Introduzione al CORPUS PAULINUM L’insieme delle tredici lettere che, all’interno degli scritti del Nuovo Testamento, seguono

immediatamente gli Atti degli Apostoli, è conosciuto con il nome di Corpus Paulinum, con chiara allusione all’autore, l’apostolo Paolo. Diversi sono i criteri che giustificano l’attuale disposizione delle lettere paoline. Tra questi si possono evidenziare i destinatari (quelle indirizzate alle comunità cristiane precedono le lettere inviate ai singoli), come pure la lunghezza (aprono l’elenco le lettere più estese e si prosegue nella successione con le più brevi). Alle tredici lettere venne aggiunta anche la Lettera agli Ebrei; ma oggi si ritiene che essa sia un’omelia e che il suo autore non si identifichi con Paolo. All’interno dell’epistolario paolino, tra alcune lettere si fa generalmente questa distinzione: a. Lettere principali:Romani, 1-2 Corinzi, Galati b. Lettere dalla prigionia: Efesini, Filippesi, Colossesi, Filemone c. Lettere pastorali: 1-2 Timoteo, Tito Dal secolo XIX, l’analisi esegetica dell’epistolario paolino ha sollevato alcuni dubbi sull’autenticità di alcune lettere attribuite da sempre all’apostolo Paolo. Sono ritenute autentiche sette lettere: Romani, 1-2 Corinzi, Galati, Filippesi, 1 Tessalonicesi, Filemone (scritte tra il 50 e il 6° d.C.). E’ invece discussa l’autenticità di Efesini, Colossesi, 2 Tessalonicesi, 1-2 Timoteo, Tito. Infatti le molte differenze di lingua e di stile, di contenuto e di approfondimento teologico ed ecclesiologico fanno concludere che queste lettere siano da collocare sul contesto della “tradizione paolina” e a considerarle “psudoepigrafe”, cioè attribuite a paolo dai suoi discepoli, per avvalorarne il contenuto e l’autorevolezza. A volte vengono chiamate anche “deutero paoline”. Tutto ciò non ne compromette l’apostolicità, che consiste nel trasmettere l’annuncio della salvezza da parte degli apostoli e da “uomini della loro cerchia” (Dei Verbum, 7). Probabilmente l’Apostolo scrisse altre lettere a noi non pervenute: in 1Cor 5,9 si fa riferimento a una lettera scritta precedentemente da lui; in 2Cor 2,3-4 si accenna a una lettera scritta da Paolo “tra molte lacrime”; In Col 4,16 si parla di una lettera inviata alla comunità cristiana di Laodicea. Le lettere di Paolo si aprono sull’orizzonte della vita delle prime comunità cristiane, dove emergono già i frutti della novità del vangelo, ma anche difficoltà e contrasti, crisi e tensioni. Accanto alla sua attività di evangelizzazione, Paolo colloca il proprio ruolo di fondatore e di guida, di educatore e di padre, di apostolo di Cristo e del vangelo, orientando ogni ambito della vita delle comunità cristiane e favorendone la crescita nel vangelo e nell’appartenenza a Cristo.

L’insieme delle tredici lettere che, all’interno degli scritti del Nuovo Testamento, seguono immediatamente gli Atti degli Apostoli, è conosciuto con il nome di“Il libro della Chiesa Gli Atti Degli Apostoli “Il libro della Chiesa”, come sono chiamati gli Atti degli Apostoli, ha come autore lo stesso del terzo vangelo, che la tradizione ci ha indicato con il nome di Luca, compagno di missione di Paolo (nelle sue Lettere lo chiama “medico carissimo”, Colossesi 4,14). Questa tradizione sembra confermata dal prologo ai due libri, entrambi dedicati a un personaggio chiamato Teòfilo (Luca 1,3; Atti 1,1). Sembra pure confermata da quei brani degli Atti degli Apostoli conosciuti come “sezione noi”, che suppongono un testimone oculare che narra in prima persona (vedi Atti 16,10–17; 20,5–

21; 27,1–28,16). La data di composizione di questo libro è fissata verso l’anno 80. Contenuto e divisione. Il programma a cui si attiene l’autore degli Atti è così presentato in 1,8: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. I 28 capitoli di questo libro si ispirano proprio a queste parole. I capitoli 1–7 sono ambientati in Gerusalemme e presentano la vita di questa prima comunità di fede, che diventa il modello delle comunità cristiane di ogni tempo. All’interno di questi capitoli emergono la preghiera, la fede, la vita liturgica, la predicazione, la condivisione dei beni, l’assistenza e l’accoglienza dei poveri, che caratterizzano la comunità della chiesa–madre di Gerusalemme, formata da cristiani che provengono dall’ebraismo e ancora legati al Tempio e alle prescrizioni della legge mosaica. È in questa sezione che troviamo alcuni suggestivi testi, chiamati “sommari”, nei quali sono presentati gli elementi costitutivi di ogni comunità cristiana: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane (cosi veniva chiamata l’eucaristia) e nelle preghiereà Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune” (Atti 2,42 ss; vedi anche 4,32–35). I capitoli 8–12 descrivono l’attività missionaria degli apostoli prevalentemente in Samaria e in Giudea. Risalta qui in modo particolare l’attività di Filippo, di Pietro e di Giovanni. Nel capitolo 9 compare sulla scena la figura di Saulo–Paolo, con il primo racconto della sua “conversione” (altri due seguiranno in Atti 22,1–21 e 26,1–23). I capitoli 13–28 contengono la descrizione dei viaggi missionari di Paolo (con i successi, gli insuccessi, i disagi, le gioie dell’annuncio, ma anche le persecuzioni, i pericoli e le ostilità) e della diffusione del vangelo fuori della Palestina, presso comunità che provengono dal paganesimo e che non si sentono per nulla legate alle pratiche del giudaismo (come la circoncisione e l’osservanza della legge mosaica). Il capitolo 15 – dove è descritto il primo “concilio” della storia della Chiesa – costituisce lo spartiacque tra un cristianesimo ancora aderente alle prescrizioni mosaiche e il cristianesimo che vive della novità e della libertà portate da Cristo. Gli Atti degli Apostoli si concludono con la presenza di Paolo a Roma, dove l’infaticabile apostolo subirà il martirio nell’anno 67. Per l’autore di questo libro era necessario l’approdo del vangelo a Roma, perché ciò significava che tutto il mondo allora abitato e conosciuto – posto sotto il dominio di questa grande potenza – avrebbe incontrato Cristo Signore. Alcuni grandi temi degli Atti degli Apostoli. Il protagonista di questo libro delle origini della Chiesa è lo Spirito Santo: il capitolo 2 descrive la sua discesa con la stessa terminologia della grande teofania (o manifestazione di Dio) al monte Sinai (Esodo 19). Gli effetti della presenza dello Spirito sono contrapposti a quelli della dispersione avvenuta a Babele (vedi Genesi 11, 1–9). I ministeri, la diaconia, l’imposizione delle mani, la \preghiera, tutto in questo libro è opera dello Spirito, al quale il Signore Risorto ha affidato la comunità di Pasqua. Accanto allo Spirito, ecco la Parola. Essa viene come personificata: cresce, si diffonde, viene annunciata con franchezza (termine che traduce il greco parresìa, frequente negli Atti). Per essa si affrontano persecuzioni e martirio. Ad essa Paolo affida tutti coloro che sono preposti alla guida della comunità di fede, perché essa sola “ha il potere di edificare” (Atti 20,32). Un altro tema portante è la Chiesa. Da queste pagine emergono la sua origine nel dono dello Spirito effuso a Pentecoste, la sua universalità, la sua missionarietà, la sua vocazione a camminare nella docilità allo Spirito, nella sottomissione agli apostoli, nella preghiera, nella carità fraterna fino al dono totale di sé nel martirio, affrontato in nome e a causa del vangelo.

