NUMERO 1 - GENNAIO - FEBBRAIO 2010

Direttore: DENIS UGOLINI

Tramonto di un mito
“Bologna come simbolo assoluto della moralità comunista e del suo modello alternativo rispetto al malgoverno romano. Oggi questo simbolo cade mediocremente e forse tragicamente…Perché sono le due Torri a crollare, il profilo della città, il senso di una diversità su cui si è formata l’immagine di Bologna”. Così Edmondo Berselli su Repubblica. “Laddove la Dotta non aveva difficoltà a produrre personale amministrativo di qualità…oggi invece è ridotta al lumicino. Sarà un caso però il PD alle prossime regionali ricandida il presidente Errani, ‘al suo terzo irrituale mandato’ come ha velenosamente scritto un altro professore petroniano, Gianfranco Pasquino. In città gli scettici dicono che Bologna non sia ormai capace di inventare più niente. Si è cancellata dall’Europa e si è relegata in provincia…Per rico-minciare, Bologna forse dovrebbe partire da una provocazione che il sindaco Renato Zangheri pose una volta ai professori del Mulino:’Sapete più cose sui puritani del Massachusetts che sulle mondine emiliane’”. Così Dario Di Vico sul Corriere della Sera. Ancora sullo stesso quotidiano, Ernesto Galli Della Loggia: “Qui, a Bologna, il potere politico-culturale cittadino, fino al ’94 articolato in un polo cattolico-liberale e in un altro comunista, in feconda dialettica tra loro, si è riunificato sotto l’insegna del ‘prodismo’, dando luogo ad una vischiosa ‘palude’ notabilare che tutto ingloba e domina, e che può permettersi di designare come sindaco uno scialbo professorino come Delbono”. Valutazioni trancianti, impietose, provenienti da persone ed organi di stampa non certo della batteria politica antagonista. In crisi il mito, il modello bolognese ed emiliano-romagnolo della sinistra di governo. Della “superiorità morale”. La crisi profonda del PD. In un contesto variopinto di situazioni. Prima il caso Marrazzo, il candidato ‘moralizzatore’ da anteporre alla criticatissima gestione laziale storaciana. Adesso è candidata a governatore di quella regione la radicale Emma Bonino. Il PD l’ha subita e si è diviso parecchio al suo interno. Non è stato capace di comporre e dare vita ad una proposta propria.. In Puglia ancora peggio. Il vertice del
PD, Bersani e D’Alema, vuole sperimentare la nuova alleanza politica con l’UDC, prototipo della futura alleanza nazionale. Allo scopo è condizione che il governatore uscente di sinistra Nichi Vendola sia sostituito. Prima ci provano con il sindaco di Bari, che però non accetta di dimettersi da questo incarico se non dopo aver verificato l’eventuale elezione nell’altro. Allora di nuovo Boccia, quello che Vendola aveva già battuto nelle primarie cinque anni prima. Il PD è costretto dalla resistenza vendoliana a fare le primarie anche stavolta. E ancora Vendola stravince. Ma adesso il vero risultato, più che quello, è la bruciante sconfitta di Bersani e D’Alema: personale e politica; con corollario l’evidente capitazione di leadership. E questa, al di là dei differenti toni, è la lettura diffusa di tutti i commentatori di tutti gli organi di stampa, di destra, di sinistra, indipendenti. E così molte valutazioni affermano “la forte disarticolazione che nella periferia sta colpendo la sinistra”. Per Ilvo Diamanti (Repubblica) “ il PD oggi…non dà speranza. Perché non dice chi è, cosa intende fare e insieme a chi. È un ibrido. Forse: un equivoco. Un partito di massa senza apparato, con una debole presenza nella società e un ceto politico resistente. Al centro e in periferia. Un partito americano provincialista. Senza territorio, ma condizionato dalle oligarchie locali”. (Una analisi che richiama quanto disse, già più di un anno fa, l’emerito costituzionalista Zagrebelscki, a proposito del PD, sia in riferimento alla questione morale, sia alla diffusione e pervasività di quei figuri che sono i cacicchi). Quel che più tormenta il popolo di sinistra avveduto è che, depurato dell’antiberlusconismo, un altro connotato forte (proposta, parola d’ordine, slogan, qualcosa, come dice Diamanti di “memorabile”, che resti nella memoria) non c’è. Una vasta, complessa e profonda difficoltà. E non ne è appunto estranea la regione modello, la nostra. E non tanto per il caso Delbono. È semmai la punta di un iceberg. Anche in Emilia-Romagna manca una capacità di reazione alla crisi; più efficace anche in ragione della esperienza del
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Pag. 2 - 3 Uranio: energia pulita e illimitata
Franco Casali

Pag. 4 - 5 La Fondazione Cassa di Risparmio nella realtà cesenate
Incontro con Davide Trevisani

Pag. 6 Verande d'autore, verande abusive
Giampiero Teodorani

Pag. 7 Unibanca, era meglio fare il passo un po' più lungo
Paolo Morelli

Pag. 8 - 9

Sanità:Area Vasta, questione di strategia prima che ingegneria istituzionale
Tiziano Carradori

Pag. 10 - 11 Della Sinistra e del PD
Ines Briganti

Pag. 12 - 13

Verso le elezioni regionali. Necessita innovazione
Denis Ugolini

Pag. 14

Verso le elezioni regionali. Ripresa lenta. Creare ricchezza e competere
Davide Buratti

Pag. 15

Una grande tradizione o solo la vicenda di un partito?
Dibattito

Pag. 16

Lavoro di proposta politica, per trovare nuove forze
Maicol Mercuriali

Pag. 17 Tornare a fare politica
Maurizio Ravegnani

Pag. 18

Opinioni: ancora sul testamento biologico
Giancarlo Biasini

Pag. 19 Eutanasia
Elisa Ambrosini

Pag. 20 - 21 Sanità. Priorità per le elezioni Pag. 22 Energie Nuove è su www.cesenainfo.it Pag. 23 Non Dimenticare Pag. 24 Rivedere qualche mito su alcune parti della Costituzione
Luigi Tivelli

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Uranio: energia pulita e illimitata
di Franco Casali* Questo Governo ha deciso, coraggiosamente, di tornare al nucleare. Era ora. Abbiamo perduto fin troppo tempo. Nel periodo tra il ’50 e il ’60 eravamo la terza nazione, dopo USA e Gran Bretagna, come potenza nucleare istallata. Nel 1957 il lungimirante Enrico Mattei acquistò una centrale di tipo inglese (a uranio naturale, refrigerata ad anidride carbonica) che nel 1962 entrò in funzione presso Latina. Con la sua potenza elettrica di 210 MW era il maggior impianto nucleare europeo. Seguirono altre due centrali di tipo americano (a uranio leggermente arricchito e refrigerate ad acqua). Infine, nel 1977, entrò in funzione la centrale di Caorso che con i suoi 700 MW era a livello dei reattori attuali. Se si pensa che un Eurostar ha bisogno di una potenza di 8,5 MW per funzionare, Caorso era in grado di far andare, allo stesso istante, ben ottanta Eurostar. Nel 1975, anche a seguito della prima grande crisi energetica del 1974 e conseguente aumento del prezzo del petrolio, fu formulato il primo Piano Energetico Nazionale (PEN) che il CIPE approvò il 23 dicembre dello stesso anno. Il PEN, proposto dal Ministro dell’Industria DonatCattin e approvato da tutte le forze politiche, escluso il MSI, prevedeva l’istallazione di venti centrali nucleari da 1000 MW ciascuna, entro il 1985. Poiché una centrale a petrolio da 1000 MW brucia qualcosa come venti petroliere da 80.000 tonnellate all’anno, il PEN avrebbe fatto risparmiare 400 petroliere all’anno. Una perdita notevole per le multinazionali del petrolio! A questo punto cominciarono i balletti antinucleari del W W F, L e g a m b i e n t e , Greenpeace e Radicali. Del PEN, con tutte le sue centrali nucleari, non se ne fece più nulla. Con tanta gioia dei petrolieri e metanieri, che nel frattempo erano penetrati nel nostro mercato dell’energia. Poi venne Chernobyl, che fu abilmente spacciato per un incidente nucleare e mise in dubbio la sicurezza delle centrali. Se un pilota di un Jumbo impazzisce e, facendo fare al suo mastodontico aereo “il giro della morte”, si schianta al suolo, ciò è da considerarsi un incidente aereo o un atto di follia? Sicuramente un atto di follia. Questo è accaduto a Chernobyl; ingegneri elettrotecnici, sprovvisti delle più elementari cognizioni di fisica dei reattori nucleari, per sperimentare una nuova strumentazione disattivarono il sistema di sicurezza del reattore che, in seguito, non furono più in grado di controllare. Il computer di sicurezza implorava di spegnere il reattore, ma loro spensero anche il computer! Dal reattore in fiamme si produsse idrogeno che scoppiò scoperchiando l’edificio - una specie di capannone non a tenuta d’esplosione - liberando grandi quantità di materiale radioattivo. L’Italia fu l’unico Paese al mondo che chiuse il suo programma nucleare per Chernobyl. Ora, che dovrebbe partire l’iter per la localizzazione di quattro centrali da 1600 MW ciascuna, la gente si pone, giustamente, alcune domande. C’è il rischio di una nuova Chernobyl? Assolutamente no. I reattori moderni, di tipo occidentale, sono localizzati dentro tre contenitori (come matrioske): il primo di acciaio - di 30 cm di spessore - dove ha sede il reattore, il secondo di cemento armato che alloggia i circuiti per produrre vapore ad alta pressione, il terzo che protegge il tutto ed è progettato per resistere all’attacco terroristico, a prova d’impatto di un jet. Sono gli edifici più sicuri in caso di terremoto. Nel mondo si stanno costruendo, o si ha l’intenzione di costruire, svariate centrali nucleari. C’è uranio per tutti e per un tempo non trascurabile? Ovviamente dipende da quanto si è disposti a spendere (come per tutte le cose). Al prezzo attuale, inferiore a 130 $/kg, le valutazioni di organizzazioni internazionali (NEA-OECD) forniscono un tempo di almeno 100 anni. Inoltre, mediante l’accordo internazionale tra USA e Russia, “Megaton to Megawatt”, sono state smantellate più di 10.000 bombe atomiche: il loro uranio, arricchito al 95%, è stato “diluito” al 3% per poterlo utilizzare nei reattori. Ne rimangono ancora 10.000 da smantellare! Vi sono enormi quantità di uranio anche nei fosfati e, se finirà l’uranio, vi sarà il torio, molto più abbondante dell’uranio. Nel costo dell’energia elettrica, cioè nel costo del kWh, la voce combustibile incide: per l’80% se si brucia il gas e solo per il 10% se si brucia uranio. Per quest’ultima fonte energetica domina la voce impianto. Questo significa che, se raddoppia il costo del gas, il kWh aumenta dell’80%; se raddoppia il costo dell’uranio, il kWh aumenta solo del 10%. Ricordiamo che in Italia il kWh costa il 60% in

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Uranio: energia pulita e illimitata
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più della media europea e il doppio rispetto alla Francia. Se tollerassimo la triplicazione del costo dell’uranio, il che significa l’aumento del 20% del costo del kWh (un affare per noi!), potremmo sfruttare anche l’uranio estratto dall’acqua del mare, dove si trova in quantità illimitate. Però esiste sempre il problema delle scorie radioattive…. La gente è preoccupata delle scorie perché non ne conosce il reale problema. Una reazione nucleare libera 200 milioni di volte l’energia prodotta dalla combustione di una molecola di carbone o di petrolio. Pertanto, per produrre la stessa quantità d’energia, il quantitativo di uranio è modesto confrontato con i combustibili fossili; per il funzionamento annuo di una centrale da 1000 MW basta un vagone di uranio contro 65.000 vagoni di carbone. Mille treni! Le scorie ad alta radioattività sono pochi metri cubi di quel vagone. Se tutta l’energia elettrica prodotta in Italia, per trent’anni, fosse generata da centrali nucleari, le scorie ad alta radioattività coprirebbero un campo da tennis per l’altezza di un metro. Un altro paragone è fornito da James Lovelock, l’ambientalista inventore di “Gaia il Pianeta che vive”, recentemente divenuto sostenitore del nucleare (ha scritto "The nuclear power is the only green solution"). Lovelock afferma che se tutta l’energia (non solo quella elettrica) consumata dall’americano medio fosse prodotta col nucleare, alla fine della sua vita le scorie prodotte sarebbero a livello di una lattina di Coca Cola. Sono già state effettuate, con successo, sperimentazioni di confinamento di rifiuti altamente radioattivi, contenuti in cilindri di acciaio, in zone geologicamente adatte - come le miniere di sale Continua dalla prima pagina

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prive di acqua per millenni. Comunque, poiché la quantità delle scorie è minima, per il momento si preferisce mantenerle presso gli impianti in attesa che siano realizzati i “reattori veloci” in cui è possibile “bruciare” questi rifiuti radioattivi producendo altra energia (processo di “trasmutazione”). Questa è la strada seguita, recentemente, anche da Barack Obama. L’industria italiana sarà in grado di costruire queste centrali? Le centrali saranno costruite tramite consorzi internazionali di aziende specializzate, consorzi nei quali l’Italia avrà una percentuale di commesse molto rilevante. Durante il black-out nucleare degli ultimi vent’anni, le industrie italiane hanno sempre partecipato alla costruzione delle centrali all’estero (ad esempio in Francia e Romania). Si deve, inoltre, considerare che l’”isola nucleare” è una piccola parte del lavoro; gran parte di esso riguarda la realizzazione di strutture metalliche e di cemento armato, in cui le industrie italiane eccellono a livello mondiale. E per l’attività di controllo e sicurezza? La mia esperienza – per più di dieci anni sono stato responsabile di un Centro di Ricerca con due reattori nucleari sperimentali - mi fa affermare che i nostri organi di controllo sono di ottimo livello e della massima severità e capacità. Vogliamo trasferire il tutto in Albania perché non ci fidiamo dei tecnici italiani? Quando la finiremo di essere così ipocriti da voler mettere la nostra spazzatura sotto il tappeto… altrui? * Docente Dipartimento di Fisica - Università di Bologna

Tramonto di un mito
illecite insulsaggini di cui la stessa magistratura sta occupandosi. Il punto vero è che è lecito ritenere che queste sono solo la punta di un iceberg. Non basta limarne o occultarne la punta; bisogna intaccarlo in profondità. La seconda sottolineatura riguarda questa nostra sinistra che si cimenta per essere riconfermata alla guida della regione Emilia-Romagna. C’è molto bisogno di una moderna cultura di governo. Di innovazione programmatica. Di scelte precise ( come dare una nuova governance al sistema della sanità regionale: più efficace, trasparente e funzionale; come snellire le procedure burocratiche; come non rallentare le scelte necessarie per annose e fondamentali infrastrutture). A quella cultura che manca non si sopperisce ponendo anche, a questo riguardo, una supposta “superiorità” che non c’è; né facendo operazioni di solo maquillage che finiscono per celare una schiera di nuovi cacicchi, come è già, a volte, avvenuto. Ci si deve dotare degli apporti concreti e non finti di quella cultura di cui la sinistra oggi è ancora mancante. A nessuno può e deve dispiacere che la nostra regione possa essere un modello. Di buon governo, però. E questa è la sfida tutta ancora da farsi e da vincere. È su questo crinale che la sinistra darà mostra se sarà conservatrice oppure innovativa e sul serio riformista e riformatrice.

