in forza dell’art. 74 della costituzione, con un messaggio motivato, in sette pagine, in data 16 dicembre 2004 ha rinviato alle Camere la proposta di legge Castelli per richiedere una nuova deliberazione, riscontrando in quattro punti evidenti violazioni costituzionali. Il primo punto riguarda i poteri che il disegno di legge conferirebbe al Ministro della Giustizia nel comunicare alle Camere le linee di politica giudiziaria per l’anno in corso. Tale norma è in contrasto con ben quattro articoli della Costituzione, i quali escludono qualsiasi interferenza da parte del Governo nelle attività ordinarie della magistratura. Il secondo punto rileva una sorta di controllo da parte del Governo sui giudici, istituendo un ufficio di monitoraggio sugli esiti dei procedimenti giudiziari. Il terzo punto un altra evidenzia violazione costituzionale poiché il disegno di legge concede facoltà al Ministro della Giustizia di poter impugnare le decisioni del CSM. riguardo ai conferimenti ai magistrati. Il quarto punto sottolinea una sostanzialmente modifica dell’art. 105 Cost., poiché verrebbero ridimensionati i poteri del CSM sull’intera organizzazione della magistratura (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, atti disciplinari). Il Presidente della Repubblica Ciampi ha fatto inoltre presente che, una modifica, anche di pochi articoli, non può essere considerata come neutrale, in quanto gli effetti pregiudicherebbero l’intero assetto funzionale del potere giudiziario. Gli articoli costituzionali, in contrasto con la proposta di legge Castelli, sono gli artt.81, 105, 107 Cost. Intervista a Francesco Rigano: docente di Diritto Costituzionale all’università di Pavia. Il recente disegno di legge sulla riorganizzazione dell’ordinamento giudiziario presentato dal Ministro Castelli e approvato dal parlamento, è stato restituito alle camere dal capo dello stato Ciampi che ha rilevato dei contrasti con la Costituzione. Il più vistoso consiste in un’attribuzione al Ministro della Giustizia del potere di comunicare alle camere le linee di politica giudiziaria per l’anno in corso, così violando gli artt. 101, 102, 104 Cost., i quali portano ad escludere qualsiasi ingerenza da parte del governo nelle attività ordinarie della magistratura. Ma anche gli altri punti di contrasto evidenziati da Ciampi denotano tutti una tendenza al rafforzamento dei poteri di controllo dell’esecutivo sulla magistratura. È possibile che a questa scelta di politica legislativa abbiano contribuito le vicende processuali che, più o meno recentemente, hanno coinvolto alcuni uomini di spicco della politica italiana? Come ben dimostrano i punti critici evidenziati dal messaggio presidenziale, il disegno di legge è contraddistinto dalla diffidenza nei confronti della magistratura. Può darsi che a questo atteggiamento abbiano concorso anche recenti vicende giudiziarie; al di là di ciò, tuttavia, va detto che il fenomeno della “giurisdizionalizzazione” ha coinvolto tutti gli ordinamenti democratici contemporanei, determinando contrasti assai forti tra la magistratura e i protagonisti della economia e della politica. Proprio la crescita dei diritti individuali e collettivi, in numerosi settori (la riservatezza, ad esempio), ha incrementato negli ordinamenti interni, nazionali e sovranazionali, la presenza e la competenza degli organi giudiziari: penso alle Corti costituzionali ma anche alle Autoridell’azione penale e gli organi di polizia. Esiste una magistratura di sinistra? Si potrebbe rispondere che i magistrati sono donne e uomini che hanno il diritto di avere le proprie idee politiche e che tuttavia hanno anche il dovere di “spogliarsi” delle proprie idee quando decidono, subito aggiungendo che storicamente così non è sempre stato. Preferisco allora dire che il rapporto fra magistrato e politica va in qualche modo regolato, disciplinando il diritto dei magistrati di partecipare alla vita politica, nel rispetto dell’art. 21 Cost., che fissa per tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero, e dell’art. 98 Cost.(che prevede la possibilità per i magistrati di fissare con legge limiti alla iscrizione ai partiti politici). L’art. 2, co. 6, lett. d) del disegno di legge di delega, di cui abbiamo appena parlato, prevede che “il coinvolgimento nelle attività di centri politici” possa essere qualificato come illecito disciplinare a carico del magistrato: e ciò mi pare errato, poiché una tale previsione, anche per la sua genericità, è in palese contrasto con l’art. 21. certamente bisogna fissare regole precise per la partecipazione alle elezioni, tanto più dove mancano, come è per le elezioni amministrative e quelle europee: ricordo il caso attuale del magistrato Casson. Sul punto il Consiglio superiore della magistratura ha da poco deliberato delle regole che riguardano i magistrati che, dopo una parentesi politica, tornano alle funzioni giurisdizionali: opportunamente è stato previsto l’assegnazione ad un diverso distretto giudiziario e l’obbligo di esercitare le funzioni giudicanti collegiali. Un’altra novità è contenuta nel disegno di legge: si accentua la separazione delle funzioni giudicanti da quelle requirenti. Sul punto è in corso un acceso dibattito politico che vede la destra (in specie forzista) favorevole e la sinistra contraria. Com’è nato questo dibattito? Perché si vogliono “separare le carriere”? Premetto che il disegno di legge non stabilisce una (reale) separazione delle carriere – per la quale sarebbe necessaria a mio avviso la modificazione di più norme della Carta costituzionale - bensì un estremamente macchinoso sistema di sbarramenti per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente. Astraendo dunque dal progetto, a me pare che la motivazione per la quale si vuole separare le carriere sia la volontà di riconsiderare lo status attuale di indipendenza del pubblico ministero, e ciò per due ragioni. Da una parte, l’esigenza di differenziare il ruolo del pubblico ministero, parte del processo, rispetto a quello del giudice, che il comma 2 dell’art. 111 Cost. vuole “terzo ed imparziale”. Dall’altra, l’intento di fare del pubblico ministero il braccio esecutivo della politica giudiziaria decisa dal Governo o dal Parlamento, nella prospettiva, seconda la più benevole delle interpretazioni, di “mitigare” la rigidità dell’applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale fissata dall’art. 112 Cost.. E’ mia convinzione che il pubblico ministero debba rimanere a pieno titolo nell’area della giurisdizione. Infatti, l’iniziativa dell’azione penale istituzionalmente affidata al pubblico ministero mette in gioco una serie di diritti fondamentali della persona. Da un canto, v’è il diritto alla sicurezza e alla incolumità, al mantenimento della convivenza civile: è il bene sostanzialmente garantito attraverso il compimento dell’azione penale. D’altro canto, v’è la libertà della persona, con tutti quei diritti strumentali alla sua tutela, quali il diritto alla difesa primo fra tutti. L’obbligatorietà dell’azione, il giusto processo, e aggiungo la presunzione di innocenza dell’imputato e prima ancora dell’indagato sono volti a garantire - all’atto dell’esercizio dell’azione penale, e ancor prima delle indagini precedenti la decisione di esercitare o non l’azione - sia la legalità del sistema, sia taluni diritti fondamentali della persona. Perciò il pubblico ministero deve essere collocato a pieno titolo nell’area funzionale della giustizia; di più, poiché agiste nel processo a presidio di diritti e limitato da diritti, la sua azione non può non appartenere alla sfera più ristretta della funzione giurisdizionale; la sua indipendenza è strumentale all’esercizio di quella peculiare funzione di giustizia che è l’esercizio dell’azione penale.

Il senatore Roberto Castelli tà di garanzia. Questa crescita porta contrasti con i poteri “forti”, almeno per due motivi: anzitutto perché, quando non è dislocata in capo alla magistratura, questa istanza di giustizia provoca una problematica disarmonia con il principio di separazione dei poteri; d’altro canto, quando è in capo alla magistratura crea un obiettivo disequilibrio a favore del potere giudiziario, sollecitato ad invasioni di campo: basti pensare alle ipotesi, sempre più frequenti in tutti gli ordinamenti di decisioni giudiziarie di accertamento dei risultati elettorali, ma anche al difficile rapporto, non soltanto nel nostro ordinamento, fra il magistrato titolare

Mug, mug, mug? Magari...
Siamo passati da Shop-UP, la boutique di cui l’Università di Pavia va giustamente orgogliosa perché gli altri atenei o non possono vantarne una o non ne hanno una così ben riuscita. Simbolo di quest’interessante realtà è la classica tazza, la “mug” da campus americano, il gadget piu’gettonato tra i tanti con il logo dell’Università, forse perché si presta a molteplici usi: tazza da caffe’, porta-matite, porta-fiori o semplice oggetto decorativo. C’è però un qualcosa che la rende speciale: la nostra mug è datata,ogni anno, inoltre, ha un disegno nuovo;immaginatevi la gioia dei collezionisti che già sono numerosissimi. E’ arrivata in questi giorni la mug 2005, la seconda della collezione. Sì miei cari, si tratta di una vera collezione:all’interno di Shop-UP è, infatti, possibile ammirare una raccoltà di varie mugs provenienti da altri atenei, frutto di doni o di scambi di docenti e studenti. Il bello è proprio questo: allo studente, ricercatore e/o docente che si presenterà con la tazza di un altro ateneo (non di città o altro, solo tazze universitarie) da aggiungere alla collezione sarà data in cambio la mug di Pavia. Da notare che la sostituzione sarà effettuata anche se vi presentate con una mug già presente nella raccolta. Cerchiamo in fondo ai cassetti, chiediamo agli amici lontani, portiamo da un viaggio la mug di un’altra Università e potremo avere immediatamente la nostra (magari per farne un regalo…). Last but not least, grazie ai buoni uffici dell’inchiostresca redazione, a breve sarà lanciato un concorso aperto a tutti gli studenti per disegnare la mug 2006. Serve altro per iniziare uno sfrenato quanto divertente mug-crossing?

Quell’amore dalle sedici corde
di Emma Stopelli
Sono la prima a dire, banalmente, che alle volte ascoltare la cosiddetta musica classica (che sarebbe meglio chiamare colta) è noioso. Pesante, stancante e soporifero, purtroppo, per certe cose contemporanee o per certi secoli del teatro musicale. Io che studio Musicologia non mi vergogno affatto a dire che non riesco a riconoscere tra loro le sinfonie di Beethoven, ho ascoltato pochissimo repertorio medievale, forse quasi nulla dei grandi maestri del ‘900. Personalmente credo che esista in questo ambito, come probabilmente per molti altri, un percorso strettamente individuale. Ossia: magari io ascolterò tutto Mahler la prima volta a sessant’anni, un altro studente di Cremona ne conosce a memoria ogni singola battuta mentre uno di Pavia non lo ascolterà mai in tutta la vita. Del resto credo sia anche una lecita esigenza (forse necessità) procedere per gradi prima di arrivare al grande complesso sinfonico: scontrarsi subito con ottanta esecutori che pendono dalle mani del maestro può non invogliare tutti. Io ad esempio sono partita solo dagli archi e la mia è stata una chiamata, lo confesso. Per questo, per chi desiderasse avventurarsi in questa selva, consiglierei di cominciare da qualcosa di intimo ma allo stesso tempo esaustivo. Da un “solo grande strumento a sedici corde” come l’ha definito Paolo Borciani. Sto parlando del quartetto d’archi e del primo violino del Quartetto Italiano nato nel nostro paese appena dopo la guerra, nel 1945. Solo quattro persone ai propri strumenti possono costituire una piccola orchestra, nell’aia, in un salotto, sul palcoscenico. Borciani scriveva nel 1973 ne Il quartetto, edito da Ricordi: “Il quartetto è come un matrimonio”. (si pensi in proposito anche alle parole di Salvatore Accardo ne L’arte del violino, Rusconi 1987: “Suonare insieme è come fare l’amore”) Sono parole che bruciano, specialmente oggi che il matrimonio non ha più il valore di un tempo e lo si fugge come la peste. Eppure ci sono giovani che ancora lo scelgono. Pronunciano i loro sì alle sonorità dei propri violini, viole e violoncelli, poi conciliano coraggiosamente i reciproci caratteri, pregi e difetti; magari approdano ai teatri per farsi esaminare, speranzosi di trovare validi punti di partenza per la loro storia d’amore. Amore per la musica, per i propri sogni, per i propri strumenti e magari anche per i propri compagni. Come si può anche solamente pensare di dedicare la propria vita alle sedici corde, sacrificando probabilmente mille altre cose? Forse è vero in questo caso che l’unione fa la forza. Vi invito a constatarlo di persona i pomeriggi dal 13 al 17 Giugno 2005 al Teatro Valli di Reggio Emilia, dove tante di queste inusuali giovani famiglie a quattro parteciperanno al Concorso Internazionale per Quartetto d’Archi “Premio Paolo Borciani” (www.iteatri.re.it) e ancora a Cremona dal 3 al 7 Ottobre in occasione dell’ VIII Concorso Internazionale per Quartetto d'Archi (www.entetriennale.com). Per prepararsi all’incontro, senza annoiarci e spaventarci troppo, si può iniziare con l’ascolto della colonna sonora del film Io non ho paura, quindi affrontare il quartetto detto Americano di Dvorák, poi Debussy e Ravel e magari anche tentare Bartók e Shostakovich. Poi, se ci va, proseguire a ritroso e ripercorrere l’Ottocento e il Settecento. Certo non saremo stati fedeli alla linea storica, ma non è forse bello alle volte trasgredire le regole e tracciare e percorrere strade tutte nostre?

