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03_Come vivere.

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Come vivere?
Tucidide: l’esaltazione di Atene • Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 11, 37-41, passim
Eraclito: legge cosmica e legge della città • Eraclito, Frammenti, 114, 44, 33, 49
Erodoto: la molteplicità di costumi e forme politiche • Erodoto, Storie, III, 37-38, 80-82
Protagora: l’uomo misura dei valori • Platone, Teeteto, 166d-167d
Protagora: la politica e l’educazione • Platone, Protagora, 320c-327c
Callicle: la natura e la forza • Platone, Gorgia, 482e-484c
Crizia: l’origine della religione • Crizia, Frammenti, 29
Democrito: la nascita della società e della cultura • Democrito, Frammenti, 164, 154, 33, 30
Democrito: il conflitto e le leggi • Democrito, Frammenti, 245, 248, 249, 251
Archita: il conflitto e il calcolo • Archita, Frammenti, 3
Ippocrate: il giuramento • Corpus Hippocraticum, Il giuramento di Ippocrate

I filosofi tra la città e il cosmo
T137
T138
T139
T140
T141
T142
T143

Platone: il filosofo e le leggi della città • Platone, Critone, 49e-53a
Platone: il filosofo e l’educazione della città • Platone, Apologia di Socrate, 30d-32a
Platone: la città temperante e giusta • Platone, Repubblica, 430e-433d
Platone: la parità delle donne • Platone, Repubblica, 454c-457a
Aristotele: l’uomo e la pòlis • Aristotele, Politica, I, 2, 1252b 27 - 1253a 33
Aristotele: la schiavitù • Aristotele, Politica, I, 4-5, 1253b 23 - 1255a 3
Aristotele: i cittadini e il ceto medio • Aristotele, Politica, III, 5, 1277b 33 - 1278a 34; IV, 11,
11295a 25 - 1296a 18

T144
T145
T146
T147

Aristotele: l’amicizia • Aristotele, Etica Nicomachea, VIII, 3-4, 1156a 10 - b 28
Epicuro: la giustizia e le leggi • Epicuro, Massime capitali, XXXI-XXXVIII
Lucrezio: le origini della cultura • Lucrezio, Sulla natura delle cose, V, 1091-1197, passim
Cicerone: la socievolezza umana secondo gli stoici • Cicerone, Sui termini estremi dei beni e
dei mali, III, 62-65

T148 Seneca: il saggio autosufficiente e l’amicizia • Seneca, Lettere a Lucilio, 9, 8-22
T149 Marco Aurelio: l’imperatore e il cosmo • Marco Aurelio, A se stesso, II, 1; V, 23 e 24; VII, 9 e 59;
X, 36

T150 Agostino: le due città • Agostino, La Città di Dio, XIV, 28; XV, 2
T151 Agostino: pace terrena e pace celeste • Agostino, La Città di Dio, XIX, 17-20
T152 Tommaso d’Aquino: legge eterna, legge naturale e legge divina • Tommaso d’Aquino,
Summa theologica, I-II, Questione 91, articoli 1-2 e 4

Il bene e il piacere, la virtù e la felicità
T153
T154
T155
T156
T157

Platone: il piacere e la terapia dell’anima • Platone, Gorgia, 495e-499b; 500a-501c
Aristotele: il bene e la felicità • Aristotele, Etica Nicomachea, I, 5-6, 1097a 15 - 1098a 20
Aristotele: virtù e medietà • Aristotele, Etica Nicomachea, II, 5-6, 1106a 14 - 1107a 6
Epicuro: la terapia filosofica delle paure e la felicità • Epicuro, Epistola a Meneceo
Diogene Laerzio: il fine dell’uomo secondo gli Stoici • Diogene Laerzio, Vite dei filosofia, VII,
85-89

T158 Sesto Empirico: il fine dello scettico • Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, II, 25-32

Percorsi di antologia

La città e le leggi
T126
T127
T128
T129
T130
T131
T132
T133
T134
T135
T136

Immagini della vita filosofica
T159
T160
T161
T162
T163
T164

Pitagora: le regole di vita • Porfirio, Vita di Pitagora, 18-19 • Giamblico, Vita di Pitagora, 82-85
Democrito: la quiete e la patria del saggio • Democrito, Frammenti, 3, 244-247
Senofonte: povertà e autosufficienza • Senofonte, Memorabili, I, 6, 1-9
Senofonte: la conoscenza di se stessi • Senofonte, Memorabili, IV, 2, 24-30
Platone: l’amore e la filosofia • Platone, Simposio, 203b-205a, 205d-207a
Platone: funzioni e limiti della scrittura • Platone, Fedro, 274c-277a

CAMBIANO-MORI • © 2011, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI

T444

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Pagina 2

2 Indice
T165
T166
T167
T168
T169
T170

Platone: l’autobiografia • Platone, Lettera VII, 324b-326b, 340b-341e
Platone: il mito della caverna • Platone, Repubblica, 514a-520d
Platone: il filosofo e la contemplazione • Platone, Teeteto, 173c-176c
Aristotele: la vita teoretica • Aristotele, Etica Nicomachea, X, 7, 1177a 12 - 1178a 8
Epitteto: la libertà del sapiente • Epitteto, Diatribe, I, 1
Galeno: il medico filosofo • Galeno, L’ottimo medico è filosofo, 3-4, I 60-63 K

Percorsi di antologia

Le vie della salvezza

T3

T171
T172
T173
T174
T175
T176
T177
T178
T179
T180

Anonimo: l’orfismo e il destino dell’anima • Anonimo, Frammenti, 17
Empedocle: l’espiazione e la salvezza • Empedocle, Frammenti, 115, 117, 124, 111
Senofonte: la religiosità di Socrate • Senofonte, Memorabili, I, 1, 1-13
Platone: Socrate di fronte alla morte • Platone, Apologia di Socrate, 40c-41d
Platone: il mito di Er • Platone, Repubblica, 614b-615b, 617b-619e, 620d-621d
Plotino: il corpo • Porfirio, Vita di Plotino, 1-9
Plotino: la magia del mondo sensibile • Plotino, Enneadi, IV, 4, 229-235
Plotino: azione e contemplazione • Plotino, Enneadi, III, 8, 36-40
Plotino: l’estasi • Plotino, Enneadi, VI, 9, 72-77
Marino: i miracoli di Proclo • Marino, Vita di Proclo, §§ 29, 34-35

La vita umana e il volere di Dio
T181 Anonimo: la gerarchia umana degli gnostici • Anonimo, Trattato tripartito, 118, 14 - 120, 9
T182 Agostino: la conversione • Agostino, Confessioni, VIII, 8, 19-10, 22; 12, 28-29
T183 Anselmo: la libertà e la predestinazione • Anselmo, La libertà di arbitrio, XIV, • Anselmo, La
concordia della prescienza e della predestinazione, Questione II

T184 Bernardo di Chiaravalle: la grazia divina e la libertà • Bernardo di Chiaravalle, Grazia e libero
arbitrio, I, 1-2

T185
T186
T187
T188

Abelardo: l’etica dell’intenzione • Abelardo, Conosci te stesso o Etica
Ugo di San Vittore: l’amore • Ugo di San Vittore, L’essenza dell’amore
al-Gazali: gli errori dei filosofi • al-Gazali, La salvezza dalla perdizione
Sohravardi: dalla gnosi all’annientamento in Dio • Sohravardi, Il canto del grifone, parte I,
cap. 1 e parte II, cap. 1

T189 Averroè: le vie della verità e la filosofia • Averroè, Libro della distinzione del discorso o Trattato
decisivo

T190 Maimonide: l’ingresso nel palazzo del sapere • Maimonide, Guida dei perplessi, I, 34 e III, 51
T191 Bonaventura: ascesa a Dio e contemplazione mistica • Bonaventura da Bagnoregio,
Itinerario dell’anima a Dio, I, 1-4; VII, 3-5

T192 Meister Eckhart: il distacco mistico • Eckhart, Istruzioni spirituali, 6 Bibliografia

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O

gni società si regge su insiemi di
comandi e divieti, ossia di regole e
norme condivise, che possono
riguardare le sfere più diverse della vita,
dai rapporti economici a quelli giuridici,
dalla vita religiosa ai costumi. Si possono
comunque distinguere due tipi
fondamentali di norme: quelle che
ricevono una sanzione, ossia prevedono
una vera e propria pena per coloro che le
trasgrediscono, e quelle che non sono
accompagnate da una sanzione forte di
questo tipo, ma prevedono soltanto
forme di disapprovazione o
emarginazione per i trasgressori. Il primo
tipo trova la sua formulazione in leggi,
non di rado scritte, ma non
necessariamente, mentre il secondo si
esprime in codici morali non
necessariamente formulati o espliciti, ma
sovente considerati come ovvi. Ciò non
significa che a volte non possa esserci
sovrapposizione tra i due tipi di norme:
per esempio l’omicidio può essere
condannato sia sul piano giuridico, sia
moralmente. Non di rado tuttavia le
regole morali coprono ambiti nei quali
non è previsto l’intervento della legge. La
presenza di leggi comporta inoltre
l’esistenza di un apparato coercitivo
capace di imporre pene e quindi dotato
di forza. Ciò può aver luogo all’interno di
una comunità nella quale sia possibile
esercitare il potere. Per i Greci, almeno a
partire da un certo momento della loro

storia, questa forma di comunità era
rappresentata dalla polis, ossia dalla città
autonoma verso l’esterno e capace di
autogoverno al proprio interno attraverso
meccanismi di distribuzione e
funzionamento del potere, che potevano
variare da città a città, dando luogo a
diverse forme di governo (monarchia,
aristocrazia, democrazia). Nascono però
ben presto interrogativi a questo
proposito, per esempio se esista una
forma di governo migliore rispetto alle
altre e in che senso migliore e per chi.
Oppure quale sia il fondamento di validità
delle leggi, sulle quali si regge una
comunità: è dato soltanto dal potere di
coloro che le impongono o esistono
anche norme superiori, per esempio,
dettate dalla natura, alle quali anche le
leggi positive devono uniformarsi? Su
questi interrogativi la riflessione politica
sarebbe tornata incessantemente non
solo nell’arco del pensiero antico e in
condizioni politiche mutate, con
l’affermarsi prima delle monarchie
ellenistiche e poi dell’impero di Roma, ma
anche nella riflessione tardo antica e
medievale, con l’emergere del nuovo
potere ecclesiastico.
Etica e politica nella Grecia
antica.
In qualche modo, dunque, ogni società ha
una morale, ossia codici di condotta, e
qualche forma di distribuzione e

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Percorsi di antologia

Come vivere?

letteralmente la disciplina che studia il carattere degli individui che vivono in maniera buona. Ma per analizzare in che cosa consistano la felicità e la virtù. Tratto comune sembra però essere – se si eccettuano gli scettici – la tesi che la forma migliore di vita è la vita filosofica. che nel corso della sua vita esprime al meglio ciò che fa di lui un vero uomo. che di volta in volta non solo identificano la felicità con fini diversi e si pongono la questione della collocazione dei piaceri o delle passioni all’interno della vita buona o felice. portando a un certo punto alla costituzione di quelle che furono chiamate etica.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 714 organizzazione del potere. per i filosofi. non soltanto in una singola azione. nei quali può trovare realizzazione questa felicità. La riflessione etica dei filosofi antichi non mira dunque a proporre un ideale morale universale. in quanto tale felice. donne. schiavi. o cattiva e politica. l’aderente a una setta religiosa. Nella polis. i filosofi antichi non studiano tanto le proprietà che fanno di una singola azione un’azione buona. il buon cittadino e. ROMA-BARI . Il punto di riferimento della riflessione etica antica è rappresentato in generale – anche se talvolta emerge qualche eccezione – da figure esemplari. cui tutti gli uomini possano o debbano accedere: in varia misura. In generale l’etica elaborata dai filosofi greci pone al centro dell’attenzione l’agente. quali siano le prerogative che fanno di un uomo un uomo eccellente. LATERZA & FIGLI. Di qui la vivacità del dissenso e delle confutazioni reciproche che attraversa la discussione etica dei filosofi antichi. la riflessione sulla vita etica e politica non pone al centro – come avverrà talvolta in epoca moderna – le nozioni di dovere o di obbligazione nei riguardi di comandi provenienti da un’autorità. In questo senso concetti cardine dell’etica antica sono quelli di felicità. priva di estesi apparati coercitivi di polizia o di autorità religiose come la chiesa. sono esclusi da esso. Oggetto d’indagine è più che il modo in cui tutti gli uomini o la maggior parte degli uomini agiscono o si comportano di fatto. quanto le caratteristiche che fanno di un uomo l’uomo migliore. ossia la disciplina che studia le forme del governo delle città e tutto ciò che vi è connesso. che significa appunto eccellenza di prestazioni in ciò che pertiene propriamente alla sfera dell’agire umano. soprattutto il filosofo stesso o l’ideale al quale egli mira. Il primato della vita filosofica. cioè il sapiente. Ciò ebbe luogo in Grecia. i modi di vivere. chiedendosi quale sia la forma di vita migliore. bambini. Ma dire che è la vita migliore non comporta affatto che tutti gli uomini la seguano o debbano seguirla: di fatto la vita filosofica non è proposta come modello da seguire per tutti gli uomini. ma per coloro che intendono abbandonare i modi di vita seguiti dai più e quindi distinguersi da essi. Ma non ogni società sviluppa necessariamente una riflessione sulle caratteristiche della vita morale e della vita politica. a prescindere dai contenuti specifici che i vari filosofi assegnano a essa.Percorsi di antologia 03_Come vivere. il modo in cui si comporta l’uomo migliore nell’arco della sua vita. e di virtù. Anche la vita filosofica è però concepita dai filosofi antichi come una vita che non può essere condotta da individui isolati in CAMBIANO-MORI • © 2011. ossia eccellente. ma a volte anche artigiani privi di tempo libero da dedicare al proprio perfezionamento morale. GIUS. il problema è piuttosto di individuare le vie. della divinità e dell’uomo oppure respingono come inutile una tale conoscenza. Apparendo indiscutibile che l’uomo mira a essere felice. che possono essere il guerriero. ma ritengono necessario a tale scopo conoscere la natura del cosmo. nella quale si ravvisa il fine al quale tutti gli uomini tendono. Proprio l’assenza di modelli rigidi imposti dall’esterno apre lo spazio alla possibilità di costruire modelli alternativi di vita.

In questa linea di Pagina 715 pensiero l’obiettivo della vita etica si trasforma in un obiettivo di salvezza da qualcosa di negativo che la minaccia. ritengono preferibile non radicarsi in una singola città e condurre una vita itinerante per le varie città. anziché permetterle di volare verso l’alto per rendersi simile alla divinità. a volte. come quelli dei cirenaici o dei cinici. Questi possono essere ricavati soltanto dai contenuti della rivelazione divina. la vera vita sarà ravvisata nella vita ultraterrena. l’esistenza di queste comunità è ritenuta possibile soltanto entro il tessuto della vita cittadina. come avverrà con il monachesimo orientale. ma ciò non porta mai a stabilirsi fisicamente fuori delle città.qxp:03_come_vivere . se non altro per ricavarne ciò che rende possibile la sussistenza. ma riprendendo suggestioni di impronta già pitagorica e platonica. con la quale si intrattengono legami. determinati indirizzi filosofici. attenuando i legami di dipendenza verso di esse. alla quale il cristiano si prepara già sulla terra come semplice viator. Ciò si accompagna al rifiuto delle pretese degli antichi filosofi di determinare con le sole forze della ragione quali siano i contenuti della felicità e quindi della vera vita. per cui in prima istanza la vita buona può essere caratterizzata soltanto dall’ottemperanza ai comandi di Dio e dall’obiettivo di pervenire alla visione di Dio stesso. ma non di rado si sentono collegati da vincoli di amicizia. Il Cristianesimo e la vita ultraterrena. in primo luogo dal corpo e dalla sue passioni che tendono a trascinare l’anima verso il basso. GIUS. CAMBIANO-MORI • © 2011. nelle quali i membri non solo condividono attività comuni. D’altra parte. Da una parte essa richiede anzi il costituirsi di piccole comunità o scuole. come via d’uscita dall’intero mondo sensibile per ritornare nella vera patria. con l’affermazione del Cristianesimo.4-04-2011 20:09 solitudine. Questo punto troverà ulteriore accentuazione quando. Piuttosto la via d’uscita dalla città viene assumendo una specifica curvatura nei primi secoli dell’Impero. ROMA-BARI Percorsi di antologia 03_Come vivere. Certo. collocata fuori del mondo sensibile. LATERZA & FIGLI.

padre di Oreste stesso. rimase incompiuta. sarebbe stato costretto all’esilio. Ciò fa presumere che Tucidide fosse morto prima della fine del secolo.C. messa in bocca a Pericle da Tucidide. il buon ordinamento fondato sulla legge e organizzato intorno a uno spazio politico nel quale mediante la discussione tra cittadini le contrapposizioni trovano una composizione: tale spazio è istituzionalizzato nell’assemblea. Ma esso rappresenta anche l’immagine egemonica che la città intendeva mostrare all’esterno. Così con l’istituzione dei tribunali. dotato di potere arbitrario fondato soltanto sulla violenza.qxp:03_come_vivere 716 4-04-2011 20:09 Pagina 716 Come vivere? La città e le leggi La società rappresentata nei poemi omerici ha al suo vertice re e discendenti di famiglie regali. il tiranno. le quali valgono per tutti e sono sottratte all’arbitrio di singoli individui. attraverso l’elogio dei caduti per la patria. il discorso risponde alle esigenze del genere celebrativo e. la Storia della guerra del Peloponneso. si passa all’elogio della città che li ha allevati e per la quale essi si sono battuti. superano o disciplinano i conflitti tra gruppi sociali contrapposti. non arrivando alla sconfitta di Atene nel 404 e alla conseguente instaurazione del governo tirannico dei Trenta. T126 Tucidide: l’esaltazione di Atene Nato ad Atene prima del 454 a. dalla riforma di Clistene. una sorta di malattia che poteva appiccarsi alla città. Nel secondo libro della Storia Tucidide fa pronunciare a Pericle l’epitaffio per i morti nel corso del primo anno di guerra. un’idealizzazione e un modello. ossia di uguaglianza di fronte alla legge e di uguaglianza almeno parziale nella partecipazione politica e nella copertura delle cariche pubbliche. Quel che è certo è che la sua opera. che a sua volta aveva ucciso il marito Agamennone. In questa situazione di isonomia. ma la cosa è ancor oggi messa in discussione. dove grazie al tribunale istituito per iniziativa di Apollo e Atena.03_Come vivere. nei quali i verdetti sono pronunciati e diventano operanti a maggioranza.. Data la circostanza. ROMA-BARI . in realtà esso è. ma che devono collaborare in una guerra comune. assicurata dalla rotazione e dal sorteggio. perseguitato dalle Erinni per aver ucciso la madre Clitennestra. era visto come l’anomalia. al tempo stesso. Su questo sfondo si staglia la celebrazione della democrazia ateniese. alle altre città della Grecia. LATERZA & FIGLI. Tucidide partecipò attivamente alla vita politica ateniese. diventando stratego nel 424-23. la catena delle vendette si interrompe. Questo evento è al centro delle Eumenidi di Eschilo. nobili o tiranni. cessazione già sancita in Atene sul finire del VI secolo a. Sovente scambiato per una descrizione spassionata e pienamente oggettiva della realtà politica e sociale ateniese. Secondo la tradizione antica. Di fronte a questa giustizia pubblica e neutrale cessa il primato delle nobili famiglie. le nuove figure di legislatori. fallite le operazioni militari da lui condotte in Tracia. Il risultato è l’eunomia. la vendetta di sangue da parte dei gruppi familiari è superata.C. dove è messo in scena Oreste. T126 CAMBIANO-MORI • © 2011. costruito per incrementare la coesione interna tra i cittadini ateniesi. Questi si rifugia in Atene. che aveva riorganizzato la cittadinanza su basi territoriali e non familiari. L’emergere delle città si accompagna all’istituzione di leggi scritte dotate di carattere pubblico. in antagonismo tra loro. GIUS. come ad esempio Licurgo per Sparta e Solone per Atene. Associando le leggi alla forza.

dice Pericle. non per fare sfoggio quando parliamo. e coltiviamo i piaceri intellettuali. 2. Gli ateniesi «filosofano». dall’altro coltivando il gusto di splendidi arredi privati. poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi. CAMBIANO-MORI • © 2011. Chi poteva dedicarsi alla ricerca del sapere nella totale rinuncia a queste attività era il meteco. soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che. sociali. Ciò potrebbe alludere a forme di esercizio della filosofia. La nostra città è così grande che da tutta la terra ci arrivano merci di ogni tipo. cosa innocua di per sé. per comune consenso minacciano l’infamia.. economici. GIUS. LATERZA & FIGLI. ma quanto alla reputazione di ognuno. ma non lo sfarzo. ma senza languori2. ma anche relativamente ai rapporti quotidiani. per nessuno che abbia le capacità di operare nell’interesse dello Stato è di ostacolo la modestia del rango sociale1. era appunto uno straniero.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 717 La città e le leggi 717 Tra i pregi politici. Si tratta cioè di un amore del sapere che non va a discapito di una partecipazione attiva alla vita politica: esso infatti si traduce in un’analisi delle situazioni e in una capacità di valutare le alternative prima di prendere decisioni. Si chiama democrazia. Il secondo contrassegno della democrazia è indicato subito dopo nella possibilità di condurre la vita privata a proprio piacimento. e poi. riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. militari. d’altra parte.. da cui traiamo un quotidiano diletto che rasserena l’animo. in quanto di diritto e di fatto escluso dalla vita politica e militare. quanto all’impedimento costituito dalla povertà. Ma. ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse. La ricchezza ci serve come opportunità per le nostre iniziative. ROMA-BARI T126 . da un lato introducendo la consuetudine di gare e riti sacrificali che celebriamo per tutto l’anno. ma senza debolezza. piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi. La nostra tuttavia è una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo Stato. Anassagora. anche se non sono scritte. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale. ma che pure non manca di causare pena. piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l’attività politica. passim Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno. 37-41. ma in virtù del merito. compaiono anche quelli culturali: Atene è presentata come scuola della Grecia. lo straniero residente nella città. ma 1. il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine. Nel nostro lavoro abbiamo provveduto a creare un gran numero di momenti di riposo per ricreare lo spirito. secondo la tradizione antica. che definiscono in primo luogo il cittadino. amano il sapere. ma alla maggioranza.] Amiamo il bello. In greco philosophoùmen àneu malakìas. e avviene che il piacere riservatoci dal godimento di beni degli altri paesi non ci sia meno familiare del gusto dei prodotti della nostra terra. 11. le quali comportavano l’abbandono delle attività politiche e militari. Primo punto saliente è che le disuguaglianze economiche non si traducono in disuguaglianze politiche: l’uguaglianza politica rimane prerogativa di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro condizione economica. E chi aveva introdotto la filosofia ad Atene. nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente. se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza. E ammettere la propria povertà non è vergogna per nessuno: ben più vergognoso è piuttosto non darsi da fare per venirne fuori. non secondo modelli conformistici imposti. e non per questo lo guarda storto. [. Tucidide Storia della guerra del Peloponneso.03_Come vivere. di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada.

In sintesi. non per questo si sottraggono al rischio. monumenti che non periranno.. dando però un’interpretazione dei fatti che non potrà reggere quando la verità si affermerà: con la nostra audacia abbiamo costretto il mare e la terra interi ad aprirci le loro vie. che noi abbiamo affidato all’ammirazione dei contemporanei e di quelli che verranno. T126 T127 CAMBIANO-MORI • © 2011. ed è naturale che ognuno di quelli che restano volentieri per essa affronterà ogni travaglio. sviluppare autonomamente la sua personalità nei più diversi campi con grande garbo e spigliatezza. Nel caso delle leggi della città non è rilevante se esse siano l’espressione del valore di un solo individuo o della maggioranza: la cosa importante sono le qualità che rendono eccellente colui dal quale emanano le leggi. Ma sarebbe giusto riconoscere la maggior forza d’animo a quelli che. affermo che la nostra città nel suo insieme costituisce un ammaestramento per la Grecia. al tempo stesso.03_Come vivere. Grandi sono i segni della sua potenza. che ne garantiva la superiorità su ogni altro. Anche per nobiltà d’animo siamo all’opposto rispetto ai più. In altri contesti. prima di affrontare le azioni che si impongono. ritenendo che non fosse giusto perderla. che abbiamo raggiunto grazie a queste qualità. a mio modo di vedere. Nelle parole di Pericle l’ordinamento politico ateniese era presentato come qualcosa di peculiare. per tutti gli altri. e non abbiamo bisogno di alcun Omero che canti la nostra gloria né di chi con le sue parole procurerà un diletto immediato. noi non stringiamo le nostre amicizie per ricavarne vantaggi. ROMA-BARI . GIUS. l’ignoranza spinge all’ardimento. era invece emersa già da tempo con Eraclito la tesi che una sola sia la legge che governa tutte le cose e che ad essa devono ispirarsi tutte le leggi introdotte dagli uomini nelle singole città. che da noi ogni singolo cittadino può. pur conoscendo assai bene sia i pericoli che gli aspetti piacevoli della vita. Oggi infatti essa è l’unico Stato che ad ogni verifica risulti superiore alla sua fama. la riflessione induce ad esitare. il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone. Carattere costitutivo della legge è di essere comune a tutte le entità che popolano l’universo o a tutti gli individui che costituiscono una città: in questo senso essa è detta unica. T127 Eraclito: legge cosmica e legge della città In alcuni frammenti Eraclito parla della legge che domina l’universo e della legge che governa le città. siano state esse sfortunate o coronate da successo.. e ovunque abbiamo innalzato alle nostre imprese. poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione. istituendo un parallelo tra esse. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato. l’unico che non susciti nel nemico che l’abbia attaccata un amaro risentimento nel considerare quale sia la causa delle proprie angustie. lo prova proprio la potenza della città. LATERZA & FIGLI. e. Giacché anche in questo siamo differenti: sappiamo dar prova della massima audacia e nello stesso tempo valutare con distacco quel che stiamo per intraprendere.qxp:03_come_vivere 718 4-04-2011 20:09 Pagina 718 Come vivere? buoni a nulla. siamo noi piuttosto a procurarne [. nella Ionia. Ed è per una tale città che questi uomini hanno affrontato nobilmente la morte in combattimento. Ciò si accompagnava però in Eraclito alla condanna aristocratica del governo della maggioranza. né scateni il malcontento dei sudditi che si vedono dominati da signori indegni. mentre.]. E che queste siano non pompose parole di circostanza ma verità di fatto. non certo priva di attestazioni.

T128 Erodoto: la molteplicità di costumi e forme politiche Erodoto. 44). Legge è anche ubbidire alla volontà di uno solo (fr.C. ossia delle consuetudini. Il termine «migliore» in greco è àristos. la cittadinanza di Turii. 44. 33. Tutte le leggi umane infatti traggono alimento dall’unica legge divina: giacché essa domina tanto quanto vuole e basta per tutte le cose e ne avanza per di più (fr. 33). Uno è per me diecimila. dominata dalla consapevolezza della relatività dei nòmoi. oligarchia.. della Scizia. culminano con il racconto delle vittorie dei Greci sui Persiani.03_Come vivere. in nove libri. il discorso pronunciato da Dario a favore del governo monarchico prevale e Dario diventa re dei Persiani. 114). Erodoto riferisce che. si diffonde la consapevolezza della varietà delle credenze. se è il migliore (fr. GIUS. della Persia. È necessario che il popolo combatta in difesa della legge come in difesa delle mura (fr. A ciò si accompagna anche la percezione della relatività delle forme di governo. alla fondazione della colonia panellenica di Turii in Italia meridionale. Ma la cosa importante è che Erodoto con questo resoconto fornisce ai suoi ascoltatori un arsenale di argomenti a favore e contro ciascuna delle forme di governo. pur nel rispetto dei nòmoi prevalenti all’interno di ogni singola cultura. Nel corso del dibattito. 1. partecipò nel 444-43 a. La presa d’atto dell’esistenza della molteplicità rende urgente la necessità d’individuare criteri di preferibilità e di scelta. oltre che storica. certo essi s’integravano perfettamente nel clima politico e culturale del V secolo. CAMBIANO-MORI • © 2011. poi. come la città sulla legge. 49 È necessario che coloro che parlano adoperando la mente si basino su ciò che è comune a tutti. 114. si aprono a raggiera sulle culture dell’Egitto. LATERZA & FIGLI. nato ad Alicarnasso. ed in modo ancora più saldo. soprattutto dopo le vittorie conseguite contro i Persiani. Nel V secolo d.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 719 La città e le leggi 719 Eraclito Frammenti.C. delle tradizioni e delle credenze. in Persia si svolse un dibattito nel quale tre interlocutori difendono a turno i pregi di ciascuna delle tre forme. ma alla ricerca delle motivazioni che condussero a esse. Assunse. dopo la morte di Cambise e la congiura che ha abbattuto il governo dei Magi. città dell’Asia minore. delle leggi e dei costumi presso le varie popolazioni e se ne trae la conseguenza della relatività di esse. ROMA-BARI T127 T128 . monarchia. Esse prendono dunque il respiro di una vasta opera etnografica. E nell’ambito dei nòmoi rientrano anche le forme di costituzione: democrazia. Entrambi questi punti si trovano icasticamente espressi nelle Storie di Erodoto. 49)1. vicino a Crotone. È difficile dire se elementi di questa discussione fossero effettivamente emersi in contesto persiano. insieme all’architetto Ippodamo di Mileto e al sofista Protagora di Abdera. Le sue Storie.

ma pure furono pronunciati. chiamata dai Greci h`ybris. Voi sapete infatti l’insolenza di Cambise a qual punto è giunta.. Eppure un sovrano dovrebbe essere privo di invidia. affermando che il nomos è re di tutte le cose. E che tutti gli uomini sono di questo parere per ciò che riguarda le usanze. 37-38. fra le molte altre prove da cui si può congetturarlo c’è anche questa: Dario durante il suo regno. se uno facesse a tutti gli uomini una proposta invitandoli a scegliere le usanze migliori di tutte. III. chiese loro a qual prezzo avrebbero acconsentito di cibarsi dei propri padri morti: e quelli gli dichiararono che a nessun prezzo avrebbero fatto ciò. rimanendo a Menfi e aprendo antiche tombe e esaminando i cadaveri. A tal punto giunge in questi casi la forza della tradizione. e furono pronunciati discorsi incredibili sì ad alcuni dei Greci. perché non è cosa né piacevole né conveniente. Otane invitava a porre il potere nelle mani di tutti i Persiani dicendo questo: «A me sembra opportuno che nessuno divenga più nostro monarca. La molteplicità delle costituzioni Quelli che si erano ribellati ai Magi tennero un consiglio su tutto il complesso delle faccende dello stato.03_Come vivere. E quando ha questi due vizi ha ogni malvagità.. Ma la cosa più sconveniente di tutte è questa: se 1. mentre sin dalle origini è innata in lui l’invidia. è invidioso che i migliori siano in vita. il potere monarchico lo allontanerebbe dal suo solito modo di pensare1. Dai beni presenti gli viene infatti l’arroganza. perché molte scelleratezze le compie perché pieno di arroganza. inevitabilmente corrompe. chiamati i Greci che erano presso di lui. Dario allora. LATERZA & FIGLI. Essa si scatena proprio quando non si è costretti a rendere conto ad altri del proprio operato. a qual prezzo avrebbero accettato di bruciare nel fuoco i loro genitori defunti: e quelli con alte grida lo invitavano a non dire simili empietà. una volta salito a tale autorità. Invece egli si comporta verso i cittadini in modo ben differente. 80-82 La molteplicità delle tradizioni Cambise molte simili follie compiva contro i Persiani e gli alleati. È qui enunciata la tesi che il potere assoluto. altre per invidia.qxp:03_come_vivere 720 4-04-2011 20:09 Pagina 720 Come vivere? Erodoto Storie. e a me sembra che giustamente Pindaro abbia detto nei suoi poemi. che la forma monarchica mette nelle mani di un solo individuo. dopo aver ben considerato ognuno sceglierebbe le proprie: a tal segno ciascuno è convinto che le sue proprie usanze sono di gran lunga le migliori di tutte. ché altrimenti non avrebbe preso a schernire religioni e costumi. cui è lecito far ciò che vuole senza doverne render conto? Perché anche il migliore degli uomini. CAMBIANO-MORI • © 2011. GIUS. Nel discorso di Otane è chiara l’identificazione della figura del monarca con il tiranno. dal momento che possiede tutti i beni. e si compiace dei cittadini peggiori ed è prontissimo ad accogliere le calunnie. e avete provata anche l’arroganza del Mago. perché all’invidia nei confronti degli altri viene T128 ad aggiungersi in tale situazione anche l’arroganza. Come dunque potrebbe essere una cosa perfetta la monarchia. chiese. E infine entrò perfino nel tempio di Efesto e derise molto l’immagine del dio. non vincolato da alcuna legge. mentre i Greci erano presenti ed apprendevano per mezzo di un interprete i discorsi. ROMA-BARI . Infatti.] Da ogni punto di vista è dunque per me manifesto che Cambise era in preda a grave follia. chiamati quelli degli Indiani detti Callati i quali divorano i genitori. Non è quindi verisimile che altri fuorché un uomo impazzito metta in ridicolo cose simili. [.

a questi affidiamo il potere. ma non il suo elogio dell’oligarchia. Nell’oligarchia invece ai molti che impiegano le loro qualità nell’amministrazione dello stato sogliono capitare gravi inimicizie private. può tenere più facilmente nascosti i suoi piani. se invece uno lo onora molto si sdegna ritenendolo un adulatore. simile a torrente impetuoso? Della democrazia facciano dunque uso quelli che vogliono male ai Persiani. sostenitore della forma monarchica di governo. composto di «ìsos». vengono a grandi inimicizie fra loro. Questo parere esponeva Otane. e archè. 3. ma quanto al fatto che vi invitava a conferire il potere al popolo. offrendocisi tre forme di governo ed essendo tutte a parole ottime. per il fatto che esso appare privo delle doti intellettuali necessarie per governare e. soprattutto in situazioni di guerra. 4. E certo. ma rifiuta l’attribuzione del potere al popolo (in greco dèmos da cui democrazia). ed è giusto che dagli uomini migliori derivino le migliori deliberazioni». uguale. 5. e da queste nascono discordie. si sdegna di non esser onorato abbastanza. In questa prospettiva la democrazia è identificata con l’isonomia. governo di pochi. e così soprattutto potrebbero esser tenuti segreti i provvedimenti contro i nemici. soggetti a un rendiconto alla scadenza del loro mandato. Ai suoi occhi la monarchia. e valendosi di tale sua saggezza egli potrebbe guidare in modo perfetto il popolo. Il governo di uno solo consentirebbe di guidare le faccende pubbliche nel modo migliore e più efficace. E per terzo Dario rivelava il suo parere dicendo: «A me quel che ha detto Megabizo riguardo al governo democratico mi pare l’abbia detto giustamente. Megabizo invece esortava a volgersi all’oligarchia dicendo così: «Quel che ha detto Otane per por fine alla tirannide si intenda detto anche da me. presenta il vantaggio di non essere in preda ai conflitti che invece inevitabilmente insorgono tra gli oligarchi. non giustamente invece quel che riguarda l’oligarchia5. e con ciò si dimostra di quanto questo regime è il 2. e si getta alla cieca senza senno nelle cose. volendo ciascuno essere il primo e prevalere con i suoi pareri. Il termine greco è isonomìa. io affermo che quest’ultima è di molto migliore. c) la totalità dei cittadini. l’uguaglianza dinanzi alla legge2. Anche Dario. «potere». egli non ha colto il parere migliore: niente infatti c’è di più privo di intelligenza. noi invece. nelle quali il monarca. accetta le critiche mosse da Megabizo alla democrazia.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 721 La città e le leggi 721 qualcuno lo onora moderatamente. costituiti in assemblea. scelto un gruppo degli uomini migliori. «distribuire». in quanto governo di uno solo. da olìgoi. che per fuggire l’insolenza di un monarca gli uomini cadano nell’insolenza di una plebaglia sfrenata. perché. Io dunque propongo di abbandonare la monarchia e di elevare il popolo al potere. LATERZA & FIGLI. Quello infatti se fa qualcosa la fa a ragion veduta. intesa come eguale ripartizione di prerogative e compiti. In questo passo sono indicati tre contrassegni fondamentali della democrazia: a) l’uso del sorteggio. e dalle discordie stragi. «pochi». Di un uomo solo che sia ottimo niente potrebbe apparire migliore. Megabizo esponeva dunque questo parere. e dalle stragi si passa alla monarchia. «legge». L’alternativa consiste allora nell’affidare il potere ai migliori. come arbitro ultimo delle decisioni fondamentali. è cosa assolutamente intollerabile. GIUS. né di più insolente del volgo buono a nulla4. perché nella massa sta ogni potenza». e nòmos. Il termine nòmos a sua volta è collegabile al verbo nèmein. essendo uno solo. è in preda alla h`ybris. ROMA-BARI T128 . E la cosa più grave vengo ora a dirla: egli sovverte le patrie usanze e violenta donne e manda a morte senza giudizio. come il tiranno. Il governo popolare invece anzi tutto ha il nome più bello di tutti. Ché. Il fautore dell’oligarchia (letteralmente. perché a sorte esercita le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e presenta tutti i decreti all’assemblea generale3. questa invece non ha neppure capacità di discernimento: e come potrebbe aver discernimento chi né ha imparato da altri né conosce da sé niente di buono. in secondo luogo niente fa di quanto fa il monarca. CAMBIANO-MORI • © 2011. per il desiderio di ciascuno di predominare. ché fra questi ci saremo anche noi. strumento affidato al caso che non fa preferenze né determina privilegi per il conferimento delle cariche. «governo») si allinea al sostenitore della democrazia nella critica alla monarchia. agli àristoi. capaci di prendere le decisioni migliori. b) il controllo dell’operato dei magistrati. ottima la democrazia e l’oligarchia e la monarchia.03_Come vivere.

l’aria è fredda per lui.qxp:03_come_vivere 722 4-04-2011 20:09 Pagina 722 Come vivere? migliore. secondo cui «l’uomo è misura di tutte le cose»: infatti ciò che un individuo percepisce con i suoi organi di senso è vero per lui. postosi a capo degli altri. anzi chiamo sapiente proprio colui che. ad uno di noi per il quale certe cose appaiono e sono cattive. 166d-167d Io dico che la verità è come ho scritto: ciascuno di noi è misura delle cose che sono e di quelle che non sono. che per uno appaiono e sono certe cose e per un altro invece altre. operando un mutamento. In particolare. li fa cessare. Dalla convinzione della relatività delle opinioni individuali parte Protagora. che è l’obiettivo primario della città.03_Come vivere. apprendi invece ancora più chiaramente in questo modo che T128 T129 CAMBIANO-MORI • © 2011. LATERZA & FIGLI. che sono buone. E così anche questo dimostra che la monarchia è la cosa migliore. Socrate solleva molte difficoltà a proposito di questa tesi. E per dir tutto in una sola parola. Ciò di cui ciascuno è misura è non il vero o il falso (dal momento che per ciascuno è vero ciò che a lui pare). avrebbe potuto pronunciare contro queste obiezioni. quanto ciò che è utile o dannoso. che arriva a considerare relative anche le leggi istituite dalle singole città. e così ammirato viene proclamato monarca. ossia la difesa che Protagora. donde ci è venuta la libertà e chi ce l’ha data? forse dal popolo o dall’oligarchia o non piuttosto da un monarca? Il mio parere è dunque che noi. A questa tesi è ricondotta la celebre proposizione di Protagora. T129 Protagora: l’uomo misura dei valori L’argomento del dialogo platonico intitolato Teeteto. d’altra parte. egli chiede come può pretendere Protagora di essere più sapiente di altri e di insegnare qualcosa ad altri. perché non sarebbe certo la cosa migliore». Platone Teeteto. Il nucleo di questa difesa consiste in una interpretazione della tesi dell’«uomo-misura» al di fuori del problema della conoscenza a cui era stato prima legato. avendo ottenuta la libertà per opera di un sol uomo. E sono ben lontano dal negare che esistano sapienza e sapienti. Protagora può allora giustificare la propria attività come analoga a quella del medico o dell’agricoltore e integrarla nel processo di educazione e formazione dei cittadini. A questo punto è introdotta nel dialogo l’apologia. Tu. ma siamo immensamente differenti l’uno dall’altro proprio per questo. se fosse stato ancora vivo. è: che cos’è la conoscenza? Un primo tentativo di rispondere a questo problema identifica la conoscenza con la sensazione. se per ciascuno è vero ciò che a lui appare. per ognuna delle quali diventa legge ciò che essa ritiene utile. dal nome di uno dei personaggi. ROMA-BARI . Se uno sente fredda l’aria. non incalzare il mio discorso attaccandoti alle parole. In questo contesto. E questo succede fino a che uno del popolo. D’altra parte se il popolo è al potere è impossibile che non sopravvenga la malvagità. ma salde amicizie. in conseguenza di ciò costui s’impone all’ammirazione del popolo. le fa apparire ed essere buone. dobbiamo mantenere in vigore la stessa forma di governo. poiché quelli che danneggiano gli interessi comuni lo fanno cospirando fra loro. e inoltre non dobbiamo abolire le istituzioni dei nostri padri. E sopravvenuta nello stato la malvagità sorgono fra i malvagi non inimicizie. GIUS.

fanno nascere in essa al posto di sensazioni cattive. tali anche sono per essa. perché non è possibile opinare né ciò che non è né cose diverse da quelle che si subisce. caro Socrate. un’anima in buone condizioni possa far opinare cose conformi ad essa. sono trasmessi alle nuove generazioni dall’intera società attraverso la famiglia. finché le decreti tali. Secondo Protagora – nella presentazione che Platone fa del suo pensiero – le norme e i valori sui quali si fonda una comunità politica. anzi queste sono sempre vere. quando qualche pianta si ammala. E i sapienti. è sapiente e merita grandi compensi da coloro che siano stati educati. sensazioni e disposizioni buone e sane. anzi riguardo ai corpi li chiamo medici e riguardo alle piante agricoltori. che sono appunto le apparenze che alcuni per inesperienza chiamano vere ed io invece migliori le une delle altre.03_Come vivere. Il risultato è che tutti i cittadini diventano dotati di un grado almeno minimo di tecnica politica. ROMA-BARI T129 T130 . Per chiarire questo punto Protagora racconta un mito sull’origine della civiltà umana.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 723 La città e le leggi 723 cosa voglio dire. Platone immagina un incontro tra Socrate e il sofista di Abdera avvenuto nella casa del ricco Callia ad Atene. che anche costoro. Ricordati ad esempio quanto si diceva prima. Poiché le cose che a ciascuna città paiono giuste e belle. Socrate pone allora la questione del perché gli Ateniesi consentano a tutti di esporre nell’Assemblea il loro parere e formulare consigli quando si tratta di questioni di interesse politico generale. Credo invece che a colui che per una cattiva disposizione di anima abbia opinioni congeneri ad essa. perché una delle due disposizioni è migliore. fondata sulla cooperazione tecnica tra gli individui per sopravvivere contro l’ostilità della natura e degli animali e soprattutto sulla tecnica politica. devi rassegnarti ad essere misura. CAMBIANO-MORI • © 2011. Del resto nessuno mai ha fatto sì che qualcuno da un’opinione falsa passasse in seguito ad avere un’opinione vera. mentre per il sano sono e appaiono il contrario. giacché con queste considerazioni la mia tesi è salvata. Protagora dichiara di saper insegnare l’accortezza nel condurre le faccende politiche. l’insegnamento e le leggi stesse. il sano perché ha opinione diversa. E in questo modo alcuni sono più sapienti di altri e nessuno opina il falso e tu. lo voglia o no. Occorre invece operare un mutamento nell’altra direzione. Io affermo. In base allo stesso ragionamento anche il sofista. che impedisce l’insorgere di conflitti distruttivi tra i membri della comunità stessa. Così anche nell’educazione bisogna operare un mutamento da una disposizione a quella migliore. che per il malato appaiono e sono amare le cose che mangia. sono ben lontano dal chiamarli ranocchi. ritenendole utili per il suo funzionamento e la sua continuità. mentre i sapienti e buoni retori fanno sì che alle città appaiano giuste le cose buone anziché quelle cattive. la quale consiste di giustizia e rispetto reciproco. ma il sapiente al posto di quelle che di volta in volta sono cattive per essi ne fa apparire ed essere altre buone. GIUS. T130 Protagora: la politica e l’educazione Nel dialogo intitolato Protagora. mentre il sofista lo fa con discorsi. infatti. essendo in grado di educare in questo modo quelli che educa. LATERZA & FIGLI. Solo che il medico opera mutamenti con farmaci. ma per nulla più vere. invece. Non bisogna dunque stimare più sapiente l’uno o l’altro di questi – infatti non sarebbe neppure possibile – né bisogna dichiarare ignorante il malato per il fatto che ha tale opinione e sapiente.

non si vede che cosa Protagora possa insegnare ai cittadini ateniesi. LATERZA & FIGLI. Protagora lo utilizza per formulare la sua interpretazione personale dei rapporti tra attività T130 tecniche e tecnica politica. E ve ne sono altre alle quali diede come cibo la carne di altri animali. tu verrai a controllare”. Ma Epimeteo. Escogitandole. Il suo limite è di non aver tenuto conto dell’animale uomo. 2. Dopo che le ebbe dotate in modo che sfuggissero alla distruzione reciproca. quando andavano a dormire. invece. ma non ancora razze mortali. si mise all’opera. Questo tema mitico si trova ampiamente svolto da Esiodo nella Teogonia e da Eschilo nel Prometeo incatenato. grande prolificità. Ottenuto il suo consenso. Così distribuì le altre doti in modo che si compensassero2. incaricarono Prometeo ed Epimeteo1 di ordinarle e di distribuire ad ognuna le possibilità confacenti. ma il prefisso pro nel nome Prometeo.qxp:03_come_vivere 724 4-04-2011 20:09 Pagina 724 Come vivere? mentre quando si tratta di questioni tecniche. altre di pelli spesse e senza sangue.03_Come vivere. GIUS. Platone fa pronunciare a Protagora prima un mito. 320c-327c Il mito Vi fu un tempo in cui esistevano gli dei. ma tuttavia non è da escludere che il nocciolo delle tesi qui riferite. Prometeo ed Epimeteo. non si accorse di aver consumato le 1. mescolando terra fuoco e gli elementi che si combinano col fuoco e con la terra. a quelli che faceva grandi di corpo. Se le cose stanno così. e poi un discorso argomentato. sono formati a partire dal termine mètis. ad altri più deboli assegnò la velocità. escogitò qualche altra possibilità di conservazione. Prometeo ed Epimeteo sono due fratelli. Entrambi i nomi. ma presenta un grado di razionalità. In seguito fornì ad ogni specie cibi diversi: ad alcune l’erba della terra. indica che questi è dotato anche di una capacità di previsione. dal momento che la democrazia ateniese sembra presupporre che la politica non sia una tecnica esercitata da pochi competenti. gli dei le plasmarono all’interno della terra. procurando così la conservazione della specie. Agli animali che foggiava piccoli concedeva ali per la fuga o un’abitazione sotterranea. In particolare a Prometeo era attribuito il furto del fuoco e il dono di esso agli uomini. che aveva provvisti di natura inerme. a queste egli assegnò scarsa prolificità. È difficile dire se la forma del racconto mitico e i passaggi argomentativi fossero effettivamente impiegati da Protagora così come Platone glieli fa esporre. Epimeteo pregò Prometeo di lasciargli il compito della distribuzione. da ciò era scaturita la sua punizione da parte di Zeus. Per spiegare questa apparente anomalia. per altri. di cui il fratello è sprovvisto. Nella distribuzione assegnò ad alcuni la forza senza la velocità. alle loro prede. Immediatamente prima di portarle alla luce. CAMBIANO-MORI • © 2011. E calzò alcune di zoccoli. L’unilateralità e diversità delle doti naturali delle varie specie animali è ciò che impedisce a una di esse di prendere un tale sopravvento sulle altre. sufficienti a proteggere dall’inverno. disse. coperte proprie e naturali. ad altre i frutti degli alberi. dotò alcuni di mezzi di difesa e di offesa. ad altre ancora le radici. ben noti alla tradizione mitica. come la costruzione di edifici o navi. permettono che a parlare siano soltanto i competenti. La distribuzione delle doti da parte di Epimeteo non è dunque casuale. ma capaci anche di difendere dai calori estivi. aveva la precauzione che nessuna razza si estinguesse. che non era un gran sapiente. elaborò espedienti di difesa contro le intemperie del cielo: rivestì le razze di fitto pelame e di dure pelli. che risulta pertanto inferiore sul piano delle doti naturali a tutte le altre specie animali. “Dopo che avrò distribuito. da condurre alla loro distruzione. e fece in modo che questi rivestimenti costituissero. nonostante la rielaborazione platonica. ROMA-BARI . che indica l’intelligenza capace di cavarsela abilmente nelle faccende della vita. ossia un racconto. Quando anche per queste giunse il tempo destinato alla generazione. risalga al Protagora storico. Platone Protagora. dava modo di conservarsi con la loro grandezza.

soltanto pochi ne partecipassero6. per esempio. a causa di Epimeteo. ove essi lavoravano insieme. sicché nuovamente si disperdevano e perivano. Mentre era in difficoltà sopraggiunse Prometeo per esaminare la distribuzione e vide che gli altri animali erano forniti di ogni cosa in giusta proporzione. Si introdusse invece di nascosto nell’officina comune di Atena ed Efesto. e tutti ne partecipino: non esisterebbero città. egli articolò ben presto con tecnica voce e parole. se. in primo luogo. a quel che si dice. Ermes chiese a Zeus in che modo dovesse dare la giustizia e il rispetto agli uomini: “Devo distriburli come le altre tecniche? Queste sono distribuite in modo che un solo medico. perché essi non possedevano ancora la tecnica politica. in principio gli uomini vivevano dispersi e non esistevano città. Questa non può essere esercitata da alcuni anche per altri. Pur essendo così forniti. abitazione di Zeus. calzature. rubò la tecnica di usare il fuoco. scalzo. la religione. in quanto anch’essa richiede un grado di associazione tra individui. perivano quindi uccisi dalle fiere. mentre il linguaggio. il solo tra gli animali a credere negli dei e ad innalzare ad essi altari e statue. Con essa l’uomo ottenne la sapienza per la vita. rispose Zeus. propria di Efesto. Divenuto partecipe di una condizione divina. rispettivamente Vulcano e Minerva per i Latini. le tecniche agricole e artigianali non richiedono necessariamente un’associazione stabile tra individui. e l’altra. Ciò sembra comportare che. Così. 5. GIUS. inoltre le guardie di Zeus lo intimorivano. CAMBIANO-MORI • © 2011. Zeus. Cercavano allora di riunirsi e di salvarsi fondando città. mentre l’uomo era nudo. egli dovette scontare la pena del suo furto. Prometeo rubò l’abilità tecnica di Efesto e Atena insieme col fuoco (perché acquisire o impiegare questa tecnica senza il fuoco era impossibile)3 e ne fece dono all’uomo. 4. La tecnica di guerra è parte della tecnica politica. LATERZA & FIGLI. La giustizia e il rispetto devo stabilirli in questo modo tra gli uomini o devo distribuirli a tutti?” – “A tutti. ma quando si erano riuniti. affinché costituissero l’ordine della città e fossero vincoli di solidarietà e di amicizia. La tecnica capace di usare il fuoco è dunque. Ormai era imminente il giorno destinato in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce. ma era insufficiente nella lotta contro le fiere. Ermes è il dio che svolge la funzione di messaggero degli dèi. s’istituisce un rapporto privilegiato tra gli uomini e gli dèi. Preso dalla difficoltà di trovare una via di salvezza per l’uomo. per la quale la conduzione della politica della città spetta a tutti i cittadini. ma non la sapienza politica. inviò Ermes5 a portare agli uomini il rispetto e la giustizia. deve invece essere esercitata da tutti. i quali sono stati sin qui descritti come dispersi e isolati. e inventò abitazioni. propria di Atena. temendo l’estinzione totale della nostra specie. a causa della sua parentela con la divinità. E stabilisci in mio nome una legge per la quale chi non può par3.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 725 La città e le leggi 725 possibilità in favore degli animali senza ragione: il genere umano rimaneva ancora privo di ordine ed egli non sapeva che fare. senza coperte e inerme. questa associazione è richiesta per poter esercitare la guerra. Il contenuto della tecnica politica è dato dal rispetto (in greco aidòs) nei confronti degli altri e quindi della comunità nel suo complesso e dalla giustizia (in greco dìke). di Zeus in particolare. in secondo luogo. Da Prometeo quindi provenne all’uomo la risorsa necessaria per vivere. ROMA-BARI T130 . ma in seguito. basta per molti profani. per gli uomini. in primo luogo. di cui è parte la tecnica di guerra4. e ne fece dono all’uomo.03_Come vivere. 6. È questo uno dei punti centrali del mito: la divisione dei mestieri non include la politica. allo stesso modo gli altri artigiani. Efesto è presentato come un dio che lavora i metalli mediante il fuoco. come avviene per le altre tecniche. commettevano ingiustizie reciproche in quanto non possedevano la tecnica politica. coperte e gli alimenti che nascono dalla terra. Questa si trovava presso Zeus e a Prometeo non era concesso di penetrare nell’acropoli. vesti. Efesto e Atena. Anche per questo la tecnica diventa un decisivo elemento di differenziazione tra l’uomo e gli animali. attraverso la tecnica. Con questa asserzione Protagora legittima la pratica della democrazia ateniese. una prerogativa divina: il dono di essa rende in tal modo gli uomini partecipi di una condizione divina. sono divinità che presiedono all’esercizio delle attività tecniche. l’uomo fu. L’accenno al legame inscindibile tra il fuoco e le tecniche allude verosimilmente in primo luogo alla metallurgia. dato che erano in tutto più deboli di esse: la tecnica artigianale bastava per aiutarli a procacciarsi il cibo.

suscitano ire. Se dipendesse da ciò. come tu dici. non lo tollerano. Questa. Socrate. che ritengono provenire agli uomini dall’esercizio. bensì debba essere insegnata e acquisita con l’esercizio7. LATERZA & FIGLI. poiché è proprio di ognuno partecipare di questa virtù. a meno che non si abbandoni irrazionalmente alla vendetta come una be- 7. invece. ti do quest’altra prova. evidentemente perché pensa che essa sia acquisibile con l’esercizio e l’apprendimento. proverò a dimostrarlo con ciò che segue. affinché cambino. nessuno si irrita. La condizione di esistenza della città è ravvisata da Protagora nel possesso da parte di tutti i cittadini della virtù (o tecnica) politica. L’intera società si configura. che egli invece non possiede. che in quel caso era considerato saggezza. credo. Socrate. insegna e punisce coloro che li hanno. qui è considerato pazzia. è la causa del fatto. Socrate. Per questo. ma ha solo compassione: chi è così stupido da fare tentativi del genere nei confronti. e se qualcuno. Ma che essa non sia considerata effetto né della natura né del caso. quando si discute sulla virtù costruttrice o su qualche altra tecnica artigianale. credono che sia compito di pochi dare consigli. se costui dichiara apertamente la verità sul proprio conto. ossia l’educazione impartita dalla famiglia. ognuno si irrita e ammonisce. E affinché tu non creda che io ti inganni dicendoti che realmente tutti gli uomini sono convinti che ognuno è partecipe della giustizia e di ogni altra virtù politica. estraneo a questi. e chi non finge di esserlo è un matto. come tu dici. ciò che essa significa. almeno entro una certa misura. capirai che gli uomini credono che la virtù sia acquisibile. per esempio. E si afferma che tutti debbono dichiarare di essere giusti. dico io. per esempio. ma non altri. L’insegnabilità della virtù Ho appena mostrato che gli Ateniesi giustamente ammettono chiunque a dar consigli sulla virtù politica. è naturale che ammettano a parlare chiunque. dalla città stessa con le sue leggi. Nel caso. in quanto ritengono che ognuno ne partecipi. che deve procedere interamente secondo giustizia e saggezza. e a ragione. della giustizia e di ogni altra virtù politica. Infatti. Nessuno. della virtù politica a tutti i cittadini è l’insegnamento. se qualcuno afferma di essere. Uno di questi è l’ingiustizia e l’empietà e insomma tutto ciò che è contrario alla virtù politica: in questo caso. altrimenti non esisterebbero città. non ci sarebbe alcuna garanzia che tutti i T130 cittadini abbiano la virtù politica. anche se sanno che un individuo è ingiusto. di chi è brutto o piccolo o debole? Sanno bene. infatti. avviene il contrario: il dire la verità. Per i mali reciproci che gli uomini ritengono di avere dalla natura o dal caso. punizioni e ammonimenti contro di lui. le buone doti. Nelle altre tecniche. gli Ateniesi. è deriso o biasimato e i suoi familiari accorrono a calmarlo come se fosse un pazzo. come un unico grande apparato educativo di trasmissione dei valori sui quali si regge la città. Se tu consideri. punisce il colpevole dandosi pensiero di ciò che ha commesso o a causa di ciò che ha commesso. che quelle doti e le loro contrarie provengono agli uomini dalla natura e dal caso. la punizione di quelli che commettono ingiustizia. perché è necessario che ognuno partecipi in qualche modo della giustizia o non stia tra gli uomini. Quando invece si riuniscono a consiglio sulla virtù politica. ROMA-BARI . un buon suonatore di flauto o esperto in qualsiasi altra tecnica. come gli altri uomini. CAMBIANO-MORI • © 2011. poi dagli insegnanti e. invece.03_Come vivere.qxp:03_come_vivere 726 4-04-2011 20:09 Pagina 726 Come vivere? tecipare di rispetto e giustizia sia ucciso come peste della città”. L’unico mezzo per assicurare una distribuzione uniforme. ma questo possesso non dipende dalla natura né è dovuto al caso. ammonisce. si mette a darne. le doti naturali possono essere diverse e il caso può favorire alcuni. se qualcuno ne è sprovvisto ed ha invece i difetti contrari. infine. GIUS. dunque. dall’applicazione e dall’istruzione. lo siano o no.

se chi non ne è partecipe deve essere istruito e punito. e chi non presta obbedienza neppure se punito ed istruito deve essere cacciato dalle città come incurabile o essere ucciso. Se questa cosa unica esiste e non è la tecnica costruttrice né quella del fabbro o del vasaio. non ti racconterò più un mito. cioè perché mai essi insegnano ai loro figli le cose che richiedono maestri e li rendono sapienti in esse. sia bambino uomo o donna. sicché. Mi pare. questa non l’insegnano e non si preoccupano di procurarla. affinché né il colpevole né chi lo vede punire commettano più ingiustizia. devono operare in conformità di essa e senza di essa non fare nulla. Socrate. ma in vista del futuro. di averti dimostrato a sufficienza che a buon diritto i tuoi concittadini ammettono a dar consigli su questioni politiche un fabbro o un calzolaio e ritengono che la virtù si possa insegnare e acquisire. perché sia possibile l’esistenza di una città? Qui o da nessun’altra parte è la soluzione della difficoltà che hai sollevato9. non esclusi certo gli Ateniesi tuoi concittadini. Non è necessario che tutti posseggano ed esercitino tutte le tecniche (agricole. que- 8. Chi pensa così. che non l’hanno appresa e non sono stati indirizzati ad essa. di cui tutti i cittadini devono partecipare necessariamente. la madre. Bisogna crederlo. per migliorarlo il più possibile. e non riescono invece a renderli migliori di nessuno in quella virtù in cui essi eccellono. in base a questo ragionamento. Rifletti così: esiste o non esiste qualcosa di unico. CAMBIANO-MORI • © 2011. prendendo occasione da ogni fatto e parola per ammaestrarlo e indicargli: questo è giusto. Di questa opinione sono tutti quelli che puniscono privatamente e pubblicamente. la temperanza. ROMA-BARI T130 . verso la pena di morte. ma pur potendo essere insegnata ed esercitata. Su questo punto.). Che essi ritengano privatamente e pubblicamente insegnabile la politica. mentre la virtù che può portare i figli. l’esilio e. pensa che la virtù sia frutto di educazione: punisce solo per prevenire. lo abbiamo dimostrato. la confisca dei beni e insomma la rovina della casa. anche gli Ateniesi fanno parte di quelli che considerano la virtù acquisibile e insegnabile8. Resta ancora da spiegare la difficoltà. inoltre. LATERZA & FIGLI. la nutrice. consistente nel chiedersi quale sia la condizione senza la quale la città non potrebbe esistere. gli uomini valenti insegnano ai figli il resto. perché ciò non dipenderebbe da loro. essi insegnano ai figli il resto. cioè la virtù che consente di vivere associati senza commettere ingiustizie reciproche. ma ti farò un ragionamento. il pedagogo e lo stesso padre fanno a gara. Protagora ha illustrato uno degli argomenti a favore della tesi che la virtù sia insegnabile: se essa non fosse insegnabile. qualunque cosa vogliano apprendere o fare. se di essa tutti debbono partecipare e. Appena il bambino comincia ad afferrare le parole.03_Come vivere. dal momento che ciascuna di esse può essere svolta da un individuo anche a vantaggio di altri. È invece necessario che tutti i cittadini posseggano la virtù politica. Chi cerca di punire ragionevolmente castiga non a causa dell’ingiustizia trascorsa. finché la punizione non lo migliori.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 727 La città e le leggi 727 stia. artigianali ecc. – se è così e. guarda come sono strani questi uomini valenti. la cui ignoranza non comporta la pena di morte. perché non potrebbe ristabilire come non avvenuto ciò che è stato fatto. che hai sollevato a proposito degli uomini valenti. intorno a lui. Tutti. È qui esposto un ragionamento di tipo condizionale. ma non questo. la santità e insomma quella che io chiamo virtù propria dell’uomo. quello è ingiusto. ossia di che cosa tutti i cittadini e non solo alcuni debbono disporre. 9. castigano e puniscono quelli che ritengono colpevoli. sarebbe del tutto privo di senso punire quanti non l’esercitano e quindi commettono ingiustizia. Socrate. GIUS. essendo così naturalmente. ma la giustizia. Socrate? L’educazione permanente Fin dall’infanzia e per tutta la vita si è sottoposti ad insegnamenti e ammonimenti.

tracciando le leggi. Se una città potesse esistere soltanto a condizione che tutti fossimo suonatori di flauto. Fanno questo quelli che ne hanno maggior possibilità. qui da voi e anche in altri luoghi. Per ciascuno è più utile che tutti. perché la città possa esistere. se non lo fosse. e questi sono i più ricchi: i loro figli cominciano ad andare a scuola più presto degli altri e la lasciano più tardi degli altri. non è una virtù competitiva. ROMA-BARI . credi. pongono loro sui banchi. ha bisogno di ritmo e di armonia. affinché non agiscano a caso. nelle guerre e in altre attività. i poemi di buoni poeti e li costringono ad impararli. In seguito li mandano dai maestri ed esigono che sia curata molto più la condotta dei bambini che il loro perfezionamento nelle lettere e nel suonar la cetra. invece. tutti insegnerebbero pubblicamente e privatamente l’arte del flauto e si colpirebbe chi non suona bene il flauto e non si rifiuterebbe di insegnarne la tecnica. affinché il bambino si senta spronato ad imitarli ed aspiri a diventare come loro. e punisce chi le trasgredisce: e il nome dato a questa punizione. che è proprio delle tecniche. per la debolezza dei loro corpi. LATERZA & FIGLI. perché in essi vi sono molti insegnamenti. Allusione al segreto professionale.03_Come vivere. I maestri di cetra. CAMBIANO-MORI • © 2011. affinché questi diventino più miti. anzi. li obbliga a conformarsi ad esse. a proposito degli altri ritrovati tecnici)10. affinché i loro corpi siano migliorati e possano così prestar servizio al loro pensiero. insegnano i poemi di altri buoni poeti lirici. Se è così come dico – e lo è fuor d’ogni dubbio – rifletti a tua scelta su qualsiasi altra occupazione e disciplina. facendoli loro suonare sulla cetra e costringono i ritmi e le armonie ad adattarsi alle anime dei bambini. Non appena gli studi presso i maestri sono terminati. infatti. Nell’ambito di queste vige la T130 competizione e il segreto è funzionale a essa. fa’ questo. come se fosse un legno storto e curvo. è raddrizzare. li mandano ancora dal maestro di ginnastica. non fare quello. e dubitare che la virtù sia insegnabile? Anzi. E se obbedisce volentieri. e non soltanto alcuni. ma cooperativa. molte descrizioni e lodi ed elogi di valenti personaggi antichi. Perché allora da buoni padri provengono sovente figli inetti? Impara anche questo. I maestri allora provvedono a questo e. se è vero quello che dicevo prima. La giustizia. in quanto la pena raddrizza. ognuno secondo la propria capacità. li costringono a scrivere seguendo la traccia delle lettere. in tal modo. secondo il proprio capriccio. abbiano ed esercitino la giustizia.qxp:03_come_vivere 728 4-04-2011 20:09 Pagina 728 Come vivere? sto è bello e questo è brutto. bene. quando i bambini hanno imparato le lettere e incominciano a comprendere le parole scritte. la città li obbliga ad apprendere le leggi e a conformare ad esse la propria vita. dovresti ben più stupirti. come prima quelle pronunziate. ed essi non siano costretti a comportarsi vilmente. e quindi ognuno di buon animo comunica e insegna agli altri la giustizia e la legalità. invece. altrimenti è raddrizzato con minacce e percosse. cioè che nessuno deve essere profano della virtù. Un fi10. già reso migliore. così anche la città. Socrate. credo. a loro volta. In seguito. scoperte da legislatori buoni e antichi. come puoi stupirti. GIUS. Non c’è motivo di stupirsi. Socrate. valenti nel parlare e nell’agire: tutta la vita dell’uomo. come i maestri di grammatica tracciano le lettere con lo stilo sulla tavoletta per quei bambini che non sanno ancora scrivere e. Dal momento che si ha così grande cura della virtù in privato e in pubblico. perché la giustizia reciproca e la virtù ci sono utili. nel comandare come nell’obbedire. Se dunque anche in questo caso noi avessimo ogni premura e generosità nell’insegnarci reciprocamente a suonare il flauto. data loro la tavoletta. questo è santo e quello è empio. affinché li leggano. provvedono anch’essi che i bambini siano regolati e non commettano nulla di male: non appena i loro scolari hanno imparato a suonare la cetra. che i figli dei buoni flautisti diverrebbero suonatori migliori dei figli dei mediocri? Io credo di no. proprio come ora nessuno rifiuta né nasconde l’insegnamento della giustizia e delle leggi (il che avviene. più armonici e ordinati e.

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glio nato con ottime disposizioni naturali a suonare il flauto, diverrebbe illustre, di chiunque fosse figlio; chi nascesse invece privo di doti naturali, resterebbe senza fama. E spesso da un buon flautista potrebbe nascerne uno inetto, e spesso da uno inetto uno valente. Tutti comunque, in confronto ai profani e agli incompetenti, sarebbero sufficientemente abili nel suonare il flauto.

Nella prospettiva di Protagora la legge, ossia il nòmos positivo vigente nelle
città, garantisce la sicurezza dei singoli e il rispetto reciproco. Ma nello stesso periodo in cui egli opera si percepisce anche nettamente la possibilità che le leggi
positive non sempre siano giuste. Nell’Antigone di Sofocle, rappresentata in Atene nel 440 a.C., Antigone considera appunto ingiusto il divieto del tiranno Creonte di seppellire il fratello Polinice che si era ribellato contro di lui. Alle leggi della città Antigone contrappone leggi divine non scritte, ma immutabili, come quella che impone di seppellire i defunti. Esiste dunque un piano divino che può contrastare con quello politico e naturalmente il primato va al primo. Altri preferiscono invece contrapporre alle leggi positive, anziché quelle divine, le leggi di
natura, identificate talvolta con la legge del più forte, forse ammaestrati anche
dalle esperienze dell’imperialismo ateniese. È celebre l’episodio della contesa tra
gli Ateniesi e gli abitanti di Melo, posti di fronte all’alternativa di essere asserviti
o essere distrutti dalla preponderante forza degli Ateniesi. In questa contesa fa la
sua comparsa l’argomento che l’unica legge è quella della forza. Una posizione
analoga è messa in bocca a Callicle da Platone nel Gorgia.

T131 Callicle: la natura e la forza
Nel Gorgia Platone mette in scena una discussione tra Socrate e Gorgia prima e poi tra
Socrate e Polo. In essa, Socrate ha indotto i suoi interlocutori ad ammettere che è
meglio subire anziché commettere ingiustizia, perché l’ingiustizia è una malattia che
corrompe l’anima. A questo punto interviene l’ultimo interlocutore del dialogo a
contestare questa conclusione, la quale va contro ciò che si ritiene comunemente:
Callicle però non è il portavoce dell’opinione corrente, egli non si limita a capovolgere la
tesi socratica, sostenendo che è meglio commettere anziché subire ingiustizia. Egli
piuttosto radicalizza questa posizione, mostrando che chi è più forte – e i più forti sono
pochi – è legittimato sul piano della natura a dominare i più deboli, che sono molti. Il
nòmos, le leggi, tentano di contrastare ciò, ma così facendo si pongono in netto contrasto
con quanto è dettato dalla natura.
Platone Gorgia, 482e-484c

Per lo più la natura e la legge sono contrarie tra loro: se per falso pudore non si ha il coraggio di dire ciò che si pensa, necessariamente ci si contraddice. Tu hai compreso questo
sapiente accorgimento e te ne servi per ingannare nei discorsi: se qualcuno ti parla sul piano della legge, tu lo interroghi su quello della natura; se ti parla delle cose della natura, tu
lo interroghi su quelle delle legge. Per esempio poco fa, a proposito del commettere ingiustizia e del subirla, mentre Polo parlava del più brutto secondo la legge, tu hai proseCAMBIANO-MORI • © 2011, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI

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guito il discorso riferendoti alla natura. Per natura è più brutto tutto ciò che è anche peggiore, cioè il subire ingiustizia, ma per legge lo è il commettere ingiustizia. Questa situazione, il subire ingiustizia, non è neppure da uomo: è da schiavo, per il quale è meglio
morire che vivere e che quando soffre ingiustizie e oltraggi non può difendere se stesso
né quelli che gli stanno a cuore. Quelli che stabiliscono le leggi sono, io credo, i deboli e
i molti. In riferimento a se stessi e in vista del proprio utile, essi stabiliscono le leggi e distribuiscono le lodi e i biasimi. Per spaventare i più forti, che sono capaci di prevalere, e
impedire loro di prevalere su di essi, dichiarano che è brutto e ingiusto il prevalere e che
il commettere ingiustizia consiste appunto nel cercare di avere più degli altri; dal canto loro, essendo più deboli, si accontentano dell’uguaglianza.
Per questi motivi si dichiara ingiusto e brutto per legge ogni tentativo di prevalere sulla
maggioranza: questo lo chiamano commettere ingiustizia. Ma la natura stessa, credo, dimostra che è giusto che il migliore abbia più del peggiore e il più potente del meno potente. Essa ci mostra che è così ovunque, presso gli animali e gli uomini, in tutte le città e
nelle famiglie: si giudica giusto che il migliore comandi sull’inferiore ed abbia di più. A
quale diritto Serse si appellò quando fece una spedizione contro l’Ellade o suo padre contro gli Sciti?1 Migliaia di casi simili si potrebbero citare. Costoro, credo, compiono queste
azioni in conformità alla natura del giusto e, per Zeus, in conformità alla legge di natura,
anche se forse non in conformità alla legge che noi stabiliamo. Noi plasmiamo i migliori e
i più forti tra noi, prendendoli da giovani, come leoncini, e con incantesimi e stregonerie
ce li asserviamo, dicendo loro che bisogna attenersi all’uguaglianza e che questo è il bello e il giusto. Ma, credo, se nasce un uomo con una natura dotata, egli si scuoterà di dosso, spezzerà e rifiuterà tutto ciò e, dopo aver calpestato i nostri scritti, i nostri sortilegi, i
nostri incantesimi e tutte le nostre leggi contrarie alla natura, insorgendo, da nostro schiavo si mostrerà nostro padrone, e qui risplenderà il diritto della natura2. A me pare che anche Pindaro dimostri le stesse cose nel canto in cui dice:
la legge regina di tutti,
dei mortali e degli immortali;
questa legge, egli dice,
giustificando la violenza,
guida con mano sovrana: ne ho la prova
dalle imprese di Eracle, perché senza pagare...
Si esprime pressappoco così (non so il canto a memoria): dice che Eracle si portò via i
buoi di Gerione senza pagare e senza averli avuti in dono, convinto che questo fosse il diritto naturale, che i buoi e tutti gli altri averi dei più deboli e degli inferiori appartenessero al migliore e al superiore.

1. Per giustificare il diritto del più forte
Callicle fa appello, da una parte, a
quanto avviene nel mondo animale e,
dall’altra, a quello che noi chiamiamo
diritto internazionale. Il diritto al quale ci
si appella nei rapporti tra gli Stati per
muovere una guerra di aggressione è

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quello della forza: Callicle fa l’esempio
delle spedizioni mosse dai re di Persia
contro la Grecia e contro gli Sciti,
abitanti delle zone a sud della Russia.
2. Il modello di uomo nel discorso di
Callicle è il tiranno, che infrange le leggi,
stabilite convenzionalmente dai deboli

per difendersi dalle prevaricazioni dei
più forti, e s’impadronisce del potere. In
questa prospettiva Callicle intende
ravvisare un precedente in Ercole e
interpreta il nòmos, di cui parla il poeta
Pindaro, nel senso di legge di natura.

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La città e le leggi

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Nella seconda metà del V secolo si diffonde l’interesse per i moventi che possono aver indotto gli uomini ad associarsi e a dar vita al mondo delle attività tecniche, delle leggi e della stessa religione. Mentre per alcuni, come Prodico di
Ceo, gli dèi non sono altro che personaggi divinizzati per le loro invenzioni o entità rivelatesi particolarmente utili per gli uomini, per un aristocratico come Crizia gli dèi sono stati inventati da qualche individuo particolarmente scaltro per incutere paura agli uomini e quindi come strumento di dominio politico.

T132 Crizia: l’origine della religione
In Sesto Empirico e nella tradizione dossografica sono citati alcuni versi (trimetri
giambici) tratti da un dramma satiresco intitolato Sisifo. Mentre nella tradizione
dossografica essi sono attribuiti a Euripide, per Sesto sono versi di Crizia, menzionato
come uno dei sostenitori di una forma di ateismo: quasi sicuramente è corretta
l’attribuzione di Sesto. La riprovazione morale della figura di Crizia dovette influire sulla
circolazione delle sue opere, sicché alcune sue tragedie finirono per conservarsi nel
corpus delle opere di Euripide. I versi sono pronunciati da Sisifo e questo in qualche
modo preserva dall’attribuzione immediata delle tesi enunciate in essi all’autore dei versi
stessi. La religione appare qui come un’istituzione umana successiva nel tempo alla
statuizione di leggi positive: essa consente di esercitare un controllo anche sui possibili
reati nascosti e in questo senso diventa garante dell’ordine sociale. La religione è in tal
senso interpretata non come un fenomeno collettivo, bensì come frutto di iniziativa
individuale, la quale sfrutta il timore degli uomini per i fenomeni atmosferici.
Crizia Frammenti, 29

Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c’era pei buoni, né alcun castigo ai malvagi1. In seguito,
parmi che gli uomini leggi punitive sancissero, sì che fosse Giustizia assoluta signora [egualmente di tutti] e avesse ad ancella la Forza; ed era punito chiunque peccasse. Ma poi, giacché le leggi distoglievan bensì gli uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le
compivano, allora, suppongo [dapprima] un qualche uomo ingegnoso e saggio di mente
inventò per gli uomini il timor [degli dei], sì che uno spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero. Laonde introdusse la divinità sotto forma di demone, fiorente di vita imperitura, che con la mente ode e vede, e
con somma perspicacia sorveglia le azioni umane, mostrando divina natura; il quale demone udirà tutto quanto si dice tra gli uomini e potrà vedere tutto quanto da essi si compie. E se anche tu mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dei; ché troppa è
la loro perspicacia. Facendo di questi discorsi, divulgava il più gradito degli insegnamenti, avvolgendo la verità in un finto racconto2. E affermava gli dei abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là donde sapeva che vengono gli spa1. Lo stato di natura è contrassegnato
dalla violenza e dai conflitti. Esso è
dunque una condizione negativa, dalla
quale gli uomini devono uscire: solo le
leggi permettono questa transizione, ma

anch’esse da sole risultano insufficienti a
garantire pienamente una convivenza
ordinata.
2. La società può sopravvivere soltanto
sulla base di una menzogna (l’esistenza

degli dèi, capaci di cogliere anche le
ingiustizie nascoste, che sfuggono agli
uomini), presentata come se fosse la
verità: la verità autentica è mascherata
da un racconto fittizio.