“modello”. Ai riformisti veri (non ai massimalisti) e a quanti vorrebbero poter apprezzare una buona capacità di alternativa, fatta di proposte serie, di qualcosa di “memorabile”, è difficile dire quanto possa piacere che, anche in Emilia-Romagna, l’asse portante della larga alleanza costruita da Bersani ed Errani per le regionali è fondato sull’accordo con Di Pietro. Una volta si parlava di egemonia del Pci. Oggi risalta molto il condizionamento dipietrino. Due sottolineature per chiudere questa che è una panoramica più che un commento. La prima: la politica si è attorcigliata perfino nelle lenzuola delle camere da letto: quando si usa di tutto, perfino il moralismo come clava, per battere il nemico. È lo specchio della più disarmante mediocrità: nel quale taluni credono di vedere riflessa la propria supposta purezza di contro all’immoralità altrui. Ognuno faccia la vita privata che crede. Sono affari suoi. Quel che invece è questione politica, e non è moralismo, è la deviazione del denaro pubblico per soddisfare vizi privati. (L’illecito, se c’è, è questione della Magistratura). Che brutta cosa questo moralismo un tanto al chilo! Tanto che ritorna con sovrappiù aggravato proprio addosso a chi lo sbraita. Chi considera la cosa pubblica come cosa propria, chi si sente parte di un sistema di potere che tutto gestisce, arbitrariamente, al sicuro da ogni insidia, di qualsiasi tipo, può anche arrivare alle

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Incontro con Davide Trevisani

La Fondazione Cassa di Risparmio nella realtà cesenate
Davide Trevisani è Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena dal 2002. In precedenza, e per diversi anni, é stato al vertice del nostro più importante Istituto di credito locale. Nel corso di questi anni la Cassa di Risparmio di Cesena si è notevolmente sviluppata.. “ Passando attraverso la riforma Amato – dice Trevisani - che scorpora l'attività bancaria dalla originaria Cassa di Risparmio divenuta Fondazione, in una nuova Cassa di Risparmio, e dalla legge Ciampi del ‘98 che obbliga le Fondazioni alla diversificazione del patrimonio, concentrato nella attività bancaria. Avviando e realizzando, poi, il processo che ha condotto alla formazione di Unibanca insieme con le Fondazioni Casse di Risparmio di Lugo e di Faenza.” Incontrare e colloquiare con Trevisani è sempre occasione di straordinario interesse. Particolarmente stimolante. Disamina approfondita ed acuta dei problemi e delle situazioni. Argomentazioni, valutazioni che suscitano curiosità, interesse, confronto e dibattito. Idee e proposte. Tante, concrete. Impossibile non tenerne conto e non essere indotti a rifletterle e a ponderarle. Tutte. Compreso quelle che si possono non condividere. Un' indubbia forte personalità. Ho avuto occasione di cogliere, in alcune circostanze, che da parte di Trevisani vi è stata qualche attenzione alle cose che si scrivono e si dibattono nel nostro “Energie Nuove”. Nell’incontro, al quale egli con la disponibilità e la gentilezza che gli sono usuali ha acconsentito, non gli ho nascosto che avrei voluto affrontare diverse questioni, da quelle più generali a quelle a noi più vicine, ma non meno rilevanti, che riguardano la nostra realtà economica e sociale locale. Nelle mie intenzioni, infatti, c’è la volontà di ascoltare e di fare ascoltare - anche attraverso “Energie Nuove” - le opinioni, le analisi, le idee, che mutuando da indubbia competenza ed esperienza, possono arricchire il più generale dibattito economico, sociale e culturale della nostra realtà. Obiettivo al quale ci stiamo dedicando e che perseguiremo ulteriormente. E non mancano e non mancheranno gli interlocutori a cui fare riferimento. Data la grave crisi finanziaria di questi ultimi tempi, la difficile situazione economica che attraversiamo, non nego che lo sprone iniziale sarebbe quello di fare approfondire a Trevisani gli aspetti maggiormente rilevanti di questa condizione. Egli è un grande imprenditore e rappresenta un grande e solido gruppo industriale. Il settimanale economico "Il Mondo", peraltro, proprio nei giorni di questo nostro incontro, pubblica un ampio servizio sulle società italiane e i gruppi internazionali che negli ultimi cinque anni si sono caratterizzati per crescita e per maggiori soddisfazioni ai propri azionisti. E proprio al gruppo Trevi, “al successo di una famiglia doc” dedica meritati apprezzamenti e considerazioni. Il che non può non essere motivo di orgoglio – ma questo non lo dico solo oggi, e non lo dico solo a lui per chi come noi è cesenate e sa quanto apporto e valore questa realtà industriale significhi anche per la nostra economia e per la nostra società. Molto grandi e rilevanti. È giocoforza, quindi, che quello sprone sia il primo che mi muove nel nostro colloquio. Ma devo prendere atto del fermo e cortese suggerimento che mi dà Davide: ci sarà più avanti la sicura occasione di diffonderci più ampiamente sulle condizioni più generali che attraversa l’economia del nostro paese. Anche perché altrimenti ci mancherebbe lo spazio, qui, adesso. Ed egli invece ha più piacere di soffermarsi su alcune iniziative che riguardano la Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena di cui è Presidente. Ed anche a questo proposito lo spettro dei problemi che si pongono e si affrontano non è certo di minore rilevanza. Quale sia stato e sia il ruolo della Cassa di Risparmio in generale nel nostro territorio non sfugge ad alcuno. Sia come maggiore istituto di credito, sia come interventi nella realtà locale come Fondazione e attraverso altre entità e società promosse e partecipate dalla Fondazione. Ruolo ed azioni che si sono fatti sentire e si sentono. Così come è stata ed è chiara la decisiva influenza e l’impronta che ad essi ha presieduto. Basta poco per aprirsi ad una sequenza di riferimenti. E Davide Trevisani può ben diffondersi al riguardo. Partendo dall’insediamento universitario in Romagna, a Cesena, a Forlì. Ricorrono i venti anni di questo insediamento. Importantissimo per i nostri territori. Trevisani non manca di riscontrare “il grande impegno che fu profuso per questo obiettivo da Giobbe Gentili e dal Sindaco Gallina, per il quale furono decisivi, fra altri, gli impieghi e l’azione della Cassa di Risparmio”. E via a seguire: le sedi dell’università; la realizzazione di Serinar. Il primo presidente di Serinar, il Senatore Melandri. Il costruttivo rapporto con l’Università di Bologna ed in particolare con il Magnifico Rettore Fabio Alberto Roversi Monaco. Trevisani e la Cassa furono influenti in modo particolare per addivenire alla nuova progettazione della Secante con soluzione interrata, “quella attuale in sostituzione del lungo viadotto previsto dal PRG in parallelo e oltre la Ferrovia; inoltre l'offerta all'Anas, da parte della Cassa del finanziamento dell'opera, che si tramutò, allora, in un impegno del Ministero ad eseguire i lavori al termine della progettazione. Ciò rese possibile lo sblocco del processo che poi è arrivato alla sua realizzazione oggi in essere”, anche se ancora non ultimata in quanto mancante dell’ultimo tratto verso Forlì. L’operazione che portò all’acquisto dell’area Ex Zuccherificio, muovendo dall’esigenza di dotarsi di un luogo nel quale dare vita ad un importante centro direzionale. Quel comparto di città da tutti oggi conosciuto, prese le mosse dalla Cassa di Risparmio presieduta da Trevisani. Non mancarono dibattito, discussioni ed anche qualche polemica “Per quell’operazione – dice Trevisani - su un' area sottratta alla speculazione, con l'intento di utilizzare il 60% di

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Incontro con Davide Trevisani

La Fondazione Cassa di Risparmio nella realtà cesenate
superficie edificabile ad uso pubblico o di pubblica utilità”. “Un momento importante nella vita della città, non privo di controversie, come il mancato avvio di Romagna Università; società mista per la realizzazione del Campus universitario per le Facoltà di Ingegneria ed Architettura. Oggi ancora da realizzare”. Su quella vicenda io stesso ricordo molto bene i passaggi, il dibattito e le controversie che animarono il confronto in città e nelle sedi istituzionali locali. Ma non è questo il luogo ed il momento per dilungarci al riguardo ai fini di approfondimenti e chiarificazioni che si possono fare e che eventualmente si faranno in altre circostanze. Adesso vale la sottolineatura del ruolo importante e decisivo svolto dalla Cassa che riafferma la rilevanza delle sue azioni nell’ambito del territorio. “Gli interventi della Fondazione per il centro storico, per dare risalto ai luoghi ed agli aspetti monumentali e culturali di maggiore rilievo della città”. Gli interventi nei vari ambiti propri dell’impegno della Fondazione. Sia per il passato, sia per l’anno in corso. Come previsto dal Documento previsionale e programmatico 2010. “Dall’educazione, istruzione e formazione; all’arte, alle attività e beni culturali; alla ricerca scientifica e tecnologica. Dall’assistenza agli anziani; allo sviluppo locale e edilizia popolare locale. L’apporto a vari altri settori. Il volontariato e la beneficenza; la protezione civile; la crescita e la formazione giovanile, la religione e lo sviluppo spirituale; la famiglia e valori connessi; la salute pubblica: medicina preventiva e riabilitativa; le attività sportive.” Trevisani continua sottolineando che “ in questo ambito sociale la Fondazione sta realizzando nell'Ex Convento Sacra Famiglia un centro di assistenza per bisognosi, mensa dei poveri, distribuzione di pasti e beni di prima necessità gestito dalla Caritas Diocesana; inoltre un residence da offrire a basso costo a giovani studenti, insegnanti in trasferta, familiari di ricoverati all'Ospedale. Importanti interventi – dice ancora il Presidente della Fondazione - pur in un programma di spesa ridimensionata del 17% rispetto l'anno precedente per dare spazio alle riserve patrimoniali necessarie per l'aumento del Capitale di Unibanca”. Il Presidente Trevisani ricorda che “ nel 2006 la Fondazione ha organizzato un convegno nazionale delle fondazioni, sul tema dell'edilizia sociale. Dopo sono intercorsi contatti con le amministrazioni locali e con le associazioni di categoria”. Si sta procedendo ai primi risultati. “ Nel 2009 la Fondazione ha partecipato al bando di gara del Comune di Cesena per un lotto da realizzare a Case Finali, destinato a questo specifico tipo di edilizia popolare. Adesso, superati gli adempimenti burocratici, entro il 2010 si potrà dare inizio all’opera di costruzione di una residenza composta da 24 appartamenti da concedere in locazione per la durata di dieci anni a canone calmierato. Trascorsi i primi dieci anni gli appartamenti potranno essere venduti e agli inquilini affittuari spetterà il diritto di prelazione. Si tratterà – spiega – di interventi da effettuare con utilizzo dei mezzi patrimoniali della Fondazione con il coinvolgimento anche della Cassa Depositi e Prestiti”. Su questa strada dell'edilizia sociale, Trevisani ritiene che si può avere continuità di impegno anche in futuro, “costituendo un plafond rotativo che incorpora anche i 48 appartamenti già in locazione nell'area Ex Zuccherificio, già di proprietà. E a questo riguardo andrebbe messo a fuoco tutta la situazione di quelle aree cosidette di perequazione che sono nella d i s p o n i b i l i t à d e i C o m u n i d e l C o m p re n s o r i o ” . Questo intervento si commenta da solo per i suoi aspetti sociali e al contempo riafferma quanto sia di importanza e di rilievo sul territorio l’iniziativa della Fondazione. Anche da un punto di vista più ampio. In quanto sprona, mette in discussione scelte che sono di altre entità – il Comune e non solo – e che richiedono scelte programmatiche ed amministrative di riscontro. Tanto basta per aprire un ampio dibattito intorno alle azioni sul territorio. Sono problemi, infatti, che si aprono anche a considerazioni e calcoli più vasti. Le scelte sulle aree di perequazione, infatti, non sono indifferenti neppure per imprese private che potrebbero aggiungersi quali soggetti attivi nel campo stesso, avviato dalla Fondazione, dell’edilizia popolare calmierata. Trevisani ritorna sul centro storico, “sul suo abbellimento, sulle progettazioni riguardanti le mura di cinta della città; alla ricerca con l’Università per le facciate nel centro storico, alle facilitazioni degli impegni privati in questa direzione anche attraverso agevolazioni da parte della Cassa di Risparmio, dopo che la Fondazione ha fatto la sua parte in termini progettuali. Una più vasta attenzione all’abbellimento del centro storico che si integra con quanto già effettuato per il ripristino di alcuni portici e con l’illuminazione delle costruzioni monumentali e culturali”. Difficile non fare, da parte mia, riferimento a Piazza della Libertà. Il progetto, già approvato, della sua sistemazione e che prevedeva anche un parcheggio interrato, pare abbandonato. Davide Trevisani non coglie lo spunto per dilungarsi sul tema, anch’esso assai discusso e controverso in città. Però ribadisce un concetto, peraltro assai condivisibile: “in tutte le città si cerca di favorire l’accesso e la frequentazione dei centri storici; è positivo togliere le automobili dalla superficie e portarle in siti interrati. Soluzioni che sarebbe bene fossero realizzate. Se ci sono dei parcheggi la gente cerca di andarci. Altrimenti desiste”. E il tema della frequentazione del centro storico e quindi anche della vita delle attività che in esso si trovano non può non esimersi da simili questioni. Il Presidente si dilunga anche “sul palazzo dell’Oir acquistato dalla Fondazione che è destinato alla Pinacoteca”. Ma una sottolineatura che Trevisani vuole fare riguarda “ l’impegno per la creazione di una nuova Fondazione dedicata ad interventi nel settore specifico dell’assistenza per contribuire a dare una concreta risposta a una delle esigenze sociali più pressanti, quali l’Alzheimer e le demenze senili. Si tratta di dare assistenza alle famiglie interessate da questi problemi, nel nostro comprensorio. Fra pochi mesi saranno fatti gli atti finali. La nuova onlus – confida Trevisani – si avvarrà anche di un particolare, sentito e vasto concorso di privati che vorranno aiutare gli ammalati di alzheimer e le loro famiglie.” Le azioni e gli interventi della Fondazione Cassa di Risparmio hanno comunque grande valore, come è facile constatare, per i problemi che affrontano, ma anche per come influenzano e muovono l’intorno, nella città e nel territorio. Proprio per questo sono oltremodo interessanti. Difficile, quindi, sottrarsi, anche oltre la stessa Fondazione, da considerazione, coinvolgimento e dibattito.
Denis Ugolini

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Verande d'autore, verande abusive
di Giampiero Teodorani

Nel febbraio 2007 a Cesenatico nella sala dell’ex Azienda di Soggiorno il vulcanico Tinin Mantegazza, con sprazzo creativo e geniale, organizzò un convegno di studio dal tema “Il sole sotto vetro”, più semplicemente come valorizzare le strutture precarie e temporanee all’aperto, così indispensabili al mare per gli esercizi pubblici della ristorazione; maggiormente in inverno e con la brutta stagione. Il sottotitolo alludeva alla creazione di “verande d’autore” come oggetto di riqualificazione urbana e con diversi contributi, fra i quali quello dell’Architetto Ilario Fioravanti e più modestamente il mio, che sostanzialmente proponevano di “fare di necessità virtù”. Furono presentati diversi esempi di altre realtà, anche europee, in cui la veranda contribuisce a caratterizzare i locali pubblici e a qualificare l’ambiente, anche quello storico. Non so che fine faranno le tante idee emerse in quel convegno svoltosi alla presenza di molti amministratori locali e dei rappresentanti delle categorie economiche interessate, forse finiranno, spero di no, per morire nel cassetto dove stanno le buone intenzioni. A Cesena, in quel periodo o poco dopo, sull’onda del rinvio a giudizio dell’ex Assessore all’Edilizia e Urbanistica Giorgio Andreucci, per avere rilasciato alcune autorizzazioni “provvisorie” che nulla hanno a che fare con quelle previste dall’allora Regolamento Edilizio per i bar e i ristoranti, si apre un dibattito, tutto interno all’Amministrazione, che porta a una delibera di Consiglio Comunale che abroga la normativa specifica con la quale, per dieci anni, si sono regolamentati quegli interventi. Si decide di fatto che qualsiasi manufatto, anche leggero, temporaneo e provvisorio, sottoposto all’esame della Commissione Edilizia, convenzionato per quanto riguarda i tempi e le modalità di realizzazione, con tanto di fideiussione bancaria a garanzia degli obblighi assunti nei confronti del Comune, è illegittimo. Non si rinnovano le autorizzazioni in scadenza, le nuove sono trattate come fossero strutture in cemento armato e quegli ambienti creati per integrare il locale esistente sono considerati a tutti gli effetti rientranti nell’indice edificatorio e devono rispettare tutte le norme di PRG quali: le distanze dai confini, dalle strade, le altezze, la visuale libera, etc.. Se queste condizioni ci fossero, ovviamente il problema non esisterebbe. Si parla di problemi di illegittimità della norma alla luce di una legge regionale del 2002, anche se la illegittimità non viene sancita dal TAR o dal Consiglio di Stato, ma da un legale del Comune e forse dagli uffici della Regione.

