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NUMERO 50 | PRIMAVERA 2015 | COPIA GRATUITA | WWW.BEAUTIFULFREAKS.

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LIVE

RECENSIONI

RUBRICHE

Sommario
CONCERTI

4 William Elliott Whitmore
8 Godspeed You! Black Emperor

RECENSIONI


9 Le Specialità Tipiche
10 Full Length
26 EP

RUBRICHE
29 Bu!Cce Candite


30 L’opinione Dell’incompetente
31 Trentatre Giri Di Piacere
32 Chi L’ha Visti?

LE RECENSIONI
Uochi Toki | Aloa Input| Umberto Maria Giardini | Johnny Mox | Frankie Magellano | Capra | Belly hole
Freak | Max Fuschetto | Polar Bear | Moustache Prawn | LeSigarette!! | Simone Mi Odia | ?Alos | Mondo
Naif | Culture Wars | Tic Tac Bianconiglio | Marco Ielpo | Phantorama | Michele Maraglino | Felpa |
Aeguana Way | Pristine Moods | CarmenSita | Kensington | Paolo Sanna OKRA Percussion Project |
Freddocane | Frank Polacchi 4tet | The Noobs ||| Andrea Chimenti | Rami | Bologna Violenta - Dogs For
Breakfast | Globetrotter | Priscilla Bei | Cairobi | 124C41+ //

BEAUTIFUL FREAKS
Sito web: www.beautifulfreaks.org E-mail: redazione@beautifulfreaks.org
Twitter: http://twitter.com/bf_mag Facebook: http://www.facebook.com/beautifulfreaksmag
WikiFreaks: www.beautifulfreaks.org/wikifreaks E-mail: wikifreaks@beautifulfreaks.org
Direttore editoriale: Andrea Piazza
Caporedattore: Agostino Melillo
Direttore responsabile: Mario De Gregorio
Redazione: Maruska Pesce, Marco Mazzinga, Marco Petrelli, Fabrizio Papitto, Vincenzo Pugliano,
Pablo, Bernando Mattioni, Anthony Ettorre, Lorenzo Briotti, Rubby.
Hanno collaborato: Alberto Sartore, Ciceruacchio, Marica Lancellotti, Antonia Genco, Andrea
Plasma, Piergiorgio Castaldi, Gabriele O, Daniela Fabozzi, Daniele Bello, Giacomo Salis, Alberto
Giusti, Frank. Infine un ringraziamento particolare a Marco M. e Vincenzo P.
Le illustrazioni sono a cura di Aenis e del suo sito trovate un QRCODE a fianco. Le illustrazioni del
concerto di William Whitmore sono di Damiano Olivieri. Le illustrazioni di Bu!Cce Candite sono di
Antonia Genco.
Beautiful Freaks è una testata edita da Associazione Culturale Hallercaul
registrazione al Roc n° 22995

editoriale

50. Nella Smorfia il 50 è il pane. E di questo numero 50, il nostro numero 50, abbiamo stampato tante
copie, tante volte 50, e le abbiamo distribuite per offrirle a tutti gli indiscutibili discofili discepoli
dell’analogica pubblicazione cartacea, ma anche per chi ci legge online, per comodità, senza discreditare
l’analogico… Abbiamo, dunque, moltiplicato il nostro numero 50 in tante copie, abbiamo moltiplicato
il nostro pane… insomma, abbiamo compiuto un miracolo! Un mezzo miracolo, invero, non avendo
moltiplicato anche i pesci, che non sono presenti nella Smorfia, ma se sogni di friggerli fa 27, se li sogni
raggruppati in banchi fa 86 e se te li fai sfuggire 31. Ma non divaghiamo, che è già difficile parlare di
50 senza che lo si faccia seguire dalle altrettante sfumature di erotismo scontato per casalingue senza
fantasia. Non è una sveltina sadomaso di un’ora e mezzo di cui stiamo parlando, qui c’è in ballo un
numero che rappresenta il nostro 14° anno di storia, sempre incollati all’underground musicale come
pendolari londinesi fischiettanti o ratti squittenti o operai romani, romeni, rumeni, ramini, rumani,
rimani da anni nella metro C. Sempre a tessere i fili dell’underground nella nostra isola, senza mai
tradirlo per le sexy sirene dell’indie più mainstream.
Il 50 è una roba seria. Nell’antica Roma era simbolo di giustizia, equità, il giusto mezzo, nella matematica
indiana è un numero di Harshad, divisibile per la somma delle proprie cifre, e per la fisica nucleare
un numero magico, che assicura un livello completo di nucleoni all’interno del nucleo atomico, così
almeno giura un utente anonimo su Wikipedia. Il giusto mezzo è un concetto interessante troppo
reazionario, la metafora del pane ci piace di più, richiama la convivialità semplice, da prato e tovaglia,
fili d’erba e cestino di vimini intrecciato, ascoltando folk popolare privo di intellettualismi, country
popolare privo di smanie 2puntozeristiche, blues popolare privo di pose da copertina di Rolling Stone,
underground privo di isolazionismo cripto-elettro-suprematista iperuranico.
Davvero siete arrivati a leggere fino a qui?! Allora questo 50 ve lo meritate tutto! 

BF

WILLIAM E. WHITMORE
William Elliott Whitmore in concerto l’11 aprile all’Off Broadway di Saint Louis (MO). Un
peregrinaggio più che un live report, raccontato in quattro capitoli e illustrato per l’occasione
dalla viva mano di Damiano Olivieri, del quale ve ne proponiamo un estratto qui ma che
potrete leggere integralmente sul nostro sito www.beautifulfreaks.org/
Whitmore è all’ingresso, parla con gli avventori che tracannano grosse sorsate da tallboys
ghiacciati e stillanti. È gioviale e sorridente mentre culla una bottiglia; esattamente come
te lo aspetti: gentile ma ruvido, cappello a tesa larga sopra una barba incolta che nasconde
un sorriso solare e affilato. Più o meno il risultato di un’anima intimamente punk cresciuta
in campagna tra balle di fieno, banjos e whiskey. Non mangio da ore quindi mi dirigo spedito
verso il bancone sperando in una robusta dose di grasso, malsano cibo americano. E invece no,
tutto quello che hanno di commestibile è in bottiglia. Spinto da un insieme di superomismo,
presobenismo e incoscienza, decido di
cenare con tre pinte di ottima IPA artigianale.
Mentre i miei sensi si affievoliscono insieme
al mio inglese, guardo guardo il sole calare
rossiccio sulla rossiccia città di St. Louis, a
due passi dal Mississippi che tutti amiamo e
che incondizionatamente ricambia il nostro
amore, lercio e largo e lento.
L’ubriachezza mi aiuta a sentirmi a mio agio
nonostante la solitudine, anche perché i
presenti sembrano assolutamente accordati
con il flusso dell’universo, qualunque
esso sia. Ogni tipo di età e ogni tipo di
forma (abbondano le forme tonde, come
sempre), tatuaggi rozzi da motociclisti
e fedora inamidati, felpe con zombies e
camicie bianche immacolate. Un rilassato
strafottersene del prossimo tuo che non
è come te stesso. Apre le danze un certo
Billy Skelton: open tunings, bottleneck e
barba infinita, seguito da un altrettanto
irsuto gruppo di fedelissimi in tono con la
serata che promette uno scorcio di midwest
rurale e malrasato. Blues. Whitmore incita
l’incrocio tra biker e operaio in possesso del palco, applaude, sorride, parla con chiunque
si fermi a dargli una pacca sulle spalle. Continuo con la mia ferrea dieta di Anti-Hero IPA,
che mi sembra perfettamente in tono con il resto. W.E.W mi passa a fianco andando verso
il bar, incrocio il suo sguardo, alza il mento in un colossale gesto di saluto da bullo. “Howsa
goin”, chiede, “Great”, rispondo con un mezzo sorriso impastando un po’ le lettere, “Great”,

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risponde. Skelton il barbuto suona un pezzo
dedicato al quartiere, tutti inneggiano,
alza la sua pinta, saluta e scende dal
palco. Tocca all’apertura personalmente
scelta da Whitmore, Esmé Patterson, una
ragazza pallida che (informa) ha scritto
un album dove ogni pezzo è l’immaginaria
risposta di una famosa donna di qualche
famosa canzone. Il più delle volete queste
tizie sembrano alquanto incazzate con i
loro cantori. Irene di “Goodnight Irene”,
Jolene, Eleanor Rigby (a Eleanor girano
più di tutte). Whitmore mi passa di nuovo
a fianco andando a mettersi sotto palco,
“She’s badass”, mi assicura. Il pubblico, a
ogni modo, sembra apprezzare, e applaude
scrosciante dopo ogni pezzo. Saluti, “Grazie
St. Louis”, luci basse. Tocca a Willy adesso.
Sale sul palco, all’improvviso, senza
introduzioni e senza calcolati tempi
drammatici. Poggia il bicchiere vicino allo
sgabello, alza il braccio verso il pubblico.
Intorno a lui un banjo a quattro corde,
una Martin’s acustica, una specie di Jaguar hollow-body e la cassa di una batteria. Con una
voce che è una sega arrugginita su un viale ghiaioso in un bicchiere di whiskey, introduce
brevemente i pezzi che infila uno dietro l’altro, impreca continuamente e continuamente
ringrazia. Intenso e tirato. Whitmore parla con il pubblico, sbatte l’asta del microfono dopo
ogni pezzo e punta il suo ghigno verso di noi alzandosi a stringere mani. Dice che anche gli
atei hanno bisogno del loro vangelo e, pestando sul pedale del crunch, specifica che il suo è
un “Garage Gospel for Atheists”. Suona i suoi inni ribelli, canzoni piratesche sul vivere liberi
(letteralmente inciso sulle sue dita), l’odio per gli sbirri, liquori distillati in casa e i campi
di grano dell’Iowa. Una certa rustica poeticità in ogni ruggito lanciato dal palco. “Hell or
High Water” e tutti alzano i bicchieri brindando al roco menestrello di Lee County; “Johnny
Law”, la platea è un unico organismo ubriaco e sudato che balla e fischia alla polizia. Non c’è
nessuno in sala che non sia ipnotizzato da Whitmore e i suoi ripetuti “Cheers” e “St. Louis,
motherfucker!”. L’apice dell’empatia si raggiunge con un’eulogia del Midwest: “Siamo quelli
che non ti aspetti, siamo i cavalli neri”, dice, e i Midwesterners esultano, prendendosi la loro
rivincita sulle coste, almeno per stasera. C’è tempo anche per una cover dei Bad Religion,
“Don’t Pray on Me”, meravigliosa. Del resto il tono secolare della messa serale era già stato
affermato in apertura. Subito dopo, “Pine Box”, classico pezzo folk sulla morte dell’amata
che evidentemente è più di un passaggio stilistico obbligato perché la voce di Whitmore
si spezza. Si interrompe, riprova, non riesce, si porta una mano sul cuore e chiede scusa,
buttando giù l’ennesimo whiskey, applaudito e consolato dal pubblico adorante. Qualcuno
porta delle pinte sul palco.Il set si conclude poco dopo con “Our Paths will cross again”,

