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Un uomo che sa che ci sono state molte

culture, e che ciascuna cultura pretende
di essere la migliore e la più autentica,
troverà difficile prendere pure sul serio
le vanaglorie e gli atteggiamenti dog-
matizzanti della sua personale tradi-
zione.
ALDOUS HUXLEY

(da “Culture and the Individual”)
IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

“B
rave New World”, il famoso romanzo dello scrittore inglese Aldous Hu-
xley (1894-1963), fu pubblicato dopo che era scoppiata la grande crisi e-
conomica internazionale del ’29, nel 1932 (scritto l’anno prima, uscì il
seguente anche nell’Italia fascista).
L’autore, persona riflessiva e lungimirante, ebbe nel ruolo di professore a
Eton fra gli allievi il giovane George Orwell 1 (1903-1950). Alla fine degli anni ’20 la
sua produzione fu bocciata da Thomas Stearns Eliot. La sua raffinata abilità lo
smentì prontamente con un capolavoro letterario.
L’analisi che ho sviluppato su tale opera ha preso le mosse da un preciso
approccio: leggere qui Huxley alla luce dei contenuti de “L’etica protestante e lo
spirito del capitalismo (1905)” di Max Weber. Perché quello che fa Huxley in
“Brave New World” è spiegare la possibile ulteriore evoluzione negativa della so-
cietà capitalistica, la quale può consegnare irrecuperabili esseri umani nelle vesti
di edonisti senza cuore e specialisti privi di intelligenza.
La distopia huxleyana illustra nei suoi dettagli un sistema eudemonistico
(fondato sul culto del bello e del piacere) con specifiche connotazioni, su cui ho
costruito il percorso critico e analitico, e sul quale lo stesso Huxley ritornò nel 1958
a pubblicare sue considerazioni col saggio “Brave New World Revisited”.
Pertanto non condivido l’integrale lettura shakespeariana del titolo del ro-
manzo (tratto da una battuta de “La tempesta”) poiché il suo contesto semantico è
quello novecentesco.
Più avanti chiarirò meglio quello che mi pare il gioco linguistico, il quale si
riallaccia sempre a Shakespeare, di significati usato dall’autore del romanzo. Per il
momento è sufficiente dire quanto segue. Il titolo in inglese volto in italiano gene-
ralmente perde l’aggettivo “brave”, cosa la quale, a mio modestissimo avviso, li-
mita molto la comprensione intuitiva e preliminare del taglio del racconto. “Bra-
ve” significa “coraggioso”, coraggioso è colui che rischia, e il rischio è uno dei fat-
tori dell’intraprendenza capitalistica: questo Brave New World è “l’impavido
nuovo mondo” del capitalismo estremo il quale ha il coraggio di spingere la sua
inclinazione all’irrazionalità sino all’eccesso.
Se alla lettera possiamo qualificare il New World “impavido” (in virtù della
sua logica interna), però all’occhio di un giudizio critico – dato che si tratta di una
distopia – non possiamo fare a meno di definirlo “temerario”. Comunque, tenen-
do conto di ciò, preferisco tradurre il titolo con: “L’impavido nuovo mondo” (sen-
za dimenticare tuttavia che il primo aggettivo cela un’allusione negativa). Il Mon-
do Nuovo garantisce, a suo modo, la felicità degli uomini. Se poniamo attenzione
al fatto che il diritto a essere felici («the pursuit of Happiness», il perseguimento

1A “1984” ho dedicato un saggio : “Danilo Caruso, Il Medioevo futuro di George
Orwell (2015)”.
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

della felicità) è stato inserito nella dichiarazione d’indipendenza degli USA (4 lu-
glio 1776), vale a dire del Paese che più di tutti ha innalzato il capitalismo a pro-
pria filosofia di vita (se non proprio religione), ci accorgiamo che detti concetti non
sono presenti a caso nella distopia huxleyana: in senso spaziale geografico, non
cronologico (quello prossimo assunto da questa distopia), l’espressione “nuovo
mondo” indica l’America.
Il cap. I di “Brave New World” espone il funzionamento della genetica
macchina della predestinazione umana. Gli embrioni, prodotti in numero eccezio-
nale in laboratorio, dopo un’artificiale gestazione seguita con attenta minuzia, di-
verranno individui con le predisposizioni alle funzioni per le quali hanno subito
specifici trattamenti differenziati in categorie. I gruppi generali sono cinque, che
Huxley denomina con le prime lettere dell’alfabeto greco. Una concezione di que-
sto tipo, volente la realtà preordinata da una forza superiore, proviene dalla visio-
ne protestante dell’esistenza: ogni uomo, già nato, ha un suo futuro, il quale lui
ignora, ma che bello o brutto dovrà in qualunque caso accettare. Da tale idea, la
quale pone il segno della salvazione eterna nel successo pubblico individuale,
Weber trattando dell’etica calvinistica ha chiarito la genesi della dinamica attivi-
stica nelle società animate dal capitalismo (per il quale l’arricchirsi diviene una
conseguenza dell’elezione al paradiso). Alla chiusura di questo cap. I il direttore
delle Unità generative e Centro per il condizionamento («DHC») sostiene un pensiero
che è il dogma da cui è partito l’attivismo protestante e capitalista: «Il segreto della
felicità e della virtù sta nel trovare piacevole quanto tu devi fare. Tutto il condi-
zionare punta a quello: far piacere alla gente il suo inevitabile destino sociale».
E Perciò non stupisce che la scienza nel Mondo Nuovo di Huxley pretende-
rebbe di offrire persone pronte alle loro mansioni entro pochi anni dalla loro esi-
stenza: è l’efficienza produttiva che lo chiede. E in un regime di tal genere, il cui
motto è COMUNITÀ IDENTITÀ STABILITÀ, la genetica sta attenta a dare vita a
non molti individui intelligenti e riflessivi: solo diffuse ottusità e incapacità di
comprensione obiettiva possono tenere in piedi un simile sistema gerarchico. Allo-
ra la conoscenza, nel senso più nobile del termine, diventa pericolosa.
Detto apparato si basa sul principio che «la strada del particolare è quella in
direzione della verità e della felicità [happiness; n.d.r]; l’universale è intellettual-
mente un insieme di peccati [evils; n.d.r.] necessari [the “evil one” è il maligno].
Non i filosofi bensì i taglialegna e i filatelisti costituiscono la spina dorsale della
società». E in fin dei conti lo schema di suddivisione in caste corporative, da a ,
non fa che rispecchiare la struttura societaria del capitalismo organizzato in classi.
In “Brave New World Revisited” l’autore lamenta, per la sua epoca, che il
mancato controllo della natalità dia adito alla diffusione di tare genetiche, causate,
in grosse fette di popolazione, dalla mancanza di condizioni adeguate di vita. Le
quali peraltro è impossibile estendere in maniera indefinita e continua su ogni
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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gruppo umano che ha trovato nel frattempo sostegno nei progressi della scienza.
La rimozione di problemi per l’esistenza dell’uomo comporta che la crescente pro-
lificazione di più soggetti sopravvissuti alle difficoltà non trovi le basi per il suo
sostentamento: le risorse non bastano e la qualità degli individui si corrompe nella
massificazione selvaggia.
Si contemplano allora l’abbassamento del quoziente intellettivo e la soffe-
renza di quanti non possono ottenere mezzi sufficienti a vivere: il progresso ha le
sue contraddizioni.
Il cap. II del romanzo di Huxley, che si apre con un esempio di «condizio-
namento neopavloviano» sui neonati, allo scopo di far comprendere pure al lettore
l’efficacia e l’importanza, agli occhi di un simile apparato altamente condizionato-
re, dell’infusione di steccati mentali a scapito dell’autonomia personale, fornisce
diversi indizi di critica al modello capitalistico.
Si è ormai compreso, e lo ribadisce la riflessione di uno studente, portato
con altri compagni in visita all’Unità di generazione e centro di condizionamento di
Londra, il modo in cui lo studio e la lettura possano destabilizzare tale regime di
potere, se non crearne le basi per la caduta, però quando Huxley puntualizza che
«ragioni di alta politica economica» hanno la preminenza, capiamo ancor meglio
che lo scrittore sta puntando il dito contro un certo meccanismo di produzione fi-
nalizzato al consumo.
Allorché fa dire al DHC che si inculcano nelle teste tendenze mirate a con-
sumi che non siano offerti gratis, quest’ultimo (che all’inizio del cap. III definirà
«follia» le mancate agevolazioni all’attività di consumazione di beni e servizi) e-
splicita il primo punto del programma operativo capitalistico: produrre al fine di
vendere di continuo in un circuito commerciale avente scopi di lucro.
Ed è altresì chiaro come detta ideologia provocando sperequazioni e di-
scriminazioni abbia l’obiettivo, per mantenersi al potere, di indebolire il potere in-
tellettuale, del singolo e delle masse nel complesso.
Chiunque dovrebbe accettare il suo posto nella società giacché predestina-
tovi (o dalla religiosità protestante, o dalla genetica del Brave New World, traspo-
sizione e attuazione scientifica, capitalistica e distopica, della prima). Viceversa chi
propugnasse un sistema più giusto rischierebbe di mettere in discussione una
qualsiasi pseudodemocrazia plutocratica.
Dunque tutti devono rimanere intontiti, attraverso le migliori tecniche, fin
dalla nascita e abituarsi a comportamenti condizionati, funzionali alla sopravvi-
venza di questo apparato. Nel Mondo Nuovo si pratica da subito, sui bambini di
pochi mesi, l’infusione di una «istruzione morale, la quale mai dovrebbe, in alcuna
circostanza essere razionale», grazie all’«ipnopedia» («insegnamento durante il
sonno») volta a creare non solo una precisa «coscienza di classe (class consciou-
sness)». Tale consapevolezza, da accettarsi in qualità di ineluttabile destino, si fa
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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portavoce di quel dogma capitalistico e protestante di cui in precedenza parlato.