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T132

GIUS. come se la somiglianza avesse il potere di raccogliere insieme le cose (fr. 30 Anche gli animali si raggruppano coi loro simili. Il principio dell’aggregazione del simile col simile vale sia in ambito fisico. 154. Tali spaventi egli agitò dinanzi agli occhi degli uomini. Per Democrito invece la credenza nell’esistenza degli dèi non ha una valenza politica. E poco oltre aggiunge3: Per tal via dunque io penso che in principio qualcuno inducesse i mortali a credere che vi sia una stirpe di dei. che riporta i versi. parimenti accade per gli esseri inanimati. là per il movimento dell’onda i ciottoli oblunghi vengono spinti nel medesimo luogo degli altri oblunghi. essa presiede alla loro formazione. il Tempo. gru con gru.03_Come vivere. L’imitazione riguarda non soltanto il canto. incluse le tecniche. analoghe a quelle che intercorrono tra gli atomi. da artista. e spense così l’illegalità con le leggi. ponendola in un luogo a lei adatto. infatti.qxp:03_come_vivere 732 4-04-2011 20:09 Pagina 732 Come vivere? venti ai mortali e le consolazioni alla lor misera vita: dalla sfera celeste. 164. la divinità. quelli rotondeggianti nel luogo degli altri rotondeggianti. degli uccelli canterini. ma la gamma delle tecniche più importanti. È verosimile che per Democrito valesse anche per la formazione delle società umane. le leggi e la religione. qui per il vortice prodotto dal vaglio si dispongono separatamente lenticchie con lenticchie. 154)2. 164)1. T133 Democrito: la nascita della società e della cultura Alcuni frammenti di Democrito attestano il suo interesse per il problema delle origini delle istituzioni e della cultura delle società umane. opera mirabilmente varia del sapiente artefice. 33. Noi siamo stati discepoli delle bestie nelle arti più importanti: del ragno nel tessere e nel rammendare. del cigno e dell’usignuolo nel canto. 2. LATERZA & FIGLI. Egli ravvisa nel mondo animale una fonte di insegnamenti per gli uomini. ROMA-BARI . Chi parla è Sesto Empirico. con l’imitazione (fr. costruì con la parola. dell’arte (tèchne) che imita la CAMBIANO-MORI • © 2011. come colombi con colombi. e servendosi di essi. T132 T133 sia all’interno del mondo animale. là donde s’avanza fulgida la massa rovente del sole. Egli ritiene che la formazione delle società umane consista nell’aggregazione del simile con il simile e ravvisa nelle leggi gli strumenti per preservare dalla discordia e dai conflitti sociali e forse in questo senso sembra preferire la democrazia alla tirannide. orzo con orzo e frumento con frumento. e così via per tutti gli altri esseri privi di ragione. donde l’umida pioggia sovra la terra scende. della rondine nel costruire le case. Di qui si genererà la nota dottrina. 1. ma trae la sua origine dalla paura provata dagli uomini di fronte all’imponenza dei fenomeni atmosferici e meteorologici. e lo stellato corpo del cielo. come è possibile vedere nei semi che vengono passati al vaglio e nei ciottoli sulle spiagge. che inventano le tecniche imitando procedure impiegate anche dagli animali. 3. dove vedeva esserci lampi. Democrito Frammenti. e orrendi rombi di tuoni. fatta propria anche da Aristotele. Al tempo stesso concepisce la società come il risultato di aggregazioni di elementi simili.

la religione è considerata un’invenzione umana. natura T54. infatti è l’invidia che suscita la discordia (fr. dove noi Greci ora diciamo essere l’aria. Democrito Frammenti. 249). 245. ma in Democrito non compare la tesi che essa sia uno strumento escogitato per impedire le ingiustizie. il conflitto civile. In questo frammento di Democrito la natura è rappresentata dagli esseri viventi diversi dall’uomo. se gli uomini non si danneggiassero l’un l’altro. La guerra civile è dannosa all’una e all’altra delle parti in lotta: perché è ugualmente una rovina pei vincitori e pei vinti (fr. in particolare quello tra ricchi e poveri. in caso contrario insorge la stàsis. 3. le leggi sarebbero inutili e ciascuno potrebbe vivere in piena libertà: la libertà è. 33)3. ed egli dona e toglie. 4. Per un rapporto analogo tra nòmos e natura T107. come in Crizia T132. CAMBIANO-MORI • © 2011.03_Come vivere. T134 Democrito: il conflitto e le leggi Per Democrito la legge è uno strumento introdotto dagli uomini per impedire le ingiustizie reciproche. 249. è invece il calcolo lo strumento che permette di risolvere i conflitti. ROMA-BARI T133 T134 . 248). ma può procurarlo soltanto quando gli uomini stessi vogliano adattarsi alle condizioni vantaggiose. 245). quanto è da preferirsi la libertà alla servitù (fr. [dicono]: «Tutto delibera Zeus seco stesso e sa tutto. rovinoso per tutte le parti in lotta. Se l’ingiustizia non si generasse tra gli uomini. GIUS. contemporaneo di Platone. che tuttavia sono portatori di capacità tecniche. Anche qui. 251). ed è signore su tutte le cose» (fr. 30)4. ed infatti la legge mostra la propria efficacia a coloro che accettano di obbedirla (fr. Per un pitagorico come Archita. 251 Le leggi non ci impedirebbero di vivere ciascuno con tutta la propria libertà. dunque. ossia la democrazia. La legge ha l’intento di procurare vantaggio all’esistenza degli uomini. La povertà sotto un governo democratico è tanto preferibile al cosiddetto benessere che offrono i governi tirannici. LATERZA & FIGLI.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 733 La città e le leggi 733 La natura e l’educazione sono assai simili: perché l’educazione trasforma l’uomo e trasformandolo ne costituisce la natura (fr. Essa può quindi avere efficacia soltanto se c’è consenso da parte dei cittadini nell’obbedire a essa. Alcuni pochi tra gli uomini sapienti. per Democrito valore primario e in questo senso è preferibile la forma politica che maggiormente la garantisce. levando le mani verso l’alto. 248.

o apprendendo da altri o trovando da te stesso. anche codici di comportamento professionale. che è una delle vie fondamentali per pervenire alla conoscenza. Per esso infatti ci accordiamo nelle relazioni d’affari. una certa tendenza a rifiutare il ricorso alla pratica chirurgica. ROMA-BARI . il calcolo deve essere trasmesso con l’insegnamento. T136 Ippocrate: il giuramento Sotto il nome di Ippocrate è tramandato un breve scritto contenente il giuramento pronunciato dal medico che si avvia alla professione: è il primo scritto di etica professionale a noi noto. attraverso la scoperta personale o per apprendimento da altri. incominciano a elaborarsi già tra V e IV secolo a. trattenendo dalla colpa quelli che sanno contare. cercare è impossibile. avendo fiducia e gli uni e gli altri di avere la parte loro. il calcolo appare anche lo strumento fondamentale per dirimere i conflitti tra ricchi e poveri ed effettuare correttamente le transazioni commerciali. c’è invece parità. più recente sembra. Non è possibile che ci sia sopraffazione da che esso è stato trovato. Questa distinzione tra due modi di pervenire alla conoscenza. La scoperta del calcolo ha fatto cessare le discordie e ha accresciuto la concordia. invece. Il calcolo è strumento di giudizio e impedisce i torti. così come non è da escludere che sia il risultato di una serie di integrazioni successive.03_Come vivere. 3 Bisogna che tu. direttamente coinvolto nell’attività di governo della sua città. infatti. è presente anche nella contemporanea riflessione platonica. GIUS. se non si conosce. È difficile determinare la data di composizione di esso. Il calcolo è dunque un mezzo privilegiato per raggiungere la concordia tra i cittadini. mostrando che in esso fanno torto altrui (fr. Archita Frammenti. Per mezzo suo i poveri ricevono dai ricchi e i ricchi dànno ai poveri.qxp:03_come_vivere 734 4-04-2011 20:09 Pagina 734 Come vivere? T135 Archita: il conflitto e il calcolo Nella prospettiva di Archita. impari a conoscere le cose che ancora non conosci. si trova da soli e con le sole proprie forze. S’apprende da altri e con aiuto altrui.C. il cui documento più cospicuo è per noi rappresentato dal cosiddetto giuramento di Ippocrate. ma. trovare cercando è facile e pronto. soltanto in età più tarda la figura del medico si scinde da quella del chirurgo. una separazione che si protrarrà sino all’epoca moderna. Decisamente arcaico è il riferimento alla famiglia come luogo privilegiato di trasmissione della professione. Trovare senza cercare è difficile e raro. Alcuni interpreti hanno voluto scorgere nel rifiuto della chirurgia la traccia del divieto T135 T136 CAMBIANO-MORI • © 2011. La scoperta di esso appare dunque ad Archita un momento decisivo nella vicenda degli uomini. è frutto di ricerca. e impedisce del pari quelli che non sanno contare. L’altra via è costituita invece dall’apprendimento di ciò che ci viene trasmesso da altri. Ma oltre le norme e le leggi che regolano la vita dell’intera società o dei singoli individui. ma questa scoperta non è stata casuale. 3). Una volta scoperto. Nell’antichità. LATERZA & FIGLI. col mostrare che la loro colpa non rimarrà celata quando si ricorra ad esso.

pochi anni dopo l’epidemia di peste che aveva invaso la città. Riterrò chi mi ha insegnato quest’arte pari ai miei stessi genitori. astenendomi dal recar volontariamente ingiustizia e danno. In quante case entrerò. liberi o schiavi. GIUS. Mi varrò del regime per aiutare i malati secondo le mie forze e il mio giudizio. Se invece sarò trasgressore e spergiuro. lo tacerò ritenendolo alla stregua di un sacro segreto. Non opererò neppure chi soffre di mal della pietra.03_Come vivere. e su gli dei tutti e le dee. ROMA-BARI T136 . mi incolga il contrario di ciò. Così come di sapore pitagorico è anche la promessa di mettere i propri beni in comune con i propri maestri. ravvisando in Asclepio il loro capostipite. Corpus Hippocraticum Il giuramento di Ippocrate Giuro su Apollo medico e su Asclepio e su Igea e su Panacea1. senza compensi né impegni scritti. Ciò significa che rimanendo in Atene egli ha di fatto stipulato un patto con la città e con le sue leggi. 1. ma mi asterrò dal recar danno e ingiustizia. ma lascerò il posto ad uomini esperti di questa pratica. Non darò a nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone. Verso la fine del VI secolo a.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 735 I filosofi tra la città e il cosmo 735 pitagorico di spargere il sangue di esseri viventi. rifiutando di fuggire dal carcere dopo la condanna. capace di guarire tutto. trasmetterò gli insegnamenti scritti e verbali e ogni altra parte del sapere ai miei figli così come ai figli del mio maestro e agli allievi che hanno sottoscritto il patto e giurato secondo l’uso medico. sia perché si dimostra fedele alle leggi della città. ma a nessun altro. di tener fede secondo le mie forze e il mio giudizio a questo giuramento e a questo patto scritto. e specialmente da ogni atto di libidine sui corpi di donne e uomini. LATERZA & FIGLI. I filosofi tra la città e il cosmo Socrate è per Platone l’esemplare del filosofo e insieme del miglior cittadino. padre dei medici guerrieri Macaone e Podalirio. e quando ne abbia bisogno lo ripagherò del mio debito e i suoi discendenti considererò alla stregua di miei fratelli. chiamandoli a testimoni. Per parecchio tempo i medici si chiamarono Asclepiadi. tenuto da tutti e per sempre in onore. sia perché mostra continua preoccupazione per il miglioramento dei suoi concittadini e quindi per il bene stesso della città. Se dunque terrò fede a questo giuramento e non vi verrò meno. celebre è quello di Epidauro. e insegnerò loro quest’arte. tale culto entra ufficialmente in Atene. e anche al di fuori di essa nei miei rapporti con gli uomini. mi sia dato godere il meglio della vita e dell’arte. né mai proporrò un tale consiglio: ugualmente non darò alle donne pessari per provocare l’aborto. se mai non debba essere divulgato attorno. CAMBIANO-MORI • © 2011. e metterò i miei beni in comune con lui. la sua figura viene deificata e il suo culto si diffonde nel mondo greco in templi a lui dedicati. Igea è la personificazione della salute e Panacea quella del rimedio universale. se desiderano apprenderla.C. Verso il 420 a. pur essendogli possibile. andrò per aiutare i malati. E quanto vedrò e udirò esercitando la mia professione. Nell’Iliade Asclepio è un re tessalo. Preserverò pura e santa la mia vita e la mia arte.C.

è mostrare come egli agisca sempre per il bene della città. Egli introduce a tale scopo quella che in linguaggio retorico è chiamata prosopopea: con essa si fanno parlare entità personificate. Critone. Crit.qxp:03_come_vivere 736 4-04-2011 20:09 Pagina 736 Come vivere? T137 Platone: il filosofo e le leggi della città Il Critone è uno dei primi dialoghi composti da Platone. Crit. ROMA-BARI . Socrate andrebbe non tanto contro una legge particolare (in questo caso. CAMBIANO-MORI • © 2011. rifiutando in questo caso d’indebolire con la sua fuga l’autorità delle leggi. non meravigliarti delle nostre parole. quella consistente nell’esecuzione di una condanna inflitta da un tribunale regolare). Risponderemo ad essi: «La città ci ha fatto ingiustizia e non ha sentenziato rettamente»? Risponderemo questo o che cosa? Questo. Allora considera la cosa così. Socrate. Che cosa hai da rimproverare a noi e alla città. tu e noi. o piuttosto di attenerci alle sentenze pronunciate dalla città?» Se ci meravigliassimo delle loro parole. il suo più vecchio e fedele discepolo. le leggi e l’intera città. in difesa di questa legge infranta. facciamo male a qualcuno e precisamente a chi meno si dovrebbe. Obiettivo di questa presentazione platonica di Socrate. Se fuggisse. GIUS. forse risponderebbero: «Socrate. In questo caso si tratta delle leggi della città. «E a quelle che regolano l’al- 1. senza allontanarsi da essa. Critone cerca di convincerlo a fuggire. o no? E ci atteniamo a ciò che abbiamo riconosciuto giusto o no? Non so rispondere alla tua domanda. Socrate. rimproveri di non essere buone?» «Non rimprovero nulla». Ma una comunità può sussistere soltanto se è legge che le sentenze pronunciate siano efficaci.03_Come vivere. Se. ci siamo accordati anche in questo. anzi sono rese inefficaci e distrutte da privati cittadini?». per cercare di distruggerci? Prima di tutto. che cosa risponderemmo. Nel momento in cui Socrate ha accettato di vivere nella città. a queste e altre simili parole? Molte cose si potrebbero dire. la quale prescrive che le sentenze pronunciate abbiano vigore1. 49e-53a [Socrate. se le leggi dicessero: «Socrate. egli ha accettato anche questa condizione. soprattutto da parte di un retore. mentre siamo sul punto di scappare di qui o come altrimenti si debba dire. risponderei. Critone] Socr. In esso è rappresentata una conversazione tra Socrate e Critone. anche se nel caso particolare può sembrare ingiustamente applicata. E che cosa risponderemmo. non siamo noi che ti abbiamo fatto nascere? Non è per mezzo nostro che tuo padre sposò tua madre e ti generò? Rispondi dunque: a quelle leggi tra noi che regolano i matrimoni. quanto contro T137 l’idea stessa di legge. dopo la condanna inflitta dal tribunale a Socrate. che Socrate immagina apparirgli in sogno e parlargli. Se ce ne andiamo di qui contro il volere della città. per Zeus. che cosa hai in mente di fare? Con quest’azione cui ti accingi non pensi forse di distruggere noi. per quanto sta in te? Credi che possa ancora esistere e non essere sovvertita quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno forza. perché non capisco. Socr. La legge è tale solo se ha vigore. Socr. Socrate. si fermassero davanti e dicessero: «Dimmi. ma rispondi: anche tu sei solito servirti del domandare e rispondere. arrivassero le leggi e l’insieme della città. Platone Critone. LATERZA & FIGLI. che avviene in carcere. ma Socrate risponde esponendo le ragioni che lo inducono a rimanere e ad accettare la condanna a morte.

prescrivendo a tuo padre di educarti nella tecnica delle Muse e nella ginnastica?» «Bene». L’obbedienza alle leggi non è puramente passiva: il cittadino può tentare di mostrare che esse sbagliano. In Atene il padre. per cui. in cui anche tu sei stato educato? Le leggi dirette a questo scopo non hanno disposto bene. lo si deve fare. ma in guerra. quando sia stato iscritto come cittadino4 e conosca le faccende della città e noi leggi. al padre e al padrone. dichiariamo tuttavia di aver dato a chiunque degli Ateniesi lo desideri.03_Come vivere. GIUS. la possibilità. obbedita e venerata più di un padre. e non si deve cedere né ritirarsi né abbandonare il proprio posto. che abbiamo partecipato a te e a tutti gli altri cittadini tutti i beni di cui disponevano. allora deve accettare quanto è stabilito e comminato da esse. dunque. e l’educazione dei figli. se non siamo di suo gradimento. La residenza in città è considerata come segno di questa accettazione di fatto. Nessuna di noi leggi ostacola o vieta a chi di voi vuole andare in colonia. cioè che non è giusto ciò che ora cerchi di farci. «Sia. risponderei. con la conseguente assunzione dei relativi diritti e doveri politici. venerabile e sacra della madre. diciamo che costui di fatto ormai ci ha dato il consenso che farà ciò che ordiniamo. non avevi cioè il diritto di ricambiare i mali che ne subivi e di ribattere se oltraggiato e percuotere se percosso e altre cose simili. di andare dove vuole. a queste parole? Che le leggi dicono la verità o no? A me pare di sì. iscriveva il figlio maschio nel demo. si è integrati nella città e perciò si accettano le regole che la reggono. se ci conduce in guerra per essere feriti o morire. 3. nel tribunale e ovunque bisogna fare ciò che la città e la patria comandano o persuaderla da che parte è il giusto. credi che tra te e noi i diritti siano uguali e che tu abbia il diritto di ricambiare qualsiasi cosa noi tentiamo di farti? O mentre di fronte a tuo padre o al tuo padrone. dunque. tu e i tuoi progenitori? Se è così. «Osserva. e nostro servo. se ne avevi uno. e si deve o persuaderla3 o fare ciò che comanda e soffrire se ci impone di soffrire con tranquillità. come lo è il rapporto tra figlio e padre e tra schiavo e padrone: come il figlio e lo schiavo devono tutto. 737 levamento. In tal modo anche il figlio diventava cittadino a pieno titolo. LATERZA & FIGLI. Ma chi di voi rimane qui e vede il modo con cui pronunciamo le sentenze e amministriamo la città nel resto. ma se non riesce a farlo persuasivamente. potresti dire in primo luogo di non essere nostro figlio.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 737 I filosofi tra la città e il cosmo Crit. mentre non è cosa santa fare violenza alla madre e al padre ed ancor meno alla patria?» Che cosa risponderemo. rispettivamente. CAMBIANO-MORI • © 2011. Nel momento dell’iscrizione. del padre e di tutti gli altri progenitori ed è tenuta in maggior conto dagli dei e dagli uomini intelligenti? e che la patria anche nella sua ira deve essere rispettata. di mandare a morte noi. il tuo diritto non era uguale al loro. tu che pratichi veramente la virtù? O sei così sapiente da non esserti accorto che la patria è più pregevole. Noi che ti abbiamo generato. per quanto ti è possibile. Il rapporto tra il cittadino e le leggi della città è asimmetrico. cercherai in cambio. di fronte alla patria e alle leggi invece questo ti sarà permesso. «se è vero ciò che diciamo. diciamo 2. Socrate». Ma poiché sei nato e sei stato allevato ed educato. perché questo è giusto. cittadino. potrebbero continuare le leggi. Critone. educato. se noi e la città non siamo di suo gradimento. e se egli non obbedisce. di prendere le proprie cose e andarsene dove vuole. Socr. e dirai che facendo questo agisci giustamente. ROMA-BARI T137 . o a risiedere in qualche paese straniero. 4. se tentiamo di mandarti a morte ritenendolo giusto. e lasciarsi percuotere o incatenare e. allevato. le leggi e la patria2. ossia nella circoscrizione di appartenenza. così il cittadino deve tutto alle leggi della città in cui è stato allevato ed educato. con le proprie cose.

hai generato figli. nel Pritaneo. se non ti fosse particolarmente piaciuta. mentre egli non fa né una cosa né l’altra. sono quelle di Potidea (tra il 432 e il 429 a. ho dato il consenso a questo patto. Ci hai scelte così pienamente e hai accettato di vivere sotto il nostro governo e qui. e non meno. Anche tu. come i vincitori dei giochi olimpici. incorrerai in queste accuse. se farai ciò che pensi. Ma tu allora ti vantavi di non addolorarti di dover morire. né ti ha mai preso desiderio di conoscere un’altra città e altre leggi. di cui si facevano garanti alcuni suoi amici e discepoli. tranne una volta all’Istmo5. ma lasciamo la scelta di una delle due cose: o di persuaderci o di eseguire. Socrate. quella di essere ospitato. scappando dalla città». col consenso della città. Ora invece smentisci quei discorsi e non hai rispetto di noi leggi. né obbedisce né cerca di persuaderci. Che cosa dobbiamo rispondere a questo. giustamente forse esse mi investirebbero. anzi noi e la nostra città ti bastavamo.). non per necessità né perché ingannato o costretto a decidere in poco tempo. Tu invece non hai preferito né Lacedemone né Creta.qxp:03_come_vivere 738 4-04-2011 Pagina 738 Come vivere? Crit. GIUS. «Allora». alle quali si allude. anzi affermavi di preferire la morte all’esilio. le leggi. Non sei mai uscito dalla città per partecipare a processioni. E se io chiedessi: «Perché?». non hai mai viaggiato all’estero. Socr. tra l’altro. ciò che ora tenti di fare contro la sua volontà. Ogni due anni si svolgevano a Corinto i giochi istmici in onore di Poseidone. quantunque noi proponiamo e non imponiamo rudemente di fare ciò che comandiamo. abbiamo grandi prove che noi e la città eravamo di tuo gradimento: non avresti abitato in essa più di tutti gli altri Ateniesi. nel processo stesso6. né alcun’altra città ellenica o straniera. ma addirittura una ricompensa. Le spedizioni militari. ma in settant’anni. se non eravamo di tuo gradimento e gli accordi non ti sembravano giusti. dei ciechi e degli altri mutilati. Socrate. anzi più di tutti gli Ateniesi». dopo aver consentito ad obbedirci. rispondi se diciamo o no la verità. Dapprima Socrate avrebbe proposto non una pena. come fanno gli altri uomini. sebbene avessi dato il tuo consenso. più degli altri Ateniesi. tanto ti piaceva. Inoltre. comunque. Il sistema processuale ateniese prevedeva che il cittadino riconosciuto T137 20:09 colpevole avesse la facoltà di proporre lui stesso il tipo di pena.03_Come vivere.C. se non per spedizioni di guerra. tentando di scappare contro i patti e gli accordi secondo i quali avevi convenuto con noi di essere governato. dunque. nei quali avresti potuto andartene. a spese della città. e così fare. che commette ingiustizia in tre modi: 1) perché disobbedisce a noi che lo abbiamo generato. Innanzi tutto. CAMBIANO-MORI • © 2011. anzi sei uscito da essa meno degli zoppi. che la città doveva essere di tuo gradimento. questa città e noi. tra i quali Platone. un edificio pubblico. perché a chi può piacere una città senza leggi? E ora ti attieni o no ai patti? Sì. Socrate. Critone? Non dobbiamo forse ammetterlo? Necessariamente. Ciò che già durante il processo Socrate aveva rifiutato era. 5. LATERZA & FIGLI. «violi i patti e gli accordi assunti con noi. E potrebbero dire: «Socrate. 6. se ci ascolti: così non diverrai ridicolo. più degli altri Ateniesi. di Delio (nel 424) e di Anfipoli (nel 422). non sei mai andato altrove. che pure dici sempre che sono rette da buone leggi. tenti di distruggerci e ti comporti come il più vile dei servi. ROMA-BARI . dio del mare. quando affermiamo che tu a fatti e non a parole hai convenuto di essere governato sotto di noi». avevi la possibilità di proporti per la condanna all’esilio. ricordandomi che io. Successivamente egli propose il pagamento di una multa. 3) perché. 2) perché disobbedisce a noi che l’abbiamo allevato. se volevi. potrebbero dire. se non facciamo bene qualcosa. evidentemente. la pena dell’esilio.

bensì ha dedicato tutta la sua vita a far sì che i propri concittadini diventassero quanto migliori possibile: in questo senso egli è il vero educatore e il miglior politico. Questi non sono meriti politici in senso tradizionale. se ascoltate me. come qualcuno potrebbe credere. Un altro così non vi nascerà facilmente. Se mi ucciderete. Se da ciò ricavassi qualche vantaggio e mi facessi pagare per i miei consigli. io ora sono ben lontano dal difendere me stesso. quindi. Questo. che. mentre in pubblico non osi presentarmi al popolo per consigliare alla città il vostro interesse. come chi è svegliato quando sonnecchia. non vi manda qualcun altro. è come una voce. ascoltando Anito. parlo per voi. perché egli si tenne sostanzialmente lontano dalla politica attiva. che anche Meleto ha indicato scherzando nell’atto di accusa. Ma forse irritati come siete con me. Vi presento un testimone sufficiente. Platone Apologia di Socrate. 30d-32a Ateniesi. credo. non cessi mai di starvi appresso per tutto il giorno. a proposito del dono che il dio vi ha fatto. in tal modo. che non facciate uno sbaglio condannando me. infatti. mi menate colpi e. egli conclude la propria difesa vantando i propri meriti nei confronti della città. dell’intera città. della verità delle mie parole: la mia povertà. La città. Così mi pare che il dio mi abbia imposto alla città affinché stimolandovi. GIUS.03_Come vivere. preoccupato per voi. per persuadervi a curarvi della virtù. per la sua grandezza un po’ pigro e bisognoso di essere stimolato da un tafano. che pure mi hanno mosso cosi sfacciatamente tutte le altre accuse.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 739 I filosofi tra la città e il cosmo 739 Ma Socrate non soltanto è rimasto fedele alle leggi. ROMA-BARI T138 . non è un’entità astratta. una ragione ci sarebbe. come un padre o un fratello maggiore. persuadendovi e rimproverandovi uno per uno. Forse potrà sembrare strano che in privato io vada in giro a dare questi consigli e ad occuparmi delle cose altrui. mi risparmierete. Prima che i giudici si apprestino a condannarlo o assolverlo. che è in me fin da bambino. Ma sono politici in un nuovo significato: Socrate si presenta come il vero educatore dei suoi concittadini. che – anche se è ridicolo dirlo – sia stato posto dal dio proprio accanto alla città come ad un grande e nobile cavallo. LATERZA & FIGLI. Inizialmente egli si difende dalle accuse di non credere negli dèi della città e di corrompere i giovani. non sono riusciti ad avere l’impudenza di presentare una testimonianza che io abbia mai ottenuto o preteso un compenso. ma coincide con i suoi membri. mi distoglie sempre da ciò che sto per fare e non mi spinge CAMBIANO-MORI • © 2011. se il dio. mi manderete facilmente a morte e poi continuerete a dormire per il resto della vita. cittadini. che io abbia trascurato tutti i miei affari e sopporti che già da tanti anni le cose di casa mia siano trascurate e mi occupi invece sempre del vostro interesse. avvicinandomi a ciascuno in privato. T138 Platone: il filosofo e l’educazione della città Nell’Apologia di Socrate è esposto il discorso in prima persona che Socrate avrebbe pronunciato davanti ai giudici nelle varie fasi del processo. ma vedete anche voi ora che i miei accusatori. quando si fa sentire. in ogni luogo. non troverete facilmente un altro simile a me. colui che li stimola a occuparsi del bene della propria anima e. La causa di questo è ciò che mi avete sentito dire sovente in molti luoghi: che in me c’è qualcosa di divino e di demonico. lo potrete capire da questo: non sembra umano. Che io abbia potuto esser donato dal dio alla città.

attraverso la confutazione preliminare del loro falso e presunto sapere. quindi. perché egli avrebbe dovuto opporsi a molti atti ingiusti. Non irritatevi con me. Ateniesi. avrebbe potuto essere insegnata. quella dei poveri e quella dei ricchi. Nelle città storicamente esistenti esiste una lotta per il potere e il titolo legittimo per governare non è ravvisato nel possesso di una forma di conoscenza che renda capaci di governare. da Trasimaco ai due fratelli di Platone. Le città storicamente esistenti sono in realtà divise in due città in conflitto tra loro. T130 La morte di Socrate rappresenta per Platone un trauma e lo induce a cercare i motivi per i quali l’uomo migliore è stato messo a morte dalla città di Atene. Nei modi in cui si svolge la vita T138 T139 politica in Atene. CAMBIANO-MORI • © 2011. 2. Ciò che Socrate intende dire è che il filosofo non può essere politico in una città corrotta. Ma la funzione di questa voce è puramente inibitrice. il compito di governare sarà attribuito ai filosofi. Senofonte. che se da un pezzo avessi intrapreso ad occuparmi di politica. nella quale le ingiustizie non possono essere contrastate se non rischiando la morte. ambientato nella casa del vecchio Cefalo al Pireo.qxp:03_come_vivere 740 4-04-2011 20:09 Pagina 740 Come vivere? mai a nulla. che si esprime in determinati momenti della sua vita sotto forma di voce. secondo Socrate. un intervento attivo da parte di Socrate in essa avrebbe avuto per lui soltanto conseguenze negative. attraverso i canali consueti dell’attività politica e nei luoghi deputati a essa.03_Come vivere. È un dialogo in forma indiretta. LATERZA & FIGLI. se dico la verità: non c’è nessuno che possa salvarsi. Nella città giusta invece. Il segno tangibile che i politici ateniesi del passato non possedevano affatto la tecnica politica. mi pare1. T139 Platone: la città temperante e giusta La Repubblica è una delle opere più ampie di Platone: essa fu suddivisa in dieci libri. se si oppone sinceramente a voi o ad ogni altra moltitudine e impedisce che molti atti ingiusti e illegali avvengano in città. bensì soltanto attraverso un’educazione capillare dei singoli e. secondo Platone. È questo che mi impedisce di occuparmi di politica e fa bene ad impedirmelo. le attribuisce una funzione anche propositiva. di incitamento a determinate azioni. GIUS. se vuole salvarsi anche per poco tempo. faccia vita privata e non pubblica2. Il dèmone di Socrate è presentato da Platone non tanto come un’entità. quanto come un evento. Questa affermazione non è la teoria dell’impossibilità assoluta per il filosofo di essere politico. Ciò significa che a dominare in esse è l’ingiustizia. Adimanto e Glaucone. Di qui la necessità di individuare quali siano i caratteri di una città giusta. La trasformazione di questa città ingiusta non può avvenire. invece T173. Il punto di partenza della discussione è la domanda: che cos’è la giustizia? Per rispondere più facilmente a essa l’indagine è spostata dal piano individuale a quello più ampio della città: quando si può dire che sia giusta una città? Per chiarire questo punto Socrate collega la 1. da un pezzo sarei morto e non sarei stato utile né a voi né a me. addestrati con un lungo tirocinio a pervenire alla conoscenza del bene. ROMA-BARI . ma nella migliore delle ipotesi soltanto un’opinione corretta su quanto è necessario fare per governare []. nella quale anche i filosofi possano trovare una loro adeguata collocazione: il principio fondamentale di essa è che ciascuno svolga la funzione per la quale ha attitudini naturali. è necessario che chi combatte realmente in difesa della giustizia. Sapete bene. tra Socrate e vari interlocutori. è dato dal fatto che essi erano incapaci di trasmettere la loro capacità politica ai propri figli: se tale capacità fosse consistita in un sapere tecnico.

Essa non è altro che la virtù del consenso: tutti i cittadini convengono sul fatto che la funzione di governo deve essere svolta soltanto da coloro che sono in grado di svolgerla. è necessario che anche la parte appetitiva dell’anima riconosca che è giusto che sia la ragione a dominare. queste considerazioni mirano a caratterizzare la temperanza come la virtù del consenso. rispose. la temperanza. alla giustizia come esecuzione da parte di ciascun cittadino dei compiti che gli appartengono per natura. Essa è una prerogativa propria dell’individuo che sa sottoporre le proprie passioni al controllo della razionalità e quindi non subordina la ragione ai piaceri e alle emozioni. come dicono quando usano. rispose. si deve accompagnare un’altra virtù. guarda la nostra nuova città. feci io. l’espressione ‘più forte di se stesso’ e altre simili che rivelano come le tracce della temperanza. Per questo è essenziale che la temperanza. ed è vero quello che dici. Trasferite sul piano politico. – Lo guardo. anche la funzione di governare deve essere svolta. li troverai in poche persone. Il termine greco tradotto con «temperanza» sophros`yne. a mio parere questa locuzione significa che nel medesimo individuo. e chi più debole più forte: in tutte queste espressioni si tratta della medesima persona. esistono due elementi in uno. rispose. Esso consente di raggiungere l’armonia nella città. Questa discussione sulla temperanza presuppone una concezione dell’anima articolata in parti. e quando l’elemento naturalmente migliore s’impone sul peggiore. – Invece i desidèri semplici e misurati. guidati dalla ragione insieme con l’intelletto e con la retta opinione. – Ebbene. – Sì. sembra che significhi così. e vi riscontrerai uno di questi elementi: dirai che con ragione lo si definisce ‘più forte di se stesso’. ripresi. ciascuna delle quali tende a dominare l’altra. allora si usa l’espressione ‘più forte di se stesso’.03_Come vivere. – E non vedi che questo si verifica anche nella tua città? e che qui gli appetiti del1. 430e-433d La città temperante – Secondo me. Ma per essere temperanti non è sufficiente che la ragione domini. CAMBIANO-MORI • © 2011. – Molti appetiti. da coloro che hanno le doti naturali appropriate per esercitarla. come tutte le altre funzioni. sia virtù propria di tutte le componenti della città e non di una soltanto: senza di essa la città sarebbe in preda ai conflitti. Ancora una volta il modello per descrivere questa situazione è dato dall’opposizione libero-schiavo: l’uomo intemperante è l’analogo dello schiavo. – Senza dubbio. dunque. l’altro peggiore. – È vero. Platone Repubblica. non so in che modo. la temperanza1 è una sorta di ordine e di continenza di piaceri e appetiti. Quando invece per un cattivo sistema educativo o per qualche relazione l’elemento migliore si riduce più fiacco e viene dominato dal peso del peggiore. ottimamente dotate ed educate. GIUS. entro l’anima sua. – Ma. gli si muove questo biasimo sotto forma di rimprovero. Inoltre.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 741 I filosofi tra la città e il cosmo 741 nozione di giustizia alla divisione dei compiti. donne e servi. La condizione della schiavitù si pone come estranea e contraria al dominio della ragione. l’uno migliore. ma tra i compiti che debbono essere svolti nella città vi è anche quello di governo. piaceri e dolori. attribuendo il potere a coloro che posseggono le doti adeguate per esercitarlo. e nella massa mediocre delle cosiddette persone libere. rispose. che significa letteralmente «sana intelligenza». Non è vero? – Assolutamente. una razionale e una appetitiva. se è vero che ciò la cui parte migliore comanda alla peggiore dev’essere chiamato temperante e ‘più forte di se stesso’. – Certamente. di ogni genere si troveranno specialmente in fanciulli. – E non è ridicolo dire ‘più forte di se stesso’? Perché chi è più forte di se stesso sarà anche ‘più debole di se stesso’. La condizione perché ciò avvenga è che questi siano in possesso di un sapere adeguato alla funzione di governo. a differenza della sapienza e del coraggio. ed è certo un elogio. LATERZA & FIGLI. ROMA-BARI T139 . e si chiama ‘più debole di se stessa’ e intemperante la persona che si trova in questa condizione.

rispose. Glaucone. Così avremmo piena ragione di affermare che questa concordia è la temperanza: naturale accordo degli elementi peggiore e migliore su quale dei due abbia diritto a governare nella città come in ogni individuo2. se in un’altra città governanti e governati hanno la stessa opinione su chi deve governare. come cacciatori. – Bene. anche questa nostra si deve definirla così. e credo che la giustizia non ci sfuggirà affatto. e noi. quello in un’altra. – Ebbene. ma si estende alla città tutta intera e fa cantare insieme. Ora. Ma per me sarà già parecchio. feci io. mio benedetto amico. – Magari lo potessi!. fin dal principio. – È una bella notizia!. disse. disse. mi sembra che. – Vedi. Le tre virtù sinora considerate sono la sapienza. ripresi. Eravamo ben ridicoli! Come coloro che tengono tra le mani un oggetto e talvolta lo cercano. ciò potrà verificarsi pure nel nostro. se forse potrai vederla prima di me e indicarmela. con i termini connessi come preda. li voglia tu classificare così in base all’intelligenza o al vigore o al numero o ai denari o a qualunque altro simile criterio. LATERZA & FIGLI. quale sarà mai la residua. – Ora. quando si tratta di descrivere la ricerca filosofica: la metafora della caccia. ci dobbiamo disporre in cerchio attorno a un cespuglio e stare attenti che da qualche parte non ci sfugga via la giustizia e svanendo divenga invisibile3. si deve. che poco fa indovinavamo giusto considerando la temperanza simile a una specie di armonia? – Perché mai? – Perché essa differisce dal coraggio e dalla sapienza. La temperanza presuppone dunque una disuguaglianza tra i cittadini: essa è la condizione che consente di rendere armonica e cooperatrice questa disuguaglianza. su tutta la scala. ripresi. la nostra situazione! – Quale? – È un pezzo. il coraggio e la temperanza. rispose. feci io. ci passava inosservata. non la vedevamo. all’unisono. il luogo appare impraticabile e pieno d’ombra: è davvero tenebroso e difficile a esplorarsi.qxp:03_come_vivere 742 4-04-2011 20:09 Pagina 742 Come vivere? la maggioranza mediocre sono dominati dagli appetiti e dall’intelligenza di una minoranza migliore? – Lo vedo. anche noi non la guardavamo. dissi. – Senz’altro. – E per tutto ciò non si deve definirla anche temperante? – Certo. quella che accrescerà ulteriormente la virtù della nostra città? È chiaro che è la giustizia. per chi anela ad ascoltare. 3. forse abbiamo una traccia. Essa è virtù comune a tutti i membri della città. rispose. – Certo che. ma continuavamo a indagare in direzioni lontane e anche per questo forse. – È davvero ben sciocca. in quale di queste due categorie di cittadini si trova. almeno così sembra. disse. non abbiamo compreso nemmeno noi che in certo modo parlavamo proprio di essa. – Sì. se sarò in grado di starti dietro e di scorgere quello che mi viene indicato.03_Come vivere. ora è il momento in cui. Sono pienamente d’accordo. La temperanza invece non agisce così. tracce ecc. rispose. GIUS. – Come dici? Così. Non ti sembra? – Certissimo. risposi. che essa sembra rivoltarcisi tra i piedi. ma tu guidami. quando hanno questa identità d’opinione? Nei governanti o nei governati? – Negli uni e negli altri. i più vigorosi e i mediani. risposi. toh!. 2. secondo te. Ricorre qui un’altra frequentissima metafora dei dialoghi platonici. nella nostra città si sono vedute tre doti. – Ebbene. ROMA-BARI . e così la rendevano rispettivamente sapiente e coraggiosa. – Se dunque per una città si devono usare le espressioni ‘più forte dei piaceri e degli appetiti’ e ‘più forte di se stesso’. pur discutendone da un pezzo. la temperanza. E io scrutando: – Oh! oh!. disse. È evidente che essa è qui. CAMBIANO-MORI • © 2011. i più deboli. mentre il coraggio è proprio dei soli guerrieri e il sapere dei soli filosofi. – Lungo è il proemio. disse. e seguimi. – È chiaro. Pure si deve andare. che si trovavano questo in una parte della città. in qualche parte: guarda dunque e sforzati di scorgerla. Glaucone. – Prega con me. rispose. – Lo farò. attraverso l’accettazione del proprio stato di subordinazione e d’inferiorità da parte T139 degli elementi inferiori rispetto a quelli superiori. ammise.

se realizzato in un determinato modo. permette loro di conservarsi. – Sì. Solo così la città potrà funzionare nel modo migliore. Ora. LATERZA & FIGLI. sì. ROMA-BARI T139 . Secondo me. se rammenti. il coraggio e l’intelligenza. compresa quella di governare. l’abbiamo ripetuto. In precedenza. richiedono doti naturali specifiche: esse saranno quindi svolte soltanto da alcuni cittadini. per essere svolte bene. secondo Platone: del resto anche una banda di briganti. Sai da che cosa lo congetturo? – No. questa virtù per la quale ciascun individuo esplica il proprio còmpito senza attendere a troppe cose. che. per esempio. nella donna. – Dopo aver esaminato. Ora. quella per cui la natura l’abbia meglio dotato. può darsi che sia la giustizia: esplicare i propri còmpiti. sia questa l’anima con le sue parti. ponemmo di dover rispettare costantemente: in esso. nell’artigiano. feci io. mio caro. Su questo punto della parità delle donne Platone introduce una delle sue tesi più radicalmente innovative rispetto alla realtà storica del tempo. la residua sarebbe stata la giustizia. CAMBIANO-MORI • © 2011. La tesi secondo cui la giustizia consisterebbe nel fatto che ciascuno compie ciò che gli è proprio risaliva probabilmente a Crizia.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 743 I filosofi tra la città e il cosmo 743 La città giusta – Ebbene. 4. nel governante e nel governato. non soltanto non farà il calzolaio. Platone fornisce qui un’interpretazione della giustizia in termini di funzionalità all’interno di una totalità. perché ciascuno è dotato per natura soltanto di alcune capacità e può quindi esercitare bene soltanto uno specifico lavoro o un’attività. continuai. mentre nelle città storicamente esistenti il conferimento di compiti di governo era anche legato alla famiglia di provenienza o alla condizione economica e le donne erano completamente escluse. o in qualche suo particolare aspetto. – Però. sì. o del fatto che i soldati contraggano e conservino l’opinione legittima di quali sono e quali no le cose da temere. ripresi. nello schiavo. rispose. ma dillo.03_Come vivere. Ma anche l’attività militare e quella di governo. egli aveva ricordato. – Questo dunque. dicevamo. Nella città giusta tutte le funzioni. descrivendo la nascita della città. la giustizia consiste in quel principio che fin dall’inizio. se avessimo trovato le altre tre. abbiamo posto e più volte ripetuto che ciascun individuo deve attendere a una sola attività nell’organismo cittadino. sarebbe difficile giudicare se si tratti della concordanza di opinione tra governanti e governati. ossia se è «giusta» al suo interno. rispose. Platone ha sostenuto che nessun individuo è in grado di sopravvivere da solo. o se a renderla buona sia soprattutto questa virtù presente nel fanciullo. nel libero. La giustizia si ha quando ciascuno esercita l’attività per la quale la natura gli ha assegnato le doti adeguate e non pretende di svolgere anche altre attività. finché viva in esse. oppure dell’intelligenza e vigilanza insite nei governanti. ma neppure dovrà fare il governante. se bisognasse veramente giudicare quale di esse più contribuirà con la sua presenza a renderti buona la città. quando sono nate. quando fondavamo la città. perché non potrà che farlo male. – E d’altra parte dicevamo che la giustizia consiste nell’esplicare i propri compiti senza attendere a troppe faccende: è un discorso che abbiamo udito da molti altri e noi stessi spesso ripetuto4. – Per forza. mi sembra che quanto rimane nella città sia quella dote che a tutte le altre ha dato la forza di nascervi e. ripresi io. fatte emergere attraverso il processo educativo. nella Repubblica. saranno attribuite soltanto in base alle attitudini naturali di ciascuno. – L’abbiamo ripetuto. ascolta se ho ragione. GIUS. Quindi un contadino. Gli uomini si associano mettendo insieme le proprie doti tecniche e scambiandosi i prodotti di esse: così si avranno i contadini e i vari tipi di artigiani. la temperanza. potrà essere efficiente soltanto se ciascuno dei suoi membri svolge il compito che gli è proprio e non pretende di svolgerne altri. un gruppo o una città.

Naturalmente. se ha rilevanza sul piano della riproduzione. relativamente al nostro argomento. dunque. moglie e figli. se risultano differenti per una data arte o altra occupazione. nel caso che dei calvi facciano i calzolai. LATERZA & FIGLI. ma esistono differenze rilevanti a tal punto da determinare una radicale disuguaglianza e distinzione di funzioni e attività? Non si deve dimenticare che in età moderna una di queste differenze rilevanti sarà ravvisata nel colore della pelle come motivo per giustificare l’esistenza della schiavitù. Platone Repubblica. Ne consegue che ai primi spettano compiti totalmente diversi da quelli che spettano ai secondi? È cioè T140 qui posto il problema della rilevanza delle differenze. pone la questione della funzione propria della donna. non dobbiamo invitare il nostro contraddittore a insegnarci quale sia l’arte o quale l’occupazione. Questo punto era una delle innovazioni più radicali rispetto alla società del tempo. ma diversità di natura tra la donna e 1. di provvedere alla casa: se non altro per le due classi superiori della città platonica. Platone.03_Come vivere. non esiste più «casa» in senso proprio. – E avremo ragione. anche i calvi sono diversi dai chiomati. Per esempio. Ma se risulta che la loro differenza è data soltanto dal fatto che le femmina partorisce e il maschio copre. – Quindi. proseguendo. diremo che non c’è alcuna ragione di concludere che. totalmente rilevanza il diverso ruolo svolto da maschio e femmina nel processo riproduttivo. dissi. Esso comportava anche la scomparsa della funzione. – Ma che un medico e un falegname l’hanno diversa? – Indubbiamente. tutti i membri del genere umano hanno differenze. La presunta contraddizione. possiamo vietarlo a individui chiomati. dalla quale discende l’attribuzione di compiti diversi. e quando riconosciamo che sono nature opposte. La differenza biologica tra uomo e donna. usa il concetto di «differenza naturale» soltanto in connessione all’attitudine a svolgere determinate funzioni: in questo senso si può correttamente dire che un medico è diverso da un falegname. come non esiste funzione che appartenga per natura al sesso maschile. nasce dal fatto di pensare che Socrate consideri la distinzione tra i sessi come una differenza naturale. – Ora. ma non che il sesso maschile è diverso da quello femminile. tradizionalmente assegnata alla donna. tra quelle che riguardano l’organizzazione di una città.qxp:03_come_vivere 744 4-04-2011 20:09 Pagina 744 Come vivere? T140 Platone: la parità delle donne Uno degli elementi cardine della città giusta delineata nella Repubblica è dato dall’eliminazione della famiglia. nel caso che lo facciano persone chiomate. noi dicevamo che un medico e chi ha l’anima medica presentano identica natura. non è che allora non abbiamo stabilito in una maniera assoluta l’identità e la differenza delle nature. La risposta platonica è anche su questo punto radicale: non esiste funzione che per natura appartenga al sesso femminile in quanto tale. GIUS. Rispetto alla determinazione delle funzioni da svolgere all’interno di una città giusta perde. disse. vietarlo ai calvi1. Il problema consiste invece nel chiedersi in quale senso usiamo i termini diverso e identico. anche per il sesso maschile e femminile. ROMA-BARI . 454c-457a – Possiamo chiedere a noi stessi se le persone calve e chiomate hanno l’identica natura e non nature opposte. che escludevano le donne da ogni funzione politica. CAMBIANO-MORI • © 2011. invece. la donna differisca dall’uomo. diremo che questa arte od occupazione va assegnata o all’uno o all’altro sesso. però. Ciò. non credi? – Io sì. quando li poniamo in connessione con il termine natura. intesa come legame stabile tra marito. che l’obiettore immaginario ha rilevato nel discorso di Socrate. che riveli non identità. rispose. come dominio del privato. – Ma la ragione di questo ridicolo. ripresi. ma continueremo a credere che i nostri guardiani e le loro donne debbono attendere alle stesse occupazioni. Con queste considerazioni Platone si pone in alternativa totale rispetto alle consuetudini e ai valori correnti nel suo tempo. non ha rilevanza per la distribuzione dei compiti essenziali al funzionamento della città. – Sarebbe proprio ridicolo. ma abbiamo considerato solamente quella specie di diversificazione e di similitudine che concerne le identiche occupazioni? Per esempio.

ci può essere pure una donna naturalmente portata alla medicina e un’altra che ne rifugge? – Credo di sì. conosci qualche campo dell’attività umana in cui il sesso maschile non superi sotto tutti questi punti di vista quello femminile? Dobbiamo dilungarci a parlare della tessitura. in modo da poter selezionare. mentre nelle società storicamente esistenti esse sono determinate artificialmente in base a distinzioni non fondate sulla natura. – Senza dubbio. ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi. Da questo punto di vista. la seconda difficoltosamente? e l’uno dopo poche lezioni è capace di scoperte che vanno assai al di là di ciò che ha appreso. dunque. così selezionati. – Con un giro vizioso eccoci dunque al punto di prima. nell’amministrazione della città non c’è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo. a mio parere. Contro natura. le doti naturali specifiche di ognuno. – Allora. come viene ribadito immediatamente dopo. Sono qui indicati i criteri che consentono d’individuare. coloro che hanno le doti naturali per svolgere compiti sia militari. della confezione delle focacce e degli alimenti cotti. come sembra. che ti permettano di distinguere chi è naturalmente bene dotato nei singoli campi e chi non lo è?”2 – Nessuno. 4. mentre c’è quella senz’animo? – Anche questo. che si svolgono in maniera opposta a questi princìpi4. sottoposte allo stesso tirocinio educativo degli uomini. Queste doti sono attribuite dalla natura. Le donne saranno. avvengono piuttosto le cose d’oggi. poiché hanno natura idonea e congenere alla loro. non in abitazioni private. rispondi”. 3. dove sembra distinguersi il sesso femminile e dove anzi è oltre modo ridicolo che venga sconfitto? – È vero. ma secondo criteri artificiali. rispose. in quanto distribuisce i compiti non secondo criteri naturali. già nel processo educativo e sia nei maschi sia nelle femmine. – Allora c’è pure la donna atta alla guardia e quella che non lo è. nell’altra gli si oppongono? Esistono forse altri criteri che questi. rispose. e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all’uomo. – può darsi. È così ribaltato il punto di vista corrente: è questo a essere qualificato come contrario alla natura. Certo che in parecchi molte donne sono migliori di molti uomini. – Ora. potrà citarne altri. come diremo. ma che in tutte la donna sia più debole dell’uomo. – Anche tali donne devono essere scelte a coabitare e a cooperare con simili uomini nella guardia. uno dei due sessi è assai inferiore all’altro. – Senza dubbio.. l’altra invece. perché la prima apprende facilmente. mio caro. ma riceveranno il cibo dalla città e vivranno in comune. – Ebbene. – E alle identiche nature non si devono assegnare le identiche occupazioni? – Le identiche. con la sola eccezione che si tratta di natura più debole e più vigorosa. pur avendo avuto modo di apprendere e di studiare molto.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 745 I filosofi tra la città e il cosmo 745 l’uomo? [. gli diremo: “non era in questo senso che intendevi dire che una persona è naturalmente bene dotata per una cosa e un’altra male dotata. in ogni campo. – Ora. – È evidente. Tali sono per esempio nella società ateniese l’attribuzione dei compiti attinenti alla conduzione della casa alle donne e la loro totale esclusione dalla vita politica e dalle attività militari. ROMA-BARI T140 . Donne e uomini. – Senz’altro. da entrambi i sessi. – Allora le leggi che fissavamo non erano impossibili né simili a utopie. GIUS. non avranno alcuna proprietà privata.. le quali abilitano appunto a svolgere bene determinate funzioni e non altre. Platone può qualificare la CAMBIANO-MORI • © 2011. poiché la nostra legislazione era conforme alla natura. ma in generale è come dici. non conserva nemmeno le nozioni apprese? e nell’una le funzioni del corpo sono ben subordinate al pensiero. per così dire.03_Come vivere. scopo del- 2. fondati sulle distinzioni economiche o di sesso. sia di governo. – “Sù. LATERZA & FIGLI. E dunque donna e uomo presentano la stessa naturale attitudine alla guardia della città.] Vuoi che preghiamo l’autore di queste obiezioni di seguirci per vedere se riusciamo a dimostrargli che non c’è occupazione esclusiva della donna nell’amministrazione della città? – Senza dubbio. dovremo prescriverle tutte agli uomini e nessuna alla donna? – Come? – Anzi. a riconoscere che non è contro natura assegnare alle donne dei guardiani musica e ginnastica3. Non era questa la natura da noi scelta per gli uomini destinati alla guardia? – Proprio questa. – E amante e nemica della sapienza? e animosa.

ma una sorta di formazione naturale finalizzata non soltanto al vivere. guerrieri e produttori. – Ora. – Comprendo. risposi. ossia quelle legate alla capacità di svolgere bene determinate funzioni e non altre. ammise. Essa non è una costruzione artificiale. disse. – E queste donne guardiane non saranno le migliori tra le donne?5 – Anche questo. La disuguaglianza. In queste considerazioni di Aristotele il modello teleologico. – E ci può essere di meglio per una città che vi nascano donne e uomini quanto mai ottimi? – Non v’è di meglio. come abbiamo spiegato? – Come no? – Allora la legge che abbiamo posta non è soltanto possibile. ROMA-BARI . Di qui scaturisce l’articolazione della città da lui delineata in tre gruppi gerarchici. GIUS. Egli mostra come la pòlis non sia una costruzione artificiale umana. ma tra determinati maschi e femmine e altri maschi e femmine. bensì come la città che rispetta le uniche vere differenze naturali tra gli uomini. CAMBIANO-MORI • © 2011. soprattutto del vivente. governanti. probabilmente non da Aristotele stesso. ma anche ottima. secondo le loro attitudini naturali. da lui ampiamente utilizzato nello studio della natura. O li credi tutti simili? – Niente affatto. e tenta invece di elaborare una concezione generale di che cosa sia la pòlis. ma consta di più libri raccolti insieme. Di ciascuno di questi gruppi faranno parte.qxp:03_come_vivere 746 4-04-2011 20:09 Pagina 746 Come vivere? la nostra indagine non era di vedere se dicevamo cose possibili e ottime? – Era questo. E questi guardiani non sono i migliori tra i cittadini? – Certo. L’argomento centrale del libro I è l’«economia». Questo testo è però preceduto da alcune pagine nelle quali Aristotele definisce che cosa sia la pòlis e da quali parti essa sia formata. non è vero che l’educazione delle nostre donne non sarà diversa dall’educazione dei nostri uomini. ossia l’organizzazione della famiglia e i modi nei quali essa provvede alla propria sussistenza. che è di essere appunto un animale politico. subordinatamente. non dobbiamo riconoscere che sono ottime? – È chiaro. Aristotele prende le distanze dal modello platonico di città. ossia la città indipendente e capace di autogoverno al proprio interno. ciò ammesso. Platone fonda la disuguaglianza tra gli uomini sulla differenza delle funzioni. radicalmente alternativo rispetto all’organizzazione politica delle città del suo tempo. sia maschi. la tua. è non tra maschi e femmine. – Ora. per quello che riguarda il modo di far diventare guardiana una donna. bensì soltanto in seguito. T141 Aristotele: l’uomo e la pòlis Anche la Politica non è un’opera unitaria. soprattutto perché si esercita sull’identica natura? – Non sarà diversa. nel T140 T141 senso che esistono funzioni – quali l’attività di governo e. – Qual è dunque la tua opinione su questo punto? – Quale? – La tua personale convinzione che vi siano uomini migliori e uomini peggiori. l’attività militare – le quali sono superiori e migliori rispetto alle funzioni agricole e artigianali. – E questo non sarà dovuto alla presenza della musica e della ginnastica. o i calzolai istruiti nell’arte di fare le scarpe? – È una domanda ridicola. ma una formazione naturale nella quale l’uomo può realizzare compiutamente la sua natura. e quindi raggiungere la felicità.03_Come vivere. trova piena applicazione anche sul piano della sua città immaginata non come un’utopia impossibile. – E. LATERZA & FIGLI. sia femmine. dunque. ma al vivere bene dei suoi membri. nella città da noi fondata credi tu che i migliori uomini che abbiamo creato siano i guardiani che hanno ricevuto l’educazione già detta. 5. certamente. sì. – E siamo d’accordo che sono possibili? – Sì.

se per natura esistono anche le prime comunità: infatti essa è il loro fine e la natura è il fine: per es. ciò per cui una cosa esiste. noi lo diciamo la sua natura. essa è dunque una formazione naturale. non separate da esso. non ci sarà più né piede né mano se non per analogia verbale. bensì come totalità organica. si collocano fuori della pòlis. non si deve dire che sono le stesse. 3. In tal senso. Ritorna l’identificazione. Come emerge subito dopo. ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e. la perfezione della pòlis risiede nel fatto di rendere possibile non soltanto la sopravvivenza. derivante da tèlos («fine». proprio dell’uomo rispetto agli altri animali. sottolinea che essa è il compimento. GIUS. infatti. di conseguenza.03_Come vivere. quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo. ossia portato per natura a vivere nella pòlis: solo nella pòlis l’uomo può realizzarsi compiutamente. il fine. È chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. d’un cavallo. Sul piano politico il meglio è ravvisato nell’autosufficienza. del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e la città. d’una casa. quindi. con cui Aristotele la qualifica. dunque. È evidente dunque e che la città esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti. Aristotele concepisce il tutto non come semplice addizione o giustapposizione di parti. CAMBIANO-MORI • © 2011. se non è autosufficiente. perfetta1. A ciò si accompagna una concezione della pòlis come organismo: l’uomo singolo staccato da essa è come un organo staccato dal corpo vivente di cui è parte. Citazione dall’Iliade (IX. insieme. Già l’aggettivo «perfetta».1253a 33 La comunità che risulta di più villaggi è la città.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:09 Pagina 747 I filosofi tra la città e il cosmo 747 trattazione politica. ma è soprattutto comunità autosufficiente e autonoma sul piano politico. meglio. di focolare»4: tale è per natura costui e. il giusto e l’ingiusto: questo è. Solo una bestia o un dio. E per natura la città è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte5: infatti. infatti. ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto. ma anche una vita eccellente e. è il meglio e l’autosufficienza è il fine e il meglio2. Da queste considerazioni è evidente che la città è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole3: quindi chi vive fuori della città per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo. in realtà esiste per render possibile una vita felice. come una pedina al gioco dei dadi. come se si dicesse una mano di pietra (tale sarà senz’altro una volta distrutta): ora. o. felice. 2. la realizzazione della tendenza degli uomini ad associarsi. di leggi. Cronologicamente. che è appunto di essere un «animale socievole». tutte le cose sono definite dalla loro funzione e capacità. di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso. Inoltre. in effetti. In questo senso. «politico». ROMA-BARI T141 . anche bramoso di guerra. di una anteriorità logica e naturale del tutto rispetto alle parti. La pòlis è città nel senso di aggregato urbano. ossia nella non dipendenza da altro. 2. di avere. e di indicarselo a vicenda). ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e. non fa niente senza scopo e l’uomo. Per l’uomo ciò è possibile soltanto entro la pòlis. «compimento»): teleologica è la spiegazione di qualcosa mediante il fine che essa realizza o tende a realizzare. per così dire. egli solo. 1252b 27 . 63). 5. I. La natura di un oggetto è manifestata dalla sua realizzazione compiuta. la percezione del bene e del male. quando non sono più tali. l’uomo non è in grado di svolgere pienamente la funzione che gli appartiene in quanto uomo. sicché. del fine con il meglio. Perché la natura. come diciamo. proprio come quello biasimato da Omero «privo di fratria. solo tra gli animali. Quindi ogni città esiste per natura. 4. Aristotele Politica. Fuori dalla pòlis. bensì che hanno il medesimo nome. che raggiunge ormai. è possibile l’anteriorità della famiglia e del villaggio rispetto alla pòlis. e quindi chi 1. In greco. soppresso il tutto. Si tratta. intrinsecamente legata alla natura dell’uomo. per ragioni opposte. sia d’un uomo. LATERZA & FIGLI. l’aggettivo «perfetto» è tèleios. già platonica. fin qui giunge la loro natura. il tutto è antecedente per importanza alle sue parti: queste possono svolgere la loro funzione solo entro il tutto. il limite dell’autosufficienza completa: formata bensì per rendere possibile la vita. giacché è isolato.

anzi. trovano la loro utilità nell’essere proprietà di uomini liberi. 1253b 23 . come. Perché. così pure. 1. data la sua inferiorità naturale rispetto agli uomini liberi e capaci di governare e di essere governati a turno. ossia della famiglia. GIUS. secondo la quale non esistono schiavi per natura. in effetti nelle arti il subordinato è una specie di strumento): così pure ogni oggetto di proprietà è strumento per la vita e la proprietà è un insieme di strumenti: anche lo schiavo è un oggetto di proprietà animato e ogni servitore è come uno stumento che ha precedenza sugli altri strumenti.C. come dicono che fanno le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto. come già Platone. ossia di prodotti della tecnica divina. XVIII. trattando dell’òikos. è in tutti la spinta verso siffatta comunità. avevano avanzato la tesi.03_Come vivere. Degli strumenti alcuni sono inanimati. quand’è perfetto. In questo senso. caratterizzato dall’incapacità di deliberare e quindi di dirigere autonomamente la propria vita. i quali. e chi per primo la costituì fu causa di grandissimi beni. l’uomo è la migliore delle creature. Egli tenta allora di dimostrare che un individuo è legittimamente schiavo di un altro soltanto se è la natura a dotare questo individuo di proprietà che lo rendono adatto a essere soltanto uno schiavo. il timone è inanimato. Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo [e]. egli ha di fronte. Per natura. quando si stacca dalla legge e dalla giustizia. T142 Aristotele: la schiavitù Nel libro I della Politica. ma capaci di muoversi da sé. altri animati (ad esempio. I commediografi del V secolo a. Aristotele Politica. Si tratta di veri e propri autòmata. e di conseguenza è o bestia o dio. non è parte della città. I. Della pòlis non può propriamente far parte lo schiavo. certo non molto diffusa nel mondo greco. infatti. per esempio. come ogni arte specifica possiede necessariamente strumenti appropriati se vuole compiere la sua opera. di cui Aristotele non fa il nome. individui naturalmente inferiori. una realtà storica nella quale la schiavitù s’impone come un dato di fatto. Aristotele deve affrontare anche il problema dello schiavo. Aristotele sa che il diritto del vincitore in guerra nei confronti del vinto non basta da solo a legittimare l’esistenza della schiavitù ed è convinto. a sentire. Alcuni intellettuali. l’ufficiale di prua è animato. per il capitano della nave. 4-5. in grado di usarli nel modo corrispondente alla loro natura. che rendere schiavi altri Greci non sia giustificabile. 376). soprattutto sul piano psichico – e Aristotele pensa in primo luogo a popolazioni barbare –. ROMA-BARI . Il riferimento è alle statue animate costruite dall’artigiano mitico Dedalo e dal dio Efesto (Aristotele cita infatti un T141 T142 verso dell’Iliade.qxp:03_come_vivere 748 4-04-2011 20:10 Pagina 748 Come vivere? non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno. dunque. è la peggiore di tutte. il poeta. infatti. avevano messo in scena strumenti CAMBIANO-MORI • © 2011. Questi è. foggiati con materiali inanimati. «entran di proprio impulso nel consesso divino»1. che è una delle parti costitutive dell’òikos stesso.1255a 3 Poiché la proprietà è parte della casa e l’arte dell’acquisto è parte dell’amministrazione familiare (infatti senza il necessario è impossibile sia vivere sia vivere bene). LATERZA & FIGLI. così deve averli l’amministratore.

parte a essere comandati. nell’armonia musicale. Non è difficile farsene un’idea col ragionamento e capirlo da quel che accade. E ci sono molte specie sia di chi comanda. poiché produzione e azione differiscono specificamente ed hanno entrambe bisogno di strumenti. CAMBIANO-MORI • © 2011. Comandare e essere comandato non solo sono tra le cose necessarie. nei quali alcuni esseri sono per natura adatti a comandare e altri a obbedire: quando ciò avviene di fatto. ma anzi tra le giovevoli e certi esseri. lo schiavo non è solo schiavo del padrone. questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi. mentre i secondi servono all’azione. su un uomo. a obbedire ai comandi del padrone. essi sono oggetti d’uso essenziali per la vita. Se esista per natura un essere siffatto o no. ma appartiene interamente a lui3. e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. ROMA-BARI T142 . sia di chi è comandato (e il comando migliore è sempre quello che si esercita sui migliori comandati. è necessario che anche tra questi ci sia la stessa differenza. 4. ma egli riconosce che. LATERZA & FIGLI. Anche per Aristotele si tratta di una situazione di fatto impossibile. parte a comandare. Quindi i cosiddetti strumenti sono strumenti di produzione. dire «schiavo del padrone» equivale a dire che lo schiavo è in possesso del padrone. quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità. GIUS. Ora la vita è azione. In realtà. è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato. qualora sia rispettata la gerarchia tra essi. nel senso che per definire ciascuno dei due è necessario il riferimento all’altro. ciascun essere esercita la funzione che gli spetta per natura. anziché su un animale selvaggio. Padrone e schiavo sono termini relativi. e non gli schiavi (strumenti animati). in primo luogo. dall’altra chi è comandato. sono distinti. comunque. è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro. l’altro è comandato. è strumento d’azione2: così dalla spola si ricava qualcosa oltre l’uso che se ne fa. ma mentre dire «padrone dello schiavo» equivale a dire che il padrone possiede lo schiavo. si deve considerare l’uomo che sta nelle migliori condizioni e di corpo e d’anima. subito dalla nascita. ad es. perché l’opera realizzata dai migliori è migliore e dove c’è da una parte chi comanda.03_Come vivere. è composto di anima e di corpo. capaci di obbedire ai comandi dei loro costruttori e di muoversi da sé. 3. perciò lo schiavo è un subordinato nell’ordine degli strumenti d’azione. eseguendo quanto egli richiede. Dunque. in effetti. Aristotele intende dire che la relazione padrone e schiavo non è simmetrica. Aristotele adduce l’esempio dei suoni e dell’armonia che da questi può risultare. o addirittura a prevenirli. e di questi la prima per natura comanda. i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati. siano tali parti continue o separate. 2. pur essendo uomo. non produzione. La natura è caratterizzata da piani gerarchici. Il termine «oggetto di proprietà» si usa allo stesso modo che il termine «parte»: la parte non è solo parte d’un’altra cosa. mentre dall’abito e dal letto l’uso soltanto. ma è il caso di situazioni proprie della mitica età dell’oro. Aristotele pensa probabilmente alla funzione che gli schiavi assolvevano nelle faccende domestiche. sicché. e in lui il principio fissato apparirà chiaro. Per ciò. Inoltre. in tutte le cose che risultano di una pluralità di parti e formano un’unica entità comune. La differenza tra gli strumenti inanimati e gli schiavi è ravvisata nel fatto che i primi servono soprattutto a produrre altri oggetti. per es. se essa fosse possibile. sarebbero gli strumenti inanimati. allora si ha davvero un’opera di costoro4). infatti. anche qui. c’è un principio dominatore. mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo. anche negli esseri che non partecipano di vita. i plettri toccassero la cetra. Ciò vale anche nell’ambito degli esseri inanimati. In questo senso. un oggetto di proprietà. ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 749 I filosofi tra la città e il cosmo 749 così anche le spole tessessero da sé e. invece. né i padroni di schiavi. Ma ciò probabilmente appartiene a una ricerca che esula dal nostro intento: il vivente. pur essendo uomo. Bisogna esaminare quel che è naturale di preferenza negli esseri che stanno in condizione naturale e non nei degenerati. e se sia meglio e giusto per qualcuno essere schiavo o no. In essa. si vede comandante e comandato: questo viene nelle creature animate dalla natura nella sua totalità e. allora renderebbe inutile del tutto l’esistenza della schiavitù.

03_Come vivere. in primo luogo. non quelli difettosi. Secondo Aristotele. Aristotele enuncia qui un principio che sta alla base delle sue indagini naturali: per studiare quali sono le proprietà e le funzioni dei vari esseri. nella quale il potere può essere esercitato dai cittadini con equilibrio senza prevaricazione degli uni sugli altri. tutti. In effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro (per cui è di un altro) e chi. ma non averla7: gli altri animali non sono soggetti alla ragione. anche se l’intento della natura è. In questi esemplari si può allora constatare l’esistenza di una gerarchia naturale tra anima e corpo. ma questo possesso è limitato. Perciò la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l’hanno robusto per i servizi necessari. La posizione eretta è per Aristotele uno dei contrassegni propri dell’uomo rispetto agli animali. è evidente. ammetterebbero che gli altri meritano di essere loro schiavi: e se questo è vero nei riguardi del corpo. taluni. Aristotele riconosce che la sua dimostrazione della inferiorità naturale dello schiavo risulterebbe del tutto incontestabile se questa inferiorità apparisse visibile anche nel corpo. Dunque. per la parte affettiva all’intelligenza e alla parte fornita di ragione. gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo. Lo schiavo si differenzia dagli animali in quanto possiede la ragione.qxp:03_come_vivere 750 4-04-2011 20:10 Pagina 750 Come vivere? mentre negli esseri viziati e che stanno in una condizione viziata si potrebbe vedere che spesso il corpo comanda sull’anima. mentre una condizione di parità o inversa è nociva a tutti. altri. l’intelligenza domina l’appetito con l’autorità dell’uomo politico o del re. per la quale alla prima spetta comandare e al secondo obbedire. Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali. in tanto partecipa di ragione in quanto può apprenderla. sia gli schiavi. cioè. proprio come nei casi citati. se i liberi avessero un fisico tanto diverso quanto le statue degli dei. ché certo. schiavi. ma di fatto spesso ciò non avviene. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina. GIUS. Dunque. CAMBIANO-MORI • © 2011. non di compiere deliberazioni autonome. ROMA-BARI . 7. ma adatto alla vita politica (e questa si trova distinta tra le occupazioni di guerra e di pace): spesso però accade anche il contrario. l’altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo6. a suo avviso. gli altri eretto8 inutile a siffatte attività. quella del corpo9. come diciamo. è dunque l’anima ciò a cui occorre guardare per vedere chi è schiavo per natura. nell’essere vivente. altri l’anima. hanno il corpo di liberi. gli consente soltanto di comprendere i comandi del padrone. e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di autorità. ed è chiaro in questi casi che è naturale e giovevole per il corpo essere soggetto all’anima. tanto più giusto sarebbe porlo nei riguardi dell’anima: invece non è ugualmente facile vedere la bellezza dell’anima e. bisogna assumere come oggetto di esame gli esemplari pienamente riusciti. è quella nella quale è presente un forte ceto medio di cittadini né troppo ricchi né troppo poveri. 9. l’uno è per natura superiore. e che per costoro è giusto essere schiavi. l’altra inferiore. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo o l’uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre). la relazione tra padrone e schiavo è analoga a quella T142 che intercorre tra anima e corpo. e contro natura5. 5. Aristotele si allontana qui dalle riflessioni condotte da Platone nella Repubblica sulla parità delle donne T140. LATERZA & FIGLI. 8. Quanto all’utilità. è possibile cogliere. proprio per tale condizione abietta. sia gli animali domestici. l’uno comanda. di produrre questa differenza. In ultima analisi. perché in tal modo hanno la loro sicurezza. ma qui egli aggiunge che essa è caratteristica dell’uomo libero. è evidente che taluni sono per natura liberi. ma alle impressioni. 6. l’autorità del padrone e dell’uomo politico perché l’anima domina il corpo con l’autorità del padrone. La città politicamente più stabile. la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per le necessità della vita. costoro sono per natura schiavi.

III. riuniti danno luogo a un corpo capace di prendere decisioni migliori addirittura di una minoranza di cittadini eccellenti. la «virtù morale». non possiede la scholè. ma ciò non è di per sé sufficiente a fare di essi dei cittadini in senso pieno. il «tempo libero» che gli consentirebbe di perfezionarsi moralmente e di dedicarsi a tempo pieno alla vita politica e militare. e qualunque altro componente della città: tutti coloro che svolgono attività lavorative sono parti necessarie della città. In una costituzione così caratterizzata. 5. GIUS. Aristotele formula qui un’aporia. poiché neppure i ragazzi sono cittadini come gli uomini.1278a 34. ma questi in senso pieno. nel senso che ne garantiscono la sussistenza. e quindi soltanto chi ha la virtù del buon cittadino (in tal caso però coloro che svolgono attività manuali devono essere esclusi dalla cittadinanza). D’altra parte. in quale classe tra quelle che compongono la città essi andranno collocati? Come si vedrà. E se nessuno di questi è cittadino. Analogamente anche i figli di cittadini. che affidava ai pochi dotati di sapere la guida della città. Aristotele si allontana nettamente dalla prospettiva platonica. affinché questa non si trasformi in una contrapposizione esiziale per la città. ossia una difficoltà: o si ammette che è realmente cittadino soltanto chi ha il diritto di accedere alle cariche pubbliche. Aristotele affronta il problema del rapporto tra «uomo buono» e «buon cittadino». Aristotele Politica. In tal modo. oppure si ammettono tra i cittadini anche i lavoratori manuali. sono parti della CAMBIANO-MORI • © 2011. dovendo lavorare per vivere.1296a 18 Chi è cittadino? Intorno al cittadino rimane ancora un’altra difficoltà e cioè è davvero cittadino chi ha diritto di partecipare alle cariche oppure si devono ritenere cittadini anche i lavoratori manuali? Se si devono ritenere cittadini anche questi che non prendono parte alle cariche. il principio di maggioranza è in grado di condurre a risultati positivi: anche se i singoli non sono di alta virtù. IV. LATERZA & FIGLI. quelli condizionatamente: sono sì cittadini ma non formati2. 1277b 33 . In tempi antichi presso alcu1. A questo scopo nel libro IV della Politica egli costruisce una morfologia delle costituzioni democratiche e oligarchiche esistenti di fatto: ciò comporta il riconoscimento che la differenza fondamentale intercorrente tra i cittadini è quella tra ricchi e poveri. Aristotele individua nell’esistenza di un ceto medio abbastanza numeroso la valvola di sicurezza che permette d’impedire queste conseguenze. Sono concetti identici? O piuttosto è impossibile che persino in una città perfetta tutti i cittadini siano anche eccellenti sul piano etico? Aristotele sembra escludere che ci sia piena coincidenza tra l’aretè. ma in tal caso non tutti i cittadini saranno dotati della virtù del buon cittadino. Aristotele distingue tra il cittadino.03_Come vivere. 11. e quella del buon cittadino. ma egli sa anche che occorre tener conto delle situazioni storicamente esistenti. Da questo punto di vista. in quale classe vanno posti? Perché non sono meteci né forestieri1. prima di raggiungere l’età adulta. ROMA-BARI T143 . ossia colui che ha diritto di partecipare alla vita politica. Il vero è che non tutti quanti sono indispensabili allo stato s’hanno da ritenere cittadini. 2.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 751 I filosofi tra la città e il cosmo 751 T143 Aristotele: i cittadini e il ceto medio Nel libro III della Politica. O affermeremo che in forza di questo ragionamento non si arriva a nessun assurdo? Perché neppure gli schiavi sono tra le classi ricordate né gli affrancati. se si escludono tali lavoratori dal corpo cittadino. Ora. Aristotele sembra propendere per forme di costituzione nelle quali gli addetti alle attività lavorative siano esclusi dal corpo della cittadinanza. dando luogo a conflitti insanabili. Aristotele tenderà a identificare gli addetti alle attività manuali e artigianali con gli schiavi e gli stranieri. non è possibile che la virtù di cui s’è parlato appartenga a ogni cittadino (perché anche costui è cittadino). se non altro per la ragione che un buon numero di cittadini. 1295a 25 .

C. però. talune s’accostano a quella forma chiamata ‘politeìa’6 (sicché si deve parlare di en- città. mentre in altre è impossibile. poi. giacché la maggior parte di essi è ricca. Il termine politèia significa «costituzione». Aristotele si allontana dalla prospettiva platonica: egli intende delineare la costituzione migliore. In questo senso essi. non solo gli schiavi. la legge cerca di attirare nel corpo dei cittadini anche qualche straniero: in alcune democrazie chi ha la madre cittadina è cittadino e allo stesso modo stanno le cose in molti stati riguardo ai bastardi. Siccome esistono varie costituzioni. GIUS. bensì a una forma di vita che può essere partecipata da moltissimi e a una costituzione che la maggior parte delle città può avere?5 In realtà le costituzioni che chiamano aristocrazie. infine. ROMA-BARI . promulgano siffatte leggi per la penuria di uomini) quando il livello della popolazione raggiunge un grado discreto. non farà cittadino il lavoratore manuale. su proposta di Pericle. a poco a poco mettono da parte prima quelli che hanno per genitori uno schiavo o una schiava.. 3. e. Nondimeno. di cui abbiamo parlato adesso. ma non ancora cittadini. LATERZA & FIGLI. in quella che denominano aristocratica e nella quale gli onori sono conferiti in rapporto alla virtù e al merito: non è possibile in effetti che compia le opere della virtù chi vive una vita di lavoratore manuale e di teta. ossia colui che riceve un salario per il suo lavoro. Se poi anche costui è cittadino. che nel caso dello schiavo è il padrone. o l’artigiano. Affrancati sono gli ex-schiavi. Nelle oligarchie non è ammissibile che il teta sia cittadino (giacché la partecipazione alle cariche dipende da un reddito elevato) può esserlo. Qui sta a indicare la costituzione per eccellenza. Aristotele allude probabilmente alla situazione ateniese. che vende il suo prodotto. non fanno parte del corpo dei cittadini. è necessario che ci siano pure varie specie di cittadini e specialmente di cittadini soggetti: di conseguenza in una costituzione anche il lavoratore manuale e il teta sono di necessità cittadini. quelli che li fanno per il pubblico sono lavoratori manuali e teti3. poi quelli la cui madre ha diritto di cittadinanza. fanno cittadini quelli soltanto che sono figli di due cittadini di pieno diritto4. Riguardo ai lavori necessari quelli che li fanno per uno sono schiavi. forniscono le loro prestazioni non necessariamente a T143 un unico individuo. fu approvata una legge che attribuiva la condizione di cittadino soltanto ai figli di due cittadini di pieno diritto. bensì a quanti sono liberi dai lavori necessari. Il «teta». 5.03_Come vivere. quando verso il 451-450 a. quella che noi abbiamo definito virtù del cittadino s’ha da dire che non appartiene a tutti. Partendo di qui basterà un piccolo esame perché s’intenda com’è la loro posizione: proprio quel che s’è detto lo dimostra. 6. non sono legati da un rapporto permanente di dipendenza nei confronti di un solo individuo. volendo giudicare non in rapporto a una virtù superiore a quella delle persone comuni né a un’educazione che esige disposizioni naturali e risorse eccezionali e neppure in rapporto alla costituzione ideale. poiché danno la cittadinanza a gente siffatta in quanto scarseggiano di veri cittadini (e. in effetti. Il ceto medio Ma qual è la costituzione migliore e quale il miglior genere di vita per la maggior parte delle città e per la maggior parte degli uomini. In molte costituzioni. invece. A Tebe era legge che non potesse accedere alle cariche pubbliche chi non fosse stato dieci anni lontano dal commercio. talune cadono al di fuori delle possibilità della maggior parte delle città. liberati dal padrone: anch’essi. bensì alla comunità nel suo complesso. CAMBIANO-MORI • © 2011. e neppure all’uomo libero soltanto. per es. il lavoratore manuale. La differenza con i primi è che questi ultimi permangono solo per un tempo limitato in questa condizione di non cittadinanza.qxp:03_come_vivere 752 4-04-2011 20:10 Pagina 752 Come vivere? ni popoli la classe dei lavoratori manuali era di schiavi o di forestieri – ed è per questo che sono ancora tali la maggior parte di loro: lo stato perfetto. a differenza dello schiavo. ma tenendo conto delle sue condizioni di realizzabilità. 4.

