Il giornale degli Universitari

I’ve seen the future, baby: It is murder.
Fate pena! Proprio così, non vi sono altre parole per definire gli attuali lettori di Inchiostro. Noi ci ammazziamo di fatica per voi: evochiamo lo spirito del giornale affinché scriva l’editoriale (Luna ha compiuto riti innominabili), org anizziamo conferenze, concorsi di racconti, lanciamo un film (pure quello, gia! Guardate in ultima pagina...) e voi? Voi nulla. La domanda che ci sentiamo rivolgere al massimo è cosa significa la frase in francese j’irai cracher sur vos tombes, ma dico un dizionario la mamma non ve l’ha mai comprato? Ammesso e non concesso che non sappiate usarlo che ne dite di usare il mezzo telematico? Un motore di ricerca? No, vietato vero? Continuiamo così, ammazziamoci di pugnette e discoteche, facciamoci del male, disinteressiamoci a tutto e tutti e l’università andrà sempre peggio, perché in fondo -scriviamocelo- a voi piace così: tanto non cambierà nulla, meglio fare lo struzzo. Ragazzi, compagni, amici, colleghi se la pensate cosi gettate il giornale nel cesso e andate nelle vostre tane a studiare, chini sui libri, andate a lezione senza fiatare, non obbiettate nulla, non pensate potrebbe essere pericoloso per il vostro (in) successo prossimo futuro. Io non ci sto, io non ci sono, noi non ci crediamo; contro tutto ciò facciamo questo giornalaccio. Abbiamo organizzato la conferenza del 12 aprile, ne scrivono Alberto e Valentina, per parlare del malessere dell’università, per cercare di uscire dal disinteresse generale, per scuotere il placido e nebbioso ateneo ticinese dalla sua provinciale tranquillità. Per iniziare a parlare delle elezioni del nuovo rettore: colui che ci governerà per i prossimi 4 anni. Cosa cambierà? Tutto o nulla? Non lo sappiamo ancora,ma di certo non staremo a guardare. Sì, il futuro fa paura a tutti, l’ignoto ci terrorizza. Cosa possiamo scrivere di nuovo dopo 10 anni di Inchiostro? Quali argomenti possiamo trattare che non siano già stati analizzati? Non lo sappiamo nemmeno noi, ma non per questo ci lasciamo abbattere, e continuiamo nella nostra

Anno 10 - Numero 18 - 26 aprile 2005 - Distribuzione gratuita

E-comics oltre i confini della carta pagine 4 e 5

odissea cartacea e telematica (non telemachica.). Ritorniamo, era il n. 13, a parlare di fumetto, ma questa volta si tratta d’e-comics, la nuova frontiera dell’autoproduzione: Stefano ha curato due interessanti interviste. Pierluigi si occupa di (in) giustizia all’italiana, e anche Vincenzo Andraous ci ricorda del caso di Andriano Sofri, di cui più volte Inchiostro ha parlato... ma non è mai abbastanza. Riappare Mattia a scrivere di scienza: lo sapevate che i virus si possono costruire a tavolino? Leo finalmente ritorna a parlarci di Jazz ed Elisa continua a giocare con le parole; anche con la musica si può fare tanto, come arredare una casa: ve lo racconta Emma, io mi sono gia prenotato il libro... Alessio, il grafico, l’uomo che c’è ma non si vede, dopo tempo

immemorabile, ricompare nelle vesti di scrittore: il dito puntato di questo numero, il nostro/ vostro meganofono per segnalare tutto quello che non funziona è suo, ed è ferocemente impietoso, graffiante al punto giusto da lasciare un segno. Segni, segnali e simboli, spesso li vediamo ma non ne conosciamo l’origine: parlare dei simboli della nostra patria è la sfida che hanno raccolto Silvia e Fabrizio. Il funerale di Giovanni Paolo II è stato un evento mondiale che ha lasciato un altro segno: Roberto ci offre qualche spunto di riflessione. Questo è il numero 18 dell’anno 10. Leggetelo sorbendo un matecito. I’ve seen the future, brother: It is murder. Marzio Remus

ProntaMente

pagina 2

Cultura e spettacoli

pagine 6-7-8

Inchiostro sta lavorando alla realizzazione di un film. Ti piacerebbe partecipare? Scrivi a

Hai mai recitato?

film@inchiostro.unipv.it

La Redazione di Inchiostro ha predisposto sul nuovo sito internet la possibilità di lasciare un commento per ogni articolo che viene pubblicato sul giornale.

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Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

Il giornale degli studenti universitari

ProntaMente - Corsi e ricorsi nel marasma scientifico Dall’Africa all’Oriente, ecco i virus cercacasa
di Mattia Quattrocelli
Nome: Virus. Cognome: di Marburg. Genere: virus. Segni particolari: induce febbri emorragiche. Indirizzo: Africa Sub-Sahariana, Nord dell’Angola (per il momento…). Le generalità del virus di cui sopra sono la carta d’identità stilata dalla World Health Organization circa un patogeno infettivo che dall’Ottobre 2004 miete vittime in Uige, regione settentrionale dell’Angola. Soltanto agli inizi di Aprile i ricercatori della WHO hanno scoperto il confronto positivo con quel virus che dal 1988 al 2000 aveva creato un’altra emergenza in Congo e, cioè, con quello stesso virus isolato per la prima volta nel 1967 in Germania e Yugoslavia, dove, a Francoforte, Belgrado e appunto Marburg, ha provocato una piccola epidemia tra alcuni scienziati al lavoro su alcune scimmie provenienti dall’Uganda. Tanto per finire le presentazioni, il virus di Marburg è un virus appartenente alla stessa famiglia dell’Ebola, anche se ha una virulenza inferiore, nonostante il suo tasso di mortalità rimanga spaventosamente alto per i nostri gusti: tra il 25 e il 30% degli infettati muore. E la principale causa di morte è febbre emorragica, poiché il virus infetta e distrugge le cellule dei tessuti dei vasi sanguigni e alcune cellule del sistema immunitario. Il risultato di questa azione combinata e, come sempre nel mondo virale, particolarmente subdola, è la fuoriuscita di fluidi dai capillari. Per questo è difficile da riconoscere: i sintomi, come febbre e infezioni varie, non sono affatto dissimili da quelli di altre malattie come la malaria e la stessa Ebola. Perché vi parlo di questo pericoloso e inafferrabile essere (non uso la parola vivente, dato che i virus sono all’interfaccia tra la vita e la non-vita)? Perché dovrebbe interessarvi? Perché è l’ennesima espressione di un processo che, in natura, riscuote molto successo e soprattutto è ormai una routine nel mondo dei parassiti; potremmo chiamarlo con nomi più o meno fantasiosi e cervellotici, a me basta definirlo coevoluzione. Mi spiego meglio. Una volta individuato l’agente di questa nuova emergenza sanitaria (in una zona, peraltro, martoriata anche da AIDS e malaria), la sfida, adesso, è da una parte costruire dei vaccini più o meno efficaci, dall’altra, ed è forse la causa più importante, indicare con precisione “da dove arriva” questo virus di Marburg. Ora, dire “da dove arriva” non significa semplicemente fare una ricerca sull’Atlante, bensì riuscire a stabilire gli ospiti in cui il virus è stato incubato, prima di diffondersi ed infettare mortalmente i primati, tra cui l’imberbe uomo. Il passo intellettivo successivo è, come al solito, uno sforzo decostruttivistico: se io sono un parassita, un virus, e riesco a perpetrarmi semplicemente grazie alle risorse cellulari di organismi superiori, in un primo momento, preso dalla smania infettiva, cercherò di sfruttare fino all’abuso il mio ospite prediletto; in un secondo momento, dopo aver condiviso con questo e con l’ambiente circostante tanto e tanto tempo, riesco anche a sviluppare una strategia un tantino più intelligente, ovvero diminuire leggermente la mia virulenza e soprattutto sviluppare cicli vitali alternativi in altri ospiti, che non si ammalano, né muoiono, ma che mi permettono di riprodurmi, mutare e spostarmi: il vantaggio è duplice, da una parte stringo molte conoscenze con individui diversi del mio ospite principale, riproducendomi rispondere alla prima domanda, allora vi interesserà certo sapere che questo è lo stesso meccanismo messo in atto dal Coronavirus, responsabile della SARS (Sindrome respiratoria acuta severa) che, per gli addetti ai lavori, è anche chiamata influenza aviaria, perché il virus è incubato e trasportato negli uccelli, soprattutto quelli domestici come i polli, e arriva ad infettare l’uomo dopo aver fatto una visita di piacere ai suini. Così torniamo al nostro virus di Marburg: quali sono gli ospiti in cui muta e viene trasportato? Facile: gli altri primati. Errore: è stato visto che anche per i primati questo virus induce un’elevata mortalità. Dunque, si cerca a tentoni tra un ricco ventaglio che va dai pipistrelli, alle mosche, agli uccelli. Nel frattempo, c’è chi, con una perversione veramente ragguardevole, lo ha già definito un’arma bioterroristica, perché è facile ottenere lisati con numeri grandi di questo virus e perché è stabile sotto forma di polvere essiccata, e c’è chi lavora ad un vaccino (con il metodo di sempre: parti del capside proteico di rivestimento o particelle virali atte nu ate che “allertino” il sistema immunitario e lo predispongano contro un’invasione di veri virus). Salta subito agli occhi, però, come l’ingegnerizzazione di un vaccino sia una soluzione effimera senza uno studio approfondito e delle risposte certe circa gli ospiti e la provenienza, storica e geografica. E questo vale tanto per il virus di Marburg, quanto per la SARS, quanto per tutti gli altri patogeni, specie virali, che costituiscono il pool di quei tanto citati “agenti infettivi emergenti”, e, se vorremo combatterli, in futuro, non potremo sottrarci alla logica della coevoluzione. Per chi volesse curiosare: - Warfield K. L. et al., Vaccine, 22. 3495 - 3502 (2004) l’articolo parla approfonditamente di questa nuova emergenza e della ricerca messa in piedi adesso per arrivare velocemente alla formulazione di un vaccine efficace e il meno costoso possibile.

La nuova invasione ed il senso del rispetto
di Roberto Bonacina
Una nuova calata: Roma è stata invasa, come tante volte nella sua storia plurimillenaria. Ma in una maniera nuova, forse inedita. Al tempo dei fasti latini dell’Urbe la città conobbe grandi raduni in occasione dei trionfi dei condottieri romani; negli anni 410 e 1527 dell’era cristiana fu messa a sacco dai visigoti di Alarico prima, dai lanzichenecchi di Carlo V poi; dal 1300, e fino al 2000, è stata la volta dei pellegrinaggi giubilari. Questa volta, invece, è stata la volta dell’ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II, quella delle sue spoglie mortali. L’affetto, la popolarità ed il seguito di questo pontefice bene sono stati testimoniati dal grandissimo numero di persone – diversi milioni – che ha visto giungere a sé (e che, in qualche modo, ha “chiamato” a sé) a partire dall’agonia delle ultime ore, a fine marzo, fino al giorno dei propri funerali – funeralissimi, anzi. Ma, per quanto – in linea generale – non si possa dubitare del sincero dolore umano e del sereno spirito religioso della gente accorsa (eppure, come dice Andreotti, “A pensar male…”; ma non si può fare di tutta l’erba un fascio), mi ha amareggiato dover constatare quanta inutile ed offensiva, sterile curiosità, al limite dell’essere onnivora superficialità, ci sia stata in una gran parte – probabilmente quella maggiore – di coloro che sono andati a Roma. Siamo una società che ha bisogno di vedere, toccare – come Tommaso, con il naso fin dentro alle cose; ma dentro alla buccia delle cose, e del succo poco ci importa, ed il gusto della polpa è qualcosa di cui si può fare a meno, sciamando di buccia in buccia. Lo dimostra la cultura del reality show, del giornale scandalistico, del salotto televisivo, dell’ultima benissimo: ora una breve preghiera, una riflessione, probabilmente una dolce lacrima, magari un solo intenso amen o ringraziamento (basta poco, Dio legge le parole del cuore anche senza sentirle pronunciate) davanti alla reliquia del grande uomo. Siamo sicuri? No. Nell’epoca della comunicazione di massa, dell’immagine in tempo reale, del picta manent, la gente (ripeto: non voglio generalizzare, le eccezioni ci devono pur essere state, ma giudicando dal lampeggiare continuo dei flash…) era lì per far altro: la gente doveva filmare, fotografare (eh già: per fortuna hanno inventato i cellulari con fotocamera), comunque “vedere” il corpo del papa per poterlo dire, raccontare, per dire agli amici “Io c’ero”; o magari una frase come “Ha sofferto tanto, ma adesso lo vedi che ha il viso sereno” – e non è vero, perché vi è rimasta impressa la contrattura di quella sofferenza, ma non importa: la frase è stata preparata nelle lunghe ore di fila, qualcosa si doveva pur fare no? E le povere suore polacche soffrono ancora di più, dovendo assistere alla deturpazione della sacralità della basilica e dell’occasione funebre; e le guardie svizzere – poveri giannizzeri, seri e sinceri nella loro muta colorata – restano attonite, probabilmente infastidite da quel modo, estremamente irrispettoso, di portare rispetto ad una persona defunta. Così, probabilmente, pure il resto del personale. I media hanno parimenti contribuito: l’assedio della Città del Vaticano è iniziato con l’agonia di Karol Wojtyła e finirà con l’elezione del suo successore. In realtà, al di là di alcuni aggiornamenti nei giorni seguenti, la storia della vita e del papato di Giovanni Paolo II era già stata ampia-