Quanti sono i presuntuosi, che godono almeno di un piccolo benessere nella socie-
tà liberal-capitalistica, di scadente e approssimativa acculturazione, cui navigano
nella mente i sollevanti ipnopedici pensieri inculcati ai bimbi del New World: gli
« … lavorano molto più duramente rispetto a quello che facciamo noi, perché so-
no intelligenti in modo così spaventoso. Io sono davvero molto contento di essere
un , giacché non lavoro così duramente. E inoltre noi siamo molto migliori dei e
dei . I sono stupidi»; «gli sono ancora peggiori. Loro sono troppo stupidi per
avere la capacità di leggere o scrivere».
Ogni soggetto di ciascuna classe è stato condizionato in maniera tale da
sentirsi soddisfatto della sua collocazione e da rifiutare l’ipotesi di un cambiamen-
to: a ognuno è impossibile avere il punto di vista o desiderare il destino di un’altra
casta. La tecnica dell’ipnopedia è una strategia di messaggi subliminali, la quale,
nel modo portato ad esempio verso la fine del cap. III, promuove l’acquisizione di
beni nuovi piuttosto che riparare quelli usati, o invoglia a fare precisi consumi: in
generale quando il soggetto ritroverà una dottrinaria materia concettuale, la pren-
derà «non soltanto per vera, ma per assiomatica, ovvia, completamente indiscuti-
bile». L’ipnopedia perfeziona il lavoro iniziato da altri metodi di condizionamento
i quali si avvalgono di semplici esperienze associative, «ma il condizionare senza
parole è rozzo e di non alto pregio, non può far comprendere le distinzioni più
raffinate, non può inculcare i più complessi corsi di comportamento. Perciò devo-
no esserci le parole, tuttavia parole senza ragionare. In breve l’ipnopedia», a detta
del DHC. Tale tecnica che prefigura una determinata risposta – automatica e fuori
della riflessione – a una certa sollecitazione, fa pensare a quei vecchi manuali di
catechismo religioso costruiti di domande e risposte da imparare nella suggestione
piuttosto che nella lucidità di comprensione.
Il che ha l’analoga dinamica della pubblicità commerciale, la quale tende al
di qua della coscienza a ottenere un auspicato comportamento sulla falsa riga dei
neonati descritti da Huxley; dice il DHC: «fino a che la somma delle suggestioni
sia la mente del bambino. E non solo la forma mentis infantile. Sia pure quella
dell’adulto, lungo l’intera sua esistenza. La mente che giudica, desidera e decide,
composta di queste suggestioni. Ma tutte queste suggestioni sono le nostre sugge-
stioni!».
In “Brave New World Revisited” Huxley riprende il tema del condiziona-
mento dicendo che «in una democrazia capitalistica, come gli Stati Uniti, esso [il
grand’affare, «Big Business»; n.d.r.] è controllato dal vertice del potere [Power Eli-
te; n.d.r.].
Questo Power Elite assume in modo diretto al proprio servizio milioni di
lavoratori dal bacino nazionale in fabbriche, uffici e negozi che le appartengono,
controlla molti milioni di persone maggiormente prestandogli il denaro per acqui-
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stare i suoi prodotti, e, per mezzo del possesso dei mass-media, in concreto condi-
ziona i pensieri, i sentimenti e le azioni di ognuno».
Huxley è scettico sulla possibilità da parte degli uomini di poter fondare
una comunità organica che li unisca al di là di un’imposta dimensione organizza-
tiva: «un’organizzazione non è un soggetto cosciente o vivo. Il suo valore è stru-
mentale e derivato. Non è buona in se stessa; è buona solamente all’estensione che
favorisce il bene degli individui che sono le parti di un insieme collettivo. Dare
precedenza alle organizzazioni sulle persone equivale a subordinare i fini ai mez-
zi». Però è anche del parere che «in un contesto giusto, gli esseri umani possono
governare se medesimi… Sfortunatamente la propaganda nelle democrazie
dell’Occidente, soprattutto in America, ha due facce e una personalità scissa. Inca-
ricato del servizio editoriale è spesso un democratico dottor Jekyll… Ma questo
rispettabile uomo controlla solo una parte della macchina mediatica. Incaricato
della pubblicità noi troviamo un antidemocratico, poiché antirazionale, signor
Hyde… Hyde è un’analista motivazionale, e la sua occupazione consiste nello
studiare le debolezze umane, nell’indagare quei desideri inconsci e le paure da cui
così gran parte del pensare consapevole e dell’agire pubblico degli uomini è de-
terminato… Sotto un regime di libera impresa la propaganda commerciale, me-
diante ogni strumento immaginabile, è necessaria… Milioni di bambini si avviano
a diventare adulti all’interno di un processo finalizzato all’acquisto del prodotto
del despota locale e, a guisa di soldati ben formati, alla risposta con appropriato
comportamento alle parole – paragonabili a un grilletto d’arma da fuoco – impian-
tate in quelle giovani menti dai propagandisti del tiranno… Assuefatto alla televi-
sione e alla radio quel pubblico è abituato a distrarsi e non gli piace gli si chieda di
concentrarsi o di fare un prolungato lavoro mentale».
Nel cap. III del romanzo Huxley continua la ricognizione dentro i meccani-
smi di questa nuova struttura, la quale comincia a datare la sua epoca dalla figura
di Henry Ford (1863-1947). In particolare dall’anno di produzione del modello au-
tomobilistico Ford T (1908).
Ford è stato uno dei più grandi imprenditori della storia dell’industria
mondiale, che non mancò di atteggiamenti filantropici verso i suoi dipendenti.
Amico di Edison, fu massone, antisemita, simpatizzante e sostenitore del nazismo:
nel 1938 (sei anni dopo la pubblicazione di “Brave New World”) il Fuhrer ricam-
biò conferendogli la massima onorificenza nazista per un cittadino non tedesco (la
“gran croce del supremo ordine dell’aquila tedesca”).
Era stato del 1920 un lavoro letterario di Ford (“L’Ebreo internazionale, il
più importante problema al mondo”) molto apprezzato da Hitler. L’ideologia del
cosmo distopico narrato da Huxley ha sostituito Ford a Gesù Cristo non soltanto
nel computo degli anni. L’immagine della T (una croce commissa o antoniana) ha
rimpiazzato la croce cristiana. La paronomasia tra “Ford” e “Lord (Signore)”, e la
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allitterazione fra “God (Dio)” e “Ford” generano un inequivocabile caratteristico
effetto in esclamazioni dal tono invocativo o intercalante, e di ringraziamento, di
cui esempi le seguenti: «oh, Ford!»; «Ford, Ford, Ford», «nove volte»; «thanks
Ford (grazie a Ford)»; «for Ford’s sake (per l’amor di Ford)»; «Ford knows (Ford lo
sa)»; «my Ford (mio Ford)»; «Ford be praised (Ford sia lodato)»; «Ford keep you
(Ford ti/vi protegga)»; «by Ford (per Ford)».
Dopo che l’umanità era entrata in una crisi irreversibile a causa di una
guerra (141-150 d.F.) il pianeta Terra cadde sotto il controllo di un macrostato
suddiviso i dieci sovrintendenze: una di esse è l’Europa occidentale (a Londra si
svolgono nel 632 d.F. gran parte delle vicende del racconto).
Il sovrintendente di quel settore terrestre, che rivolge una sua lezione agli
studenti in visita al Centro per il condizionamento, viene descritto attraverso un cli-
ché figurativo richiamante il tipo ebraico: «un uomo di altezza media, dai capelli
neri, con un naso adunco, gonfie labbra rosse, occhi molto penetranti e scuri». In
relazione a costui Huxley gioca una nuova paronomasia tra le espressioni «his
fordship» (usata ad hoc nel romanzo), e “his lordship (sua eccellenza)”, di uso
normale nella lingua inglese.
Sarei propenso a tradurre la locuzione attributiva di Huxley in italiano
mantenendo “sua eccellenza” giacché l’effetto in inglese è giocato sul suono e non
sul concetto, tuttavia nel tentativo di rammentare l’espediente retorico, nel quadro
della mia lettura, completerei meglio la voltura dicendo “sua eccellenza il vicario
di Ford” (che è tutto sommato ciò che vuol esprimere l’autore: il sovrintendente è
un rappresentante).
His fordship spiega ai suoi uditori il vangelo del Mondo Nuovo partendo
da «quel bel e ispirato detto del Nostro Ford: “La storia è una raccolta di parole
vuote”». L’istruzione è un male perché ruba tempo ai consumi, le persone istruite
sono pericolose nei confronti del sistema, e fu un errore reprimere la loro azione
usando la forza: meglio applicare gli incruenti moderni metodi scientifici («Go-
vernare è un affare di riunioni, non di scontri. Voi governate coi cervelli stando
seduti, mai coi pugni»).
Cosicché dall’utilizzo di tecniche di condizionamento intellettuale alla mo-
dalità di riproduzione umana non vivipara (ectogenesi), emerge la maniera in cui
il capitalismo abbia portato a compimento le sue inclinazioni fondate su germi di
irrazionalità.
La storia e i beni culturali antecedenti il 150 d.F. sono stati annientati allo
scopo di non fornire motivi di turbamento: «tali sono i vantaggi di un’educazione
realmente scientifica».