Secondo me qualcuno deve avere pensato che coi tempi che correvano (e che corrono?) era meglio “stare con la schiena appoggiata al muro”, rinunciando a capire la differenza fra le autorizzazioni “provvisorie” dell’Assessore Andreucci e quelle di cui all’art.105 del Regolamento Edilizio, che riguardavano i bar e le pizzerie-ristoranti. Attenzione la illegittimità del titolo autorizzativo del Comune (prima l’art.105,poi l’art13 del RE) viene motivata con la non rispondenza delle disposizioni comunali con la normativa regionale (L.R.n31/2002). Ma perché allora dal 2002 al 2007 si continuano a rilasciare e a rinnovare autorizzazioni per opere che il Comune per primo riconosce temporanee, provvisorie e legate alla attività commerciale, e le stesse dopo il 2007 (2008?) sono opere che devono rientrare nel PRG? La volontà della Amministrazione era quella di negare a Cesena la possibilità per bar, ristoranti di creare all’aperto spazi coperti, protetti e funzionali alla attività? A leggere le dichiarazioni riportate dai giornali sembra proprio di no, anche se il comportamento ondivago finirà per originare un contenzioso, con richiesta in alcuni casi di danni, per cui sarà difficile salvare “capra e cavoli”. Sicuramente per il Sindaco Paolo Lucchi è una pesante eredità, una patata bollente caratterizzata dal mancato raccordo fra uffici competenti e assessori, da una scarsa assunzione di responsabilità e da nessuna chiarezza amministrativa. Dal punto di vista urbanistico, rispetto agli altri temi importanti per la città, non mi sembra che quello delle verande per gli esercizi pubblici abbia creato, nel tempo, problemi di impatto o difficoltà di ambientazione. Forse in alcuni casi andrebbero migliorati, dal punto di vista estetico, i materiali, le coperture, i tendaggi e “l’invenzione artistica” come sostiene Tinin Mantegazza. Proprio per questo non andava revocato il regolamento che tentava di dare ordine alla materia; sicuramente si poteva migliorare, specificare, ma soprattutto, mi sento di dovere dire, che nessuna regione potrà mai proibire a un comune di regolamentare un tema che sta fra l’arredo e la costruzione, la disciplina degli spazi pubblici e l’utilizzo di aree private comprese nel PRG. Poi chi commette abusi va punito, chi realizza opere difformi da quelle assentite deve demolirle, senza giocare sulla possibile ambiguità delle parole. L’unica paura (o meglio preoccupazione) che si deve avere è quella di non creare trattamenti diversi e di favore a seconda dei casi. Se la Commissione voluta dal Consiglio Comunale e presieduta dal giovane amico Luca Ferrini saprà riportare l’argomento nella giusta progettualità amministrativa, spogliandolo delle inutili, assurde e a volte stupide incrostazioni burocratiche, si potrà ben dire che le commissioni non sono fatte solo per insabbiare i problemi o creare alibi e giustificazioni inutili.

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Unibanca, era meglio fare il passo un pò più lungo
di Paolo Morelli*

Tutta la galassia che in qualche modo fa parte o è collegata alla Cassa di Risparmio di Cesena è da tempo in fibrillazione: da quando Davide Trevisani, presidente della Fondazione Carisp, annunciò pubblicamente l'intenzione di cedere una quota consistente delle azioni di Unibanca in possesso delle tre fondazioni che controllano la maggioranza assoluta (Cesena, Lugo e Faenza) fino a cedere il controllo del gruppo bancario. Ma le trattative con l'istituto Intesa Sanpaolo si sono arenate per alcuni mesi e poi bloccate col mutamento dello scenario internazionale. Nel frattempo Trevisani si era trovato di fronte a una sorta di sollevazione contro questo progetto che pare fosse stato oggetto di confronto solo in modo marginale: si sono messi di traverso gli amministratori delle banche (capogruppo e controllate), ma soprattutto gli organi delle fondazioni. Da allora il confronto sta andando avanti in modo assai vivace, spesso anche al di fuori degli ambienti strettamente bancari. Il cavalier Trevisani, benché abbia ormai solo un anno per arrivare alla scadenza definitiva del mandato da presidente, non ha ancora abbandonato l'idea di traghettare il gruppo Unibanca verso un grande gruppo per creare liquidità da destinare in parte alla diversificazione patrimoniale e in parte a interventi strutturali di tipo sociale. Sembra, a quest'ultimo riguardo, non estraneo il desiderio di Trevisani di lasciare nella struttura della città ulteriori segni tangibili della sua ultratrentennale presenza al vertice del sistema banca-fondazione.

Il momento presente, invece, dà ragione a quanti hanno difeso l'autonomia della banca perché la crisi finanziaria ed economica che ha colpito anche l'Italia ha messo in evidenza il grande ruolo delle piccole e medie banche a direzione locale per il sostegno dell'ecoonomia delle piccole aziende e delle famiglie, con un aumento della quota di mercato per gli impieghi di oltre il 5%. Infatti i grossi gruppi bancari più colpiti dalla crisi hanno ridotto gli impieghi all'economia. Conseguentemente s'è ridotto l'ammontare dei dividendi conseguiti dalle fondazioni che ne detengono le azioni. Questo non è accaduto alle Fondazioni di Cesena, Lugo e Faenza perché Unibanca ha mantenuta pressoché inalterata la sua redditività e quindi anche i dividendi erogati alle fondazioni e ai soci privati. Le fondazioni, quindi, non hanno avuto forti accelerazioni nella loro attività, ma non si sono nemmeno trovate a dover frenare bruscamente. Tra scossoni e sussulti si è arrivati all'elaborazione di un piano strategico triennale di Unibanca-Cassa di Risparmio di Cesena-Banca di Romagna che guarda avanti, pur mantenendo aperta l'ipotesi di collaborazioni anche rilevanti con altri gruppi bancari. Questo piano, per dare miglior supporto alla prosecuzione dello sviluppo graduale che ha caratterizzato i dieci anni di vita di Unibanca, prevede un aumento di capitale per un importo complessivo di circa 25 milioni di euro che tutti gli azionisti, fondazioni e privati, saranno chiamati a sottoscrivere nelle prossime settimane. Il 18 dicembre scorso, quando l'assemblea dei soci ha approvato all'unanimità l'aumento di capitale, nessuno si è alzato in piedi per dirlo apertamente, ma nei corridoi della storica sede di Corso Garibaldi c'erano soci (soprattutto imprenditori) che si chiedevano se non fosse stato il caso, visto che si alzava la gamba, di fare il passo un po' più lungo. La cifra di cinquanta milioni sarebbe stata certamente più adeguata alle ambizioni di una banca che vuole crescere anche rafforzando il proprio patrimonio. Questo, però, avrebbe obbligato le fondazioni a ridurre la loro quota azionaria oppure a sborsare il doppio della cifra, penalizzando le erogazioni già programmate per i prossimi anni. Forse sarebbero stati opportuni maggiori accantonamenti da parte della Fondazione di Cesena negli ultimi dieci anni, quando ce n'era la possibilità.

* Giornalista del Resto del Carlino

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Sanità: Area Vasta

Questione di strategia prima che ingegneria istituzionale
di Tiziano Carradori*

Negli ultimi venti anni il Servizio Sanitario della Regionale Emilia Romagna, al pari di qualsiasi altro sistema sanitario cosiddetto avanzato, ha dovuto confrontarsi con il problema di comporre la pressione espansiva generata dall’evoluzione dei bisogni di salute, della domanda di servizi, delle conoscenze scientifiche e delle disponibilità tecnologiche con i vincoli, sempre più pressanti, determinati da una crescente scarsità nelle risorse disponibili. Questo confronto non appartiene al passato, ma continuerà a segnare il futuro. Per il passato, le strategie di tipo strutturale e quelle di messa in efficienza del sistema di produzione, realizzate in concomitanza con l’aziendalizzazione delle Unità Sanitarie Locali, hanno contribuito in modo importante a sostenere positivamente questo confronto. Nel tempo, tuttavia, hanno visto ridursi la loro capacità di rendimento. Gli interventi strutturali concretizzatisi nella chiusura dei piccoli ospedali con concentrazione di alcune funzioni, hanno da tempo esaurito le loro potenzialità. Sono ancora possibili ulteriori concentrazioni ma riguardano segmenti di attività, piuttosto che intere discipline specialistiche. Più che intervenire sulle strutture oggi è sempre più necessario agire su segmenti di attività e sul modo in cui vengono prodotte. Altrimenti esiste il rischio concreto di ridurre l’accessibilità della popolazione senza realizzare risultati economicamente significativi. L’efficienza aziendale può ancora avere importanti margini di miglioramento, ma per riuscirvi deve soddisfare almeno due condizioni: sviluppare l’efficienza basata sull’appropriatezza d’uso delle risorse piuttosto che quella basata esclusivamente sulla produttività delle stesse; estendere i confini entro i quali realizzare l’efficienza del sistema di produzione oltre quelli di ogni singola azienda sanitaria. La prima condizione ha una valenza generale. La seconda è particolarmente vera in contesti come quello della Romagna, caratterizzati da aziende sanitarie (ovvero soggetti dotati di ampia autonomia programmatica, organizzativa e gestionale) di piccola-media dimensione popolazionale. In simili contesti, soprattutto se “ricchi” di servizi come è il caso, il rischio di inappropriate e inefficienti ridondanze e duplicazioni, che sottraggono risorse allo sviluppo della qualità (tecnica, ma non solo) dell’assistenza diretta alle persone, è molto superiore. Nei servizi am-

ministrativi soprattutto, ma anche in quelli sanitari. L’Area Vasta origina nell’anno 2001, da queste considerazioni. Nasce come scelta tecnica delle Direzioni Generali per dare organicità alle collaborazioni già esistenti e generare efficienze “facendo insieme”, senza intaccare l’autonomia decisionale, propria a ciascuna delle aziende sanitarie, nel campo della programmazione, della organizzazione e della gestione dei servizi. La rilevanza “politica” di alcune delle progettualità (laboratorio unificato, officina trasfusionale, centrale unica 118) ha rapidamente reso necessario estendere i confini e gli interlocutori del coordinamento. Così, dalla seconda metà dell’anno 2003 le Conferenze Territoriali Sociali e Sanitarie, le Direzioni Generali e le OOSS CGIL, CISL e UIL decidono di attivare un “tavolo di confronto programmatico” e un “tavolo di confronto tecnico-gestionale. Successivamente, anno 2006, tra gli stessi interlocutori è stato sottoscritto un “documento di intenti” in cui sono definiti le finalità e gli strumenti dell’integrazione di area vasta. Questo documento è quello che ancora “regola” la governance dei progetti comuni alle quattro aziende sanitarie romagnole. Di fatto oggi la cosiddetta governance di Area Vasta prevede tre livelli. Il primo, programmatico o di governo, posto in capo al coordinamento dei Presidenti delle CSST, è destinato al monitoraggio dello stato dei servizi, alla definizione della distribuzione delle funzioni o dei servizi con bacino d’utenza sovra aziendale e del loro sistema di governo. E’ la sede dove si realizza il confronto con le organizzazioni sindacali confederali, sui progetti di interesse comune, sulla loro opportunità e sulle modalità di realizzazione e sulla valutazione dei risultati. Il secondo, tecnico – gestionale, posto in capo al coordinamento delle Direzioni Generali, è destinato alla gestione della realizzazione dei progetti di interesse comune, alla gestione della concertazione con le organizzazioni sindacali e alla definizione delle migliori modalità d’uso delle risorse. Il terzo, tecnico – professionale, posto in capo ad una pluralità di gruppi professionali (circa trenta) interaziendali, è destinato alla individuazione e alla diffusione delle migliori pratiche cliniche ed organizzative. Non c’è vincolo formale tra le aziende, se non limitatamente alla realizzazione dei progetti di comune interesse, una volta che questi abbiano positivamente superato il vaglio dei soggetti istituzionalmente a ciò preposti (CSST e Assessorato Regionale). È sufficiente? Dipende dall’ottica che s’intende adottare. Se si guarda a ciò che sino a oggi è stato prodotto, il bilancio

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Sanità: Area Vasta

Questione di strategia prima che ingegneria istituzionale
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è da considerare certamente importante e positivo. Soprattutto comparativamente ad altre realtà. Il progetto di Laboratorio Unificato ha già prodotto evidenti miglioramenti qualitativi e realizzato importanti efficienze economiche che hanno abbondantemente compensato i costi sostenuti per la qualificazione strutturale e tecnologica della rete laboratoristica. A completamento del progetto (genetica medica, officina trasfusionale, anatomia patologica) la Romagna disporrà di una delle più importanti reti di patologia clinica su scala Nazionale. Il progetto Romagna Soccorso 118 è entrato a pieno regime da circa un anno. La centrale operativa unica dispone oggi di una delle più sofisticate tecnologie disponibili ed è per questo una delle tre realtà nazionali scelte per la sperimentazione nel numero unico per l’emergenza. La centralizzazione delle funzioni di centrale operativa ha consentito alle aziende di liberare personale dalle funzioni di gestione delle chiamate e destinarlo al potenziamento del soccorso territoriale. Gli investimenti per gli adeguamenti tecnologici sono stati pari ad un terzo di quelli che sarebbero stati necessari con il precedente assetto. La rete oncologica della Romagna da oltre un anno dispone di una struttura di ricerca, diagnosi e cura delle malattie tumorali tra le più dotate su scala nazionale. La già elevata capacità di attrazione dei servizi oncologici nei confronti della popolazione romagnola è ulteriormente migliorata, avendo la possibilità di disporre di tecnologie e competenze di alta qualità. E’ stata inoltre stimolata, la ricerca clinica indipendente, e tutti i cittadini della Romagna hanno pari opportunità di accedere a trattamenti innovativi o sperimentali. Ciò che è stato realizzato è importante e il tempo di realizzazione, circa cinque anni, non è eccessivo se confrontato alla complessità dei progetti. Se ne potrebbe dedurre che anche il sistema di governance si è dimostrato adeguato. Se si guarda a ciò che si può fare ancora per migliorare i servizi e la loro efficienza, molto si può e si deve ancora fare. La qualità del servizio, non solo delle prestazioni, ha ampi margini di miglioramento soprattutto in termini di rispetto dei diritti e della dignità della persona da assistere. Il modo di produrre i servizi e le prestazioni, soprattutto quelle a carattere amministrativo – professionale o di supporto tecnico-logistico, deve necessariamente adottare una prospettiva di bacino ottimale di riferimento. Per evitare di spendere inutilmente e per spendere meglio. Non si tratta di censire e distribuire, “eccellenze”, aggiungendole. Occorre consolidare e qualificare tutta la rete dei servizi, vera eccellenza del SSR, in modo tale che ogni punto della rete sia in grado di fornire ai cittadini prestazioni e servizi di alta qualità evitando di allontanarli dai centri di cura più prossimi alla loro residenza, quando non è tecnicamente necessario. Certamente la realizzazione di progetti comuni sulla base del semplice coordinamento, com’è il caso dell’Area Vasta, non è semplice da gestire. Tuttavia, tra le criticità incontrate, la “leggerezza” degli strumenti di governo non è certamente quella più importante. Ciò che più di ogni altra cosa genera l’attrito che rende le cose più difficili di quanto potrebbero esserlo, è la difficoltà che hanno i diversi attori (politici,

