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I L F U T U R O N O N È P I Ù Q U E L L O D I U N A V O LT A .

FANALCOMUNICAZIONE

Ogni giorno Acea si impegna e lavora per gestire in modo sostenibile le risorse naturali e l’energia, valorizzandone l’impiego, prestando particolare attenzione alla riduzione degli sprechi e incrementando il ricorso alle fonti rinnovabili. Perché l’uso razionale dell’energia, il risparmio energetico, il rispetto per il territorio e la tutela dell’ambiente sono le primissime cose che migliorano la qualità della vita. Perché il nostro futuro inizia da qui, ora.

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PIÙ CONSUMI,
PIÙ RISORSE FINANZIARIE PUBBLICHE, PIÙ CORRUZIONE
d i V I C T O R C I U F FA

SPECCHIO ECONOMICO

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a grande attenzione e l’estremo interesse mostrato dai politici per la riforma della magistratura e attualmente anche per le elezioni regionali hanno eliminato dal dibattito pubblico il vero, principale argomento che sta a cuore di tutti indistintamente gli italiani, quello sulla crisi economica e soprattutto sulle prospettive cui va incontro ogni singola famiglia e impresa. Lettori di giornali e telespettatori sono sommersi di notizie di tutt’altro genere: episodi di corruzione e di immoralità di cui sono protagonisti personaggi di primo piano della politica e della burocrazia; raffiche di iniziative governative e parlamentari riguardanti l’ordinamento giudiziario; rivoluzionarie riforme delle massime istituzioni dello Stato e addirittura della Costituzione; accesa competizione elettorale in atto per la conquista o il mantenimento del governo delle Regioni. Ma nulla sull’immediato futuro dei portafogli della massa. Di economia si parla solo citando il debito pubblico che aumenterebbe in continuazione, argomento sempre usato per spaventare i digiuni di politica economica e monetaria. Un tempo esisteva una Banca d’Italia che, indipendente dal potere politico tanto che il Governatore veniva nominato a vita, doveva tutelare con la «leva monetaria» l’andamento dell’economia e i destini delle famiglie e delle imprese. Oggi non è più così: chi ha voluto l’attuale tipo di adesione dell’Italia all’Unione Europea, ha tradito i principi che spinsero l’Italia a fondare la Comunità Europea e ha tolto ogni potere alla Banca d’Italia, la cui influenza sull’andamento dell’economia oggi è pressoché nulla; non potendo più agire sulla quantità e sulle modalità di circolazione della moneta, può solo fare periodici predicozzi impotenti come quelli domenicali dei buoni curati di campagna. Per la ripresa dell’economia la classe politica non fa nulla; niente investimenti puliti ed efficaci in infrastrutture ed opere pubbliche, solo incitamenti verbali a famiglie e imprese ad aumentare i consumi, a ricominciare a spendere spensieratamente e pericolosamente, il che tra l’altro per buona parte di famiglie e imprese è impossibile. In tal modo, si dice superficialmente e artatamente, aumenterebbe la produzione e quin-

di l’occupazione. Tutti felici e contenti quindi? No. A mio giudizio, della prospettiva di una tale ripresa dei consumi e quindi dello sviluppo economico dovrebbero invece essere tutti infelici e scontenti. E spiego il mio parere. Ricordiamo quello che è avvenuto nell’ultimo decennio con l’introduzione dell’euro voluta dalla nostra classe politica, e più recentemente con l’inarrestabile aumento del prezzo del petrolio trasferitosi a cascata su tutte le operazioni di produzione, distribuzione, commercializzazione dei prodotti: una vigorosa scalata dell’inflazione, una forte riduzione del potere di acquisto della moneta e conseguentemente di stipendi, salari, redditi e rendite varie. Ma anche un notevole ridimensionamento, in termini reali, del debito pubblico. Un conto è, ad esempio, un debito pubblico di 1.750 miliardi di euro, quale è all’incirca quello attuale, quando con uno stipendio di mille euro una famiglia di 4 persone riesce a vivere un mese; un altro conto è lo stesso debito quando, per l’aumento dei prezzi, quella famiglia riesce a camparci solo 20 giorni. In termini reali, a causa dell’inflazione lo Stato deve restituire a chi gli ha prestato i capitali - ossia a risparmiatori, possessori di Bot e Cct - solo due terzi del debito. Lo Stato quindi beneficia di un su-

per-sconto di cui i suoi creditori non si rendono neppure conto, continuando a fidarsi del Tesoro che comunque è sempre più affidabile e solvibile di tanti banchieri e faccendieri della finanza e della Borsa. Lo Stato, infatti, non inganna deliberatamente, ma si avvantaggia di un fenomeno, l’inflazione, del quale sono tanti i responsabili: le stesse istituzioni pubbliche che periodicamente aumentano imposte, tasse e tariffe dei servizi pubblici; il sistema bancario; alcune categorie che stabiliscono autonomamente i propri compensi, come commercianti, artigiani e professionisti. Ma l’inflazione arreca allo Stato anche un altro grande beneficio: l’incontrollato aumento dell’introito fiscale. Perché più aumentano i prezzi, più il Fisco incassa per l’Iva e per le altre imposte su redditi, cresciuti nominalmente ma non sostanzialmente. La riduzione sostanziale del debito pubblico e l’aumento del gettito fiscale forniscono pertanto maggiori risorse da spendere allo Stato, e più precisamente alla classe politica a tutti i livelli, statale, regionale e comunale. Se ne avvantaggiano solo parzialmente le spese correnti, ossia quelle per stipendi e salari che cresceranno molto più lentamente e a distanza; ma soprattutto quelle in conto capitale, destinate ad opere pubbliche, appalti, consulenze. Ma al sopraggungere di una crisi come quella recentissima, che impone a famiglie e imprese una drastica riduzione dei consumi, l’erosione del debito pubblico dovuta all’inflazione si arresta, il gettito delle imposte non aumenta, i politici hanno meno capitali da spendere appunto in opere pubbliche, appalti, consulenze; conseguentemente si riduce la parte destinata alla corruzione, alle tangenti, alle illegittimità. In un certo senso la crisi comporta un parziale, temporanea e forzata moralizzazione del sistema. Ma di fronte agli illeciti messi in luce dalle inchieste della magistratura, dobbiamo vedere sotto vari aspetti gli inviti ad aumentare i consumi rivolti alla massa dai politici, alcuni dei quali sono interessati magari solo ad attribuirsi il merito della ripresa economica; altri, invece, ad aumentare le disponibilità finanziarie pubbliche per opere e appalti su cui imbastire oscure e illecite operazioni.

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SPECCHIO ECONOMICO

ANNA MARIA CIUFFA Amministratore unico Direttore editoriale

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO di Victor Ciuffa

VICTOR CIUFFA Editore e Direttore responsabile Vice Direttore Romina Ciuffa Direttore Marketing Giosetta Ciuffa

MARIO VALDUCCI: AEROPORTI, AUMENTARNE EFFICIENZA E QUALITÀ, PIÙ CHE IL NUMERO intervista al presidente della Commissione Trasporti-Camera LUIGI MARTINI: L’ENAV, COORDINATORE UNICO PERCHÉ L’ITALIA VOLI IN EUROPA intervista al presidente della Società per l’assistenza al volo VITO RIGGIO: L’ENAC PROTAGONISTA EFFICIENTE NEL CIELO UNICO EUROPEO intervista al presidente dell’Ente per l’Aviazione civile ADALBERTO CAPURSO: COME FUNZIONA IL CAF, L’OFFICINA DEI 730 intervista al presidente del Caf Consulenti del Lavoro

Direttore R.E. e Comunicazione Paola Nardella

Consulenza fotografica Lino Nanni

Direzione e redazione Amministrazione e pubblicità: Roma: Via Rasella 139, 00187 Tel. (06) 482.11.50 - 482.11.52 Telefax (06) 485.964 e-mail: specchioeconomico@iol.it http://www.specchioeconomico.com

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! Ernesto Auci ! Giorgio Benvenuto ! Ettore Bernabei ! Giorgio Bernini ! Pier Luigi Bersani ! Giorgio Bertoni ! Luca Borgomeo ! Salvo Bruno ! Umberto Cairo ! Gildo Campesato ! Fausto Capalbo ! Sergio M. Carbone ! Salvatore Cardinale ! Nazzareno Cardinali ! Elio Catania ! Claudio Claudiani ! Romualdo Coviello ! Massimo D’Alema ! Sergio D’Antoni ! Dario De Marchi ! Cesare De Piccoli ! Maurizio de Tilla ! Antonio Di Pietro ! Viviana D’Isa ! Bruno Erroi ! Delfo Galileo Faroni ! Piero Fassino ! Cosimo Maria Ferri ! Domenico Fisichella ! Ilario Floresta ! Giorgio Fozzati ! Antonio Gambino ! Silvio Garattini ! Antonio Ghirelli ! Pier F. Guarguaglini ! Cesare Imbriani ! Pietro Larizza

H A N N O S C R I T T O P E R S P E C C H I O E C O N O M I C O

! Costantino Lauria ! Luigi Locatelli ! Alessandro Luciano ! Antonio Martusciello ! Antonio Marzano ! Giulio Mazzocchi ! Luigi Mazzella ! Alberto Mazzuca ! Vittorio Mele ! Alberto Mucci ! Nerio Nesi ! Michele Nones ! Giancarlo Pagliarini ! Claudio Petruccioli ! Nicoletta Picchio ! Cesare Pucci ! Serena Purarelli ! Giorgio Ricordy ! Silvano Rizza ! Pierfilippo Roggero ! Anneli Rukko ! Stefano Saletti ! Carlo Salvatori ! Angelo Sanza ! Stefano Sassi ! Enzo Savarese ! Luigi Scimìa ! Francesco Signoretta ! Tiziano Treu ! Lanfranco Turci ! Adolfo Urso ! Domenico B.Valentini ! Mario Valducci ! Francesco Verderami ! Emilio Vinciguerra ! Gustavo Visentini ! Vincenzo Vita

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PAOLO VIGEVANO: ACQUIRENTE UNICO, SPORTELLO PER IL CONSUMATORE D’ENERGIA intervista all’amministratore delegato VITO ZUCCHI: CERCHIAMO DI VENDERE ALL’ESTERO PIÙ OLIO DI OLIVA intervista al presidente dell’omonimo oleificio GIUSTIZIA di Antonio Marini
1) TRIBUNALI: LA CLASS ACTION NEI CONFRONTI DELL'IMPRESA

il personaggio del mese

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BANCHE. IL RINNOVO UNILATERALE DI CONDIZIONI CONTRATTUALI di Fabio Picciolini, segretario nazionale dell’Adiconsum

2) LA CLASSE ACTION NEI CONFRONTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

GEOGRAFIA GIUDIZIARIA, NON CONDIVISIBILE LA PROPOSTA DEL CSM di Maurizio de Tilla, presidente dell’OUA
L’Organismo Unitario dell’Avvocatura non discute la necessità di una revisione delle sedi giudiziarie, ma non è d’accordo sull’ipotesi di accorpamento o di soppressione dei Tribunali minori

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EMANUELE SPAMPINATO: PER SICILIA E-SERVIZI INNOVARE VUOL DIRE CORAGGIO DI CAMBIARE intervista al presidente della società

GIOVANNI MONCHIERO: PER LA SANITÀ UN FINANZIAMENTO A PROVA DI EFFICIENZA di Paolo Russo

FRANCO TRAVERSO: SILFAB, VERSO LA FILIERA INTEGRATA DEL FOTOVOLTAICO intervista all’amministratore delegato della società

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MAURIZIO MARCHETTA: VRWAY, MONDO VIRTUALE CHE DIVENTA REALE intervista all’amministratore delegato
La tecnologia messa a punto dalla società consente di offrire a imprese produttive ed editoriali e alla Pubblica Amministrazione tutti i servizi necessari per magazine e pubblicazioni di nuova generazione

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AMERICA AMERICA. EUROMESS: POVERA SPAGNA, SE SOLO FOSSE AMERICANA di Romina Ciuffa

CHIRURGIA. LA NUOVA FRONTIERA DELLA VIRILITÀ di Gianluca D’Elia, direttore di Urologia al S. Giovanni di Roma MARIO MALZONI: IN DIRETTA CON IL MONDO LAPAROSCOPIA E UMANITÀ intervista al direttore del Centro di Endoscopia Malzoni

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L’ACQUA È DI PROPRIETÀ PUBBLICA MA PER GESTIRLA NON BASTANO I CAPITALI PUBBLICI di Giancarlo Cremonesi, presidente della Confservizi SISTEMA GIUDIZIARIO. GLI EFFETTI POSITIVI DEL DECRETO SUI REATI DI MAFIA di Cosimo Maria Ferri, componente del CSM

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REGIONE LAZIO. CONCESSI DUE ETTARI AI CITTADINI PER CREARE ORTICELLI PRIVATI ne sorgeranno 300 ma l’iniziativa sarà estesa

ETICA BANCARIA: FORSE UNA SCATOLA VUOTA CHE TRASCURA IL CLIENTE di Massimiliano Dona, segretario dell’UNC
Una truffa internazionale consumata all’estero si è ripercossa in Italia per la trascuratezza delle banche verso i clienti; e le carte di credito non sono poi così sicure come vorrebbero far credere...

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FABRIZIO CRISCUOLO: AVVOCATURA, TRA ATTIVITÀ D’IMPRESA E ARTE LIBERALE intervista al docente di Diritto civile dell’Università Calabria DIANA BATTAGGIA: UNIDO, STRUMENTI E KNOW HOW AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO intervista al direttore dell’Itpo Italy AFFARI & CULTURA. MOSTRE, PRESENTAZIONI, AVVENIMENTI piccolo viaggio tra opere d’arte in tutta Italia

Registrazione: Tribunale di Roma numero 255 del 5 luglio 1982

Spedizione: abbonamento postale 45 % Comma 20 lettera B art. 2 - Legge n. 662 del 23/12/96 - Filiale di Roma Tipografia: Futura Grafica Via Anicio Paolino 21 00178 Roma

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SPECCHIO ECONOMICO

IN-VOLO

a cura di ROMINA CIUFFA

MARIO VALDUCCI: AEROPORTI, AUMENTARNE EFFICIENZA E QUALITÀ, PIÙ CHE IL NUMERO

L’on. Mario Valducci, presidente della Commissione Trasporti della Camera dei Deputati

il cielo unico europeo quello che si profila all’orizzonte del trasporto aereo continentale. Il futuro è alle porte: saranno infatti i satelliti a guidare gli aerei, permettendo di realizzare le cosiddette autostrade dell’aria nelle quali incolonnare, a 850 chilometri orari, serie di velivoli commerciali destinati al trasporto passeggeri, una vera e propria rivoluzione che consentirà di triplicare la capacità di controllo del traffico aereo in Europa. Una sfida tecnologica che l’Europa ha già intrapreso e che costringe i singoli Paesi europei ad attrezzarsi se vogliono far parte di un mercato dalle potenzialità ancora elevate. Ma se tanti aerei volano, altrettanti decollano e atterrano, e allora la sfida si sposta da cielo a terra. La corsa alla capacità di gestire il traffico non è più nell’aria, ma si svolge sui nastri d’asfalto delle piste aeroportuali. L’Italia è pronta al grande balzo? La Commissione Tra-

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sporti della Camera si è posta il quesito e ha svolto un accurato lavoro di indagine che ha dato vita a un’approfondita relazione, presentata nei giorni scorsi. Ne parliamo con il presidente della Commissione on. Mario Valducci. Firmatario con Silvio Berlusconi dello Statuto di Forza Italia nel 1994, dal 1997 è responsabile del partito per gli Enti locali. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, nel 2001 è stato sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Domanda. Non ritiene che l’alto numero di aeroporti sia un fattore limitante per lo sviluppo del sistema? Risposta. Certo. Ma bisogna partire dalla parte positiva. Dei 100 aeroporti che abbiamo, ben 47 sono commerciali. Questo è sicuramente un patrimonio per un Paese come il nostro che ha il turismo tra i settori di maggiore sviluppo economico e strategico. Ovviamente questo alto numero evidenzia anche la necessità di

rendere efficiente il sistema aeroportuale, che invece presenta alcuni grandi problemi. Il primo è costituito dal fatto che solo 7 aeroporti registrano un volume di traffico superiore ai 5 milioni di passeggeri. E questo significa che soli 7 aeroporti coprono l’85 per cento del traffico passeggeri del nostro Paese; e che, di conseguenza, ben 40 aeroporti si spartiscono il restante 15 per cento, ossia uno scarso volume di traffico passeggeri. D. Il lavoro della Commissione è stato accurato. Quali aspetti ha evidenziato nella relazione svolta? R. La prima considerazione enunciata è che dobbiamo rendere efficiente l’attuale sistema, senza pensare alla creazione di nuovi aeroporti. E cioè che un eventuale nuovo aeroporto debba essere visto solo come la ricollocazione di un aeroporto già esistente. Ricollocazione che può avvenire, per esempio, per problemi di impatto ambientale, di inquinamen-

to acustico o atmosferico, perché molto a ridosso delle città. Mi riferisco ad esempio all’aeroporto romano di Ciampino, del quale la Regione Lazio ha già stabilito il trasferimento di gran parte dei voli che vi gravitano, in particolare dei «low cost», nella vicino Viterbo. Questa è stata scelta per la presenza di un aeroporto militare; lo sviluppo infrastrutturale dovrà essere incentrato sull’intermodalità, cioè su quel sistema di collegamenti che devono rendere l’aeroporto facilmente raggiungibile e quindi utilizzabile. D. E la seconda considerazione? R. Riguarda appunto i collegamenti infrastrutturali che la Commissione ha analizzato nello svolgimento del proprio compito. I nostri aeroporti, anche i più importanti, hanno uno scarso livello di intermodalità. Questo significa, ad esempio, che nessun aeroporto è collegato con una metropolitana cittadina, che solo 6 areoporti hanno collegamenti su ferro e che gli attuali collegamenti su gomma risultano superati. Facciamo l’esempio di Fiumicino: lungo l’autostrada, che fu realizzata quando questo aeroporto nacque, vi sono ora grandi centri commerciali e il polo fieristico; un’arteria diretta che collegava l’aeroporto con la città è ora una trafficata strada di scorrimento rispondente a diverse esigenze. Deve essere evidente che la carenza di intermodalità è un problema chiave. Ad oggi nessun aeroporto è collegato all’alta velocità. Quindi l’altro punto su cui dobbiamo concentrarci, sia come Governo che come Regioni ed Enti locali, è lo sviluppo di una maggiore intermodalità degli aeroporti principali in cui il Paese vuole investire. È un tema cruciale. Riteniamo che nei prossimi 10 anni il volume di traffico possa raddoppiare dagli attuali 110 milioni di passeggeri ai 230240 milioni nel 2020. È assolutamente necessario investire da subito in un settore così strategico, per essere pronti tra 10 anni. D. Che cosa afferma la relazione in merito alla scarsa efficienza del sistema aeroportuale di terra? R. È indubbio che la qualità del servizio è carente. I nostri aeroporti spesso non sono all’altezza dei volumi di traffico che gestiscono. Il riferimento va soprattutto allo scalo di Fiumicino, che oggi è stato ritenuto dall’Italia l’hub principale, ma che ha impianti per la distribuzione dei bagagli obsoleti e insufficienti. Il Governo però si è mosso, ha varato una legge che, grazie a una tariffa di tre euro inserita nel ticket, consentirà di potenziare gli scali più importanti, quelli sopra i 5 milioni di passeggeri, a condizione che le società di gestio-

gli aeroporti attuali senza crearne nuovi; eventuali interventi vanno visti solo come ricollocazione di scali esistenti per problemi di impatto ambientale, inquinamento acustico o atmosferico, estrema vicinanza con le città