03_Come vivere. 10. è difficile che dia retta alla ragione8. di una delle due. l’una e l’altra. si crea o una democrazia sfrenata o un’oligarchia autentica. fa inclinare la bilancia e impedisce che si producano gli eccessi contrari. 8. perché. non si abituano a lasciarsi governare neppure a scuola) mentre quelli che si trovano in estrema penuria di tutto ciò. se no. come i poveri. forza. e tutto questo è quanto mai lontano dall’amicizia e dalla comunità cittadina. GIUS. non vogliono farsi governare né lo sanno (e quest’atteggiamento traggono direttamente da casa. gli altri non sanno sottomettersi a nessun governo ma governare in maniera despotica. E son questi cittadini che nella città hanno l’esistenza garantita più di tutti: infatti essi non bramano le altrui cose. 9. e. gli altri invece cattivi e piccoli criminali – e delle offese alcune sono prodotte dalla violenza. come risultato di en7. e quindi per non essere essi stessi presi di mira e per non prendere di mira gli altri. di elementi uguali e simili.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 753 I filosofi tra la città e il cosmo 753 trambe come se fossero una sola). possibilmente delle altre due classi. siccome si è d’accordo che la misura e la medietà è l’ottimo. perché la costituzione è una forma di vita della città. quanti stanno in mezzo a questi. ricchezza. perché dove c’è chi possiede troppo e chi niente. Il giudizio intorno a tutti questi problemi va ripetuto dagli stessi principi fondamentali. In tutte le città esistono tre classi di cittadini. Infatti se nell’Etica si è stabilito a ragione che la vita felice è quella vissuta senza impedimento in accordo con la virtù. amici e altre cose del genere. è evidente che anche dei beni di fortuna il possesso moderato è il migliore di tutti. [. dunque. di gente che invidia e di gente che disprezza. Di conseguenza ha necessariamente l’ordinamento migliore la città che risulti di quegli elementi dei quali diciamo che è formata per natura la compagine della città. bensì sottomettersi da servi al governo. al contrario.] È chiaro. CAMBIANO-MORI • © 2011. perché la comunità è in rapporto con l’amicizia. ché in tal caso aggiungendosi a una di queste.. o. perchè rende facilissimo l’obbedire alla ragione. o. mentre coi nemici non vogliono avere in comune nemmeno la strada10. i molto poveri. Si forma quindi una città di schiavi e di despoti. per motivi opposti. Anche questo punto era già stato rilevato da Platone nella Repubblica. ancora fanciulli. per quanto è possibile. Sicché gli uni non sanno governare. La comunità politica è caratterizzata da un legame interno di amicizia tra i suoi componenti: tale legame è accentuato dall’inimicizia e ostilità nei confronti di tutto ciò che è esterno a essa (il nemico). i molto ricchi. La città vuole essere costituita. vivono al di fuori di ogni pericolo. che la comunità cittadina migliore è quella fondata sul ceto medio e che possono essere bene amministrate quelle città in cui il ceto medio è numeroso e più potente. Ora. Il desiderio eccessivo del potere o la tendenza a tenersi lontani dagli impegni di governo sono entrambi dannosi per una corretta funzione di governo. Questi stessi criteri servono necessariamente per giudicare la bontà o la malvagità di una città e di una costituzione. Per ciò è una fortuna grandissima che quanti hanno i diritti di cittadino possiedano una sostanza moderata e sufficiente. In realtà gli uni diventano piuttosto violenti e grandi criminali. come fanno appunto i poveri dei beni dei ricchi. né gli altri le loro. impediscono alla ragione di esercitare la sua funzione naturale di comando. Sulla linea di Platone. dannosa alle città9. il che succede soprattutto con le persone del ceto medio. La medietà. mesòtes. ma non di liberi. ROMA-BARI T143 . è necessario che la vita media sia la migliore di quella medietà che ciascuno può ottenere7. Aristotele individua nell’eccessiva ricchezza e nell’eccessiva povertà le cause che.. data la loro mollezza. e che la virtù è medietà. Aristotele ritiene che la medietà sia un contrassegno positivo anche della migliore costituzione: l’equivalente di essa sul piano politico è ravvisato nel ceto medio. eccessivamente misero o debole o troppo ignobile. Oltre ciò. quelli che hanno in eccesso i beni di fortuna. in terzo luogo. In più costoro non rifiutano affatto le cariche né le bramano – tendenza. mentre chi è eccessivamente bello o forte o nobile o ricco. LATERZA & FIGLI. altre dalla cattiveria. sono troppo remissivi. è caratteristica fondamentale della definizione aristotelica di virtù come habitus orientato a scegliere il giusto mezzo fra due estremi T154.

Anche la vita teoretica tuttavia. Aristotele Etica Nicomachea.. che è una forma di relazione sociale più ristretta rispetto ai legami che intercorrono tra tutti i membri della città. conseguenze dell’amicizia e non il fine di essa. o poveri o ricchi. e quelli che sono motivati dal piacere.qxp:03_come_vivere 754 4-04-2011 20:10 Pagina 754 Come vivere? trambi gli eccessi.]. Pertanto coloro che ad amare sono motivati dall’utile. T144 Aristotele: l’amicizia Ad Aristotele risale la più ampia trattazione filosofica.. T167 Già in Aristotele si avverte che il rapporto tra il filosofo e la città non è più così stretto. nelle quali l’amico è amato soltanto per l’utilità o il piacere che egli può procurare: soltanto nella forma autentica di amicizia è perseguito il bene dell’amico. È chiaro che la forma media di costituzione è la migliore: essa sola non è sconvolta da fazioni. una tirannide: e in realtà dalla democrazia più baldanzosa e dalla oligarchia nasce la tirannide. ma in quanto deriva loro qualche bene all’uno dall’altro. VIII. nella quale l’amico è amato di per se stesso. in mancanza di costoro. si amano non per se stessi.03_Come vivere. senza che ciò comporti necessariamente un coinvolgimento nella vita politica e nelle attività di governo []. Sono qui riportati i capitoli nei quali egli distingue nettamente l’amicizia. 3-4. mentre dalle costituzioni medie e da quelle affini molto meno [. 1156a 10 . sull’amicizia.b 28 Quegli uomini che si amano reciprocamente in ragione dell’utile. com’era nella Repubblica di Platone. sconvolte da fazioni proprio per questo motivo che la classe media è numerosa: nelle piccole. dalle forme inferiori di amicizia. sicché non rimane niente al centro e tutti sono. amano in forza di ciò che è bene per loro. cioè per quello che è. Ciò non significa che essa non generi anche utilità e piacere. perché dove il ceto medio è numeroso. hanno care le persone di spirito non per il fatto che sono dotate di quelle qualità. più o meno. per lo più. La forma più alta di vita è ravvisata infatti nella vita teoretica dedicata agli studi. invece. Essa occupa interamente i libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea. richiede cooperatori e i veri legami tra questi saranno costituiti dall’amicizia. E le grandi città non sono. LATERZA & FIGLI. i poveri prevalgono per numero è un disastro e crollano rapidamente. ROMA-BARI . E le democrazie sono più sicure delle oligarchie e anche più durature proprio in forza dei cittadini medi (infatti questi sono di più e partecipano più largamente alle cariche nelle democrazie che nelle oligarchie) poiché quando. in forza di ciò che per loro è piacevole: cioè non in T143 T144 CAMBIANO-MORI • © 2011. Su questa base Aristotele può mostrare il carattere accidentale e passeggero delle amicizie fondate sull’utile e sul piacere. GIUS. E su questo tipo di amicizia che si fondava la vita filosofica degli uomini che nella scuola aristotelica cooperavano alla ricerca del sapere. è facile dividere tutti in due parti. conservataci dall’antichità. ma in questo caso utilità e piacere sono soltanto prodotti derivati. Similmente si deve dire anche di coloro la cui amicizia è motivata dal piacere: infatti. non si producono affatto fazioni e dissidi tra cittadini. pur potendo in linea di principio essere esercitata rimanendo soli. ma perché risultano loro piacevoli. in opposizione al carattere duraturo e stabile che è proprio della vera amicizia.

giacché i buoni e sono buoni in senso assoluto e sono vicendevolmente utili. essendo venuta meno la causa per la quale esse erano amiche. e buoni essi sono di per se stessi. e ciò che è buono in senso assoluto è anche piacevole in senso assoluto. in quanto buoni. Ma a quest’amicizia appartengono tutte le condizioni che abbiamo detto. Questi infatti. GIUS. E ciascuno è buono in senso assoluto e per l’amico. anche le cose che piacciono diventano altre. Costoro infatti vivono secondo passione e perseguono soprattutto ciò che a loro piace personalmente e ciò che piace al momento. l’amicizia mirava a quei fini. perché in questo modo nasce in loro ciò che è conforme all’amicizia. sono soprattutto queste determinazioni che sono degne d’essere amate. ma in quanto è utile o piacevole. Infatti ogni amicizia è dovuta al bene o al piacere. Per questo motivo amano e cessano di amare con rapidità. ROMA-BARI T144 . ma in un certo momento è una cosa. in un altro un’altra. e le azioni dei buoni sono identiche o simili. giacché ciascuno lo è dell’altro per l’altro stesso e non per accidente. o in senso assoluto o per chi è amato. Quindi l’amicizia di costoro perdura finché sono buoni. Pertanto queste amicizie sono accidentali: non è infatti in quanto chi è amato è quello che è che viene amato.03_Come vivere. e l’amare e l’amicizia si realizzano principalmente in queste ed è l’amicizia più eccellente. e le appartengono in virtù della natura stessa degli amici. giacché gran parte dell’amicizia amorosa asseconda la passione ed è dovuta al piacere. appunto. ma sorge anche tra tutte quelle persone mature e tutti quei giovani che ricercano il loro interesse.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 755 I filosofi tra la città e il cosmo 755 quanto si tratta della persona amata. Infatti le azioni che sono proprie e quelle del medesimo genere sono secondo piacere. giacché in questa amicizia gli amici sono simili anche per le altre condizioni. l’utile non è duraturo. Per questo in fretta diventano amici ed in fretta cessano di esserlo: giacché la loro amicizia muta assieme a ciò che piace. mutando più volte nel medesimo giorno. ma in quanto apporta l’uno qualche bene. Perfetta è invece l’amicizia dei buoni. sono massimamente amici. Ma coloro che vogliono ciò che è bene per gli amici per loro stessi. Ed in ugual modo sono anche piacevoli. In questa categoria di amicizie gli uomini pongono anche l’ospitalità. Infatti in tanto sono piacevoli l’uno all’altro in quanto hanno speranze di ottenere qualche bene. I giovani sono pure inclini all’amore. vien meno anche la loro amicizia. Di conseguenza. Comunemente si ritiene che l’amicizia di questo genere sorge soprattutto tra i vecchi (gli uomini di quest’età infatti non perseguono il piacevole. giacché in essa si riuniscono tutte le qualità che devono appartenere agli amici. Invece. l’amicizia dei giovani è motivata dal piacere. ed esige una certa somiglianza tra gli amici. È normale che l’amicizia di questo genere sia durevole. Ora. ad avviso di tutti. LATERZA & FIGLI. talvolta infatti non sono neppure piacevoli l’uno all’altro. Le amicizie di questo genere sono quindi facili a rompersi dal momento che le due parti non restano sempre uguali: infatti se non sono più utili o piacevoli cessano di amarsi. ma l’utile). giacché i buoni sono piacevoli e in senso assoluto e l’uno all’altro. ed i piaceri della giovinezza sono soggetti a rapidi cambiamenti. Ora. vogliono in ugual modo l’uno ciò che è bene per l’altro. se non sono utili. e la virtù è cosa durevole. Pertanto non sentono nemmeno il bisogno di questo tipo di frequentazione. Assolutamente gli amici di questo genere non conducono nemmeno una vita d’intimità tra loro. l’altro un piacere. in quanto. Ma quando l’età muta. CAMBIANO-MORI • © 2011. Questi desiderano trascorrere le giornate in compagnia e condurre vita in comune. vale a dire di coloro che sono simili in virtù.

Esse riferiscono probabilmente alla lettera il dettato epicureo. Riprendendo teorie già diffuse in epoca sofistica.03_Come vivere. Dalla stipulazione del patto Epicuro fa scaturire la giustizia e le leggi. bensì soltanto degli uomini e.qxp:03_come_vivere 756 4-04-2011 20:10 Pagina 756 Come vivere? Ed è logico che le amicizie di questo genere siano rare. per cui il filosofo si terrà preferibilmente lontano da essa. XXXII. cioè conforme a questo criterio di utilità. CAMBIANO-MORI • © 2011. ma in più vi compaiono le linee fondamentali della concezione epicurea delle leggi e della giustizia. Ciò che soprattutto trattiene gli uomini dal commettere ingiustizie è ravvisato allora nel timore di essere scoperti e puniti. Diogene Laerzio riporta una serie di Massime capitali. Di fatto però la vita politica è terreno continuo di scontri e quindi fonte di turbamenti. Ciò non è prerogativa di tutti gli esseri viventi. giacché. soltanto di alcuni popoli. Tale criterio è dato dall’utilità consistente nella sicurezza dei contraenti di un patto: in questo caso si ha il giusto secondo natura. ma non si può escludere che possano anche essere state rielaborate e sistemate in un insieme organico dalla tradizione epicurea successiva. Epicuro Massime capitali. Per questo aspetto. e altrettanto 1. GIUS. che quindi hanno carattere puramente convenzionale e artificiale e possono essere mutate secondo le circostanze. ROMA-BARI . non esiste né il giusto né l’ingiusto. LATERZA & FIGLI. l’insegnamento etico di Epicuro è condensato in maniera ancor più concisa e lapidaria che nella Epistola a Meneceo. interamente dedicato a Epicuro. non è possibile conoscersi l’un l’altro prima d’aver consumato assieme il sale di cui esso parla. In esse. ma sempre in base al criterio dell’utile. L’origine della società viene ravvisata in un contratto stipulato allo scopo di perseguire l’utile dei contraenti. XXXI-XXXVIII XXXI. Epicuro riprende un tema della cultura dell’età sofistica. L’amicizia assume rilevanza centrale soprattutto nella posizione di Epicuro: solo nell’amicizia tra i componenti della scuola filosofica e non nella città è possibile trovare la sicurezza dai mali che affliggono le città e una fonte di piaceri autentici. Egli intende invece individuare il criterio formale che consente di qualificare come giusto un qualsiasi tipo di legge. Il giusto secondo natura è l’espressione dell’utilità che consiste nel non recare né ricevere reciprocamente danno1. che aveva insistito sul carattere relativo e strumentale delle leggi. Epicuro non intende affermare che esiste un diritto naturale diverso o superiore alle leggi convenzionalmente stabilite dagli uomini nelle diverse T144 T145 circostanze. infatti gli amici di questo genere sono rari. Inoltre vi è bisogno di tempo e di consuetudine di vita. secondo il proverbio. Epicuro ritiene che la giustizia consista soltanto nel patto di non arrecare danni ad altri in modo da non doverne subire: questo è lo scopo che conduce gli uomini ad associarsi in città. tra questi. Per tutti quegli esseri viventi che non ebbero la capacità di stringere patti reciproci circa il non recare né ricevere danno. T145 Epicuro: la giustizia e le leggi A conclusione del X e ultimo libro delle sue Vite dei filosofi.

non sono state più nemmeno giuste. ma consiste nel timore che sorge dal sospetto di non poter sfuggire a coloro che sono stati preposti a punirlo2. allora bisogna dire che esse sono state giuste fino a che sono state utili per la vita in comune dei cittadini. XXXIII. In senso generale il giusto è uguale per tutti. Da ciò scaturisce. L’ingiustizia non è di per sé un male. CAMBIANO-MORI • © 2011. Giustizia e ingiustizia non esistono di per sé. anche se per il presente ciò gli riesce infinite volte: non può mai sapere se riuscirà a non farsi scoprire fino alla sua morte. ma se si ponga una legge che non risulti coerente all’utilità nei rapporti reciproci. 3. né sono bene o male di per sé ma per gli effetti che esse producono grazie al patto sociale che stabilisce che cosa è giusto e che cosa è ingiusto. LATERZA & FIGLI. dopo aver mostrato che gli dèi non si 2. XXXVII. All’interno della scuola epicurea il maestro appariva colui che aveva indicato agli uomini il modo di essere felici: per Lucrezio Epicuro si situa al termine di un processo naturale che ha portato l’umanità dalla sua condizione primitiva all’incivilimento. in quanto è un accordo di utilità reciproca nella vita sociale. senza che siano sopravvenute nuove circostanze. Quando. perché genera il timore di essere puniti. XXXV. essa non possiede la natura del giusto. In questa prospettiva l’ingiustizia può essere qualificata come un male. T146 Lucrezio: le origini della cultura I primi quattro libri del De rerum natura di Lucrezio concernono i princìpi dell’universo.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 757 I filosofi tra la città e il cosmo 757 si deve dire per quei popoli che non poterono o non vollero stringere patti per non recare e non ricevere danno. ciò non vuol dire che non lo fosse durante quel tempo. quelle cose che erano prescritte come giuste non sono più utili. quella che è comprovata come utile dalle necessità dei rapporti sociali reciproci deve esser considerata come avente il requisito del giusto. ossia in qualunque circostanza giusto è soltanto ciò che è utile. come mostrano le massime successive. XXXVI. essendo sopravvenute nuove circostanze. ma a seconda della particolarità dei luoghi e delle condizioni risulta che non per tutti il giusto è lo stesso3. sia essa la stessa per tutti o no. Se poi ciò ch’era utile secondo giustizia viene a decadere. quando non sono state più utili. Ma quando. il giusto è identico per tutti. ROMA-BARI T145 T146 . le cose sancite dalla legge come giuste si rivelano nella pratica non corrispondenti alla prenozione del giusto. e in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare né ricevere danno. la natura dell’anima i suoi rapporti con il corpo. e che in seguito. In quanto si identifica con l’utile. Nel libro V invece. se non ci si vuole turbare per vane chiacchiere ma guardare sostanzialmente ai fatti. pur avendo per un certo tempo corrisposto alla prenozione del giusto. ma solo nei rapporti reciproci. la sua mortalità e i modi in cui l’uomo acquisisce la conoscenza. bensì varia secondo i luoghi e i tempi. GIUS. XXXIV. XXXVIII.03_Come vivere. La giustizia non esiste di per sé. Colui che fa qualcosa di nascosto contro i patti stipulati reciprocamente circa il non recare né ricevere danno non può confidare di non essere scoperto. la possibilità di mutare le leggi quando esse non sono più conformi al criterio dell’utile. vuol dire che in realtà non erano giuste. Fra le cose che la legge prescrive come giuste. ma che cosa sia utile non risulta identico in tutte le circostanze e presso tutti i popoli.

e non CAMBIANO-MORI • © 2011. E divisero i campi. Ogni provvidenzialismo. pur non essendo egualitaria. di stampo platonico o stoico. La quercia battuta dal vento se cade sui rami di un albero a fianco. E si vedevano poi sotto i raggi del sole maturare frutti nei campi d’estate. di tecniche e di istituzioni giuridiche e politiche. già formulato da Democrito T133.03_Come vivere. quelle destinate a garantire la sopravvivenza e quelle rivolte al soddisfacimento di bisogni non immediatamente legati a essa. Essi sono il riconoscimento della dipendenza dell’uomo dalla natura. 1. per Lucrezio. Lucrezio esclude nettamente l’intervento di divinità o personalità eccezionali in questo processo. L’unica personalità eccezionale nella storia dell’umanità è. passim La scoperta del fuoco. invece. la scoperta del fuoco e della fusibilità dei metalli. che rende possibile l’emergere del linguaggio. gli uomini sono poi passati alla vita associata. e l’individuazione di due livelli di tecniche. delle città e della proprietà La prima volta il fuoco ai mortali fu portato su la terra dal fulmine: sorge nel mondo dal fulmine ogni ardore di fiamme. che per primo ha indicato con la sua filosofia il modo di liberarsi dai dolori e dalle paure. Gli assi portanti del quadro lucreziano delle origini della cultura risalgono a Epicuro. ma almeno in parte forse già a Democrito. le greggi senza contesa secondo il pregio del corpo e il valido ingegno2. Molte cose sfiorate da fiamme celesti si vedono splendere infatti. La molla del passaggio alla società e alle scoperte tecniche è sempre la natura. appena il colpo del cielo le investe. Così di giorno in giorno i più accorti e animosi mostravan che il vitto e la vita potevano per mezzo del fuoco cambiare. V. fluttua e si agita: all’urto la selva scintilla e di sera dalle foglie il fervore del fuoco fa luce. Lucrezio Sulla natura delle cose. che si esprime sotto forma di bisogno. di tappe percorse collettivamente dall’umanità. È il tema della natura che funge da maestra agli uomini nell’escogitare le tecniche. E il sole insegnò a cuocere i cibi. La spartizione originaria dei beni non nasce da un conflitto. in quanto l’oro diventa l’unico segno di prestigio e valore. il criterio di tale distribuzione è dato dalla differenza delle proprietà fisiche e psichiche degli individui. priva di agricoltura. ardue su rupi le rocche rifugio dei re. dedita alla caccia e alla raccolta degli alimenti. T146 2. LATERZA & FIGLI.qxp:03_come_vivere 758 4-04-2011 20:10 Pagina 758 Come vivere? occupano del mondo e che il mondo stesso è perituro. fu allora che apparvero le opere umane. si tratta. Tali esempi diedero il fuoco ai mortali1. È piuttosto la scoperta dell’oro a dare il via ai conflitti. Epicuro. 1091-1197. città chiuse di mura. è decisamente negato. a partire dal verso 925. GIUS. egli delinea le condizioni di vita dei primi uomini e il passaggio dalla natura alla cultura: da una vita nomade. ROMA-BARI .

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Ma l’oro, scoperto nelle sabbie dei fiumi,
spense ogni splendore sul volto degli uomini.
Ed ecco che i forti, gli audaci corrono dietro
alla schiera dei ricchi, e non sanno
che sola ricchezza è quella dell’animo libero.
Ma i ricchi vollero anch’essi diventare famosi,
creare per sé la potenza, dettare le leggi,
perché su stabile base poggiasse la loro fortuna.
E sotto le vesti dorate, tra colonne di marmo,
speravano che più lieta scorresse la vita;
inutilmente: ché subita furia li prese
di ascendere al sommo potere e li colmò di dolore
orme di sangue lasciando sul loro cammino.
E tuttavia dalle vette munite di armi, dai fasti
li depose l’invidia, miseramente, e spesso
giù li sospinse nel buio del Tartaro:
come il fulmine che brucia le cime più alte.
Meglio viver di poco e tranquilli in disparte
ubbidire che volgere l’animo al regno3.
Lascia che sudino sangue stancandosi
invano e s’azzuffino su per la stretta
via degli onori: son gente che segue
la sciocca opinione dei molti, che aspira
a quei beni perché sentono gli altri
lodarli e invidiarli: non da esperienza convinti:
com’è non più adesso che allora e sarà nel futuro.
Uccisi dunque che furono i re,
giacque dei troni l’antica maestà
infranta e del regno l’alta superbia;
l’insigne diadema che il capo cingeva regale,
or lordo di sangue tra i piedi del volgo,
gemeva l’onore di un tempo: si schiaccia
bramosi ciò ch’è stato a lungo temuto.
La pubblica sorte ricadde così nel tumulto
fangoso del volgo: ognuno voleva
per sé sopra gli altri l’imperio supremo.
Fu allora che alcuni pensaron di eleggere
magistrati e proposero leggi
quali norme da imporre alla vita comune.
Il genere umano era stanco di trarre
avanti la vita in terrore di sangue,
era stanco dell’odio; e accettò volentieri,
spontaneo il dominio di rigide leggi4.
più le qualità fisiche e psichiche degli
individui. I ricchi, per garantirsi la
sicurezza in relazione agli altri, aspirano
al potere, senza avvedersi che esso è

fonte di ancor maggiori turbamenti.
3. È una riformulazione del precetto
epicureo: «vivi nascosto».
4. L’origine delle leggi è vista nella

necessità di uscire dai conflitti: solo esse,
in quanto accettate dai membri di una
comunità, possono garantire sicurezza e
protezione.

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Come vivere?
E visto che ognuno faceva vendetta
guidato dall’ira nei modi più fieri
senza freno di leggi, venne in fastidio
agli uomini usare la forza per vivere.
Così la paura di pene turba la gioia della vita:
l’ingiuria violenta chiude chiunque
nelle sue reti e là dov’è nata ritorna,
né placidi e quieti scorrono i giorni
a chi rompe la pace dei patti comuni.
Sebbene il delitto resti ignorato
dai Numi e dagli uomini, non può rimanere
nell’ombra perpetua: ché molti
parlando nei sogni o durante
un delirio di febbre svelano crimini
per lungo tempo tenuti segreti.

La nascita della nozione degli dèi
Come si è sparsa tra i popoli l’idea del divino
e perché le città son piene di are, di culti
e di riti solenni che tuttora si compiono in eventi
insoliti, e donde provenga, ai mortali l’orrore
che in tutta la terra fa sorgere questa infinita
serie di templi e alle feste li stipa di gente;
non è a spiegarsi una cosa difficile.
Dalle veglie stanche e dai sogni degli uomini
alte figure sorgevano, forse memorie del giorno
tormentato; e le credemmo vive perché ci pareva
che si movessero e dai volti imperiosi mandassero
voci superbe. E siccome restavano
immensi fantasmi fissi nel fondo dell’animo
pensammo che mai nessuna forza nemica
li potesse distruggere; e così furono essi
di vita immortale immaginati. Ed anche
sembrarono più di noi fortunati e sereni
perché non poteva toccarli paura di morte
e perché senza fatica in quei sogni lontani
nascevano liberi e belli e autori di meraviglie.
E gli uomini inoltre guardavano
l’immutabile norma dei cieli
e i ritorni costanti delle stagioni:
ma per scoprirne le cause non bastava guardare.
Allora fu solo rifugio dover tutto agli Dei,
tutte ai lor cenni rimettere le cose del mondo.
E subito posero in cielo ai Numi le sedi,
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templi di nebbie,
perché in cielo si vede la luce, la luna, il giorno;
in cielo si vede la notte e si vede
ai severi silenzi il chiaro andar delle stelle;
in cielo le nubi il sole la pioggia la neve,
la grandine il fulmine il vento; e i cupi
ululati del tuono sembravano lunghe
mormorate minacce allargarsi nell’aria.
Certo che fu sventurata la stirpe degli uomini
tali fatti credendo e altre ire crudeli
venir dagli Dei.
Quante paure avrebbe scansato per sé
e quante per noi pene e pianti e sfortune.

Come già per Aristotele, anche per gli stoici l’uomo è un essere socievole per
natura e questa socievolezza si realizza in insiemi sempre più vasti, dalla famiglia
alla città. Ma al di là della città il cosmo stesso, retto da una legge naturale pienamente razionale, diventa per gli stoici il luogo in cui si costituisce la società dei
sapienti, ossia degli uomini pienamente virtuosi, non soltanto come volevano gli
epicurei, la ristretta cerchia della scuola filosofica. Per altra via, anche negli stoici, il legame ideale tra il filosofo e la città, che aveva sorretto la riflessione di Platone, viene ad allentarsi.

T147 Cicerone: la socievolezza umana secondo gli stoici
Lo scritto ciceroniano De finibus bonorum et malorum è dedicato interamente ai
problemi etici. Esso ha la forma di un dialogo, nel quale i vari protagonisti espongono le
dottrine etiche delle principali scuole filosofiche, l’epicurea, la stoica e la peripatetica.
All’esposizione fa seguito, per quanto riguarda l’etica epicurea e quella stoica, una
confutazione. Cicerone utilizza quindi nel suo scritto la tecnica tipica dell’Accademia
scettica di argomentare pro e contro le varie tesi, ma, anziché procedere per brevi
domande e risposte, come aveva fatto Socrate, egli preferisce utilizzare lunghi discorsi, sia
nell’esposizione sia nella confutazione delle dottrine delle varie scuole. Il libro III, in
particolare, è dedicato all’esposizione dell’etica stoica, di cui fa parte il passo qui
presentato. In esso si tenta di mostrare che l’uomo è un essere socievole per natura e
che, quindi, la società non è una costruzione artificiale. La prima matrice di essa è da
ravvisare nell’amore che per natura i genitori nutrono per i propri figli e nel fatto che gli
esseri animali, non solo umani, tendono a riprodursi; infatti, sarebbe contraddittorio
tendere a riprodursi e poi non amare la propria prole. Sulla base di questo nucleo
originario si costituiscono poi le associazioni più ampie tra uomini, sino alla formazione
delle città. Per gli stoici l’intero universo è come un’unica grande società, una sola città.
Inoltre, essi ritengono che proprio delle forme corrette di associazione è l’anteporre
l’utile generale a quello particolare dei singoli membri.
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Pertanto è la natura che ci rende idonei alle riunioni. secondo il nostro pensiero. Da ciò deriva quest’altra conseguenza naturale: noi anteponiamo l’utilità generale alla nostra particolare. E non è degno di maggior biasimo chi tradisce la patria che chi tralascia l’utilità o il benessere generale per la propria utilità o il proprio benessere. Ci fan capire ciò anzitutto la conformazione e le membra del corpo: esse rivelano che la natura nella procreazione seguì un criterio razionale. come dire. che si colloca oltre i ristretti confini delle singole comunità: la vera comunità. di cui è espressione. e ciascuno di noi sia una parte di tale mondo2. L’insegnamento delle norme di saggezza. di cui sono membri uomini e dèi. neppure con infinita abbondanza di piaceri. chiamato guarda-pinna perché la custodisce (quando vi rientra vien chiuso dentro. LATERZA & FIGLI. è facile capire che 1. ed è. 2. 62-65 Essi poi ritengono che abbia attinenza con l’argomento il comprendere che l’amore dei genitori verso i figli è un fatto naturale. nate per sé. E poiché si considera inumana e scellerata l’asserzione di coloro che sostengono di non opporsi a che dopo la morte venga la fine del mondo con un incendio universale (si suol dirlo citando un verso greco comunissimo)3. abbiamo l’impressione di udire la voce della stessa natura. essi ritengono che sia retto dalla volontà divina. Difatti. Questa disposizione d’animo ha dato origine ai testamenti e alle raccomandazioni dei moribondi. GIUS. al tempo stesso. la più alta manifestazione della socievolezza umana. tanto che sembra averla avvertita di stare attenta)1. Inoltre sarebbe un’incongruenza dire che la natura vuole la procreazione e non si interessa per far amare le creature generate. la socievole convivenza del genere umano. che in età imperiale sarà fatto pronunciare a tiranni come Tiberio e Nerone: esso è l’affermazione del totale disinteresse per gli altri. per il fatto stesso che è un uomo. produce un segnale che fa chiudere al mollusco le T147 valve. e parimenti le formiche le api e le cicogne fanno certe azioni anche per altri. Perciò. Quanto al mondo. Così entrambi mangiano quanto è stato catturato. A ciò gli stoici oppongono la necessità di preoccuparsi anche delle generazioni future. consente l’ingresso di cibo. Ne deriva che è naturale anche la reciproca solidarietà degli uomini fra di loro. così certe bestie feroci sono nate soltanto per sé. Infatti. in tal modo. in quel momento il granchio la morde e. più che a quella di un solo individuo o alla propria. per esempio gli occhi e le orecchie. è però destinato a tutti gli uomini. per esempio le gambe e le mani. Crisippo. per cui necessariamente un uomo non può risultare un estraneo per un altro uomo. oltre a quelli delle formiche o delle api. Da questo inizio ha avuto origine. Per mostrare che anche tra gli animali esistono forme di associazione e collaborazione. Si tratta del verso «morto me. e costituisca per così dire la città e la patria comune degli uomini e degli dei. spalancando le valve. ROMA-BARI . come è evidente che noi per natura rifuggiamo dal dolore. così la natura stessa risulta spingerci ad amare quelli che abbiamo generato. dall’ampia conchiglia che ha nome pinna e il granchio che ne esce a nuoto. alle assemblee. 3. quella dei buoni. chiamato pinna. la stesura dei testamenti. Attraverso di essi l’amore per la prole esercita i suoi effetti anche oltre la durata della propria vita. CAMBIANO-MORI • © 2011. per loro stessi. E poiché nessuno vorrebbe passar la vita in completa solitudine. così l’uomo buono e sapiente e ossequente alle leggi e non ignaro del suo dovere di cittadino provvede all’utilità generale. fa l’esempio del rapporto che s’istituisce tra un mollusco. Di qui il cosiddetto cosmopolitismo stoico. ma quel mollusco. come fra le membra alcune sono. perché è conveniente che la patria ci sia più cara di noi stessi. una collaborazione: la pinna. alle città.03_Come vivere. a suo avviso. Tali vincoli sono molto più notevoli presso gli uomini. è certamente vero che bisogna provvedere anche a quelli che vivranno un giorno. Tra essi si stabilisce. che si esplica soprattutto nella scuola stoica. L’intero universo è come una grande città. altre aiutano anche l’uso delle altre membra. come le leggi antepongono il benessere di tutti a quello dei singoli. Ed anche nelle bestie si può notare la forza della natura: quando ne vediamo il travaglio nel parto e nell’allevamento. e il granchio parassita che vive dentro la sua conchiglia. si estende all’intero universo. Ne consegue che chi affronta la morte per lo Stato deve essere lodato. per esempio. III. la terra sia sconvolta dal fuoco».qxp:03_come_vivere 762 4-04-2011 20:10 Pagina 762 Come vivere? Cicerone Sui termini estremi dei beni e dei mali.

utilizzabili anche in una prospettiva diversa da quella originaria. Dopo Cesare e lo stabilizzarsi del governo imperiale questo modello cessa definitivamente di esistere. Seneca presenta se stesso nelle lettere come medico e paziente insieme. ROMA-BARI T147 T148 . allora. La lettera mostra l’atteggiamento di Seneca nei confronti dell’epicureismo: occorre distinguersi da esso. in modo da non escludere l’amicizia dalle componenti della vita del sapiente.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 763 I filosofi tra la città e il cosmo 763 noi siamo nati per una unione e aggregazione di uomini e per una comunità naturale. anche se è autosufficiente. avevano costruito ritratti del buon monarca e delle sue virtù. avere un amico. Lucilio. LATERZA & FIGLI. 9. il mondo di lingua greca si era costellato di monarchie: ciò riproponeva l’attenzione per le peculiarità del governo monarchico e per i tratti che lo distinguevano dal tiranno. Per chiarirne la portata esamina la relazione tra autosufficienza e amicizia. In questo. riprendono l’antico tema dell’autosufficienza del sapiente. Polibio ravvisa questa ragione nella forma di costituzione mista peculiare di Roma e su questa linea lo avrebbe seguito anche Cicerone. GIUS. Di fronte a un potere che appare sempre più tirannico. 8-22 Ritorniamo ora al nostro tema. pur senza eliminarli. volte invece a trasmettere dall’alto un messaggio già pienamente elaborato nei suoi contenuti. Ed è la natura che ci sospinge a voler renderci utili al maggior numero possibile di persone. La forma epistolare adottata da Seneca fa passare in secondo piano. se non altro per esercitare l’amicizia: e perché una virtù così nobile non languisca. Seneca affronta in questa epistola il tema. ma senza ostilità. L’estensione del dominio di Roma all’intero bacino del Mediterraneo pone agli storici e agli intellettuali greci il problema delle ragioni politiche che hanno consentito a Roma di raggiungere questa preminenza. impegnato in un lavoro spirituale che interagisce su entrambi i protagonisti dello scambio epistolare.03_Come vivere. Il tema dell’amicizia. che sarà poi chiamato dello speculum principis. per assumere i toni del colloquiale. In età ellenistica comincia a fiorire un genere di letteratura politica. Ormai le città politicamente autonome non erano più l’unica realtà del mondo greco. tipicamente stoico. anzitutto con l’insegnamento e dando norme di saggezza. e cioè «per avere chi lo assista CAMBIANO-MORI • © 2011. T148 Seneca: il saggio autosufficiente e l’amicizia In risposta a un quesito del suo giovane amico Lucilio. Il saggio. D’altra parte l’amicizia è una componente essenziale del rapporto tra Seneca e il destinatario delle sue lettere. la sua opera si differenzia dalle lettere epicuree. i canali impersonali dell’argomentazione nella sua validità e cogenza universale. Già nel IV secolo a. vuole. il retore Isocrate e Senofonte. si tratta. con la Ciropedia. Nerone.C. Dopo l’espansione di Alessandro in Oriente. di chiarire che cosa distingua la posizione stoica da quella epicurea. Nel II secolo a. non lo fa per il motivo dichiarato da Epicuro in una lettera. Seneca Lettere a Lucilio. senza per questo cedere alle idee epicuree. della conversazione a tu per tu. dell’autosufficienza del sapiente. ma recuperando al tempo stesso il motivo dell’amicizia. filosofi di ispirazione stoica come Seneca dopo vani tentativi di atteggiarsi a consigliere del principe. anzi recuperandone gli aspetti positivi.C. però. era centrale nell’epicureismo. però.

poiché. non per lucro. ma di nessuna sente la mancanza. cioè la felicità. quando alla fine del mondo. ma per avere qualcuno da assistere lui stesso. Uno dei maggiori esponenti della filosofia stoica. mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova. scomparsi gli dei in un tutt’uno e cessando per qualche tempo l’ordine naturale delle cose. ma sente la mancanza di tutto». non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi. vi si può accostare chi è autosufficiente. perché non sa servirsi di niente. scaturendo dal desiderio. sbaglia. Ma come? Da una più onesta causa può nascere un sentimento ignobile? «Ma ora non stiamo discutendo». 3. Allusione alla dottrina stoica della conflagrazione universale. invece. è un bene interiore e nasce tutto da se stesso. in tal caso. Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un’amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. A differenza della vera amicizia.03_Come vivere. ma non per vivere felice: è felice anche senza amici. che non è mossa dal desiderio né del piacere né dell’utile. per ottenerlo si andrà contro l’amicizia stessa. degli occhi e di molte altre cose indispensabili alle attività di ogni giorno. L’amore senza dubbio somiglia un po’ all’amicizia. a questo scopo gli occorrono. LATERZA & FIGLI. interpretano male questa espressione: allontanano il saggio da tutto e lo costringono dentro il suo guscio. sta solo con se stesso. o da liberare se prigioniero dei nemici. «Perché. l’amore. se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza. chi lo soccorra in carcere o in miseria». ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile. ROMA-BARI . Il saggio fa qualcosa di simile: si ritira in sé. tuttavia. mentre al saggio niente è necessario. L’inizio e la fine fatalmente concordano. «E come. rimane senza amici?» Sarà simile a quella di Giove. per convenienza finirà di esserlo. gettato in carcere o relegato in terra straniera o costretto a una lunga navigazione o sbattuto su una spiaggia deserta. infatti. Il saggio ha bisogno delle mani. ma traffico. Se nell’amicizia si ricerca un utile. Voglio ora indicarti anche la distinzione fatta da Crisippo2. nelle malattie. argomentato contro le forme di amicizia fondata soltanto sull’utile T144. dunque. molti elementi. Già Aristotele aveva. è questa la prima cosa da dimostrare. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L’amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. caro Lucilio. e di altre che per paura lo tradiscono. CAMBIANO-MORI • © 2011. qualcuno da seguire in esilio. invece. non per vivere. Quindi.qxp:03_come_vivere 764 4-04-2011 20:10 Pagina 764 Come vivere? se ammalato. da strappare alla morte anche a prezzo della mia vita: quella che tu descrivi non è amicizia. Bisogna allora chiarire il significato e i limiti di questa frase: il saggio è autosufficiente per vivere felice. «se l’amicizia si debba ricercare per se stessa». dunque. diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all’esterno. 2. potresti ribattere. che tende a T148 essere incontrollabile e rientra quindi nella patologia dell’anima. non ha bisogno di niente. lo si potrebbe definire un’amicizia dissennata1. Finché gli è possibile ordi- 1. Chi è diventato amico per convenienza. «Il saggio è autosufficiente». Il sommo bene. Egli dice che il saggio non sente la mancanza di niente e. ti fai un amico?» Per avere qualcuno per cui morire. per quanto sia autosufficiente. sentire la mancanza di qualcosa deriva dalla necessità. Così se uno ha successo. Se uno si preoccupa solo di sé e perciò fa amicizia. lo circonda una folla di amici. E. né per timore dell’instabilità della sorte. costui sparirà. ha bisogno di molte cose: «Lo sciocco. comporta un coinvolgimento passionale. per vivere felice solo un animo onesto. L’amicizia finirà. per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l’amico per paura. I più. fiero e noncurante della sorte. si riposerà chiuso in sé abbandonandosi ai suoi pensieri3. che mira a un profitto e guarda ai possibili vantaggi. GIUS. come è cominciata: si è procurato un amico perché lo aiutasse nella prigionia: non appena ci sarà rumore di catene. ci si accosta ad essa?» Come a un sentimento bellissimo. «Quale sarà la vita del saggio se.

Oppure. che mette sul suo stesso piano. anche se è padrone del mondo. che ebbe poi il soprannome di Poliorcete per le città da lui distrutte. Che importa qual è il tuo stato. come in altri sentimenti. è autosufficiente e genera figli. che un bene tanto grande tocchi ad un uomo indegno: solo il saggio è contento delle cose sue. ma l’atteggiamento che si assume nei confronti di essa. è autosufficiente e tuttavia non potrebbe vivere se dovesse vivere senza nessuno. CAMBIANO-MORI • © 2011. e tuttavia sereno. dopo la caduta della sua città. gli fu chiesto da Demetrio.. dall’incendio generale. LATERZA & FIGLI. protagonista delle guerre tra i successori di Alessandro. disse: e costrinse il nemico a dubitare della propria vittoria. gli sciocchi. Zenone. ma da alcuni ritenuto del poeta latino Publilio Siro. se in questo modo ti sembra espresso meglio (bisogna badare più al significato che alle parole): «Chi non si ritiene molto felice. anche nell’amicizia c’è un’innata attrattiva. ma una naturale inclinazione. quanto è più ammirevole quest’uomo che uscì illeso e indenne dalle armi. Il soprannome Poliorcete. letteralmente «espugnatore di città». e non quello che pensano un giorno solo. le rovine. il che conferma che ciò che conta non è la situazione esterna. ma quello che pensano sempre. 5. All’amicizia non lo porta nessun interesse personale. divenuto re di Macedonia nel 294 a. ma schiavo di più persone ancora. gli fu dato per la sua capacità nell’impiego delle macchine belliche di assedio. Ecco un uomo forte e valoroso! Egli vinse il nemico vincitore. poi. se avesse perso qualcosa. vissuto nel IV secolo a. se a te non sembra buono? «E come?» ribatti «se si definirà felice uno vergognosamente ricco e quell’altro. è un infelice l’uomo che non giudica ingentissimi i propri beni». Il Demetrio citato poco dopo è il figlio di Antigono Monoftalmo. «li ho con me». così anche in questo sentimento c’è uno stimolo che ci spinge a ricercare le amicizie. Costui. come in generale le prime trenta dell’epistolario con Lucilio. il cui insegnamento fu seguito anche dal fondatore della scuola stoica. ma diffuso nella cultura comune: la felicità è essenzialmente connessa alla valutazione che si dà della propria situazione. si conclude con una citazione da Epicuro: questo è il debito a cui Seneca si riferisce. virtù.03_Come vivere. Ci meravigliamo vedendo certi animali che attraversano indenni il fuoco. Si tratta di Stilpone di Megara. appunto perché dettato dalla natura. «Non ho perso nulla». padrone di molti schiavi. «Tutti i miei beni». le fiamme! Vedi quanto è più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Sono parole uguali a quelle del filosofo stoico: anch’egli porta i suoi beni intatti attraverso la città in fiamme: è autosufficiente. uscì da solo. leggerai nei versi di un poeta comico: Non è felice chi non pensa di esserlo5. lo stesso che Epicuro critica nella sua lettera. diventeranno felici per la loro frase?» Non importa quello che dicono. e in questi confini delimita la sua felicità. saggezza e soprattutto l’intelligenza di non ritenere un bene ciò che può essere tolto. GIUS. Verso di attribuzione incerta. Il tema cui qui si allude non era soltanto filosofico.C. o che spesso addirittura antepone.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 765 I filosofi tra la città e il cosmo 765 nare le sue faccende a suo piacere. invece. 4. E tuttavia. anche se per oggi ho già pagato il mio debito: «Se pure è padrone del mondo intero. Come esiste l’odio per la solitudine e la ricerca di associazione. sono tormentati dal disgusto di se stessi. Perché tu sappia poi che questo è un concetto comune. Stammi bene. è un poveretto». ma quel che pensano. rispose. lo stesso Epicuro. come la natura lega uomo a uomo. «Tutti i miei beni li ho con me»: senso di giustizia. censore di Stilbone. Questa lettera di Seneca. in cui aveva perso moglie e figli. Non pensare che solo noi pronunciamo nobili parole. proferì una frase simile.C. Non temere. è autosufficiente e prende moglie. il saggio delimiterà in sé ogni bene e ripeterà le parole di quel famoso Stilbone4. e tu prendila per buona. ROMA-BARI T148 . pur amando molto gli amici.

Ritorna il tema. 23 e 24. l’altra in ciò che è turpe. 2.03_Come vivere. 59 riportato più avanti. Marco Aurelio A se stesso. e ho concluso che l’una consiste in ciò che è moralmente bello. GIUS. colmi di immagini. secondo cui il vizio dipende dall’ignoranza di che cosa sia realmente bene e di cosa sia male. Nessuno può propriamente imporre di compiere azioni malvage perché è impossibile impadronirsi di quella zona intima dell’individuo dalla quale dipendono le sue scelte morali e che è. come le mani. invece. Da questo presupposto Marco Aurelio ricava frequentemente. in un invidioso. in un imbroglione. non aveva dimenticato gli insegnamenti di retorica ascoltati in gioventù da Frontone. come le palpebre. scarsamente sorvegliato sul piano letterario. Questa comune partecipazione all’unica ragione che governa il cosmo stabilisce tra tutti gli uomini una parentela. composto di getto dall’imperatore sotto la tenda durante le sue campagne militari: così ha sovente immaginato la leggenda. infatti. è diretto in primo luogo all’autore stesso. II. ritrovi il suo luogo più appropriato ancora una volta nel cosmo. T149 Marco Aurelio: l’imperatore e il cosmo Lo scritto di Marco Aurelio. sentenze o aforismi. che ho meditato sulla natura del bene e del male. secondo cui il bene e il male dipendono esclusivamente da noi. 9 e 59. LATERZA & FIGLI. per definizione. ma perché ha in comune con me l’intelletto. i pensieri. V. la necessità di una cooperazione tra gli uomini. anche VII. 3. nei quali si alternano descrizioni di stati di fatto a comandi. libera. Tutti questi difetti provengono loro dall’ignoranza del bene e del male1. anziché pretendere di attribuire immediatamente una validità universale ai contenuti espressi nei pensieri. 1. formulata per la prima volta chiaramente da Socrate nei dialoghi platonici e ripresa successivamente dagli stoici. VII. CAMBIANO-MORI • © 2011. dunque. non perché nato dallo stesso sangue e dallo stesso seme. nella percezione della sua solitudine. interrogazioni retoriche. L’andamento sentenzioso. non posso subire alcun danno da nessuno di essi – nessuno. il tutto è anzi sapientemente orchestrato intorno all’autore che si rivolge a se stesso in seconda persona. Tale ignoranza conduce a scambiare per bene ciò che non lo è. richiamato incessantemente alla sua miseria e debolezza di particella effimera. in un prepotente. Ciò non significa che essa sia un insieme frammentario di materiali indipendenti. anch’esso sostenuto con forza dagli stoici. co1.o esortazioni. da cui è nata l’idea che si trattasse di uno scritto spontaneo. 36 Di buon mattino bisogna cominciare col dire a se stessi: m’imbatterò in un indiscreto. Anche questa è una tesi tipicamente stoica: ogni uomo possiede una parte T149 della ragione divina. si distingue nettamente dagli altri testi della letteratura filosofica antica sin qui presentati. ma all’interno di un universo razionale nella sua totalità. e cioè una particella della divinità2. imperativi. Esso non è un frutto improvviso.qxp:03_come_vivere 766 4-04-2011 20:10 Pagina 766 Come vivere? Ma è significativo che circa un secolo dopo un imperatore incline alla filosofia stoica come Marco Aurelio ravvisi nella corte che lo circonda tutt’altro che una cerchia di amici e. ROMA-BARI . nel comporlo. Nella loro brevità incisiva. forniscono al tempo stesso un ritratto dell’imperatore impegnato nella costruzione incessante della propria identità. e ho meditato altresì sulla natura dello stesso peccatore. in un egoista. come i piedi. intitolato dai traduttori moderni Pensieri o Colloqui con se stesso o anche Meditazioni. soprattutto da Seneca ed Epitteto. Io. Infatti siamo nati per cooperare. io. in un ingrato. X. Cfr. nei Pensieri. È la tesi. potrà farmi compiere azioni turpi3 – e nemmeno posso adirarmi con un mio parente o prenderlo in odio. L’opera è una successione di brevi pensieri. e ho concluso che egli è mio parente. che va oltre la parentela biologica. In realtà Marco Aurelio.

per i quali ho tanto lottato. Ripresa di un tema già formulato nell’antico stoicismo: l’unità organica dell’universo. E allora. perché la natura ti ha unito e ti ha mescolato anche con costoro. alla totalità del tempo. devi andartene nutrendo sentimenti meno benevoli nei loro confronti. 5. CAMBIANO-MORI • © 2011. ROMA-BARI T149 . ma. infatti. qualcuno che gioisca del triste evento. e non andartene neppure come strappato via a forza. Ora invece essa te ne separa: mi separo da essi come da parenti. piuttosto. Nessuno è così fortunato da non avere accanto a sé. al momento della morte. una è la ragione comune a tutti gli esseri dotati di intelligenza e una è la verità. bensì senza opporre resistenza. Già gli stoici antichi avevano rintracciato nella filosofia di Eraclito la dottrina del fuoco come principio dell’universo e del fluire incessante delle cose. perché formano un solo complesso. La sostanza4. il cosmo che si compone di tutte le cose. ma questi temi forse non avevano in Eraclito la centralità che essi vi ravvisavano. E pensa anche all’abisso infinito del passato e del futuro nel quale tutto si dilegua. Uno è. della quale tu non sei che una piccolissima parte. e al destino. tuttavia. sperando forse di averne qualche altro beneficio. ho tanto pregato e ho avuto tante preoccupazioni. non con animo restio. rimanendo amico. infatti. le attività sono soggette a continue trasformazioni. benevolo e cordiale verso di loro. come non dovrebbe essere considerato un pazzo colui che in queste condizioni si gonfia d’orgoglio. ma sentivo che in cuor suo ci condannava». È ben vero che non dava noia a nessuno di noi. e adirarsi con qualcuno ed evitarlo con disprezzo significa appunto agire contro il prossimo. Dunque agire gli uni contro gli altri è contro natura. quante altre ragioni vi sono perché siano in molti a desiderare di sbarazzarsi di noi! Questo penserai dunque morendo e te ne andrai più di buon’animo. uno è il dio che pervade tutte le cose. e si può ben dire che nessuna sia estranea alle altre. facendo queste riflessioni: me ne vado da una vita tale che in essa i miei stessi compagni.03_Come vivere. se una è anche la perfezione degli esseri che appartengono alla stessa specie e partecipano della stessa ragione. Era un uomo coscienzioso e saggio: nel momento estremo ci sarà qualcuno che dirà fra sé: «Potremo finalmente respirare. Perché dunque uno dovrebbe desiderare ardentemente di rimanere più a lungo quaggiù? Non per questo. è come un fiume che scorre perennemente.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 767 I filosofi tra la città e il cosmo 767 me i denti superiori e inferiori. anche ciò che è vicino e a portata di mano. ma. liberi da questo pedante. vattene conservando il tuo carattere abituale. nell’ambito del quale quanto grande è la parte che occupi tu? Tutte le cose sono concatenate fra loro e il loro legame è sacro. allo stesso modo che in chi fa una bella morte l’animuccia si separa dal corpo con serenità. Pensa spesso alla velocità con la quale passano e si dileguano le cose che esistono e che nascono. proprio loro vogliono che io me ne vada. ma per noi. La sostanza è ciò di cui il mondo è fatto. una è la sostanza. una è la legge. le cause assumono innumerevoli forme e quasi nulla è stabile. 4. Scava dentro di te: dentro è la fonte del bene che può zampillare sempre se non smetti mai di scavare. perché anche questa è una delle cose che sono secondo natura. del quale ti è stato assegnato un tratto breve e insignificante. LATERZA & FIGLI. GIUS. Questo diranno dell’uomo coscienzioso. così dev’essere anche la tua separazione da costoro. e contribuiscono tutte insieme all’ordine dello stesso cosmo5. Il paragone col fiume è una chiara reminiscenza di matrice eraclitea. si angustia o si lamenta come se la sua pena avesse una durata considerevole e l’avesse tormentato a lungo? Pensa alla totalità della sostanza. retto da un unico principio divino razionale e caratterizzato da un legame causale intercorrente tra tutte le cose e tutti gli eventi.

le comunità cristiane spostano il compimento della storia umana in un futuro. Per Agostino è Dio che fa nascere e crollare gli imperi umani. Agostino La Città di Dio. Solo alla fine della storia. quella trova la gloria in se stessa. 2. T150 Agostino: le due città Nella Città di Dio Agostino intende confortare i suoi lettori dimostrando la superiorità del cristianesimo e trasmettere a essi il senso di che cosa significhi appartenere alla comunità cristiana nella vicenda della storia umana e sacra. GIUS. Quest’ultima è fondata sul servizio reciproco e sul rispetto della gerarchia tra chi comanda e chi è comandato. 4. Con il libro XI. Quella cerca la gloria tra gli uomini. la seconda dice al suo Dio: Ti amo. 3. Agostino radicalizza questa opposizione per sottolineare che tra Dio e uomo non c’è parità e che solo attraverso T150 l’amore di Dio l’uomo può amare veramente se stesso e gli altri uomini. Soprattutto nei primi dieci libri egli dà un ritratto della storia e della religione pagana. L’esistenza dell’uno non esclude necessariamente l’esistenza dell’altro. questa dice al suo Dio: Tu sei mia gloria e sollevi il mio capo2. è posseduta dalla passione del potere. si costituisce nel momento in cui l’amore per uno dei due genera il disprezzo per l’altro. nei suoi uomini di potere. che però non s’identificano totalmente e immediatamente con le istituzioni storicamente esistenti dello Stato e della Chiesa. CAMBIANO-MORI • © 2011. quella retta dall’amore di Dio e quella terrena che vive secondo la carne ed è dominata dall’amore di sé e dal desiderio di potere. in conflitto tra loro. 28. Nei libri VIII-X egli si sofferma soprattutto sulla filosofia platonica. È la storia di due città. La vera patria del cristiano non è più sulla terra. mia forza4. 2. Quella solleva il capo nella sua gloria. e della stessa filosofia. la comunità di quanti amano Dio si troverà nettamente separata da quanti amano soltanto se stessi. ma le vicende e il destino della Chiesa si sottraggono a quelli delle vicende umane.03_Come vivere.qxp:03_come_vivere 768 4-04-2011 20:10 Pagina 768 Come vivere? Con l’avvento del Cristianesimo anche le nozioni di città e di legge subiscono delle trasformazioni. col giudizio universale. dall’altra. Questa alternativa. 4. e chi è sottoposto adempiendo3. L’una. testimone della coscienza. A tale scopo egli fornisce anche. in particolare romana. Signore. ma anche le comunità. una ricapitolazione dell’intera cultura classica. In ultima analisi. questa nel Signore. i libri XV-XVIII il loro corso rivelatore nel passato e i libri XIX-XXII la loro sorte finale. per così dire. LATERZA & FIGLI. l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste1. ROMA-BARI . È la prospettiva escatologica di una conclusione della storia umana nel giudizio e nella resurrezione finale. nei suoi capi e nei popoli che sottomette. 1. che è soltanto luogo di transito. per questa la gloria più grande è Dio. Dall’attesa di un imminente nuovo avvento del Messia. La scelta per un amore piuttosto che per l’altro riguarda l’individuo. L’alternativa tra le due città si esprime anche come opposizione tra amore del potere. 17. che si realizza pienamente nell’aldilà. In particolare i libri XI-XIV discutono l’origine delle due città. nell’altra prestano servizio vicendevole nella carità chi è posto a capo provvedendo. XV. invece. Altra citazione dai Salmi. 2 Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena. La prima. e carità. nella versione che ne aveva dato Porfirio. XIV. invece. Citazione dai Salmi. da una parte. Col crescente istituzionalizzarsi del Cristianesimo in Chiesa e con l’integrazione ufficiale di essa nel corpo dell’Impero a partire da Costantino. ama la propria forza. 3. lo stesso potere politico comincia a essere concepito come uno strumento al servizio della missione di salvezza propria della Chiesa. Tra amore di sé e amore di Dio non esiste di per sé un’alternativa totale. inizia propriamente la trattazione delle due città.

A questi esiti può pervenire. Essa viene rappresentata in modo antropomorfico o addirittura teriomorfico. LATERZA & FIGLI. ROMA-BARI T150 . ma soltanto col giudizio finale la città celeste apparirà nella sua purezza. l’altro che per mezzo della sua presenza è simbolo della città celeste. Isacco. sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile. Entrambi sono stirpe d’Abramo. alle quali è attribuito culto e venerazione. 15. là si rivela un comportamento dell’uomo. [. con la resurrezione finale e il trionfo completo del bene.. CAMBIANO-MORI • © 2011. Nella città terrena. che è benedetto nei secoli 6. Nell’altra città invece non v’è sapienza umana all’infuori della pietà. nacque secondo la carne dalla schiava Agar. Nella città celeste il culmine della sapienza è la pietas. membri della città celeste. La città terrena presenta al suo interno un’ambivalenza. Prima di questo evento finale decisivo i membri della città celeste vivono. 9. Paolo. Per Agostino nella città terrena. Paolo. S. oppure quanti hanno potuto conoscere Dio non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio. dopo la caduta dell’uomo nel peccato originale. che allora finalmente potranno ricongiungersi a Dio. di quadrupedi e di rettili 5 (nella pratica di questa idolatria essi sono stati alla testa dei popoli o li hanno seguiti). che Dio sia tutto in tutti 7. di uccelli. 8. 25. anche quando si arriva a riconoscere l’esistenza della divinità. Lettera ai Romani. 9. ma soltanto nell’altro mondo potrà trovare compiuta realizzazione il desiderio umano di pace. Citazione da S. S. ossia la divinità viene raffigurata con sembianze umane o addirittura animali. in quanto uno è nato da una schiava e l’altro da una libera. ma proprio questo atteggiamento conduce a quelle rappresentazioni erronee e vaneggianti della divinità. Ismaele. ossia quanti fanno parte della società dei santi. GIUS. ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. La natura corrotta per il peccato genera perciò i cittadini della città terrena. che era libera. mentre la grazia che libera la natura dal peccato genera i cittadini della città celeste. che fa adorare giustamente il vero Dio e che attende come ricompensa nella società dei santi. Paolo. l’altro. è soltanto alla fine (èschaton) dei tempi che apparirà chi sono gli eletti. già in terra. Prima lettera ai Corinzi. si ha una conoscenza errata della sua natura. ma il primo nacque da una relazione puramente naturale. perciò. Mentre si dichiaravano sapienti (cioè gonfiandosi nella loro sapienza sotto il potere dell’orgoglio). hanno cercato i beni del corpo o dell’anima o tutti e due. ma dentro di essa e mescolati con essa vivono anche quanti sono salvati dalla grazia di Dio. Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore. Essi rappresentano anche l’opposizione tra schiavitù e libertà. i secondi vasi di misericordia 8.] Noi troviamo nella città terrena due modelli. secondo Agostino. nell’attesa di esso. l’autorità e l’esercizio del potere sono necessari per frenare le violenze reciproche tra gli uomini e garantire una certa sicurezza.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 769 I filosofi tra la città e il cosmo 769 Nella prima città. nacque secondo la promessa da Sara. 5.03_Come vivere. i sapienti. i primi infatti sono detti vasi di collera. l’uno che attesta la propria presenza. Di essa fanno parte i peccatori. 21 sgg. uomini e angeli. mentre il secondo fu donato da una promessa che era segno di grazia. Questi ultimi sono. I due figli di Abramo del racconto biblico sono simbolo delle due città. che vive secondo l’uomo e non secondo Dio. 1. Un altro simbolo è ancora nei due figli di Abramo: l’uno. che vivono secondo l’uomo. qui si testimonia un beneficio divino9. quindi. soltanto una sapienza che sia puramente umana e. 7. Ma veramente libero è per Agostino soltanto ciò che è dato per grazia divina. superba e orgogliosa delle proprie prerogative e delle proprie capacità. La dimensione escatologica è costitutiva della città celeste: infatti. 1. Lettera ai Romani. Paolo. adorando il vero Dio. 28. Lettera ai Romani. che consiste nel tributare adorazione e culto all’unico vero Dio. 6.. perché vera libertà è soltanto quella di non poter peccare. S. 22-23. Prima di questo evento i non peccatori per grazia divina sono simbolo e prefigurazione della futura città celeste.

T151 Inoltre essendo ormai omogeneo. accentuati dalla sua polemica contro il pelagianesimo.qxp:03_come_vivere 770 4-04-2011 20:10 Pagina 770 Come vivere? T151 Agostino: pace terrena e pace celeste L’intero libro XIX della Città di Dio è dedicato al problema della pace. e il corpo. Agostino La Città di Dio. ma spirituale. Quindi essa può esistere in terra. La resurrezione finale riguarda non soltanto l’anima immortale. questa è la società che ha il massimo di ordine e di concordia nel godere di Dio e nel godere reciprocamente in Dio. la pace che ne risulterà sarà pur sempre imperfetta. la salvezza operata dal Cristo ammetteva la possibilità di una pace raggiungibile già in terra. possedendo una 1. pervenuta a noi dal mondo antico. ma nessuna delle due è pienamente realizzabile in terra. Di qui scaturiscono alcune conseguenze: questo corpo ormai spiritualizzato non avrà più bisogni. ma allora si tratterà di un corpo reso spirituale. L’unico modo nel quale la pace celeste può già esistere in terra è nella forma della speranza. stranieri. da ritenersi e da definirsi l’unica pace della creatura razionale. Agostino definisce la pace come «tranquillità dell’ordine». intendendo per ordine «una disposizione delle cose simili e dissimili che attribuisce a ciascuna il suo posto» (XIX. 3. In terra i membri della città celeste sono soltanto pellegrini. che è la vera pace. Soltanto nell’eternità sarà possibile la pace perfetta. non sarà più animale. GIUS. Anche quando le due città cooperano in terra per questo aspetto. in quanto spirituale. in quanto vivono nell’attesa e nella speranza di tornare alla vera città. 2. la città di Dio rifiuta come follia questo dubbio. completamente sottomesso alla volontà. 13). La pace perfetta è una condizione di eterna stabilità. Quando ciò sarà raggiunto. senza alcun bisogno1. come si dice a conclusione della Città di Dio. riferendo al conseguimento di quella pace tutto ciò che di buono si compie verso Dio e verso il prossimo. ma pienamente e sicuramente vitale. dove nulla è mai compiutamente stabile. XIX. perché i bisogni sono legati all’imperfezione e alla corruttibilità della materia corporea. non come possesso definitivo. Si tratta dunque della più ampia discussione di esso. una pace di Babilonia. LATERZA & FIGLI. la prima a causa della corruzione della natura umana dovuta al peccato originale e la seconda a causa dello sconvolgimento dell’ordine. che mentre si corrompe appesantisce l’anima. della pace terrena. In questa trattazione agostiniana della pace si avvertono i riflessi pessimistici. all’anima. 17-20 Anche la città celeste usa. fatta salva la devozione e la religione. Questa pace la si possiede finché si è pellegrini nella fede2 e in questa fede si vive nella giustizia. non potrà più opporsi ai comandi della volontà. sia il mondo esteriore in cui l’uomo vive. CAMBIANO-MORI • © 2011. e riferisce questa pace terrena alla pace celeste. Essa però sarà perfetta soltanto alla fine della storia. Essa infatti sarà raggiunta con l’imposizione e quindi sempre con danno e dolore di qualcuno. la vita non sarà mortale. secondo cui tutto è incerto3. Mentre in precedenza sino alle Confessioni. nel quale uno dei protagonisti è Varrone. con la polemica antipelagiana si avverte la necessità di un’autorità che tenga a freno gli istinti e ripristini l’ordine sconvolto dal peccato. ma anche il corpo. prodotto anch’esso dal peccato originale. protegge e desidera l’armonia delle volontà umane in ciò che riguarda la natura mortale degli uomini. ROMA-BARI .03_Come vivere. nel «sabato che non ha sera». Le certezze della città di Dio Per quanto attiene a quella caratteristica che Varrone individua nella nuova Accademia. Questa nozione di pace riguarda sia l’uomo interiore. poiché la vita della città è indubbiamente una vita sociale. nel suo cammino. soltanto nella forma della fede e nella speranza. Agostino si riferisce al dialogo di Cicerone intitolato Accademici.

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conoscenza assolutamente certa intorno a ciò che comprende con la mente e con la ragione, benché essa sia limitata a causa del corpo corruttibile che appesantisce l’anima, secondo quanto ha detto l’Apostolo: La nostra conoscenza è imperfetta4. Essa crede ai sensi,
di cui l’anima si serve per mezzo del corpo, dinanzi all’evidenza di qualunque cosa, poiché ben più infelice è l’errore di chi pensa che non si debba mai credere ad essi5. Crede
ancora la città di Dio nelle Sacre Scritture, antiche e nuove, che noi chiamiamo canoniche6,
da cui è stata concepita quella fede secondo la quale vive il giusto e per mezzo della quale noi camminiamo senza dubbi finché dura il nostro pellegrinare lontano dal Signore. Restando salva e certa tale fede, noi possiamo dubitare, senza essere giustamente ripresi, di
alcune cose che non percepiamo né con i sensi né con la ragione e che non ci sono comunicate dalla luce della Scrittura canonica e di cui non siamo venuti a conoscenza per
mezzo di testimoni degni di fede7.

Tra «otium» e «negotium»
Certo non riguarda minimamente questa città l’atteggiamento o il costume di vita con cui
ciascuno riceve questa fede attraverso la quale giungere a Dio, purché non ci si ponga contro i comandamenti divini. Per questo essa non costringe nemmeno i filosofi che diventano cristiani a mutare il loro atteggiamento o le loro consuetudini di vita che non sono contrarie minimamente alla religione, bensì a mutare le loro false dottrine. Parimenti non si
preoccupa per nulla di quella caratteristica che Varrone individua nei cinici, purché non
commetta azioni ignobili o intemperanti. Facendo salva la fede, chiunque può condurre la
propria vita fra i tre generi, contemplativo, attivo e misto, e giungere al premio eterno; ciò
che conta è che cosa si conserva dell’amore della verità, che cosa si offre per il dovere della carità8. Nessuno quindi deve essere così libero per la ricerca da non pensare nella medesima ricerca alla utilità del prossimo, e nessuno deve essere così attivo da non ricercare
la contemplazione di Dio.
un dotto contemporaneo di Cicerone
stesso. Qui la tesi che tutto è incerto e
nulla è propriamente conoscibile è
attribuita ad Arcesilao, capostipite della
nuova Accademia di orientamento
scettico. Per la critica agostiniana allo
scetticismo T44.
4. S. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 9.
5. Lo scetticismo nega l’attendibilità dei
sensi: essi possono ingannare e pertanto
non bisogna prestare loro credito. Per
Agostino invece i sensi possono fornire
informazioni corrette, anche se da soli
non bastano a fornire conoscenze
certe.
6. Canoniche nel senso che
costituiscono il canone, ossia la regola e
la norma della conoscenza e della vita.
7. Agostino distingue due ambiti. In
quello della fede nella rivelazione
contenuta nelle Sacre Scritture non è
possibile il dubbio o, meglio, il dubbio è
possibile, ma riguarda solo chi è fuori
dalla città celeste e quindi è legato al

peccato. Invece, in altri casi il dubbio è
possibile, e precisamente nell’ambito
delle cose che sfuggono ai sensi e alla
ragione e che non sono rivelate nella
Bibbia o trasmesse da testimoni credibili.
Ritorna in queste distinzioni agostiniane
la partizione fra le cose conosciute
direttamente da ciascuno (per mezzo dei
sensi o della ragione) e quelle conosciute
grazie a informazioni attendibili
provenienti da altri (la Bibbia o testimoni
degni di fede). Gli antichi medici avevano
denominato questi due ambiti, l’empeirìa
(limitata però alle sole informazioni
provenienti dai sensi) e l’historìa.
8. Agostino si richiama a una
discussione sui generi di vita, emersa
nella filosofia antica già a partire dal IV
secolo a.C. Il problema consisteva nel
chiedersi quale fosse il genere di vita
migliore: quello contemplativo (cioè di
studio) o quello attivo oppure un terzo
comprendente entrambi? Per Agostino il
problema di per sé non sussiste: egli

ritiene che ogni genere di vita sia
accettabile, addirittura anche quello
condotto dai filosofi cinici, che
vagabondano mendicando senza
lavorare. Naturalmente la condizione è
che questi generi di vita non diano
luogo a comportamenti immorali, ma
soprattutto il criterio discriminante
diventa la fede: se c’è la fede nella verità
rivelata e la carità che ne consegue, il
tipo di vita scelto è irrilevante. Di fatto,
tuttavia, la connessione tra amore della
verità e dovere della carità conduce
Agostino a propendere per la
preferibilità di una vita mista di
contemplazione e di azione. Di
conseguenza chi ricerca la verità dovrà
anche pensare all’utilità del prossimo, far
partecipi gli altri delle proprie scoperte.
Così chi vive una vita attiva, per esempio
di governo, dovrà mirare non all’onore o
al potere, bensì all’utilità dei sudditi, ma
senza disgiungerla dalla ricerca e dalla
contemplazione di Dio.

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Come vivere?
Nella contemplazione non ci si deve compiacere di una inerte pigrizia, ma si deve essere alla ricerca o alla scoperta della verità, perché ciascuno avanzi in essa e non si rifiuti di far partecipare gli altri alle proprie scoperte. Nell’azione poi non si deve amare l’onore né il potere in questa vita, poiché tutto sotto il sole è vanità, ma l’opera stessa che
si compie per l’onore o per la potenza, purché in modo retto e utile, cioè in modo che
serva alla salute dei sudditi secondo il disegno di Dio. Perciò l’Apostolo afferma: Se uno
aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro9. Ha voluto spiegare che cosa sia l’episcopato, poiché esso indica un’opera, non un onore. Il termine è greco e deriva dal fatto
che chi è posto a capo sovrintende su quelli sui quali sta a capo, cioè si prende cura di
loro; skopóv indica l’intendere, quindi e¬piskopeîn, se vogliamo, possiamo tradurlo in latino con «sovrintendere», perché si comprenda che non è vescovo chi ama stare a capo senza essere utile.
Pertanto a nessuno s’impedisce la ricerca della conoscenza della verità, che è una forma encomiabile di contemplazione; è invece sconveniente aspirare a una carica superiore, senza la quale il popolo non può essere governato, benché essa sia tenuta ed esercitata, come si conviene. Per questo l’amore della verità ricerca la santità della contemplazione, mentre il dovere della carità ricerca una giusta attività. Se nessuno impone questo peso, ci si deve dedicare alla ricerca ed alla contemplazione della verità; se però esso ci viene imposto, deve essere assunto per dovere di carità10. Non si devono comunque mai abbandonare le consolazioni della verità, perché, privati di questa dolcezza, non siamo
schiacciati da quella necessità.

La pace nella città celeste
Perciò, poiché il sommo bene della città di Dio è la pace eterna e perfetta, non quella
che i mortali attraversano con il nascere ed il morire, ma quella nella quale rimangono
senza più subire alcuna avversità, chi potrà negare che quella vita sia la più felice o non
giudicherà come la più infelice, a confronto con quella, la vita che si conduce sulla terra, per quanto sia piena di beni dell’anima, del corpo e di altre realtà esteriori?11 Tuttavia anche colui che si comporta in modo da riferire l’uso di questa vita a quel fine che
egli ama nel modo più ardente ed in cui spera con tutta la sua fede, può essere detto felice giustamente anche ora in quella speranza, piuttosto che in questa realtà. Questa
realtà infatti, senza quella speranza, è una falsa beatitudine ed una grande infelicità; non
si serve infatti dei veri beni dell’anima, poiché non è vera sapienza quella che, nelle co-

9. S. Paolo, Prima lettera a Timoteo, 3, 1.
10. Agostino stabilisce un’ulteriore
differenza tra vita contemplativa e vita
politica, la quale mostra in ultima analisi
la superiorità della vita contemplativa.
Questa infatti è oggetto legittimo di
desiderio e aspirazione, mentre il potere
che caratterizza la vita politica non è
tale. Di fatto Agostino riprende un
pensiero che era già stato formulato da
Platone nella Repubblica: il governo degli
altri è perseguibile solo come un
dovere, ossia come un’imposizione che

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l’individuo accetta per il bene di tutti.
Nella prospettiva cristiana esso diventa
«dovere di carità», ossia imposto
dall’amore di Dio e del prossimo.
11. Anche in questo punto Agostino
riprende una tematica elaborata nella
filosofia antica, soprattutto a partire da
Aristotele, ossia la tripartizione dei beni:
dell’anima, del corpo e i cosiddetti beni
esterni (ricchezza e così via). Ma
secondo Agostino anche il possesso di
tutte e tre le classi di beni non basta a
rendere felici, contrariamente a quanto

avevano pensato i peripatetici, perché la
vita terrena è sempre mutevole e,
quindi, priva di quella stabilità e
sicurezza, che deve invece
contrassegnare una vita veramente
felice. L’unica felicità possibile sulla terra,
dove nulla di stabile è mai veramente
conseguibile, è data soltanto dalla
speranza di ciò che sarà oltre la vita
terrena. Emerge qui la centralità del
futuro, inteso come punto terminale
della vicenda umana, che si concluderà
nel giudizio finale e nella resurrezione.

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se che discerne con prudenza, regge con fortezza, frena con temperanza e distribuisce
con giustizia, non si dirige verso quel fine in cui Dio sia tutto in tutti12, in una eternità
certa ed in una pace perfetta.

Nel mondo medievale, caratterizzato dalla presenza di due poteri, quello spirituale della Chiesa e quello temporale dell’Impero, si scontrano anche teorie opposte volte a rivendicare la supremazia o l’indipendenza di uno di essi rispetto all’altro. Con Giovanni di Salisbury nel XII secolo si ha una ripresa del tema della
legge di natura: in quanto universale e proveniente direttamente da Dio, essa deve stare alla base anche dei rapporti tra popolo e principe. Nel XIII secolo, insieme ad altri scritti aristotelici, anche la Politica torna a essere conosciuta e a suggerire importanti motivi di riflessione. Da essa Tommaso d’Aquino attinge la nozione di una naturale politicità o socievolezza dell’uomo, in contrasto con la concezione, di matrice agostiniana, dello Stato come strumento per tenere a freno
l’uomo dopo la caduta nel peccato originale. Alla comunità politica, in particolare alla forma migliore di essa che Tommaso individua nella monarchia, è demandato il compito di ordinare le leggi, che hanno come fine il bene comune e la cui
bontà è determinata dalla loro conformità alla legge naturale, che non è altro che
partecipazione alla legge eterna stabilita da Dio.

T152 Tommaso d’Aquino: legge eterna, legge naturale e legge
divina

Tommaso definisce in generale la legge come regola o misura e, quindi, come ciò a cui
occorre conformarsi. Questa nozione di legge non riguarda solo l’ambito umano, in
particolare l’ambito della vita associata e delle comunità politiche; essa riguarda piuttosto
l’intera realtà, la quale presenta una struttura gerarchica. Tommaso pertanto distingue
una pluralità di leggi, strutturate anch’esse gerarchicamente. Al vertice c’è la legge eterna,
la quale è alla base dell’ordine dell’universo, creato da Dio in conformità di essa. La legge
che partecipa di essa è la legge naturale, alla quale gli uomini si conformano, in quanto
creature razionali. Da essa dipendono le leggi particolari che gli uomini stabiliscono per
dirigere la loro vita nelle comunità e negli Stati: il loro obiettivo è il bene comune.
Queste leggi positive hanno un vincolo verso l’alto, che è determinato dalla legge
naturale: esse sono valide soltanto se si conformano o, almeno, non contravvengono alle
norme stabilite dalla legge naturale. Con la distinzione di questi tre tipi di legge (eterna,
naturale, umana o positiva) il compito di Tommaso parrebbe terminato. In realtà, rimane
ancora aperto un problema decisivo: la legge naturale (che è partecipazione a quella
eterna) e le leggi positive da sole non forniscono all’uomo la regola alla quale egli deve

12. S. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 15,
28. Le quattro virtù cosiddette cardinali,
ossia i cardini della vita morale
dell’uomo, la prudenza o saggezza, la
fortezza o coraggio, la temperanza e la

giustizia, non bastano da sole ad
assicurare la felicità. Esse contribuiscono
alla felicità soltanto se finalizzate
all’amore per Dio e al desiderio di
ricongiungersi con Lui dopo la vicenda

terrena, ossia al desiderio di trovare in
Dio quella stabilità ed eternità, che sole
possono garantire la vera pace.

