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Ezio Taddei /Fortuna e

Sfortuna di un [ex ?]

narchico

________________________________________
Un post per Rosso Malpelo
19 giugno 2015

1

Il colmo per il livornese Ezio Taddei, avventuriero suo malgrado,
anarchico prima, comunista poi, è il risentimento tardivo di cui lo ha fatto
oggetto Luciano Canfora. Taddei morì nel 1956 e Canfora lo disseppellisce a
distanza di oltre mezzo secolo per esporlo al peggiore dei ludibri: insinua,
inocula, solleva il sospetto che Taddei fosse una spia al servizio di Mussolini e
dell’Ovra. Canfora non crede a nessuno dei biografi, è lui che, scartabellando
gli archivi della polizia politica del fascio, possiede l’unica verità su Taddei.
Tuttavia, anche dagli archivi polizieschi non emergono verità inconfutabili.
Anzi.
L’idea che ci siamo fatti, al di là delle coerenze ed incoerenze,
ideologiche e cronologiche, messe in risalto da Canfora, è che quella di Taddei
fu una vitaccia e ciò nonostante qualche soddisfazione tardiva ottenuta come
scrittore.
Cosa c’entra Taddei con il libro di Canfora “Gramsci in carcere e il
fascismo”1? Canfora si imbatte in Taddei a causa di un articolo pubblicato il 4
dicembre del 1937 sul settimanale anarchico newyorkese “L’adunata dei
refrattari”.
Il pezzo ‘incriminato’, intitolato “Di ritorno”, è, con tutta evidenza,
diretta conseguenza del clima di guerra intestina tra anarchici e comunisti
fedeli al Komintern staliniano, che, tra le barricate di Barcellona e in mezzo
mondo, non si risparmiavano colpi né col piombo per la stampa né con quello
delle armi. Potremmo dire che l’articolo fu un’infamia? Sì lo fu. In specie
perché Taddei dava addosso anche a Gramsci su questioni misere di presunti
favoritismi nel regime carcerario e questo a pochi mesi dalla morte del
comunista sardo (Gramsci, infatti, il 27 aprile del 1937 moriva in una clinica
romana dopo anni di sofferenze in carcere). Un esempio:
“Là hanno conosciuto Gramsci, dominatore e dominante, geloso della
sua posizione; e a Turi di Bari sono rimasti perplessi quando
hanno visto che quelli coi quali Gramsci non andava d’accordo
venivano trasferiti dalla casa di salute in reclusione ordinaria.
Gramsci, avaro taccagno, nutrirsi di pasticcini, mentre gli altri
crepavano!”2

Tuttavia, al di là di questi schizzi di fango, l’articolo, nel suo insieme, è
un attacco generalizzato ai comunisti italiani ed alla loro politica e se non lo si
legge dentro il quadro di alcuni eventi storici il vero significato resta solo al
livello di pettegolezzo.
Dunque, il pezzo di Taddei è del dicembre 1937. L’evento clou, in
quell’anno, per il movimento anarchico mondiale che spera e vive con
trepidazione i fatti della Guerra civile spagnola, in pieno svolgimento, è quello
che avvenne nel maggio ’37 a Barcellona.
Una vera e propria battaglia tra gli anarchici alleati ai trotzskisti del
Partido Obrero de Unificacion Marxista (POUM) da una parte e i comunisti del
PCE e del PSUC, fedeli alla dottrina ufficiale dell'URSS e di Stalin, dall’altra;
tutto ciò all’interno di una crisi politica del fronte repubblicano e
dell’incrudirsi del contrattacco franchista. Il bilancio finale degli scontri contò
500 morti e oltre 1000 feriti.

1
2

LUCIANO CANFORA , Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, 2012
Ibidem pg. 260

2

Nel mezzo di quelle giornate, dal 2 maggio sino all’8, si consumò
l’assassinio di Camillo Berneri, un intellettuale anarchico italiano, noto per i
suoi scritti e per il suo impegno rivoluzionario.
Berneri era ritornato a Barcellona, dopo aver combattuto sul fronte
aragonese (agosto 1936), ed era pienamente impegnato nel giornalismo
politico e di propaganda attraverso l’edizione spagnola di “Guerra di classe” 3.
Nel mezzo di una situazione estremamente complessa, dal punto di vista
politico e militare come era quella spagnola, le sue posizioni sono
pubblicamente critiche nei confronti del governo madrileno, ossia del Frente
Popular, sebbene anteposto, quest’ultimo, al comune nemico franchista.
Berneri criticava le politiche di quel governo definite ‘compromissorie’,
riferendosi anche a talune scelte dei suoi stessi compagni anarchici, ma
principalmente alla piega egemonica che i sovietici tentavano di imporre al
fronte repubblicano; e poi, anche per l’imposta militarizzazione delle milizie,
una camicia di forza per l’impostazione antiautoritaria delle brigate
anarchiche nonché per l’azione normalizzatrice che mirava a scalzare manu
militari l’influenza anarchica in Catalogna che andava espandendosi anche in
Aragona. 4
Nel pieno di quello scontro Berneri, per le sue posizioni e per la sua
autorevolezza, era indubbiamente un obiettivo dichiarato del lavoro di ‘pulizia’
degli stalinisti. Quel che è certo è che le circostanze del suo assassinio non
sono state verificate da indagini approfondite, tuttavia l’insieme degli eventi e
il clima del “Maggio barcellonese” del ’37, fanno sì che i colpevoli più
probabili vadano ricercati tra gli emissari di quelle forze che volevano la
normalizzazione della Catalogna più che la vittoria su Franco e la sua Falange.
L’unico fatto acclarato fu il ritrovamento del suo corpo crivellato insieme a
quello di un suo compagno di lotta, l’anarchico calabrese Francesco Barbieri,
uccisi il 5 di maggio del 1937.
Oltre all’impegno nella carta stampata, Berneri, i cui scritti sorvolavano
l’Oceano (visto che, come Taddei, Berneri scriveva per “L’adunata dei
refrattari” di New York) era una voce riconosciuta anche alla radio di
Barcellona. Si deve a lui “pur nella tensione con i comunisti” il discorso
commemorativo che “il 3 maggio pronunciò alla radio CNT – FAI di
Barcellona,
mentre
Barcellona
era
già
sconvolta
dal
putsch
controrivoluzionario”5 in ricordo di Antonio Gramsci, morto a fine aprile.
Berneri, nella sua commemorazione, ricostruisce la vicenda carceraria
di Antonio Gramsci, per quanto era dato di sapere allora: tesse, senza
retorica, l’elogio dell’intellettuale quale era Gramsci, inserisce il ritratto che
di lui ne aveva fatto Piero Gobetti in “La rivoluzione liberale” e sottolinea
l’importanza del pensiero politico gramsciano all’epoca de “L’Ordine Nuovo” ;
concludendo così l’elogio funebre dal doppio fronte di guerra spagnolo ed alla
vigilia del suo assassinio per mano di emissari – è più che probabile - vicini a
quel partito che Gramsci aveva rappresentato e che, nella carcerazione e nelle
complicate vicende del fascismo da un lato e dello stalinismo dall’altro,
assumeva contorni ambigui nella conduzione e negli esiti politici interni ed
internazionali:
3

Organo di stampa dell’U.S.I. (Unione Sindacale Italiana, di ispirazione anarcosindacalista) fondato da Armando
Borghi nel 1914.
4
Vedi : GIUSEPPE ANDREA MANIAS , Camillo Berneri tra Antonio Gramsci e Carlo Rosselli, Quaderni Pietro Tresso,
Ed.Bi-elle Firenze, 2007.
5
Ivi pg. 15

3

“Noi salutiamo dalla radio della CNT-FAI di Barcellona,
l’intellettuale valoroso, il militante tenace e dignitoso che fu
il nostro avversario Antonio Gramsci, convinti che egli ha portato
la sua pietra all’edificazione dell’ordine nuovo, ordine che non
sarà quello d Varsavia o quello carcerario e satrapesco
attualmente vigente in Italia, bensì un moderno assetto politico –
sociale in cui il sociale e l’individuale si armonizzeranno
fecondamene in un’economia collettivista e in un ampio ed
articolato federalismo politico. “6

Ma chi era Gramsci per Taddei l’anarchico se non il leader riconosciuto
del partito comunista, avversario degli anarchici nel fronte interno della lotta
fratricida della Guerra civile spagnola e sodale, sebbene indiretto, in quello
stesso anno, dei presunti assassini di Berneri ? E, come tale, dunque, chi era
Gramsci, per Taddei, in quella fase di piena dello stalinismo d’esportazione in
cui i comunisti filosovietici sparavano addosso agli anarchici nelle strade di
Barcellona? Nient’altro che un avversario politico da attaccare.
Per Canfora questi aspetti sono secondari. La tesi è che Taddei è
alternativamente un millantatore e una spia. Le due cose non è detto che
debbano stare insieme. Il secondo ‘mestiere’ richiede, invece, una serietà
estrema ed estrema cautela, data la pericolosità ed il rischio a cui i personaggi
che vi si espongono vanno incontro. Poi, è tutto da dimostrare, ed è infatti non
dimostrato, il trattamento di favore, gli eventuali vantaggi che sono,
comunque, connaturati alla torbida vita delle spie. Nel caso di Taddei infatti i
vantaggi non sembrano comparire mai.
Il curriculum carcerario di Taddei sta lì a dimostrarlo (al netto del fatto
che sia stato o meno a Turi di Bari contemporaneamente a Gramsci; su questo
Canfora insinua che Taddei lo lasci credere) oltre a dare l’idea precipua della
insopportabile gravità del regime sugli oppositori.
Taddei era stato rilasciato dalle carceri fasciste nel 1931 dopo essersi
fatto i primi dieci anni di galera. Poi, nel tentativo di espatriare
clandestinamente, veniva subito riacciuffato e ricacciato in galera per altri
cinque anni e, subito dopo, mandato al confino, prima all’isola di Ponza e poi a
Beralda (Matera). Nel 1937 altra fuga, prima in Svizzera e poi in Francia,
quindi, nel ’38, negli Usa.
Canfora non si dà pace e dedica a Taddei ben tre capitoli (capp. IX. X e
XI) dell’opera prima citata, analizzando peregrinazioni e sbattimenti
dell’anarchico livornese. Il pretesto però è l’articolo di cui si diceva. Mussolini
che era un conoscitore dell’ambiente ma, si presume, anche grazie alle
puntigliose informazioni della sua rete di intelligence, ritenne di sfruttare la
guerra tra anarchici e comunisti nonché la grave frattura tra trotzskisti e
stalinisti per attaccare quello che riteneva il suo avversario più pericoloso,
ossia il partito comunista.
Il pezzo di Taddei, infatti, venne utilizzato da Mussolini per screditare i
comunisti e ci sarebbe da sorridere, se la drammaticità della situazione
d’allora lo consentisse, per l’attenzione che Mussolini dedica nel riprendere
un articolo pubblicato negli Usa da un settimanale anarchico dal nome un po’
strambo. L’articolo di Mussolini venne pubblicato su il “Popolo d’Italia” del 31
dicembre 1937con un titolo che era tutto un programma:“Altarini”; qui si
6

Ivi, In appendice: “Discorso in morte di Antonio Gramsci” di Camillo Berneri, pg. 20

4

sviscera e si riprende minuziosamente l’articolo di Taddei per farne proprie le
critiche e le denunce (in realtà poco più che pettegolezzi) per gettare
discredito ulteriore sulla tomba di Gramsci :
“La figura di Gramsci esce liquidata da queste rivelazioni. I
comunisti hanno tentato di farne una specie di “santo” del
comunismo, una vittima del fascismo, mentre la realtà è che
Gramsci, dopo un breve periodo di permanenza nel reclusorio, ebbe
la concessione di vivere in cliniche semiprivate o completamente
private”

L’accoppiata Mussolini/Taddei colpisce e indigna ma Canfora non viene
sfiorato dal dubbio che l’articolo di Taddei possa inquadrarsi nel contesto di
quella guerra fratricida tra ex compagni, tutti provenienti dalla radice
socialista ed internazionalista e tutti vittime della ‘versione di Stalin’.
E’ inoltre evidente, e non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, che l’uso che
fa Canfora della strumentalizzazione di Mussolini non solo non è
un’operazione corretta sul piano storico ma non è nemmeno protesa a
difendere la memoria di Gramsci (che poi, da quel genere di attacchi, non ne
avrebbe avuto nemmeno bisogno) ma piuttosto per attaccare Taddei e dare
avvio al discredito dell’ex anarchico livornese a cui dedicherà ben tre capitoli
in un libro che dovrebbe trattare, dato il titolo, di “Gramsci in carcere e il
fascismo”.7
La biografia di Taddei è uno di quei percorsi umani e politici che
attraversano il ‘900 e rendono l’idea di quali difficoltà si possano incontrare
quando alle sventure personali si sommino gli eventi politici e i drammi di
un’epoca.
La prima parte della vita di Taddei sembra tratta da ‘Cuore’ di De Amicis
e la dobbiamo al racconto della sorella Tirrena, raccolto in una biografia dal
regista Paolo Virzì,8 livornese come Taddei, il quale denuncia il debito con la
prima biografia scritta dal giornalista amico di Taddei, Domenico Javarone 9.
Dopo la morte della madre la piccola Tirrena venne chiusa in un istituto
ed Ezio rimase a vivere con il padre che era un poco di buono: “Babbo dopo
che era restato vedovo s’era dato all’allegria di una vita dissipata e presto
s’era trovato nelle peste [sic]. Figuratevi che s’era dovuto trasferire a Roma
per seguire il destino disastroso delle ultime proprietà mangiate dalle banche
e s’era portato dietro Ezio, ma non sopportava nemmen lui, dice.”10
Già da piccolissimo, appena dodicenne, stando al racconto della sorella,
la sua vita ebbe una prima svolta. Siamo intorno al 1907 e il padre che impone
al povero Ezio una vita grama, facendolo dormire nel corridoio, su un
materasso buttato sul pavimento e privo di lenzuola, gli proibisce di giocare
con i compagni di scuola per poi mandarlo in giro per conto suo a sbrigare
commissioni.
7