«Vanno resi più efficienti

»

ne di questi scali investano in tale direzione. D’altronde è emerso con evidenza che le nostre società di gestione aeroportuali devono ancora compiere grandi passi nella qualità del servizio, e devono cercare una maggiore collaborazione con i vettori principali. Perché con un lavoro congiunto società di gestione e vettore principale possono potenziare gli scali nella maniera più efficiente. Il vettore conosce bene le esigenze di cui ha bisogno. Un caso analogo è avvenuto nell’aeroporto di Monaco di Baviera, oggi ritenuto uno dei più efficienti, nel quale alcuni anni fa un terminal è stato addirittura progettato e realizzato insieme dalla società di gestione e dalla Lufthansa. Ritengo quindi auspicabile una maggiore collaborazione tra società aeroportuali e compagnie aeree. D. Che idea ha degli aeroporti? R. Amo definirli le cattedrali del terzo millennio. Ovvero centri nei quali transitano centinaia di milioni di persone. L’aeroporto rappresenta per un Paese uno dei principali bi-

glietti da visita. E poiché siamo leader mondiali dei beni culturali, artistici e architettonici, potremmo abbellire i nostri aeroporti con opere che ora giacciono abbandonate negli scantinati dei nostri tanti musei. È un aspetto che dobbiamo assolutamente approfondire. Non solo, ma la realizzazione di nuovi scali potrebbe costituire un’occasione per gli architetti italiani che rappresentano nel mondo la grande scuola del designe italiano, per contribuire in modo più che adeguato alla promozione del made in Italy. D. A prescindere dal comparto riguardante i passeggeri, non le sembra incompiuto il nostro Un aereo sorvola sistema di trala zona di Fiumicino sporto aereo in riferimento ad altri segmenti di mercato? R. Per quanto riguarda gli altri segmenti, in effetti è poco sviluppato quello relativo alle merci, specialmente per un Paese come il nostro che ha una forte componente di prodotti ad alto valore aggiunto in termini di innovazione e di tecnologia; il trasporto del «fresco», ad esempio, avviene massimamente su gomma. Insomma, se vi fosse un trasporto merci aeroportuale più adeguato rispetto ad oggi, potremmo sviluppare i comparti più deficitari. Un altro settore cui intervenire è quello dei piccoli aerei. Attualmente paghiamo la differenza esistente con altri Paesi europei, come la Francia e la Spagna, dovuta alle maggiori limitazioni imposte dalla nostra legislazione. Il numero di aerei di piccole dimensioni immatricolati in Italia è molto inferiore a quelli di Francia e Germania. In seno alla Commissione si ritiene che l’Enac, Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, che oggi gestisce sia i grandi jumbo che i piccoli aerei, possa delegare la gestione di questi ultimi all’Aeroclub d’Italia, mantenendo tutte le proprie funzioni nell’ambito dei grandi aerei commerciali. D. Per l’Enac la relazione ha evidenziato due problemi: il suo sotto-

Aeroporti

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dimensionamento e la necessità di trasformarsi in un’Autorità indipendente, secondo l’orientamento della Commissione europea. Quali sono le prospettive? R. Secondo l’Unione Europea, l’Enac dovrebbe diventare un’Autorità intesa in senso anglosassone. In Italia, invece, c’è la tendenza delle Autorità ad essere molto legate al Governo. Inoltre siamo dinanzi a una contraddizione, perché l’Enac rappresenta le aree destinate al settore aeroportuale, che sono di proprietà demaniali e quindi del Governo. In questa veste esso sottoscrive intese con le varie società di gestione aeroportuali per l’ammodernamento e lo sviluppo delle infrastrutture di servizio. Ma come Autorità dovrebbe anche svolgere un’attività di controllo e di ispezione degli aeroporti; in questo senso, il fatto di rappresentare un bene pubblico, e quindi di essere uno dei protagonisti del sistema aeroportuale, contrasterebbe con l’imparzialità che un’Autorità deve invece avere. Il legislatore dovrebbe, pertanto, considerare la necessità di distinguere questi due ruoli. Questo è un nodo certamente da risolvere. Però bisogna anche ricordare come l’Enac e l’Enav, Ente di Assistenza al Volo, garantiscono al nostro sistema di trasporto aereo un livello di sicurezza che ha pochi eguali nel mondo. D. Abbiamo 100 aeroporti di cui una quarantina passeggeri, e di essi solo 7 di livello nazionale. Si registra molto municipalismo, accentuato dalla modifica apportata nel 2000 al Titolo V della Costituzione. Che cosa spinge le Regioni e gli altri Enti locali a puntare sugli aeroporti? R. Il loro interesse nasce in primo luogo dalla carenza infrastrutturale della rete dei trasporti locali e nazionali. Se esistessero collegamenti stradali e ferroviari adeguati ed efficienti, non si andrebbe a costruire un aeroporto a 100 chilometri da un altro. Un ulteriore elemento è che con la modifica del Titolo V della Costituzione lo Stato concorre con le Regioni a determinare la rete degli aeroporti. Di fatto le Regioni sono autonome nella decisione di realizzare o meno un aeroporto nel proprio territorio. Infine esiste un fattore municipalistico e campanilistico: creare una pista di un chilometro e mezzo è sicuramente più semplice che costruire una superstrada di 100 chilometri o una linea ferroviaria della stessa lunghezza. D. Ma affinché funzionino, le infrastrutture non bisogna pagarle? R. È esatto. È per questo che la Commissione ha affermano che, se si vuole realizzare un aeroporto con

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mo il numero dei passeggeri. Bisogna investire ora per essere pronti all’epoca. Ma, dato che realizzare le infrastrutture intermodali necessarie è un’impresa rilevante, bisogna non disperdere le energie ma concentrarsi su quegli aeroporti che effettivamente necessitano di esse a causa del numero di passeggeri serviti, anche perché le risorse finanziarie non sono illimitate. Questo pensiamo che vada fatto e che sia l’indirizzo seguito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. D. Le Ferrovie dello Stato hanno instaurato la concorrenza nel corto raggio. Di fatto sembra essun aeroporto il treno complenon più italiano è collegato con mentare ma comfondi privati, non una metropolitana petitivo, e ha migliorato l’intervi sono ostacoli, cittadina, solo 6 hanno modalità. Quali pur nel rispetto del necessario equilicollegamenti su ferro, sono le prospettive? brio economico-fiquelli su gomma sono R. Le Fs hanno nanziario. Il problema nasce però superati; l’autostrada previsto due colin quando si chiede a di Fiumicino, realizzata legamenticonAlta Velocità gli Regioni, Province e Comuni di forniquando questo nacque, aeroporti di Fiure l’infrastruttura è ora intasata di centri micino e Venezia perché i due siesigendo di fatto dallo Stato le risorcommerciali e risponde stemi di trasporto sono complese finanziarie per il a diverse esigenze mentari. Per i suo funzionamenvettori i viaggi to e la sua gestiopiù sono lunghi ne. Questi servizi, quindi, potranno essere resi, ma pre- più sono convenienti, per cui essi via l’assunzione degli oneri finanzia- trovano le loro economicità sui voli ri da parte della società di gestione europei e intercontinentali. Il trasporto ferroviario rappresenta una dell’aeroporto. D. Quanto all’efficienza del siste- complementarietà, come dimostrano ma, si può affermare che un grande le tratte Barcellona-Madrid e Lonnumero di aeroporti equivalga a un dra-Parigi; per quest’ultima il servizio ferroviario ha scalzato di fatto grande numero di passeggeri? R. Guardiamo i dati. Escludendo i quello aereo. D. L’infrastruttura dei trasporti non la Gran Bretagna che è un’isola, Germania e Spagna registrano 165 va ritenuta di interesse nazionale? R. Così è. Per questo pensiamo a milioni di passeggeri l’anno, l’Italia 105 milioni, la Francia 125 milioni. una ripartizione che definisca nazioNon credo che l’Italia abbia una ca- nali gli aeroporti con più di 5 miliopacità di attrazione inferiore ai Pae- ni di passeggeri l’anno, regionali si che ho citato, anzi. Questo signifi- quelli da uno a 5 milioni, locali gli ca che, di fronte a un potenziale no- altri. Con un’approssimazione del tevole come ha riconosciuto nel pro- 10 per cento, ovviamente. È una riprio lavoro la Commissione, abbia- partizione che il Governo dovrebbe mo una scarsa capacità di attrarre fare nella redazione del Piano nazioaltri passeggeri. Fa riflettere il fatto nale del sistema aeroportuale. Solo che 40 aeroporti abbiano un numero quelli di interesse nazionale dovrebdi passeggeri tra i 15 mila e i 150 mi- bero avere una partecipazione aziola. È evidente che registrano uno naria dello Stato. D. Qual è il contributo dell’Enav squilibrio finanziario che finisce per gravare sui conti dello Stato, visto all’evoluzione del sistema? R. È grandissimo. L’Enav possieche usufruiscono dei servizi dell’Ede una scuola di formazione di altisnav, dei Vigili del Fuoco ecc. D. Quali dovrebbero essere le li- simo livello, si mostra ai vertici per nee per il settore, nel prossimo futu- l’efficienza e per l’innovazione rispetto ai partner europei, può venro? R. La Commissione è chiara su dere queste capacità ad altri Paesi questo. Entro 10 anni raddoppiere- europei che non possono vantare al-

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IN-VOLO

a cura di ROMINA CIUFFA

LUIGI MARTINI: L’ENAV, COORDINATORE UNICO PERCHÉ L’ITALIA VOLI IN EUROPA
Luigi Martini, pilota, prima comandante Alitalia e oggi presidente dell’Enav - Società nazionale per l’Assistenza al Volo una volta azienda autonoma, dal 1996 ente pubblico economico e dal 2001 società per azioni a totale controllo pubblico - crede nella possibilità di riportare il sistema del trasporto all’efficienza e alla sicurezza valorizzando lo stesso spazio aereo. E candida l’Enav, già parte del sistema di Air Traffic Management europeo, al ruolo di coordinatore unico per le operazioni aeroportuali. Una responsabilità enorme, è vero, ma necessaria perché l’Italia riprenda a volare, perché riviva la fiducia negli utenti e perché il trasporto non sia elitario

Comandante Luigi Martini, presidente dell’Enav spa, Società nazionale per i servizi di assistenza alla navigazione

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n coordinatore operativo unico in ogni aeroporto per rendere efficiente un sistema su cui gravano non solo la crisi dell’Alitalia e la parcellizzazione degli scali, ma quella dell’intero settore, anche dovuta alla sfiducia ormai interiorizzata degli utenti: è questa l’ipotesi del presidente della Società italiana per i servizi alla navigazione aerea. Dal luglio del 2009 al vertice dell’Enav, Luigi Martini possiede una visione a 360 gradi del sistema aeroportuale, anche in ragione della propria esperienza ai comandi: se prima era un tenace difensore di spinta della Lazio di Giorgio Chinaglia e dello scudetto, dopo la morte dell’amico Luciano Re Cecconi lasciò il calcio per intraprendere la carriera di pilota di aeroplani, fino a diventare un comandante dell’Alitalia. Entrato in Parlamento nel 1996 tra le file di Alleanza Nazionale, vi rimane fino al 2006. Oggi «tiene la cloche» sulla sicurezza degli aerei. Domanda. La Commissione Trasporti della Camera fornisce un quadro preoccupante del sistema aeroportuale italiano; di esso l’Enav costituisce uno dei soggetti principali. Che idea si è fatta? Risposta. Il compito dell’Enav è quello di far viaggiare sicuri gli aerei. Un compito gravoso in un contesto difficile, perché l’Italia ha avuto una propria peculiare storia. Si potrebbe sintetizzare nella situazione esistente nella maggior parte dei Paesi europei, in cui c’è un grande scalo, come vero e proprio punto di riferimento, insieme con altri pur importanti aeroporti nazionali. Dobbiamo partire da questo. Facemmo un grave errore, io compreso in qualità di membro della Commissione Trasporti della Camera e comandante dell’Alitalia, quando l’amministratore delegato Domenico Cempella e l’allora ministro dei Trasporti Claudio Burlando ci convinsero - convinti essi per primi - della bontà dell’operazione Malpensa. Credettero in un progetto che doveva attrarre due milioni di passeggeri business, ma che si rivelò sbagliato. Prima di quella scelta l’Alitalia, con Fiumicino e Linate, registrava un avanzo di 630 milioni di euro; la scelta di eleggere Malpensa a grande scalo di riferimento fu, insieme ad altre concause, l’inizio della fine della Compagnia di bandiera. Comunque, oggi, in seguito agli interventi posti in essere e all’impegno profuso dagli enti locali e dagli operatori del settore, l’aeroporto milanese si è aperto verso una nuova dimensione di sviluppo. Altra caratteristica negativa del nostro sistema aeroportuale è l’accentuata parcellizzazione. In realtà la frammentazione degli aeroporti conviene solo al politico locale, nella malsana idea che basti costruire una pista per fare un aeroporto, quando invece servono strutture e infrastrutture, soprattutto intermodali. D. Che visione ha l’Enav delle infrastrutture locali?

Una centrale operativa dell’Enav

R. Una visione dall’«alto» che ci consente di capire le effettive potenzialità di un aeroporto in relazione alla sua dislocazione e al suo territorio. Alcune non hanno ragione di essere: un sistema efficiente deve fare perno principalmente su un fulcro centrale, che allo stato attuale è quello rappresentato da Fiumicino. L’Enav, per la sua natura operativa e per il suo status, ha un ruolo squisitamente neutrale che le consente di rispondere esclusivamente a logiche di sicurezza e di efficienza del sistema, al servizio del Paese. D. È soddisfatto del vostro operato? R. Siamo orgogliosi di riuscire a svolgere pienamente il nostro compito istituzionale. La qualità e l’efficienza nel servizio che diamo è stata peraltro riconosciuta dall’Europa, che ci considera uno dei perni su cui costruire il «Cielo Unico Europeo», un progetto che coinvolge la fase di rotta degli aerei, dove l’Enav è chiamata a gestire il traffico nello spazio aereo italiano in strettissimo coordinamento con gli altri fornitori di servizi europei. Ma il problema del trasporto aereo in Italia sta soprattutto negli aeroporti, considerati il collo di bottiglia del comparto. Mancano le piste e non sono stati attivati per tempo gli investimenti per quelle infrastrutture che nel prossimo futuro garantiranno di accogliere più aerei e più passeggeri. L’aeroporto è un sistema in cui operano diversi attori. Se ciascuno non fa la propria parte ne risente tutta la struttura aeroportuale. I nostri scali, non sembrano ancora in grado, per efficienza e livello servizi, di gestire nel modo migliore il volume attuale di passeggeri, soprattutto nei periodi più critici come l’estate. D. La mancanza di coordinamento tra le varie fasi di vita e lavoro di un aeroporto è ritenuta dalla Commissione un problema da affrontare. Si parla anche di un coordinatore unico: che ne pensa?