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Il giornale degli studenti universitari

Il prezzo della conoscenza
di Luca Barzé
“In Italia non si investe abbastanza per la ricerca”. Ok. “In Italia la Scienza non è sufficientemente considerata”. Va bene. “In Italia il mancato contatto fra Università ed industria porta l'impresa italiana ad essere tecnologicamente più arretrata del resto del mondo occidentale”. Avete tutte le ragioni di questo mondo. Bravi. Però prima che continuiate con altre affermazioni su questo stile, voglio farvi una domanda. E adesso? Ora sapete di avere ragione, non ci vuole molto a capirlo, ma cosa vogliamo fare? Vogliamo continuare a piangerci addosso? O vogliamo cercare di capire le motivazioni profonde che hanno portato a questa situazione, cercare di sistemarle partendo dalle loro basi e quindi modificare lo stato di cose esistente? Io credo che addosso ci siamo pianti fin troppo e non sembra proprio sia servito a qualcosa. Penso sia ora di capire il perché in Italia esiste questa situazione. Urlarlo in giro. E soprattutto proporre qualcosa per aggiustare le cose. Prendendo atto che è del tutto impossibile che io da solo compia questa immane operazione in questo breve articolo, mi soffermerò su di un solo aspetto e non esiterò a scaricare la responsabilità di tutto ciò che manca su di voi che mi leggete. Ciò che voi avete da dire, ditelo. Questo articolo, confutatelo e completatelo. Credo proprio che solo in questo modo si possano sistemare le cose. Lo potete vedere da soli, non si può continuare così. Bene, cominciamo. Università ed impresa. “In Italia è indispensabile l'intervento economico dei privati per far funzionare l'Università e, più nello specifico, la ricerca e la formazione.” In primo luogo quindi le grandi industrie scelgono fra le ricerche possibili quelle che possono produrre un utile, e a queste danno un sacco di soldi per poi sperare di avere introiti maggiori. In secondo luogo le stesse imprese finiranno col proporre ricerche alle università dietro lauti compensi, finendo così per dirigere la ricerca nazionale. Un investimento in piena regola. Metto 100 e voglio tirarci fuori uno zero di più. Niente di nuovo. Due obiezioni. La prima, etica. Con i soldi dall'industria la cultura viene asservita al capitale. C'è poco da fare. Quale ricercatore, quale università rifiuterà ingenti somme di denaro al prezzo di fare una ricerca richiesta dall'industria? Sì, avete ragione, questo aspetto può essere visto come negativo, ma può anche suscitare indifferenza. Comunque, è da tenere in considerazione. La seconda obiezione è invece pratica. Con questo tipo di finanziamenti si creeranno ricercatori ed università che accettano i soldi industriali, e quelli che, per il tipo di ricerche svolte, finiranno col trovarsi esclusi da questo giro. Aspetto quest'ultimo da non sottovalutare perché viene da chiedersi per quale motivo l'industria debba investire non solo nella maggior parte delle discipline umanistiche, ma anche nella ricerca di base, inutile per l'impresa nel breve – medio periodo, ma fondamentale in tempi più ampi. “E la formazione?” Già. All'Università si chiede sempre di più di “preparare per il mondo del lavoro”. Le industrie vogliono personale sempre più “addestrato” e via dicendo. E allora eccoli. Corsi di laurea super specializzati in cui si finisce per perdere la visione d'insieme di ciò che è la reale conoscenza in funzione di un ristretto quanto approfondito bagaglio nozionistico reputato necessario per l'impresa. Domanda spontanea. La scuola deve formare persone o lavoratori? Ancora un ultimo fatto e poi le conclusioni. Ci sarà sicuramente qualcuno di voi ancora convinto che l'Università necessiti, tutto sommato, dei finanziamenti dell'industria. Bene. Vi rivolgo una domanda. Di quale “industria” state parlando? Vi prego, elencatemi le realtà industriali italiane che ora come ora sarebbero disposte ad immensi, punti percentuali di PIL, investimenti in ricerca per poi trarne profitti. Credo che tutti sappiamo che la realtà imprenditoriale italiana è composta, a parte alcuni casi particolari che ora sicuramente mondo. Perché interessarsi all'Italia? Conclusioni. Fin qui è “piangersi addosso”, avete ragione. Bisogna “proporre”, no? Ok. Il ragionamento non è molto complesso. Un'industria investe in ricerca per poi produrre di più e meglio e quindi guadagnarci. Giusto. Lo Stato allo stesso modo può investire, girare le scoperte alle imprese le quali, sfruttandole, guadagneranno potenzialmente molti più soldi. Il punto. E quindi pagheranno molte più tasse che finiranno col ripagare ciò che lo Stato ha precedentemente speso. Sì, bisognerebbe aggiustarla,

Dipartimento di chimica: non solo luogo di studio
di Giulio Assanelli e del Prof. Alberto Brandone (Dip. di Chimica Generale)

non vivono un buon momento, da piccole – medie imprese che certo non possono accollarsi oneri colossali come il finanziamento dell'intera ricerca nazionale. “E gli stranieri?” Beh, mi sembra assurdo pensare che grossi gruppi stranieri possano portare soldi alle università italiane in cambio di ricerca. Possiedono tutti le loro piccole “lobby” in università in giro per il

pensarla bene, ma come idea potrebbe forse funzionare. Non è nemmeno tanto nuova. C'è solo un problema. Molto grosso. È un progetto ad ampissimo respiro che richiede un grosso dispendio iniziale. Qualsiasi classe politica è interessata soltanto ad avere voti nel breve termine ed un progetto simile di certo i voti li porta, ma chissà dopo quanto tempo.

Requisiti minimi: un minimo di chiarezza
di Nocola Cocco e Marzio Remus
Qualche settimana fa ha suscitato scalpore la notizia secondo cui il Corso di laurea di Archeologia dell’Università di Pavia rischierebbe la chiusura forzata in quanto non in regola con i famigerati “requisiti minimi” di cui avrete sentito parlare. Per chi ne fosse all’oscuro, offriamo un breve riassunto. Secondo il DM 27 gennaio 2005 n. 15, le facoltà, per attivare un corso di laurea, sono tenute a rispettare alcuni criteri che riguardano essenzialmente il numero minimo/ massimo di studenti per corso e il numero di docenti per settore disciplinare (avete presente le sigle strane che accompagnano il nome dei vari corsi?). Tali criteri vorrebbero essere un metro per valutare la “bontà” e la qualità dell’offerta formativa. Ora, la violazione di questi requisiti minimi comporta come sanzione la chiusura/non attivazione del corso. Quali i possibili effetti sui poveri studenti? Ne abbiamo sentite di cotte e di crude. Facendo riferimento al testo del decreto, parrebbe di capire che gli studenti iscritti ai corsi “incriminati” non avrebbero diritto al rilascio del titolo di studio, ma solo al riconoscimento dei crediti per il proseguimento degli studi in altro corso di laurea (magari in un altro ateneo); parallelamente, l’università verrebbe penalizzata con una decurtazione dei fondi ministeriali. I sottoscritti, sempre sulla notizia, si sono attivati per raccogliere informazioni e hanno contattato il Prof. Francioni, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Questi, così come altri docenti, ci ha tranquillizzato: prima di tutto, gli studenti già iscritti ai corsi “incriminati” non corrono il rischio di vedersi rifiutato il titolo di studio; tale revoca riguarderebbe esclusivamente chi si iscrive al primo anno dei suddetti corsi. Il testo del decreto, utilizzando il termine “iscrizione” al posto del più appropriato “immatricolazione”, potrebbe lasciar adito a qualche dubbio interpretativo fugato (si spera) dalle assicurazioni dei docenti e dagli interventi della CRUI. Nello specifico di Pavia, ci è stato garantito che i corsi della Facoltà di Lettere e Filosofia, Archeologia in primis, non chiuderanno: godono tutti di buona salute. Si tratterà solo di fare un po’ di “pulizie di primavera”: i requisiti minimi, infatti, esistevano già prima dell’avvento di Donna Letizia, ma, piuttosto che sui misconosciuti settori disciplinari, si basavano sul rapporto docenti/corso di laurea. Per capirci, bastava garantire un numero minimo di docenti (indipendentemente dalla materia insegnata) per l’attivazione del corso; un esempio: per attivare il corso y servivano x docenti: questi potevano anche essere tutti insegnanti di materie complementari, e oplà, il corso di laurea sarebbe partito. Vi lasciamo immaginare la bontà di tale sistema. In un primo momento pareva che i nuovi requisiti minimi sarebbero stati attivati da un anno all’altro: ciò avrebbe causato grossi problemi nelle necessarie fasi di riordino. Invece, con il limite spostato al 2006 (almeno così ci è stato assicurato), non dovrebbero esserci inutili grane. Una considerazione globale sui requisiti minimi: di certo, trattandosi di parametri eminentemente quantitativi, hanno un significato relativo per la valutazione “qualitativa” degli atenei; quanto meno, permetteranno di contenere e controllare l’emergere di corsi e corsicini “qualitativamente” discutibili un po’ ovunque in Italia. Ciò non toglie che potrebbero essere penalizzate piccole realtà storicamente e “qualitativamente” valide in nome di un punto percentuale o di un conto che “non torna”: insomma, il classico summum ius, summa iniuria. Ma quali dovrebbero essere i parametri “qualitativi” da valutare? Ecco una bella domanda per i futuri eroi che affronteranno i problemi dell’università. Alla fine, sarebbe bello avere poche eccellenti facoltà, valutate con equi parametri di qualità, sparse a pioggia sull’Italia, e avere anche le agevolazioni di un sistema decente di diritto allo studio che permetta agli studenti di spostarsi liberamente… Ma si sa, le bacchette magiche non esistono. Comunque, questo sistema potrebbe essere l’imperfetto embrione di una futura commissione che valuti seriamente la qualità dell’offerta formativa italiana, garantendo gli studenti da corsi improvvisati e premiando i curricula universitari di qualità. Vigileremo; voi, intanto, riflettete.

Uno dei cortili dell’Università Centrale

Ancora una volta, dopo la felice esperienza dell’ Energy Meeting, docenti e studenti del dipartimento di chimica si sono uniti in collaborazione per approfondire una tematica di grande attualità:come la scienza possa passare dai libri alla realtà e fornire il suo contributo al miglioramento della vita, in particolare sconfiggendo il crimine. Si è svolto il giorno11 maggio, presso il Dipartimento di Chimica Generale della nostra Università, la prima giornata del secondo seminario “LA SCIENZA CONTRO IL CRIMINE”, nel corso del quale si è trattato di Balistica Forense e di Antropologia Forense. L’Ispettore Capo del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica della Questura di Milano Dott. Dario Redaelli, ha introdotto la Balistica Forense, esplicitando i numerosi campi di azione della Polizia Scientifica, in particolare laddove è coinvolta in indagini su azioni criminali in cui sono coinvolte armi da fuoco. Dopo avere trattato delle norme legislative e della classificazione giuridica di “arma da sparo”, l’Isp. Redaelli ha preso in esame le parti che compongono le armi da fuoco ed il loro munizionamento, successivamente ha efficacemente esposto il campi di azione della balistica forense, con particolare riguardo alla balistica identificativa. Ha esposto le metodologie che consentono, attraverso l’esame al microscopio comparatore, l’identificazione dell’arma impiegata per la effettuazione del crimine attraverso l’esame delle impronte lasciate sugli elementi della cartuccia. Di particolare interesse è stata l’esposizione del sistema IBIS (Integrated Ballistics Identification System) ed il Gunstore, una banca dati che memorizza i dati tecnici e le “impronte di classe d’arma”. Sono state, inoltre, esposte le indagini balistiche svolte in occasione di alcuni recenti casi di cronaca. Successivamente ha preso la parola la Prof.ssa Cristina Cattaneo dell’Istituto di Medicina Legale della Università di Milano che ha esposto le problematiche connesse alla Antropologia Forense. Dopo avere spiegato le varie competenze della Antropologia, la Prof.ssa Cattaneo ha trattato in modo esaustivo le indagini che hanno per oggetto i reperti scheletrici, l’identificazione dei cadaveri sconosciuti e la ricostruzione delle fattezze del volto. Casi di interesse storico – archeologico sono stati portati all’ attenzione del pubblico, così come casi di interesse giudiziario giunti all’ attenzione della cronaca. A questo primo appuntamento ne seguirà un secondo per ulteriori approfondimenti. Il giorno 7 giugno alle ore 21 presso l’Aula Magna del “Collegio Nuovo”, l’Ammiraglio Roberto Vassale, già Comandante degli Incursori della Marina Militare Italiana, terrà una interessante lezione sugli esplosivi, sui loro impieghi civili e militari, nonché sulle indagini in campo esplosivistico effettuate per conto della Magistratura in episodi di attentati dinamitardi (verrà proiettato un esplicativo documentario sull’attentato di Capaci). Un ulteriore documentario verrà proposto sugli impieghi civili degli esplosivi, nelle operazioni di deviazione del fiume lavico di una delle più massicce eruzione dell’Etna degli ultimi anni.

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Il giornale degli studenti universitari

La Provincia di Pavia – Assessorato alla Promozione delle Attività Culturali, l'Università degli Studi di Pavia – Dipartimento di Scie