Il virus di Marburg con un tasso maggiore, dall’altra mi garantisco un serbatoio di riserva per continuare ad esistere se le condizioni diventano critiche (ad esempio se il mio ospite ha assunto immunità genetica o resistenza oppure se la mia ingordigia lo ha portato all’estinzione). Se, secondo voi, continuo a non

Il dito puntato L’università di Pavia ferma al nuovo millennio
di Alessio Palmero
Chi degli attuali studenti non ha visitato il fatidico www.unipv.it prima di iscriversi? A questo punto le reazioni del lettore potrebbero essere due. La prima suonerebbe come “non sparate sulla Croce Rossa!”, mentre la seconda “ve ne siete accorti solo adesso?”. Entrambe meritano alcuni commenti, ed inizierei dalla seconda. Immedesimiamoci nello studente medio che si è appena alzato dal suo lettino nel primo giorno dell’Anno Accademico. Egli prende la giacca, lo zainetto, l’ombrello e si incammina verso la sua facoltà... Ehi, un momento! Ma dove sto andando? Non so che lezioni ho... Ecco che il nostro eroe si collega ad internet e clicca su “Informazioni più richieste”. Ci sarà pure da queste parti il mio orario delle lezioni. Certamente! Ecco che clicca su “Calendario lezioni” e gli si apre la pagina “Orari delle lezioni 2000/2001”. No, non è sicuramente giusto, si saranno sbagliati! Eh, beata gioventù. Che facoltà fai, caro il mio bello? Perché, fa differenza? Certo! Se fai farmacia, scienze, medicina o economia gli orari sono lì ad aspettarti, ma nelle restanti cinque facoltà dovrai cavartela da solo. Ah... Comunque sono interfacoltà. Ecco che mi metto a ridere. Nel 2000 non c’erano ancora i corsi di laurea interfacoltà. Quindi è veramente aggiornato al 2000? Guarda lì, in fondo... “Copyright 2000 Università degli Studi di Pavia”. Almeno è coerente, no? Sì, certo... Ma è tutto così? No, non essere così pessimista. Nella pagina degli appelli d’esame sono solo tre le facoltà in cui non li troverai. C’è sempre il pratico motore di ricerca. Boh, prova a cercare una parola banale come “matematica”. Ti aspetteresti di trovare il sito del Dipartimento di Matematica? Beh, sì... anzi, no... uffi. Vabbè, passiamo ad altro. Ma se avessi avuto la prima reazione come l’avresti commentata, signor saputello? Ah, quella di non sparare sulla Croce Rossa? Questo è un problema delicato. Sai chi si occupa del sito web dell’Università? No... Si chiama Centro di Calcolo, ma non pronunciarlo a voce troppo alta, qualcuno potrebbe “toccarsi”. Addirittura? Già. Hai presente quando ogni tanto non funzionano i siti dell’Università dal venerdì alla domenica? Sì, mi è capitato una volta. D’altronde non ti aspetteresti che, se si staccasse un filo il venerdì sera, qualcuno dovrebbe riattaccarlo il sabato o la domenica? Non so, pensavo... Lo so, caro mio. Tu ancora hai la voglia di pensare. Non perderla mai, mi raccomando! A proposito, sai cosa è il W3C? No, tu lo sai? Sì, ma il Centro di Calcolo no. Te lo spiego: il mondo dell’informatica spesso rispetta degli standard creati per fare in modo che tutti i programmi vedano un determinato documento nello stesso modo. Beh, mi sembra logico. Certo, infatti lo è, solo che l’Università di Pavia nel suo sito non rispetta tale standard. Beh, però riesco a vederlo bene. Sì, ma un non vedente... ... non lo vedrebbe comunque. Esistono software che “leggono” le pagine web. Scommetto che non leggono il sito dell’Università. Esatto! In un ambiente che dovrebbe essere il tempio della ricerca e della scienza... oggi ho già pensato troppo! Una suggestiva immagine di Piazza San Pietro durante i funerali del Papa parola lasciata a chi grida più forte (non importa, a un certo punto, di cosa si stia gridando: a quel punto basta gridare). E così è accaduto anche nei riguardi di Karol Wojtyła: sicuramente, visto il contenuto – il “succo” – di questo pontefice, non meritava un accanimento tale sulla propria buccia. Durante quei giorni di lutto, chi si recava a Roma era consapevole di dover affrontare – oltre al disagio logistico dell’arrivarci, soprattutto in prossimità della meta – lunghissime, estenuanti attese: dieci ore, venti ore in piedi (sotto il sole di giorno, come al freddo di notte) in una chilometrica coda, confortati in qualche modo (oltre che dalla fede, s’intende – o quantomeno si spera) dal prezioso aiuto della Protezione Civile e della Croce Rossa. Senza contare le veglie notturne, le preghiere ed i raduni dei giovani (le cose più sane viste fra le tante) che hanno accompagnato l’anima di Giovanni Paolo II fino al cielo. Una fatica immane, ripagata – alla fine – dall’agognato ingresso nella basilica di San Pietro. Bene, mente videoraccontata prima ancora dell’estremo respiro dell’uomo. Forse si può comprendere, se pensiamo al suo consapevole – e ricercato – peso mediatico (come “atleta di Dio”, “globetrotter” e molto altro); ma l’attimo della morte, a mio avviso, rimane – al di là di tutto – una questione a due tra l’essere umano e Dio. Pazienza: non si può tornare indietro, mai. Quel che è stato è stato. Ma la riflessione è doverosa. Ognuno riceve per quanto dà, e così è stato per Giovanni Paolo II: ha dato tantissimo in vita, ed ha avuto un immenso ritorno d’affetto (e di riconoscimento, tra cui rappresentanze diplomatiche al limite dell’inconcepibile) da parte di quella gente alla quale ha parlato, e donato qualcosa, nell’arco dell’intera vita. Forse, però, avremmo dovuto esprimere la nostra gratitudine con maggiore compostezza e rispetto. Roma ha subito una nuova invasione: non più ferro e fuoco, forse una nuova – seppur diversa, spirituale – profonda ferita.

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Il giornale degli studenti universitari

Una università normale: mito o realtà?
di Alberto Bianchi
Nella società italiana il concetto di normalità assume spesso delle sfumature particolari o quanto meno contraddittorie. Appare normale, ad esempio, iniziare la costruzione di una strada o di un edificio e poi non portarla a termine. E, allo stesso modo, risultano rientrare nella categoria di normalità la guida senza cintura di sicurezza o i ritardi dei treni delle Ferrovie dello Stato. Insomma, ciò che da qualunque altra parte del mondo può sembrare strano o quantomeno "non normale", nel nostro bel paese, invece, è considerato abituale e per niente insolito. Anche se questi esempi possono sembrare un po' forzati e frutto di pregiudizi scontati, è certamente vero il fatto che il sistema universitario italiano, in questo momento, non può essere definito normale. Per provare a capire i motivi di questa "anormalità", martedì scorso (12 aprile), Inchiostro, in collaborazione con il laboratorio "Camminare Domandando" ha avuto l'onore di organizzare una conferenza riguardante il mancato sviluppo organico del sistema dell'istruzione italiana, in particolare di quella universitaria. La serata, dal titolo "Una Università Normale?", scelto proprio per sottolineare la necessità di trovare uno sviluppo lineare e una volta per tutte chiaro del sistema universitario, è stata seguita da un buon numero di persone (docenti, studenti o semplici cittadini pavesi) che hanno trovato posto nella suggestiva Aula Magna dell'università. Ospite d'eccezione è stato il Prof. Guido Martinotti, pro-rettore e docente di sociologia urbana dell'Università degli Studi di Milano - Bicocca, il quale, data la sua attenzione nei confronti dell'evoluzione del sistema universitario italiano, ha cercato di fornire una visione molto ampia e articolata dei problemi di quest'ultimo. I punti fondamentali della sua tesi riguardano, in particolare, l'esigenza di ridurre l'ingiustificata imprecisione dei media nel descrivere i cambiamenti e i passaggi del mondo universitario con l'effetto di creare una forte confusione nell'opinione pubblica e la necessità di dare sempre più autonomia agli atenei italiani, sia dal punto di vista finanziario che da quello puramente accademico in modo da eliminare il centralismo "politico" che ha sempre avuto l'effetto di rallentare la crescita del sistema universitario se non di impedirla del tutto. A guidare la serata, in qualità di moderatore, è stato il Prof. Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche del nostro ateneo. Nel corso della conferenza sono intervenuti anche tre dei quattro candidati alla futuzione pubblica di coloro che potrebbero rivestire la più alta carica nell'ambito del pavese ateneo non poteva avvenire in un'occasione più appropriata proprio per il fatto che i problemi generali dell'università italiana si riflettono anche sul nostro ateneo e su coloro che lo governano. È già un primo passo per un fortemente auspicato ritorno

Tra sviluppo e inorganicità
di Valentina Repetto
Martedì sera ci è stata offerta un’opportunità di dialogo per discutere e riflettere sullo sviluppo del sistema universitario, sui reali risultati della riforma e, perché no, sui suoi difetti. Temi che sono di interesse generale e su cui, credo, ognuno avrebbe qualcosa da dire, contestare, obiettare: proporre e mettersi in discussione resta sempre però troppo complicato. Fortunatamente non questa volta. Il dibattito che ha seguito l’intervento del prof. Martinotti ha dimostrato come studenti e docenti possano confrontarsi, uscendo dai luoghi comuni e dal ‘sentito dire’, per ricercare soluzioni realizzabili. Esemplificativa è la discussione che si è creata a seguito della proposta del docente di aumentare le tasse universitarie, ‘soltanto’ del doppio, per ottenere, anche grazie all’autonomia degli atenei, più fondi per la ricerca e gli investimenti. Non si rischia così di creare barriere sociali troppo alte e di formare un’università d’élite a livello economico? Per far questo dovrebbero crearsi meccanismi di prestiti e borse di studio più elevate, diffusi all’estero, ma difficili da attivare in Italia. Non sarebbe forse più opportuno investire maggiormente sulla ricerca direttamente dal centro? Se si vuole rendere competitivo il sistema italiano a livello europeo, forse non si dovrebbero dimenticare realtà importanti, non troppo lontane, come la Germania, in cui, a fronte di un sistema totalmente gratuito, vi è un grado di investimenti maggiore e soprattutto una maggiore possibilità di professionalizzarsi al termine degli studi. E’ anche vero che guardare all’estero è indispensabile, ma è altrettanto fondamentale rendersi conto della particolare situazione italiana: una riforma era indispensabile per evitare crisi più profonde, ma è importante ora non considerare il lavoro concluso e lamentarsi, ma sviluppare le problematiche e affrontarle.

Salvatore Veca e Guido Martinotti durante la conferenza (foto MC) ra carica di Rettore dell'Università di Pavia, ovvero il Prof. Gabriele Caccialanza, docente di chimica farmaceutica, il Prof. Gianmario Frigo, docente di farmacologia speciale e il Prof. Angiolino Stella, docente di fisica. La prima apparialla normalità. Certo, si direbbe che gli attuali sviluppi non promettano nulla di buono. Ma, se non si vuole stare fermi a guardare, da qualche parte bisognerà pur iniziare, no?