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come insegna la Scrittura6.qxp:03_come_vivere 774 4-04-2011 20:10 Pagina 774 Come vivere? conformarsi per conseguire il suo fine soprannaturale. CAMBIANO-MORI • © 2011. ossia risponde a un piano o a una legge che lo governa. I-II. come principe dell’universo. LATERZA & FIGLI. Soluzione delle difficoltà: 1. I primi due argomenti assumono entrambi che solo Dio esiste dall’eternità. che si denomina ragione suprema. Questione 91. è chiaro che tutta la comunità dell’universo è governata dalla ragione divina. governa le cose ha natura di legge. 23. Perciò non è eterna nessuna legge. le cui norme sono contenute nella Sacra Scrittura. Lettera ai Romani. codesta legge dev’essere eterna. che il mondo è retto dalla divina provvidenza. Tommaso d’Aquino Summa theologica. come abbiamo fatto noi nella Prima parte5. 8. Perciò il piano stesso col quale Dio. la beatitudine celeste. in quanto è ordinata da Dio al governo di quelle cose che egli già conosce. 3. Ma non esiste dall’eternità un soggetto cui imporre una legge: poiché dall’eternità esiste Dio solo.03_Come vivere. La legge implica un ordine al fine. La difficoltà è data allora dal fatto che non ha senso parlare di una legge. mentre i soggetti ai quali è destinata la legge non esistono dall’eternità. Rispondo: Come abbiamo già visto4. 2. quindi. 4. 7. secondo l’espressione dell’Apostolo: «Chiama le cose che non sono come se fossero»7. perché preconosciute e preordinate da lui. In particolare. articoli 1-2 e 4 ARTICOLO 1 Se vi sia una legge eterna Sembra che non vi sia una legge eterna1. Agostino3: «La legge. In questo caso gli argomenti sono tre. quando non esistono destinatari di essa. Proverbi. sulla base di queste leggi si può costruire soltanto una morale naturale. niente di ciò che è eterno viene ordinato al fine: poiché il solo ultimo fine è eterno. Nella precedente questione 90. una volta dimostrato. La premessa dell’argomentazione di Tommaso è che il mondo costituisce un ordine provvidenziale. Questa legge è nella mente di Dio e poiché Dio è eterno. In contrario: Scrive S. Infatti: 1. S. 3. articoli 1 e 2. 17. Tommaso espone quelli a favore di essa. Qualsiasi legge viene imposta a qualcuno. è chiaro che negare l’esistenza di una legge eterna equivale a negare tale provvidenza. Ora. Perciò la concezione eterna della legge divina si presenta come legge eterna. I destinatari di questa legge vengono a esistere nel tempo soltanto con la creazione di essi da parte di Dio. o comunità perfetta. 1. Precisamente nella questione 22. ispirata direttamente da Dio. La promulgazione è essenziale alla legge. essendo il suo pensiero eterno. In questo caso si tratta del De libero arbitrio di Agostino. Diventa allora necessaria una legge che dia all’uomo la regola e la guida per dirigersi verso il suo fine soprannaturale. Dunque nessuna legge può essere eterna. 6. di essere comunicata e resa T152 pubblica. Tale legge può provenire soltanto da Dio stesso: è la legge divina. Le cose che non esistono in se stesse esistono presso Dio. GIUS. 5. Paolo. Ora. essa è eternamente in Dio. ROMA-BARI . 2. a chiunque comprenda non può non apparire immutabile ed eterna». E poiché la mente divina non concepisce niente nel tempo. 4. Tommaso espone dapprima gli argomenti a favore della tesi contraria a quella che egli intende sostenere. Poiché questa dimostrazione poggia sull’assunto dell’esistenza della provvidenza divina. Come avviene abitualmente nella Summa. Dopo aver esposto gli argomenti contro l’esistenza di una legge eterna. Ma la promulgazione non poteva esserci dall’eternità: poiché non esisteva nessuno cui promulgarla. Quasi sempre questi consistono in una citazione tratta da testi della Sacra Scrittura o dei Padri. Un tale atto di promulgazione può avere senso solo in relazione a qualcuno cui promulgarla. Quindi nessuna legge può essere eterna2. la legge non è che il dettame della ragione pratica esistente nel principe che governa una società. ma nella mente divina esistono anch’essi eternamente. è proprio di una legge il fatto di essere promulgata e.

che si distinguono dal semplice appetito naturale. l’uomo è più libero di tutti gli animali. la legge naturale è inutile e superflua. Si tratta di quell’insieme di norme dettate dalle proprietà intrinseche della natura umana. Anche questa obiezione. legge eterna e fine coincidono. neppure dalle leggi stabilite da una comunità. cioè in quanto essa serve a ordinare qualche cosa al suo fine. come la precedente. 6. non essendo gli altri animali soggetti a una legge naturale. Tommaso intende dire che la legge eterna non è uno strumento subordinato a un fine esterno a essa. così pure è eterna la scrittura del libro della vita. La conclusione è che. La nozione di legge naturale era già stata formulata nell’antichità. in realtà. Perciò non esiste nell’uomo una legge naturale.. se gli animali diversi dall’uomo non sono soggetti a una legge naturale. Perciò la legge eterna non è ordinata a un altro fine8. a maggior ragione non lo sarà l’uomo che è dotato di libertà. ROMA-BARI T152 . pur non conoscendo la legge rivelata nelle Sacre Scritture. non deve esservi soggetto neppure l’uomo12.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 775 I filosofi tra la città e il cosmo 775 2. le quali agiscono per il fine guidate dal solo appetito naturale: l’uomo invece agisce per un fine mediante la ragione e la volontà. ripresa da Cicerone e confluita nel diritto romano. soprattutto in ambito stoico. Dunque nell’uomo non c’è una legge naturale11. Agostino insegna. 11. La legge implica un ordine al fine in maniera attiva.03_Come vivere. Paolo. Ulteriore premessa è che il grado di libertà è inversamente proporzionale al grado di subordinazione a una legge. proprio degli esseri non razionali. la Glossa spiega: «Sebbene non abbiano la legge scrit- 8. così non abbonda nel superfluo. GIUS. 13. «è la legge eterna a stabilire con giustizia che tutte le cose siano nel massimo ordine»10.. 3. Tale citazione intende mostrare che. la natura come non manca del necessario. è il fine del suo governare. L’uomo viene governato dalla legge eterna: poiché. 2. Ora. contro l’esistenza di una legge naturale nell’uomo assume come premessa la differenza tra uomo e animali. 3. in presenza della legge eterna di Dio. Infatti: 1. tuttavia posseggono la legge naturale che consente loro di distinguere il bene e il male. e in tutti e due i modi la legge eterna ha la sua promulgazione da parte di Dio che la promulga: infatti la Parola (il Verbo) di Dio è eterna. Lettera ai Romani. ma poiché la finalità delle azioni nel caso dell’uomo è determinata dall’intelletto e dalla volontà e poiché l’uomo è diverso dagli esseri non razionali. tanto meno è soggetto alla legge. invece. al quale devono ordinare le loro stesse leggi. 13 e la glossa a commento di questo passo sono citati come autorità a sostegno della tesi dell’esistenza di una legge naturale per l’uomo. De libero arbitrio. Ciò avviene solo per accidens in quei legislatori che hanno il loro fine fuori di se stessi. Dio stesso.]. in forza del libero arbitrio che gli animali non hanno. La promulgazione avviene a parole e per iscritto. Questo appetito orienta anch’esso verso un fine ed è quindi conforme a una legge naturale. S. Agostino. come S. come avviene nelle creature prive di ragione. si era trasmessa anche al Medioevo. Quanto più uno è libero. e la sua legge non è altro che lui stesso. ARTICOLO 2 Se vi sia in noi una legge naturale9 Sembra che non vi sia in noi una legge naturale. Ora. le quali pertanto hanno validità universale e non possono essere infrante da nessuno. «Quando i gentili che non han legge. in questo caso la differenza è nel fatto che solo l’uomo è dotato di libero arbitrio. Ora. l’ordine degli atti umani al fine non deriva dalla natura. 9. La legge ordina gli atti umani al loro fine [. LATERZA & FIGLI. vale a dire nel senso che essa stessa sia ordinata a un fine. non sono altro che Dio stesso. tale finalità del comportamento umano non dipenderà da una legge naturale. In contrario: A proposito di quel testo paolino13. fanno per natura le cose della legge». 2. CAMBIANO-MORI • © 2011. non già in maniera passiva. Nel caso dell’uomo il fine delle azioni è perseguito mediante l’intelletto e la volontà. Invece la promulgazione non può essere eterna per parte della creatura che deve leggerla o ascoltarla. 10. 12. Anche i pagani. Perciò. 1.

ogni ratiocinatio. che è regolato da altro e per questa via indiretta partecipa della regola. che dice soltanto: «Solleva su noi la luce del tuo volto. La conclusione è che la legge naturale orienta i nostri atti. una regola o misura. I princìpi primi. e in senso più specifico. che gli consente di conoscere ciò che è conforme alla sua natura e il fine al quale essa è destinata. in grado di provvedere con la ragione a se stesso e T152 alle altre creature. perché dal suo influsso ricevono un’inclinazione ai propri atti e ai propri fini15. o Signore»17. Siccome. Infatti la legge. articolo 1. Perciò è evidente che la legge naturale altro non è che la partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole. che ci permette di discernere il male e il bene. Ora. che non sono conclusioni di altri ragionamenti. Signore». 2. L’espressione «legge naturale» non designa altro che la partecipazione dell’essere razionale alla legge o ragione eterna. come abbiamo visto. dalla legge eterna. dopo aver detto: «Sacrificate sacrifici di giustizia». come in una cosa regolata e misurata. E codesta partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole si denomina legge naturale16. da cui deriva una inclinazione naturale verso l’atto e il fine dovuto. e ogni appetito riguardante i mezzi deriva dall’appetito naturale dell’ultimo fine18. secondo natura: infatti ogni raziocinio deriva dai primi principii noti per natura. Salmi. non arbitraria. «Molti dicono: chi ci farà vedere il bene?». come abbiamo detto14. Anche gli animali privi di ragione partecipano a loro modo la legge eterna. come abbiamo detto. 15. è chiaro che tutte partecipano più o meno della legge eterna. ROMA-BARI . Infatti. L’uomo partecipa della legge naturale secondo la propria natura. codesta partecipazione si chiama legge in senso proprio. perché ne partecipa col provvedere a se stessa e ad altri. Tutto ciò che è governato dalla provvidenza è regolato dalla legge eterna. Tutti gli atti della ragione e della volontà derivano in noi. 18. come aveva mostrato Aristotele. L’argomento sarebbe giusto. Ecco perché anche il primo orientamento dei nostri atti verso il fine avviene mediante la legge naturale. procede da princìpi per arrivare a conclusioni. hanno però la legge naturale. come le creature ragionevoli. LATERZA & FIGLI. come sopra abbiamo detto.03_Come vivere. sia della ragione sia della volontà. come è emerso nell’articolo precedente: quindi tutto partecipa della legge eterna. poi distingue due modi in cui una regola è presente in un soggetto: o in un soggetto attivo.qxp:03_come_vivere 776 4-04-2011 20:10 Pagina 776 Come vivere? ta. ne partecipa l’uomo come creatura razionale. oppure in un soggetto passivo. 16. ma mediante la ragione. Il rimando è alla precedente questione 90. Invece le creature irrazionali non 14. 17. è interpretato assai liberamente da Tommaso. Soluzione delle difficoltà: 1. in due modi può trovarsi in un soggetto: primo. Perciò in essa si ha una partecipazione della ragione eterna. poiché quest’ultima viene regolata e misurata in quanto partecipa della regola o misura. altro non è in noi che un’impronta della luce divina. non in contrasto o in alternativa con la natura. ogni atto della ragione. GIUS. le creature ragionevoli la partecipano mediante l’intelletto e la ragione. poiché tutte le cose soggette alla divina provvidenza sono regolate e misurate. non è che una sua partecipazione. come in un principio regolante e misurante. quasi per rispondere al quesito di chi cerca le opere della giustizia. Rispondo: Essendo la legge. che opera secondo questa regola. ossia sono «noti per natura»: tale è per esempio il principio che il tutto è maggiore della parte. se la legge naturale fosse qualche cosa di diverso dalla legge eterna. Il testo. Tommaso riprende la definizione generale di legge come regola o misura. Ebbene. come gli altri animali. appartiene alla ragione. nell’azione la tendenza o appetitus che conduce alla scelta dei mezzi dipende dall’appetitus del fine ultimo. Ecco perché il Salmista. come abbiamo visto. così risponde: «Qual sigillo è impressa su noi la luce del tuo volto. tra tutti gli altri esseri la creatura ragionevole è soggetta in maniera più eccellente alla divina provvidenza. CAMBIANO-MORI • © 2011. verso il fine. A maggior ragione. 3. cioè non solo per istinto. ossia dalla tendenza alla felicità. 4. come per dire che la luce della ragione naturale. Essa invece. Analogamente. Tommaso mostra che ragione e volontà operano anch’esse secondo natura. mediante la quale ognuno intende e sa qual è il bene e qual è il male». secondo. Questa tendenza è appunto naturale. 6. però. sono evidenti di per sé.

perché a proposito degli atti umani ci sono troppe diversità di valutazione. Ma egli ora attribuisce a «divina» un significato più specifico. Ma il dettame della ragione umana forma. data l’incertezza dell’umano giudizio. Se egli infatti fosse ordinato solo ad un fine che non supera la capacità delle facoltà umane.] ARTICOLO 4 Se era necessaria l’esistenza di una legge divina20 Sembra che non fosse necessaria l’esistenza di una legge divina. LATERZA & FIGLI. Dunque l’uomo è stato affidato al governo della propria ragione. vi sia anche un’altra legge divina. Quindi non è necessario che. La natura umana è meglio provvista delle creature prive di ragione. Il problema è se sia necessaria una legge divina positiva o se per gli uomini siano sufficienti la legge naturale.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 777 I filosofi tra la città e il cosmo 777 ne partecipano mediante la ragione: perciò nel loro caso non si può parlare di legge.03_Come vivere. affinché l’uomo potesse sape- 19. come abbiamo visto sopra. da una legge data espressamente da Dio. Sembra dunque che tale partecipazione riguardi propriamente solo gli esseri dotati di ragione. Ma essendo l’uomo ordinato al fine della beatitudine eterna. Infatti: 1. dal momento che ne sono privi. 23. era necessario che egli fosse diretto al suo fine. Tommaso ha già parlato in precedenza di una legge divina: si tratta della legge eterna. come abbiamo visto. Ma la legge eterna. evidenti grazie alla legge naturale. Rispondo: Per l’orientamento della nostra vita era necessaria. codeste creature non hanno una legge divina. attribuiti a Davide. che «Dio lasciò l’uomo in mano del suo Consiglio»21. per similitudo con ciò che avviene nel caso delle creature razionali. Anche in questo caso l’unico argomento a favore dell’esistenza di una legge divina è la citazione da una auctoritas: in questo caso i Salmi (118. E questo per quattro motivi. 22. 2. una legge divina.. dovrà avere una legge divina distinta dalla legge naturale la creatura ragionevole22. oltre la legge naturale e quella umana. le capacità naturali dell’uomo. perché l’uomo mediante la legge viene guidato nei suoi atti in ordine all’ultimo fine. è una partecipazione umana della legge eterna. la quale sorpassa. come abbiamo detto. specialmente riguardo ai fatti contingenti e particolari: e da ciò procedono anche leggi diverse e contrarie. quindi. ROMA-BARI T152 . Primo. che Dio ha affidato alla ragione umana il compito di dirigersi da sé. Ecclesiaste. a maggior ragione b non ha bisogno di x. imponimi una legge nelle vie dei tuoi statuti»23. come abbiamo detto. 14. Secondo Tommaso. quanto enunciata esplicitamente da Dio. Secondo. oltre la legge naturale e le leggi umane che ne derivano. com’è affermato nelle Scritture. Si è visto che la legge naturale non è altro che partecipazione della creatura razionale alla legge eterna. che a partire dalle norme universali. Se è vero. [. non sarebbe necessario che avesse un orientamento d’ordine razionale superiore alla legge naturale e alla legge umana positiva che ne consegue. sopra abbiamo visto che il consiglio è un atto della ragione. Sta scritto. Questa terza argomentazione contro l’esistenza di una legge divina ha la forma seguente: se una cosa a è inferiore a una cosa b e se a non ha bisogno di x.. Anch’essi nel loro agire si conformano all’ordine eternamente stabilito da Dio. In contrario: David chiede a Dio espressamente l’imposizione di una legge: «Signore. Ora. cioè gli uomini. in base alla quale è costituito l’ordine complessivo dell’universo. è legge divina. che è partecipazione della legge eterna. 21. Perciò. GIUS. 3. se non in senso metaforico19. ne consegue che non è necessaria un’ulteriore legge divina. Ora. tuttavia. anche gli animali privi di ragione ne partecipano: la differenza è che non ne partecipano mediante la ragione. deduce e prescrive le norme particolari. distinta dalla loro inclinazione naturale. ma nel loro caso si può parlare di «legge» solo in maniera metaforica. La legge naturale. Quindi non occorre che l’uomo sia governato da una legge divina. 20. CAMBIANO-MORI • © 2011. la legge umana. 33). intende riferirsi a una legge non tanto inscritta nelle cose. Si tratta di una legge positiva. Molto meno. analoga alle leggi istituite intenzionalmente dagli uomini. 15. al disopra della legge naturale ed umana. e quella umana positiva.

quindi. è necessario invece ricorrere ad altri principii. Soltanto Dio può conoscere questa sfera interna e comandare anche in relazione a essa comminando premi o castighi. ROMA-BARI . Quindi la legge umana non poteva reprimere. I «pargoletti» sono gli uomini. che sono nascosti. verrebbero eliminati molti beni e sarebbe compromesso il bene comune. Soluzione delle difficoltà: 1. per le ragioni addotte. Ma. sostenitore del papa Bonifacio VIII. non si limitano al riconoscimento di questo primato. Il riferimento è ad Agostino. Codesti quattro motivi sono accennati in una frase dei Salmi27: «La legge del Signore è senza macchia». 26. non può esercitare la sua competenza su tutto ciò che è meritevole di essere punito o premiato. Salmi. La legge rivelata direttamente da Dio per indicare all’uomo il suo fine soprannaturale e i mezzi per raggiungerlo è l’unica che consente all’uomo di uscire dalla sfera fluttuante e talvolta contraddittoria delle sue valutazioni dei singoli atti. era necessario che nei suoi atti fosse guidato da una legge rivelata da Dio. poiché regola non soltanto gli atti esterni. «la testimonianza del Signore è sicura». Ecco perché si ha una legge divina positiva. Terzo. per la certezza della verità e della rettitudine. in quanto ordina l’uomo al fine soprannaturale e divino. La legge eterna viene partecipata dalla legge naturale secondo la capacità della natura umana. Esse non possono scrutare le intenzioni. De libero arbitrio. necessario all’umano consorzio. «dà la sapienza ai pargoletti». l’uomo non può giudicare degli atti interni. Quarto. perché l’uomo si limita a legiferare su quello che può giudicare. Agostino. solo attraverso la rivelazione l’uomo poteva disporre di una guida sicura ed esente da errori che lo guidasse a questo fine. Tommaso stabilisce su questo punto una netta differenza tra le creature dotate di ragione come l’uomo e le creature che ne sono prive. 1. n. che in quanto tale è sempre imperfetta e. contrariamente a quanto detto prima nell’argomentazione contro l’esistenza di una legge divina positiva (cfr. 3. che sono i precetti della legge naturale. 18. ribadisce la distin24. o comandare efficacemente gli atti interiori. ma estendono il potere papale anche all’ambito delle cose temporali. Le leggi umane possono regolamentare soltanto la sfera esterna T152 delle azioni umane e. che proibisce tutti i peccati26. cioè non ammette nessuna bruttura di peccato. non basta basarsi sui principii posti in noi dalla natura. ma per questo era necessario l’intervento della legge divina25. La legge divina ha la funzione di supplire e perfezionare la legge umana. «rifà le anime». 2. Perciò il paragone non regge28. come Egidio Romano. 25. soprattutto nel De Monarchia. ma anche quelli interni. in cui non può esserci errore24. Per Tommaso il potere spirituale della Chiesa ha supremazia su quello temporale in quanto mira a un fine soprannaturale. 9. Il consiglio è una ricerca: e difatti deve muovere da alcuni principii. e cioè ai precetti della legge divina. GIUS. mediante la quale la legge eterna viene partecipata in un grado più alto. LATERZA & FIGLI.03_Come vivere. come si è visto. ma solo di quelli esterni e visibili. come nota S. Pertanto ciò che vale per le creature inferiori non può essere trasferito alle superiori. Perciò. E tuttavia la perfezione della virtù richiede che l’uomo sia retto negli uni e negli altri. Altri invece. CAMBIANO-MORI • © 2011. punire soltanto in base agli atti visibili effettivamente compiuti.qxp:03_come_vivere 778 4-04-2011 20:10 Pagina 778 Come vivere? re senza alcun dubbio quello che deve fare. che non si traducono in azioni o che sono alla base delle azioni stesse. Ma l’uomo ha bisogno di essere guidato in maniera più alta all’ultimo fine soprannaturale. 8. era necessario l’intervento della legge divina. Contro queste posizioni Dante. 27. 28. la legge umana non è capace di punire e di proibire tutte le azioni malvage: poiché se volesse colpirle tutte. affinché nessuna colpa rimanesse impunita. Dal momento che la ragione umana non è in grado di raggiungere questo obiettivo. bambini di fronte a Dio. Le creature irragionevoli non sono ordinate a un fine superiore alle loro capacità naturali. 22). od evitare. Ora.

Ma anche l’ingiustizia è grave malattia delCAMBIANO-MORI • © 2011. distinta quindi dalla legge divina che prevede una sanzione differita. GIUS. che nel mondo omerico si esprimono nell’eccellenza nel combattere e nel parlare. LATERZA & FIGLI. L’istituzione delle leggi in ambito umano è di pertinenza del popolo. Di qui scaturiscono la sua tesi secondo cui la virtù è scienza e l’importanza attribuita alla confutazione come mezzo per liberarsi dall’ignoranza e da false credenze. tradotto solitamente con «virtù». Non tutto però dipende dagli dèi. fossero queste gli dèi o la violenza fisica o il potere persuasivo della parola o l’amore. ossia i tuoi limiti che non devi travalicare. Il termine greco per indicare questo eccellere. Contro ciò si eleva il precetto di Apollo iscritto a Delfi. ossia a commettere un atto di h`ybris. e quindi tra i due poteri preposti a essi. Contro la tesi che nell’agire umano il fattore determinante sia la forza delle passioni si muove Socrate. rappresentata nel 431 a. che rende un individuo il migliore possibile e grazie al quale egli mira a distinguersi e a primeggiare sugli altri. suggerendo buoni consigli. che è il massimo male da cui essa possa essere colpita. perché le passioni sono dotate di una forza superiore a qualsiasi ragionamento. la virtù e la felicità 779 zione tra i due fini.. temporale e soprannaturale. non potrebbe non farlo: nessuno fa il male volontariamente. solitamente tradotto in italiano con «felicità». non subordinati l’uno all’altro. Molte tragedie rappresentate in Atene mettevano in scena personaggi che dovevano scontare colpe commesse da loro progenitori. Ma da che cosa dipendevano queste trasgressioni meritevoli di essere punite? In una tragedia come la Medea di Euripide. Gli eroi omerici competono tra loro per eccellere.C. Il voler primeggiare non deve tuttavia indurre a comportarsi ingiustamente con gli altri e a prevaricare nei loro confronti.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 779 Il bene e il piacere. se egli lo conoscesse realmente. un andare oltre i limiti. che risulta quindi la fonte autentica del potere.03_Come vivere. Il termine greco. perché il suo comportamento era stato determinato da forze alle quali essa non poteva sottrarsi. che significa letteralmente «l’avere un buon dàimon» e pertanto essere fortunato. bensì anche dalle qualità proprie di ciascuno. sede del suo culto e del suo oracolo: «conosci te stesso». Se un individuo agisce in balia delle passioni e quindi in maniera dannosa per se stesso è perché egli ignora quale sia il bene. ultraterrena. che ravvisa nella legge lo strumento che consente allo Stato di salvaguardare la pace e interpreta la legge come un comando legato a una sanzione immediatamente applicabile. Il bene e il piacere. Nell’Encomio di Elena [] Gorgia cercava di mostrare che Elena non poteva essere considerata responsabile della guerra scoppiata tra Greci e Troiani. Ma è soprattutto Marsilio da Padova. è eudaimonìa. I primi dialoghi composti da Platone mostrano Socrate che mira a curare l’anima dei suoi interlocutori liberandoli dall’ignoranza. è aretè. ROMA-BARI T35 . la virtù e la felicità Che cosa cercano gli uomini nella loro vita? Quando una vita si può dire pienamente realizzata? Nel mondo rappresentato dai poemi di Omero gli dèi sono coinvolti nelle vicende umane e da essi può dipendere il successo o l’insuccesso delle azioni compiute dagli uomini. si sostiene che non basta conoscere il bene per compierlo.

infine. Call. se l’anima non viene curata da un’adeguata punizione. Callicle] Primo argomento contro l’identità di bene e piacere Socr. 500a-501c [Socrate. ROMA-BARI . con adepti di Gorgia come Polo e. secondo cui è meglio subire ingiustizia anziché commetterla. che la retorica non sa né può né vuole curare. che mira a procurare ciò che è bene. di entrambi gli stati? CAMBIANO-MORI • © 2011. allora. Questa tesi comporta che il bene non può essere identificato con il piacere.03_Come vivere. Il retore è quindi come un cuoco capace di ammannire cibi piacevoli. No affatto. successivamente. Callicle. in che cosa consiste la vera felicità. ossia procurano piacere. perché la guasta e corrompe irrimediabilmente. E quando lo si libera dall’oftalmia. Socr. Ma ciò conduce alla conclusione paradossale. Un uomo è malato agli occhi: il nome di ciò è oftalmia? Come no? Contemporaneamente. Ciò è esposto nel brano qui scelto. non ciò che è piacevole ai pazienti. non sono necessariamente nello stesso rapporto di sanità e malattia? L’uomo non può essere contemporaneamente sano e malato. si può sfuggire alla malattia dell’ingiustizia. Call. Su questa base Socrate può giungere a formulare la tesi paradossale per i più. Come dici? Esamina per esempio qualunque parte del corpo a tua scelta. Se questi stati sono contrari tra loro. A ciò Socrate contrappone invece il modello della medicina. agli ascoltatori. che fa proprio il modello del tiranno che non pone freni ai propri desideri e piaceri. A tale scopo occorre evitare di confondere – anche su questo punto andando contro le opinioni correnti – il bene con il piacere e il dolore con il male. Platone Gorgia. caratterizzato da una serie di argomentazioni. T153 Dimmi: non ritieni che coloro che stanno bene siano in uno stato contrario a quelli che stanno male? Sì. secondo la quale è meglio subire anziché commettere ingiustizia. le quali pervengono a questa conclusione partendo da premesse via via concesse da Callicle. Socr. Conoscendo che cos’è il bene e. scandito in tre momenti. quindi.qxp:03_come_vivere 780 4-04-2011 20:10 Pagina 780 Come vivere? l’anima. GIUS. Anche l’anima può cadere preda di malattie. né liberarsi contemporaneamente da sanità e malattia. A ciò provvede invece la filosofia. Call. 495e-499b. lo si libera forse anche dalla sanità agli occhi? Alla fine è privato forse. Socrate cerca appunto di dimostrare la non identità tra bene e piacere. ossia totalmente contraria rispetto ai modi comuni di pensare. Call. contemporaneamente. La garanzia del successo della retorica è ravvisata nella sua capacità di far pronunciare discorsi che risultano graditi. Socr. Dapprima egli discute con Gorgia sulla retorica e. Socr. Di fronte a Callicle. LATERZA & FIGLI. T153 Platone: il piacere e la terapia dell’anima Il Gorgia è un dialogo diretto tra Socrate e vari interlocutori. non può avere gli occhi sani.

Socr. quando si ha fame. Socr. Socrate ha condotto Callicle ad ammettere che bene e male (o felicità e infelicità) sono termini contraddittori. Sono completamente d’accordo. ROMA-BARI T153 . è chiaro che esse non saranno il bene e il male. Call. Socr. Call. A questa stessa classe di termini appartengono le coppie forza-debolezza o velocitàlentezza e soprattutto salute-malattia: il bene è qui paragonato a una situazione di salute. si prova piacere? In modo particolare. Ma per «quando si ha sete» tu intendi «doloroso»? Sì. Call. sostenuta da Callicle. Se non rientra. LATERZA & FIGLI. Capisco. Ciascuno dei due stati. Ed anche i beni. Call. Call. Sia. cioè i mali e l’infelicità. che si escludono l’un l’altro. Call. non dici forse che è piacevole? Sì. Sarebbe. una cosa straordinaria e assurda. Si può dire che o si prova piacere o si prova dolore (così come o si è sani o si è malati e non si può essere contemporaneamente entrambe le cose) oppure sono possibili situazioni nelle quali si prova sia piacere sia dolore? 2. E per la velocità e la lentezza? Certo. Di qui si origina il desiderio di entrarne in possesso. ma il mangiare. Siamo d’accordo su ciò? Esamina bene e poi rispondi1. credo. Il presupposto di questa tesi è che ogni bisogno e ogni desiderio nascono da stati di mancanza di qualche cosa. quando si ha sete.03_Come vivere.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 781 Il bene e il piacere. di cui si avverte bisogno e desiderio. sarà possibile mostrare che l’identità. Call. Socr. si prende e si perde a turno? Sì. Socr. tu dici. nel senso che se si afferma che un oggetto non è nero. CAMBIANO-MORI • © 2011. invece. Socr. Socr. Se troviamo alcune cose che l’uomo possiede e perde contemporaneamente. Socr. Così la fame può essere descritta come uno stato prodotto dalla mancanza di cibo. Socr. È doloroso. Socr. Socr. Call. di cui si avverte appunto il bisogno. Socr. Call. non ne segue necessariamente che esso sia bianco. ma bere. Ma proprio in quanto non si è ancora in possesso del cibo. 1. credo. Questi termini si distinguono dai termini contrari. si acquistano e si perdono a turno? È proprio così. 781 No. Quando si ha sete. Non è così? Sì. ma aver fame in se stesso è doloroso. tra bene e piacere e tra male e dolore non è accettabile. Devo continuare a interrogarti o ammetti che ogni bisogno e ogni desiderio sono dolorosi?2 Lo ammetto. Call. Socr. come bianco e nero. Call. come il male a una di malattia. Non è lo stesso anche per la forza e la debolezza? Sì. Ma il bere è la soddisfazione del bisogno e un piacere? Sì. Avere fame è piacevole o doloroso? Intendo l’avere fame in se stesso. Il problema che Socrate intende ora affrontare è se anche la coppia di termini piacere-dolore rientri nella classe dei termini contraddittori. la felicità e i loro contrari. perché potrebbe anche essere grigio o verde. è piacevole. E anche aver sete? Certo. la fame (e ogni stato di mancanza) è dolorosa. la virtù e la felicità Call. non interrogare più. Call. Socr. non è così? Certo. Socr. GIUS. Call. Call. Quanto al bere.

Viene qui ribadita l’importanza di un addestramento progressivo alla discussione filosofica. GIUS. alla quale è qui comparata l’indagine filosofica: anziché partire da questioni particolari per giungere poi a conclusioni generali. Si vede. Gorgia: interroga e confuta su questioni insignificanti e prive di valore. Ciascuno di noi non cessa contemporaneamente di aver sete e di provar piacere a bere? Call. Ma procedi ancora avanti. Socr. che avrebbe trovato il suo segno tangibile nella fondazione di una scuola come l’Accademia da parte di Platone. Call. Non capisco i tuoi sofismi. aveva ammesso che bene e male non possono invece coesistere. Socr. Socr. come.03_Come vivere. allora. LATERZA & FIGLI. Ti rendi conto che quando dici che si beve quando si ha sete. ne consegue che tu dici che si prova piacere nel momento in cui si prova dolore? O questo non avviene contemporaneamente nello stesso luogo e tempo. rispondi anche nel nostro interesse. Non so che cosa vuoi dire. L’allusione è ai misteri di Eleusi. Il godere. Sembra. dell’anima o del corpo. dunque. ossia l’identità di bene e T153 piacere e di male e dolore. Riprendiamo il punto che hai lasciato e 3. Socrate è sempre uguale. Callicle. Call. Callicle. come non si può essere contemporaneamente sani o malati. di essere stato iniziato ai grandi misteri prima di esserlo ai piccoli: io non credevo che fosse lecito4.qxp:03_come_vivere 782 4-04-2011 20:10 Pagina 782 Come vivere? Sì. Allora. Call. partendo dalle ammissioni del suo interlocutore. Call. Socr. Il contenuto di questa iniziazione religiosa è per noi in gran parte sconosciuto (a ciò si collega il significato per noi abituale di «mistero»). credo. Lo affermo. Ma se il provar sete è una condizione dolorosa e l’atto del bere è una situazione piacevole. non può più essere sostenuta. dato che Gorgia è di questo avviso. sicché il piacere è diverso dal bene3. Callicle. Callicle pretenderebbe di affrontare immediatamente le questioni più complesse. ma fingi il contrario. Lo capisci. non è star bene e il soffrire non è star male. ponimi le tue vacue e insignificanti questioni. perché contraddice altre ammissioni da lui fatte. CAMBIANO-MORI • © 2011. Socr. Ma hai ammesso che è possibile godere quando si prova dolore. È così. prima ai piccoli e poi ai grandi. Socrate descrive ironicamente Callicle come un individuo che ha invertito l’ordine dell’iniziazione. Ma tu affermi che è impossibile star male nel momento in cui si sta bene. Call. Sei felice. affinché questa discussione giunga ad un termine. No. È così o no? Call. Socr. ROMA-BARI . ai quali si era iniziati gradualmente. a tua scelta? Non c’è alcuna differenza. affinché tu sappia quanto sei saggio a rimproverarmi. Socrate. Il ragionamento di Socrate poggia sull’ammissione che il provare sete e l’atto del bere possono essere contemporanei e non successivi l’uno all’altro. è chiaro che dolore e piacere possono coesistere nello stesso tempo! Callicle. d’altra parte. Call. senza rendersi conto che è dall’analisi di casi particolari che possono risultare confermate o confutate asserzioni di carattere generale. Socr. Gorgia Ma che t’importa? Non tocca a te valutarle. Cioè quando si prova dolore? Sì. Callicle naturalmente non è disposto ad ammettere di essersi contraddetto e rimprovera a Socrate di sottilizzare su cose di poco conto. 4. Callicle. Socrate giunge a mostrargli che la sua tesi di partenza. Socrate. Lascia che Socrate confuti come vuole. Call. come avere sete o bere. Secondo argomento contro l’identità di bene e piacere Socr.

Socr. la quale è differente nel caso di piacere e dolore rispetto a quello di bene e male (come di salute e malattia). anzi chiamavi buoni i coraggiosi e gli intelligenti. e allora? Allora. il piacere e il bene o il dolore e il male? Se vuoi. Ma gli uomini stolti e vili li chiami buoni? Poco fa hai detto di no. Cessa dunque contemporaneamente dai piaceri e dai dolori? Sì. Socr. che potranno essere detti belli. L’ho visto. Socr. Hai già visto un bambino privo di ragione godere? Sì. se si riscontra in esso la presenza della qualità corrispondente (la bellezza o il bene). All’argomentazione precedente. Socr. Call. GIUS. come i belli per la presenza della bellezza?6 Sì. Socr. quale è descritto nei dialoghi di Platone. Un oggetto o un individuo può essere qualificato in un certo modo (per esempio. si sta male e viceversa. Terzo argomento Socr. è distribuita in una molteplicità di oggetti. il bene non è la stessa cosa del piacere né il male del dolore. Call. Ora non lo ammetti più? Lo ammetto. rispondi. È un uomo privo di ragione godere? Credo. perché sono diversi. senza coincidere ciascuno di essi con la bellezza: quest’ultima sarà appunto denominata «idea» e a essa sarà attribuito il potere di rendere belli gli oggetti con la sua presenza in essi. soltanto. che aveva mostrato come provare dolore e provare piacere possano coesistere simultaneamente. Socr.03_Come vivere. Call. Come possono essere identici. Call. E con questo? Nulla. bene e male no. Call. I ragionamenti di Socrate fanno leva sul riferimento alla successione nel tempo. È questo un punto importante sovente invocato da Socrate nelle sue discussioni. Ma dai beni e dai mali non cessa contemporaneamente: l’hai ammesso tu5. allora. La presenza della qualità è allora ciò che fa sì che quell’oggetto possa essere qualificato in un certo modo. Call. ora Socrate ha aggiunto l’ulteriore argomento che provare dolore e provare piacere cessano simultaneamente. lo si può dire bello o buono). ma è da problemi come questo che tale dottrina ebbe origine. Non sono costoro che tu chiami buoni? Certo. ROMA-BARI T153 . E un uomo dotato di ragione provare dolore e piacere? 5. CAMBIANO-MORI • © 2011. Call. Sì. 783 dimmi se ciascuno di noi non cessa contemporaneamente di aver sete e di provar piacere. esamina la questione anche in questo modo (credo che anche così non giungerai ad un accordo con te stesso) e osserva: i buoni non li chiami così per la presenza in essi di beni. Call. perché in quest’ultimo caso quando si cessa di star bene. Socr. che è unica. 6. la virtù e la felicità Call. quali il Fedone – che la bellezza. caro amico. In questo modo non si fa cenno alla dottrina delle idee. Piacere e dolore si cessa contemporaneamente di provarli. Non cessa anche di aver fame e di provare gli altri desideri e contemporaneamente di provar piacere? È così. Viene così ulteriormente rafforzata la conclusione che la coppia piacere e dolore non può essere considerata identica alla coppia bene e male. Socr. Si può infatti sostenere – come avverrà in dialoghi successivi.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 783 Il bene e il piacere. LATERZA & FIGLI.

Call. E quando si ritirano. allora. Socr. Socr. Socr.03_Come vivere. Socr. In ugual misura? Forse più i vili. Call. se godono. Call. Dunque anche i vili godono? E molto. E anche gli stolti. I buoni e i cattivi. Socr. Call. Call. LATERZA & FIGLI. E in quelli che soffrono non sono presenti i mali. i vili o i coraggiosi? Secondo me entrambi. Socr. sono buoni e cattivi in misura quasi uguale? O i cattivi sono ancora più buoni? Per Zeus. Ma tu hai detto che i cattivi sono cattivi per la presenza dei mali. quelli che di meno lo sono meno e quelli che godono in misura quasi uguale lo sono in misura quasi uguale? Sì. Dunque buoni sono quelli che godono e cattivi quelli che soffrono? Certo. Call. non capisco che cosa dici. Call. Call. Socr. Call. GIUS. Socr. Call. non godono di più? Forse. i vili e i coraggiosi in misura quasi uguale. Ma quando i nemici avanzano. gli intelligenti o gli stolti? Credo che non vi sia molta differenza. Socr. Call. cioè i piaceri? Come no? Quelli che godono sono buoni per la presenza di beni? Sì. i vili e i coraggiosi o i vili di più? CAMBIANO-MORI • © 2011. anzi i vili più dei coraggiosi? Sì. Socr. Allora soffrono e godono gli stolti e gli intelligenti. Non importa nulla. cioè i dolori? Sono presenti. dunque.qxp:03_come_vivere 784 20:10 Pagina 784 Come vivere? Call. Socr. godono e soffrono i buoni e i cattivi? Sì. Call. Socr. Ma gli intelligenti e i coraggiosi sono buoni. mentre i vili e gli stolti sono cattivi? Sì. come tu dici. Socr. Call. Call. Call. i vili soltanto provano dolore o anche i coraggiosi? Entrambi. Non sai di aver detto che i buoni sono buoni per la presenza in essi di beni e i cattivi per quella di mali? E che i beni sono i piaceri e i mali i dolori? Sì. Socr. quali ti pareva che provassero più gioia. Basta così. Hai già visto in guerra un uomo vile? Come no? Quando i nemici si ritiravano. Socr. Socr. Sì. Socr. Call. Socr. In misura quasi uguale. a quanto pare. non lo dici più? Sì. non sono dunque presenti i beni. o almeno. Socr. Quelli che godono di più lo sono di più. Socr. Call. Call. ROMA-BARI . in modo quasi uguale. Quali godono e soffrono di più. In quelli che godono. T153 4-04-2011 Sì. Call. E tu dici che in misura quasi uguale godono e soffrono gli intelligenti e gli stolti.

qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 785 Il bene e il piacere. Call. Tra quelli concernenti i piaceri posi la culinaria. In precedenza nel dialogo. e procedimenti che invece conoscono che cosa è bene e che cosa è male. Una via d’uscita dalla difficoltà è ravvisata da Callicle nel seguito della discussione introducendo una distinzione valutativa tra tipi di piaceri. Socr. Call. Esempi di pratiche di questo genere erano appunto la culinaria che ammannisce cibi ai corpi e la retorica che somministra discorsi alle anime per persuaderle. del piacere). allora. che esistono procedimenti che pervengono al piacere e procurano soltanto esso. Il parallelo e il contrasto tra medicina e culinaria si chiarisce. Socr.03_Come vivere. come la medicina. se si dice che il piacere e il bene sono la stessa cosa? Non sono conseguenze necessarie. Riassumi con me le conseguenze derivanti da queste ammissioni: dicono che è bello ripetere ed esaminare anche due o tre volte le cose belle. ossia i cattivi. colui che soffre? Necessariamente. dio dell’amicizia. Callicle?7 La filosofia come terapia dell’anima Socr. che un certo cibo procura piacere in chi lo gusta) e si vale di esso per procurare piacere. invece. Per non contraddirsi Callicle dovrebbe sostenere che solo i buoni provano piacere e solo i cattivi provano dolore e quindi negare una delle sue premesse. sia i coraggiosi e i saggi. ma non tecnica. Certo. la virtù e la felicità Call. non credere anche tu. Callicle. Call. Buono d’altra parte è colui che gode? Sì. in base alla premessa. Ricordiamoci ciò che dicevo a Polo e a Gorgia. ROMA-BARI T153 . Socr. che viene qui ripresa. Socr. se si tiene conto del fatto che a partire dalla metà del V secolo a. non cattivi. LATERZA & FIGLI. Diciamo che l’intelligente e il coraggioso sono buoni. è cattivo e buono nella stessa misura del buono o anche più buono del buono? Non risultano queste conseguenze e quelle precedenti. ossia i buoni. la presenza di esso dovrebbe renderli buoni. la terapia dietetica era venuta assumendo una posizione centrale nella teoria e nella pratica medica T13. se ricordi. discutendo con Gorgia e poi con Polo. b) non sa dare ragione di quale sia la natura dell’oggetto di cui si occupa e delle procedure che essa impiega. La prima è una pura e semplice pratica empirica. e sa dunque distinguere ciò che è utile e dannoso per i propri pazienti: essa è orientata verso il loro bene. soltanto i buoni dovrebbero provare piacere. Non è così? Sì. Il buono e il cattivo soffrono e godono ugualmente ma forse il cattivo di più? Sì. Socrate aveva introdotto un’opposizione tra empeirìa e tèchne. Socrate ha introdotto un altro argomento per mostrare che bene e piacere (e male e dolore) non possono essere identici. lo stolto e il vile. 8. che è una pratica. Ma è un dato di fatto che anche i cattivi provano piacere: dunque se il piacere fosse il bene. 785 Sì. e tra quelli concernenti il bene la tecnica medica8. Dicevo. Ma se il bene fosse la stessa cosa del piacere. Callicle fa due ammissioni che consentono di pervenire a questa conclusione: la prima è che un individuo è buono per la presenza in lui del bene. senza chiedersi se quel cibo che ammannisce danneggia o no la salute). ma senza preoccuparsi di ciò che è meglio per i suoi destinatari (per esempio. ma ignorano il meglio e il peggio. Cattivo. che si debba scherzare con me 7. Call. invece. Cattivi. migliori e peggiori. ossia i corpi e i farmaci. Il cattivo. CAMBIANO-MORI • © 2011. Per Zeus.C. la seconda è che provano piacere e dolore sia i vili e gli stolti. dotata delle seguenti caratteristiche: a) conserva il ricordo di ciò che avviene solitamente (per esempio. cioè che sia buoni sia cattivi provano piacere (e dolore). conosce invece la natura degli oggetti di cui si occupa. GIUS. Socr. Socr. Call. dal momento che ciò che li rende buoni è la presenza in essi del bene (ossia. Una vera tecnica.

al contrario della medicina. dell’anima e delle sue eventuali malattie. esercitando la retorica e facendo il politico. La retorica. parlando al popolo. A mio avviso. Socr. Quanto a ciò che ho detto ad essi. Su questo primo punto dimmi sì o no. avendo in vista solo il piacere. senza distinzione tra piaceri migliori o peggiori. ma una pratica. o nei tribunali. Call. secondo cui è preferibile subire l’ingiustizia anziché commetterla. d’altra parte. in maniera assolutamente arazionale. nella finalità che ciascuno persegue e nei modi che impiega per perseguirla. ossia per imporre. perché il commetterla genera una malattia nell’anima. Per questo aspetto la filosofia si configura come una sorta di terapia. La vita politica era quella propria del cittadino di pieno diritto. del tutto incuranti di ciò e unicamente preoccupate. adulto e maschio. per così dire. quali appunto Gorgia. vertono sul punto più grave. lo vedi.03_Come vivere. In questo senso. Socr. secondo Platone. o nel modo di vita dedito alla filosofia? – e in che cosa l’uno differisce dall’altro. anche preventiva. essa svolge in relazione all’anima la stessa funzione che. come tecnica capace di elaborare e pronunciare discorsi persuasivi. Mentre la vita politica e quella dei più ha come obiettivi piacere. temporaneamente. Ho detto che a mio avviso. dalla quale si può guarire soltanto espiandone la colpa. alcun calcolo. la culinaria non è una tecnica. In questa prospettiva rientra la tesi apparentemente paradossale sostenuta da Socrate in questo dialogo. capaci di provvedere al meglio per l’anima e le altre. la vita filosofica è l’unica a porre come fine il bene di chi la persegue. Dal momento che tu ed io siamo d’accordo che esiste qualcosa di buono ed esiste qualcosa di piacevole e che il piacevole è diverso dal bene ed esiste una cura o un procedimento per acquisirli entrambi. anche i bambini figli di cittadini. le une tecniche. dopo averli distinti e aver riconosciuto di comune accordo che questi due modi di vita sono diversi. un procedimento che va a caccia del piacere e un altro che va a caccia del bene. come in quel caso. LATERZA & FIGLI. Te lo dirò più chiaramente. mentre l’altra rivolge ogni sua cura al piacere e tende ad esso senza alcuna tecnica. Ma forse non sai ancora che cosa voglio dire9.. e che una. è svolta dalla ginnastica e dalla medicina. la medicina. non prendere quel che ti dico come se scherzassi: i nostri discorsi. Callicle. come lo strumento essenziale per avere successo nella vita politica. contro il tuo parere e.. in relazione al corpo. esaminare in che cosa differiscono tra loro e in quale dei due si debba vivere. esamina la natura di ciò che cura e la causa delle proprie operazioni e sa dare ragione di ciascuna di esse. confermami se ti è parso che abbia detto la verità allora. sia buono o cattivo. del piacere dell’anima e del modo in cui produrlo. dalla quale erano esclusi gli schiavi e le donne e. GIUS. È qui posto uno dei problemi essenziali dell’intera filosofia platonica: la filosofia non è soltanto una tecnica d’indagine o un complesso di dottrine. quali l’Assemblea o il Consiglio ad Atene. esse esistono: io affermo 9. senza esaminare la natura del piacere e la causa di esso e senza effettuare. che anche un uomo con scarso intelletto deve prendere sul serio. invece. potere. che Platone distingue nettamente dai modi di vita prevalenti nel mondo greco di allora. cioè in qual modo bisogna vivere – in quello al quale tu mi esorti. Esamina in primo luogo se ti pare che queste affermazioni siano adeguate e che anche a proposito dell’anima esistano attività analoghe. No certo. La cosa migliore forse è distinguerli. ROMA-BARI . La discriminante decisiva tra i modi di vita deve essere ravvisata. CAMBIANO-MORI • © 2011. ricchezze. Dici di sì? Sì. le proprie tesi e farle accettare nei consessi pubblici. era presentata dai suoi T153 20:10 insegnanti. come ho tentato poco fa e. ma è il modo di vita autentico. cioè compiendo azioni propriamente umane. e non rispondermi quel che ti capita.qxp:03_come_vivere 786 4-04-2011 Pagina 786 Come vivere? Call. come fate voi oggi. limitandosi a conservare per una pratica empirica il ricordo di ciò che avviene solitamente e procurandosi con tale mezzo i piaceri. attraverso discorsi.

T154 Aristotele: il bene e la felicità L’Etica Nicomachea fu chiamata così forse in ricordo del figlio di Aristotele. come un’altra in un’altra azione e in un’altra arte: infatti è altro in medicina. Ciò non significa che la vita migliore per l’uomo debba essere priva di qualunque tipo di piacere: nel Filebo Platone avanza la tesi che essa consiste in una mescolanza proporzionata di intelligenza e di determinati tipi di piaceri. nell’ambito del possibile. infatti. Quando invece ciascuna delle parti – analogamente a quanto avviene per ciascuna delle classi nella città giusta – svolge la funzione che a essa è propria e riconosce che la guida dell’agire spetta alla parte razionale. Che cosa mai può essere? Infatti appare come una cosa in un’azione e in un’arte. GIUS. che essi cercano di persuadere facendo leva sui loro desideri. La culinaria e la retorica. Nel Fedone egli aveva indicato nei desideri corporei ciò che ostacolava l’anima nella sua attività più propria. nel libro I dell’opera. CAMBIANO-MORI • © 2011. morto in giovane età. sono forme di adulazione. estendono questo modello a caratterizzare il rapporto tra gli oratori politici. ROMA-BARI T153 T154 . qualora fossero dannose. ma lo assecondano in tutto. l’unica in grado di conoscere realmente che cosa sia il bene. I critici della democrazia. rispettivamente mediante i cibi o mediante i discorsi.03_Come vivere. senza preoccuparsi del loro bene e. avanzata talvolta da Platone e dai platonici. Aristotele si pone il problema di che cosa sia bene per quell’essere particolare che è l’uomo. non di ciò che è sempre necessariamente allo stesso modo. circondato da adulatori. delle matematiche. senza pretendere di applicare in quest’indagine i metodi rigorosi propri.1098a 20 Ritorniamo al bene che è oggetto della nostra ricerca. L’azione umana rientra. quindi. consistente nella conoscenza di quelle idee incorporee che sono le idee. 5-6. si realizza la felicità propria della totalità dell’anima e non soltanto di una delle sue parti. LATERZA & FIGLI. la virtù e la felicità 787 che una tale attività non è che adulazione esercitata sul corpo. ai corpi e alle anime dei loro destinatari. eventualmente di contrastare queste aspettative. In essa Aristotele affronta i problemi connessi all’agire umano. In questa prospettiva. Contro la pretesa. che Aristotele cerca di definire. per esempio. di individuare che cosa sia bene in assoluto. come quelli estetici o della conoscenza. in quanto si preoccupano solo di procurare piacere. Ma nella Repubblica egli riconosce che l’anima è un’entità articolata in parti caratterizzate ciascuna da desideri propri e pertanto può essere attraversata da conflitti tra queste parti e i loro rispettivi desideri. in strategia e così di seguito nelle restanti arti. senza alcuna considerazione del meglio e del peggio10. tra i quali è anche Platone. I. Nicomaco. sull’anima e su ogni altra cosa cui ci si curi di fornire piacere. Che cos’è 10. i demagoghi.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 787 Il bene e il piacere. assume una posizione centrale la felicità. Anche per Aristotele la felicità è il fine ultimo a cui mirano tutti gli uomini nel loro agire. che non osano opporsi ai suoi desideri. e i cittadini. Aristotele Etica Nicomachea. 1097a 15 . ossia attività che si adeguano passivamente alle richieste e alle aspettative dei destinatari. Il modello di una situazione di questo tipo è dato dal tiranno.

2. Infatti è in vista di questo che tutti compiono il resto1. Ora. Il criterio fatto valere da Aristotele per individuare il bene supremo è che esso sia fine e non anche mezzo in vista di qualche altra cosa.qxp:03_come_vivere 788 4-04-2011 20:10 Pagina 788 Come vivere? dunque il bene di ciascuna? Non è forse ciò in vista del quale si compie il resto? Questo in medicina è la salute. non sarebbe T154 più il bene supremo. per sua moglie e. per i suoi figli. pur essendo da solo. infatti. che viva una vita solitaria. Aristotele perviene alla stessa conclusione partendo non più dal concetto di fine. Egli. né. rende la vita sceglibile e non bisognosa di nulla. è chiaro che sarebbe più degna di scelta in unione col più piccolo dei beni: infatti l’unione rende superiore la somma dei beni e. ma in ogni azione e scelta è il fine.03_Come vivere. nel senso che non è necessario che a essa sia aggiunto qualche altro bene. 4. ma li scegliamo anche in vista della felicità. in ingegneria la casa. 3. se vi è un fine soltanto che è perfetto. ora una cosa di questo genere noi riteniamo che è la felicità. Questa infatti noi scegliamo sempre per se stessa e mai a motivo di altro. Ma questo problema dev’essere esaminato in seguito. Non a caso anche qui Aristotele ribadisce che l’uomo è un animale politico. ROMA-BARI . Pertanto la felicità è manifestamente alcunché di perfetto e di autosufficiente. amici e concittadini. l’intelligenza ed ogni virtù li scegliamo sì anche per se stessi (infatti sceglieremmo ciascuno di essi anche se non ci pervenisse alcun vantaggio). se qualcosa è fine di tutto ciò che è oggetto d’azione. Ma bisogna assumere un limite di queste persone: infatti per chi le estende agli avi ed ai discendenti ed agli amici degli amici. a motivo di altro. la felicità non può essere perseguita e raggiunta ponendosi fuori dalla pòlis. poiché per natura l’uomo è un essere politico. però. supponendo che mediante essi saremo felici. come ogni attività tecnica.] Poiché i fini sono manifestamente molteplici e di questi noi scegliamo alcuni a motivo di altro (ad esempio la ricchezza. Invece nessuno sceglie la felicità in vista di questi beni. basterebbe un bene minimo. CAMBIANO-MORI • © 2011. questo sarà il bene che cerchiamo. GIUS. come condizione propria dell’individuo solitario che non ha bisogno di nulla e di nessuno. pertanto diciamo che è perfetto in senso assoluto ciò che è sempre sceglibile per se stesso e mai a motivo di altro. quello più grande è sempre più degno di scelta4. invece il bene supremo è manifestamente qualcosa di perfetto2. invece l’onore. Per il momento poniamo che ciò che è sufficiente in se stesso è ciò che. e ciò che non è mai sceglibile a motivo di altro diciamo che è più perfetto delle cose che sono sceglibili e per se stesse e a motivo di altro. LATERZA & FIGLI. ma per ciascuna di esse il fine coincide con il bene. La felicità è degna di essere scelta da sola. per i suoi amici e per i concittadini. perché essa diventi degna di essere scelta. Nel caso implausibile che le si dovesse aggiungere qualcosa per renderla meritevole di scelta. una tale cosa tutti ritengono che è soprattutto la felicità. che. anzi la felicità del singolo ingloba necessariamente anche quella dei propri familiari. Ciò collega strettamente il discorso condotto nell’Etica con quello della Politica.. in generale. Intendiamo quello che è sufficiente in sé non per un individuo singolo. infatti. Di conseguenza. Ogni azione. Un fine è ciò che viene perseguito non in vista di altro. Inoltre riteniamo che è la più degna di scelta di tutte le cose senza che sia sommata ad altro – se poi fosse sommata. quest’altra cosa sarebbe fine rispetto a esso. essendo il fine delle cose che sono oggetto d’azione. Ciò che è degno di perseguirsi di per se stesso diciamo che è più perfetto di ciò che lo è in ragione di altro. questo sarà il bene realizzabile nella prassi. il più perfetto di questi. si va all’infinito. ma anche per i suoi genitori. 1. Di conseguenza. in un’altra un’altra. fra due beni. saranno queste. In tutta evidenza la stessa conclusione deriva anche partendo dall’autosufficienza3: infatti – ad avviso comune – il bene perfetto è sufficiente in sé.. i flauti e in generale gli strumenti). [. in strategia la vittoria. naturalmente i fini variano a seconda del tipo di azione. ridotto a mezzo. in generale. e se vi sono più cose. se sono molti. bensì è tutto il resto che viene compiuto in vista di esso. in un’arte una cosa. è evidente che non sono tutti perfetti. precisa immediatamente che autosufficienza non deve essere intesa in un significato ristretto. è caratterizzata dal fine particolare che essa persegue. In tal caso. il piacere. bensì da quello di autosufficienza: anche su questa base la felicità appare il bene supremo.

nel caso delle attività produttrici di oggetti (come le tecniche). la virtù e la felicità 789 Ma senza dubbio dire che la felicità è il bene supremo risulta sì una cosa sulla quale si è tutti d’accordo. Inoltre. in generale. 5. ma la natura l’ha generato come essere privo di un’opera specifica? Oppure. della sua anima. e di un virtuoso suonatore di cetra il suonarla bene). né un solo giorno. Essendo detta anche questa [vita] in due sensi. ROMA-BARI T154 . Infatti come per un suonatore di flauto e per uno scultore e per ogni artigiano e. ad avviso unanime. ma si desidera che sia esposto più chiaramente che cos’è. l’opera è la funzione propria di essi. ossia l’oggetto prodotto. se è così.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 789 Il bene e il piacere. GIUS. ed ogni cosa è ben compiuta secondo la virtù che le è propria. Resta pertanto una certa vita attiva della parte dell’anima che possiede la ragione. ossia nella ragione. e questa consiste in un’attività e in un’azione accompagnate da ragione. risiedono il bene e la perfezione. e così un solo giorno né poco tempo non rendono l’uomo neppure beato e felice. 8. così anche dell’uomo. Infatti una sola rondine non fa primavera. bisogna porre quella che è secondo l’attività. per le cose di cui vi è un’opera ed un’azione è nell’opera che. piante e animali. Bisogna dunque escludere la vita di nutrizione e di crescita. LATERZA & FIGLI. oltre a tutte queste si porrà un’opera propria? Pertanto quale mai potrebbe essere quest’opera? Infatti il vivere è in tutta evidenza una cosa comune anche alle piante. e questo vale in assoluto in tutti i casi). come dell’occhio e della mano e del piede e. la quale è strettamente connessa alla parola e alla capacità di calcolare. nell’attività dell’intelligenza: è a questo livello che va ricercata la felicità che caratterizza l’essere umano. CAMBIANO-MORI • © 2011. e noi diciamo che è genericamente identica l’opera di un uomo e di un uomo virtuoso (come identica è l’opera di un suonatore di cetra e di un virtuoso suonatore di cetra. 7. L’opera (in greco èrgon) indica. infatti. Forse questo potrebbe avvenire se si comprendesse l’opera propria5 dell’uomo. se è vero che vi è un’opera propria di lui. Da ciò emerge chiaramente che per Aristotele la felicità non coincide con uno stato d’inerzia. La vita autentica dell’uomo consiste. se poniamo come opera propria dell’uomo una certa vita. ossia nella virtù. La distinzione tra queste due parti condurrà in seguito a rintracciare le virtù specifiche di ciascuna di esse. in una vita compiuta. la felicità non può essere misurata in base a una sola azione o a una porzione ristretta della vita: essa deve riguardare la vita nel suo complesso. Ma all’interno dell’anima Aristotele distingue due parti: la parte in grado di comprendere i comandi della ragione e il pensiero. Di questa una parte è come obbediente alla ragione. Naturalmente ciò è possibile soltanto a chi ha raggiunto la maturità piena e il pieno sviluppo della ragione. aggiungendosi l’eccellenza secondo la virtù all’opera (infatti compito di un suonatore di cetra è suonare la cetra. questa è detta [razionale] in senso più proprio7. cioè come essere che ha la proprietà di compiere azioni. Per individuare questa funzione Aristotele stabilisce una comparazione con gli altri esseri viventi. ed è proprio dell’uomo virtuoso realizzare bene e perfettamente queste cose. mentre propria dell’uomo non ne è nessuna. il risultato della produzione. 6. l’altra come possedente la ragione e pensante6. il tratto specifico dell’uomo o. Aristotele ravvisa nel logos. mentre si cerca ciò che gli è proprio. ossia le virtù etiche e quelle dianoetiche. e se le virtù sono molteplici. Ma se opera propria dell’uomo è un’attività dell’anima conforme alla ragione o non sprovvista di ragione.03_Come vivere. secondo la più eccellente e la più perfetta8. meglio. il bene umano consiste in un’attività dell’anima secondo virtù. nel caso di attività proprie degli organi di senso o dell’uomo in generale. per esempio. quindi non ai bambini. in modo da isolare quella che compete soltanto all’uomo. se è cosi. in generale. Seguirebbe la vita sensitiva. Il bene umano non consiste semplicemente nelle attività connesse all’uso della ragione. Ma forse che di un carpentiere e di un calzolaio vi sono alcune opere ed azioni proprie. ad avviso unanime. bensì nell’esercizio eccellente di queste attività. Invece. Inoltre. ma è evidente che anch’essa è comune al cavallo ed al bue e ad ogni animale. di ciascuna delle parti del corpo vi è manifestamente un’opera propria. dunque. così tutti ammetteranno che è anche per l’uomo.

ma variabile secondo i differenti soggetti. buone condizioni economiche e familiari e così via. costituito dalle disposizioni. CAMBIANO-MORI • © 2011. Parte del libro III e l’intero libro IV. infine. cioè nella determinazione del genere al quale T155 appartiene l’oggetto da definire e nell’individuazione della differenza specifica. In ciò consiste. Le entità continue sono dunque costituite da parti. per la cosa di cui è virtù. Parimenti la virtù del cavallo e rende un cavallo valido e lo rende buono a correre ed a portare il cavaliere ed a resistere ai nemici. e queste determinazioni possono essere o secondo l’oggetto stesso o in relazione a noi. 3. sia la virtù. T155 Aristotele: virtù e medietà Il libro II dell’Etica Nicomachea è interamente dedicato da Aristotele a illustrare che cosa si debba intendere per «virtù». invece. ROMA-BARI . erano già presenti nella riflessione di Platone. Ad esempio. 2. in quanto le facoltà sono doti naturali. se il dieci è troppo e il due è poco. Come questo sarà. GIUS. ma corrispondevano anche a una concezione diffusa della virtù. Queste caratterizzazioni della virtù. Si tratta ora di chiarire quale specie particolare del genere più ampio. Ora. come salute. che riguardano tali entità. La virtù rientra. Pertanto. Questo 1. verterà in modo particolare sulla giustizia. si può prendere il più.1107a 6 Non basta dire il genere – che la virtù è una disposizione –. Ma la determinazione relativa al problema se una cosa è uguale o in eccesso o in difetto può essere effettuata anche in relazione a un soggetto: in quest’ultimo senso non esiste una misura assoluta. L’uguale è una sorta di medio tra l’eccesso e il difetto. appunto. i quali non dipendono soltanto dall’agire di ciascuno. che distingue l’oggetto da definire rispetto agli altri appartenenti allo stesso genere. il meno e l’uguale. esemplificheranno la sua definizione di virtù come habitus. anche la virtù dell’uomo sarà la disposizione da cui un uomo diventa buono e da cui compirà bene la sua opera2. Ora. tra le quali possono intercorrere le relazioni di uguale o maggiore o minore: in questo caso. che vanno dal coraggio alla liberalità e così via. si prende il sei come medio secondo la cosa: infatti supera ed è superato di un’uguale quantità. va detto che ogni virtù. Continuo è ciò che è divisibile all’infinito. Questo non è unico né identico per tutti. In precedenza Aristotele ha mostrato che la virtù non è né una passione. cioè come disposizione a scegliere il giusto mezzo tra due estremi. 1106a 14 . ma ha la sua componente decisiva nella virtù. ha per effetto che essa sia in una buona condizione. né una facoltà. già l’abbiamo detto. in relazione alle varie virtù particolari. LATERZA & FIGLI. vale a dire divisibile3.03_Come vivere. come eccellenza di un oggetto e delle sue funzioni.qxp:03_come_vivere 790 4-04-2011 20:10 Pagina 790 Come vivere? La felicità compiuta include anche il possesso dei beni del corpo e dei cosiddetti beni esterni. ma in più sarà chiaro anche in questo modo: se considereremo di che specie è la natura della virtù. nell’ambito delle disposizioni acquisite con l’esercizio. Ad esempio la virtù dell’occhio e rende valido l’occhio e rende valida la sua opera: infatti è grazie alla virtù dell’occhio che vediamo. Aristotele Etica Nicomachea. ossia qualcosa che si subisce. invece. punto che è unico ed identico per tutti. Chiamo medio della cosa il punto che dista ugualmente da ciascuno dei due estremi. 5-6. se così stanno le cose in tutti i casi. ma bisogna dire anche che tipo di disposizione è1. chiamo invece medio rispetto a noi ciò che né eccede né difetta. II. e compie bene l’opera di quella cosa. Il libro V. si tratta di relazioni oggettive. in tutto ciò che è continuo. la ricerca di una definizione.

l’eccesso e il difetto sono propri del vizio. vale a dire nel modo in cui la deter- 4. equidistante. Rispetto al 6 il 10 è eccedente di 4. mentre il 2 difetta di 4. Inoltre.6 = 4 e 6 . consistente in una via di mezzo rispetto a noi. o poca per la persona che l’assorbe. quindi il 6 è medio. Ma il medio rispetto a noi non va preso così: infatti se per un uomo mangiare dieci mine è troppo e due mine è poco. Così la virtù. Ma se la perfezione del lavoro dell’artigiano è data dal suo aver colto il giusto mezzo tra l’eccesso e il difetto. perché appunto tende al mezzo. determinata dalla ragione. Per Milone infatti è poca. lavorano fissando lo sguardo sul medio). in generale provare delle sensazioni e provare dolore ammettono un troppo e un poco. e i buoni artigiani. Mentre la riuscita è una sola. In quanto distinta dalle virtù dianoetiche. La virtù è dunque una sorta di medietà. dunque.. i modi in cui si può errare sono molteplici. nelle quali l’eccesso costituisce un errore e il difetto è biasimato. come immaginavano i pitagorici.2 = 4. ossia quelle che riguardano l’esercizio dell’intelligenza: per queste la nozione di medietà non è così centrale. se ogni scienza così esegue bene il suo compito. caratteristiche della virtù. dunque. collocato da quelli nella colonna ove compariva anche il male. La mina era una moneta: Aristotele l’assume come unità di misura per indicare la quantità di cibo acquistabile con essa.03_Come vivere. 8. Ad esempio. la virtù e la felicità 791 medio è secondo la proporzione aritmetica4. GIUS. Ma provare queste passioni quando si deve e nelle circostanze in cui si deve e verso le persone che si deve e in vista del fine che si deve e come si deve. in quanto perfeziona la natura rendendo eccellente un oggetto. invece il riuscire ne ha una sola8 – per questo il primo è facile. LATERZA & FIGLI. il secondo è difficile: è facile fallire il bersaglio. la medietà della virtù: Buoni infatti si è in un unico modo. e dunque è inferiore alla natura. Pertanto. ambedue. mentre il bene in quella del limitato). è superiore anch’essa all’arte. difetto ed il mezzo.. ma in rapporto a noi. poiché essi sono diversi tra loro. allora essa tenderà al medio6. avere pietà. Infatti 10 . ma per un principiante di esercizi ginnici è troppa5. Parimenti è per la corsa e per la lotta. Versi di un autore sconosciuto. 5. cattivi in modi svariati. il maestro di ginnastica non gli prescriverà sei mine. 7. forse infatti anche questa quantità è troppa. ciò che è illimitato era. adirarsi. Milone di Crotone era un celebre atleta. Intendo la virtù etica7: questa infatti ha per oggetto le passioni e le azioni. del quale si raccontava che mangiasse un bue al giorno. Ma. La virtù è dunque una disposizione che orienta la scelta deliberata. come pure la natura. ma è difficile l’andare a segno. a maggior ragione ciò varrà anche per la virtù. secondo Aristotele. supponendo che eccesso e difetto rovinano la perfezione. avere paura. tra 10 e 2. difetto e il mezzo. come diciamo. ROMA-BARI T155 . fissando lo sguardo sul mezzo ed indirizzando ad esso le sue opere (donde siamo soliti dire per le opere ben riuscite che non vi è nulla da togliere e nulla da aggiungere. in questo senso l’errore rientra nel genere dell’illimitato. come mostra l’esempio successivo. invece è il giusto mezzo che cerca ed è questo che sceglie: il mezzo non dell’oggetto. questo medio assoluto non può valere per tutti gli individui. desiderare. L’arte imita la natura. Così pertanto ogni persona che ha conoscenza fugge l’eccesso e il difetto. è realizzare il medio e al tempo stesso l’eccellenza: il che è proprio della virtù. Parimenti. CAMBIANO-MORI • © 2011. l’errare ha molte forme (infatti il male si trova nella colonna dell’illimitato. e in queste vi sono eccesso. Anche per queste ragioni. mentre il mezzo è lodato ed ha successo: e queste sono. Aristotele allude qui a una tavola di opposizioni. anche per ciò che concerne le azioni vi sono eccesso. 6. mentre la via di mezzo la salvaguarda. elaborata dai pitagorici: in essa a ciascun termine positivo era contrapposto uno negativo. esser coraggiosi.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 791 Il bene e il piacere.9. e se la virtù è più esatta di ogni arte ed è migliore. ed ambedue non vanno bene. 9. D’altronde la virtù ha per oggetto passioni ed azioni.

La liberazione dalle paure consente un agire e un vivere sereno. inoltre. Aristotele ribadisce che non c’è una medietà unica valida per tutte le T155 T156 circostanze. tra conoscenza e condotta. Ciò significa che il vero fine perseguito da tutti è appunto il piacere come assenza di dolore.qxp:03_come_vivere 792 4-04-2011 20:10 Pagina 792 Come vivere? minerebbe l’uomo saggio10. mostrando come nella costruzione della propria vita sia ineliminabile la componente cognitiva. Una corretta concezione di che cosa siano gli dèi e di che cosa sia la morte sono essenziali per liberarsi dalle paure collegate abitualmente. Con Aristotele l’etica si costituisce come scienza autonoma. Per Epicuro il criterio per la condotta è costituito dalle sensazioni di piacere e dolore. ossia le azioni umane. GIUS. ma in essi tornano a essere riallacciati i legami tra etica e fisica. È una medietà tra due vizi. Punto di riferimento privilegiato per comprendere questi fini diventa ora. al tempo stesso. 10.03_Come vivere. Il saggio è. Infatti essa ha per oggetto la prassi. che ammaestrano su ciò che occorre perseguire od occorre fuggire. per il fatto che alcuni vizi difettano. in analogia alla vita stessa degli dèi. mentre la virtù ricerca e sceglie deliberatamente il medio. che determina o condiziona tale agire. più che la pòlis. altri eccedono ciò che si deve sia nel campo delle passioni che delle azioni. E lo è. a questi esseri e a questo evento. tanto fisico quanto mentale: questo è un dato evidente. Anche nello stoicismo e nell’epicureismo l’etica costituisce una parte della filosofia. che alterna continuamente prescrizioni di che cosa si deve fare e descrizioni di come stanno le cose. nelle credenze comuni. Quale che sia l’età della persona. che non ha bisogno di essere provato. uno per eccesso e l’altro per difetto. in particolare dalle scienze teoretiche. CAMBIANO-MORI • © 2011. La stessa struttura dell’epistola. LATERZA & FIGLI. Il desiderio fondamentale consiste nell’essere liberi dal dolore. appunto. i cui princìpi non sono deducibili da altre scienze. Meneceo. ROMA-BARI . Queste sensazioni sono riconducibili a determinati assetti degli atomi che costituiscono il corpo e l’anima di ciascun individuo. perché per individuare i fini perseguiti dall’agire umano occorre tener conto della base naturale. che costituiscono un campo variabile e mutevole. non solo psicologica. Così come la conoscenza di quali siano i desideri naturali e necessari e di come si distinguano dagli altri che non lo sono è presupposto necessario per orientare correttamente le proprie scelte. Su questa base anche Epicuro teorizza il primato della vita filosofica. indirizzata da Epicuro a un altro dei suoi discepoli. T156 Epicuro: la terapia filosofica delle paure e la felicità L’Epistola. agli occhi di Epicuro. il quale non può essere studiato con la precisione delle scienze che si occupano di ciò che avviene necessariamente o per lo più. essi devono essere suo oggetto di meditazione incessante e. devono essere incessantemente applicati nella sua vita: la saldatura fra teoria e prassi è netta. contiene i precetti che stanno alla base della vita filosofica e che soli possono assicurare il piacere. la felicità e la tranquillità. mostra l’intreccio ineliminabile. colui che è in grado di determinare il giusto mezzo nel variare delle circostanze. il cosmo intero nel quale l’agire umano si inserisce.

quanto agli altri. falle ed esercitati in esse. Se sono i buoni. Per prima cosa devi ritenere che la divinità sia un essere vivente immortale e felice. Essa non ha alcun significato né per i viventi. Empio non è colui che rinnega gli dei del volgo. [Il saggio. Quel che è chiaro è che il volgo ha una prenozione. perché per gli uni non è niente. dal momento che. ma neanche ritiene che la morte sia un male. LATERZA & FIGLI. Bisogna dunque esercitarsi in ciò che può produrre la felicità: se abbiamo questa possediamo tutto. la virtù e la felicità 793 Epicuro Epistola a Meneceo Epicuro saluta Meneceo. non è niente per noi. E così come del cibo non aspira al più abbondante ma al più gradevole. Nessuno mai è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. questo perché. considerando straniero chi non è tale1. considerandole i principi del ben vivere.03_Come vivere. in quanto le attribuisce preoccupazioni incompatibili con la sua beatitudine. e in base a tali supposizioni si usa ricondurre agli dei i più grandi danni e i più grandi benefizi. Ma il volgo ora fugge la morte come il più grande dei mali. Il più terribile dei mali dunque. la morte non c’è. Non è chiaro chi siano «essi»: gli dèi. è vano che ci addolori nell’attesa. la morte. non prolungando indefinitamente il tempo. ossia prolessi o concetto errato della divinità. cosi come è suggerito dalla comune nozione del divino. quando noi ci siamo. del tempo cerca di godere non il più lungo. e quando essa sopravviene noi non siamo più. di agenti che arrecano bene o male. ma il più dolce. pensa invece di essa tutto ciò che può essere atto a preservare la felicità insieme con l’immortalità. ma perché arreca dolore il fatto di sapere che verrà: ciò che non fa soffrire quando sopravviene. e questo toglie loro ogni fondamento reale nella forma in cui è uso concepirli. ROMA-BARI T156 . allora ciò significherebbe che essi attribuiscono agli dèi prerogative proprie degli uomini e. Le cose che ti ho di continuo raccomandate. E così anche stolto è chi afferma di temere la morte non perché gli arrecherà dolore sopravvenendo. quello perché possa insieme esser giovane e vecchio per la mancanza di timore del futuro. ora invece [la cerca] come cessazione [dei mali] della vita. di cui la morte è appunto privazione. Gli dei esistono: abbiamo di essi conoscenza evidente. perché ogni bene e ogni male risiede nella facoltà di sentire.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 793 Il bene e il piacere. Perciò la retta conoscenza che la morte non è niente per noi rende gioiosa la stessa condizione mortale della nostra vita. Non avendo intimità che con le proprie virtù. se non la abbiamo. CAMBIANO-MORI • © 2011. oppure gli dèi. Chi dice che l’età per filosofare non è ancora giunta o è già trascorsa. quindi. i buoni o gli appartenenti al volgo? Se si trattasse di questi ultimi. è come se dicesse che non è ancora giunta o è già trascorsa l’età per la felicità. Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi. per il grato ricordo del passato. ma supposizioni false. possa godere di una giovinezza di beni. cerchiamo di far di tutto per possederla. ma sopprimendo il desiderio dell’immortalità. al contrario. Ma non esistono nella forma in cui li concepisce il volgo. Devono filosofare sia il giovane sia il vecchio. GIUS. e. cioè i saggi epicurei. né il vecchio se ne stanchi. né per i morti. essi non sono più. 1. ma colui che applica le opinioni del volgo agli dei: infatti i giudizi di questo circa gli dei non sono prenozioni. non chiede di vivere] né teme il non vivere: non è contrario alla vita. e non attribuirle niente che sia estraneo all’immortalità e discorde dalla beatitudine. Non indugi il giovane a filosofare. essi accolgono quelli che son loro simili. invecchiando. Nulla c’è di temibile nel vivere per chi si sia veracemente convinto che nulla di temibile c’è nel non vivere più. ciò corrisponderebbe a intrecciare rapporti soltanto con quanti sono a loro simili.

GIUS. per il suo mancarci. schiettamente convinti come siamo che quelli che con maggior diletto godono dell’abbondanza sono proprio quelli che di essa hanno minor bisogno. ancora in vista della vita stessa. è stolto a farlo riguardo a cose cui non si conviene. Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell’anima. non avendo l’essere vivente altra esigenza da soddisfare né altro che possa render completo il bene dell’anima e del corpo. altri allo scopo di eliminare la sofferenza fisica.qxp:03_come_vivere 794 4-04-2011 20:10 Pagina 794 Come vivere? Chi esorta il giovane a ben vivere. CAMBIANO-MORI • © 2011. e consideriamo anche molti dolori preferibili al piacere. subito ripassar le porte dell’Ade2. Abbiamo infatti necessità del piacere quando. è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni. è uno stolto. si dissolverà ogni tempesta dell’anima. una focaccia e un sorso d’acqua dànno il più alto piacere a chi li gusti 2. poeta vissuto tra il VI e il V secolo a. Consideriamo bene grande l’autosufficienza. Lo consideriamo infatti come un bene primo e connaturato a noi. 427). Poiché esso è il bene primo e innato. altri vani. ciò ch’è vano è difficile ad ottenersi. [ma quando non soffriamo più]. Ma se scherza. non perché in ogni caso dobbiamo attenerci al poco. e da esso muoviamo nell’assumere qualsiasi posizione di scelta o di rifiuto. ma rifiutiamo molti piaceri quando ne seguirebbe per noi un dolore maggiore. Occorre ricordare che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto fuori dalla nostra portata.C. Ma assai peggio fa chi dice: bello sarebbe non esser nati. il vecchio a ben morire. ma anche perché uno solo è l’esercizio del ben vivere e del ben morire. Emerge qui la nozione che piaceri e dolori sono oggetto di un calcolo. non tutti i piaceri sono però da ricercarsi. e di conseguenza non aspettarci che si avveri del tutto né disperare che possa avverarsi3. Bisogna anche considerare che dei desideri alcuni sono naturali. Ogni piacere è un bene per il fatto che ha natura a noi congeniale.03_Come vivere. ma mirano soltanto al piacere del presente. E i cibi frugali dànno lo stesso piacere che un cibo sontuoso. Bisogna giudicare in merito di volta in volta. così come ad esso ci rifacciamo nel giudicare ogni bene in base al criterio delle affezioni. Una volta che ciò sia stato raggiunto. altri. non cerchiamo qualsiasi tipo di piacere. nel quale sono prese in considerazione anche le conseguenze future di ciascuna scelta. in base al calcolo e alla considerazione dei vantaggi e degli svantaggi: giacché certe volte un bene viene ad essere per noi un male e un male per contro un bene. e non solo per ciò che la vita ha di piacevole. perché non esce dalla vita? ciò è in suo potere. soffriamo. e tra quelli naturali alcuni sono anche necessari. per il piacere maggiore che in seguito deriva dall’averli lungamente sopportati4. ma un pensiero simile si può trovare espresso anche in Sofocle e in Euripide. ROMA-BARI . dobbiamo saperci contentare del poco. se non abbiamo molto. se questa è la sua salda convinzione. anche se il dolore è di sua natura un male. Se è persuaso di ciò che dice. che non tengono in alcun conto il futuro. T156 3. LATERZA & FIGLI. anche il bisogno del piacere viene meno. allo scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni. Per questo diciamo che il piacere è principio e fine del vivere felicemente. 425. 4. una volta che sia eliminato il dolore che viene dal bisogno. dal momento che questo è il fine della vita beata. altri naturali soltanto. come non tutti i dolori da fuggirsi. Probabilmente qui Epicuro polemizza contro i cirenaici. ma perché.. e che tutto ciò ch’è secondo natura è facile a procacciarsi. o non appena nati. Citazione da Teognide (vv. tra quelli necessari poi alcuni lo sono in vista della felicità.

offre una speranza con la possibilità di placare gli dei con onori. altre per sorte. LATERZA & FIGLI. il nostro arbitrio libero. sapere che il sommo dei beni. quindi. all’assenza di perturbazione nell’anima. probabilmente si tratta di Democrito. Quando dunque diciamo che il piacere è un bene. CAMBIANO-MORI • © 2011. ci accostiamo a ricche mense tale abitudine ci dispone meglio nei loro confronti e ci rende intrepidi dinanzi alla sorte.03_Come vivere. quindi.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 795 Il bene e il piacere. e quando. nel senso di indagine puramente o prevalentemente teoretica. Epicuro la distingue da «filosofia». anche gli stoici si faranno sostenitori di una teoria del fato. [e afferma che alcune cose avvengono per necessità]. che significa propriamente la saggezza nella condotta della vita. non nutre alcun timore nei riguardi della morte. se non altro come strumento necessario per conoscere la vera natura dell’uomo e le circostanze entro le quali si muove la sua azione e. [e di contro che non è possibile vivere saggiamente e bene e giustamente] se non anche piacevolmente. Infatti. la virtù e la felicità 795 avendone realmente bisogno. E crede che sia preferibile cadere nella sfortuna con 5. cioè il piacere. pochi anni dopo la fondazione della scuola da parte di Epicuro. giacché da essa provengono tutte le altre virtù. tuttavia. Perciò la prudenza appare ancor più apprezzabile che la filosofia. Epicuro ha elencato i quattro punti nei quali si compendia il cosiddetto quadrifarmaco: non aver paura degli dèi. mentre il sommo dei mali. simile agli dèi. per via delle quali grande turbamento s’impadronisce dell’anima. la sorte instabile. se non crede che da essa provengano agli uomini bene e male in ordine alla vita felice. il dolore. infatti. non aver timore della morte. Non dunque le libagioni e le feste ininterrotte. e in tale elenco il sapere compare come ingrediente essenziale. poiché. Se non può essere considerata come agente causale di eventi (e in particolare come produttrice di beni o di mali). ai quali si riferisce Epicuro. nella visione epicurea. GIUS. mentre il sommo dei mali ha breve durata o intensità lieve6. 7. è facile da raggiungere. l’esito finale però può dipendere solo dall’azione libera dell’uomo. dall’altro rende l’uomo solerte nelle occupazioni necessarie della vita. di tanto in tanto. anche se non si deve dimenticare che. anche il perseguimento del piacere. poco dopo Epicuro fa un elenco dei contrassegni del vero uomo saggio. ma neanche una causa priva di fondamento reale. 8. sa comprendere che cosa sia veramente il bene secondo natura. poiché la divinità non fa niente che sia privo di ordine. ha breve durata. e sa che il sommo dei beni è facilmente raggiungibile e facile a conseguirsi. ossia dei racconti sugli dèi e sui loro rapporti con gli uomini. come credono alcuni che ignorano il nostro insegnamento o lo interpretano male. potresti ritenere superiore a colui che ha pie credenze nei riguardi degli dei. guidata dalla retta ragione. Non è sicuro chi siano i «fisici». colui che deride quel [destino] da alcuni addotto come supremo potere. ROMA-BARI T156 . essere punto di partenza di beni o di mali. ma quel sobrio ragionare che scruta a fondo le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto. Epicuro non sottovaluta la sorte (in greco t`yche). Ancora peggiori dei miti. mentre nel fato vi è una necessità implacabile. essa può. Chi. né il godersi fanciulli e donne. altre per nostra azione e che vede bene come la necessità sia irresponsabile. Il termine «prudenza» traduce il greco phrònesis. ossia al fato. Un uomo siffatto non considera la sorte una divinità. sì che ad esso consegue naturalmente lode o biasimo? E in verità sarebbe stato meglio credere ai miti sugli dei che non rendersi schiavi di quel fato che predicano i fisici7: quel mito. Principio di tutto ciò e massimo bene è la prudenza5. Ciò non significa rifiutare la conoscenza. né il mangiare pesci e tutto il resto che una ricca mensa può offrire è fonte di vita felice. L’abituarsi a un cibo semplice e non sontuoso da un lato dà salute. e che scaccia le false opinioni. e questa è inseparabile dalle virtù. crede però che da essa possa semplicemente provenire l’avvio a grandi beni e mali8. in quanto ci insegna che non è possibile vivere piacevolmente se non vivendo saggiamente e bene e giustamente. Le virtù sono infatti connaturate alla vita piacevole. che sarà invece del tutto svalutata dagli stoici. sono per Epicuro le spiegazioni dei fenomeni naturali che fanno appello a una necessità assoluta e totale. 6. non alludiamo affatto ai piaceri dei dissipati che consistono in crapule. ma alludiamo all’assenza di dolore nel corpo.

come gli altri animali. LATERZA & FIGLI. In tal modo essi portano al limite l’identità. e di altri a questi simili. intesa come il rendersi affini a se stessi. tra virtù e scienza e arrivano al punto di ritenere la virtù da sola sufficiente alla felicità. ossia secondo ragione. In qualche modo essi riprendono la teoria cinica secondo cui la felicità consiste nel vivere in accordo con la natura. in particolare da Crisippo. etica. ma individuano come specifico della natura umana proprio la ragione. ma a realizzare la virtù. ROMA-BARI . e vivrai come un dio fra gli uomini. Zenone di Cizio. A conclusione della vita del fondatore. infatti. Essa è scandita secondo la tripartizione canonica di logica. T157 Diogene Laerzio: il fine dell’uomo secondo gli Stoici Il libro VII delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio è interamente dedicato ai filosofi stoici. in te stesso e verso chi è simile a te: forte di essi. fra le nostre azioni. che consiste nel vivere secondo natura. che si può determinare qual è il fine proprio dell’uomo. stabilita da Socrate. il cui tratto distintivo è la ragione: è in base a questa. è meglio infatti che. per esempio. Anche per gli stoici le qualità morali sono corporee: la giustizia. Diogene inserisce una lunga sezione dossografica. ossia familiari e conformi alla natura propria di ciascuno. Il criterio dell’agire è però riposto dagli stoici nella ragione. che non richiede dunque necessariamente la presenza dei cosiddetti beni esterni. Poiché in niente è simile a un mortale l’uomo che viva fra beni immortali. Anche nel sonno possono aver luogo fenomeni che producono turbamento. All’interno dell’etica compare l’esposizione della dottrina dell’oikèiosis. fisica. egli affianca le precisazioni introdotte da singoli filosofi stoici. non si deve dimenticare T156 T157 che in una prospettiva atomistica anche le immagini oniriche provengono dall’emissione di èidola dai composti atomici e sono oggetto di percezione. sarai libero da turbamento sia nel sonno che nella veglia9. GIUS. Esercitati notte e giorno nella meditazione di questi predetti.qxp:03_come_vivere 796 4-04-2011 20:10 Pagina 796 Come vivere? retta ragione che avere grande fortuna con stolto consiglio. il cui uso distorto dà origine alle passioni. nella quale sono esposte le tesi centrali della filosofia stoica. non è altro che l’anima in determinate condizioni e l’anima non è altro che una sorta di tensione del pneuma. Rispetto a questa caratterizzazione comune a tutti gli esseri viventi si stabilisce poi una distinzione nel modo in cui ciò è attuato dagli animali e dall’uomo. 9. che non sono altro che giudizi errati. Questi infatti sono ricondotti alla sfera dei cosiddetti indifferenti. qualcuna pur compiuta con retto giudizio [non sia condotta a buon fine dalla sorte piuttosto che un’azione senza retto giudizio] sia poi condotta a buon fine dalla sorte.03_Come vivere. Aspetto rilevante del testo di Diogene è il fatto che all’esposizione delle tesi attribuite in generale agli stoici. Ciò significa che l’uomo non mira soltanto alla propria conservazione. CAMBIANO-MORI • © 2011.