Quali i contenuti di nevrosi, scatenanti gli spettri che hanno condotto a tut-
to ciò? È evidente che il capitalismo prenda dal protestantesimo (calvinista) altri
spunti in aggiunta a quanto ricordato. E non è casuale che il sovrintendente muo-
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va dei rimproveri al liberalismo e al Cristianesimo per quelli che poterono essere i
loro lati positivi: sì, poiché l’ideologia della produttività e il consumismo che lui
elogia sono l’incarnazione del peggio di questi elevato a scienza.
Fra il vecchio universo capitalistico e il Brave New World esiste un rappor-
to contemplante nel secondo l’elevamento della “gabbia” di cui parlava Weber al
grado massimo di secolarizzazione.
Per Weber il “mantello” di cura che avvolge un protestante nella ricerca
dell’arricchimento in funzione di segno esperibile dell’avvenuta (ma a priori di-
sposta) salvazione si converte in una “gabbia”, la quale si sgancia e abbandona i
suoi significati e le prospettive di fede durante il cammino.
Il messaggio evangelico costituisce un inno dell’amore agapico, e nel New
World è comandamento ipnopedico che «ciascuno appartiene al prossimo (every
one belongs to every one else)», cioè debba donarsi in modo spontaneo a beneficio
del prossimo. Tale principio, maturato privo di guida razionale, ha comportato la
distruzione delle rimanenti sfumature concettuali dell’amore: storgé, eros, filía.
È questo uno dei motivi di scomparsa della famiglia 2 e della generazione
vivipara. La famiglia è un luogo di apprendimento che his fordship scredita spe-
cialmente riguardo alle casistiche di povertà mettendo l’accento su «terribili peri-
coli della vita in famiglia. Il mondo era… pieno di madri, quindi di ogni genere di
perversione dal sadismo alla castità». Ritorna uno degli aspetti più negativi della
tradizione giudaico-cristiana: la misoginia.
Gesù era stato concepito grazie all’opera dello Spirito Santo, e la sessualità
in detta tradizione non ha mai avuto una collocazione serena. Il terrore della porta
del diavolo fa apprezzare al sovrintendente che «alle Trobriand il concepimento era
un’occupazione di spiriti ancestrali; nessuno aveva mai udito di un padre».
Conclusione nevrotica: tutti devono nascere mediante l’intervento dello
Spirito Santo (interpretato dalla scienza genetica). «Famiglia, madre… monogami-
a, romanticismo» devono scomparire perché gabbie pulsionali costituenti sproni a
rifiutare «le proibizioni che loro non erano condizionati a rispettare… E sentendo
in maniera intensa, il che era un di più, in solitudine, in un isolamento irrimedia-
bilmente individuale, come potevano essere stabili?».
Ciò che è materia di sollecitazione individuale ha subito il destino di rien-
trare in un rigoroso controllo. Il soggetto non può (e non deve) spingersi oltre una
conveniente soglia: «non esiste civiltà senza stabilità sociale. Non esiste stabilità
sociale senza stabilità personale». L’apparato pretende e genera «uomini obbe-
dienti, stabili nell’appagamento». Giacché contenere il soddisfacimento crea una
sacca emotiva controproducente che potrebbe sprigionare le sue energie a danno

2Data la comunanza di tale argomento con “Noi” invito alla lettura di una mia
monografia: “Danilo Caruso, L’antipanlogismo di Evgenij Zamjatin (2015)”.
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del regime dominante: «il sentimento si nasconde in quell’intervallo di tempo tra
il desiderio e la sua consumazione».
Messo da parte il discorso di his fordship, accanto a questa serie di motivi,
l’abolizione della famiglia ha un’ulteriore base d’irrazionalità traente sostanza dal
Vangelo (v. Mt 22,23-30) laddove si afferma che dopo la resurrezione non esiste-
ranno ancora legami familiari: se l’attivismo protestante (calvinista) vuol anticipa-
re il paradiso in terra, oltre a garantire l’illusione di successo e di prosperità, deve
sbarazzarsi ancor di più della famiglia in qualità di struttura societaria.
Venuta a mancare la dimensione della storgé a vantaggio dell’agápe (qui in
forte modo distorta), resta il prendere atto dell’identica cosa a carico dell’eros, pe-
rò realizzatasi in modalità paradossale nel contorno logico, ma in interiore ben ca-
librata in direzione del fine che si voleva conseguire.
Allo scopo di depotenziare l’eros, lo si è generalizzato: non solo in una di-
sdicevole programmatica pratica di promiscuità fra adulti (la quale dovrebbe ap-
parire una soddisfazione paradisiaca), ma altresì nella riprovevole promozione del
«gioco erotico tra bambini (erotic play between children)», che il DHC giudica
tutt’altro che «abnormal» e «immoral». Comunque Huxley nella sua narrazione
distopica non ammette la liceità della pedofilia neanche nella peggiore distorsione
letteraria della realtà: purtroppo si è appreso che proprio in ambiti di connotazio-
ne religiosa tale crimine ha avuto certa diffusione, e se colleghiamo la degenera-
zione distopica del Brave New World con il reale degradato, il quale in alcuni a-
spetti ha superato l’avvertimento, ci rendiamo conto che la trattazione di Huxley
di temi delicati nella sua opera ha un tono preoccupato non vittima di allucinazio-
ni ingiustificate.
Nel saggio del 1958, che riprende i contenuti del romanzo, l’autore dice:
«Nel “Brave New World”… a ognuno è concesso di appagare i suoi impulsi ses-
suali al di fuori di impedimenti [all are permetted to indulge their sexual impulses
without let or hindrance; n.d.r.]… I governatori… realizzano ciò [idest: rendere
innocuo il soggetto; n.d.r.], fra gli altri metodi, rendendo lecita una condizione di
libertà sessuale [legalizing a degree of sessual freedom; n.d.r.]».
Trasformare la sessualità in una cosa scontata, sprovvista di speciale valore,
sin da piccoli e tra soggetti adulti, essendo impossibile sradicarla, raggiunge la
meta di disinnescare un pericoloso ordigno nei confronti della “stabilità”. Nelle
parole del sovrintendente, Ford («our Ford») assurge a «nostro Freud (our
Freud)»: il SUPER EGO dello «Stato mondiale (World State)» ha letteralmente ip-
notizzato e drogato l’ES.
È un nuovo paradossale, irrazionale ragionamento, però capitalistico e pro-
testante, nei riguardi di un Cristianesimo non attivista («l’etica e la filosofia del
sotto-consumo»): all’oppio della religione cristiana si sostituì dal 184 d.F. la som-
ministrazione di una vera droga (legale), sostitutiva dell’azione catechetica e sa-
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cramentaria, chiamata «soma». In “Brave New World Revisited” Huxley puntua-
lizza: «Il soma era la religione popolare. Allo stesso modo della religione, la droga
aveva il potere di consolare e compensare, suscitava visioni di un altro, migliore
mondo, offriva speranza, fortificava la fede e promuoveva l’agápe (charity)».
Ma col sacramento centrale del culto cristiano essa condivide cose non in-
differenti a cominciare dal nome. Il termine indica in greco antico il corpo (in par-
ticolare nella letteratura neotestamentaria il “corpo mistico”, cioè la comunità dei
fedeli credenti), e in sanscrito una bevanda inebriante ricavata nell’antica India da
piante, la quale in occasione di riti religiosi veniva data in dono a una divinità.
In questo riformato momento della “comunione” (rielaborazione distopica
della protestante “santa cena del Signore”) il posto del pane e del vino, corpo e
sangue di Cristo, è preso dal soma.
Ed è anche da sottolineare la centralità del concetto di “comunione” nella
società del Mondo Nuovo («community» è uno dei tre valori fondanti). Fra l’altro,
ribadendo che per Karl Marx la religione è simile a una droga, è da non trascurare
che nel cap. XVII his fordship definirà il soma «Cristianesimo senza lacrime (Chri-
stianity without tears)». La realtà della distopia huxleyana è un capitalismo in toto
impazzito. La naturale, normale, civiltà umana ha cessato di esistere. L’ES, il suo
controverso motore, è stato indebolito: l’eros non ha magia, ridotto a banalità, e la
cultura, il talento e l’intelligenza sono ombre di un passato invisibile, ritenuto no-
civo e pertanto cancellato.
Ormai a tutti basta il soma («la droga perfetta… euforica, narcotica, piace-
volmente allucinante») e un corpo mantenuto giovane dalla scienza (il corpo al
massimo di uno a 30 anni sino all’età di 60).
In vista di tale obiettivo si fa pure ricorso alla «trasfusione del sangue gio-
vane»: detta prassi origina la sua suggestione dall’Antico Testamento, dove si so-
stiene che la sede della forza vitale sia nel sangue (il cosmismo sovietico prese la
cosa sul serio, e Aleksandr Bogdanov, un fautore delle trasfusioni miranti a otte-
nere l’immortalità, ne trattò nel suo romanzo “La stella rossa”). Il sovrintendente
concluse quella sua predica agli studenti così: «Adesso… gli uomini vecchi lavo-
rano, fanno sesso, non hanno tempo a disposizione lontano dal piacere, non un
attimo per sedersi o pensare, o semmai per qualche sfortunato caso una tale crepa
di tempo si aprisse nella solida sostanza delle loro distrazioni, c’è sempre il soma»;
vale a dire che il paradiso (dell’ottundimento) è sceso in terra rendendo ognuno
(pseudo)beato.