R. Anche la Commissione parlamentare ha avanzato l’ipotesi di un coordinatore unico operativo per aeroporto. Faccio un esempio che ho portato all’attenzione di rappresentanti dell’Alitalia: il caso di un volo che provochi un ritardo con rinvii ogni 15 minuti fino a un totale complessivo di tre ore; uno stillicidio, soprattutto se si pensa che si sarebbe potuto stimare da subito avendo un corretto quadro di tutte le varie fasi operative connesse. Il passeggero preferisce conoscere subito e compiutamente i tempi d’attesa per poter decidere serenamente delle proprie azioni conseguenti, mentre la compagnia in questo modo perde la sua fiducia. Come Enav abbiamo invece una visione «privilegiata» sul controllo generalizzato del sistema e delle cause dei ritardi dei voli. La stessa Alitalia troverà l’ipotesi del coordinatore unico operativo convincente; non sempre infatti la compagnia aerea riesce a svolgere il ruolo di raccordo con tutti gli altri operatori dello scenario aeroportuale. Bisogna inoltre considerare che i ritardi creati dalla scarsa o inefficiente circolazione delle informazioni rappresentano un aggravio economico per tutti. Vi è quindi un interesse generale a sopperire alle carenze del sistema con la figura del coordinatore, che comporterebbe positive ricadute economiche e di immagine. D. Candida l’Enav a svolgere il ruolo di coordinatore unico? R. Se un qualsiasi soggetto componente il sistema può, con la propria inefficienza o manchevolezza, inceppare il sistema stesso, facendo sì che quest’ultimo risulti inadeguato nella sua totalità, è necessario che vi sia un coordinatore unico, in possesso di tutte le informazioni utili al suo buon funzionamento, così da limitare disagi e ritardi. L’Enav, per il ruolo strategico che occupa e per i compiti che già svolge, sarebbe pronta ad as-

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sumersi questa ulteriore responsabilità: siamo convinti che un buon coordinamento a monte limiterebbe disagi e distonie del sistema con effetti benefici anche sul carico di lavoro di tutti gli enti coinvolti. È una responsabilità molto grande, ma che ci sentiamo di assumere. D. Uno dei problemi è la mancata esecuzione di interventi infrastrutturali da parte delle società aeroportuali. Che farà il coordinatore unico? R. Bisogna assolutamente sedersi intorno a un tavolo e costruire tutti insieme un sistema sinergico nel quale la figura del coordinatore unico operativo abbia la possibilità di svolgere nel modo migliore le proprie funzioni, aumentando le risorse disponibili e riducendo l’incidenza di questi limiti sul sistema. D. La crisi del nostro sistema ha posto l’Alitalia in competizione con le società di gestione aeroportuali? R. Sicuramente. L’assenza di una compagnia di bandiera crea disordine nel sistema, ma l’Alitalia sta facendo moltissimo. Passare da un sistema assistito a una diretta responsabilità dei costi economici è un passo che ha bisogno del contributo di tutti, e che solo allora saprà ritrovare un proprio equilibrio. È presto per prevedere il futuro dell’Alitalia; deve crescere ancora e soprattutto, poter contare sull’efficienza del sistema per divenire la compagnia nazionale di riferimento. D. I numeri parlano di circa 110 milioni di passeggeri che dovrebbero raddoppiare entro i prossimi 10 anni. Cito alcuni elementi: l’avvento delle compagnie low cost, la necessità di strutture intermodali, il destino degli aeroporti non remunerativi. Dove sta andando il sistema? R. Se oggi avessimo il doppio del traffico, nessun service provider europeo, Enav inclusa, sarebbe in grado di gestirlo. Ciò sarà possibile solo grazie al «Cielo Unico Europeo» e al sistema europeo di nuova generazione «Sesar» per la gestione del traffico aereo che i service provider stanno sviluppando, con onerosi ma indispensabili investimenti economici sostenuti dai rispettivi Stati membri e dalla stessa Unione europea. Ma se da una parte il Sesar e la tecnologia satellitare dovranno fornire le soluzioni di efficienza e di sicurezza nella fase di volo, sono soprattutto gli aeroporti che dovranno rapidamente crescere e adeguatamente attrezzarsi per far fronte a tale volume di passeggeri. Altrimenti il sistema imploderà. Fiumicino, ad esempio, sta investendo molto nelle proprie infrastrutture e con esso può crescere anche Malpensa. D. Che cosa pensa delle compagnie low cost? R. Sono convinto che siano un fenomeno maturo. Anche esse dovranno convergere su tariffe più adeguate ai reali costi di esercizio. La Ryanair e la EasyJet hanno investito per togliere gran parte del mercato all’Alitalia, ma ora dovranno trovare un equilibrio. Nello stesso tempo anche le

Mi riesce difficile pensare che il nostro Paese possa affrontare l’evoluzione necessaria a mantenere il passo dello sviluppo del trasporto aereo senza intervenire sulle infrastrutture di terra. Il futuro ci impone di essere lungimiranti. Dei circa 40 aeroporti commerciali, 36 la notte andrebbero chiusi: un piccolo ritardo nella consegna di pacchi postali corrisponderebbe a un grande risparmio. Vi sono aeroporti che sopravvivono con il solo supporto pubblico e l’assistenza dell’Enav

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Torre di controllo di Milano Malpensa

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compagnie tradizionali dovranno porre in essere iniziative, convergendo tuttavia verso il basso sotto il profilo della proposta tariffaria. Volare dovrà essere considerata una tipologia di trasporto di massa, non più d’élite, e se ciò avverrà sarà anche grazie al ruolo svolto dalle compagnie «low cost». Dovrà esservi una politica delle tariffe, che l’Alitalia sta attuando attribuendo all’AirOne il ruolo della compagnia a basso costo. D. Come vede la sfida lanciata dalle FS al trasporto aereo? R. Non credo che le compagnie aeree debbano difendersi, è un mercato molto diverso, ma certamente devono prestare attenzione. Vi sono, in effetti, nuove opportunità per il passeggero, ma ciò non dovrebbe incidere significativamente sul mercato del volo. Certo il treno ad alta velocità può essere una valida alternativa e le compagnie devono farci i conti. D. Molti aeroporti sono privi di un efficiente sistema di collegamento con la città. Come far fronte ai problemi di intermodalità? R. In effetti non vi è una rete adeguata di connettività intermodale; mi riesce difficile pensare che il nostro Paese possa affrontare l’evoluzione necessaria a mantenere il pas-

so dello sviluppo del trasporto aereo senza intervenire anche sulle infrastrutture di terra. Il futuro prossimo ci impone di essere lungimiranti, si parla di un forte ridimensionamento dell’aeroporto di Ciampino, ad esempio, in favore del nuovo scalo di Viterbo, dove esiste un aeroporto militare; ma occorreranno adeguati collegamenti infrastrutturali con la capitale per non vanificare le previsioni di sviluppo. D. Suggerirebbe la chiusura di alcuni aeroporti? R. Capisco di fare un’affermazione forte, ma degli attuali 39 aeroporti commerciali, ne chiuderei moltissimi la notte. Questo perché pochi sanno che oggi restano aperti quasi esclusivamente per assicurare il servizio postale, con oneri rilevanti per la Pubblica Amministrazione. Chiuderli la notte comporterebbe un piccolo ritardo nella consegna - alle 9 anziché alle 7 del mattino - ma un grande risparmio per la collettività. Vi sono poi aeroporti che hanno gravi problemi economici per la mancanza di un serio volume di passeggeri anche di giorno e sopravvivono solo con il sostegno pubblico. Sono un onere per lo Stato, senza dare un sufficiente servizio per i cittadini. L’Enav ha un contratto di servizio con lo Stato per fornire loro assistenza: è il nostro compito e lo svolgiamo nel migliore dei modi, ma è inopinabile che il sistema vada riformato. Sono scelte spesso impopolari e tuttavia necessarie per giungere a una sua prima razionalizzazione.
(con la collaborazione di Francesco Rea)

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IN-VOLO

a cura di ROMINA CIUFFA

VITO RIGGIO: L’ENAC PROTAGONISTA EFFICIENTE NEL CIELO UNICO EUROPEO
V
ari aspetti del settore aereo rientrano nel mandato istituzionale dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, che ha il compito di garantire la qualità dei servizi e la sicurezza del trasporto aereo e tutelare i diritti dei passeggeri. Per cui, in base alle indicazioni dell’Unione Europea, ha redatto la Carta dei Diritti del Passeggero e la Carta dei Servizi standard degli aeroporti. Altrettanta importanza l’Enac dedica al rispetto e alla tutela dell’ambiente e del territorio, con valutazioni sull’impatto ambientale e sull’inquinamento acustico e atmosferico prodotto dagli aerei. L’ente rappresenta l’Italia nelle

Vito Riggio, presidente dell’Ente Nazionale per l’Aviazione civile

maggiori organizzazioni internazionali dell’aviazione civile, con i quali intrattiene rapporti di confronto e di collaborazione; ha la propria sede a Roma e dispone di una propria rete territoriale dislocata in ogni scalo italiano: le Direzioni aeroportuali. Il presidente Vito Riggio descrive i problemi relativi alle infrastrutture, alla definizione di un piano strategico per lo sviluppo del Paese, al periodo successivo al collasso dell’Alitalia con l’entrata delle nuove compagnie «low cost». Ma soprattutto ai timori di perdere le opportunità di essere protagonisti nel Cielo Unico Europeo.

nac, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, si occupa dei molteplici aspetti della regolazione dell’aviazione civile, del controllo e della vigilanza sull’applicazione delle norme adottate, della disciplina degli aspetti amministrativi ed economici del sistema del trasporto aereo. Tra i propri obiettivi ha, in particolare, quello di garantire la qualità dei servizi resi all’utente e la sicurezza del trasporto aereo e di tutelare i diritti dei passeggeri. È, quindi, uno degli attori principali di un sistema che, a detta della Commissione Trasporti della Camera, ha molte luci ed altrettante ombre. Ne parla il suo stesso presidente, il prof. Vito Riggio, ex docente universitario, già deputato al Parlamento nella X e XI Legislatura, componente delle Commissioni Affari costituzionali, Bilancio, Antimafia e Questioni regionali, e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla Protezione Civile e ai Servizi tecnici nazionali nel Governo Ciampi. Per lunghi anni consigliere del Cnel, nel 2001 è stato nominato presidente del Servizio di Controllo interno del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e, successivamente, presidente della Commissione di studio per la Riforma dell’Aviazione civile; nel 2003 commissario straordinario prima, presidente dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile poi, carica confermata nel settembre 2007. Domanda. La Commissione Trasporti della Camera ha svolto un’indagine conoscitiva sul sistema aeroportuale italiano e ne ha messo in luce gli aspetti positivi ma anche le difficoltà derivanti dalla sua sottodimensionata capacità di accoglienza. Condivide le analisi della Commissione? Risposta. I problemi evidenziati dalla relazione della Commissione sono anche, e forse soprattutto, il prodotto di un’indagine conoscitiva che noi stessi abbiamo realizzato su richiesta del Governo. Conosciamo perfettamente le difficoltà che caratterizzano il sistema del trasporto aereo. Nell’esporre le criticità e le peculiarità del sistema italiano dinanzi alla Commissione, abbiamo richiesto al legislatore e al Governo un atto di indirizzo per rispondere alle attese del mercato, ormai da considerarsi unico a livello europeo e nazionale. Lo Stato sostiene i costi per fornire, ai circa 40 aeroporti italiani aperti al traffico commerciale, i servizi di assistenza al volo attraverso l’Enav, nonché quelli antincendio attraverso i Vigili del Fuoco. Di questa quarantina di scali commerciali una metà ha ragione di essere in termini economici e di servizio, gli altri rispondono più a una esigenza di servizi di tipo locale. Vi è, quindi, un no-

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aeroportuale, di estrema importanza per il Paese, l’Enac subisce i disagi causati da normative inadeguate: per il blocco delle assunzioni pubbliche non può assumere il personale necessario malgrado ne sia carente né svolgere formazione, essendo utopia pensare di pianificare l’entrata di giovani da formare; ed è costretto ad assistere al calo di efficienza causato dal municipalismo delle strutture aeroportuali che operano in un’ottica soltanto clientelare

Tra unattori principali gli di sistema, quello

enti locali a valutare se gli oneri derivanti dai costi del proprio funzionamento - attualmente a carico dello Stato - siano compatibili con le necessità che il territorio di competenza esprime. Bisogna però tenere presente che questa scelta è ben diversa da quella che il legislatore negli anni ha perseguito favorendo il municipalismo. Personalmente, sarei per una scelta radicale, cioè decidere di non intervenire a sostegno degli interessi locali ma concentrarsi su quelli statali; è una scelta che compete al Parlamento. D. L’Italia ha un volume annuale di circa 130 milioni di passeggeri, le prospettive per il prossimo decennio indicano un incremento fino a oltre 240 milioni: in che modo è possibile sviluppare il sistema a tali livelli? R. In realtà, abbiamo già un potenziale di 200 milioni di passeggeri l’anno, invece dei circa 130 che registriamo ora. Questo risultato, decisamente inferiore alle potenzialità, dipende in gran parte dall’assai carente infrastruttura intermodale. I nostri aeroporti sono mal collegati e non competitivi con le altre realtà del trasporto esistenti. Ciò si deve anche al regime di monopolio in cui ha operato il settore in questi anni, creando un livello

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do legislativo da risolvere. D. In che modo distinguere le responsabilità locali da quelle nazionali in merito al finanziamento? R. Ad oggi lo Stato si fa carico degli oneri relativi ai servizi delLa nuova aerostazione passeggeri di Roma Urbe, realizzata con fondi dell’Enac per un importo di circa 800 milioni di euro l’Enav: bisogna decidere se è questa ancora la via da seguire, anche laddove l’infra- tariffario dei voli aerei fuori concorstruttura non rientri in un piano stra- renza e in parte influendo sulla stessa tegico di sviluppo del Paese, o se in- crisi della nostra compagnia di banvece non sia necessario compiere una diera. Una nuova base di sviluppo è scelta più radicale, lasciando agli Enti costituita dalle compagnie «low colocali gli oneri relativi al funziona- st», che stanno sottraendo alcune fetmento dell’aeroporto, oggi a carico te di mercato alla nuova Alitalia. della finanza pubblica. Questi aero- Quest’ultima deve ridurre le tariffe porti potrebbero successivamente per essere realmente competitiva: nel rientrare tra le priorità dello Stato, nel sistema complessivo non solo naziocaso in cui il settore dovesse prevede- nale ma internazionale, le compagnie re un ulteriore sviluppo; a quel punto, low cost sono destinate essenzialsarebbe corretto fare affidamento su mente al trasporto nel breve e medio infrastrutture già esistenti nel territo- raggio, le grandi compagnie invece rio, piuttosto che crearne di nuove. maggiormente alla gestione dei voli D. A chi spetta la valutazione sulla intercontinentali, in una sinergia che rilevanza territoriale di un’infrastrut- trova il proprio equilibrio nello stesso tura aeroportuale ai fini dell’otteni- mercato. mento dei fondi pubblici? D. La scelta del doppio scalo FiuR. Dovranno comunque essere gli micino e Malpensa e l’ipotesi che la

compagnia di bandiera, allora in attivo, potesse gestire entrambe le strutture nel tentativo di recuperare 2 milioni di passeggeri business, secondo alcuni è stato il motivo del collasso dell’Alitalia e della successiva parcellizzazione del sistema: è d’accordo con quest’analisi? R. Pur non essendo stata l’unica causa della sua crisi, è chiaro che la scelta dell’Alitalia per il doppio hub Malpensa e Fiumicino si è rivelata una follia: 4 miliardi di euro per un aeroporto che non aveva i numeri per compensare l’investimento. In questa logica l’Alitalia si è autodistrutta, per scelta propria o indotta ormai poco importa. Quel che è certo è che una decisione di quel tipo, per una compagnia che non aveva la possibilità di investire per divenire proprietaria di vettori, è stata suicida. Una sola grande compagnia aerea in Europa può permettersi due scali, la tedesca Lufthansa, ma la compagnia di bandiera della Germania ha in proprietà ben 400 vettori. D. Com vede il «post-Alitalia»? R. Con la fine del monopolio della nostra compagnia di bandiera, il mercato del trasporto italiano si è aperto, divenendo terreno fertile per molte altre compagnie, le low cost per prime. Attualmente il mercato si compone per il 50 per cento di una quota Alitalia, per il 20 per cento di una quota Meridiana, per il restante, ma affatto residuale, 30 per cento delle quote delle due compagnie inglesi Ryan Air ed Easy Jet, più società minori ma dinamiche, come Blu Panorama e Wind Jet. Da alcune località del Sud d’Italia il volo low cost per il Nord rappresenta la scelta primaria nel traffico passeggeri, tanto che verrebbe da dire che sarebbe più utile investire nelle infrastrutture intermodali piuttosto che in dispendiose alte velocità ferroviarie. D. A breve avremo il Cielo Unico Europeo e la Commissione avverte: o mettiamo mano da subito alle carenze infrastrutturali e di servizi, o il rischio è di rimanere nelle retrovie del sistema, in preda alle grandi compagnie europee. È così? R. Il Cielo Unico Europeo offre comunque una grande opportunità tecnologica. La vera sfida sarà a terra, nella nostra capacità di gestire il volume di traffico che questa opportunità potrebbe creare. Dobbiamo cominciare a ragionare in termini di volume europeo. Non possiamo reggere un confronto su tale scala se la visione con cui si guarda al futuro del trasporto aereo è prettamente nazionale. Per esempio, dobbiamo avere ben chiaro che la Cai potrà operare solo se proseguirà la strada già intrapresa, divenendo parte integrante di una

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Un MD80 Alitalia sulle Alpi, durante un volo Roma-Amsterdam

delle poche compagnie europee attrezzate per tale sfida. Gli amministratori della Nuova Alitalia hanno scelto l’Air France, mi sembrerebbe normale che proseguano su questa strada. D. Quanto detto sinora riguarda il vettore. Il risultato dell’indagine sugli aeroporti a sua volta non è esattamente lusinghiero e i servizi sembrano insufficienti. Da che cosa dipende? R. In parte è vero, ma il primo problema deriva da un’errata scelta di fondo: l’aver affidato la gestione di infrastrutture così importanti a Comuni, Regioni e Camere di Commercio, realtà avulse dalle necessità implicite di un settore così strategico. Per tale motivo molte società di gestione aeroportuale si sono in gran parte rivelate inadeguate al compito che è stato affidato loro. L’unica grande privatizzazione che è stata fatta è quella dell’aeroporto di Fiumicino, ma è stata una privatizzazione a debito, nella quale il settore privato ha riversato su quello pubblico gli oneri che un sistema bloccato gli ha imposto. E ciò è reso tanto più inevitabile se si considera il blocco delle tariffe, che per i sistemi aeroportuali sono ferme da sette anni. D. La Commissione ha rilevato un sottodimensionamento del personale, in particolare di quello qualificato, dell’Enac, e ha sottolineato come manchi l’espletamento di una funzione di garanzia di cui il suo Ente dovrebbe prendersi carico in quanto mandatario della tutela degli interessi del Governo e dello Stato in generale. In che modo supplite alla carenza di personale? R. L’Enac è un ente senza fini di lu-

cro che svolge bene i compiti tradizionali, ma già qui si crea un problema: per formare un nostro ispettore si richiedono tempo e investimenti, mentre siamo nella curiosa situazione, causata dal blocco delle assunzioni negli Enti pubblici, di non poter sostituire gli ispettori o il personale che va in pensione, né aumentarne il numero. Diventa quindi pura utopia pensare di poter pianificare l’entrata di giovani da formare, per svolgere quel compito professionale che all’Enac spetta. Risparmiamo ogni anno 15 milioni di euro e vorremmo poterli investire nelle risorse umane e nella formazione, ma le norme esistenti lo impediscono. D. Alle inefficienze del sistema aeroportuale, individuate nella mancanza di coordinamento, sembra poter porre rimedio il coordinatore unico, figura professionale di collegamento tra i diversi operatori aeroportuali e funzionante negli Stati Uniti. Crede in questa figura? R. Si tratta di una soluzione tampone che non risolve il problema. Il limite dei nostri aeroporti è legato al municipalismo a cui sono affidati, mosso da esigenze clientelari e non professionali. Le grandi compagnie gestiscono in proprio il coordinamento delle attività tra esse e le autorità aeroportuali. La figura del coordinatore unico è un palliativo: il vero nodo da sciogliere è il livello professionale e di efficienza delle società di gestione aeroportuale, affinché non siano lasciate in mano a interessi localistici ma siano spinte a divenire efficienti aziende private, capaci di creare utili e non generare sprechi di cui i cittadini dovranno poi farsi carico.