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che accompagniamo battendo le mani e
cantando il ritornello a squarciagola. Ci
vogliamo tutti bene stasera, sappiamo di
essere stati parte di qualcosa di potente,
primitivo e profondo. Il vangelo per atei
della chiesa del reverendo Whitmore ha
raccolto l’ennesimo gruppo di proseliti
ubriachi, fradici e felici. La ragazza al
banco dischi e magliette sale sul palco, si
abbracciano, si baciano. La sua ragazza,
evidentemente. Se ne va com’è salito,
senza sensazionalismi o gesti plateali,
fermandosi solo un attimo per ricevere le
ultime strette di mano e firmare qualche
vinile. Non posso fare a meno di chiedermi
perché da noi qualunque stronzo una volta
messo piede su di un palco s’incorona
automaticamente semidio in un turbine di
pose che vanno dall’eccessivo al ridicolo,
mentre quest’uomo (che è stato in tour con
Chris Cornell, Clutch e Murder by Death,
tra gli altri) monta e smonta le sue cose ed
è accompagnato solo dalla fidanzata che
vende T-Shirts e Cd nell’angolo buio della
sala. Non ho una risposta, però. Finisco il mio bicchiere, saluto il barman, esco.
Un po’ barcollante, infinitamente stanco e totalmente felice, mi incammino verso casa.
Accenno qualche strofa stonaticcia, “Lay hands off her body/It’s not your fucking life”. In
giro non c’è un’anima, e tutto è silenzioso e tranquillo a parte qualche rara macchina che
scivola sull’asfalto bagnato sotto i ponti. Un’insegna dichiara: “May the God of Your Choice
Bless You”, mi tocco il cappello per salutarla. Poco prima di arrivare all’ostello mi infilo in
un pub irlandese nella speranza di trovare finalmente cibo di qualche tipo e alleviare la
perdita d’equilibrio. Troppo tardi. Quando il tipo al bancone mi chiede se può fare qualcosa
per me gli chiedo una Guinness, confidando nei pochi passi che mi separano dal letto. Sono
quasi le due del mattino e tre vecchi canuti (“The Irish Brigade”) infilano una ballata dietro
l’altra. Canto con loro qualche pezzo dei Pogues, battendo il tempo fuori tempo sul tavolo
appiccicoso di birra. Mi avevano detto che a St. Louis la musica non finisce mai.
Non erano cazzate.
Marco Petrelli
con le illustrazioni di Damiano Olivieri
...Segue su www.Beautifulfreaks.org

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godspeed you!
black emperor
La band canadese torna in Italia dopo cinque anni di assenza, con un minitour di due date ad
aprile più la data estiva a Catania per lo Zanne Festival di luglio.
Seconda tappa italiana per i GY!BE è l’Estragon di Bologna l’11 aprile per un concerto che in
molti aspettavano e che ha regalato emozioni di ogni genere.
L’impazienza riguardo questo concerto è palpabile, per lo meno per gli aficionados del genere, che
da qualche anno a questa parte regala sempre meno novità. Il ritorno sulle scene dei Godspeed You!
Black Emperor nonostante le buone cose che ci hanno regalato gli ultimi due cd sembra annunciarsi
come un commiato del genere musicale, se il trend è questo.
Mi attardo con discorsi del genere ed entro poco dopo l’ingresso della band, l’atmosfera è torrida. Un
paio di ragazzi si lasciano andare a svenimenti spontanei, niente di grave, è un caldo opprimente ma a
cui ci si può abituare nel giro di qualche minuto. L’Estragon è pieno, nell’etere del locale cominciano a
risuonare le note interminabili lanciate dalla band come venti elettromagnetici a tempestare il locale.
I GY!BE si presentano nella classica formazione con due batterie, due bassi, tre chitarre ed un violino.
Non emettono parola alcuna e non lo faranno sino a fine concerto.
Già dall’inizio il feeling con il pubblico c’è, o perlomeno con i ragazzi che mi circondano, e in piena
sintonia con la loro lunghezza d’onda ci si scambia sorrisi di approvazione non appena ogni canzone,
superata la gestazione entra nel vivo della sua struttura. Per chi non lo sapesse i Godspeed You! fanno
canzoni mediamente tra i 15 e i 25 minuti superando di gran lunga qualsiasi durata di canzoni rock o
post che siano. La serata è particolare, nel bel mezzo della seconda canzone, saranno passati otto o
nove minuti chi può dirlo, un black out tira giù il muro di suono creato dai Godspeed lasciandoci con le
orecchie nude e indifese, illuminati solo dai televisori al plasma sulle nostre teste.
E che fai ora? Ricominci la canzone? La riprendi? Qualcuno si ricorda dov’eravamo rimasti? Un urlo
lancinante dalle chitarre riprende il discorso, gli altri strumenti lo seguono e siamo di nuovo lì come
fosse successo niente. Dopo le prime canzoni, comunque recenti, si passa al nuovo album suonato
praticamente per intero e chi si aspettava tracce dei primi album resta comunque a sentire a bocca
aperta, lasciandosi guidare dalle videoproiezioni in bianco e nero a montaggio serrato alle spalle del
gruppo. Emozioni in divenire.
Un concerto che non può essere catalogato come tale e letteralmente atomizza qualsiasi altro
concerto del genere. Due ore suonate di fila e quel qualcuno che alla fine abbozza la richiesta di un bis,
ci pensa su e si lascia andare alla classica risata di chi sa di aver fatto unarichiesta stupida. Un gruppo
le cui canzoni durano venti minuti, virtuosismi esclusi, il bis non te lo fa. Se non per ricominciare il
concerto di nuovo. E c’ero cascato anche io prima di sentirli dal vivo, i Godspeed You! Black Emperor
sono un genere a parte nel mondo del rock.
Plasma

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LE SPECIALITÀ TIPICHE
di Beautiful Freaks

Abbiamo diviso le recensioni che troverai nelle prossime pagine ordinandole per regione.
Specialità tipiche di stagione selezionate per te da Beautiful Freaks!
?Alos
CarmenSita
Freddocane
Phantorama
Rami
Tic Tac Bianconiglio

Dogs For Breakfast
Frank Polacchi 4tet
Uochi Toki

Johnny Mox
Bologna Violenta
Mondo Naif

Antonio Chimenti
Capra
Felpa
Frankie Magellano
Pristine Moods

124c41+
Michele Maraglino
Simone Mi Odia
The Noobs

Umberto Maria Giardini

Paolo Sanna OKRA percussion project
Belly Hole Freak
LeSigarette!!
Priscilla Bei
Culture Wars
Globetrotter
Max Fuschetto

Le nostre importazioni
Germania: Aloa Input
Inghilterra: Cairobi - Polar Bear
Olanda: Kensington

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Moustache Prawn

Aeguana Way
Marco Ielpo

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10 BF

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Uochi Toki
IL LIMITE VALICABILE
La Tempesta Dischi, 2015
Non sono un esperto né un fan del Rap, ma ne ho sempre apprezzato
le potenzialità poetiche ed espressive. Credo che lo spoken word
sia veramente uno dei pochi campi musicali dalle possibilità infinite
e, auspicabilmente, il luogo dove la poesia (genere bistrattato,
dimenticato e insultato) può riacquistare il peso e l’importanza che
le spetterebbero di diritto come spontanea espressione linguistica
dei moti interiori di un individuo/generazione/epoca. Detto ciò, avevo
avuto modo di ascoltare Libro Audio qualche tempo fa, ed ero stato colpito dallo sperimentalismo
lirico/sonoro e dalla profondità generale di quel lavoro che, istintivamente, associavo a una scena
musicale fatta di soggetti che parlano di coca e troie e coca muthafuckin boom, blood o’ my hands
nigga! Mi piace il modo assolutamente libero in cui il disco fluisce, irregolare e quindi imprevedibile;
mi piace il tono aggressivo dei testi, anche quando non sono d’accordo su un cazzo di quel che dicono
(don’t legisliazah, una cena, urina spray, vai a FFT!, beh sì, un sacco di volte, ma non sono qua a criticare
le posizioni di questi due, contraddirei la premessa iniziale), mi piacciono le tessiture elettroniche,
complesse e spesso angoscianti che s’incastonano perfettamente nel flow singhiozzante di parole
intelligenti e provocatorie che spesso sono esercizi di storytelling filosofeggiante di assoluto livello
(La linea temporale, per dirne uno), con rimandi interni che rendono il disco un tutto solido. I dischi,
in realtà, perché Il limite invalicabile si divide in Un disco rap e La fine dell’era della comunicazione,
un non meglio precisato cataclisma che si spera non s’abbatterà mai su questa già deforme e piagata
umanità, e che pure s’abbatte sulla coda del disco sotto forma di uno scroscio interminabile di sinistre
sferzate soniche. Che però comunicano eccome, e si fanno capire, e rendono questo un lavoro vivo,
perché “La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”.

[6,5/10] • Marco Petrelli

Aloa Input
MARS ETC.
Morr Music, 2015
Contestare la supremazia tecnologica tedesca? Impossibile. E
parallelamente è sorprendente l’uso che il popolo riesce a farne. Gli
Aloa Input producono l’ennesimo impulso di un paese che da ovest a est,
non smette di stupire il mondo, quando si tratta di musica elettronica.
Un disco affascinante Mars Etc. dove l’et cetera è declinabile nei mille
profumi musicali che percorrono l’ascolto, guidati dalle vene artistiche
di audio-sognatori estremamente curiosi. Suggestioni esotiche si
alternano a suoni post-industriali in qualcosa di simile agli Alt-J, però distinto, in qualcosa di elettronico
ma non del tutto. Nonostante la massiccia post-produzione, la base è eseguita in strumentale dai tre
artisti, che viaggiando su tre canali elementari si trovano in un limbo giusto, fatto di cura e ricerca
dell’impasto sonoro. 11 Tracce che potrebbero essere già salvate nella mente di un pubblicitario: per
la loro immediatezza pop e per una certa spolverata di frivolezza che avvolge tutto quello che viene
assunto dai sensi con semplicità. In un mare di suoni, la deriva è l’unica rotta.
[7,5/10] • Pablo

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BF 11
Umberto Maria Giardini
PROTESTANTESIMA
La Tempesta Dischi, 2015
Dopo anni di personali silenzi, ritrovo il vecchio amico Umberto
Maria Giardini, conosciuto durante la giovinezza come Moltheni,
ai tempi di Natura in replay. Una carrambata con affetto: lo trovo
cambiato, tosato e dal mio punto di vista sempre più simile all’attore
David Thewlis. Protestantesima è il suo secondo lavoro a nome
di battesimo, nel quale sniffato un nuovo ossigeno strumentale
è scontato riconoscere la penna ispirata, leggera e (forse meno)
romantica. Lo stesso uomo, nuovo. Intenso e quasi geometrico nella costruzione dei brani, accosta
immagini crude a melodie distanti, senza marcare un segno di discontinuità con i capelli lunghi né
con la delicatezza apparente, a lui cara. Sono invece altri scalini verso l’apice della maturità artistica.
Vive una duplice essenza nel disco, che riesce ad includere ciò che è davanti e dietro agli occhi come
sogno e veglia nel medesimo istante: un sonnabulismo in equilibrio sul cornicione della malinconia, dal
quale è impossibile sia svegliarsi che dormire.
[6,5/10] • Pablo