Gabriele Caccialanza

Gianmario Frigo

Angiolino Stella

di Lorenza Pozzi
“El primus no me fallaba con su carga de aguardiente y habiendo agua caliente el mate era allí señor” (1) “Toma mate, che, amigo” (2) sembra essere una delle frasi più ricorrenti e diffuse in Argentina. E infatti il primo scambio culturale e linguistico che avviene tra me e Gustavo è racchiuso in questo oggetto di cui fino al 3 febbraio 1999 ignoravo completamente l’esistenza. “Mate” dicono lui e Maria Laura porgendomi una coppetta simile ad una pera svuotata con una bocca di tre - quattro centimetri, dalla quale spunta una cannuccia di metallo piantata nel mezzo di un mucchietto d’erba. “No, grazie, magari domani” rispondo, non ancora pienamente consapevole del valore del mio rifiuto. Pensavo che il mate fosse come un tè, una qualsiasi bevanda calda, un’infusione da bere per qualche motivo. E invece un invito a bere il mate non andrebbe mai rifiutato: è segno di benvenuto. Qualcuno poteva avvisarmi… Ma cos’è dunque ‘sto benedetto mate e perché continuano ad offrirmelo? mi sono dovuta ad un certo punto chiedere (intuendo con perspicacia da neolaureata la sua importanza nella vita degli argentini). Mate, mi ha spiegato con infinita pazienza Maria Laura, “morocha de mirada ardiente”3, è il termine spagnolo che traduce il quechua mati, che significa ‘coppa, recipiente per bere’. Per uno strano gioco della lingua, che ha assimilato contenuto e contenitore, la parola ‘mate’ indica ormai correntemente anche l’infusione d’erba che si beve, anzi si toma, in questa coppetta. “Prova” mi dice, e un po’ scettica sorseggio dalla cannuccia, che loro chiamano bombilla. Il gusto è un po’ strano, un amaro mitigato da un dolce aggiuntivo (leggi: comune zucchero). Ma il cuore del mate, si sente, è amaro-amaro, un po’ come il caffè. In qualsiasi caso, un amaro diverso, lontano da quello del caffè quanto lo è l’amaro della birra, un sapore a cui bisogna solo abituarsi, perché nella nostra cultura alimentare semplicemente non esiste. Se ci si abitua al sapore del mate si è finiti: se ne diventa letteralmente dipendenti. Dopo due giorni infatti comincio, con mia stessa sorpresa, a cercarlo, a chiederlo: “quiero tomar un matecito”, come se questa usanza tutta argentina stesse mettendo radici nella mia anima, insieme alla lingua, alla cultura, al cibo. E siccome non mi accontento di quel poco che so, chiedo, osservo, indago: voglio saperne di più. Mi incuriosisce l’importanza che viene data, a livello nazionale, alla bevanda e, soprattutto, per quale strano motivo in Europa non se ne abbia notizia, se non attraverso la stessa letteratura sudamericana. Pare che l’Argentina sia il più grande produttore e consumatore mondiale di yerba mate: ogni argentino ne consuma in media cinque chili all’anno, più di quattro volte il consumo medio del caffè. È anche diffuso in alcune zone del Cile, nel Brasile meridionale e in Paraguay, e non a caso è conosciuto anche come “tè paraguayano”: la yerba mate sarebbe la foglia secca e sminuzzata dell’Ilex paraguayensis, un parente del comune agrifoglio. Ma soltanto in Argentina è un’abitudine che tutti, dal ricco al povero, hanno adottato come parte integrante della propria vita quotidiana, come pratica culturale che trascende le barriere dell’etnia, della classe sociale e dell’occupazione. Gli argentini bevono mate alla mattina, durante il giorno, in vacanza o sul lavoro, per strada, di notte. Il mate è un compagno fedele, il mate consola quando si è tristi, fa compagnia durante lo studio, aiuta a comunicare quando non si sa cosa dire. Potrebbe essere paragonato ad un buon bicchiere di vino, ad una sigaretta o ad una canna: in realtà è tutto questo e qualcosa di più. Non una semplice bevanda o uno sfizio, un vizio o un capriccio saltuario, ma un importante rituale onnipresente condiviso con familiari, amici e colleghi: in molti casi il senso finale del mate consiste proprio in questa comunione. La sua stessa preparazione è un rituale: una persona (il cebador, ovvero chi lo serve) si assume la responsabilità di riempire la coppa quasi fino all’orlo con yerba, riscaldare l’acqua in un pava (bollitore) senza farla bollire, conservarla calda in un thermos e versarla nel recipiente, che viene passato ai presenti generalmente in senso orario. Ogni partecipante beve ogni volta tutto il liquido contenuto nella coppa, che poi ripassa al cebador. Esistono importanti differenze regionali nel bere il mate: la distinzione più netta è tra amargo (senza zucchero) e dulce (con zucchero e yuyos, erbe aromatiche). L’anima degli argentini è fatta di mate, perché di mate si nutrono in continuazione. Sono a tal punto malati (o innamorati? Che poi, in fondo, è la stessa cosa…) di mate, che hanno escogitato delle apposite borse cilindriche di pelle, per portar sempre con sé tutto l’occorrente (dal thermos allo zucchero), per non trovarsi impreparati ad eventuali suoi svariati utilizzi. Se poi manca l’acqua calda, persino in zone tropicali è possibile trovare per strada piccoli distributori a pagamento. Non esiste una vera ragione per questo strano comportamento. Almeno apparentemente. Dico apparentemente, perché per molti è senz’altro soltanto un retaggio dell’infanzia, un’abitudine quasi inconsapevole. Ma se si indaga più a fondo sulle effettive proprietà di quest’erba, si scoprono interessanti cose. Già i nativi Guarani usavano il mate con intenti curativi, per tonificare il sistema nervoso, pulire il sangue, ritardare l’invecchiamento, controllare l’appetito, ridurre lo stress, combattere la fatica, eliminare l’insonnia. Dalle ricerche oggi si sa che effettivamente il mate agisce come stimolatore del sistema nervoso stanco e depresso, velocizza le capacità mentali rendendo le persone più sveglie, attente e ricettive. In questo senso ne fanno largo uso gli studenti, che lo preferiscono al caffè: tra gli effetti si sono riscontrati un’accresciuta energia e vitalità, una maggiore capacità di concentrazione e di resistenza alla fatica fisica e mentale, un calo del nervosismo, dell’agitazione e dell’ansietà. Senza contare i suoi benefici gastrointestinali, cardiovascolari e metabolici. Per farla breve: un gruppo di ricercatori del Pasteur Institute e della Paris Scientific Society ha concluso che il mate contiene praticamente tutte le vitamine necessarie al sostentamento dell’uomo e che è veramente difficile trovare in qualsiasi altra area del mondo una pianta che sia in grado di uguagliarlo in valore nutrizionale. So che non mi credete: del resto chi crederebbe possibile che un’intera nazione possa finalmente adottare una sana e salutare abitudine di vita? Io non sono né un medico, né un erborista né un botanico: soltanto una profana amante di questa bevanda, che ormai è entrata a far parte della mia vita quotidiana. Dubitate pure, ma se nel dubbio volete unirvi al mio rito (per il momento) privato, vedremo chi di noi ha ragione... TUTTO QUELLO CHE SERVE PER BERE UN MATE (IN ITALIA). - Il mate recipiente. Non vi so dire dove recuperarlo. Ne esistono di diverse dimensioni e materiali, da cui dipende, ovviamente, il prezzo. Va sempre risciacquato con acqua, mai pulito con detersivi o cose del genere. - Una bombilla. Una cannuccia particolare, fatta di metallo, composta da tre parti: la boquilla, dove si applicano le labbra, il cuello o sezione media, di forma cilindrica, che è la più lunga, e il filtro o estremo inferiore, che deve essere immerso nella infusione. Nella maggior parte dei casi la bombilla è smontabile in due o tre parti, accorgimento che permette una sua maggiore pulizia interna. - Yerba mate, facilmente recuperabile in Italia. Provate a chiedere in erboristeria o nei negozi di commercio equo e solidale. Prezzo indicativo: 6.000 lire per 250 grammi. La quantità usata ogni volta dipende dalle dimensioni del vostro mate, il quale, una volta riempito, può però durare anche più giorni. L’erba va cambiata solo quando perde di sapore. - Un thermos, per tenere calda l’acqua. Prezzo indicativo, in un qualsiasi centro commerciale: 10.000 lire. - Un boiler, un bollitore, ma potete usare anche un comune pentolino da cucina. - Un cucchiaino, più stretto dei normali cucchiaini da cucina, per infilare l’erba nel recipiente (la cui bocca in molti casi è piuttosto piccola).

“Ti restano solamente dieci secondi di vita” - Kenshiro

Simm’e turnati - Articolo tratto da “Inchiostro” numero 7 di Maggio-Giugno 1999 Un matecito al giorno Per saperne di più di una sostanza del tutto naturale di cui forse si conosce troppo poco

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Il giornale degli studenti universitari

E-comics oltre i c
Intervista a Deco
di Stefano Valle
Inchiostro: Buongiorno Deco, per iniziare cominciamo come una presentazione di chi sei e perché ti sei avvicinata al mondo del fumetto, o meglio come ci sei caduta dentro. Deco: Mah, chi sono non è che mi sia ancora chiarissimo… sto sempre alla ricerca. Mi chiamo Elisabetta Decontardi, vivo in provincia di Pavia. Disegno fumetti. Finora mi sono chiare queste cose :) Ho sempre disegnato tanto fin da quando ero piccola, di tutto e dappertutto, anche -e soprattutto- dove non dovevo (muri, tendaggi). A scuola disegnavo sempre vignette o brevi storielle che avevano per protagonisti amici e conoscenti, ma le mostravo solo a loro. Non immaginavo che ad un certo punto avrei voluto farlo più seriamente. InkSpinster, la mia serie di strips, è arrivata nel 2001, e per fortuna ho avuto la possibilità di utilizzare Internet come mezzo per cominciare a proporla e vedere se poteva piacere anche a qualcun altro. I: Lo stile delle tue vignette che sono piene di lettering, è qualcosa di molto caratteristico, che cosa ti ha spinto verso una scelta simile? O cosa ti ha ispirato? D: Mi viene naturale - credo dipenda dal fatto che le mie strips nascono prima come brevi storielle scritte sui miei molti quaderni, e poi le trasformo in disegno. Che però rimane accompagnato da un bel po’ di testo. Per me il lettering, essendo fatto a mano e non al computer, è altrettanto divertente da disegnare di tutto il resto della strip, a volte anche di più. Mi piace riempirlo di svolazzi, qualche volta devo impormi di non esagerare per non compromettere la leggibilità della strip una volta che verrà ridotta per essere stampata su carta. I: La pubblicazione delle tue vignette sul Web , ti è stato di aiuto? D: E’stata ed è ancora fondamentale, senza la grande “vetrina” di Internet probabilmente tutte le mie strisce sarebbero ancora chiuse in un cassetto, anche perché io non sono molto brava nell’andare a cercare gente a cui “vendere” il mio lavoro. E’ stata importante anche perché mi ha dato la possibilità di conoscere altre persone che disegnano o amano le comic strips, con le quali collaboro e del cui aiuto non potrei proprio fare a meno. I: Che rapporti e che possibilità apre internet ai giovani fumettisti? D: Quelle che ho detto, la possibilità di contattare qualcuno che potrebbe interessarsi al loro lavoro, ma anche di venire a conoscenza di concorsi ed eventi a cui partecipare, spargere il proprio indirizzo su portali e siti dedicati al fumetto, farsi conoscere un po’ meglio insomma. I: Una risorsa come internet, agevola il duro “iter” per raggiungere la fama? D: Questo non lo so, se mai la raggiungerò vi farò sapere… :) per ora ho sperimentato che è un buon modo per partire e farsi leggere un po’… I: Oltre alle tue vignette, pubblicate regolarmente sul tuo blog ,collabori con qualche altro progetto? D: Un progetto che mi sta particolarmente a cuore promuovere è quello che come Gruppo “La Striscia” io e altri validi disegnatori di strisce, con l’aiuto di un ottimo coordinatore, stiamo portando avanti per cercare di approdare sulle pagine dei quotidiani italiani, dove purtroppo a differenza di quel che avviene in altri paesi la tradizione di una pagina di comic strips manca da sempre. Pubblicare sul web o su raccolte e albi è bello, ma le pagine dei quotidiani sarebbero il luogo ideale in cui far vivere le comic strips, e il modo migliore per presentarsi ad un pubblico di lettori più vasto. Per ora stiamo cominciando ad affacciarci sulle pagine di periodici e quotidiani locali, oltre naturalmente a proporre le nostre serie di comic strips sul web, all’indirizzo www.lastriscia.net I: Hai qualche consiglio per chi si vuole avvicinare al mondo del fumetto? D: Non so… forse direi: fate qualcosa che vi convinca davvero e che piaccia prima di tutto a voi, senza stare a preoccuparvi troppo di piacere ad altri o di fare “alla maniera di…”. Io faccio così, non so se questo metodo mi porterà da qualche parte… ma almeno ci si diverte, non ci si annoia, e qualunque cosa pensino gli altri si è soddisfatti del proprio lavoro. I: Secondo un'autoproduzione per sponsorizzare inizialmente il proprio lavoro conviene oppure no? D: Sicuramente quando si inizia sul web si ha una gran voglia di approdare al più presto sulla carta, è quello l’ambiente naturale per fumetti e comic strips, e per chi è agli inizi è una soddisfazione vedere il proprio lavoro pubblicato - anche se solo su un piccolo albo. Naturalmente l’optimum sarebbe trovare un editore che investa nel tuo lavoro con qualche pubblicazione che ti permetta anche di guadagnare - ma per cominciare l’autoproduzione può essere una strada. Non guadagni quasi nulla, però sperimenti la soddisfazione di vedere una tua raccolta su carta e di farla “girare” un po’. Sono grata alla Lilliput Editrice (www.lilliputeditrice.it) che attraverso il sistema di pubblicazione ondemand ha dato a me e ad altri fumettisti esordienti la possibilità di realizzare una prima raccolta con cui cominciare a far conoscere i nostri lavori. I: Le tue vignette escono puntualmente tutti i lunedì. In media quanto tempo impieghi per finire una singola vignetta? D: Vuoi dire le mie “strisce”… le vignette satiriche non sono la mia specialità, non le saprei proprio fare. Calcolare esattamente quanto tempo impiego non è facile, primo perché dipende da quanto è complicata la strip che preparo, poi perché ho un metodo tutto mio – di solito non riesco a cominciarne una e a lavorare ininterrottamente finché non l’ho completata. Ne comincio un pezzo, poi magari inizio a inchiostrare altre parti anche se lo schizzo non è ancora completo; di solito faccio prima le parti che ho più voglia di disegnare, quelle che mi divertono di più. Spesso quando sono a metà lascio la strip per un po’ e la riprendo più tardi, perché mi accorgo che dopo una pausa la “vedo” meglio, in un’altra prospettiva, noto cose che non mi piacciono e che magari sono ancora in tempo a modificare. E’ un sistema strano, ma se non faccio così finisco per annoiarmi o per accorgermi di aver fatto qualcosa che non mi soddisfa completamente. I: Quale tecnica usi per le tue striscie se non è un segreto di stato? D: Nessuna tecnica particolare, disegno a matita su semplici fogli di carta sottile (mi piace “incidere” la carta e detesto quella troppo rigida), e poi inchiostro con pennarelli di diversi tipi. Il tutto in modo disordinato e “a piacere” per non rischiare botte di noia, come ho detto prima. I: Tra le vignette che hai prodotto ce n'è qualcuna in particolar modo che preferisci? Perché? D: Non ci ho mai pensato davvero. Non credo… naturalmente ce ne sono alcune che considero più riuscite ed altre meno, ma una che amo più delle altre per ora non c’è. Probabilmente per me hanno un valore particolare quelle “autobiografiche” perché legate a ricordi, o a episodi buffi che mi sono accaduti davvero. I: Che progetti hai per il futuro? D: Mmh, non lo so. Mi piacerebbe disegnare, disegnare…. di tutto, scrivere storie e illustrarle, o illustrare storie scritte da altri… ho una passione per le storie per bambini. E magari una raccolta realizzata insieme ad altri autori di comic strips… e magari approdare su qualche quotidiano… chissà. I: Come hai iniziato a disegnare strisce? E perché? D: Come ho detto, la radice sta forse in quelle storielle che disegnavo ai tempi della scuola, o negli scarabocchi che ho sempre fatto dappertutto. A disegnare proprio “strisce” ho cominciato una sera del 2001, quando è nata InkSpinster, e non ho più smesso. Perché… non so, a questo punto non potrei più farne a meno… disegnare InkSpinster è quasi come tenere un diario. A volte è un modo per sfogarmi, o per annotare le cose buffe che mi succedono. Spesso mi aiuta a vedere il mondo sotto una luce migliore, meno drammatica (di natura sono un po’ pessimista). Terapeutico e divertente, cosa posso volere di più?