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ADALBERTO CAPURSO: COME FUNZIONA IL CAF, L’OFFICINA DEI 730
a cura di SERENA PURARELLI

meglio avere accanto un collega!»: dalle pagine del più diffuso quotidiano nazionale, il Caf Cdl, Centro di assistenza fiscale nazionale dei consulenti del lavoro, invita all’associazione, per diventare incaricati del «primo Caf creato da professionisti e sostituti d’imposta autorizzato dall’Agenzia delle Entrate». Ne parliamo con il presidente Adalberto Capurso, abilitato alla professione dal 1978, revisore ufficiale dei conti e ex consigliere nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro.

«È

Adalberto Capurso, presidente del Caf dei Consulenti del Lavoro

Domanda. Uno slogan e un invito, «Non permettere che altri soggetti sfruttino il tuo lavoro senza conoscerlo, solo per avere le dichiarazioni dei tuoi assistiti», non sono forse un po’ corporativi? Risposta. La frase successiva a quella che lei ha citato spiega bene le nostre ragioni. Il nostro Caf è pensato e gestito da colleghi che hanno una conoscenza profonda di tutti i problemi della nostra professione. La società a responsabilità che abbiamo costituito sette anni fa è ormai una realtà consolidata e in continua crescita, e il nostro intento non è certo

corporativo. Piuttosto, intendiamo riportare nei nostri studi tutti quei clienti cui siamo stati costretti a rinunciare quando è stata introdotta, per determinate categorie di contribuenti, una modalità semplificata di elaborazione e trasmissione delle dichiarazioni dei redditi. Mi riferisco in particolare al modello 730. D. Si è trattato di una rinuncia o piuttosto sono stati i clienti ad abbandonarvi? E per quale ragione? R. Il sistema era nato soprattutto per far sì che il contribuente ottenesse i rimborsi dovuti più rapidamente di quanto non avvenisse con il mo-

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dello 740, ma l’autorizzazione ad assistere lavoratori dipendenti e pensionati nella loro dichiarazione 730 era stata riservata ai Caf, costituiti soprattutto presso i sindacati o le associazioni di categoria. I professionisti tutti ne erano esclusi, compresi naturalmente i consulenti del lavoro. È stato dunque un atto di responsabilità da parte nostra indicare ai clienti la nuova strada, in alternativa alla presentazione del 740. I rimborsi arrivavano dopo cinque, sei o sette anni. La nostra rinuncia però, nell’interesse del cliente, è stata solo temporanea perché non ci siamo rassegnati a una normativa che non ci sembrava giusta. Con il patrocinio dell’Ordine dei consulenti di Roma e la lungimiranza dell’attuale presidente provinciale Adalberto Bertucci e di altri validissimi colleghi quali Massimiliano Pastore, Massimo Albiani, Gianluca Torresi, ci siamo costituiti in associazione e abbiamo superato l’ostacolo. La prima iniziativa dell’Anaco, Associazione nazionale consulenti e datori di lavoro, è stata la costituzione del Caf dei consulenti del lavoro, autorizzato il 9 aprile 2003 dall’Agenzia delle Entrate all’esercizio dell’attività di assistenza fiscale ai lavoratori dipendenti e pensionati previsto dall’articolo 34 del decreto legge n. 241 del 9 luglio 1997. Siamo iscritti all’Albo Caf Dipendenti con il numero 67. D. È stata la vostra rivincita? R. Certamente, anche se all’inizio abbiamo avuto qualche titubanza, perché per poter compilare i 730 occorre attrezzarsi in un certo modo, stipulare polizze assicurative obbligatorie, compiere investimenti consistenti. Ma i clienti sono frazionati tra i tanti professionisti e, a conti fatti, al singolo non conviene dotarsi di un impianto. Per questo abbiamo scelto la formula associativa per riprenderci i clienti che avevamo dirottato sui Caf. D. Chi e come può diventare soggetto incaricato del Caf Cdl? R. Occorre essere consulente del Lavoro e sostituto d’imposta, e dare la disponibilità a svolgere un ruolo operativo nella diffusione e nello sviluppo, nel territorio, dei servizi istituzionali del Caf. Compilando il modulo di adesione si inoltra la richiesta e, dopo una breve fase istruttoria, si sottoscrive la convenzione con il Caf Cdl. L’Ufficio periferico deve anche aderire all’Anaco e, una volta completato questo iter, si ricevono le credenziali elettroniche, i codici utente e la password personali per l’identificazione web sul nostro sito www.cafconsulentidellavoro.it. In tal modo si possono compilare on line le dichiarazioni 730 Red, Isee, Unico, PF e F24. Le nostre competenze sono identiche ni tipi di reddito, lavoratori dipendenti e pensionati, ma negli anni si sono aggiunti anche i collaboratori a vario titolo, e i lavoratori con contratto a tempo determinato, con durata non inferiore all’anno. Alla fonte deve esservi sempre un reddito da lavoro dipendente o una pensione, i soli previsti inizialmente; ma a questi si sono aggiunti i redditi da fabbricati, i cococo, i cocopro, assimilati ai lavoratori dipendenti, e anche qualche reddito occasionale. Quindi la fascia di coloro che sono ammessi a questo sistema si è molto ampliata. Ed è proprio in ragione di questo ampliamento che ci siamo resi conto che man mano si stava Un ufficio del Caf dei Consulenti del Lavoro allargando la fascia di clienti che si allontanava dai nostri a quelle attribuite ai Caf sindacali, studi. Sulla scorta di queste considerache sono nati come alternativa al 740; zioni è nato il nostro Caf, che è rivolto prima era sufficiente essere proprie- ai professionisti, in particolar modo ai tari di un appartamento per essere consulenti del lavoro, ma al quale si obbligati a presentarlo. sono associati anche altri. La nostra D. Quali sono i vantaggi del 730 pubblicità è dunque finalizzata a otteper i contribuenti? nere l’adesione dei professionisti, alR. Si tratta di una forma di dichiara- meno per ora, non è mai stata rivolta zione dei redditi semplice da compila- all’utente finale, al contribuente singore, che non richiede calcoli. Ma il van- lo. Contiamo però di indirizzare dal taggio più rilevante è dato dalla possi- prossimo anno la nostra comunicaziobilità di ottenere in tempi rapidi gli ne anche ai singoli. Perché tuttora i eventuali rimborsi, che vengono riac- sindacati detengono la fetta di mercacreditati direttamente sulla retribuzio- to più grande, insieme alle associazione o sulla pensione. Il datore di lavoro ni di categoria, che sono pure ben diventa in tal modo sostituto d’impo- piazzate. sta nelle due direzioni. Versa le impoD. Ma come e da chi viene remuneste allo Stato e restituisce al contri- rato il lavoro dei Caf? Dai clienti? buente, rivalendosi naturalmente suR. L’Agenzia delle Entrate corrigli importi da versare allo Stato. Una sponde un compenso per ogni dibella fetta di attività perché inizial- chiarazione trasmessa e, per agevolamente il 730 era destinato solo ad alcu- re i contribuenti, ha fissato dei paletti precisi. Non si può chiedere alcun compenso a chi è in grado di predisporre autonomamente il proprio modello, che siamo obbligati a tranostro Caf è smettere. Se invece il contribuente ci gestito da colleghi che porta i propri documenti, in pratica ci chiede una consulenza per elabohanno una conoscenza rare i dati e compilare il modello. In profonda di tutti questo caso noi siamo retribuiti sia dall’Agenzia, per la trasmissione del i problemi della nostra modello, sia dal contribuente, per la professione; intendiamo compilazione. Ma con importi francamente esigui, che non coprono riportare nei nostri studi neppure lontanamente lo sforzo e la tutti i clienti cui preparazione di un nostro professionista. Ma non possiamo certo chiededovemmo rinunciare re le cifre che si chiedevano per un quando fu introdotto 740. I costi sono molto più contenuti. D. Cosa fa esattamente un profesun tipo semplificato sionista associato al vostro Caf e codi dichiarazione me viene remunerato? dei redditi: mi riferisco R. I nostri professionisti raccolgono le dichiarazioni, le fanno confluire al modello 730 presso di noi, le elaboriamo usando il nostro programma e le trasmettiamo

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all’Agenzia. Per ogni dichiarazione presentata riconosciamo un compenso, stornando una fetta di quello previsto per legge. I clienti non sostengono alcun costo, ed è questo l’elemento di maggior interesse. Per svolgere quest’attività direttamente, come professione, dovrei acquisire i programmi, tenermi aggiornato, archiviare, coprire i rischi stipulando una polizza assicurativa obbligatoria. Dovrei sostenere costi rilevanti che, su una media di circa 100-150 modelli per professionista, non sarebbero proporzionali alle possibilità di fatturato. I costi del servizio che forniamo al nostro associato sono tutti a nostro carico, dalla polizza assicurativa ai programmi, alle attività di assistenza e consulenza, all’archiviazione. Il professionista non spende nulla per attrezzarsi, ma riceve un compenso. D. Come sono state accolte queste novità? R. Posso dire con orgoglio che abbiamo infranto il mercato, perché prima della nostra iniziativa nessun Caf riconosceva nulla, al contrario si faceva remunerare. All’inizio, per accedere ai servizi forniti da altri Caf il professionista doveva pagare. Noi abbiamo ribaltato il sistema e tutti si sono dovuti adeguare. Ora è in atto una sorta di guerra dei compensi, tra chi riconosce 8 euro per dichiarazione e chi meno; noi 9,50 euro. Ma soprattutto rivendichiamo il merito di aver rivoluzionato il mercato. L’abbiamo fatto per recuperare la nostra clientela e poi per un ritorno economico. Siamo una società a responsabilità limitata e cerchiamo di guadagnare. Certo, senza i ristorni guadagneremmo cifre astronomiche. D. Dunque un giro di interessi imponente per quello che all’inizio era un monopolio, soprattutto dei sindacati, cui si rivolgeva il pensionato o il lavoratore con la casa di proprietà. Il servizio reso era ugualmente gratuito per il contribuente? R. È gratuito sempre e solo di fronte a una dichiarazione già compilata. In questo caso nessun Caf può chiedere compenso, ha solo l’obbligo di trasmetterla. Anche se va detto che si lavora più su un 730 già fatto che non su quello che si compila, perché anche in questo caso noi assumiamo la responsabilità, e dobbiamo comunque verificare che sia redatto correttamente. Il nostro Caf appone un visto di conformità. Il professionista a cui si rivolge il contribuente con i documenti necessari, può chiedere una parcella per la quale noi indichiamo importi di massima cui attenersi, davvero esigui. I prezzi sono calmierati e le cifre chieste a chi, oltre al reddito di lavoro dipendente, ha una ca-

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cata. Compilare la dichiarazione davanti a un professionista significa poter utilizzare tutti i vantaggi fiscali previsti dalla legge. Non si tratta di non pagare le tasse, ma di risparmiare quello che è possibile. D. Come e quando avviene il rimborso di quanto eventualmente versato in eccesso? R. Il datore di lavoro del contribuente è informato da noi del risultato dei conteggi della dichiarazione e dell’entità del rimborso. I tempi sono ben definiti. Una volta ricevuta la comunicazione del credito di imposta, il datore deve provvedere al rimborso con la retribuzione del mese di luglio. Nel caso dei pensionati, la restituzione avviene nel mese di agosto. Il punto di partenza di tutto il sistema è il CUD, il modello che riepiloga i redditi da lavoro dipendente, che deve essere fornito dal datore di lavoro entro il 28 febbraio. D. Per farne che cosa? R. Dal primo marzo al 31 maggio il contribuente si reca al Caf con il 730 precompilato o con la documentazione necessaria per farlo. Entro il 15 giugno, salvo proroghe, il Caf verifica la conformità dei dati e invia il risultato della dichiarazione, cioè la comunicazione dell’eventuale credito o debito a carico del contribuente. Entro il 30 giugno si inviano le dichiarazioni all’Agenzia delle Entrate e il mese successivo il contribuente riceve il rimborso o la trattenuta. Per i pensionati slitta tutto di un mese. Altre scadenze sono previste per correzioni o integrazioni. Attraverso questo circuito abbiamo recuperato una parte di quei clienti che noi stessi avevamo dirottato sui Caf. L’introduzione del 730 ha agevolato molto il contribuente ma anche l’Agenzia delle Entrate che, grazie ai visti di conformità, può essere tranquilla. Di fatto i Caf lavorano per loro e il numero di dichiarazioni da controllare, sistemare, lavorare, si è molto ridotto rispetto ai dieci milioni di un tempo. Naturalmente l’Agenzia compie comunque dei controlli, su di noi, sul nostro comportamento, sui modelli trasmessi. Il modello Unico, che contiene tutte le dichiarazioni Irpef, Iva e modello 770, è ormai riservato a imprenditori e professionisti. D. Lei ha citato più volte i programmi di elaborazione dati per compilare i modelli di dichiarazione. Sono forniti direttamente dall’Agenzia? R. I nostri sono programmi di elaborazione diversi. Ma la verifica delle dichiarazioni, una volta elaborate e vistate, è fatta con quelli dell’Agenzia. La nostra responsabilità è limitata alla dichiarazione compilata in base alla documentazione presentata.

l servizio è gratuito se la dichiarazione è già compilata, mentre il professionista cui si rivolge il contribuente con i documenti necessari può chiedere una parcella per la quale noi indichiamo importi di massima cui attenersi; le cifre richieste sono calmierate e davvero esigue, 15-30 euro, secondo la complessità della dichiarazione dei redditi

sa o due, sono in gran parte comprese tra i 15 e i 30 euro. Naturalmente dipende dalla complessità della dichiarazione che occorre predisporre; al lavoratore dipendente che arriva con un elenco di quaranta fabbricati, con relative locazioni, si può chiedere un compenso maggiore. Perché le possibilità di ottenere vantaggi economici per il contribuente sono tante e noi dobbiamo studiare. Per il 2009 c’è anche la possibilità di detrarre le spese per i mobili o per gli elettrodomestici, e quelle mediche, comprese le somme spese per l’acquisto di farmaci. D. Qual’è la differenza tra voi e un Caf tradizionale? R. Venendo da noi il contribuente ha la possibilità di ricevere un’assistenza che ritengo unica, perché si trova davanti un professionista preparato. I Caf dei sindacati redigono milioni di dichiarazioni usando personale non sempre adeguatamente preparato. Non voglio fare critiche, ma spesso non sono neanche diplomati ed hanno più probabilità di commettere errori. Perché un conto è farsi fare il lavoro da un professionista, un altro è affidarlo a persone ingaggiate da febbraio a giugno. È quanto feci osservare al senatore Giorgio Benvenuto in merito alla circolare dell’Agenzia delle Entrate che escludeva i professionisti, ma consentiva a un qualunque impiegato di un centro di raccolta sindacale di apporre il visto di conformità sulla dichiarazione. Il nostro ricorso mostrava la contraddittorietà del contenuto della circolare, che poi è stata modifi-

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PAOLO VIGEVANO: ACQUIRENTE UNICO, UNO SPORTELLO PER IL CONSUMATORE D’ENERGIA
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L’ingegner Paolo Vigevano, amministratore delegato dell’Acquirente Unico spa

consumatori hanno a disposizione nuove misure per conoscere quali opportunità di mercato si sono determinate, anche in Italia, con il completo avvio del processo di liberalizzazione del settore elettrico. In questo contesto, l’Acquirente Unico SpA, società del gruppo GSE-Gestore Servizi Energetici, svolge un ruolo di primo piano e, per assecondare la diffusione di queste informazioni, ha già fatto crescere e reso ancor più efficienti le proprie funzioni per la tutela del consumatore. L’ingegner Paolo Vigevano, amministratore delegato di Acquirente Unico SpA, fa il punto della situazione. Domanda. Quanto ancora si può fare per creare «informazione» che aiuti il consumatore a comprendere la liberalizzazione?