Riferendosi al nostro tempo, Huxley in “Brave New World Revisited” sot-
tolinea che «nella vita degli esseri umani civilizzati la distrazione di massa ora
gioca un ruolo accostabile a quello giocato nel Medio Evo dalla religione». In mez-
zo al discorso rivolto da his fordship agli studenti nel cap. III del romanzo è signi-
ficativo l’aggettivo “fortunato”: «Giovani fortunati! (Fortunate boys)», li appella
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infatti. La fortuna (“fortune” in inglese, destino) che li ha resi privilegiati nel loro
futuro (con l’espressione “man of fortune” si indica “l’uomo ricco”) è una ripropo-
sizione della vecchia idea di predestinazione passata dal calvinismo al capitali-
smo: la democrazia classica è adesso ritenuta un’astratta considerazione fisiologica
sull’umanità; l’intraprendenza era la discriminante valida, ora una genetica prede-
stinazione.
In una simile realtà anche l’autentica filía scompare, e quel che ne resta è
soltanto un surrogato ammesso dal sistema in cui si trovano i protagonisti del rac-
conto, di cui dal cap. III cominciano a svilupparsi i profili: l’onomastica dei perso-
naggi di Lenina Crowne e Bernard Marx è evocativa di una critica anticapitalistica
(nel Mondo Nuovo non per niente la valuta è il dollaro).
Lenina è un’attraente infermiera del Centro per il condizionamento, che ha i
capelli di colore castano chiaro, cui la diciannovenne amica e collega Fanny fa no-
tare la sua scarsa promiscuità, ricordandole che «il DHC si opponga con forza a
qualsiasi cosa intensa o portata alle lunghe». Ma, d’altro canto, le fa i complimenti
per la «perfettamente dolce cintura malthusiana» indossata alla vita. Il fatto che
sia definito maltusiano un oggetto del genere, cioè il contenitore della «scorta di
contraccettivi prevista dalle normative», rappresenta l’ennesimo segnale di una
realtà sotto un’egida evolutasi dal capitalismo.
Lenina frequenta Henry Foster, tuttavia vorrebbe altresì vedersi con Ber-
nard Marx (di cui trova piacevoli gli sguardi), il quale l’ha invitata per una vacan-
za. Costui però non piace a Fanny perché di non alta statura. Bernard è un + che
ha un’insolita statura più bassa di 8 cm rispetto allo standard della sua classe: si
mormorava che il deficit, che lo collocava per altezza tra un e un , fosse conse-
guenza di un inconveniente subito nel corso dell’assistenza prenatale.
Egli è un tipo timido, solitario; si sente a disagio davanti ai preconcetti cau-
sati da questa sua diversità, la quale lo privava di un indotto ossequio legato
all’immagine fisica. Bernard è un esperto di ipnopedia del Centro per il condiziona-
mento, dov’è pure Henry Foster (uno che fa le cose coll’oriuolo alla mano), il quale è
oggetto di suoi sentimenti di disprezzo provocati dal di lui pedissequo conformi-
smo alle regole. Foster definisce, irritando Bernard (profondo conoscitore dei mec-
canismi di condizionamento inducenti a quella forma mentis decantata dal sovrin-
tendente), Lenina «una ragazza… pneumatica (pneumatic)».
Nell’argomentare di his fordship agli studenti pare intravedersi la trasposi-
zione distopica di temi letterari elaborati da Thomas Stearns Eliot (1888-1965): già
dal suo cognome («Mond»), il quale coincide con quello del simbolico Ebreo capi-
talista ricordato nell’eliotiana “A Cooking Egg (1920)”, sembra che Huxley prenda
a prestito la poetica di questo scrittore angloamericano, illiberale e conservatore,
anglicano, antisemita e misogino, allo scopo di condurre una critica a materie a-
venti uno sfondo integralista, reazionario e antidemocratico. Inoltre l’aggettivo
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

“pneumatic”, utilizzato da Huxley nel definire Lenina, messo in bocca a Henry
Foster, pare avere un’ascendenza eliotiana. La connotazione negativa che esso as-
sume allo sguardo di un osservatore esterno al New World ha dunque due giusti-
ficazioni: la prima è che a usarlo è il poco acuto e conformista Foster, la seconda è
il valore che gli deriva dalla quinta quartina di “Whispers of Immortality (1920)”
di Eliot in cui compare.
Qui “pneumatic” è attributo di «bliss (beatitudine, felicità)», cui porterebbe
«l’amichevole seno (friendly bust)» della «bella (nice)» Grishkin (una Russa) «sen-
za corsetto (uncorseted)». Nel cap. IV di “Brave New World” Benito Hoover dirà
di Lenina che è «pretty (graziosa, attraente)» e «pneumatic». La valenza di esclu-
sivo piacere per i sensi con cui “pneumatic” coglie l’eros, fermandosi alla sua su-
perficie, si addice in modo spregiativo a un apparato che ha fatto una specie di pa-
radiso del secondo cerchio infernale dantesco, non specificamente a Lenina cui
l’attributo è dato da altri.
I «breasts (seni)» di Lenina saranno citati al principio del cap. VI allorché
Bernard li palperà. In tale Mondo Nuovo, dove possono usarsi «profilattici caldi
(hot contraceptives)», la sessualità non è tabù (il suo esercizio è agapico): si osservi
il gioco verbale ad esempio nel brano (v. prima parte del cap. V) in cui i «saxo-
phones (sassofoni)» possono essere suonati dai «sexophonists».
La promiscuità è normale: «ella aveva agito nella maniera in cui qualunque
sana e virtuosa ragazza inglese dovrebbe comportarsi e non in qualche altro, a-
normale, straordinario modo». Nell’aggettivo “pneumatic”, il quale ricorre nel
romanzo riferito a donne e a cose, si coglie una sottile, ma non per questo piccola,
sfumatura di significato religioso: nei versi menzionati di Eliot l’attribuzione di
pneumatic a bliss permette che l’ultimo termine si carichi del significato di premio
della predestinazione (religiosa), e quindi pneumatic è predicato di ciò che nella
teologia è toccato dallo Spirito Santo (Pneuma, nel Nuovo Testamento): nella cele-
brazione comunitaria calvinista viene definita “pneumatica” la presenza, per mez-
zo dello Spirito Santo, di Cristo.
Nel New World lo Spirito Santo del capitalismo informa la società, e ciò su
cui impone il suo sigillo (una sorta di Pentecoste) è particolarmente gradito, desi-
derabile, confortevole, consono alla felicità (la cui ricerca fu riconosciuta dall’atto
di proclamazione dell’indipendenza degli USA, come già accennato): l’aggettivo
“pneumatic” è allora un indicatore di benessere (potenziale, attuale o esperito), un
aggettivo che fa pubblicità, promozione di tale regime di vita.
Il cap. IV del romanzo di Huxley introduce la figura di un amico di Ber-
nard, un altro +, un insegnante di psicologia della comunicazione scritta, nonché
scrittore, Helmholtz Watson, con cui aveva in comune la coscienza di un persona-
le disagio. La percezione di distacco dallo standard, in quest’ultimo, non insorge, a
guisa del primo, da un complesso sull’aspetto estetico, ma ha motivazioni intellet-
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

tuali. Gli + erano soggetti che «presumevano la loro posizione naturale; uomini
che si muovevano attraverso il sistema di casta alla stregua di un pesce in mezzo
all’acqua, in maniera così tranquilla da restare inconsapevoli di sé o del benefico e
confortevole elemento nel quale avevano la loro vita». Una filía ciceroniana si in-
staura nel rapporto fra i due: «quello che aveva reso Helmholtz così spiacevol-
mente cosciente di quel che era e di essere isolato era il talento fuori della norma.
Ciò che i due uomini condividevano era la cognizione che fossero delle persone».
Helmholtz, il quale godeva di tutto quello che sarebbe stato gradito a Bernard,
stante la sua diversità, non tanto apprezzata dall’establishment, a sua volta era
stato spinto ad appartarsi.
Non gli interessavano più il divertissement né l’esercizio delle prerogative
del suo status (si attribuivano a lui 640 donne nell’arco di un quadriennio): egli
attendeva che la sua mente risvegliata da un sonno dogmatico, potesse esprimere la
forza pervasiva di qualcosa di nuovo che superasse gli schemi, qualcosa di positi-
vo e utile di cui non riusciva a cogliere la sostanza, e che incitandolo lo spronava a
cercare: una pulsione di sublimazione lo attraversava in maniera anomala. La
prima metà del successivo cap. V è significativa per due motivi.
Il modo in cui si discute, tra Henry e Lenina di umanità e forni crematoi,
sembra in alcuni tratti una spettrale prefigurazione dei crimini nazisti: nel raccon-
to huxleyano la cremazione è riservata a comuni defunti al fine di recuperare il
fosforo nell’organismo in vista di usi produttivi, però il fatto che questa prassi sia
collegata all’utilità di ogni essere umano («non possiamo fare a meno di chiun-
que») ha una sua agghiacciante somiglianza concettuale nella giustificazione in-
dotta («ognuno lavora per ciascun altro») con la scritta d’ingresso dei campi di
concentramento tedeschi (“arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi).
E non è il caso di ricordare l’ulteriore utilizzo che i nazisti, i quali avevano
sposato l’ideale del capitalismo nazionale sacrificando la propria sinistra interna,
facevano con i resti della combustione dei cadaveri a fini produttivi. Huxley nel
’39 si adoperò affinché un gruppo di piccoli ebrei abbandonasse il III Reich.
La seconda motivazione che mette in rilievo ancora i contenuti del dialogo
fra Henry e Lenina riguarda la presenza di tracce dell’ideologia capitalistica in
forma allegorica. Il fosforo che si ricava dai corpi umani è simile al profitto che va
ad arricchire il capitale in espansione, rappresentato dalla totalità del complesso
naturale e sociale in cui l’uomo si trova e di cui egli si serve.
Un dogma del capitalismo, la cui essenza è ricondotta da Weber a un fatto-
re religioso di continenza, stabilisce che il capitale non debba sprecarsi, anzi debba
crescere su di sé: l’umanità gaudente che si nutre di sé, senza fare spreco, ricalca
tale dinamica e segue la logica produttiva di un PIL.