Fullcomics, il fumetto emerge a Pavia
a cura dell’Ufficio Stampa di Fullcomics
Fullcomics, il fumetto emerge a Pavia Prima edizione della rassegna dedicata al fumetto indipendente Si svolgerà il 14 e 15 maggio presso il Castello Visconteo di Pavia la prima edizione di Fullcomics, rassegna del fumetto emergente e indipendente, nata da un’idea del portale web Billy’s Comics (www.billyscomics.com) e realizzata da Voilier2000 Network e Assessorato alla Cultura del Comune di Pavia. L’iniziativa, che sarà gratuita per il pubblico, rappresenta un’importante novità nel panorama del fumetto italiano in quanto porrà maggiormente attenzione sui disegnatori emergenti e su pubblicazioni fuori dalla grande distribuzione. Così Fullcomics cercherà di dimostrare quanti artisti e quanta qualità nascosta ci sia in Italia in questa forma straordinaria di espressione artistica. Tra le case editrici presenti segnaliamo: Q-Press, Cartoon Club, Sciacallo, Studio Cagliostro, Star Comics, Coniglio Editore. La rassegna prevede momenti di conferenza per la presentazione di volumi e un mini concorso per fumettisti emergenti non professionisti (il bando di partecipazione è on-line all’indirizzo www.fullcomics.it). Particolarmente gradita la presenza di una delle più prestigiose scuole di fumetto, la Scuola Internazionale di Comics di Firenze che presenterà al Castello una selezione della mostra “Storie di Guerra”, la guerra raccontata a fumetti dagli allievi della scuola stessa. Non mancheranno ovviamente i maestri e grandi autori del panorama fumettistico. La loro presenza è fondamentale, oltre che per l’esposizione delle proprie opere, soprattutto per i consigli che vorranno fornire a tutti i ragazzi che si avvicinano al fumetto attraverso la scuola o la semplice passione e che magari sperano un giorno di poter lavorare in questo mondo che non sempre apre le porte facilmente ai nuovi autori. Tra i nomi di spicco segnaliamo: Federico Memola, sceneggiatore di Jonathan Steele; Leone Cimpellin, straordinario maestro con una carriera alle spalle invidiabile; Laura Scarpa, direttrice della prestigiosa rivista “Scuola di Fumetto”; Giuseppe Peruzzo, premio Calisi per la ricerca scientifica sul fumetto; e poi ancora Beniamino Del Vecchio, Davide Gianfelice, Simone Bazzanella, Federico Giretti, Adamo D'Agostino ( Sceneggiatore Disney e Direttore Scuola del Fumetto Fantasia di China Cassino). Tra i giovani emergenti, oltre ai due ideatori e organizzatori Ivan Zoni e Wally Lightelf, ci saranno Gigi Cavenago e Paolo Castaldi (Jonathan Steele e la nuova rivista Strike). Un passo avanti oltre il fumetto verrà svolto grazie alla presenza dei disegnatori e grafici Christian Marra, Marco Erba e TvBoy che, oltre ad esporre loro tavole, ci parleranno di fumetti e grafica pubblicitaria, un settore in grande sviluppo in un’era dove la comunicazione e la sua efficacia rivestono un ruolo fondamentale. Nonostante si tratti di una “prima”, Fullcomics cercherà di proporsi come il principale punto di riferimento attuale e futuro per il fumetto emergente e indipendente; una rassegna, quindi, che spera di crescere sempre di più nei prossimi anni che potrebbe far diventare Pavia una meta per tanti appassionati e operatori del settore da tutta Italia. Le attività di informazione di Fullcomics continueranno anche dopo la fiera, via internet agli indirizzi www.billyscomics.com e www.fullcomics.it. Per info: www.fullcomics.it info@fullcomics.it

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Il giornale degli studenti universitari

onfini della carta
Intervista a Eriadan
di Stefano Valle
Inchiostro: Ciao eriadan, noi ti seguiamo da tempo ma, visto che magari non tutti i nostri lettori ti conosco, facci una breve presentazione! Eriadan: Ciao. Mi chiamo Paolo Aldighieri, in arte (si fa per dire) “eriadan”. Sono laureato in ingegneria dei materiali e lavoro come collaboratore ad un progetto di ricerca sul Sol-Gel. Nel tempo libero, quel che ne rimane, disegno, scarabocchio e faccio fumetti, in cui racconto la mia vita, pubblicandoli poi su internet in un Blog all’indirizzo www.eriadan.it! I: A proposito come sta il COCEMA? E: E’ un po’ indaffarato a tenere a bada il mio Super Ego che, in occasioni di interviste come questa, comincia ad urlare e strepitare arrogante, superbo ed orgoglioso. I: Le tue strisci sono pubblicate su internet attraverso un tuo blog. Secondo te internet che porte ha aperto per i giovani fumettisti? E: Diverse. Internet e il PC sono oggetti fantastici in quanto permettono a tutti, con un po’ di pratica, di crearsi una propria finestra raggiungibile, potenzialmente, da tutto il mondo. Ogni persona quindi può diventare editore di se stesso ed un autore di fumetto può arrivare a farsi conoscere senza necessariamente passare attraverso le canoniche strade editoriali. Lo schermo, inoltre, è un foglio di carta con tante potenzialità ancora da studiare e quindi, anche per il linguaggio fumettistico, è un supporto nuovo che possiede molti margini in cui sperimentare, divertirsi e inventarsi un nuovo linguaggio. I: Lo stile delle tue vignette è stato influenzato da qualcosa in particolare? La tecnica di disegno è molto buona, hai seguito qualche corso specifico? E: Ovviamente lo stile di disegno è stato influenzato dalla scuola disneyana e da quel maestro di Barbucci di cui sono un accanito Fan. Per il disegno mi sono arrangiato un po’ da me chiedendo in giro critiche e rimanendo sempre io il mio primo e peggior detrattore. Le scuole sono importanti (prima di fare l’università ho frequentato l’istituto d’arte che mi ha dato una indispensabile infarinatura sulle tecniche di disegno dal vero) ma poi penso che valga principalmente la pratica continua e l’insistenza. La mano che disegna non è tanto differente da uno strumento musicale e la capacità nel suo utilizzo si incrementa ed affina solo continuando ad esercitarsi. I: Lo consiglieresti ai principianti o a chi si avvicina per la prima volta al fumetto? Hai altri consigli per chi vuol fare fumetto? E: Mah, se consiglierei il mio stile a chi inizia a fare fumetto? Oddio, Eriadan (www.eriadan.it) no. Ogni persona dovrebbe trovarsi da se quello che preferisce disegnare. E’ importante avere degli ispiratori anche per carpirne i segreti. Per le mie strisce (costruzione, spunti di sceneggiatura e trovate il mio punto di riferimento è senz’altro il “Kalvin e Hobbes” di Watterson. I: Per concludere quali aspirazioni e progetti hai in serbo per i tuoi lettori in futuro? E: Di avere la costanza e il divertimento di continuare a disegnare nonostante il lavoro e tutto il resto. Mi piacerebbe riuscire a ritagliarmi un po’ di tempo per provare a sperimentare altre cose e storie più lunghe ma meglio non spenderci sopra troppe parole che potrebbe portare male. I: Dal tuo sito, ho visto che hai stampato una raccolta di tue vignette con alcune strisce inedite. Come sei riuscito ad ottenere questo importante passo? E: Semplicemente dicendo di si al mio “editore cartaceo” che mi ha scovato casualmente su internet e che ha voluto fortemente portare le mie strisce su carta. La casa editrice shokdom si occupa principalmente di cartoni animati per web (animazioni flash) ed anche per loro è stata una sfida approdare nel mondo “reale” e non solo virtuale. Diciamo che ho avuto un colpo di fortuna. I: Cosa ne pensi dei fumetti autoprodotti per sponsorizzare i propri lavori? E: Che sono importanti ma secondo me è importante imparare a sfruttare meglio internet. In questo modo è più facile raggiungere più gente e farsi conoscere di più. Le commissioni e le richieste potranno arrivare in seguito ma autoprodursi e farsi conoscere solo in fumetteria rischia di tenere molto circoscritta la propria potenziale “fama”. Farsi conoscere in internet, tuttavia, non è una cosa facile. Io ho avuto, lo ripeto, una buona dose di colpi di fortuna che hanno generato un grande tamtam. La cosa che consiglio tuttavia è di mandare il proprio sito a qualche grosso portale di fumetti, sponsorizzarlo nei forum a tema o su opportuni NG. I: In Italia, il fumetto made in italy maggiormente conosciuto e quello della serie editoriale Bonelli, quali altri punti di riferimento ci sono nel mondo dell'editoria italiana. E: Un tempo si diceva di più ma io ho perso l’ondata dei vari Eternuata, Corto Maltese e tutta quella serie di riviste che, mi dicono, sono fiorite negli anni 80. La mia formazione fumettistica la devo principalmente a Topolino (di cui, da piccolo, ero un affezionatissimo lettore nonché abbonato). Di bonnelliano io leggo solamente Napoleone, di quel geniaccio di Ambrosiani, l’unico fumetto che riesce a soddisfare le mie esigenze di lettore. Le altre testate che prendo sono Monster Allergy della buena vista (Disney sotto mentite spoglie), Jhon Doe della star comics e RatMan della (mi pare) Marvel senza contare Linus che leggo in biblioteca perché se no finisco i soldi.. Insomma, in Italia ci sono tante realtà nostrane, più o meno importanti, in cui trovare un ventaglio di proposte capaci di soddisfare il palato. I: In Italia la produzione fumettistica è abbastanza fiorente ma spesso gli albi prodotti per motivi di costo vengono disdegnati dal grande pubblico, che riscontro ha avuto il tuo volume nel mercato? E: Direi ottimo visto che abbiamo esaurito le scorte. Probabilmente ha contato anche il prezzo non elevatissimo e l’affetto (tanto) dei lettori. I: Secondo te al di fuori del fumetto italiano “famoso”, che valutazioni daresti sull'impatto nel mercato di fumettisti stranieri in italia ? E: Sarò sincero, non lo so valutare. Non leggo autori stranieri seriali (manga o americani). Gli unici comic esteri che ho letto sono graphic novel autoconclusive (Sandman di Neil Gaiman, Will Esiner, Alan Moore). Magari si può immaginare che, vendendo il mio stile, io sia stato molto influenzato dai manga ma se si andasse a vedere i lavori di Barbucci (Monster Allergy e Sky Doll) si capirebbe subito che devo maggiormente a questo autore italiano che agli artisti orientali. I: A che punto del tuo lavoro è maturata l'idea di raccogliere le tue striscia in un volume cartaceo? E: Nello stesso periodo in cui mi ha contattato l’editore. Prima non mi ponevo nemmeno il problema.