Scritti Apocrifi di Paolo

La figura di Paolo, apostolo e scrittore, ha presto suscitato l’interesse di narratori e di imitatori. I primi hanno composto narrazioni che vanno sotto il nome di Atti di Paolo e di altri apostoli, i secondi hanno redatto lettere pseudoepigrafiche, cioè intitolate in modo fittizio al celebre maestro. La pseudoepigrafia è una risorsa letteraria già sfruttata nell’ambito degli scritti canonici sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Con la sua adozione, la comunità credente aveva accettato che il messaggio di un maestro del passato venisse attualizzato e riproposto attraverso scritti redatti dopo la sua morte. L’autenticità letteraria dello scritto non è quindi stata necessaria perché esso venisse considerato un vero dono di Dio al suo popolo. Era invece necessario che la comunità credente potesse riconoscersi nelle convinzioni espresse negli scritti. Presentiamo qui alcuni testi che, pur incentrati sulla figura di Paolo, non hanno soddisfatto i requisiti summenzionati e sono stati annoverati fra gli scritti apocrifi. I testi sarebbero molto numerosi, tanto che è stato necessario operare una selezione, condotta in base a due criteri. Innanzitutto sono stati preferiti i testi più antichi, cioè quelli di età imperiale romana, omettendo i testi medioevali. In secondo luogo, sono stati preferiti i testi trasmessi in lingua greca e latina, in quanto essi hanno esercitato un influsso più duraturo sulla civiltà europea occidentale.

La Simbologia della Spada La spada rappresenta la duplicità del potere che può costruire o distruggere; per questo viene spesso associata a elementi naturali forti, come il fulmine, il fuoco o il sole che “guizzano” e “baluginano” come la luce riflessa sull’acciaio sguainato. Arma nobile per eccellenza, la spada ci riporta subito alla mente gli eroi delle chansons de geste che venivano investiti cavalieri proprio attraverso l’imposizione della spada, a simboleggiare il potere che il sovrano trasmetteva loro. San Bernardo di Chiaravalle adopererà proprio questa metafora per enunciare la «dottrina delle due spade», che rappresentano il potere temporale e il potere spirituale. Nei poemi epici le lame hanno addirittura nomi propri. Tra le più famose vi sono Excalibur, la spada di re Artù, la Durlindana del paladino Orlando, la Gioiosa di Carlo Magno, ma come non ricordare anche la scandinava Balmung, con cui il prode Sigfrido uccide il drago e conquista l’immortalità? Va inoltre aggiunto che nell’araldica la spada «in palo», cioè posta in verticale, assume significato di lotta quando ha l’elsa in basso e la punta in alto. Quando invece la lama punta verso il basso significa pace: in questa posizione, inoltre, la forma della spada ricorda quella di una croce. La spada rappresenta anche la ragione che divide nettamente ciò che è giusto da ciò che è ingiusto attraverso il giudizio (la radice latina di de-cidere significa proprio “tagliare via”): ecco perché, abbinata alla bilancia, la spada è emblema della giustizia che misura e retribuisce. Non mancano neppure nell’Antico Testamento: oltre alla «la fiamma della spada folgorante» (Gen 3,24) che impugnano i cherubini dopo la cacciata dell’uomo dall’Eden, i profeti minacciano di frequente il flagello della spada – cioè la guerra. Anche Gesù avverte di non essere venuto a portare la pace «ma una spada» (Mt 10,34), precisando però che «tutti quelli che mettono mano alla spada moriranno di spada» (Mt 26,52): intende dire che bisogna prendere una posizione netta, per lui o contro di lui. La spada simboleggia anche il potere della parola e dell’eloquenza, tanto che ancora oggi si dice che «ne uccide più la lingua che la spada». Anche san Paolo usa la metafora della spada in questo senso, ma per alludere a ben altro: «prendete la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio» (Ef 6,17). Anche in Ebr 4,12 si dice che la Parola divina «è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». L’identificazione della Parola di Dio con una spada ricorre spesso anche nell’Apocalisse, dove il Figlio di Dio ha una spada a doppio taglio che gli esce dalla bocca (Ap 1,16; 2,12.16) e con essa stermina i suoi nemici nella battaglia finale (Ap 19,15.21). La Parola di Gesù è dunque l’unica “arma” che il credente è legittimato ad

adoperare. La “guerra santa” rappresenta il processo interiore della conversione, dove la Parola “stermina” le giustificazioni che adduciamo per non cambiare vita. Alcune parti di essa andranno “tagliate via” attraverso decisioni anche molto sofferte, ma solo attraverso l’accoglienza della verità sulla sua vita il credente muove il primo passo verso l’autentica libertà. (P.Pegoraro)