Johnny Mox
OBSTINATE SERMONS
Woodworm Label, 2014
Se uno volesse sognarsi protagonista di una surreale situazione che
unisca il leggendario piano sequenza in cui Dae-su rompe il culo a tutti a
un giro per le strade di Tulsa, OK, a bordo di una Chevy Nova SS la colonna
sonora ideale sarebbe Obstinate Sermons, del Reverendo Johnny Mox.
Set onirico-cinematografici a parte, questo disco è un gran disco. Dopo
un primo album e lo split con Gazebo Penguins (Santa Massenza), Johnny
Mox esce con un prodotto che si avvicina molto al concept album, con
molte tracce recitative alternate a canzoni vere e proprie e momenti dove l’improvvisazione passa in
primo piano. Frontman di una delle one man band più interessanti della penisola, Gianluca Taraborelli
suona tutto (o quasi) ciò che è Obstinate Sermons: chitarre, synth, batteria, beatbox e voce. L’album
si apre con l’incazzatissimo sample dell’incazzatissimo discorso dell’incazzatissimo Reverendo Graylan
Hagler, e si palesano immediatamente le due possenti anime che si agitano in Obstinate Sermons: le
infinite declinazioni della musica nera e il punk. La seconda traccia dell’album (A War Sermon) è un vero e
proprio sermone e funge da intro per Praise the Stubborn, con un chorus piacevolmente quasi nu-metal
dove i “save us!” del ritornello ricordano molto i “say what” di Zack de la Rocha. Molta ispirazione e molta
potenza nel beatbox e negli accordi massicci di O’Brother, il cui preaching (altro marchio di fabbrica di
Johnny Mox) nella seconda parte della canzone forma il crescendo definitivo prima del chorus finale,
anche se a tratti la “recitazione” suona poco naturale, ma comunque convincente. Il pezzo rimane
memorabile. Segue Endless Scrolling, altro preaching di Gil Scott-Heroniana memoria, seguito a sua volta
dall’unico momento negativo dell’album, ovvero la settima traccia, The Winners, il cui climax è piuttosto
carente, sia dal punto di vista lirico che da quello melodico. L’outro dell’album è rappresentata da King
Malik, una traccia di oltre otto minuti che narra la storia di un regnante che perse il proprio scettro, tra
muri di suono e bordate di accordi maggiori. Un prodotto molto interessante, sintesi di ascolti variegati
che convergono su uno stile personale, tra blues, metal, spiritual, funk e punk.
[7/10] • Bernardo Mattioni

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12 BF
Frankie Magellano
HO POCO MA C’HO
Muki Edizioni, 2015
Matteo Morgotti, alias Frankie Magellano, presenta il suo quarto disco,
un dichiarato << Tributo musicale alle parole di Pier Vittorio Tondelli>>
scrittore, giornalista, drammaturgo, scomparso nel 1991. Nei sette
brani di questo album non c’è un vero filo conduttore, se non la carnale
e sanguigna voce di Frankie Magellano, il quale sa modularsi in diverse
interpretazioni del cantato che palesano la sua vocazione teatrale. È
quindi normale trovare due brani completamente parlati, come Intro
Camere separate e Conclusione (Lettura Da L’abbandono) che sono espressamente tratti da un libro
(L’abbandono, appunto) di Pier Vittorio Tondelli. Poi ci sono due brani d’amore, la bellissima L’uomo di
Marble Arch e Amore mio fallimentare che apre il disco, e infine due brani dalle tematiche più frivole e
anche un po’ grossolane, ovvero La settimana Bianca e Macho Man (la canzone dell’uomo da spiaggia)
che sinceramente rappresentano un po’ i nei del disco. Si perché - forse in maniera velata - questo è un
disco di spessore e ne è la prova Camere Separate che emerge sia per l’arrangiamento Jazzato, sia per
la descrizione profonda del lato doloroso dell’amore, con poche parole ma pregne di poesia e pathos.
Camere separate brilla troppo, tanto che ci fa mettere in dubbio il senso del titolo del disco. Avrebbe
forse dato un’eleganza che avrebbe potuto stonare con il personaggio di Frankie Magellano??
[7/10] • Manu Dante

Capra
SOPRA LA PANCA
To Lose La Track / Garrincha Dischi, 2015
Capra è il frontman dei Gazebo Penguins, l’iconografia animale resta.
Sopra La Panca è un disco veloce e un po’ disagiato di punk rock
altamente noise post Seattle che si fa ascoltare senza problemi. Il Lunedì
è la Domenica del Rock apre le danze, orecchiabile e divertente. Galline
continua con la fissazione zoofila che evidentemente perseguita il buon
Capra, raccontando delle difficoltà di sfamare gatti e cani. Diciottenni
parla dell’infinito dolore di sentirsi dare del “lei” dagli adolescenti. Chi
non ha provato questa sensazione? Maledetti bastardi. Margherita di Savoia è il primo schiaffo del
disco: incazzata e minimalista, un perfetto pezzo da pogo che si apre e si chiude alternando spinte e
salti. Cenni borgesiani (Pierre Menard, autore del “Chisciotte”, se non avete mai letto Borges dovreste
farlo, ma non è questa la sede per discuterne), ed esistenzialismo spicciolo ed efficace (La Finta
non è la Fine). Una dolceamara conclusione regalata da Reset, dedicata alla figlia, che contiene un
ambiguo “non voglio illudermi”, riferito forse alle aspettative riversate nei pargoli, forse nell’infinito e
infinitamente frustrato tentativo di trovare soddisfazione a questo mondo. Ed è in effetti un disco di
routines, di piccole e apparentemente insensate diapositive quotidiane (con animali), che darebbero
un’idea d’ironica considerazione sulla vita se non ci fosse di mezzo la musica a scombinare il tutto.
Mai veramente angosciosa ma assolutamente mai rassicurante, getta un’ombra di cinismo su tutti i
pezzi, consegnando l’immagine di un padre/giovanemanontroppo/musicista di successo che in fondo
qualcosa di storto, dentro, ce l’ha e ce l’avrà sempre. La copertina del disco, che lo vede arrancare tra
la neve (supponendo che sia lui), di spalle e con la chitarra in mano, confermerebbe l’ipotesi. Ma chissà.
Cinico.
[6/10] • Marco Petrelli

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BF 13
Belly Hole Freak
SUPERFREAK!
Black Vagina Records, 2015
Freak, senza dubbio. E a Beautiful Freaks di freaks dovremmo
intendercene. Ma freak alla Tod Browning, in un circo anni ’30 scassaticcio,
sporco e possibilmente pieno di alcolizzati, pervertiti, ex galeotti e
feccia di ogni genere. Il che, ovviamente, rende il tutto uno spettacolo.
Il bluesaccio più lurido che possiate immaginare, sputato da una voce
catarrosa che ricorda il Tom Waits più sbronzo che possiate immaginare.
L’ispirazione principale di Belly Hole viene dal delta, ed è chiaro, ma alle
radici si aggiunge un’attitudine carnevalesca e vagamente sinistra. Il paragone istintivo che ho fatto col
classico “Freaks” si rafforza dopo ognuna delle tracce, che scivolano una dopo l’altra in un canale di
scolo fatto di sferzate d’armonica, bottleneck e accordi sghembi mitragliati rudemente. La cosa che mi è
piaciuta di più di questo disco, a parte il sound vintage, sporco ed evocativo, è il fatto che il Freak canta
(rantola) utilizzando un linguaggio inesistente. Uno scat-grammelot sul quale potete dipingere il vostro
personale incubo sudato fatto di salici piangenti e cadaveri sepolti in riva al Mississippi. Atmosfere
torride e febbricitanti da dia de los muertos, strascicate o agitate come la coda di un serpente a sonagli.
Non ho potuto fare a meno di immaginare una murderballad fatta di sesso, vendetta e tradimento o un
corrido criminale nascosti in ogni traccia. E poi, la parte migliore. Belly Hole Freak è una one man band.
Già, fa tutto da sé, incarnando il sulfureo circo di scheletri promesso dalla copertina di Superfreak!. Tanto
all’avanguardia quanto senza tempo nel proporre un sound viscerale e diretto e nel proporsi come un
musico postmoderno che salta e sputa per strada davanti al cappello sgualcito e semivuoto. Una delle
cose migliori che ho sentito quest’anno, forse la migliore in assoluto. Un capolavoro sbronzo che dorme
buttato in un vicolo tra i topi con una bottiglia di bourbon vuota a fianco. ¡Ay! [9/10] • Marco Petrelli
Max Fuschetto
SÙN NÁ
Hanagoori Music, 2015
Compositore, oboista ed autore campano, Max Fuschetto ha raccolto
risultati lusinghieri con la sua opera prima (Popular Games, 2010) e si
presenta ora con questo nuovo lavoro, il cui titolo evoca già di per sé
un’atmosfera surreale e suggestiva.
Sùn Ná sono due parole di lingua Yoruba (un dialetto dell’Africa
Occidentale) presenti in un canto raccolto da Gerhard Kubik: esse
significano “dormi ora” ma, se pronunciate in dialetto campano
(“Sunnà”), rievocano il concetto di “sognare”. Come spiega lo stesso musicista, “quando le ho utilizzate
come parola chiave del brano d’apertura Oniric States of Mind, c’è stato l’improvviso schiudersi di
un’assonanza che sulle prime non avevo colto”. Un vero e proprio crossover, che costituisce la struttura
portante di tutte le dieci tracce dell’album. Max Fuschetto ha sempre lavorato sperimentando nuovi
equilibri e inedite mescolanze sonore e Sùn Ná rispecchia senz’altro questa impostazione: musica colta
e popolare, folk ed improvvisazione si fondono tra loro in combinazioni apparentemente impensabili
(“Per me il connubio tra il pensiero musicale di Bartok, Stravinskji, Debussy e quello delle tribù Ewe del
Ghana, degli Aka Pigmei del centro Africa è un tutt’uno”). Si canta in francese, in inglese, in lontane
lingue africane e in arbëreshë (un sottotipo della lingua albanese) e si ha spesso l’impressione di
assistere ad un concerto di musica classica. A giudizio di chi scrive, tuttavia, l’esperimento – pur
encomiabile per l’ampiezza e la profondità del progetto - manca di una componente fondamentale per
essere considerato completamente riuscito: quella spontaneità, quella elementarità, quella sensazione
di primitivo e di primordiale che caratterizza i ritmi etnici e folk. La contaminazione tra generi musicali,
qui, diventa talmente colta da apparire a volte troppo “cerebrale” per essere apprezzata a pieno dal
pubblico degli appassionati del genere.