LA SCENA GIOVANE 2005 – Seconda
a cura di Valentina Repetto, Maria Chiara Succurro e Stefano Valle
L'attività teatrale è una realtà multiforme e vivace, è un teatro che rappresenta diverse istanze, che nasce e cresce in più situazioni, grazie alla partecipazione di un pubblico estremamente eterogeneo. C'è il teatro per l'infanzia e quello dei palcoscenici storici ed istituzionali, c'è il teatro amatoriale, quello di ricerca, quello dialettale, quello di strada... Ma sempre e comunque c'è la passione e il rigore di un lavoro portato avanti negli anni, c'è la voglia di innovazione, c'è la necessità di confrontarsi con il pubblico. Dalla necessità di presentare tutte queste istanze nasce “La Scena Giovane”, non una semplice vetrina, ma molto di più: una dichiarazione d'intenti, una fotografia sul nuovo teatro che è nato e cresciuto sul territorio pavese. “La Scena Giovane”, rassegna provinciale di nuovo teatro è giunta quest'anno alla sua seconda edizione: una soddisfazione, questa continuità, che lascia ben sperare per il futuro del teatro giovane sul nostro territorio, e segno anche di un interesse da parte di un Ente locale che ha dimostrato di credere in proposta, sebbene questa sia nata in sordina. «Con la seconda edizione de “La Scena Giovane” la Provincia di Pavia ribadisce la volontà di creare un percorso per scoprire e valorizzare il lavoro dei giovani gruppi che si dedicano al teatro di ricerca, sperimentando linguaggi e tematiche di particolare significato e valore espressivo» afferma Lorenzo Demartini, Assessore alla Promozione delle Attività Culturali della Provincia di Pavia, che in questi ultimi anni ha riservato una particolare attenzione al teatro e alle sue molteplici declinazioni all'interno del nostro territorio. Continuità, quindi, ma non solo: la seconda edizione infatti quest'anno si arricchisce di nuovi partecipanti, di iniziative collaterali e di spazi. I gruppi aderenti all'iniziativa infatti quest'anno sono sei, e rappresentano al meglio il variegato panorama delle offerte del teatro di ricerca: gruppi che, sebbene nella diversità delle rispettivi percorsi, lavorano insieme, intrecciando le proprie esperienze, come raramente accade in quell'hortus conclusus che è l'ambiente teatrale italiano. E questo lo sottolinea con soddisfazione Franca Graziano, direttrice artistica del Laboratorio Teatrale Motoperpetuo, la mente e il cuore dell'iniziativa. La scelta di distribuire la rassegna su tre spazi (Motoperpetuo, Teatro Cesare Volta e Castello Visconteo), resa possibile grazie all'intervento e alla collaborazione del Comune di Pavia, consentirà a un pubblico più vasto di poter fruire della visione degli spettacoli proposti, sottolineando inoltre l'articolata distribuzione del teatro giovane sul territorio. Inoltre, grazie alla collaborazione con la Sezione Spettacolo dell'Università degli Studi di Pavia, e in particolar modo grazie al professor Fabrizio Fiaschini, nei giorni 10, 12 e 13 maggio, dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 18, presso l'Università degli Studi di Pavia – Sezione Spettacolo, i gruppi potranno condurre dei laboratori di approfondimento sui rispettivi percorsi di lavoro, con particolare attenzione al punto di vista della costruzione drammaturgica dei rispettivi spettacoli. Nell'ambito delle rassegna, poi, il 19 maggio si svolgerà “Foto di gruppi con teatri”, giornata di incontro e di studio sulla situazione del teatro nella Provincia di Pavia. L'importanza di questa iniziativa non si manifesta solo nel suo svolgimento, ma soprattutto in ciò che prepara per il futuro, per il pubblico e per i gruppi, nella speranza che possa, finalmente, nascere un incontro tra i gruppi di produzione e i piccoli teatri, «e per il resto» come dice Franca Graziano «confidiamo nella fantasia: noi abbiamo tanta fantasia». Foto di gruppo con Teatri. Il giorno 19 maggio, presso Motoperpetuo, dalle 9.30 alle 12.30, si svolgerà “Foto di gruppi con teatri”, ovvero una giornata di incontro e di studio sulla situazione del teatro nella Provincia di Pavia, che ha come obiettivo quello di “fotografare” sia l'entità e la rilevanza dei gruppi di produzione professionali operanti sul territorio, sia maggio, similmente a quanto avvenne due anni fa in analoga giornata, oltre a costituire un momento di reciproca conoscenza fra teatranti, funzionari, direttori artistici e amministratori, possa segnare una significativa tappa di un indispensabile percorso di razionalizzazione tra offerta e domanda nel settore teatrale, in previsione della creazione di circuiti regionali, in un momento in cui, a fronte di violenti tagli di fondi economici, la sua importanza nella salvaguardia della civiltà e della poesia nel nostro paese è vitale e insostituibile» afferdi Pino Di Buduo. Produce il corto Libere, un documento relativo al rapporto tra ilo teatro e il carcere, trasmesso dalla Rai-Educational e selezionato ai Festivals di Pesaro, Padova e Bellaria. Lo spettacolo: Vietato parlare di sesso? di Rossana Zampinetti, con Stefania Moretto e Elena Pasini Un micro atto unico, con quattro personaggi femminili che, in un incontro dal parrucchiere, trasformano una situazione quotidiana in un insolito pour parler sul sesso, e una strana conferenza a due voci che mediante la poesia invita a scoprire l'erotismo femminile. «Scegliere un argomento come il sesso, può sembrare banale e ripetitivo. Sicuramente non sentirete e non vedrete nulla di nuovo, ma, per una sera, ci piacerebbe farvi sorridere» afferma l'autrice e regista Rossana Zampinetti. Vietato fumare? di Betta Ubezio, con Stefania Moretto, Elena Pasini e Betta Ubezio «Da lunedì 10 gennaio 2005 è scoccata l'ora x per tutti i fumatori. Il divieto di fumo è stato applicato in tutta Italia. In tutti i locali pubblici non è stato più possibile fumare. I grandi tabagisti si sono sentiti feriti nell'orgoglio, gli altri hanno sorriso compiaciuti» afferma l'autrice e regista Betta Ubezio, che da questa riflessione ha dato vita al lavoro, che definisce «un work in progress, uno studio della durata di circa mezz'ora, ancora in stato embrionale. Dai toni talvolta isterici e rassegnati rivela l'eterna crociata da fumatori e non fumatori. Soluzioni? Per ora nessuna...» Due diversi punti di vista sulla nevrosi da nicotina, esposti con diplomazia in una riflessione anche ironica. quando: 12 maggio, ore 21.30 dove: Motoperpetuo - viale Campari, 72 (Pavia) essere un'azione scenica. All'inizio voler fare, mettersi a creare, avere nuove emozioni, nuovi stimoli, creare un punto di trasmissione, voler dare: la libertà, lo spazio, il corpo, il respiro trasformati nella nostra visione. Teatro come cassa di risonanza della nostra spinta emotiva». Da tre anni la compagnia organizza corsi di recitazione in collaborazione con alcune amministrazioni comunali della Provincia di Pavia e, inoltre, seminari di approfondimento sulle diverse discipline del teatro e incontri con altre realtà. Lo spettacolo: Trilogia della villeggiatura, di Carlo Goldoni. Con Andrea Bonelli, Mauro Cattaneo, Alessandro Chieregato, Elisabetta Corona, Massimo Giacomantonio, Manuela Malaga, Francesca Timi. Costumi: Elisa Calderoni. Luci: Alessandro La Manna. Regia: Luca Ramella. Uno dei capolavori del teatro italiano, alto esempio di satira di costume di effervescente attualità, appunta i suoi strali contro la superficiale moda del villeggiare, prendendosi gioco dei suoi aspetti più ridicoli e stravaganti. «Nell'approccio a un classico – spiega Luca Ramella, regista dello spettacolo – lanciamo una sfida: offrire al pubblico divertimento puro, senza volgarità e eccessi, senza stravolgere il testo ma solo snellendolo, in modo da sottolinearne l'attualità. Abbiamo lavorato molto sul ritmo, che deve risultare addirittura frenetico, come appunto sono le “smanie”». In scena, oltre ad alcuni attori “storici” del gruppo, ci saranno quattro allievi dei corsi avanzati di recitazione. quando: 16 maggio, ore 21.30 dove: Teatro Volta - Quartiere Scala, Piazza Salvo d 'Acquisto,1 (Pavia)

Con il patrocinio della Regione Lombardia – Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia e in collaborazione co

IN SCENA VERITAS
Il gruppo - La compagnia si è formata nel 1997. Il primo spettacolo è Il grande vuoto, simbolo di un percorso vissuto. Dopo lo studio, volto a soddisfare il desiderio di conoscere più a fondo il teatro, il bisogno di crescere artisticamente porta il gruppo ad approdare alla comicità con lo spettacolo Romeo vs. Giulietta, che stravolge completamente la tragedia per trasformarla a immagine della compagnia. Il testo di Amleto viene analizzato, scomposto e improvvisato per essere conosciuto meglio in Due, opera selezionata per il Festival Internazionale del Teatro di San Marino. Nel frattempo il dramma della Shoa viene ricordato con lo spettacolo Auschwitz. Così il gruppo descrive il suo approccio al fare teatro: «Qualsiasi cosa che vediamo per strada potrebbe

TEATRO DELLA MOSTIOLA
Il gruppo - L'Associazione culturale Teatro della Mostiola Onlus, nasce dal gruppo fondante le Visite Spettacolo di Dedalo, che dal 1994 al 1998 ha inventato la formula di teatro itinerante alla scoperta di curiosità, leggende, storie pavesi con l'intento di promuovere e valorizzare il patrimonio storico- artistico di Pavia e provincia. La compagnia, che ha sede a Pavia, realizza interventi teatrali specifici all'interno di manifestazioni culturali e in occasione di celebrazioni storiche. La Compagnia Teatro della Mostiola, nata nel 2003, ha realizzato Valentina Visconti (2003), Personaggi illustri in Punta su Pavia (2003), Voci di storie Longobarde (2004) Storia e storie al Castello Visconteo di Pavia (maggio 2004), Testi amorosi della

la consistenza e l'attività delle sale teatrali presenti nelle città e nei paesi della provincia. All'incontro sono invitati funzionari dello spettacolo della Regione Lombardia, docenti, assessori e operatori teatrali, e inoltre, con l'invito del Teatro Inverso di Brescia e il Teatro Giuditta Pasta di Saronno, che testimonieranno come in altre province lombarde la creazione di reti e circuiti stia avanzando con successo, la giornata di studi si aprirà oltre i confini della Provincia di Pavia, per verificare, a livello regionale, quanto le esperienze simili a quelle del coordinamento dei giovani gruppi pavesi possano contribuire a dare visibilità a quanto c'è di nuovo sul territorio. L'iniziativa nasce dal coordinamento nei nuovi gruppi di teatro censiti nell'anno 2001 dal Laboratorio Teatrale Motoperpetuo, che presso questo spazio hanno trovato un punto di riferimento per la loro crescita e visibilità. In questo percorso di lavoro è emersa l'esigenza di avere un quadro il più possibile realistico di ciò che si muove nei nostri teatri, sia dal punto di vista della programmazione sia della tipologia e quantità di pubblico, nonché di capire quale sia il progetto culturale delle amministrazioni locali, che, direttamente o meno, gestiscono sale e teatri. Ciò anche in considerazione del fatto che in questi anni aprono o si apprestano ad aprire alcuni piccoli teatri distribuiti sul territorio provinciale. «Riteniamo che l'incontro del 19

ma Franca Graziano, direttrice artistica di Motoperpetuo.

LA SCENA
Il gruppo - L'associazione teatrale “La Scena” nasce nel 1997 a Vigevano per iniziativa di un giovane gruppo di attori e registi. Lavora nell'ambito del teatro sociale e del teatro di strada e organizza corsi e laboratori per avvicinare gli appassionati al palcoscenico, e inoltre da diversi anni si dedica alla messa in scena di numerose rappresentazioni. Estremamente eclettica la produzione del gruppo, che vanno dagli spettacoli di strada (pièce itineranti, surreali, d'impatto), alla prosa, spaziando dalla commedia dell'arte al teatro drammatico di parola, fino ai corsi d'insegnamento, rivolti alle scuole elementare, agli istituti di aggregazione giovanili e alle carceri. La compagnia nel 2000 è finalista al Concorso di Monologo al femminile “La voce e il gesto” di Imola con Che fine ha fatto Betty Lemmon? di A. Wesker. Nel 2002 partecipa alla realizzazione del cortometraggio Movement di Jacopo Tartarone all'interno della rassegna “Short Formats” promossa dal CRT di Milano e viene selezionata all'interno della rassegna milanese “Scena Prima” con La notte prima dell'alba di Paola Columba. Nel 2003 partecipa al Festival Internazionale del Teatro di Strada di Abbiategrasso (MI) e a Parigi in Le città invisibili collaborando con i “Potlach Teatro”

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Il giornale degli studenti universitari

rassegna provinciale di nuovo teatro
letteratura italiana (sotterranei del Castello Visconteo (2004). L'indirizzo del sito internet è http://www.teatrodellamostiola.it. Lo spettacolo Il corpo che…avanza Corpi in scena nel teatro comico italiano dall’antichità ad oggi Lettura scenica con Francesco Colucci, Daniela Frigione, Anna Montanari, Beppe Soggetti. Voce Paola Levi. Luci Fabio Padovani. Pianoforte Manana Topadze. Partitura sonora Marco Rognoni. Regia Beppe Soggetti. Un viaggio sul corpo attraverso le differenti visioni di scrittori che, dall’antichità a oggi, hanno descritto e raccontato, con toni divertiti, corpi amorosi (amplessi furtivi e adulterini), singole parti (mani, volti, deformità), corpi scambiati, deturpati ecc. Lo spettacolo è costruito ispirandosi a testi scritti per il teatro, commedie comiche e leggere, dove il linguaggio si presta a più letture (anche licenziose) come accade nella migliore tradizione teatrale italiana. Quattro corpi neutri, vestiti di nero, entro la scatola scenica, danno voce a suggestioni ispirate ad Apuleio, Boccaccio, Goldoni, Martinetti e danno vita, trasformandosi di volta in volta in personaggi comici e grotteschi, ad una lettura-scenica che predilige il repentino cambio d’epoca e di stili recitativi. Come un varietà un po’ surreale che ripercorre i momenti più significativi della scrittura per il teatro comico, caratterizzata da alcuni elementi fondamentali: ritmo incalzante, battute, lazzi e doppi sensi. Si parte con Le metamorfosi di Apuleio, per approdare, dopo il Decameron di Giovanni Boccaccio, alla fiaba goldoniana Le tre gobbe. Si prosegue poi con la sintesi futurista di Martinetti e Corra “Le mani”, e ancora con un testo sempre di Marinetti, L’officina della bellezza. Dopo Filia suavissima di Achille Torelli, chiude la serata una passerella di sketch sulla “liberazione” del corpo e sulla nudità, liberamente ispirati alla drammaturgia contemporanea. quando: giovedì 19 maggio, ore 21.30 dove: Sotterranei del Castello Visconteo cabaret arrivano i primi importanti successi, come diversi passaggi televisivi e la partecipazione ad alcune rassegne. I Rospi sono autori e compositori delle canzoni di tutto il loro repertorio. Il loro ultimo spettacolo dal titolo: “ C’era una svolta” è stato scritto e depositato insieme ad una delle più autorevoli e conosciute firme del cabaret nazionale, Boris Makaresko. Lo spettacolo rivisita attraverso gags, battute, calambours e canzoni originali, tutti i più normali accadimenti della vita, con sconfinamenti nel mediatico, nel non sense demenziale e nella cultura, revisionata e piegata all’ironia del gesto e del linguaggio. Per aver rivisitato in chiave ironica L’ Odissea di Omero e l’epopea di Garibaldi, i Rospi sono stati invitati nel maggio 2003 dalla sezione Didattica delle Lingue Antiche, dell’Università degli Studi di Pavia a tenere un seminario sull’uso del linguaggio dell’ironia e del cabaret nella cultupubblico del teatro (... quello che preferiamo, ma tu non dirlo a nessuno) ha una attenzione ed un livello culturaledifferente, dal classico pubblico del cabaret di tipo televisivo, quindi, in teatro osiamo rivisitare pagine della letteratura, della storia, della mitologia, usando il linguaggio dell'ironia, fino a spingerci su chiavi interpretative della lingua e del significato della parola, con interpretazioni comiche e calambour. Il tutto è accompagnato dalle nostre canzoni originali con testi che hanno nel gioco di parole e nel sottinteso la fonte di ispirazione». Autori di questo lavoro sono gli stessi “ROSPI”, unitamente a Dado Tedeschi, apprezzatissimo autore di cabaret, teatro e televisione. “I Rospi” tengono a precisare che questo spettacolo è una summa di cinque anni di lavoro e ricerca, in cui si trovano perciò brani scritti in collaborazionecon il loro precedente coautore Boris Makaresko, uno dei Godot di S. Beckett, studi di Dante, Boccaccio, Alfieri. Nel 1983 istituiscono la Scuola Teatrale per “approfondimento” e studio di tecnica di scena. Nel frattempo continuano a produrre spettacoli animatori tra cui la ricostruzione antropologica del Carnevale, finché nel 1989 mettono in scena l’Antigone di Sofocle. Infine si possono ricordare l’attivazione di un corso per la scrittura drammaturgica e la collaborazione con l'UNESCO per l’anno internazionale della prevenzione alla tossicodipendenza, con la messa in scena de Il complice di Durremmat. Lo spettacolo Gin Game con Fausta Caldi e Alfredo Gabanetti. Musiche Riccardo Benvegnù. Scenografia e trucco Virginia Russo. Vincitore del premio Pulitzer del 1978, Gin Game è un lavoro teatrale scritto da D.L. Coburn che usa un banale gioco di carte come metafora della vita. Il protagonista, Martin Weller, gioca un solitario nella veranda di una sciatta casa di riposo; entra Fonzia Dorsey, una signora rigida e ipocrita. Entrambi scoprono di avere la stessa avversione per l’ospizio e la stessa passione per il gioco del “Gin”. Così cominciano a giocare e a scoprire i dettagli più intimi della loro vita. Fonzia vince ogni volta e i loro segreti diventano frecciate da lanciarsi l’uno contro l’altro. Weller desidera ardentemente vincere per opporsi alle sconfitte della vita, ma non riesce; così lascia la scena come un uomo fallito, mentre Fonzia riconosce che la sua ipocrisia l’ha portata ad una vecchiaia solitaria ed amara. «Una lezione altamente divertente di raffinata finezza teatrale…la cosa più vicina ad un duello a dieci passi, che il teatro possa offrire» è il commento che ne ha dato il N.Y. TIMES. Si tratta di uno studio appropriato sulla vecchiaia: un’età piena di paure, di emarginazione, di solitudine e morte; tuttavia, un lavoro ferocemente divertente. quando: 26 maggio, ore 21.30 dove: Motoperpetuo – viale Campari, 72 (Pavia) come relazionarsi con il mondo; voler fare un percorso personale e contemporaneamente condividerlo con il gruppo»: questo è ciò che rispondono i giovani di “Aranda in terra nomade”, anche se oltre alla passione fanno anche notare che sicuramente è importante trovare uno spazio di lavoro, cosa non sempre facile. Lo spettacolo Aranda in terra nomade presenta alla rassegna due differenti spettacoli di teatro danza: Per molto tempo mi sono coricato presto la sera di e con Sabrina Conte e Sonia Conte «… La dimora che avevo edificata nelle tenebre era andata a raggiungere le dimore intravedute nel turbine del risveglio messa in fuga da quel pallido segno…» Il lavoro, proposto a livello di un primo studio, parte da una ricerca sull’esperienza onirica: sul modo in cui si producono i sogni e il diverso funzionamento della mente negli stati del sonno e del sogno rispetto allo stato di veglia. Questo “diverso funzionamento” è applicato a tutte le fasi del processo creativo, dall’ideazione al montaggio. Parallelamente quindi, Per molto tempo… è anche una ricerca sulle possibilità oniriche della dimensione scenica, sulle possibilità di una drammaturgia che ricalca la struttura del sogno: analogica ma con una sua più profonda ragion d’essere, radicata nel vissuto quotidiano, nella memoria personale e collettiva, nelle elaborazioni dell’inconscio. Prima che sia notte con Arianna Ballabio, Anna D’Errico, Sara Moruzzi. Regia e coreografia di Sabrina Conte. Il progetto nasce nell’ambito dei laboratori di danza teatrale organizzati dall’Associazione e condotti da Sabrina Conte. Il percorso che è stato proposto alle giovani danzatrici parte essenzialmente da due riflessioni: la possibilità di arrivare ad una “presenza” teatrale e ad una consapevolezza energetica, dinamica ed emotiva attraverso la costruzione di una tecnica personale; e la volontà di uscire da alcuni schemi della pratica teatrale, prima di tutto a livello metodologico e didattico, frutto della dicotomia storica tra teatro e (teatro di) danza. Prima che sia notte danza la follia delle cose strappate dal di dentro, le lacrime ogni voltarepresse all’ultimo sguardo silenzioso, il punto in cui tutti i demoni irrompono nella vita: la gelosia, la voglia di omicidio, l’autodistruzione. E il coraggio di non fuggire ma restare, sedersi in mezzo al disastro e divenire testimoni. quando: 30 maggio, ore 21.30 dove: Teatro Volta - Quartiere Scala, Piazza Salvo d 'Acquisto, 1 (Pavia)