La seconda metà del cap. V illustra lo svolgimento di una liturgia («servizio
di solidarietà»), tipica del Mondo Nuovo, la quale non è che uno stadio degenera-
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

to del culto comunitario protestante, nel meccanismo distopico disegnato da Hu-
xley che porta le basi irrazionali e religiose del capitalismo, soprattutto americano,
a manifestarsi in forme collettive e spirituali rinnovate.
Ogni due settimane si tengono delle assemblee ristrette di sei uomini e sei
donne (un numero pari a quello degli apostoli) denominate «gruppi di solidarie-
tà»: la quale solidarietà è indicativa della sui generis agápe del New World. Chi
presiede la liturgia, durante il suo corso, impartisce una specie di benedizione fa-
cendo al posto del segno della croce cristiano quello della T evocante Ford (il nuo-
vo “Lord”). Soma, e «gelato di soma alla fragola», «nella coppa dell’amore [agapi-
co, loving cup; n.d.r.]» prendono il posto simbolico del corpo e del sangue di Cri-
sto (il pane e il vino).
La dinamica dell’Ultima cena di Gesù viene contaminata da Huxley con a-
spetti aggiuntivi non sempre di derivazione biblica. In alcuni versi degli inni litur-
gici cantati nel «solidarity service» compare un concetto di corpo mistico: «Ford,
noi siamo in dodici, oh fa’ di noi un solo corpo [make us one; n.d.r], / come gocce
dentro il Fiume Sociale… Lo scioglimento di noi dodici in un solo corpo [Annihi-
lating Twelve-in-One]»; nonché un concetto della passione di Gesù e dei suoi be-
nefici spirituali: «Noi desideriamo fortemente morire, affinché, quando ci spe-
gniamo, abbia tuttavia inizio una nostra più grande vita».
Un’apocalittica attesa dell’«Ente Supremo (Greater Being)», l’«imminenza
della Sua Venuta», in simile clima di induzione all’autosuggestione (verso cui
Bernard è poco sensibile e disposto), fanno addirittura diventare percepibili «i
passi dell’Ente Supremo» (si pensi al brano veterotestamentario di Gn 3,8 in cui
Dio cammina nel giardino dell’Eden e viene udito da Adamo).
A ciò si aggiunge la venatura di un quid massonico grazie all’epiteto «Grea-
ter Being» (in luogo di “Dio”), il quale nell’intero intreccio, che sembra la parodia
dell’ethos religioso protestante americano, assume un suo preciso valore in virtù
dell’importanza della massoneria nella crescita sociale degli USA.
Una realtà capitalistica, questa, che ha fuso appunto diversi ambiti compor-
tamentali in una prospettiva discutibile e portata a livello di distopia da Huxley.
La cerimonia descritta rammenta nel suo finale i fedeli deliranti di liturgia prote-
stante evangelica.
Tutto si conclude a mo’ di una Pentecoste, con «the coming of the Twelve-
in-One», l’arrivo di una specie di Spirito Santo («Ente Supremo») che fa dei dodici
un solo corpo mistico nella consapevolezza, la quale lascerà dopo la conclusione
del rito il loro animo pacificato e rilassato, che c’è stata «l’incarnazione (the incar-
nation) del Greater Being)»: «in una soffusa luce rossa era come se un’enorme nera
colomba [“the Dove” è lo Spirito Santo; “negro spirituals” sono canti religiosi dei
neri americani; n.d.r.] stesse benevolmente librandosi sopra gli adesso proni o su-
pini danzatori». Bernard capisce che si tratta di un’illusione, di una finzione, che
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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l’ingenuità trova comodo, rassicurante, comfortable è il caso di dire, credere vere;
una cosa di fronte a cui lui, sentendosi distante, si vede immerso in un rinnovato
disagio. Il binomio «Orgy-porgy», presente nei versi di tale grottesco rituale, si
mostra indicativo dello sfondo che Huxley dà, e in linea di massima dell’orizzonte
che l’autore offre nell’arco della narrazione. “Porgy” è, in inglese americano, un
pesce dalla fattezza piatta e larga (“pagro” in italiano): la sua immagine ricorda il
simbolo dei primi cristiani (la parola “pesce” in greco antico fungeva da acrostico).
«Orgy-porgy» sembra allora riferirsi al Cristianesimo americano protestan-
te sulla cui base calvinista è nato un cosmo capitalistico cui la massoneria non è
stata estranea. Il «pesce dell’orgia» non è nel testo inglese huxleyano una semplice
paronomasia: è il simbolo di quel capitalismo – avente le radici religiose intraviste
da Weber – nella sua veste degradata e qui distopica («Orgy-porgy dà la libera-
zione» dal male).
Nel cap. VI di “Brave New World” Lenina giudica inusuale la condotta ri-
servata di Bernard: assimilato a un refrattario rinoceronte, però intelligente al co-
spetto dei paletti comportamentali, da Henry che le esprime un suo parere. Ber-
nard vorrebbe rimanere appartato con lei a discutere, la quale invece preferisce gli
usuali divertimenti: «Parlare? Ma su che? Camminare e parlare apparivano un
modo molto strano di passare un pomeriggio».
Egli si sente un mare in tumulto, non omogeneo a quanti lo circondano, e
rivolge una domanda chiave a Lenina: «Come sarebbe se io potessi, se io fossi li-
bero, affrancato dal mio essere condizionato?». Lui osserva la realtà da una visuale
obiettiva, che ella non comprende. Per lei la felicità e la libertà coincidono nel de-
stino assegnatole: una prospettiva che deriva, nella maniera già spiegata, dalla vi-
sione della predestinazione protestante, la quale nella distopia huxleyana coinvol-
ge ognuno in questo consumistico paradiso terrestre.
Una tale imposizione è tuttavia nei fatti illiberale e prodotto di una conce-
zione totalitaria della vita, e non lascia margine all’autonomia di pensiero e azione
al soggetto sottoposto a un rigido inquadramento. Lenina ritiene Bernard normale
soltanto allorché le rivolge attenzioni di natura sessuale, ma lui non è per niente
soddisfatto di aver consumato un congresso carnale alla prima uscita assieme. Il
ragionamento che lei l’indomani gli fa è quasi da ninfomane: «Tutti affermano che
io sono molto pneumatica»; e crede di dare nell’occhio con i suoi abbondanti re-
quisiti pneumatici.
Egli si dispiace che lei si consideri alla stregua di una pornostar e che non
comprenda il suo spirito rivalutante il freudiano principio di realtà, di cui il Mondo
Nuovo ha cancellato traccia nella psiche umana. Bernard indica la sua meta: «Pro-
vare l’effetto di arrestare i miei impulsi».
Vuole esperire una dimensione emotiva naturale, non artefatta né pilotata,
gustare la passione, l’amore, l’ansia. Lenina gli replica che le coordinate del godi-
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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mento sono hic et nunc, poiché «nel momento in cui le persone hanno dei senti-
menti, la comunità vacilla», e continua a subirne il fascino.
Benché quanto accaduto nel tempo scorso da decenni sia un tabù promosso
dall’ipnopedia, il DHC si lascia sfuggire davanti a Bernard, pronto a partire con
Lenina per la vacanza nel New Mexico – dove è ubicata una «riserva di selvaggi
(savage reservation)» indiani – un suo personale ricordo: la scomparsa di una sua
partner proprio in quelle aspre zone.
Rammaricatosi subito di questa sua debolezza, si rifà rimproverando a Ber-
nard la di lui condotta, dopo aver concluso quel primo imbarazzante discorso
puntualizzando che per lui nei confronti di quella donna non c’era «nulla di emo-
tivo, niente di portato alle lunghe. Era tutto perfettamente sano e normale».
Lo richiama sull’osservanza agli input di condizionamento, i quali, sebbene
gli abbiano un grado di maturità più elevato rispetto ai rimanenti, richiedono
pure da loro l’accondiscendenza che può manifestare un bambino a un adulto.
In parole povere gli ha ribadito un concetto evangelico insegnato da Gesù:
affinché possiamo entrare in paradiso dobbiamo ridurci alla semplicità dei fanciul-
li (o per meglio dire a posteriori: adulti idioti, ignoranti e creduloni: v. Mt 18,1-5 /
19,13-14). La visita di Bernard e Lenina alla riserva dei selvaggi sarà sconvolgente.
All’interno dell’area, delimitata a mo’ di campo di concentramento, è situa-
to infatti un residuo dell’umanità precedente il New World, la quale vive in caren-
ti condizioni igieniche, si riproduce in modo naturale e invecchia col tempo. Non
avendo lei contemplato mai qualcosa di simile, ciò la scandalizza e la inquieta: fa
pensare un po’ a Siddharta che scopre il creato reale celatogli dal padre.
A Bernard, la cui vacanza era iniziata male per via della notizia di un suo
possibile trasferimento punitivo dal Centro per il condizionamento, tali scene iniziali
del cap. VII offrono spunti di riflessione più maturi: essendo egli un uomo di
scienza – un “illuminato”, un Siddharta non più ingenuo – intuisce il valore biolo-
gico e psicologico di quel tipo di realtà.
Lenina considera molto volgare che dei bimbi siano allattati al seno, mentre
differenti sono le valutazioni che lui le esterna a tal riguardo: «Che relazione me-
ravigliosamente intima… E che intensità di sentimento deve produrre! Spesso
penso che uno possa aver perso qualcosa non avendo avuto una madre. E forse tu
hai perso qualcosa non essendo una madre, Lenina. Immaginati mentre siedi là
con un piccolo bambino tutto tuo».