[7/10] • Daniele Bello

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14 BF
Polar Bear
SAME AS YOU
The Leaf Label, 2015
Same As You è la pubblicazione più recente di Polar Bear, band britannica
di jazz sperimentale o, più propriamente, crossover. Il celebrato processo
di riappropriazione delle proprie radici iniziato dagli artisti (e non solo)
afroamericani tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta
determinò una nuova consapevolezza a livello sociale ma anche musicale.
La commistione di generi (di cui già il jazz primigenio costituisce un
paradigma) diviene così un continuum, di cui Same As You rappresenta
un nuovo interessante episodio. Se la world music fece già breccia nel jazz sin dagli anni Settanta (e.g.
la storia di Mademoiselle Mabry, traccia contenuta in Filles de Kilimanjaro, dalla cui natica nacque la
fusion), questa dicotomia subisce un’enhancement post-coloniale proprio in lavori come Same As You,
entrando in diretto contatto con la d’n’b, il dub, e molte delle derivazioni black-underground di cui ci
omaggia il sottobosco musicale britannico contemporaneo. L’album si compone di sei tracce. Due di esse,
le più estese, lasciano ampio spazio all’improvvisazione, ma anche all’ambiente naturale: in particolare
mi riferisco a We Feel The Echoes (10’24”) e la closing track Unrelenting Unconditional (19’52”). In
quest’ultima, in particolare, Tom Herbert mantiene un pedale di basso in forma iterativa, mentre i saxes
creano dissonanza e riverbero a metà tra occidente e sud del mondo. Nell’outro percussiva e quasi
ambient fa il proprio ingresso un coro, che per poche battute ripete il mantra Don’t Let The Feeling Go.
Il brano introduttivo dell’album, invece, è affidato ad Asar Mikael, fondatore dell’istituzione culturale
jamaicana di base a Tottenham, ovvero The Light Shop, a cui Seb Rochford, leader dei Polar Bear, deve
buona parte della propria formazione. “L’album è un inno all’amore e alla positività” ammette Rochford.
Infatti, più che attraverso oscuri soliloqui free-jazz, questa positività è espressa tramite gioiose eruzioni
di vitalità musicale. Un altro passo importante.
[7/10] • Bernardo Mattioni
Moustache Prawn
EREBUS
Piccola Bottega Popolare / MArte Label / The Orchard, 2015
Bestia strana, questa. Un attacco postrock, escursioni follettoprogressive
à la Genesis, un po’ di chitarre brit, bending noiseggianti, costruzione dei
pezzi a singhiozzo con esplosioni e involuzioni, e una robusta iniezione
di pop sognante vagamente beatlesiano. I Moustache Prawn Sono tre
appenaventenni pieni di talento e ottime idee che confezionano un
disco sonicamente perfetto, curato e rifinito dove tutte le influenze e
i salti di genere sopracitati si mescolano efficacemente e fluidamente,
collegando i pezzi tra di loro in una catena di racconti che creano Erebus, concept album strambo e
impenetrabile a metà tra Lovecraft e Verne. Ambiziosi, senza dubbio, ma fanno bene a esserlo, perché un
sound così maturo e un songwriting così solido sono una rarità in musicisti così giovani. A quanto pare, il
disco abbonda di strane sperimentazioni sonore: da un foglio di carta usato come rullante a registrazioni
tramite stetoscopio direttamente dalla gola del cantante, Fingrophone (pare sia un’app per iPhone),
bidoni, un Saz. Niente male, no? Kerguelen/Something is Growing formano un dittico potente, delicato
e distorto che funziona alla grande come introduzione all’opera. Da qui il disco sale vertiginosamente
attraverso Catapults e Animals, pezzi lividi che ingrossano e complicano sonorità già fuori dalla norma.
Picchiano duro e si riposano con Eating Plants, che contiene anche uno sciccoso arrangiamento d’archi.
Si riparte di corsa, malesseri postpunk innervano Breakdown, che si scioglie poi nello stranissimo mix
texmex/canterbury che è The Lantern. Polar Bear è nei binari riconoscibili del dance-punk e Natural
Habitat si aggancia all’apertura con l’ampio respiro dei riff e l’infinito riavvitarsi delle melodie. Colgono
di sorpresa, sorprendono e impongono attenzione con la studiata, elegante complessità dei pezzi.
Imprevedibili.
[7/10] • Marco Petrelli

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BF 15
LeSigarette!!
2+2=8
Autoprodotto, 2015
E niente, il mio cervello ha deciso che questa rece comincerà con una
sagace battutona sul moniker della band in questione. Ho tentato di
distogliere la mia attenzione da questo aspetto ma egli non sente
cazzi. E sì, non ho scritto “egli” per errore. Vabé, facciamola sta battuta:
LeSigarette!! fanno male, ma stavolta no. Nome semplice, suoni garage,
cantati zappiani, contenuti leggeri e falsamente naive. Vi aspettate un
risultato confusionario? Al contrario, 2+2=8 è un bel disco, con una
componente ritmica preminentemente funk la quale, sommata ai corposi suoni garage consegnano
un volitivo risultato discografico, il cui ordine di idee è rappresentato dall’adagio “ci sarà anche casino
ma io in questo casino mi ci oriento meglio”. L’album soffre leggermente sulla lunga distanza (è
comunque un album di 10 pezzi) e si abbandona licenziosamente a pattern di batteria con charlie
in controtempo e rullanti sul secondo beat. Cionondimeno tutte le tracce presentano un curioso e
convoluto mix di semplicità e stortura. E così la bucolica Albero, accompagnata da un simpatico videocorso sulla sicurezza stradale, elide gli aggettivi e arpeggia sui fili d’erba, portando un po’ di gioia di
vivere nei pomeriggi più caldi. Prurito è la dimostrazione di come i Nostri abbiano una predilezione
per le variazioni ritmiche, portandosi dietro la classica progressione F#/A/G per tutta la canzone, pur
non rendendola mai monotona (c’avrò preso con gli accordi?). Interessante la variante più sommessa
in Messa a Fuoco, così come il momento chill nel finale di Mandarino dimostra la validità della forza
dinamica dell’album, dal fortissimo al piano. Una descrizione sommaria dell’album potrebbe portarci
ad inquadrare 2+2=8 come ad un estroso tentativo di tradurre la vena garage di artisti come King Tuff
o Ty Segall in un contesto aritmicamente più black, a tratti soulful. Ovviamente bisogna ascoltare per
credere. LeSigarette!! sono contenute in un unico “pacchetto”: le voci che armonizzano, la scrittura
a quattro mani, le storie fatte di piccole cose sono il risultato di un’entità unica… gli auguriamo di
diventare un Lucky Strike
[6,5/10] • Bernardo Mattioni
Simone Mi Odia
SATURNO
La Fame Dischi, 2015
Simone Mi Odia, cantautorato alternativo art-punk/acustico. Simone
Stopponi suona da una vita sotto varie forme, tutte di discreto
successo: Pedro Ximenex, Petramante e Il Pianto di Rachel Cattiva
(che mi ricordano quando facevo sega a scuola per, tra le altre cose,
infilarmi in un negozio di dischi ad ascoltare i trend del momento, che
visti gli anni probabilmente erano Deftones, Korn e At The Drive-In.
Sospiro). Saturno è un disco ironico e malinconico che spazia tra note
acustiche, immaginario infantile, ballate classiche, angosce da anni che incalzano, ballate storte e
vari ed eventuali residui dei 90s. Ad accompagnare il canzoniere, un cantato fortemente influenzato
dalla tradizione della canzone italiana (Battisti su tutti, ma anche Battiato, Dalla e Tenco, omaggiato
con la cover di Com’è difficile, un pezzaccio strappalacrime come pochi), preciso, pulito e pop. Nove
pezzi sapientemente costruiti e installati, con un generale gusto un po’ spaziale per armonie dilatate
ed eteree, immediatamente riportate a terra dalla semplice concretezza dei testi, che parlano di
ragni sulla vasca, feste adolescenziali con i Nirvana e i guai del musicista quasifamoso. Il terzo pezzo
del disco non è sempre il migliore, ma in questo caso sì, Cuori Quadri Fiori Picche è l’apice lirico e
sonoro, dall’apertura tenebrosa ai toni solenni del finale, seguito dall’elegia un po’ snob Uno famoso,
e Non dirlo a nessuno, di una dolcezza disarmante. In fondo, un disco a metà tra i dolori dissacranti
dell’esperienza e la sconfinata mitologia della coscienza infantile a cui ci teniamo stretti nel tentativo
di sopravvivere. Barcolla ma non molla, Simone.
[6/10] • Marco Petrelli

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16 BF
?Alos
MATRICE
Cheap Satanism Records, 2015
Stefania Pedretti, in arte ?Alos, avanza con il suo imperscrutabile
sound post-apocalittico approdando al suo quarto lavoro, pubblicato
dalla belga Cheap Satanism Records, per offrirci attraverso cinque
tracce un’esperienza quanto mai intensa, penetrante, sensualmente
disarmante.
Sin dall’apertura di Ecate veniamo sommersi da un ascolto minimale,
sussurrato, ipnotico che trasuda, nella sua prima parte, una demoniaca
sensualità, accattivante quanto ingannevole... per poi essere gradualmente inghiottiti dagli stridori della
“Musa del Caos” non lasciando spazio a interpretazioni. E’ pura avanguardia minimalista che prende
forma, provocando un etereo, inquieto, quanto attraente abbandono. La chitarra di ?Alos imprime
poi, con il suo sinuoso fascino, la sua tagliente presenza così come la sua voce, criptica, seducente,
demoniaca...
La più ancestrale delle dicotomie prende forma in Luce/Tenebre, solenne esecuzione dal corpo doom metal
cadensato ed essenziale. La successiva Ignis red elixer, anche grazie all’elettronica del lo stupefacente
Mai Mai Mai, resta uno dei punti più elevati del disco e ci catapulta in un universo post-industrial, in
una sorta di ibridazione tra Throbbing Gristle e Diamanda Galas. I dieci minuti di Matrice emergono da
sulfuree attese e ci traghettano verso un ambient distorto dalle connotazioni orrorifiche, evolvendosi
grazie ad una sorta di crescendo carpenteriano caldo e avvolgente come un respiro infernale. Hyle è la
chiusa rituale che conduce l’ascoltatore verso la dissoluzione della ragione, attraverso l’abbandono di
ogni convenzione musicale, in un rituale percussivo (Giovanni Todisco) di pura avanguardia emozionale,
in cui la voce di Pedretti si esprime in tutta la sua bellezza. Il percorso artistico della signorina ?Alos
raggiunge in “Matrice” vette di sublimazione rarefatta. Un disco di crepuscolare avanguardia fortemente
intriso di una personale tribalità, fatta di suggestioni primordiali, cupe, lente e per questo penetranti
come una lama sottile. L’essenzialità e la disarmante immediatezza del suono di ?Alos permea tutto il
disco e si lascia voluttuosamente iniettare nei sensi dell’ascoltatore per scaraventarlo nella dolcezza
oscura dell’universo ?Alos... Lavoro sconfinatamente superbo!
[9/10] • Anthony Ettorre

Mondo Naif
TURBOLENTO
Dischi Bervisti / Dreamin Gorilla Records / Go Down Records, 2015
Essere spontanei, senza filtri, riuscendo a dire ciò che si pensa senza
rifletterci troppo, è solitamente una caratteristica vista in maniera troppo
negativa. Anche nel mondo della musica, capita di perdere quella carica
bestiale ed istintiva che ti permette ad esempio di creare riff brutali e al
tempo stesso melodici. Fortunatamente lo stoner rock è un contenitore
talmente vario ed ampio, nel suo legare assieme passato psichedelico
e moderno gusto hard, che permette a questi tre ragazzi trevigiani di
esprimere loro stessi senza preconcetti, semplicemente liberi di sfogarsi pezzo dopo pezzo. Al di là
della potentissima e solida struttura di base degli arrangiamenti, la forza di questo trio sta soprattutto
nell’affidarsi alle ipnotiche atmosfere che nascono dagli arpeggi di Tex, capaci di essere aperti e distesi,
per poi infiammare all’improvviso l’aria con bordate distorte. L’accostamento di pezzi strumentali
(Maelstrom), unita all’ironia un po’ amara di alcuni testi – di cui va apprezzato l’uso della lingua italiana,
cosa tutt’altro che scontata – permette inoltre di apprezzare ancora di più l’indole anarchica e genuina
di un gruppo che già nel nome ha scritto un messaggio chiaro e lampante: l’essere spietatamente cinici
e diretti nel prendere di pancia il mondo che viviamo ogni giorno.
[6,5/10] • Alberto Giusti