nza della Letteratura e dell'Arte medievale moderna e il Laboratorio Teatrale Motoperpetuo presentano:

on il Comune di Pavia - Per informazioni: Provincia di Pavia – Settore Beni e Attività Culturali, tel. 0382-597415 Motoperpetuo, tel. 0382-572629

ra classica e storica. Nell’ottobre 2004 infine I Rospi vincono il Premio della Critica al Festival Nazionale del Cabaret di Sesto S.Giovanni. ( Mi). Lo spettacolo Una notte da Rospi Già stato rappresentato con successo a Milano, Roma, Torino, Brescia, Verona, Reggio Emilia, Lugano, Bellinzona, Punta Ala, Madonna di Campiglio, Ponte di Legno, Terni, Livorno ed Olbia, lo spettacolo è definito dal gruppo il meglio degli ultimi 5 anni della loro produzione. È uno spettacolo di cabaret per il teatro, che quindi si differenziada quello rappresentato nei clubs o nei locali di cabaret, che si intitola I bassi sono gli ultimi a sapere quandopiove. Così si ‘confessano’ “I Rospi”: «Il

padri fondatori del cabaret italiano, con il quale hanno scritto lo spettacolo C' era una volta e tutti passavano sotto. quando: 23 maggio, ore 21.30 dove: Teatro Volta - Quartiere Scala, Piazza Salvo d 'Acquisto, 1 (Pavia)

ARANDA IN TERRANOMADE
Il gruppo - Aranda in Terranomade nasce nel 2001 non solo come compagnia teatrale, ma anche come associazione culturale con sede a Pavia, dove organizza corsi di danza, yoga, tai-chi, teatro-danza, teatro..., ma anche incontri, spettacoli, stages, rassegne cinematografiche, concerti. Come può formarsi un gruppo teatrale? «Avere passione per il teatro certamente, ma anche condividere un'etica, avere delle idee comuni su ciò che significa fare teatro e su

I ROSPI
Il gruppo - I Rospi, duo di cabaret e musica, composto da Antonio Benetto e Beppe Sampietro, nasce a metà degli anni 80: molteplici sono in quegli anni le esperienze artistiche frequentate: dal teatro comico dialettale, all’animazione, alla conduzione di programmi radiofonici comico demenziali. Negli ultimi anni, con la svolta decisiva verso il

ZERIDELTOTALE
Il gruppo - “Zerideltotale” nasce nel 1979, attraverso la spinta del fermento culturale che in quegli anni coinvolgeva buona parte della generazione giovanile, soprattutto nella ricerca di nuove forme o alla riscoperta di nuovi modi di raccontare e rendere il presente, in poche parole “rappresentare”. In che modo un gruppo teatrale può durare venticinque anni? «Per una libera capacità e disponibilità ad accettare le nuove realtà, con il presupposto di avere l’esigenza di ‘cedere il testimone’, restando presenti come spirito e riferimento a chi tende al rinnovo o alla partecipazione nel ruolo teatrale. Oltre a questo, va detto che il nostro bagaglio teatrale, negli anni, ha incontrato varie forme di studio e di maturazione, che vanno dal testo all’azione fisico-animativa, portandoci a prediligere un teatro essenziale e povero, ma estremamente utile e caratterizzato dalla nostra creatività». La vita teatrale degli Zerideltotale è quindi lunga e variegata, ma per avere un’idea di ciò che hanno portato sulla scena in questi anni ricordiamo alcuni loro lavori, partendo da Il ciclope di Euripide, proprio del 1979. Seguono poi studi di Atti unici di Cecov e Cocteau, di Aspettando

VUOI?

glietto...)

nostro sondaggio! due magliette nchiostro hiostro.unipv.it

Inchiostro, in questo numero, inaugura un’area riservata on-line; abbiamo deciso che la carta stampata non ci bastava più. Vogliamo essere sempre più vicini a voi lettori, alle vostre esigenze, alle vostre necessità. Per questo motivo iniziamo con un sondaggio sul giornale e sul programma radiofonico PaviaLiveU, con il quale collaboriamo attivamente, cosi da sapere cosa vi aspettate da noi, cosa vorreste vedere e sentire. Partecipare è facile: andate su http://inchiostro.unipv.it, iscrivetevi all’area riservata; vi apparirà la vostra pagina personale (eh, sì, ogni lettore ne avrà una... assolutamente gratis!), ed infine compila te il form. Tra tutti i partecipanti saranno estratti alcuni gustosi premi. Cosa aspetti? Corri sul sito.

Segnali dal teatro ragazzi Anche quest'anno ritorna la rassegna teatrale “Segnali dal Teatro Ragazzi”, promossa dalla regione Lombardia e organizzata dal Consorzio Art'inscena: quest'importante vetrina dedicata alle migliori produzioni regionali nel teatro regionale per ragazzi compie il suo sedicesimo anno di età. La rassegna si svolgerà a Pavia (11 e 13 maggio) e a Vigevano (12 maggio), in tre giorni fitti di spettacoli di ogni genere, dedicati a tutte le fascia d'età. Inoltre, come da consuetudine, per arricchire maggiormente la rassegna sono previsti altri spettacoli “fuori programma”: ad esempio, il Teatro Invito porterà in scena “Pranzo Manzoniano” e “Cena Manzoniana”, in cui verranno proposti celebri passi dei Promessi Sposi, dove verrà focalizzata l'importanza centrale del desco e delle osterie nel mondo seicentesco. Appuntamento importante sarà anche lo spettacolo-evento “Alla ricerca del piccolo principe”, realizzato dai minori del carcere Beccaria e dagli operatori Puntozero, presentato dal Ministero della Giustizia. Lo spirito della manifestazione è rimasto sempre centrato sulla sperimentazione, per permettere il contatto tra le varie compagnie e il pubblico cui sono destinati i vari spettacoli. L'importanza di questa vetrina è rimasta inalterato negli anni e ha permesso la conoscenza di piccole e grandi realtà locali ad un pubblico sempre maggiore. Sperando che nei prossimi anni non venga meno questa tradizione, vi auguriamo una buona visione. Per informazioni e il programma della manifestazione: internet www.lombardiacultura.it - email festival.segnali@tiscali.net

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Il giornale degli studenti universitari

Quattro in uno: intervista ai “Mag
a cura di Nicola Cocco
«Allora, Prof…, il 31.05 ci sarà la prima tornata elettorale per l’elezione del nuovo Rettore. Qui a Pavia si chiude l’era del “regno Schmidt”, mentre l’Università italiana attraversa un periodo convulso, tra i timori e le speranze per le riforme e le immancabili, ancestrali magagne del nostro Paese. Insomma, c’è nell’aria fermento e confusione. Alla luce di tutto ciò, o meglio alla ricerca di chiarezza, il sottoscritto, che come rappresentante degli studenti sarà chiamato a votare, Le chiede perché il 31 maggio dovrebbe addentrarsi nell’afa pavese e recarsi alla cabina elettorale, rinunciando al primo mare dell’estate (o meglio allo studio per l’esame di Microbiologia), visto che di studenti ben poco si è parlato durante la campagna di presentazione dei candidati, tra questioni di amministrazione, burocrazia, competitività, raccolta e gestione dei fondi… Perché poi dovrebbe votare per Lei, cosa propone di diverso dagli altri candidati, come si pone rispetto alla gestione Schmidt, ecc. ecc…» Ecco, è così che avrei voluto esordire le interviste ai candidati a rettore. Domande “stupide”, caotiche. E in effetti la confusione c’è, essenzialmente perché sempre più profondo è il divario tra l’Università come “istituzione” e l’Università come “comunità”. Quasi “due” università che si compenetrano e si scontrano, con i loro pesanti strascichi di problemi da affrontare. E proprio perché questi problemi, che saranno il pane quotidiano del nuovo rettore, incidono profondamente sulla vita di noi studenti, il 31 maggio metterò da parte l’idea del mare (o meglio, i libri) e andrò a votare. Ringrazio i professori candidati per la cortese disponibilità (spero scevra dall’“effettocampagna elettorale”: ma sì, un po’ di fiducia!). Forse i classici “in bocca al lupo” o “vinca il migliore” sono inadeguati. Personalmente mi auguro che nella persona e nel lavoro del nuovo rettore vinca l’Università tutta: l’istituzione, certo, ma soprattutto la comunità.

Gabriele Caccialanza
Nel panorama convulso dell’odierna Università italiana, quali pensa siano i problemi più ingenti ed impellenti da affrontare, nell’ottica sia dello sviluppo del “sistema-università” che delle problematiche più propriamente rivolte agli studenti (i quali a volte rischiano di essere “persi di vista” nell’enormità di tale sistema)? Quali sono le Sue proposte per affrontare tali problemi? L’esistenza stessa dell’Istituzione Università è giustificata dalla necessità di produrre e trasmettere conoscenza. Gli aspetti della produzione e della trasmissione della conoscenza sono assolutamente inscindibili. Non è un caso che gli stessi finanziamenti ministeriali siano erogati, al netto della quota destinata all’incentivazione, per circa 2/3 alla qualità e quantità della didattica e per circa 1/3 alla ricerca. Sarebbe dunque autolesionistico “perdere di vista gli studenti”. Non nego che ci sia stata e ci sia tuttora una qualche tendenza a considerare gli studenti un bene acquisito che non richiede grandi sforzi per essere conservato e consolidato. È una posizione sbagliata, particolarmente nel clima di competizione tra Atenei creato dalla recente riforma. Aggiungo che il nostro Ateneo, situato in una città e in una provincia relativamente poco popolose, ha l’assoluta esigenza di attingere a bacini di utenza esterni a quello di appartenenza. Deve esercitare una grande capacità di attrazione sugli studenti e ha bisogno, per farlo, di offrire loro livelli eccellenti di didattica e di ricerca. Gli studenti sono la più importante risorsa dell’Università, una risorsa che non può essere in alcun modo surrogata. Nessun professore dovrebbe mai dimenticarlo! Le priorità, dunque, sono facili da individuare: raggiungimento di livelli di eccellenza nella didattica e nella ricerca. Alcuni dei mezzi che propongo: 1. revisione funzionale degli assetti di governo e modifica, ove necessario, dello Statuto d’Ateneo; 2. accreditamento dell’Ateneo in relazione alla certificazione di qualità; 3. incremento delle risorse proprie dedicate alla ricerca di base; 4. revisione dei percorsi formativi delle lauree e delle lauree specialistiche; 5. potenziamento delle attività di orientamento, tutorato e avvio al lavoro; 6. ampliamento degli spazi per attività culturali, didattiche e di ricerca; 7. aumento delle borse di studio, degli assegni di ricerca e di dottorato. Effettivamente abbiamo qualche problema in relazione ai punti da lei menzionati. Mi propongo di avviarli a soluzione dando priorità ai seguenti aspetti: 1. potenziamento dell’informatizzazione di biblioteche, segreterie e servizi agli studenti; 2. razionalizzazione degli esami e degli insegnamenti; 3. incentivazione della formazione a distanza; 4. adeguamento delle attrezzature didattiche e scientifiche, in particolare di quelle informatiche; 5. miglioramento dei servizi dedicati agli studenti portatori di handicap; 6. incremento degli stage e dei tirocini presso strutture esterne; 7. rafforzamento dei servizi di assistenza medica e psicologica. Insomma, è mia intenzione realizzare le condizioni che consentano un pieno esercizio del diritto allo studio. Mi attendo, d’altra parte, che gli studenti si dimostrino consapevoli di essere titolari, oltre che di un diritto allo studio, di un dovere di studio.