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(FONTE IMAGO ECONOMICA)

Risposta. La liberalizzazione del settore elettrico, partita il primo luglio 2007, è in costante evoluzione. A più di due anni dal suo avvio, c’è stata una graduale presa di coscienza e, contestualmente, gli scenari sono cambiati con la partecipazione attiva delle istituzioni, degli operatori e degli utenti. Proprio per assecondare le esigenze di questi ultimi, che risentono maggiormente di quanto sta accadendo, le istituzioni - dal Ministero dello Sviluppo Economico all’Autorità per l’energia elettrica e il gas - hanno disposto la creazione di strumenti utili a fare chiarezza e a garantire che i consumatori siano in grado di scegliere il proprio fornitore di energia elettrica in maniera consapevole, nel rispetto dei propri diritti. D. Lo Sportello per il consumatore di energia avvicina realmente l’Acquirente

Unico al cosiddetto utente finale? R. L’esperienza acquisita e maturata dall’Acquirente Unico, che ha gestito per conto dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas un Call Center informativo sulle opportunità della liberalizzazione e sui diritti dei consumatori dei mercati energetici, è stata messa al servizio del consumatore finale per sostenerlo nel nuovo scenario. Proprio per questo dal primo dicembre 2009 è stato avviato lo Sportello per il consumatore di energia, frutto dell’integrazione del Call Center con l’Unità Reclami dell’Autorità, dedicata alla gestione di reclami, istanze e segnalazioni. L’integrazione di queste due funzioni, sotto la responsabilità operativa dell’Acquirente Unico, ha consentito di mettere a disposizione dei consumatori uno strumento ancora più agile ed efficace, rendendoli protagonisti del processo

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Composizione delle richieste di informazioni e reclami arrivati (Elaborazione AU su dati Sportello per il consumatore di Energia)

di liberalizzazione, che ha come obiettivo quello di consentire di cogliere le opportunità del mercato derivanti dalla concorrenza tra gli operatori. D. Qual è l’obiettivo dello Sportello? R. Lo Sportello per il consumatore di energia, che è all’interno della struttura dell’Acquirente Unico, è stato istituito da una parte per fornire in modo chiaro informazioni ai consumatori sui diritti e sulle opportunità derivanti dalla liberalizzazione dei mercati energetici e sui provvedimenti dell’Autorità; dall’altra per assistere i clienti finali in caso di controversie relative al rispetto dei livelli qualitativi e tariffari dei servizi dell’energia elettrica e del gas non direttamente risolte dai fornitori o distributori. D. Come è strutturato? R. Il personale è composto sia da esperti del settore dei mercati energetici che da operatori tecnici specializzati. Sono in tutto circa 40 persone che usufruiscono di una formazione continuamente aggiornata sulla normativa di settore. È interessante notare che il 47 per cento è composto da donne e il 53 per cento da uomini; hanno un’età media di 35 anni e il 70 per cento ha conseguito un titolo post-diploma o una specializzazione. D. Quali canali si possono utilizzare per contattare lo Sportello? R. Tutti i servizi sono forniti attraverso un accesso multicanale. Per il Call Center è a disposizione il numero verde 800.166.654, attivo dal Lunedì al Venerdì, dalle ore 8 alle 18; sono anche disponibili il fax verde 800.185.024 e l’e-mail info.sportello@acquirenteunico.it. Per le chiamate da telefono mobile, con costo a carico dell’utente secondo il pro-

prio piano tariffario, è attivo il numero fisso 06.8013.4060. Per richiedere informazioni all’Unità Reclami si può usare la posta tradizionale, il fax verde 800.185.025 e l’e-mail reclami.sportello@acquirenteunico.it. Tutte le informazioni si possono anche trovare sul sito dell’Acquirente Unico (www.acquirenteunico.it) e su quello dell’Autorità (www.autorita.energia.it). D. Quali sono stati i volumi registrati nel 2009 dal Call Center? R. Dalla sua attivazione l’attività è cresciuta costantemente mantenendo elevati standard di servizio. Nel 2009 le chiamate sono state circa 290 mila, sia per la richiesta d’informazioni sul funzionamento dei mercati e sullo stato dei reclami presentati, sia sul Bonus Elettrico e sul Bonus Gas, per i quali lo Sportello ha collaborato alla campagna sociale promossa dall’Autorità e dal Ministero dello Sviluppo Economico. In corrispondenza delle campagne informative sui bonus energetici si è registrato un aumento delle richieste fino a un valore medio giornaliero di 5 mila chiamate, con picchi di quasi 14 mila. Al fine di migliorare i servizi offerti, oltre a semplificare l’accesso alle informazioni, da dicembre 2009, il Call Center ha aderito al protocollo «Mettiamoci la faccia», promosso dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione per la rilevazione della soddisfazione dei consumatori per i servizi offerti. I risultati sono stati decisamente incoraggianti: su oltre 1.600 segnalazioni raccolte, il 95 per cento è risultato soddisfatto. Questi trend di utilizzo dei punti di contatto confermano come i cittadini-consumato-

ri sappiano apprezzare la disponibilità diretta di informazioni che possano fornire loro una migliore conoscenza delle opportunità offerte dalla liberalizzazione del mercato elettrico e del gas. D. Per quanto riguarda l'attività dell'Unità Reclami? R. La sua funzione è quella di gestire le istanze inoltrate dai consumatori per i disservizi ricevuti dagli esercenti i servizi di vendita e distribuzione di energia elettrica e gas. Nel 2009 si sono registrati 12 mila nuovi reclami con la ricezione media di 3 mila lettere al mese. L’argomento prevalente dei reclami riguarda la fatturazione, mentre le richieste di informazioni vertono soprattutto sul Bonus Elettrico. Per gestire i volumi in costante aumento lo Sportello utilizza un sistema di «Customer Relationship Management» che permette non solo di snellire ma anche di agevolare la lavorazione dei reclami e la conseguente attività di resoconto. D. A seguito della presentazione ufficiale dello scorso gennaio e delle successive campagne informative, l’attività è destinata a svilupparsi. Quali sono i vostri piani futuri? R. Stiamo attualmente potenziando sia il Call Center che l’Unità Reclami, con l’inserimento di ulteriori risorse e l’adozione di altri strumenti informativi per soddisfare nel modo migliore le esigenze dei consumatori e supportare la continua apertura ed evoluzione dei mercati energetici. La liberalizzazione e il funzionamento di un mercato deve tradursi in un reale beneficio per l’utente finale, che potrà esserne il vero protagonista solo grazie ad una piena consapevolezza delle proprie scelte e dei propri diritti.

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VITO ZUCCHI: CERCHIAMO DI VENDERE ALL’ESTERO PIÙ OLIO DI OLIVA

a cura di di LUIGI LOCATELLI

Vito Zucchi, presidente dell’omonimo Oleificio Zucchi

Il nostro oleificio raffina oli di semi grezzi sull’asta del canale navigabile collegato dal porto di Cremona al fiume Po. Quando decisi di creare l’attuale stabilimento vicino al porto, pensavo che dopo vent’anni avrei potuto usarlo. Purtroppo dovrò ancora aspettare l’attivazione di questo tratto del canale». Racconta così l’ultimo capitolo della storia dell’Oleificio Zucchi il presidente della società Vito Zucchi, in occasione dei due secoli di vita dell’azienda. Forse è una delle più antiche del Paese, con un

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fatturato di circa 120 milioni di euro e di 150 milioni nelle annate migliori, con tre società operative collegate, di cui una in Lombardia, una in Veneto e una in Romania, e un mercato che comprende, oltre a Italia, Europa e Stati Uniti, il Sud America, l’Africa, e gran parte dei Paesi dell’Est. La sua attività consiste nella produzione di oli di oliva e di semi. La sua storia è esemplare, dimostra quanto contino la capacità di lavoro e l’intelligenza operativa, quanto la fede nel lavoro animi gran parte degli italiani. E quanto questa voglia di fare sia praticata con semplicità, senza esibizioni-

smi né aiuti di vario tipo, sebbene sostenga in silenzio l’economia, lo sviluppo e la tranquillità sociale. Oggi, mentre la crisi economico-finanziaria mondiale deve essere ancora superata e le condizioni del bilancio statale non consentono grandi iniziative al Governo e alle Regioni, Zucchi illustra i programmi di sviluppo dell’azienda in corso di realizzazione, l’espansione in nuovi mercati, il costante incremento di fatturato. La storia dell’Oleificio Zucchi ebbe inizio nella metà del 1700 da un modesto torchio azionato a mano, in casa. «All’inizio–racconta Zucchi–i

miei antenati non sapevano neppure cosa fosse un’azienda. Conoscevano la terra e il lavoro. Avevano un frantoio a Sant’Angelo Lodigiano e nei primi dell’800 si trasferirono a San Fiorano. Cercando nei libri delle anime delle parrocchie tra battesimi e sposalizi, siamo riusciti ad arrivare al 1810, epoca in cui si coltivava il seme del lino. La parte tessile della pianta era usata per le filande, il seme veniva spremuto a freddo ricavando un olio vergine che condiva il pane. I miei avi andavano a venderlo cascina per cascina. Dal seme del lino spremuto si ricava anche un pannello per alimentare il bestiame. Alla fine dell’800 da San Fiorano si trasferirono a Pizzighettone in provincia di Cremona, lungo il fiume Adda, al confine con la Bassa Lodigiana». Il trasferimento sulla riva sinistra del Serio morto fu fondamentale per gli sviluppi dell’attività della famiglia Zucchi. Con il «salto» dell’acqua che si riversava nell’Adda cominciarono ad azionare i macchinari per la spremitura dei semi e la tessitura del lino, incrementando la produzione. Non fu più necessario andare di cascina in cascina per vendere i prodotti. Aggiunge Vito Zucchi: «Poi cominciarono a produrre energia elettrica, ed essendo la famiglia diventata numerosa, nel 1920 mio nonno Vitale decise di trasferirsi a Cremona. Anch’io avrei dovuto avere il nome Vitale, ma mia madre si oppose osservando che era antiquato, per cui fui chiamato Vito». Da allora Cremona è rimasta la sede della famiglia e dell’azienda, trasformata in società per azioni nel 1946. Nel 2006 ha festeggiato i primi 60 anni di S.p.a. Nato nel 1941, il piccolo Vito andò in collegio dai Salesiani a Treviglio, dalla quarta elementare alle medie. Il padre Giuseppe era agricoltore a Castelleone, in provincia di Cremona; lo zio Gianni provvedeva allo stabilimento della spremitura. Ottenuto il diploma di geometra, Vito non si interessava dell’azienda, preferiva disegnare e costruire case. Compiuto il servizio militare, ebbe dallo zio Gianni la proposta di gestire l’oleificio e, quando questi si ammalò, fu costretto a lasciare l’Università Cattolica di Milano e ad occuparsi a tempo pieno dell’azienda. Aveva 23 anni, e oggi, a 69, è ancora al proprio posto. Il primo figlio, Giovanni, dopo un’esperienza in un’azienda meccanica, entrò in azienda e oggi è il direttore generale; la figlia Alessia si occupa nell’azienda della programmazione e dell’acquisto di materie prime; lo scorso dicembre è stata eletta presidente del Comitato regionale dei Giovani Imprenditori della Confindustria Lombardia. «Nel 1990 abbiamo inaugura-

uest’anno festeggiamo i 200 anni di un’attività che è rimasta quella degli inizi, con una raffineria per la produzione degli oli di semi oleosi quali arachide, mais, girasole e soia e di vinaccioli di uva, e con un altro impianto per confezionare gli oli di semi e di oliva; normalmente ogni tipo di olio viene lavorato e confezionato singolarmente

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D. Avete altri stabilimenti oltre a quello di Cremona? R. Abbiamo partecipazioni in Italia e all’estero. L’Olearia del Garda di Bardolino, sulla riva orientale del Garda, è partecipata al 50 per cento. Oltre a una piccola produzione di un olio extra vergine d’oliva Dop, confeziona la gamma alta degli oli extra vergini di oliva per l’80 per cento destinati all’esportazione nel Nord Europa e negli Stati Uniti. Abbiamo una partecipazione del 25 per cento in un’industria di Orzinuovi in provincia di Brescia, che produce margarine poco usate per la tavola ma molto dall’industria dolciaria. Adesso la società deve spostarsi da Orzinuovi, perché lo stabilimento è quasi al centro dell’abitato. Quello nuovo, in costruzione pure in provincia di Brescia, entrerà in attività nel prossimo giugno, con una capacità molto più elevata e con nuove tecnologie per la produzione di margarine speciali per l’industria. Questa società a sua volta possiede il 50 per cento di un’azienda creata in Romania, per distribuire i nostri prodotti, prima dell’entrata

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to l’attuale unità produttiva di Cremona, con 110 dipendenti, su un terreno di 80 mila metri quadrati di cui 30 mila coperti e con tutti i processi produttivi di raffinazione e confezionamento. Quest’anno festeggiamo i 200 anni di un’attività che è rimasta quella degli inizi, con una raffineria per la produzione degli oli di semi quali arachide, mais, girasole e soia, e un impianto per confezionare gli oli di semi e di oliva». Domanda. Nel corso Riempimento di bottiglie della lavorazione questi oli vengono poi medi questo Paese nell’Unione europea. scolati insieme? Risposta. No. Normalmente ogni Per evitare dazi e costi di trasporto tipo di olio viene lavorato e confezio- altissimi, decidemmo di creare una nato singolarmente. C’è una miscela- joint venture in quel Paese per venzione solo dell’olio di soia e di gira- dere oli vegetali, panna vegetale e sole, per produrre l’olio etichettato margarine prodotte in loco. Non siacome olio di semi vari, e che viene mo andati all’estero per usare mano usato per cucinare. La nostra produ- d’opera meno costosa, ma per distrizione è per il 55 per cento di oli con- buire in mercati nuovi e più ampi. fezionati in bottiglie da uno, cinque e Siamo soddisfatti dell’entrata in quel dieci litri. L’altro 45 per cento è ven- grande mercato dell’Est. In brevissiduto sfuso a industrie agroalimentari mo tempo abbiamo ammortizzato e a grandi aziende che usano questi l’investimento. D. Come supera le difficoltà deloli come ingrediente per maionese e l’attuale crisi? per vegetali sottolio e gastronomia.

R. Possiamo svilupparci perché ho sempre investito tutti gli utili dell’azienda in nuovi impianti e in tecnologie. Sin dalle origini è stata la filosofia della nostra famiglia. Gli investimenti si compiono nei momenti di crisi per essere pronti alla ripresa. Stiamo anche progettando una joint venture in un Paese dell’Est in cui sono prodotte grandi quantità di semi di girasole, olio che ormai costituisce la metà della nostra vendita di oli di semi, che hanno conquistato una presenza rilevante anche in Italia, dove pure esiste una cultura dell’olio di oliva: possiamo dire che quest’ultimo prevale sulla tavola, quello di semi in cucina. A Cremona confezioniamo olio di semi, olio di oliva ed extravergine di oliva per le sedici catene distributive che serviamo e che prestano molta attenzione alla qualità e al prezzo. Poi forniamo catene di hotel e di ristorazione che registrano il maggior consumo di oli di semi. Nell’impianto di Bardolino, invece, produciamo solo olio d’oliva di alta qualità per l’esportazione. D. Qual’è la differenza tra l’olio d’oliva e quello di semi? R. L’olio di oliva extravergine è solo spremuto a freddo, è un prodotto naturale, non subisce alcun processo. Mentre l’olio di oliva proviene ugualmente dalle olive, ma subisce lo stesso processo di raffinazione degli oli di semi, come l’olio di semi grezzo; anche questo viene raffinato con procedimenti meccanici e chimici per renderlo più chiaro perché così lo desiderano i consumatori. Introdotto poi in una colonna per la deodorizzazione, l’olio di semi raffinato perde i cattivi odori, diventa neutro mantenendo solo piccole caratteristiche di sapore per ogni tipo di seme. D. I semi sono di vostra produzione o sono acquistati da coltivatori? R. Acquistiamo oli grezzi soprattutto all’estero perché in Italia la produzione di semi oleosi è ridotta a poco, rappresenta solo il 10 per cento del consumo italiano. Parlo di semi di soia e di girasole. Le grandi produzioni di soia sono negli Stati Uniti, in Brasile e in Argentina, dove si produce anche molto girasole. Ma il bacino produttivo più ricco per quest’ultimo è quello del Mar Nero, cioè Russia, Ucraina, Romania e Bulgaria. Questi Paesi puntano a estrarre loro dai semi gli oli grezzi e ad usare le farine residue per uso zootecnico. Gli oli grezzi che importiamo vengono raffinati e confezionati e lo stesso avviene per l’olio di arachide che importiamo dal Senegal, che è uno dei maggiori produttori mondiali. Gli oli di semi sono molto soggetti a speculazioni, con forti oscillazioni di prezzo da quando ne vengono usate grandi quantità per

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Lo stabilimento Zucchi di Cremona

produrre biodiesel, carburante alternativo al petrolio. Gli oli vegetali concreti come l’olio di palma vengono usati anche per produrre energia elettrica, bruciandoli in motori speciali. La conseguenza è che, quando il prezzo del petrolio sale superando i 70-80 dollari al barile, automaticamente diventa interessante produrre biodiesel come carburante, o energia elettrica dagli oli di palma. Si creano così grandi speculazioni, con forti oscillazioni di prezzi delle materie prime che noi usiamo per produzioni alimentari. Negli ultimi tre anni abbiamo avuto variazioni molto ampie, con prezzi delle materie prime triplicati dal 2007 al 2008 perché, come detto, il biodiesel è ottenuto dagli stessi oli vegetali da noi usati. Nel 2008 siamo arrivati a un fatturato di oltre 150 milioni di euro, ma alla fine del 2009 il petrolio è sceso intorno ai 40 dollari, i raccolti sono rimasti invenduti e automaticamente i prezzi degli oli di semi sono crollati a un terzo rispetto a quelli dell’anno precedente. D. Come avete chiuso il 2009? R. Con queste imprevedibili variazioni del mercato nel 2009 abbiamo fatturato circa 115 milioni di euro pur in presenza di un incremento di vendita dell’8 per cento. Gli oli di semi sono soggetti a forti speculazioni, bisogna essere molto accorti, perché l’Italia deve importarne l’80 per cento del consumo nazionale, non essendovi produzione, in quanto per la nostra agricoltura i prezzi non sono competitivi. Alle variazioni del mercato degli oli dobbiamo aggiungere l’andamento del dollaro le cui quotazioni possono variare dall’1 al 2 per cento dalla mattina alla sera e, per noi, questo è un problema serio perché il margine netto dei nostri prodotti è intorno al 2 per cento; ogni giorno il dollaro può vanificarlo. Dobbiamo essere molto attenti ad acquisti, prezzi, quotazioni della valuta

e del petrolio, speculazioni compiute dai grandi fondi d’investimento, andamento economico delle varie aree. D. Come vede l’attuale momento? R. Il settore agroalimentare ha una marginalità abbastanza ridotta, ma nei momenti di crisi ha meno fluttuazioni negative perché, bene o male, la gente deve nutrirsi. Quindi abbiamo risentito poco la crisi, ma sentiamo le difficoltà della clientela nel pagare le forniture, con ritardi di circa 30 giorni. Un tempo lungo, perché dobbiamo pagare le materie prime all’arrivo delle navi a Genova. Acquistiamo il carico totale di navi da 4-6 mila tonnellate con un costo medio dai tre ai cinque milioni di dollari. Vendiamo circa 120 mila tonnellate di prodotto oleario; trattiamo una ventina di navi l’anno tra oli di semi e olio di oliva, che oggi rappresenta circa il 15 per cento del nostro fatturato. Dall’anno scorso abbiamo con Genova un collegamento ferroviario con due treni settimanali per trasportare l’olio a Cremona con ferro-cisterne. D. Programmi per il futuro? R. Sviluppare la vendita, specialmente per l’esportazione, degli oli di oliva. Nel 2008 abbiamo esportato l’11 per cento di questi, nel 2006 il 13, tendiamo al 15 e possibilmente al 20 per cento puntando sui Paesi dell’Est che, migliorando il loro tenore di vita, segnano un buon consumo. Oltreché in Romania e in Russia, ne abbiamo avviato l’esportazione in Cina e negli Stati Uniti. Un altro mercato nel quale esportiamo è il Nord Europa; in Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Islanda esportiamo olio di oliva e di semi. Infine intendiamo incrementare i rapporti con Ungheria e Ucraina, che hanno una notevole produzione di semi di girasole ed esportano olio di girasole grezzo, per poter incrementare in loco la raffinazione di questo prodotto.