. cioè secondo la natura singola e la natura dell’universo. Ma poiché agli animali è stato ingenerato per sovrappiù l’impulso per mezzo del quale essi si dirigono ai loro propri fini. Così anche Cleante nel libro Sul piacere [. ma anche a quanto è dettato dalla natura universale. Crisippo nel libro primo Dei fini afferma inoltre che il vivere secondo virtù coincide col vivere nell’esperienza degli accidenti naturali. per questo respinge ciò che può danneggiarlo ed accoglie tutto quello che si confà alla sua costituzione.03_Come vivere. in quanto la ragione si aggiunge per loro come plasmatrice ed educatrice dell’istinto3. nulla operando di ciò che suole proibire la legge a tutti comune. Crisippo precisa la definizione del fine dell’uomo come vivere secondo virtù. 85-89 Essi dicono che il primo impulso dell’essere vivente. CAMBIANO-MORI • © 2011.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:10 Pagina 797 Il bene e il piacere. il loro vivere secondo ragione coincide rettamente col vivere secondo natura. ROMA-BARI T157 . quindi. ossia dalla ragione divina. Questa comprende non soltanto la conservazione della vita. quando la natura per se stessa ha cercato e rinvenuto tutto ciò che s’adatta alla sua costituzione: in questo modo gli animali hanno l’umor lieto e le piante la piena fioritura. animali. Le prime. se realmente esiste. che è identica alla retta ragione diffusa per tutto l’universo ed è identica anche a 1. tale ordine non è cattivo. uomini. Essi dicono inoltre che la natura non fa alcuna differenza tra le piante e gli animali. Mostrano che dicono il falso quanti sostengono che il primo impulso degli esseri viventi sia verso il piacere2. è quello della conservazione e che gli è stato dispensato dalla natura sin dall’inizio1. LATERZA & FIGLI. i secondi in quanto dotati anche di ragione. perché essa regola anche la vita delle piante senza impulso e senza sensazione e d’altra parte in noi si generano fenomeni nella medesima guisa che nelle piante. Gli Stoici sostengono infatti che il piacere. ché le nostre nature sono parti della natura dell’universo4. In questo senso. viene in un secondo tempo. ma buono e pertanto è bene adeguarsi a esso. Perciò Zenone per primo nella sua opera Della natura dell’uomo definì fine il vivere in accordo con la natura. Appare qui una distinzione di tre livelli.. In questo senso. sia gli uomini procedono oltre questo piano. ossia continua a sussistere una sorta di funzione vegetativa. tuttavia sia gli animali. Questa tesi era sostenuta dagli epicurei. infatti. i primi in quanto dotati di impulso. cioè vivere secondo virtù. VII. ma in precedenza anche da Eudosso di Cnido. distinguendo tra la natura universale e la natura individuale. ossia vivere secondo natura. gli stoici affermano che al livello infimo la natura non stabilisce distinzioni tra piante e animali. Crisippo infatti nel primo libro Dei fini sostiene che la prima proprietà di ogni essere vivente è la sua stessa costituzione e la coscienza di essa. Non si può logicamente ammettere né che la natura renda a se stesso estraneo l’essere vivente (altrimenti non l’avrebbe creato) né che lo abbia estraneo né che non l’abbia come creatura propria. 4. realizzano la finalità dell’autoconservazione senza essere guidate da impulso e sensazione (e infatti sono caratterizzate dall’immobilità). Ma anche a livello animale e umano alcuni fenomeni presentano queste caratteristiche. 3. Bisogna dunque dire che la natura che l’ha costruito lo concilii a se stesso. la virtù e la felicità 797 Diogene Laerzio Vite dei filosofi. GIUS. E poiché gli esseri razionali hanno ricevuto la ragione per una condotta più perfetta. ne deriva che la loro disposizione naturale si attua nel seguire l’impulso. Per questo motivo il fine è costituito dal vivere secondo natura.]. che in qualche misura richiama l’analoga distinzione effettuata da Aristotele nel De anima: vegetali. l’impulso primario è quello verso l’autoconservazione. vivere secondo virtù significa anche conformarsi all’ordine razionale del tutto. Vivere secondo natura. Il termine greco corrispondente a «impulso» è hormè. significa non soltanto conformarsi a quanto è dettato dalla natura propria di ciascuno. ma anche di tutte quelle proprietà naturali che caratterizzano ciascun essere. secondo cui tutti gli esseri viventi mirano al piacere. tradotto a volte anche con «istinto»: esso è ciò che per natura spinge in una determinata direzione senza implicare necessariamente consapevolezza. In prima istanza. Essendo razionale. perché la natura ci guida alla virtù. 2.

sia dal negare la conoscibilità delle cose. nelle sue indagini constata l’esistenza di ragioni. invece. che per Sesto. quale egli la concepisce.03_Come vivere. contro le filosofie dogmatiche. dotate di ugual forza. le consuetudini patrie. sono dotate di ugual peso e da ciò risulta. ma così non è. Proprio questa equivalenza di forza delle tesi contrapposte rende impossibile la decisione a favore di una di esse. quando tutte le azioni compiute mostrino il perfetto accordo del demone che è in ciascuno di noi col volere del signore dell’universo. Né d’altra parte lo scettico pretende di eliminare i turbamenti propri 5. che invece scompare ogni volta che si pretende di sostenere o negare qualcosa. LATERZA & FIGLI. una serie di argomenti per mostrare che nulla è per natura buono o cattivo. riesce a raggiungere quell’obiettivo che invano è perseguito da tutte le filosofie dogmatiche. guida e capo dell’universo5. La differenza è tuttavia nel fatto che lo scettico non si propone il raggiungimento di questo fine. anche in sede etica. perché esse generano soltanto turbamento e ansietà.qxp:03_come_vivere 798 4-04-2011 20:10 Pagina 798 Come vivere? Zeus. In tal modo lo scetticismo. come l’ombra che segue il corpo. ROMA-BARI . perché altrimenti rischierebbe di ricadere preda di turbamenti. Ed in ciò consiste la virtù dell’uomo felice e il facile corso della vita. ma di liberarsi in generale da credenze di questo tipo. essendo fondata sull’asserzione della non conoscibilità delle cose. GIUS. Secondo gli scettici le argomentazioni di volta in volta addotte per sostenere o negare che una determinata cosa o azione sia buona. T157 T158 CAMBIANO-MORI • © 2011. Se qualcosa fosse per natura buono. secondo Sesto. rifugiandosi nella sospensione del giudizio. le leggi e gli insegnamenti delle tecniche. In questo senso egli provvede a distinguere. uno stato di sospensione del giudizio o epochè. al quale fa seguito uno stato di tranquillità o atarassia. Il vero scettico. T158 Sesto Empirico: il fine dello scettico Nello scritto intitolato Schizzi pirroniani. Non si tratta dunque di mutare credenze a proposito di ciò che è buono o cattivo. come Enesidemo. ravvisavano in Pirrone il capostipite del vero scetticismo. prima di raggiungerlo o qualora non lo raggiungesse. come la forma di scetticismo praticata nell’Accademia di Arcesilao e Carneade. il vero scetticismo da posizioni che possono sembrargli affini. infatti. Sesto Empirico espone il nucleo fondamentale della posizione scettica. Egli. si astiene sia dall’affermare. T76. cioè l’imperturbabilità. Dal canto loro gli scettici elaborano. Essa è definita «pirroniana» in quanto Sesto condivide la posizione di coloro che. Solo la sospensione dell’assenso può allora garantire quell’imperturbabilità. ma le cose come appaiono. finisce col ricadere nel dogmatismo. esso segue invece automaticamente alla sospensione del giudizio. dovrebbe apparire tale a tutti. nel libro I del suo scritto. come in genere accade per ogni tesi avanzata dalla tradizione filosofica. sia a favore sia contro la tesi della conoscibilità delle cose. come risulta dalla diversità delle preferenze e dei giudizi di valore formulati da individui diversi. però. Ciò che occorre seguire nella condotta della propria vita non sono dunque le credenze che qualcosa sia buono o cattivo. nella versione che egli presenta.

ma tale sospensione non è praticata intenzionalmente allo scopo di raggiungere l’imperturbabilità. viene a cascare in una copia maggiore di turbamenti. Il vantaggio della sua posizione è dato dal fatto che. egli non aggiunge l’ulteriore sofferenza di giudicarle mali per natura. quale l’ombra al corpo. Ciò che invece si può eliminare sono le opinioni. anche lo scettico nel perseguirlo cadrebbe in preda al turbamento. e perché. Le affezioni (in greco pàthe) necessarie sono quelle che non dipendono da noi: tali sono per esempio quelle di caldo o di freddo. o gli stimoli della fame. né fugge né persegue nulla con ardore: perciò è imperturbato. Esse hanno la proprietà di non poter essere eliminate dall’uomo. sospesero il giudizio. LATERZA & FIGLI. com’egli li considera. come sono quelli formulati dai filosofi dogmatici. ma nei loro confronti si può assumere un atteggiamento di moderazione. temendo un cambiamento. toccato il cavallo. a queste sofferenze. Comunque noi non riteniamo che lo Scettico vada del tutto esente da turbamenti. 2. nello stesso tempo. vi lasciò un’impronta che pareva schiuma2. e a questa sua sospensione tenne dietro. Avendo. volesse ritrarne col pennello la schiuma. e persegue i beni. cioè che ciascuno di questi stati è un male per natura. Chi. come quelli connessi alle affezioni necessarie del freddo o della fame. GIUS. Pertanto allo Scettico è accaduto quello che si narra del pittore Apelle. II. ma diciamo ch’egli è turbato da fatti che sono per necessità. tenne dietro la imperturbabilità. nella quale astergeva il pennello intinto di diversi colori. ossia la formulazione di giudizi sulle affezioni: in questo ambito l’obiettivo perseguito dallo scettico consiste nel non farsi turbare da tali opinioni e ciò è possibile soltanto sospendendo il giudizio su di esse. non potendo riuscirvi. CAMBIANO-MORI • © 2011. invece. ma. La sospensione del giudizio non è che la conseguenza dell’impossibilità di decidere tra i dati discordanti presentati dai sensi o tra ragionamenti contrapposti. infatti. crede nell’esistenza di qualche cosa che sia bene o male per natura. la virtù e la felicità 799 della vita quotidiana. Sesto Empirico Schizzi pirroniani. la imperturbabilità nelle cose opinabili. sospese il proprio giudizio. dunque. sopprimendo quell’opinamento che gli altri aggiungono all’affezione. Lo Scettico. Apelle è un celebre pittore. ROMA-BARI T158 . in modo da conseguire la imperturbabilità. e scagliò. dubita se una cosa sia bene o male per natura. fa di tutto per non perdere quelli ch’egli considera beni. riducendone la portata. dipingendo un cavallo. L’esempio mostra come un obiettivo desiderato possa essere raggiunto casualmente mediante un’operazione non intenzionalmente diretta a conseguirlo. La spugna. come per caso. Anche gli Scettici speravano di conseguire la imperturbabilità dirimendo la disuguaglianza ch’è tra i dati del senso e quelli della ragione. Per questo. perché questi stati penosi giudica mali per natura. s’imbatté in un disaccordo di ragioni contrarie di ugual peso. e perché s’imbaldanzisce fuor di ragione e misura. vi rinunziò. una volta che li abbia conseguiti. contro il dipinto la spugna. infatti. e. se ne libera con turbamento minore. Dicono che Apelle. quali false. Ma in questi fatti il volgo soffre doppiamente. e per le affezioni stesse e.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 799 Il bene e il piacere. nelle affezioni che sono per necessità1. Non riuscendovi in nessun modo. E. invece. Chi. come per caso. non riuscendo. ma anche quando crede d’essere perseguito da quello che ritiene essere male per natura. Così è secondo Sesto anche per l’imperturbabilità: essa consegue alla sospensione del giudizio. e. a questa sospensione. non solo quando non possiede quello ch’egli ritiene esser bene. lo Scettico cominciato a filosofare circa la maniera di comprendere e distinguere quali delle rappresentazioni sensibili fossero vere. 25-32 Diciamo fin d’ora che il fine dello Scetticismo è l’imperturbabilità nelle cose opinabili e la moderazione. diciamo che il fine dello Scettico è la imperturbabilità nelle cose opinabili e la moderazione nelle affezioni che sono per ne- 1. Se la sospensione del giudizio fosse un obiettivo intenzionalmente perseguito.03_Come vivere. si conturba continuamente. a dirimerlo. giacché ammettiamo che talora egli soffra il freddo e la sete e simili affezioni. contemporaneo di Alessandro Magno.

distinto dalla condotta della maggior parte degli uomini. Opponiamo dati del senso a dati del senso. Così.. ossia da un gruppo di individui che conducono vita comune impegnata in indagini volte alla conoscenza dell’universo e organizzata in base a regole e precetti. Un peso importante nel costituirsi della concezione della filosofia come forma di vita dovette essere svolto già nel V secolo a. dalla scuola pitagorica.C.C. opponiamo che i buoni sono spesso infelici e i tristi felici. da vicino quadrata». dati dell’intelletto a dati dell’intelletto. Esso era regolato minuziosamente da una serie di pratiche e di regole concernenti tutti gli aspetti dell’esistenza quotidiana. Alcuni Scettici. e. Essa si attua. T159 Pitagora: le regole di vita Il pitagorismo apparve già a Platone come un tipo particolare di vita. autori entrambi di una Vita di Pitagora. o quelli a questi e viceversa. quando a colui che afferma esistere una provvidenza deducendola dall’ordine che regna nei fenomeni celesti. Chi diventa filosofo impiega il suo tempo in attività diverse da quelle esercitate dagli altri uomini e si comporta in un modo che lo distingue da essi. È in questi scritti che ci T158 T159 CAMBIANO-MORI • © 2011. superiore sia a quello dei nobili guerrieri rappresentati nei poemi omerici. per parlare in generale. A ciò però si accompagnava anche l’obiettivo di assumere la guida politica entro la città. I primi nuclei di queste pratiche furono introdotti da Pitagora stesso al suo arrivo a Crotone.C. vissuti tra il III e il IV secolo d.qxp:03_come_vivere 800 4-04-2011 20:11 Pagina 800 Come vivere? cessità. Poiché dicevamo che alla sospensione del giudizio in ogni cosa consegue l’imperturbabilità. sia a quello del buon cittadino impegnato nelle attività politiche e militari per il bene della propria città. LATERZA & FIGLI. per mezzo della contrapposizione dei fatti. per esempio. Non tutti i filosofi però sono d’accordo sui caratteri e sui contenuti di tali indagini e quindi sulla forma di vita connessa a esse: di qui il costituirsi di vari indirizzi. Immagini della vita filosofica Nel mondo antico la filosofia non è soltanto costruzione di dottrine. concludiamo che la provvidenza non esiste. aggiunsero a queste due cose la sospensione del giudizio nelle investigazioni.03_Come vivere. perciò. ma in primo luogo una forma di vita. A partire dal IV secolo a. La tradizione continuò a tenerli in piedi anche attraverso una letteratura scritta. nelle scuole filosofiche ateniesi si impone la convinzione che il miglior modo di vivere. dove personaggi come Aristosseno di Taranto e Dicearco di Messene fornirono un contributo importante in questa direzione. degni di considerazione. Di qui attinsero in parte parecchi secoli dopo i neoplatonici Porfirio e Giamblico. ne seguirebbe che dicessimo in qual modo si attua in noi questa sospensione del giudizio. la quale ebbe un forte risveglio nella scuola di Aristotele. contrapponiamo dati del senso a dati del senso. quando diciamo: «la stessa torre di lontano appare rotonda. sia quello dedito alle indagini filosofiche. che divergono proprio per il modo in cui concepiscono la vita filosofica. GIUS. oppure dati dell’intelletto a dati dell’intelletto. ROMA-BARI .

bensì apparterrebbero alla sapienza orientale. dunque. [. e detta la ragione per cui si deve agire in un determinato modo. LATERZA & FIGLI. le dottrine dell’immortalità e della trasmigrazione dell’anima non sarebbero di origine greca. come Pitagora giunse in Italia e si stabilì a Crotone. descrizioni ed elenchi di massime e pratiche pitagoriche. e quindi alle donne. dopo che egli si fu cattivato il senato con molti e bei discorsi. e grande decoro nel parlare e nel comportarsi e in ogni altra cosa). quale la più sapiente? il numero. Quelli che dicono qual cosa è sopra le altre dello stesso modo. Gli acusmatici si sforzano anche di custodire tutti gli altri suoi detti. mentre altre ricuperano credenze popolari. GIUS. e che cosa si deve fare o non fare. Diceva che l’anima è immortale. 3. e qual cosa sta sopra le altre dello stesso modo. divenne famosa). Giamblico Vita di Pitagora. sono tali: qual è la cosa più giusta? il sacrificare. Alcune di queste massime riguardano punti dottrinali propri del pitagorismo. dopo esso. poi ch’essa passa anche in esseri animati d’altra specie. 82-85 La filosofia degli acusmatici consiste in precetti: questi sono impartiti senza che sia mostrato il perché. poi che quello ch’è stato si ripete a intervalli regolari e che nulla c’è che sia veramente nuovo. Quelli che riguardano il che cos’è. come quello che aveva aspetto nobile e grande. CAMBIANO-MORI • © 2011. 2. sia della città (né solo uomini. infine che bisogna considerare come appartenenti allo stesso genere tutti gli esseri animati. dove l’unica educazione che le donne potevano ricevere avveniva. per esempio la tetrakt`ys. e. anzi massimamente sapienti giudicano quelli che conoscono più precetti e insegnamenti. chi pose il nome alle cose. dalla quale Pitagora avrebbe attinto.. e moltissima grazia. ROMA-BARI T159 .03_Come vivere. quale la più bella? l’armonia. tanto i Crotoniati furono attratti da lui (ch’era uomo notevolissimo. quando avveniva. Ossia popolazioni non greche. ma attraverso il filtro di rielaborazioni successive. nel chiuso della casa. Il riconoscimento sociale ottenuto da Pitagora dipende dalla sua attività pedagogica: questo rimarrà un tratto costante nel rapporto tra i filosofi antichi e la società. che. il numero e l’armonia. 18-19 Dicearco racconta che. Istituì anzi anche un’assemblea delle donne. sono di tal modo: quali sono le isole dei beati? sole e luna. tra i suoi destinatari. come il privilegiamento della destra rispetto alla sinistra. e quale la migliore? la felicità. non in luoghi pubblici o in scuole. raccoltisigli intorno appena tornati da scuola. e di lor proprio non dicono niente e credono che niente si deve dire. abitata da barbari2. Secondo Porfirio. quale la più vera? che gli uomini sono malvagi. ma anche donne. quale la più sapiente tra quelle degli uomini? la medicina. e considerano le sue parole opinioni divine. Quello ch’egli diceva ai suoi compagni. Per tal modo s’accrebbe la sua fama. Parlò anche ai fanciulli. e aveva molto viaggiato. che è l’armonia delle Sirene.] 1.. ma è significativo che questa attività di Pitagora abbia.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 801 Immagini della vita filosofica 801 sono state conservate. sia re e signori della circostante regione. quale la più forte? il pensiero. e una di esse. anche le donne. Cioè persuasivi. Teano. Ma le sue opinioni più conosciute sono queste. e molti gli divennero compagni. Al centro è in ogni caso il problema di evitare ogni contaminazione e salvaguardare la purezza. Tutti i così <detti> insegnamenti sono di tre specie: s’insegna che cos’è una determinata cosa. che cos’è il santuario di Delfi? la tetrakt`ys. perché serbavano su questo grande segreto. i magistrati lo incaricarono di fare ai giovani dei discorsi suasori1 adatti alla loro età. Fu infatti Pitagora colui che per primo portò queste opinioni in Grecia3. nessuno può dire con certezza. Porfirio Vita di Pitagora. e aveva ottenuto dalla fortuna ottima natura. il che contrasta con il costume abituale delle città greche.

non portare come sigillo in un anello l’immagine di un dio. mettersi i calzari cominciando dal piede destro. dobbiamo espiare. Tali insegnamenti sembrano dunque imitati da tale sapienza. i piaceri sempre un male. gli insegnamenti che riguardano quello che si deve e quello che non si deve fare. Infine. trasmessi sotto il nome di Democrito (e a maggior ragione quelli pervenuti sotto il nome di Democrate) possono essere considerati con piena sicurezza appartenenti a Democrito. Le fatiche sono cosa buona. non deviare. feriti di fronte. Non fu però l’unica linea: già in alcuni frammenti di Democrito si trova elaborata l’immagine del saggio appartato e dedito agli studi. con una donna ricca. LATERZA & FIGLI. E questi altri: non aiutare uno a togliersi un peso. venuti al mondo per espiazione. Il modello della comunità pitagorica avrebbe poi esercitato una certa attrazione anche nel costituirsi delle successive scuole filosofiche. Sacrificare e andare al tempio scalzi: andandovi. perché. quando si combatte. perché è supplice e sacro al Mese (per questo appunto segna l’ora). Dare a chi lo chiede soltanto il consiglio migliore. È lo stesso modo di sapienza di quello attribuito ai sette sapienti. perché è supplice (per questo appunto togliendola dal suo focolare la conduciamo a casa nostra. T160 Democrito: la quiete e la patria del saggio La maggior parte dei frammenti di Democrito contengono massime di vita morale. che ripone nella tranquillità dell’animo il fine da perseguire. perché a nulla si deve posporre il dio. perché non sia contaminata (l’immagine dev’essere onorata e custodita in casa). È tuttavia ritenuto attendibile che a Democrito debba essere ricondotta la dottrina secondo cui l’obiettivo da perseguire è l’euthymìa. L’anima di un uomo entra soltanto negli animali che non è lecito sacrificare: per questo si può mangiare soltanto la carne degli animali destinati a essere vittime nei sacrifici. In questa teoria etico-politica il modello di uomo non coincide più integralmente con la T159 T160 CAMBIANO-MORI • © 2011. e la prendiamo dandole la destra). a partire dall’Accademia di Platone. ma aiutare a caricarlo. Buona cosa è morire. in tutti questi casi. libare agli dei dalla parte dell’ansa del calice.03_Come vivere. non camminare per vie frequentate né bagnarsi in un vaso d’acqua lustrale né lavarsi in un bagno pubblico. non maltrattare la moglie. e degli altri animali no. perché i sette furono prima di Pitagora. sono siffatti: bisogna far figli per lasciare chi dopo di noi onori la divinità. Anche per questo motivo non tutti i passi di contenuto morale. e non che cos’è il facile? ma: qual è la cosa più facile? seguire il costume. per aver figli. se siano puri gli altri che se ne servono. le quali potevano essere condivise anche da chi non era sostenitore delle dottrine atomistiche. sede degli impulsi e delle passioni. Ciò comporta la necessità di non farsi coinvolgere troppo dalle faccende politiche e private. non è perturbato. perché non si sa. GIUS. non <sacrificare> un gallo bianco. non parlare quando non c’è luce. perché non bisogna far nascere pigrizia.qxp:03_come_vivere 802 4-04-2011 20:11 Pagina 802 Come vivere? Questi e simili a questi sono gli insegnamenti di questo genere: ciascuno dice qual cosa è sopra tutte le altre. ROMA-BARI . perché cosa sacra è un consiglio. ossia una condizione nella quale il thymòs. non unirsi. male il contrario. Perché anche costoro non si ponevano questa domanda: che cos’è il bene? ma questa: qual è la cosa migliore? e non questa: che cos’è il difficile? ma: qual è la cosa più difficile? il conoscere se stessi. per augurio e per non bere dalla stessa parte dalla quale si versa il libame.

CAMBIANO-MORI • © 2011. sceglier quelle che sono superiori alle sue forze e alla sua natura. in quanto non soggiace ai bisogni e ai piaceri. dunque. Socrate non svolge un’attività lavorativa. GIUS. nelle rappresentazioni che ne danno i suoi discepoli. LATERZA & FIGLI. che presenta un Socrate mirante a raggiungere l’autosufficienza. visto come condizione essenziale per condurre una vita eccellente e contenuto primario di essa. questa strada sembra piuttosto condurre al cosmopolitismo. che diventerà per i cinici l’emblema anche esteriore del vero filosofo. possibile rintracciare un filo coerente che collega riflessione politico-giuridica e prospettiva etica. È cosa più sicura la grandezza moderata che l’esagerata gonfiezza (fr. Ma.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 803 Immagini della vita filosofica 803 figura del cittadino. il quale utilizza proprio questo aspetto della vita di Socrate per mostrare che la filosofia praticata e insegnata da Socrate conduce all’infelicità. Democrito Frammenti. Ogni paese della terra è aperto all’uomo saggio: perché la patria dell’animo virtuoso è l’intero universo (fr. 244). In questo senso la figura del filosofo antico ha la sua immagine speculare negativa nella figura dello schiavo. 244. 247). ma apprendi a vergognarti molto più dinanzi a te stesso che dinanzi agli altri (fr. Non dire e non fare nulla di male. composta circa un decennio dopo la morte del filosofo. 3. dal canto suo. T161 Senofonte: povertà e autosufficienza Nella sua Accusa di Socrate. ma li padroneggia. Questi avrebbe avuto la consuetudine di citare in senso positivo il verso di Esiodo (Le opere e i giorni. anche l’esaltazione del lavoro da parte di Socrate. Ne emerge il ritratto di un Socrate frugale. v. La conseguenza di ciò è anche il suo progressivo impoverimento. Uno dei tratti decisivi di questa figura è la libertà da tutto ciò che può porlo in una condizione di asservimento o dipendenza nei confronti di opinioni accolte passivamente o degli stessi desideri corporei. Socrate non confuta l’avversario. e a non accingersi a cosa che sia superiore alle sue possibilità. Da questo punto di vista la povertà non è affatto segno d’infelicità. ROMA-BARI T160 T161 . 3). anche se gli si volge la fortuna e lo sospinge con le illusioni verso condizioni più alte. dagli abiti logori. In alcuni frammenti di Democrito è. ma cerca di rispondere alle sue obiezioni: il saggio è colui che è veramente libero. tra i vari motivi di accusa. In questo passo di Senofonte. che propriamente nasce la figura del filosofo proteso alla ricerca del sapere. Questo aspetto emerge già chiaramente in un passo di Senofonte. in primo luogo Platone. il sofista Policrate elencava. l’inerzia invece è vergognosa». deve invece esser sempre pronto a saper rinunciare. 311): «nessun lavoro è vergogna. Ma è con Socrate. che gli impedirebbe di dedicarsi a tempo pieno al suo compito filosofico. Senofonte rappresenta un dialogo tra Socrate e Antifonte. qualora si assuma delle occupazioni.03_Come vivere. anche se tu sei solo. a piedi scalzi. 247 Chi vuol vivere con l’animo tranquillo non deve darsi troppo da fare né per le faccende private né per le pubbliche né.

T162 Senofonte: la conoscenza di se stessi In questo passo è presentato un esempio di dialettica socratica. le bevande che prendi sono di nessunissimo valore. qualunque sia l’impresa che intraprende e che con più facilità realizza? E non credi che io. in ogni disciplina i maestri cercano di rendere gli allievi imitatori di sé: se tu vorrai fare lo stesso coi tuoi amici. tu preferiresti la morte. è il pensiero che ho sempre. E pensi che tutti questi piaceri diano tanta gioia quanto il pensiero di diventar migliore tu stesso e di acquistare amici migliori? Per me.qxp:03_come_vivere 804 4-04-2011 20:11 Pagina 804 Come vivere? Senofonte Memorabili. o non vada dove voglio per aver i piedi doloranti? Non sai che chi ha un corpo molto debole per natura. E Socrate di rimando: – Secondo me. io ne son persuaso. vediamo per quali ragioni la trovi tanto brutta. abbia maggiore resistenza di te che non te ne curi? Secondo te. Antifonte. essendo più rari e più costosi. 6.03_Come vivere. I cibi che mangi. della lussuria. LATERZA & FIGLI. I. e poi vai sempre a piedi scalzi e senza tunica. E non prendi il denaro che rallegra chi se lo procura e permette a chi lo possiede una vita indipendente e felice. d’estate e d’inverno. tu supponi che io viva in modo così miserabile. Volendo costui una volta strappargli i discepoli. che a una vita come la mia. infatti. che quanti disperano della buona riuscita delle loro imprese non sono mai lieti. o a cagione del caldo contenda con qualcuno per l’ombra. invece. quanti invece confidano che andrà bene sia il lavoro dei campi. esercitando sempre il mio corpo a sopportare quanto mi càpita. intesa come dialogo diretto tra due interlocutori. potrebbe resistere. quale mezzo è più efficace che il possesso di altri piaceri. che tu dalla filosofia tragga proprio il contrario. che non ne prendo. del sonno. lo muta a seconda del freddo e del caldo e infila calzari per non essere impedito nel cammino da quanto può rovinargli i piedi: ti sei mai accorto che io per il freddo resti a casa più di un altro. In Senofonte questo aspetto della figura di Socrate è collegato all’antico precetto dell’oracolo di Delfi. ma lo esercita. Ora. ROMA-BARI . GIUS. capaci di rallegrarci non solo nel momento del bisogno. sia la navigazione o qualunque altra cosa a cui eventualmente s’accingono. recatosi da Socrate. Forse perché chi prende denaro è costretto a fare ciò a cui la paga l’obbliga. per non essere schiavi della gola. mentre io. più graditi di questi. alla loro presenza disse: – Socrate. Ebbene. sottoposto dal padrone a tale regime. ma sempre lo stesso. Fai una vita cui nessuno schiavo. io credevo che chi filosofa dovesse essere più felice: mi sembra. lo sai. caratterizzato da uno scambio di domande e risposte. sappi di essere un maestro di miseria. si rallegrano al pensiero del buon successo. 1-9 Vale la pena di non omettere neppure le sue conversazioni col sofista Antifonte. supera chi lo ha molto forte ma non se ne cura. ma di darci altresì speranza che ci saranno di giovamento per sempre? Sai bene. il mantello che indossi non soltanto è di nessun valore. che impone di conoscere se stessi e i propri limiti. Il tema T161 T162 CAMBIANO-MORI • © 2011. non ho alcuna necessità di conversare con chi non voglio? E dispregi il mio tenore di vita perché mangio cibi meno sani di te e meno nutrienti? o perché i miei alimenti. sono più difficili a procurarsi dei tuoi? o perché quelli che ti procacci tu sono più piacevoli di quelli che mi procaccio io? Non sai che chi mangia con gusto non ha affatto bisogno di manicaretti e chi beve con gusto non sente affatto il desiderio della bevanda che non ha? Chi muta mantello.

entrano in guerra contro altri più forti. che compariva in una iscrizione nel tempio di Apollo a Delfi: conosci te stesso. sia dal sapiente. Partendo dall’esperienza di Socrate. quali sono i pregi o i difetti rispetto all’uso che se ne voglia fare? – Mi sembra. ignorando le proprie possibilità. Quelli che non sanno ciò che fanno. CAMBIANO-MORI • © 2011. che già sa e quindi si acquieta nel suo sapere. 2. ma dovrà proseguire. oppure vi hai posto attenzione e hai messo veramente mano a esaminare chi sei? – No. Un aspetto decisivo è costituito dall’eros. invece. che per Socrate e il suo interlocutore. sa valutare le sue capacità. chiese. in quanto distinto sia dall’ignorante. hanno una falsa opinione delle loro capacità. se vuoi farmi da guida. astenendosi da quel che non sanno. sta scritto: ‘Conosci te stesso’? – Certo. – E non hai badato a quelle parole. un desiderio che spinge incessantemente alla ricerca del più alto oggetto di amore. perché. Senofonte Memorabili. siccome sbagliano nella scelta e non riescono a compiere ciò a cui hanno posto mano. Questa questione è oggetto di una ricerca. consistente appunto nel sapere. vedi bene che o sono distrutti o vengono ridotti da libertà in schiavitù. Esso è interpretato da Socrate come conoscenza di ciò che è conforme alla natura umana. di ciò che rientra nelle sue possibilità. non sbagliano ed evitano di agir male: per questo sono in grado di mettere alla prova gli altri uomini e servendosi di costoro si procurano i beni ed evitano i mali. che chi non conosce le proprie capacità. questo pensavo di saperlo senz’altro: perché difficilmente avrei conosciuto qualche altra cosa. non riescono a ottenere alcun bene e incorrono in ogni male. ma mi rivolgo a te. – E ti sei accorto che sul tempio. non è conclusa. Platone costruisce i tratti generali che caratterizzano il vero filosofo. – E non è chiaro che moltissimi beni vengono agli uomini dalla conoscenza di se stessi. moltissimi mali. se è veloce o tardo e. non sanno ciò di cui hanno bisogno.03_Come vivere. ma sbagliando sempre. se è forte o debole. e per tutti questi motivi li amano sopra gli altri. – E ti sembra che conosca se stesso chi sa soltanto il proprio nome o chi. LATERZA & FIGLI. mentre quanti non riescono nei loro intenti. desiderano averli consiglieri e guide. ma perdono ogni stima. sperano di acquistare anch’essi del bene. o Eutidemo. Eutidemo. che anch’io riconosco la grande importanza di conoscere se stessi. ROMA-BARI T162 . i quali non ritengono di conoscere il cavallo che vogliono comprare prima d’aver esaminato se è docile o indocile. anzi. per loro mezzo. in qualche parte. mi spieghi donde si debba iniziare un siffatto esame. rispose. né con chi trattano. si trovano nella stessa situazione e rispetto agli altri uomini e alle altre cose umane. non soltanto ne subiscono la pena e il castigo. invece dalla falsa valutazione del proprio valore? Quelli che conoscono se stessi sanno ciò che loro conviene e discernono quel che possono e quel che non possono: facendo quel che sanno si procurano ciò di cui hanno bisogno e agiscono bene. Allora Eutidemo: – Abbi per certo. se non conoscevo me stesso.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 805 Immagini della vita filosofica 805 è dato dal significato del detto. si rendono ridicoli e vivono disprezzati e disonorati. o Socrate. sei mai stato a Delfi? – Due volte almeno. Quelli. che non conoscono. ignora se stesso. che non desidera sapere. né che cosa fanno. GIUS. Quelli che sanno ciò che fanno raggiungono i loro scopi e con ciò acquistano fama e onore: quanti sono a essi simili volentieri stanno con loro. avendo esaminato se stesso e le sue attitudini rispetto alle funzioni cui l’uomo è destinato. IV. insomma. Ma ciò pone il problema di cosa sia sempre bene o male per l’uomo. per Zeus. come i compratori di cavalli. 24-30 Socrate: – Dimmi. per Zeus. Così pure gli Stati che.

E chi non si considera bisognoso. appesantito dal bere si addormentò. Diotima. È per questo che Amore divenne seguace e servitore di Afrodite.qxp:03_come_vivere 806 4-04-2011 20:11 Pagina 806 Come vivere? T163 Platone: l’amore e la filosofia Nel Simposio Platone immagina che un gruppo di amici si riunisca in casa del poeta tragico Agatone per festeggiare con un banchetto la sua vittoria nell’agone tragico. Non è certo che Diotima sia un personaggio realmente vissuto. ora invece muore e poi rinasce nuovamente in virtù della natura del padre. Poiché.03_Come vivere. Per trascorrere il tempo conversando. mentre mètis designa T163 l’«intelligenza astuta». allora. perché fu generato nelle feste per la sua nascita. terribile stregone. è figlio di Poro e di Penia. che possono essere anche tranelli. architettando. Platone Simposio. sicché Amore non è mai né povero né ricco. Poro (Espediente)1. Neppure gli ignoranti. dunque. Penia. fattucchiere e sofista. E per natura non è né immortale né mortale. 1. Penia (Povertà) e se ne stava vicino alla porta. Il termine pòros indica il «cammino». Nessuno degli dei filosofa né desidera diventare sapiente – perché lo è già – né chi altri è sapiente filosofa. Giunto il momento di Socrate. D’altronde è anche in mezzo tra sapienza e ignoranza. ubriaco di nettare – il vino. filosofano né desiderano diventare sapienti. gli dei banchettarono e. c’era anche il figlio di Metis (Perspicacia). il percorso che conduce a un certo obiettivo. sempre a tramare stratagemmi. di farsi fare un figlio da Poro. E per questo anche è per natura amante del bello. cacciatore terribile. La cosa sta così. Dopo che ebbero cenato. avido di intelligenza e ingegnoso. perché proprio questo ha di grave l’ignoranza. GIUS. una sacerdotessa che. che sono ulteriormente precisate mediante uno scambio dialettico di domande e risposte con Socrate. coraggioso. che chi non è né eccellente né intelligente crede di averne a sufficienza. perché anche Afrodite è bella. dal quale emergono caratteristiche dell’amore. tra gli altri. LATERZA & FIGLI. ROMA-BARI . 205d-207a La nascita di Amore «Quando nacque Afrodite. Per parte di padre. prima che questa scoppiasse nel 430 a. Essa comincia col raccontare dapprima un mito sulla nascita di Eros.C. ma ora fiorisce e vive nello stesso giorno. ma è interessante il suo ruolo di interlocutrice di Socrate. Poro. infatti. anzi è duro e lercio e scalzo e senzatetto. CAMBIANO-MORI • © 2011. arrivò per mendicare. dormendo all’aperto sulle porte e per le strade e. questi non espone con un lungo discorso continuo la propria opinione su che cosa sia l’amore. non esisteva ancora – penetrato nel giardino di Zeus. è insidiatore dei belli e dei buoni. 203b-205a. non desidera ciò di cui non crede di avere bisogno». d’altra parte. come credono i più. abituato a coricarsi in terra e senza coperte. E ciò che si procura gli scivola sempre via di mano. invece. ciascuno dei commensali pronuncia a turno un discorso sull’amore. In primo luogo è sempre povero e ben lontano dall’essere delicato e bello. avendo la natura di sua madre. quando gli va in porto. per la sua mancanza di risorse. invitando gli Ateniesi a fare sacrifici agli dèi. essendoci appunto un gran banchetto. si sdraiò al suo fianco e restò incinta di Amore. Egli preferisce fare riferimento a una conversazione da lui avuta in passato con una donna di Mantinea. aveva tenuto lontana dalla città per dieci anni la peste. dedito a filosofare per tutta la vita. è sempre di casa col bisogno. audace e teso. Si tratta dunque delle capacità che consentono di superare situazioni difficili escogitando le soluzioni appropriate. ad Amore è toccata la sorte seguente.

che sarà poi ripresa più ampiamente da Aristotele nell’Etica Nicomachea. della felicità come fine ultimo e non mezzo per raggiungere altro. che sono quelli a metà tra questi due e che di essi fa parte anche Amore. Amore ti appariva bellissimo. In tutta questa discussione è centrale la categoria del metax`y. 2. la risposta richiede ancora questa domanda: “Che ne verrà a chi giunga in possesso delle cose belle?”». Socrate. che non sia già contenuto in essa. «È per il possesso di cose buone. è come se uno. hanno il nome dell’intero. ama. disse.03_Come vivere. caro Socrate. come dici tu. ama. Tale. perfetto e invidiabilmente beato. disse. «E che ne verrà a chi giunga in possesso delle cose buone?». Socrate e Diotima?” o così. infatti. disse. in quanto filosofo. ignoranti filosofi . quelli che filosofano.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 807 Immagini della vita filosofica 807 I Filosofi «Chi sono allora.dèmoni . avvertita come mancanza di sapere. Per questo. è la natura del demone. e che ama?”». e che ama?”». ma al tempo stesso di desiderio e messa in opera di strumenti per impadronirsi di quanto manca. hai ragione. continuò. infine.massimo e scaltro amore. non si dice che amano né che sono amanti. Sarà felice». ma quelli che s’indirizzano ad esso per molte altre vie. La condizione della filosofia è dunque descritta come una situazione di povertà. Il possesso del bene rende felici. LATERZA & FIGLI. sia in mezzo tra il sapiente e l’ignorante2. usando il buono al posto del bello. più chiaramente: “Chi ama le cose belle. in base agli affari o all’amore della ginnastica o alla filosofia. infatti. «In generale ogni desiderio delle cose buone e della felicità è per ognuno il.amore . risposi.sapienti. si avvertirebbe una mancanza e non si potrebbe più essere felici. Socrate. amore e amare e amanti». Diotima. perché è di padre sapiente e pieno di risorse. povertà . «Che diventino sue».ricchezza e. Tu hai creduto che Amore fosse l’amato. ROMA-BARI T163 . Ma se Amore è tale. Ma se qualcuno ci domandasse: “In che consiste l’amore delle cose belle. credo. Sembra qui brevemente enunciata la tesi. mentre l’amante ha un altro aspetto.dèi. Amore appunto è tale e nato così ed è amore delle cose belle. Anzi. infatti.]. «Ma. non l’amante. mentre quelli che vi si avviano con impegno attenendosi ad un unica sua specie. La sapienza. chi ama le cose buone. «A questo posso dare più facilmente una risposta. L’amore del bene Ed io dissi: «Sia pure. quale quello che ho esposto».. A questa domanda io risposi di non avere sul momento a disposizione una risposta. che utilità ha per gli uomini?». che proverò a insegnarti dopo queste cose. «È proprio questo. dissi. Quanto a ciò che hai creduto che fosse Amore. Ed io risposi: «Che diventino sue». Esso è dunque il fine ultimo che si propone chi desidera essere felice. E anche di questo è causa la sua nascita. fa parte delle cose più belle e Amore è amore del bello. straniera. «È chiaro anche ad un bambino ormai. Con essa Platone intreccia un gioco di rimandi e corrispondenze tra varie sequenze di concetti: uomini . «Ma. sicché è necessario che Amore sia filosofo e. dunque. ma di madre priva di sapienza e di risorse. non è nulla di che meravigliarsi. grazioso. La condizione di felicità non può essere caratterizzata dal desiderio di qualcosa d’altro. che i felici sono felici e non occorre più domandare ulteriormente: “In vista di che cosa vuole essere felice chi lo vuole?”. se non lo sono né i sapienti né gli ignoranti?». pare che la risposta sia conclusiva»3 [. domandasse: “Allora. GIUS. Se ciò avvenisse. CAMBIANO-MORI • © 2011. ossia del sapere stesso. 3. E infatti l’oggetto dell’amore è ciò che è realmente bello. dell’intermedio tra due estremi.. disse.

e quando arrivano ad una certa età. invece. non a ciò che gli è proprio ciascuno dà il benvenuto. può avvenire la generazione. Diotima. Ma questo discorso tornava a limitare l’amore alla sfera dei rapporti interumani. «Anche questo bisogna aggiungere». CAMBIANO-MORI • © 2011. LATERZA & FIGLI. cioè appropriate ad accogliere questi semi di sapere. risposi. disse. È la procreazione nel bello. ma anche possederlo sempre?». in quale modo e in quale attività l’impegno e la tensione di quelli che lo perseguono possono essere chiamati amore? Che cos’è mai quest’opera? Sai dirlo?». caro amico. Su Moira T175. sia secondo il corpo. modello del filosofo. Ma procreare nel brutto non può. e soltanto in seguito sarebbero stati suddivisi a metà. «E non solo possederlo. perché gli uomini sono disposti a tagliarsi i piedi e le mani. sia secondo il corpo. disse. continuò lei. a meno che non si chiami suo e proprio il bene ed estraneo. E disarmonico rispetto a tutto ciò che è divino è il brutto. l’oggetto T163 ultimo dell’amore diventa il bene. secondo cui gli esseri umani originari erano androgini.03_Come vivere. se queste loro parti paiono loro cattive. «Bisogna aggiungerlo». «Allora. Infatti. continuò lei. secondo il quale tutti coloro che cercano la propria metà amano4. 6. è paragonato nel Teeteto a una levatrice. dunque. è forse possibile dire così semplicemente che gli uomini amano il bene?». La procreazione spirituale «Poiché. sono gravidi. mentre nel bello sì. invece. il male. credo. dissi io. capaci d’installarsi in altre anime. l’amore è sempre questo. Ma solo in anime armoniche. «Riassumendo. Infatti. disse. «Un indovino occorre. GIUS. «Eppure. «Sì». «Allora te lo dirò io più chiaramente. Per questo. «E non bisogna aggiungere. al tempo stesso maschi e femmine. ROMA-BARI . «Te lo dirò io. sicché ognuna delle due metà si sarebbe poi diretta alla ricerca dell’altra. dice che l’amore non è né della metà né dell’intero. sia secondo l’anima. Ilitia è la divinità protettrice dei parti. dato che non c’è altro che gli uomini amino se non il bene. «Per Zeus. mentre il bello è armonico. il problema consisterà nell’individuare che cosa sia il bene e nel non scambiarlo per ciò che bene non è. Questa era la tesi sostenuta in precedenza nel dialogo dal poeta comico Aristofane. dissi. Tutti gli uomini. disse. Socrate. l’accoppiamento dell’uomo e della donna è procreazione. Egli aveva raccontato un mito. che lo identificano con il piacere o la ricchezza o il potere. dissi. rendendole a loro volta gravide di altro sapere. anche se i singoli uomini sono soggetti alla morte. disse. Ma è impossibile che ciò avvenga in ciò che è disarmonico. come avviene ai più. 4. che amano anche possedere il bene?». si ripete un certo discorso. Il mio discorso.qxp:03_come_vivere 808 4-04-2011 20:11 Pagina 808 Come vivere? «È probabile che tu dica la verità». risposi. sia secondo l’anima». «È verissimo». Ed è questa la cosa divina ed è questo ciò che c’è d’immortale nel vivente che è mortale: ingravidare e generare5. La Bellezza. Per Platone. l’amore è di possedere sempre il bene». 5. la nostra natura desidera procreare. anche se i singoli filosofi di volta in volta moriranno. «In tal caso. In questo modo la filosofia potrà riprodursi incessantemente. dunque. per capire che cosa dici. a meno che per caso. è Moira e Ilitia alla generazione6. a me no». Questo consiste di discorsi veri. invece. lo non capisco». O ti pare diversamente?». Socrate. dissi. allora. allora. non sia un bene. così come la specie umana riproducendosi può partecipare dell’immortalità. non ti ammirerei certo per la tua sapienza né ti frequenterei per imparare proprio queste cose». capace di far partorire agli uomini il sapere di cui sono gravidi. Naturalmente.

In che misura essa contribuisce alla memoria o l’indebolisce? In che misura sono affidabili a essa i contenuti dell’indagine filosofica? Che rapporti ha con il procedimento della discussione. «Sia».qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 809 Immagini della vita filosofica 809 quando ciò che è gravido si avvicina al bello. diventa gaio e allietato si effonde e procrea e genera. attraverso la discussione dialettica. infatti. nella quale secondo Platone più propriamente consiste l’attività filosofica? Per porre tali questioni Socrate racconta un mito ambientato nell’antico Egitto. La scena del mito è ambientata in Egitto. Tebe. ROMA-BARI T163 T164 . attribuiti generalmente nella tradizione greca all’eroe Palamede. alla ricerca del fresco lungo le rive del fiume Ilisso. per quanto è possibile ad un mortale. Ammone era la suprema divinità egizia. accigliato e afflitto si contrae e si distoglie e si ripiega in sé e non genera. Da questo ragionamento segue appunto necessariamente che l’amore è anche amore dell’immortalità». Il tema del dialogo è quale sia il modo migliore di comporre un discorso. non a caso il paese nel quale la scrittura aveva origine antichissima ed era prerogativa di una casta sacerdotale. Il filosofo aspira a rendere filosofi anche altri. LATERZA & FIGLI. paese che da tempo. «Certo. In quest’opera di procreazione spirituale nelle anime dei discepoli la scrittura ha una funzione soltanto ausiliaria. Fu lui 1. perché esso libera dalle grandi doglie chi lo possiede. fuori dall’abitato di Atene. Ma da quanto si è ammesso discende necessariamente che si desideri l’immortalità insieme con il bene. ossia la retorica. risiedente nell’antica capitale dell’Egitto. Il nome di questo dio era Theuth1. Naucrati era un antico insediamento commerciale greco sulle coste dell’Egitto.03_Come vivere. dissi. ma il tema rinvia alla questione di ordine più generale dei caratteri e delle funzioni della scrittura. I protagonisti del mito sono il dio Theuth. non è amore del bello. Platone Fedro. Fedro] Socr. «Di che cos’è allora?». 274c-277a [Socrate. E perché di generare? Perché il generare è ciò che è sempre rinascente e immortale. ma trattenendo il feto in sé. nella cultura greca e da Platone stesso. se l’amore è amore di possedere sempre il bene. CAMBIANO-MORI • © 2011. e il re Thamus. come credi tu». invece. che affidava a essa la conservazione delle tradizioni. Socrate. A esemplificazione di ciò viene discusso un discorso composto dall’oratore Lisia in elogio dell’amore. GIUS. L’amore. si avvicina al brutto. che avviene oralmente. era immaginato come sede della più antica sapienza. a cui è sacro l’uccello che chiamano Ibis. rispose. ne soffre. «Di generare e procreare nel bello». quando. inventore di scienze e giochi di abilità. T164 Platone: funzioni e limiti della scrittura Il Fedro è un dialogo diretto tra Socrate e il giovane Fedro in un giorno di forte calura estiva. la via consiste nel far partorire a essi le verità che hanno entro di sé. sovente equiparata dai Greci a Zeus. Ho sentito dire che presso Naucrati in Egitto viveva uno dei vecchi dei di laggiù. Di qui appunto trae origine in chi è gravido e ormai pregno il grande trasporto per il bello.

la geometria. Il re domandò quale fosse l’utilità di ciascuna e. in quanto. cioè da appunti. il calcolo. quando si tende più facilmente a dimenticare. ti indicano una cosa 2. in vecchiaia. se non la si sa usare bene. per benevolenza hai detto il contrario del suo potere. ora lodava. recatosi dal re. Theuth. che gli Elleni chiamano Tebe d’Egitto. l’astronomia e inoltre i giochi degli scacchi e dei dadi e soprattutto la scrittura. Mi pare che a proposito della scrittura le cose stiano come dice il Tebano. contro la polymathìa. LATERZA & FIGLI. confidando nella scrittura. Così è anche per la scrittura. ma qui vi è l’aggiunta che il veicolo di essa sarebbe la scrittura: si sostiene che l’essere informati di molte cose non è sapere. infatti. «renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare. o re». e davvero simile alla pittura. da chi sa suonarlo. manifestò Thamus a Theuth. mnème. la distinzione fra produzione e uso. consistente nell’essere informati di molte cose. da segni estranei. che risiedeva nella grande città dell’alto Egitto. ma se tu volendo imparare domandi loro qualcosa di quanto dicono. Giustissimo. utili soltanto per chi già sa e in particolare. e saranno insopportabili a frequentarsi. ossia nel predisporre hypomnèmata. mentre il dio lo chiamano Ammone. Così tu ora. si racconta. diversi sono colui che è capace di generare gli elementi di una tecnica e colui. Essa infatti procurerà l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono per mancanza di esercizio della memoria. non vera sapienza. Fedro. appunti e tracce alle quali ricorrere per ricordare e senza le quali è impossibile ricordare da soli. il cui vero effetto sarà. Allora chi crede di tramandare una tecnica per iscritto e chi a sua volta la riceve convinto che dallo scritto verrà qualcosa di chiaro e di stabile sarebbero pieni di grande ingenuità e ignorerebbero di fatto la profezia di Ammone. non la salvaguardia della memoria. ma la genesi dell’oblio. come padre della scrittura. il primo a scoprire i numeri.. per esempio di Eraclito. e in hypòmnesis.. tacciono solennemente. perché avendo acquisito grazie a te molte informazioni senza insegnamento sembreranno pieni di conoscenza. ma questi possono essere correttamente valutati soltanto da chi sa usare l’oggetto prodotto. ma se fai loro qualche domanda. Effettivamente i prodotti della pittura stanno davanti come esseri viventi. Solitamente chi produce un oggetto tende a vantarne i pregi e l’utilità. Platone sembra riconoscere allo scritto è quella di servire da hypòmnema. invece.03_Come vivere.qxp:03_come_vivere 810 4-04-2011 Pagina 810 Come vivere? Fedro Socr. La memoria. ROMA-BARI . CAMBIANO-MORI • © 2011. arriveranno a ricordarsi a partire dall’esterno. Fedro Socr. ha di terribile la scrittura. perché è stato inventato quale rimedio per la memoria e la sapienza». non quella che scambia lo scritto per un insegnamento.]. disse Theuth. che è capace di giudicare quale grado di danno e di utilità essa possegga per quelli che ne faranno uso2. Emerge qui un tema frequente nell’opera di Platone. gli esibì le proprie tecniche e disse che dovevano essere distribuite a tutti gli altri Egiziani. GIUS. mentre per lo più saranno privi di conoscenza. Molti rilievi in un senso e nell’altro su ciascuna tecnica. per esempio. T164 20:11 3. ossia nel processo attivo che consiste nel richiamare alla memoria senza affidarsi ad ausilii esterni. L’unica funzione legittima che. che sarebbe troppo lungo passare in rassegna. nel caso di uno strumento musicale. via via che l’altro esponeva. non dall’interno di se stessi da se stessi: non di memoria dunque. ma quando si fu alla scrittura: «Questo insegnamento. È qui ripresa un’antica polemica. si distingue in anàmnesis. dato che sono sapienti per presunzione. Lo stesso fanno anche i discorsi scritti: potresti credere che essi parlino come se pensassero qualcosa. non veri sapienti» [. è solo apparenza di sapere. Ma il re disse: «Espertissimo Theuth. in quanto crederebbero che i discorsi scritti siano qualcosa di più del richiamare alla memoria di chi già sa gli argomenti trattati nello scritto. ora biasimava. La vera memoria è quella che risulta da un insegnamento ad personam o da uno sforzo di ricerca personale. E ai tuoi allievi procuri presunzione di sapienza. ma di richiamo alla memoria hai trovato un rimedio3. Questo. poco dopo. come appunto la scrittura. secondo che gli pareva ben detto o no. Regnava allora sull’intero Egitto Thamus.

Quando [invece] gli altri ricorreranno ad altri giochi. Allo stesso modo la scrittura è un gioco di fronte all’attività seria della dialettica. del bello e del buono ha meno intelligenza dell’agricoltore in rapporto ai propri semi? Per niente. amante di Afrodite. L’espressione vuole indicare un’operazione del tutto inutile. a quanto sembra. Fedro 811 sola. Anche queste tue considerazioni sono giustissime. rispetto al quale il discorso scritto potrebbe dirsi giustamente un’immagine. irrorandosi di simposi e di tutti gli altri divertimenti imparentati a questi. raccontando miti sulla giustizia e sulle altre cose che dici. CAMBIANO-MORI • © 2011. 4. Quindi anche un discorso scritto contenente verità. Si tratta di una specie d’inchiostro. quando li scriva. ROMA-BARI T164 . come potrebbero essere gli stessi dialoghi platonici. Fedro Socr. Proprio così. Fedro Socr. accompagnato da scienza. Allora non li scriverà seriamente seminandoli in un’acqua nera6 mediante una penna con discorsi incapaci di parlare in propria difesa e incapaci di insegnare adeguatamente la verità. Citazione da un poeta ignoto.03_Come vivere. egli. sempre la stessa. 7. ossia i suoi discorsi. impiegando la tecnica agricola li seminerà nel terreno adatto e sarà lieto se in otto mesi verranno a maturazione tutti quelli che ha seminato? È così. li pianterebbe con impegno d’estate nei giardini di Adone5 per aver la gioia di vederli diventar belli in otto giorni o lo farebbe per scherzo e per la ricorrenza della festa. nelle anime adatte. li seminerà e scriverà per gioco. almeno. Non è verosimile. quello di chi può divertirsi coi discorsi. accumulando un tesoro di ricordi per sé. E maltrattato e ingiustamente vilipeso. I giardini di Adone erano recipienti di terra. Fedro Socr. e per chiunque segua la stessa orma e proverà gioia al veder germogliare i teneri frutti. la quale s’incide indelebilmente nelle anime. Ma dobbiamo dire che chi ha scienza del giusto. Anzi questi giardini scritti. Lo scritto non può cercarsi preventivamente i destinatari adatti e può quindi essere frainteso. E allora? Vogliamo osservare un altro tipo di discorso. GIUS. come dici tu. ogni discorso circola dappertutto tanto in mano di quelli che se n’intendono quanto di quelli per i quali non è affatto adatto e non sa a chi deve parlare e a chi no. nei quali durante il periodo della calura estiva erano piantati ritualmente degli ortaggi per le feste di Adone. quand’anche lo faccia? Quelli invece di cui s’interessa seriamente. Vuoi dire il discorso vivente e animato di chi sa. Anche in questi casi la dialettica orale. Di fronte all’attività seria dell’agricoltura. invece che in questi trascorrerà la vita nei giochi che dico. questa seminagione è un gioco. in che modo nasce e quanto cresce migliore e più forte di questo? Qual è? E come nasce secondo te? È quello che. ossia accompagnata da scienza. Fedro Socr. che può scegliere i suoi destinatari. che lo faccia. 5. che sparge i suoi semi. 6.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 811 Immagini della vita filosofica Fedro Socr. a cui stessero a cuore dei semi e che volesse farli fruttificare. fratello legittimo di questo. Platone la paragona a una scrittura autentica. Socrate. E dimmi questo: l’agricoltore intelligente. Fedro Socr. Una volta che sia stato scritto. ha sempre bisogno del soccorso del padre. appare nettamente preferibile: solo essa può difendere lo stesso discorso scritto. praticabile all’interno della scuola. No infatti. qualora «giunga la dimentica vecchiaia»7. La sua fissità gli impedisce di controbattere e difendersi da questi fraintendimenti. mi pare. Socrate: degli uni si occuperà seriamente. LATERZA & FIGLI. è scritto nell’anima di chi apprende ed è capace di difendere se stesso e sa con chi deve parlare e con chi tacere. perché da sé non è capace né di difendersi né di portarsi aiuto4. degli altri invece diversamente. può correre questi rischi. È bellissimo il gioco che dici a confronto di quelli da poco. pare.

Tuttavia non sono noti casi di falsari che abbiano inventato un nuovo genere letterario: per quel che sappiamo. vi si piantano e seminano discorsi accompagnati da scienza.qxp:03_come_vivere 812 4-04-2011 20:11 Pagina 812 Come vivere? Socr. Socrate. per perseguire indagini puramente intellettuali. credo. quando impiegando la tecnica dialettica. Essa è indirizzata agli amici di Dione. è occuparsene seriamente. Fedro È così. intesa come liberazione dell’anima dagli impacci del corpo sensibile e. preparandosi in qualche modo alla morte. CAMBIANO-MORI • © 2011. e quindi cittadino T164 T165 con il pieno diritto di partecipare alla vita politica. così gravemente infranta dalla città di Atene che aveva mandato a morte il suo cittadino migliore. altre lettere autobiografiche. caro Fedro.03_Come vivere. sino ai suoi viaggi a Siracusa nel tentativo di rendere filosofo il tiranno della città. infatti. da cui germoglieranno in altre indoli altri discorsi. quella opposta di intervenire nella vita politica. io ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica. Ma. al tempo stesso. composto di cinquecento membri scelti a turno dal corpo dei cittadini. GIUS. 1. alle cui sedute potevano appunto prendere parte tutti i cittadini maschi adulti. Nella lettera. prima di questa. Dionisio. T163. ROMA-BARI . attaccato da molti. colta un’anima adatta. Platone riconsidera l’intero arco della propria vita. ma molto più bello. 340b-341e Atene e Socrate Quando ero giovane. passò in altre mani. Nella Lettera VII è narrata la vicenda di Platone stesso in questo senso. T165 Platone: l’autobiografia Ancora oggi si discute se questa lettera sia stata scritta da Platone o se si tratti di una falsificazione posteriore. per tentare di instaurarvi la giustizia. LATERZA & FIGLI. con il quale Platone aveva stretto amicizia. non esistono. non più sotto la tutela del padre. 3. Or mi avvenne che questo capitasse allora alla città: il governo. Ossia diventato adulto. Questa in Atene aveva i suoi organi principali nell’Assemblea. ma contenenti un seme. Platone Lettera VII. non appena fossi divenuto padrone di me stesso1. capaci di rendere sempre immortale questo seme e assicuranti a chi lo possiede la massima felicità possibile ad un uomo8. e nel Consiglio. scritta in tarda età. n. Platone riconosce come tutto ciò sia fallito e difficilmente questa constatazione del fallimento del suo piano può essere il frutto di uno scolaro e non dello stesso Platone. Undici furono posti a capo del centro ur8. dall’altra. cercando di spiegare le ragioni che lo hanno indotto a non accontentarsi di una filosofia puramente teorica e a tentare di realizzare a Siracusa l’ambizioso progetto di coniugare politica e filosofia. il parente dei tiranni di Siracusa. quella di ritirarsi in disparte dalla città e dalla vita politica. Il filosofo platonico vive in qualche modo lacerato tra due opposte tendenze: da una parte. Effettivamente questo che dici è molto più bello. capaci di portare aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non infruttuosi. e cinquantun cittadini divennero i reggitori dello stato. 324b-326b.

sì. Vedendo questo. veri filosofi6 [. ma. Si tratta di Leone di Salamina. Non era possibile far nulla senza amici e compagni fidati. È la stessa tesi posta da Platone al cuore della Repubblica. il più alieno dall’animo suo: lo accusarono di empietà. Io allora. i quali ripristinarono la precedente forma costituzionale. Poco dopo cadde il governo dei Trenta e fu abbattuto quel regime4. quando ad Atene un colpo di mano oligarchico portò all’abbattimento della democrazia e all’instaurazione del governo dei Trenta. volesse o no. dieci a capo del Pireo. 4. sopra costoro. e osservando gli uomini che allora si dedicavano alla vita politica. finché alla fine m’accorsi che tutte le città erano mal governate. Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle generazioni umane. ma non c’è da meravigliarsi che in una rivoluzione le vendette fossero maggiori.. tutti con l’incarico di sovraintendere al mercato e di occuparsi dell’amministrazione.. accaddero molte cose da affliggersene. lui che non aveva voluto partecipare all’empio arresto di un amico degli esuli d’allora. sia pure meno intenso. 3. un uomo ch’io non esito a dire il più giusto del suo tempo. o i capi politici delle città non fossero divenuti. Tra costoro erano alcuni miei familiari e conoscenti. E di nuovo mi prese. Il Pireo era il porto di Atene. se ne può trarre la conclusione che ancora nell’ultima fase della sua vita Platone continuava a rimanere fedele a questa tesi. tanto più mi sembrava che fosse difficile partecipare all’amministrazione della città. aspettavo sempre il momento opportuno. Del governo dei Trenta facevano parte anche Carmide e Crizia. come ad attività degna di me2. Le leggi e i costumi si corrompevano e si dissolvevano straordinariamente. M’accorsi così che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente: tra l’altro. Io credevo veramente (e non c’è niente di strano. 5. GIUS. insieme con alcuni altri. Se la lettera è realmente di Platone. Il seguito della lettera descrive appunto questi tentativi. com’è naturale. e soprattutto se potesse migliorare il governo della città. preferendo correre qualunque rischio che farsi complice di empi misfatti. e. cercando in questo modo di farlo loro complice. un giorno mandarono. ad osservare se ci potesse essere un miglioramento. e d’altra parte era difficile trovarne tra i cittadini di quel tempo. LATERZA & FIGLI. osservando queste cose e vedendo che tutto era completamente sconvolto.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 813 Immagini della vita filosofica 813 bano. se prima al potere politico non fossero pervenuti uomini veramente e schiettamente filosofi. concedendo un’amnistia. affiancato da altri 21 magistrati con incarichi amministrativi. che una volta desideravo moltissimo di partecipare alla vita pubblica. a Socrate. trenta magistrati con pieni poteri. accusandolo di un delitto nefandissimo. ROMA-BARI T165 . Socrate. e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. e fui costretto a dire che solo la retta filosofia rende possibile di vedere la giustizia negli affari pubblici e in quelli privati. ma egli non obbedì. e a lodare solo essa. rispettivamente fratello e cugino della madre di Platone.]. e fu condannato. il desiderio di dedicarmi alla vita politica. e impossibile era anche trovarne di nuovi con facilità.03_Come vivere.C. per qualche sorte divina.. 6. Essa consentiva anche di spiegare retrospettivamente il movente che l’aveva condotto più volte a Siracusa: trasformare il detentore del potere in quella città in un filosofo. e ancor altri simili gravi misfatti. Tuttavia bisogna riconoscere che gli uomini allora ritornati furono pieni di moderazione. 2. che sùbito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica. quanto più li esaminavo ed avanzavo nell’età. fui preso da sdegno e mi ritrassi dai mali di quel tempo. perché i costumi e gli usi dei nostri padri erano scomparsi dalla città. giovane come ero) che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto. vedendo tutto questo. Meleto e Licone. per agire. Continuavo. a opera dei democratici capeggiati da Trasibulo. CAMBIANO-MORI • © 2011. un mio amico più vecchio di me. e le leggi e i costumi. sicché io. Il riferimento è agli avvenimenti del 404-403 a. e lo uccisero. restando onesto. quando essi pativano fuori della patria. come è precisato nell’Apologia di Socrate. in quello sconvolgimento. perché le loro leggi non potevano essere sanate senza una meravigliosa preparazione congiunta con una buona fortuna. Ciò avvenne nel 403 a. Gli accusatori furono Anito. Anche allora. ad arrestare un cittadino3 per farlo morire. Se non che accadde poi che alcuni potenti intentarono un processo a quel mio amico5.C. finii per sbigottirmene.

ma hanno soltanto una verniciatura di formule. Su di esse non c’è. GIUS. Si tratta qui dell’ultimo viaggio. A questa gente bisogna mostrare che cos’è davvero lo studio filosofico. egli me lo chiese. v’è un modo non affatto volgare per fare questa prova. a mio giudizio. o erano infondate le molte notizie giunte ad Atene7. che non capiscon nulla. e non affatto come una ripetizione di quello che ha sentito.qxp:03_come_vivere 814 4-04-2011 20:11 Pagina 814 Come vivere? Il tiranno di Siracusa Appena giunto. congenere a questo studio e degno di esso. e fa passare quello che ha scritto per roba sua. vedendo quante cose si devono imparare. hanno scritto di queste cose. Quelli invece che non sono veri filosofi. sicché costoro non possono poi accusare il maestro. di queste cose. cioè come T165 tecnica che si incentra proprio sul metodo della successione di domande e risposte. Ciò dovrebbe mettere in guardia dal prestare fiducia eccessiva o primaria a resoconti antichi – da Aristotele in poi – di dottrine orali che sarebbero state sostenute da Platone e costituirebbero il suo vero pensiero o almeno il nucleo più alto del suo pensiero. ma si mantiene in ogni cosa e sempre fedele alla filosofia e a quel modo di vita quotidiana che meglio d’ogni altro lo può rendere intelligente. a seguire tale studio. è l’anima. egli lo odia. Proprio il fatto che egli componga uno scritto su quanto ha udito da Platone e lo presenti come cosa sua è una prova del suo falso sapere. una scienza come le 7. 8. pensai di dover per prima cosa sperimentare se davvero Dionisio era acceso dall’ardore filosofico come da un fuoco. capace di ragionare in piena padronanza di se stesso: il modo di vita contrario a questo. e non desiste se prima non ha raggiunto completamente il fine. In questo modo parlai anche a Dionisio. la vita regolata d’ogni giorno. né. possano essere esposizioni attendibili della filosofia di Platone. di buona memoria. Questa è la prova più limpida e sicura che si possa fare con chi vive nel lusso e non sa sopportare la fatica.C. quante fatiche bisogna sopportare. È escluso qui a chiare lettere che scritti altrui. In questi passi si trova una esplicita presa di posizione anche per il futuro contro i resoconti altrui del pensiero platonico. pertanto. come fanno alcuni studiosi moderni. ma soltanto con un accendersi improvviso dopo la lunga consuetudine dell’esercizio dialettico. in parallelo con quanto Platone scrive nel Fedro a proposito della scrittura T164. LATERZA & FIGLI. Anche altri. alcun mio scritto8. ossia non persegue la filosofia come dialettica. Quindi unisce i suoi sforzi con quelli della guida. chi ama la filosofia: e continua bensì a dedicarsi alle sue occupazioni. perché presumeva di sapere e di possedere sufficientemente molte cognizioni. questa mia. e non si possa vivere altrimenti. Allora. Non gli spiegai ogni cosa. In seguito. a scapito talvolta dei contenuti CAMBIANO-MORI • © 2011. non pone altre domande a Platone. del resto. ma se stessi. e anzi le più profonde. ma di questo io non so nulla. Ora. ma veramente opportuno quando s’ha a che fare con tiranni. Perché non è. giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro.03_Come vivere. come sùbito m’accorsi. presso Dionisio il Giovane. sono quindi incapaci di continuare a esercitarsi. Così vive e con questi pensieri. ma chi essi siano. e quanta fatica comporta. come la gente abbronzata dal sole. Dionisio è qui rappresentato con lo stesso difetto. mi fu riferito. Queste considerazioni devono essere lette. e di non avere più bisogno di affaticarsi. ed alcuni si convincono di conoscere sufficientemente il tutto. nella quale il sapere s’impianta. anche futuri. che caratterizza molti interlocutori dei dialoghi socratici: pretende di sapere senza sapere realmente e. e che si deve fare ogni sforzo per seguirla. soprattutto quando sono imbevuti di formule imparate: ed era appunto questo il caso di Dionisio. egli ha anche composto uno scritto su quanto allora ascoltò. avvenuto nel 361-360 a. neppure essi sanno. La sede appropriata. come si convenga. né vi sarà. Questo tuttavia io posso dire di tutti quelli che hanno scritto e scriveranno dicendo di conoscere ciò di cui io mi occupo per averlo sentito esporre o da me o da altri o per averlo scoperto essi stessi. e quante difficoltà presenta. se non riescono a fare tutto quello ch’è necessario per seguire lo studio filosofico. giudica che quella che gli è indicata sia una via meravigliosa. senza l’aiuto del maestro. ROMA-BARI . o non ha acquistato tanta forza da poter progredire da solo. se colui che ascolta è dotato di natura divina ed è veramente filosofo. per quello che aveva udito dagli altri. io so.