Apocalisse di Paolo Nella Seconda Lettera ai Corinzi Paolo scrive: «So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo (…) fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2 Cor 12,2-4). Ancora una volta un testo canonico suscita nel lettore il desiderio di sapere quanto l’Apostolo non dice. La letteratura apocalittica offriva il linguaggio adatto a colmare la lacuna. Come l’assunzione di Enoc contenuta in Genesi 5,24 offrì lo spunto per la redazione delle apocalissi di Enoc, così l’Apocalisse di Paolo prende spunto dal passo di 2 Cor per elaborare un racconto dettagliato del viaggio ultraterreno dell’Apostolo. Origene (+254) è il primo autore che sembra conoscere il testo, che considera benevolmente. L’originale in lingua greca ha subito un’importante modifica con l’aggiunta di un proemio, che narra come il manoscritto, nascosto sotto il pavimento della casa dell’apostolo a Tarso, sia stato ritrovato miracolosamente al tempo dell’imperatore Teodosio. Si tratta di Teodosio II, morto a metà del V secolo. In quegli anni, lo storico Sozomeno mostra di conoscere la leggenda, che smaschera come menzognera. Sembrano doversi postulare altre rielaborazioni; in particolare, l’autore mostra di conoscere il concilio di Efeso (431), in quanto sono sottoposti a pene infernali quanti non confessano Santa Maria come θεοηόκος. La stima verso il monachesimo cristiano fa pensare che la redazione sia avvenuta in Egitto. Il testo risente di una forte tendenza antigiudaica. Alla stesura originale in lingua greca sono seguite molte traduzioni. Il testo qui tradotto è quello pubblicato da C. von Tischendorf (Apocalypses Apocryphae, Lipsiae 1866).

Corrispondenza di Paolo e Seneca Fra gli autori cristiani Girolamo menziona Lucio Anneo Seneca, per la ragione che molti ne leggono le lettere scritte a Paolo, insieme con le risposte dell’Apostolo (De viris inlustribus 12: quem non ponerem in catologo sanctorum, nisi me illae epistulae prouocarent). Girolamo non sembra affatto avallare la credenza nell’autenticità dell’epistolario. Gli studiosi vi riconoscono un esercizio di scuola, elaborato da uno o più studenti di retorica latina. Seneca e Paolo, entrambi vittime di Nerone, sono i corrispondenti di missive fittizie, più o meno riuscite. I più antichi manoscritti latini conservati sono del secolo X e sono privi delle ultime due lettere. La traduzione qui proposta è stata condotta sulla Patrologia Latina.

Lettera ai Laodicesi La lettera ai Laodicesi è un breve scritto di 19 vv., che comprende meno di 250 parole. Indirizzato ai fratelli di Laodicea, esso si presenta come lo scritto a cui allude Colossesi 4,16: «quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi

leggete quella inviata ai Laodicesi». Il lettore che vi cercasse insegnamenti perduti di Paolo rimarrebbe però deluso: la lettera non dice nulla di originale. Un’analisi attenta rivela che la lettera ai Laodicesi è un centone, elaborato a partire dalla Lettera ai Filippesi, con qualche espressione ricavata dalla Lettera ai Galati e dalla Prima lettera ai Corinzi. Il Fragmentum Muratorianum, variamente datato fra il II secolo e il IV secolo, parla di «una lettera ai Laodicesi e un’altra agli Alessandrini forgiate secondo l’eresia di Marcione». Di nessuna delle due si trova traccia nelle liste dei libri sacri del Nuovo Testamento elaborate nel IV secolo dai concili di Laodicea (360 d.C.) e di Ippona (393 d.C.). Nel 392 Girolamo si mostra al corrente della sua esistenza, ma la riprova (De viris inlustribus 5: legunt quidam et ad Laodicenses, sed a nobis exploditur). La lettera è circolata in lingua latina, finendo per essere inclusa in alcuni manoscritti della Vulgata, il cui testo viene qui tradotto

Lettera di Paolo e dei Corinzi Le lettere canoniche di Paolo ai Corinzi contengono molteplici riferimenti a una più vasta corrispondenza: in 1 Cor vengono citate una precedente lettera di Paolo ai Corinzi (cfr. 1 Cor 5,9) e una missiva dei Corinzi a Paolo (cfr. 1 Cor 7,1); in 2 Cor Paolo cita una propria lettera scritta fra molte lacrime (cfr. 2 Cor 2,4), nonché una propria lettera che ha rattristato i Corinzi (cfr. 2 Cor 7,8). Comunque si vogliano spiegare tali riferimenti, essi sono sufficienti a suscitare la curiosità dei lettori. A tale curiosità cercano di dare risposta gli Atti apocrifi di Paolo, che in alcune versioni (quella latina, copta e siriaca) contengono uno scambio epistolare fra Paolo e i Corinzi: questi scrivono Paolo per proporgli alcuni quesiti, cui Paolo risponde con la terza lettera ai Corinzi. La terza lettera di Paolo ai Corinzi è nota anche in lingua greca, grazie al Papiro Bodmer X, che la colloca dopo il Protovangelo di Giacomo. La traduzione qui proposta è condotta sul testo del Papiro Bodmer X, importante manoscritto maiuscolo del III secolo (Papyrus Bodmer X-XII, ed. M. Testuz, Geneva 1959).

Atti di Paolo Nella Prima lettera ai Corinzi Paolo enumera i gravi pericoli corsi nei suoi viaggi (1 Cor 11,24-27) e menziona una teriomachia ad Efeso (1 Cor 15,32). Le allusioni di Paolo diventano qui il dettagliato racconto del prodigioso salvataggio di Paolo dalle fiere. Nella Seconda Lettera a Timoteo (4,17) si legge: «fui liberato dalla bocca del leone». Quella che era una velata allusione al potere imperiale romano, negli Atti si trasforma nella conversione miracolosa e nel successivo battesimo di un leone parlante. Con gli Atti di Paolo si intrecciano gli Atti di Paolo e Tecla, che, convertita grazie alla predicazione dell’Apostolo, affronta a sua volta una teriomachia e viene miracolosamente liberata. Gli Atti di Paolo sembrano sorti in Egitto, luogo dove ne sono stati ritrovati i più antichi manoscritti, redatti in lingua copta o greca. Origene (+254) mostra di conoscere già gli Atti di Paolo. Nel IV secolo Eusebio di Cesarea dice che essi erano accettati da molti. Non da tutti: Tertulliano aveva giudicato gli Atti opera di uno zelante falsario, poi scoperto e smascherato: Sed et Tertullianus vicinus eorum temporum, refert presbyterum quemdam in Asia ζποσδαζηὴν apostoli Pauli, convictum apud Joannem, quod auctor esset libri, et confessum se hoc Pauli amore fecisse, loco excidisse. La testimonianza è riportata da Girolamo, che annovera gli Atti di Paolo fra gli apocrifi: Igitur περιόδοσς Pauli et Theclae et totam baptizati Leonis fabulam, inter apocryphas scripturas computamus (De viris inlustribus 7). I testi qui presentati al lettore in lingua greca e in traduzione italiana comprendono: gli Atti di Paolo, (Acta Pauli, edd. W. Schubart, C. Schmidt,

Glückstadt–Hamburg, 1936); il Martirio di Paolo (Acta apostolorum apocrypha, ed. R.A. Lipsius, I, Leipzig 1891, pp. 104-117)e gli Atti di Paolo e Tecla (in Acta apostolorum apocrypha, I, 235-272).