Si veda, se soltanto se ne avesse voglia, E. BETTOLI,“Miserie della filologia” , articolo che tratta ed approfondisce
l’attitudine di L. Canfora a seguire le proprie idiosincrasie piuttosto che le questioni storiche. Di seguito il link:
http://www.storiastoriepn.it/miserie-della-filologia-luciano-canfora-o-della-metodologia-piegata-al-pregiudizioideologico/
8

PAOLO VIRZÌ, L’angelo col mal di pancia. La vita di Ezio Taddei raccontata dalla sorella Tirrena, Aperture – Rivista
di Cultura, arte, filosofia – N.8 – Anno 2000.
9

DOMENICO JAVARONE, Vita di scrittore, Macchia Editore, 1958. [il testo potrebbe essere reperito solo al mercato
dell’usato]
10
PAOLO VIRZÌ, Op. cit. pg. 9

5

In una di quelle peregrinazioni si trovò ad assistere ad un comizio
anarchico in Campo de’ Fiori. Al comizio seguì un corteo di protesta che, come
capita spesso anche ai giorni nostri, venne fatto oggetto di una carica della
polizia, con la sola differenza che allora “la carica” la si faceva secondo
canone, e cioè a cavallo e senza alcun riguardo per l’età, cosa che anche oggi
accade in varie parti del mondo, fu così che il piccolo Ezio venne portato a
Regina Coeli insieme ai lavoratori ed agli anarchici che avevano partecipato
alla manifestazione. Fu lì che si “sviluppò non un idea politica ma una
ribellione anarchica senza limiti”11. Il conto glielo presentò il padre non
appena si presentò a casa: Ezio venne cacciato via senza pietà e si ritrovò a
vagabondare per Roma nutrendosi di scarti e intrufolandosi nei condomini
per poter dormire nei pianerottoli degli ultimi piani.
Solo la pietà di un pasticcere gli consentì di migliorare di poco la sua
situazione ma non per molto, perché anche il povero pasticcere, costretto a
chiudere la sua bottega, non poté dargli più lavoro. Tornò ad arrangiarsi. Il
suo compagno di strada era un accattone chiamato ‘Spaghetto’ con cui
bussavano alle porte dei conventi per elemosinare un piatto di minestra. Dopo
furono piccoli lavori come quello di garzone in una pellicceria. Anche da lì
venne cacciato perché, ormai quattordicenne, si era innamorato di una povera
lavorante, cosa non permessa, e la padrona ritenne, non appena se ne accorse,
di mandarlo via senza esitare.
Alla morte di ‘Spaghetto’ Ezio decise di lasciare Roma e di andare a
Milano: a piedi. Andò così ad ingrossare le fila della ‘leggera’. 12
La ‘leggera’ era un’espressione del mondo agrario così com’era
conosciuto alla fine dell’ ‘800 nella Valpadana sotto i contraccolpi della prima
industrializzazione dei processi agricoli. Una realtà in cui si espelleva verso i
centri urbani la manodopera disoccupata dei campi, oppure la si costringeva a
spostarsi per i lavori stagionali. Una tipica espressione dell’economia
capitalista nelle fasi di ristrutturazione. Il surplus di manodopera che si
traduce in un’estensione della forza lavoro a basso costo che, ieri come oggi,
viene sfruttata nelle città e nelle campagne. La ‘leggera’, poi, era di fatto ‘il
trenino della leggera’. Il treno con cui i lavoratori poveri degli inizi del ‘900 si
spostavano con un fardello leggero sulle spalle che conteneva tutto il loro
mondo. Un mondo di povertà e di rancore per i padroni e per il lavoro che
altro non era che sfruttamento e sofferenza. Un mondo, quello della ‘leggera’,
che viene ricordato da una canzone popolare raccolta da una folksinger
toscana nei primi anni ’60, Caterina Bueno13:
Padron l’è là che arriva l’è tutto arrabbiato
Brutto scellerato lèvati di qua!
Noi siam della leggera e poco ce ne importa
Vadan sull’ostia la fabbrica e il padron!
Milano, dunque. “Dormiva dove capitava. A volte in Duomo, altre
all’ufficio dei telefoni e all’albergo popolare”. 14 Parliamo di un ragazzino
quattordicenne, un piccolo vagabondo. Uno della ‘leggera’. Farà diversi lavori:
11

MASSIMO NOVELLI, Un certo ezio Taddei, livornese, Spoon River, 2004, pg. 40
Ivi, pp. 42 - 45
13
www.antiwarsongs.org “La leggera”
14
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 55
12

6

falegname, tipografo, cameriere, etc., fino alla Grande Guerra del ’15-’18. Uno
come lui era buono per il fronte, carne da cannone, come si diceva un tempo.
Lo arruolarono nei bersaglieri e lo mandarono a combattere sulle trincee del
Monte Nero, Alpi Giulie, oggi in territorio sloveno.
La sorella Tirrena racconta che in uno di quei giorni di quella guerra
nera Ezio giaceva in una trincea fatta di fango. Si doveva tentare un assalto:
scoppi di granate, spari, raffiche, detonazioni. Quando si tornava indietro ci si
lasciavano dietro le spalle morti e feriti. Il bersagliere Taddei tornò indietro a
recuperare uno dei suoi compagni ferito gravemente. Un gesto da compagno,
non da eroe, che gli costò una brutta ferita: una scheggia di granata che gli
spezzò il braccio. Venne ricoverato per un mese in ospedale a Milano e, stando
al racconto di Tirrena, ricevette pure una medaglia di bronzo. 15
Seguì una convalescenza dalla quale il decorato Taddei non aveva alcuna
intenzione di rientrare. Si fabbricò dei documenti falsi che avrebbero dovuto
assicuragli il prolungamento della cuccagna (nel frattempo aveva conosciuto
una signora milanese con la quale, per la prima volta in vita sua, era riuscito a
spassarsela e a fare un po’ di vita comoda), niente da fare, lo beccarono subito
e da eroe finì, bollato come disertore, dritto in galera.
Lo ritroviamo, nel 1919, recluso nel carcere militare di Sant’Elmo
(Napoli), insieme a comunisti e anarchici. Uno di questi sarà il suo maestro: il
toscano Ferruccio Scarselli. A seguito dell’amnistia, alcuni mesi dopo, il
giovane Ezio e lo stesso Scarselli verranno rilasciati. Ezio che era entrato in
carcere da disertore e decorato ne uscirà anarchico. Racconta Ezio:
“Fra i vari compagni che conobbi durante le mie peregrinazioni
carcerarie incontrai anche Ferruccio Scarselli, un giovane contadino di
Certaldo che, posso dire, fu il mio vero maestro.
(…) Io rivedo ancora Ferruccio: con la sua testa ricciuta, bella, sempre
illuminata da un sorriso da bimbo.”16
Ezio, come “galleggiando in un corteo senza fine”17 (parole sue) andava
verso il suo ‘biennio rosso’, peregrinando tra Genova, Livorno, Firenze,
Milano…
Parliamo degli anni ‘19-’20, con l’onda lunga che lambisce il biennio
successivo fino allo scontro diretto con il fascismo nascente; un’ondata di
scioperi, manifestazioni, rivendicazioni e scontri con esercito e forze di polizia,
l’Italia socialista e anarchica organizza i lavoratori delle fabbriche e il mondo
rurale ed esercita una pressione che si rivelerà insopportabile per le classi
dirigenti di allora, per i governi cosiddetti liberali e per la monarchia in primis
che vedranno nella Marcia su Roma (1922) l’auspicato epilogo di quella
deprecata stagione di ‘anarchia’.
Due fattori sono alla base di quel fermento: la Grande Guerra con il suo
carico di morte (“(…) 8.571.000 morti, 451.645 invalidi, 57.000 morti in
prigionia, 60.000 dispersi”18) e l’eco della rivoluzione sovietica. Si parlerà di
‘ubriacatura’, di ‘alluvioni umane’, “Uomini che avevano marciato per anni nel
fango, nel sangue, nella crudeltà, nel terrore, accecati, mutilati, storpi,
15

Cfr. PAOLO VIRZÌ, Op. cit. pg. 15
EZIO TADDEI, L’uomo che cammina, Ed. Erasmo, 2013, pg. 47
17
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 81
16

18

Cfr., G.ROCHAT, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Bari, 1967 cit. in Fabrizio Giulietti, Gli anarchici
italiani dalla grande guerra al fascismo, FrancoAngeli, 2015, pg. 85

7

rovinati nel fisico e nella morale tornavano a fare i conti con i responsabili (o
irresponsabili) del loro soffrire”19 , con queste parole Armando Borghi,
esponente longevo e combattivo dell’anarcosindacalismo, definisce il popolo
delle piazze italiane nel ‘biennio rosso’.
Ferruccio Scarselli, il ‘maestro’ di Taddei, antifascista della prima ora, in
quel frangente ci lascerà la pelle. Nel ’21 tutta la Toscana era pervasa dalle
violenze e dalle incursioni delle squadracce fasciste. Una di queste.,
tristemente nota come ‘la disperata’, uccide a Firenze, il 27 di febbraio, in un
agguato a freddo, Spartaco Lavagnini, ferroviere, tra i primi esponenti del
neonato partito comunista d’Italia. Il giorno dopo a Certaldo, proprio nei
pressi di Firenze, il paese natale di Scarselli, (dove aveva ospitato Ezio, due
anni prima, appena usciti dalla galera), dopo una rissa, scoppiata, sembra, per
futili motivi ma con un corollario di morti e feriti, la tensione è al massimo. Si
temono incursioni. Ferruccio, insieme ai fratelli e ad altri anarchici costruisce
una barricata nel timore di un assalto delle squadracce. “Ma invece dei
fascisti giunge un camion di carabinieri con i quali gli anarchici ingaggiano un
furioso scontro al termine del quale rimangono sul terreno un carabiniere
morto e diversi feriti. Il gruppo dei libertari nel tentativo di sganciarsi dalle
forze dell’ordine tenta di allontanarsi ma all’improvviso Ferruccio, resta
ucciso dallo scoppio di una bomba a mano che trasportava.” 20 La famiglia
Scarselli, i numerosi fratelli e sorelle di Ferruccio, nell’infuriare di quella lotta
violentissima, si darà alla macchia e diverrà nota e temuta come la “banda
dello zoppo”, così chiamata perché Oscar, uno dei fratelli, era claudicante. 21
Si era nel pieno della furia reazionaria. Già nel 1920 si registrava la
controspinta poliziesca, a cui sedati i moti popolari più diffusi ed articolati,
faceva da contrappunto un forte attivismo delle avanguardie anarchiche e
socialiste. Errico Malatesta, prima gloria dell’anarchismo italiano, ribelle ed
intellettuale di razza, era tornato l’anno prima dall’esilio londinese dove aveva
trascorso gli anni della guerra; fondò a Milano il primo quotidiano anarchico,
Umanità Nova, e riprese la sua indefessa attività di pubblicista e di agitatore.
Si era trovato nel pieno dell’onda del ‘biennio rosso’: “In quell’anno un’ondata
di scioperi percorse l’Italia, e in agosto, in gran parte sotto l’influenza
dell’Unione Sindacale Italiana – ne era a capo allora Armando Borghi – i
metallurgici di Milano e Torino occuparono le fabbriche. Un’altra volta,
sembrò l’inizio di un’era nuova, la grande occasione, se avessero lasciato
passare la quale, come disse Malatesta, avrebbero pagato più tardi con
lagrime di sangue la paura instillata nella borghesia. Ma si ripeté quello che
era accaduto nel 1914, al tempo della settimana rossa. La CGL consigliò la
moderazione, gli operai consegnarono le fabbriche in cambio di vaghe
promesse di riforma, e nel giro di poche settimane seguirono arresti in massa
di leaders degli scioperi, di anarchici e di sindacalisti militanti, compresi

19

ARMANDO BORGHI, Mezzo secolo di anarchia, Edizioni Anarchismo, 1989, pg. 182
F. BUCCI – G. PIERMARIA, Dizionario biografico on line degli anarchici italiani, alla voce: Scarselli, Ferruccio. Sito:
http://www.bfscollezionidigitali.org/collezionidigitali/index.php/Detail/Object/Show/object_id/2002
21
Cfr. http://www.radiomaremmarossa.it/ - Biografie R/esistenti – Scarselli, Oscar.
20