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gestori, professionisti) a superare l’autoreferenzialità. È la nostra cultura di “classe dirigente” che fa fatica a vedere oltre il proprio particolare. Il politico teme il depotenziamento del proprio territorio a scapito di un altro, il gestore vede e considera primariamente gli “interessi” e gli effetti sulla gestione della sua azienda, il professionista teme la limitazione della propria attività e la perdita di prestigio. Sono tra coloro che pensa che le strutture si legittimano sulla base della cultura e dei valori condivisi. Le strutture possono rafforzare e diffondere la cultura, ma difficilmente la generano. Per questo penso che attualmente la revisione, più o meno radicale, del governo della sanità romagnola sia una

semplificazione organizzativa ad alto potenziale di inefficacia. Primariamente, perché immatura rispetto alle caratteristiche del contesto. I problemi sono complessi e il loro governo richiede sensibilità e specificità nell’azione, intersettorialità negli interventi e un adeguato decentramento del potere decisionale. L’esatto contrario di ciò che oggi potremmo realizzare con, ad esempio, un’azienda unica di Area Vasta. Si è appena iniziato un nuovo e importante processo di integrazione sociale e sanitaria che vede nel Distretto la sede elettiva per la programmazione dei servizi di assistenza primaria. Quando questo sarà consolidato, allora una revisione anche “radicale” della governance potrebbe avere senso ed essere anche opportuna. Oggi, per affrontare al meglio le sfide con cui deve e dovrà confrontarsi la sanità romagnola considero molto più utili iniziative che consolidino la condivisione della strategia di area vasta tra quanti hanno funzioni di rappresentanza, a vario titolo, della popolazione e quanti hanno funzioni di gestione dei servizi. Iniziative finalizzate a generare una conoscenza e una consapevolezza dei problemi e da cui possa scaturire un dibattito che consenta la massima condivisione possibile delle strategie da mettere in campo per provare a risolverli. Iniziative che non devono rimanere confinate alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori che operano nella sanità, che coinvolgano altri settori socioeconomici e che favoriscano la partecipazione attiva della cittadinanza.
* Direttore Generale ASL Ravenna -Coordinatore Area Vasta

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Opinioni

Della Sinistra e del PD
di Ines Briganti*
Scrivere “della Sinistra” o “sulla Sinistra” non è facile o meglio, potrebbe anche essere facilissimo dal momento che non mancano certo gli argomenti; la difficoltà è come delimitare il tema per tentare di presentare qualche riflessione nel modo più coerente possibile, evitando anche di annoiare chi legge. Non mi sottrarrò certamente dall’esprimere una mia valutazione di amarezza su quanto sta accadendo a proposito delle candidature del Partito Democratico alle presidenze regionali: chi mi conosce sa bene che non ho mai fatto il “pifferaio” in qualunque ruolo mi sia trovata ad agire, politico o istituzionale che fosse. All’indomani delle Primarie PD per la designazione del Segretario del Partito, Primarie la cui partecipazione mi aveva fatto ben sperare perché, ancora una volta – attenzione, mi è capitato di dire: potrebbe essere anche l’ultima! – si è data fiducia ai Dirigenti di questo Partito, sembra che la musica non sia molto cambiata. La mozione di Franceschini, alla quale avevo aderito, aveva costruito il progetto PD per le Primarie su cinque parole chiave Fiducia, Regole, Uguaglianza, Merito, Qualità: anche nella mozione “Bersani”, pure in termini diversi, questi concetti erano chiaramente sostenuti. Bene, non mi soffermerò più di tanto su Uguaglianza, Merito e Qualità, idee-progetto da realizzare soprattutto laddove si abbia responsabilità di governo, ma su Fiducia e Regole vorrei dire che la Fiducia, sembra ovvio, ma bisogna guadagnarsela - e il comportamento attuale del PD non mi pare proprio che se la stia guadagnando - quanto alle Regole, andrebbero rispettate. Perché allora se le Primarie, scritte nello Statuto, sono state volute con passione da tutti non si sostengono con altrettanta passione, e soprattutto trasparenza ovunque, dando in questo modo a chi nelle Primarie ha creduto motivo di pensare che non sono più i vertici del Partito a decidere? Sappiamo bene che l’Italia profonda non è un Paese progressista e che per avere qualche probabilità di andare al Governo la Sinistra è costretta ad allearsi con altre forze, ma tutto questo dovrebbe avvenire con regole interne ed esterne trasparenti e soprattutto con comportamenti coerenti, guardando con attenzione alle competenze delle persone e ai programmi di governo adeguati alle esigenze di quel territorio e, possibilmente, realizzabili. Ma ritornerò ad esprimere valutazioni sulla Sinistra - o meglio sull’unico partito che può rappresentare l’alternanza di Sinistra possibile al Governo di Centro Destra, il Partito Democratico - (non vedo altra Sinistra “viva” del nostro Paese) dopo un breve excursus storico. “Ma io desidero dirvi un’altra cosa: voi dovete riuscire a dare al nostro partito un carattere non chiuso in se stesso, come era il carattere che avevamo una volta, sia quando eravamo legali come pure sotto la persecuzione fascista. Dovete dargli un carattere molto ampio, in modo che tutto il popolo senta realmente, non soltanto che il partito esiste, ma senta che il partito si occupa dei suoi interessi e di tutte le cose che interessano il popolo in generale”. Questo diceva Palmiro Togliatti il 3 Ottobre del 1944 a Firenze in un discorso tenuto ai quadri, “nella duplice necessità di guidare il passaggio dalla clandestinità alla vita pubblica e di contemperare l’originario modello bolscevico di quadri rivoluzionari con un Partito votato alla mobilitazione di massa nella società Democratica” (cito testualmente da Maurizio Ridolfi). Il PCI di allora era una parte importante della Sinistra di allora e intuiva dunque indispensabile un progetto politico consono alla nuova Democrazia, a un nuovo “patriottismo” costituzionale. (Con molta serenità cito Palmiro Togliatti così come, con altrettanta serenità condivido un giudizio ormai storicamente consolidato sul fatto che il Partito Comunista Italiano ha commesso molti errori, ha condiviso per un certo tempo un’ideologia sbagliata): ma la domanda da porsi allora è: perché la società italiana ha reso possibile la nascita di un Partito come il PCI, al quale si sono iscritti o per il quale hanno votato operai e borghesi, artigiani e contadini, marxisti e liberali, atei e credenti? Un Partito che al suo culmine ha raggiunto i voti della Democrazia Cristiana? Che Aldo Moro ha cercato di associare negli anni di piombo al Governo del Paese? Una mia parziale risposta è perché allora, come ora, pur nel rispetto di una necessaria contestualizzazione storica si avvertiva il bisogno di rifondare un Paese che aveva perso allora le buone idee del Risorgimento così come ora sta perdendo i valori fondanti della Democrazia. “Dovete capire bene – diceva Aldo Moro rivolto al gruppo dirigente – perché, attenti come siamo ad ogni evoluzione democratica, guardiamo con particolare attenzione là dove sono masse di popolo e di lavoratori, là dove sono ideali e aspirazioni che riguardano l’avvenire della società e la difesa della dignità umana”. Questa era allora la politica della Sinistra, rappresentata soprattutto dal PCI - ma non solo - e dalla Democrazia Cristiana di Aldo Moro: capire, interpretare i tempi e le istanze nuovi e dare ad essi risposte nuove. (Per inciso erano questi i tempi in cui, da giovane insegnante, da indipendente di Sinistra, seguivo con passione e grande interesse, anche se con atteggiamento sempre positivamente critico, l’evoluzione riformista del PC e mi lasciavo coinvolgere con piacere dai miei allievi, nei confronti dei quali nutrivo il massimo rispetto, in accalorate discussioni di cui ho grande nostalgia!) A questo punto mi è utile, nell’ambito del mio ragionamento che si sforza di essere logico-cronologico, recuperare alcune riflessioni di Pietro Scoppola quando, parlando delle ragioni del PD, sottolineava la necessità di portare a compimento quello che egli chiamava “il processo fondativo della Democrazia Italiana”. La Guerra fredda, i caratteri specifici del PCI, talune ambiguità della DC hanno molto pesato sul ritardare il processo di normalizzazione della vita politica del Paese, tanto che sono emerse le contraddizioni e le “incongruenze” della storia italiana. Sono riemerse dal profondo della società una Destra anomala senza storia, non paragonabile alla Destra degli altri paesi europei (ho sempre sostenuto che grande danno ha recato alla vita politica del Paese la mancanza di una Destra liberale laica), i vizi antichi di un popolo restio alla legalità,

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Opinioni

Della Sinistra e del PD
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insofferente dello Stato e le debolezze, al tempo stesso, di uno Stato lontano dalla Società. Di qui emerge, ancora secondo Scoppola, l’esigenza del compimento del processo fondativo della Democrazia Italiana, compimento che, solo in parte, era avvenuto con la Resistenza e il Patto Repubblicano e Costituzionale. Si tratta quindi di chiamare ad essere protagonisti i soggetti popolari radicati nella storia del Paese in stretta collaborazione con altri filoni del riformismo italiano. E questo dovrebbe essere il compito del Partito Democratico, riformista, che fa propri i valori della Sinistra storica e non solo: se vuole essere davvero un Partito nuovo e, al tempo stesso, avere un fondamento, deve riprendere questo processo incompiuto e portarlo avanti coerentemente. A causare questo “ritardo” nel processo di democratizzazione del Paese hanno contribuito soprattutto due fenomeni: da una parte la crisi del PC nel corso degli anni ’80 che, in mezzo a infinite difficoltà, tentò un profondo processo di trasformazione perché un insieme di fattori ne aveva minato la forza e l’autorevolezza (i tracolli elettorali, il forte calo degli iscritti soprattutto nel reclutamento dei giovani, la dispersione di una risorsa come la militanza diffusa, l’emergere di inusuali ma ormai strutturate correnti). Dall’altra parte il Partito Socialista smette di essere un Partito nel senso tradizionale del termine e diventa il prolungamento pratico-organizzativo della trama ordita dal Presidente-Segretario. Divenuta una macchina per la gestione del potere, sia sul piano nazionale sia nelle numerose amministrazioni locali, il PSI, perduta la guida del Governo e divenuto sempre più il Partito del leader, si trovò senza una praticabile strategia politica. Dunque è al PD, quale forza politica di centro sinistra, potenzialmente in grado di attrarre anche parte di un “volgo disperso che nome non ha” – come direbbe il poeta – che chiediamo di essere il Partito in grado di compiere il processo di cui parlava Scoppola, con le alleanze necessarie, ma anche con quelle regole di trasparenza e di coerenza di cui si diceva prima. A quali condizioni, con quali strumenti, per quali obiettivi? Ragioniamone. Dopo aver tanto esaltato il “nuovismo” è arrivato il momento di rendersi conto che comunque, una “nuova storia” è incominciata. E noi possiamo non chiederci ad esempio se lo Stato italiano, basato sull’attuale rapporto fra il Nord e il Mezzogiorno, resisterà alla prova? E possiamo non domandarci quale ruolo avrà la nostra vecchia penisola a fronte delle nuove potenze geo-politiche? L’Italia ha un assoluto bisogno di una nuova guida politica e morale che ridisegni il suo futuro tanto che il Paese sembra investito da una forte crisi morale prima ancora che sociale e politica. Io non vedo un’ondata reazionaria di Destra (e, per favore, non gridiamo al Fascismo – categoria storica ben precisa che va collocata nel suo tempo) ma vedo un fenomeno altrettanto pericoloso: la perdita di fiducia in un destino comune, il disprezzo degli italiani per la politica ed il finire col considerare le regole della Democrazia come un “optional” di cui tenere o non tenere conto e non, invece, la condizione del loro stare insieme. Ripeto: distinguiamo, non gridiamo al fascismo. Ma la novità c’è. È la creazione, dopo mezzo secolo di libertà repubblicana, di una concentrazione mai vista del potere

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economico ma anche culturale, nel senso di un controllo sempre più forte dei media, dell’immaginario collettivo, del senso comune e in questo le responsabilità della Sinistra sono grandi!! Smettiamola quindi di stupirci del successo di certa Destra, anche tra i ceti più deboli. Il populismo vince perché il riformismo ha tentato di dire e forse anche di fare alcune cose ma è rimasto senza popolo! Dunque il PD può avere con sé l’avvenire solo ad una condizione: riuscire ad indicare all’Italia un nuovo orizzonte entro il quale la sua unità nazionale, la sua cultura millenaria, il suo “genio” possano farsi valere come essenziali in una nuova e diversa struttura del mondo. Innovare l’Italia non è solo un problema di tecnologia: è dare a questa penisola un nuovo ruolo storico, internazionale, mediterraneo. L’Italia non è un insieme di territori – come ripetutamente ci ricorda il nostro Presidente della Repubblica. Pare invece che la virtù dei giovani aspiranti alla leadership del PD sia quella di rappresentare “il territorio”. Ma una classe dirigente, degna di questo nome, non rappresenta “il territorio”: interpreta la nazione e ne indica il percorso. Innovare significa anche questo: dare al PD una nuova dirigenza capace di investire davvero sul talento italiano, sulla formazione, sulla ricerca, sulla cultura, sulla scuola, ma anche sulla bellezza dei luoghi e su tutto ciò che può rendere la vita della nostra gente più felice e più creativa. Significa operare affinchè gli italiani tornino ad essere quelli che “fanno le cose belle che piacciono al mondo”: gli italiani, non la somma di veneti e di siciliani. Il Partito Democratico non decollerà mai se non sarà il risultato di una nuova sintesi storico-politica e culturale. La prima cosa è riorganizzare un Partito che misura la sua capacità di stare in campo non solo per i suoi “no” al Governo ma per come sa porsi come forza di governo con proposte chiare, costruite dal basso, realizzabili, condivise: questo è il senso delle parole chiave di cui parlavo precedentemente – Uguaglianza, Merito, Qualità. Il Paese ha un gran bisogno di giustizia, di morale, di equità sociale, di ridistribuzione di ricchezza, di ridistribuzione di diritti e di doveri, di valorizzazione del merito in ogni settore, in ogni ambito della vita sociale. Se non si antepone la realizzazione di questi obiettivi, in tempi necessari ma certi, alla preoccupazione di costruire statuti, regolamenti che burocratizzano oramai il Partito in modo intollerabile e alle diatribe interne; se si continua a parlare come si fa da due anni a questa parte di “radicamento” ma nulla si fa per cominciare davvero a realizzarlo; “se dovessimo assistere alla incapacità della Sinistra di trovare quel tanto di intesa necessaria per svolgere una costruttiva e credibile opposizione allora dovremo mettere in conto, come probabile, un accelerato ulteriore declino del nostro Paese, la fuoriuscita dal contesto politico e civile dell’Europa più progredita”. Questa è la posta in gioco secondo Massimo Salvadori. Si sono persi per strada pezzi di popolo e di storia, anche Partiti che, per la loro storia, identità, partecipazione alla costruzione della Carta Costituzionale non possono non riconoscersi in una Sinistra che sia però riformista, democratica, progressista: anche a questo recupero il Partito Democratico dovrebbe pensare, così come ciascuno di noi dovrebbe fare, almeno fino a quando resta viva la motivazione per rimanere dentro questo progetto politico.
* del PD Cesena

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Verso le elezioni regionali. L'Emilia-Romagna