Lettera ai Romani La comunità giudaica e cristiana di Roma. Nel I secolo a.C. si era formata a Roma una numerosa comunità giudaica (composta da circa 50.000 membri), con diversi luoghi dì incontro e di culto (si pensa che nella Roma imperiale vi fossero circa 13 sinagoghe). Probabilmente si trattava di quei Giudei che erano stati condotti prigionieri a Roma dopo la conquista della Palestina da parte di Pompeo (nel 62 a.C.). In seguito, a contatto con il cristianesimo, la comunità giudaica di Roma doveva aver aderito in parte alla predicazione del vangelo, accettando Gesù di Nazareth come Messia (o “Cristo”, secondo la lingua dei Greci, che si parlava anche a Roma). Infatti, come documenta lo storico latino Svetonio nella vita dell’imperatore Claudio (25,4), molti Giudei erano stati espulsi dalla capitale dell’impero nel 49 d.C. a motivo di alcune agitazioni “provocate da Cresto”, personaggio che viene identificato con il “Cristo” del vangelo. È a questa comunità, composta da Giudei, da Greci e da pagani, che Paolo invia questo lungo scritto. Il contenuto della lettera. Redatta negli anni 55/57 da Corinto, la lettera alla comunità di Roma presenta i grandi temi della predicazione di Paolo: la condizione umana debole e fragile (chiamata con il termine biblico “carne”), il peccato, la contrapposizione Adamo–Cristo, la presentazione di Abramo padre e modello di fede del credente, la giustificazione mediante la fede, la legge data da Mosè e la salvezza donata dal solo Cristo, il “camminare secondo lo Spirito” in contrapposizione al “camminare secondo la carne”. Accanto a questi temi – racchiusi nei capitoli 1–8 – , Paolo tratta anche del rapporto tra ebrei e cristiani (capitoli 9–11), dei rapporti dei singoli cristiani tra di loro (capitolo 12) e con il potere imperiale (capitolo 13), dei rapporti tra i “forti” nella fede e i “deboli” nella fede (capitolo 14). La lettera si conclude con la presentazione dei progetti missionari di Paolo (capitolo 15) e con il suggestivo elenco dei 26 suoi collaboratori e collaboratrici, che hanno fatto delle loro case la prima “chiesa domestica” (capitolo 16). Vediamo sinteticamente alcuni di questi temi più significativi. – La giustificazione mediante la fede. Essere giustificati significa, nel linguaggio biblico, “essere salvati”. La riflessione di Paolo sulla giustificazione/salvezza è ancorata a un testo del profeta Abacuc, citato in 1,17: “il giusto vivrà mediante la fede” (vedi Abacuc 2,4). Tutta la Bibbia, a partire da Abramo (al quale l’obbedienza a Dio fu accreditata a giustizia”, cioè a salvezza), è per Paolo un inno al gratuito amore salvifico di Dio, che si prende a cuore la condizione dell’uomo debole e fragile e lo colloca nell’ambito della salvezza, operando in Cristo una “nuova creazione” in cui la creatura nuova” è l’uomo redento. – Il peccato. È significativa l’affermazione racchiusa in 5,12: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”. Prima di Cristo ha regnato il peccato di Adamo, che né la legge né lo sforzo prometeico dell’uomo sono stati capaci di eliminare. Anzi, il peccato dell’uomo ha coinvolto la stessa creazione (“Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi”, Rom 8,22). Solo l’incarnazione di Gesù, la sua obbedienza al Padre, la sua crocifissione, la sua Pasqua ne sono state capaci.

– Le legge. Paolo parla di una legge naturale, comune a tutti gli uomini, che addita il bene e il male, e di una legge particolare, quella data da Dio al popolo ebreo. Ma entrambe queste leggi si limitano a indicare ciò che è bene e ciò che è male, non danno però la forza di seguire il bene e di evitare il male. Per questo si rende necessaria la salvezza portata da Cristo. – La vita secondo lo Spirito. È il tema dei capitoli 6–8. “Vivere secondo lo Spirito” significa, per Paolo, vivere nella consapevolezza della Pasqua, del vangelo, del battesimo, della salvezza ricevuta da Gesù. È questo “vivere” (o “camminare”) che fa dell’uomo una creatura nuova, giustificata, partecipe della stessa vita divina. Per questo, Lutero invitava i cristiani a conoscere la lettera ai Romani “parola per parola” e a nutrirsene “come del pane quotidiano dell’anima”. Al “vivere secondo lo Spirito” Paolo contrappone il “vivere secondo la carne”, che indica l’ambito del peccato, dell’uomo vecchio, del mondo di prima, ancora sotto la disobbedienza di Adamo, l’ambito del rifiuto delle “cose di lassù” e dell’essere “creatura nuova” in Cristo. È il tema che troveremo ancora con frequenza nelle lettere di Paolo. L’importanza di questa lettera. Commentata da quasi tutti i Padri della Chiesa, la lettera ai Romani ebbe un ruolo decisivo nell’affrontare l’eresia del Pelagianesimo e nello scandire le tappe della Riforma protestante, fino al Concilio Vaticano II (che la cita 122 volte). Melantone (collaboratore di Lutero) la definì “sommario della dottrina cristiana” e Karl Barth la pose a fondamento della rinnovata teologia protestante contemporanea. Il 31 ottobre 1999 cattolici e protestanti si sono accordati sul grande tema della giustificazione, che li teneva divisi: la lettera ai Romani da “testo delle nostre divisioni” è diventata così il “testo del nostro incontro”. Veramente “le grandi ore della storia della religione cristiana sono anche le grandi ore della lettera ai Romani”. I grandi temi della lettera ai Romani Troviamo soprattutto in questa lettera – che Lutero amava chiamare “il cuore e il midollo di tutti i libri” – i temi più significativi della profonda riflessione teologica di Paolo. Eccoli in breve. – La giustificazione mediante la fede. Essere giustificati significa, nel linguaggio biblico, “essere salvati”. La riflessione di Paolo sulla giustificazione/salvezza è ancorata a un testo del profeta Abacuc, citato in 1,17: “il giusto vivrà mediante la fede” (vedi Abacuc 2,4). Tutta la Bibbia, a partire da Abramo (al quale l’obbedienza a Dio fu accreditata a giustizia”, cioè a salvezza), è per Paolo un inno al gratuito amore salvifico di Dio, che si prende a cuore la condizione dell’uomo debole e fragile e lo colloca nell’ambito della salvezza, operando in Cristo una “nuova creazione” in cui la “creatura nuova” è l’uomo redento. – Il peccato. È significativa l’affermazione racchiusa in 5,12: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”. Prima di Cristo ha regnato il peccato di Adamo, che né la legge né lo sforzo prometeico dell’uomo sono stati capaci di eliminare. Anzi, il peccato dell’uomo ha coinvolto la stessa creazione (“Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi”, Rom 8,22). Solo l’incarnazione di Gesù, la sua obbedienza al Padre, la sua crocifissione, la sua Pasqua ne sono state capaci. – Le legge. Paolo parla di una legge naturale, comune a tutti gli uomini, che addita il bene e il male, e di una legge particolare, quella data da Dio al popolo ebreo. Ma entrambe queste leggi si limitano a indicare ciò che è bene e ciò che è male, non danno però la forza di seguire il bene e di evitare il male. Per questo si rende necessaria la salvezza portata da Cristo. – La vita secondo lo Spirito.È il tema dei capitoli 6–8. “Vivere secondo lo Spirito” significa, per Paolo, vivere nella consapevolezza della Pasqua, del vangelo, del battesimo, della salvezza ricevuta da Gesù. È questo “vivere” (o “camminare”) che fa dell’uomo una creatura nuova, giustificata,