8

Malatesta e Borghi…” 22. Finì agli arresti anche tutta la redazione di Umanità
Nova.
Racconta Armando Borghi nelle sue memorie., non dimenticando mai la
imperitura ruggine con i socialisti, intransigenti o rivoluzionari che fossero,
“Giolitti cominciò con noi anarchici. Colpendo noi, sapeva che non avrebbe
provocato le proteste né dei socialisti rivoluzionari, né dei comunisti, né della
Confederazione del Lavoro.(…).” 23 Il punto era che le accuse non erano
ancora state imbastite e i prigionieri venivano lasciati languire a San Vittore
senza nemmeno potere parlare con i loro avvocati. Era evidente che di arresto
esemplare e punitivo si trattava. Si passò quindi, dopo mesi, a formulare un
debole capo d’accusa, contro il quale il Procuratore si dimostrò insoddisfatto,
si cercavano infatti accuse più pesanti per prolungare la detenzione.
Siamo nel ’21. Il livello della tensione è altissimo, l’episodio di Scarselli
è solo uno degli innumerevoli casi. Le Camere del lavoro sono assediate dalle
forze di polizia oppure, a scelta, prese d’assalto ed incendiate dai fascisti.
Malatesta, Borghi e un altro giovane collaboratore di Umanità Nova, decidono
di iniziare uno sciopero della fame, non pretendono di essere scarcerati ma
chiedono soltanto “…che fosse fissato il giorno del processo, e che cessasse
quell’illegale sequestro di persona.”24 Scrive Taddei: “…quando Malatesta, nel
carcere di Milano, incominciò lo sciopero della fame, fu come una specie di
rintocco di campana”25
Ezio si trova a Genova nel marzo del ’21. Partecipa ad episodi di ‘azione
diretta’ in solidarietà con lo sciopero della fame di Malatesta e dei suoi
compagni. Viene arrestato con l’accusa di “associazione a delinquere e
attentati terroristici”. Seguirà una condanna.
Su questa seconda condanna la biografia di Massimo Novelli non
chiarisce quanti anni avrebbe dovuto scontare Taddei con precisione: “Quanti
anni di galera? Chi sostiene otto, forse a ragione; chi nove e altri ancora
addirittura sedici, come si legge nel risvolto di copertina di Rotaia.” 26 Sulle
condanne e sui pellegrinaggi nelle diverse carceri Canfora si accanisce per un
intero capitolo cercando buchi e contraddizioni per mettere in cattiva luce
Taddei, allo scopo di delineare il profilo di ‘un provocatore perfetto’ 27. Il
“Dizionario biografico on line degli anarchici italiani” non sarà la Bibbia ma fa
un po’ di chiarezza sulle varie condanne, esprimendo, tra le righe, rammarico
sulla ‘conversione comunista’ di Taddei, ma non ricamandogli addosso
l’etichetta infamante di provocatore come fa Canfora: “….torna ancora una
volta a Genova, dove, al principio del 1921, è legato a un gruppo di anarchici
e sovversivi, che compiono, il 23 marzo, un attentato dimostrativo per
protesta contro l’ingiusta detenzione di E. Malatesta, A. Borghi e altri
compagni di fede. Il 24 marzo T. viene arrestato per associazione a delinquere
e attentati terroristici, insieme a Gino Piastra, Melchiorre Vanni (che
combatterà nelle Brigate internazionali), Angelo Porcu, Ettore e Angelo
Brusaioli, Carlo Settimio Camisotti, Ferruccio Cucini e ad altre 23 persone e il
22

G. WOODCOK, L’anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli, 1973, pg. 311
A. BORGHI, Mezzo secolo d’anarchia, Edizioni Anarchismo, 1989, pg. 259
24
Ivi, pg. 260
25
EZIO TADDEI, L’uomo che cammina, op. cit. pg.61
26
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pgg. 96 – 97
23

27

Cfr. L. CANFORA, Op. cit. Cap. X – “Là Gramsci ha sputacchiato Greco per gelosia”: Ezio Taddei, provocatore
perfetto, pg. 131

9

16 febbraio 1922 è condannato dalla Corte d’assise di Genova a otto
anni di reclusione e a un anno di vigilanza speciale, mentre quasi tutti
gli altri imputati sono assolti. 30 anni dopo, nella prefazione
all’arringa pronunciata davanti ai giudici di Genova da uno dei
difensori degli imputati, l’avv. Ezio Bartalini, gli anarchici scriveranno:
Ezio Taddei, il solo vero condannato in quel processo, narra a pag. 40 e
seg. del suo libro “La fabbrica parla” quell’episodio drammatico con uno stile
semplice e pur nervoso, dove rifulge la “immaginosa” figura del Malatesta,
non meno che la bramosia dei giovani anarchici di agire per liberarlo. E
stupisce com’egli, scontata la grave pena cui fu condannato per quell’agire,
abbandonasse il nostro Movimento per aderire al PCI. “28
Alcune voci raccolte dal biografo Novelli riportano che Taddei “si
dichiarò colpevole di aver gettata la bomba per salvare il vero responsabile,
che aveva moglie e figli” 29. Un ‘infame’ di buon cuore.
L’episodio di Genova che avrebbe inciso profondamente sulla vita di
Taddei fu, tutto sommato, un episodio minore rispetto al gioco di fuoco quale
fu l’attentato al teatro Diana di Milano costato la vita a 21 persone. L’attentato
avvenne lo stesso giorno di quello Genova e la motivazione è, anche stavolta,
l’ingiusta detenzione di Malatesta : “Il 23 marzo 1921 un gruppo di anarchici
milanesi, convinto sulla base di informazioni volutamente false, di poter
colpire Gasti, il questore di Milano, fa esplodere un potentissimo ordigno
all’esterno del teatro Diana. L’esplosione causa ventuno morti e più di
centocinquanta feriti, ma ad essa scampa l’obiettivo principale. Gli autori del
gesto, da tempo esasperati per la ingiusta detenzione dei redattori del
quotidiano Umanità Nova, Borghi, Malatesta e Quaglino, vogliono richiamare
l’attenzione sulle condizioni di salute dei tre detenuti.”30 La reazione
dell’opinione pubblica è rabbiosa, i fascisti ne approfittano per colpire nel
mucchio (le sedi de L’Avanti e di Umanità Nova verranno distrutte), il questore
Gasti sarà sempre più infame e potente, gli arresti e la stretta repressiva
saranno micidiali, Malatesta e compagni resteranno un altro po’ in galera,
insomma un disastro. Anzi, Malatesta, dopo l’attentato, deciderà di
interrompere lo sciopero della fame come tentativo di allentare la tensione.
“Degli esecutori materiali, Giuseppe Mariani e Giuseppe Boldrini sono
condannati all’ergastolo, mentre Ettore Aguggini si busca 30 anni di galera.
Numerosi altri anarchici, pur estranei all’attentato, subiscono pesanti
condanne che vanno dai 5 ai 18 anni.” 31
Boldrini si dichiarerà sempre estraneo ai fatti e nel ’43, dal carcere, i
nazisti lo deporteranno in Germania, a Mauthausen, dove morirà già debilitato
e gravemente ammalato32; il povero Aguggini morirà presto, durante la
detenzione, ad appena ventisette anni. L’unico che sopravvivrà sarà Mariani
che nel ’46 verrà amnistiato. Resterà tutta la vita un anarchico militante e
negli anni ‘50 scriverà pure un libro di memorie. Finirà i suoi giorni a Sestri
Levante, nel 1974 .
28

F. BUCCI – G. PIERMARIA, Dizionario biografico on line degli anarchici italiani, alla voce: Taddei, Ezio, Sito:
http://www.bfscollezionidigitali.org/collezionidigitali/index.php/Detail/Object/Show/object_id/2002
29
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 99
30

M.ORTALLI, Ritratti in piedi – Dialoghi fra storia e letteratura, La strage del Diana, “A”- Rivista anarchica, anno 32
n. 79, marzo 2002
31
Ivi
32
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 101

10

Mariani incrocerà Taddei nel carcere dell’isola di Santo Stefano. Lo
stesso carcere che aveva ospitato Gaetano Bresci, l’anarchico che aveva
sparato a Umberto I. Bresci finì impiccato tra quelle mura ad opera di un
manipolo di secondini che aveva messo in scena un finto suicidio. Nello stesso
penitenziario furono incarcerati dal fascismo Pertini, Scoccimarro, Terracini
ed Ernesto Rossi.
Santo Stefano sarà dunque una delle tappe della via crucis di Taddei.
Un’isola penitenziario come Alcatraz, meno di cinquecento metri di diametro,
di fronte all’isola di Ventotene (altro luogo adibito alla segregazione del
confino dal fascismo, l’isola del ‘Manifesto di Ventotene’ di Altiero Spinelli),
praticamente uno scoglio con un carcere al centro. Un luogo di pena e
sofferenze, il penitenziario di Santo Stefano (oggi un’isola disabitata),
dismesso nel ’65, fu concepito dalla mania concentrazionaria dei Borbone e
costruito sulla base di un modello architettonico denominato panopticon.
Un’invenzione dell’epoca dei lumi concepita dal filosofo inglese Jeremy
Bentham per rendere economico e funzionale il controllo dei ‘socialmente
diversi’. Michel Foucault definisce il panopticon come uno degli episodi
paradigmatici di passaggio della ‘società disciplinare’. Ne fa discendere la
concezione dalle rigide prescrizioni sanitarie imposte per regolare ed
impedire il diffondersi della peste, secondo (…) un insieme di tecniche e di
istituzioni che si assumono il compito di misurare, controllare e correggere gli
anormali (…) 33 unite al principio originario dell’isolamento del malato,
dell’anormale, del reietto, (anche raccolto in comunità) proveniente dal
trattamento dei lebbrosi. “Il Panopticon di Bentham” sostiene Foucault “è la
figura architettonica di questa composizione. Il principio è noto: alla periferia
una costruzione ad anello: al centro una torre tagliata da larghe finestre che
si aprono verso la faccia interna dell’anello; la costruzione periferica è divisa
in celle, che occupano ciascuna tutto lo spessore della costruzione (…). Basta
allora mettere un sorvegliante nella torre centrale, ed in ogni cella
rinchiudere un pazzo, un ammalato, un condannato, un operaio o uno
scolaro.”34 Insomma, uno come Taddei.
Dopo circa tre anni di illuministica detenzione Taddei viene trasferito nel
carcere di Sassari., poi Procida, poi Nisida, isole e poi ancora isole: la
Sardegna, Alghero. Nel frattempo Ezio leggeva, scriveva, studiava:
“grammatica, latino, filosofia, la Divina Commedia. Incominciava la mattina
alle sette e continuava fino alla sera. Quando non ci si vedeva più, si metteva
sotto la finestra della cella e rimaneva lì a “sgocciolare quella poca ultima luce
che arrivava”. 35 In sostanza l’ “l’educazione di una canaglia”, come recita il
titolo del capolavoro del californiano Edward Bunker, un altro detenuto, più
famoso di Taddei, diventato scrittore.
Intorno al ’31- ’32 Taddei si trovava in un’altra ridente località,
Finalborgo, in Liguria. Una circolare del ministro fascista Rocco (quello del
“Codice Rocco”, ossia il Codice penale dell’era fascista, emanato nel 1930 e
poi modificato ed integrato nel corso degli anni - dal 1945 ad oggi - ma mai del
tutto scardinato e divelto dal nostro sistema giuridico) proibiva ai detenuti di
possedere libri. Una misura punitiva che suscitò una reazione istantanea.
Sciopero della fame e conseguenti botte e pestaggi per i detenuti. Ezio
racconta che la baraonda durò sette giorni e che alla fine arrivò un
33

MICHEL FOUCAULT, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976, pg. 217
Ivi, pg. 218
35
PAOLO VIRZI, cit. pg. 20
34

11

telegramma del ministro della giustizia che acconsentiva a restituire i libri ai
detenuti. 36 La rivolta gli costò comunque un’altra condanna a due anni e nove
mesi. Questa volta nel carcere di Castelfranco Emilia.
Nel ’32 beneficiò dell’amnistia concessa per il decimo anniversario della
marcia su Roma. Dovette tornare nella sua Livorno da vigilato speciale, senza
una casa dove andare, e gli era d’obbligo farsi trovare in una determinata
panchina quando era il momento dei controlli della pubblica sicurezza. Una
vita da cani. Ezio decide con un colpo di testa di provare ad espatriare. Con
una barca avrebbe dovuto raggiungere la Corsica. La dice lunga. Ed è quello
che succede quando la disperazione induce le persone ad affrontare il mare
con ogni mezzo. Comunque sia lo catturarono e finì di nuovo in galera. Siamo
intorno al 1933.
Fino a qui la sequenza delle vicissitudini di Taddei da come si rileva
dalla biografia di Massimo Novelli : l’arresto nel ’21, nel ’32 l’amnistia e poi il
tentativo di fuga e quindi, nel ’33, di nuovo dentro.
Una sequenza che nel Dizionario biografico on line degli anarchici
italiani ha una diversa successione cronologica : “Uscito dal carcere nel 1930,
tenta di espatriare clandestinamente in barca da Livorno, ma viene fermato in
alto mare e condannato dalla Corte di assise di Firenze, il 31 ottobre 1930, a 3
anni e 3 mesi di carcere e a 20000 lire di multa. L’11 giugno 1931 subisce dal
Tribunale di Livorno una condanna a 7 mesi e mezzo di reclusione per
incitamento alla disobbedienza e istigazione all’odio fra le classi sociali e il 22
marzo 1933 partecipa, insieme ad alcune migliaia di persone, - secondo quello
che racconterà molti anni dopo – ai funerali del comunista livornese Mario
Camici, ai quali fanno seguito, nella medesima nottata, alcuni attentati contro
le sedi del fascio e della MVSN di Livorno, ad opera di un gruppo di anarchici
e comunisti.Il 29 aprile 1933 T. si vede infliggere dalla Corte di appello di
Genova un anno di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e viene
rinchiuso nel carcere di Castelfranco Emilia, dove rimane fino al 22 luglio
1935.” 37
Al di là delle varie sentenze di condanna, la cui fonte citata dal
Dizionario sembra attendibile (l’Archivio Centrale dello Stato, Ministero
dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen) il solito Canfora, lamenta
che sulla successione degli eventi e sui luoghi di detenzione Taddei, nei suoi
romanzi, quasi tutti basati sulle sue vicende biografiche, sollevi volutamente
un alone di polvere menzognera: “Taddei replica ossessivamente il proprio
romanzo carcerario, ogni volta trasformandolo, per confondere tutti” 38. E a
che scopo? La paranoia di Canfora, anch’essa è senza scopo. Novelli, invece,
sulle incongruenze che sembrano non far riuscire bene l’incastro cronologico
di incontri ed avvenimenti con date di rilascio e luoghi di detenzione, dice che,
sì, “(…) è un rompicapo. Le date sono incerte, i tempi si confondono, devo
scegliere una cronologia dei fatti ma non so se sia quella giusta. Ma tutto ciò
non muta la sostanza, non cambia la storia di Ezio (…)” 39 D’altronde gli
obiettivi dei due sono diametralmente opposti: Canfora vuole sia gettare
discredito in maniera gratuita (Taddei informatore, Taddei mentitore, etc.) sia
dimostrare una circostanza che non risulta dagli stessi documenti raccolti da
36

