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Gaza, crimini di guerra: l’Onu condanna Israele

Condanna a Israele, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Da Ginevra, con 25 voti a
favore, il Consiglio per i diritti umani dell’Onu denuncia il governo di Tel Aviv: uso sproporzionato
della forza, violenze a Gerusalemme Est e disumana punizione collettiva inflitta ai palestinesi di
Gaza. Dopo nove mesi, il 16 ottobre la comunità internazionale ha adottato il Rapporto Goldstone,
emettendo la prima sentenza sui 22 giorni dell’operazione Piombo Fuso, scandita dal lancio di
bombe al fosforo bianco che hanno trasformato Gaza in un inferno: «Una grave violazione del
diritto umanitario internazionale».
Il pronunciamento dell’organismo internazionale stabilisce che i 10.000
documenti allegati, le 1.200 foto, le 200 interviste, i cinque mesi
d’indagine del giudice sudafricano Richard Goldstone e dei suoi
collaboratori (un’inglese, un irlandese e una pakistana) rappresentano una
prova credibile. Le Nazioni Unite ora invitano Israele a presentare una sua
contro-inchiesta altrettanto credibile, entro sei mesi; in caso contrario, il
Consiglio di sicurezza dell’Onu aprirà un vero processo internazionale: per
crimini di guerra e contro l’umanità.
Il “rapporto della vergogna” contiene accuse anche nei confrnti di
Hamas per le violazioni dei diritti nella Striscia di Gaza, l’uso di
scudi umani e gli oltre 10.000 razzi artigianali Kassam lanciati su
Sderot e altre località del Sud israeliano. Ma il documento
dell’Onu punta il dito soprattutto sui 1.300 morti della guerra,
indicando per Hamas un generico obbligo d’indagare. Lo stesso
Goldstone, d’origine ebraica, violentemente attaccato dalla destra
israeliana, se n’è lamentato: «Questa risoluzione mi rattrista: si
riferisce solo alle accuse contro Israele. Non c’è una frase che
condanni Hamas, com’è invece nel mio rapporto».
Giustizia è (quasi) fatta, esultano i palestinesi: «L’importante è che queste parole si traducano in
maggior sicurezza per noi», dice Nabil Abu Rdeneh, portavoce di Abu Mazen). «Speriamo che
questo voto porti a un processo contro gli occupanti sionisti», dichiara Taher Al Nounou, di Hamas.
Per il governo Netanyahu, il pronunciamento dell’Onu è un premio al terrorismo mondiale e una
minaccia al processo di pace: «L’esercito israeliano ha usato i guanti di velluto sui civili di Gaza»,
assicura Eli Yishai, ministro dell’interno, che avverte: «Chi ha votato “sì” sappia che la prossima
volta toccherà alla Nato in Afghanistan o ai russi in Cecenia».
Netanyahu, rilevano alcuni osservatori, temeva un risultato ancora peggiore: «Le febbrili
consultazioni degli ultimi giorni – spiega Francesco Battistini sul “Corriere della Sera” – hanno
evitato che ai 25 scontati sì di Cina e Russia, Paesi arabi e islamici, s’aggiungessero anche i voti di
tutta l’Unione Europea, del Giappone, della Sud Corea». Invece, oltre
ai 6 “no” traghettati da Stati Uniti e Italia, sono spuntate 11
astensioni, e pure da paesi tradizionalmente anti-israeliani, come
Norvegia o Belgio.
«Che si schierassero contro di noi Gibuti o il Bangladesh, lo
sapevamo», confida l’ambasciatore israeliano a Ginevra, Aharo
Leshno-Yaar. «La nostra paura era che si schierassero anche gli altri
». Ma non è accaduto. O meglio, non in misura massiccia. «Un po’
perché solo gli Usa avevano criticato apertamente il Rapporto, ma
solo Londra l’aveva difeso», aggiunge Battistini. «Un po’ perché la stessa Autorità palestinese
aveva spinto per un rinvio del voto (c’è in ballo il processo di pace e la mediazione di Obama),
salvo ripensarci per le proteste di piazza».
A Ginevra, tutti sapevano benissimo che questo voto non porta a granché: in Consiglio di sicurezza,
spiega il “Corriere della Sera”, basterà il veto Usa a farlo rimanere un’impallinata a salve, o poco
più. «È vero, sono solo 25 palline – dice Ahmed Tibi, deputato arabo della Knesset – ma servono a
contare il nostro onore».

Israele ammette: fosforo bianco contro la Striscia di Gaza


L’esercito israeliano ha preso misure disciplinari nei confronti dei comandi militari che ordinarono
l’utilizzo delle bombe al fosforo bianco sulla popolazione civile a Gaza. Lo ha rivelato il quotidiano
israeliano “Haaretz”, citando la relazione consegnata da Israele nel week-end all’Onu in risposta al
rapporto della Commissione Goldstone. Nel documento, Israele in parte ammette le denunce fatte
dalle organizzazioni umanitarie internazionali: il colonnello Ilan Malka e il generale di brigata Eyal
Eisenberg andarono oltre la propria autorità «nel consentire l’utilizzo delle bombe al fosforo che
misero in pericolo vite umane».

L’episodio in questione è l’attacco alla struttura dell’Agenzia


Onu per i Rifugiati palestinesi (Unrwa) il 15 gennaio del
2009, due giorni prima della conclusione dell’operazione
“Piombo Fuso”, un raid durato 22 giorni e in cui morirono
più di 1.400 palestinesi. «Diversi colpi di artiglieria sono stati
sparati in violazione delle regole di ingaggio che proibiscono
l’uso di tali armi nei pressi di aree popolate», si legge nel
documento inviato alla commissione Goldstone. La sanzione
disciplinare nei confronti dei due militari si traduce con una
nota nel loro ‘curriculum’ e nella presa in considerazione
della stessa qualora in futuro i due facessero domanda per salire di grado.