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BF 17

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18 BF
Culture Wars
PLANS
La Fine/ Fallo Dischi/ Macrostudio/ Upton Records, 2015
I Culture Wars, che dicono di aver sperimentato di tutto, dall’hardcore alla
psichedelia, presentano un disco solidamente ancorato alla scena postpunk, con sonorità che a primo acchito mi hanno ricordato le jazzmaster
di Lee Ranaldo e Thurston Moore nei loro momenti più melodici. Crunch
a go-go e un cantato riverberato che, ancora una volta, sembra un diretto
discendente dei padrini sonici di una generazione di casinisti cerebrali.
Dieci pezzi che scorrono lisci e assolutamente piacevoli. Sarà che fuori
c’è un gran sole che splende, ma Plans è un ascolto rinvigorente ed euforico, e non posso evitare di
oscillare la testa a tempo mentre scrivo queste righe. Un duo, formazione minimalista ma di efficacia
testata e che meglio sottolinea le tessiture di chitarra e batteria che alternato mitragliate a respiri a
pieni polmoni, mantenendo il disco sul limite luminoso tra corpo e mente, concretezza ed evocazione.
Forti anche le influenze pittoriche dello shoegaze, ma spogliate e ridotte all’osso in una sorta di garage
sognante e spesso delicato, morbido nell’accompagnarti tra cadute, impennate e sospensioni. Un disco
veloce, canzoni che sono schizzi a matita di scene che istintivamente immagini malinconiche ma che
nascondono inaspettate macchie di colore. È il caso di Summer Tape, con una coda vagamente Britpop
che è un piacere a sentirsi, o Heart Failure, quasi una versione elettrica di un certo Nu Folk di classe stile
Radical Face. Il mio pezzo preferito resta però l’apertura Shannyn, che esplode e s’avvita su se stessa in
un frattale di scuola Daydream Nation, che mostra il lato affilato del disco, sempre in agguato dietro i
toni generalmente caldi e distesi. Un album arioso ma sul filo, che riproduce tutte le sue influenze con la
rilassata essenzialità di chi ha provato questo e quello, ha urlato e sussurrato e ha provato a unire tutto
questo in un equilibrio che ha del filosofico. “Like the bone under my skin/Like actors in a photograph/
Like paper in the wind”.
[7/10] • Marco Petrelli

Tic Tac Bianconiglio
IL VOLTO DI LEWIS
Autoprodotto, 2015
Il Volto di Lewis dei Tic Tac Bianconiglio. Ammetto di aver passato
un buon quarto d’ora a chiedermi che senso abbia, nel 2015, andare a
richiamare Lewis Carrol e la sua opera Alice Nel Paese Delle Meraviglie
che ha già tanto ispirato nel corso dei secoli e in lungo e in largo, se non
per omaggiare il 150esimo anno dalla pubblicazione di questo libro. Un
po’ poco per non creare una immensa aspettativa di tematiche ormai
sfruttate, sino all’esaurimento si può dire, già al taglio della pellicola del
cd.
Appena gira nel lettore l’album rivela la sua natura dark wave postpunk di respiro anni 80 e musicalmente
molto accattivamente anche se dalla durata totale piuttosto breve. Le atmosfere create da Armando
Greco sono la parte più interessante e la vera colonna portante del cd non altrettanto supportate però
dalle liriche ispirate, come ci si aspettava, dalle letture di Lewis Carrol. Una sorta di reading dove i testi
non riescono a mantenere il climax in un album dove avrebbero dovuto avere un ruolo altrettanto
centrale.
L’aspettativa per questa volta ha fatto il suo triste dovere di mietitrice. E in questo caso non viene
smentita: non si riesce a giustificare la chiamata in causa dell’autore britannico, se non come omaggio
non propriamente necessario, e il dispiacere è ancora più grande considerando che l’esimersi da queste
sconsiderate nonché sbandierate citazioni in ragione di un più percorso personale avrebbe reso l’album
dei Tic Tac decisamente più gradevole all’ascolto e avrebbe portato alla scoperta di una nuova realtà, che
resta invece soffocata. Vedo la gente Joy Division.
[5,5/10] • Plasma

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BF 19
Marco Ielpo
IL VIANDANTE SOLITARIO
Autoprodotto, 2015
Questo album rappresenta l’esordio-solo di un giovanissimo chitarrista
lucano di notevole talento. Un lavoro di presentazione al pubblico
che mette subito in luce capacità non solo tecniche ma anche
espressivamente valide nel “fingerstyle”. Un musicista ancora giovane
e in crescita, ma di certo non acerbo, che propone e interpreta in
maniera personale un repertorio impregnato di una personalità bluesfolk notevole e piuttosto complessa. I richiami nello stile di esecuzione
sono molti e differenti tra loro. Per quanto riguarda lo stile,si avvertono sopratutto sonorità
prettamente percussive e la cura per le risonanze armoniche della chitarra acustica, regina indiscussa
dell’album, e si denota una certa compenetrazione tra la tecnica di Ielpo e lo stile di diversi e tra i più
caratteristici chitarristi del genere,citando come esempi tra i più famosi Don Ross e perché no, un
grande sperimentatore della chitarra “fingerstyle”,sicuramente tra i più grandi di sempre, Micheal
Hedges. L’ascolto dell’album è fluido, piacevole, intervallato da un alcuni i brani “raccontati” dalla voce
dell’artista. Le nove tracce si presentano come un denso condensato di “skills” e colorazioni musicali
molto incisive e ben orchestrate dalle sapienti dita di questo giovane chitarrista, dal quale si può solo
attendere un proseguo artistico di spessore,che si prospetta a mio parere molto interessante.
[8/10] • Frank

Phantorama
PHANTORAMA
Ikebana Records, 2015
Prima produzione per i Phantorama, trio composto da Marco Torrese,
basso + voce, Marco Cefis, batterie, Pask Lauriola, tastiere, che racconta
di covi desolati, di sobrietà perdute, di api proletarie e di morti parlanti.
Il tutto utilizzando registri ora grotteschi, ora ironici, ora confidenziali
e lasciando ad un primo ascolto sorpresi e incuriositi per tanta bizzarra
varietà. Si alternano Mr Bungle e Caparezza, Vinicio Capossela e Melvins,
Fred Buscaglione e Bluevertigo in una miscela di bassi incalzanti, kazoo
drammatici e pianoforti malinconici. Un umorismo nero e dissacrante emerge in pezzi come 48 (morto
che parla), tra i brani migliori del cd, o Hey Mr. Coffee, come è chiara l’ispirazione cinematografica in
altri, anzi la dichiarazione d’amore per il Tim Burton oscuro di Alice in Wonderland e Nightmare Before
Christmas (Alice nello specchio e Benvenuto). Trova anche spazio una cover della Ballata degli elefanti
rosa dal cartone disney Dumbo, forse superflua. Non sempre è lo spirito dissacratorio e sarcastico ad
affiorare, in alcune occasioni predomina una tendenza pop più pacata e orecchiabile come in Signorina
Mon Amour, pezzo poco convincente e fuori contesto, o in altre una furia combinatoria eccessiva, che
sa di maniera, come in Daparò. Forse sintomo di un eccesso di zelo e desiderio di sorprendere. Molto
più efficaci l’immediatezza e l’energia di Canta Regina o le atmosfere alcoliche e tragicomiche, cullate
dal pianoforte, di Pianomorte, altro brano molto interessante. Una menzione particolare merita La
botte, naufragio etilico (degli amori e degli ideali?) disincantato e pessimista, che la voce di Torrese
sussurra beffarda. Nel complesso un lavoro ben interpretato con tanti spunti, citazioni e suggestioni
allettanti, con stili diversi dal cantato crooner all’elettropop, dallo swing al punk, ma che non sempre
mantiene le promesse, con qualche caduta di troppo, risultando ad un ascolto più attento prevedibile
e pericolosamente tendente all’esito più facile, lasciando l’impressione del già sentito. Forse con un
po’ più di coraggio...
[6/10] • Vincenzo Pugliano

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20 BF
Michele Maraglino
CANZONI CONTRO LA COMODITÀ
La Fame Dischi, 2015
Sulla scia di apprezzamento lasciata da I Mediocri nel 2012, il cantautore
pugliese Michele Maraglino è tornato in studio con il suo secondo disco
Canzoni Contro La Comodità che ha pubblicato con la sua etichetta
indipendente La Fame Dischi. Ad anticiparne l’uscita ci ha pensato il
singolo I Miei Coetanei, un vivido spaccato generazionale che vede la
partecipazione dei The Rust And The Fury e può essere il pezzo che meglio
rende l’idea di quanto ha da comunicare Maraglino nelle sue canzoni. Io
non so voi come fate ad aver sempre tutto/ e poi, e poi non essere niente inesorabilmente (giusto per
citare uno dei tanti versi critici). Con i suoi occhi vede i giovani come “dopati dalla comodità”, sommersi dal
“tutto facile”, da innumerevoli comfort e inetti al tirarsi su le maniche perché ci ha già pensato qualcuno
per loro. La disoccupazione generazionale quindi è vista anche con un occhio critico perché spesso capita
che l’essere all’ultima tendenza e l’avere tutto, anche ciò che non ci serve, diventino priorità assolute
rispetto al darsi da fare e al fare le rivoluzioni. La vernice è una metafora di forte impatto visivo sul coprire
tutto ciò che non ci omologa e non ci rende “in”; per contro Vie di mezzo è un inno alla consapevolezza
dell’importanza che hanno le proprie scelte anche se vanno controcorrente e comportano difficoltà ed
incomprensioni da parte degli altri. I testi di Maraglino sono dalla prima all’ultima traccia delle riflessioni
molto profonde su tanti aspetti della gioventù di oggi e talvolta densi del vissuto personale dell’artista
stesso. Triste storia è una perfetta introduzione al cd (Triste storia qui non si deve mai, mai cambiare
niente/ qui tutto ci è dovuto, qui non si deve più lottare veramente). Il cantato è sempre in rilievo sul
pop-acustico che accompagna come per accettazione le intense parole che rendono l’ascolto una sorta
di reportage di una generazione che è anche quella di chi, da abile osservatore quale Michele Maraglino,
con coraggio canta il suo totale dissenso nei confronti di tante dinamiche. [8/10] • Daniela Fabozzi

Felpa
PAURA
Sussidiaria, 2015
La nebbia è una cosa che non si può spiegare, per chi non ha la fortuna
– se così si può definire – di viverla tutti i giorni. E in quelle giornate di
novembre che sembrano non passare mai, Daniele Carretti ha messo in
piedi un album molto lento, fatto di strati che si depositano man mano,
proprio come la nebbia che sale dai campi. E in questa fredda coltre,
la sua voce effettata sembra farsi strada a fatica, sgomitando con le
sovraincisioni di chitarra, che inspessiscono notevolmente l’atmosfera
intima che va creandosi. Il cantautore reggiano sembra quasi non voler disturbare con le sue parole
l’andamento ipnotico di questo sogno ad occhi aperti, dove si fanno vivi fantasmi del passato come un
vecchio amore che fa ancora male (Accanto a te), il cui dolore appare lontanissimo e filtrato dai riff lenti
dei loop di chitarra. Poi ecco un piccolo scossone, Paura mai, dove la batteria elettronica abbatte il muro
d’incertezza e ci invita letteralmente a buttarci, come il tuffatore della bellissima copertina, verso ciò che
ci spaventa maggiormente. Perché la paura, proprio come la nebbia, si limita semplicemente a distorcere
la realtà, facendocela apparire come non è. Ma con un po’ di pazienza, i nostri occhi si possono abituare a
quella sensazione, facendoci capire che non c’è nulla di strano intorno a noi. E l’invito reiterato di Carretti
a non aver paura (Luce) è il frutto di una lenta e graduale immersione in quel pozzo buio che è la nostra
coscienza.
[7/10] • Alberto Giusti