MASSIMO NOVELLI, op. cit. pg. 134
F. BUCCI – G. PIERMARIA, Dizionario biografico on line degli anarchici italiani, cit.
38
L. CANFORA, Op. cit. pg. 134
39
M. NOVELLI, Op. cit. pg. 130
37

12

Canfora ossia che Taddei abbia affermato in modo esplicito di avere transitato
dallo stesso carcere di Turi di Bari dove era detenuto Gramsci; mentre Novelli,
al contrario, vuole raccontare la vita di un uomo generoso e sfortunato, un
uomo che portava dentro di sé gli ideali di un secolo di lotta contro
l’oppressione, un ragazzino abbandonato la cui scuola di formazione era stata
il carcere e l’anarchia, l’esilio, il confino e l’arte di voler raccontare,
incrociando la sua biografia con gli eventi drammatici del primo novecento,
uno che sarebbe diventato, alla fine della sua vita, scrittore per caso e
giornalista de L’Unità altrettanto casualmente. Ne abbiamo conosciuti di
compagni così anche noi, gente a cui il partito, il gruppo politico, o il solo
ideale, hanno fatto da maestro, da scuola, da padre e da madre. Cosa ne può
sapere Canfora?
Canfora ordisce una delle sue tesi accusatorie (Taddei mentitore sul
passaggio dal carcere di Turi, dove era detenuto Gramsci) basandosi soltanto
su un paio di frasi di Taddei estrapolate da articoli scritti per “L’adunata dei
refrattari”, “…la falsa notizia dell’incontro con Gramsci campeggia nei suoi
interventi per <<L’Adunata>> (1937 e 1938) così amati da Mussolini.” 40 ;
ammette infatti Canfora che da quelli che lui definisce come ‘libercoli
postbellici’ (ossia i suoi romanzi autobiografici) il riferimento all’incontro con
il celebre sardo ‘è del tutto assente’. Bisognerebbe dire : “E allora, Canfora?
Su cosa basi questa invettiva? ” Soltanto su quanto scrive Taddei nei due
articoli che scrive per L’adunata ? Quegli articoli Canfora, li acclude nella
ricca appendice (questo va detto), ed è proprio grazie a questo che possiamo
affermare che, anche lì, i riferimenti di un suo presunto incontro diretto con
Gramsci a Turi sono del tutto assenti. Si rilevano invece le critiche meschine
di cui si è già detto, conseguenza diretta del clima infame che si respirava in
quegli anni.
A tale proposito Canfora omette di ricordare che, al di là degli articoli in
cui Taddei critica il P.C. d’I e il suo leader sardo, Gramsci in carcere non da
Taddei dovette difendersi ma dagli attacchi dei suoi stessi compagni. Varie
fonti fanno riferimento a quella che fu definito una sorta di isolamento a cui
venne sottoposto il detenuto Gramsci. Ne parla Giuseppe Fiori nella sua
famosa biografia, ne parla Spriano nel suo “Gramsci in carcere e il partito”41
40

L. CANFORA, Op. cit. pg. 135
P. SPRIANO, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti/L’Unità, 1988. In questa edizione in cui si raccolgono vari
documenti e lettere correlate alla carcerazione di Gramsci si trova anche la lettera di Athos Lisa a Togliatti (v. pg. 150).
Lisa, come riferisce lui stesso nella lettera, è stato invitato a riferire sulla situazione di Gramsci in quanto ha trascorso
un periodo di detenzione (dal settembre 1930 all’ottobre del ’31) nel carcere di Turi di Bari, coincidente con la
permanenza di Gramsci nello stesso carcere. Lisa riferisce in primis dei dissapori con gli anarchici, risolti con il loro
trasferimento dal carcere di Turi ad altra destinazione, quindi di ‘questioni di incompatibilità’ con altri detenuti
appartenenti al partito; Lisa parla di ‘dissensi’, ‘piccole questioni di antipatia personale’, etc. episodi che ebbero a
ripetersi i varie occasioni anche in forme che lui definisce ‘più vivaci’ e finanche ‘forse anche più brutali nella forma’.
Le discussioni, da quanto riferisce Lisa, vertevano “sull’analisi del fascismo, sulla situazione italiana, sulla tattica del
partito, ecc.” (cfr. pg. 152) poi aggiunge : “A Turi la situazione fra i compagni si era acutizzata, divenuta tragica. Vi
erano state delle liti assai serie, un po’ tutti i compagni, io compreso, vi avevano preso parte.” Si evince quindi che una
lettera era stata spedita al partito con delle accuse dirette a Gramsci. Sembra poi che, per il probabile intervento del
partito, la contesa fosse stata, parzialmente, ricomposta e, in conclusione, Lisa chiosa: “Secondo me così: i compagni
eccederono, dettero il carattere di tragedia a piccole lacune della vita di un uomo quale è il compagno Gramsci. Forse
egli ebbe anche poco tatto. (…)” Aggiunge, prudentemente, che Gramsci “Tutto al più ha avuto dei difetti di
comprensione su ciò che comporta la vita in comune.” Non restano dubbi sul fatto che se un dissidio tra anarchici e
comunisti in quell’epoca ci fosse e fosse di livello asperrimo tanto da giustificare l’articolo di Taddei, Gramsci si trovò
anche al centro di uno scontro interno al partito motivato da ragioni di tipo apparentemente ideologico ed acutizzato,
come è probabile da ciò che Lisa riferisce, anche da ragioni legate alla sofferenza carceraria. Insomma un quadro di cui
Canfora non fa minimamente cenno nella sua omissiva opera dedicata a “Gramsci in carcere”.
41

13

per citare solo un paio di autorevoli fonti, ma la vicenda è nota ed è riportata
sui principali testi, ormai numerosi, in cui si parla del carcere di Gramsci. La
ragione, per farla semplice, sembra fosse dovuta al fatto che Gramsci non
facesse proprie le posizioni assunte dal VI Congresso della Terza
Internazionale, sotto la piena influenza di Stalin, che ritenevano da
condannare le politiche di alleanza dei comunisti con gli altri partiti
antifascisti.
Da
qui
l’accusa
(implicita?)
a
Gramsci
di
essere
‘socialdemocratico’ o peggio, come si diceva allora, ‘socialfascista’.
Ad ogni modo l’acrimonia di Canfora nei confronti di Taddei è inesausta
e adesso vedremo fin dove si spinge. Avevamo lasciato Taddei nel suo ultimo
periodo di carcerazione trascorso il quale venne finalmente rilasciato, siamo
nel 1935. Purtroppo il destino dei detenuti politici come lui, durante il
fascismo, prevedeva che alla galera seguisse il confino, ed a quello Taddei era
destinato.
Nell’estremo tentativo di evitare il confino Taddei scriverà una lettera a
Mussolini (settembre, 1935) in cui, a dire il vero, si rappresentano più che
altro una serie di vicende che hanno prevalentemente lo scopo di mettere nero
su bianco i comportamenti anomali del questore di Livorno che da una parte
blandisce e dall’altra perseguita Taddei nel tentativo, più che probabile, di
farne un ricattato ed un collaboratore.
Dalla lettura di tale missiva 42 emerge dunque tale intento finalizzato,
probabilmente, a mettere in luce i vari passaggi della sua vicenda dando la
sua versione dei fatti e non lasciando ad altri libere interpretazioni. La
conclusione della lettera è poi quella di chiedere di non essere avviato al
confino.
Canfora stigmatizza la modalità confidenziale con cui Taddei si rivolge a
Mussolini, specie per quanto riguarda il riferimento ad una prima missiva del
1930 (“Eccellenza, nell’anno 1930 ebbi a scrivere un memoriale all’Ecc. V.
Memoriale che da quanto potei capire fu benevolmente e con equità preso in
considerazione…”)43 dimenticando o trascurando l’illustre precedente storico
costituito dalle ben più celebri “confessioni” di Michail Bakunin agli Zar
Nicola I e Alessandro II, scritte con la speranza di una mitigazione della pena.
Con la prima “confessione”, scritta dalla fortezza di Pietro e Paolo di San
Pietroburgo nel 1851, Bakunin non ottenne nemmeno la deportazione in
Siberia (cosa da lui auspicata !). “Lo zar, lette queste pagine, scrisse in
margine, di suo pugno: «Non vedo per lui nessun'altra soluzione che la
deportazione in Siberia». Ma lo lasciò in galera: Bakunin rimase nella fortezza
di Pietro e Paolo dal maggio 1851 al marzo 1854, quando fu trasferito nel
carcere di Schlüsserburg, dove rimase fino al 1857” 44 Alla morte di Nicola I,
Bakunin, scrisse un’altra petizione indirizzandola al successore Alessandro II:
“…e questa volta ottenne il risultato che s'era proposto scrivendo a Nicola
Primo: venne deportato in Siberia, dove giunse alla fine di marzo 1857. Vi
rimase circa quattro anni: nel 1861 riuscì a fuggire in Giappone, da dove
raggiunse San Francisco e New York e, il 28 dicembre dello stesso anno,
Londra. Da allora e fino alla morte (Berna, 1867) riprese il suo posto di
organizzatore e di combattente della rivoluzione.” Il documento più
42

L.CANFORA, Op. cit. pg. 255 - 256
Ibidem
44
M. BAKUNIN, Confessione, Edizioni La Fiaccola, Ragusa 1977. Nota dell’editore pg. 8 (impaginazione
43

riferita

alla versione digitalizzata consultata)

14

significativo sul piano storico è certamente il primo, ossia “la confessione”,
scritta su sollecitazione dello stesso zar Nicola che gli chiese di “scriver(e)

come un figlio scriverebbe al suo padre spirituale". Lo stile, come
osserva D. Tarantini, nell’introduzione alla versione italiana, “ è infatti
pienamente ossequioso e riporta tutte le convenzioni formali di una petizione
allo zar.” Non solo, Bakunin si spinge più in là recitando un vero e proprio
mea culpa : “Sire, sono assolutamente colpevole verso Vostra Maestà
Imperiale e verso le leggi della Patria. Voi conoscete i miei crimini e ciò che
Voi sapete basta per condannarmi, secondo le leggi, alla più dura delle pene
che esistono in Russia. Sono stato in aperta rivolta contro di Voi, Sire, e contro
il Vostro Governo; ho osato levarmi contro di Voi, nella misura in cui e dove
l'ho potuto. Che altro occorre? Ordinate di giudicarmi e di punirmi, Sire; il
vostro giudizio e il vostro castigo saranno leali e giusti.”45
Come abbiamo visto Bakunin ottenuto che ebbe il suo scopo tornò alla
lotta rivoluzionaria ed è grazie a quelle petizioni ed all’insincero, per quanto
degradante, mea culpa che Bakunin verrà restituito alla storia come il
principale pensatore ed organizzatore anarchico di tutti i tempi. Se non avesse
accettato quella sottomissione con tutta probabilità sarebbe morto in carcere
interrompendo il suo excursus ribelle. Per questa ragione é più che
condivisibile il pensiero di D. Tarantini che crediamo si possa adattare,
con le dovute cautele, anche alla vicenda di Taddei : “ Ora, è dovere
primario del rivoluzionario caduto nelle grinfie del potere contro cui combatte
quello di fare tutto quanto gli è possibile per sottrarsi alla sua reclusione,
riacquistare la propria libertà e riprendere il proprio posto di lotta.
Combattere dal carcere il nemico non è la stessa cosa che combatterlo fuori
dal carcere.”46
Supplica o meno, Taddei al confino ci andrà lo stesso. E ci dovrà restare
due anni. Prima all’isola di Ponza e poi a Bernalda (provincia di Matera).
L’arrivo e la permanenza di Taddei a Bernalda, intorno al 1935, non furono un
passaggio infruttuoso. Intrattenne relazioni ed amicizie con piccoli e grandi:
barbieri, lattai, vicini di casa, ragazzetti. La sorella Tirrena raccontava, in
base ai ricordi di Ezio, che a quei piccoli Taddei desse lezioni di Italiano,
Storia, Geografia, etc. e che la sera li intrattenesse con dei racconti. 47 Sembra
inoltre che proprio a Bernalda abbia cominciato a scrivere le sue novelle. Il
ribelle cominciava a trasformarsi in cantastorie.
Il confino sarebbe finito nel 1937 ma Ezio sapeva che i fascisti non lo
avrebbero lasciato vivere. Era previsto che, alla scadenza, i carabinieri lo
avrebbero accompagnato a Livorno, sua città natale. Decise di scappare. La
sua prima tappa di fuggiasco fu proprio Livorno, poi Milano. Era l’autunno
inoltrato del 1937. Si mise alla ricerca di vecchi compagni che gli proposero di
attraversare le Alpi con l’aiuto dei contrabbandieri, gente abituata a gestire
passaggi come quello di Taddei. Il problema era se Ezio avesse resistito al
freddo intenso di quella stagione che già attanagliava i passi di montagna ed
alle lunghe marce nella neve in cui la fatica del cammino raddoppia.