Questo tuttavia io so. traendo alla luce per tutti la natura?9 Ma io non penso che tale occupazione. anche. giova soltanto a quei pochi che da soli. È questa una delle prime. ma deve anche essere messa a disposizione della comunità che egli deve governare. non spingerebbe ad andare oltre con la ricerca. T166 Platone: il mito della caverna Il libro VI della Repubblica si conclude con l’illustrazione dei quattro gradi successivi della conoscenza []. Lo scritto presuppone l’idea di una fissazione definitiva di un sapere definitivamente acquisito e comunicato indifferentemente ai più. se ne scrivessi o ne parlassi io stesso. ROMA-BARI T165 T166 . certamente la più celebre. possono progredire fino in fondo alla ricerca: gli altri ne trarrebbero soltanto un ingiustificato disprezzo o una sciocca e superba presunzione. quindi. dopo qualche indicazione. nella misura in cui il filosofo è parte integrante ed essenziale della comunità. però. che. GIUS. non è soltanto la trascrizione in termini di racconto mitico di quanto Platone ha già detto a proposito dei quattro gradi della conoscenza. che scriver queste cose utilissime per gli uomini. Soltanto a questa condizione la città potrà essere orientata verso il bene comune e non soltanto di alcuni cittadini. Il mito della caverna. accanto al momento dell’ascesa verso il sole. con la liberazione dei prigionieri dai ceppi che li tengono inchiodati in essa. come si dice. LATERZA & FIGLI. ossia verso la conoscenza dell’idea del bene. Con ciò Platone intende sottolineare che. che diventa quindi norma di tutte le sue azioni. ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune. I due movimenti contrapposti di uscita dalla città e di ritorno a essa trovano nella Repubblica una ricomposizione attraverso il mito della caverna. che avrebbero quindi una funzione soltanto subordinata o preparatoria rispetto a queste dottrine che avrebbero addirittura costituito la chiave di volta di un sistema. queste cose le direi così come nessun altro saprebbe. senza distinguere chi è già in condizione di comprenderlo e chi non lo è. e poi si nutre di se medesima. dei dialoghi stessi. infatti. la conoscenza che egli persegue non è soltanto fine a se stessa. più che il mondo fisico in senso stretto. in quanto pervenuto a conoscere l’idea del bene. anche il momento successivo della necessaria discesa nella caverna. Platone indica nella «natura» il nucleo della sua indagine: con questo termine si deve probabilmente intendere. quasi avessero appreso qualche cosa di augusto. molto me ne affliggerei. «ciò che realmente è» e. sia giovevole a tutti.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 815 Immagini della vita filosofica 815 altre: essa non si può in alcun modo comunicare. Ma in tal modo verrebbe meno anche la vita T21 filosofica condotta in comune all’interno della scuola. Il libro VII si apre con la celebre illustrazione mitica delle fasi di questo processo conoscitivo: il mito della caverna. Esso sarebbe una scorciatoia rispetto all’esercizio faticoso e quotidiano della indagine dialettica. che rappresenta l’itinerario della formazione del filosofo destinato poi a reggere la città giusta. un processo di liberazione. Il mito introduce. 9. che cosa avrei potuto fare di più bello nella mia vita. CAMBIANO-MORI • © 2011. e so anche che se fossero scritte male. il dominio delle entità conoscibili soltanto con l’intelletto.03_Come vivere. al tempo stesso. Se invece credessi che si dovessero scrivere e render note ai più in modo adeguato e si potessero comunicare. tra le illustrazioni della tesi secondo la quale l’acquisto di conoscenze è.

può vedere meglio? e se. come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna. riflesse negli T166 specchi o nelle acque. disse.03_Come vivere. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce. gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro.qxp:03_come_vivere 816 4-04-2011 20:11 Pagina 816 Come vivere? Platone Repubblica. pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli. essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere. 1. di volgere attorno il capo. incatenati gambe e collo. replicò. non degli oggetti che le producono. per Zeus!. costretto improvvisamente ad alzarsi. mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano. e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. 514a-520d I prigionieri nella caverna – Paragona la nostra natura. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna. per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine. ripresi. a causa della catena. la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali1. rispose. – Vedo. ma che ora. anzitutto di sé e dei compagni. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. – Strana immagine è la tua. come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. LATERZA & FIGLI. GIUS. e strani sono quei prigionieri. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto. a girare attorno il capo. credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no. risposi. altri tacciono. CAMBIANO-MORI • © 2011. ammise. – Per forza. credi che tali persone possano vedere. come è naturale. in qualunque modo lavorate. rispose. alcuni portatori parlano. ROMA-BARI . a camminare e levare lo sguardo alla luce. feci io. Che cosa credi che risponderebbe. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo. sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti. a un’immagine come questa. L’uscita dalla caverna – Esamina ora. comprendente le ombre e le immagini degli oggetti sensibili. non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. e statue e altre figure di pietra e di legno. – Somigliano a noi. se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. rispose. e alle quali corrisponde come forma di conoscenza l’eikasìa o percezione di immagini (T21): anche nella caverna il primo momento è dato solo dalla percezione di ombre. se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso. – Per tali persone insomma. incapaci. e. altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono. Le ombre corrispondono al primo segmento della linea divisa.

infatti. occorre lentamente avvezzarsi. almeno all’improvviso. rispose. molto facilmente. il livello precedente apparirà chiaramente inferiore. Il processo conoscitivo è descritto come un processo di ascesa. se vuole vedere il mondo superiore. e infine gli oggetti stessi. non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È così. rispose. nel periodo in cui ha la vista offuscata. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia. rispose. da questi poi. 3. certo. LATERZA & FIGLI. GIUS.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 817 Immagini della vita filosofica 817 – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa. lo si trascinasse via di lì a forza. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri. non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. Il ritorno nella caverna – Rifletti ora anche su quest’altro punto. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile. indovinandone perciò il successivo. abituarvisi. che porta a un progressivo contatto con oggetti dotati di sempre maggiore consistenza: gli oggetti sensibili. le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua. uomo sia pur senza sostanza»3. Si tratta di un processo tutt’altro che facile. ROMA-BARI T166 . Per comprendere quest’aspetto dell’analogia occorre ricordare che sul piano intelligibile la verità è l’analogo della luce sul piano sensibile: anche alla verità. perché è collegato al crescere della luminosità. certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora. rispose. credo. parlando del sole. – Dopo di che. essendo i suoi occhi abbagliati. che abbaglia sinché non ci si è abituati a essa. credo. su per l’ascesa scabra ed erta. rispose. potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole. nella regione che gli è propria. ma meno essere delle idee. disse. ma ciò è soltanto esperienza (in greco empeirìa). e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Così penso anch’io.03_Come vivere. e ai premi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme. continuai. Platone cita qui un verso dell’Odissea (XI. e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole. venendo all’improvviso dal sole? – Sì. giunto alla luce. – Come no? – Alla fine. anzi faticoso e doloroso. e ad essere causa. – È chiaro. n. ma il sole in se stesso. – Se poi. non le sue immagini nelle acque o su altra superficie. 8. accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. feci io. CAMBIANO-MORI • © 2011. non avrebbe gli occhi pieni di tenebra. E prima osserverà. in certo modo. potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile. – Non potrebbe. non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E. che con simili esperienze concluderà così. – Per forza. volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna. dunque. prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure 2. Ma una volta abituati a essa. di tutte quelle che egli e i suoi compagni vedevano. credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe «altrui per salario servir da contadino. non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. hanno più essere delle loro ombre. 489). – Dovrebbe. potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole2. non sempre capace di cogliere le ragioni e la natura di questi eventi T153. L’unica conoscenza accessibile ai prigionieri è la rilevazione del ripetersi di determinate sequenze di eventi.

si ricorderebbe che gli occhi sono soggetti a due specie di perturbazioni. venendo da una vita più splendida. rispose. rispose. rispose. LATERZA & FIGLI. sii d’accordo con me anche su quest’altro punto e non stupirti che chi è giunto fino a quest’altezza non voglia occuparsi delle cose umane. da sovrana. quando ritorna al mondo T166 quotidiano della vita di tutti gli uomini.qxp:03_come_vivere 818 4-04-2011 20:11 Pagina 818 Come vivere? la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri. E chi vuole condursi saggiamente in privato o in pubblico deve vederla. ma che la sua anima sia continuamente stimolata a vivere in alto. ecco il mio parere: nel mondo conoscibile. se uno. sono loro che la istruiscono. e a battersi sull’interpretazione che di questi problemi dà chi non ha mai veduto la giustizia in sé? – Non ci si può stupire affatto. È naturale che sia così. se anche per questo vale l’immagine di prima. ripresi. Ora. e avrebbe pietà dell’altra. punto estremo e difficile a vedersi è l’idea del bene. ma quando la si è veduta. Tutto ciò richiama implicitamente la vicenda di Socrate sino alla sua condanna a morte. essendo l’anima priva di scienza. viene a trovarsi. parli a modo. e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. – Sì. – Sù.03_Come vivere. forse che non l’ucciderebbero. come se in occhi ciechi po- 4. e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce. verità e intelletto. Questo discorso descrive l’estraneità in cui il filosofo. ripresi. se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?4 – Certamente. il suo riso sarebbe meno ridicolo di quello che colpirebbe l’anima che viene dall’alto. quando vuol rendere filosofi anche altri. si deve applicarla al nostro discorso di prima: dobbiamo paragonare il mondo conoscibile con la vista alla dimora della prigione. L’ascesa verso la conoscenza del bene Tutta quest’immagine. – Ma una persona assennata. nell’intelligibile largisce essa stessa. ma cercherebbe di sapere se. dalla luce. viene costretto a contendere nei tribunali o in qualunque altra sede discutendo sulle ombre della giustizia o sulle copie che danno luogo a queste ombre. CAMBIANO-MORI • © 2011. – Sono d’accordo anch’io. fa cattiva figura e appare ben ridicolo. e per due motivi. dobbiamo trarne la seguente conclusione: l’educazione non è proprio come la definiscono taluni che ne fanno professione. – È naturale. feci io. Essi dicono che. o se. si trovi ad essere troppo abbagliata. continuai. caro Glaucone. E se volesse riderci sopra. non si metterebbe a ridere scioccamente. rispose. non concluderai molto diversamente da me. quando ne vedesse una turbata e incapace di visione alcuna. passando da visioni divine alle cose umane. procedendo dall’ignoranza a una condizione di maggiore splendore. – E credi che ci si possa stupire. rispose. In questa situazione egli può apparire ridicolo o addirittura pericoloso. perché la sua vista è ancora offuscata? e se. che è giunto a conoscere le idee. se questa è la verità. dal momento che vuoi conoscere il mio parere. Il dio sa se corrisponde al vero. quando passano dalla luce alla tenebra e dalla tenebra alla luce. ripresi. ROMA-BARI . L’educazione come conversione conoscitiva – Ora. E se pensasse che questi medesimi fatti si producono pure per l’anima. come posso. sia ottenebrata perché disabituata. prima ancora di avere rifatto l’abitudine a quella tenebra recente. la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello. E così direbbe l’una felice della sua condizione e della sua vita. GIUS. Se poi tu consideri che l’ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all’elevazione dell’anima al mondo intelligibile.

còmpito proprio dei fondatori. che non perde mai il suo potere e che. allo stesso modo che non è possibile volgere l’occhio dalla tenebra allo splendore se non insieme con il corpo tutto. non si può non farlo. Il presupposto di queste considerazioni è che. vedere il bene e fare quell’ascesa. Ciò è alla base della tesi. È qui affermata con forza la necessità che i filosofi. di conseguenza. non dobbiamo permettere loro ciò che si permette ora. queste perché non le compiranno spontaneamente. il presente discorso vuole significare che questa facoltà insita nell’anima di ciascuno e l’organo con cui ciascuno apprende. il bene. – Lo dicono. ROMA-BARI T166 . i piaceri e simili golosità. perché esso possiede una forza d’attrazione alla quale non si può sfuggire. – Ma. rispose. appunto perché è dotata di vista non mediocre. convinte di abitare ancora da vive nelle isole dei beati? – È vero. rispose. questa natura così formata fosse amputata tutto intorno di quella sorta di masse plumbee che appartengono al mondo della generazione e che le stanno attaccate addosso con gli alimenti. anzi non è conseguenza necessaria delle nostre parole che né le persone non educate e inesperte del vero né quelle cui si è permesso di consacrare tutta la vita all’educazione potranno mai amministrare bene uno stato? quelle perché nella loro vita mancano di una meta cui mirare compiendo tutte le loro azioni private e pubbliche. – E dunque còmpito nostro.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 819 Immagini della vita filosofica 819 nessero la vista. tutte cose che fanno volgere in giù lo sguardo dell’anima. rispose. Non hai mai pensato quanto sia penetrante lo sguardo dell’animuccia propria dei cosiddetti malvagi sapienti? e quanto acutamente discerna gli oggetti cui è rivolta. – E non è naturale. come pare. le altre che si dicono virtù dell’anima forse si avvicinano in certo modo a quelle del corpo. ma non è rivolto dalla parte giusta e non guarda dove dovrebbe. senza voler ridiscendere presso quei prigionieri e partecipare delle fatiche e degli onori del loro mondo. secondo noi. – Supponiamo dunque. di questi medesimi uomini. anche se non vi sono dentro prima. avrebbe potuto vedere anche quelle. un’arte apposita di volgere attorno quell’organo. si devono staccare dal mondo della generazione e far girare attorno insieme con l’anima intera. sì. per danneggiare altri e. commettendo il male. secondo cui la virtù è sapere. rientrino nella CAMBIANO-MORI • © 2011. – C’è dunque. Si tratta piuttosto di una sorta di «conversione». con un’operazione eseguita fin dall’infanzia. LATERZA & FIGLI. rispose. GIUS. che. Se ne fosse stata liberata e fosse stata volta alle cose vere. dovremo veramente fare ingiustizia a queste nature e farle vivere peggio. feci io. quando possono vivere meglio? 5. E quando sono salite e l’hanno visto pienamente. dopo essere pervenuti alla conoscenza del bene. a prescindere dalla minore o maggiore loro importanza7. 6. così come vede gli oggetti ai quali è rivolta ora. – Ebbene. ma è costretta a servire alla loro cattiveria sì che i mali da essa prodotti sono tanto più numerosi quanto più acuto è il suo sguardo?6 – Senza dubbio. a quell’arte spetta appunto di occuparsi di questa sua conversione. Ché realmente. se si conosce il bene. continuai. Ma la virtù dell’intelligenza è propria più di ogni altra. sino a culminare nella contemplazione dell’idea del bene. 7. rispose. – Invece. compreso il sapere. dissi. rispose. questa medesima natura. e questo si deve fare finché l’anima divenga capace di resistere alla contemplazione di ciò che è e della parte sua più splendida5. è utile e vantaggioso o inutile e dannoso. – Che cosa? – Rimanere colà. ripresi. continuai. anche se stessi. nel significato letterale del termine: orientare l’anima di chi apprende dal mondo sensibile a quello intelligibile. Non è l’arte di infondervi la vista: quell’organo già la possiede. Platone ribadisce che l’educazione e l’istruzione non consistono nel trasmettere il sapere da parte di chi lo possiede a chi non lo possiede. di un elemento più divino. assai acutamente. – Sembra di sì.03_Come vivere. In questo consiste. secondo come lo si rivolge. quello di costringere le migliori nature ad accostarsi a quella disciplina che prima abbiamo definita la massima. Solo la conoscenza del bene fa sì che tutto possa essere usato bene. – È ben naturale. forse vi vengono infuse più tardi dalle abitudini e dagli esercizi. No? – Sì. attribuita da Platone a Socrate. Anche l’intelligenza e il sapere possono essere usati in modo malvagio. e nel modo più facile ed efficace. feci io.

che alla legge non interessa che una sola classe dello stato si trovi in una condizione particolarmente favorevole. Questa è la condizione necessaria per eliminare i conflitti politici. non un sogno. quanto allo studio di quelle entità intelligibili che sono le idee e all’obiettivo di rendersi quanto più possibile simile alla divinità. vedrete infinitamente meglio di quelli laggiù e conoscerete quali siano le singole visioni. avete avuto educazione migliore e più perfetta che non quegli altri filosofi. governandola. ma per valersene essa stessa a cementare la compattezza della città. E così per noi e per voi l’amministrazione della città sarà una realtà. 8. in quanto il suo pensiero è rivolto non tanto alle faccende della vita quotidiana. e creando nella città simili individui. perché ripongono il culmine della loro vita nell’indagine filosofica. dopo aver conosciuto l’idea del bene. indipendentemente dalla costituzione delle singole città. In questo senso il Teeteto fornisce un ritratto della figura del filosofo contemplativo. – È vero. – Considera poi. come negli sciami i capi e i re. La città giusta ha come sua finalità primaria proprio la formazione di filosofi. rispose. senza la più piccola discordia. fa che si scambino i vantaggi che i singoli sappiano procurare alla comunità. Glaucone. discendere nella dimora comune agli altri e abituarsi a contemplare quegli oggetti tenebrosi8. è giusto che non si senta spinto a pagare ad alcuno le spese. ma quella in cui i governanti sono di tipo opposto. i quali a loro volta contribuiranno a formarne altri. ROMA-BARI . Essa cerca di realizzare questo risultato nella città tutta: armonizza tra loro i cittadini persuadendoli e costringendoli. CAMBIANO-MORI • © 2011. ed elemento essenziale della loro attività di governo sarà appunto l’educazione di altri filosofi. Ciascuno deve dunque. è amministrata in modo opposto. Ciò che i filosofi desiderano e amano è il sapere – com’è implicito nel termine stesso «filosofi» – T166 non il potere. come se fosse un grande bene. Abituandovi.03_Come vivere. e quali i loro oggetti. La verità è questa: la città in cui chi deve governare non ne ha il minimo desiderio. come invece oggi avviene nella maggioranza delle città amministrate da persone che si battono fra loro per ombre e si disputano il potere. me ne sono dimenticato. replicai. col favore degli dèi. che non faremo torto nemmeno a quelli che nella nostra città nascono filosofi. Voi però. è naturale che non partecipino alle fatiche politiche. LATERZA & FIGLI. Per questo Platone sottolinea che essi devono essere costretti a scendere nella caverna per governare. a turno. vi abbiamo generato per voi stessi e per il resto della città. continuai. in cui pochi fortunati godevano. il tributo per la loro formazione. i filosofi scenderanno a turno nella caverna. Le isole dei beati erano un luogo mitico. Parleremo così: coloro che nascono filosofi nelle altre città. ossia nel mondo della convivenza umana per prendere in mano il governo della città. mio caro. In una città ingiusta. è per forza amministrata benissimo. in essa anzi egli è considerato un personaggio stravagante e inutile. GIUS. però. che sarà destinata a grande fortuna non soltanto nella tarda filosofia pagana. e maggiore attitudine a svolgere ambedue le attività. perché avrete veduto la verità sul bello. Essa ha quindi legittime ragioni per chiedere ai filosofi di pagare alla città. perché sorgono spontanei. a differenza degli altri uomini non desiderano il potere. sul giusto e sul bene. perché per la maggior parte del tempo essi continueranno a essere impegnati nell’indagine filosofica. il filosofo non può impegnarsi direttamente nella vita politica. Platone sottolinea tuttavia che. una vita felice. e ciò che è spontaneo. ma anche in ambiti cristiani. Infatti. non dovendo il nutrimento ad alcuno. soltanto i filosofi. la legge stessa non lo fa per lasciarli volgere dove ciascuno voglia. ma che saranno giuste le cose che loro diremo costringendoli a curare e custodire gli altri. caverna presso i prigionieri.qxp:03_come_vivere 820 4-04-2011 20:11 Pagina 820 Come vivere? I filosofi e il potere – Ti sei dimenticato di nuovo.

in contrapposizione al sapiente fornito di conoscenze utili per la vita pratica e politica. lui ne sa meno che quanti boccali abbia il mare. Teod. continuato poi anche nell’Accademia di Platone e nel Liceo aristotelico. è sufficiente per tutti quel- 1. ma in ciò che li fa essere ciò che propriamente sono. ma privi di un vero e proprio apparato organizzativo come nei partiti moderni. ma perché realmente solo il suo corpo sta e risiede nella città. Socrate? Quello che si racconta di Talete che. cadde in un pozzo e una servetta di Tracia. però. inteso non tanto in senso fisico. CAMBIANO-MORI • © 2011. Che uno in città sia nato da una famiglia buona o cattiva o che qualcuno abbia ereditato qualche macchia dai suoi antenati per parte maschile o femminile. Qui Platone contrappone nettamente il modo di vivere del filosofo a quello dei più e indica la sua vera patria nel cielo. e dai valori correnti. Questo aneddoto si collega alla tendenza a dipingere negativamente il sapiente distratto e dedito soltanto alla contemplazione. L’oggetto di queste ultime è ravvisato nella «natura di ciascuno degli esseri nel suo insieme». Teodoro] Socr. perché non ne sta lontano per farsene una reputazione. che accordano il primato alla nobile discendenza. Nel perseguire questo tipo di conoscenza il filosofo è guidato dal fine dell’assimilarsi (homòiosis) alla divinità. E tutto questo non sa neppure di ignorarlo. fine e spiritosa. astronomiche e dialettiche. Pindaro è un poeta del V secolo. anzi nulla. si faccia riferimento alla figura del filosofo che è appunto colui che mira a raggiungere il sapere. ma non si accorgeva delle cose che aveva davanti e tra i piedi3. Il termine greco è hetairìa e sta a indicare gruppi di individui legati tra loro da comuni obiettivi politici. Socr. Platone Teeteto. «nelle profondità della terra» e le superfici misurando. È quindi comprensibile che. Ciò si inserisce in un dibattito già avviato nel V secolo a. che ha di mira soltanto la conquista del potere. alla ricchezza e alla reputazione sociale. LATERZA & FIGLI. brighe di gruppi1 per la conquista di cariche e incontri e pranzi e feste con suonatrici di flauto. quanto come ambito delle entità che possono essere oggetto soltanto della conoscenza intellettuale. senza mai abbassarsi a nessuna delle cose vicine2. ossia non in qualche aspetto particolare. scritti o pronunciati. ROMA-BARI T167 . Teodoro di Cirene. né li vedono né li sentono. In questo territorio egli risiede solo con il corpo. in un intermezzo all’interno dei tentativi di definire in che cosa consista la conoscenza. e «sopra il cielo» studiando gli astri e investigando sotto ogni aspetto la natura di ciascuno degli esseri nel suo insieme. mentre il suo interlocutore è un celebre matematico del tempo. né dove si trova il tribunale o la sede del Consiglio o qualche altro luogo di riunioni pubbliche della città. GIUS. Platone caratterizza la figura del filosofo come estranea alla vita politica corrente. 2. Essi (cioè i veri filosofi) fin da giovani innanzi tutto non conoscono la strada che porta in piazza.C.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 821 Immagini della vita filosofica 821 T167 Platone: il filosofo e la contemplazione Il Teeteto è un dialogo che ha per tema il sapere e la conoscenza. lo prese in giro. disdegnandole se ne vola via dovunque. Chi delinea questo ritratto è Socrate. Che vuoi dire con questo. come dice Pindaro.03_Come vivere. neppure in sogno passa loro per la testa di prendervi parte. 173c-176c [Socrate. mentre la sua anima è protesa verso l’alto a svolgere indagini geometriche. sul primato della vita attiva o di quella contemplativa. Questa stessa battuta. studiando gli astri e guardando in alto. perché si affaccendava a conoscere le cose del cielo. 3. mentre il suo pensiero considerando tutto ciò cose da poco. leggi e decreti. Sembra implicito che qui Platone intenda riferirsi alle idee.

Comprendi. Nel parallelo col pastore è però anche presente un altro presupposto. Questa concezione è confutata nel Politico in quanto presuppone che tra colui che T167 20:11 governa e i governati esista una differenza analoga a quella che sussiste tra il pastore e gli animali che egli pascola. precipitando per inesperienza in pozzi e in ogni sorta di difficoltà.. ricchezza e nobile discendenza sia indice di piccolezza d’animo e di ristrettezza di orizzonti. incapaci per la loro ignoranza di fissare sempre lo sguardo sul tutto e di calcolare che di antenati e progenitori ciascuno ne ha avuto miriadi innumerevoli. la scholè. è costretto a discutere delle cose che ha tra i piedi e sotto gli occhi. gli pare di sentire che sia estremamente piccola. Il tempo libero dalle attività lavorative. 9. per cui un terreno di diecimila plettri sarebbe all’incirca di 900 ettari. come dicevo all’inizio. li che passano il tempo a filosofare. tipica della ricerca socratica e mirante a scoprire definizioni di ciò che è oggetto di tale domanda. Platone mostra come il tenere in gran conto potere. LATERZA & FIGLI. egli non sa insultare nessuno in nulla. o no? Io sì. Infatti quando sente tessere l’elogio di un tiranno o di un re. quando in tribunale o altrove. Non a caso quest’ultima tesi si ritrova anche nella Repubblica. ma di tutta la folla. egli lo ricerca e affronta ogni difficoltà per investigarlo4. In tutti questi casi appunto un uomo 4. ossia che chi governa si serve dei governati come di animali «da mungere». E quando sente dire che uno in possesso di diecimila plettri8 o anche di più possiede un’estensione straordinaria. Un plettro corrisponde a circa 900 metri quadrati. anzi si riduce a una condizione di rozzezza analoga a quella dei pastori. all’interno dei quali ci son stati per chiunque sovente miriadi di ricchi e di poveri. crede di sentir felicitare un pastore. abituato com’è ad abbracciare con lo sguardo la terra intera. messa in bocca a Trasimaco. Si tratta della domanda «che cos’è?». ritiene però che sia un po’ meno trattabile e più insidioso di quelli l’animale che essi pascolano e mungono e che un uomo simile per la mancanza di tempo libero diventa inevitabilmente rozzo e incolto non meno dei pastori. Platone dipinge il modo comune di agire e di pensare come interessato soltanto a casi e vicende individuali. per esempio un porcaio o un capraio o un bovaro. un recinto sui monti racchiuso da mura7. perché realmente chi è tale non si accorge del suo vicino e del suo confinante. sostenitore della dottrina secondo cui giusto è ciò che è utile per coloro che hanno il potere in una città. Che cosa invece sia uomo e che cosa spetti a tale natura fare o subire di differente dalle altre nature. ma realmente. suscita il riso non solo delle serve di Tracia. viene preso per uno sciocco. GIUS. al vederlo ridere non per affettazione. per il molto latte che munge6. Se poi inneggiano alle stirpi e celebrano come nobile uno che può esibire sette generazioni di antenati ricchi.03_Come vivere..qxp:03_come_vivere 822 4-04-2011 Pagina 822 Come vivere? Teod. in quanto denota l’incapacità di cogliere la vastità del tempo e dello spazio e quindi di dare il giusto peso e la giusta dimensione alle cose particolari. 8. Infatti. Teodoro. per ricavarne il proprio utile. sicché trovandosi in difficoltà appare ridicolo. di re e di schiavi. non solo di che cosa egli faccia. quando si tratta di insultare. dunque. E quando si tratta delle lodi e delle vanterie degli altri. A ciò Platone contrappone una concezione del politico come di un uomo tra gli altri uomini. è una condizione essenziale per dedicarsi non soltanto alla vita pubblica. È per questo. ma anche al perfezionamento di se stessi. di barbari e di Elleni9 [. che un uomo simile se frequenta qualcuno in privato o in pubblico. ma per poco neppure se sia un uomo o un animale di altro genere. egli considera questa lode fatta da uomini di vista completamente ottusa e corta. Il riferimento all’incapacità nel discutere in tribunale è una trasparente allusione a Socrate stesso. Socr. indipendentemente dalla forma di governo in cui questa è retta. 5. è vero quello che dici. Il riferimento è alla concezione già presente nella descrizione omerica del re come «pastore di popoli». dato che non essendosene mai occupato non conosce nessun difetto di nessuno. 6. ROMA-BARI . mentre il filosofo si pone le domande di chi sia l’uomo in generale e quali siano le proprietà della sua natura. che con i suoi discorsi non riesce a convincere i giudici ad assolverlo dalle accuse. 7.]. caro amico. e la sua goffaggine è terribile e gli procura la reputazione di stupido5. Platone intende dire che un politico occupato sempre e soltanto a fare i propri interessi non dispone del tempo necessario per migliorare se stesso. CAMBIANO-MORI • © 2011.

ottimo amico. che è sconfinato come il cielo. In questo caso l’aporia è prodotta dal fatto che l’interlocutore. su tutte queste questioni quando debba dare risposta. 13. ROMA-BARI T167 . Teod. Ma non è possibile che i mali scompaiano. Ciò a cui dunque mira il filosofo è rendersi il più possibile simile alla divinità. 12. come emerge anche dal precedente aneddoto su Talete: il luogo del filosofo è l’alto. a causa delle domande di Socrate. 823 simile è deriso dai più. ha le vertigini. ma gli dèi non possono essere ingiusti e quindi sono sempre in pace tra loro. nulla può essere detto propriamente bene. quando si trovi impigliato in servizi da schiavo e non sappia. tu potessi persuadere tutti come me. Platone ritiene che il male non possa scomparire totalmente dal mondo umano e che solo il mondo degli dèi sia immune dai mali. L’intero brano è attraversato dalla polarità alto-basso. È per questo anche che bisogna cercare di fuggire di qui là il più presto possibile. Non è possibile qualificare singoli comportamenti come giusti o ingiusti. mettere insieme una sacca da viaggio né condire una vivanda o discorsi adulatori. ossia in primo luogo giusto. pieno d’affanno e di difficoltà e balbettando. sia perché ignora le cose che ha tra i piedi e si trova in difficoltà in ogni circostanza.. mentre quello degli uomini abili nei tribunali e nelle piccole faccende della vita pubblica è un piccolo angolino di terra. ma che non sa gettarsi indietro il mantello sulla destra da uomo libero né cogliere l’armonia delle parole per inneggiare rettamente alla vita degli dèi e degli uomini felici12. LATERZA & FIGLI. oppure da altre come «se è felice il re» o «il possessore d’oro» per indagare sul regno e in generale sulla felicità e infelicità umane. mentre l’altro è di uno abile a sbrigare tutti questi servizi con accuratezza e celerità. necessariamente invece essi si aggirano tra la natura mortale e per questi luoghi quaggiù. mentre gli altri sono tutti schiavi di qualcosa. CAMBIANO-MORI • © 2011. ci sarebbero più pace e meno mali tra gli uomini13. Socrate. per esempio. E tra i mali il massimo consiste nell’ingiustizia. quel tale piccolo d’animo. Qui Platone descrive la situazione di colui che è sottoposto alle domande di Socrate: egli si trova in difficoltà a rispondere.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 823 Immagini della vita filosofica Teod.03_Come vivere. Il filosofo è qui presentato come il vero uomo libero. Stai raccontando proprio quello che succede. ossia viene a trovarsi in una situazione di aporia. Se di quanto dici. GIUS. quali mai esse siano e in che modo sia confacente alla natura umana acquistare l’una ed evitare l’altra10. suscita il riso non a servette tracie né ad altri ignoranti – perché questi non se ne accorgono – ma a tutti quelli che sono stati allevati in modo opposto a quello da schiavi11. non essendo abituato a questo nuovo luogo. Quando però egli riesce a trarre in alto qualcuno ed uno consenta a evadere con lui da questioni come «Che ingiustizia ho fatto io a te o tu a me?» per esaminare la giustizia e l’ingiustizia in sé. sia perché sembra troppo arrogante. secondo cui la retorica. è un’attività simile alla culinaria. se non si conosce in che cosa consistano giustizia e ingiustizia in generale. Teodoro: il primo è di uno allevato realmente nella libertà e nella padronanza del proprio tempo. Lo stesso discorso vale anche per felicità e infelicità. Socr. Teodoro – è necessario infatti che ci sia sempre qualcosa di contrario al bene – né che essi dimorino tra gli dèi. non essendoci abituato. è lui allora a restituire la contropartita: colto dalle vertigini sospeso com’è a quell’altezza e guardando a mezz’aria dall’alto. viene a trovarsi sollevato in alto e. non 10. che ammannisce cibi piacevoli senza preoccuparsi del fatto che essi possano essere dannosi. che genera i conflitti e rende impossibile la pace. che cosa sia ciascuna di esse e in che cosa differiscano da tutto il resto o tra loro. quello che tu appunto chiami filosofo e che non suscita biasimo se fa la figura di un ingenuo o di una nullità. L’espressione «la giustizia e l’ingiustizia in sé» ha un senso tecnico e rinvia chiaramente all’idea di giustizia e di ingiustizia. 11. Questo appunto è il modo di essere dell’uno e dell’altro. a sua volta. Socr.. che confeziona discorsi persuasivi. Socrate. Solo che. Un argomento a sostegno di questa tesi sembra essere la correlatività di bene e male: se non c’è male. Fuga vuol dire assimilarsi al dio per quanto è possibile e assimilarsi vuol dire diventare con intelligenza giusti e santi. L’assimilazione del preparare vivande e preparare discorsi adulatori richiama la tesi del Gorgia. astuto ed esperto di tribunali.

i fenomeni naturali. ROMA-BARI . la stessa azione umana. L’attività teoretica. LATERZA & FIGLI. è la vera realizzazione della scholè. descrive i caratteri dell’attività teoretica e fornisce le ragioni della sua superiorità rispetto a ogni altra forma di attività. che ravvisa la forma più alta di attività nell’attività teoretica. ossia essere dettata soltanto da ragioni di buona reputazione. che permea il pensiero platonico. Ciò che conta realmente non è quello che gli altri pensano di noi. che costituisce il punto di raccordo tra l’uomo e la divinità. si articola in due parti: nella prima. il X. mi pare. Aristotele svolge una trattazione sul piacere. Queste ragioni sono molteplici. sono quel che si dice chiacchiere di vecchie. invece. È questa attività. In questo consiste tanto la vera abilità di un uomo quanto la sua nullità e inettitudine. anzi è giustissima al massimo e non c’è nulla di più simile ad essa di colui che tra noi sia diventato a sua volta il più giusto possibile14. essa ha per oggetto i temi più alti: i corpi celesti. 14. nella seconda. cioè per non farsi la reputazione di cattivo e farsi invece quella di buono. quella cioè che non ci si stanca mai di perseguire. questa attività può essere svolta con maggiore continuità e godere della massima autosufficienza compatibile con la condizione umana. essa è l’attività propria di ciò che vi è di più alto nell’uomo. proprio per il piacere che essa procura.03_Come vivere. Aristotele stabilisce il primato del modo di vita proprio del filosofo. Ma essa è anche la più gradevole. si dissolve nella prospettiva di Aristotele. dedita senza interruzioni a essa. del tempo libero da ogni faccenda. Propria della funzione dell’anima meno legata al corpo.qxp:03_come_vivere 824 4-04-2011 20:11 Pagina 824 Come vivere? è molto facile persuadere che non è per le ragioni dei più che si deve fuggire la malvagità e perseguire la virtù. La conclusione del discorso di Aristotele è che proprio nell’esercizio della vita teoretica l’uomo raggiunge la massima forma di felicità. In tal modo. non per queste bisogna praticare una e l’altra no. in primo luogo la giustizia. Come la felicità è perseguita di per sé e non in vista di altro. è fondata su ragioni intrinseche T167 T168 e non può dipendere dalla preoccupazione di come si può apparire agli occhi degli altri. GIUS. perché la conoscenza di questo è sapienza e virtù vera. In questo senso. come aveva sostenuto Platone. In primo luogo. CAMBIANO-MORI • © 2011. T144 La tensione tra vita politica e vita contemplativa. Inoltre. La verità invece diciamola così: la divinità non è in alcun modo e in nessun caso ingiusta. anzi per Aristotele l’amicizia e la cooperazione tra filosofi continua a rivestire importanza centrale []. ossia dell’intelletto. Ma non vale più la tesi che l’unico vero politico non possa essere altri che il filosofo. che l’uomo può perseguire non continuativamente. T168 Aristotele: la vita teoretica L’ultimo libro dell’Etica Nicomachea. così è per l’attività teoretica. e quindi di rendersi simili alla divinità. perché esse. La giustificazione della necessità di perseguire la virtù. esamina e studia l’ordine e la regolarità di tutto ciò che costituisce il mondo e di quanto avviene in esso. mentre la non conoscenza è ignoranza e malvagità evidente. dunque. Ciò non significa che il sapiente non debba anche possedere le altre virtù e rescindere ogni legame con gli altri. che definisce la condizione propria dell’uomo libero. ma solo per tratti del suo tempo.

il giusto ha bisogno di persone verso le quali e con le quali agirà con giustizia. fra le attività secondo virtù. LATERZA & FIGLI. Aristotele allude alla cooperazione all’interno della scuola.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 825 Immagini della vita filosofica 825 Aristotele Etica Nicomachea. In secondo luogo è la più continua: infatti possiamo contemplare con più continuità che compiere una qualsiasi azione. La guerra è qui concepita come un mezzo in vista della pace in opposizione forse al modello di Sparta. Nel senso di «non mescolati a dolori». è capace di contemplare. le più alte sono quelle intorno alle quali verte l’intelletto. l’attività teoretica può anche essere perseguita da soli. delle cose che sono oggetto di conoscenza. Di più. Il termine qui tradotto con contemplazione. e facciamo guerra per trascorrere i nostri giorni in pace6. anche nell’uomo.03_Come vivere. Inoltre si può ritenere che essa sola è amata per se stessa. Ora. Il certo è che tutti riconoscono che la filosofia possiede piaceri meravigliosi per purezza4 e per certezza ed è logico che trascorrere il tempo sia più piacevole per chi conosce che per chi ricerca. CAMBIANO-MORI • © 2011. ma in ogni caso è pienamente bastevole a se stesso. 5. invece il sapiente. diversamente da essa. 2. 7. indica l’osservare e lo studiare. Aristotele sottolinea invece il primato della scholè. come l’assenza di sofferenze. da essa infatti non deriva nulla al di fuori del contemplare. è logico che sia secondo la virtù più alta. X. Per Aristotele. 3. Le azioni di guerra in modo assoluto (giacché nessuno sceglie la guerra per la guerra.] Infatti questa attività è la più alta: giacché anche l’intelletto. 1177a 12 . Inoltre noi riteniamo che il piacere dev’essere mescolato con la felicità3: ora. per natura comanda e dirige ed ha conoscenza delle realtà belle e divine: o perché è in se stessa divina. Ora. In più è comunemente ammesso che la felicità risiede nella vita lontana dagli affari: infatti ci applichiamo intensamente a occupazioni al fine d’avere del tempo libero da affari. e questa sarà la virtù di ciò che vi è di migliore. l’attività delle virtù pratiche si esplica nelle faccende politiche o nelle faccende militari. fra coloro che sono sufficientemente provvisti di tali cose. theorìa. GIUS. che questa attività sia un’attività contemplativa è stato detto2. e similmente anche il saggio ed il valoroso e ciascuno degli altri uomini virtuosi. un vantaggio più o meno grande.. quella secondo la sapienza. ROMA-BARI T168 . e ne è più capace quanto più è sapiente. la più piacevole è. anche restando solo con se stesso. ad avviso di tutti. per unanime consenso. in linea teorica. ma. La felicità piena include anche la presenza di piaceri. invece. né pre- 1. di ciò che è in noi. In accordo con la mentalità dei ceti elevati di Atene. Tanto dunque che questo sia l’intelletto. ma con questo Aristotele non intende affermare che la divinità sia dentro l’uomo. è quel che vi è di più alto e. mentre dalle attività pratiche ricaviamo. ma. per la quale la guerra e l’addestramento a essa erano il fine perseguito dalla comunità. quella che vien detta «autosufficienza» riguarderà soprattutto l’attività contemplativa: infatti sia il sapiente che il giusto che gli altri uomini hanno bisogno delle cose necessarie per vivere. al di fuori dell’azione. [. 4. o perché è la cosa più divina di ciò che è in noi1 – l’attività di questa parte secondo la virtù che le è propria costituirà la felicità perfetta. Senza dubbio è meglio se ha dei collaboratori5. anche se distinta e superiore rispetto alla prassi vera e propria. L’aggettivo divino sta a indicare quanto di più alto esista. 6. ma ad avviso di tutti le azioni che concernono queste faccende sono la negazione del tempo libero da occupazioni. la theorìa è una forma di attività. ma.. solo in epoca più tarda indicherà una vita ascetica di isolamento e ripiegamento all’interno di se stessi. del tempo libero da occupazioni. ripone nella filosofia (anziché nella politica e nelle imprese militari) la forma più alta di scholè.1178a 8 Se la felicità è attività secondo virtù. o qualcos’altro – qualcosa che. Aristotele non ha una concezione rigoristica della felicità e della virtù.

anche la vita secondo l’intelletto sarà divina rispetto alla vita dell’uomo. Quello che abbiamo detto più sopra s’adatterà anche qui: infatti ciò che è proprio a ciascuno è per natura ciò che per ciascuno vi è di più alto e di più piacevole. GIUS. si deve diventare immortale10 e compiere ogni cosa per vivere in modo conforme a quella che. tra le cose che sono nell’individuo. dunque. ma nel suo caso lo studio e l’indagine sulla natura è finalizzato soprat- 7.03_Come vivere. per potenza e dignità è di gran lunga superiore a tutte le cose11. Sarebbe dunque un assurdo se l’uomo non si scegliesse la vita che gli è propria. ma quella di un altro essere. Ossia l’uomo. quando prende la lunghezza completa della vita. Di conseguenza. a cose immortali. Aristotele ha mostrato che il piacere. essendo mortali. il tempo libero da occupazioni. essendo uomini. e tutti gli altri caratteri che si attribuiscono all’uomo beato sono. se è vero che essa è l’elemento principale e migliore. E per l’uomo. CAMBIANO-MORI • © 2011.qxp:03_come_vivere 826 4-04-2011 20:11 Pagina 826 Come vivere? para una guerra fine a se stessa: ché. se l’intelletto è una cosa divina rispetto all’uomo. Infatti nessuna delle caratteristiche della felicità è incompleta. Alcuni interpreti hanno pensato che Aristotele si riferisca alla dottrina T168 dell’intelletto attivo divino. quest’ultima sarà la felicità perfetta dell’uomo. Cioè. se è vero che quest’elemento è soprattutto l’uomo. perfeziona ogni attività e contribuisce anche a che queste siano svolte sempre meglio. E di quanto questo eccelle sul composto8. se uno si facesse nemici gli amici perché abbiano luogo scontri ed uccisioni. 9. e non sono desiderabili per se stesse. 8. il quale accompagna ogni attività. i caratteri che si realizzano secondo questa attività: ebbene. Però una vita siffatta sarà superiore alla condizione dell’uomo: infatti non è in quanto è uomo che vivrà in questo modo. ROMA-BARI . l’uomo condividerebbe la condizione di immortalità propria di questo intelletto. la quale è attività contemplativa. a cose umane e non. Non si deve dare ascolto a coloro che consigliano di porre mente. col quale l’uomo entrerebbe in contatto nello svolgere l’attività teoretica. sarà la vita secondo l’intelletto. 10. 11. e tendono ad un fine. in tutta chiarezza. la mancanza di fatiche per quel che è possibile all’uomo. Ma anche l’attività dell’uomo politico è la negazione del tempo libero da occupazioni. di tanto anche la sua attività eccelle su quella secondo l’altra specie di virtù9. ed ha il suo proprio piacere (e questo incrementerà l’attività7). pare eccellere per la serietà e non tende a nessun fine all’infuori di se medesima. per sé e per i cittadini: felicità che è diversa dall’attività politica e che anche noi ricerchiamo evidentemente come una cosa che è diversa. o quanto meno la felicità. Seppure infatti essa è piccola per la massa. In tal senso. se infine l’autosufficienza. estraneo alla vita politica e raccolto nella scuola intorno al maestro è invece il modello di vita filosofica per Epicuro. ma. la virtù etica. LATERZA & FIGLI. E si converrà anche che ciascun uomo è questa cosa. si procura potere e cariche onorifiche. Si tratta forse di un riferimento alla non corporeità dell’intelletto: la potenza e il valore dell’intelletto sembrano inversamente proporzionali al suo volume. passerebbe per essere assolutamente sanguinario). per quanto è possibile. Pertanto se fra le azioni conformi alle virtù quelle politiche e militari occupano il primo posto per bellezza ed importanza. se invece l’attività dell’intelletto. è la più alta. ma queste azioni sono la negazione del tempo libero da occupazioni. Il piccolo gruppo appartato dal resto della società. al di fuori del puro fatto del governare la città. Non si deve dimenticare la definizione della divinità come pensiero di pensiero T93. Di conseguenza questa vita è anche la più felice. ma in quanto in lui è presente qualcosa di divino. Ma forse Aristotele intende semplicemente dire che nell’attività teoretica l’uomo è reso simile alla condizione divina. poiché.

– e le altre tutte. da sé non lo afferma1. In questo tipo di scrittura le componenti retoriche. E la musica? Fino a riconoscere la melodia. la potenza. ROMA-BARI T168 T169 . ma non insegnano l’uso che deve essere fatto di queste stesse discipline. la grammatica lo dirà: ma se si debba o no scrivere all’amico. E chi lo dirà? La facoltà che prende se stessa e tutto il resto a oggetto di studio. sono altrettanto forti di quelle argomentative. a causa della circolazione di una specie di edizione pirata. comprende se stessa – la natura. caratterizzata dalla coincidenza di virtù e scienza e dalla completa libertà e superiorità sulle passioni e sulle circostanze esterne. il tono di quotidianità e non sistematicità proprio delle conversazioni di Epitteto. la vita filosofica si configura invece in radicale opposizione rispetto alle convenzioni sociali: tale è soprattutto il caso dei cinici. richiamano già nel titolo il tipo di discussione e predicazione filosofica praticata dai cinici. LATERZA & FIGLI. che solo il sapiente è in grado di esercitare pienamente. diffuse in età ellenistica e poi ancora nei primi secoli dell’Impero. fino a che punto estende le sue possibilità speculative? Fino a riconoscere le lettere. per lo più anonimi. che se scrivi a un amico c’è bisogno di queste lettere. Che altro è ad affermare che l’oro è bello? L’oro. infatti. I quattro libri delle Diatribe.03_Come vivere. 1 Tra le altre arti e facoltà non ne troverete nessuna in grado di prendere se stessa a oggetto di studio e perciò nemmeno in grado di approvarsi o di disapprovarsi. Tratti del saggio cinico sono presenti anche nella figura del sapiente stoico. Le Diatribe intendono conservare. Epitteto Diatribe. Questi è messo in scena mentre risponde a interlocutori. scelta di base. nella quale è formulata a chiare lettere la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. CAMBIANO-MORI • © 2011. di quante ne abbiamo ricevute. che Epitteto denomina prohàiresis. in un intreccio di stile diretto e indiretto. Su quest’ultimo punto insisterà soprattutto Epitteto in età imperiale. In questo modo viene accentuata la dimensione pedagogica della filosofia.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:11 Pagina 827 Immagini della vita filosofica tutto a procurare una salvaguardia dalle paure e dalle tempeste della vita []. con passaggi repentini da toni sublimi e drammatici a un linguaggio familiare. ovvero non si debba né cantare né suonare la cetra. che mira a trasmettere un messaggio di vita. Certo. fondamentale e preliminare al comportamento corretto. dall’esortazione all’invettiva. ossia dalla facoltà di valutare le cose. Le singole discipline forniscono le conoscenze relative al campo di oggetti che è di loro competenza. 827 T156 T169 Epitteto: la libertà del sapiente Alla morte del maestro Epitteto. Arriano decise di pubblicare gli appunti presi durante le lezioni. E qual è? La facoltà raziocinante: essa sola. I. GIUS. che ci sono rimasti. o anche a se stesso. Ugualmente la musica riguardo alle melodie: ma se si debba adesso cantare e suonare la cetra. la grammatica non lo dirà. non lo dirà. Quest’uso dipende dalla facoltà razionale. il cui rappresentante più emblematico è Diogene di Sinope. 1. e l’appello alle emozioni che suscitano. Essa serve a delimitare l’ambito proprio della libertà umana. Il testo che segue è la prima diatriba. sul modello di quanto Senofonte aveva fatto nei Memorabili a proposito di Socrate. Forse una di esse prende se stessa a oggetto di studio? Nient’affatto. La grammatica. il valore che ha venendo in noi. In altre correnti.

stando sulla terra. che faceva parte della segreteria imperiale. E adesso. Se ne prendi cura e poni in essa i tuoi beni. L’esempio dei venti è appositamente scelto per indicare entità il cui comportamento non dipende in alcun modo da noi. anche le tue povere sostanze avrei fatto libere. ma non l’hanno proprio potuto2. qualcosa che non dipende T169 propriamente da noi. la grammatica. carissimo. allorché questi era ancora schiavo. se potevano.03_Come vivere. Per ciò. allo schiavo. ma è un po’ di fango mescolato con una certa eleganza. non gemerai. La divinità non è dunque onnipotente. «Che conviene avere a portata di mano in siffatte circostanze?» Cos’altro se non questo pensiero: Che cos’è mio? che cosa non è mio? Che cos’è in mio potere? che cosa non è in mio potere? Devo morire: – forse pure tra i gemiti? Devo essere imprigionato: – forse pu- 2. non biasimerai. questo?». rispetto ad esse. legati a un corpo siffatto. se era possibile. e di tutte le altre cose usare come esige la loro natura. «Dunque. questa facoltà impulsiva e repulsiva. non può agire a proprio arbitrio e. quando soffierà?» Quando parrà opportuno a lui. prenderci cura di molte e a molte attaccarci.qxp:03_come_vivere 828 4-04-2011 20:11 Pagina 828 Come vivere? Senza dubbio è la facoltà capace di usare le rappresentazioni. era stato il padrone di Epitteto. si contrasse un attimo. stabilisce una dipendenza nei confronti delle cose esterne. Il fatto di avere un corpo. Che conviene fare allora? Organizzare il meglio possibile quel che dipende da noi. CAMBIANO-MORI • © 2011. ai beni. 4. invece. gli rispose. Te. al fratello. Che altro è a giudicare la musica. Forse perché non vollero? Secondo me. a indicare le condizioni favorevoli per usarne? Nient’altro. non soggette a impedimento. adesso?» E che? vorresti fossero decapitati tutti. Ora. come quel Laterano a Roma che Nerone condannò al taglio della testa? Aveva offerto il collo e l’avevano colpito: ma essendo stato debole il colpo. e invoco gli dei. non subirai mai impedimenti. com’era possibile che. ROMA-BARI . cioè. anzi il corpo stesso è una cosa esterna. anche il tuo povero corpo. ti abbiamo dato una parte di noi3. al corpo. E. desiderativa e avversativa. siamo gravati da essi e trascinati in basso. attaccati a molti oggetti. potendo prenderci cura di una cosa sola e a una sola aderire. non poteva costruire l’uomo in modo che anche le cose esterne dipendessero da lui. 5. e cioè. non fossimo impediti dagli oggetti esterni? Vediamo. anche quelle ci avrebbero affidato. quando non è possibile navigare. la facoltà che sa usare le rappresentazioni. a esaminare l’uso che se ne fa. non adulerai alcuno. LATERZA & FIGLI. Epafrodito era un liberto di Nerone. Così. com’era giusto. solo quel che è più importante di tutto e che domina il resto. non incontrerai mai ostacolo. al figlio. per tua consolazione? Non vuoi offrire il collo. ci mettiamo a sedere sconvolti e ci giriamo continuamente intorno: «Che vento soffia? Borea» – Che c’è da spartire tra noi e lui? «E Zefiro. non t’ha fatto dispensatore dei venti il dio. le altre arti e facoltà. Il Laterano citato prima era un aristocratico. che dice Zeus? «Epitteto. «E come esige la loro natura?» Come Dio vuole4. in una parola. E poiché non ho potuto questo. E dunque? ti par poco. poi lo ripresentò subito. lo dirò io al tuo padrone». 3. dunque. il retto uso delle rappresentazioni: le altre cose non le hanno fatte dipendenti da noi. Qualche tempo prima Epafrodito5 era andato a visitarlo e gli aveva chiesto il motivo dei suoi contrasti coll’imperatore: «Se voglio. come è il caso dell’uomo. – Te ne contenti? – Sì. gli dei l’hanno fatto dipendente da noi. non ti sfugga che questo corpo non è tuo. preferiamo. invece. all’amico. perciò. Per ciò. con siffatti compagni. infatti. Il riferimento è alla dottrina tipicamente stoica secondo cui la ragione – ossia quella che Epitteto definisce facoltà di usare le rappresentazioni – è parte della ragione divina universale. – Non sia mai. decapitato nel 65 sotto l’accusa di aver partecipato alla congiura di Pisone. GIUS. oppure a Eolo. ma Eolo. devo essere decapitato soltanto io.

I pensieri oggetto di meditazione sono stati esposti in stile diatribico. «E delle mie cose che ne è?» «Non ti sono state confiscate».03_Come vivere. Se subito. CAMBIANO-MORI • © 2011. «All’esilio o alla morte?» – chiese. come Seneca. chi te l’ha concessa tale scelta? Non vuoi badare a contentarti di quel che ti è dato?» E per questo. eccomi: vado alla morte: se tra un po’.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 829 Immagini della vita filosofica 829 re tra i lamenti? Devo partire per l’esilio: – chi mi impedisce di partire ridendo. – Non te li rivelo. – Ma io ti metterò in catene. in questi dovrebbero esercitarsi6. come molti altri. perché questo dipende da me. ossia immaginando di dover rispondere a un interlocutore immaginario. che. oppositore dell’imperatore. Questo è essere in esercizio come si conviene. dopo la congiura di Pisone. Gli fu annunciato: «Discutono la tua causa in Senato». indicando nella medicina l’attività più alta. fu anch’egli costretto a svenarsi. – Il mio povero corpo. che intendi? Me? Le mie gambe metterai in catene. Il modello di medico è ravvisato da Galeno in 6. Galeno capovolge tale prospettiva. Devo morire. almeno in determinati ambienti colti. Rufo è il filosofo stoico Musonio Rufo. che minaccia imprigionamenti e supplizi. poi morirò. «Allora. ossia scritti che esortano a dedicarsi alla medicina. Trasea7 soleva dire: «Preferisco essere mandato a morte oggi che in esilio domani». invece. Anche Agrippino è un personaggio storicamente esistito e anch’egli. Come? Come s’addice a chi restituisce quel che è di altri. alle sue spalle c’è una lunga tradizione. – Uomo. che la mia persona morale non può vincerla neppure Zeus. godeva la filosofia in età imperiale è il fatto che Galeno intitoli una delle sue opere L’ottimo medico è filosofo. ora mangio perché è tempo. in questo caso un uomo potente (forse lo stesso imperatore). ecco uno che gli dice: «Sei stato condannato». – E quando mai t’ho detto che solo il mio collo non poteva essere troncato? Questi i pensieri sui quali dovrebbero meditare quanti si danno alla filosofia. – Ti farò decapitare. T170 Galeno: il medico filosofo L’ottimo medico è filosofo è uno degli scritti protrettici di Galeno. perché è più sopportabile. Quando li ebbe terminati. capace di collegare in un insieme unitario le varie discipline scientifiche e la stessa filosofia. quale pazzia è la tua scelta! se. GIUS. era stato esiliato nell’isola di Giaro. 7. Trasea Peto. andiamo ad Ariccia e pranzeremo lì». ROMA-BARI T169 T170 . LATERZA & FIGLI. «Con buona fortuna! Ma sono le undici – (a quell’ora era solito fare gli esercizi e poi prendere un bagno freddo) – usciamo e facciamo gli esercizi». che risale almeno a Platone. con l’animo gioioso e contento? – Rivelami i segreti. questi i pensieri che dovrebbero scrivere giorno per giorno. essersi procurati desideri e avversioni in modo da non subire impedimenti o inciampi. nel 66. maestro di Epitteto stesso. «All’esilio». – Ti getterò in prigione. Che gli rispose Rufo? «Se scegli la morte perché è più dolorosa. che cosa diceva Agrippino? «Io non sono d’ostacolo a me stesso». Segno tangibile del riconoscimento sociale di cui. di protrettici alla filosofia. dovette andare in esilio.

Cosa manca dunque ancora perché il medico non sia filosofo. ossa e così via). ROMA-BARI . Indugerai dunque ancora sui nomi e ciarlerai sostenendo che il medico sia temperante e casto e al di sopra delle ricchezze e giusto. se se ne conquista una. quella che deriva dai primi elementi che sono mescolati interamente fra di loro. Questo stesso metodo insegna la stessa natura del corpo. Galeno T170 condivide queste indicazioni platoniche e considera il metodo diairetico lo strumento appropriato per classificare tre livelli di costituenti corporei: gli elementi primi (cioè i quattro elementi). e che conosca la natura dei 1. e usano l’arte per fini opposti a quelli a cui è destinata per natura. nella teoria e nella prassi. non si abbiano di seguito tutte le altre come legate ad una sola corda. e. perché persista con amore delle fatiche nell’esercizio di tali cose occorre disprezzare le ricchezze e coltivare la temperanza. Riprendendo una tesi tipicamente socratica. Ma quale sia l’utilità per l’animale di ciascuna delle cose dette e quale l’azione (anche queste cose bisogna crederle non senza prova ma con dimostrazione) è insegnato proprio dal metodo logico. degli obiettivi perseguiti dai filosofi. la fisica e l’etica. naso. oltre a queste. come occhio. ossia i veri e propri organi corporei. LATERZA & FIGLI. che trascurano l’astronomia e la geometria. contrapposto ai medici contemporanei. le parti omogenee o omoiomere (ossia divisibili in parti simili al tutto di cui fanno parte: per esempio. Non c’è timore infatti che disprezzando le ricchezze e coltivando la temperanza commetta qualche ingiustizia: infatti tutte le imprese che gli uomini osano ingiustamente le fanno convinti dall’avidità di ricchezze o affascinati dal piacere.03_Come vivere. GIUS. la logica. se. non medici. I 60-63 K Bisogna esercitare il metodo logico al fine di conoscere quante sono tutte le malattie secondo le specie e i generi e come per ciascuna bisogna giungere alle indicazioni dei rimedi1. la fisica nel suo essere esperto sulla natura dei corpi e delle sue parti (gli elementi di base. 3-4. Pertanto se ai medici è necessaria la filosofia per l’apprendimento iniziale e per il successivo esercizio. il medico che esercita l’arte in modo degno di Ippocrate? Infatti se per scoprire la natura del corpo e le varietà di malattie e le indicazioni di rimedi occorre essere esercitati nella teoria logica. teorizzato e impiegato da Platone nei suoi ultimi dialoghi: nel Fedro esso è presentato come capace di distinguere generi e specie di malattie e di rimedi e di collegare a ciascuna malattia il rimedio appropriato. è chiaro che chi è un vero medico è sempre anche filosofo. Galeno sostiene infatti l’unità della virtù. e infine le parti non omogenee o anomoiomere. Perciò è necessario che abbia anche le altre virtù: esse vanno tutte assieme e non è possibile che. La distinzione tra questi due tipi di parti era già stata teorizzata da Aristotele. Infatti. Il riferimento è al metodo diairetico o di divisione. il vero medico è in grado di esibire nella sua stessa attività l’applicazione delle tre parti tradizionali della filosofia: la logica nella sua capacità di scoprire e classificare malattie e rimedi e di fare dimostrazioni. carne. Sul fatto che ai medici abbisogni la filosofia per adoperar bene l’arte non credo abbia bisogno di dimostrazione chi ha visto spesso che gli avidi di ricchezze sono spacciatori di droghe. in particolare del disprezzo delle ricchezze e della filantropia. Galeno L’ottimo medico è filosofo. le parti omogenee e quelle organiche: una distinzione che risale ad Aristotele). ma soprattutto la logica. ma non filosofo. l’etica nel complesso di virtù che egli è in grado di praticare. braccio e così via. CAMBIANO-MORI • © 2011. che si chiamano anche omogenee. Ma il vero medico è anche in possesso delle virtù.qxp:03_come_vivere 830 4-04-2011 20:12 Pagina 830 Come vivere? Ippocrate. per cui il possesso di una comporta necessariamente quello di tutte le altre. e quella che deriva dai secondi elementi. terza. avrà già tutte le parti della filosofia. quella derivante dalle parti organiche. le parti sensibili. È la stessa medicina a costituire la realizzazione piena.

e contenenti scritti in esametri. T171 Anonimo: l’orfismo e il destino dell’anima Negli scavi archeologici condotti nell’Italia meridionale. è meglio che tu metta giudizio e non litighi come una cornacchia o un corvo su dei suoni ma ricerchi la verità dei fatti stessi. ossia della Memoria. è l’anima. bevendo all’acqua della Memoria. dal lago di Mnemosine CAMBIANO-MORI • © 2011. mentre a destra è quella di Mnemosine. 17 Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte. Ne troverai un’altra. risalenti al IV-III secolo a. sono comparse laminette d’oro. come quella della trasmigrazione. ossia della dimenticanza. LATERZA & FIGLI. ROMA-BARI T170 T171 . se si è vissuta una vita pura. e se facciamo questo niente vieta che noi diventiamo non solo simili a lui ma anche migliori. che si continuerà nel ciclo delle reincarnazioni. e precisamente a Petelia e a Turii. si potrà passare alle sedi dei beati. se siamo veramente ammiratori di Ippocrate. Infatti non potresti dire che un tessitore o un ciabattino può diventare buono senza apprendimento e esercizio. Protagonista di queste vicende. Se dunque anche ciò è vergognoso e l’altra è una questione non di fatti ma di nomi. e presso di essa piantato un bianco cipresso: a questa fonte non ti accostare. nelle quali il mondo e la corporeità appaiono come qualcosa di contaminante dal quale occorre purificarsi e salvarsi. e sostenere poi che uno apparirà all’improvviso giusto o casto o capace di fare dimostrazioni o esperto della natura senza servirsi di maestri e senza esercitarsi. Anonimo Frammenti.C.03_Come vivere. L’alternativa sarà tra destra positiva e sinistra negativa: a sinistra è infatti la sorgente del Lete. Queste impostazioni si intrecciano con credenze religiose. avendo imparato tutto ciò che è stato scritto giustamente da lui e trovando noi ciò che ancora rimane. noi dobbiamo coltivare la filosofia.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 831 Le vie della salvezza 831 corpi e l’azione degli organi e l’utilità delle parti e le varietà di malattie e le indicazioni di rimedi. a vivere con gli eroi. altre immagini della vita filosofica tendono invece a concepirla come preparazione a una condizione che va oltre il tempo della vita. caratterizzata ora da quell’immortalità che poteva sembrare prerogativa dei soli dèi. Le vie della salvezza Rispetto ai modelli presentati nella sezione precedente. diffusa in ambienti orfici e pitagorici. e che non debba però essere esercitato nella teoria logica? O pur ammettendo queste cose oserai divergere sui nomi? È tardi ormai. Alla prima si abbeverano i più ed è proprio bevendo l’acqua del Lete. Al contrario. GIUS. ossia delle reincarnazioni successive. Alcune di esse forniscono indicazioni e istruzioni all’anima del defunto sul viaggio nell’aldilà che essa sta per compiere. la quale fa dimenticare tutto ciò che si è vissuto in precedenza.

Un tempo io fui già fanciullo e fanciulla. 124. antico decreto degli dei ed eterno. GIUS. LATERZA & FIGLI. Egli presenta se stesso come protagonista di questa vicenda di passaggi in varie forme di esseri e al tempo stesso come capace di insegnare come salvaguardare gli uomini dalle malattie e influenzare gli stessi fenomeni atmosferici. È da notare che queste includono anche la trasmigrazione in vegetali. Empedocle Frammenti. 117)1. che a sua volta li getta nei vortici dell’etere: ogni elemento li accoglie da un altro.03_Come vivere. ROMA-BARI . tratti probabilmente dal poema intitolato Purificazioni Empedocle riprende la dottrina orfica del destino delle anime e delle loro reincarnazioni successive. 117. esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente Contesa (fr. uccello e muto pesce che salta fuori dal mare (fr. tre volte diecimila stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. dipendenti dall’esigenza di espiare colpe commesse in precedenza. il mare li rigetta sul suolo terrestre. 1. brucio di sete e muoio. T172 Empedocle: l’espiazione e la salvezza In alcuni versi. non solo in animali. ma voi datemi subito la fresca acqua che sgorga dal lago di Mnemosine». ma tutti li odiano. Quindi ti daranno da bere dalla fonte divina. 115). suggellato da vasti giuramenti: se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un delitto. la terra nei raggi del sole splendente. CAMBIANO-MORI • © 2011.qxp:03_come_vivere 832 4-04-2011 20:12 Pagina 832 Come vivere? fresca acqua sgorgante. Questi vari aspetti si trovano documentati anche in alcuni frammenti delle opere poetiche di Empedocle. arbusto. Si può qui vedere un riferimento a diversi tipi di reincarnazioni attraverso le T171 T172 quali Empedocle afferma di essere passato. Anch’io sono uno di questi. Un corollario della credenza che l’anima in seguito a colpe commesse si reincarni successivamente in corpi anche diversi da quelli dell’uomo è dato dal divieto di uccidere esseri viventi e dal vegetarianesimo. d’innanzi vi sono custodi. 111 È vaticinio della Necessità. e questo sapete anche voi. i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva. compiendo veri e propri «miracoli». Dirai: «Son figlia della Terra e di Urano splendente di astri. o se qualcuno <per la Contesa> abbia peccato giurando un falso giuramento. e allora tu regnerai con tutti gli altri eroi. 115. L’impeto dell’etere invero li spinge nel mare. celeste è la mia stirpe.

Il dèmone non è altro. In un altro passo dei Memorabili Senofonte fa pronunciare a Socrate una lunga disquisizione volta a provare l’esistenza di una provvidenza divina. L’accusa contro di 2. Farai cessare l’impeto dei venti infaticabili. tempeste. 1-13 1. che una estensione della credenza e della pratica della divinazione: Socrate riceve da esso. fa uso della divinazione e segue le indicazioni positive fornitegli da un dèmone. Con Socrate il tema dell’anima non rimane più circoscritto in un contesto religioso. Egli interpreta il precetto delfico «conosci te stesso» come conoscere in primo luogo la propria anima e concepisce questa come oggetto di cura. nella presentazione di Senofonte. che sulla terra sollevandosi. se lo vuoi. ma non ha una concezione settaria della filosofia: egli mira a far sì che tutti i suoi concittadini abbiano cura della propria anima. ossia di non credere negli dèi della città. da quali contese e gemiti nasceste (fr. come dalla divinazione. i segni divini. ROMA-BARI T172 T173 .03_Come vivere. L’intera vita di Socrate è dunque presentata da Senofonte all’insegna di una costante presenza e assistenza divina. o sventurata. LATERZA & FIGLI. e poi di nuovo.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 833 Le vie della salvezza 833 Ahimè. infatti. Senofonte Memorabili. con i loro soffi devastano i campi. 111)2. Quanti sono i rimedi dei mali e la difesa dalla vecchiaia apprenderai. Chi parla non è Socrate. o infelice stirpe dei mortali. benefici soffi susciterai. giacché per te solo io compirò tutto questo. Egli presenta dunque un Socrate che compie gli atti di culto ufficialmente riconosciuti dalla città. Più volte mi sono meravigliato delle ragioni con cui gli accusatori di Socrate riuscirono a persuadere gli Ateniesi ch’egli era reo di delitto capitale contro lo Stato. Si raccontava. GIUS. Al destinatario del suo poema Empedocle promette dunque la conoscenza e il possesso di poteri magici. che Empedocle stesso avesse ridestato a vita una donna. e farai sortire dalla siccità estiva piogge che nutrono gli alberi e che nell’etere abiteranno e trarrai dall’Ade la forza di un uomo morto (fr. il quale elenca una serie di motivi. piogge contro la siccità) e addirittura di risuscitare. In questa prospettiva gli atti di culto sono visti come la risposta dovuta agli dèi che provvedono al bene degli uomini. in particolare i sacrifici. da nera procella farai sortire opportuna siccità per gli uomini. ma Senofonte stesso. T173 Senofonte: la religiosità di Socrate I Memorabili di Senofonte iniziano con una difesa di Socrate dal primo capo d’imputazione del processo. Senofonte interpreta ciò come espressione di un Socrate ligio verso le credenze e i culti tradizionali della città e guidato nel suo comportamento da un dèmone. in un caso di morte apparente. I. che lo guidano nella sua vita. 1. CAMBIANO-MORI • © 2011. ossia la capacità di operare sui fenomeni naturali (venti. 124). che ai suoi occhi mostrerebbero l’infondatezza di questa accusa.

LATERZA & FIGLI. quale mai prova ebbero? Sacrificava spesso in casa. diceva che gli dei se lo sono riservato per loro e. quel che non è manifesto ai mortali. e non ne faceva un segreto. mentre. che non credesse negli dei in cui la città crede. sia meglio prendere un cocchiere capace o uno incapace. Quelli che ponevano tali questioni agli dei pensava che agissero in maniera illecita. ed era noto a tutti: usava anche la divinazione.qxp:03_come_vivere 834 4-04-2011 20:12 Pagina 834 Come vivere? lui era in sostanza questa: «Socrate è colpevole di non credere negli dei in cui la città crede e di introdurre altre nuove divinità: è reo pure di corrompere i giovani». fosse apparso mentitore. al contrario. a colui che ha costruito bene una casa. fabbro. né a chi s’è procurato parentele potenti in città è manifesto se per quelle sarà espulso dalla patria. oppure quel che è possibile sapere ricorrendo al calcolo. se non fosse stato convinto della loro verità.03_Come vivere. ricorrono agli àuguri. quindi. Di queste T173 ultime fanno parte tutte le questioni che possono essere risolte con il solo impiego dell’intelligenza o dello sforzo umano. alle misure. Ciò che invece si deve chiedere agli dèi è ciò che soltanto essi possono conoscere: il futuro. predicendo le cose come manifestategli dal dio. Pertanto. 1. né allo statista è manifesto se gli gioverà essere a capo dello Stato. o esperto nel calcolo. GIUS. Quanto a diventare costruttore. o se. Diceva. Era comunemente noto un suo detto che il ’demone’ gli dava suggerimenti: di qui soprattutto mi sembra che l’abbiano accusato di introdurre nuove divinità. solo dopo averlo studiato. li mandava a consultare l’oracolo. o studioso di queste attività. così diceva e asseriva che gliel’indicava il ‘demone’. Socrate. a colui che ha coltivato a regola d’arte un campo non è manifesto chi ne raccoglierà i frutti. contadino. per guidare un carro. Ma mentre i più affermano che sono trattenuti o spinti ad agire dagli uccelli e dalle persone incontrate. egli non ne introdusse nessuna diversa da quelle degli altri. CAMBIANO-MORI • © 2011. che. bisognava cercare di apprenderlo dagli dei mediante la divinazione: e. quindi. a seconda dell’avvertimento del ‘demone’: e quanti gli dettero ascolto si trovarono bene. E riguardo a queste cose di chi altro ci si può fidare se non di dio? E chi si fida degli dei come potrebbe credere che non esistono? Anche un’altra via seguiva coi suoi amici: le cose indispensabili consigliava di farle nel modo che riteneva migliore: quanto a quelle di esito incerto. gli dei sogliono manifestarlo a quanti sono nelle loro grazie1. In realtà. a non farne delle altre. chi non ammetterà che egli non volle apparire ai suoi familiari né sciocco né millantatore? E invece l’uno e l’altro sarebbe sembrato se. quanti invece lo respinsero ebbero a pentirsi. ai presagi. che bisognava studiare quel che. come credeva. Ora. Costoro suppongono che gli uccelli e le persone incontrate non sanno affatto quel che serve a chi pratica la divinazione. gli dèi hanno concesso di fare. coloro che nessuna di queste cose ritenevano in potere della divinità. È chiaro. per dirigere una nave. E consigliava molti dei suoi familiari a fare certe cose. ROMA-BARI . tutte queste materie egli riteneva che si apprendono con la sola forza dell’ingegno umano: ma quel che v’ha di più importante in esse. in genere. che non le avrebbe annunciate. In realtà. al comandante non è manifesto se gli gioverà il comando. nell’economia. non è affatto manifesto agli uomini. bensì tutte in potere dell’umano ingegno. ai pesi. a chi ha sposato una bella donna per godere non è manifesto se soffrirà per causa sua. che erano folli: cosi pure diceva folli quanti chiedevano all’oracolo quel che gli dei hanno concesso agli uomini di risolvere mediante lo studio (come per esempio nel caso che uno li interrogasse se. ai sacrifici. sia meglio prendere un timoniere esperto o uno inesperto). non è manifesto chi l’abiterà. spesso sugli altari comuni della città. insomma. Diceva che doveva usare la divinazione chi volesse governare bene una famiglia o uno Stato. nella strategia. se bisognava farle. È posta una distinzione tra le cose che si debbono chiedere agli dèi e quelle che non si debbono chiedere. reggitore di popoli. diceva. agli oracoli. credendo alla divinazione. Innanzi tutto. ma che gli dei l’indicano mediante tali mezzi: ed anche egli pensava così.

Intorno a costoro ragionava così: ritengono di conoscere già tanto le cose umane che si mettono in tali indagini. Platone Apologia di Socrate. Il morire è una di queste due cose: o è come non essere nulla e chi è morto non 2. o è cessazione totale. 40c-41d Consideriamo anche per questa via come ci possa essere grande speranza che la morte sia un bene. Platone presenterà un Socrate che in carcere prima di morire si accinge a dimostrare agli amici che lo circondano l’immortalità dell’anima.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 835 Le vie della salvezza 835 Inoltre si mostrava continuamente in pubblico: di buon mattino andava pei passeggi e pei ginnasi. La morte. ROMA-BARI T173 T174 . CAMBIANO-MORI • © 2011. bensì in luoghi pubblici. poiché anche quelli che erano orgogliosi di trattarle non si accordavano mai l’un con l’altro. Anche questo punto è una netta presa di distanza dalla rappresentazione di Aristofane: Socrate non svolse indagini naturali. Una delle ragioni che inducono Socrate a tenersi lontano dalle indagini naturali è il dissenso dottrinale tra quanti sono impegnati in esse: tale dissenso. Senofonte sottolinea. che consentirà di protrarre l’indagine filosofica. Egli non opta esplicitamente per una delle due alternative: la morte come cessazione totale o la morte come trasferimento di luogo dell’anima. conversando sulla morte che lo attende. come la maggior parte degli altri indagando in che modo esista quel che i dotti chiamano ‘cosmo’ e per quali necessità accadano i vari fenomeni celesti: quanti si mettevano in tali ricerche li definiva insipienti3. Ma nell’ipotesi che quest’ultimo caso sia l’evento reale. Il nucleo fondamentale della ricerca socratica è invece indicato nell’indagine sulle cose umane. 3. in greco diaphonìa. può essere interpretato come segno che nessuna delle spiegazioni avanzate per risolvere tali questioni è adeguata. e per lo più parlava e chi voleva poteva ascoltarlo. tralasciando le cose umane ed esaminando quelle divine. pronto ad affrontare serenamente la morte. in opposizione alla rappresentazione di Aristofane. si vedeva lì: il resto della giornata era sempre dove poteva trovarsi con quanti più fosse possibile. quando il mercato era affollato. Socrate si rivolge a quanti hanno votato per la sua assoluzione. ovvero. credono di agire come si conviene? E si meravigliava che alla loro mente non balzasse manifesta l’impossibilità di risolvere tali questioni. Platone invece nel Fedone rappresenta Socrate negli ultimi istanti della sua vita in carcere. e allora non c’è nulla da temere. Ora nessuno mai vide o udì Socrate mentre faceva o diceva cosa empia o sconcia2. Ciò trova corrispondenze con il ritratto generale del filosofo tracciato da Platone nel Teeteto []. poi. Non discuteva sulla natura dell’universo. rispetto alla quale l’intera vita del filosofo è una preparazione. LATERZA & FIGLI. il Fedone. e allora è addirittura un evento da auspicare. T167 T174 Platone: Socrate di fronte alla morte Dopo che i giudici si sono ritirati una prima volta per giudicarlo colpevole e una seconda per votare la pena di morte. dunque.03_Come vivere. o è questa transizione. In un dialogo composto successivamente all’Apologia. che l’attività di Socrate non si è svolta nel chiuso di una scuola o di una conventicola. Questa presentazione avrà fortuna: Socrate sarà sovente raffigurato come colui che fece scendere la filosofia dal cielo alla terra. GIUS. ma erano tra loro molto simili a gente che vaneggi. Socrate continua a identificare la felicità con l’esercizio della dialettica: anche nell’aldilà la cosa importante è continuare questo esercizio.

non sarebbe il culmine della felicità? In ogni caso quelli di là non mandano a morte per questo motivo. Platone condivide la credenza che l’anima sia immortale e non perisca con il corpo e che dopo la morte le anime siano sottoposte a un giudizio e. Appellativo dato comunemente al re dei Persiani. perché tutto il tempo sembra essere nulla più di un’unica notte. Trittolemo e gli altri semidei che furono giusti nella loro vita. Esiodo e Omero? Voglio morire più volte. ma come un sonno. Così le mie ora non sono avvenute per caso: a me è chiaro che ormai morire e liberarmi dai fastidi era per me la cosa migliore. la morte sarebbe un guadagno meraviglioso. dalla quale esso tornava a rotolare sempre giù. dopo attento esame. come si racconta. 1. Eaco. giunto nell’Ade. e potessi paragonare i miei casi ai loro2. per la sua straordinaria potenza e ricchezza. quindi. è una specie di mutamento e di trasferimento dell’anima da questo luogo a un altro. Socrate immagina il suo incontro nell’aldilà con alcuni gruppi di personaggi: a) i giudici mitici dell’oltretomba. con i quali stare insieme. quanti giorni e quante notti nella propria vita sia vissuto meglio e più piacevolmente di quella. se è vero ciò che si dice. Anche voi. dopo aver scelta la notte in cui dormì tanto da non avere nemmeno un sogno e. Museo. troverebbe ben poco numerosi questi giorni e queste notti rispetto agli altri. Socrate vuole alludere a personaggi che credono di sapere. credo che. uomini e donne. Così Aiace Telamonio era stato ingiustamente privato delle armi di Achille morto e si era ucciso per il dolore. ma non sanno. dovesse dire. portatori dell’antico sapere. Quanto si pagherebbe. nell’aldilà le anime sono in grado di compiere una scelta responsabile e libera del modello di vita che esse seguiranno. questo viaggio sarà un’inezia? E quanto non pagherebbe ciascuno di voi per trovarsi con Orfeo. morti per un giudizio ingiusto. giudici. Se è non avere nessuna sensazione. premiate o punite. dopo aver paragonato a questa le altre notti e giorni della propria vita. discutere e interrogarli. c) gli eroi. ma il gran re1. Ma il piacere maggiore sarebbe passare il tempo esaminando e interrogando quelli di là. raccontato nella Repubblica. Agamennone aveva condotto l’esercito dei Greci a Troia. quando torneranno a incarnarsi in un corpo. b) i grandi poeti. Se invece la morte è come un viaggio di qui in un altro luogo e sono veri i racconti che colà sono tutti i morti. nascosti da Ulisse. Palamede era stato accusato di tradimento e lapidato. libero da questi che si dicono giudici troverà i veri giudici. questa: che ad un uomo buono non può avvenire nulla di male. anche se fosse non un privato qualunque. dovete nutrire buona speranza dinanzi alla morte e pensare che una cosa è vera. oltre ad essere nel resto più felici di quelli di qui. Questi lo aveva dunque condannato a spingere un masso fino alla cima di un monte. perché per me sarebbe meraviglioso trovarmi là. se incontrassi Palamede. GIUS. dico che è un guadagno. come questi di qui: chi di essi è sapiente e chi crede di esserlo e non lo è. potrebbe essere maggiore di questo? Se uno. quando si dorme senza sogni. Non sarebbe spiacevole. Se dunque la morte è una cosa simile. Ma. sono ormai immortali per il resto del tempo. 3. giudici. Credo che se qualcuno. Radamanto. sui quali è possibile applicare la confutazione. Sisifo aveva rivelato ad Asopo che suo figlio gli era stato portato via da Zeus. ROMA-BARI . Aiace Telamonio e gli altri antichi. come mostra il mito di Er. perché.03_Come vivere. né in vita né in morte e le sue vicende non sono trascurate dagli dei. Minosse. CAMBIANO-MORI • © 2011. che si dice che sentenzino laggiù. Anche nell’aldilà esistono quindi soggetti. qual bene. credo. T174 perché nella sua tenda era stato trovato dell’oro e una lettera di Priamo. se questo è vero. per esaminare colui che ha condotto a Troia il grande esercito o Odisseo o Sisifo3 o gli innumerevoli altri che si possono citare. 2. giudici. Forse nel riferimento ad Agamennone orgoglioso e a Odisseo e Sisifo furbi e astuti. soprattutto quelli morti ingiustamente. LATERZA & FIGLI.qxp:03_come_vivere 836 4-04-2011 20:12 Pagina 836 Come vivere? ha nessuna sensazione di nulla o.

in discesa. ma nell’antichità la resurrezione era attribuita a individui eccezionali quali Aristea di Proconneso. venne raccolto ancora incorrotto. è responsabile della scelta del tipo di vita che egli condurrà. ma sul dorso. monde. Di questo personaggio non si hanno altre notizie. alte nel cielo. Si tratta probabilmente di Minosse.03_Come vivere. altre due. le prime gemendo e piangendo perché ricordavano tutti i vari patimenti e spettacoli che avevano avuti nel loro cammino sotterraneo (un cammino millenario). 620d-621d Il giudizio nell’aldilà Er figlio di Armenio.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 837 Le vie della salvezza 837 T175 Platone: il mito di Er Soltanto nella città giusta i cittadini. contigue. e che lo esortavano ad ascoltare e contemplare tutto quello che c’era in quel luogo. LATERZA & FIGLI. risuscitato. a proposito delle punizioni e dei premi assegnati nell’aldilà. Radamanto ed Esaco. Si scambiavano i racconti. dopo il giudizio. svolgendo le funzioni che appartengono loro per natura. In mezzo sedevano dei giudici2 che. attraverso le altre due passavano altre anime: dall’una. Dopo aver dimostrato che l’anima è immortale. verso l’alto e verso il basso. Glaucone. gli avevano detto che avrebbe dovuto descrivere agli uomini il mondo dell’aldilà. dopo aver loro apposto dinanzi i segni della sentenza. E lì vedeva le anime che. descrive ciò che lì ha visto. CAMBIANO-MORI • © 2011. Epimenide di Creta e il tracio Zalmoxi. ROMA-BARI T175 . E tutte quelle che si conoscevano si scambiavano affettuosi saluti: quelle che provenivano dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste. prese a raccontare quello che aveva veduto nell’aldilà. nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. infatti. mentre le seconde narravano i godimenti celesti e le visioni di straordinaria bellezza. dall’altra. secondo Platone. di cui Platone parla nel mito finale del Gorgia. Con esso Platone tenta di mostrare che sono legittimi la punizione o il premio assegnati ai singoli. oc- 1. è probabilmente di origine pitagorica. 614b-615b. l’anima aveva camminato insieme con molte altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso. Portato a casa. invitavano i giusti a prendere la strada di destra che saliva attraverso il cielo. nessuno sarebbe imputabile o premiabile per essa. i segni di tutte le loro azioni passate. 617b-619e. dove si aprivano due voragini nella terra. di schiatta panfilia1 era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti. se ne andavano per una delle due voragini. Platone Repubblica. appena ritornato dall’aldilà. quelle che risalivano dalla terra. sozze e polverose. Il tema della doppia via. E anche questi avevano. Molto tempo. Liete raggiungevano il prato per accamparvisi come in festiva adunanza. quelle che provenivano dal cielo notizie del mondo sotterraneo. GIUS. quando riprenderà un corpo: se questa scelta dipendesse dal destino o dalla necessità. richiamandosi ad antiche tradizioni religiose. Tuttavia. Ed ecco il suo racconto. a conclusione della trattazione egli si pone il problema: la virtù sarà premiata? La risposta platonica. e di fronte a queste. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e. il dialogo si conclude con un mito: il racconto fatto da un guerriero morto che. dopo avere sostenuto il giudizio. Ciascuno. e gli ingiusti invece a prendere la strada di sinistra. sia del cielo sia della terra. Quando si era avanzato lui. 2. possono perseguire la virtù e diventare buoni. altre che scendevano dal cielo. colloca nel tempo dopo la morte il premio e il castigo delle anime buone e cattive. Uscita dal suo corpo. La Panfilia era una regione dell’Asia minore. E quelle che via via arrivavano sembravano venire come da un lungo cammino.