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BF 21
Aeguana Way
CATTIVI MAESTRI
Warning Records, 2014
Gli A. W. presentano un album dal titolo emblematico, in cui è contenuto
un profondo invito ad abbandonare i cliché e a riscoprire attraverso la
suggestività del loro messaggio e l’energia della musica che lo contiene
l’essenza di essere autenticamente se stessi. Come ci insegna questo
gruppo a volte è bene provare diffidenza verso “buoni” consigli di “maestri”
o almeno persone reputate tali che in realtà vogliono solo presentarci un
approccio alla realtà insensibile nei confronti dell’individualità e invece
molto più attento agli individualismi delle persone. Quante volte non abbiamo avuto il coraggio a la
fiducia in noi stessi necessaria per essere degli outsider e non semplicemente delle “pecore travestite
da leone”? Il passaggio dal gregge a pecore fuori dal coro può rappresentare una rinascita. E’ questo uno
dei cardini tematici dell’album. Uscire da una realtà spesso predeterminata da altre persone per noi,
ma che non ci calza per nulla come un abito che non vorremmo indossare. La ricerca di se nella fatica di
perdersi e ritrovarsi infinitamente. Un mondo fatto di metafore di vita e storie di ribellione è alla base del
linguaggio nei testi di questo gruppo alternative Rock di Brienza. Il tutto è abbondantemente condito
da uno stile musicale intriso di sonorità Rock ed elettroniche che mutano facilmente e costituiscono un
lavoro poliedrico.
[6,5/10] • Frank

Pristine Moods
PRISTINE MOODS
I Dischi Del Minollo, 2015
Sognante acustica malinconia grunge-psichedelica. Corde e Theremin.
Theremin! I Pristine Moods, almeno a giudicare dal nome, cercano di
riempirti le orecchie di suoni immacolati per lasciare la mente libera
di spaziare. Collegati al buio impenetrabile della prateria del Midwest
fanno un effetto strano, e resto in balcone a fumare un po’ più a lungo del
solito, cercando qualche dettaglio interessante su cui inventare qualche
storia per intrattenere una serata solitaria. Hanno qualcosa di esotico,
come se raccontassero di una dimensione parallela o di qualche strano paese nebbioso. Banjo e ukulele
ad aggiungersi all’onnipresente chitarra acustica, in un potpourri folk senza una precisa origine e senza
una forma particolare, dagli accenti eterei e fatati. Sono eleganti e impeccabili ma, a scapito del loro
nome, comunicano un’agrodolce sensazione da domenica mattina che assomiglia un po’ a una versione
acustica di certi paesaggi sonori postrock in bilico tra il sogno e la tristezza tout court. Mi è piaciuta RWD,
che del suddetto stato d’animo è un’incarnazione perfetta, e Rumpleskin, più ancorata nei territori della
musica appalachiana. Un disco piacevole che scorre liscio e morbido, per qualche tramonto da pensieri
foschi o per le prime ore del giorno, con quel tipo di luce che dà a tutto un’aura irreale e sconosciuta.
Onirici, impalpabili, delicatissimi.
[6/10] • Marco Petrelli

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BF 23
CarmenSita
Outta Kali Phobia
Autoprodotto, 2015
A volte la ricerca e la sperimentazione non ha bisogno di grandi
apparecchiature o di particolari tecniche di postproduzione musicale.
Quest’album del duo Carmensita è uno di quei casi in cui l’estro artistico
di musicisti diversi e apparentemente “distanti”(per quanto in musica
non esistono vere distanze) si concilia piacevolmente senza intaccare
le discrepanze di personalità e nell’approccio alla musica nell’insieme.
L’anima blues della chitarra ed i ritmi tribali delle percussioni si fondono
perfettamente con lo spirito dal tocco Trip Hop della voce, convogliandosi
in un genere che si mantiene all’interno di un post rock psichedelico con forti influenze Blues nelle
corde di Claudio Fabbrini e R’n’B nella voce soave di Carmen Cangiano. Le parole sfuggono dalle note e
dalle atmosfere di un lavoro autoprodotto davvero particolare e originale che per definirsi in modo più
accurato necessita inevitabilmente solo di essere ascoltato con grande attenzione. [8,5/10] • Frank
Kensington
RIVALS
Universal Music, 2014
I Kensington sono un gruppo musicale olandese. La band venne formata
dal chitarrista e cantante Casper Starreveld, il bassista Jan Haker e il
batterista Lucas Lenselink nel 2005. Chitarrista e cantante, Eloi Youssef,
si unì al gruppo un anno dopo. Hanno avuto tantissimo successo in
questi pochi anni: il loro primo album, Borders (2010) ha visto tutti i
templi del pop in Olanda: Paradiso Amsterdam, Tivoli Utrecht e Rotown
Rotterdam. I Biglietti per i loro concerti vanno sempre esauriti, sono
portati fino agli Stati Uniti da Zip Records ed hanno suonato a grandi
festival Europei come Eurosonic Noorderslag Festival, Sziget, Stonerock e Openair Gampel. Rivals
è il loro terzo album, uscito l’anno scorso. Una delle canzoni più notevoli su questo album è ‘Done
With It’, che mi ricorda molto dell’ultimo album di Vampire Weekend (Modern Vampires of The City,
2013). Usano delle percussioni in stile africano sullo sfondo, ed anche i ritmi e le pause tra le frasi
della canzone sono dello stile indie-africano. La prima canzone dell’album, ‘Streets’, è un altro classico
Kensington, con chitarre riverberanti e ritmi allegri. Proviamo ad applicare la teoria dello scrittore
americano Kurt Vonnegut delle ‘strutture delle storie” sulla musica di Kensington. Vonnegut dice che
ogni storia ha una sua ‘forma’, un diagramma, e che tutte le storie possano essere spiegate con questi
diagrammi. Sull’asse verticale abbiamo il sentimento, l’intensità della storia o della canzone, sull’asse
orizzontale la durata. Una canzone tipica di Kensington, come ‘Riddles’ o ‘All for Nothing’ sul nuovo
album, avrebbe una forma che inizia giù in fondo a sinistra, poi sale pian piano, e dopo non tantissimo
tempo arriva al culmine: gli accordi sulle chitarre si alzano, e se Kensington hanno voglia di essere
proprio alternativi, fanno anche un key change! A questo punto le parole consistono principalmente di
‘wo-ho-ho-ho, wooooo-hoooo’. Dopo il culmine, la canzone finisce subito o quasi subito e la linea della
storia torna al livello dell’asse orizzontale con una discesa rapida. Io personalmente mi sono stufata
di questa struttura con Robbie Williams. I riff della chitarra, la batteria e i vocals, che consistono
principalmente di note lunghe, malinconiche e drammatiche, a volte difficilmente udibili e senza
vero significato, si mescolano comunque bene e producono un suono molto efficace, coraggioso e
baldanzoso. La loro musica è ovviamente il prodotto di un processo di produzione molto professionale
- ma non può nascondere completamente il fatto che le canzoni sono ben copiati da gruppi di successo
internazionale. Ci sono delle chiare tracce di gruppi come Kings Of Leon, The Wombats e Coldplay. I
Kensington hanno mostrato che sono in grado di scrivere canzoni pop - eppure, per ogni riff di chitarra,
ogni ritmo delle batterie, ogni melodia ed ogni struttura, ho il pensiero che l’ho già sentito altrove, una
volta, tanto tempo fa. Anche rispetto ai loro altri due album, Rivals non è qualcosa di rivoluzionario.
Kensington è un gruppo di giovani musicisti molto coraggiosi, ma nella storia della musica non saranno
ricordati per Rivals.
[6/10] • Zephyr Brüggen

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24 BF
Paolo Sanna OKRA percussion project
GREEN LAYA CONFERENCE
Plus Timbre, 2014
Le frontiere della sperimentazione non esistono e Paolo Sanna lo sa molto
bene. L’avanguardia proposta in “OKRA” è quella di una rassicurante
contemporaneità. Il suono per chi improvvisa è la concretizzazione della
propria istintività e ogni virtuosismo diventa veicolo; ogni trasgressione,
seppur sussurrata, ne fa da contrappunto... L’ascoltatore subisce
l’inaspettato, percepisce l’espressione artistica pura ed è messo a
nudo nel suo ruolo di impotente fruitore. Le esplorazioni percussive di
Sanna si dipanano attraverso oltre 32 minuti di pura improvvisazione. La formazione Igor N. Pusceddu,
Giacomo Salis e Paolo Sanna, attrezzati di vari tipi di gong e oggetti di ogni tipo si esprime attraverso
un estemporaneo vissuto estetico-musicale sobrio e accattivante. Si tratta di improvvisazione pacata,
ambientale, meditativa, estremamente intensa e penetrante. Musica concreta che accarezza i sensi senza
eccessi. L’operazione pubblicata e distribuita dalla rigorosa Plus Timbre, netabel dedicata unicamente a
musica sperimentale e improvvisata, spazia all’interno di una rilevante varietà di stili musicali. Registrato
nel novembre del 2014 a San Sperate, paese di poco più di ottomila abitanti in provincia di Cagliari,
“Green Lay Conference” porta con sé un forte carico di intimismo “isolazionista” di rara bellezza.
[7/10] • Anthony Ettorre

Invia il tuo album alla casella email
redazione@beautifulfreaks.org
o all’indirizzo postale che trovi sul nostro
sito web. Potrebbe trovare spazio tra i dischi
recensiti su questa rivista.

Freddocane
FREDDOCANE2
Autoprodotto, 2014
Secondo disco per i bergamaschi Freddocane che è il seguito del loro
primo lavoro omonimo d’impronta più grunge e pubblicato nel 2012.
Le atmosfere psychedelic-rock e underground, date da predominanti
schitarrate sporche e linee di basso notevoli, sono alla base di quasi tutto
l’album ma non mancano anche delle sfumature acustiche (Retrokiller,
Across The Universe e Everybody Hurts) e variazioni funky in No Stop
Mode e Porno Dopo. Fa Ch’Entri rompe magistralmente il ghiaccio
con una ritmica calzante e il vocione di Beppe Fratus à la Piero Pelù, è decisamente un ascolto catchy
ed accattivante. I testi sono scarni, incazzati, talvolta minacciosi (con non si sa chi) un po’ erranti e
apparentemente sconnessi, cosa che rende l’ascoltatore a sua volta spaesato ma mai smarrito. La
reinterpretazione della beatlesiana Across The Universe è più somigliante alla cover realizzata da Rufus
Wainwright ma con in background un cantato offuscato e grave abbastanza inquietante ed alienante.
L’album si conclude con un’altra cover, Everybody Hurts dei R.E.M. che non si discosta poi tanto da
un’emulazione della voce di Michael Stipe. Insomma c’è del potenziale in questo trio, da un punto di
vista melodico la cosa è tangibile ma col tempo dovrebbero provare a canalizzarlo nella giusta direzione,
strutturare meglio le canzoni e partorire dei testi che comunichino un qualcosa in più.
[7/10] • Daniela Fabozzi