45

Ivi, D. Tarantini, Introduzione, pg. 42 (impaginazione

46

Ibidem, pg. 17
PAOLO VIRZÌ, Op. cit. pg. 21

47

riferita a versione digitalizzata consultata)

15

Fu in Svizzera, a Bellinzona, breve arresto di prammatica ed espulsione
verso la Francia. Camminate ed avanzi di pasto. Storie rimuginate nella testa
Niente documenti. Addio Lugano.
A Parigi, patria dei rifugiati, lo accoglierà il calore dei compagni 48 e un
ristorante toscano ‘Angiolino’, sul boulevard Mal Montan (così ci dice M.
Novelli49), in cui si accamperà per scrivere e per stare al caldo. E qui che
comincia la sua collaborazione all’Adunata dei Refrattari (il settimanale
anarchico newyorkese in cui venne pubblicato, il 4 dicembre 1937, il pezzo dal
titolo “Di ritorno” con le famigerate critiche a Gramsci).
In quegli stessi giorni naufragò l’idea di andare in Spagna, il fronte
repubblicano, diviso al suo interno, era in rotta. Ed ecco che arrivarono le
“leggi Daladier”50, una normativa varata di proposito dal primo ministro
francese, Eduard Daladier, per colpire la ritirata dei miliziani dalla Spagna :
“La legge del 2 maggio 1938 introdusse l’obbligo di una carta d’identità da
richiedere alle autorità di polizia entro il primo mese. In mancanza
l’interessato rischiava una pena da cinquanta a mille franchi e una condanna
che poteva andare da un mese ad un anno di prigione, ma soprattutto
rischiava l’espulsione. I francesi che aiutavano uno spagnolo non in regola
incorrevano nelle stesse pene.”51 “Action française” e la destra xenofoba
francese soffiavano sul fuoco; la vita per i rifugiati illegali, come Taddei, in
Francia, divenne impossibile e i tentativi per organizzare movimenti di
dissenso contro le ‘leggi Daladier’ furono destinati a restare tali.
In molti decisero di cambiare terra d’espatrio. Ezio, ex galeotto,
fuggiasco, sans papier, decise di andare in America, senza un franco e,
ovviamente, da clandestino. Si imbarcherà da Le Havre, alla fine dell’estate
del 1938 sul piroscafo “Normandie” diretto a New York. Il lungo viaggio dietro
le paratie imbullonate delle cucine, in compagnia di altri clandestini come lui.
Sopravvivrà grazie agli avanzi che dava loro un addetto alle cucine, toscano
come lui.
Negli Usa finì per restarci alcuni anni, in pratica fino alla fine della
guerra. Notti alla Pennsylvania Station, salatini divorati nei bar del Village,
case prese in affitto ma senza pagare un cent, fino all’incontro con Carlo
Tresca, editore e direttore della pubblicazione anarchica italo americana “Il
Martello” (“The Hammer”).
Abruzzese, nativo di Sulmona, Tresca, era fuggito anche lui negli Usa
nei primi del ‘900, inseguito da una serie di condanne e denunce per la sua
attività di propagandista socialista. Divenne anarchico e presto attivista della
IWW (Industrial Workers of the World, la prima organizzazione sindacale
48

Sarà ospite di “Adamo Agnoletto, un ex miliziano di Padova, che ha combattuto sul fronte di Aragona nella Colonna
“Ascaso” CNT-FAI” cfr. F. BUCCI – G. PIERMARIA , Dizionario biografico on line degli anarchici italiani, alla voce:
Taddei, Ezio.
49

Cfr. MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 175 (Non abbiamo trovato traccia, a Parigi, del ‘Boulevard Mal Montan’ su
Google Maps. Che abbia cambiato nome? Si consideri anche che lo stesso riferimento si trova in P.Virzì, cit. che
riprende sia la biografia di M. Javarone che i ricordi della sorella di Ezio, è quindi possibile che si tratti o di una
trascrizione sbagliata o di un cambio di nome).
50
Il moderato Edouard Daladier (1884-1970) era succeduto, nel 1938, al governo di Léon Blum - espressione del Fronte
popolare - alla guida della Francia. Fu tra i firmatari del Patto di Monaco (1938) con la Germania di Hitler e
l’Inghilterra, l’accordo che consacrava le annessioni territoriali tedesche nel tentativo, fallimentare, di arginare
l’espansionismo del Reich.
51
P.RAMELLA, La retirada, Lampi di stampa, 2003, pg. 35

16

comunista e libertaria degli Usa), senza cessare la sua attività di pubblicista in
giro per gli States. Era una figura di primo piano nel mondo dell’emigrazione
italo americana pur essendo in aperto contrasto con gli ambienti istituzionali
dell’emigrazione che avevano come riferimento il quotidiano «Il Progresso
Italo-Americano», di sicuro era lui l’uomo a cui guardava la emergente
galassia dell’opposizione radicale di origine italiana e di matrice anarchica e
socialista negli Usa. Sembra che Dos Passos si fosse ispirato a Tresca per la
figura di Jay Pignatelli nel suo romanzo “La riscoperta dell’America” (Dalai
Editore, 2006) come dichiarato dallo stesso scrittore in uno scambio epistolare
con il suo traduttore italiano, Glauco Cambon 52. In una delle varie biografie
sparse per la rete si afferma: (…) fu un individualista, che dava molto fastidio
per la sua esuberante attività e per il modo spregiudicato col quale affrontava
e risolveva delle situazioni scabrose, tenendo sempre presente di trarne la
massima utilità per la causa che difendeva, sia in un conflitto fra capitale e
lavoro, sia in un processo giudiziario o in una questione giurisdizionale fra
unioni operaie. Tresca teneva in nessun conto la coerenza formale. Correva
dove la massa si batteva, e nella mischia non era mai fra gli ultimi".53
A scorrere una delle sue biografie o qualcuno dei numerosi articoli che
lo riguardano, magari la biografia di N. Pernicone “Carlo Tresca. Portrait of a
rebel” (Palgrave Macmillan, 2005, Usa, pgg. 376, anch’essa reperibile in rete)
non si può non restare impressionati per il numero di arresti subiti, di scioperi
a cui partecipava in funzione di promotore e di agitatore, di comizi,
conferenze, pubblici contradditori, di giornali che aveva fondato sino a “The
Hammer” (a cui era approdato anche Taddei dopo avere lasciato il
concorrente foglio anarchico “L’Adunata dei refrattari”.) L’altro aspetto che
colpisce è la sua totale eterodossia anche rispetto all’anarchismo “(…)Tresca,
senza abbandonare il suo orientamento libertario, si avvicinò al movimento
comunista statunitense, pur avendo incominciato a criticare il governo
sovietico fin dal 1921, all’indomani della repressione messa in atto dai
dirigenti bolscevichi nei confronti degli insorti di Kronštadt. Per diversi anni il
suo atteggiamento rispetto all’Unione Sovietica e al movimento comunista
prima, e stalinista poi, fu comunque improntato ad una certa ambivalenza” 54
Su un aspetto non fu mai ondivago: la strenua opposizione al fascismo in tutte
le sue forme, più o meno camuffate, nel mondo dell’immigrazione italo
americana e, in particolare, alle propaggini canagliesche e filomafiose che si
annidavano ne “Il Progresso italoamericano”.
52

Cfr. G. D’angelo, L’emigrazione abruzzese e la letteratura. Carlo Tresca, fonte:
http://www.abruzzoemigrazione.it/

53

F. GUADAGNI, Un profilo di Carlo Tresca, in Manet immota fides. Omaggio alla memoria imperitura di Carlo Tresca,
numero speciale de Il Martello (non numerato, ma corrispondente al n. 4 del 28 marzo 1943) realizzato su iniziativa del
Gruppo Carlo Tresca (già Gruppo "Il Martello") e curato dallo stesso Guadagni e da Renato Vidal, p. 4. cit. in :
P. CASCIOLA, Carlo Tresca, combattente libertario (1879-1943)[*], fonte: http://www.bibliotecamarxista.org
[*] Come si rileva nell’avvertenza introduttiva: “Lo studio che segue è originariamente apparso come introduzione a
"Carlo Tresca, L’attentato a Mussolini ovvero Il segreto di Pulcinella", Quaderni Pietro Tresso, n. 48, luglio-agosto
2004, pp. 3-21.”

54

Ibidem

17

Con questo straordinario personaggio Ezio si trovò a far coppia e a far
casino in America. Carlo Tresca, di Sulmona, esuberante ed instancabile
agitatore sociale, che finirà morto ammazzato una sera d’inverno, nel gennaio
del 1943. Un evento che segnerà la vita di Ezio e per quella strana cosa che
chiamano eterogenesi dei fini lo condurrà ad un’adesione, o se vogliamo, ad
uno stretto collateralismo col Pci, e col suo principale organo di stampa,
“L’Unità”. I suoi nemici di un tempo.
Ad ogni modo, prima dell’assassinio di Tresca, già nel 1939, la sede de
“Il Martello”, “Quindicesima strada, quasi all’angolo con la Quinta Avenue”55 ,
era diventata la sua casa.
E’ in questa fase che Ezio inizia a scrivere sul serio per pubblicare i suoi
libri, lì negli Usa. Tra i mille e mille che tentano la fortuna nel Village, come
scrittori, sceneggiatori, scenografi, artisti di tutte le arti. Un mondo che si
agita e milita e cerca fortuna. In questo magma Ezio incontrerà pure Arthur
Miller. Ne ricaviamo la notizia da una delle fonti e cioè dal racconto della
sorella di Ezio, Tirrena:
“(…) un giorno arrivò a cercare Ezio un altro signore americano, (…): baci,
abbracci, pacche, risate. Era uno spilungone magro magro, coi pantaloni tre
dita troppo corti, occhialuto. Ezio me lo presentò come uno dei suoi amici
scrittori di New York, commediografo per l’esattezza. Si chiamava Arthur
Miller. Io capii subito che anche lui doveva essere di quelli che patiscono la
fame e allora mi misi a cucinare il sugo per la pasta. Si trattenne a Roma
quasi una settimana e rimase sempre da noi. Di giorno Ezio lo portava a zonzo
a vedere i monumenti o a visitare le baracche delle borgate di periferia, che
erano un suo pallino. Il signor Miller guardava tutto con interesse, senza
commentare e scattava fotografie. Chiese a Ezio di portarlo a vedere anche le
“case chiuse” ed Ezio lo accompagnò in tutti quei postacci che lui conosceva
bene, per via di un racconto che stava scrivendo su una prostituta di nome
Teresa M.”56
Ezio scriveva e gironzolava, lavori saltuari in giro per gli States, incluso
l’inferno della miniera di Renton, a Pittsburgh, dove si trovò ad assistere alla
morte di un compagno di lavoro. Poco prima dello scoppio della Seconda
Guerra mondiale si trovò a pubblicare in maniera quasi clandestina “L’uomo
che cammina” (romanzo in parte in forma autobiografica, e in parte di
fantasia, sui suoi pellegrinaggi per le carceri fasciste) e la raccolta di racconti
“Parole collettive”. Il suo esordio come scrittore, in modo o nell’altro, era
avvenuto ma questo non gli impediva di ficcarsi nei guai qui e là.
Un esempio: la storia dell’articolo dell’ “Adunata dei refrattari”(quello in
cui Taddei parla di Gramsci e messo sotto tiro da Canfora 57) viene utilizzata
per le consuete polemiche tra comunisti ed anarchici anche in terra
americana. Ezio, nel frattempo, si era fatto un nome come polemista ne “Il
Martello” , il giornale di cui Tresca era fondatore e direttore, quando venne
attaccato per la questione dell’articolo su Gramsci da L’Unità del popolo, il

55
56

57

MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 194
PAOLO VIRZÌ, Op. cit. pgg. 26 - 27
EZIO TADDEI, Di ritorno. Adunata dei refrattari, 4 dic. 1937

18

giornale degli esuli comunisti italiani, diretto da Ambrogio Donini 58 (un altro
incontro fatale per Taddei).
Donini era un intellettuale di primo piano, un docente universitario ed
uno storico delle religioni (ancora oggi si vende per le edizioni Newton
Compton, in precedenza per Editori Riuniti, un manualetto, “Breve storia delle
religioni”, che ha avuto una tiratura di 150.000 copie). Taddei, dopo la
pubblicazione dell’articolo che lo criticava pensò bene di andare nella sede de
L’Unità del popolo per cercare Donini, non trovatolo si dedicò a sfasciare
suppellettili, scaraventare macchine da scrivere dalla finestra, devastare un
po’ tutto quello che gli capitava a tiro, insomma una guasconata in piena
regola che gli costerà l’arresto e tre mesi di detenzione nel carcere di Rock
Island. Le celle in ferro degli Usa mancavano alla sua collezione di cinte
murarie. Il giudice, oltre alla detenzione, decretò la sua espulsione dagli Usa
che sarebbe avvenuta al termine della guerra. Il che puntualmente avvenne.
L’avvicinamento di Taddei ai comunisti italiani, e poi allo stesso Donini,
ha a che fare con l’uccisione di Tresca di cui, come abbiamo visto, Taddei era
amico e collaboratore.
L’omicidio di Carlo Tresca, The Tresca Case (dal titolo dell’ istant book
scritto da Taddei negli Usa nel 1943) non ebbe mai nessun colpevole. Eppure,
a New York, e non solo lì, fu un caso di cronaca clamoroso. Si tenga presente
che se ne continuerà a parlare per oltre un decennio come un caso di
interesse per l’opinione pubblica, seppure un cold case, ancora negli anni ’50:
il famoso cronista americano Walter Cronkite ci farà una trasmissione
sull’emittente CBS dal titolo Death of an editor 59.
Lasciamo che l’episodio lo racconti Taddei che di quella vicenda fu un
interprete e, in qualche modo, un protagonista. La ricostruzione emerge, con
numerosi dettagli, in uno dei suoi libri. Taddei racconta 60 che Tresca doveva
partecipare ad una serata in un club newyorchese organizzato dalla colonia
italo americana e già si aspettava di incontrare personaggi con cui era da
sempre in contrasto: fascisti e mafiosi. Una delle figure più note in
quell’ambiente era il ‘prominente italo – americano’ Generoso Pope 61, un
58