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a legge 23 luglio 209 n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia) ha introdotto il nuovo testo dell’articolo 140 bis del Codice di consumo relativo all’azione collettiva risarcitoria, comunemente detta class action, in vigore dal primo gennaio 2010 per gli illeciti commessi a partire dal 15 agosto 2009. Si tratta di un’azione risarcitoria proponibile da qualsiasi consumatore, componente della classe di riferimento, autonomamente o mediante associazione cui dà mandato o comitati cui partecipa, e mira a tutelare i diritti contrattuali di una pluralità di consumatori e utenti che versano, nei confronti di una stessa impresa, in situazione identica, inclusi i diritti relativi a contratti stipulati ai sensi degli articoli 1341 e 1342 del Codice civile, riguardanti i contratti conclusi mediante formulari; i diritti identici, spettanti ai consumatori finali di un determinato prodotto nei confronti del relativo produttore, anche a prescindere da un diretto rapporto contrattuale; i diritti identici, al ristoro di un pregiudizio derivante agli stessi consumatori e utenti da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali. I consumatori e utenti che intendono avvalersi di tale strumento di tutela possono aderire, anche senza l’assistenza di un difensore, all’azione proponibile da ciascun componente della classe. L’adesione comporta rinuncia ad ogni azione restitutoria o risarcitoria individuale, fondata sul medesimo titolo. La domanda deve essere presentata al Tribunale ordinario avente sede nel capoluogo della regione in cui ha sede l’impresa, fatte salve le seguenti eccezioni: per la Valle d’Aosta è competente il Tribunale di Torino, per il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia è competente quello di Venezia, per le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo e il Molise il Tribunale di Roma e per la Basilicata e la Calabria è competente il Tribunale di Napoli. Il giudice adito verifica l’ammissibilità della domanda, che può essere dichiarata inammissibile quando è manifestamente infondata, o sussiste un conflitto di interessi, o non si ravvisa l’identità dei diritti individuali tutelabili, o il proponente non appare in grado di rappresentare adeguatamente l’interesse della classe. Il giudice si pronuncia sull’ammissibilità con ordinanza, impugnabile davanti alla Corte d’Appello; in caso d’inammissibilità, regola le spese anche per l’opportuna pubblicità da dare al provvedimento. In caso di ammissibilità dispone che sia data idonea pubblicità al provvedimento, fissando un termine massimo di 4 mesi entro cui i soggetti interessati possono aderire all’azione. All’esito del procedimento, se la domanda è accolta il

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Tribunali: la class action nei confronti dell’impresa

GIUSTIZIA 1

di ANTONIO MARINI

Tribunale pronuncia sentenza di condanna con cui liquida le somme definitive dovute a coloro che hanno aderito all’azione, o stabilisce il criterio di calcolo per la loro liquidazione. C’è il rischio che quest’ultima possibilità possa divenire la regola, privando il consumatore di qualsiasi utilità del giudizio collettivo e costringendolo ad azionare individualmente un giudizio di completamento in merito all’applicazione delle somme a suo favore. La sentenza che definisce il giudizio fa stato anche nei confronti degli aderenti, ma rinunce e transazioni intervenute tra le parti non pregiudicano i diritti degli aderenti che non vi hanno espressamente consentito. È fatta comunque salva l’azione individuale dei soggetti che aderiscono all’azione collettiva. In caso di accoglimento

azione collettiva risarcitoria realizza una reazione compatta dei consumatori nei confronti dell’illecito plurioffensivo dell’impresa, che si affianca all’attività pubblica di prevenzione e di controllo nei confronti del potere economico

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di un’azione di classe proposta nei confronti di gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità, il Tribunale tiene conto di quanto riconosciuto, a favore degli utenti o dei consumatori danneggiati, nelle relative carte dei servizi eventualmente emanate. Non sono proponibili ulteriori azioni di classe per i medesimi fatti e nei confronti della stessa impresa al di fuori del termine fissato dal giudice nell’ordinanza con cui decide l’ammissibilità. Le azioni collettive eventualmente proposte nel rispetto del termine assegnato dal giudice per aderire alla prima vengono riunite d’ufficio se pendenti davanti allo stesso Tribunale; altrimenti il giudice successivamente adito ordina la cancellazione della causa dal ruolo, fissando un termine di due mesi per la riassunzione davanti al primo giudice. In pratica, l’azione di classe è in grado di assolvere ad una pluralità di funzioni. In primo luogo essa realizza la garanzia dell’accesso alla giustizia per le controversie di modico valore. I vantaggi di questo strumento lo lasciano preferire non solo alle tradizionali azioni seriali, ma anche ai procedimenti di conciliazione individuale. In caso di danni di massa per i soggetti lesi coinvolti, ma di entità così lieve che non vale la pena di dedurli in giudizio isolatamente, l’aggregazione processuale delle pretese individuali ad opera di un rappresentante abbatte i costi e costituisce un elemento fondamentale di una risposta giudiziaria tesa a rimuovere le ragioni della rinuncia dei consumatori e degli utenti. In secondo luogo, l’azione di classe esplica anche una funzione di deterrenza nei confronti della commissione di illeciti dannosi per una cerchia più o meno ampia di consumatori e di utenti. In particolare, essa realizza una reazione compatta dei consumatori nei confronti dell’illecito plurioffensivo dell’impresa. Sotto questo profilo, l’iniziativa giudiziaria collettiva privata si affianca all’attività pubblica di prevenzione e di controllo nei confronti del potere economico dell’impresa. La prima associazione di consumatori ad aver usufruito della nuova normativa è stata il Codacons che, a tutela di 25 milioni di correntisti, ha promosso due azioni di classe in Tribunale contro due giganti bancari: Unicredit e Intesa San Paolo. La medesima associazione ha annunciato anche la citazione in giudizio per la Voden Medical Instrument, distributrice del test per l’influenza H1N1, davanti al Tribunale di Milano. Purtroppo la nuova normativa, pur essendo notevolmente migliorata rispetto a quella inizialmente prevista, non ha efficacia retroattiva. Rimangono perciò privi di tutela i recenti scandali che hanno colpito alcune grandi multinazionali e hanno comportato notevoli danni per migliaia di consumatori e utenti.

l 15 gennaio scorso è entrato in vigore il D.lgs. n. 198 del 2009 che introduce nel nostro ordinamento giuridico il «ricorso per l’efficienza delle Amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici», meglio conosciuto come class action nei confronti della Pubblica Amministrazione, uno strumento giurisdizionale nuovo di zecca che si affianca ma che differisce profondamente dall’azione collettiva risarcitoria prevista dall’articolo 140 bis del Codice di consumo, modificato di recente dalla legge n. 99 del 2009. Quest’ultima, infatti, riguarda le lesioni dei diritti di consumatori e utenti in ambito contrattuale e per certi aspetti extracontrattuale, ma non il rapporto tra cittadini e P. A. Inoltre, mentre l’azione di classe prevista dal Codice di consumo mira a proteggere la parte debole nello squilibrio di posizioni sul mercato, con effetti limitativi alla fase del contratto, l’azione collettiva nei confronti della P. A. si propone, più incisivamente, di intervenire nello stesso processo di produzione del servizio, correggendone le eventuali storture. In entrambi i casi si persegue l’obiettivo di indurre il soggetto erogatore dell’utilità a comportamenti virtuosi nel suo ciclo di produzione, ma la class action contro la P. A. lo fa in modo più diretto, perché tutela la strumentalità dell’organizzazione amministrativa alla realizzazione del bene pubblico. Infatti, la nuova normativa ha lo scopo di garantire il cittadino-utente da qualsiasi violazione degli standard di qualità del servizio pubblico, a prescindere dalla natura pubblica o privata del soggetto che lo eroga. Considerata la necessità di definire in via preventiva gli obblighi contenuti nelle carte di servizi e gli standard qualitativi ed economici cui fa riferimento il decreto legislativo, nonché di valutare l’impatto finanziario e amministrativo degli stessi nei rispettivi settori, è previsto che la concreta applicazione del provvedimento sarà determinata progressivamente da uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri, che dovranno essere adottati da un lato per le condotte delle Amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze e per quanto di competenza, con gli altri ministri interessati; dall’altro per le condotte delle Regioni e degli Enti locali su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, su conforme parere della Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo n.

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GIUSTIZIA 2

La class action nei confronti della Pubblica Amministrazione
a nuova normativa consente ai consumatori di far valere la violazione degli standard qualitativi ed economici verso concessionari di servizi e P.A., e rende sindacabile l’azione amministrativa anche ove sia legittima
281 del 1997 (sede congiunta delle Conferenze Stato-Regioni, Stato-città e Autonomie locali). Ai sensi dell’articolo 10 delle preleggi, dunque, la nuova normativa è entrata in vigore il 15 gennaio 2010 soltanto formalmente, perché in concreto rimarrà inutilizzabile fintantoché non verranno emanati i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, previsti dalla disposizione transitoria contenuta nell’articolo 7 del provvedimento in esame. Ciò premesso, passando a una rapida rassegna delle disposizioni contenute in tale provvedimento, va innanzitutto rilevato che esso circoscrive la possibilità di promuovere l’azione collettiva soltanto ai consumatori o utenti, o alle associazioni, o ai comitati di consumatori o utenti, a tutela dei propri associati. Sono da considerarsi consumatore o utente e associazioni dei consumatori e

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degli utenti, rispettivamente la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta o le formazioni sociali che abbiano per scopo statuario esclusivo la tutela dei diritti e degli interessi dei consumatori o degli utenti. L’azione ha come presupposto oggettivo la lesione diretta, concreta e attuale degli interessi giuridicamente rilevanti e omogenei per una pluralità di utenti e consumatori derivante dalla violazione dei termini; dalla mancata emanazione degli atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo, da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento; dalla violazione degli obblighi contenuti nelle carte dei servizi ovvero dalla violazione di standard qualitativi ed economici stabiliti, per i concessionari di servizi pubblici, dalle autorità preposte alla regolazione e al controllo del settore e, per le Pubbliche Amministrazioni, definiti dalle stesse in conformità alle disposizioni in materia di performance contenute nel decreto legislativo n. 150 del 2009. L’aspetto più innovativo delle nuove norme è costituito proprio da quest’ultima previsione che, consentendo ai consumatori o utenti di far valere la violazione degli standard qualitativi ed economici stabiliti sia per i concessionari di servizi pubblici sia per le P.A. medesime, rende sindacabile l’azione amministrativa anche ove questa sia legittima, cioè conforme alle norme di legge. Apprezzabile anche la previsione di una diffida preventiva all’Amministrazione, che viene così resa edotta tempestivamente della pretesa collettiva e può porre rimedio ai vizi lamentati scongiurando la proposizione dell’azione. La quale viene presentata attraverso un ricorso al giudice amministrativo, in grado di esercitare quel controllo penetrante sull’operato della P. A. che l’ambito oggettivo della norma richiede e consente. Va però, rilevato che il ricorso non consente di ottenere il risarcimento del danno cagionato dagli atti e dai comportamenti previsti dalla norma; a tal fine restano fermi i rimedi ordinari. Il giudizio, dunque, si svolge principalmente nell’interesse generale del corretto svolgimento della funzione o della corretta erogazione del servizio. La sentenza che accoglie il ricorso ordina alla P.A. o al concessionario di porre rimedio entro un congruo termine a violazioni, omissioni o inadempimenti, nei limiti delle risorse strumentali, finanziarie e umane già assegnate in via ordinaria e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubAntonio Marini blica.

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ella prassi bancaria la commissione di massimo scoperto (CMS) è stata definita come quella percentuale che la banca applica al massimo saldo negativo registrato durante un trimestre, solitamente applicata per l’intero trimestre, anche se in tale arco temporale il cliente affidato fosse andato in rosso anche per un solo giorno. Nella pratica, dunque, il cliente, divenuto debitore della banca, si trovava a corrispondere oltre agli interessi passivi intesi quali frutti civili che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia ex art. 820 del Codice civile, anche una commissione che veniva a volte calcolata una sola volta sul massimo scoperto cioè sulla massima esposizione debitoria del periodo, in una determinata unità di tempo, il trimestre. C’è altresì da premettere come la CMS usualmente era applicata solo a determinati contratti bancari, riconducibili alla nozione dell’apertura di credito, per lo più in conto corrente, nonché ai fidi di fatto, le cosiddette scoperture e sconfinamenti. In particolare, da quasi costante giurisprudenza di merito e in assenza di una norma precisa che ne prevedesse le modalità applicative, essa era fatta consistere in un onere aggiuntivo alla somma già dovuta dal cliente per interessi passivi, in base ad unilaterali modalità di calcolo. Da molti istituti bancari dunque, essa era intesa come un accessorio dell’interesse passivo. I problemi di trasparenza contrattuale e di liceità della CMS hanno dunque indotto il legislatore a introdurre nel nostro ordinamento l’art. 2 bis della legge n. 2 del 2009. Orbene, sebbene debbano, e dovessero anche prima della citata riforma, essere redatti in forma scritta, i contratti bancari di solito non contemplavano una clausola normativa che definiva la nozione e i criteri di applicazione della Commissione di Massimo Scoperto, limitandosi piuttosto a indicarne il mero valore, espresso in termini percentuali, nella sezione contrattuale dedicata alle condizioni economiche. La natura della CMS è stata a lungo dibattuta, essendo difficile trovarne un fondamento chiaro e univoco, essendo rimasto senza risposta per lungo tempo il problema della sua corretta qualificazione giuridica e della conseguente funzione economico-sociale. Secondo la dottrina tradizionale, nell’apertura di credito l’accreditato è innanzi tutto obbligato a corrispondere alla banca la cosiddetta «provvigione di conto» che rappresenterebbe essenzialmente il corrispettivo dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determinata somma per un certo tempo, indipendentemente dall’utilizzazione che egli faccia del credito. L’ambiguità stessa della natura della provvigione di conto ha contribuito in modo decisivo a rendere difficile la qua-