Gianmario Frigo
Oggi valutiamo i risultati del percorso che ha portato all’autonomia: cosa è cambiato nell’autonomia e nell’uso che ne abbiamo fatto? Vi è stata una realizzazione molto parziale dell’autonomia universitaria: sia per freni ministeriali sia per una scarsa attuazione da parte delle università. Il problema è cosa fare in prospettiva; due le possibili scelte: o si va verso l’autonomia più spinta o si va verso la ricentralizzazione; quest’ultimo sembra l’atteggiamento dell’attuale ministero. Io personalmente preferirei si andasse verso un’autonomia completa dei singoli atenei, verso una maggiore responsabilizzazione degli stessi: precisa e puntuale rispetto alle loro scelte. Questo però non è necessariamente gradito alle singole università. L’inconveniente è che aumenteranno le differenze tra i singoli atenei, con tutte le conseguenze che questo porta. Alla fine si dovrebbe arrivare al superamento del valore legale del titolo di studio; cos’è adesso il valore legale? Ha poco significato nel modo industriale, mentre ne ha a livello di pubbliche amministrazioni o nei riguardi degli ordini professionali. Il mantenimento del valore legale del titolo di studio va incanalato coerentemente nell’autonomia universitaria.

Giovedì 19 maggio 2005 ore 21.00 Aula del Quattrocento

Da studente dell’Ateneo pavese, sono tanti i problemi locali che avvertirei come “impellenti”: l’informatizzazione, la gestione della didattica, le agevolazioni e il diritto allo studio… Quali saranno in tal senso le priorità che intende affrontare nel caso di elezione e con quali provvedimenti?

UNIVERSITÀ PUBBLICA UNIVERSITÀ PRIVATA
Storia, mito leggenda
Ritiene che, limitatamente agli organi maggiori (Senato e Consiglio di Amministrazione) sia il momento di aumentare il numero di studenti rappresentanti adeguandolo al numero di facoltà presenti nell'ateneo, superando in tal modo il minimo del 15% di studenti previsto dalla legge? Inoltre, non ritiene che sia finalmente giunto il momento di riconoscere agli studenti di dottorato e agli specializzandi di tutte le facoltà dei posti di rappresentanza negli organi accademici di ogni livello (visto che, oltretutto, rientrano di diritto nella composizione di un organo ministeriale come il CNSU)? In ottemperanza alle sempre più pressanti richieste del mondo del lavoro, del confronto con l’estero e delle complesse dinamiche sociali attuali, anche l’Università italiana si è avviata a suon di riforme lungo la ripida china dell’autonomia e della “aziendalizzazione”. Come giudica il progressivo affermarsi dell’“università-azien da”? Pensa sia oggi un rischio, un’opportunità, una necessità inderogabile? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi, in particolare per gli spaesati “studenti-clienti”?

In primo luogo intervenire sull’organizzazione, fermo restando un obbiettivo che è quello di un recupero di efficienza, cioè una migliore utilizzazione delle risorse attualmente disponibili. Sono assolutamente favorevole al decentramento verso le strutture periferiche: quindi un aumento di responsabilità delle strutture didattiche e delle strutture dipartimentali nei riguardi dell’amministrazione centrale. Questa, in relazione ai problemi che hai posto, dovrebbe svolgere un ruolo di controllo, di indirizzo e di valutazione delle attività, più che di gestione diretta. So che da parte vostra c’è una richiesta di centralizzazione dei servizi per evitare inefficienze. Ma sono convito che un sistema decentrato valorizzerebbe la vostra capacità contrattuale: potreste agire direttamente con le strutture didattiche che vi interessano, piuttosto che con un organo centralizzato e burocratizzato. Un’organizzazione centralizzata di alcuni servizi andrebbe fatta: l’informatizzazione, ad esempio. Oggi le strutture periferiche funzionano solo parzialmente; dovremmo dar loro gli strumenti necessari. I partecipanti alla gestione dovrebbero lavorare negli organi di governo indipendentemente dalla loro categoria di provenienza. Il meccanismo partecipativo è anche limitante: rende corresponsabile colui che vi partecipa, lo studente in CdA diventa più consigliere d’amministrazione che studente. Il rischio è quello di andare incontro ad una deformazione di tipo rappresentativo per cui tutte le istanze debbono essere rappresentate. Io sono anche d’accordo ad aumentare il numero degli studenti, ma con quale criterio? Uno per Facoltà? Occorrerebbe un diverso meccanismo d’elezione. Aumentiamo solo il numero considerandoli come categoria omogenea? Oppure facciamo delle distinzioni di carattere didattico-scientifico? Quindi una rappresentanza degli studenti, una dei dottorandi, una degli specializzandi, in quanto categorie portatrici di interessi particolari. Le opzioni sono tante, non è facile. Quanto agli specializzandi e ai dottorandi, se a livello nazionale esiste una loro rappresentanza, allora deve essere fatta anche a Pavia. Uno dei problemi principali da risolvere è quello delle competenze: io sono stato sia in Senato che in CdA ed ancora oggi non si capisce cosa debba fare l’uno e cosa debba fare l’altro.

Sì, ritengo giunto il momento di adeguare le rappresentanze studentesche negli organi di governo maggiori. Inoltre sono favorevole a concedere rappresentanza alle categorie da lei indicate. Queste rappresentanze concorrerebbero automaticamente ad adeguare la componente studentesca nel Senato Accademico e nel Consiglio di Amministrazione.

invitati:

Prof. Francesco Giavazzi
Docente di Economia Politica Università Bocconi - Milano

Prof. Alessandro Cavalli
Docente di Sociologia Università degli Studi di Pavia interverranno sul tema:
Docente di chimica farmaceutica Università degli Studi di Pavia

Prof. Gabriele Caccialanza

Docente di fisica Università degli Studi di Pavia

Prof. Angiolino Stella

Prof. Gianmario Frigo
Docente di farmacologia speciale Università degli Studi di Pavia

Docente di economia e gestione delle imprese Università degli Studi di Pavia

Prof. Dario Velo

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La mia prima osservazione è che autonomia non è sinonimo di aziendalizzazione. Resta comunque il fatto che l’autonomia ha bisogno di mezzi e che quelli pubblici risultano insufficienti. Fermo restando che i contributi pubblici al sistema Università dovrebbero essere accresciuti fino a diventare confrontabili con quelli degli altri Paesi industrializzati, nuovi equilibri possono e devono essere trovati aprendo l’Università al mondo produttivo. Ma apertura non significa subordinazione né aziendalizzazione. L’Università può interagire con il mondo produttivo mettendo a disposizione la sua enorme capacità di ricerca e le sue altrettanto grandi potenzialità di trasferimento tecnologico. Questo non vuol dire aziendalizzare l’Università! Vuol dire invece porla al centro dello sviluppo. Non vuol dire esasperare la professionalizzazione dei percorsi formativi per renderli più aderenti alle attuali (e contingenti) esigenze dell’industria. Al contrario, vuol dire puntare a percorsi formativi in grado di fornire cultura di base e metodi di approccio che possano essere investiti per acquisire le più diverse “specializzazioni”. L’apertura alla società è un dovere e un’opportunità: l’Università può e deve gestirla senza arroganza e senza sudditanza.

Il servizio deve rimanere pubblico, può però essere organizzato in maniera differente. L’esempio è quello delle aziende ospedaliere oggi obbligate ad un controllo di gestione. Il sistema d’organizzazione aziendale presuppone un’attenzione verso l’esterno, verso i fruitori. Questo non significa una privatizzazione degli atenei, solo una gestione con metodiche e strumenti differenti. Il ruolo pubblico è a parer mio inderogabile, anche se gestito in maniera aziendalistica. Se lo studente diventa il committente vero dell’offerta formativa universitaria alla fine ci guadagna; oggi però non c’è un controllo effettivo della qualità della formazione.

Il giornale degli studenti universitari

gnificabili”
Angiolino Stella
Rafforzare la concezione di Università come Universitas Studiorum, con la piena valorizzazione di tutte le componenti, in un quadro pluri- e interdisciplinare: tutti i problemi da affrontare nei vari settori vanno visti in questa ottica, in una dimensione internazionale di Research University (con intreccio virtuoso tra ricerca e offerta formativa nella sua globalità). Gli studenti devono essere non solo beneficiari, ma anche protagonisti di questo progetto.

Per un rettore che governi
di Nicola Bassan e Marzio Remus
Sono iniziati, un po' in sordina, gli incontri delle facoltà con i candidati alla massima carica d'ateneo. Le danze sono state aperte dalla Facoltà di Scienze MM.FF.NN. che si è riunita informalmente durante il pomeriggio di mercoledì 27 aprile u.s. La partecipazione all'incontro, straordinariamente elevata, può essere interpretata come un indice dell'attenzione verso l’elezione del nuovo rettore. Si avvia, infatti, verso la conclusione il lungo rettorato del prof Roberto Schimd; un rettorato che ha dovuto fare i conti con molte sfide importanti per l'Università di Pavia, e più in generale per il sistema universitario nazionale: autonomia universitaria, due riforme dell'ordinamento didattico, incremento vertiginoso del numero delle sedi universitarie lombarde, sono solo alcune delle novità che hanno caratterizzato questi ultimi 17 anni. Con simili problemi si è dovuto confrontare l'attuale governo dell'Ateneo cercando di dare risposte che lo tutelassero. Non vogliamo esprimere un giudizio di merito, certo è che questi anni rappresentano un'eredità pesante per chiunque inaugurerà il prossimo anno accademico. Ma i “Magnifici Quattro”, oltre che con questo lascito, dovranno confrontarsi con nuovi e urgenti problemi: la carenza dei fondi, l'invecchiamento della classe docente, l'eccessiva lentezza dell'amministrazione, un’anarchica disorganizzazione, nonché svariati altri connessi alla ricerca. Tale elenco dovrebbe essere l'elemento discriminante in ogni tentativo di individuare chi sia il candidato a cui affidare il delicato compito di gestire l'Università. Non è nostra intenzione dare un’indicazione di voto, dire quale nome scrivere sulla scheda alle prossime elezioni; tuttavia possiamo e vogliamo delineare le caratteristiche che dovrebbero, a nostro parere, caratterizzare l'eleggendo: studenti (i circa 150 rappresentanti nelle varie Facoltà), docenti(ricercatori, associati ed ordinari) e personale tecnico amministrativo sceglieranno come meglio credono. Le necessità sopra elencate, combinate con la crescente e spietata concorrenza degli altri atenei, ci portano a dire che il Rettore dovrebbe, innanzitutto, essere perfettamente consapevole del numero e, cosa più importante, della complessità delle problematiche in cui versa l'Università. E’ necessario, poi, che il nuovo Magnifico Rettore sia disponibile ad impegnarsi e a lavorare per risolverle, sapendo riadattare quanto già sperimentato con successo in altri atenei o studiando nuove e più complete strategie, prendendo decisioni dolorose e magari impopolari, non solo per gli studenti, ma anche soprattutto tra i suoi colleghi: sarebbe proprio ora che qualche docente venga allontanato non solo per raggiunti limiti d’età. I docenti che si sono proposti all'elettorato hanno puntato, almeno così c’è parso nei primi incontri, quasi esclusivamente sul tema della qualità della didattica e della ricerca: chi parlando di research university, chi immaginando un futuro in cui il privato entri prepotentemente nell'università. Non possiamo evitare di chiederci se la strada intrapresa dai candidati sia quella che risolverà i problemi di Pavia, che permetterà all’Ateneo di crescere quantitativamente o che, invece, lo condannerà ad un inesorabile declino. L'alto valore aggiunto della qualità per un Ateneo è innegabile, ma forse l'ossessione per la qualità non abbia accecato a tal punto alcuni docenti da non fargli (intra)vedere che l'Università del futuro prossimo è diversa da quella che loro sognano. È perfettamente legittima l'ambizione di fare ricerca di punta o didattica presa a modello da altre istituzioni; non è invece affatto ammissibile l'idea che sull'altare di simili obiettivi sia sacrifichi ogni altra cosa. La riforma dell'amministrazione non è più rinviabile e riteniamo di poter dire che o questa sarà radicale e incisiva, oppure il disegno stesso di una struttura che brilli nel panorama universitario rimarrà nel platonico mondo delle idee. Ma anche qualora fosse possibile rendere efficiente la burocrazia interna ritoccando, nel caso si renda necessario, anche l'organigramma amministrativo, bisogna sempre considerare che il sogno di rendere Pavia l'Ateneo delle Lauree Specialistiche, pardon Magistrali, e dei dottorati in ricerca non è del tutto conciliabile con un sistema che spinge per le Università di massa. C'è chi fra i candidati, infatti, in maniera sottile, ha fatto capire che non è suo interesse avere a che fare con grossi numeri di studenti, ma solo con una ristretta elite. Mi rendo conto che questo sarebbe il sogno di ogni professore, ma rimane un sogno. Senza grossi numeri non ci sono grossi finanziamenti sia per le spese in ricerca sia, soprattutto, per coprire, in periodo di ristrettezze, nuovi posti eventualmente cofinanziati da banche, fondazioni e UE. Senza grossi numeri non si fa selezione e non si crea qualità, senza grandi numeri non si può far sentire la propria voce né a livello regionale, né in C.R.U.I., né a livello nazionale. Un'Università di qualità dovrebbe basarsi su solide fondamenta, su un rapporto perfettamente risonante con la città che la ospita, sulla capacità di attirare studenti per i suoi servizi; ci preme far notare, a tal proposito, che in un paese come l’Italia in cui tutte le 104 province sono sede di almeno un corso universitario, la propria abitazione rischia di essere un’attrattiva più facile al sistema collegiale pavese; non sarà, di certo, lo IUSS a risolvere tutti i problemi, attirando frotte di studenti. Un Ateneo di qualità dovrebbe distinguersi, almeno a nostro parere, per la capacità di dettare il passo nell'utilizzo delle nuove tecnologie e di sperimentare nuove soluzioni (e non arrancando nelle ultime posizioni), sulla personalizzazione dei serivizi: forse questo non sarà il terreno ideale sul quale far crescere didattica e ricerca, ma, i botanici insegnano, non tutte le piante crescono nello stesso tipo di terreno né solo tre sequoie, per quanto alte ed in salute, costituiscono una rigogliosa foresta. A nostro modo di vedere è necessario un Rettore che governi l'Università, in funzione soprattutto dei reali bisogni degli studenti e non solo dei docenti: l’universitas magistrorum scholarumque, ricordiamolo, ha una componente, quella studentesca, che pesa numericamente e finanziariamente circa 20 volte la prima (in Spagna partendo da tale semplice osservazione già da qualche anno tutti gli studenti votano per scegliere il proprio Rettore). L'eletto non potrà, quindi, accontentarsi di tradurre il proprio incarico in una mera apposizione di firme, dovrà avere il coraggio di fare scelte decise. Vedremo quale sarà il responso dell'urna e chi dei pretendenti – quattro attuali (le candidature, infatti, si chiudono il 16 maggio e alcuni profetizzano un outsider: pare possibile, regolamento alla mano, una discesa in campo tra la prima e la seconda tornata) – rivolgerà il proprio saluto agli studenti e alle autorità il prossimo novembre.