Il seguito del racconto di Er riferirà che l’ultimo a scegliere era stato Odisseo. ma anche colui che raccoglierà il gettone col numero maggiore tra quelli disponibili e. E un araldo divino prima le aveva disposte in fila. È chiaro che chi raccoglierà a caso il gettone con un numero minore avrà davanti a sé un ambito maggiore di possibilità di scelta. perché tale è la durata della vita umana)3 [. incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale. quali interrotte a metà e concludentisi in povertà. Lachesi sovrintende sul destino passato. Il racconto di Socrate è diretto espressamente a Glaucone. in numero molto maggiore dei presenti5. La virtù non ha padrone. Ce n’erano di ogni genere: vite di qualunque animale e anche ogni forma di vita umana. era salito su un podio elevato e aveva detto: «Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. così come faceva Atropo con la sinistra per i giri interni. Cloto a intervalli toccava con la destra il fuso e ne accompagnava il giro esterno. Ciò è espresso dicendo che ciascuno sceglierà il tipo di dèmone. La scelta del tipo di vita Tre donne sedevano in cerchio a eguali distanze. indicante per ciascuno il turno in cui dovrà scegliere il modello di vita. Le Moire o Parche sono le divinità alle quali Zeus assegna il compito di distribuire a ogni parte dell’universo e. Poiché nel mito le anime si accingono a una nuova reincarnazione. Chi l’aveva raccolta vedeva chiaramente il numero da lui sorteggiato. avevano pagato la pena un caso dopo l’altro. le Moire. e per ciascun caso dieci volte tanto (questo avveniva ogni cento anni. anche se è molto superiore al numero di coloro che debbono effettuare la scelta. ma sarete voi a scegliervi il dèmone. che è uno dei suoi interlocutori nella Repubblica. In particolare. Non c’era però una gerarchia di anime. ROMA-BARI . dopo la rinascita. in abiti bianchi e con serti sul capo. esse devono presentarsi a Lachesi. è inflessibile nel determinare il destino futuro. quali durature. per la bellezza. la Necessità. 4. dal momento che la pena inflitta consiste nel decuplo. Cloto è la filatrice che fila il presente e Atropo è T175 quella che non può mutare direzione e. Sùbito dopo [l’araldo] aveva deposto per terra davanti a loro i vari tipi di vita. salvo Er. GIUS.]. che accompagnerà la sua vita (in forma umana o anche in forma animale). Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. che saggiamente. aveva scelto la vita oscura di un privato. poi aveva preso dalle ginocchia di Lachesi le sorti e vari tipi di vita. anche agli uomini il posto che loro compete. perché l’anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che sce3. La stessa cifra vale anche per le anime buone premiate nell’aldilà. C’erano tra esse tirannidi. la cui scelta determinerà tutta la vita presente e futura. preludio a nuova morte. LATERZA & FIGLI. ciascuna su un trono: erano le sorelle di Ananke. e così pure vite di donne. quindi. La sorte è una specie di gettone contrassegnato da un numero d’ordine. moltiplicati per dieci. secondo che la onori o la spregi. invece. per il vigore fisico in genere e per l’attività agonistica...qxp:03_come_vivere 838 4-04-2011 20:12 Pagina 838 Come vivere? correrebbe per i molti particolari. esilio e miseria. Cloto il presente. Nel ciclo delle reincarnazioni tra una nascita e l’altra intercorrono mille anni. ma la sostanza del suo racconto era questa: per tutte le ingiustizie commesse e per tutte le persone offese da ciascuno. Non sarà un dèmone a scegliere voi. Il numero di questi modelli di vita è limitato. e Lachesi con l’una e con l’altra mano toccava ora i giri interni ora quello esterno4. Anime dall’effimera esistenza corporea. CAMBIANO-MORI • © 2011. le anime dovevano presentarsi a Lachesi. Con ciò aveva scagliato al di sopra di tutti i convenuti le sorti e ciascuno raccoglieva quella che gli era caduta vicino. quindi. E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato. quindi. Lachesi Cloto Atropo. sarà l’ultimo a scegliere. La responsabilità è di chi sceglie. ammaestrato dalle peripezie vissute in precedenza. Questa cifra è ottenuta calcolando come durata della vita umana cento anni. 5. che ha sulle ginocchia le sorti e i modelli di vita.03_Come vivere. il dio non è responsabile». avrà pur sempre più di un modello di vita. tra i quali effettuare la scelta. Al loro arrivo. e vite di gente oscura da questi punti di vista. cui non era permesso di farlo. ciascuno ne avrà più o meno. Atropo il futuro. C’erano pure vite di uomini celebri o per l’aspetto esteriore. Ananke è. o per la nascita e le virtù di antenati. sorta di divinità.

Il resto era tutto mescolato insieme: ricchezza e povertà o malattie e salute. e quale condizione dell’anima a ciò concorra. non cattiva. senza averne abbastanza valutato tutte le conseguenze. Quando l’aveva esaminata a suo agio. Platone riprende un tema ampiamente trattato nel teatro tragico. colui che aveva avuto la prima sorte si era subito avanzato e aveva scelto la maggiore tirannide. per lo più non operavano le loro scelte a precipizio: perché avevano essi stessi sofferto o veduto altri soffrire. ma per sapere sempre scegliere fra tali vite quella mediana e fuggire gli eccessi nell’uno e nell’altro senso. considerate insieme o separatamente. LATERZA & FIGLI. tra coloro che si lasciavano sorprendere in simili imprudenze non erano i meno quelli che venivano dal cielo: perché erano inesperti di sofferenze. GIUS. e altri mali. vedendo se riesce ad apprendere e a scoprire chi potrà comunicargli la capacità e la scienza di discernere la vita onesta e la vita trista e di scegliere sempre e dovunque la migliore di quelle che gli sono possibili: ossia. raccontava Er. E per quanto se ne poteva dire. e c’era anche una forma intermedia tra questi estremi. secondo cui la malattia peggiore dell’anima consiste nel commettere ingiustizia. se cioè un male o un bene. sapere che cosa produca la bellezza mescolata a povertà o ricchezza. chiamando peggiore quella che la condurrà a farsi più ingiusta. caro Glaucone. ma aveva acquistato virtù per abitudine. dunque. ma la sorte e i demoni. Lì. come sembra. discussa a lungo nel Gorgia. Non già incolpava se stesso dei mali. migliore quella che la condurrà a farsi più giusta6. CAMBIANO-MORI • © 2011. e per non patirne lui stesso di ancora maggiori. Essa diventa il criterio direttivo per scegliere bene il tipo di vita: rispetto a esso ricchezza. sia. purché scelga col senno e viva con regola. egli potrà. quello secondo cui la sofferenza subìta nel passato è l’unica guida che consente di scegliere correttamente. la facilità e la difficoltà d’apprendere. e quale effetto producano con la loro reciproca mescolanza la nascita nobile e ignobile. A queste parole. in questa nostra vita. la maggior parte delle anime permutava mali con beni e beni con mali. Invece coloro che venivano dalla terra. tutto insomma eccetto sé. A questa scelta era stato spinto dall’insensatezza e dall’ingordigia. Anche per questo. secondo quanto narrava il nunzio che veniva di là. si percoteva e si lamentava della scelta. Nel descrivere il modo in cui i tipi di vita erano scelti. bellezza e così via devono passare necessariamente in secondo piano ed eventualmente essere escluse. appare tutto il pericolo per l’uomo. Egli apparteneva al gruppo che veniva dal cielo e nella vita precedente era vissuto in un regime ben ordinato. E così non s’era accorto che il fato racchiuso in quella scelta gli riservava la sorte di divorarsi i figli. oltre che per la fortuna nel sorteggio. per quanto è possibile. Così l’uomo può raggiungere il colmo della felicità. per non lasciarsi neppure lì impressionare dalle ricchezze e da simili mali. sia in tutta la vita futura. può disporre di una vita amabile. Abbiamo veduto che è questa la scelta migliore. scegliere una vita peggiore o una vita migliore. Perché se uno. guardando la natura dell’anima. senza tenere presenti le avvertenze dell’araldo divino. proprio in quanto ammaestrati da ciò che si è subìto. Con questa adamantina opinione egli deve scendere nell’Ade. Questo punto richiama la tesi. e se nel momento 6. e ogni altra simile qualità connaturata all’anima o successivamente acquisita. tirando le conclusioni di tutto questo. se impediscono una vita giusta. da vivo come da morto.03_Come vivere. e per questo ciascuno di noi deve stare estremamente attento a cercare e ad apprendere questa disciplina senza curarsi delle altre. Il primo cerchi di scegliere con cura e l’ultimo non si scoraggi». calcolando quali effetti hanno sulla virtù della vita tutte le cose che ora abbiamo dette. per non gettarsi sulle tirannidi e altre condotte del genere e quindi commettere molti insanabili mali. senza filosofia. l’araldo divino aveva parlato così: «Anche chi si presenta ultimo. E tutto il resto lo lascerà perdere.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 839 Le vie della salvezza 839 glieva. la vita privata e i pubblici uffici. Così. quando arriva a questa nostra vita. In quel momento. ROMA-BARI T175 . pratica sempre sana filosofia. la forza e la debolezza.

ma chi non era frenato dall’intelligenza ne beveva di più della misura.03_Come vivere.]. le anime bevono l’acqua del fiume Amelete. che può soffrire ogni male e godere ogni bene. Dopoché tutte le anime avevano scelto le rispettive vite. In essa. egli premise una biografia del maestro. essi si accampavano sulla sponda del fiume Amelete. Dopoché anche gli altri erano passati. sempre ci terremo alla via che porta in alto e coltiveremo in ogni modo la giustizia insieme con l’intelligenza. LATERZA & FIGLI. chi di qua.C. si presentavano a Lachesi nell’ordine stabilito dalla sorte.qxp:03_come_vivere 840 4-04-2011 20:12 Pagina 840 Come vivere? della scelta la sorte non gli cade tra le ultime. e noi attraverseremo bene il fiume Lete e non insozzeremo l’anima nostra. Sapeva soltanto che d’un tratto aveva aperto gli occhi e s’era veduto all’alba giacere sulla pira. più facile preda di questo sortilegio. A ciascuno ella dava come compagno il dèmone che quegli s’era preso. Porfirio elaborò l’edizione degli scritti di Plotino. Era una pianura priva d’alberi e di qualunque prodotto della terra. ma liscia e celeste [. per essere amici a noi stessi e agli dei. non solo di essere felice in questo mondo. Di lì senza volgersi [ciascuno] si recava sotto il trono di Ananke e gli passava dall’altra parte. ROMA-BARI . Via via che uno beveva. Letteralmente significa «pianura della dimenticanza».. si scordava di tutto. il destino che s’era scelto dopo il sorteggio. inseriti in una prospettiva teologica. per indicare la dimenticanza del passato che ogni T175 T176 nuova nascita comporta. era scoppiato un tuono e s’era prodotto un terremoto: e d’improvviso. la cui acqua non può essere contenuta da vaso alcuno. Poi s’erano addormentati. E tutti erano obbligati a berne una certa misura. a confermare. Problema di Plotino è sfuggire al sortilegio del mondo che si fa sentire soprattutto nei confronti del corpo.. sia quando riporteremo i premi della giustizia. quando si assiste a un’imponente ripresa di questi aspetti del platonismo. Ed esso guidava l’anima anzitutto da Cloto. s’è salvato il mito e non è andato perduto. E così. come chi vince nei giochi raccoglie in giro il suo premio. Solo Er non è costretto a bere e perciò può conservare la memoria di ciò che ha visto. Se mi darete ascolto e penserete che l’anima è immortale. Er. T176 Plotino: il corpo All’inizio del IV secolo. tutti si dirigevano verso la pianura del Lete7 in una tremenda calura e afa. Glaucone. sotto la sua mano e sotto il giro del fuso. GIUS. Lui. A essa.. chi di là. eccoli portati in su a nascere. termine che significa «noncuranza». ratti filando come stelle cadenti. e per vivere felici in questo mondo e nel millenario cammino che abbiamo descritto. Poi toccava questo e quindi lo conduceva alla trama tessuta da Atropo rendendo inalterabile il destino una volta filato. La concezione della filosofia come via di salvezza dal corpo e dal mondo torna a farsi sentire con forza nel II e nel III secolo d. Al calare della sera. Si sfiora qui il tema della reminiscenza: questa può aver luogo nella nuova vita se non è stata troppa l’acqua della dimenticanza bevuta in quel momento. aveva ricevuto divieto di bere quell’acqua. sia finché resteremo qui. perché gli fosse guardiano durante la vita e adempisse il destino da lui scelto. secondo le notizie di lì riferite. se gli crediamo. quando. nella quale il racconto di eventi salienti della vita 7. CAMBIANO-MORI • © 2011. Per dove e come avesse raggiunto il suo corpo non sapeva. E potrà salvare anche noi. come avviene per gli stolti. a mezzanotte. ma anche di compiere il viaggio da qui a lì e da lì a qui non per una strada sotterranea e aspra. ha buone probabilità.

Ciò che Plotino rifiuta è un ritratto che limiti le sue pretese alla riproduzione di una somiglianza puramente corporea. aveva l’aspetto di uno che si vergogni di essere in un corpo. 1-9 Plotino. infatti. una pratica diffusa nell’impero soprattutto a opera del pitagorismo. copiando dall’immagine che gli s’era fitta nella memoria e Amelio lo coadiuvava a correggere il disegno. e. ciò che un pittore o uno scultore imitano. per portarlo alla rassomiglianza. Pur essendo afflitto spesso da coliche. il suo rifiuto. Infatti. 3. ma voi pretendete addirittura che io consenta a lasciare una più durevole immagine di tal simulacro. rispose: «Non basta dunque trascinare questo simulacro di cui la natura ci ha voluto rivestire.03_Come vivere. CAMBIANO-MORI • © 2011. finché gli fui vicino. dopo che io feci vela. ma dei suoi tratti ideali. e Plotino non ne seppe nulla.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 841 Le vie della salvezza 841 s’intreccia con il proposito di costruire il ritratto esemplare del vero filosofo. 2. Porfirio presenta l’opera del pittore Carterio come imitazione non del corpo sensibile di Plotino. a casa. più vivamente impressiona3. ad entrare nelle riunioni e incontrare. infuriando. il quale sollecitava il suo consenso a che gli si facesse il ritratto. Ma Amelio indusse il suo amico Carterio. vecchio com’era. il ritratto. egli mostra le ambivalenze di questo rapporto. e l’abituò a coglierne – con attenzione sempre crescente. dell’estasi. non è un singolo oggetto sensibile. in seguito. ma. così. da parte di Plotino. come aveva detto Platone nella Repubblica. il più valente pittore di quel tempo. né tollerò lavaggi – diceva che a lui. per conseguenza. sorgendo dallo sguardo. egli trascurò tale cura e si procurò così. La teriaca era un composto farmaceutico di varie sostanze. non conveniva sottoporsi a tali cure – né s’indusse mai a ricorrere al rimedio della teriaca. aveva ritegno a narrare della sua nascita. 4. Amelio era un discepolo di Plotino. Porfirio mette al centro della sua esposizione il rapporto di Plotino con il suo corpo e. a lungo andare. come se fosse davvero qualcosa che valga la pena vedere?» Di qui. può essere eseguita anche dal pittore e dallo scultore T57. ROMA-BARI T176 . Porfirio vuole mostrare nel vivo della figura e della vicenda di Plotino l’itinerario di distacco dal corpo sino al raggiungimento. Veramente. patria sono cose o eventi che riguardano il corpo e in quanto tali sono estranei al vero io di Plotino. Carterio dipingeva. Sdegnava a tal punto l’assoggettarsi a un pittore o a uno scultore che ad Amelio2. dei suoi genitori. In virtù di tale disposizione spirituale. ossia l’immagine impoverita di una realtà superiore. della sua patria1. la malattia infierì tal- 1. Ond’è che la genialità di Carterio ci diede un ritratto somigliantissimo. LATERZA & FIGLI. In particolare. di frequentare le riunioni). ma da un esemplare ideale. per il filosofo. in momenti eccezionali e rari. nascita. una fierissima angina. GIUS. Sin dall’inizio. non voleva saperne di posare. il filosofo dell’età nostra. ché anzi – diceva ancora – neppure dalla carne degli animali domestici egli traeva il nutrimento4. diversamente da quanto aveva pensato Platone. ma quando la peste. della teoria platonica dell’arte come imitazione. ma al di sopra di essa si colloca l’imitazione del modello ideale e questa. genitori. Porfirio Vita di Plotino. Plotino stesso aveva detto che anche Fidia aveva modellato la sua statua di Zeus a partire non da un soggetto umano in carne e ossa. portò via le persone a ciò addette. ma al tempo stesso affiora il riconoscimento che anche il corpo è traccia e immagine di una realtà superiore a esso. – tra tutte. Per comprendere il rifiuto di Plotino a farsi ritrarre. a chiunque lo volesse. quanto piuttosto il modello ideale di esso. Emerge netta la consapevolezza dell’inferiorità e dell’estraneità del corpo rispetto al vero io. in maniera sostanzialmente fedele ai fondamenti teorici del lavoro del maestro. tra le quali anche carne di vipera. Conformemente alla teoria plotiniana dell’arte. non si era manifestato ancora sintomo alcuno. sicché il ritratto del corpo sarebbe soltanto imitazione di un’immagine. Porfirio sottolinea il vegetarianesimo di Plotino. Rifuggiva dai bagni che sostituiva con quotidiani massaggi. Secondo Plotino. occorre tener conto della radicale modificazione. Il corpo non è che un simulacro. il maestro (poiché era consentito. ossia dell’unione con il principio divino. quella ideal figura che.

Per questo. sì. Il necessario per vivere non gli era solo fornito dai beni di Zethos. IV. in quanto collegata in maniera più stretta al corpo. ed anche perché gli amici ne sfuggivano l’incontro – egli aveva l’abitudine di salutarli tutti baciandoli – si allontanò dalla città e. ciò conduce a porre l’ulteriore questione dell’efficacia delle operazioni magiche. quella stessa parte vi soggiace. egli vi soggiace. di un complesso più ampio che tratta il problema dell’anima. e riconosce che soltanto l’anima irrazionale. la vista gli s’annebbiò. LATERZA & FIGLI. se è vero peraltro che l’amore dipende dal consenso che l’anima più alta dà alla passione dell’anima inferiore. può subire l’influsso della magia. D’altra parte. andò a dimorare nella tenuta rustica di Zethos.03_Come vivere. 5). Plotino introduce la distinzione tra due livelli dell’anima. ma in quanto v’è d’irrazionale nella sua umanità completa. meglio. Per Plotino.qxp:03_come_vivere 842 4-04-2011 20:12 Pagina 842 Come vivere? mente – a quanto me ne riferì. Diverso. Il quarto trattato della IV Enneade è il ventottesimo su un numero totale di 54. il mondo esercita una sorta di influenza magica sul corpo e sulla parte irrazionale dell’anima. ma gli proveniva anche da Minturno. sia dei dèmoni. invece. o. Ma le erbe incantate non provocano amori in lui. poiché a Minturno Castricio aveva le sue proprietà. allora. infatti. recatosi nella Campania. conformemente del resto alle credenze diffuse nel suo tempo. In particolare. attribuendo un maggior potere all’anima razionale. le mani e i piedi si copersero di piaghe. 4. al mio ritorno. è anche affrontata la questione dei rapporti tra l’anima e il mondo sensibile. in quella parte. Come però per T176 T177 CAMBIANO-MORI • © 2011. Per quanto riguarda gli effetti della magia sul corpo Plotino. rendendole del tutto inefficaci. è il caso dell’anima. Eustochio dimorava allora a Pozzuoli e perciò giunse tardi – me lo raccontò lui stesso – al capezzale del maestro. Plotino Enneadi. e mentre un serpente sgusciava sotto il letto in cui giaceva il filosofo e si nascondeva in un buco ch’era là nel muro. uno razionale e uno irrazionale. Porfirio fornisce un elenco dei suoi scritti secondo l’ordine cronologico nel quale furono composti. Plotino può individuare in questa lo strumento capace di reagire alle forze magiche ostili e di dissolverle. Eustochio. già morto. 229-235 Com’è influenzato il savio da magie e da erbe incantate? Ecco: con l’anima egli è insensibile al fascino della magia e la sua parte razionale non ne subisce l’influenza e non altera i suoi giudizi. vecchio amico suo. pare disposto a riconoscere questa efficacia. Esso fa parte. ROMA-BARI . l’amico che gli restò accanto sino alla morte – da togliere anche alla voce quel suo timbro vibrato ed armonioso: parlava rauco. Dal momento che Plotino condivide la dottrina stoica del legame di simpatia tra tutte le cose. Per chiarire questo punto. 3 e IV. Che disse: «Vedi: t’ho aspettato!» Aggiunse poi che cercava di far risalire il divino ch’è in noi al divino ch’è nell’universo. E venne a morte. GIUS. però. insieme ad altri due trattati (IV. sia degli uomini. egli rese lo spirito. T177 Plotino: la magia del mondo sensibile Nella biografia di Plotino. da quelli di Castricio.

è propria dell’intelletto e. e solamente ciò che si orienta su di se stesso è libero della malia. nella sua forma più alta. Da siffatti malefici. ma questo orientamento verso l’interno trova compiuta realizzazione proprio nella contemplazione. se ciò che in lui è parte dell’universo. ma coi filtri ch’essa affattura1. nuziali sollecitudini esercitano una visibile allettativa con tutto quello che adesca gli uomini poiché riesce dolce alle loro brame. Le azioni miranti a non soffrire hanno per movente la paura. non sono immuni da affezioni neppur loro. Sì. 3. per contro. è lui stesso2. Che poi un’influenza non sia immediata ma tardiva. poiché quell’essere cui s’è rivolto. Le azioni. quindi.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 843 Le vie della salvezza 843 incantesimi l’irrazionale s’appassiona. l’una con l’altra. incantando alla sua volta con nuovo e opposto incantesimo. e quindi lo stesso mondo naturale.. poiché egli è unità. può esercitare un effetto di sortilegio o di illusione. In questa situazione. così l’«io» vero del savio. La contemplazione. 2. Le azioni – o mosse dall’ira o dalla bramosia – appartengon parimenti. finalmente. Il sortilegio. poiché. Ond’è che ogni azione pratica s’impiglia nella trama incantata e così è di tutta la vita dell’uomo pratico: poiché egli cade nell’eccitazione di ciò che l’ammalia [. Le passioni. in ogni caso. ROMA-BARI T177 . Ma essa sola ci avanza. Dove invece l’orientamento è verso l’interno di se stessi. Che cosa apprende. del resto. questo non è difforme dalla natura. son più vicini quaggiù e in quanto essi sian proclivi alle cose terrene. prodotto dalla magia e in generale dagli oggetti esterni. In senso ristretto. che quindi fa tutt’uno con se stesso. il suo «io». che si trovano proiettate fuori di sé in relazioni reciproche. in greco theorìa. non è assurdo attribuire a costoro ricordi e percezioni. l’oggetto dell’intelletto è l’intelletto stesso. li si può con incanti evocare e trarli giù. saprà dissolvere in quel punto le forze ostili. essi sono gli effetti delle operazioni magiche praticate da uomini. per la loro parte irrazionale. anche con l’ausilio di dèmoni. soggiace all’incantesimo. GIUS. tra i dèmoni. non è dunque possibile soggiacere alla malìa di ciò che è altro da esso. quelle che si fanno per amore del più. CAMBIANO-MORI • © 2011. In verità. è l’oggetto della contemplazione. lo incanta e lo trascina. I dèmoni. magicamente. Esse sono. non è il nostro proprio «io». Plotino usa i concetti di sortilegio e di illusione con ampia estensione di significati.]. in sostanza. ma. maggiore è l’allontanamento dalla dispersione nella molteplicità che caratterizza il mondo sensibile. ma il punto di partenza è segnato dall’irrazionale e si fa innanzi la passionalità coi suoi presupposti. sono il segno tangibile di questa irrazionalità e denunciano quindi l’inferiorità della prassi rispetto alla theorìa. naturalmente. ossia l’ambito della prassi.. soggette a influenze da parte di ciò che è esterno all’io e pertanto non appartengono in senso pieno al dominio della pura razionalità. 1. disincantata. sono costitutivamente legate a un territorio di relazioni tra individui. LATERZA & FIGLI. nondimeno. tutto ciò che si volge a un altro essere cade in sua balia. esso perde ogni efficacia. la cupidigia3. Il problema è di sfuggire a queste influenze e la via di uscita è ravvisata nell’attività teoretica. la contemplazione! Gli è che nessuno che sia rivolto su di se stesso. può ben subire influenze da un’altra parte o dal tutto stesso. egli non può soffrire altro che morte o malori o quant’altro v’è di corporeo. in quanto più alto è il livello di questa. dàn retta a chi li chiami quanti. resta illeso. Lì. in senso più generale. che accompagnano le azioni.03_Come vivere. Plotino ritiene che ogni entità estranea al vero io. ha efficacia soltanto dove sussiste una molteplicità di enti o cose. nell’azione. non spazialmente. chi si volge fuori di sé? Ecco: costui è travolto non già da arti di maghi ma da arti di natura la quale offre la sua illusione e incatena le cose. ai nostri moti irrazionali. certo: cure ansiose di figli. e la ragione non soggiace all’illusione. crea la sua propria vita e la sua propria opera. attività politica e caccia alle cariche non fan che provocare la smania di dominare ch’è in noi. ma crea il dovere. non è il nostro spirito razionale che segni l’impulso.

di contemplarlo. era già sfiorato il tema della theorìa. pronto alla visione1. che gli uomini non agiscono se non in vista di un bene. Ma questo è possibile solo entro di sé. invece. l’anima è pacata e nulla cerca come colei che è sazia. ossia nell’anima e il modo in cui un oggetto può essere posseduto entro l’anima è appunto la contemplazione. Plotino perviene a un totale capovolgimento delle relazioni tradizionalmente stabilite tra azione e contemplazione. più calma ancora è la contemplazione. per possederlo quale frutto della loro azione. tant’è vero che. Plotino condivide questa gerarchia: anche ai suoi occhi la contemplazione possiede un valore superiore. sulla scorta di una lunga CAMBIANO-MORI • © 2011. Ma poiché il mezzo è subordinato al fine e pertanto ha minor valore del fine. in quanto mezzo. anzi. presente nell’anima. la sicurezza di possedere. impotenti a raggiungere qualche cosa per diritta via. essi restino 1. Ciò significa che l’esecuzione degli atti. la contemplazione. in buona sostanza. che Plotino. cerchino poi di conquistarla con un giro smarrito. mentre è possibile averlo sotto forma di contemplazione di esso. La forma più alta di contemplazione consiste nel far tutt’uno tra chi conosce e ciò che è conosciuto. Giacché. di conoscere quel dato oggetto. Ogni azione trova pieno compimento soltanto nell’osservazione e nella contemplazione dei risultati che essa ha prodotto. che il soggetto conoscente (oramai si vuol passare a discutere sul serio) quanto più lo conosce. anche la produzione di un oggetto. E più è chiara questa certezza. bensì la prassi stessa come una forma indebolita di contemplazione. aveva sostenuto la tesi che la contemplazione è anch’essa una forma di attività e. ROMA-BARI . precisando che il perseguimento di un bene consiste nel voler possedere questo bene nel modo più intimo. di cui è fatta un’azione o una produzione. GIUS. evidentemente. né per rinunziare ad esso. ed ecco. anche l’azione. questo bene? Nell’anima. l’attività più alta. Ed ecco.03_Come vivere. 2. infatti. appunto perché ha. e non già poi perché questo bene resti fuori di loro. esso vi giace dentro. quindi. qui Plotino aggiunge in più l’identificazione del fine con il bene. la contemplazione come il fine al quale mira qualsiasi azione. qual finalità mai. anche per coloro che agiscono. dunque. costretta a un lungo giro prima di pervenire alla contemplazione degli oggetti che le sono propri e. quanto più sarà nell’anima. quando pur essi abbian raggiunto l’oggetto a cui aspirano. Nell’anima non è possibile possedere un oggetto in carne e ossa. come dopo un giro. avrà minor valore della contemplazione. precisamente. infatti. Rispetto all’argomentazione precedente. e i risultati T178 di questi stessi atti sono soltanto il mezzo rispetto al fine che è la theorìa.qxp:03_come_vivere 844 4-04-2011 20:12 Pagina 844 Come vivere? T178 Plotino: azione e contemplazione L’ottavo trattato della III Enneade fu composto da Plotino subito dopo i tre trattati sull’anima (un estratto da essi compare nel testo precedente). Questa situazione è caratteristica dell’intelletto. In essi. e la contemplazione – quella contemplazione che è in una siffatta situazione – vi si adagia nell’intimo dell’anima. infatti. in quanto essa adduce ad una unità sempre maggiore. ma quella. Plotino Enneadi. bramarono di raggiungere? Non certo quella di non conoscere. Plotino dimostra l’inferiorità dell’azione rispetto alla contemplazione per mezzo del concetto di fine. Allora. anzi. 36-40 L’azione sussiste per amore di una contemplazione e di una visione. s’è di nuovo piegata a contemplazione2. finalità è la contemplazione: come se essi. ciò che essa accoglie nell’anima – la quale è ragione – che altro sarà mai se non una tacita ragione? E tanto più sarà ragione. 3. 8. incapace di quella visione diretta che caratterizza invece la contemplazione vera e propria. Ma dove si trova. che ora in questo trattato diventa l’argomento principale. che l’azione. Egli interpreta. anzi. In verità. È un fatto. inoltre. appunto perché. LATERZA & FIGLI. III. così. ma allo stesso tempo interpreta la contemplazione non come una forma di prassi. del resto. Sino a quando. tanto più si fa tutt’uno con l’oggetto conosciuto3. ma. in particolare. Aristotele.

che erano state dimenticate. non creano nulla. in realtà. LATERZA & FIGLI. Alla conoscenza delle idee si arriva partendo non da ciò che è esterno all’anima. pur essendo presenti nell’anima. 4. CAMBIANO-MORI • © 2011. lo enuncia e lo ha lì pronto.03_Come vivere. La conoscenza propria di essa consiste allora nel passare da un oggetto all’altro e nel collegarli. Porfirio.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 845 Le vie della salvezza 845 due. Ma il culmine del ritorno all’Uno è rappresentato dall’estasi. così anche il momento conclusivo dell’ascesa verso l’Uno può essere descritto soltanto con immagini. allorché l’oggetto è stato unificato da essa mediante appropriazione e si è pur. Questo schema riflette il percorso che l’anima umana deve percorrere per ricongiungersi al Principio. alle ipostasi. ordina gli scritti del maestro secondo uno schema didattico di passaggio progressivo dal piano del sensibile. ossia l’uscire da sé. che caratterizza la conoscenza intellettuale. VI. sino all’Uno. 72-77 La visione è ben difficile ad esprimersi. considerarlo come altro. da se stessa e per tramite di pensiero discorsivo scorge tale oggetto come qualcosa di estraneo e di differente da se stessa4. si affronta il problema del momento decisivo dell’ascesa verso l’Uno. e una conoscenza inferiore discorsiva. nessuna delle quali è pienamente adeguata. nativamente. intitolato Il Bene o l’Uno. Su questo punto Plotino riprende la teoria platonica dell’apprendimento come reminiscenza T20. Vero è che l’anima. fino al punto che lo ritrovi essenzialmente suo. consistente nel diventar uno di soggetto e oggetto. ella si estrania. per qual via si potrebbe dar notizia di Lui come di un diverso. a portata di mano: gli è che lo possedeva di già. Infatti. infatti. benché esso sia uno dei primi composti da Plotino. Descriverlo significherebbe. T179 Plotino: l’estasi Nella sua edizione degli scritti di Plotino. GIUS.. in certa guisa. annullarsi come alterità per identificarsi con esso. Plotino ritiene che. In questo trattato.] tradizione. quando chi vide non lo vide diverso nell’atto della contemplazione ma lo vide una cosa sola con se stesso? [. ROMA-BARI T178 T179 . determinato in se stesso. soggetto e oggetto saranno l’uno diverso dall’altro: in modo che si ha. considera superiore alla pura e semplice anima.. ma sia invece reso tutt’uno con l’anima di colui che apprende. infatti. mentre la visione finale o estasi. per così dire. Plotino distingue quindi tra una conoscenza intellettuale superiore. la contemplazione che non seppe ancora appropriarsi tale dualità fa pensare a quei concetti che. 9. Il processo di appropriazione di un oggetto da parte dell’anima raggiunge dunque il suo culmine a livello dell’intelletto. una semplice giustapposizione. Plotino Enneadi. è essere tutt’uno con l’Uno. come l’Uno è propriamente ineffabile e può essere nominato e descritto soltanto per via negativa o indiretta. da cui tutto deriva. Attraverso questa separazione l’anima considera l’oggetto come qualcosa di distinto e altro da sé. bensì da una rimemorazione interna a sé delle idee. Porfirio colloca questo trattato. di carattere intuitivo. Ecco perché si esige che il concetto non sia qualcosa che derivi dal di fuori. propria dell’anima. ed ora lo riconquista con l’apprendimento e a furia di vederselo lì. come ultimo. attraverso immagini. nondimeno. È propria di questa la scissione di quell’unità tra soggetto e oggetto.

della maniera onde si lascia contemplare quell’altissimo Iddio. allora. capace di veri e propri miracoli. e che solo con il simile il simile si fonde3. pure. e non trascurerà nulla di tutto quel contenuto divino che l’anima sua riesce a serrar dentro. CAMBIANO-MORI • © 2011. grazie anche a pratiche teurgiche. penetrato nell’interno dell’invarcabile penetrale. Proclo stesso apparirà ai suoi discepoli come dotato di poteri di guarigione e di intervento sui fenomeni naturali. 1. ma non c’era nemmeno ragione né pensiero alcuno. non c’era neppure Lui stesso. Anche se non vi entra. un saggio sacerdote. poiché non erano due. una allusione velata di Vari sapienti. poiché non c’era in Lui alcun movimento: non animosità. quelle statue che sono. insomma. ove mai riuscisse a ricordare. gli si faranno innanzi per prime. a rendersi simile al dio. tra chi agisce e chi subisce. ma Plotino ha anche presente la descrizione del filosofo. La visione comporta infatti una dualità tra chi vede e ciò che è visto. abbia lasciato alle spalle le statue rizzate nel tempio. per certo. non con una immagine. Pure lì non ci fu certo una visione pura e semplice ma una visione in un senso ben diverso: estasi. così nell’estasi non si è propriamente se stessi. ma non in quanto ci si disperde nella molteplicità del mondo sensibile. L’estasi è perdita di identità. Ora. possederebbe presso di sé una immagine di Lui. 2. in quel momento. trascendente rispetto all’essere stesso. che deriva da lui. che è la suprema identità oltre ogni individualità e molteplicità. al di là del coro delle virtù: somiglia a uno che. ma “unito”)1. può ben giungere alla verace visione del penetrale sol che entri lì dentro. se cioè pensa che questo penetrale sia qualcosa d’invisibile. Come l’Uno è al di là dell’essere. quasi trasformato nella stessa immobilità. bensì in quanto ci s’identifica con l’Uno. quando egli uscirà di nuovo dal penetrale. LATERZA & FIGLI. per chi ha valicato tutto.qxp:03_come_vivere 846 4-04-2011 20:12 Pagina 846 Come vivere? Ora. data da Platone nel Teeteto. come contemporaneamente avveniva nei racconti agiografici delle vite dei santi cristiani. e semplificazione estrema e dedizione di sé e brama di contatto e quiete e studio di aggiustarglisi ben bene. Parlare di «visione» è esprimersi in maniera inadeguata. chi divenne tale. nel senso di perdita di ogni individualità. ROMA-BARI . dico. L’estasi non comporta affatto una forma di conoscenza. già prima della visione. poi. quando si fuse con Lui. e non serbava in sé nessuna differenziazione né in confronto a se stesso né in rapporto alle altre cose. egli le ha oramai valicate. La tesi che la conoscenza avviene tra simili era già stata enunciata da Empedocle. era una cosa sola con l’oggetto visto (non “visto”. tutto questo è una pallida immagine. se è proprio inevitabile dire questa enormità!2 E invece. Persino le cose belle. cioè. e il resto.03_Come vivere. GIUS. solo così si può vedere ciò che si trova nel penetrale. tutto dilegua per lui. mentre l’estasi è l’istante in cui non c’è più distinzione tra un soggetto e un oggetto. Il resto. che comprenda l’allusione. è proprio Colui che è anteriore al tutto. dopo l’intima visione e dopo la comunione superna non con una statua. egli corre già al di sopra del bello stesso. il veggente. anzi. ma con Lui stesso. asceso a quell’altezza. sicché. quelle statue che. 3. visioni di second’ordine. ma se uno guardi in altra maniera. essa è addirittura T179 un andare oltre l’essere. quasi rapito o ispirato. I filosofi neoplatonici tenderanno sempre più a presentarsi come anelli di mediazione tra il mondo umano e quello divino. che aspira alla homòiosis. ma egli stesso. Egli però era già uno di per sé. egli saprà tuttavia che solamente il Principio vede il Principio. non brama di nulla erano in Lui. lo pretenderà dalla visione stessa. egli è entrato silenziosamente nell’isolamento e in uno stato che non conosce più scosse e non declina più dall’essere di Lui e non si torce più verso se stesso compiutamente fermo. la Sorgente e il Principio.

Il testo di Marino pare confermare che il suo tempio. Egli. quanto la Vita di Apollonio di Tiana. guariva facilmente. quand’era ancora fanciulla e viveva in casa dei genitori fu colpita da una grave malattia che neppure i medici erano in grado di curare. vissuto nel I secolo d. nel 485. infatti. non diversamente che in questa occasione.. che possono essere realizzate in quanto l’operatore di esse è in grado. §§ 29. salì al tempio di Asclepio2 per intercedere presso il dio in favore dell’ammalata. figlia di Archiada e di Plutarca.. Si tratta di azioni straordinarie. nostro benefattore. 2. Mentre egli pregava secondo il rito più antico. In questo senso. nato a Neapoli in Samaria. altro personaggio straordinario. Compì tale genere di azioni. anch’egli molto sapiente. e il suo culto sopravvivevano ancora nell’Atene della prima metà del V secolo. si tratta di un tipo di letteratura che lascia ampio spazio al meraviglioso e al miracoloso. scrisse una sorta di encomio biografico intitolato Proclo o sulla felicità (nota come Vita di Proclo).]. La biografia termina. Come il santo cristiano. si avrebbe molto da raccontare anche sulle azioni teurgiche di quel beato1. vero miracolo persino a udirsi. come malattie o siccità e così via. che in lei sola aveva speranza per una discendenza. LATERZA & FIGLI. in quanto dio. Esso è un parallelo pagano delle agiografie. anche il vero filosofo pagano è un intermediario tra la divinità e gli altri uomini. all’estrema ancora di salvezza.. con la registrazione delle posizioni delle costellazioni al momento della sua nascita: il mondo divino degli astri appare così aver influito in maniera decisiva nel fare di Proclo un uomo divino. scritta da Filostrato nel III secolo. composte dai cristiani in questa stessa epoca. com’era naturale. Discepolo di Proclo. A quel tempo infatti la città godeva della sua presenza: il tempio del salvatore non era stato ancora saccheggiato. preso con sé il grande Pericle di Lidia. 34-35 Volendo dilungarsi. visse nella seconda metà del V secolo. Marino Vita di Proclo. infatti. come era solito fare nei casi più gravi. ossia delle biografie dei santi. Proclo si recò da Asclepigenia e la trovò appena liberata dalle sofferenze che possedevano il suo corpo e in buona salute. Gli eventi con queste caratteristiche sono visti come la conferma del rapporto privilegiato intrattenuto dal santo o dal pagano uomo divino con la divinità. il salvatore. e moglie di Teagene. CAMBIANO-MORI • © 2011. Terminato il rito. capace di rivolgersi a essa nel modo adeguato e di operare miracoli grazie al favore divino. o meglio dal filosofo come unico salvatore. Poiché i medici non avevano speranze. mediante determinate pratiche. di smuovere gli dèi e di farli intervenire in determinate faccende umane. subito dopo la morte del maestro.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 847 Le vie della salvezza 847 T180 Marino: i miracoli di Proclo Marino. che conferma la persistenza delle credenze astrologiche in queste cerchie di pagani colti. con la stesura dell’oroscopo di Proclo. Asclepigenia. operatore di miracoli. 1. Archiada. divine.03_Come vivere. si affliggeva e piangeva. ne citerò solo una delle numerosissime. l’Asclepieion. lo supplicò con insistenza di pregare senza indugio per la figlia. Dopo il 450 questo tempio fu trasformato in una chiesa cristiana. si manifestava un cambiamento generale nelle condizioni della fanciulla e si verificava all’improvviso un miglioramento. andò. ROMA-BARI T180 . GIUS.C. di nascosto alla folla e non offrendo nessun pretesto a coloro che volevano tramare contro di lui [. Asclepio era considerato dio della medicina e come tale riceveva l’appellativo di «salvatore». l’antecedente più appropriato della biografia di Proclo non è tanto la vita di Plotino scritta da Porfirio. Ma tratto tipico della biografia scritta da Marino è la conclusione.

ritrovato a Nag-Hammadi. Il nodo ascendente era nello Scorpione a 24° 33’. Un’ipotesi è che si tratti di estratti da uno scritto più ampio. GIUS. «materia»). composto verso la metà del II secolo da un discepolo di Valentino e noto anche a Ireneo. Il mezzo del cielo era nel Capricorno a 4° 42’. né in quello mediano. ma nel primo assoluto. La precedente congiunzione era nell’Acquario a 8° 51’. abbiamo esposto la configurazione degli astri quale era al momento della sua nascita. L’oroscopo era nell’Ariete a 8° 19’. dalla disposizione degli astri sotto la quale è nato. LATERZA & FIGLI. Il Sole La Luna Saturno Zeus Marte Venere Mercurio  › § ∞ ¢ ™ ¡ era era era era era era era nell’Ariete a 16° 26’. Il Trattato tripartito è stato pubblicato in due volumi nel 1973 e nel 1975. e ora conservato nel Museo Copto del Cairo. Nelle correnti gnostiche la via primaria della salvezza è invece riposta in una conoscenza riservata da Dio a pochi eletti. Esso è in lingua copta. Il titolo è stato dato dagli editori moderni.qxp:03_come_vivere 848 4-04-2011 20:12 Pagina 848 Come vivere? Abbiamo mostrato come l’attività del suo animo procedesse conforme alla virtù perfetta e come sia stata fornita in modo conveniente di tutti gli altri beni divini e umani. che ne tenne conto nella sua opera Contro le eresie. T181 Anonimo: la gerarchia umana degli gnostici Il testo gnostico qui presentato fa parte del codice I. ROMA-BARI . gli psichici e i pneumatici (da T180 T181 CAMBIANO-MORI • © 2011. nel Toro a 24° 23’.03_Come vivere. ma quella del cristiano che ha accolto la rivelazione contenuta nei libri sacri e ha il suo vero maestro in Cristo. nell’Acquario a 4° 42’. un pellegrino che deve ancora raggiungere la sua meta collocata nell’aldilà. ma dovette essere stato tradotto dal greco. in una vita perfetta. nei Pesci a 23’. attribuito a un solo autore. in Egitto. anche perché sulla terra l’uomo è solo in viaggio. L’autore distingue tre tipi di uomini: gli ilici (dal greco h`yle. nel Toro a 24° 41’. nel Sagittario a 29° 50’. convinti dell’unità di questo testo. nei Gemelli a 17° 29’. Affinché anche i più esigenti possano concludere. che la sorte che ha scelto della sua vita non cadeva nello stadio più basso. La vita umana e il volere di Dio Con l’affermarsi del Cristianesimo s’impone anche la convinzione che la vera vita non è più quella del filosofo. Solo qui è possibile trovare la vera salvezza.

CAMBIANO-MORI • © 2011. come colui che gli è rimasto contrario. in conformità della confessione dell’esistenza di colui che è elevato al di sopra di essi. La stirpe ilica. Ognuna di queste tre stirpi si riconosce dal suo frutto. Anonimo Trattato tripartito. Il periodo psichico è quello dei profeti ebrei. e la ilica. egli distingue tre periodi nella storia dell’umanità. In corrispondenza a ciò. mentre (questa stirpe) non era lontana dalla speranza – in conformità della promessa –. cioè: la pneumatica. In generale però risultò vincitrice la concezione secondo cui alla salvezza sono chiamati tutti gli uomini. si ritenne soddisfatta avendo ricevuto. ROMA-BARI T181 .03_Come vivere. essa acquista subito la salvezza: sarà salvata subito a motivo del pensiero della salvezza. invece. sia per la sua stessa costituzione. protesi nella ricerca della verità. «soffio vitale» o «spirito»). non soltanto una ristretta minoranza. e i pneumatici. in quanto essa non ha accolto più la sua unità ed è piena di odio verso il signore che si rivela1. trovandosi nel mezzo sia per la sua origine. così essi furono prodotti da lui. In tal modo. La stirpe psichica. come preten1. ma esclusi dalla pienezza. (esitò) a precipitarsi verso di lui con fede. è «straniera» sotto ogni aspetto: in quanto è oscurità. GIUS. 14 . 9 L’umanità è divisa in tre specie in base alla natura (di ognuna).qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 849 La vita umana e il volere di Dio 849 pnèuma. Il periodo ilico è quello dei filosofi. non erano conosciute prima: fu l’avvento del Salvatore che illuminò i santi su se stessi e rivelò di ognuno ciò che è. l’ilica infine fa tutt’uno con l’oscurità ed è ostile alla luce. Il periodo pneumatico è quello di Cristo che viene nel mondo per dare la conoscenza a quanti ne sono meritevoli. al sorgere della luce si scarterà poiché il suo apparire la distrugge. ma incapaci di trovarla e perciò in disaccordo tra loro. e in conformità della preghiera e della ricerca a suo riguardo. ma che non riuscirono a comprendere il Logos e la sua incarnazione. siano essi angeli oppure uomini. ha un doppio aspetto a seconda della sua determinazione al bene o al male. indirizzati dal demiurgo sulla via giusta. gli psichici. mentre quella psichica è una luce soltanto derivata. per così dire come un pegno. la salvezza è stata apportata ai pneumatici nella sua integralità. tuttavia. (Se) essa accoglie subito l’allontanamento (dal male) e con sollecita premura corre verso i beni prodotti dal Logos secondo il suo primo pensiero – quando si ricordò dell’Altissimo e pregò per la salvezza –. La stirpe pneumatica – essendo luce da luce. accolse con sollecitudine la conoscenza per mezzo della rivelazione. Esse. infatti. mantenendo il tipo della triplice disposizione del Logos dalla quale furono prodotti gli ilici. essendo una luce che viene dal fuoco. Le tre stirpi sono distinte in base al grado con cui partecipano della luce (associata alla conoscenza e alla rivelazione). La stirpe pneumatica. al contrario. allo stesso modo in cui fu prodotto lui. La stirpe psichica. e gli ilici destinati alla distruzione. e spirito da spirito – allorché apparve la sua testa si precipitò verso di lui per incontrarlo: diventò come un corpo davanti alla propria testa. LATERZA & FIGLI. mentre gli psichici sono salvi. mentre la ilica riceverà la perdizione sotto ogni aspetto. anch’essi otterranno la salvezza come coloro che furono prodotti in conseguenza della disposizione: costoro sono buoni.120. esitò a ricevere la conoscenza di colui che le si era rivelato in modo sovrabbondante. riceverà integralmente la salvezza sotto ogni aspetto. 118. la conferma delle cose future. in particolare la pneumatica gode della luce perfetta (luce da luce). nonostante fosse stata istruita abbondantemente dalla viva voce. la psichica.

consapevole del male che ero e inconsapevole del bene che presto sarei stato. in cui Agostino si sa impaniato. CAMBIANO-MORI • © 2011. non più il filosofo. e lo hanno ancora oggi quando le rileggo». esaltandole con lodi fino al cielo.qxp:03_come_vivere 850 4-04-2011 20:12 Pagina 850 Come vivere? devano i filosofi. Avendo prescienza. grazie all’intervento di Dio. Io fremevo nello spirito. verso le quali tutte le mie ossa gridavano3 che si doveva andare. per vivere. 19-20. a cui Agostino si rivolge incessantemente nel corso dell’opera. Il punto culminante di esso è la conversione narrata nelle pagine che seguono: essa è la guarigione dovuta al Dio salvatore. infatti. Io insanivo soltanto. 2. Mi ritirai dunque nel giardino. VIII. Dio sa quale sarà l’esito del conflitto interiore che Agostino avverte dentro di sé. dirà che esse «cantano la lode del Dio giusto e buono in ogni mia cattiva e buona azione. non l’abitava. È Dio. ebbero questo effetto su di me quando le scrissi. 28-29 Annesso alla nostra abitazione era un modesto giardinetto. per rinsavire. Il termine confessio compendia dunque almeno due significati: da una parte. Essi hanno dunque un contenuto autobiografico.03_Come vivere. ma inserito nel quadro della vicenda esemplare del passaggio dal peccato alla salvezza. Verso la fine della sua vita Agostino. sdegnato del più torbido sdegno perché non andavo verso la tua volontà e la tua alleanza. anche filosofica. 8. senza macchie. le Confessioni raccontano un itinerario. e morivo. che non è soltanto intellettuale. ma non ancora dalla conoscenza del bene. ma coinvolge il cuore e i sentimenti. LATERZA & FIGLI. Nessuno avrebbe potuto arrestarvi il focoso litigio che avevo ingaggiato con me stesso e di cui tu1 conoscevi l’esito. come avevano preteso i pagani. 3. 10. malgrado la sua presenza. mentre Agostino descrive impietosamente se stesso in tutta la sua fragilità. la lode innalzata a Dio. dalla morte alla vita. e suscitano verso di Lui le menti e i cuori umani. infatti. Non è un caso. dall’altra. è il vero terapeuta dell’anima umana. passo per passo. nemmeno i pochi con 1. e poi. In questo senso. a quella cristiana comportava un rivolgimento totale di valori e di modo di vivere. Il passaggio dalla vita pagana. Ciò li distingue nettamente dalle biografie degli uomini divini pagani o dalle agiografie dei santi cristiani. poiché il nostro ospite. per quanto mi riguarda. Uno dei racconti più celebri di conversione è quello di Agostino nelle Confessioni. 22. come avrebbe potuto abbandonarmi in quelle condizioni? Sedemmo il più lontano possibile dall’edificio. l’autoaccusa di Agostino peccatore davanti a Dio. Dio mio. In verità mi sentivo ancora solo. Agostino Confessioni. delineano ritratti di personaggi esemplari. Queste. mentre la fase antecedente alla conversione è caratterizzata dalla coscienza del male. GIUS. La conversione è T182 interpretata da Agostino come transizione dalla follia al rinsavimento. che usavamo come il resto della casa. una vera e propria conversione. a se stesso e ai suoi confratelli e. Citazione dai Salmi 34. T182 Agostino: la conversione I primi otto libri delle Confessioni raccontano la vicenda di Agostino dall’infanzia sino alla conversione. 12. io no. Alipio era un intimo amico di Agostino. Là mi sospinse il tumulto del cuore. e Alipio2 dietro. ROMA-BARI . cioè la conversione. in preda ai piaceri e al peccato e bisognoso dell’aiuto divino. E là non si andava con navi o carrozze o passi. che questo scritto di Agostino assuma anche la forma di un’ininterrotta preghiera e dialogo con Dio. Dio. padrone della casa. rileggendo le Confessioni.

perché all’istante. non avviene ciò che comanda. non solo. appena voluto. Agostino individua la causa di questa asimmetria di comportamento nel fatto che lo spirito è caratterizzato dalla volontà e che talvolta questa volontà è scissa. Non è dunque un’assurdità quella di volere in parte. In tutto il corso della sua vita Agostino avverte il peso che l’abitudine ha sui comportamenti umani. Paolo. non i rigiri e sussulti di una volontà mezzo ferita nella lotta di una parte di sé che si alzava. ma a se stessa. poiché la volontà comanda di volere. E poiché non comanda tutta intera. o Dio. ossia all’agire conseguentemente rispetto a ciò che si vuole. quindi non comanda del tutto. L’andare. muovendo a comando le membra. Mentre il corpo. il solo volere era già fare4. così come scompaiono. dai Salmi 67. però un volere vigoroso e totale. strinsi le ginocchia fra le dita incrociate. essa non comanda. e incontra resistenza. 6. nella loro risposta ai comandi dello spirito. af- 4. che non conduce ad agire in conformità al comando della mente stessa. che considera la ragione capace di autodeterminarsi pienamente da sé e di dirigere infallibilmente la vita umana. dunque. Comanda solo per quel tanto che vuole. La verità è che non vuole del tutto. ma pure l’arrivare colà non era altro che il volere di andare. dico. più facilmente di quanto l’anima non ubbidisse a se stessa per attuare nella sua volontà una sua grande volontà. 5. se mai possono rispondermi. e non ad altri. Qual è l’origine di quest’assurdità? e quale la causa? M’illumini la tua misericordia. comanda di volere. mentre interrogherò. Avrei potuto volere e non fare. poiché nessuna è completa e ciò che è assente dall’una è presente nell’altra. i ciarlatani e i seduttori7 delle menti. le recondite pieghe delle miserie umane e le misteriosissime pene che affliggono i figli di Adamo. In quanto vuole. non si comanderebbe di essere. E mentre feci molti gesti. Qual è l’origine di quest’assurdità? e quale la causa? Lo spirito. Le espressioni in corsivo sono due citazioni. coloro che. ma non valgono a fare. Ma la volontà in Agostino è ancora combattuta e indecisa e. e subito gli si presta ubbidienza. eppure non esegue5. sollevato dalla verità ma non raddrizzato del tutto perché accasciato dal peso dell’abitudine6. lo spirito comanda a se stesso. eppure non esegue il suo comando. soprattutto stoico. è piuttosto una malattia dello spirito.03_Come vivere. o perché queste sono avvinte da legami. e il movimento avviene così facilmente.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 851 La vita umana e il volere di Dio 851 cui ero andato dalla casa al luogo ov’eravamo seduti. e in parte non volere. ROMA-BARI T182 . la mente comanda. Lo spirito comanda alla mano di muoversi. CAMBIANO-MORI • © 2011. E sono due volontà. GIUS. Qual è l’origine di quest’assurdità? e quale la causa? Lo spirito comanda al corpo. Scompaiano dalla tua vista. oscillante. ne mette immediatamente in esecuzione i comandi. l’avrei certo voluto. mi percossi la fronte. Lo spirito comanda allo spirito di volere. avrei potuto. e il comando non si esegue per quel tanto che non vuole. non è un altro spirito. non comanderebbe se non volesse. non dà luogo al «fare». rispettivamente. Ciò gli consente di riconoscere pienamente la debolezza e la fragilità umana. se infatti fosse intera. poiché già sarebbe. in opposizione all’orgoglio del filosofo. se le membra non mi avessero ubbidito per impossibilità di muoversi. per i quali volere non equivaleva a potere. così facendo perché lo volevo. contro l’altra che cadeva. Mi strappai cioè i capelli. benché lo spirito sia spirito. 7. o mens. avendo rilevato la presenza di due volontà nell’atto del deliberare. inerti per malattia o comunque impedite. pertanto. appena voluto. non facevo il gesto che mi attraeva d’un desiderio incomparabilmente più vivo e che all’istante. Eppure non se ne faceva nulla: il corpo ubbidiva al più tenue volere dell’anima. che non si riesce quasi a distinguere il comando dall’esecuzione. o perché mancano delle membra necessarie. LATERZA & FIGLI. che pure è di natura completamente diversa dallo spirito. 3 e da S. Volere la liberazione dal male equivale già a indirizzarsi in direzione del bene e della salvezza. Nelle tempeste dell’esitazione facevo con la persona molti dei gesti che gli uomini talvolta vogliono. la mano invece corpo. Lettera a Tito 1. Agostino sottolinea la differenza tra corpo e spirito. Ciò genera una situazione di paralisi. ma in quanto non vuole. lo spirito resiste ai comandi che dà a se stesso e quindi non li esegue. Lì possibilità e volontà si equivalevano. 10.

[. ROMA-BARI . Paolo. Mentre vogliono essere luce. 5-8. grondante un’ingente pioggia di lacrime. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce. sono divenuti tenebre più dense. Badate a ciò che dite. 14. Arrossite e avvicinatevi a lui: riceverete la luce e i vostri volti non arrossiranno11. Il dissidio interiore di Agostino. 12. quanto bastava perché anche la sua presenza non potesse impacciarmi. l’altra malvagia8. Egli dunque rimase ove ci eravamo seduti. incline al peccato e incapace di salvarsi da sé. le citazioni con cui il testo è costantemente trapunto provengono soprattutto dai Salmi. perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?» Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. Vangelo 1. la quale dipende dal peccato in cui Agostino si trova. per esempio in Plutarco. Non ero neppure io a provocarla. Salmi 33. uno buono e l’altro cattivo. Questa rende la natura umana fragile. Io. anche Agostino. 11. ed egli se ne avvide. sacrificio gradevole per te14. Signore. In questo stato mi trovavo allora. mentre stavo deliberando per entrare finalmente al servizio del Signore Dio mio. ma qui Agostino intende riferirsi soprattutto al manicheismo. perché. che vuole e non vuole. Sentendomene ancora trattenuto. prendi e leggi». scoppiò una tempesta ingente. Il richiamo successivo all’opposizione tra luce e tenebre sembra alludere appunto ai manichei. che diceva cantando e ripetendo più volte: «Prendi e leggi. se non in questi termini.. 9. non dipende dall’esistenza di due anime. Il pianto di Agostino è un’offerta gradita a Dio. 17. 9. sotto una pianta di fico e diedi libero corso alle lacrime. non dimostrava però l’esistenza di un’anima estranea. che consentono ad Agostino di rivolgersi direttamente a Dio. Lettera ai Romani 7. Agostino introduce qui altre due citazioni dai Salmi 6. Da questa volontà incompleta e incompleta assenza di volontà nasceva la mia lotta con me stesso. fino a quando? Fino a quando. poiché hanno questi concetti malvagi. ove risuonava ormai gravida di pianto la mia voce. l’una buona. Allora potranno dirsi per loro le parole del tuo Apostolo: «Foste un tempo tenebre. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ra- 8. se non avendo concetti di verità e accettando la verità. lanciavo grida disperate: «Per quanto tempo. CAMBIANO-MORI • © 2011. Si tratta invece di una scissione interna a un’unica anima. da te. T182 dove la luce che illumina è identificata con il Logos.qxp:03_come_vivere 852 4-04-2011 20:12 Pagina 852 Come vivere? fermano l’esistenza di due anime con due nature. 10. In quanto figlio di Adamo peccatore. Citazione da S. ma il peccato che abitava in me13 quale punizione di un peccato commesso in maggiore libertà. Per scaricarla tutta con i suoi strepiti mi alzai e mi allontanai da Alipio. non so come. non so. come tutti gli uomini. in questo senso: «E tu. attribuendo alla natura dell’anima un’essenza divina. e dalle Lettere di S. come da tempo avevo progettato di fare. Tracce di una concezione dell’esistenza di due anime del mondo. Citazione da S. in contrasto tra loro. che identificano i due princìpi. scissione che. si possono trovare già in Platone e. una buona e una cattiva. se avveniva contro la mia volontà. 15. Io mi gettai disteso. ora invece luce nel Signore»9. Lettera agli Efesini 5. 4 e 78. bensì in se stessi. la cui lettura ebbe una funzione essenziale per la sua conversione. sulla sua scorta. ma non nel Signore. Come si è visto. io a non volere. parendomi la solitudine più propizia al travaglio del pianto. come di fanciullo o fanciulla. rispettivamente con la luce e con le tenebre. e ti parlai a lungo. LATERZA & FIGLI. La loro orrenda arroganza li allontanò più ancora da te. il Verbo divino. sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità»15. Citazione da Giovanni. immerso nel più grande stupore. Essi sì sono davvero malvagi. vero lume illuminante ogni uomo che viene in questo mondo10. ne eredita la colpa. Paolo. Paolo. 13. ero io a volere. penso. e non diverranno buoni.. perché è segno del suo desiderio di perdono e del suo avvio a volere da Dio la salvezza. e in questo stato mi alzai. 8. 6. mi era sfuggita qualche parola. ero io e io. la scissione di me stesso. poiché ero figlio di Adamo. Dilagarono i fiumi dei miei occhi. per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito. una buona e una cattiva. al quale egli era rimasto sino allora vicino. bensì il castigo della mia12.] Quando dal più segreto fondo della mia anima l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore. GIUS.03_Come vivere. Signore.

Avevo sentito dire di Antonio che ricevette un monito dal Vangelo. Ma in vecchiaia egli deve combattere contro i pelagiani. Già in Agostino si pone drammaticamente il problema del rapporto tra la libertà. anche in questo caso il dialogo intercorre tra il maestro e un discepolo. non si tratta dunque di un dialogo di tipo socratico. Lettera ai Romani 13. quasi. 17. In esso Anselmo abbandona la forma del dialogo e parte invece dalla definizione del problema e degli argomenti che generano difficoltà a proposito del rapporto tra il libero arbitrio dell’uomo. non negli amplessi e nelle impudicizie. dall’altro.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 853 La vita umana e il volere di Dio 853 gazzi. A ciò Agostino contrappone una concezione secondo la quale la salvezza dell’uomo dipende soltanto dalla grazia di Dio. che coinvolge quello della responsabilità del peccato. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: «Va’. Appena terminata infatti la lettura di questa frase. composto successivamente. da un lato. e la prescienza e la predestinazione divina. In una prima fase Agostino non avverte incompatibilità tra i due piani. Partendo da questa definizione generale egli può distinguere la libertà di Dio da quella delle creature. ROMA-BARI T182 T183 . Vangelo 19.03_Come vivere. nel senso che Dio prevede la nostra azione come libera. angeli e uomini. Come già nell’opera principale di Scoto Eriugena. GIUS. seguimi» 16. 21. lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. T183 Anselmo: la libertà e la predestinazione La forma letteraria platonico-agostiniana del dialogo è impiegata anche da Anselmo nello scritto sulla Libertà di arbitrio. e la prescienza e predestinazione divina. LATERZA & FIGLI. Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a te. quindi. invece. 16. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. vendi tutte le cose che hai. il peccato. per vivere secondo lo spirito. S. concessa da Dio all’uomo. mi alzai. dando vita al movimento monastico. Anselmo definisce la libertà di arbitrio come «potere di conservare la rettitudine della volontà per amore della rettitudine stessa». ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze»17. il quale avanza dubbi. una luce. Lo afferrai. né mi occorreva. e si perviene successivamente alla soluzione di esso. Paolo. Diceva: «Non nelle crapule e nell’ebbrezze. Arginata la piena delle lacrime. Lo scritto su La concordia della prescienza e della predestinazione appare. e vieni. riconosce i propri errori ed è disposto ad accogliere l’insegnamento impartitogli dal maestro. Non volli leggere oltre. dàlle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. 13-14: è l’invito ad abbandonare la vita secondo la carne e. secondo i quali l’uomo è capace di salvarsi con le sue sole forze e quindi non esiste propriamente un peccato originale commesso da Adamo e trasmesso a tutti gli uomini. Antonio è l’eremita che si allontanò dalla città per condurre vita santa in solitudine. non nelle contese e nelle invidie. nel quale l’interlocutore è sottoposto a confutazione. In questo scritto. CAMBIANO-MORI • © 2011. ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono. Su questa problema ritornerà incessantemente la speculazione medievale: così è già in Scoto Eriugena e poi in Anselmo d’Aosta. Matteo.

e vi è una libertà creata o ricevuta. grazie a Dio. d2) libertà che è priva di rettitudine. alcune sono tali che possono perderla. e degli uomini dopo la morte. 4. tuttavia la libertà di Dio differisce molto da quelle delle creature razionali.. 1. e quella che ne è priva irrecuperabilmente. di tutti gli uomini che sono privi di rettitudine. M. Maestro] DIVISIONE D. ossia quella degli eletti. e questa è propria solo di Dio. non è una prerogativa che l’uomo e gli angeli abbiano di per se stessi. Anselmo La concordia della prescienza e della predestinazione. prima che i buoni fossero confermati e i cattivi cadessero. ed è pure quella di tutti gli uomini che hanno tale rettitudine. Mi hai così soddisfatto con la definizione e la divisione della libertà. si suddivide in: d1) libertà che è priva di rettitudine. rispettivamente. D.]. Vi è una libertà di arbitrio che sussiste per forza propria: non è creata né ricevuta da altri. 2. ma in modo diverso. com’è invece per Dio. c2) libertà che è conservata inseparabilmente. Infine. Esse producono il seguente schema: T183 a1) libertà di Dio: né creata né ricevuta da altro. b1 si suddivide in: c1) libertà che può essere perduta (quella propria degli angeli prima della caduta e degli uomini in questa vita). invece. DELLA LIBERTÀ Resta da dividere la libertà nelle sue diverse realizzazioni. Una prima radicale distinzione è data dal fatto che la libertà delle creature è anch’essa creata e ricevuta da Dio. ossia per due. in questa vita. GIUS. Sebbene. non la ricuperano. infatti. della caduta e della vita. e anche fra queste ce ne sono diverse. ossia in generale di quanti hanno superato vittoriosamente la prova. altre la conservano inseparabilmente. ma può ricuperarla: è la condizione degli uomini nel corso di questa vita. caratterizza tutti. b2) libertà priva di questa rettitudine. Questione II PREDESTINAZIONE E LIBERO ARBITRIO Ora. La libertà inseparabile dalla rettitudine è quella degli eletti: angeli e uomini.03_Come vivere. sperando in colui4 che ci ha guidato fin qui. Ossia. LATERZA & FIGLI. XIV [Discepolo. Essa è propria degli uomini dopo la morte e degli angeli dopo la caduta. gli angeli dopo la caduta e gli uomini dopo la morte. La b2. in questa vita.qxp:03_come_vivere 854 4-04-2011 20:12 Pagina 854 Come vivere? Anselmo La libertà di arbitrio.. Dio appare negli scritti di Anselmo come la vera guida della stessa indagine intellettuale. e degli uomini dopo questa vita. Le divisioni di Anselmo procedono per via dicotomica. Quella che ne è irrecuperabilmente priva è la libertà dei reprobi: angeli e uomini. che non trovo nulla su cui mi siano rimasti problemi. anche se molti. ma degli angeli dopo che alcuni furono caduti. a2) libertà delle creature: creata e ricevuta da Dio. La libertà creata o ricevuta può essere o dotata di una rettitudine da serbare o priva di tale rettitudine3. Fra le libertà dotate di rettitudine. sia angeli sia uomini. la libertà intesa come «potere di conservare la rettitudine della volontà per amore della rettitudine stessa». ma non può ricuperarla: è la condizione dei reprobi. cioè dei dannati. cerchiamo di eliminare l’incompatibilità che sembra esserci fra predestinazione e libero arbitrio [. La libertà di arbitrio priva di rettitudine si distingue in quella che ne è priva ma può ricuperarla. A sua volta a2 si suddivide in due: b1) libertà dotata di rettitudine da conservare. e questa è la libertà degli angeli e degli uomini2. essa sia comune a tutte le nature razionali. secondo questa definizione1. ROMA-BARI . Dio e le creature. CAMBIANO-MORI • © 2011. Quella che può esser perduta fu quella di tutti gli angeli. secondo l’antico insegnamento platonico. La prima è propria. pur potendo. 3. ma degli angeli dopo che furono caduti.

Dunque non rendono giusto chi le compie certe opere buone che dipendono solo dal libero arbitrio. Se dunque Dio predestina i beni e i mali che accadono. Anselmo procede mostrando ulteriori difficoltà. Ora. Questa è la difficoltà che Anselmo deve affrontare. questo punto viene chiarito con l’affermazione che Dio fa essere le azioni cattive. In questo caso. bisogna tener presente che la predestinazione non è solo del bene. non ciò che le fa cattive. Prima dunque di rispondere alla questione. ma fa anche che siano buone. Poco dopo. oppure. poiché per lui non vi è né un prima né un poi. 5. quando si dice che Dio predestina qualcosa. e ciò che è predestinato si compie necessariamente. ma tutto gli è insieme presente10. ma se si ammette che tale contenuto si realizza sempre. se si ammette che il libero arbitrio dell’uomo abbia a che fare con qualche opera buona. solo le cose buone sono necessariamente. Anselmo ammette che la predestinazione divina riguarda anche il male. Citazione da S. ma non nel senso che essa determini positivamente l’uomo a compiere il male. il contenuto della predestinazione non può non realizzarsi.03_Come vivere. nulla è necessario e quindi predeterminato (neppure da Dio). i termini «predestinazione» CAMBIANO-MORI • © 2011. D’altra parte. e il libero arbitrio c’è solo per il male: il che è assurdo. La predestinazione divina non può riguardare soltanto il bene. e che lo induce in tentazione quando non lo libera dalla tentazione stessa. GIUS. se così fosse. Dunque Dio non li previde. ed è assurdo che l’uomo sia libero soltanto per fare il male. piuttosto. alle azioni cattive invece dà ciò che le fa essere. cosi non vi è neppure predestinazione. Dio. perciò tutto ciò che Dio predestina è necessario che sia. Anselmo analizza la situazione in cui chi predestina è Dio. se c’è libertà. ne segue che in essi non ha luogo predestinazione8. perché le fa essere e fa che siano buone. nel senso in cui si dice che Dio fa il male che non fa. Ma in modo speciale si dice che Dio prevede e predestina le opere buone. si arriverebbe alla conclusione che il libero arbitrio dell’uomo riguarda soltanto il male. e nulla di ciò che è compiuto liberamente è necessario. Ma ciò che Dio stabilisce che sia. 21. 8. 8. ma solo quelle che Dio predestina. Paolo. Non è dunque sbagliato il dire in questo senso che Dio predestina i cattivi e le loro opere malvage quando non li corregge e non impedisce le loro azioni malvage. ma soltanto di ciò che è creato. ossia stabilisce che essa sia. se predestina solo ciò che è bene. nulla è compiuto per libero arbitrio. perché una sua mancata realizzazione sarebbe incompatibile con l’onnipotenza divina. È qui ripresa una considerazione di Agostino: se il tempo è creato insieme con il mondo. Per questo aspetto la predestinazione divina al male si distingue da quella al bene: qui Dio non solo fa essere le azioni buone. questi predestinò»7. nel senso di determinazione in anticipo che una cosa o un evento sia. ROMA-BARI T183 . Tutti questi ragionamenti paiono condurre alla conclusione che. 10. finché vi è predestinazione. ma tutto si compie per necessità5. nel senso che permette che esse siano compiute. 9. perché lo permette9. e perciò. e queste fanno giusto chi le compie senza che vi sia predestinazione. che il male sia fatto. sembra debba essere necessariamente. Lettera ai Romani. perché ciò sarebbe incompatibile con la bontà divina. Se dunque Dio predestina tutto. ma in certo senso anche del male. E perciò non predestina neppure quei giusti che son tali per le opere che compiono liberamente. perché «quelli che previde. e non impedisce. come non vi è propriamente previsione. nulla è compiuto liberamente. Dio non predestina tutte le opere buone che rendono giusto chi le compie. sembra che segua che nulla è compiuto liberamente.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 855 La vita umana e il volere di Dio 855 Predestinazione vuol dire preordinazione o predeterminazione. come abbiamo detto sopra. poiché. ci sarebbero opere buone che si sottraggono alla predestinazione divina: ma è possibile che qualcosa sfugga alla previsione e alla predestinazione divina? 7. Dunque Dio non predestina solo ciò che è bene6. E bisogna pure tener presente che in Dio. ossia conferisce a esse la qualità per cui sono buone. Dopo aver chiarito il significato del termine predestinazione. s’intende che egli la preordina. Si dice infatti che indurisce un uomo quando non ne guarisce l’ostinazione. Ma è falso che Dio non preveda certe opere buone e certi giusti. la temporalità non è una proprietà della sostanza divina. 6. ma ciò non significa che la qualità negativa e malvagia di queste azioni sia dovuta a Dio: non è dunque Dio che le rende cattive. se invece c’è predestinazione. predestina al male solo nel senso che consente. Libertà e predestinazione sembrano incompatibili: questo è il problema che Anselmo deve cercare di risolvere. il libero arbitrio dell’uomo pare completamente annullato. Di conseguenza. Se invece alcune opere buone sono compiute per libero arbitrio. LATERZA & FIGLI. se manteniamo che in certi atti vi sia libero arbitrio.

tra predestinazione e prescienza c’è totale accordo. quindi doveva esser così e non poteva esser altrimenti». ma con la necessità che segue l’essere della cosa. tuttavia alcuni eventi preveduti e predestinati non avvengono con quella necessità che condiziona la cosa e la fa essere.03_Come vivere. non può contravvenire a ciò che Dio da sempre prevede. ma. Dal momento che. Un’azione compiuta sotto costrizione non può essere qualificata moralmente: non si può dire giusto chi è costretto ad agire giustamente. cioè compiuta liberamente dall’uomo. che la predestinazione non esclude il libero arbitrio né il libero arbitrio si oppone alla predestinazione. ma per sua sola volontà. come abbiamo detto sopra13. chi ha provocato un altro con l’offesa e chi si è vendicato non ha agito per necessità. Anselmo distingue tra necessità antecedente all’evento. in Dio. così la predestinazione. possono esser predestinate senza che vi sia incompatibilità. ROMA-BARI . 13. sebbene sia immutabile nell’eternità. sarà più chiaro quando parleremo della grazia. nel caso dei cattivi per colpa della loro volontà. dimostrano pure che esso si accorda con la predestinazione14. Dio infatti non prevede né predestina uno a essere necessariamente giusto. Non è dunque ragionevole che ogni volta che accade qualcosa per opera spontanea della volontà – per esempio quando un uomo ne offende un altro ed è poi ucciso da questo – certuni gridino: «Così era stato preveduto e predestinato da Dio. Di conseguenza. come ho promesso. infatti. infatti. pur usando il suo potere. se egli prevede un’azione come libera. La libertà è il criterio decisivo per qualificare moralmente un’azione: per essere detta giusta o ingiusta un’azione deve essere compiuta liberamente. e necessità successiva all’evento. secondo Anselmo. predestinandoli. come Dio prevede. così predestina11. e «prescienza» non sono usati correttamente a proposito di Dio. 12. Dal canto suo nel XII secolo Bernardo di Chiaravalle sottolineerà a chiare lettere il primato della grazia divina. ma nel caso delle azioni umane ciò che Dio da sempre prevede è che esse avvengano liberamente. Tutti gli argomenti. nessuno dei due avrebbe fatto quel che fece. che non muta. così avviene in ogni cosa per la predestinazione. CAMBIANO-MORI • © 2011. perché presuppongono che nella sua sostanza ci sia una distinzione tra prima e dopo. certe azioni che saranno compiute per libero arbitrio. e la ragione ce lo insegna. T183 predestinazione e libero arbitrio dell’uomo non sono incompatibili. non fa nulla che Dio non faccia. sebbene sia necessario che avvenga ciò che è preveduto e predestinato. nel caso dei buoni col sostegno della sua grazia. nei cattivi non per sua colpa. E come ciò che è preveduto. Dio. E tuttavia la volontà. predestina l’avvenimento così come è preveduto. coi quali abbiamo dimostrato che il libero arbitrio non contrasta con la prescienza. Nella questione sulla prescienza venimmo a conoscere chiaramente che si può prevedere ciò che sarà compiuto per libero arbitrio senza che vi sia contraddizione. tale azione sarà predeterminata da Dio come libera. 14. che non sbaglia. che. prevede il vero come esso sarà. e quindi causa necessaria di esso. nei buoni con la sua grazia. per cui ciò che è avvenuto (anche sulla base del libero arbitrio) non poteva non avvenire. È chiaro dunque da ciò che abbiamo detto. E come la prescienza. poiché se non avessero voluto spontaneamente farlo. secondo Anselmo.qxp:03_come_vivere 856 4-04-2011 20:12 Pagina 856 Come vivere? Consideriamo ora se può essere predestinato qualcosa che deve essere compiuto per libero arbitrio. GIUS. ossia o come necessario o come spontaneo. dunque. Non è possibile che Dio predetermini il realizzarsi di una cosa o di un evento in maniera diversa da come egli lo prevede. non lo fa costringendo la volontà od opponendosi a essa. Questo. poiché non può avere la giustizia chi non la serba con libera volontà12. LATERZA & FIGLI. 11. infatti. ma lasciandoli in potere della volontà stessa. se ci si riflette bene. Un evento. Di qui risulta evidente la verità. ma per colpa della volontà stessa. Non deve esserci dubbio che la prescienza e la predestinazione non sono in contrasto. ossia che anche Dio sia legato al tempo. può tuttavia mutare nel tempo prima di attuarsi. similmente. E così. Infatti.

a dare l’aiuto a praticare quello che tu consigli. memore dei modelli della letteratura classica. Altro è aiutare uno a non andar fuori strada. 13). ma di Dio che ha misericordia?» (Rom. Hai così dimenticato Colui che disse: Senza di me non potete far nulla? (Io. 18). LATERZA & FIGLI. ROMA-BARI T184 . di soccorrere l’ignoranza. utilizza per descrivere l’autentica libertà umana. Anzi Colui. in particolare dai Vangeli e dalle lettere di san Paolo. nel consenso volontario all’azione della grazia divina. GIUS. la forma dialogica. XV. né di colui che vuole. 1-2 Discorrendo tra amici. se è vero il pensiero dell’Apostolo. altro offrirgli sostentamento perché non venga meno per via (Mt. IX. 8) su me stesso in quanto ero convinto che mi aveva prevenuto nel bene e sentivo che mi portava innanzi e. 32). 24) – rispose – che. e portato sulla buona via. come speravo. V. Allo stesso modo un maestro che insegna non dona contemporaneamente i beni che illustra. ma. richiama quella dell’ultima fase del pensiero di Agostino: ogni iniziativa di salvezza è dovuta alla grazia divina e non dipende da alcun merito umano. che per bocca tua offre a me questo consiglio. Il tema di essa è tipico della tradizione agostiniana: il rapporto tra libertà umana e grazia divina. ossia come un narratore (lui stesso) che racconta una conversazione. pertanto. XII. invece. per Bernardo. mi avrebbe guidato fino al termine: «allora – esclamò uno dei presenti – che cosa fai tu? che ricompensa. Bernardo di Chiaravalle Grazia e libero arbitrio. senza fatica da parte tua. 16). O ritenevi forse di essere tu l’artefice dei tuoi meriti. 26). 5). considerava decisiva per caratterizzare il peccato. – «Dove sono allora – riprende quello – i nostri meriti o la nostra speranza?» – «Ecco». dovrà essere anche Lui. così cara alla tradizione monastica. ma non trovo come realizzarlo (Rom. CAMBIANO-MORI • © 2011. cerchi. perché non è lo stesso guidare un cieco e offrire un mezzo a chi è stanco. anzi sono persuaso che non lo troverò mai se Colui che mi concesse di volerlo non mi concederà anche di realizzarlo secondo la mia buona volontà» (Phil. la vera libertà consiste. animato. IX. se però mi insegni anche a metterlo in pratica. ma usando il dialogo in forma indiretta. VII. di poterti salvare per la tua giustizia.03_Come vivere. per mezzo del suo Spirito. Chi mostra la via. III.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 857 La vita umana e il volere di Dio 857 T184 Bernardo di Chiaravalle: la grazia divina e la libertà umana In questo scritto. Tu. Abelardo. e per il resto vivi rettamente in modo da mostrarti grato per i benefici ricevuti e aperto a quelli ch’Egli ancora ti volesse concedere». 3). raggiunta in parte attraverso un ricco impiego di citazioni da testi sacri. e che Bernardo. e giustamente. in quanto uomo. non offre nello stesso tempo i mezzi di viaggio al passeggero. Bernardo di Chiaravalle impiega con perizia stilistica. 5). quando non puoi pronunciare neppure il nome di Gesù Cristo. ti ha prevenuto. Al centro della sua tesi vi è. e ancora: Non è merito né di colui che corre. se non nello Spirito Santo? (1 Cor. II. XV. VIII. è lo Spirito che aiuta la nostra debolezza (Rom. La libertà umana non può pertanto essere confusa con una presunta libertà di scelta tra bene e male. I. che premio vuoi sperare se fa tutto Lui?» – «E che cosa mi consigli di fare?» – «Dà gloria a Dio (Io. Infatti per la sua larghezza il volere il bene è a mia portata. Anche la soluzione. E io: «Ottimo consiglio. ma per la sua misericordia Egli ci salvò (Tit. Ora io ritengo necessarie tutte e due le cose: ricevere l’insegnamento ed essere aiutato. rispondo: «Non per le giuste nostre opere. Non è ugualmente facile sapere quello che si deve fare e saperlo anche mettere in pratica. quella stessa nozione di consenso che l’avversario di Bernardo. un giorno mentre esaltavo l’azione della grazia di Dio (Rom.

il carattere indifferente degli impulsi corporei rispetto alla qualità morale dell’agire umano. Egli rivendica. Essa. Ciò conduce Abelardo a formulare soluzioni per questi problemi. LATERZA & FIGLI. Si dice perciò che il libero arbitrio coopera con la grazia che opera la salvezza. GIUS. nuovo. il quale consiste nel consenso dato all’inclinazione viziosa. Rispondo: viene salvato. non può realizzarsi né senza il consenso di chi la riceve. Acconsentire infatti è lo stesso che essere salvati. infatti. che di per sé è naturale. trovando la sua vera espressione nell’intenzione. L’indagine etica s’inquadra pertanto nel discorso teologico. non può riceverla se non il libero arbitrio. La sede della moralità è piuttosto ravvisata nel consenso. che si pongono in contrasto con le concezioni più diffuse del suo tempo. e a sostegno delle sue argomentazioni Abelardo ricorre all’autorità della Sacra Scrittura e dei Padri. che viene data da Dio solo e solo il libero arbitrio può accogliere. Quest’operazione della salvezza non può avvenire senza questi due elementi: uno dal quale è compiuta e l’altro per il quale o nel quale è compiuta.03_Come vivere.qxp:03_come_vivere 858 4-04-2011 20:12 Pagina 858 Come vivere? «Ma allora – riprende quello – che ci sta a fare il libero arbitrio?». ossia nell’intenzione. il libero arbitrio è solo capace di riceverla. Di conseguenza. indipendentemente dal fatto che questa si traduca o no in atto. bensì quello del peccato. L’anima di una bestia è assolutamente incapace di tale salvezza. Innovativa è invece la posizione di Abelardo. quindi. Abelardo Conosci te stesso o Etica Alcuni si stupiscono non poco quando ci sentono dire che l’atto peccaminoso non si chiama propriamente peccato e che esso non aggiunge nulla e non aumenta il peccato stesso. Determinante diventa perciò l’impiego di argomentazioni razionali filosofiche per discutere i problemi posti dalla morale religiosa. quando presta il suo consenso. è non tanto il contenuto di tale indagine. Il peccato è. in particolare con la morale monastica. ROMA-BARI . mentre invece si infligge più grave soddisfazione ai penitenti per l’effetto dell’azione che T184 T185 CAMBIANO-MORI • © 2011. proprio perché non può esprimere quel consenso volontario che gli permetta di aderire liberamente a Dio Salvatore accogliendo i suoi comandi o credendo alle sue promesse o ringraziandolo per i suoi doni. quanto il modo in cui essa è svolta. cioè in una particolare azione. T185 Abelardo: l’etica dell’intenzione La trattazione dell’etica da parte di Abelardo s’inserisce in un orizzonte religioso. Togli il libero arbitrio: non c’è più ciò che viene salvato. e questo ha la sua radice nell’interiorità. Abelardo. ossia delle forme che il male assume in ambito religioso. né senza la grazia di chi la elargisce. Non la può dare se non Dio. non affronta il problema di che cosa sia bene e di che cosa sia male. togli la grazia: non c’è più ciò da cui possa venire salvato. cioè quando viene salvato. infatti. che distingue tra vizio e peccato vero e proprio. L’autore della salvezza è Dio. come puro adeguamento esteriore a una norma. questa realtà. invece. attenua radicalmente la considerazione negativa del corpo come segnato dal peccato ed esposto alla concupiscenza e il conseguente ascetismo predicato dai monaci per purificarlo. infatti. né accetta ogni forma di morale conformistica. definito in relazione a Dio: esso è disprezzo di Dio.