“Humano” made in France
di Pierluigi Malangone
La casa editrice francese “Les Humanoïdes Associés” ha dato vita ad una nuova collana di fumetti che narra le vicende di diversi protagonisti coinvolti in gialli storici e le cui avventure si svolgono in posti diversi del globo terrestre. In questa sede, ci occuperemo della serie “Novikov”, intitolata al suo personaggio principale. Il primo albo, scritto dallo sceneggiatore Patrick Weber, è stato disegnato da una nostra vecchia conoscenza, Bruno Brindisi, già protagonista di un recente articolo di Inchiostro basato sui fumetti made in Italy (vedi n. 13). L’albo è tutto a colori; questa scelta grafica non è da sottovalutare perché, attraverso i colori e le sfumature, il lettore affronta un piacevole viaggio nella fantasia. Naturalmente, il viaggio in questione viene narrato dallo sceneggiatore Patrick Weber ed accompagnato dalla precisa mano di Brindisi (basti pensare agli albi Dylan Dog e Tex); cosicché si crea la simbiosi, l’idea e la raffigurazione degli ambienti, quasi perfetta. Ancora una volta, Bruno Brindisi si è fatto piacevolmente torturare dalle nostre domande per raccontarci di cosa si tratta: Brindisi: “La serie si chiama ‘Novikov’ ed è ambientata nella San Pietroburgo del 1770 circa, durante il regno di Caterina II. Sostanzialmente è un giallo. Novikov è un poliziotto che indaga su alcuni delitti e che, come molti eroi del fumetto e della letteratura, si porta dietro il trauma della morte della moglie, unico caso che non è riuscito a risolvere. In tutto dovrebbero uscire quattro libri e, in futuro, potrebbe anche venir fuori un’edizione italiana, o almeno lo spero”. Per chi ne vuol sapere di più: www.humano.com Buona lettura.

Progetto Memoria
"Progetto Memoria" di uBC Fumetti sta costituendo un museo virtuale del fumetto elettronico per promuovere il fumetto on-line, una guida per quelli già in rete, fornire un elenco di tutti le opere vituali reperibili nel web. Il tutto facilmente ottenibile registrando il proprio nome, la data di apparizione a difesa del copyright. uBC fumetti metterà a dispozione un archivio, per evitarne la scomparsa. “I siti nascono e muoiono, la vita di un webserver è limitata, alcuni fumetti vengono pubblicati solo in relazione ad eventi per un periodo limitato di tempo...” Info: www.ubcfumetti.com/museo Mail: gentili@libero.it

aglietta...)

nostro sondaggio! due magliette nchiostro hiostro.unipv.it

Eriadan (www.eriadan.it)

VUOI?

Inchiostro, in questo numero, inaugura un’area riservata on-line; abbiamo deciso che la carta stampata non ci bastava più. Vogliamo essere sempre più vicini a voi lettori, alle vostre esigenze, alle vostre necessità. Per questo motivo iniziamo con un sondaggio sul giornale e sul programma radiofonico PaviaLiveU, con il quale collaboriamo attivamente, cosi da sapere cosa vi aspettate da noi, cosa vorreste vedere e sentire. Partecipare è facile: andate su http://inchiostro.unipv.it, iscrivetevi all’area riservata; vi apparirà la vostra pagina personale (eh, sì, ogni lettore ne avrà una... assolutamente gratis!), ed infine compila te il form. Tra tutti i partecipanti saranno estratti alcuni gustosi premi. Cosa aspetti? Corri sul sito.

“Hey! Ma... mi stai disegnando a matita [e questa]

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Il giornale degli studenti universitari

L’Italia nei suoi simboli Dalla stella dell’emblema alle note dell’inno
di Fabrizio Vaghi
Nello scorso numero di Inchiostro abbiamo parlato del simbolo più importante e rappresentativo dell’Italia, la bandiera. Proseguiamo questo escursus di simboli, cercando di capire quali sono i significati e cosa rappresentano per noi italiani. Quando parliamo di simboli ci riferiamo a tutto ciò che rappresenta la patria e in particolare, per l’Italia, se ne individuano quattro: la bandiera, l’emblema della repubblica, lo stendardo presidenziale e l’inno nazionale. A seguito della nascita della Repubblica d’Italia fu bandito un concorso per la creazione di un simbolo che la potesse rappresenPaolo Paschetto, il suo bozzetto fu ritoccato dalla commissione esaminatrice e posto all’attenzione dell’Assemblea Costituente, che l’approvò il 31 gennaio 1948. Il simbolo definitivo con i colori fu legittimato dal Presidente della Repubblica De Nicola il 5 maggio 1948, da quel giorno l’Italia ebbe il suo emblema. L’emblema raccoglie alcuni simboli da sempre legati all’Italia: la stella d’oro è stata sempre raffigurata sul capo della personificazione dell’Italia, ha rappresentato una delle prime onorificenze della Repubblica e ancora oggi indica l’appartenenza alle forze armate. Ancora presenti sull’emblema della Repubblica vi sono la ruota dentata, simbolo del lavoro (traduzione del primo articolo della Costituzione); il ramo d’ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione; la quercia rappresenta la forza e la dignità del popolo italiano e insieme all’ulivo sono due tra le specie più tipiche presenti sul nostro territorio. Uno degli altri simboli appartenenti all’Italia è quello legato al Presidente della Repubblica, lo stendardo presidenziale che costituisce, nel nostro ordinamento militare e cerimoniale, il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica in tutti i suoi spostamenti. Viene innalzato sulle automobili, sulle navi e sugli aeroplani che hanno a bordo il Presidente; all'esterno delle Prefetture, quando il Capo dello Stato visita una città; all'interno delle sale dove egli interviene ufficialmente. Il primo stendardo presidenziale non era nient’altro che il tricolore italiano con la sovrapposizione, al centro, dell’emblema della repubblica. Il Presidente Saragat cambiò lo stendardo, anche perché veniva facilmente scambiato per la bandiera del Messico, adottò uno stendardo composto da un drappo blu (colore del comando) con al centro l’emblema dorato (colore del valore). Nel 1990 il Presidente Cossiga preferì uno stendardo con il tricolore italiano bordato di blu, questo durò solo due anni perché nel 1992 il Presidente Scalfaro tornò al modello di Saragat del 1965. L’attuale presidente Carlo Azeglio Ciampi introdusse il 4 novembre 2000 il nuovo stendardo che si rifà all’antica bandiera d’Italia del 1802-1805. Lo stendardo è, come sempre, quadrato, bordato di blu (comando delle forze armate), un quadrato rosso sovrapposto da un quadrato bianco ruotato di 45°, sovrapposto da un quadrato verde, al centro del quadrato verde vi è l’emblema della repubblica dorato. Spesso questi emblemi della nazione sono accompagnati dalle note dell’inno nazionale, noto come “Inno di Mameli”. Fu composto dal ventenne poeta e patriota Goffredo Mameli con il titolo “Il canto degli italiani” nell’autunno del 1847 a Genova. Venne poi musicato da Michele Novaro a Torino e fu scelto da Giuseppe Verdi per rappresentare l’Italia al posto della Marcia Reale nel suo Inno delle Nazioni del 1862. Solo il 12 ottobre 1946 divenne ufficialmente l’inno nazionale della Repubblica d’Italia. Le strofe del componimento conducono spesso all’idea patriottica di libertà che caratterizzò il periodo

Paroliere I calchi
di Elisa Perrini
“Ho mangiato un cane caldo”, “ mi si è rotto il topo”… frasi un po’ strane forse, ma completamente plausibili. Ma il trucco c’è: si tratta di calchi. In spagnolo diremmo perrito caliente e ratón: sto parlando naturalmente di hot dog e mouse. Noi italiani, per lo meno i non addetti ai lavori, tendiamo a non farci troppi problemi e prendere direttamente le parole straniere così come sono ed usarle tranquillamente. A dir la verità ci sono (stati) esperimenti per invertire la tendenza: per esempio si è tentato, senza molto successo (per fortuna?), di introdurre il neologismo fubbia (fumo + nebbia) invece di accettare l’inglese smog (smoke + fog). Si sa, alla fine ci si abitua a tutto, anche alle brutture. Anche lo smog avrà avuto i suoi tempi duri: vi immaginate quando non era in tutti i telegiornali? “Smogge?!? E che è ’sta roba???” Per non parlare poi di premier! Perché, ditemi perché, non possiamo dire primo ministro!? No, no, la scusa che è più corto non mi convince, siamo famosi in tutto il mondo per dilungarci in sbrodolate interminabili e inconcludenti (specialmente i politici e i giornalisti). Il vero motivo è che è più in, più trendy, ma non alla moda, al massimo fa tendenza. E poi, diciamocelo, noi siamo international! Infatti, quando per strada ci chiedono informazioni in inglese, non solo rispondiamo in inglese, ma traduciamo per sicurezza in almeno quattro lingue diverse, per mettere a proprio agio lo straniero: a sciop for scius?jawol!al final de striit eppoi rait, sì a la druat. Capito? Yes, gud, bitte bitte, arrivederci. Ovviamente non prendete le mie parole per oro colato, non ho mica fatto studi e scritto libri! Mi guardo solo intorno e ascolto anche chi crede di non essere sentito…eh eh eh.

La capoeira e il Brasile
di Valentina Trani
L’avvento della globalizzazione ha fatto sì che nuove discipline sportive e non, potessero essere conosciute nel mondo occidentale. Assistiamo, sempre più spesso, a spettacoli “tradizionali”, provenienti da nazioni o regioni lontane da noi migliaia di chilometri. Anch’io sono stata rapita da una forma di “sport”, molto antica: la capoiera. Questa parola, a volte difficile da pronunciare, racchiude dentro di se la cultura di un intero popolo: quello brasiliano. La storia della capoeira d’Angola risale al 1500 circa data d’inizio della dominazione coloniale portoghese in Brasile. Gli schiavi negri, provenienti soprattutto dall’Angola, in Africa, camuffavano sotto forma di danza una vera e propria lotta, ingannando i padroni bianchi che ne proibivano la pratica. Solo nel 1937 la capoeira venne ufficialmente riconosciuta come scuola di capoeira o, per utilizzare un termine portoghese, come accademia fino ad arrivare ai giorni nostri in cui viene insegnata nelle scuole di capoeira e si diffonde anche fuori dal Brasile. Un’esibizione di capoeira deve seguire un vero e proprio rituale. Quello che avviene in una roda de capoeira (cioè lo spazio circolare che si crea intorno ai capoeristi , coloro che giocano la capoeira) può assomigliare a una danza ma, invece, è un combattimento durante il quale i due lottatori, di bianco vestiti, simulano una sequenza di piroette, salti mortali, finte e affondi: “Capoeira é defesa, ataque. A ginga do corpo e a malandragem (capoeira è difesa, attacco, il dondolio del corpo e la furbizia),giogo de dentro, giogo de fora (gioco di dentro e gioco di fuori)”. Questo gioco, non può essere tale senza la musica, se manca il berimbau (un arco di legno con una zucca secca utilizzata come cassa armonica situata all’estremità inferiore e tenuta in tensione con una corda di metallo) la roda non può iniziare. Anche i canti sono importantissimi perché oltre a dare il ritmo al gioco raccontano le varie storie che ha visto la capoeira come protagonista.