Dario Velo
Volendo essere ottimista, si può sottolineare che la riforma universitaria costituisce un tentativo di orientare l’insegnamento verso gli interessi degli studenti e della società civile. Quando sono diventato Preside della Facoltà di Economia ho constatato che in quell’anno nessuno studente si è laureato in 4 anni, pochissimi studenti brillanti in 5 anni, un numero un po’ maggiore di studenti bravi in 6 anni, la media in 8 anni. Inaccettabile. Non era colpa degli studenti, ma dell’Università. Ho lasciato la presidenza con una situazione nettamente migliore; occorre continuare a migliorare il rapporto università-studenti. Volendo essere realista, va detto che la riforma ha perseguito intenti positivi, ma non l’ha fatto nel migliore dei modi; al minimo, va detto che c’è un tasso di confusione eccessivo.

È chiaro che esistono vari problemi “locali” che si possono definire “impellenti”. Vorrei affrontarli ponendo il nostro Ateneo in un’“ottica campus”, inserito nei circuiti internazionali, con l’efficienza e le funzionalità richieste a quel livello. È allora evidente che tutti i temi menzionati sono di estrema attualità e di alta priorità.

Università di Pavia, studenti in fila sotto il sole per entrare in segreteria studenti dove gli impiegati si affannano per ridurre il disagio. In un altro ateneo lo studente è accolto da un impiegato che al terminale gli risolve velocemente tutti i problemi burocratici: è questo il modello da seguire. È questione di organizzazione, di informatizzazione; è certamente una priorità. Altrettanto importante è la didattica. Più aule, più ordine, più spazio ove studiare. È interesse degli studenti vedere questi diritti riconosciuti, ma è interesse ancor maggiore dell’Ateneo offrire servizi adeguati agli studenti. Quanto al diritto allo studio, si parla a livello nazionale di un aumento delle tasse di iscrizione: se il governo deciderà questo aumento, Pavia dovrà rispondere dedicando risorse adeguate a nuove borse di studio e a servizi agli studenti. Siamo una Università pubblica al servizio degli studenti e della società.

Credo che anche i docenti che in passato erano piuttosto restii a concedere agli studenti spazi riguardanti il loro ruolo di proposta, valutazione e rappresentanza, si siano convinti dell’importanza del loro contributo e della loro presenza nei vari organi di Governo (inclusi Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione). Vorrei incoraggiare gli studenti, in questa fase, a rendere ancor più evidente il loro ruolo propositivo. La richiesta del “minimo del 15%” (del resto previsto dalla legge) vorrei considerarla in un quadro generale di adeguamento delle rappresentanze. Per quanto riguarda il riconoscimento ai “dottorandi” e “specializzandi” di posti di rappresentanza negli Organi Accademici io sono pienamente d’accordo.

In Università si forma la nuova classe dirigente. Ed anche la classe politica del futuro. Gli studenti in Università debbono imparare anche ad essere corresponsabili della gestione di questa fondamentale organizzazione pubblica che è l’Università. Non è solo problema di avere qualche studente in più negli organi; il problema più importante e difficile a mio avviso è trovare soluzioni per mettere gli studenti nella condizione di concretizzare una partecipazione responsabile alle decisioni dell’Ateneo. Dobbiamo trovare insieme nuove soluzioni che ci rendano sempre più una comunità di studenti-docenti, aperta alla società civile. Può essere utile un qualificato “parlamento degli studenti”? Come? Per quanto riguarda dottorandi e specializzandi, le misure da adottare sono addirittura una emergenza. L’Università sta invecchiando, la vita è difficilissima per i giovani che vogliono fare un dottorando o una specializzazione. Uno specializzando di medicina mi ha detto laconicamente: “pago per lavorare gratis: è giusto?” Non basta dire che non è giusto, bisogna subito offrire servizi, offrire prospettive serie di lavoro e di carriera.

Non mi piace l’accoppiamento così secco università-azienda, perché hanno finalità diverse. La finalità, vorrei dire la “missione” delle Università è quella della produzione di conoscenza nella sua ampiezza e complessità e del trasferimento del sapere innanzitutto agli studenti e poi, più in generale, alla società, in una visione dinamica e adeguata ai tempi. Criteri di efficienza nella conduzione e gestione dell’Università, magari presi a prestito dalle imprese, possono poi essere senz’altro utili e talora raccomandabili.

L’Università non è un’azienda. È una comunità di studentidocenti. Visto che le risorse sono scarse, occorre utilizzarle al meglio: ma questo è un imperativo per tutti, non va scambiato per “aziendalizzazione”! Un problema grave è la mancanza di risorse, in conseguenza della situazione di crisi delle finanze pubbliche; una risposta possibile, oltre ad un uso accorto delle risorse, è ricercare nuove fonti di finanziamento a livello internazionale nella società civile, da parte delle fondazioni per esempio. Mi ricordo di aver fatto notare ad un collega come fosse necessario avere una buona amministrazione; la sua obiezione era stata che l’Università non è un’impresa: la mia controbiezione è sintetica, anche il pubblico può e deve essere gestito bene! Direi ancora più del privato, perché gestiamo risorse pubbliche di cui dobbiamo rispondere alla società. In Francia i giovani migliori diventano amministratori pubblici, al servizio del Paese. L’Università deve contribuire a che ciò avvenga anche in Italia. È un impegno morale e sociale che dobbiamo prendere, un nuovo patto fra generazioni, un ritorno ai valori.

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Il giornale degli studenti universitari

Il viaggiatore Le fiestas spagnole
di Fabrizio Vaghi
Siamo entrati a tutti gli effetti in primavera ed è tempo di parlare di luoghi caldi e assolati, o per meglio dire calienti, come la Spagna che vanta una cultura folcloristica davvero ricca di tradizioni, simboli, musiche e usanze. Attraversando il vasto territorio iberico ogni viaggiatore si accorge dell’ampia varietà culturale e della forte identità locale che ogni singola regione conserva, quasi a separare nettamente una regione dall’altra. L’esempio più eloquente è rappresentato dalle fiestas, tipiche feste che si tengono regolarmente in quasi tutte le città spagnole. L’origine di queste feste è riconducibile alla tradizione religiosa: alcune sono solenni processioni e si svolgono durante le feste dei patroni o nella settimana Santa. Le più celebri mettono in evidenza il radicato spirito folcloristico della Spagna, come “La Tomatina”, fiesta di Bruñol nella regione di Valencia. Si tiene l’ultimo mercoledì di agosto e miglia di persone combattono una battaglia in cui le sole armi sono pomodori maturi che giungono in città proprio per l’occasione, nessuno è risparmiato dal reciproco lancio di pomodori. Nella fiesta “El Colacho”, la domenica dopo il Corpus Domini, vicino a Burgos in Castiglia, i bambini nati nell’arco dell’anno vengono vestiti a festa e disposti a terra su dei materassi, un uomo vestito con uno sgargiante vestito giallo e rosso scavalca con un balzo questi bambini, secondo la tradizione scacciando le malattie. La tradizione associa la figura del colacho al diavolo che scappa alla vista dell’Eucarestia. Una delle fiestas più note della Spagna si tiene a luglio a Pamplona nella regione della Navarra, si tratta della fiesta di San Firmino “Los Sanfermines” (6-14 luglio) caratterizzata da una sfrenata corsa di tori per le strade della città. In occasione dell’encierro sei tori sono liberati ogni mattino per le strade della città vecchia, innanzi a questi decine di persone vestite di bianco e con in testa una banderillas rossa corrono evitando le pericolose corna dei tori che corrono impauriti nella folla. La Catalogna, forse la regione con più identità regionale, ha in Barcellona la sua capitale, qui si balla una danza tipica: la Sardana, ballata in cerchio con un susseguirsi di passi lenti e veloci, tanto complicata da conferire ai visi dei partecipanti un atteggiamento molto serioso. A Tarragona, sempre in Catalogna, nella fiesta della città si sfidano in altezza le torri umane “castellers”. Si tratta di torri co-

Paroliere La camomilla delle 5 o’clock
di Elisa Perrini
“Ma la camomilla è un tè?” Che domanda del cavolo, mi direte voi, se è camomilla, è camomilla e non è tè. E invece no! Vi avranno detto qualche volta che la lingua dà forma alla realtà e rende reale l’esistente (o l’esistente reale?) – sì, sì, va bene, grazie, hai ragione, bla bla bla… Ma provate a chiedere a un tedesco o a un inglese (anzi a un americano: sono un po’ meno svegli – senza offesa però!) se il Kamillentee è un Tee o il camomile tea è un tea. Come fanno a dirvi di no? Ma come sempre c’è il trucco! Stavolta mi sono documentata bene, ho sfogliato un po’ di dizionari e ho scoperto la logica di questa assurdità. Certo, il tè, quello fatto con le foglie di tè appunto, è sempre tè, ma il Tee e il tea no! Sì, mi spiego meglio. Le lingue possiedono una proprietà chiamata arbitrarietà che tra le altre cose significa che lingue diverse segmentano in modo diverso la realtà. Esempi classici sono il francese bois e il tedesco Wald e Holz per l’italiano bosco, legno e legna; o il tedesco fahren e gehen rispetto all’italiano che ha solo andare. E quindi? Un po’ di pazienza suvvia… in un modo o nell’altro devo arrivarci vicino a ’sti benedetti 2000 caratteri! Ho capito che siete impazienti, è arrivato il vostro turno in bagno e non avete più tempo di leggere le mie scemenze! Quindi, per tirare le fila del discorso, tornare alla nostra camomilla e andare finalmente a dormire (o in bagno – dipende…), Tee e tea possono indicare anche qualsiasi bevanda fatta con un po’ di acqua calda e delle erbette a mollo, anche se esistono termini più specifici per indicare tisane e simili. Quindi la domanda iniziale è banale e un po’ assurda se posta in italiano, ma vi assicuro che se vi scappa mentre chiacchierate con un inglese, la vostra serata si prolungherà a dismisura… hai voglia a spiegargli che il tè si fa con le foglie della pianta del tè e contiene la teina…

struite da diversi piani (circa sette) di persone che, gli uni con i piedi in spalla agli altri e disposti a cerchio, sorreggono in sommità un piccolo ragazzo chiamato anxaneta. L’Andalusia è la regione che sicuramente in fatto di folclore e simboli è il principale riferimento per la Spagna. Due settimane dopo Pasqua, nella capitale Siviglia si tiene la Fiera d’Aprile, ad animare questa fiera musica andalusa e sfilate in costumi tradizionali, spesso accostati a corride nell’arena della maestranza. Proprio i tori sono uno dei simboli più legati alla Spagna, accanto a tipici oggetti che dall’Andalusia a tutta la Spagna rappresentano la cultura folcloristica di questo affascinante stato ricco di sorprese. Là dove si incontrano incantevoli señoritas vestite con lunghi e scollati abiti fiorati, focosi muchachos, circondati da scialli, ventagli e nacchere, per le strade delle città, non è difficile ascoltare o addirittura assistere a uno spettacolo di flamenco, la danza tipica spagnola e la colonna sonora perfetta per visitare questo vasto territorio intriso di cultura, folclore, curiosità e stupende città: esta es España.

Jazz Heroes

di Leonardo Pistone
Attenzione: questo disco potrebbe fare per voi. Per quelli di voi che non sono nati a New Orleans e non sono figli di un trombonista, uno dei problemi di approccio al jazz è l'abitudine al suono. Non dimentichiamo che il jazz è più o meno "la" musica afroamericana; pensate allo swing degli anni trenta: si tratta di musica popolare degli schiavi neri debitamente adattata per le sale da ballo. Si sa, l'America è il paese dove si possono trarre soldi da qualunque cosa. Tutto questo per dire che sicuramente avete sentito, magari in qualche film, dello swing; e quasi sicuramente non vi è piaciuto. Il motivo è che lo swing era molto spesso musica leggera, o da ballo, e oggi balliamo su ritmi completamente diversi. Ascoltiamo jazz con un atteggiamento culturale, cioè per il piacere di ascoltare, andiamo ai concerti e non alle sale da ballo di jazz. Niente di strano, quindi, che tanta gente mi dica di apprezzare il "Concerto di Colonia" di Keith Jarrett, per esempio: è musica con un'estetuca più vicina alla musica europea - quella classica (Potete ascoltare le prime note del Concerto in un pubblicità di un'automobile in cui compare Richard Gere). Lo stesso è accaduto a me: per un bel periodo l'unico jazz che riuscivo a sopportare era quello che "non sembra" jazz: per lo più senza batteria, suonato da bianchi. Il disco di oggi, "Heroes", rispetta questi requisiti. Per di più il pianista, Gil Evans - da non confondere con Bill Evans - non è un pianista, ma un arrangiatore: fantastico. Potete quindi assaporare il gusto tipico di un arrangiatore per i suoni e le atmosfere, in un contesto però completamente improvvisato. Per di più i due non sono abituati a suonare insieme: si devono quindi ascoltare molto intensamente l'un l'altro e il risultato è freschissimo e delizioso. Anche il repertorio è interessante: abbiamo standards, un preludio di Chopin, un pezzo del grande Mingus... Alla prossima!