Ambrogio Donini. Nato a Lanzo (Torino) l’8 agosto 1903, deceduto a Roma il 10 giugno 1991, docente universitario
di Storia del Cristianesimo. Militante comunista dal 1927, aveva vissuto sino al 1945 in Francia, Belgio, Spagna e Stati
Uniti come emigrato politico, pur tornando di tanto in tanto in Italia per svolgervi clandestinamente missioni per il suo
partito. Negli Stati Uniti, Donini fu docente universitario dal 1929 al 1932 e si occupò in seguito delle edizioni del
Partito comunista a Bruxelles. Negli anni tra il 1937 e il 1939 è stato, a Parigi, redattore capo de “La Voce degli italiani”
e, dal 1939 al 1944, ha diretto a New York (dove ha anche insegnato alla “Jefferson School”), “l’Unità del Popolo”. (…)
Delle tante opere di Ambrogio Donini ricordiamo qui soltanto il “Manuale introduttivo alla storia del Cristianesimo”,
del 1926 e i “Lineamenti di storia delle religioni”, del 1959. [Estratto dalla biografia ad nomen in Donne e uomini della
Resistenza/ Fonte: www.anpi.it ]
59

Cfr. TIZIANO ANTONELLI , Ezio Taddei, testimone dell’omicidio di Carlo Tresca, Umanità Nova, n.12/2013
Cfr. EZIO TADDEI, Le porte dell’inferno, Mengarelli, Roma, 1945 in F. Durante, Italoamericana – Storia
e letteratura degli italiani negli Stati Uniti 1880-1943- Vol. II – Mondadori, 2005 pgg. 675 e segg.
61
N. Pernicone, Carlo Tresca – Portrait of a rebel, Palgrave Macmillan, 2005 pg. 218: Pope: “Gangster and Fascist”.
Generoso Pope. Born in a small village not far from Naples, Pope arrived in New York in 1906 at the age of fifteen,
unable to read or write English, with ten dollars in his pocket. By the late 1920s, Pope was the richest Italian American
in New York, having amassed millions as the owner of the Colonial Sand and Gravel Company, the largest supplier of
building materials in the country. By the early 1930s, Pope had acquired ownership of Il Progresso Italo-Americano, Il
Corriere d’America, and Bolletino della Sera in New York, and L’Opinione in Philadelphia. As the grand mogul of the
Italian language press, Pope was able to influence the majority of Italian American voters to support Tammany Hall
candidates in New York and the Roosevelt administration in Washington. His role as the premier Italian American vote
getter earned Pope direct access to the White House. He capitalized on this connection to serve as Mussolini’s
60

19

personaggio attaccato in più occasioni, ed in modo più che diretto, da Tresca
nel suo giornale, ci basti un passaggio: “Credevo che Generoso Pope,
proprietario del «Progresso» e del «Corriere » di New York, e de «L’Opinione»
di Philadelphia, fosse un uomo di fegato. Mi accorgo che è, invece, un uomo di
paglia. Gli ho spifferato sul viso, come una scudisciata che lascia i segni della
sua forza, un’accusa precisa, dettagliata, quella di essere un racketeer e un
gangster.” Tresca accusava Pope pubblicamente di essere non solo un
gangster ma di essere filo fascista ed emissario negli Usa, nel milieu
dell’emigrazione italiana, di Mussolini e di essere ammanigliato anche con il
Partito democratico di Roosvelt per ovvie questioni di convenienza. Non gli
lesinava epiteti ed insulti di ogni sorta.
Tresca dunque in quel club newyorchese, come racconta Taddei, si trovò
costretto a dare pubblico scandalo per la presenza spudorata, in quella sede,
di una coppia singolare “il sostituto procuratore distrettuale della Corte
Federale di New York, e di un uomo che tutti conoscevano, capo della gang
della Marese. La magistrata si chiamava Dolores Fecondi, il gangster Frank
Garofalo.”62. Aggiunge Taddei: “I due amanti andarono a sedersi al tavolo
d’onore fra il rappresentante della Tesoreria e le altre personalità.” 63
Sicuramente l’inedita liason doveva essere nota ed accettata in un certo
ambiente di italo americani e magari riconosciuta come un punto di forza della
comunità. Per Tresca sicuramente no. Annota Taddei : “Garofalo era della
Gang di Pop [Generoso Pope - nda]. La fece nominare giudice, e ti puoi
figurare fra un gangster e quella, della Corte Federale, cosa sarà sortito
fuori.”64
Tresca fu fatto oggetto di innumerevoli pressioni per tenere la cosa sotto
tono, ricevette addirittura una visita in redazione della magistrata Fecondi in
persona. Blandizie e minacce. Era una di quelle cose su cui Tresca andava a
nozze.
Tuttavia il nocciolo del caso Tresca, con tutta probabilità, non era tutto
lì. Il rapporto tra la mafia e il maggiorente Gene Pope era un dato acclarato,
come acclarate, pubbliche e reiterate erano le accuse di Tresca a Pope. La
serata al club, l’affronto diretto a Frank Garofalo, nativo di Castellammare del
Golfo (Trapani), uomo del clan Bonanno di New York, figura di boss
riconosciuta e con numerose implicazioni nelle vicende delle famiglie mafiose
siciliane e newyorchesi, ebbe, è probabile, un peso consistente. L’amicizia di
Pope con Garofalo e i legami tra l’editore de Il Progresso e la mafia non erano
invenzioni di Tresca. Infine, altro elemento essenziale delle connessioni al
‘caso Tresca’, è il comprovato legame di Pope con le autorità fasciste.
Le indagini però si indirizzarono seguendo due diverse piste. Una in
effetti era quella mafiosa che da Garofalo portava ad un altro mafioso di rango
unofficial emissary to the American government. That Pope would rise to the top of Tresca’s list of most hated
prominenti was inevitable once he acquired his newspaper chain, which functioned as the most pervasive and influence
purveyor of Fascist propaganda. What made Pope all the more reprehensible in Tresca’s eyes was the hypocrisy
inherent in his political stance: pro-Mussolini and Fascism in Italy; pro-Roosevelt and democracy in the United States.
Tresca perceived that Pope, unlike Barzini, the former director of Il Corriere d’America, harbored no real devotion to
Fascism per se. His primary motive for supporting Mussolini was rank opportunism and an insatiable desire for glory
and self-aggrandizement, needs that the Duce satisfied with medals, honors, and special privileges. Attuned to Pope’s
vanity and need to play the grand’uomo, Tresca delighted in denigrating him as an ignorant, vulgar peasant, favoring
insulting terms like “king of the cafoni,”“illiterate quadruped,” and “golden ass.”
62
EZIO TADDEI, Le porte dell’inferno, Op. cit. pg. 675
63
Ibidem
64
Ibidem pg. 677

20

inferiore ma altrettanto conosciuto negli annali criminali, Carmine Galante,
presunto killer. L’altra pista era quella che si indirizzava verso un’operazione
della GPU (la polizia segreta sovietica che successe alla Ceka ed antesignana
del KGB) e che individuava nelle campagne antistaliniste di Tresca il movente
dell’assassinio. Il presunto killer sarebbe stato ‘il solito Vittorio Vidali’ (alias
Carlos Contreras, alias Enea Sormenti), a cui, tra gli altri, era stato attribuito
anche l’assassinio di Trotzky, prima che il vero uccisore fosse riconosciuto in
Ramon Mercader.
Molta letteratura65 è stata prodotta sul “caso Tresca” e l’orientamento
definitivo sembra proprio quello della pista mafiosa ma con l’aggiunta di un
legame occulto che si intreccia agli ambienti italo – americani filofascisti, spie
dell’Ovra passate al servizio degli americani, infiltrati negli stessi ambienti
socialisti del milieu italo americano contigue allo stesso Tresca in particolare
nell’ambito di un’organizzazione antifascista denominata “Mazzini Society”.
Insomma un guazzabuglio su cui il primo a puntare il dito era stato proprio
Taddei, scagionando di fatto Vidali e rendendo vacua la pista che voleva gli
stalinisti come gli assassini di Tresca.
Alan A. Block prendendo in esame ‘il caso Tresca’ e considerando i
dissidi tra le organizzazioni comuniste filosovietiche negli Usa e lo stesso
Tresca nella sua funzione di esponente di rilievo della galassia anarchica e di
direttore ed editore de “Il Martello, e ciò in relazione agli avvenimenti della
Guerra Civile spagnola ma ancor più per le vicende connesse alla
composizione del fronte antifascista italiano in Usa, conclude: “Nevertheless,
it is clear that there is no basis in the available evidence for the claim of
communist responsabilità for this particolar assassination, or that Vidali had
anything to do with Tresca’s murder.” 66.
Lo stesso autore analizza in
modo non superficiale la forte influenza degli ambienti fascisti sulla comunità
italo americana e il peso del maggiorente Gene Pope in tale contesto. Detto
personaggio era, come è stato detto, anello di raccordo tra gli ambienti
fascisti, la mafia e il governo Usa. In particolare emerge la stretta
connessione, “…Pope’s relationship with professional criminals, especially
those involved in the murder of Tresca…”67 e, più specificatamente, con Frank
Garofano e il suo sicario Carmine Galante.
Taddei nel riferire del suo interrogatorio con il procuratore racconta
che, in un primo tempo, ebbe paura di parlare dei suoi sospetti circa la mano
mafiosa nell’assassinio di Tresca e che l’indagine stava già indirizzandosi
verso Vidali e i comunisti (gli chiesero se lo conoscesse e se conoscesse
Togliatti e se sapesse dove si trovava…). L’indomani dopo aver trascorso la
notte in un hotel in compagnia di un agente che avrebbe dovuto proteggerlo
65

Uno dei primi studi di ambito storico - sociologico che, indagando il fenomeno mafioso, attribuisce formalmente alla
mafia l’omicidio di Tresca è: ED REID, La mafia, Parenti, Firenze, 1956 (pgg. 104 – 114). Altri studi sulla mafia che
incrociano il caso Tresca: ALAN A. BLOCK , Space, time and organized Crime, Transaction Publishers, New Brunswick,
New Jersey, 1994 (pgg. 129 – 168); MARTINO MARAZZI, Misteri di Little Italy: storie e testi della letteratura italo
americana, Franco Angeli, 2003. Le stesse tesi vengono riprese e descritte in opere biografiche : STEFANO DI
BERNARDO, La poesia e l’azione: vita e morte di Carlo Tresca, Franco Angeli, 2012 (pgg. 315 – 333); NUNZIO
PERNICONE, Carlo Tresca. Portrait of a rebel, Palgrave Macmillan, 2005 (pgg. 275 – 296). I testi citati sono solo una
parte della letteratura (quella che è stata presa in considerazione in questo post) che, da varie prospettive, ha indagato il
caso dell’assassinio di Tresca, si consiglia, per una panoramica più ampia della bibliografia, di consultare la voce
“Indagine sul caso dell’anarchico Tresca e sviluppi relativi” su www.anarchopedia.org
66

ALAN A. BLOCK , Space, time and organized Crime, Transaction Publishers, New Brunswick, New Jersey, 1994, pg.
139
67
Ibidem pg. 150 e segg.