L’emblema della Repubblica Italiana tare, fu così che nell’ottobre 1946 si tenne il primo concorso che prevedeva la presentazione di bozzetti in bianco e nero che contenessero la stella d’Italia e l’esclusione di simboli di partito Dei 341 candidati, vennero scelti cinque vincitori che vennero invitati a preparare nuovi bozzetti, questa volta con un tema ben preciso: “Una cinta turrita che abbia forma di corona, circondata da una ghirlanda di fronde della flora italiana. In basso, la rappresentazione del mare, in alto, la stella d'Italia d'oro; infine, le parole unità e libertà”. Il bozzetto vincente fu quello di Paolo Paschetto, ma al governo non piacque, così fu bandito un secondo concorso che prevedeva l’inserimento di riferimenti al lavoro. Anche in questo caso vinse

Lo stendardo presidenziale risorgimentale, fu composto infatti poco prima della guerra contro l’Austria. Sono allo stesso modo individuabili riferimenti alla cultura classica e alla romanità che furono le basi per la nascita della cultura italiana. Che si tratti di bandiera, di emblema, di stendardo o di inno, si può pensare a quattro tasselli fondamentali che hanno contribuito alla nascita della Repubblica Italiana, cui dobbiamo essere fieri e orgogliosi di appartenere.

Casa sonora
di Emma Stopelli
Nel 1982 usciva, per le Edizioni Studio Tesi, Casa sonora, un libretto nel quale Gino Negri (1919-1991) confidava uno dei suoi sogni. Una casa con quindici spazi tra camere da letto, anticamera e corridoi, mansarda, studio, salotti, cucina e sala da pranzo, bagno, ripostiglio, cantina e garage. E sulle loro pareti il compositore musicista Comasco avrebbe appeso non tempere, acquarelli o fotografie, come accade normalmente, ma Lp dalle copertine colorate simili appunto a quadri. Ma non è finita qui. Negri immaginava un grande “cervellone” centrale, un fedele, quasi umano, impianto incorporato e nascosto nelle mura della casa che, “con mani elettroniche”, organizzasse l’ascolto dei dischi interpretando lo stato d’animo del padrone o i gusti degli ospiti. Naturalmente gli Lp, tra i quali il cervellone può scegliere, non vengono appesi a caso. Ogni stanza, in relazione alla sua natura e al suo scopo, ha le sue musiche, selezionate all’interno del repertorio della musica colta dal 1600 in avanti. E così se nell’anticamera, come summa e preludio di quello che verrà nelle altre stanze, risuonano le noti dei pezzi più celebri di compositori come Bach, Mahler, Liszt, Haydn e Mozart, il corridoio, che è il luogo di passaggio per eccellenza in casa, è ravvivato da valzer e operette leggere di Strauss, Offenbach e altri compositori meno conosciuti. E mentre nella camera dei bambini vengono accostati Mikrokosmos di Béla Bartók e Pierino e il lupo di Prokofiev alle Romanze per violino di Beethoven, in quella dei genitori si privilegiano toni intimi, ma maliziosi e travolgenti come quelli degli innumerevoli Notturni citati. Poi c’è la cucina nella quale, tra gli altri, viene proposto di imbandire nientemeno che lo stupendo quintetto per archi e pianoforte La trota di Schubert. Seguono capitoli dedicati ai suoni contemporanei dello studio-ufficio, fedele specchio del padrone di casa, alle note del ripostiglio (dove troverete tantissime idee regalo) e, senza neppure un briciolo di pudore, a quelle della toilette che così può sentirsi “culturalmente motivata” in quanto luogo di “lente meditazioni e di preparazione ai fatti della vita”, dove stanno, accanto al famosissimo e rilassante Canone di Pachelbel, anche un sinuoso tango e la Maestosa Sonata Sentimentale di Paganini. Oggi un sogno del genere, se si ha a disposizione un cospicuo budget, è facilmente realizzabile. Gino Negri ha lanciato solo un’idea, che ciascuno può reinterpretare e fare sua liberamente. Certo è che, sebbene le indicazioni discografiche siano ferme agli anni Ottanta, questa pubblicazione (oggi acquistabile quasi soltanto via internet, perché fuori catalogo, o recuperabile tramite prestito inter-bibliotecario), soprattutto per quanti non conoscono nulla del repertorio colto, può rappresentare una simpatica iniziazione.

La scena giovane Seconda edizione
La seconda edizione de LA SCENA GIOVANE, prodotta dall’Assessorato alla Promozione delle Attività Culturali della Provincia di Pavia, e diretta da MOTOPERPETUO, quest’anno si arricchisce di partecipanti, di iniziative collaterali e di spazi: infatti, in collaborazione con la Sezione Spettacolo dell’Università degli studi, si svolgeranno, a partire dal 10 maggio, dei laboratori in cui i gruppi avranno modo di raccontare il loro lavoro, soprattutto dal punto di vista della costruzione drammaturgia dei loro spettacoli. La giornata di studi, che si svolgerà il 19 maggio, si aprirà oltre i confini della provincia di Pavia, per verificare, a livello regionale, quanto le esperienze simili a quelle del Coordinamento dei giovani gruppi pavesi possano contribuire a dare visibilità a quanto c’è di nuovo sul territorio; infine, la scelta di distribuire la rassegna su tre spazi (MOTOPERPETUO, Teatro Cesare Volta e Castello Visconteo), consentirà a un pubblico più vasto di poter fruire della visione degli spettacoli proposti. I gruppi protagonisti di questa iniziativa sono “In scena veritas”, “La Scena”, ”Teatro della Mostiola”, “I Rospi”, “Zerideltotale” e “Aranda in terra nomade”.

Jazz Gomez
di Leonardo Pistone
Oggi affrontiamo un grosso, enorme, problema: il contrabbasso. Il contrabbasso è un problema soprattutto per chi lo suona: enorme, fragile, sensibile all'umidità, ai colpi, alla sporcizia... Vi obbliga ad andare in giro reclinando il sedile posteriore e quindi vi impedisce di far salire più di una ragazza. Sempre che ne troviate, perché di solito vengono tutte attrate dal batterista o dal trombettista. I problemi tecnici non finiscono qui: il basso è uno strumento che suona piuttosto piano, quindi se non siete in un minuscolo bar vi servono un pick-up e un ampli, al che i vostri amici con il basso elettrico non la finiranno più di prendervi in giro: "Ma se poi usi l'ampli che cosa te ne fai di tutto quell'affare?". Non rispondete: peggio per loro. Nel jazz tradizionale spesso il basso suona la parte del bassotuba (stile "stomp"); poi si è sviluppato lo stile "walking", che appunto cammina regolarmente sulle note scandendo il ritmo. È un ruolo ritmico fondamentale, che tra l'altro permette al batterista, se vuole, di lasciare al basso la scansione "dritta" del tempo dedicandosi quasi completamente a figure ritmiche più varie, sincopate e improvvisate. I bassisti bravi, poi, fanno una manovra che secondo me è molto difficile: suonano in leggero anticipo rispetto a tutti gli altri, ottenendo l'effetto di "spingere avanti" il tempo rendendolo più incalzante; spesso non ci si accorge di questo contributo del basso, ma l'effetto è palese. Queste considerazioni ritmiche fanno sì che molti jazzisti chiamino sezione ritmica l'insieme di pianoforte, basso e batteria. Questa non è l'unica strada: altri musicisti - tra cui molti bianchi - sentono come priorità assoluta l'improvvisazione collettiva. In questo contesto il basso diventa uno strumento melodico, e interagisce alla pari con l'improvvisazione del pianoforte. Il primo famoso esempio di questo tipo sono state le incisioni "Sunday at the Village Vanguard" e "Waltz for Debby" realizzate la stessa sera (!) da Bill Evans, Scott La Faro e Paul Motian, purtroppo appena 12 giorni prima della morte in un incidente d'auto del bassista, Scott La Faro. Sono registrazioni intensissime, con i rumori dei bicchieri in sottofondo. Eppure i tre sono concentratissimi, esplorano se stessi e i due compagni. Ascoltate La Faro: egli improvvisa insieme al pianoforte, dialogando. È difficile suonare così! Motian, il batterista, si inserisce nel mezzo in modo sempre personale. Buon ascolto!

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Il giornale degli studenti universitari

Legge ex-Cirielli
di Pierluigi Malangone
La proposta di legge n. 3247 in materia penale, approvata dalla Camera dei deputati il 16 dicembre 2004, non ancora convertita in legge, rappresenta, dopo la riforma della magistratura, l’ulteriore terreno di scontro fra la maggioranza e l’opposizione in materia giudiziaria. Tale proposta andrebbe a modificare alcune norme del codice penale relative alla concessione delle circostanze attenuanti generiche, al trattamento sanzionatorio e carcerario per i recidivi e ai termini di prescrizione dei reati. La ratio di questo disegno di legge consisterebbe nel fissare sanzioni più dure per la recidiva (letteralmente ricaduta del reato, ovverosia commissione di un reato da parte di chi è stato già condannato), da una parte, e nell’abbassare i tempi di prescrizione dei reati, dall’altra. Nell’esaminare il primo punto, si può affermare che la giustificazione dell’aumento di pena deriva da esigenze di prevenzione speciale in quanto, la commissione di nuovi reati da parte di chi è già stato condannato, è la dimostrazione che la pena precedentemente inflittagli non ha ottenuto il risultato sperato (art. 99 c.p.). La recidiva, inoltre, è indice della maggiore capacità a delinquere (art. 133 c.p.). Gli oppositori all’inasprimento della recidiva, di contro, sono sostenuti dal significato che la Costituzione italiana dà alla pena: il comma 3 dell’art. 27 Cost., stabilisce, infatti, la tendenza alla finalità rieducativa della pena. Misure repressive più severe opererebbero in direzione opposta al dettato costituzionale, restringendo le possibilità, fino quasi ad annullarle, di accedere ad una pena che sia risocializzante per il reo. Inoltre, per legge, viene vietato ai giudici di riconoscere le circostanze attenuanti generiche (art. 62-bis c.p.) per chi è recidivo “qualificato” e, nel caso di reati considerati di particolare allarme sociale, ciò avviene anche in presenza del primo reato, non potendo così adeguare la sanzione penale alla effettiva gravità del caso concreto. Il secondo punto in discussione, ed il più controverso, è l’art. 6 della proposta di legge, in tema di preulteriore diminuzione dei reati perseguibili. Nota importante è il ritiro della propria sottoscrizione alla proposta di legge da parte dell’on. Cirielli, deputato di An, in quanto alla sua proposta di riforma sulla “recidiva” è stata aggiunta quella sui “nuovi termini di prescrizione”, di cui non condivide l’iniziativa. La redazione di Inchiostro ha chiesto un parere autorevole in proposito alla dott.ssa Simona Silvani del Dipartimento di Diritto e Procedura Penale dell’Università degli Studi di Pavia. Inchiostro: E’ stato detto che le modifiche al codice penale, proposte dal disegno di legge ex Cirielli, svolgerebbero una funzione di maggiore deterrenza nella prevenzione dei reati. Lei pensa che questa sia la giusta chiave di lettura da dare alla proposta di legge oppure è di parere opposto? Simona Silvani: Non penso, innanzi tutto, che le modifiche che la proposta c.d. ex Cirielli intende introdurre sarebbero in grado di incidere positivamente sulla tenuta general-preventiva del nostro sistema penale. Sono convinta, invece, del contrario. La premessa da cui bisogna partire è quella, già indicata da Cesare Beccaria, secondo cui non è la severità delle pene quanto la certezza della loro applicazione a svolgere una efficace funzione deterrente. Ora, le riforme prospettate dalla c.d. ex Cirielli muovono in una direzione diametralmente opposta. In primo luogo perché, in generale, determinano, di fatto, una riduzione dei termini di prescrizione, rendendo la “lusinga” dell’impunità sempre più a portata di mano. In secondo luogo, è vero che si inasprisce il trattamento sanzionatorio ma solo nei confronti di particolari categorie di recidivi. Si cerca, in sostanza, di barattare il deficit di certezza dell’applicazione della sanzione penale con un illusorio (nonché circoscritto a determinate categorie di autori) rafforzamento della severità della risposta sanzionatoria. È facile riscontrare una certa incoerenza nelle proposte dei riformatori: si persegue una politica penale improntata al rigore solo nei confronti di determinati soggetti, tanto da far pensare ad un ritorno ad un anacronistico diritto penale dell’autore; per il resto, si propone l’introduzione di norme in grado di assicurare l’estinzione di un grandissimo numero di procedimenti in corso, garantendo l’impunità per molti di coloro rispetto ai quali si sarebbe potuti giungere ad una condanna in via definitiva. Su queste basi si può ritenere che le linee di politica penale incarnate dalla riforma prospettata possano ricondursi a quella ideologia che va sotto il nome di “tolleranza zero”, giacché, da un lato, si indirizzano gli strumenti di controllo e di difesa sociale nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi, e più facilmente identificabili come tali dalla collettività (la quale, in tal modo, viene rassicurata dall’idea dello Stato ‘forte’ che punisce i recidivi), dall’altro lato, si preme sul pedale delle garanzie per tutte le altre categorie di soggetti, forse più ‘rispettabili’. I: L’art. 6 della proposta di legge modificherebbe i tempi di prescrizione del reato: lei ritiene accettabile tale modifica? Qual è il suo parere in proposito? S: Penso di avere già parzialmente risposto alla seconda domanda. L’effetto che la proposta riforma della prescrizione di fatto determina è, come accennavo poco sopra, quello di una riduzione dei termini prescrizionali per i delitti. Questo risultato potrebbe avere ricadute negative non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Oltre al fatto che un numero consistente di procedimenti sarebbe consegnato ad un immediato epilogo estintivo, si esaspererebbero molte delle ‘distorsioni’ che già l’attuale disciplina della prescrizione produce sul sistema penale, prima fra tutte quella che Elvio Fassone ha indicato come la creazione di una sorta di “pretesa sociale all’impunità”; ciò si risolverebbe, peraltro, anche in un diniego di giustizia per le vittime del reato. La riduzione dei termini prescrizionali potrebbe incidere, altresì, sull’utilizzo dei c.d. riti alternativi. La possibilità (o meglio la probabilità) di giungere in tempi brevi (più brevi, indubbiamente, di quanto non lo siano ora) all’estinzione del reato per l’intervento della prescrizione potrebbe indurre l’imputato a scegliere il rito ordinario scartando l’opzione offerta dai riti speciali, in particolare dal patteggiamento e dal rito abbreviato: perché scegliere l’inflizione di una pena – ancorché ridotta – quando è possibile assicurarsi, attraverso il procedimento ordinario e i tempi che esso comporta, la totale impunità? È evidente il dispendio assolutamente inutile di energie e di risorse che ciò comporterebbe. I: Quale valore ha, secondo lei, il ritiro della propria firma da parte dell’On. Cirielli? S: Quanto al significato del ritiro della firma dell’On Cirielli, penso che stia ad indicare la presa di distanza da una proposta che, attraverso progressivi emendamenti, si è allontanata eccessivamente dall’idea originaria del primo firmatario.