Se nel prosieguo scioccante è, soprattutto per Lenina, l’assistere a un violen-
to rito religioso propiziatorio, intrecciato di varie simbologie, che questi selvaggi
avevano celebrato, ancor più disorienta i protagonisti del romanzo, e in misura
maggiore stavolta Bernard, l’incontro con John.
Costui, comprende Bernard dal racconto della di lui storia, era niente di
meno che il figlio del DHC, nato e cresciuto nella riserva, in seguito a un incidente
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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subito dalla madre, una rimasta là dispersa, e non tornata nella civiltà giacché il
figlio natole costituiva un grosso problema. L’incontro con quest’ultima turberà
ulteriormente Lenina a causa della sua sgradevolezza estetica (la riserva non ga-
rantiva i comforts del Mondo Nuovo che la prima, disadattata, avrebbe desidera-
to, parimenti a una struttura abortiva utile a suo tempo).
La crescita di John tra gli Indiani non è stata facile perché ritenuto (lui
biondo) un estraneo assieme a sua madre, la quale dal canto suo in parte rifiutò
quel figlio, di cui tuttavia si prese cura rendendolo sotto il profilo intellettuale su-
periore a chi lo circondava.
Quantunque ci vivesse, non si può giudicarlo un normale cittadino di detta
riserva: ha letto Shakespeare, di cui ha ottenuto l’opera omnia in volume, la quale
pochissimi sarebbero in grado di affrontare in quel 632 d.F., tanto meno in mezzo
a individui poco civilizzati appartenenti a un ethos diverso da quello del New
World. Paragonato agli abitanti di questa nuova società egli però era nelle condi-
zioni di provare liberi sentimenti: il suo interesse cade su Lenina, la cui tipologia
somatica europea è ai suoi occhi una novità, la quale non mancò di formulare nel-
la sua testa un giudizio estetico positivo su di lui quando lei e Bernard (che si sen-
te in difficoltà a osservare un’anomala realtà) lo conobbero.
Il motivo del disagio, vissuto dentro ai rispettivi contesti di provenienza da
John e Bernard, spinge il secondo a un’istintiva simpatia (a una solidarietà che sa-
rebbe filía ciceroniana), e a far sì che il primo e la madre possano abbandonare la
riserva e vivere nella (presunta) civiltà.
La prospettiva entusiasma John, invaghitosi di Lenina, al dormente cui co-
spetto – prima di partire, in albergo a Malpais – si mette a declamare sottovoce
brani dalle opere shakespeariane che ne lodano la bellezza.
Egli più volte trarrà spunto da Shakespeare nel tentativo di porre ordine al-
le sue esperienze future. Di rilievo a questo riguardo è l’esclamazione di apprez-
zamento di John alla notizia che potrà recarsi presso il Mondo Nuovo: «O brave
new world!». Le parole di Miranda, prese da “La tempesta (atto V, scena I)”, si
prestano a un gioco semantico molto raffinato costruito da Huxley in funzione
della ricongiunzione fra due dimensioni dell’esistenza: una ritenuta arcaica e in-
desiderabile (quella della riserva) e una all’opposto valutata migliore e moderna
(la civiltà dell’era di Ford).
All’inesperta considerazione del selvaggio John (analoga a quella di Miran-
da), il Brave New World può apparire «meraviglioso (brave, nell’accezione shake-
speariana)»: quindi un valore semantico del passato si accompagna alla di lui arre-
tratezza; mentre come detto in precedenza il significato attuale di “brave” è quello
legato all’intraprendenza, alla temerarietà, che coglie la fortuna (non già la medio-
critas di un “carpe diem” ma piuttosto l’eroismo di un “carpe fortunam”). Un siffat-
to Mondo nuovo si rende «mirabile» poiché ha la presunzione di costituire un pa-
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
Caruso

radiso assicurato a ognuno: ecco la sottigliezza di concetti che si mimetizzano nel
titolo scelto da Huxley per il suo romanzo.
La visita alla riserva rappresenta nel corso di “Brave New World” una fase
paradossale: quello di un Mondo Nuovo che vuol far obliare il passato, che però al
suo interno mantiene viva la contraddizione generata da qualcosa di disomogene-
o. Di per sé la realtà di una simile area di raccolta di uomini nel New Mexico ci ri-
porta a quel filo conduttore critico del sistema americano, e nello specifico alla sua
ideologia capitalistica, la cui pratica è oggetto della distopia di Huxley.
Tuttavia sotto la scorza di quest’immagine si nasconde un’allegoria mar-
xiana. Nella maniera in cui gli agenti irrazionali del capitalismo fanno mantenergli
organico un quid contraddittorio, altrettanto – al di fuori di una ragionevole con-
venienza – il New World custodisce un suo quid negativo: «una riserva di selvag-
gi è un luogo il quale, per via di non favorevoli condizioni climatiche o geologi-
che, o in seguito a povertà di risorse naturali, non è valso il sacrificio di incivilire».
E il DHC, simbolo del regime, che vorrebbe punire Bernard, finisce invece lui sotto
scacco grazie ai controproducenti effetti dell’assenza di piena lucidità.
L’andamento narrativo del romanzo ha un ritmo dialettico hegeliano: tesi
(capp. I-VI, il Brave New World); antitesi (capp. VII-IX, la riserva selvaggia); sinte-
si (capp. X-XVIII, la ricomposizione distopica dell’urto tra i primi due momenti).
Il ritorno alla sua civiltà mette in mano a Bernard l’occasione delle rivincite,
che l’attrattiva del selvaggio John, affidatogli in custodia, gli garantisce. Purtroppo
la simpatia per l’opinione di costui, critico non solo a proposito del consumismo
sfrenato, attira l’incuriosita e sospettosa attenzione di his fordship (il quale si ri-
serva di esaminare il caso in seguito).
Al di là di questa isolata tangenza anticonsumistica con Bernard, John porta
con sé un patrimonio concettuale che mostra un orizzonte metafisico e una valen-
za etica che lo sollecita a rifiutare l’eccesso (non vuol assumere il soma) e a valo-
rizzare l’idea di famiglia naturale. John (appellato «Mr. Savage», il signor selvag-
gio) crede nell’esistenza di un’anima immortale, la quale non ha ragion d’essere in
un posto sedicente paradisiaco, dove la morte è ritenuta normale, non tragico epi-
logo della vita (v. il cap. XVI, che racconta della scomparsa della madre di John,
evento che lui affronterà con diverso amareggiato spirito).
Nel cap. XII sarà il sovrintendente, durante un brano in cui nega il nihil ob-
stat alla pubblicazione di un libro, a rimarcare l’idea, nel corso del suo pensare,
che il Mondo Nuovo abbia il suo fine in sé, che non sia in assoluto tollerabile una
teleologia perché potrebbe provocare l’introduzione di fattori destabilizzanti. Un
tal «eretico (heretical)» disegno potrebbe incrinare la «fede [faith; n.d.r.] nella feli-
cità in funzione di Sommo Bene [il Brave New World si è sostituito a Dio, elimi-
nandolo assieme al resto; n.d.r.] e far cominciare a credere, invece, che la meta era
in qualche luogo iperuranico, fuori della presente sfera umana, che lo scopo della
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IL CAPITALISMO IMPAZZITO DI ALDOUS HUXLEY Danilo
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vita non era il mantenimento del benessere, ma qualche allargamento della cono-
scenza». L’uso di un lessico religioso, nel passo adesso esaminato, è l’ulteriore
dell’esistenza di un fondo impastato di religione nel capitalismo distopico huxle-
yano (derivato da quello reale, ben analizzato da Weber).
Se Bernard è gratificato dal suo status di vip e dal conseguente facile suc-
cesso che può riscuotere presso il gentil sesso, Lenina – salita anche lei nel credito
generale – rimane frustrata dal suo rapporto con John. Ella, secondo il costume del
Mondo Nuovo, vorrebbe consumare un congresso carnale insieme a lui, ma egli,
che ha una forma mentis romantica, si mostra restio ad accondiscendere a proce-
dure che non siano da amor cortese.
Il desiderio di lei è espresso in prossimità del termine del cap. XI dai versi
di una canzone che lei canta: «Abbracciami finché io non svenga, caro; / baciami
sino al momento in cui perda i sensi; / abbracciami, caro, alla stregua di una calda
e tenera coniglietta [Huxley aveva anticipato la figura della playmate di Playboy3;
n.d.r.]; / l’amore è buono come il soma». I quali versi rievocano un po’ l’atmosfera
di sensualità del “Cantico dei cantici” (nella seconda parte di 7,8 c’è qualcosa pure
di vagamente “pneumatico”), e ci rammentano dunque ancora il sostrato cristiano
protestante del capitalismo storico e di quello della distopia huxleyana.
Riprendendo il tema del successo nella vita, è da evidenziarsi che questo sia
una materia esaminata da Huxley in modo particolareggiato presso la fine del
suddetto cap. XI, laddove si parla dell’ammirazione di Fanny per la «fortunata
(lucky)» Lenina, della quale si chiarisce appunto che non suscita nell’amica rea-
zioni d’invidia.
Questa situazione è il frutto di un ennesimo portato americano: chi ottiene
il successo, lo meritava giacché predestinato, prescelto («lucky»), quindi, in quanto
eletto, su di lui devono convergere soltanto genuini ammirazione e rispetto.
Se da un canto è non accettabile una logica aprioristica assegnante la sorte
individuale, dall’altro il contrario dovrebbe accadere al sentimento di riguardo
che si dovrebbe rivolgere alle persone capaci e di talento nelle attività oneste.