21

venne interrogato da un altro procuratore 68 (‘Cagnucco’) che continuò a fare
domande su Vidali. Passato un altro giorno in Taddei si rafforzava la
convinzione che la pista da seguire fosse quella mafiosa. Decise di tornare dal
procuratore e di raccontare la sua versione dei fatti “…ma, mentre parlavo,
m’accorgevo che il District Attorney era urtato di quanto gli andavo dicendo e
alla fine lui cercò di persuadermi che quelli erano incidenti di nessun conto,
che non potevano lasciare rancore e che lui avrebbe tenuto presente anche
questa ipotesi. Ad ogni modo, quello che premeva era rimanere per il
momento sulla traccia dei comunisti, perché tra poco ci sarebbe stata una
dichiarazione che avrebbe tolto ogni dubbio.” 69
Ad un mese dalla morte del suo compagno Taddei, nonostante minacce
di ogni tipo, sia da ambienti della mafia che da parte del procuratore, decise
di rendere pubbliche le sue accuse e il 14 febbraio del 1943, per il trigesimo
della morte di Tresca, tenne il suo discorso alla Rand School, poi pubblicato,
sia in inglese che americano, in un opuscolo intitolato “The Tresca case”70.
Il discorso di Taddei alla Rand School è un lucido ‘J’accuse’. La
ricostruzione del clima e degli avvenimenti è molto più puntuale e razionale
che non il racconto del citato “Le porte dell’inferno”. I collegamenti tra
Garofano, Pope e Galante (quest’ultimo sarà indagato dell’omicidio ma mai
formalmente incriminato) risultano ben evidenziati e l’episodio della cena al
club, con il seguito dello scandalo suscitato da Tresca per la presenza
contemporanea di mafiosi, fascisti e rappresentanti della procura e del
governo locale, assume un senso più concreto. Taddei descrive bene il
contesto con i precedenti interventi di Garofano in difesa di Pope e, infine,
nelle ‘note supplementari’ riferisce di aporie nelle indagini che avrebbero
dovuto portare all’incriminazione di Vidali, ai particolari che portarono ad
indagare Galante e alla circostanza bislacca dell’appuntamento mancato con
Buscemi/Montana e Antonini la sera in cui Tresca venne ucciso (Luigi
Antonini, sindacalista sedicente laburista e l’altro, Vanni Montana, suo
segretario, il cui vero nome era Giovanni Buscemi, spia riconosciuta dell’Ovra
e poi dell’OSS (il servizio segreto Usa ante Cia).
La posizione di Taddei risulta peraltro riportata nei file dell’archivio FBI
pubblicati on line 71: “(…) Communists, on the other hand, placet the blame for
the murder upon former fascist sympathisers chief among whom was said to
be Generoso Pope, editor of the New York daily “Progresso Italo – americano”.
This explanation was elaborated upon in a speech delivered by Ezio Taddei at
Tresca commemoration rally on February 14, 1943, and was later distributed
in pamphlet form.”
Oltremodo sospetta risultava, sull’altro versante, l’insistenza con cui i
due noti italo americani che si professavano amici di Tresca si intestardivano
nell’indicare la ‘pista Vidali’72 (i sopradetti Luigi Antonini e Vanni Montana).
Afferma S. Di Bernardo, biografo di Tresca : “Le indagini contro i comunisti
68

Taddei trascrive erroneamente ‘Cagnucco’ ma si riferisce al District Attorney ‘Louis Pagnucco’, sospettato di
connivenze con gli ambienti fascisti della comunità italo – americana.
69
EZIO TADDEI, Le porte dell’inferno, Op. cit. pgg. 677 - 681
70
EZIO TADDEI, The Tresca Case, New York, 1943.
Ringraziamo la Biblioteca Ferruccio Parri - Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia
(INSMLI) di Milano che ci ha voluto inviare la scansione dell’ormai introvabile opuscolo di E.Taddei.
71

I files dell’archivio FBI sul ‘caso Tresca’ sono suddivisi in dieci parti e sono reperibili al seguente indirizzo:
http://web.archive.org/web/20071014060245/http://foia.fbi.gov/foiaindex/tresca.htm . Il riferimento riportato è
contenuto nel file contrassegnato come 10a. ed il cui fascicolo riporta l’intestazione ‘part 10 of 10 – sections 11&12’

22

non portarono però a niente. L’ipotesi Vidali non resse sin dall’inizio, infatti il
comunista aveva un alibi inattaccabile per quel giorno. La notte in cui Tresca
venne assassinato Vidali si trovava a Città del Messico ospite ad una cena di
gala con, presso il ristorante “El Lido”, insieme ad altre 300 persone, in onore
dell’ambasciatore messicano in Unione Sovietica (…)”73
Anche Di Bernardo conferma che tra i principali assertori della pista
‘mafia – Pope’ c’era Taddei, solo che erroneamente sostiene che il livornese
avrebbe cambiato idea, rispetto ai sospetti che, in origine, avrebbe avuto sui
comunisti, addirittura ‘tre anni dopo’, ignorando che il discorso alla Rand
School risale ad un mese dalla morte di Tresca. O meglio, a guardare bene
non lo ignora, c’è però un salto logico.
P. Casciola, nel suo saggio su Tresca (Carlo Tresca, combattente libertario), mette in
rilievo il fatto che Antonini e Buscemi/Montana avevano posizioni divergenti
rispetto alla questione dell’ingresso dei comunisti nel fronte comune
antifascista. Circostanza che, peraltro, riferisce lo stesso Taddei nel suo
opuscolo (‘The Tresca Case’). Ossia: Tresca si era mostrato in quel frangente
(‘42/’43) favorevole all’ingresso dei comunisti e strenuamente contrario
all’ingresso degli (ex) fascisti come Gene Pope, la cui istanza era invece
fortemente caldeggiata da Antonini e
Buscemi (“Secondo alcune fonti
"ufficiali" statunitensi, nell’ultimo periodo della sua vita Tresca aveva adottato
un atteggiamento più "possibilista" circa l’entrata dei comunisti nel CIAV di
New York, mentre tutta una serie di esponenti dell’emigrazione politica
antifascista italiana – come il sindacalista Luigi Antonini e l’ex militante
comunista ed ex agente dell’OVRA Giovanni Buscemi detto Vanni B. Montana
– si erano invece pronunciati a favore dell’ingresso di Pope e dei suoi uomini.“
74
). Insomma, Tresca era un ostacolo e non di poco conto ad un progetto che
tendeva a riconvertire i maggiorenti della comunità italo americana (come
Pope) all’interno dell’antifascismo, dopo il loro appoggio al regime.
La domanda, a questo punto, è se questo progetto era compatibile con
l’obiettivo di più vasta portata che, a distanza di qualche mese dalla morte di
Tresca, si sarebbe realizzato ovvero lo sbarco degli americani in Sicilia. Quel
che è certo è che Montana/Buscemi ebbe un ruolo attivo nella c.d.
“Operazione Husky” (ossia lo sbarco in Sicilia, nel ’43, delle truppe
americane). Montana, leggiamo dal saggio di G. Casarrubea e M.J. Cereghino,
“Operazione Husky”, aveva redatto un documento intitolato “La battaglia per
la Sicilia” che era stato trasmesso nel luglio del ’42 a Earl Brennan (capo della
Secret Intelligence Branch, Italian Section, Oss di Washington). Il rapporto,
dopo aver descritto vari scenari ed excursus storici sull’isola, finiva per
sottolineare l’importanza di “Influenzare attentamente i membri della vecchia
mafia che hanno trovato rifugio in Tunisia, in modo da utilizzarli per stabilire
contatti di peso in Sicilia. Questo è un punto molto importante.”75
72

Riportiamo qui di seguito tutte le ‘nefandezze’ di cui venne accusato Vittorio Vidali, capro espiatorio da esporre alla
bisogna: “(…) In una sola pagina di testo, Vidali risultava autore dell’assassinio del suo compagno Julio Antonio
Mella (la vittima del dittatore cubano Gerardo Machado) nel 1929; del <<massacro degli anarchici spagnoli>> a
Barcellona durante la guerra civile spagnola nel 1937 e della susseguente scomparsa del leader trotzchista Andreu
Nin; responsabile dell’assassinio di Trotzskij; colpevole di avere ucciso perfino la propria compagna, Tina Modotti, nel
1942, e di avere sparato a Carlo Tresca a New York nel 1943. Come mai (…) è stata tralasciata l’accusa lanciata dai
franchisti in Spagna secondo cui Vidali aveva violato in una sola notte cinquecento monache?” così in : MARIO PASSI,
Vittorio Vidali, Civiltà della memoria 2, ed. Studio Tesi srl, 1991, pg. 47
73
STEFANO DI BERNARDO, La poesia e l’azione: vita e morte di Carlo Tresca, Franco Angeli, 2012 pg. 316
74
PAOLO CASCIOLA, Op. cit.
75
GIUSEPPE CASARRUBEA – MARIO JOSÉ CEREGHINO, Operazione Husky, Castelvecchi, 2013, pg. 31

23

Colpisce il fatto, lo nota Taddei ma anche altri che hanno inquadrato il
caso Tresca, che la sera in cui Tresca fu ucciso avesse un appuntamento con
Buscemi e con Antonini al quale i due non si presentarono e che Buscemi fosse
tra quelli che con maggiore insistenza abbia accreditato per anni il fatto che
l’omicidio Tresca fosse stata opera di agenti del Komintern.
Si guardi che la stessa tecnica venne usata quando vennero uccisi i
fratelli Carlo e Nello Rosselli nel 1937. L’Ovra e i fascisti, in Francia e in Italia,
cercarono di attribuire l’omicidio ad un ‘faida tra rossi’ insorta in conseguenza
delle aspre divisioni del fronte repubblicano durante la Guerra civile spagnola.
O, se si vuole, c’è il precedente ancor più macroscopico rilevato da Taddei
nell’incipit del suo opuscolo (‘The Tresca Case’): l’incendio del Reichstag del
1933 del quale Hitler e compari accusarono i comunisti. Orbene, che la GPU
non fosse una congrega di frati è un dato inconfutabile (si è già riferito in
questo stesso post della fine di Camillo Berneri) ma né nel caso di Tresca e
tanto meno in quello dei fratelli Rosselli vi furono responsabilità sovietiche.
Si può dire invece che l’uomo sospettato da Canfora di essere una spia e
un uomo da poco, ovvero Taddei, pur essendo nella posizione, in quanto
anarchico, di potere approfittare, quella volta lì, di una comoda scelta di
campo e di indicare, in quanto corrispondeva anche ai propri interessi di
bottega, i suoi nemici di sempre, ossia gli stalinisti come autori dell’omicidio
(era questo quello che volevano i vari procuratori incaricati delle indagini e il
gran capo dell’FBI, E. J. Hoover) è stato invece quello che per primo, con forza
e con coraggio, ha indicato, segnandoli pubblicamente, fascisti e mafiosi come
assassini e mandanti dell’omicidio Tresca. Uno era Gene Pope e gli altri
Carmine Galante e Frank Garofalo, presunto mandante di secondo livello.
Eppure anche in quel caso lì gli diedero addosso, come se a lui potesse
convenire indicare una strada che non era la fanfaluca di Vidali; quella era
oggettivamente la cosa meno conveniente per Taddei: A cosa gli sarebbe
servito accusare Pope? E la mafia, poi? Solo a mettersi nell’ulteriore,
ennesimo guaio. C’era la strada già spianata, bastava seguirla, e lui, in quanto
redattore de “Il Martello”, avrebbe avuto voce in capitolo. Invece no. Scelse di
mettersi contro tutti, inclusi i vari Giovannini e Buscemi, inclusi i suoi
compagni anarchici, incluso il District Attorney, inclusi i pezzi forti della
comunità italo americana, la mafia in primis. Scelse di dire ciò che pensava e
questa circostanza nel bene e nel male lo avvicinò ai comunisti e a
quell’Ambrogio Donini, nella cui redazione un giorno era andato a sfasciare
tutto. Non si dimentichi che siamo ancora nel 1943, non c’è nessun CLN,
nessun governo in Italia con ministri comunisti, niente di niente, e lui era uno
scrittore emergente, avrebbe avuto tutta la convenienza a schierarsi con i più
forti, e sarebbe stata, per la sua provenienza politica e per le sue precedenti
battaglie, una scelta coerente. No, doveva scegliere quello che riteneva giusto,
quel barbone e vagabondo di un Taddei.
Galante venne individuato effettivamente come uno dei soggetti
maggiormente sospettati ma in realtà non venne mai incriminato
formalmente. Nessun dubbio comunque sul fatto che Galante non fosse altro
che un killer e che i mandanti andassero ricercati su livelli diversi. N.
Pernicone, in uno degli studi più completi sul caso, riferisce : “(…) The key
issue in the case was the identitiy of the person or the persons who had hired

24

Galante to commit the crime.” 76 e si chiede perché mai gli investigatori fecero
solo dei timidi tentativi nel circostanziare le accuse arrivando alla conclusione
che soltanto una forte volontà politica di insabbiare abbia lasciato, come
sempre succede, l’omicidio di Carlo Tresca senza un colpevole.
Lo storico Mauro Canali, nella sua ricostruzione, accusa infine
direttamente il regime che si sarebbe servito della mafia, per il tramite di Vito
Genovese, per commissionare l’omicidio. Genovese durante il fascismo si
sarebbe trovato tranquillamente in Italia, nel Nolano, a stretto contatto con la
mafia newyorchese e, in particolare, con Lucky Luciano. Sembra pure che
Genovese non solo non fosse un perseguitato ma che ungesse il regime con
generose donazioni. Un retroscena che chiamerebbe in causa nuovamente
Generoso Pope.77
Aggiungiamo che M. Novelli, l’ultimo biografo di Taddei, riporta che la
stampa italiana, nel 1958, riprendendo una corrispondenza dagli Usa a firma
di un giornalista, tale Tony Bardhel, riporta che un agente del Narcotic
Bureau, John Cusack, davanti ad una commissione di indagine sul crimine
organizzato dello Stato di New York, aveva fatto i nomi di Carmine Galante e
Frank Garofalo quali autori dell’omicidio di Tresca, il corrispondente non può
fare a meno di aggiungere che quei nomi erano stati fatti da Ezio Taddei già
nel 1943.78
Insomma, Taddei aveva visto giusto. Una strada che però non gli eviterà
l’isolamento e certi echi polemici da parte dei suoi ex compagni de “Il
Martello”.
Collaborò due anni a “L’Unità del Popolo”, organo dei comunisti italo
americani diretto da Donini e nel 1945, a guerra finita, gli toccò l’espulsione
dagli Usa, provvedimento che si era beccato proprio per la bravata fatta nella
redazione de “L’Unità del Popolo”! Il provvedimento che decretava l’espulsione
di Taddei come ‘indesiderabile’, sospeso durante il periodo di belligeranza,
diventava esecutivo.
Taddei sbarcò a Napoli verso la fine del settembre 1945 dal piroscafo
“Gripsholm”: “Quel put off man solitario era un cinquantenne di media
statura, dalla fronte altissima. (…) tornò in Italia dopo sei anni d’America, lo
scrittore anarchico Ezio Taddei”79. Così scriveva Gian Carlo Fusco in un
libretto (“Gli indesiderabili”) già pubblicato nel 1962 da Longanesi e
ripubblicato da Sellerio (2003) dedicato al rimpatrio di una accolita di
gangsters italo americani tra i quali Fusco inserisce anche Taddei, come
personaggio però ‘politicamente scomodo’. Nella prefazione al libro
pubblicato da Sellerio e scritta da Andrea Camilleri si legge che “erano circa
seicento” e che “arrivarono con navi diverse” e tra questi c’era anche Lucky
Luciano, rimpatriato nel 1946.
Si stabilì a Roma insieme alla sorella Tirrena che non vedeva da decenni.
Sappiamo dal racconto della sorella di come lei, in un primo tempo, avesse
provato a cercarlo senza però riuscire ad individuarlo. Aveva letto su qualche
giornale dell’arrivo di uno scrittore livornese dall’America e lo aveva
immaginato ricco e famoso e di come se lo vide spuntare nell’alberghetto dove
76