Nel silenzio delle coscienze
di Vincenzo Andraous
Non ho buonismi facili né intelletto caritatevole che mi inducono a tendere la mano a Adriano Sofri, bensì è la forza della ragione che mi spinge a non schierarmi con il plotone di esecuzione in attesa da decenni… e che ora s’affida al buon silenzio. Se veramente egli fosse stato artefice materiale di quel delitto, ebbene in tanti anni di carcere, di entrate e di uscite, di tempo sospeso e speranze fucilate, penso abbia scontato tutto un tempo per pagare il dazio richiesto all’intera società. Ma ciò che più mi rende sbilanciato dalla sua parte, quindi anche dalla parte di chi non c’è più, è un ragionamento che dovrebbe riguardare i tanti altri Sofri relegati nelle patrie galere, che non sono pochi. Penso che l’uomo della condanna non sia più l’uomo della pena. Penso che chi ha commesso un reato, seppur grave, nel tragitto di vita detentivo e non, abbia la possibilità di smetterla di disabitare se stesso, e così diventare ed essere un uomo diverso. Un uomo dapprima vinto e perduto, e in seguito un uomo che affidandosi alle proprie capacità interiori, ritrova la propria umanità. Ciò in forza della fede che ognuno professa, sia anche quella di un amore finalmente coraggioso per l’altro. Non difendo Sofri, né cerco di fuorviare dal carico di lacerante disperazione di quella famiglia a lutto. Ragiono come dovrebbe ragionare una Giustizia non succube di momenti emozionali emergenziali. Una Giustizia che è tale, perché è giusta ed equa, e non perché potente e altisonante. Non è mia intenzione comparare il messaggio cristiano con il nostro sistema giuridico, né porre su binari convergenti le parole di Cristo con il diritto penale. Non ne sarei capace, ma obiettare che un uomo che non confessa, devia dal primo gradino della propria conversione, mi sembra alquanto improprio. Primo perché, se Sofri foss’anche colpevole, quella confessione andrebbe riportata a Cristo stesso o al suo ministro. Secondo, perché il Tribunale, lo Stato, la società reprime una condotta socialmente dannosa, e giudica gli atti posti in essere da quella persona. Non quella persona. Non difendo Sofri, e non voglio neppure tirare per il bavero Gesù e la Fede, neanche voglio commuovere la platea irosa che chiama a raccolta. Piuttosto mi viene spontaneo affermare che lo Stato non è capace della generosità del perdono, se non per un puro calcolo di opportunità. E se l’obiettivo di uno Stato è la rieducazione nella funzione della pena, mi chiedo cosa c’è da riformare, destrutturare e ristrutturare, in un uomo, oggi detenuto, come Sofri? Uno Stato non si spende per la conversione del reo ( figuriamoci di un innocente che muore senza mai invocare alcuna pietà d’accatto ), ma se vogliamo, arbitrariamente, discutere di ciò, allora è la storia personale dell’uomo Sofri, quella sbandierata dai giornali, dalla televisione, dalle cronache a metter fine al dubbio, perché da quei lontani anni di slogans e sangue, è proprio il Sofri di oggi a disegnare il percorso di una conversione ove si riconosce la centralità dell’uomo. E del resto, rimane forse la terribile domanda di Primo Levi: “ chi dà a voi il diritto di perdonare?”.

Servizio civile all’estero: una scelta per i giovani

Sul treno della cooperazione internazionale

Presentazione a Roma dei progetti del Focsiv
Può capitare di trovarsi su un treno diretto a Roma per una conferenza che ti può cambiare la vita. In realtà, forse la vita di chi scrive non prenderà quella strada ma se qualcun altro vuole intraprenderla è giusto che lo sappia! Si, perché il 12 aprile scorso sono stati presentati nella Capitale i progetti per il Servizio Civile Volontario all’Estero della FOCSIV, rete che riunisce più di 50 ONG cattoliche che operano nel campo della cooperazione internazionale. La cosa fantastica di tutto questo è che giovani tra i 18 e i 26 anni possono far domanda per 12 mesi davvero particolari: 1 di preparazione in Italia + 11 in un Paese del Terzo Mondo per impegnarsi concretamente in svariati progetti. Per questo sogno si ricevono anche 800 euro al mese e per altre informazioni si può consultare il sito www.focsiv.it. E’ una prospettiva di impegno duro e serio:chi ha altri programmi nella vita li continui a perseguire senza sensi di colpa, però sappiamo che la storia ora passa per il rapporto Nord / Sud del Mondo, far sì che quel passaggio sia costruttivo è anche compito nostro…bello! Sembra allora utile ricordare le parole del Papa Giovanni Paolo II quando disse: “Giovani, non abbiate paura del futuro, perché il futuro siete voi!”.

Adriano Sofri nella sua residenza estiva... che la vacanza finisca presto

Università degli Studi di Pavia - Piazza del Lino - Pavia - tel. 0382.984759 email: redazione@inchiostro.unipv.it - internet: inchiostro.unipv.it Anno 10 - Numero 18 - 26 aprile 2005 - Il giornale degli Universitari Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla commissione A.C.E.R.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti. Direttore: Luna Orlando (luna@) Redazione: Alberto Bianchi Nicola Cocco Alba Chiara De Vitis (alba@) Tommaso Doria Antonio Lerario Pierluigi Malangone Laura Omodei Alessio Palmero (alessio@) Matteo Pellegrinuzzi Elisa Perrini (elisa@) Andrea Pozzi Leonardo Pistone (leo@) Mattia Quattrocelli (mattia@) Marzio Remus (marzio@) Valentina Repetto Emma Stopelli Antonella Succurro (anto@) Maria Chiara Succurro (mari@) Fabrizio Vaghi (fabri@) Stefano Valle (stefano@) dopo @ ci va inchiostro.unipv.it Hanno collaborato: Roberto Bonacina, Lorenza Pozzi, Ufficio Stampa di Fullcomics, Vincenzo Andraous, Valentina Trani, Sonia Pusterla, Vanessa. Disegni: Nemthen Fotografie: Marco Chemollo Disegno di copertina: Elisabetta Barletta Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s.
Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 febbraio 1998 Tiratura: 2000 copie Questo giornale è distribuito con la licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike. Stampato su carta riciclata. Fondi Acersat “Inchiostro”: 10.000 Euro annui.

L’On. Edmondo Cirielli scrizione. Secondo la maggioranza, modificando l’attuale art. 157 del codice penale, all’inasprimento delle pene si controbilancerebbe la riduzione dei tempi di prescrizione, considerandole così due facce della stessa medaglia. Gli oppositori, invece, ravvisano un pericolo grave che consiste non solo nella mancata punizione di reati non più perseguibili e, di conseguenza, nell’abbassamento della fiducia che il cittadino ripone nella giustizia, ma anche nel mettere a rischio l’esito di circa 4500 processi in atto, nel caso in cui la proposta diventi legge. L’opposizione è, quindi, convinta che a fronte di un ulteriore abbassamento della qualità dei processi corrisponderà inevitabilmente un

è la carta intestata de tunonno!” - Zanna in “Storiellina inedita di Zanardi” – Andrea Pazienza

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Martedì ore 15 e Giovedì ore 21 sulle frequenze di Radio Ticino fm 91.8/100.5

AGENDA dal 25 aprile all’11 maggio
MERCATINI E FIERE
1 maggio ore 9.00 - 20.00 SAGRA PATRONALE DI SAN VITALE Mostra del commercio e dell'artigianato con degustazione di prodotti tipici Viale V. Veneto - Frascarolo Per informazioni: Pro Loco, tel. 038484646 1 maggio ore 8.30 L'ANTICO SOTTO LA CUPOLA ARNABOLDI Mercatino di antiquariato selezionato Cupola Arnaboldi, C.so Strada Nuova – Pavia Per informazioni: tel. 333-2976076 1 maggio ore 8.30 - 19.00 MERCATINO PAVESE DELL'ANTIQUARIATO Mobili, quadri, oggetti da collezione Piazza della Vittoria - Pavia Per informazioni: Ascom, tel. 0382372511 1 maggio ore 14.30 - 19.00 IL BAULE DELLA NONNA Mercatino dell'antiquariato Oratorio di S.Andrea – Retorbido Per informazioni: : Conf. S. Andrea, tel.0383-74059/74031 1 maggio ore 7.00 FIERA DEL DRAGO Mercato dell'antiquariato, fiera dei prodotti artigianali, bancarelle e stands dei comuni lomellini Via Cavour e Via Maiocchi - San Giorgio Lomellina Per informazioni: Comune, tel. 038443010 1 maggio VARZI IN FIERA Prodotti tipici, musiche tradizionali, animali in fiera e festa nell'antico borgo Piazza della Fiera – Varzi 1 -2 maggio ore 8.00 FIERA DI SANTA CROCE Esposizioni di merci varie e manifestazioni varie Piazza Silvabella - Corso Ariosto e Piazza Trieste – Mortara Per informazioni: Comune, tel. 038498759 1 - 8 maggio FIERA DELL'ASCENSIONE Artigianato, agricoltura, commercio, antiquariato, luna park e spettacoli Ex Caserma di Cavalleria e vie limitrofe – Voghera Per informazioni: Comune, tel. 0383336227 5 - 8 maggio SICILIA VIVA IN FESTA Folklore e sapori della Sicilia. Degustazione e vendita prodotti tipici siciliani. Teatro dei Pupi e Laboratorio dei pupi. Canti e danze dei gruppi folklorostici Piazza della Vittoria - Pavia Organizzazione Associazione 'Sicilia Viva' 8 maggio re 7,30-18,00 MERCATINO DELL'ANTIQUARIATO Mobili, quadri, oggetti vari Piazza Garibaldi - via Emilia – Broni Per informazioni: Comune, tel. 0385257036-257011 8 maggio ore 8.00 FIERA DI SANTA CROCE Macchine agricole, merci varie, bancarelle luna park Piazza Repubblica - Piazza Castello – Lomello Per informazioni: Comune, tel. 038485005 8 maggio ore 9.00 - 19.00 VIVI SAN MARTINO Mercatino di hobbistica e apertura botteghe artigiane con manifestazioni musicali nel pomeriggio Piazza Berlinguer - San Martino Siccomario Per informazioni: Comune, tel. 0382496111 8 maggio ore 10.00 - 19.00 LE CONTRADE ALLA CORTE SFORZESCA Visita al Borgo, pranzo rinascimentale, giochi medievali, corteo storico dei personaggi delle Contrade, giuramento del Castellano e Palio dei fanciulli Vie del Centro Storico e Castello – Vigevano Per informazioni: Palio delle Contrade, tel. 0381-690370 http://www.paliodivigevano.it