2. cioè siamo inclinati ad acconsentire a cose illecite. non tanto di quello che è loro nascosto e non tengono conto tanto del reato della colpa quanto dell’effetto dell’azione4. o. come s’è detto. e accettando le prove da loro addotte punisce un innocente. VIII. egli deve dunque punire una persona che non dovrebbe essere punita. ma perché un’altra volta lei stessa e tutte le donne in simili casi siano più prudenti e provvidenti3. XX. LATERZA & FIGLI. Agostino dice: «Abbi la carità e fa ciò che vuoi»2. Eppure quella donna presentatasi al vescovo per la penitenza è sottoposta ad una grave pena. Ossia la pena è inflitta non tanto in relazione al caso singolo. Di qui si vede chiaro che qualche volta si infligge ragionevolmente una pena ad uno nel quale prima non ci fu alcuna colpa. È peccato invece il consenso a queste inclinazioni. Tuttavia egli deve punire perché in base alla legge stabilisce giustamente la pena che l’altro non ha meritato. c. Infatti vede proprio là dove nessuno riesce a vedere perché nel punire il peccato non tien conto dell’azione ma dell’animo.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 859 La vita umana e il volere di Dio 859 non per la colpevolezza del consenso1. ma dell’azione che conosciamo. presentandosi alla causa. puniamo gli innocenti ed assolviamo i rei. il secondo non le può cogliere. mentre noi al contrario teniamo conto non già dell’animo che non vediamo. ma sul piano giuridico e sociale egli non mette in dubbio la liceità di infliggere una pena in relazione all’azione esteriore. Citazioni da Geremia. CAMBIANO-MORI • © 2011. Abelardo distingue nettamente il punto di vista di Dio e quello dell’uomo: il primo conosce le intenzioni. non è di per sé peccato. siano azioni oppure omissioni». Essi possono quindi giudicare soltanto in base a ciò che appare. Con gli esempi che seguono Abelardo ribalta questo punto di vista. cioè non è un aggravante. Solamente Dio. Così spesso per sbaglio. valuta secondo verità la colpevolezza della nostra intenzione ed esamina la colpa con giudizio esatto: per questo si chiama «scrutatore del cuore e dei reni» e si dice che «vede in ciò che è nascosto»5. non in base a ciò che è realmente (l’intenzione celata nel profondo dell’interiorità di ciascuno). il vizio si distingue dal peccato.. che l’anima si rende colpevole davanti a Dio e quindi meritevole di dannazione. nella quale l’intenzione peccaminosa si può tradurre.. Il giudice non potendo contraddire le deposizioni di questi ultimi con argomenti decisivi di evidente probatività.VII. Da questo punto di vista. poiché possono soltanto inferirlo a partire dall’azione esteriore. è costretto secondo la legge a tenerne debito conto. non per la colpa che avrebbe commesso. che l’atto in cui si può tradurre questo consenso. 3. non per le inclinazioni. Citazione tratta da un’opera di Agostino sulla Lettera di S. non aggiunge nulla al peccato. Ezechiele. 8. In quanto tale. producono testimoni anche se falsi. Giovanni. E perché meravigliarsi allora che quando ci sia la colpa. Ciò significa che agli uomini sfugge il peccato vero e proprio. cioè il peccato. Vizio è definito da Abelardo come «ciò per cui siamo resi inclini a peccare. 12. È chiaro che per Abelardo è determinante questa intenzione. indicando casi nei quali si è applicata la punizione. il quale guarda non alle azioni che si fanno ma allo spirito con cui si fanno. per esservi costretti dalla legge. mentre non c’è stata colpa di sorta e che dobbiamo talvolta punire quelli che sappiamo essere innocenti. anche quando non c’era colpa. S. bensì a scopo preventivo. perché il peccato si ha già nel momento in cui si dà il proprio consenso. Talvolta capita anche che uno sia accusato dai suoi nemici in tribunale e che egli sia imputato di qualche cosa di cui il giudice sa che è innocente. 4. 6. 4). Questa posizione di Abelardo contrasta con la pratica dei cosiddetti «penitenziali». l’atto che ad essa tien dietro accresca la pena in questa vita nella considerazione degli uomini.] 1. ROMA-BARI T185 . il giorno stabilito. GIUS. se lo pone accanto per riscaldarlo coi propri panni e finalmente superata nella sua debolezza dalla forza della natura soffoca senza volerlo il bambino. Mossa allora da compassione per il bambino. per provare la reità dell’accusato. Ecco un caso: una povera donna ha un bambino lattante e non ha sufficienza di panni per il bambino che vagisce nella culla e per sé. ed è per il consenso. per esempio. perché il possesso di inclinazioni non dipende dall’uomo: l’essere inclini all’ira. mentre lo abbraccia con immenso amore. [. 12 (e Vangelo di Matteo. che tenevano conto soprattutto dell’azione esteriore per valutare la gravità del peccato.03_Come vivere. Ma quelli protestano e chiedono un regolare processo. sia compiuto o no. sebbene non l’accresca nella vita futura dinnanzi a Dio? Gli uomini infatti giudicano di quello che appare. 5. A costoro io dò intanto una prima risposta e chiedo perché non si stupiscano ancor di più per il fatto che talvolta si stabilisce per soddisfazione una grave penitenza.

7. secondo Abelardo. ma l’intenzione che ne è alla base e che può essere in un caso buona e in un altro cattiva.03_Come vivere. come quelli che perseguitavano i martiri. San Paolo. distinguendo le azioni secondo l’intenzione buona o cattiva. «semplice». CAMBIANO-MORI • © 2011. T185 il mutamento non riguarda l’azione stessa. Alcuni ritengono che l’intenzione sia buona cioè retta quando uno crede di agire bene e ritiene che quello che fa sia gradito a Dio. GIUS. tutto il tuo corpo sarà splendente»9. dei quali si dice nel Vangelo: «Viene l’ora che chi vi uccide pensa di rendere ossequio a Dio»7. non meno di noi. cioè hanno molto fervore ed entusiasmo nel compiere quelle azioni che essi credono che siano conformi al volere di Dio. Questo mutamento da verità a falsità Aristotele dice che avviene non già perché ciò che si muta circa il vero o il falso assuma qualche cosa col mutare. ma perché procede da una buona intenzione. saranno degne della luce. 16. di salvarsi per mezzo delle loro azioni o di piacere a Dio10. 6. 8. cioè l’intenzione.qxp:03_come_vivere 860 4-04-2011 20:12 Pagina 860 Come vivere? L’intenzione la chiamiamo buona. ma perché inoltre è realmente buona così come si ritiene che sia. Lettera ai Romani. muta in se stesso. 9. la sua azione si dice in un caso buona e nell’altro cattiva. secondo cui nel processo di ascesa a Dio il culmine è rappresentato dall’estasi. cioè buone. 9. 6. invece. che l’intenzione sia anche oggettivamente conforme al volere di Dio. 34. Vangelo di Luca. ma essa può essere illusoria o sbagliata. ROMA-BARI . cioè retta. o stia in piedi. ispirandola però ad intenzioni diverse. di antica matrice neoplatonica e introdotta nel mondo cristiano medievale grazie soprattutto agli scritti dello pseudo-Dionigi e alla elaborazione di Scoto Eriugena. che ha la sua disposizione necessaria nell’amore per Dio. infatti. per se stessa. quasi scevra di macchia e capace di vedere con chiarezza. ma perché l’oggetto cui si riferisce. dallo star seduto allo stare in piedi e viceversa6. il caso delle azioni: anche in questo caso. la loro intenzione è erronea. 2. cioè se l’intenzione sarà retta tutto il complesso delle opere che da essa derivano e che si potranno vedere come fossero cose corporee. LATERZA & FIGLI. perché hanno zelo di Dio. al modo stesso questa proposizione «Socrate è seduto». Vangelo di Matteo. Analogo è. Vangelo di Giovanni. credendo che piaccia a Dio ciò a cui essa tende. ma poiché si ingannano in questo fervore ed entusiasmo del loro spirito. dal momento che anch’essi sono convinti. Per Abelando. Abelardo ha qui presente il commento di Boezio alle Categorie di Aristotele. chiamò l’occhio della mente. Nel caso della proposizione «Socrate è seduto» il valore di verità cambia in seguito a un mutamento che riguarda il soggetto (cioè Socrate). o piuttosto la comprensione intellettiva di essa diventa vera o falsa a seconda che Socrate sia seduto. con molta precisione. Perciò se un uomo compie la stessa azione in tempi diversi. Perciò l’intenzione non si deve dire buona perché sembra buona. 2. oppure invece «tenebrosa». e viceversa. non basta la convinzione che la propria intenzione sia buona. Occorre. così cioè da guardarsi dall’errore. 10. Pertanto il Signore. sia in Ugo e Riccardo di san Vittore. l’azione invece la diciamo buona non perché implichi qualche cosa di bene in se stessa. anche gli infedeli infatti hanno tale convinzione. cioè Socrate. 10. ma non secondo scienza»8. disse infatti: «Se il tuo occhio sarà semplice. così sembra che egli muti in ordine al bene ed al male. Commiserando l’ignoranza di costoro l’Apostolo dice: «Rendo loro testimonianza. Altrimenti anche gli stessi infedeli compirebbero opere buone al pari di noi. dunque. non sia affatto ingannata in questa sua convinzione. né l’occhio del cuore è semplice così da poter vedere con chiarezza. Ciò risulta chiaramente sia in Bernardo di Chiaravalle. Nella cultura monastica del XII secolo riprende vigore la tesi. nel caso cioè in cui. 22.

né può perdere qualcosa. LATERZA & FIGLI. che assume la forma della cupidigia. poiché per nessun’altra ragione sei buono o cattivo. anche L’essenza dell’amore. se non per il motivo che ami bene o male ciò che in se stesso è un bene. ma amare male. che è il bene e dal bene non può derivare il male.03_Come vivere. in Bernardo di Chiaravalle e in Guglielmo di Saint-Thierry. che trova il suo compimento in Dio. e cioè Dio. o cuore umano. non per alcuna necessità. All’inizio di esso. La fonte di esso è unica. ma quando ciò che in se stesso è un bene è amato male. ciò non è un bene ed in ciò consiste il male. la gerarchia di valore tra gli oggetti di amore. ciò che esiste. ma anche nella riflessione dei mistici del XII secolo. ama in modo errato. ma l’amar male è male e in ciò consiste tutto il male. 2. 2. dunque. è Dio creatore. Dio pose nell’uomo il sentimento dell’amore allo scopo di renderlo capace di godere un giorno della sua suprema felicità3. poiché l’oggetto della nostra ricerca è piuttosto oscuro. ama ciò che è inferiore. tutti i beni. esso genera pertanto il desiderio di tale felicità. dall’altro. Pertanto né colui che ama è un male. perché da esso dipende tutto il nostro bene e tutto il nostro male». Ugo afferma che l’amore «può rovinare oppure purificare tutta la nostra vita. CAMBIANO-MORI • © 2011.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 861 La vita umana e il volere di Dio 861 T186 Ugo di San Vittore: l’amore Il tema dell’amore è centrale nella poesia cortese dei trovatori. è nell’intimo di ciascuno. bensì una modalità che può caratterizzare l’amore: è l’amore che. nel cuore. Ugo riprende qui la tesi di Agostino. col quale si ama. non rispettando l’ordine. Ugo di San Vittore L’essenza dell’amore Come possiamo allora definire l’amore? Dobbiamo compiere un’attenta indagine e riflettere profondamente. è un male. 4. Ogni realtà esistente infatti è un bene1. Questa affermazione suona come opposizione a ogni forma di pessimismo: l’uomo è stato creato per poter essere felice. Disponete con ordine dell’amore e così non esisterà più il male2. ma da questa fonte unica sgorgano due ruscelli: l’amore mondano e l’amore divino. poiché tutte le cose sono immutabilmente in Lui –. invece. il male non è una sostanza. tanto più domina il nostro cuore nell’una e nell’altra direzione. è bene: infatti. Ciò non significa amare il male. volendo ammetterla a partecipare della propria beatitudine. se pur riesco ad esprimere ciò che vorrei dire. traggono origine tutti i mali. in modo scorretto. 1. Dall’amore deriva ogni tuo bene ed ogni tuo male. L’amore sembra essere il compiacimento del cuore di una persona verso qualcosa. Voglio affidarvi un grande insegnamento. la fonte di tutto ciò che è. che assume la forma della carità. ossia subire diminuzione. né ciò che egli ama è male e neppure l’amore. Cantico dei Cantici. secondo la quale tutto ciò che è. appare come una corsa per quanto concerne il desiderio. per accrescere il suo essere. anziché ciò che è al di sopra di tutto. bene infinito. che non ha bisogno di nulla. a causa di qualcosa: si presenta come desiderio nella ricerca. come in Ugo di San Vittore. ROMA-BARI T186 . A esso Ugo dedicò alcuni scritti: oltre al Discorso in lode del divino amore. Dio onnipotente. probabilmente destinato soprattutto ai suoi confratelli. eppure quanto più è collocato nell’intimo di noi stessi. poiché tutto ciò che esiste proviene da Lui. e come un riposo per quanto si riferisce alla gioia del possesso. dall’uno. 3. perché è il sommo Bene – Egli che non può ricevere qualcosa da nessuno. L’amore è come l’anticipazione pregustata della futura felicità. Anche per Ugo. e felicità nella soddisfazione del possesso. creò la persona umana soltanto per amore. GIUS. che appunto non esiste.

tuttavia. salvo frasi involute e 1. unisciti strettamente a Lui. infatti. Ma io non ho visto alcuno dei dotti musulmani mettere cura ed impegno in un compito del genere1. LATERZA & FIGLI. piccola ape. al-Gazali La salvezza dalla perdizione Ero convinto che una persona non può capire dove pecca una scienza se non la conosce tanto da essere essenzialmente alla pari del più dotto dei suoi cultori. che emerge chiaramente nelle pagine volte a mostrare come la filosofia.qxp:03_come_vivere 862 4-04-2011 20:12 Pagina 862 Come vivere? L’amore è il palato dello spirito. grazie alla sua superiore conoscenza. Anche nel mondo arabo. CAMBIANO-MORI • © 2011. un dominante intento polemico e apologetico. e bevi la dolcezza soave e inenarrabile che ti è donata! Immergiti ed accresci le tue capacità ricettive: il Bene divino in se stesso è inesauribile. Per questo aspetto è stato talora paragonato.03_Come vivere. anzi. alle Confessioni di Agostino. invece. Chi confuta. Allora è possibile che corrisponda a verità quanto asserisce circa i difetti riscontrati. Non c’erano nei libri dei cultori di teologia passi in cui essi si fossero occupati di confutare i filosofi. Non era un fenomeno proprio soltanto del mondo cristiano. anche la tua felicità durerà per sempre. ROMA-BARI . andare oltre il suo grado di conoscenza. altrimenti li avrebbe evitati. non si è reso conto degli errori nei quali è caduto. nelle sue manifestazioni fondamentali. esso è anche un racconto di conversione e adesione al sufismo come modello di una vita protesa alla ricerca della verità. Dietro l’involucro della narrazione autobiografica si cela. al-Gazali aveva messo radicalmente in dubbio che alla conoscenza di Dio si potesse arrivare per via puramente filosofica: la strada maestra era invece quella della fede. prendi e gioisci della tua felicità: se la tua capacità di godere potrà durare per sempre. GIUS. quest’ultimo. non può essere la via che conduce a Dio. tu sola puoi stancarti. sondare il fondo e le crepe che il possessore di quella scienza non ha sondato. perché soltanto una conoscenza approfondita di essa può consentire di cogliere gli errori dei filosofi e confutarli. Succhia. essa. Scritto in prima persona. Per mezzo dell’amore Dio ha dunque congiunto a sé la persona umana affinché. deve superare costui. poiché rende percepibile il sapore di una dolcezza interiore: per mezzo dell’amore ogni uomo riesce a gustare la gioia della sua futura felicità e vi si attacca con un desiderio insaziabile. è in grado di metterli in luce. legata sempre a Lui. da studiosi occidentali. potesse succhiare in qualche modo da Lui in ogni suo affetto e bere da Lui in ogni suo desiderio e possedere in Lui in ogni sua gioia quel bene infinito che dovrà costituire la sua felicità suprema. Ciò non significa che essa non debba essere studiata attentamente. T187 al-Gazali: gli errori dei filosofi La salvezza dalla perdizione è un breve scritto composto da al-Gazali fra il 1106 e il 1109 a distanza di almeno 12 anni dalla crisi intellettuale e morale che lo aveva indotto ad abbandonare l’insegnamento. che ha il suo vertice nell’esperienza mistica. Nella sua opera di confutazione dei filosofi al-Gazali rivendica una posizione di primato entro la cultura musulmana: chi confuta una dottrina deve avere una T186 T187 conoscenza di essa superiore a quella di chi l’ha formulata. già nel X secolo.

2) I Naturalisti sono gente che ha fatto molte ricerche sul mondo della natura. Teisti3. malgrado il numero delle loro scuole e le varietà dei loro sistemi. che classificavano i filosofi per correnti e ne esponevano le dottrine. Costoro sono gli atei per eccellenza4. non ha mai fatto cenno a una creazione del mondo e dei viventi da parte di Dio. esposte anche secondo un ordine cronologico. A tale scopo. a meditarle per un anno circa.03_Come vivere. senza cercare l’aiuto di un maestro. colloca Aristotele nel gruppo dei teisti. malgrado le tante loro categorie. Ma. con tali evidenti contraddizioni e sbagli da non essere presumibile che possa restarne ingannata persona d’intelligenza comune. giacché io ho visto che essi sono distribuiti in più categorie e le loro scienze si dividono in vari rami. 4. conoscitore a fondo delle cose e dei 2. ROMA-BARI T187 . ma essi. al-Gazali. e tante cose straordinarie frutto della Sua saggezza da essere costretti a riconoscere l’esistenza di un Creatore saggio. in modo da non avere più dubbi. Essi rinnegano il Fattore provvedente. Ero oberato di lavoro causa l’insegnamento. tradotti dal greco. Si potrebbe allora presumere che per materialisti al-Gazali intenda soprattutto i primi filosofi. Così fu e così sarà sempre. tuttavia. che già Aristotele aveva presentato attenti soltanto a reperire la causa materiale dell’universo. Le categorie dei filosofi Sappi che i filosofi. Sostengono che il mondo è sempre esistito così come è. di quanto in esse era inganno e confusione. Dio però mi concesse di acquisire a fondo con la sola lettura in quelle ore sottratte al lavoro. manuali di questo genere. inclusi gli atomisti. circolavano anche nel mondo musulmano. Quest’ultimo. Questa tripartizione è probabilmente fondata su manuali dossografici antichi. sono tutti da tacciare di miscredenza e ateismo. ma si premura immediatamente di precisare che l’acquisizione di queste conoscenze gli è stata resa possibile dall’aiuto di Dio. a riprenderle in esame. sulle stupefacenti doti degli animali e delle piante. accertamento di verità e suggerimento di fantasticherie. GIUS.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 863 La vita umana e il volere di Dio 863 sparse qua e là. 3. conducano tutte a questo risultato. tanto meno persona che pretenda di conoscere le sottigliezze delle scienze. LATERZA & FIGLI. al-Gazali presenta se stesso come un autodidatta nello studio della filosofia. non fa nomi di materialisti e. Mi dedicai a questo studio nelle ore lasciatemi libere dal lavoro di redazione delle mie opere e dall’insegnamento delle scienze giuridiche. Presta ora ascolto a quel che ti esporrò circa il contenuto e il risultato delle scienze dei filosofi. dopo averle comprese. comune è per al-Gazali l’esito al quale tutte inevitabilmente pervengono: l’ateismo. egli mostra come le tre categorie fondamentali di filosofi. il Sapiente onnipotente. Mi resi quindi conto che confutare una dottrina prima di averla compresa e conosciuta a fondo significa procedere alla cieca. al di là delle divergenze e dei contrasti sussistenti tra le varie forme di filosofia. a scrutarne le crepe e il fondo finché mi resi conto. Non bisogna dimenticare che nel mondo arabo ad Aristotele erano attribuite una Teologia e il cosiddetto Liber dè causis. anzi ha combattuto il racconto platonico del Timeo della formazione del mondo da parte di un artefice divino. 1) I Materialisti sono tra i più antichi. Naturalisti. a tornarci sopra. infatti. si dividono in tre categorie: Materialisti. in seguito. Poi continuai con assiduità. fra ultimi e primi grande diversità quanto alla loro maggiore o minore distanza dalla verità. dovendo in Baghdad rendermi utile a trecento studenti. in meno di due anni. anche se esiste fra antichi e più antichi. Quindi essi hanno constatato in questi tante cose meravigliose opera di Dio. e senza un fattore. ha profondamente studiato la dissezione delle membra e degli organi degli animali. CAMBIANO-MORI • © 2011. per se stesso. Perciò mi accinsi con impegno ad acquisire quella scienza dai libri mediante la sola lettura. le scienze dei filosofi2. La tesi dell’eternità del mondo e delle specie animali (e quindi della catena che va da seme ad animale e viceversa) è reperibile anche in Aristotele. che l’animale è sempre nato da sperma e lo sperma dall’animale. che erano in realtà di provenienza neoplatonica e ravvisavano in Dio la fonte da cui tutto deriva e dipende: ciò può spiegare la collocazione di Aristotele fra i teisti.

Di conseguenza. soprattutto in Galeno. «Dio risparmiò ai credenti di combattere»6 col fatto che si combatterono gli uni gli altri. e la stessa facoltà intellettuale T187 umana. Quindi. secondo la loro asserzione. questi naturalisti si abbandonano. restati senza freno. Citazione dal Corano. han respinto le dottrine delle due prime categorie. senonché lasciò anche sopravvivere della loro abietta miscredenza ed eretica innovazione resti dai quali non era riuscito a liberarsi. Ma questo è. La tesi del finalismo della natura era propria anche di Aristotele. Secondo al-Gazali. ROMA-BARI . Aristotele inoltre confutò Platone e Socrate e i teisti che lo avevano preceduto attaccandoli senza mercé fino a che si separò da loro tutti. Quindi si sono spinti fino a dire che l’anima muore e non torna in vita. al-Gazali riconosce che Aristotele ha dato importanti contributi. grazie anche alle sue indagini anatomiche. anch’egli e i suoi seguaci musulmani. la seconda è da giudicare eresia. col mettere in luce i vergognosi errori di questi. 7. e ciò vuol dire che non esiste un’anima in grado di sopravvivere alla morte del corpo. in particolare nel Sull’uso delle parti T112. in particolare con il giudizio finale al quale Dio sottoporrà tutti gli uomini dopo la morte. e Aristotele che con loro vantaggio ha dato assetto alla logica. autentica filosofia di Aristotele. che tuttavia non la faceva dipendere dal riconoscimento dell’azione di una divinità creatrice e provvidenziale. Per questo aspetto. al-F¯ar¯abi7 e altri. Risurrezione e Rendiconto. come animali. GIUS. A Galeno è anche riconducibile la tesi che le facoltà animali. siccome egli finisce nel nulla. 25. aveva affermato. del tutto incompatibile con la verità rivelata. secondo noi. Le dottrine esposte in questa sezione da al-Gazali trovano paralleli forse più appropriati in ambito medico. E sono anch’essi degli atei (zind¯ıq) perché la base della fede è credere in Dio e nell’Ultimo Giorno ed essi hanno negato l’Ultimo Giorno. Quello che gli altri hanno trasmesso è tanto poco scevro da incertezza e confusione che chi legge ne ha la mente turbata al punto da non capire. quelle dei Materialisti e dei Naturalisti e. di modo che l’uomo finisce nel nulla. è inconcepibile. Avicenna e al-F¯ar¯abi. 6. annulla anche le funzioni corrispondenti. ricadono necessariamente nella condanna che per al-Gazali coinvolge tutta la filosofia. Non c’è più. Ciò fa risparmiare fatica ai credenti nel confutarli: in qualche modo i filosofi stessi hanno già fornito le armi per la loro confutazione. retribuzione per l’obbedienza a Dio. in generale. CAMBIANO-MORI • © 2011. maestro di Aristotele. ad esempio. la terza non deve essere rigettata del tutto. E una cosa che non si capisce come la si può confutare o accettare? Tutto quanto nella trasmissione di Ibn S¯ın¯a e al-F¯ar¯abi è. e Platone. dipendono per il loro buon funzionamento da una buona mescolanza o temperamento degli umori costitutivi del corpo. si può sommariamente dividere in tre parti: una è da giudicare miscredenza. ha precisato quanto prima non lo era e ha portato a maturazione scienze ancora acerbe. Nessuno studia accuratamente l’anatomia e le mirabili funzioni delle membra e degli organi senza necessariamente venire a conoscere quanto perfetta è stata l’opera dell’Artefice nel dare struttura all’animale e specialmente all’uomo. XXXIII. maestro di Platone. I Teisti. 5. ma senza liberarsene del tutto. che l’inesistente possa essere riportato all’esistenza5. tipicamente scettica. soprattutto in ambito logico.qxp:03_come_vivere 864 4-04-2011 20:12 Pagina 864 Come vivere? loro fini. È necessario quindi giudicare infedeli quei filosofi e così pure quanti li seguono dei sedicenti filosofi «musulmani» come Ibn S¯ın¯a. hanno negato l’Aldilà e disconosciuto Paradiso e Fuoco. LATERZA & FIGLI. e ha messo in luce molti errori dei suoi predecessori. Questi. 3) I Teisti sono gli ultimi venuti. Fra essi sono. ha revisionato le scienze. hanno apportato di che esimere gli altri da un tale compito. la piena adeguatezza della composizione e struttura degli organi corporei alle funzioni che essi per natura sono deputati ad assolvere. per al-Gazali. agli appetiti. anche se credono in Dio e nei Suoi attributi. Però nessuno dei cultori musulmani di filosofia si è tanto curato di trasmettere la scienza di Aristotele come i due suddetti.03_Come vivere. Socrate. secondo loro. né castigo per la ribellione a Lui. alGazali riprende qui la tesi. questa tesi porta alla conclusione che la dissoluzione del corpo. eliminando questa mescolanza. Senonché a costoro per le loro molte ricerche sulla natura è sembrato che l’equilibrio degli umori eserciti grande influsso sulla costituzione delle facoltà dell’animale e hanno ritenuto che la facoltà intellettiva nell’uomo dipende anch’essa dal suo temperamento e viene annullata annullandosi questo. secondo cui i disaccordi dottrinali fra i filosofi conducono all’annientamento reciproco delle loro tesi.

1 e parte II. invece dedicata ai «fini». ma per lasciar sussistere soltanto il volto del Signore. La tesi che fa dipendere il valore di una scienza anche dal valore dell’oggetto di cui essa si occupa ha un parallelo nella concezione aristotelica secondo cui la vita teoretica è superiore a ogni altra forma di vita. Sohravardi Il canto del grifone. ROMA-BARI T188 . perché le argomentazioni di questa scienza sono più conclusive di quelle di qualsiasi altra scienza. A uno dei sufi fu chiesto: «Qual è la prova dell’esistenza del Creatore?» Egli rispose: «Per me è l’aurora invece della lanterna». in questa si trovano tutti i segni di preferenza. il «conosciuto» dovrebbe essere più nobile. è presentato l’itinerario che conduce alla vera conoscenza (gnosi). Innanzitutto. I maestri dell’arte del Kal¯am2. opera dal titolo immaginoso. In considerazione di tale legittimità. In questa condizione. perché l’occuparsi di essa dovrebbe essere più importante e i suoi vantaggi maggiori. 1 Sull’eccellenza di questa scienza su tutte le altre Non sia ignoto all’illuminato che la preferenza di una scienza ad altre è dovuta a varie ragioni. Quest’ultima. 1. E. le Sue qualità e così via.03_Come vivere. Ossia. In relazione all’accertamento dell’argomentazione e alla conferma della dimostrazione. come il legno e la lana. per esempio l’arte dell’orafo è preferibile al mestiere di chi produce basti per animali da soma perché si occupa d’oro mentre quest’ultimo lavora materiali più vili. le dottrine di Sohravardi continuano ad esercitare una forte influenza nell’odierno Iran sciita. le ragioni per le quali tale conoscenza è superiore a ogni altra. La conoscenza intuitiva. cap.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 865 La vita umana e il volere di Dio 865 La via dell’esperienza mistica rimane da allora linea dominante nel corpo della filosofia islamica: un documento rilevante è costituito dall’opera di Sohravardi. ogni conoscenza va persa. T188 Sohravardi: dalla gnosi all’annientamento in Dio Nel Canto del grifone. In secondo luogo. i teologi che hanno dato vita alla teologia detta Kal¯am. l’illuminato. egli colloca. In terzo luogo. Sviluppate da Mulla Sadra nel XVII secolo. 2. GIUS. l’acquisizione di qualche conoscenza di questo genere è indubbiamente superiore a quella di forme di conoscenza che comportano le molestie dell’osservazione. infatti. che presenta vari gradi. Nella seconda parte dell’opera. le fatiche del ragionamento e i travagli del dubbio e del sospetto. parte I. cap. in quanto ha per oggetto il divino. considerano legittimo che Dio l’Onnipotente debba dare all’uomo la conoscenza necessaria concernente la Sua esistenza. 3. In relazione all’«oggetto» e al «conosciuto». è travagliata da dubbi e incertezze ed è costretta a formulare ragionamenti che arrivano alle conclusioni soltanto partendo da premesse. LATERZA & FIGLI. A conferma della superiorità della conoscenza CAMBIANO-MORI • © 2011. È evidente che l’oggetto e fine di questa scienza è la Verità. è superiore alla conoscenza che perviene ai suoi risultati soltanto attraverso la via faticosa e indiretta percorsa abitualmente dall’uomo. rispetto ad altre scienze. al di sopra e al di là della conoscenza. Sohravardi espone a chi già gode del dono della luce. È stabilito che l’intuizione è più forte dell’argomentazione. l’oblio e l’annientamento di se stessi in Dio. E un altro di loro dice: «Chi cerca la Verità attraverso ragionamenti è simile a colui che cerca il sole con una lanterna»3. ottenuta per rivelazione o dono di Dio. Ed è impossibile paragonare altre cose esistenti alla Sua grandezza1. cioè «parola» o «discorso».

Quando un individuo dimentica se stesso e dimentica anche l’oblio. In relazione all’importanza. quando sarà possibile una visione diretta di Dio. è questo lo stato dell’Abolizione. nel riconoscimento che i più accedono per altre vie più semplici ai contenuti della verità rivelata. Non c’è dubbio che per gli uomini non c’è nulla di più importante della massima felicità5. 4. tuttavia. CAMBIANO-MORI • © 2011. La conoscenza di Dio conduce alla massima felicità: anche in questo aspetto si dimostra la superiorità della gnosi. ‘Umar e ‘Al¯ı.03_Come vivere. Egli è «solo» quando nel «conosciuto» rinuncia al pensiero della «conoscenza». Così. «Se egli compie molto esercizio. [. secondo questi principi. abbiamo una condizione chiamata fan¯a dar fan¯a. per consentire loro una visione diretta di Se stesso. sin dal suo sorgere. Nell’aldilà. la mia fede non è accresciuta». L’uomo raggiunge poi uno stadio siffatto che. dimostrazione e ammonizione non sono tenute in conto dalla Gente della Verità4.. ogni volta che lo voglia. «E finché essi provano piacere nella ma’rifa sono in perdita. nei quali l’inferiorità del ragionamento come strumento conoscitivo risulta chiaramente dal paragone di esso con la lanterna. che ribadisce invece la centralità dell’indagine filosofica. questa condizione si chiama fan¯a-i-akbar.. perseguita secondo il modello di Aristotele. Essa risulta un mezzo per raggiungere l’obiettivo della felicità. intuitiva diretta. Cosi ogni volta che guarda a se stesso diventa felice perché discerne l’irraggiamento della luce di Dio [che cade] su di lui. il Glorioso e Benefico».] L’annientamento «E questa Tranquillità diventa tale che se qualcuno desidera tenerla lontana da sé non può. e rimane solo il volto del Tuo Signore. consistente nell’annientamento di se stessi in Dio. ma restringe la diffusione di essa a una minoranza. ROMA-BARI .] D’altra parte. Perciò ‘Umar – possa Dio compiacersi in lui – disse: «Il mio cuore ha visto il mio Signore». emergerà chiaramente quanto siano inferiori le T188 abituali tecniche conoscitive dell’uomo. dei quali in seguito sono citati alcuni detti. Già in questo mondo. Quando scompare anche la conoscenza dell’umanità. [. argomentazione. In tale situazione. Un’eccezione è costituita da Averroè. e la sua ascesa raggiunge le alte sfere. ed è lo stato in cui «Chiunque sia in ciò. che presuppone ancora una distinzione tra chi conosce e l’oggetto conosciuto. 5. secondo Sohravardi.. E qui sono nascosti segreti che sarebbe fuori luogo [trattare] in questa sede. svanirà. Diventa tale che cessa di guardare a se stesso e che perde la nozione della sua esistenza. supera anche questo stadio. Finora è una manchevolezza. GIUS. In questo breve trattato non possono però essere affrontati tutti i problemi. la cui illuminazione è ben inferiore a quella prodotta dal sole. LATERZA & FIGLI. ci si trova oltre la stessa conoscenza. sono talora possibili. ma proprio in quanto mezzo essa è soltanto preparatoria al momento più alto. per la ricerca della verità. E può farlo ogni volta che lo voglia o che lo desideri. E il più grande mezzo di accesso è la ma’rifa [gnosi].qxp:03_come_vivere 866 4-04-2011 20:12 Pagina 866 Come vivere? Poiché i maestri dei principi hanno accettato e assentito che nel prossimo mondo Dio Onnipotente creerà negli uomini una percezione nel senso della vista. Sohravardi cita alcuni detti di saggi sufi. sono discendenti del profeta Maometto. si raggiunge la perfezione quando si perde la conoscenza nel «conosciuto» perché chiunque provi piacere nella «conoscenza» nella stessa guisa che nel «conosciuto» ha fatto di ciò il suo oggetto. visioni dirette di quel genere.. si addice [a Lui] creare nel cuore dell’uomo percezioni di questo genere per consentirgli di vederLo in questo mondo senza alcuna mediazione e prova. e ‘Al¯ı – possa Dio abbellire il suo viso – dice: «Se il velo è rimosso. può rinunciare al corpo e volgersi al mondo della [Divina] Maestà.

Averroè Libro della distinzione del discorso o Trattato decisivo Così. secondo il suo temperamento e la sua natura. La filosofia è la forma più alta di onore che l’uomo può rendere a Dio. ROMA-BARI T189 . 1. Infatti. Il presupposto di Averroè è che la verità è unica. la dialettica da premesse che paiono vere ai più o ai più sapienti. e che essa ci incita a perseguire quella massima felicità che consiste nella conoscenza di Dio Potente ed Eccelso e delle sue creature.. ma tutte conducono. mentre morire di sete è un secondo sostanza e necessità. poiché la nostra divina religione chiama gli uomini a sé secondo queste tre vie. CAMBIANO-MORI • © 2011.] Avendo stabilito tutto ciò. sono chiamati a Dio. che è unica per tutti. l’assenso prestatovi è generalizzato2. per sua propria negligenza. a Dio e alla verità. infatti. chi alle dispute dialettiche (aˆawˆıl giadˆaliyya) con la stessa intensità di chi crede alle dimostrazioni – e ciò perché la sua natura non gli consente altrimenti –. essendovi chi lo presta alla dimostrazione razionale (burhˆan).03_Come vivere. fra tre tipi di argomentazione: l’argomentazione apodittica. o chi. secondo Averroè. LATERZA & FIGLI. morire per un’acqua malamente ingurgitata è accidentale. è simile a colui che impedisce a un assetato di bere dell’acqua fresca. egli cita versetti del Corano. e a rincalzo di questa tesi. 2. La retorica parte da premesse soltanto persuasive. GIUS. rifiuta di abbracciare la strada più adatta che lo conduca a Dio. Non tutti gli uomini sono in grado di percorrerle tutte e tre. con la scusa che avrebbe potuto rimanerne soffocato. stabilita da Aristotele. [. la dialettica e la retorica. ed essendo persuasi. dalle cose a Dio. La Legge permette o proibisce la filosofia? Averroè va addirittura oltre questo dilemma: a suo avviso la Legge non solo permette. essa è dunque superiore alle altre due. infatti. L’esclusione da queste vie è soltanto frutto di rifiuto o negligenza umana. Averroè riprende la tripartizione gerarchica. può risalire da ciò che è noto a ciò che non lo è ancora. ne deriva che per ogni musulmano. e ne resta escluso solo chi ostinatamente pretende di combatterla a parole.. che la nostra divina religione è vera. è prescritto un particolare tipo di assenso (tasdˆıq) a tali verità. e discuti con loro nel modo migliore». l’assenso alla verità. con saggi ammonimenti e buoni. Per questo aspetto la filosofia si distingue nettamente. pertanto. infatti. varia a seconda del tipo di argomentazione che conduce a esso. raggiunto dai filosofi per via dimostrativa. servendosi della tecnica dimostrativa. Infatti. noi diciamo che colui il quale proibisce a chi ne ha la facoltà di studiare i libri dei filosofi con la scusa che ci sarà poi gente che lo accuserà di deviare dalla retta via. A questi tre tipi di argomentazione corrispondono tre tipi di assenso dato alla verità. le altre due strade sono accessibili alla maggior parte degli uomini. Le vie sono tre. fino a farlo morire. grazie al fatto che la religione include tutti i possibili metodi di avvicinamento a Dio. Il Profeta – su di lui la pace! – fu inviato con un messaggio particolare «al bianco e al nero». ma raccomanda l’esercizio della filosofia. in quanto musulmani. anche se per itinerari diversi. dalla teologia e dalla fede dei semplici: mentre la via filosofica può essere percorsa soltanto da pochi. E l’Altissimo ha ben chiarito tutto ciò dicendo: «Chiama gli uomini alla via del Signore. che invitano a studiare i fenomeni naturali. L’assenso. ma in linea di principio almeno a una tutti sono in grado di accedere: tutti gli uomini. essa. mentre l’apodittica parte da premesse vere e necessarie. Quindi. è superiore all’assenso raggiunto per le altre due vie dai teologi e dagli uomini semplici.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 867 La vita umana e il volere di Dio 867 T189 Averroè: le vie della verità e la filosofia Il punto di partenza dello scritto di Averroè è il problema del rapporto tra la filosofia e la Legge coranica. i caratteri degli uomini si diversificano riguardo a questo assenso. e chi lo presta ai discorsi retorici (aqˆawˆıl khattˆabiyya) pure con la stessa intensità di chi crede alle dimostrazioni1. ma diversi sono i modi e gli strumenti con i quali gli uomini possono accedere a essa.

T189 4. prefiggendosi lo scopo di conciliare l’intelletto e la tradizione rivelata. non si sfugge al presupposto che tale essere reale o è menzionato o è sottaciuto dalle Scritture. l’interpretazione allegorica. poiché il Vero (haqq) non può contrastare col Vero. poiché apprendere i contenuti delle dimostrazioni è difficile ed anche coloro i quali sono qualificati a farlo abbisognano di molto tempo. Ma se contrasta. il giurista si serve di un ragionare basato solo sull’opinione soggettiva (qiyˆas zannˆı). Averroè non prospetta come possibile l’abbandono della soluzione filosofica. delle due l’una: o il senso apparente (della conclusione filosofica) si accorda o contrasta con quei testi. Stando così le cose. GIUS. in modo da definire un qualcosa o con un sinonimo o facendo riferimento alla sua causa o al suo effetto.. si accresce la certezza di coloro che si applicano e esercitano l’esegesi. si presenta la necessità di un’interpretazione allegorica (delle Scritture) (ta’wˆıl)4. In tal modo. 3. Infatti. è necessario che la Legge contenga tutti i metodi possibili di giudizio e di formulazione dei concetti. Interpretazione allegorica significa trasporto dell’argomentazione da un piano reale a un piano metaforico.. nessun problema. Da questo passo risulta chiaramente che ad Averroè non può essere attribuita la dottrina della cosiddetta «doppia verità». Se operare in questo modo è lecito al giurista nella maggior parte degli argomenti che attengono la Legge. Per cui. visto che lo scopo della Legge è quello di rivolgersi alle masse. e nemmeno il metodo dialettico. poiché tale caso sarebbe identico a quello per cui il giurista. o almeno ci si avvicineranno moltissimo. [. è costretto a dedurlo per via analogica. invece. per via filosofica. Tra la filosofia che si vale delle procedure dimostrative e la rivelazione consegnata nel testo sacro non c’è né può esserci alcun contrasto. mentre il sapiente di un ragionare basato sulla certezza (qiyˆas yaqˆınˆı). egli propone. LATERZA & FIGLI. noi musulmani non possiamo che essere fermamente convinti del fatto che la speculazione dimostrativa non può condurre a conclusioni diverse da quelle rivelate dalla religione. non si presenta alcuna contraddizione (tra religione e filosofia). dal momento che questa nostra religione è vera e incita a un’attività speculativa che culmini nella conoscenza di Dio. Questo fatto non è posto in discussione da nessun musulmano. Se invece i testi religiosi ne parlano. se una conclusione cui si perviene attraverso la dimostrazione contrasta col senso apparente delle Scritture. il cui senso letterale contrasta con le conclusioni dimostrative. ma anzi gli si armonizza e gli porta testimonianza3. È interessante che. infatti. secondo – beninteso – le regole dell’esegesi linguistica araba.qxp:03_come_vivere 868 4-04-2011 20:12 Pagina 868 Come vivere? Ora. la quale mostra che tale contrasto è soltanto apparente. se si ha la pazienza di riesaminare il testo sacro e di indagarlo attentamente in tutte le sue parti. ciò che è affermato nel testo sacro contiene un significato nascosto pienamente compatibile con le conclusioni raggiunte dalla filosofia. Di più: noi sosteniamo che di tutte le espressioni delle Scritture. né contestato da alcun credente. in caso di contrasto fra testo sacro e conclusione raggiunta con la sola ragione. CAMBIANO-MORI • © 2011. Se si accorda. alla (correttezza) dell’interpretazione allegorica. quanto più ne ha diritto colui che segue la scienza della dimostrazione! E infatti. Quindi noi affermiamo con forza che.] Non è proprio della natura di chiunque padroneggiare il metodo dimostrativo. come strumento per eliminare il contrasto. ROMA-BARI . Se è sottaciuto. non reperendo qualche principio legale nelle Scritture. – senza con ciò derogare dalla abitudine linguistica araba all’uso della metafora –. si troveranno altre affermazioni parallele che porteranno testimonianza. se la speculazione dimostrativa conduce alla conoscenza di qualche essere reale. è questo senso apparente a necessitare di un’interpretazione allegorica. o insomma a qualcos’altro che le si può porre a confronto. proprio col loro senso letterale.03_Come vivere.

7.] Pertanto gli uomini.. si commette un atto di miscredenza. ciò dipende dalla difficoltà crescente delle tecniche impiegate per condurre a tale assenso. 5. GIUS. [. i metodi (epistemologicamente) prevalenti nell’ambito della religione sono quelli propri della maggioranza. 7. Nessun uomo dotato di intelletto può rifiutarsi di prestare assenso a questo genere di argomentazioni. consiste nella grandissima maggioranza della popolazione. In questi casi è necessario cioè far riferimento alle parole dell’Altissimo: «la vera interpretazione di quei passi non la conosce che Dio»6. che si adatta alle argomentazioni retoriche. III. XVIII. senza che egli contemporaneamente sia in grado di accogliere l’allegoria. CAMBIANO-MORI • © 2011. senza per altro dimenticare l’élite. né inserendole in testi retorici né in testi dialettici. ROMA-BARI T189 . si induce costui alla miscredenza nel preciso momento in cui si vengono a dibattere questioni religiose. Se si fa partecipe qualcuno. sia per quanto riguarda i concetti. Alle tre vie argomentative. che è tale per predisposizione naturale o per addestramento nell’arte della filosofia (hikma). il quale indirizza la sua opera principale ai pochi capaci di pervenire ai contenuti più profondi della verità. sia l’accettazione dell’allegoria: per cui. cui non compete affatto l’interpretazione allegorica. LATERZA & FIGLI. che non è in grado di comprenderle. corrispondono fasce sempre più ristrette di individui. remote dal senso comune. Siccome il principale fine delle Scritture è quello di chiarire le cose alla maggioranza. Lo stesso tipo di atteggiamento si deve riservare per quelle questioni astruse che le masse non hanno capacità di comprendere. E quando di un assunto si afferma che è dubbio sapere se il suo senso letterale è di per se stesso evidente alle masse. ma solo d’un poco di scienza voi siete stati dotati»7. come invece ha fatto Abˆu H¯amid al-Ghaz¯alˆı. per le quali si giunge ad assentire all’unica verità – la retorica. né tanto meno alle masse. soprattutto se si tratta di conclusioni dimostrative. che si avvalgono di argomentazioni soltanto dialettiche. cioè il retorico e il dialettico – ed anzi il retorico è ancor più generale del dialettico –. tanto da parte dell’interprete quanto da parte di chi riceve l’interpretazione. Rispondi: lo Spirito procede dall’ordine del mio Signore.. si dividono in tre gruppi: il primo. se si distrugge il senso letterale nella mente di chi è capace di comprendere solo quello. di queste interpretazioni allegoriche. di questo assunto si conclude che la sua interpretazione la conosce solo Dio. la dialettica e l’apodittica –. secondo le parole dell’Altissimo: «Ti chiederan dello Spirito. cioè il dimostrativo5. non bisogna rivelare le interpretazioni allegoriche alle masse. Corano.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 869 La vita umana e il volere di Dio 869 Esistono poi metodi di giudizio comuni alla maggioranza degli uomini. anzi neppure ai teologi. in riferimento alla Legge religiosa.03_Come vivere. e un metodo specifico per una più ristretta categoria di persone. 6. Corano. Il secondo gruppo è quello che si giova dell’interpretazione dialettica: e dialettici si diventa per natura o per educazione. L’interpretazione avanzata da quest’ultimo gruppo non deve essere comunicata ai dialettici. ovvero se ha bisogno di un’interpretazione cui le masse non possono pervenire. Su posizioni affini a quelle di Averroè si attesta anche il filosofo ebreo Maimonide. 85. La causa di ciò sta nel fatto che le interpretazioni implicano sia il rifiuto del senso letterale. sia per quanto riguarda i giudizi. La conseguenza è che per Averroè la filosofia non può essere praticata dai più e i suoi risultati non possono e non devono essere comunicati alle masse. Il terzo gruppo è quello dell’interpretazione vera: si tratta della gente dimostrativa. al di là del significato letterale dei testi sacri. Dunque.

24). 51 La difficoltà degli studi metafisici Le cause che impediscono di iniziare l’insegnamento con i temi metafisici. mostrando loro la via per comprendere le allegorie di cui i profeti hanno rivestito la Scrittura. per coglierne il vero senso. vuoi per il mancato esercizio in ciò che fa passare questa potenza all’atto. o ancora: «Dove si troverà la sapienza?» (Gb. come è stato detto: «Ciò che esiste è lontano (dalle nostre concezioni). Maimonide intende. Questo proposito di esegesi della Sacra Scrittura.. della propria perfezione finale: tale perfezione si trova in lui in potenza ed. se si potesse giungere a qualche punto elevato (della scienza) senza gli studi propedeutici. la sua sottigliezza e la sua profondità. tanto che i più ne restano irrimediabilmente lontani. non è dotato. per cui si annoia degli studi preliminari e li abbandona. Lo scritto di Maimonide non intende. di attirare l’attenzione su ciò che merita attenzione. parlando per bocca dei profeti. nell’insegnamento. non significa che esso debba necessariamente passare all’atto. se un individuo possiede qualcosa in potenza. che debbono venire prima. rivolgersi alla gente comune o a quanti iniziano gli studi o a chi studia soltanto la scienza della Legge divina nella sua interpretazione tradizionale. indirizzarsi agli uomini religiosi. chi può trovarlo?» (Eccl. la metafisica. talvolta l’individuo rimane nella propria imperfezione. poiché costoro non incontrano difficoltà di fronte al significato letterale del testo sacro. invece. Ma. e di presentarlo al volgo. prova naturalmente il desiderio di cercare (subito) le conclusioni. In realtà. LATERZA & FIGLI. a nuotare si azzarda solo chi si è esercitato ad impararlo. 34 e III. Ma sii certo che. ciò che è molto profondo. A questi. 12). ma egli non esita a ricorrere ad argomentazioni razionali per mostrare perché lo studio della metafisica è difficile. infatti. ma semplici distrazioni e futilità.03_Come vivere. La seconda causa è l’incapacità che. GIUS. 12). ma incontrano qualche difficoltà di fronte al significato letterale. 28.qxp:03_come_vivere 870 4-04-2011 20:12 Pagina 870 Come vivere? T190 Maimonide: l’ingresso nel palazzo del sapere «Questo trattato ha in primo luogo lo scopo di spiegare il senso di certi termini che ricorrono nei libri profetici»: così inizia la Guida dei perplessi. Pertanto. inizialmente. Maimonide ritiene di poter fornire una guida per uscire dalla perplessità. che accettano la verità rivelata e sono perfetti nei costumi. sulle prime. si ritrova nello spirito di tutti gli uomini. è determinato dal fatto che possono emergere discrepanze fra il senso letterale di essa e quanto afferma la ragione. questi non sarebbero studi preparatori.. non si deve muovere. ma chi non sa nuotare annega. i saggi l’hanno spiegata in modi diversi.] T190 CAMBIANO-MORI • © 2011. inizialmente. infatti. ROMA-BARI . per questo. sono cinque. dunque. La terza causa è la lunghezza degli studi propedeutici. Maimonide Guida dei perplessi. è Dio stesso che si è servito di allegorie e parabole. da quello che è più difficile da capire e più profondo. Anche Maimonide utilizza lo strumento della parabola per illustrare il fatto che non tutti gli uomini possono arrivare alla conoscenza dimostrativa della verità e alla scienza più alta. vuoi per qualche ostacolo. [. 11. dicendo tra l’altro: chi sa nuotare trova perle in fondo al mare. 7. è privata dell’atto (come dice la Scrittura): «L’uomo nasce come un asino selvatico» (Gb. al contrario. L’uomo. Una delle allegorie diffuse nel(le tradizioni del nostro) popolo è il paragonare la scienza all’acqua. I. La prima causa è la difficoltà della cosa in sé. L’uomo. e sono quindi «perplessi».

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Quanto a te, sai bene che gli argomenti in questione si legano gli uni agli altri. Nell’essere, infatti, non c’è altro che Dio e tutte le sue opere, includendo in queste ultime tutto
ciò che esiste al di fuori di lui. E Dio non può essere percepito se non per il tramite delle
sue opere. Esse ne indicano l’esistenza e cosa si debba credere a suo riguardo, intendo dire: cosa va affermato o negato di lui. È quindi, necessario esaminare tutti gli esseri nella
loro realtà, per poter ricavare da ogni branca (della scienza) quei principi veri e certi che
ci servono nelle nostre ricerche metafisiche.
La quarta causa va ricercata nelle disposizioni naturali. Si è detto e dimostrato, infatti,
che le virtù morali sono propedeutiche alle virtù razionali, e che l’acquisizione delle vere
(virtù) razionali – ossia, delle nozioni intelligibili perfette – è possibile solo all’uomo che
abbia ben castigato i propri costumi e sia calmo e posato. [...]
La quinta causa è costituita dal daffare imposto dai bisogni del corpo, che rappresentano la prima perfezione (da acquisire), in specie quando si aggiungono gli impegni che richiedono moglie e figli, e ancor più quando a tutto ciò si aggiunge la ricerca del superfluo
che, per una cattiva impostazione della vita o per le cattive abitudini, diventa un potente
bisogno naturale.

Il palazzo del sapere
Inizierò il mio discorso, in questo capitolo, presentandoti la parabola che segue.
Un sovrano è nel suo palazzo, mentre i suoi sudditi stanno parte in città, parte fuori della città. Di quelli che stanno nella città, gli uni voltano le spalle alla dimora del sovrano,
dirigendosi da un’altra parte; gli altri si volgono verso la dimora del sovrano e, dirigendosi verso di essa, cercano di entrare nella sua dimora e di comparire alla sua presenza, ma,
finora, non hanno neppure scorto il muro del palazzo. Altri, tra quanti cercavano di raggiungerlo, una volta giunti al palazzo, gli girano attorno per individuare l’entrata; altri sono entrati e passeggiano nei vestiboli; altri, ancora, sono riusciti a penetrare nel cortile interno del palazzo, giungendo al luogo ove si trova il sovrano, ossia alla sua dimora. Tuttavia, per quanto arrivati a questa dimora, costoro non possono né vedere il re, né parlargli. Dopo essere giunti all’interno della sua dimora, devono ancora fare altri passi indispensabili, e solo allora potranno presentarsi al sovrano, vederlo da lontano o da vicino,
ascoltare la sua parola, o parlargli.
Ora spiegherò questa parabola, che ho escogitato:
Coloro che stanno al di fuori della città sono tutti gli uomini che non hanno alcuna fede
religiosa, né speculativa, né tradizionale, come i Turchi più lontani nell’estremo Nord, i negri dell’estremo Sud, e quanti sono come loro, nei nostri paesi. Costoro vanno considerati
alla stregua di animali irrazionali. Non li colloco al livello degli uomini, perché, tra gli esseri, occupano un rango inferiore a quello dell’uomo e superiore a quello della scimmia: hanno, infatti, la figura e i tratti dell’uomo e un discernimento superiore a quello della scimmia.
Coloro che stanno nella città, ma voltano le spalle alla dimora del sovrano sono gli uomini che hanno un’opinione e che pensano, ma hanno concepito idee contrarie alla verità, sia in conseguenza di un grave errore in cui sono incorsi nella loro speculazione, sia
per aver seguito chi era in errore. Costoro, a motivo delle loro opinioni, quanto più procedono, tanto più si allontanano dalla dimora del sovrano. Essi sono molto peggiori dei
primi, e possono presentarsi occasioni in cui diventa addirittura necessario ucciderli, cancellando le tracce delle loro opinioni, affinché non sviino gli altri.
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Come vivere?
Coloro che si dirigono verso la dimora del sovrano e cercano di entrarvi, ma non hanno neppure scorto il muro del palazzo, sono la folla degli uomini religiosi, intendo dire gli
ignoranti che osservano i precetti.
Coloro che, giunti al palazzo, gli girano attorno, sono i giuristi che, per tradizione, ammettono le opinioni vere, che discutono sulle pratiche del culto, ma non si impegnano nella speculazione sui princìpi fondamentali della religione, né cercano, in qualche modo, di
stabilire la verità di una qualche credenza.
Coloro, invece, che si immergono nella speculazione sui princìpi fondamentali della religione, sono «coloro che sono entrati nei vestiboli», ove gli uomini si trovano indubbiamente ammessi secondo ranghi diversi.
Coloro che hanno compreso la dimostrazione di tutto ciò che è dimostrabile, che sono
arrivati alla certezza nelle cose metafisiche, ovunque questo sia possibile, o che si sono avvicinati alla certezza, nei casi in cui non sia concesso andare oltre questa approssimazione, sono coloro che «sono arrivati all’interno della dimora, presso il sovrano».
Sappi, figlio mio, che fino a quando ti occuperai solo di matematica e di logica, sarai come quelli che girano attorno alla dimora (del sovrano) e ne cercano l’ingresso, come allegoricamente dicono i nostri saggi: «Ben Zoma è ancora fuori». Quando avrai compreso gli
argomenti della fisica, sarai entrato nella dimora e passeggerai per i vestiboli. Se avrai raggiunto la perfezione nelle cose fisiche ed anche in quelle metafisiche, sarai entrato in prossimità del sovrano, nel cortile interno, e ti troverai con lui nella stessa abitazione. Quest’ultimo grado è quello dei (veri) sapienti.

Nell’Occidente latino una delle più celebri rappresentazioni della vicenda umana come un cammino di salvezza e avvicinamento a Dio, che ha la sua base nella fede e nell’amore di Dio e procede attraverso gradi che culminano nella contemplazione mistica, è fornita nel XIII secolo dal francescano Bonaventura.

T191 Bonaventura: ascesa a Dio e contemplazione mistica
L’Itinerario è un breve scritto, in sette capitoli preceduti da un prologo, composto da
Bonaventura nel 1259 in occasione di un pellegrinaggio alla Verna, ove Francesco aveva
ricevuto le stimmate nel 1224. Francesco è il modello a cui di fatto Bonaventura si
riferisce nel descrivere i gradini della scala che ascende a Dio e che dev’essere
percorsa non soltanto con l’intelligenza, ma con tutto il proprio essere. La funzione di
questo scritto non è dunque soltanto descrittiva, si tratta, infatti, per Bonaventura,
soprattutto di far sorgere e alimentare, con l’aiuto della meditazione e della preghiera
e quindi, in ultima analisi, di Dio stesso, il desiderio di ricongiungersi a Dio. L’esito
ultimo di questo processo consiste nell’acquisire una disposizione ad accogliere anche
ciò che va oltre le capacità conoscitive umane e a vivere l’esperienza mistica
dell’unione con Dio.

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Bonaventura da Bagnoregio Itinerario dell’anima a Dio, I, 1-4; VII, 3-5

L’ascesa
«Felice l’uomo il cui sostegno è in Te! Egli ha disposto le sue vie per risalire da questa valle di lacrime al luogo in cui Dio ha la sua dimora»1. Dato che la beatitudine consiste soltanto nella fruizione del sommo Bene, ed il sommo Bene è una realtà trascendente rispetto a noi, nessuno può pervenire alla beatitudine se non si eleva al di sopra di se stesso,
non in senso fisico, ma in virtù di uno slancio del cuore. D’altra parte, non ci possiamo
elevare al di sopra di noi se una forza a noi superiore non ce lo consente. Infatti, per quanto ci disponiamo interiormente a questa ascesa, a nulla serve tutto ciò se non ci soccorre
l’aiuto di Dio. Ora, l’aiuto di Dio soccorre coloro che lo invocano di tutto cuore, con umiltà
e devozione; coloro cioè che a Lui anelano in questa valle di lacrime per mezzo di un’ardente preghiera. La preghiera, pertanto, è la fonte e l’origine del nostro elevarci a Dio. Per
questo, Dionigi2, nella sua opera De Mystica Theologia, proponendosi di indicarci i mezzi
per giungere all’abbandono dell’estasi, pone al primo posto la preghiera. Preghiamo, dunque, e diciamo al Signore Dio nostro: «Conducimi, Signore, sulla tua via ed entrerò nella
tua verità, gioisca il mio cuore, perché io tema il tuo nome»3.
Così pregando, la nostra anima viene illuminata in modo da conoscere le tappe che le
permettono di ascendere a Dio. Infatti, per noi uomini, nella nostra attuale condizione l’intera realtà costituisce una scala per ascendere a Dio. Ora, fra le cose, alcune sono vestigio
di Dio, altre sua immagine4; alcune sono corporee, altre spirituali; alcune sono temporali,
altre sono immortali; e, pertanto, alcune sono al di fuori di noi, altre invece in noi. Di conseguenza, se vogliamo pervenire alla considerazione del primo Principio, che è puro spirito, eterno e trascendente, è necessario che passiamo prima attraverso la considerazione
delle sue vestigia che sono corporee, temporali ed esterne a noi, e questo significa essere
condotti sulla via di Dio. È necessario, poi, che rientriamo nella nostra anima che è immagine di Dio, immortale, spirituale ed in noi, e questo significa entrare nella verità di Dio.
È necessario, infine, che ci eleviamo a ciò che è eterno, puro spirito e trascendente, fissando con attenzione lo sguardo sul primo Principio, e questo significa allietarsi nella conoscenza di Dio e nell’adorazione della sua maestà.
Queste tre tappe costituiscono, quindi, il viaggio di tre giorni nella solitudine, le tre diverse luci che ci illuminano nel corso della giornata, di cui la prima è simile a quella del
tramonto, la seconda a quella del mattino, la terza a quella del mezzogiorno5. Esse rispecchiano anche i tre diversi modi in cui le cose esistono e con riferimento ai quali fu
detto: «sia fatto», «fece» e «fu fatto»6, e, ancora, rispecchiano i tre ordini di sostanza – corporea, spirituale e divina – presenti in Cristo che è la scala per la nostra ascesa.

1. Salmi, 83, 6-7. L’identificazione della
beatitudine con la fruizione del sommo
Bene proviene a Bonaventura da
Agostino, che aveva distinto l’uso, che
riguarda sempre e soltanto i mezzi in
vista di qualcosa, dalla fruizione che
concerne il fine ultimo, che è soltanto
fine e non anche mezzo per altro 
T115, n. 3.
2. Gli scritti, attribuiti dai medievali a

Dionigi l’Areopagita, convertito da san
Paolo ad Atene, sono una delle fonti più
importanti del pensiero medievale, in
particolare per l’interpretazione
dell’esperienza mistica.
3. Salmi, 85, 11.
4. T48, n. 6.
5. Alle tre tappe fuori di noi, in noi,
sopra di noi corrispondono tre tipi di
luminosità crescente, descritti

metaforicamente in riferimento ai tre
momenti della giornata. Tutto il testo è
costruito su una base di corrispondenze
tre a tre: tre tappe, tre tipi di
illuminazione, tre modi di esistere delle
cose, tre tipi di sostanze (compendiate
nella figura di Cristo, che per questo
aspetto si manifesta mediatore
essenziale fra l’uomo e Dio).
6. Genesi, 1, 3 sgg.

CAMBIANO-MORI • © 2011, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI

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confitto in croce. 10. 9. concedere poco alla ricerca e moltissimo alla compunzione. a Francesco sulla Verna. che Cristo mandò sulla terra. Per giungere a questo stato. L’apparizione dell’angelo crocifisso. né lo desidera se non chi è infiammato fino nell’intimo dal fuoco dello Spirito Santo. GIUS. Questo stato è mistico e segretissimo e «nessuno lo conosce all’infuori di chi lo riceve»9. Esse hanno pertanto un tono 7. cioè allo Spirito Santo. poco o nulla alla creatura e tutto all’Essenza creatrice. L’estasi Questo passaggio fu mostrato anche al beato Francesco. niente può la natura e poco il darsi da fare. ROMA-BARI . Lettera ai Corinzi. E proprio per questo l’Apostolo afferma10 che questa sapienza mistica è stata rivelata per opera dello Spirito Santo. 8. 30. Il primo si volge alle realtà corporee. è necessario che tutte le attività intellettuali siano lasciate da parte e che il culmine dell’affetto si trasfonda e si trasformi interamente in Dio. e fu posto a modello di perfetta contemplazione. perché Egli sia amato «con tutta la mente. con il secondo. ed è detto spirito. per mezzo del rapimento estatico della contemplazione. A partire da tutte queste cose. come prima era stato modello di azione. Qui. egli compì il passaggio a Dio. quando nel rapimento estatico della contemplazione sulla vetta del monte – dove io svolsi nel mio animo queste considerazioni che sono state scritte – gli apparve il Serafino dalle sei ali. è avanzata tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo da Meister Eckhart. con il terzo. né lo riceve se non chi lo desidera. poco al linguaggio esteriore e moltissimo alla letizia interiore. 2.03_Come vivere. Apocalisse. con tutto il cuore. l’anima si volge alle realtà che la trascendono. la sapienza cristiana. senza uscire da sé. come io e molti altri abbiamo udito da un suo compagno che era con lui in quella circostanza8. Dio invitasse tutti gli uomini veramente spirituali a questo passaggio e a questo rapimento estatico dell’anima. In questo passaggio. con tutta l’anima»7. 12. al Figlio e allo Spirito Santo. poco alla parola e allo scritto e tutto al dono di Dio. quindi. l’anima deve prepararsi ad ascendere a Dio. è narrata da T191 T192 Bonaventura stesso nella sua biografia del santo. più con l’esempio che con la parola. San Paolo. tre diversi modi secondo cui essa considera le cose. LATERZA & FIGLI. 10. ed è chiamato animalità o sensibilità. 2. 17. Ma la formulazione più radicale di un misticismo speculativo. che sulle orme del modello neoplatonico individua nel distacco dalle cose e dal mondo e in un itinerario conoscitivo la via per pervenire alla «deificazione». nella nostra anima. che è detto mente. T192 Meister Eckhart: il distacco mistico Le Istruzioni spirituali contengono i discorsi che Eckhart teneva a Erfurt in tedesco ai novizi dell’ordine domenicano durante il pasto serale. al Padre. perché esso sia perfetto. però. esterne a noi. in ciò consistono la perfetta osservanza della Legge e. perché per mezzo suo. insieme.qxp:03_come_vivere 874 4-04-2011 20:12 Pagina 874 Come vivere? A queste tre tappe progressive corrispondono. si volge a se stessa. Vangelo di Marco. CAMBIANO-MORI • © 2011. bisogna.

Nel discorso qui riportato. Eckhart Istruzioni spirituali. giacché pregare è opera migliore che filare. Perché? Perché egli ha Dio solo e la sua intenzione va a Dio solo e tutte le cose divengono per lui Dio solo. non cerca e non gode niente altro che Dio. L’uomo deve cogliere Dio in ogni cosa. ed abituare il proprio spirito ad avere Dio continuamente presente in esso. non azzera tuttavia ogni gerarchia di valore tra i luoghi nei quali ci si trova (chiesa o strada) e le attività che si esercitano (pregare o filare). Come è impossibile che Dio sia distratto dalle cose. L’essere delle creature dipende totalmente da Dio. e chi possiede Dio in verità. Chi è come deve essere. CAMBIANO-MORI • © 2011. sicché non importa dove egli si trovi con il suo corpo. ha Dio vicino a sé in verità. Il fatto che l’essere con Dio rende irrilevante la situazione nella quale ci si trova con il corpo. che tu sia in chiesa od in cella. hanno come vero agente di esse soltanto Dio stesso. intesa come separazione puramente fisica dal mondo. di conseguenza anche le azioni e le opere compiute dall’uomo che porta Dio in sé. vorrebbe dire che è Dio stesso a essere distratto dalle cose. Occorre però avere in tutte le opere una stessa disposizione dello spirito. in cui tutto il molteplice è uno e non più molteplice2. 2. nel tumulto. Infatti l’opera appartiene più propriamente a colui che ne è la causa che non a chi la realizza: se dunque la nostra intenzione è soltanto e unicamente Dio. 6 Mi è stata posta questa questione: alcuni vorrebbero separarsi completamente dagli altri e stare soli. che si unisce a lui in ogni sua intenzione. e niente può impedirgli di operare. Se ciò avvenisse. la cosa decisiva è la sua unità con Dio. anche tra la folla. così è per l’uomo che fa tutt’uno con Dio. più forte di tutto in ogni circostanza. nella propria intenzione e nel proprio amore. ed ecco perché. ma chi non è come deve essere non si trova bene in alcun luogo né con alcuna persona. non si intende di dover valutare nello stesso modo tutte le opere. Considera dunque quali sono le tue intenzioni verso Dio. considerandolo con la stessa serietà. quando si dice identità. giacché egli non considera. nella solitudine o nella cella. se tu fossi così di identico animo. ROMA-BARI T192 . in verità. nello stesso modo niente può distrarre e disperdere quest’uomo: egli è uno in quell’Uno. nel molteplice.qxp:03_come_vivere 4-04-2011 20:12 Pagina 875 La vita umana e il volere di Dio 875 piano e colloquiale. che sono nulla di fronte a lui. Eckhart mantiene saldo il primato della vita religiosa rispetto alle attività laiche. e la chiesa un luogo più nobile della strada3. In maniera semplice Eckhart affronta questioni essenziali per la vita spirituale. In verità. 3. Un tale uomo porta Dio in tutte le sue opere ed in ogni luogo. in verità bisogna che egli operi le nostre opere. si trova bene in ogni luogo e con chiunque. che talvolta gli erano poste dai suoi interlocutori.03_Come vivere. 1. Se egli lo possiede veramente. Come ho detto altre volte. e lui soltanto. né il luogo né le persone1. E come il molteplice non può distrarre Dio. egli affronta in particolare il tema del distacco dalle cose e del possesso di Dio: innanzitutto egli dissipa l’equivoco che distacco dalle cose coincida con una vita di solitudine. e nello stare in chiesa: è questa la cosa migliore? Allora io ho risposto di no. ed è Dio soltanto ad operare tutte le opere di un tale uomo. LATERZA & FIGLI. Colui che è come deve essere. anche se in tutte l’essenziale è raggiungere l’unità con Dio. lo possiede dovunque. una stessa confidenza e uno stesso amore per Dio. L’uomo che ha raggiunto l’unità con Dio non può essere distratto da nulla. nessuno gli può essere di ostacolo. lontano dalla rigidità dei trattati scolastici scritti in latino. e in ciò troverebbero la pace. nessuno potrebbe impedirti la presenza di Dio. Il vero distacco dalle cose è raggiunto soltanto quando si arriva a possedere Dio in sé e a fare tutto con la sua essenza. per la strada e con chiunque altrettanto che in chiesa. e mantieni una identica disposizione dello spirito. non soltanto ad averne il pensiero. Perciò nessuno può essere di ostacolo a questo uomo. i luoghi o le persone: ciò sarebbe del tutto falso. GIUS.

o con chiunque sia. In che consiste dunque questo vero possesso di Dio. 5. per quanto siano diverse le sue compagnie o le sue occupazioni: egli trova in ogni cosa l’immagine di ciò che egli ama. tuttavia l’immagine della bevanda non lo abbandona per tutto il tempo che dura la sua sete. e per lui Dio risplende in tutte le cose. ROMA-BARI . ciò che non può cessare è soltanto l’unione con l’essenza di Dio. e. Un tale uomo incontra facilmente degli ostacoli. egli si sentirebbe a proprio agio dovunque e con chiunque. o assai difficile. nessuno glielo potrebbe togliere. non considera lui solo. chi ha grande sete può fare cose diverse ed avere pensieri diversi dal bere. CAMBIANO-MORI • © 2011. Si deve invece possedere Dio nella sua essenza. qualunque sia il suo pensiero o la sua occupazione. ma anche la chiesa. che non riesce a considerare e a far diventare Dio l’unica cosa che conti per lui. questi non possiede Dio. qualsiasi cosa faccia. giacché possiederebbe Dio. molto al di sopra del pensiero dell’uomo e di ogni creatura5. ma anche quelle buone: l’ostacolo infatti è in lui. più presente. in lui avviene un distacco ed un abbandono di tutto e l’immagine del Dio tanto amato e presente si imprime in lui. ci abbandona anche Dio. considerandolo un puro nulla. in modo da non provare gioia in alcun’altra. non consiste soltanto nell’avere il pensiero di Dio. e non soltanto le parole ed opere cattive. Non realizzando questa unità T192 con Dio. non in un pensiero continuo e sempre identico – ciò è impossibile. Chi possiede così Dio nella sua essenza. ma. si aggira inquieto alla sua ricerca nel mondo esterno. giacché egli non possiede Dio. Se invece fosse così. a meno che l’uomo non si distolga volontariamente da lui. ma anche quelle buone. GIUS.03_Come vivere. interiore. nella intima intenzione dello spirito rivolto a Dio. 4. In lui Dio brilla in ogni tempo. Un tale Dio non ci abbandona mai. giacché nessun tormento lo turba. più la sete è grande. il vero ostacolo è lui stesso.qxp:03_come_vivere 876 4-04-2011 20:12 Pagina 876 Come vivere? Ma colui in cui Dio non abita veramente. e neppure sarebbe la cosa migliore –. perché così quando il pensiero ci abbandona. per il quale veramente lo si possiede? Questo vero possesso di Dio risiede nello spirito. che deve cercare Dio all’esterno. più è vivida la immagine della bevanda. incontra ostacoli in questa ricerca e non riesce a trovare Dio. coglie Dio nel modo di Dio. che cerca Dio nella molteplicità. non cerca lui solo. perché Dio non è divenuto tutto per lui4. tanto più presente quanto più forte diviene il suo amore. e non soltanto la strada. L’uomo non si deve accontentare di un Dio pensato. non lo ama. perciò gli fanno ostacolo non soltanto le cattive compagnie. continua. O ancora: chi ama con tutte le sue forze una cosa. dal quale invece dovrebbe staccarsi. Un tale uomo non cerca la quiete. Infatti questo pensiero può cessare. nelle opere o nelle persone o nei luoghi. LATERZA & FIGLI. e il suo amore non viene meno in lui dovunque sia. giacché tutte le cose hanno per lui il gusto di Dio ed in esse egli vede la sua immagine. o impedirgli di compiere l’opera sua. Nello stesso modo. nel questo e nel quello. la quale coinvolge la creatura nella sua totale dipendenza da Dio. alla natura. Ciò non dipende tanto da ostacoli esterni. Chi cerca Dio fuori di sé. Il far tutt’uno con Dio non è per Eckhart un’operazione esclusivamente intellettuale. non desidera che quella e assolutamente null’altro.

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