Necessita innovazione
di Denis Ugolini Elezioni regionali, in Marzo, fra poche settimane. Rinnovo dei presidenti e delle assemblee. I futuri governi delle nostre regioni. Voto rilevante anche per le vicende politiche nazionali. La preparazione di questa scadenza, da parte delle forze politiche, si sta dimostrando non particolarmente lineare. Chiaroscuri e confusione prevalgono. Il centrodestra ha consegnato importanti candidature a governatore alla Lega, in Piemonte ed in Veneto. Si continuano a manifestare tensioni all’interno del Pdl, fra Berlusconi e Fini. E non è solo questo il carbone che arde sotto la cenere di quello schieramento. Difficile intendere quella compagine solida e coesa, come all’inizio, pur restando formalmente stretta e identificata nel Premier. Sull’altro fronte, il centrosinistra, le cose non sono migliori. Anzi! La risultante principale è una notevole confusione, una scarsa chiarezza di linea, molti contrasti fra forze e all’interno della maggiore forza, il Pd. Emblematico il caso pugliese. Non meno quello laziale. Il nuovo segretario del Pd, Bersani, ha molte difficoltà. Pare anche non molta forza a mettere un poco di ordine non solo nel rapporto, quasi capestro, con Di Pietro, ma anche al suo interno, fra le diverse correnti che si sono misurate nelle recenti primarie e fra le diverse anime culturali che non si sono amalgamate e contaminate, come era negli auspici iniziali della formazione di questo partito, sorto sui tronconi dei Ds, ex Pci, e della Margherita, ex Dc. Ad essere centrale nella vicenda politica è sempre Berlusconi. Piaccia o non piaccia, questa è la realtà. Purtroppo. Far vincere il centrodestra e premiare così l’azione e la compagine di governo, rafforzandolo. Questo l’obiettivo di una parte. Dall’altra il tentativo di fare una larga alleanza per contendere quel primato, per difendere le maggioranze regionali che il centrosinistra ha, e per cercare di conquistarne di ulteriori. Pro o contro Berlusconi. La valenza in chiave nazionale di questo prossimo voto regionale si stringe intorno a questo. E dire che si devono eleggere i governi delle regioni italiane per i prossimi cinque anni. Sarebbe bene che al centro ci fossero le questioni vere delle nostre società regionali. Non saranno ovviamente assenti del tutto,ma saranno purtroppo molto secondari, assai obnubilati dalla contesa politica più generale. A queste problematiche regionali – non senza opportunismo - fa insistente riferimento l’Udc per valorizzare una autonomia di posizione che lo porta a fare scelte di alleanza caso per caso, oppure per presentarsi da sola alle elezioni. I famosi due forni. L’Udc si tiene nel mezzo, per così dire. E dal suo punto di vista, non ultimo quello di mirare a scardinare questo attuale tipo di bipolarismo, fa tutto sommato bene. Nella nostra regione, l’Emilia-Romagna, il quadro delle candidature è già definito. Il centrodestra candida l’attuale parlamentare, ex direttore del Resto del Carlino, Mazzuca. Il centrosinistra continua con Vasco Errani, Presidente uscente della Regione. L’Udc corre in proprio con Galletti candidato. Chi avrà più voti vince e sarà il governatore regionale fino al 2015. Non è previsto il ballottaggio nelle elezioni regionali. Dati i rapporti di forza attualmente esistenti, facendo base su precedenti risultati elettorali, le possibilità che vinca ancora il centrosinistra sono tutt’altro che incerte. La stessa posizione assunta dall’Udc, in una regione come questa, senza sommarsi con il centrodestra, aiuta ancor più le possibilità di Errani di vincere. Ipotizzare che questa posizione dell’Udc in Emilia-Romagna sia anche il risultato di qualcosa di più di una tacita intesa con il partito maggiore che è il Pd, non è certo un azzardo. A sinistra Errani ed il Pd stanno cercando di fare la più larga ed estesa alleanza possibile. Se non temono di perdere, temono, però, di vincere male. Perdendo comunque un certo consenso. Mostrando crepe vistose sulla tenuta politica ed elettorale della regione, più di ogni altra, simbolo del sistema di governo della sinistra attuale, che è continuazione di quello di ieri del Pci. Il fatto che, nel paese, non si sia ancora aperta una fase di superamento del duro contrasto che anima la politica – ci sono stati solo timidi segnali, e ad ogni modo la vigilia di una consultazione non è proprio il momento più indicato e favorevole – significa che sarà scontro più che confronto. Prove di forza fra posizioni nazionali, più che raffronto su soluzioni di governo per i problemi della società e dell’economia regionali. Purtroppo! È la politica di questi tempi. Non quella migliore di cui vi sarebbe enorme bisogno. Quella discontinuità, quel salto di qualità culturale e civile, nella politica, nelle forze politiche, nell’elettorato, che è auspicabile da tempo, è assai improbabile che si stia dispiegando, in questo momento ed in vista di queste prossime elezioni. E restiamo a qualche considerazione inerente la nostra regione. La preoccupazione maggiore riguarda la marginalità che avranno i temi importanti che si devono risolvere. Non troveranno luogo sufficiente ed adeguato nello scontro che si delinea fra gli schieramenti. Non riusciranno a trovare neppure precise soluzioni, precisi indirizzi risolutivi, nei programmi che pur saranno proposti dai candidati e dalle loro alleanze di supporto. Il centrodestra dirà di tutto di più per dare risalto alla necessità di cambiare il sistema di potere vigente in questa regione simbolo. Il centrosinistra esalterà la sua governabilità di tutti questi anni. Da parte di quest’ultimo, c’è il rischio che non si diano indicazioni e non si prevedano precisi e molto concreti impegni per le questioni di rilievo della nostra realtà regionale. Il timore fondato poggia su solide argomentazioni. Quando si deve dare vita ad una alleanza, che è soprattutto una somma, la più vasta possibile di sigle partitiche al fine di puntare a vincere “contro il nemico”, si sacrificano su questo altarino i problemi e le loro chiare e necessarie soluzioni. L’unione di troppe differenze e diversità programmatiche si rende possibile rendendo generico e quindi accettabile da tutti il programma. Le cose che possono dividere e differenziare si tralasciano o si annebbiano nei panegirici dei buoni e generali propositi. Il partito maggiore che in questa regione è al governo da sempre e che tira le redini dell’alleanza di centrosinistra, in un quadro simile, esalta le sue capacità tattiche ad incollare comunque le sigle alleate. Per gli aspetti

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Verso le elezioni regionali. L'Emilia-Romagna

Necessita innovazione
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di governo che necessiteranno, vedrà il da farsi dopo le elezioni, durante la fase di gestione dei prossimi anni. È così che spesso si parla di governo quando sarebbe più appropriato dire gestione. Si parla di programmi quando sarebbe meglio dire gestione e conservazione del potere. Figuriamoci se questo rischio non esiste! Tuttavia i problemi ci sono, eccome! Alla distanza, neppure tanto lunga, la differenza può farsi sentire. A seconda che si affrontino e come si affrontano. E alla prova di certe necessità ed anche di certe urgenze, che non mancano mai, c’è il rischio che solo la tattica politica non riesca a dare i riscontri dovuti. Che occorra invece dare soluzioni impegnative, serie e rigorose. Ciò che risolve davvero certi problemi sconta sempre una certa impopolarità, molte resistenze conservatrici. Ma è l’onere del governo serio, capace e che davvero si occupa di corrispondere all’interesse più generale dei cittadini e della realtà in cui si opera. Ci sono esigenze di innovazione vera – non quella solo declamatoria -, di riformismo autentico. Per consentire un futuro meno problematico e non oberato di zavorre, nel quale non si accumulano, aggravandole, le difficoltà, ma si spiana una strada migliore per superarle e per affrontarne di nuove, comunque inevitabili. Scegliere implica spesso scontrarsi. Ma la responsabilità politica, il senso delle istituzioni, richiedono governo, governo vero, non sopravvivenza meramente gestionale di mera conservazione del potere. C’è soprattutto nella forza politica e nell’alleanza che hanno ancora le maggiori potenzialità di vittoria elettorale, in EmiliaRomagna, questa forte responsabilità ed una spinta siffatta? C’è la portata culturale, quella innovazione culturale che i tempi richiedono? Ovvio che a queste domande nessuno ammetterà limiti, anzi saranno risposte corali: “eccoci, siamo noi quelli giusti, i migliori e siamo pronti”. Il dramma è che tutti fanno parte del coro. Ma i problemi non si risolvono, né si avvalgono di questo. Essi rimangono e sono lì a comprovare che il fronteggiamento adeguato che richiedono non si è ancora dispiegato. E possono anche rendere evidente con forza ed anche – spesso accade – con drammaticità che ancora non si accenna a dispiegarlo. Tre questioni, come parziali, ma importanti, cartine di tornasole. Sanità. Infrastrutture. Burocrazia. La Sanità è la stragrande parte del bilancio della Regione. Che in materia ha poteri e prerogative forti e vasti. La sanità emilianoromagnola è una delle migliori sul piano nazionale. Nel suo complesso. E proprio anche per questo non le mancano problematiche critiche. In queste settimane se ne sono evidenziate con crudezza. Con il dissesto finanziario dell’Asl forlivese, e con altri casi, in altre realtà. Soldi spesi con esagerazione e spesi male. Il sistema dei controlli che mostra lacune grosse. Se non fosse così quel dissesto forlivese non si sarebbe prodotto, almeno nella enormità quantitativa che lo riguarda. Ma questo è qualcosa che rafforza certe considerazioni, non le inizia. Da tempo si sta ponendo il problema impegnativo di dare nuovi e più adeguati livelli di governance alla nostra sanità regionale. Ne abbiamo avviato la discussione e la continuiamo proprio in queste nostre pagine. Con riferimento particolare – ma non unico - all’Area Vasta Romagna. Non basta che sia solo la coordinazione attuale. Si deve andare oltre. Deve

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esserci un governo di area vasta, voluto dalla Regione e strettamente connesso col governo sanitario regionale. Un effettivo impegno in questa precisa direzione, assunto con solennità e posto a scadenza di un serio lavoro nei primi due anni dei nuovi governanti regionali, dopo le elezioni del marzo prossimo, costituirebbe una prima e non irrilevante indicazione che qualcosa di quella cultura politica innovativa richiamata sopra esiste e vuole dare prove concrete. Basterebbe questo al momento pur avendo consapevolezza del grosso lavoro che questo necessario obiettivo richiederà. Resistenze corporative, egoistiche, campanilistiche; conservatorismi culturali, sindacali; questo ed altro ancora lastricherà la strada che si deve comunque percorrere. Chi già governa questa regione e questa sanità emilanoromagnola, avendo prodotto non poco ai fini di quella qualità che al nostro sistema sanitario comunque si deve ampiamente riconoscere, difficilmente può disconoscere questa incalzante esigenza. Sicuramente ne ha consapevolezza. La condizione migliore per fronteggiarla e che vi siano più forze ad averla e che vi siano forze capaci di tirare per altro verso che non quelle resistenze e quei consevatorismi. È un lavoro che deve potersi appoggiare a sponde che aiutano e che non respingono. Infrastrutture. Altra cartina di tornasole: la Via Emilia-bis. La Regione dopo le ultime decisioni dell’Anas ha in mano la possibilità di dare sblocco all’impasse di questi anni. Si può davvero avviare il percorso verso l’importante realizzazione. Impegno preciso di bilancio per la cifra definita e di spettanza regionale da sommarsi agli impieghi finanziari degli enti locali interessati, a quelli decisi dall’Anas e quelli del Project Financing. Una decisione che non ha motivo di essere rinviata e che non può risentire della eventuale contrarietà di certe visioni ideologizzate, magari malposte intorno alle problematiche ambientali, che molto si annidano in certe forze politiche. Non potranno essere queste le sponde che servono per muovere nella direzione della Via Emilia-bis. Come non potranno essere quelle forze ancora molto intrise di statalismo che potranno aiutare il processo di semplificazione burocratica al quale la nostra regione deve dedicarsi subito, soprattutto dopo avere sbagliato nel rendere ancora più limacciose le procedure ad esempio in merito di urbanistica e di regolamenti per l’edilizia. Tre impegni importanti. Nel merito dei quali non ci si dilunga, perché in altro modo ed in sede più adeguata si potrà fare. Ma se sono concreti e veri questi sono punti programmatici ed obiettivi di una volontà politica che darebbero segno di quelle innovazioni che si richiedono per una maggiore ed adeguata qualità di governo della nostra regione. Quanti non si lasciano irretire e trascinare dalla semplice propaganda delle posizioni politiche in scontro fra loro, ma fanno delle questioni importanti la base per discernere la propria scelta elettorale, possono anche in questo modo e su queste cose muovere le proprie valutazioni. Staremo a vedere se, partendo da un simile parametro, e giudicando le proposte in campo da parte dei candidati, ci sarà motivo di soddisfazione o di delusione. E chi susciterà l’una e chi l’altra.

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Verso le elezioni regionali. L'Emilia-Romagna

Ripresa lenta. Creare ricchezza e competere
di Davide Buratti*

CESENA. Regionali: è il momento delle decisioni. Alle porte della primavera si voterà per rieleggere i consigli regionali. Nonostante la scadenza sia piuttosto vicina diverse decisioni devono ancora essere prese. In primo piano c’è il tema delle alleanze. Ma il primo vero quesito riguarda l’affluenza. E’ una delle prime volte che le regionali non hanno il “traino” di altre consultazioni. Come risponderanno gli elettori? Il “fascino” della Regione è lo stesso che hanno le amministrazioni locali? Registrare un’alta affluenza sarebbe importantissimo. Ma non perché per qualcuno devono essere una rivincita, oppure perché si deve partecipare ad un referendum su Berlusconi. Qui in ballo c’è molto di più. C’è da decidere il governo regionale. Ha già molti poteri e con il federalismo in arrivo ne avrà ancora molti di più. Quindi dovrà essere la squadra che ci dovrà trascinare fuori da una crisi che ancora si fa sentire. E’ vero che la fase più acuta è stata superata. Ma questo non significa che siamo guariti. Il malato ha solo preso un brodino. La ripresa sarà lenta, molto lenta. Confindustria ha previsto che ci vorranno una decina di anni a ritornare alla situazione pre crisi. Nel frattempo saranno passati due lustri e altre economie (Cina, India e Brasile su tutte) avranno volato. Una conferma arriva anche da Tito Boeri, editorialista de “Il sole 24 ore” e da quello che ha detto in un’intervista rilasciata a Laici.it: “Mi sembra che si vada verso un 2010 un po’ alla “giapponese”, cioè uno scenario in cui le economie ripartono lentamente verso una fase di stagnazione economica e con i Paesi emergenti come la Cina e l’India che, invece, riprenderanno ad andare assai velocemente”. Inoltre dobbiamo fare i conti con una perdita di potere d’acquisto. L’Istat ha calcolato che è diminuito dell'1,6% in soli dodici mesi. La propensione al risparmio è aumentata di 0,2 punti percentuali su base congiunturale e di 0,4 punti su anno. Il reddito disponibile (in valori correnti) è diminuito dello 0,4% congiunturale e dell'1% su anno, la spesa per consumi ancora di più: dell'1,5% tendenziale e dello 0,6% congiunturale. Ma anche le imprese soffrono la crisi: la quota di profitto delle società non finanziarie, nel periodo che va da ottobre 2008 a settembre 2009, è calata di 2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente. La quota di profitto, precisa l'Istat, è stata pari al 40,9% e che si è ridotta dello 0,3% su base congiunturale. Tutti con il segno negativo anche gli indicatori per le piccole imprese e l'artigianato dell' Emilia-Romagna nel 2009. A certificare il dato è l'indagine congiunturale svolta dal Centro Studi “Sintesi” per conto di Confartigianato Emilia-Romagna che fra il 23 novembre ed il 4 dicembre ha tastato il polso a 900 imprese con meno di venti dipendenti. La produzione è scesa del 3,9% su base congiunturale e del 5,2% sul tendenziale annuo; numeri non molto dissimili per fatturato