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BANCHE

Commissione di massimo scoperto e rinnovo unilaterale delle condizioni contrattuali: queste le regole
to dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto di conto; tale compenso, che di norma viene applicato allorché il saldo del cliente risulti a debito per oltre un determinato numero di giorni, viene calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificato nel periodo di riferimento». Ma ancora nella giurisprudenza è stato sostenuto che la CMS, enunciata quale corrispettivo per il mantenimento dell’apertura di credito indipendente dall’utilizzazione dell’apertura stessa, possa essere considerata nulla per mancanza di causa, atteso che si sostanzia in un ulteriore e non pattuito addebito di interessi corrispettivi rispetto a quelli convenzionalmente previsti per l’utilizzo dell’apertura di credito; così almeno il Tribunale di Milano con sentenza del 4 luglio 2002. Più di recente, in particolare nel 2006, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 870, dava una corretta definizione di CMS, intesa come la remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma. Sulla base di questa definizione essa doveva essere calcolata o sull’intera somma messa a disposizione della banca, in altre parole sulla somma rimasta disponibile in quel dato momento e non utilizzata dal cliente, ad esempio 2 mila euro, se il cliente ne ha utilizzato 3 mila euro, sui 5 mila totali affidati. La banca infatti nel momento in cui assume l’obbligo di tenere a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, ad esempio 5 mila euro, per un tempo determinato, in teoria e solo in teoria destina quella determinata somma a quell’utente per la durata dell’affidamento a prescindere della sua effettiva utilizzazione, poiché deve tenerla a disposizione di quel cliente che può utilizzarla totalmente ma anche parzialmente, in qualsiasi momento lo decida. D’altra parte però la banca spesso si riservava di revocare in tutto o in parte il fido concesso, in maniera unilaterale: tale circostanza va solo a dimostrare il ridimensionamento, quantitativo e qualitativo del servizio di pronta disponibilità

di FABIO PICCIOLINI Segretario nazionale dell’ADICONSUM
lificazione di una delle sue manifestazioni d’uso, in altre parole la CMS. Tali problemi interpretativi sono stati oggetto di numerose pronunce giurisprudenziali: così, la potenziale ambivalenza della CMS è stata colta dalla Suprema Corte di Cassazione, con sentenza 11.772 del 2002, secondo cui essa può essere assimilata, per un verso «ad un accessorio che si aggiunge agli interessi passivi». Può tuttavia assumere, per altro verso, anche una diversa funzione, «remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo». In sintesi, sino alla pubblicazione della legge n. 2 del 2009, alla CMS, secondo il criterio con cui è stata applicata, è stata attribuita una natura assimilabile a quella degli interessi passivi, oppure è stata considerata un corrispettivo autonomo dagli interessi stessi. Nella prassi bancaria, infatti, la CMS si è progressivamente discostata dall’ampia e generica nozione di provvigione per la messa a disposizione delle somme, assumendo di fatto le caratteristiche proprie di una remunerazione aggiuntiva al tasso di interesse. Questo processo evolutivo si è potuto evincere anche dalle Istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia, secondo cui «tale commissione nella tecnica bancaria viene definita come il corrispettivo paga-

dei fondi. E allora una corretta identificazione della natura della CMS, come storicamente e originariamente disegnata, avrebbe dovuto indurre la banca a percepire una commissione sull’intera somma affidata, ad esempio 5 mila euro, anche nel caso in cui il cliente non avesse utilizzato alcuna delle somme messe a sua disposizione dall’istituto di credito. Nell’ipotesi in cui il cliente invece avesse utilizzato solo in parte 3 mila euro della somma affidata (5 mila euro), la banca avrebbe dovuto percepire un interesse corrispettivo per la somma utilizzata (3 mila euro) e una commissione per la residua somma tenuta a disposizione (2 mila euro). Tuttavia sino ad oggi, contrariamente alla natura e alla definizione che ne fa la Suprema Corte, la CMS non è stata calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile bensì, al contrario sulla somma massima utilizzata nel periodo, solitamente il trimestre, e per tutti i giorni del periodo di riferimento. Nel corso degli ultimi anni dunque abbiamo assistito a una incolmabile contraddizione tra metodo di calcolo e funzione tradizionale della CMS: contraddizione che ha portato spesso la giurisprudenza di merito e di legittimità a dichiarare la nullità di quell’addebito, non trovando una giustificazione causale. Per tali motivi sinteticamente illustrati il problema della CMS si è posto, almeno sino alla novella, sul piano della validità negoziale: tale commissione, è stato affermato, per essere valida, o meglio esistente dovrebbe essere determinata contrattualmente o comunque determinabile, nel suo ammontare e nella modalità di computo. Dunque, un primo punto fondamentale è che la CMS non può essere considerata come un «naturalia negotii», ma deve essere convenuta ad hoc in una ben precisa clausola contrattuale. A causa di tali problemi interpretativi e applicativi la CMS è stata disciplinata, in sede di conversione del decreto legge n. 185 del 2008, dall’art. 2 bis della legge n. 2 del 2009, rubricato «Ulteriori disposizioni concernenti contratti bancari», frutto di una scelta volta ad eliminare ogni problema di legittimità della citata commissione, andando così legislativamente a superare il precedente orientamento, propenso all’abrogazione della CMS e comunque tendente a revocarne in dubbio la legittimità. Come rilevato, il testo dell’art. 2 bis della legge n. 2 è soggetto a dubbie interpretazione a causa del tenore non chiaro della norma. E infatti il primo comma delinea in realtà due distinte fattispecie negoziali: esse rispecchiano diverse commissioni, non necessariamente alternative ma potenzialmente cumulative l’una rispetto all’altra. Questo è il grave problema dell’attuale regolamentazione della CMS. La prima commissione, denominata «commissione di massimo scoper-

el corso degli ultimi anni si è assistito a un’incolmabile contraddizione tra il metodo di calcolo e la funzione tradizionale della commissione di massimo scoperto; tale situazione ha spesso portato la giurisprudenza di merito e di legittimità a dichiarare la nullità di quell’addebito, non trovando una giustificazione causale

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zione di questa commissione. Poiché è ragionevole immaginare che il legislatore, nel preservare la legittimità (condizionata) della CMS, abbia inteso mitigare l’effetto della preannunciata abrogazione, dovrebbe essere altrettanto ragionevole ritenere che la CMS, di cui tratta la prima parte della norma, sia quella che in concreto il sistema bancario da anni sta richiedendo alla propria clientela, e che da tempo è sottoposta al vaglio critico di dottrina, giurisprudenza e Antitrust, che recentemente ha aperto numerose procedure sanzionatorie nei confronti di altrettanto numerosi istituti bancari italiani. In sostanza la nuova legge ha svolto una mera ricognizione della realtà esistente, confermando che la CMS rappresenta una remunerazione accessoria rispetto agli interessi passivi. È divenuto norma ciò che sino ad oggi è stato sentenza. In tal modo si superano anche molte critiche della giurisprudenza: da un lato quella dell’assenza di causa, che è ora individuata ex lege. La nuova disposizione tratteggia inoltre, sebbe-

to», è legittima solo se il saldo del cliente risulti a debito per un periodo continuativo pari o superiore a 30 giorni e può essere calcolata entro i limiti dell’utilizzo dell’apertura di credito concessa. La norma sancisce, per converso, la nullità di tutte le altre clausole aventi ad oggetto ulteriori e diverse nozioni di CMS, calcolate in qualunque altro modo. Anche eventuali remunerazioni su scoperti o sconfinamenti dovranno con ogni probabilità essere ricomprese entro la componente di costo tipica per la concessione - anche di fatto - del credito, vale a dire il tasso di interesse. Attenzione, che tale primo tipo di CMS, in base alla norma, sarebbe nulla in assenza di fidi. La seconda tipologia di commissione, rintracciabile dopo un lungo inciso molte righe più sotto, è invece chiamata «corrispettivo per il servizio di messa a disposizione delle somme» (I comma, secondo alinea). Le due definizioni delle commissioni, espresse prima in negativo poi in positivo, sono tra loro collegate dall’avverbio «altresì»: da ciò se ne potrebbe dedurre una possibile convivenza nell’ambito dello stesso contratto. Dunque, per la prima volta il nostro diritto positivo menziona e definisce, sebbene con una certa approssimazione, la no-

ne con una certa approssimazione, la modalità di calcolo della CMS, lasciando intendere che essa si applichi sul picco massimo entro il periodo di riferimento, purché il cliente risulti a debito per un tempo pari o superiore a 30 giorni. Ciò va certamente a favore dei clienti che richiedano un fido temporaneo, ma va certamente a discapito di quelli che invece rientrino gradualmente e nel tempo nei margini dell’affidamento. La seconda commissione, vale a dire il «corrispettivo per il servizio di messa a disposizione delle somme», per avere un senso deve pertanto riguardare una fattispecie diversa e non già disciplinata nella prima parte della norma. Ma in tal caso si realizza una potenziale duplicazione di commissioni, poiché il «servizio di messa a disposizione delle somme» cui è connesso questo corrispettivo altro non può essere se non il «contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di

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denaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato», cioè a dire l’apertura di credito bancario. La prassi bancaria conosce innumerevoli voci diversamente denominate provvigioni di conto, commissioni di allestimento e rinnovo pratica di fido, spese di istruttoria, oneri di revisione, diritti di segreteria ecc. -, tutte connesse al «servizio di messa a disposizione delle somme»; in sintesi remunerazioni accessorie al contratto di apertura di credito, per lo più commisurate all’ammontare dell’importo accordato. Ebbene, d’ora in poi tutte queste voci di spesa, «comunque denominate», pare, dovrebbero rispondere ai nuovi requisiti previsti dalla seconda parte del primo comma dell’art. 2 bis e non si dovrebbero cumulare con la previsione di cui al comma I. Purtroppo successivamente all’introduzione della nuova disciplina molti intermediari bancari hanno interpretato e applicato in senso distorto, per la clientela, la CMS, mediante l’introduzione di altre voci di spesa analoghe alla CMS così come richiamata nel primo comma dell’art. 2 bis, quali ad esempio: commissioni per istruttoria urgente, corrispettivo sull’accordato, commissione per messa a disposizione di fondi, recupero spese per affidamenti, corrispettivo per disponibilità creditizia, indennità per sconfinamenti, corrispettivo per scoperto di conto. In aperta violazione della nuova disciplina, però, molti istituti bancari hanno inviato ai propri correntisti una lettera con cui, sul presupposto errato della possibile applicazione dell’art. 118 del Testo unico bancario (D.Lgs. 385/93), si è proceduto alla modifica unilaterale delle condizioni contrattuali introducendo, nel contratto di conto corrente stipulato antecedentemente all’introduzione della nuova legge, nuove commissioni prima non previste, anche a coloro i quali non avessero contrattato con la banca un’apertura di credito in contro corrente. Si ricorda, infatti, che l’art. 2 bis della legge 28 gennaio 2009 n. 2 citato prevede come, per ammettersi la commissione di massimo scoperto nella nuova versione, occorra un «patto scritto non rinnovabile tacitamente», e cioè un’esplicita manifestazione di volontà, avente forma scritta, riguardante l’introduzione, in contratto, della clausola in questione. Se è presumibile che nuove tipologie di clausole, nei limiti ammessi dalla legge, entrino nei contratti che le banche andranno a stipulare con i nuovi clienti, non è ammissibile ammettere l’introduzione unilaterale di nuove commissioniclausole per contratti che in precedenza non le prevedevano. Illegittimi, infatti, debbono considerarsi i comportamenti che le banche hanno adottato nel tentativo di reintegrare a carico della clientela esistente, con voci di addebito, a nuovo e diverso titolo gli INALCA (CREMONINI): 80 MILA HAMBURGER L’ORA PER IL MERCATO RUSSO. L’Inalca JBS del Gruppo Cremonini-JBS, ha inaugurato a Mosca un complesso produttivo e distributivo con il marchio «Marr Russia» comprendente una delle più grandi piattaforme logistiche distributive della Russia per commercializzare e distribuire prodotti alimentari, e un impianto per la produzione di hamburger. Progettato dalla Tecnostardue del Gruppo Inalca JBS, il complesso è stato realizzato a Odinzovo, nelle immediate vicinanze del raccordo anulare di Mosca, su un’area di 25 mila metri Il nuovo stabilimento dell’Inalca-JBS di Mosca quadrati e in tre piani per complessivi 26 mila metri coperti. Con l’entrata a regime del nuovo stabilimento la società, che ha investito 180 milioni di euro e occupa circa 400 persone, prevede di raggiungere nel 2010 un fatturato di circa 180 milioni di euro. Per la zootecnia e la carne bovina la Russia possiede un decimo delle terre coltivabili del mondo con un’enorme capacità produttiva di prodotti per l’alimentazione animale, ma necessita di esperienza, tecnologia e investimenti nei settori dell’allevamento, trasformazione e valorizzazione delle produzioni locali. Le specialità alimentari italiane sono sempre più richieste e apprezzate nel qualificato mercato russo dove la Marr Russia ha sviluppato attività di servizio per alberghi, ristoranti, catene di ristorazione. In particolare, il nuovo reparto di produzione di hamburger, dotato delle più avanzate tecnologie e completamente automatizzato, produce 80 mila hamburger l’ora corrispondenti a 25 mila tonnellate all’anno, aumentabili a 50 mila tonnellate, destinati principalmente ai ristoranti McDonald’s della Federazione Russa. introiti forniti dall’abolita commissione di massimo scoperto, tentando ovviamente di evitare di incorrere nel divieto imposto dalla legge grazie a un’illegittima applicazione dell’art. 118 del Testo unico bancari. Questa norma, di indubbio favore per il settore bancario, realizza una deroga profonda ai principi generali del contratto che non riconoscono alcun valore al silenzio di una delle parti, prevedendo che le banche, se ricorre un giustificato motivo e in presenza di una pattuizione apposita, hanno la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni contenute nei contratti formali che ne regolano i rapporti con la clientela. Il congegno adottato dalla legge consiste in una sorta di silenzio-assenso per cui la banca invia al proprio cliente una «Proposta di modifica unilaterale del contratto» con un preavviso minimo di 30 giorni; il cliente può recedere dal contratto senza spese entro 60 giorni. Se non lo fa, la modifica s’intende da lui accettata. Ma l’applicabilità dell’art.118 del Testo unico incontra il limite di non poter introdurre nuove condizioni contrattuali: ciò è stato chiaramente confermato dalle nuove disposizioni sulla trasparenza bancaria. Ciò, dunque, non consente agli istituti bancari di variare, a proprio arbitrio, il contratto fino ad introdurvi condizioni economiche, clausole o commissioni nuove, a titolo diverso. Dunque le nuove strutture commissionali, «sostitutive» dell’abolita commissione di massimo scoperto, non possono, neanche se sono valide, essere introdotte in modo unilaterale nei vecchi contratti perché occorre che, su di esse, si realizzi e si formalizzi un nuovo incontro di volontà delle parti. Risulta quindi evidente che la norma deve essere al più presto meglio precisata, nel senso che la «commissione di massimo scoperto» e quella di «messa in disponibilità», comunque denominata, non possono essere applicate cumulativamente e che nuove commissioni, non previste nel contratto originario, per essere valide devono essere espressamente sottoscritte dal correntista. Le recenti affermazioni della Banca d’Italia in materia di commissioni applicate alla clientela - «in un numero non ridotto di casi il passaggio dalla vecchia alla nuova struttura commissionale ha prodotto un peggioramento delle condizioni per la clientela» e «Soprattutto per i conti non affidati, per i quali la legge ha sancito la nullità della commissione di massimo scoperto, la varietà di commissioni introdotte in sua sostituzione ha ridotto il grado di comparabilità del costo dello scoperto di conto» sono, conclusivamente, la migliore dichiarazione a sostegno dei diritti dei correntisti e dell’esigenza che il sistema bancario non continui a puntare su improponibili interpretazioni delle leggi e delle norme, a danno della clientela.

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In collaborazione l cambio al vertice della missione comando della missione Unifil. «La cescon lo Stato Maggiore della Difesa Unifil - United Nations Interim Forsazione delle ostilità e il rispetto della ce in Lebanon - tra il generale di Blu Line sono stati osservati dalle parti Corpo d’Armata italiano Claudio Gra- UNIFIL nella maggior parte dei casi–ha riferito il ziano e lo spagnolo major-general AlberComandante–, le parti continuano a colto Asarta Cuevas offre l’occasione per laborare con l’Unifil e la loro costante ricordare lo scopo della missione che veosservanza della Risoluzione 1701 delde l’Onu impegnata ormai da anni nell’Onu è fondamentale per mantenere tale l’agitato rapporto israelo-libanese. L’Urapporto». Ha elogiato le forze armate linifil è stata creata dal Consiglio di Sicubanesi per tale cooperazione: «L’Unifil e rezza delle Nazioni Unite che, in seguito le Forze Armate libanesi hanno realizzaall’invasione israeliana in territorio libato un’effettiva partnership, che costituinese, con la risoluzione n. 425 del 19 sce la pietra miliare per la corretta attuamarzo 1978 impose il ritiro israeliano zione di tale Risoluzione». Ha inoltre dal Libano allo scopo di ripristinare la sottolineato i compiti che attendono le di VALTER CASSAR pace e la sicurezza internazionale, assiforze presenti in Libano: «È responsabiStato Maggiore della Difesa stendo il Governo libanese a ristabilire la lità delle parti approfittare dell’opportuUfficio P.I. propria effettiva autorità nella zona. nità fornita dalla presenza dell’Unifil per A causa degli sviluppi successivi quel da circa duemila soldati poco prima delraggiungere definitivamente il cessate il mandato è stato adattato due volte, nel la guerra fino a un massimo di 15 mila fuoco nel lungo periodo». 1982 e nel 2000. Nonostante numerose uomini, da schierare in Libano in fasi La cerimonia del passaggio di consepiccole violazioni della linea di recesso, successive espandendo l’area di operagna ha avuto luogo a Naqoura, alla prela cosiddetta Linea Blu, degli spazi ma- zioni a tutto il territorio libanese a sud senza dei ministri della Difesa libanese rittimi ed aerei e del cessate il fuoco, fi- del fiume Litani. Elias Murr e spagnolo Carme Chacon; Per la prima volta, il Consiglio decise no al luglio 2006 la situazione nella zona del sottosegretario alla Difesa italiano è rimasta relativamente calma. Le opera- inoltre di includere una forza marittima, Giuseppe Cossiga; del comandante delle zioni dell’Unifil consistevano nel con- la Maritime Task Force, come elemento Forze Armate libanesi generale Jean trollo della Linea Blu e della zona adia- operativo delle Nazioni Unite per il Kahwagi; dei capi di Stato Maggiore delcente, nella quale la Forza interinale mantenimento della pace. Dall’Italia il la Difesa italiano generale Vincenzo compiva pattugliamenti e osservazione 29 agosto 2006 partì il Gruppo Anfibio Camporini, e spagnolo generale Rodrida posizioni fisse, e forniva assistenza interforze e il 18 settembre 2006 fu comguez Fernandez; oltre a rappresentanti umanitaria alla popolazione locale svol- pletato il trasferimento della Joint Lanpolitici e funzionari del Governo locale, gendo anche attività di ricerca e di elimi- ding Force Lebanon e del suo Comando ambasciatori ed alti funzionari dell’Onu. nazione di mine e di ordigni inesplosi nella Base di Tibnin, futura sede del CoIl comandante entrante major-general mando del Settore Ovest. Il 1° novembre nel Libano meridionale. Asarta, nel proprio discorso di insediaTuttavia i dissapori tra le parti non 2006 il Comandante della JLF-L assunse mento come capo della missione Unifil cessarono mai, anzi esplosero in nuove la responsabilità del Settore Ovest delha ricordato di aver già svolto un incariostilità sul confine cominciate il 12 lu- l’Unifil e, contestualmente, il comando co nell’United Nations Interim Force in glio 2006, quando elementi hezbollah della Brigata Ovest della forza dell’Onu, Lebanon quale comandante del settore lanciarono numerosi razzi dal territorio composta da due battaglioni italiani, uno Est, dal dicembre 2008 all’aprile 2009. libanese, oltre la Linea Blu, verso posi- francese e uno ghanese. Il 2 febbraio «Siamo qui per aiutare le parti ad evitare zioni delle Israeli Defence Force e nella 2007 il Generale di Divisione italiano le ostilità e procedere verso un cessate il zona della città israeliana di Zar’it, pro- Claudio Graziano dette il cambio al Gefuoco permanente, e siamo determinati a vocando l’uccisione di otto soldati israe- nerale di Divisione francese Alain Pellefarlo», ha dichiarato assicurando che farà liani mentre altri sei furono feriti e due grinì, assumendo il Comando dell’Unifil quanto possibile per garantire il successo catturati da tali milizie. Al rifiuto alla ri- a Naqoura e mantenendolo fino al 28 del mandato Onu nel sud del Libano. chiesta di rilascio, Israele avviò un’of- gennaio scorso. Attualmente sono circa 12 mila i miliNel discorso di commiato, il Generale fensiva in Libano diretta ad annientare le tari impegnati provenienti da 29 Paesi, di milizie hezbollah e altri elementi armati Graziano si è soffermato sui tre anni di cui 780 in servizio presso la Maritime e la risposta furono altri Task Force. La comattacchi contro infraponente civile di staff strutture civili israeliane conta oltre 300 agenti nel Nord di Israele. internazionali e circa Gli scontri durarono 700 nazionali. Dopo 34 giorni durante i quali aver passato in rassesi svolse un’intensa attigna la Guardia d’Ovità diplomatica internore dell’Unifil e nazionale tesa al conseaver deposto una coguimento di una tregua. rona in memoria di Il Consiglio di Sicurezcoloro che, apparteza delle Nazioni Unite nenti alle forze di paadottò quindi la Risoluce, hanno perso la vizione n. 1701 dell’11 ta nell’adempimento agosto 2006 con la quadel dovere, il generale si sanciva la cessaziole Graziano ha firmane delle ostilità a partire to il «Transfert of dal 14 agosto 2006. Con Authority» e ha conla stessa risoluzione il segnato la bandiera Consiglio modificò sidelle Nazioni Unite Firma del passaggio dei poteri tra i comandanti uscente ed entrante gnificativamente l’Unial generale Alberto fil aumentando le forze Asarta Cuevas.