MOSTRE
30 marzo – 25 aprile LE COLLEZIONI DEL SAPERE NELL'OTTOCENTO Mostra sul collezionismo librario, archivistico e scientifico Scuderie del Castello Visconteo (accesso dal fossato) - Pavia Per informazioni: info@alefcoop.it 8 marzo - 10 aprile Lunedì-Venerdì 10.00-18.30 Sabato e Domenica 15.30-19.30 PAESAGGI DEL CORPO Ex convento dei Crociferi - via Cardano 8 - Pavia ingresso 3 euro Tutte le domeniche sarà possibile effettuare una visita guidata gratuita alle 17.00 e alle 18.00 Organizzazione: ALEF 19 marzo - 29 maggio 2005 martedì - venerdì: 14.30-18.30 sabato: 10.00-23.00 domenica: 10.00-20.00 MARIO SIRONI. L'IMMAGINE E LA STORIA Mostra che la città di Vigevano dedica a questo grande protagonista del Novecento pittorico italiano e documenta l'attività dell'artista tra il 1930 e il 1950. Strada sotterranea del Castello di Vigevano, ingresso da via XX Settembre Biglietti: intero 5,00 euro; ridotto 3,00 euro; scolaresche 2,00 euro Per informazioni: tel.: 800/662288 Fino al 28 maggio 2005 dal martedì al sabato dalle 8.30 alle 13.30 Ingresso: gratuito NELLA CUCINA DEI ROMANI Museo Archeologico Nazionale della Lomellina c/o III Scuderia del Castello, Piazza Ducale - Vigevano Per informazioni: tel. 02/89400555 11 – 29 maggio MOSTRA DI EMANUELA BUSSOLATI Illustratrice e progettista di libri per bambini e ragazzi Progetto e coordinamento di Costantino Leanti per la Biblioteca Bonetta sezione ragazzi Scuderie del Castello Visconteo – Pavia Per informazioni: tel. 0382-21635 29 aprile - 1 maggio OFFICINALIA XIX Mostra mercato dell'alimentazione biologica e dell'ecologia domestica Per informazioni: Ente Fiere dei Castelli di Belgioioso e di Sartirana, tel. 0382970525 Castello di Belgioioso http://www.belgioioso.it 1 - 31 maggio INFERNO DI DANTE Personale di pittura di Gianfranco Rontani con trentaquattro tele raffiguranti l'inferno dantesco Castello di Zavattarello Per informazioni: Comune, tel. 0383-

CONFERENZE
26 aprile ore 21.00 IL PAESAGGIO DEI POETI Relatore: Fabio Pusterla Incontri a cura di Massimo Bocchiola e Franca Lavezzi Sala Conferenze, Collegio Santa Caterina da Siena – via San Martino 17/A – Pavia http://www.collsantacaterina.it mercoledì 27 Aprile ore 21.00 Ciclo OSSERVARE COME PRELUDIO AL FARE La psicoanalisi dialoga con la Psicologia dello sviluppo IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI NELLO SVILUPPO MORALE Intervengono: Adriano Pagnin, Università di Pavia; Maria Assunta Zanetti, Università di Pavia; Silvia Vegetti Finzi, Università di Pavia Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it 28 - 29 Aprile Convegno Internazionale MARKETING CULTURALE E MARKETING AZIENDALE: ESPERIENZE A CONFRONTO organizzato dal Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale Aula del '400 del Palazzo Centrale dell'Università di Pavia http://www.unipv.it venerdì 29 Aprile e venerdì 6 maggio ore 14.30 TEORIA DEL RESTAURO ARCHEOLOGICO ANGELO ARDOVINO, Soprintendente archeologico Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it 29 aprile ore 21.00 "... ED IL VERBO SI FECE CARNE". Relatore: Mons. G.Poma In collaborazione con: M.E.I.C. Sala Conferenze, Collegio Santa Caterina da Siena – via San Martino 17/A – Pavia http://www.collsantacaterina.it sabato 30 Aprile Convegno internazionale LA LEGISLAZIONE EUROPEA IN TEMA DI DISABILITÀ GIOVANILE. Aula Foscolo e Saloni del Rettorato del Palazzo Centrale dell'Università di Pavia http://www.unipv.it lunedì 2 maggio ore 21.00 Ciclo di conferenze “Immagini e pensiero - valenza teoretica e significato storico” IMMAGINI E CONOSCENZA NEL PENSIERO DI ILDEGARDA DI BINGEN professoressa Michela PEREIRA Almo Collegio Borromeo Piazza Borromeo, 9 – Pavia Per informazioni: tel. 0382-3951 http://www.collegioborromeo.it lunedì 2 Maggio ore 21.15 Ciclo di incontri “Finalità di accertamento e garanzie costituzionali nel processo penale: quali riforme?” GIUDIZIO IN CONTUMACIA E GARANZIE DIFENSIVE: UN PROBLEMA DI ADEGUAMENTO DEL SISTEMA PROCESSUALE ITALIANO Francesco Caprioli, dell’Università di Bologna Giorgio Lattanzi, consigliere della Corte di Cassazione Vladimiro Zagrebelsky, giudice presso la Corte europea dei diritti dell’uomo Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it martedì 3 maggio ore 21.00 Incontro del ciclo Quattro passi nel Mistero SUPERSTIZIONE, MAGIA, TAROCCHI: UNO SGUARDO STORICO E CRITICO Serata organizzata dal CICAP a ingresso libero Aula del '400, p.zza Leonardo Da Vinci Pavia Mercoledì 4 Maggio ore 21.00 Incontri di Studio “ Scienza e causalità” A cura di Cristina de Maglie e Sergio Seminara LA CAUSALITÀ NEL DIRITTO PENALE: UNO SGUARDO D’INSIEME Prof. Federico Stella, Ordinario di Diritto Penale - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano LA CAUSALITÀ E IL RUOLO DELLE FREQUENZE STATISTICHE NELLA SPIEGAZIONE CAUSALE Prof. Evandro Agazzi, Ordinario di Filosofia Teoretica – Università degli Studi di Genova Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri Piazza Ghislieri, 5 – Pavia http://www.ghislieri.it 6 maggio ore 21.00 BELGIOIOSO FESTIVAL 2005 Incontro con l'autore: ORNELLA COSTA presenta "Le altre storie" Biblioteca Comunale – Belgioioso sabato 7 Maggio CONVEGNO SUL TEMA DELL’ALIMENTAZIONE PROMOSSO DAL COMITATO PER L’UNICEF DI PAVIA. Aula del '400 del Palazzo Centrale dell'Università di Pavia http://www.unipv.it Per informazioni: tel. 0382/29937 mercoledì 11 maggio 2005 ore 17.00 QUATTRO CHIACCHIERE CON... terza edizione Incontri con gli autori, per parlare di letteratura, matematica, teatro, poesia, musica, fumetto e illustrazione EMANUELA BUSSOLATI Illustratrice e progettista di libri per bambini e ragazzi, presentata da Andrea Valente Organizzato da: Comune di Pavia,Settore Cultura e Biblioteca Bonetta, Sezione Ragazzi “Paternicò Prini” con la collaborazione di: libreria C.L.U., via San Fermo, Pavia, libreria IL DELFINO, piazza Vittoria, Pavia, Associazione "Amici biblioteca ragazzi" Scuderie del Castello Visconteo - Pavia

Il programma degli Studenti Universitari - www.pavialiveu.com

MUSICA LEGGERA
26 aprile JERRINEZ 26/4/05 Spazio Musica - via Faruffini 5, Pavia tel. 0382-20198 28 aprile LORD BISHOP Thunder Road - Codevilla (PV) tel. 0383-373064 venerdì 29 aprile PRIMA CLASSE (Tributo a Ligabue) Sir Lifford – Miradolo Terme (PV) tel. 0382-77117 www.sirlifford.com sabato 30 aprile LONG HORNS + BANDIDO Sir Lifford – piazza IV Novembre, 36, Miradolo Terme (PV) tel. 0382-77117 www.sirlifford.com 30 aprile YAK Pepe Club – Garlasco 30 Aprile ore 22.00 ANATROFOBIA GREEN LIKE JULY CSA Barattolo - via dei Mille 130, Pavia Informazioni: tel. 0382-21293 1 maggio ANGRYBEANS Thunder Road - via Str. Voghera Menestrello 1, Codevilla (PV) tel. 0383-373064 6 maggio KYRIE Mau Mau - Vigevano 7 maggio THE ABBEY ROAD Punto Zero - Garlasco

TEATRO
mercoledì 27 aprile L’UOMO CHE BUCAVA LE GOMME DA MASTICARE Cabaret- Compagnia I ROSPI Lo spettacolo conclusivo della stagione sottolinea volutamente l’aspetto più ludico dell’azione teatrale: la leggerezza intelligente del duo comico-surreale, ormai ospite fisso di MOTOPERPETUO, farà sorridere, come sempre, sulle umane debolezze, lasciando il retrogusto amaro tipico della comicità più autentica. MOTOPERPETUO - Viale Campari 72 – PAVIA www.motoperpetuo.org Informazioni: tel. 0382-572629 3 - 5 maggio ore 21.00 Stagione Teatrale 2004-2005 - Prosa Nuovo Teatro Eliseo - Teatro Stabile di Roma in: LASCIAMI ANDARE MADRE di Lina Wertmüller, Helga Schneider con Roberto Herlitzka, Milena Vukotic Regia di Lina Wertmüller Tratto dal libro "Lasciami andare madre" di Helga Schneider Teatro Fraschini, Corso Strada Nuova,136 - Pavia Per informazioni: tel. 0382-371202 http://www.teatrofraschini.it sabato 7 maggio ore 21.30 Stagione Teatrale 2005 La cooperativa Teatroincontro - Vigevano in: "IL BERRETTO A SONAGLI" di L. Pirandello Cine-Teatro Verdi – Cassolnovo Per informazioni: Assoc. Callerio Cassolnovo - Comune, tel. 349-3912531 http://www.assocallerio.it

MUSICA CLASSICA
27 aprile ore 21.00 Stagione Teatrale 2004-2005 - Musica Concerto dell'Orchestra "I POMERIGGI MUSICALI DI MILANO" Musiche di Mozart Per informazioni: Teatro Fraschini, tel. 0382-371202 Teatro Fraschini, Corso Strada Nuova,136 – Pavia www.teatrofraschini.it venerdì 6 maggio ore 21.00 Stagione 2004-2005: Musica sinfonica Concerto dell'Orchestra I POMERIGGI MUSICALI Direttore: Hansyorg Schellenberger Musiche di: Mozart, Bach, Brahms Teatro Cagnoni, Corso Vittorio Emanuele II, 45 - Vigevano Informazioni: Pro Loco, tel. 0381690269 sabato 7 maggio ore 21.00 BELGIOIOSO FESTIVAL 2005 Serata danzante con il TRIO DEL SOLE Sala del Consiglio Comunale – Belgioioso

Ricordiamo che a breve uscirà il bando del concorso per giovani scrittori organizzato da Inchiostro. Per ulteriori informazioni visitate il sito internet http://inchiostro.unipv.it

Inchiostro a volontà

CINEMA
martedì 26 Aprile 2005 ore 22.00 PRETTY BABY di Louis Malle (1978) versione incensurata di 109' CSA Barattolo - via dei Mille 130, Pavia Informazioni: tel. 0382-21293 http://www.ecn.org/barattolo/

SECONDO CONCORSO FOTOGRAFICO °CONTRASTI° Organizzato dal Coordinamento per il diritto allo Studio - UDU. Ciascun partecipante potrà presentare fino ad un massimo di tre fotografie nel formato 19x13. Il materiale dovrà essere consegnato presso la sede del Circolo ARCI “radio aut” in Via Siro Comi 11 durante gli orari di apertura, entro e non oltre il 22 aprile 2005. La giuria assegnerà tre premi per un totale di Euro 400 spendibili in materiale fotografico. Un quarto premio da 100 Euro verrà consegnato dal voto degli studenti. Info www.coordinamento.org.

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Ritagliando questo coupon avrai diritto a 3 euro di sconto sull’acquisto di una nuova scheda prepagata. L’offerta non è cumulabile