partecipe della stessa vita divina. Per questo, Lutero invitava i cristiani a conoscere la lettera ai Romani “parola per parola” e a nutrirsene “come del pane quotidiano dell’anima”. Al “vivere secondo lo Spirito” Paolo contrappone il “vivere secondo la carne”, che indica l’ambito del peccato, dell’uomo vecchio, del mondo di prima, ancora sotto la disobbedienza di Adamo, l’ambito del rifiuto delle “cose di lassù” e dell’essere “creatura nuova” in Cristo. È il tema che troveremo ancora con frequenza nelle lettere di Paolo. L’importanza di questa lettera. Commentata da quasi tutti i Padri della Chiesa, la lettera ai Romani ebbe un ruolo decisivo nell’affrontare l’eresia del Pelagianesimo e nello scandire le tappe della Riforma protestante, fino al Concilio Vaticano II (che la cita 122 volte). Melantone (collaboratore di Lutero) la definì “sommario della dottrina cristiana” e Karl Barth la pose a fondamento della rinnovata teologià protestante contemporanea. Il 31 ottobre 1999 cattolici e protestanti si sono accordati sul grande tema della giustificazione, che li teneva divisi: la lettera ai Romani da “testo delle nostre divisioni” è diventata così il “testo del nostro incontro”. Veramente “le grandi ore della storia della religione cristiana sono anche le grandi ore della lettera ai Romani”.

Seconda Lettera ai Corinzi Nei 13 capitoli che compongono la seconda Lettera di Paolo ai Corinzi è tratteggiata l’identità dell’apostolo di ogni tempo e viene presentata la sua missione nei confronti delle comunità a cui egli è inviato. Paolo ha potuto scrivere questa lettera perché egli, per primo, ha incarnato l’ideale dell’apostolo e per primo ha sperimentato le difficoltà, le crisi, le gioie e le delusioni della missione. La seconda Lettera ai Corinzi – scritta tra il 54 e il 56 d.C. – è stata originata dalle tensioni sorte all’interno di questa comunità e che Paolo non poté eliminare compiendo una rapida visita a Corinto. Il contenuto della Lettera. I capitoli 1–7 descrivono la figura dei vero apostolo, come è delineata nel Vangelo e come appare dalla testimonianza di Gesù, l’apostolo del Padre. All’origine della missione dell’apostolo vi è la chiamata da parte del Signore Gesù (Paolo ama definirsi “apostolo di Gesù Cristo”). È una chiamata che rende l’apostolo obbediente alla Parola che annuncia e fedele al suo Signore che lo invia. Per questo sono frequenti in Paolo le espressioni “in Cristo” e “con Cristo”, mediante le quali egli sottolinea la sua piena comunione con il Signore e la piena condivisione della sua stessa sorte (persecuzione, incomprensione, rifiuto, avversione). In questi capitoli, infatti, Paolo si sofferma spesso sulle vicende dolorose che hanno caratterizzato la sua missione, fino a definire questa lettera come “la lettera scritta tra molte lacrime” (1,24) e come quella in cui pone in evidenza la sua piena configurazione a Cristo nella persecuzione e nel rifiuto subìti a causa dei molti avversari e nemici. – I capitoli 8–9 contengono una stupenda pagina di comunione fraterna e di condivisione dei beni tra le prime comunità cristiane. Paolo esorta i Corinzi a proseguire nella raccolta di fondi per la comunità di Gerusalemme che versava nella necessità (forse a motivo di una carestia). Probabilmente i Corinzi erano più propensi a incoraggiàre a parole questa raccolta, che non a contribuire di persona, con le loro risorse. Per questo Paolo li sollecita a condividere i loro beni con le comunità più povere e bisognose, scrivendo così essi pure una pagina autentica di Vangelo. – I capitoli 10–13 costituiscono un piccolo trattato autobiografico, in cui Paolo presenta la sua persona di apostolo e la sua attività di missionario alla luce della chiamata ricevuta dal Signore Gesù. Qui Paolo si esprime con tutta franchezza contro i suoi nemici, che non esita a chiamare ironicamente “superapostoli” (11,5 e 12,11). Ma il cuore di questo trattato autobiografico è l’esigenza di verità e di fedeltà che caratterizza ogni apostolo del Vangelo. L’apostolo, infatti, raggiunge la pienezza della sua vocazione grazie alla verità e alla fedeltà, mediante le quali compie il suo itinerario di fede e di servizio che può raggiungere anche il più alto grado della vita cristiana,

che è l’esperienza mistica (vedi 12,1–10: “Conosco un uomo che quattordici anni fa – se con il corpo o senza il corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cieloà in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare”). Attualità di questa lettera. Ogni predicatore e ogni evangelizzatore trova in questo scritto di Paolo lo specchio della propria identità e della propria attività di chiamato e di inviato. Di fronte ai facili fondamentalismi del nostro tempo, è sempre attuale il monito di Paolo: “La lettera uccide, lo spirito dà vita” (3,6). Di fronte alle tensioni che possono sorgere nelle comunità cristiane, è ancora attuale il richiamo di Paolo: “Voi siete la nostra lettera” (3,8). Di fronte alla tentazione di strumentalizzare il Vangelo per propri scopi personali o per emergere nella Chiesa e nella società, ecco la risposta di Paolo: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (4,7). Infine, di fronte alla tentazione di lasciare tutto e di abbandonare l’impegno dell’evangelizzazione a motivo dell’insuccesso, del rifiuto, della stanchezza e della stessa indifferenza con cui il nostro tempo guarda al Vangelo e alla fede, ecco la parola di Paolo, sempre attuale: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta infatti pienamente nella debolezza” (12,9).