Nella realtà può accadere all'opposto che i disonesti con abilità operative,
incantando i semplici, raccolgano un immeritato ossequio, o che i mediocri non
ammirino nessuno, condannati nella loro consapevolezza d’inferiorità di fronte a
chi gli è superiore.
In “Brave New World” succede che il periodo di gloria di Bernard svanisca
a causa di John, il quale non vuole prestarsi a oltranza a richiamare l’attenzione
nella qualità di novello Tarzan tornato alla civiltà. Cosicché il disagio di Bernard
ricomincia accresciuto dal risultato della fallimentare voglia di rivalsa. Questo suo

3La nota rivista, edita dal 1953, ebbe a pubblicare un saggio di Aldous Huxley, nel
novembre del ’63, intitolato “Culture and the Individual”.
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riposizionamento nella dinamica narrativa lo induce a riprendere i suoi legami di
filía con John e con Helmholtz (da cui si era allontanato).
John mette Bernard davanti alla cruda verità: «Vorrei piuttosto essere infe-
lice che avere il genere di felicità falsa e bugiarda [reminiscenza dantesca? False,
lyng; n.d.r.] che state avendo qui». Costruita di illusioni, di impressioni, di sugge-
stioni, prive di una base razionale, simili a quelle date da gran parte delle religio-
ni. L’ipocrita facciata amichevole di personalità eminenti che avevano, per mezzo
di John, assicurato a Bernard l’effimera chance di assurgere a vip, dopo il crollo di
popolarità, contribuisce a inacidirlo nelle sue relazioni con Helmholtz e John, i
quali, grazie ai comuni interessi letterari (seppur di differente stampo), stringono
inter se più che con lui, il quale perciò li vede di malocchio.
Il cap. XII unisce questo strano e anomalo trio di contestatori della struttura
ultracapitalistica in cui si ritrovano. Anche Helmholtz è finito sotto richiamo, per
aver proposto ai suoi studenti l’argomento dell’assenza.
Tuttavia allorché avrà il privilegio di conoscere Shakespeare da John non
sfrutterà lo spunto alla volta di una revisione ideologica della sua società. Pur ri-
tenendo lo scrittore inglese molto talentuoso, giudicherà bizzarre e ridicole le sue
rappresentazioni (la storia di Romeo e Giulietta, da cui John è trascinato immede-
simandosi con Lenina nei protagonisti, viene definita un’inconcepibile assurdità).
La sublimazione di Helmholtz pretende scenari e contenuti che non siano
tali, ma che ancora non riesce a inquadrare. La sua valutazione ottiene il risultato
di urtare la sensibilità di John.
Nel cap. XIII viene fuori il valore della figura del “selvaggio” nello sviluppo
della trama narrativa. Quando Lenina si reca da lui per concedersi sessualmente,
egli la respinge in malo modo, dopo averle confessato il suo amore, perché non gli
sono congeniali le spedite vie del Mondo Nuovo.
In questi passaggi, in cui, come un invasato, cita Shakespeare nella motiva-
zione della sua condotta, ci si avvia a cogliere la sua essenza. John rappresenta la
vecchia cultura puritana: è il simbolo del sostrato culturale alla base della struttura
sociale americana, su cui sono cresciuti gli USA.
Egli è, con la riserva dei selvaggi, la coscienza critica del New World, la
quale Bernard (Marx non a caso) ha portato dentro: il vecchio cosmo di John, con
le sue contraddizioni, ha prodotto il Brave New World. La realtà genera la disto-
pia, e la distopia può farsi realtà a dispetto del monito.
Il messaggio di Huxley contenuto nell’opera è proprio questo: il processo
distopico dell’Occidente è in atto, ha avuto il suo incipit nel capitalismo americano
(ribadirà tali cose nel saggio del 1958).
Successivamente alla perdita della madre (cap. XIV) John acuisce la sua vo-
cazione contestatrice (capp. XIII e XV): a un tono misogino, con cui aggredisce Le-
nina, fa seguito l’escalation del suo integralismo. L’insensibilità altrui di fronte al
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dolore della morte fa sì che lui rivesta l’esclamazione di Miranda («O brave new
World») di amare allusioni.
La maniera in cui si comporta rammenta certo radicalismo evangelico (la
predicazione di Giovanni il Battista, e il Gesù che scaccia i mercanti dal tempio). Il
suo universo e quello nuovo non sono solo in contraddizione inter se, ma al loro
interno: nessuno dei due esaurisce in toto la positività o la negatività, sono uniti
da un reciproco ripudiato legame. L’antico con i suoi difetti porta al New World, il
quale, in fin dei conti, nel suo formale obiettivo, non è connotato da malvagie in-
tenzioni di partenza.
Il Mondo Nuovo vuol dare la felicità a ogni essere umano, il problema so-
stanziale viene a galla allorché, allo scopo di fare ciò, si adopera con modalità as-
surde, partito da una sedimentazione di contenuti irrazionali. I quali restituiscono
un organismo capitalistico impazzito, che ha perso il lume della ragione. John fini-
sce per ribellarsi a un ordine che necessita del condizionamento psicologico al fine
di reggersi in piedi.
Tuttavia, benché preesistente in grado minore, quella strategia di manipo-
lazione è stata ereditata, migliorandola, dal passato: le religioni (talvolta oppio dei
popoli), ipocriti sistemi educativi, i meccanismi di induzione mediatica, non sono
forme di condizionamento mentale? Huxley in “Brave New World Revisited” non
ammette che l’uomo abbia una naturale sconfinata inclinazione alla socialità, che
sia tout court ῷ ν τ όν; egli pone l’accento sul fatto che la specifica indivi-
dualità di ognuno sia incompatibile, nella difesa della libertà personale, con la
presenza di una coercitiva struttura di gestione comunitaria.
Vede nella comunicazione linguistica ( ό ς), sì, la base del reticolo societa-
rio, però vi scorge un ambiguo strumento che può distorcere la realtà a vantaggio
di forze antidemocratiche. Huxley propone tre valori di riferimento per mantenere
una posizione di equilibrio fra il rifiuto radicale della validità di un contenuto di
pensiero e il prestarsi ad accoglierlo nei panni di soggetti facilmente condizionabi-
li. Questi parametri discriminanti, a suo avviso, sono: libertà, carità, intelligenza.
John proclama di voler attuare una liberazione in una realtà la quale è nata
sulla libertà d’iniziativa, la quale ha voluto liberare gli uomini dall’angoscia, sino
al paradossale livello di un eccesso non inquadrato nella razionalità.
Perciò quando egli, nonostante i suoi limiti, dice: «Vengo a portavi la liber-
tà», non viene compreso dalle pseudopersone che gli stanno innanzi e rimane «ir-
ritato dalla loro bestiale stupidità (bestial stupidity) fino a insultare quelli che era
venuto a salvare. Gli insulti rimbalzavano sulla loro carapace di spessa stupidità
(thick syupidity); lo fissarono con un’insignificante espressione (blank expression)
di astioso risentimento di uno poco intelligente nei loro occhi». La sua reazione è
di «intenso oppressivo odio (intense overpowering hatred) all’indirizzo di questi
meno che umani mostri (less than human monsters). “Non volete essere liberi e
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uomini (free and man)? Non capite ancora cosa sono l’umanità (manhood) e la li-
bertà”?». La conclusione di John è viziata da forzatura e paradosso: «Ve lo inse-
gnerò io; farò in modo che siate liberi che lo vogliate o no».
Si lancia con impeto al grido di «Libertà, libertà!», cercando di ripulire il
tempio dai mercanti del soma e dai profeti del Brave New World.
E, inaspettatamente, è Helmholtz a schierarsi al suo fianco, non Bernard,
combattuto dai timori delle conseguenze di un’insubordinazione palese. Hel-
mholtz scopre il sentiero dell’azione, il quale soddisfa la sua ricerca, in un sussulto
umanistico.
A Bernard invocante l’assistenza di Ford, risponde da homo faber fortunae
suae: «Ford aiuta quelli che aiutano se stessi [affermazione che è il calco narrativo
del proverbio “God helps him who helps himself”: un proverbio contenente lo
sprone all’intraprendenza promossa dall’etica protestante; n.d.r.]».
Di Helmholtz, prima che passasse allo slancio rivoluzionario, quindi ancor
prima della conseguente traduzione dei tre, bene o male, ciceroniani amici, alla
presenza del sovrintendente, si segnala una caratteristica imprecazione alla notizia
dell’iniziale scompiglio di John all’ospedale dove gli era morta la madre, presso
cui gli altri due lo avevano raggiunto. L’espressione è: «Ford in flivver!». Equivale
a: «Maledizione!».
“Flivver” (alla lettera, insuccesso) è vocabolo del vecchio slang americano,
diffuso sino all’era della crisi degli anni ’30, risalente all’inizio del secolo XX: indi-
ca una non dispendiosa e non ingombrante auto (in particolare il modello T Ford,
detto “Tin Lizzy” o “Tin Lizzie”), qualcosa di non elevato pregio (una macchina
usata, conveniente), nonché un quasi orgasmo femminile.
Le parole dell’imprecazione di Helmholtz erano state adoperate dal DHC
nel cap. III a mo’ di massima («Ford’s in his flivver») per dire che, se tutto va se-
condo le regole, non ci sono problemi.
Pertanto è l’intenzione d’uso a produrre l’accezione di significato. Ritor-
nando al filo analitico principale, notiamo che il discorso di his fordship ai tre al
cap. XVI è un prosieguo del suo intervento al cap. III: se là aveva illustrato il
Mondo Nuovo nella versione essoterica, qui l’analisi enunciata da lui è al livello di
dottrina esoterica. All’esordio dialoga di più con John, gli spiega che le humanae
litterae e l’arte hanno sugli uomini un effetto di ritorno sconveniente nei confronti
dell’ordine costituito.