(-3,1% e -5,5%) e occupazione (-1% e -1,8%). Il problema non sono i consumi interni. Quelli, pur non andando benissimo, non sono crollati. Ad aver perso terreno sono le esportazioni. E’ sotto questo aspetto che le aziende devono lavorare. Per guadagnare terreno è fondamentale supportare imprese tecnologicamente avanzate. Comunque bisogna essere chiari: nel dopo crisi nulla sarà più come prima. Soprattutto ci troveremo di fronte ad una situazione a macchia di leopardo. Complice anche la cresciuta concorrenza internazionale, non tutti i territori cresceranno allo stesso modo. Quindi saranno fondamentali le scelte delle amministrazioni locali. Ed una regione che avrà un margine di manovra sempre più alto sarà molto importante. Quindi è lecito aspettarsi delle risposte precise da parte dei candidati. In lizza dovrebbero essere quattro: Errani per il centrosinistra, Mazzucca per il centro destra. Poi ci dovrebbero essere l’Udc e la lista Grillo. Resta da chiarire la posizione dei repubblicani. Molti preferirebbero la terza via. Quella della forza liberal democratica è più di una sirena. Ma i tempi sono maturi? Forse ancora no. E’ necessario lavorarci ancora un po’. Per arrivarci però è necessario che il partito sia unito. Una frammentazione romagnola non serve a nessuno. E, a dire la verità, non la vuole neanche nessuno. E’ quello del resto che è emerso nel corso degli stati generali del Pri organizzati a Martorano. Tutti furono concordi nel dire che una forza liberal democratica laica non ha necessariamente una fissa dimora politica a sinistra piuttosto che a destra. “E’ compito del partito – è stato detto - misurarsi seriamente e definire i contenuti della propria linea politica, per poi concedersi ad un confronto a-pregiudiziale con tutte le forze politiche presenti in regione. Certo è che il partito più forte in Romagna, e non solo, è il Pd”. Poi fu un lanciato un messaggio anche per tranquillizzare i ravennati: “L’interlocutore con cui sarà più facile entrare in contatto sarà proprio il Partito Democratico”. Ed è proprio da qui che il partito repubblicano deve partire. Ma non deve farlo con il cappello in mano. Creare ricchezza per poi ridistribuirla. E’ sempre stata questa la parola d’ordine dei repubblicani. E’ partendo da questo presupposto che il Pri dovrà intavolare delle trattative portando al tavolo quelle idee che sono sempre stata la forza dell’Edera. Burocrazia e liberalizzazioni sono due temi sui quali il partito repubblicano dovrà pretendere risposte precise e inequivocabili. Del resto il futuro più che sul taglio delle tasse (comunque importante) si gioca sulla competitività. Su questo è stato molto chiaro anche Luigi Angeletti, segretario nazionale della Uil. Partecipando al congresso di Cesena ha detto: “Ritardare i permessi alle aziende costa troppo. In Francia hanno un costo del lavoro più alto del nostro, eppure continuano ad attirare capitali stranieri. Questo perché hanno un apparato burocratico che funziona e che non provoca lungaggini e i permessi vengono dati in fretta.”
* Caporedazione di Cesena del Corriere Romagna

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Dibattito: la presenza laica, democratica e repubblicana in Romagna

Una grande tradizione o solo la vicenda di un partito?
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Una grande tradizione. Cultura e politica. Una storia ricca e lunga. Dai suoi albori risorgimentali, fino ai giorni nostri. La tradizione, la cultura politica repubblicana. La Romagna, il luogo dove ha avuto la maggiore presenza, un radicamento sociale profondo. Una forza politica, particolarmente nel triangolo Cesena, Forlì, Ravenna, di grande influenza ed anche di grosse dimensioni. Una forza di massa. Decenni di politica e di azione amministrative locali sono stati forgiati in gran parte da quella cultura e da quella tradizione. Capace di primati elettorali, nei nostri territori, fin dall’inizio del secolo scorso. E dall’inizio della Repubblica fino a poco tempo fa con percentuali cospicue. Sempre sulle due cifre e non sotto, fino alla prima metà degli anni novanta. Nel contesto della politica contrassegnata dalla massiccia presenza dei grandi partiti di massa di ispirazione marxista e cattolica. Mentre il Pri – il partito che quella tradizione ha incarnato e fatto vivere – a livello nazionale aveva un ruolo minoritario, seppure di grande rilevanza culturale e politica. Percentuali elettorali, quelle nazionali, piccole, intorno all’uno per cento. Per il sistema elettorale che vigeva occorreva che un partito avesse almeno in un collegio elettorale il quoziente pieno per eleggere un parlamentare. Senza di questo, per quanti voti si fossero conquistati, non ci sarebbe stata presenza alcuna in Parlamento. In alcune elezioni politiche, se non vi fosse stato il risultato forte nel collegio elettorale romagnolo, il Pri sarebbe scomparso. Era già scomparso purtroppo dalla scena politica il Partito d’Azione. Il Psiup ( il Partito di unità proletaria ) scomparve dal Parlamento e dalla politica pur avendo ottenuto oltre seicentomila voti. Non aveva avuto in alcun collegio elettorale un quoziente pieno. Il Pri, in quegli anni, nazionalmente, non riusciva ad andare oltre quattrocentomila voti. Tutto questo a significare la consistenza ed il radicamento profondo e diffuso della tradizione repubblicana in Romagna. Oggi si parla di prima e di seconda Repubblica, costringendo in queste riduttive etichettature il processo che ha profondamente stravolto il sitema politico italiano. Certo c’è una cesura che si compie nei primi anni novanta, con il nuovo sistema elettorale maggioritario. La scomparsa di molti protagonisti politici di prima e l’avvento di nuovi, taluni radicalmente diversi, che si impongono dando spinta a quel bipolarismo assai imbastardito con il quale ancora oggi si imbriglia e schematizza la vita politica del Paese. Il Pri, come altri partiti, ha risentito enormemente di tutto questo. Ma il nuovo sistema elettorale, da solo, per quanto rilevante, non basta a far comprendere e a motivare la crisi di queste forze politiche. La formale presenza elettorale del Pri è praticamente scomparsa e ridotta alla benevola “ospitalità” di qualche candidato in altre liste. Una visibilità politica nazionale molto scarna. Anche a livello locale pur presentandosi esplicitamente alle elezioni amministrative, con progressiva accelerazione, le percentuali elettorali del Pri si sono portate sotto le due cifre. Anche di molto. Non c’è più neppure un consigliere comunale a Forlì e provinciale in Provincia. La tradizione repubblicana di

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oltre un secolo, così ricca di una storia che ha segnato e segna profondamente la nostra società locale e romagnola, è anch’essa da considerarsi in questa accelerata caduta libera? La grande tradizione amministrativa, quella dei grandi Sindaci repubblicani (Corradino Fabbri, Antonio Manuzzi ) di Cesena, di Forlì, di Ravenna; quella tradizione repubblicana che ha pervaso molte vicende locali, culturali, economiche e sociali; è questa una tradizione da considerarsi strettamente connessa alla vicenda politica del Pri? È soltanto qualcosa da restringere nella vita interna di un partito? Riconducibile ed esauribile nell’intreccio di virtù e difetti che hanno connotato la conduzione e la gestione del solo partito? L’equazione non corrisponde alla realtà. Quella tradizione nella nostra società locale è assai più pervasiva e interna di quanto non lo sia il consenso elettorale esplicito che ha raccolto o può raccogliere quel che è rimasto del Pri. Certo è che il Pri, nel corso degli anni, almeno fino a non molto tempo fa, è stato capace con la propria azione ed iniziativa, politica ed organizzativa, di alimentare una certa vivacità ed un certo dinamismo attivi di quella tradizione. Espressione di una discreta ed anche capace classe politica dirigente. Oggi la debolezza politica del Pri attenua la spinta e lo sprono, ma non esclude la presenza di una tradizione che si innerva nella società in ben altro solido modo rispetto alla episodicità dei consensi elettorali, specie quelli degli ultimi anni. Dal punto di vista più profondo relativo alla nostra realtà locale, quello che induce un certo interesse culturale, civile e politico – non meno che passionale, mi sento di affermare – è la riflessione, la disamina approfondita, dei valori, dei contenuti di questa tradizione, di quanto essi siano ancora attuali e non certo desueti e scomparsi. Se quella tradizione c’è e come; se può continuare ancora ad esserci, e come. È questione che merita approfondimento di esame e confronto di valutazioni. È un dibattito che è opportuno affrontare. Quella tradizione non è di quelle che la storia ha evidenziato anacronistiche, inadeguate, arretrate e fin’anche antitetiche alla democrazia. Tutt’altro. Per ciò stesso essa è un patrimonio culturale e di esperienza dell’intera realtà sociale in cui particolarmente insiste. Non solo ed esclusivamente riducibile e riconducibile a ciò che ne è stato più strettamente interno, soprattutto sul piano poltico. Ecco: un crinale non partitico di analisi e di valutazione. In fin dei conti si vuole riflettere su una tradizione che per quanto si definisce repubblicana – e con ciò se ne percepisce meglio il senso e la storia che ha avuto in questi luoghi - è anche di più: si porta gomito a gomito con altre esperienze non tanto dissimili culturalmente; si ritrova e si integra appieno nel più ampio orrizzonte di valori, di ideali, della cultura laica, liberale e democratica. Può da qui venire, per la nostra realtà locale, una continuità di apporto, e ancor migliore e maggiore? Oggi, come? Le esigenze che viviamo non lo disdegnerebbero affatto.
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Dibattito: la presenza laica, democratica e repubblicana in Romagna

Lavoro di proposta politica per trovare nuove forze
di Maicol Mercuriali*

Quando sei piccolo tutto ti sembra più grande. Fateci caso, pensate ai vostri ricordi di quando eravate bambini, e vedrete che è così. A volte mi diverto pensando a ciò che mi sembrava immenso: cose, luoghi, persone... che riviste dopo anni, invece, cambiano decisamente proporzione. Diventano normali, talvolta pure piuttosto piccine. Quando ero un bambinetto il Partito Repubblicano mi sembrava grande. Sì, mi sembrava proprio una "roba" grande. Ovviamente non avevo la percezione di che cos'era un partito politico. Ma questi repubblicani avevano il circolo più grande del paese, poi c'era la cooperativa con quella mietitrebbia che mi piaceva tanto, e poi ancora una serie di persone che - mi dicevano i nonni - erano molto importanti. Poi sono cresciuto e ora questo grande partito non c'è più. Anche questo è frutto di quel giochetto di cui parlavo qualche riga sopra? No, ovviamente non è così. Quell'edera che da bambino sentivo tirar fuori ogni giorno, oggi non se la passa molto bene. Non è secca ma poco ci manca. Non lo dico certo io, ma i numeri parlano chiaro. E in politica i numeri, cioè i voti, contano più delle idee. Mancavano pochi mesi alla mia nascita quando nel giugno del 1983 si tennero le elezioni politiche. E il 26 giugno di quell'anno il Partito Repubblicano Italiano guidato da Giovanni Spadolini - lui si che mi sembrava grande da bambino, in tutti i sensi - raccolse il miglior risultato di sempre. Alla Camera ottenne la fiducia di oltre un milione e ottocentomila elettori, poco più del 5%. In quel frangente, se ai voti repubblicani sommiamo quelli liberali e radicali, scopriamo che il 10% dell'elettorato italiano aveva scelto una via laica, liberal-democratica. Quegli italiani, oggi, non avrebbero un riferimento politico. E infatti questo partito del 10% è scomparso, si è perso in mille rivoli, sia a destra che a sinistra, è diventato un partito dello zero virgola, e anche nelle zone dove la tradizione

laica e repubblicana era piuttosto forte - come la nostra Romagna, dove il Pri per anni è andato in doppia cifra e nelle politiche del 1983 prese quasi il 19% - l'incidenza politica di queste forze si è ridotta a una misera testimonianza, tranne qualche caso isolato. Non è così nel resto d'Europa, ma questa è una magra consolazione. A casa nostra la tradizione repubblicana, laica, liberaldemocratica sta vivendo una crisi profonda. Una crisi che ha portato dirigenti di secondo piano alla ribalta, nella sala dei bottoni. E ciò non gioca sicuramente a favore di una rinascita di questa tradizione. Poi, quando invece della torta ti trovi a spartire le briciole del pane, è naturale che gli scontri, anche se si fa parte della stessa famiglia, si accentuino. Insomma, per i repubblicani e i liberali sono anni difficili. Esiste una larga fetta di elettorato non rappresentato, è vero, persone che fanno parte del partito dell'astensione, ma è troppo facile illudersi che questi potenziali elettori siano pronti a tuffarsi in un terzo polo: se è vero che il Partito Repubblicano è stato il partito della ragione, allora è quantomeno lecito pensare che i repubblicani vadano riconquistati con una proposta politica all'altezza della storia del partito. Ed è proprio nel lavoro di proposta politica che questa tradizione repubblicana a rischio di eutanasia può trovare nuove forze. E' inutile correre dietro alla Lega Nord, diventare corrente del Pdl o inginocchiarsi davanti al Pd come se fosse il partitofaraone dell'Emilia Romagna: questo è indice di arrendevolezza, quasi a voler gettare la spugna prima di salire sul ring. Un partito liberal-democratico ha senso solo se dice cose diverse da questi soggetti, se ha una progettualità valida e concreta, se torna ad avvicinare e ad aggregare le persone attorno a idee accattivanti, moderne e perseguibili. Com'era un tempo. In caso contrario si può staccare la spina e salutare il Pri e la lunga tradizione che si porta dietro: essere il più antico partito presente nelle istituzioni del Paese conta poco se non si ha più la forza di incidere sulla vita dei cittadini.
* Giornalista La Voce di Romagna

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Dibattito: la presenza laica, democratica e repubblicana in Romagna

Tornare a fare politica
di Maurizio Ravegnani

Dopo quindici anni e più di divisioni e lotte interne solo in nome degli schieramenti Centro destra – Centro sinistra, dopo le alleanze nazionali le più disparate in virtù di cartelli elettorali, e non politici e programmatici, (Segni, Sgarbi, Forza Italia, ecc.) dopo la scomparsa del simbolo dalle elezioni nazionali e regionali; dopo la fuoriuscita dal PRI di tanti suoi esponenti di spicco o la loro scomparsa fisica, un ricordo di spicco all’On. Prof. Oddo Biasini,fulgido esempio degli ideali e delle virtù repubblicane, se ne può dedurre che in questi quindici anni una politica nazionale il PRI non l’ha svolta e l’opinione pubblica, distratta ma non stolta, semplice ma non disattenta, gli ha voltato le spalle. E noi che continuiamo a ragionare come fossimo il partito di Ugo La Malfa o Giovanni Spadolini, con la forza delle idee ed anche di un po’ di numeri, il “piccolo partito di massa” come ci definì Togliatti. Nobiltà decaduta, non ancora costretta a vendere l’argenteria di casa , che si dibatte però in una estrema penuria per sopravvivere. Penuria di uomini, di idee, di mezzi. Senz’altro. Ma almeno la dignità, l’onore, lo stile, che hanno sempre contraddistinto i repubblicani, devono essere salvi. A marzo voteranno i diciottenni nati nel 1992, l’inizio della fine della prima Repubblica. Chi sa oggi in Italia, chi è il PRI fra questi diciottenni? Relegato alla storia di un tempo che fu, forse troppo vicino per essere studiato e troppo lontano dal modo di essere di questa nostra odierna società, imbottita di una politica del solo apparire e del solo tifare. Senza più ragionamenti, studi, approfondimenti. La politica come il tifo, per una squadra o per l’altra, in virtù solo di un sentimento, di una simpatia, di un bel viso o di un bel corpo, o di una tradizione. Ma questo non può bastare, perché oltre alla passione ed al sentimento, la politica deve ragionare. E avere cercato di ridurre in questi anni le squadre a solo due, non aiuta a ragionare. E lasciare che la gente si disaffezioni, disertando le urne perché non trova la sua “squadra”, non aiuta a ragionare. Come non aiuta a ragionare e quindi a creare un tessuto sociale, culturale, civile fertile, il clima che oggi si è creato nel nostro Paese e che non ha bisogno di spiegazioni perché tutti lo vediamo. Quando “l’interesse per il Paese” vorrebbe che si affrontassero, cercando di risolverli, i problemi che abbiamo, dalla crisi economica, alla sicurezza, dall’immigrazione al lavoro, alla giustizia, dalla laicità dello Stato alle infrastrutture, all’energia, per citarne solo alcuni. E per risolvere questi problemi pensiamo davvero che l’Italia possa fare a meno di quel contributo che viene dalle forze laicheliberali-riformiste, ora frantumate, disperse o al servizio di altri padroni? Se crediamo che l’Italia non possa farne a meno, dobbiamo rimboccarci le maniche, gettare alle ortiche un po’ di pregiudizi e lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Iniziare un nuovo processo che sarà lungo, tormentato, insidioso, pieno di buche e tranelli, di sirene e ciclopi, di maghe Circe e di Calipso, un’Odissea per farci trovare la nostra “Casa”. E in questa operazione tornare a parlare con la gente ed essere interprete dei loro bisogni, delle loro speranze, delle loro esigenze. Con le fusioni a freddo, le battute, la demagogia, il populismo, la politica-spettacolo, le tifoserie, non cresce il senso civico di un Paese. Non crescono cittadini. Alla diseducazione civile va