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BF 25
Frank Polacchi 4tet
WHISPER
Ma.Ra.Cash Records, 2015
Whisper è il primo album per il Frank Polacchi 4tet che originariamente
nasce come jazz trio nel 2008 e trova da subito il suo spazio
nell’attivissimo scenario del jazz-rock torinese. L’album raccoglie brani
inediti del gruppo e anche due rivisitazioni di famosi brani pop-rock
reinventati in chiave fusion. L’atmosfera raffinata dello stile smooth jazz
lascia ampio spazio ad assoli, improvvisazione e soprattutto ad una verve
rock che anima la maggior parte dei brani dalla struttura compositiva
sempre logica. La voce di Polacchi, dai toni caldi e robusti, viaggia tra scat solos e tastiere con effetto
talk box incontrando cori femminili, assoli di tromba e pianoforte accompagnati da ritmiche moderne
e generalmente di rilievo. Un brano come Max Roach, che sembra riemergere dagli echi di un’America
anni ’30, risulta molto piacevole e divertente all’ascolto oltre che fresco e ricco di energia come tutto
il cd. Ora: è vero che un classico è un classico, soprattutto se parliamo di Beatles, ma la rivisitazione di
The Fool On The Hill del Frank Polacchi 4tet è senz’altro un pezzo dell’album a cui approcciarsi con un
orecchio di riguardo perché acquisisce molto colore e ritmi diversi dall’originale che non fanno altro
che esaltare la bellezza del brano firmato McCartney. Stessa cosa vale per Black Hole Sun, il brano
conclusivo del disco che con il suo ritmo calzante consolida ulteriormente le abilità del quartetto nel
riadattare canzoni di matrice musicale diversa dal jazz. Oltre che in queste due canzoni possiamo
trovare la massima espressione di jazz dall’impronta rock in Use it, che ha dei richiami sia ritmici che
cantati alla hendrixiana Stone Free con un lungo inciso di samba. Le mille sfumature di Whisper ne
fanno un album d’atmosfera avvolgente ma allo stesso tempo fresco, dinamico, e sorprendente.
[8/10] • Daniela Fabozzi

The Noobs
DISRHYTHMIC
Autoprodotto, 2014
Primo album dei perugini The Noobs uscito dopo più di un anno di
gestazione tra campagne di crowdfunding su Musicraiser e la ricerca
di una perfetto affiatamento di questo gruppo che calca i palchi già dal
2001.
Il nome The Noobs, ovvero novellini, viene scelto ai tempi dello scoppio
di una delle prime bolle informatiche come forma di rispetto però verso
la tradizione soul a cui si ispirano, tuttavia nonostante sia un termine
che ha un’accezione dispreggiativa in inglese, lascia intendere la loro voglia di esplorare il campo, di
esprimersi senza voler scomodare i mostri sacri del genere.
Le nove tracce che lo compongono giocano tra il soul e il funky e anche se la durata totale dell’album
sia molto breve riescono ad essere gradevoli e ad arrivare all’ascoltatore. La struttura della canzone
è sempre molto coinvolgente, anche se con qualche incertezza in alcune tracce, tra il basso che
accarezza le orecchie, i tappeti delle tastiere e le punteggiature della chitarra con la sezione vocale e
i cori all’altezza della situazione.
Personalmente sin dal primo ascolto ho trovato molte affinità con l’album Simple Things degli Zero7,
anche se quest’ultimi provengono dal ramo dell’elettronica&downtempo, tuttavia l’album viene pecca
di una registrazione a volte un po’ penalizzante nel risultato finale che a volte spezza il fiato.
[6/10] • Plasma

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26 BF

EP
Andrea Chimenti
YURI
Soffici Dischi / Santeria, 2015
Non c’è nulla di male nel rievocare i toni e gli accenti dei grandi della
musica italiana del passato, soprattutto per un artista a tutto tondo
come Andrea Chimenti, già attore, scrittore, musicista, che già ha
un’anima artistica personale e matura. E’ vero che in questo nuovo
lavoro di Chimenti si sente la presenza di De Andrè sia nei testi sia
nell’interpretazione vocale, ma è anche vero che questa presenza
è senza dubbio ben assimilata e riproposta in maniera totalmente
personale e quindi positiva. Infatti tutto il disco non nasconde intermezzi di recitativo e delle parti
più elettroniche - tendente al nois -, brani in inglese, immagini forti e decadenti, che rendono tutto
più surreale e più moderno rispetto al cantautorato come noi lo conosciamo. La tematica del disco è
legata alla trama del libro ononimo dello stesso autore, e tratta la condizione adolescenziale di un
ragazzo che diventa emblema del disfacimento omnipresente che alberga intorno a noi. In questo
disco “l’universo si sbriciola”, il tempo è uguale a se stesso, la neve è sempiterna, e a nulla serve fare
nulla. Insomma nel mondo di Chimenti domina l’ immobilismo che sembra poter essere scosso solo da
un ulterire immobilismo eterno: la morte. Fortunatamente agli opposti di queste macerie esistenziali
c’è la vitalità di una sapiente curatezza negli arrangiamenti dei brani (la produzione artistica è affidata
a Davide Andreoni e Francesco Chimenti, due giovani componenti dei Sycamore Age) che trasudano di
cori, legni, archi, ma anche sinth e strumenti più elettronici, che rendono le composizioni davvero ben
realizzate.
[7,5/10] • Manu Dante

Rami
IL PRESENTE DI QUALCUN ALTRO
To Lose La Track / Fallo Dischi, 2015
Non c’è dubbio, questo gruppo di Milano è inserito a pieno titolo in
tutto quel sotto mondo (neache troppo sotto) di musica italiana che
fa capo al filone Alternative e che può collocarsi tra TARM e le Le Luci
Della Centrale Elettrica. Ma non solo. I Rami si ramificano (guardaunpo’!!)
anche a tutto quel magma che scende dal resto d’Europa. Certo stiamo
parlando di un gruppo che ha prerogative volte ad un pubblico italiano
(come la lingua), ma che nel sound strizza l’occhio ad un più ampio
orizzonte internazionale. Mi riferisco ad esempio all’utilizzo della batteria, e in particolare dei piatti, che
non funzionano più da cesura della struttura del brano (ormai da anni in realtà), ma che hanno un ruolo
quasi melodico di disturbo e di camuffamento della voce che deve essere tassativaente ad un volume
pari agli altri strumenti. Poi le chitarre, non più grosse ed eternamente distorte come negli anni novanta,
ma presenti costantemente con melodie ipnotiche e dal suono chiaro, che fanno da contrappunto alla
linea vocale. Infine le urla che si contrappongono ai repentini cambi di dinamica soffusa, fanno di questo
lavoro un disco energico e dolce, simile a se stesso in ogni brano, come fosse un unico grande grido volto
al tentativo di riappropriazione del proprio istante di vita (specchio dello stato di salute della gioventù
italiana) che non è il nostro, ma di qualcun altro. Appunto.
[7/10] • Manu Dante

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BF 27
Bologna Violenta / Dogs For Breakfast
BOLOGNA VIOLENTA / DOGS FOR BREAKFAST SPLIT
Dischi Bervisti / Escape From Today / Overdrive Records, 2015
Appena uscito in aprile, questo breve 12’’ in vinile vede la compresenza
(split appunto) di due gruppi distanti tra loro, ma simili nell’approccio
estremo e originale alla composizione e all’esecuzione, alla loro nuova
fatica musicale. Nel lato A trova posto Bologna violenta, progetto
musicale del poli-strumentista e compositore Nicola Manzan, che
si avvale della collaborazione di Alessandro Vagnoni alla batteria e
Marco Coslovich alla voce. Sinfonia n. 1 in Fa-stidio Maggiore op. 35 è
il titolo che raccoglie quattro tracce, suonate con frenesia e attenzione maniacale ai particolari. Synth
velocissimi, chitarre taglienti, batterie martellanti e se possibile ancora più rapide, quasi virtuosistiche,
intervallate da silenzi, inserti di violini e pianoforte, campionature varie ed effetti stridenti. Il risultato
è qualcosa tra il symphonic metal, il grindcore, il noise, ostico e affascinante, fin troppo ironico. Il lato
B è tutto nei Dogs For Breakfast, trio cuneese, autori di una ruvida, e di fortissimo impatto emotivo,
miscela di hardcore, doom e sudge metal. Gadea e Muhos sono lunghe cavalcate, più corrosiva e dura la
prima, cupa e violentemente disperata la seconda, in continuo crescendo di pulsazioni, suonate con cura
e potenza, arricchite da una voce urlata e possente. All’energia del metal si aggiunge la disperazione
dell’hardcore, i riff distorti di chitarra e le possenti linee ritmiche abbozzano atmosfere desolate ed
emotivamente cariche di tensione. Paolo Oliva, chitarra, Andrea Peracchia batterie, Fabio Oliva, voci +
basso, interpretano magistralmente i brani ma sono attesi ad una prova più articolata e completa.
[7/10] • Vincenzo Pugliano

Globetrotter
FIBONACCI
Autoprodotto, 2014
Iniziamo dal titolo: Fibonacci fu un grande matematico pisano, noto
soprattutto per la sequenza numerica da lui individuata e che prende il
suo nome. In essa ogni termine è la somma dei due che lo procedono.
Che questo abbia a che fare con la dirompente carica dell’ep è evidente
fin dal primo ascolto. Jazz, hardcore, postrock, progressive, metal ogni
elemento, ogni influenza a comporre ad arricchire i singoli brani in una
sequenza geometrica, cristallina, ma non fredda, avvolgente semmai
e vigorosa. Bastano le prime note dell’iniziale Taurina, nomen omen, per apprezzare la forza del duo
beneventano, Giovanni Nazzaro alla chitarra e Danilo Peccerella alla batteria, jazzcore in crescendo
venato di prog e metal, con la batteria di Peccerella che martella incessante. Un brano veramente
notevole che rappresenta tutto il disco: forza e applicazione, senza inutili virtuosismi, ma lasciando
spazio dovuto alla tecnica strumentale. Come Untore pezzo apparentemente più pacato con accordi
jazz ma solo per sorprendere l’ascoltatore e trascinarlo in un vortice metallico. Dunque dai King Crimson
agli Shellac, passando magari per gli ZU, le influenze sono molteplici, ma lo stile dei due appare molto
personale e convincente. Di matrice più post rock The March of Left-Handed Butterflies, e Boaka.
Spuntano i Mogwai, i God Machine, i Tortoise. e perché no i Butthole Surfers ma senza tentazioni
citazionistiche o nostalgiche. Chiude il lavoro la funcheggiante e circolare King Cococock, forse il pezzo
meno convincente. Nel complesso un buon album, divertente e coinvolgente, in attesa di una fatica più
ampia.
[7/10] • Vincenzo Pugliano