Fiction, l’icona dell’uomo di oggi
di Bonač
Da qualche anno si è imposto, come fenomeno del costume nazionalpopolare, il genere televisivo della fiction; non che prima non esistesse – si chiamava “sceneggiato televisivo”, ma poi è arrivato il parlare angloide tipico del provincialismo culturale italiano (come ci ricorda, ammonendoci, lo stesso Inchiostro nell’editoriale del numero 17) a ribattezzarla. Essa sembra vivere una lunga e felice stagione di giovinezza, dalla cui cornucopia scaturiscono vari soggetti – dai nonni ai papi, ai politici, dai santi ai più disparati gradi delle forze dell’ordine, e loro epigoni vari. Queste fiction possono avere lunghezza diversa (da due a n puntate, da una a m serie), ma hanno caratteristiche ben precise che ne fanno uno strumento ludico, emozionale e didascalico allo stesso tempo. Partendo dalla definizione, in inglese con essa si intende “quel genere di libro o storia basata su personaggi e fatti immaginari, non basato su fatti o persone realmente accaduti o esistenti”, mentre sappiamo che le nostre fiction (notiamo l’uso del singolare invece del plurale, segno dell’ingresso della parola nel lessico corrente) raccontano quantomeno realtà e personaggi verosimili, e – così come un comasco secentesco avrebbe potuto riconoscersi in Renzo o Lucia – , così noi dovremmo poterci riconoscere in nonno Libero (o nei suoi nipoti) o in un agente di polizia o carabiniere (il numero dei quali, stando alle fiction, sembrerebbe costituire la maggioranza della popolazione italica). Ma questa componente “favolistica” è utile, fondamentale allo scopo della fiction. La quale, se deve intrattenere, deve pure – e soprattutto – emozionare, insegnare e formare. Questa nostra fiction è diventata, per noi gente del duemila, quello che la pittura sacra è stata per secoli e millenni – fino all’avvento della diffusione di massa dei media – per tutte quelle persone analfabete (la stragrande maggioranza) che in essa avevano l’unica fonte di cultura e vivificata edificazione. Pensiamo alle omelie pronunciate da pulpiti tonanti, pensiamo ai colori vivi delle fiamme infernali e alle scene bibliche dipinte nelle pareti delle chiese: solo in questo modo le persone non istruite entravano in contatto con le realtà dottrinarie del cristianesimo, con le vicende narrate nelle Scritture, venivano ammonite e condotte lungo il cammino del corretto vivere cristiano. Pensiamo a questo, e troviamo le analogie di rapporto fra noi – alfabetizzati, ma così frettolosi (e sommersi dall’offerta di informazione) da non poterci esimere dall’accontentarci di sapere “poco di tutto” e con approssimazione – e la fiction, il nuovo strumento di acculturazione popolare fast food. Innanzitutto, la carica emotiva. La fiction è piena di momenti che possiamo definire “toccanti”, “emozionanti”, “struggenti”, magari sottolineati da un assolo di violino (o di pianoforte) e dalla camera che stringe sul particolare così tenero, o così orribile. Vero? Bene; pensate ora ai dipinti dei martiri flagellati o lapidati, alle crocifissioni: non è quello il loro scopo, suscitare lo stesso pathos di fronte alla scena? Sì: il pittore – regista ante litteram – vuole catturare l’attenzione del “pubblico” con i mezzi a propria disposizione: colori, forme, prospettive, sorrisi e macchie di sangue. In fondo, a quell’arte “manca solo la parola”; ma gli accenti – seppur d’altra grafia – ci sono. La parola, in ogni caso, veniva usata parallelamente al segno: i predicatori itineranti, catalizzatori di folla, accattivavano gli auditori con enfasi e abilità retorica. Stessa tecnica, d’altra parte, usata nelle fiction, quando – con primi piani di volti contratti e di occhi luccicanti – i personaggi si lanciano in monologhi degni di una catilinaria. Seconda cosa, l’insegnamento. Troppo spesso si tratta di nozionismo superficiale, ma è fatto innegabile che la fiction possa anche insegnare e informare. Biografie e agiografie sono l’esempio di come si possa narrare una storia reale in film. Certo, esistono limiti intrinseci al mezzo, che pure possiede i suoi vantaggi: è molto più rapido, comodo e divertente guardare un film piuttosto che leggere un libro, magari di mille pagine e senza nemmeno una foto; ma neppure si può sperare, guardando un film, di poter accedere alla ricchezza e alla completezza di informazione che un libro può fornire. E’ lo stesso compromesso della pittura sacra: una crocifissione di san Pietro non potrà illustrare la storia dell’intera vita di SimonePietro, così come ogni singola stazione della Via crucis l’intero compiersi della passione di Cristo (particolare è il caso delle stazioni della Via crucis, una sorta di “pellicola” di quattordici fotogrammi). Infine, lo scopo di formazione della fiction. Le fiction sono costruite in modo tale da consegnare al pubblico modelli di vita e di comportamento, esempi da imitare – sia in campo morale, religioso ed etico (le vite dei santi, in nome della vocazione alla santità di ognuno di noi – concetto caro a Giovanni Paolo II), che in campo civile (in nome della vocazione alla santità laica di ogni cittadino – concetto caro a Carlo Azeglio Ciampi). Se ci alziamo dalla poltrona con la voglia di tradurre in fatti la morale ricavata, se ci immedesimiamo nell’eroe della porta accanto, allora lo scopo è raggiunto. E’ chiaro, dunque, il ruolo della fiction nella nostra società, così pure la sua importanza: essa rappresenta la porta d’accesso (spesso l’unica porta d’accesso) più rapida alla conoscenza, nonché quella più accessibile per diffusione e rapidità di diffusione. Insomma: definiamoci, quale siamo, un popolo di “afictionados”. Ma io penso che dovrebbe pur sempre rimanere il punto di partenza perché nasca uno stimolo alla conoscenza e all’approfondimento, quando invece mi sembra purtroppo soltanto un sentimentale, ma fine a se stesso, punto d’arrivo.

Una scena de: “Il Maresciallo Rocca”

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Il giornale degli studenti universitari

Vacanza di non solo studio a Guanajuato
di Elena Bombis
La fine della scuola superiore segna la conclusione di molte epoche: quella dei posti fissi in banco, dei turni per le interrogazioni, delle levatacce obbligatorie e quella, meno scontata, delle vacanze estive in college! Queste classiche due settimane hanno sempre avuto un comune denominatore: alta percentuale di adolescenti italiani. Orde di ragazzini vivaci invadono principalmente Irlanda e Gran Bretagna e non chiedono altro che di sfogare in divertimento sfrenato un anno di compiti e doveri a scuola, nulla sembra loro importare del severo sguardo straniero e del tagliente “Italian people!”, ormai diventato leggenda, ma prontamente riservatoci ad ogni manifestazione di gioia di essere un popolo caotico e festoso. Tutto questo con il benestare dei genitori, orgogliosi dei loro pargoli tutti soli in un mondo sconosciuto e straniero alle prese con una nuova lingua. Gli stessi pargoli che ritornano dalla vacanza con poco riposo alle spalle, grande nostalgia dei bei giorni passati e un’agenda piena di nuove conoscenze provenienti un po’ da tutte le parti: Bologna, Reggio Emilia, Napoli, Roma... Conseguita l’agognata maturità, di 10 ore di macchina dalla prima località sull’Oceano. Per chi ha sempre sognato Acapulco la descrizione può non sembrare allettante, ma basta vederla una volta per capire che l’Unesco aveva una ottima ragione per averla proclamata patrimonio dell’umanità nel 1988. La città è un trionfo di colori, suoni e luci, in un labirinto di strade ripide e tortuose, piazze pittoresche e caratteristiche, angoli di perfezione come la deliziosa Plaza San Fernando. Guanajuato si riempie di vita solo alle nove di mattina, ma si mantiene vivace fino a tarda notte, per accertarsene occorre un giro per il Callejon del Beso verso le due e farsi inseguire da una orchestrina locale nello spazio angusto di un vicolo circondati dal battito di mani di chi ha imparato a seguire il ritmo fin da bambino. La cucina messicana è decisamente pesante, come il panino al chili che mi fu offerto a colazione il mio terzo giorno di permanenza, ma gli snack per strada possono risultare sorprendentemente leggeri; ai lati delle vie infatti non mancano bancarelle che offrono frutta fresca da passeggio tagliata al momento e servita in bicchieri di plastica. spazio sicuro e limitato di un college è decisamente ristretto per chi vuol conoscere anche la realtà intorno. La Don Quijote è piccola, ma dotata di ogni comfort: terrazza soleggiata, sala computer con accesso Internet gratuito, aule per piccole classi e cortile centrale, punto di ritrovo di alunni di ogni parte del mondo (ma una sola italiana!). Le lezioni, divise tra corso intensivo (25 ore settimanali) o superintensivo (35 ore a settimana), il cui livello viene assegnato da test e colloquio svolti il primo giorno, sono però l’unica caratteristica comune a tutti gli studenti. Il tempo che non si trascorre in classe è oggetto di scelta indipendente da parte di ognuno, prima fra tutte la sistemazione. Chi desidera pagare solo il corso e cerca un ostello per la notte, chi chiede alloggio nelle residenze della scuola, appartamenti che nulla invidiano a una casa privata, se non una collocazione meno isolata, chi invece opta per una sistemazione in famiglia, come la sottoscritta. E incontrai Lupita, diminutivo di Maria Guadalupe, donna attiva e socievole che arrotondava lo stipendio di avvocato ospitando, nella sua magnifica casa giallo canarino, studenti e professori stranieri, accogliendoli con gentilezza e curiosità. Le lezioni, tenute da insegnanti di madrelingua talvolta poco più che ventenni, si tramutano spesso in lunghe conversazioni, scambi di risate, opinioni, domande e dubbi sempre in spagnolo. Non sono queste però ad avermi reso entusiasta della mia vacanza studio, era la sensazione di conoscere il mondo solo dopo una serata al Bar Ocho, con il mondo sparso pezzo per pezzo nei miei compagni e nei ragazzi messicani che spesso si univano a noi. Era la possibilità di vivere tre settimane da messicana, girando per le strade o il Mercado Hidalgo e godendo della musica a tutto volume proveniente da un terrazzo. O, forse, la vacanza studio è sempre rimasta tale e questa non era che un modo di viverla e, a cambiare e a crescere, sono stata solo io. Informazioni e prenotazioni: Consultare catalogo “Viva- soggiorni studio”, disponibile presso ogni agenzia di viaggio oppure visitare il sito: http:// www.don-quijote.it, presso cui è possibile anche prenotare direttamente il corso.

Il 27 maggio a Belgioioso il debutto del gruppo teatrale “Primo Studio”
di Francesco Di Maggio

Alle prese con l’ispettore
Metti una decina di matti che alla sera si trovano due volte alla settimana per… scoprire il teatro. Per divertirsi soprattutto, ma con l’ambizione di provare le emozioni dell’andare veramente in scena, l’autentico brivido degli attori di teatro. Metti un regista matto come loro che decide di tornare indietro di cent’anni e fare una cosa che da cinquanta in Italia più nessuno si sognava di fare: mettere in scena “L’ispettore” di Nikolaj Gogol, secondo le idee registiche che negli appunti ha lasciato il grande Stanislavskij!!! Si è scoperto poi cosa significava essere matti, perché cinque atti messi in scena da “dentro il personaggio” come pretendeva il regista russo maestro del teatro psicologico, non erano davvero uno scherzo. Con calma, per diciotto mesi, il gruppo – che ha ereditato anche il nome del primo gruppo teatrale messo in scena dal Russo “Teatro Primo Studio” – ha lavorato alla caratterizzazioni dei personaggi, cercando toni e sfumature che rendono esilarante la commedia di Gogol. In un capoluogo di provincia una “lobby” di politicanti e funzionari approfitta dell’apparato burocratico assai pesante per taglieggiare la classe borghese e mercantile. Ma il destino beffardo invia un ispettore a controllare le loro malefatte. Nell’ansia di questo arrivo allo sgangherato gruppo di malaffare capita di prendere fischi per fiaschi e scambiare un millantatore professionista per l’ispettore. Ne nasce una divertentissima commedia degli equivoci ritratto di una società non molto dissimile da quella di certe cittadine provinciali di oggi… Una provocazione? Forse… ma non solo… Il gruppo è composto dai “senior” Renato Ricotti (il podestà) e Alessandra Camurri (la moglie dello stesso), e dal novello “dottore in lettere” Mattia Sanna (il falso ispettore), dagli universitari Matteo Dell’Isola (il giudice), Michelle Casamento (direttrice opere pie), Benedetta Pesci (la figlia del podestà); completano il gruppo Micol Modica (direttrice delle Poste), i “taramelliani” Sebastiano Chierichetti (servo del falso ispettore), Emanuela Pasi, (possidente), Martina Ricotti (direttrice scuole), Alice Gambolò (possidente). Francesco A. di Maggio ha curato la regia e la revisione drammaturgica. DOVE? - a Belgioioso, Chiesa dei Frati, venerdì 27 maggio ore 21,15. Per informazioni: tel. 349-7740655

con il cuore pieno di timori e consapevole del fatto che ormai l’adolescenza era trascorsa, mi imbarcai di nuovo per l’avventura della vacanza studio a luglio dell’anno scorso. Destinazione Guanajuato, centro di 120.000 abitanti abbarbicato a 2.082 metri nell’entroterra messicano e a una tragica distanza

Tre settimane di vacanza studio, per chi vuole imparare una nuova lingua e vivere all’estero in libertà anche senza un Erasmus, offerta della scuola don Quijote, disseminata in varie sedi in tutto il territorio spagnolo, più una appunto in Messico. Flessibilità è la parola d’ordine. Lo

I due protagonisti in un momento dello spettacolo

Ho paura torero: una Fata contro la dittatura
di Marzio Remus
Sarcastico e passionale, crudo e poetico, divertente e triste, in una parola splendido. Non amo, in genere, gli scrittori sudamericani, ma mi sono dovuto ricredere: ho divorato il romanzo in meno di tre ore in un lungo viaggio PaviaParigi. Il volume, uscito solo nel maggio 2004 in Italia, è stato proclamato a suo tempo “il libro del 2001” in Cile. L’autore si chiama Pedro Lemebel, intellettuale omosessuale, scrittore, fotografo, regista, figura di spicco della cultura di sinistra cilena. Il protagonista di HO PAURA TORERO è un travestito di cui non sappiamo il nome: chiamato La Fata. La Fata ospita in casa propria uno studente, Carlos, per il quale ha preso chiaramente una cotta. Carlos dice di invitare degli amici per studiare a casa della Fata, e svolge attività apparentemente innocue, che però sono sovversive. Carlos e i suoi compagni di studio stanno organizzando un attentato ad Augusto Pinochet. E La Fata stessa capisce tutto, mangia la foglia, ma finge, con Carlos e con se stessa, di non aver capito niente, pur di continuare a vivere nel suo paradiso di carta da parati, ricami e canzoni d’amore captate da una radio gracchiante, interrotte dai notiziari di radio cooperativa. Rinunzia alle sue vecchie abitudini, a cercare disperati ed ubriachi nella fredda notte cilena, pur di sopravvivere ad un amore bello ed impossibile: un amore rubato da dita lombriche e braccia sinuose e saettanti come pitoni. Sullo sfondo si staglia un Pinochet, monolitico nella sua solitudine, (pre)occupato di evitare la logorrea di una moglie noiosa e petulante, tormentato da incubi ricorrenti, da paure e premonizioni mortifere, intento ad uno continuo andirivieni tra la capitale ed il buen retiro di Cajon del Maipo, letteralmente incapace di gestire gli affari di governo. Al termine del romanzo Carlos e La Fata si incontreranno di nuovo, entrambi dotati di una nuova consapevolezza, entrambi mutati dal loro incontro e dagli eventi recenti, per un ultimo addio, per un'altra canzone ancora alla radio gracchiante, per un tovaglia portata dal vento…. Avete letto una recensione del libro HO PAURA TORERO di Pedro Lemebel, casa editrice Marcos Y Marcos, traduzione di Cortaldo e Mainolfi, duecento pagine per 13€, gentilmente offerto alla redazione di Inchiostro dalla Libreria il Delfino di Pavia.