contrapposta una politica di educazione civile e i repubblicani devono essere i primi interpreti di questa nuova fase politica. Dobbiamo guardare avanti, avere fiducia e speranza nel futuro. Solo così si salva una civiltà. E se oggi sembra di vivere nel Basso Impero, fra scandali di tutti i tipi, egoismi ed interessi solo personali, non dobbiamo né rassegnarci né restare inermi. Anche questi anni passeranno, ma dovremo farci trovare pronti per il dopo. Iniziamo questo processo e consegnamolo ai giovani Non so se re riusciremo a vederlo. Ma l’importante è iniziarlo. D’altronde la nostra storia di repubblicani, da Mazzini in poi, non ha mai visto compiuto, o molto poco, quello per cui si batteva. Ci siamo abituati e non ci spaventa. La tenacia è un prerogativa dell’edera. E se ogni anno celebriamo la Repubblica Romana del IX febbraio 1849, per ricordarne i principi ed i valori, ancor oggi disattesi, questo qualcosa vuole dire. Perciò abbiamo l’obbligo morale di rivolgerci a tutti quei cittadini che sempre di più non votano, voltano le spalle, pensano che tutto sia uguale e che la politica faccia schifo, votano turandosi il naso, gli occhi e le orecchie, dicendo loro che si può cercare di costruire insieme “l’altra Italia” di Lamalfiana memoria. Per i nostri figli. Perché non ci si può arrendere di fronte a quello che si vede quotidianamente. E quest’Italia sempre più strapazzata, sempre più divisa per ricchezze, servizi, costumi, fra Nord, Centro e Sud non va lasciata alla deriva. Facendo cosa si chiederà a questo punto il lettore? Io non so se nascerà un altro partito, un movimento o altro che, ma so che é indispensabile e improcrastinabile lanciare un appello a tutti quei cittadini e forze politiche e sociali che si sentono orfani, dispersi, senza casa, ospiti che puzzano, usati e poi gettati, per dar vita a un qualcosa di ampio ed aperto, propositivo, con valori, idee, principi che si richiamano al mondo laico democratico, repubblicano, liberale, riformista, che intende la politica come bene comune, che non é per la sterile protesta o la soluzione demagogica. Che ritorna a fare politica seria e pragmatica e che crede nell’Italia. Se avremo la forza di iniziare questo percorso lo stillicidio continuo del Partito Repubblicano, sotto gli occhi di tutti potrà forse cessare. Ma da noi deve iniziare, da noi deve essere lanciata la proposta, da noi deve partire lo slancio vitale per creare questa nuova forza. Il Congresso Nazionale del PRI che si terrà entro il 2010 dovrà dare una risposta a questo. Nel frattempo si cerca di mantenere viva la fiammella repubblicana, sempre più consunta ma sempre ardente, almeno nella nostra Regione, stando nel dibattito politico, impegnandosi per la soluzione dei problemi, cercando di dare una risposta ai bisogni della collettività, lanciando proposte e non proteste. E’ il fare amministrativo repubblicano che abbiamo nel sangue da generazioni, che ha dato alle nostre terre fior di amministratori, che ci fa ragionare sulle cose da fare, con quello spirito “laico” che é sempre più debole, fosco, rado nel nostro Paese. E’ presuntuoso pensare che l’Italia non riesca ad uscire dal pantano in cui si trova a causa dell’assenza di una forza come questa? E che i due blocchi, cattolico e comunista prima, destra e sinistra oggi, hanno sempre fatto di tutto per tenere a bada, o lontano, o marginarli forze come questa? Ma l’Italia ha tanta gente onesta, seria, laboriosa che ha fatto un passo indietro. E allora rituffiamoci, perché questa non é una battaglia di sopravvivenza, o di furbizia, o per le prossime elezioni (che ci sono ogni anno), ma per il futuro del nostro Paese. E facciamolo per quegli italiani che stanno aspettando, che credono ancora che le cose possano cambiare, per i giovani, nell’interesse del bene comune, o come noi Repubblicani abbiamo sempre detto, nell’interesse generale del Paese.

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Opinioni

Ancora sul testamento biologico
di Giancarlo Biasini* Le argomentazioni sul testamento biologico usate dalla Sen. Bianconi sul numero 3/2009 di Energie Nuove meritano alcuni commenti. Cercherò di farlo attenendomi strettamente a dati di fatto conscio che le discussioni si tengono più per ascoltare che per convincere. Le “alcune” volontà di cui la senatrice scrive e che il paziente può esprimere sono ben poca cosa rispetto a quelle volontà che la legge in discussione vieta. Il problema più serio è quello della alimentazione e idratazione. Voglio riprendere la terminologia usata nell’articolo: ”Non può essere consentita la rinuncia a strumenti che siano di semplice supporto alle naturali funzioni di alimentazione idratazione”. Se prescrivesse che non si possono cessare, finché possibili, le naturali funzioni di alimentazione e idratazione la legge sarebbe già migliore. Questa naturale funzione riguarda il passaggio degli alimenti dalle vie naturali: bocca, faringe, esofago, cardias, stomaco. In realtà non è così. - L’alimentazione idratazione di cui trattasi avviene mediante un intervento chirurgico, o chirurgico-laparoscopico, in anestesia, con la collocazione di un tubo in un organo posto al di sotto del cardias. - Gli alimenti usati non sono naturali; non sono preparati né dalla cucina dell’ospedale, né dalla industria alimentare, ma da quella farmaceutica. - Non sono fatti di cibi naturali cioè di sostanze complesse, ma di sostanze elementari: carboidrati, lipidi, proteine, le stesse che si usano per la alimentazione endovenosa. Non quindi il “pane e acqua” (che tristezza la demagogia in questo ambito!) perché con pane e acqua, si fa la fine degli ebrei nei lager. Il materiale di cui è composta la connessione, del resto, non reggerebbe cibi di “cucina”. - La quantità e qualità del preparato da somministrare è una vera e propria prescrizione che necessita di una competenza nutrizionistica oggi addirittura istituzionalizzata; ed è sanzionabile se avvenuta con errori il che non accade per l’alimentazione naturale. Che si tratti di un intervento “gravoso” è sostenuto dalla Associazione dei medici cattolici di Milano. Questa afferma che l’ alimentazione - idratazione “possono risultare inutili per il paziente e per lui troppo gravose; la gravosità non è da intendere solo in senso fisico, ma anche morale con riguardo anche alle relazioni famigliari e più in generale interpersonali che determinano la idoneità spirituale del paziente”. Questo vale specialmente per i malati cronici oncologici, respiratori e neurologici (e più drammaticamente per i genitori nei casi dei bambini che questa legge ignora) che hanno chiaro, per averlo visto con i propri occhi, negli ospedali, il percorso finale della malattia. Altro problema è il potere affidato al medico di medicina generale. E’ noto che la legge è in contrasto con l’art 53 del richiamato (dalla legge stessa) codice di deontologia medica che esclude che il medico possa contrastare il rifiuto consapevole di nutrirsi del paziente. Ed è in contrasto con il codice deontologico dei collegi IPASVI degli infermieri Ma, a parte questo, ai medici viene attribuito un potere sfornito di background culturale: né nei corsi di laurea né in quelli di specializzazione essi hanno seguito corsi di bioetica o di counselling o di narrative medicine: ha scritto

un teologo cattolico (Vito Mancuso) che, del dolore e della vita, scienza e letteratura possono parlarne insieme. Proprio questo è alla base del fenomeno della estrema medicalizzazione dei vissuti della professione medica. Attribuire alla legge un ruolo di supplenza per una discutibile competenza riuscirà problematico. Un problema supplettivo riguarda i bambini: il medico di medicina generale dell’esercente la patria potestà sembra dovere accettare anche le dichiarazioni anticipate per i minori di cui nulla conosce perché assistiti da un altro medico: il pediatra di libera scelta. Sarebbe un bel pasticcio relazionale. Ma chi pensa ai bambini in questo paese? Ora vorrei esular dai fatti, di cui dicevo all’inizio, per una considerazione finale: a me pare che sfugga, in questa discussione -ma lo so che non sono un teologo- una idea, quasi blasfema, del “Creatore e Principio di tutte le cose” che si rimette alla tecnologia e sposta i termini della vita naturale, da lui stesso “fissata in tempi e spazi” (Atti 17.26), a seconda delle macchine inventate dagli uomini, mentre altrove (il ciclo della fertilità, per esempio, e il divieto degli anticoncezionali) sostiene la razionalità della natura e la sua conformità al volere divino.
* Centro Salute del bambino ONLUS. Formazione e ricerca . Trieste

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Opinioni

di Elisa Ambrosini*

Ciò che sembra un male a un’epoca, è solitamente un contraccolpo inattuale di ciò che un tempo fu sentito come buono, l’atavismo di un antico ideale. Nietzsche Il termine come oggi lo intendiamo -e cioè circoscritto all’ambito del rapporto tra medico e paziente-trova la sua più completa e risalente definizione nelle parole di Francis Bacon, che identifica l’eutanasia con un’attività terapeutica di natura “antidolorifica”, giustificata dal sentimento della compassione umana. Vorrei subito tracciare una netta linea di demarcazione tra due fenomenologie profondamente diverse ma troppo spesso trattate confusamente: l’uccisione di un terzo e l’autouccisione. Sovvertendo l’ approccio oggi più in voga, vorrei qui considerare l’autouccisione, perché credo sia quasi ipocrita parlare di testamento biologico senza prima aver dibattuto sulla questione dell’eutanasia. Il punto di partenza delle mie riflessioni sarà la legge, ed in ultima analisi la Costituzione, fonte delle fonti. Infatti quella Costituzione che Zagrebelsky definisce come “ciò che un popolo si dà nel momento in cui è sobrio, a valere per il tempo in cui sarà ebbro”, è la base, il dato da cui non si può prescindere. L’art. 32 comma 2, Cost. recita: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Questo articolo ben si inserisce nella filosofia della nostra Carta fondamentale, che è tutta improntata al rispetto della dignità della persona umana; e dignità cos’altro significa se non garanzia di eguale considerazione per le diverse individualità? Parlare di “rispetto della persona” significa appunto riconoscere che il diritto alla tutela della salute appare inscindibile dalla tutela dei diritti di eguaglianza e libertà. Risulta allora evidente che, per rispettare il dettato costituzionale, la nostra attenzione debba focalizzarsi sull’individuo, con la sua sensibilità ed il suo portato di valori. Questo impegno, in una società pluralista come quella attuale, impedisce di ricorrere al diritto come veicolo autoritario per imporre erga omnes valori assoluti, e si traduce piuttosto nel riconoscimento al paziente della facoltà di scelta.

Non esiste, infatti, un parametro oggettivo che possa qualificare una vita come degna di essere vissuta. Il punto fondamentale è, in definitiva, il diritto del malato di sentirsi Uomo; e questo riconoscersi tale non può certo essere un sentire imposto. Se così fosse sarebbe violenza, intima e inumana violenza. Essendo convinta che l’autodeterminazione costituisca una proiezione della dignità dell’individuo, penso che qualunque scelta, che in questo delicatissimo ambito si rivela particolarmente difficile e sofferta, sia meritevole del più profondo rispetto, anche dal punto di vista giuridico. Ritengo riduttivo limitarsi ad affermare che la volontà di morte sia un grido di solitudine che sottende una richiesta di aiuto. Credo, infatti, che le dinamiche psicologiche di un malato terminale siano ben più complesse e profonde. Lo Stato e la società civile hanno il dovere di affrontare questa difficile questione tendendo sempre all’obiettivo fondamentale - e da tutti condiviso - del rispetto della dignità di ogni persona. È doveroso l’impegno familiare, sociale e medico per contrastare le condizioni che portano all’emarginazione e all’afflizione del malato, ma è altresì compito dello Stato trovare una soluzione giuridica a quei casi in cui l’estrema, tragica volontà comunque si manifesta. In definitiva, se si possono rilevare problematicità in merito alla regolamentazione dello stato vegetativo permanente - in cui la scelta di continuare a vivere non è un’attuale manifestazione di volontà del soggetto-, non sembrano invece esserci veri ostacoli giuridici alla liceità di pratiche eutanasiche, almeno passive. Atti coscienti e volontari di disposizione del proprio corpo che non ledono i diritti di alcuno. Bisogna allora chiedersi quale sia il motivo di questo tabù, quale il motivo dello scandalo davanti alla semplice menzione del termine “eutanasia”. Quale il motivo di questa sorta di divieto sacrale a dibattere su un tema che in altri Paesi europei è stato già affrontato da anni. Personalmente sono convinta che il motivo sia un fattore culturale. Nel nostro Paese, infatti, ogni fermento riformatore sembra come soffocato da un velo di oscurantismo; ed è questa latente cultura illiberale che serpeggia tra le stanze del potere e nelle piazze, a costituire il vero freno dell’Italia. Occorre trovare il coraggio di guardare in faccia la realtà, il coraggio di ammettere che “Eppur si muove”. Come la coscienza umana.
*Laureanda in giurisprudenza