Lettera ai Galati I destinatari di questa lettera di Paolo – che ha segnato una tappa decisiva nella diffusione del vangelo ai pagani – sono gli abitanti della Galazia del nord (l’attuale Turchia, e più in particolare la regione dell’odierna Ankara). I primi viaggi missionari di Paolo avevano infatti raggiunto le diverse regioni di quella che era chiamata la provincia della Galazia o, con altri nomi, l’Asia Minore o l’Anatòlia. Paolo scrive questa lettera negli anni 56–57, per contrastare un orientamento che rischiava di compromettere la novità e la forza salvifica del vangelo e del cristianesimo (un’eco è anche nel capitolo 15 degli Atti degli Apostoli, il capitolo del primo Concilio nella storia della Chiesa). Gli avversari di Paolo. Alcuni missionari di origine ebraica (conosciuti con il nome di “giudaizzanti”) predicavano che, per ottenere la salvezza, erano ancora necessarie l’osservanza della legge mosaica e la pratica della circoncisione. Per “legge mosaica” si intendeva quell’insieme di norme e di prescrizioni contenute nella parte legislativa della Bibbia (che gli Ebrei amavano chiamare allusivamente con il nome “Mosè”). La circoncisione era invece il rito con il quale si entrava a far parte del popolo di Abramo (secondo quanto è detto in Genesi 17,9–14). I capitoli 1–2 della lettera ai Galati ci presentano la fiera opposizione di Paolo a questa predicazione, che rendeva vana la croce e la pasqua di Gesù. Dopo l’evento di pasqua, infatti, la salvezza è unicamente nel “nome” di Gesù (il “nome” nel mondo semitico indica la totalità della persona). Chi non annuncia questa unicità è, per Paolo, un falso apostolo”. Chi non l’accetta, è un “falso fratello” (nelle prime comunità, i cristiani erano chiamati fratelli). Il “vangelo di Paolo” e un “altro vangelo”. I capitoli 3–6 di questa lettera tratteggiano le caratteristiche di quello che Paolo proclama l’unico vangelo che egli ha ricevuto “per rivelazione di Gesù Cristo e che non esita a chiamare “il mio vangelo”. Quanti presentano il vangelo sotto un’altra luce e ancora condizionato dal “giogo” della legge mosaica (che Paolo definisce in 5,1 il “giogo della schiavitù”), predicano “un altro vangelo” e rimangono in un mondo che è ancora sotto la “carne” (vedi 1,7). Questo termine offre a Paolo lo spunto per affrontare la contrapposizione carne– spirito (ma anche vangelo–legge, grazia–opere), presente nel mondo e nell’uomo non ancora raggiunti da Cristo o che si chiudono con sufficienza alla sua salvezza,

“Carne”, per Paolo, è tutto ciò che costituisce l’ambito del peccato, dell’opposizione a Cristo, delle scelte che sono in contrasto con il vangelo e con la novità di vita che deriva dalla pasqua. “Carne” è anche il mondo della legge mosaica, se non si apre alla piena salvezza che ci è stata offerta in Cristo. È, insomma, l’ambito in cui l’uomo vive come “schiavo” e non come “figlio”, come “prigioniero” e non come “libero”. Lo “spirito” è invece l’ambito in cui la pasqua di Gesù (e con essa il vangelo, il battesimo, la fede, il dono dello Spirito Santo) ha collocato il cristiano. È l’ambito della libertà (tutta la Lettera ai Galati è un inno alla libertà), della grazia, della salvezza, dell’amore fraterno, di un mondo completamente rinnovato e salvato. Ecco perché, in questa lettera, Paolo insiste nell’esortare il cristiano a “camminare secondo lo spirito”, in contrapposizione al “camminare secondo la carne” (vedi 5,16–25), “Camminare”, nella Bibbia, è il verbo che indica soprattutto i comportamenti, gli atteggiamenti dell’uomo. Legge e vangelo. Certo, Paolo non si oppone all’Antico Testamento (chiamato anche “legge”). Egli si oppone invece a quanti lo assolutizzano e non vogliono cogliere la centralità di Gesù e della sua salvezza definitiva, che i testi biblici promettevano e attendevano. Nella predicazione di Paolo, l’Antico Testamento è inteso come preparazione alla venuta dei Figlio di Dio, il Signore Gesù (pensiamo alla ricchezza dell’espressione racchiusa in 4,4: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”). Paolo definisce l’Antico Testamento “un pedagogo” che ci conduce a Cristo (così in 3,24). Il “pedagogo” era, nell’antichità, lo schiavo che prendeva per mano il bambino e lo conduceva alla scuola. Così, dice Paolo, fa per noi l’Antico Testamento. Esso prende per mano ciascuno di noi, come un padre, come un fratello più grande e ci conduce alla soglia della scuola del vangelo, dove Gesù, il “maestro”, ci fa varcare quella soglia e ci apre una nuova pagina – quella definitiva – della nostra vicenda umana.

Lettera ai Efesini Questa lettera appartiene agli scritti di Paolo che la tradizione conosce come “Lettere della prigionia” (comprendenti le Lettere agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, a Filemone). Paolo è ormai a Roma in catene, ma non dimentica le comunità cristiane che ha fondato (o conosciuto) lungo i suoi viaggi missionari. Impossibilitato a raggiungerle di persona, egli si affida al mezzo più immediato che il mondo antico gli offre – lo scritto –, subito immesso nella articolata rete di comunicazione composta dall’efficiente viabilità dell’impero romano. Il contenuto della lettera – Il tema centrale è il disegno o progetto di salvezza che Dio ha da sempre pensato per l’uomo (“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo predestinandoci ad essere suoi figli adottivi a secondo il beneplacito della sua volontà”). Paolo ama chiamare questo progetto con il termine greco mysterion (“mistero”), nel quale racchiude la volontà salvifica di Dio, che raggiunge ogni creatura (“Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose”). La lettera si apre con uno splendido inno che presenta l’iniziativa della salvezza dell’uomo come opera gratuita di Dio, il Padre. La salvezza viene realizzata pienamente (i termini “pienezza” e “pienamente” sono frequenti nella lettera) grazie all’obbedienza di Gesù, il Figlio diletto, e raggiunge ogni uomo, grazie all’agire dello Spirito Santo. Lo scritto prosegue – nei capitoli 2 e 3 – presentando il mistero della salvezza di Dio che abbraccia tutta l’umanità, un’umanità che la tradizione religiosa di Israele era solita distinguere meticolosamente tra lontani e vicini, circoncisi e incirconcisi, osservanti della Legge e infedeli alla Legge, popolo amato da Dio e popoli a lui non accetti (definiti in 2,12 esclusi dalla cittadinanza di

Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo”). Ebbene, il “sangue” di Cristo (cioè la sua vita offerta in sacrificio, come significa il termine “sangue” nella Bibbia) ha posto fine a questa distinzione e ha dato origine a una umanità nuova, dove non è più possibile sostenere questa separazione né la concezione di un Dio che fa preferenze (altrove, nelle Lettere, Paolo accentua questo aspetto affermando che in Cristo non c’è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna). È il significato della frase racchiusa in 2,14, nella quale Cristo è presentato nell’atto di “abbattere il muro di separazione”, un “muro” che simbolicamente racchiude ed esprime tutto ciò che divideva Israele dagli altri popoli, a cominciare dalla Legge e dal Tempio. È talmente sconvolgente questo “mistero nascosto da secoli nella mente di Dio” (vedi 3,9), che Paolo invita sia gli appartenenti al popolo di Israele sia quelli che provengono dal paganesimo (da questi discendiamo anche noi, cristiani di oggi) a penetrare sempre più “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” (vedi 3,18) di questo “disegno di amore”, che è la salvezza di tutta l’umanità, la sua riunificazione in Cristo, la sua riconciliazione in lui, la sua ricapitolazione in lui (vedi 1,10; 2,16). I capitoli 4, 5 e 6 costituiscono la sezione esortativa, sempre presente nelle Lettere di Paolo. È una sezione che tocca tutti gli aspetti della vita dei battezzati e costituisce come un “piccolo catechismo della vita cristiana”. Il cristiano è esortato alla edificazione della sua comunità (che la lettera definisce “Tempio”, “corpo”, “edificio”), a svestirsi di tutto ciò che è vecchio e a rivestirsi della novità di Cristo, a passare dalle tenebre alla luce, a ingaggiàre una battaglia senza quartiere contro le forze del male, armati di un equipaggiàmento tutto spirituale, e a impostare i rapporti nella vita matrimoniale e nella vita familiare guardando l’esempio di Cristo, come egli agisce con la sua Sposa, la Chiesa. La lettera agli Efesini e la lettera ai Colossesi – Poiché questi due scritti hanno molte somiglianze, si pensa a due lettere inviate contemporaneamente (non molto tempo dopo l’anno 60) alle comunità cristiane di Efeso e di Colosse, nell’Asia Minore. La lettera ai Colossesi avrebbe ispirato quella agli Efesini. Anche se questo scritto viene attribuito a un discepolo di Paolo, la lettera agli Efesini rimane comunque paolina. L’orizzonte è sempre quello di Paolo, sebbene con luci e colori diversi.

Lettera ai Filippesi La prima comunità cristiana d’Europa – Filippi, nella Macedonia, è stata la prima città del continente europeo nella quale è giunto il Vangelo ed è sorta una comunità cristiana. Paolo vi giunse dopo aver avuto, durante una notte, la visione di un macedone che lo supplicava: “Vieni in

Macedonia e aiutaci!” (Atti 16,18). Da allora, come traspare dalla lettera inviata a questa comunità, Paolo ha intrecciato con i cristiani di Filippi un rapporto affettuoso e paterno, che è ancora esemplare per le nostre comunità di oggi e per le loro guide. La lettera può essere datata verso il 56/57 e forse fu scritta durante la prigionia di Paolo ad Efeso (vedi 2Corinzi 1,8–9), più che durante quella subita a Roma o a Cesarea (secondo gli studiosi è comunque difficile stabilire il luogo esatto). Il suo contenuto può essere incentrato su alcuni temi fondamentali, che troviamo esposti con una certa frammentarietà lungo tutta la lettera: l’amore di Paolo per questa comunità (capitoli 1 e 4), il riferimento a Cristo come modello di umiltà per il cristiano (capitolo 2, con lo splendido inno liturgico della Chiesa primitiva sull’abbassamento e l’esaltazione di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo), il ruolo decisivo di Cristo – e non più quello della legge mosaica – nella vita di Paolo e del cristiano (capitolo 3). Su tutto aleggia il clima sereno della gioia cristiana (vedi 3,1: “State lieti nel Signore”; 4,4: “Rallegratevi nel Signore sempre”), il sentimento della gratitudine per il dono del Vangelo, l’apertura a tutto ciò che di buono Dio ha posto nel nostro mondo (vedi 4,8: “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri”). “Vi porto nel mio cuore” – La lettera si apre con un intenso e affettuoso saluto ai destinatari, che Paolo assicura di portare sempre nel cuore. Prosegue con il ringraziamento a Dio per aver consolidato questa comunità che l’apostolo ha fondato e per aver reso i membri ottimi cooperatori nella diffusione del Vangelo (1,5), fino a scrivere i loro nomi “nel libro della vita” (4,3). Quello dei collaboratori è un tema ricorrente in questa lettera, che mantiene così una viva attualità anche per il nostro tempo, dove ormai il Cristianesimo si gioca sulla collaborazione di tutti i membri delle comunità di fede, nessuno escluso. Si alternano poi la preghiera per la comunità, l’esortazione a una continua crescita spirituale, l’incoraggiamento ad annunciare il Vangelo anche in mezzo alle sofferenze e a sostenere la stessa lotta che per il Vangelo sostiene Paolo. E’ chiaro il riferimento alla prigionia (che Paolo chiama qui tre volte con il nome di “catene”), ma anche alla lotta che l’apostolo deve intraprendere contro i giudaizzanti (chiamati in 3,2 “cani, cattivi operai, quelli che si fanno circoncidere”, e in 3,18 “nemici della croce di Cristo”), cioè quei predicatori che continuano a presentare la legge mosaica e le sue prescrizioni senza collegarle al compimento che esse hanno avuto in Cristo. Ora, infatti, è Cristo che va posto al centro, non più la legge, la quale ha