Università degli Studi di Pavia - Via Mentana, 4 - Pavia - tel. 0382.984759 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 10 - Numero 19 - 16 maggio 2005 - Il giornale degli Universitari Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti. Direttore: Luna Orlando (luna@) Redazione: Alberto Bianchi Roberto Bonacina (bonac@) Valerio Ciampi Nicola Cocco Alba Chiara De Vitis (alba@) Tommaso Doria Antonio Lerario Pierluigi Malangone Laura Omodei Alessio Palmero (alessio@) Elisa Perrini (elisa@) Leonardo Pistone (leo@) Andrea Pozzi Mattia Quattrocelli (mattia@) Marzio Remus (marzio@) Valentina Repetto Emma Stopelli Antonella Succurro (anto@) Maria Chiara Succurro (mari@) Fabrizio Vaghi (fabri@) Stefano Valle (stefano@) dopo @ ci va inchiostro.unipv.it Hanno collaborato: Samuele Anni, Simone Zanotto, Erika De Bortoli, Luca Speziale, Nicola Bassan, Luca Assanelli, Prof. Alberto Brandone, Luca Barzé, Elena Bombis, Francesco Di Maggio, Matteo Bertani. Disegni: Nemthen Fotografie: Marco Chemollo Immagine di copertina: http://www.draghetto.it/ teatrodistrada/Resources/ est01sepia.jpeg Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 2000 copie Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Stampato su carta riciclata. Fondi Acersat “Inchiostro”: 10.000 Euro annui.

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Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

AGENDA dal 16 maggio al 5 giugno
MUSICA CLASSICA
mercoledì 18 maggio ore 21.00 CONCERTO D'ESTATE ENSEMBLE LEGRENZI Maurizio Schiavo, viola d'amore In programma musiche di G. Aldrovandini, Mr. Grobe, A. Ariosti Almo Collegio Borromeo Piazza Borromeo, 9 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-3951, www.collegioborromeo.it sabato 21 maggio ore 21.15 Stagione Artistica 2005 MEDLEY DI MUSICHE DEL SECOLO SCORSO con gli Alti e Bassi, quintetto vocalist Sala Polifunzionale Pina Rota Fo – Sartirana Lomellina Per informazioni: Comune, tel. 0384800810 sabato 21 Maggio ore 21.00 V STAGIONE CONCERTISTICA Concerto Straordinario gratuito per tutti Direttore Piero Bellugi Orchestra ospite: Orchestra Sinfonica di Sanremo Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart Serenata in re maggiore per orchestra KV.239 Divertimento in fa maggiore per due corni e archi KV 522 "Ein musikalischer Spass" Serenata n. 9 in re maggiore KV 320 "Posthorn" Chiesa dei Frati Francescani - Voghera Per informazioni: Ufficio Cultura, Comune di Voghera, tel. 0383/336316-319 domenica 22 Maggio 2005 Ore 21.15 Terza Stagione di Concerti del Collegio Ghislieri "Un viaggio in Italia" LA SOTTILE MUSICA DEI VISCONTI La musica a Pavia tra Trecento e Quattrocento I MUSICI DELLA FONTE Direttore: Michele Pasotti Aula Magna del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it, HYPERLINK "http://www.coroghislieri.org/" http:// www.coroghislieri.org domenica 22 maggio ore 21.15 FESTIVAL ORGANISTICO 2005 MUSICHE DEL 700 E 800 ORGANISTICO ITALIANO Organisti: Fabio Re, Paolo Piccolini, Enrico Fossati, Tenore Tino Cambieri Organo: E.Maroni- Biroldi 1846 Chiesa della Madonna della Neve - Vigevano mercoledì 25 maggio ore 21.00 Stagione Teatrale 2004-2005 L'Associazione I Quattro Cavalieri presenta : I SOLISTI DI PAVIA Concerto con Ottavio Dantone, direttore e solista Teatro Fraschini, Corso Strada Nuova, 136 - Pavia Informazioni: Teatro Fraschini, tel. 0382-371202 sabato 4 giugno ore 21.15 FESTIVAL ORGANISTICO 2005 MUSICHE DEL BAROCCO TEDESCO E ROMANTICISMO FRANCESE Organisti: Massimo Verzilli, Paolo Piccolini Organo: A.Mentasti/Benzi 1908/60 Cappella di San Giovanni Battista dell'Istituto Negrone di Corso Milano – Vigevano lunedì 6 Giugno 2005 Ore 21.15 Terza Stagione di Concerti del Collegio Ghislieri "Un viaggio in Italia" FOLK SONGS I COMPOSITORI E LA MUSICA POPOLARE UN OMAGGIO A BERIO Laura Catrani, soprano Coro del Collegio Ghislieri Riccardo Ceni, pianoforte e direzione Aula Magna del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it, HYPERLINK "http://www.coroghislieri.org/" http:// www.coroghislieri.org

MOSTRE
19 marzo - 29 maggio 2005 martedì - venerdì: 14.30-18.30 sabato: 10.00-23.00 domenica: 10.00-20.00 MARIO SIRONI. L'IMMAGINE E LA STORIA Mostra che la città di Vigevano dedica a questo grande protagonista del Novecento pittorico italiano. Strada sotterranea del Castello di Vigevano, ingresso da via XX Settembre Per informazioni: tel.: 800/662288 7 maggio – 11 giugno martedì-domenica: 10.00-18.00; lunedì chiuso Inaugurazione sabato 7 maggio ore 11 FEDERICO FARUFFINI - I DISEGNI Prime idee, studi preparatori di particolari, bozzetti di composizioni. 28 disegni di Federico Faruffini in mostra. Sale del Castello Visconteo di Pavia Per informazioni: biglietteria Musei Civici, tel.: 0382/304816 Fino al 28 maggio 2005 dal martedì al sabato dalle 8.30 alle 13.30 Ingresso: gratuito NELLA CUCINA DEI ROMANI Museo Archeologico Nazionale della Lomellina c/o III Scuderia del Castello, Piazza Ducale - Vigevano Per informazioni: tel. 02/89400555 11 – 29 maggio MOSTRA DI EMANUELA BUSSOLATI Illustratrice e progettista di libri per bambini e ragazzi Progetto e coordinamento di Costantino Leanti per la Biblioteca Bonetta sezione ragazzi Scuderie del Castello Visconteo – Pavia Per informazioni: tel. 0382-21635

CONFERENZE
mercoledì 18 Maggio 2005 Ore 21.00 SCIENZA E CAUSALITÀ a cura di Cristina de Maglie e Sergio Seminara IL RUOLO DELLA STATISTICA NEL PROCESSO PENALE E NEL PROCESSO CIVILE Prof. BENITO FROSINI, Ordinario di Statistica - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano REGOLE PROBATORIE E REGOLE DI GIUDIZIO SUL NESSO CAUSALE Prof. MICHELE TARUFFO, Ordinario di Diritto Processuale Civile - Università degli Studi di Pavia Aula Goldoniana – Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it Mercoledì 18 Maggio Giornata mondiale dei musei IL SISTEMA MUSEALE DELL’ATENEO DI PAVIA. Aula Volta del Palazzo Centrale dell'Università Corso Strada Nuova, 65 – Pavia Per informazioni: tel. 0382/986308 19 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro FOTO DI GRUPPI CON TEATRI Giornata di studi Motoperpetuo – Viale Campari, 72 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org giovedì 19 Maggio 2005 Ore 21.15 IL LINGUAGGIO E METAMORFOSI IN HARRY POTTER a cura di John Meddemmen LA METAMORFOSI Aula Goldoniana – Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it Giovedì 19 maggio ore 21.00 Ciclo di conferenze “Immagini e pensiero - valenza teoretica e significato storico” IMMAGINE, IMMAGINAZIONE E SUBLIME IN KANT Prof.ssa Silvana BORUTTI Almo Collegio Borromeo Piazza Borromeo, 9 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-3951, www.collegioborromeo.it venerdì 20 Maggio 2005 Ore 9.00 SEMINARIO DI INFORMATICA GIURIDICA Ugo BECHINI, notaio; Romano ONEDA, docente di Informatica Giuridica, Università di Pavia; Manlio CAMMARATA, Direttore di Interlex Aula Goldoniana – Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it lunedì 23 Maggio 2005 Ore 21.15 FINALITÀ DI ACCERTAMENTO E GARANZIE COSTITUZIONALI NEL PROCESSO PENALE: QUALI RIFORME? a cura di Vittorio GREVI COSTITUZIONE EUROPEA, SPAZIO GIUDIZIARIO COMUNE E PROCESSO PENALE Mario CHIAVARIO, dell'Università di Torino; Angelo GIARDA, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; Eugenio SELVAGGI, sost. procuratore generale presso la Corte d'appello di Roma Aula Goldoniana – Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it martedì 24 Maggio 2005 Ore 21.00 SCIENZA E CAUSALITÀ a cura di Cristina de Maglie e Sergio Seminara I PRINCIPI DI LEGALITÀ E DI PERSONALITÀ DELLA RESPONSABILITÀ PENALE E LA CAUSALITÀ OMISSIVA Prof. CARLO FEDERICO GROSSO, Ordinario di Diritto Penale - Università degli Studi di Torino SCIENZA E CAUSALITÀ NELLA DECISIONE DEL GIUDICE Dott. GIOVANNI CANZIO, Consigliere di Cassazione Aula Goldoniana – Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it mercoledì 25 maggio ore 21.00 Ciclo di conferenze “Immagini e pensiero - valenza teoretica e significato storico” L'IMMAGINE IN BLANCHOT E IL LIBRO A VENORE prof.Mario ANTOMELLI Almo Collegio Borromeo Piazza Borromeo, 9 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-3951, www.collegioborromeo.it

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

MERCATINI E FIERE
sabato 21 maggio ore 8,00-20,00 BANCARELLE TRA LE COLONNE Mercatino dell'antiquariato e dell'usato Piazza Martiri della Libertà – Vigevano Per informazioni: Pro Loco, tel. 0381690269 domenica 29 maggio ore 8,00-19,00 MERCATINO DELL'ANTIQUARIATO Oggettistica, mobili, curiosità Piazza del Duomo – Voghera Per informazioni: Comune, tel. 0383336407 domenica 5 giugno ore 8.30 L'ANTICO SOTTO LA CUPOLA ARNABOLDI Mercatino di antiquariato selezionato Cupola Arnaboldi, C.so Strada Nuova Pavia Per informazioni: Ass. Regisole, tel. 333-2976076 domenica 5 giugno ore 8.30 - 19.00 MERCATINO PAVESE DELL'ANTIQUARIATO Mobili, quadri, oggetti da collezione Piazza della Vittoria – Pavia Per informazioni: Ass. Antiquari provincia di Pavia, tel. 0382-372511

TEATRO
16 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro LA TRILOGIA DELLA VILLEGGIATURA Compagnia In scena veritas Teatro Volta - Quartiere Scala, Piazza Salvo d 'Acquisto, 1 - Pavia Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org 19 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro IL CORPO CHE... AVANZA Compagnia Teatro della Mostiola Castello Visconteo Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org 23 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro UNA NOTTE DA ROSPI Compagnia I Rospi Teatro Volta - Quartiere Scala, Piazza Salvo d 'Acquisto, 1 - Pavia Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org 26 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro THE GIN GAME Compagnia Zerideltotale Motoperpetuo – Viale Campari, 72 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org 30 maggio ore 21.30 LA SCENA GIOVANE 2005 Seconda rassegna provinciale di nuovo teatro PER MOLTO TEMPO MI SONO CORICATO PRESTO LA SERA PRIMA CHE SIA NOTTE Compagnia Aranda in terranomade MOTOPERPETUO Viale Campari 72 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-572629, http://www.motoperpetuo.org

MUSICA LEGGERA
Sir Lifford – piazza IV Novembre, 36, Miradolo Terme (PV) tel. 0382-77117 www.sirlifford.com Venerdì 20 maggio Asilo Republic (Tributo a Vasco Rossi) Sabato 21 maggio Raduno Auditorium Città di Mortatra Giovedì 19 maggio Antonella Ruggiero Thunder Road - via Str. Voghera Menestrello 1, Codevilla (PV) tel. 0383-373064 giovedì 19 maggio Sacher QT Venerdì 20 maggio Trio Bobo Sabato 21 maggio Divina mercoledì 1° giugno Pornoroviste Rodeo Drive Cava Manara Venerdì 20 maggio Bambole di Pezza Palasport Pavia Venerdì 20 maggio Gianni Morandi Rodeo Drive Mezzana Corti sabato 21 maggio Malaombra Sitting Bull Certosa di Pavia sabato 21 maggio Kiss Konfusion Spazio Musica Pavia sabato 21 maggio David Andrews

CINEMA
martedì 17 maggio [GAME OVER] VISIONS DU RÈEL Rassegna di cinema documentario a cura di Roberto Figazzolo “Lavoro e libertà” ore 20.30 SUPER SIZE ME di Morgan Spurlock ore 22.30 LA SCHIVATA di Abdellatif Kechiche Corallo Ritz – Pavia martedì 17 Maggio ore 22.00 LA NOIA di Damiano Damiani (1963) Seguirà il documentario "Moravia e il suo romanzo" CSA Barattolo - via dei Mille 130, Pavia Informazioni: tel. 0382-21293 http://www.ecn.org/barattolo/ martedì 24 maggio [GAME OVER] VISIONS DU RÈEL Rassegna di cinema documentario a cura di Roberto Figazzolo “Lavoro e libertà” ore 20.30 THE AGRONOMIST di Jonathan Demme ore 22.30 L'UOMO SENZA SONNO di Brad Anderson Corallo Ritz - Pavia martedì 24 Maggio ore 22.00 GLI INDIFFERENTI di Francesco Maselli (1964) http://www.ecn.org/barattolo/ martedì 31 Maggio ore 22.00 IL CONFORMISTA di Bernardo Bertolucci (1970) http://www.ecn.org/barattolo/

Bacheca Acersat
Legge 40 una questione ancora aperta
Argomenti di Medicina, Etica e Biodiritto a confronto sul tema della Fecondazione Assistita Aula del Quattrocento - lunedi 23 maggio ore 21.00

Rassegna teatrale "fuori orario"
"Il sogno di un uomo ridicolo" compagnia teatrale "Saracinesche" Aula del Quattrocento - mercoledi 18 maggio ore 21.45 "Body & soul" Guido Mazzon e Piera Principe Aula del Quattrocento - mercoledi 25 maggio ore 22.15

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