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Sanità. Priorità per le elezioni
La Sanità impegna più dei tre quarti del bilancio regionale. Basta questo per dirne l’importanza. Stiamo andando verso elezioni regionali. Cosa c’è di maggiore rilevanza dal punto di vista programmatico se non la sanità? Se di essa non si parla dandole il peso che deve avere, significa che facciamo le campagne elettorali su questioni di minor rilievo invece che su quelle che contano. Anche questo è specchio di una politica decisamente inadeguata, comunque la si guardi e da qualsiasi posizione o lato di schieramento la si affronti. Anche questo è prova evidente che la politica anziché essere quella con la P maiuscola è sempre più in scivolo verso il rango del politicume. Si contende il potere. È lotta senza quartiere per conservare il potere o per conquistarlo. Di potere e di posti di potere si parla e ci si preoccupa. Non dei problemi e di come risolverli. In questi giorni ci si imbatte in saccenza, prosopopea verbale, disquisizione di e su strategie ed altri termini roboanti ai quali non si reca un briciolo di significato che sia uno. E non sono discussioni da bar. No. Intervengono fior fiore di attuali o ex leader politici ed amministrativi. Sempre puntuti nell’asserire l’autoencomio per le prorpie azioni. Perfino incuranti delle mastodontiche contraddizioni che sono del loro parlare così come sono evidenti del loro agire, di ieri, come di oggi. Non importa. Un personale politico – si fa per dire – che con la più evidente delle strumentalità solo si occupa di conservare il proprio potere e la possibilità di continuare a gestirlo con il più cinico arbitrio, o di raggiungerlo, non per cambiare, ma solo per sostituirsi in questo modo di intendere e di gestire il medesimo potere. Impossibile non stupirsi e perfino non indignarsi. Al chè si prova solo, però, un profondo e disarmante senso di impotenza. E non basta volgere una critica in questa direzione. Non basta dire che la società civile è stanca di tutto questo. Che è insoddisfatta. No. Perché se tutto questo è, lo è anche perché quella politica è specchio esatto di questa società civile. Non c’è trillo che dia la sveglia. Occorrerebbe un boato e chissà se basta. La sanità è qualcosa che riguarda da vicino tutti i cittadini. Ne riguarda la salute, la cura della malattia. La prevenzione. Ci si imbatte tutti in problemi di salute, più o meno seri. Si soffre la mala sanità e si apprezza quella buona. Possibile, quindi, che la responsabilità politica non debba assumere come prioritario questa problematica? E per quanto riguarda i cittadini, possibile che non debbano misurare la qualità della politica con la quale hanno a che fare anche partendo da qui? Se i cittadini-elettori si determinassero ad esprimere le loro preferenze elettorali in base a valutazioni di merito delle proposte che si confrontano su questioni come la sanità, invece che lamentarsi di queste talvolta e poi votare in base a tutt’altre ragioni quando è il momento, forse ci sarebbero davvero dei benèfici cambiamenti nella società, nella politica e nelle istituzioni. E invece l’andazzo è quello di una politica che sfrutta la popolazione inerte e la popolazione inerte che non produce alcun cambiamento della politica. Adesso, a fine marzo, si vota per i governi regionali. Tre quarti del bilancio regionale sono inerenti alla sanità. Perché non pretendere in questa circostanza – quando, altrimenti! - che si dica con chiarezza cosa si intende fare a questo proposito così da valutare e scegliere fra proposte di merito e concrete? Premiando chi ha le migliori e bocciando chi non dice nulla o dice cose che non si condividono. Che gran prova di maturità civile sarebbe se succedesse qualcosa del genere! Bisogna pretendere soluzioni per la sanità. Sarebbe bello, positivo e originale se ci fossero dei cittadini che dessero vita ad un comitato a-politico, apartitico, no partisan, che incitasse le persone ad indirizzare il loro voto in base alle proposte concrete che si fanno per dare soluzione ai problemi della nostra sanità regionale. Scegliendo fra quelle che si confrontano. Qui a fianco pubblichiamo un breve resoconto delle questioni che sono sul tappeto da alcuni giorni. Dissesto finanziario. Un sistema di controlli quantomeno discutibile e lacunoso. Investimenti fatti e non completati che richiamano un ulteriore dispendio di risorse che nulla hanno prodotto. Situazioni, nel complesso, che inducono anche troppo facilmente a considerazioni preoccupate sul modo stesso con il quale si gestiscono i soldi della collettività. E il tutto nel merito di problematiche così decisive come quelle che riguardano la salute di tutti. Impossibile non riflettere su un quesito fondamentale: nella scala dei valori che presiede la gestione della sanità e delle strutture sanitarie, la salute dei cittadini è davvero al primo posto? O non è invece che spesso è secondaria rispetto al privilegio di altre esigenze ed altre considerazioni? Da tempo poniamo l’esigenza di adeguare la governance della sanità regionale; di dare all’Area Vasta un assetto di governo concreto nuovo, che attualmente non c’è. C’è solo una coordinazione che comincia a palesare una impotenza di fondo ad affrontare i problemi che ha di fronte. Ed abbiamo posto la questione tenendo conto dell’obiettivo di dare una funzionalità più adeguata alle strutture e ai servizi sanitari. I problemi di questi giorni che non conoscevamo così eclatanti e che tanto hanno scandalizzato l’opinione pubblica sono una conferma dell’esigenza che occorre mettere mano subito e bene a queste problematiche. La scorciatoia di molti nell’affrontare queste cose è dire che bisogna estromettere la politica dalla sanità, cioè dal governo della sanità. E più si suona questa grancassa, più si chiede meno politica, non ci si accorge che invece ce ne è sempre di più e spesso della peggiore. Non si prescinde dalla politica. La sanità è nelle competenze della regione. La regione sceglie e nomina i Direttori generali delle Aziende sanitarie. Questi ultimi sulla base delle disposizioni di bilancio e degli indirizzi regionali gestiscono le Aziende, le strutture ed i servizi attraverso i vari altri responsabili che sono scelti e/o nominati dalle direzioni generali, e via così. Dalla politica non si prescinde. Allora è nelle soluzioni politiche che si deve mettere mano altrimenti si pesta dell’acqua e si fan frittelle con l’aria. Anche questo meccanismo dei così detti managers che sarebbero i Direttori generali dell Asl deve essere cambiato. Non sono estranei alla politica, spesso sono più politicizzati che mai, e senza l’onere di un controllo e di un equilibrio determinato dal controllo di una politica dialettica e seria. C’è spartizione fra forze politiche anche nelle nomine delle direzioni generali. Niente di cui meravigliarsi se non fosse che spesso quelle nomine anziché essere improntate, però, a meriti riconosciuti rispondono ad affiliazioni politico-partitiche che prevalgono sulle considerazioni delle attitudini e delle capacità. Il sistema continua a pag.21

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Sanità regionale nel ciclone
Il modello della sanità emiliano-romagnola, che da sola assorbe circa tre quarti del bilancio della Regione, sta mostrando qualche vistosa falla. Le notizie, fino a poche settimane fa confinate nelle cronache locali dei quotidiani, sono balzate a livello nazionale non solo per l’approssimarsi delle elezioni regionali del 27 e 28 marzo, ma per l’entità delle cifre in ballo. Così ‘Libero’ ha avuto gioco facile, a fine gennaio, nello scrivere pagine pesanti come il piombo, quasi che fossimo ancora ai tempi della linotype. Dell’ospedale di Cona, in provincia di Ferrara, si sente parlare da tempo come di un’opera incompiuta i cui costi si sono moltiplicati col passare degli anni senza che i lavori vedessero mai la fine. Anzi, ci sono stati impianti che hanno dovuto essere rifatti perché resi inutilizzabili dall’inattività. L'avventura iniziò giusto vent'anni fa, e allora si ipotizzava un costo di cento miliardi di lire; ma oggi la cifra di cui si parla è 287 milioni di euro. E ancora l'ospedale non è entrato in funzione. Ma è in Romagna che le sirene d’allarme risuonano più forte. Proprio dove la Regione ha creato ‘Area Vasta’ per accentrare servizi e procedure delle Aziende sanitarie locali di Ravenna, Rimini, Forlì e Cesena (dalla centrale operativa del ‘118’ al laboratorio analisi unico) emergono bubboni che minacciano di scoppiare sporcando l’immagine alla quale la Regione tiene tanto. La magistratura ha aperto almeno un paio d’inchieste, ma la corposità dei fascicoli acquisiti fa pensare che per avere qualche risultato sarà necessario aspettare un bel po’ di tempo. A Forlì da tempo si sussurrava che i conti dell’Ausl non fossero in ordine, ma nessuno si aspettava che il cambio di direttore generale, con Licia Petropulacos che a ottobre 2009 ha preso il posto di Claudio Mazzoni, portasse alla luce una voragine da 60 milioni di euro di deficit nei conti per il biennio 2008-2009. Da cosa sia stato causata questa voragine ancora non si sa, né se ne conoscono i contorni definiti; è evidente, però, che le affermazioni della Regione («il deficit è stato scoperto perché i nostri controlli hanno funzionato») possono suscitare perplessità, mentre il centrodestra chiede dimissioni. Quando arriva il temporale, però, di fulmini non ne cade mai uno solo, ed ecco che a metà gennaio i carabinieri prelevano dagli archivi contabili della Regione a Bologna e da quelli delle Ausl di Cesena e Forlì i documenti di due appalti milionari relativi al Laboratorio unico di Pievesestina, a due passi dal casello di Cesena Nord dell’A 14 e dal raccordo con l’E45. Si tratta della fornitura di strumenti e reagenti diagnostici per un periodo di sei anni, aggiudicata a una cordata capeggiata dalla Roche per quasi 41 milioni di euro (il ribasso offerto sulla base d’asta è stato del 7,96%). Contro l’aggiudicazione, l’altra cordata concorrente, formata da Beckman, Menarini e Biosite, ha presentato ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, ma senza ottenere soddisfazione alcuna. Ora indaga la Procura della Repubblica di Forlì, che ha aperto un fascicolo pure per l’appalto del trasporto a Pievesestina dei campioni (si parla di 9-10 milioni di analisi all’anno) dai 93 punti di prelievo disseminati in Romagna, un affare da cinque milioni di euro. A far discutere c’è anche il canone d’affitto che le quattro Ausl romagnole pagano all’Immobiliare Cesena Nord che ha realizzato il laboratorio: si tratta, complessivamente, di quasi due milioni e mezzo di euro all’anno, circa duecentomila euro al mese. Ma l’immobiliare ha costruito su un terreno comunale (concesso in diritto di superficie per 99 anni) utilizzando lo strumento finanziario del leasing. Che qualcosa non abbia girato per il verso giusto lo indica il fatto che, dopo un solo anno dall’entrata in funzione del Laboratorio Unico, sono sempre più insistenti le voci di un tentativo d’approccio per l’acquisto dell’immobile. La Regione non poteva pensarci prima o, meglio, non avrebbe potuto fare l’operazione senza ricorrere a un privato? Ciliegina sulla torta, infine, è la vicenda che riguarda Ignazio Marino, medico candidato alle primarie del Pd vinte da Bersani: pare stesse per firmare un contratto per lavorare al Policlinico Sant'Orsola di Bologna, ma il contratto è sparito; pare ci sia una registrazione in cui un commercialista, intercettato per altra vicenda, afferma che Marino in Emilia non è più gradito essendosi messo contro Bersani. Sarà vero? ***

segue da pag. 20

Sanità. Priorità per le elezioni
stesso dei controlli va ripensato. Che sia il controllo che attualmente si esercita sulla spesa delle Asl che consente di avere individuato, ad esempio, il dissesto finanziario dell’Asl forlivese, non esclude di dover riflettere sul fatto che quel sistema di controllo non basta ad evitare o almeno ad essere più tempestivo nell’intervenire sulla mala gestione. Un sistema di controllo che eviti di incorrere in prassi, in acquisti, in locazioni e quant’altro che inducono anche troppo facilmente a riscontrare quanto meno certe incongruenze e certe discrasie rispetto al più normale mercato di certi prezzi e di certi costi. Non pretendiamo di avere la soluzione per queste esigenze. Anche se abbiamo idee al riguardo e non certo campate in aria. Ci interessa vedere e valutare se almeno c’è la consapevolezza che queste sono esigenze serie e prioritarie. Ciò che fa specie è che si faccia finta di niente e che si passi ad altro invece

che stare su queste cose. Bisognerebbe segnalare con forza ai vari concorrenti elettorali per le regionali che il voto di molti dipende da questo: dall’impegno che si assumono e come se lo assumono perché nei prossimi mesi siano affrontati e risolti il nuovo assetto di governance di Area Vasta; la definizione di nuovi contenuti e nuovi metodi inerenti la gestione dell Asl; un più efficace sistema di controllo sia della spesa sia delle procedure di spesa. Senza dire che sarebbe bene che si affermasse la consapevolezza che ci sono molte cose da andare a rivedere perché hanno fatto troppa acqua nel corso di questi ultimi tempi. Dare il voto a chi manifetasse con forza e credibilità queste consapevolezze e questi impegni. E non darlo a chi se ne disinteressa e non si cura troppo se le cose rimangono così come sono. Sarebbe la sveglia che occorre. ***

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Non Dimenticare

"Che si tenga il massimo della documentazione - Che si facciano filmati - Che si registrino i testimoni - Perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo" Dwight Eisenhower

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Rivedere qualche mito su alcune parti della Costituzione
di Luigi Tivelli* A costo di essere banale, auguro ai lettori e agli italiani tutti per il 2010 un bipolarismo mite, vissuto con più serenità, in cui molti depongano le armi degli eccessi verbali, e quelli che fino al giorno prima si consideravano nemici, diventino invece avversari politici, in cui certi editoriali non siano veri e propri fucili spianati e si dismetta il killeraggio a mezzo stampa. Pur con le stesse perplessità manifestate dal Presidente della Repubblica prima del messaggio di fine anno, spero che possa nascere un clima propizio alle riforme che servono al Paese, compresa ovviamente quella della seconda parte della Costituzione, specie in riferimento alla forma di governo, al federalismo, al bicameralismo, alla riduzione del numero dei parlamentari. Il paradosso è che da tempo questo, lo dicono e lo chiedono in tanti, a destra come a sinistra e al centro, ma ben pochi ci si dedicano sul piano operativo. Da tempo era stata acquisita agli atti parlamentari l’ormai famosa “bozza Violante”, i cui contenuti sono stati riproposti tante di quelle volte che suona quasi pleonastico ricordarli. Abolizione del bicameralismo paritario e perfetto, tramite la differenziazione della struttura e delle funzioni delle due Camere, con un Senato a base federale e concentrando buona parte dell’attività legislativa nella sola Camera. Riduzione significativa del numero dei parlamentari. Potere di nomina e revoca dei ministri attribuito al Premier. Introduzione del meccanismo della sfiducia costruttiva, per cui chi intende far cadere un governo deve proporne un altro. Questi sono in linea di massima i cardini di un testo che già nella scorsa legislatura era stato licenziato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, sul quale, almeno sulla carta, sembra non vi siano grosse obiezioni da parte dei due Poli. Chissà se in questa legislatura soprattutto l’incombenza delle questioni della giustizia e delle relative leggi (che alcuni chiamano ad personam e Berlusconi definice invece ad libertatem) frenerà ancora una volta il cammino della riforma istituzionale. Un mito costituzionale Ma in questa sede, per quanto mi riguarda, invece, vorrei sgombrare il terreno da un idola fori, basato sulla vantata intangibilità della prima parte della Costituzione. Non penso tanto ai diritti e ai doveri fondamentali così ben scolpiti dalla Carta fondamentale del 1948. Penso invece al Titolo III (Rapporti economici) della prima parte, in cui troviamo casi significativi di inattuazione costituzionale e norme che soffrono l’usura del tempo. Quanto ai primi, mi riferisco in particolare all’articolo 39, che prevede l’obbligo di registrazione dei sindacati a condizione che abbiano un “ordinamento interno a base democratica”. Sulla base della personalità giuridica così acquisita, “rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti”, potrebbero stipulare contratti collettivi di lavoro con validità erga omnes. Si tratta forse dell’articolo più disatteso della Costituzione. I sindacati infatti, pur essendo un vero e proprio moloch burocratico e finanziario, dal punto di vista giuridico continuano ad essere pure associazioni di fatto. Né esiste alcuna seria verifica sulla loro rappresentatività in sede di stipulazione dei contratti di lavoro. In parte analogo è il discorso per i partiti, che, secondo l’articolo 49 della Costituzione, dovrebbero “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per un verso anche essi risultano pure associazioni di fatto, pur disponendo di una ingente mole di finanziamenti pubblici, per altro verso la vigenza “del metodo democratico” al loro interno è per vari di essi a dir poco dubbia. Né le ricorrenti iniziative di qualche parlamentare sulla definizione di uno “Statuto pubblico dei partiti” hanno mai avuto neanche il minimo successo. Tornando al titolo sui rapporti economici, emerge che quella che viene definita la “Costituzione economica” è, in più di qualche parte, vetusta. L’articolo 42, relativo alla “proprietà”, risente di spinte dirigistiche e di qualche tono non poco socialisteggiante. Analogo è il discorso dell’articolo 43 sul possibile trasferimento allo Stato, mediante espropriazione, di alcune tipologie di imprese. Si tratta di osservazioni mirate e puntuali, che non intendono intaccare il cuore della prima parte della Costituzione, la quale, però, non può rimanere racchiusa nel mito dell’intoccabilità.
* Consigliere parlamentare e scrittore

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Bimestrale - Direttore: Denis Ugolini - Direttore Responsabile: Ubaldo Marra Redazione: Emanuela Venturi, Piero Pasini, Franco Pedrelli, Giampiero Teodorani, Randolfo Natali, Maurizio Ravegnani Registrazione n. 4/09 - Tribunale di Forlì del 24/02/09 Proprietà: Associazione Culturale Energie Nuove - Cesena, Via Mattarella 60 Stampa: Litografia Tuttastampa Cesena.

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