NUNZIO PERNICONE, Carlo Tresca. Portrait of a rebel, op. cit. pg. 275
MAURO CANALI, Tutta la verità sul caso Tresca, “Liberal”, n.4, 2001 cit. in STEFANO DI BERNARDO, op. cit. pg. 331
78
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 221
79
GIAN CARLO FUSCO , Gli indesiderabili, Sellerio, 2003, pg. 140
77

25

faceva la cameriera con l’aria più spiantata che mai e con le scarpe
inesorabilmente rotte…:
“(…) il giorno dopo si presentò all’albergo un omino secco, coi capelli rossi
scarruffati. Andò a parlare col portiere e chiese notizie della signora Taddei
Tirrena, cioè io. Quando gli dissero che Tirrena era a fare i gabinetti del
secondo piano sembrò che gli cascassero le braccia. Forse pensava che fossi
la padrona di quell’albergo invece che una cameriera.
Mi mandarono a chiamare e quando lo vidi, da lontano, mi mancò il fiato. Me
l’ero immaginato ricco, ben vestito. Faceva pietà, con le scarpe rotte che gli si
vedevano i calzini in fuori. Sentii crollare tutti i castelli in aria e vidi sfumare
le speranze di quelli che volevano venire a farmi il cuoco, il giardiniere, la
cameriera. E pensai che se il mio fratello scrittore era quello lì, la scopa di
mano non me l’avrebbe davvero levata.” 80
Taddei scrisse vari romanzi e racconti e forse viene ricordato con poche
righe in qualche libro di letteratura italiana e magari rinchiuso nella cripta
degli scrittori neorealisti i quali non ebbero la stessa fortuna della gemella ed
omonima corrente cinematografica.
La sua produzione, tutta concentrata tra gli anni ’40 e la prima metà
degli anni ’50, viene trattata più che altro nell’ambito delle antologie di critica
letteraria rivolte agli scrittori italo americani :
“La carriera letteraria di Taddei ebbe inizio proprio in America, con la
pubblicazione,nel 1940, dell’autobiografia «carceraria» L’uomo che cammina,
cui fecero seguito i racconti di Parole collettive (1941), Hard as Stone (1942,
traduzione di Frances Keene), e ancora Alberi e casolari (1943) e Il Pino e la
Rufola (1944; The Pine Tree and the Mole, 1945, traduzione di Samuel
Putnam), The Sowing of the Seed (1946, traduzione di Putnam). In Italia
sarebbero poi comparsi Le porte dell’Inferno (1945), Rotaia (1946), La
fabbrica parla e Ho rinunciato alla libertà (1950, anche questo di soggetto
americano), Il quinto Vangelo (1951), C’è posta per voi, Mr. Brown! (1953) e il
romanzo a puntate Michele Esposito, uscito su «raccontanovelle». Nella
collezione di racconti sulla resistenza Il Secondo Risorgimento d’Italia (1955)
figura il suo «Potente» insieme a lavori di Calvino, della Viganò, di Joyce
Lussu, Carlo Bernari e altri. Taddei fu anche autore teatrale e di opuscoli
politici di propaganda comunista, tra cui un De Gasperi consiglia gli italiani ad
emigrare (1953), in cui si descrive
ironicamente la visita di De Gasperi negli Stati Uniti, festeggiato da Generoso
Pope, da Antonini e dal mafioso Frank Garofalo, ma ben lontano dai poveri
immigrati dell’East Side.”81
Due note di rilievo vanno magari sottolineate: la traduzione in inglese
del suo “Il Pino e la Rufola” fu fatta da Samuel Putnam, noto in America per
avere tradotto Pirandello e la buona recensione di Italo Calvino quando
Einaudi aveva pubblicato “Rotaia”. Calvino aveva definito il romanzo di Taddei
“un romanzo corale, che segue attraverso una molteplicità di trame la vita di
tutta la società italiana” ed aveva aggiunto “Il maggior pregio del libro è un
assenza assoluta di toni oratori…”82
80

PAOLO VIRZÌ, Op. cit. pg. 18
F. DURANTE, Italoamericana – Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti 1880-1943- Vol. II – Mondadori,
2005, pag. 674
82
Cfr. MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 73
81

26

Nell’ambito poi di quella sorta di ‘conversione politica’ succeduta al
‘caso Tresca’ la collaborazione che aveva avviato negli Usa con “L’Unità del
popolo” venne continuata in Italia sull’organo del Pci, “L’Unità”. Era il tempo
in cui frequentava altri scrittori un tempo famosi e oggi finiti nel dimenticatoio
come il calabrese Corrado Alvaro (“Gente di Aspromonte”), il molisano
Francesco Jovine anche lui realista, il veneto Guido Piovene (famoso per il suo
“Viaggio in Italia”). Era il tempo in cui Carlo Lizzani girava il suo
documentario “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato” (1949) sull’ Assise
della rinascita del Mezzogiorno 83, girata in varie località del Sud d’Italia.
Nelle carrellate che inquadrano i vari personaggi politici che parteciparono,
mostrando un piglio tutto ottimista sulla rinascita del Mezzogiorno, ci sono:
Amendola, Alicata (autore di soggetto e sceneggiatura con Lizzani), Di
Vittorio, Lussu, Grieco, Di Martino e nel palco di Matera si scorge Ezio Taddei
84
(si ricordi che fu confinato a Bernalda proprio in provincia di Matera).
Un pugno di anni in cui Taddei ebbe una certa notorietà che di certo non
compensava una vita di stenti e di galera, così come non la poté di certo
compensare la polemica con Steinbeck che occupò intere pagine de “L’Unità”
durante la sua visita in Italia nell’estate del 1952, quando Ezio chiese
all’autore di “Furore” di prendere posizione sulla guerra americana in Corea
ricevendone un netto e sprezzante rifiuto. 85
Quella fama modesta non durò a lungo. La casa editrice Einaudi rifiutò il
suo romanzo, “La ginestra”, e poi le condizioni sue e di Tirrena continuavano
ad essere stentate, nonostante le collaborazioni con “L’Unità”, i vari libri già
pubblicati e le traduzioni dei suoi romanzi in oltre dieci paesi per i quali, per
problemi di varia natura, non riusciva ad incassare nulla. Con Javarone, quello
che poi scriverà la prima biografia di Taddei, pubblicarono per qualche tempo
una sorta di rivista, il Raccontanovelle , in cui raccoglievano storie e racconti
e in cui pubblicarono a puntate “Michele Sposito”, una novella di Ezio. Non fu
un successo.
Era al verde anche la sera in cui morì e così chiese 200 lire a Tirrena per
comprare un pacchetto di sigarette, non voleva fare la figura del barbone ad
un ricevimento a cui era stato invitato in un hotel romano. Un ricevimento in
onore di una delegazione di artisti cinesi. Tirrena racconta che anche quella
sera prima di andare al ricevimento la fece ridere con le sue buffonate. Era
uno dal passo leggero Taddei.
Lo colse un infarto poco dopo essere entrato nella hall, con la sua giacca
rattoppata e la barba fatta poco prima dalla sorella. Era il 13 maggio del 1956.
Finì al Policlinico dove resistette appena quattro giorni. Si spense alle due di
mercoledì 17 maggio.
83

L’Assise per la rinascita del Mezzogiorno fu un’iniziativa del Fronte del Mezzogiorno, una costola del Fronte
Popolare (la lista con cui si erano presentati unitariamente socialisti e comunisti alle elezioni del ’48). Dopo la storica
batosta inferta al Fronte popolare dalla DC il Fronte del Mezzogiorno sopravvisse facendo del meridionalismo una
battaglia politica fondamentale di quegli anni, una base da cui ripartire alla riconquista del paese. Le assisi si svolsero il
3 e il 4 dicembre del 1949 a Salerno, Bari, Crotone, Matera. . Cfr. G. AMENDOLA, Il balzo del Mezzogiorno (1943 –
1953); G. CACCIATORE, La sinistra socialista nel dopoguerra: meridionalismo e politica unitaria in Luigi Cacciatore,
Dedalo, 1979.
84
Il documentario di CARLO LIZZANI Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato (1949) è visibile su youtube.it
85

Il racconto di quella vicenda è contenuto nel post di ROSSO MALPELO, Americanati, 27/02/2015
http://rosso-malpelo0.blog.kataweb.it/2015/02/27/americanati/ ;
anche su scribd (versione più leggibile): https://it.scribd.com/doc/257153983/Americanati pag. 11 e segg.

27

“L’Unità” di giovedì 18 maggio, a pag. 3, titolava : “La morte di Ezio
Taddei: una notizia che colpisce la cultura e i lavoratori italiani.” Tra i primi ad
onorare le spoglie Ambrogio Donini e Pietro Ingrao (allora direttore de
“L’Unità”). Ingrao, in quella stessa pagina, ne fece un umanissimo ritratto.
Scrisse che “aveva vissuto una vita aspra, errabonda, tormentata” e che “ne
portava i segni nel corpo e nel volto”, sottolineando però la mitezza del
sorriso. Non sembrava mai stanco, nonostante le mille prove : “La durezza
della lotta per lui era cosa normale”. “Portava così, nel modo più tranquillo e
distaccato, la sua povertà”. Scrisse ancora Ingrao, onorandolo con un elogio
tra i migliori “E’ raro incontrare uno [come Ezio Taddei] in cui il disinteresse
per il successo, per la propria vita privata, per la fortuna personale fosse così
pieno”. E poi sottolineò come la sua scrittura fosse quanto di più avulso dalla
ricercatezza e “dal gusto decadente della bella parola”. Era uno che quando
scriveva esprimeva un bisogno immediato e concreto di giustizia, sia nella
cronaca che nella letteratura. Scrisse ancora Ingrao che Taddei portò fino alla
fine il lascito della sua esperienza e cioè la tradizione anarchica e libertaria,
“il senso eroico delle lotte proletarie, insieme con l’amara poesia che è in certi
vecchi canti anarchici”.86
Al funerale la sorella Tirrena non era da sola. Erano in tanti:
"Alle cinque del pomeriggio, davanti alla camera mortuaria del Policlinico,
sostava in attesa una folla di compagni fra i quali Edoardo D'Onofrio, Mario
Alicata, Pietro Ingrao, i Pajetta, Aldo Natoli, Celeste Negarville, Eugenio
Reale, il segretari della federazione comunista romana guidati da Otello
Nannuzzi. Presenti e commossi anche il direttore amministrativo dell'edizione
romana de l'Unità Pallavicini, il direttore della Casa editrice, Amerigo Terenzi,
i dirigenti nazionali del Pci Fernando Di Giulio, Aldo Lampredi, Maria
Michetti, Luigi Orlandi, il direttore della Editori Riuniti Roberto Bonchio, il
pittore Renato Guttuso, il critico cinematografico Umberto Barbaro, l'attrice
Antonella Trombadori, il giudice Pepe, il giornalista americano Bard, gli
avvocati Berlingieri e Secondari, la moglie di Ambrogio Donini, il giornalista
Domenico Javarone, il critico Alighiero Manacorda, la poetessa Sibilla
Aleramo, il pittore Omiccioli, il documetarista Virgilio Tosi, il critico
cinematografico Umberto Barbaro, l’attrice Donatella Trombadori, (etc. etc.) e
il giornalista Domenico Javarone.” 87Redattori, tipografi e giornalisti e tutto il
mondo dell’editoria legato al Pci di allora. Fu Carlo Salinari (il partigiano
Spartaco, professore di lettere e critico letterario) a tessere l’elogio funebre di
un uomo che racchiuse nella sua esistenza di antifascista irriducibile, di
carcerato, di barbone, di clandestino, la cavalcata dei proletari e dei derelitti
lungo un’epoca ormai dispersa nella polvere.
Javarone nella dedica che impresse nella biografia di Taddei scrisse
“Dedico questo libro agli amici di Ezio, a quelli che lo amarono e a quelli che
lo ameranno” 88. Io sono tra questi ultimi.
Palermo, 19/06/2015
Rosso
Malpelo
86

PIETRO INGRAO , Il carattere dell’uomo, L’Unità, 17/05/1956, pg.3
S.n. Folla di amici e compagni al funerale di Ezio Taddei, L’Unità, 18/05/1956, pg. 5
88
MASSIMO NOVELLI, Op. cit. pg. 260
87

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