Possono fornire stimoli sovversivi, spingere al cambiamento, e a causa di
tale motivo la loro conoscenza è stata vietata: cosicché quasi nessuno è capace di
comprendere ad esempio Shakespeare e trarne elementi di riflessione.
La collettività è ormai composta nell’epoca di Ford da «piacevoli animali
domestici (nice tame animals)», giacché il disordine in cui era piombata durante il
periodo di transizione aveva comportato l’abbandono della libertà in cambio di un
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recuperato benessere. Gli esseri umani ora sono come in paradiso (v. Mt 22,23-32):
non esistono vincoli familiari, le malattie sono state eliminate, la morte non fa pa-
ura, una «felicità globalizzata (universal happiness)» avvolge ogni individuo
(post-“mantello/gabbia” di Weber), in una realtà la quale ha alterato la naturale
coscienza degli uomini, svuotandola, nel paradosso di assicurare tale felicità co-
mune. Helmholtz e John obiettano che rapire la mente e recluderla in un vuoto
virtualmente benefico non ha l’identica ricchezza di un’esistenza avvalentesi del
weiliano diritto alla bellezza.
Purtroppo, replica il sovrintendente, quel che accade è il costo richiesto dal-
la felicità: un’apatica soddisfazione generalizzata ha ottenuto il sopravvento, poi-
ché gli individui hanno accolto il nuovo sistema rinunziando all’autenticità umana
(la quale è fatta di un miscuglio di fattori emotivi e razionali di continuo intera-
genti inter se).
L’umanità ha respinto la nobiltà intellettuale e si è gettata ai piedi di
un’irrazionale aristocrazia, che ha prodotto la società delle classi e del condizio-
namento. Non è facile, né utile, livellare i gruppi umani verso i gradini più alti
dell’intelligenza: la stupidità unisce, crea equilibrio, amalgama; l’intelligenza divi-
de, è dialettica, crea confronto.
La maggioranza degli uomini tende a riconoscersi verso il fondo della be-
stialità, allora non ha senso liberarli da un’occupazione lavorativa, che riempie le
loro teste e il loro tempo. I più, formatisi nella mediocrità, non saprebbero cosa
farsene del tempo libero. La felicità consiste, oltre che nel dare comforts materiali e
pratici, nell’alleggerire il soggetto dal peso della responsabilità sociale.
Non si può non rinvenire nei ragionamenti di Mond la trama ideologica e-
reditata dallo schema del capitalismo mal regolamentato, della cui base concettua-
le religiosa, in aggiunta alla pretesa di manovrare le sorti umane e i comportamen-
ti, riporta l’antipatia rovesciatasi sulla scienza (accanto alle arti e alle lettere).
La scienza può liberare enormi spazi allo sviluppo positivo della persona,
cui è meglio non dar luogo: pena la caduta del castello illusorio della felicità e
l’ingresso in un pericolosa confusione.
La facciata ufficiale dell’apparato è uno specchio per le allodole. La relazio-
ne fra il Brave New World e il capitalismo antecedente è ricordata dal sovrinten-
dente, quando indica in Ford il profeta di quel Mondo Nuovo, nel momento in cui
lo dipinge in qualità di promotore del pensiero che sostituì ai valori di verità e bel-
lezza quelli di comfort e benessere.
Il primo binomio può essere goduto da chi ha riconosciuto l’umanità in se
stesso, ma ai restanti, timorosi del disagio, necessita il secondo. A chiusura del
cap. XVI si apprende che Helmholtz e Bernard saranno mandati al confino.
Il penultimo capitolo del romanzo, il XVII, contempla da soli, uno davanti
all’altro, John e Mond. Il confronto finale conferma la loro appartenenza a due fac-
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ce della medesima medaglia. Il primo rievoca il bagaglio culturale del protestante-
simo alla radice – nell’ottica weberiana – della formazione capitalistica.
Però lo fa mediante nostalgia moraleggiante: rammenta i concetti di giusti-
zia divina e di Provvidenza, di decoro e di continenza, di intraprendenza persona-
le e di eroismo. I quali si sono frantumati nel cammino della loro storia e assem-
blati in un mosaico nuovo che his fordship termina di illustrare: la genetica con-
traddittorietà del vecchio universo, rovescio della medaglia su cui si situa il Brave
New World, corona nel suddetto mosaico alcuni suoi sogni.
Dobbiamo puntualizzare ancora che tali esiti vengono fuori da una logica
del disagio, nevrotica, non in possesso della completa facoltà di ragionare. Di con-
seguenza è, sì, alla superficie, felice la gente del periodo di Ford, tuttavia è un con-
sumistico paradiso di surrogati: ogni variante emozionale potenzialmente destabi-
lizzante è inibita o tenuta sotto controllo.
Non esiste ormai un’autonomia di giudizio. La continenza, protestante
prima, e capitalistica poi, si è riversata sulle forme di mantenimento del Mondo
Nuovo; la quale continenza adesso ha riabilitato e liberalizzato i vecchi orizzonti
negativi: ora è possibile «un’indulgenza nei propri confronti fino alle più profonde
frontiere imposte dall’igiene e dall’economia. Viceversa le ruote smettono di gira-
re». Un edonismo, che mette all’angolo l’antica religiosità e Dio, assurge al rango
di manifesto programmatico, di religione tecnologica, nel cementare la tenuta del
sistema. L’insieme è iperbolico e vorticoso, nella sua vocazione al godimento e alla
distrazione, che non richiedono sforzi: altro paradosso del New World è che non
c’è disoccupazione.
Tale apparato si è modellato sul precedente: ha negato i di esso mali, però il
suo irrazionale regime ha negato altresì, durante la sua gestazione, gli aspetti posi-
tivi. L’uomo del Mondo Nuovo condivide con il suo antenato capitalistico la defi-
nizione: «un felice, laborioso, consumatore di beni».
E John sceglie il modello passato, che non tutti sceglierebbero: rifiutando
agi e una lunga giovinezza che autorizzerebbero alla serenità lontano da problemi
animanti il pensiero, la ricerca, la filosofia, così sgraditi a quelle volpi che ne fanno
grappoli d’uva acerbi o agli incantatori di serpenti.
L’ultimo capitolo del romanzo chiude il cerchio sui meccanismi di contrad-
dizione sincronica e diacronica tra i due mondi che si misurano, e già al suo incipit
assiste allo scioglimento forzato del legame di amicizia fra Bernard, Helmholtz e
John: «la loro tristezza era il segno della loro comune filía (love)».
È un capitolo carico di una cupa atmosfera veterotestamentaria. Al momen-
to del commiato, ai due, che lo trovavano in bagno a vomitare, John dice: «Ho
mangiato la civiltà… ho mangiato la mia propria malvagità». Questa scena è una
riproposizione del biblico peccato originale: John confessa infatti di avere, amara-
mente, preso consapevolezza di cosa sia il Brave New World. E prosegue sulla fal-
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sariga involutiva, cui si subordina, sino al termine, assumendo, a partire dalla vo-
lontà di emarginarsi al faro, un carattere negativo e reazionario.
Egli si condanna, alla stregua di Adamo punito da Dio, a ricavare sosten-
tamento col suo sudato lavoro, e si consacra a un tipo di attivismo nevrotico fun-
zionale alla catarsi del suo animo peccatore. La sua, distorta, forma mentis purita-
na, la cui Bibbia è il complesso dell’opera shakespeariana, da cui continua a estrar-
re citazioni che accompagnano le sue azioni, non perviene a un equilibrio.
John si rimprovera la sua incapacità a dimenticare la pneumatica Lenina, e
si vede d’altro canto responsabile in qualche modo della morte della madre pro-
vocata dallo stile di vita del Mondo Nuovo, il quale egli respinge con energia.
La misoginia (veterotestamentaria, che in “Genesi”, nei personaggi di A-
damo ed Eva ha la sua origine) ritorna ad avere il sopravvento sul “selvaggio”. Il
suo desiderio di Lenina fa scattare una reazione protettiva insana, a salvaguardia
del suo status nevrotico di salvataggio strutturato con mattoni di religiosità ma-
lata. Masochismo e sadismo – fenomeni non rari in ambiti religiosi – governano
ormai la sua mente: si punisce in analoga guisa in cui vorrebbe accanirsi su Leni-
na. La quale, dopo che lui è diventato, di nuovo, un’attrazione per i curiosi accor-
renti al faro, recatasi lì pure lei, viene aggredita a frustate nel compiacimento dei
numerosi presenti, a caccia del migliore svago, i quali fanno degenerare la situa-
zione modellandola a loro volta a somiglianza di un “servizio di solidarietà”.
John, che in aggiunta a Lenina, colpiva anche sé, aveva contagiato la folla
attraverso il suo delirio. Rimasto abbandonato, il giorno seguente, sconcertato dal
sopraggiungere di ulteriori curiosi visitatori, quello che è stato un coprotagonista
accanto a Bernard, decide di impiccarsi (suicidandosi alla maniera di Giuda se-
condo il “Vangelo di Matteo”).
Questo è il simbolico suicidio distopico della moderna società capitalistica
davanti al futuro, di fronte al Brave New World. La misoginia, talvolta ossessio-
nante in passato, similmente al caso dell’ultimo John, dalle connotazioni risapute,
si è evoluta nell’universo della distopia huxleyana in una rigorosa abolizione della
maternità coinvolgendo il nesso causa-effetto a ogni livello.
Il regime della felicità ha tagliato il suo cordone ombelicale con la madre
capitalistica: esso è un eterno, edenico presente, proiettato fuori della razionalità
matura e sana, che Huxley indica come obiettivo da evitare.

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Palermo

luglio 2015