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28 BF
Priscilla Bei
UNA STORIA VERA
Autoprodotto, 2015
La giovane e pluripremiata Priscilla Bei realizza il suo primo EP in cui
racconta se stessa attraverso una voce fresca, dai toni spensierati e allo
stesso tempo confidenziali. Cinque tracce dal sound prettamente jazz
e bossa nova influenzate dal percorso di formazione musicale che la
cantante e musicista romana ha voluto intraprendere nel panorama jazz
italiano. I testi ci raccontano tante piccole sfumature del quotidiano e
sono accompagnati da chitarre che disegnano linee ritmiche e sonorità
jazz insieme al modesto ma prezioso contributo della tromba. Con
Parla pure e A Marsiglia Priscilla ha vinto il concorso Music..Ale di Buti nella categoria solisti. La lista
abbina buoni propositi e faccende domestiche alle immancabili disfatte quotidiane contro il tempo
e la stanchezza condite autoironicamente con toni jazz-blues. Ulisse è la traccia più malinconica ed
introspettiva dell’EP dai velati richiami deandreiani (Cercavi un’isola e invece c’è solo il mare). Una storia
vera, la title track conclusiva è invece un viaggio cullante e sognante che ci lascia nella speranza che il
sogno sia appunto una storia vera.
[7/10] • Daniela Fabozzi
Cairobi
THE DISTANT FIRE
Week Of Wonders, 2015
Ci sono un italiano, un francese, un austriaco e un messicano… Quante
barzellette cominciano così? Questa volta invece parliamo di una band,
i Cairobi, che già nel loro nome manifestano la volontà di mischiare
il proprio materiale biografico e biologico per dare vita a un progetto
fresco, pieno di energia e soprattutto ricco di suggestioni provenienti
dagli angoli più disparati del globo. Il loro singolo d’apertura, Zoraide
– per altro già utilizzata per uno spot pubblicitario in Inghilterra a
fine dell’anno scorso – è un concentrato di ritmica tribale, unita alla
psichedelia dei sottofondi e a campionature elettroniche che ricordano un po’ gli strumenti-giocattolo
per bambini tanto cari a Wayne Coyne. Il fuoco che alimenta il disco non si spegne quasi mai, grazie
all’alto numero di giri dei beat dei sample e soprattutto alla varietà di strumenti utilizzati in ogni strato
che va a comporre le singole tracce. Una sovrapposizione che non è statica ma anzi, si diverte a dialogare
e a creare atmosfere sempre diverse, mai cupe o troppo ossessive. E se le premesse sono queste, state
pur certi che quella che somigliava a una barzelletta da bar diventerà presto una realtà apprezzata anche
qui in Italia.
[7,5/10] • Alberto Giusti
124C41+
124C41+
Stay Home: Gigs & Records/ Dreamingorilla Records, 2015
Raramente affidiamo alle parole le nostre emozioni. Parliamo piatto
o sentiamo piatto? In questa storia non preoccupatevi troppo di dire,
piuttosto chiedetevi come gestire le emozioni altrui sulla vostra pelle.
Gli (One to foresee for one another - ci sono arrivato tardi) sono un
regalo oscuro made in Terni: riuniti in circolo a mente aperta hanno
impacchettato un bel po di grammi di loro stessi in un suono duro
eppure cristallino, come il diamante. Grezzo. Con le urla abbattono e
destabilizzano la delicatezza dei tasti bianchi, ed anche per questo,
aldilà della struttura non convenzionale, non è per tutti. Richiede isolamento. Tuttavia questo disco ha
ben chiare due idee: quella di menefreghismo e quella di aristocrazia. Ad un livello molto più semplice
possiamo dire che a loro piace venire capiti da pochi piuttosto che rimanere incompresi. In spiaggia, al
parco, alle carrozzelle. Non ascoltare. Quando sei solo, pensaci, quando la luce è troppa chiudi gli occhi.
[7/10] • Pablo

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BF 29

Cinquanta, chapeau!
E nella regolarità di questi numeri
c’è l’irregolarità del nostro contenuto
(ma si potrebbe dire anche il contrario).
Discontinuità come valore.
Vi propongo una PreSs “rùbrica”,
come direbbe il nostro direttore editoriale,
dalla BucCia insolita.
Perché in questo numero non ho scelto i Ciddì.
Una congiunzione astrale ha portato sul mio
tavolo operatorio SÙN NÁ e RAMI.
Ma tutte le Opere Artistiche,
nonché musicali (e ci tengo a specificare “fisiche”),
che giungono nel mio orizzonte sono degne di interesse perché contengono,
chi più, chi meno,
un sano rapporto tra EffeEffeCcì e originalità.
Originalità che non è casualità e artisticità,
ma scelta consapevole, ricerca, memoria, libertà e poetica.
E allora colgo solo l’essenziale, sporcandomi le vorticose e delicate mani
di “Il presente di qualcun altro” con il colore della copertina di Max Fuschetto.
Cartonati ma opposti, con il B/N del primo e lo spatolato multicolor del secondo.
Imbratto, ascolto, scelgo, vivo.
Senza consigli o commenti su spessori, papier e fustellature.
Senza recensioni altisonanti o tecniche.
Un tempo personale,
sintesi tra particolare e universale.
Il mio cinquanta.

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30 BF

l’opinione
dell’incompetente
LAURIE ANDERSON, Home Of The Brave
Madhu è il mio dirimpettaio.
È di nazionalità Singalese (Sri Lanka) ma per tutti
quelli del palazzo è semplicemente l’”indiano”.
L’indiano è uso ascoltare a volume esagerato della
musica discutibile e, fin qui, affari suoi, non fosse
che oggi la sua musica arabeggiante penetra nelle
mie cuffie e disturba il mio lavoro di incompetente
musicale.
È un lavoro importante quello che devo consegnare
per questo numero di Beautiful Freaks. Il capo ci
tiene molto. Mi ha anche chiamato personalmente
al telefono per regalarmi uno dei suoi proverbiali
incoraggiamenti. Ha detto più o meno così: “Fai in
modo di consegnare un lavoro di livello adeguato
o quantomeno non al di sotto
del tuo livello abituale invero
difficilmente peggiorabile”.
Invero?
La verità è che la responsabilità
mi mette ansia, l’ansia non mi fa
lavorare bene e il non riuscire a
lavorare bene mi fa incazzare
con Madhu. Non ho tempo da
perdere e se vado a dirgli di
spegnere sto c*zzo di stereo
mi blocca di sicuro per 2 ore a
chiacchierare …. è ossessionato
dai soldi, ha sempre qualcosa che vuole vendermi
o un affare da propormi. Mi faccio coraggio (per
rimanere in tema col disco da recensire) e mi
presento alla porta di casa sua. Gli dico che a causa
sua potrei perdere il lavoro e lui, prevedendo
chissà quali ricadute economico-finanziarie a suo
carico, mette fine all’ audio-tortura senza opporre
resistenza. Finalmente, tornato a casa, ascolto il
disco! La 68nne Laurie (Laura) Anderson fa musica
per lo più “sperimentale” (e questo non mi piace
molto), però è stata la compagna di vita di Lou
Reed ed ha collaborato con musicisti del calibro
di Brian Eno, Peter Gabriel, Philip Glass, Jean
Michel Jarre, Bobby McFerrin, Dave Stewart, John

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“La paura è l’oscura prigione della luce. Il
coraggio è la chiave.” Kingdom Hearts
(videogioco del 2002)
Zorn (e questo mi piace parecchio). Sia chiaro, io
non sono contro la sperimentazione, senza la
sperimentazione non ci sarebbe probabilmente
innovazione, ma non vedo perché devo testarla
io o, ancor peggio, finanziarla. Il primo brano
“Smoke Rings” con testo in spagnolo ed inglese
(audace sperimentazione davvero!) non lascia
il segno; il secondo “White Lily” è uno stacco
di un minuto (ci si sarà impegnata troppo?) che
introduce al terzo brano “Late Show” che io ho
ribattezzato “la canzone dei rutti”.
Il ritmo sincopato di questo pezzo
e la voce distorta dal sintetizzatore
ricorda,
per
l’appunto,
una
sequenza di rutti (da dimenticare).
Il tamburellante quarto brano “Talk
Normal” è caratterizzato da una
voce che ripete la frase “look at me”
in un loop abbastanza fastidioso.
“Language Is a Virus” (brano nr.
5) si connota come il brano più
orecchiabile e gradevole del cd.
In “Radar” (nr.6)
un piacevole
sottofondo di pianoforte viene distrutto da un
rumore di onde elettromagnetiche. Il cd termina
con la noiosa “Sharkey’s Night” (brano nr. 7) e con
l’impalpabile “Credit Racket” (brano nr. 8).
In conclusione mi sentirei di bocciare la “musica”
proposta dalla signora Anderson (e questo
potrebbe essere un merito per l’artista). Se vi
piace proprio l’elettronica, ascoltatevi i Righeira
che, per lo meno, non si prendono molto sul serio!
Auguri di tanta Felicità per la vostra attuale
esistenza e per le infinite future!
Rubby

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BF 31

33 giri di piacere
Michael Brown e i Left Brake
Come capita oramai sempre più spesso, in questi ultimi anni parlare di rock’n’roll dei Sessanta e Settanta,
coincide con l’aggiornamento di un necrologio, RIP come si dice in questi casi (termine che sta per
requiescat in pace, letteralmente riposi in pace). E così potremmo scrivere di Percy Sledge o di B.B King, o
ancora di Kim Fowley di cui abbiamo parlato in un numero precedente
di BF, o ancora di Joe Cocker o di John Rebourn dei Pentangle.
L’elenco di chi ci ha lasciato in questo 2015 è lungo. Tra loro c’è anche
Michael Brown, il leader dei Left Banke, gruppo newyorkese che
sfornò nel ’66 “Walk Away Renee” (che raggiunse la quinta posizione
in classifica) e “Pretty Ballerina”. Brown era il leader di uno dei più
interessanti gruppi americani della seconda metà degli anni Sessanta.
Figlio di un famoso violinista Jazz, Michael scrisse e cantò queste due
hit alla tenera età di 16 anni. I Left Banke realizzarono due dischi e
sono ancora oggi tra i più noti esponenti di qualcosa che venne poi
etichettato come “pop barocco”.
Parliamo di sonorità simili ai Beatles ’67 – ’68? Anche ma non solo,
perché i Left Banke erano davvero unici e creatori di un suono tra il
pop e la psichedelia davvero straordinario anche grazie all’utilizzo del piano, del clavicembalo e degli
archi presenti in alcune delle loro canzoni.
I brani più interessanti sono “Lazy Day”, “I’ve Got Something
In My Mind”, “Desiree”, “Goodbye Holly” e
“There’s Gonna Be A Storm”. Per dare l’idea di quanto
erano Avanti, “ There’s Gonna Be A Storm” sembra un
pezzo scritto da un gruppo neo-psichedelico Paisley o sotto
contratto con la Creation Records.
Non a caso infatti, i Left Banke rappresentano una delle
fonti di ispirazione per gruppi come Bangles e Belle e
Sebastian. Dopo i Left Banke, le esperienze musicali di
Michael Brown continuano con Montage, sostanzialmente ancora i Left Banke, gli Stories e i Beckies. RIP
Michael Brown, ci mancherà la tua musica.
Lorenzo Briotti

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“CHI L’HA VISTI?”
Ovvero: Breve scheda di identità di gruppi inutili
scomparsi nel nulla e che (per ora) ci hanno risparmiato una reunion ancora più inutile.
a cura di Mazzinga M.

DOGSTAR
Genere: Alternative post-grunge.
Nazionalità: Canadese.
Formazione: Gregg Miller (voce e chitarra dal ’92 al ‘95); Bret Domrose (chitarra e voce dal ‘94); Robert
Mailhouse (batteria e cori); Keanu Reeves (basso e cori).
Discografia: Quattro Formaggi (Ep, 1996); Our Little Visionary (Lp, 1996 esclusivamente per il mercato
nipponico); Happy Ending (Lp, 2000).
Segni particolari: Ciak si gira! Ma di suonare non se ne parla proprio…
Data e luogo della scomparsa: Ottobre 2002, Giappone.
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: Keanu Reeves. E una musica di merda.
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: Small Fecal Matter. In principio si
appiopparono questo nome. Semmai gli venisse in mente di riprovarci se ne dovrebbero ricordare.

MARTINI RANCH
Genere: New Wave.
Nazionalità: Statunitense.
Formazione: Andrew Todd Rosenthal (chitarra e voce); Bill Paxton (campionatore e voce).
Discografia: How Can the Labouring Man Find Time for Self-Culture? (Ep, 1988); Reach (Ep, 1988)
entrambi “confluiti” in Holy Cow (Lp, 1988).
Segni particolari: Piu’ video, meno audio e niente Oscar.
Data e luogo della scomparsa: Hollywood, fine anni ottanta.
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: Bill Paxton e gli inutili e dannosi contributi artistici a “cinque
stelle” gentilmente offerti dal magico mondo cinematografaro e musicale dello star system a stelle e
strisce.
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: Ascoltatevi un brano e guardatevi
un video. Avrete la risposta.