E’ la prima volta che Israele rivela le sanzioni a un ufficiale per la sua condotta durante l’offensiva
Cast Lead, ammettendo pubblicamente di aver fatto uso di fosforo bianco in situazioni di pericolo
per la popolazione civile, come in più occasioni denunciato da organizzazioni come Amnesty
International e Human Rights Watch. Secondo una fonte israeliana citata dalla Bbc, il documento
inviato alle Nazioni Unite non è un’esplicita risposta alle accuse e alle denunce contenute nel
rapporto Goldstone, ma la prova che il sistema della giustizia israeliano è affidabile e indipendente.

(Luca Galassi, estratti da “Israele, marcia indietro sul fosforo”, pubblicato su “PeaceReporter”,
www.peacereporter.net).

Soldatesse israeliane confessano torture contro palestinesi,


anche ragazzini. Leader palestinese ucciso a Dubai. Hamas
accusa il Mossad
Confessioni choc di alcuni militari-donna israeliani su abusi compiuti da loro e dalle loro unità in
Cisgiordania, la parte di territorio palestinese ancora sottoposta al controllo parziale dell'esercito
dello Stato cosiddetto ‘ebraico’, compaiono in un nuovo rapporto diffuso in queste ore da Breaking
the Silence, una organizzazione israeliana di attivisti dei diritti umani impegnata da anni a far luce
sui crimini compiuti dalle forze armate di Tel Aviv. Impiegate in misura crescente in azioni di
combattimento o di prima linea, le soldatesse ammettono - in alcuni casi - di aver partecipato o
assistito a episodi di cui oggi si vergognano e che contrastano con i loro valori e con gli stessi
principi insegnati nelle scuole militari. Si parla di atti di umiliazione o di pestaggi inflitti ai
palestinesi compiuti solo per mostrarsi 'più dure' dei commilitoni maschi, del brivido provato da
qualcuna nel poter schiaffeggiare impunemente un ragazzo arabo, ma anche di una mano rotta a un
ragazzino fermo a un posto di blocco. E persino - lo racconta una ragazza che é stata in servizio
nelle Guardie di Frontiera - di un bambino di 9 anni ferito a morte da un colpo sparato così, alla
cieca. Tutti casi che Breaking the Silence - organizzazione naturalmente nel mirino
dell'establishment politico israeliano - continua a chiedere invano al governo e allo stato maggiore
di approfondire.

E intanto oggi in tutto il Medio Oriente impazza la polemica dopo che il movimento politico
palestinese Hamas ha denunciato l’assassinio di un suo leader, avvenuto il 20 gennaio scorso a
Dubai. Forse é stata una dose di veleno, forse la morsa di uno strangolatore seguita a una misteriosa
scossa elettrica. La cosa certa é che Mahmoud al-Mabhouh, esponente di spicco di Hamas e
cofondatore delle brigate Ezzeldin al-Qassam (l'ala militare del movimento islamico palestinese che
ha vinto le elezioni nel 2007), é morto in un albergo di Dubai: vittima - secondo familiari e
compagni di lotta - del Mossad, i servizi segreti israeliani. A dare per primo la notizia é stato Izzat
al-Rishq, uno dei membri del Politburo di Hamas rifugiati a Damasco, la città nella quale anche
Mabhouh, 50 anni, viveva da oltre un ventennio dopo aver partecipato alla prima Intifada, essere
uscito dalle carceri israeliane ed essere tornato nel mirino dello Stato occupante quale ''terrorista
recidivo'' e presunto architetto della cattura e della morte di due soldati (Avi Sasportas e Ilan
Saadon), nel 1989. ''Il nemico sionista ha assassinato Mahmoud al-Mabhouh'', ha sentenziato Rishq,
accennando ad almeno due sicari. ''Non posso rivelare di più - ha aggiunto - poiché stiamo
collaborando alle indagini con gli Emirati Arabi Uniti, ma posso dire che risponderemo (a Israele) a
tempo debito''. L'annuncio non ha trovato - e non sorprende - alcun commento ufficiale in Israele
che non ha smentito. Mentre le autorita' di Dubai si sono fatte vive solo alcune ore dopo Rishq per
comunicare di aver individuato i responsabili della morte del palestinese in una non meglio
precisata ''banda di criminali professionisti'': composta da persone in possesso ''per lo più di
passaporti europei'' e ovviamente ormai lontana dal Golfo.

Nulla di ufficiale, invece, sulle modalità dell’omicidio, che un fratello della vittima ha sostenuto
essere stato perpetrato con l'uso di strumenti sofisticati: attraverso un congegno nascosto in un
qualche oggetto (attualmente all'esame di specialisti) che avrebbe trasmesso una potente scossa
elettrica alla vittima, mettendola al tappeto e consentendo ai suoi giustizieri di strangolarlo con tutto
comodo. Fonti di Hamas da Damasco hanno parlato tuttavia di ''tracce di veleno'' nel corpo del
''martire''. Nelle ultime settimane altri due esponenti di Hamas sono stati uccisi in Libano in
altrettanti attentati. Da Damasco il numero uno del movimento palestinese, Khaled Meshaal, si é
rivolto direttamente a Israele: ''Dico a voi sionisti - ha tuonato - di non rallegrarvi. Avete ucciso un
grande uomo, ma i suoi figli vi combatteranno... La Palestina é una terra benedetta e non resterà
paziente''.

Marco Santopadre, Radio Città Aperta