già esaurito il ruolo di luce e di vita che le attribuiva l’antico Israele, in attesa del compimento in Cristo Gesù. In forza di questo compimento Paolo può osare alcune sconvolgenti affermazioni: “per me vivere è Cristo e il morire un guadagno” (1,21), “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura” (3,7– 8). A questo riguardo, nel capitolo 3 Paolo ricorda la propria identità di ebreo osservante della legge e come, preso per mano da Cristo sulla via di Damasco, egli sia stato condotto alla piena comprensione della sua centralità e dell’unicità della salvezza da lui offerta (e non più dalla legge e dalle sue opere). L’uscire dall’ambito della legge e dimenticare la propria identità passata, e l’entrare nell’ambito nuovo di Cristo e della sua salvezza è ciò che Paolo chiama “protendermi verso il futuro” (3,13). Cristo, modello di umiltà – Il capitolo 2 contiene lo stupendo inno, con il quale le prime comunità paoline cantavano il mistero dell’incarnazione– umiliazione di Cristo e quello della sua risurrezione– esaltazione. In esso convergono le immagini e le parole che il profeta Isaia riferiva al Servo sofferente del Signore (e qui rese con i termini “spogliò se stesso”, “umiliò se stesso”, riferiti a Cristo), ma anche le parole delle prime e più antiche professioni della fede cristiana (racchiuse nei termini “esaltare”, “dare un nome”, “proclamare che Gesù Cristo è il Signore”). L’esortazione di Paolo è un invito ai Filippesi, e ai cristiani di ogni tempo, a fare della loro comunità il luogo in cui appare in tutta la sua luminosità il mistero della umiliazione del Signore e della sua glorificazione nei gesti quotidiani della loro umiltà e del loro amore reciproco.

Lettera ai Colossesi La comunità di Colosse – Insieme con le lettere ai Galati e agli Efesini, la lettera inviata alla comunità di Colosse conclude l’itinerario di Paolo in quella che oggi siamo abituati a chiamare la Turchia cristiana” e che proprio in questi ultimi tempi stiamo riscoprendo con i pellegrinaggi, illuminati dalla lettura degli Atti degli Apostoli e da queste stesse lettere di Paolo. A questa riscoperta ha contribuito anche “l’itinerario spirituale” proposto dal libro dell’Apocalisse, nel quale l’apostolo Giovanni si rivolge alle “sette Chiese” dell’Asia minore (così era chiamata anticamente la Turchia di oggi), simbolo della perfezione della Chiesa (come indica il numero sette) e nello stesso tempo immagine della lotta contro il peccato che preme sempre sulla comunità dei credenti. Colosse era una città importante dell’Asia minore, posta a circa 200 chilometri da Efeso e non lontana da Laodicea e da Gerapoli, due città esse pure importanti nel primo Cristianesimo. Ciò che colpisce è che la comunità cristiana di Colosse (e forse anche quella di Laodicea e di Gerapoli) non è stata fondata da Paolo, ma da un suo cooperatore, di nome Epafra (“incantevole, amabile”). Ecco come si esprime Paolo nei confronti di questo suo collaboratore: “Epafra, nostro caro compagno di ministero: egli ci supplisce come fedele ministro di Cristo” (vedi 1,5–8). Abbiamo qui la testimonianza della forte personalità di Paolo, che ha saputo suscitare e associare validi collaboratori (in greco il collaboratore/cooperatore è chiamato significativamente sùndoulos o sunergòs, termini che evidenziano la condivisione o il mettersi insieme per il medesimo lavoro – come indicano le radici sun, “insieme” e doulòo, “1avorare” – o la medesima opera – come indica la radice ergon, “opera”: in questo caso la diffusione del vangelo e l’edificazione della comunità cristiana). Abbiamo anche un’esortazione agli evangelizzatori di oggi, perché sappiano suscitare autentici laici cristiani, capaci di rinnovare dall’interno le loro comunità ormai stanche e di seminare la parola dei vangelo su terreni nuovi, dove possano nascere e svilupparsi ferventi comunità dì fede, come agli inizi dell’evangelizzazione paolina. Il contenuto della lettera – Dopo il saluto e il riconoscimento dell’opera di Epafra, la lettera si apre con un inno a Cristo, immagine del Dio invisibile, capo del corpo che è la Chiesa, al quale spetta

ogni primato e nel quale abita ogni pienezza (1,12–20, da confrontare con l’inno che apre la lettera agli Efesini, molto simile alla lettera ai Colossesi). Segue la presentazione della “lotta” che Paolo sta sostenendo per la diffusione del vangelo, una lotta che rende simili le sofferenze di Paolo a quelle di Cristo (vedi 1,24: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo”), e alla quale è associato Epafra, con la sua preghiera di fondatore della comunità (vedi 4,12: “egli non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere”). I capitoli 2–3 contengono l’esortazione a guardarsi da alcune dottrine che mettono in pericolo la fede della comunità, come l’affidarsi alla venerazione delle potenze celesti (come i “Principati”, le “Potestà” o altre potenze angeliche, secondo un’angelologia in contrasto con la rivelazione cristiana) o da certe prescrizioni alimentari o da celebrazioni particolari ormai superate (come “noviluni” e “sabati”), perché tutto ciò mette in discussione il primato di Cristo. Vi è qui il richiamo anche per noi cristiani di oggi a cercare solo in Cristo la salvezza che spesso siamo tentati di cercare altrove (ricchezza, riti esoterici e magici, adesione ad altre religioni). Alcuni termini che troviamo lungo lo svolgimento della lettera – come “pienezza” (1,19), “elementi del mondo” (2,20), “conoscenza del mistero di Cristo” (2,2) e altri – sono presenti anche nella lettere agli Efesini, stabilendo così una forte somiglianza con essa e lasciando intravedere che anche presso le prime comunità cristiane stava diffondendosi il pensiero greco (con i suoi pregi e i suoi rischi, specialmente quelli derivanti dallo gnosticismo, che vedeva la salvezza nella sola “gnosi” o conoscenza). La lettera si conclude con i saluti e con altre raccomandazioni che riguardano soprattutto l’ambito familiare (vedi 3,18–4,1). Il programma di vita del cristiano – È quello proposto in 3,1–2. Con i verbi all’indicativo (“siete risorti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”) Paolo vuole sottolineare i doni di Dio e la sua opera nel cristiano: tutto ciò non verrà mai meno. I verbi formulati al modo imperativo/esortativo (“cercate le cose di lassù e pensate alle cose di lassù”) indicano il lavoro interiore del cristiano, il suo impegno e la sua collaborazione con i doni e con l’opera di Dio in lui. L’impegno del cristiano costituisce, in questa lettera, in una parte negativa, descritta con l’immagine dello “spogliarsi dell’uomo vecchio” e in una parte positiva, racchiusa nell’immagine del “rivestire l’uomo nuovo” (vedi 3,9–12), Due immagini, queste, che parlano all’uomo di ogni tempo con la loro immediatezza ed efficacia.

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