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Forze Armate italiane in Libano, un bilancio della loro presenza

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on la risoluzione del 13 gennaio 2010 il Consiglio Superiore della Magistratura è intervenuto sull’argomento della cosiddetta geografia giudiziaria individuando i criteri per la razionalizzazione delle sedi giudiziarie. Dopo aver ripercorso l’elaborazione consiliare sul tema della revisione, ne delinea le possibili linee guida partendo dal presupposto che la pianta organica media ottimale dovrebbe prevedere tra i 20 e i 40 magistrati, con conseguente intervento su 88 Tribunali che attualmente presentano un organico inferiore alle 20 unità. La risoluzione conclude segnalando al ministro della Giustizia «l’assoluta e imprescindibile necessità di attivare una proposta legislativa diretta a rivedere le circoscrizioni giudiziarie; la revisione delle circoscrizioni giudiziarie costituisce infatti–a parere del CSM–, lo strumento indefettibile per realizzare un sistema moderno ed efficiente di amministrazione della giurisdizione, che sia in grado di fornire la dovuta risposta di merito alle istanze di giustizia, nel rispetto di tempi ragionevoli di durata del processo, nella consapevolezza che il ritardo nel giungere alla decisione si risolve in un diniego di giustizia». L’Organismo Unitario dell’Avvocatura non ha mai messo in discussione l’opportunità di rivedere la geografia giudiziaria. Non vi è dubbio però che la distribuzione nel territorio degli Uffici in cui si amministra la Giustizia, in un momento in cui efficienza del sistema e razionalizzazione di costi sono un binomio indissolubile, è un tema che va affrontato in maniera complessiva, con riferimento a tutti gli Uffici presenti nel territorio, Tribunali, Sezioni distaccate di Tribunale, Corti di Appello, Giudici di Pace. Pur non negando, quindi, l’indubbia validità all’intervento del CSM, si deve purtroppo evidenziare che, nel deliberato indicato, si ripresenta ancora una volta un’affermazione che non ha riscontro nella realtà, cioè che i Tribunali minori non funzionano e costano troppo e che, per sopperire al disservizio endemico della Giustizia e alla lungaggine dei processi, unica soluzione sia quella di sopprimerli o accorparli, e questo con mero riferimento al solo numero di magistrati in essi presenti. Le ragioni di specializzazione o di incompatibilità del magistrato, su cui sembra fondarsi essenzialmente l’individuazione dell’organico del «Tribunale ottimale», possono essere sì importanti, ma non uniche; vi sono aspetti legati al territorio, alle comunicazioni, al tessuto sociale che non possono essere sacrificati tout court a un’efficienza tutta da accertare, non dovendosi dimenticare che il presidio di legalità oggi presente in tutti i Tribunali italiani costituisce un patrimonio non disperdibile. Vale la pena aggiungere ancora che la giustizia non va

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ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA

GEOGRAFIA GIUDIZIARIA, NON SI PUÒ CONDIVIDERE LA PROPOSTA DEL CSM
cato non dovrà prescindere da alcuni aspetti che per l’Oua costituiscono punti fermi dai quali avviare la discussione: 1) La revisione delle circoscrizioni non dovrà essere attuata partendo da semplici dati asettici, estrapolati dal contesto di ogni singolo Circondario, ma potrà essere attuata solo dopo un approfondito esame della struttura sociale ed economica del territorio, dall’analisi non esclusivamente quantitativa ma essenzialmente qualitativa di dati certi e verificati, cui pervenire con la collaborazione dell’avvocatura locale, unica categoria in condizione di fornire indicazioni reali di riferimento sui bisogni delle specifiche realtà locali. 2) La revisione della circoscrizioni dovrà tener conto di quell’esigenza comune, e da tutti sentita come irrinunciabile, di salvaguardare il valore e il principio della giustizia di prossimità, elemento cardine e di riferimento per ogni intervento di razionalizzazione. 3) La revisione delle circoscrizioni dovrà verificare che non siano venute meno tutte le ragioni che hanno portato nel tempo all’istituzione delle attuali sedi di Tribunali. Fermi questi principi, una nuova geografia giudiziaria potrà trovare attuazione non tanto con la generalizzata soppressione di Tribunali non capoluogo di provincia o che non rispettano un numero minimo di magistrati, ma piuttosto con una equa ridistribuzione del territorio tra gli esistenti Uffici di primo grado, anche nello spirito della legge istitutiva dei Tribunali metropolitani. Le attuali sedi dei Tribunali sono oggi uffici già organizzati e ciascuno ha una struttura in grado di fornire il miglior servizio giustizia al proprio Circondario; sopprimere alcune di queste sedi, solo perché attualmente hanno organici inferiori ad determinate unità, vuol dire perdere un patrimonio acquisito nel tempo, impoverendo sotto il profilo dei servizi e dell’educazione alla legalità il corrispondente territorio; seguendo il prospettato criterio, ad esempio, per circa 350 chilometri che è la distanza tra Salerno e Cosenza, non vi sarebbe più alcun Tribunale. Appare più utile quindi valutare la possibilità di ridistribuire all’interno di ciascun Distretto, o per regione laddove vi siano più Distretti, il Circondario degli attuali Tribunali, superando i confini

di MAURIZIO DE TILLA presidente dell’O.U.A., Organismo Unitario Avvocati
assolutamente osservata in termini di produttività aziendale. Pur in presenza di congiunture particolari come quella attuale, essa rimane un bisogno primario della collettività, come la sanità e la scuola, e come tale i suoi costi devono considerarsi socialmente utili e doverosamente riassorbibili. L’Organismo Unitario ritiene comunque che tutti gli argomenti correlati alla geografia giudiziaria debbano essere oggetto di un’ampia discussione e di un tavolo congiunto al quale partecipino attivamente i sottoscrittori del «Patto per la Giustizia e per i cittadini». Sotto tale profilo l’Oua ritiene che la soppressione o ridistribuzione delle sezioni distaccate, scelta probabilmente meno condizionata dalle onnipresenti ragioni di campanile, può costituire il primo passo per affrontare, in misura ponderata e costruttiva, la riorganizzazione degli Uffici, secondo il binomio costi-efficienza. Deve quindi essere rivista l’attuale dislocazione mantenendo le Sezioni distaccate esclusivamente presso quei presidi che, per particolare lontananza dalla sede del Tribunale, ad esempio quelle delle isole, o per estensione di territorio o elevata urbanizzazione nei cosiddetti Tribunali metropolitani, richiedono che il processo si svolga effettivamente in loco. Ogni confronto su un tema così deli-

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introduzione, nell’ordinamento italiano, dell’istituto della conciliazione per risolvere direttamente le vertenze esistenti tra due o più parti ed evitare il ricorso alla magistratura e gli inconvenienti che questo comporta - principalmente la lunghissima durata dei procedimenti -, non può costituire un’alternativa a una giustizia inefficiente. Quello che bisogna innanzitutto promuovere è la formazione di un «sistema plurale» di tutela dei diritti all’interno del quale il cittadino, assistito dall’avvocato, deve poter scegliere liberamente tra diversi metodi e mezzi di risoluzione delle controversie, tutti parimenti efficienti e garantiti, ma diversi nel loro fondamento. Quello che bisogna evitare è porre l’alternativa tra una giurisdizione pubblica irrimediabilmente inefficiente e un sistema adeguato di procedure non contenziose. Ciò precisato, va rilevato che non soltanto gli avvocati, ma anche i giudici sono mobilitati nel sostenere la conciliazione come strumento veloce per risolvere le controversie e diminuire il carico giudiziario. Recentemente il presidente del Tribunale di Roma, Paolo De Fiore, strenuo difensore della conciliazione, ha dichiarato che «si sta puntando molto alla giustizia alternativa», tanto che si sta creando all’interno dell’Ufficio giudiziario romano un centro di informazione che può alleggerire il peso e il numero delle cause. Bisogna non rassegnarsi, ha aggiunto, e fare crescere la cultura della conciliazione. Siamo d’accordo con il presidente De Fiore. Ma la promozione di tale cultura non autorizza l’emanazione di un decreto legislativo che, nella sostanza, estromette l’avvocato e, in determinati casi, anche l’opera costituente degli Ordini forensi. Appare centrale, per il successo dell’istituto della conciliazione, da un provinciali, ovvero regionali, così da costituire Uffici il più possibile omogenei. Anziché chiudere strutture funzionanti e complete sotto il profilo dell’organizzazione delle persone e dei locali, appare più utile e meno oneroso ridistribuire territorio ed eventualmente parte degli organici trasferendoli da Uffici confinanti qualora questi, per esempio, siano eccessivamente oberati, ovvero abbiano organici o popolazione particolarmente superiore a quel limite ottimale individuato dall’indicata legge. In una visione di ampio respiro, si potrebbe ipotizzare una ridistribuzione generale, da attuarsi per tutti i Tribunali e non solo per quelli che confinano con i «minori» o per quelli «non capoluogo». Ciò oltretutto non confliggerebbe con i criteri territoriali del deliberato CSM, che ritengono «irrinunciabile la presenza del Tribunale ordinario in ogni capoluogo di provincia» e consentirebbe altresì

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Luci e ombre nel decreto su Mediazione e Conciliazione

Il Tribunale civile di Roma

canto l’istituzione in tutti i Tribunali di un organismo di conciliazione promosso dai Consigli degli Ordini forensi e, dall’altro, la formazione di un mediatoreconciliatore dotato di prestigio, autorità morale, indipendenza, terzietà, professionalità e integrità. Ciò non sarà molto facile, e non potrà raggiungersi in breve. La procedura di conciliazione non può essere in alcun caso obbligatoria; mentre la figura del mediatore va individuata in un professionista che, dotato dei predetti requisiti, svolge il servizio di conciliazione senza poter rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del servizio stesso, se non nel caso di accordo. La procedura di mediazione - da instaurarsi solo su concorde istanza delle parti e con l’assistenza obbligatoria di un avvocato - non può, inoltre, comprendere una puntuale applicazione di quei correttivi che sempre il CSM ritiene applicabili in relazione ad aree maggiormente interessate a fenomeni di criminalità organizzata ovvero da peculiare densità imprenditoriale e commerciale. Tutto ciò non dovrà però portare a sacrificare Tribunali sub provinciali a favore dei provinciali, tenendo anche conto che quest’istituzione, sempre più in discussione, potrebbe essere presto sostituita da altri Enti territoriali quali l’Area Vasta o Metropolitana. È di tutta evidenza che la prospettata razionalizzazione delle sedi distaccate, quale primo passo di una razionalizzata geografia, troverebbe significativa applicazione in questa ipotesi di allargamento, rectius, di riequilibrio territoriale. A conclusione va segnalata una preoccupazione. La Giustizia è in questo momento interessata da rilevanti riforme che andranno ad incidere in maniera si-

la stesura di verbali, se non nel caso che si giunga a una conciliazione. Tra le «luci» del decreto legislativo in itinere mi sembra appropriata la norma in base alla quale tutte le informazioni e le dichiarazioni rese nel corso della procedura, compresa la documentazione acquisita, non possono essere in alcun modo usate nel giudizio avente il medesimo oggetto, anche parziale. Sulle stesse dichiarazioni e informazioni non può essere ammessa prova testimoniale. Con favore va altresì accolta la possibilità, concessa al giudice nel corso del giudizio, di invitare le parti ad esperire un tentativo di conciliazione presso un organismo accreditato. Questo può rappresentare un concreto incentivo per il ricorso alle soluzioni consensuali. La diffusione della conciliazione cosiddetta delegata, che garantisca il collegamento tra processo e procedimento conciliativo, potrà valorizzare il ruolo degli organismi di conciliazione. Gli avvocati devono favorire il tentativo di conciliazione e, a tale fine, informare adeguatamente il cliente. La violazione di tale obbligo può costituire un illecito deontologico. Ma non può assolutamente giustificare la nullità del mandato a difendere, altra «ombra» del decreto legislativo. Il che costituirebbe un’arma impropria in mano al cliente per non pagare il compenso dovuto, specie nel caso di soccombenza nella lite anche se dallo stesso cliente voluta con il conferimento al legale del mandato. Infine, va accolta la richiesta dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura secondo il quale può concorrere al successo della giustizia alternativa la predisposizione di una tariffa premiale per l’attività dell’avvocato quando questa conduce alla conciliazione prima dell’introduzione della controversia. Maurizio de Tilla gnificativa sulla trattazione del processo e in genere sul contenzioso civile e penale. Procedere ora ad una revisione dei Circondari potrebbe rivelarsi inutile se non controproducente se prima non si avranno dati certi sugli effetti che queste riforme avranno sul servizio della Giustizia nel territorio. Aumenti di competenza, materie demandate a giudici specializzati, trattazione alternativa delle controversie, conciliazioni pre-contenzioso, uso sempre più avanzato di diffusi strumenti informatici, processo telematico, potrebbero richiedere una diversa struttura e un’altrettanta diversa dislocazione degli uffici giudiziari di primo grado rispetto a quella attuale. Decidere in fretta, solo per ragioni di auspicabile efficienza, potrebbe penalizzare in maniera irreversibile un numero rilevante di cittadini, che vedrebbero venir meno quella efficiente tutela dei propri diritti fino ad oggi goduta.

FRANCO TRAVERSO: SILFAB, VERSO LA FILIERA INTEGRATA DEL FOTOVOLTAICO
36 SPECCHIO ECONOMICO
rea interesse l’uomo che sbarca sulla luna. Sembra che ne crei meno, invece, l’uomo che sbarca sul sole. Franco Traverso l’ha fatto, e si è bruciato al punto tale da voler trasferire parte della propria attività all’estero, nel Nord America. Certo è che investire chiama in causa il futuro; è una scommessa nella maggior parte dei casi, che va sostenuta da un forte credo, quello nelle proprie potenzialità ma soprattutto da un sistema che consenta l’introduzione del cambiamento. Questo pioniere - imprenditore nel settore dell’energia fotovoltaica dal 1981, anno in cui fondò l’Helios Technology acquisendo una tecnologia californiana per produrre celle e pannelli - è oggi amministratore delegato della Silfab spa, multinazionale con sede a Padova operante nell’intera filiera del fotovoltaico, a partire dalla materia prima, il polysilicon, sino alla realizzazione di parchi solari chiavi in mano. Innanzitutto, un po’ di glossario per un tema che non a tutti è chiaro. Il «Conto Energia», in Italia entrato tramite della Direttiva comunitaria per le fonti rinnovabili - la n. 77 del 2001 recepita dal decreto legislativo n.

C

a cura di GIOSETTA CIUFFA
387 del 2003 -, consiste nel programma europeo di incentivazione ventennale in conto esercizio della produzione di elettricità da fonte solare mediante impianti fotovoltaici: il privato percepisce somme in modo continuativo per i primi 20 anni di vita dell’impianto purché quest’ultimo sia connesso alla rete. Nessun incentivo è attribuito a impianti destinati ad utenze isolate, non raggiunte dalla rete elettrica. Dal 2005 per accedervi è necessario presentare la domanda al Gestore del sistema elettrico - oggi Gestore Servizi Energetici (GSE) - e dal 2007 la procedura è stata snellita, non essendo più necessario attendere l’accoglimento da parte del GSE delle domande di tariffe incentivate: richiesto l’allaccio al Gestore di rete locale, si può realizzare l’impianto, collegarlo alla rete elettrica ed ottenere il riconoscimento della tariffa, su tutta l’energia prodotta e non solo su quella prodotta e consumata in loco. Il timore degli operatori del paventato taglio degli incentivi del 10 per cento annuo, rispetto al 4 per cento che essi richiedevano, si è rivelato in parte fondato: dal 2011 i «buoni-sole» potrebbero esser ridotti del 6 per cento. Per questo e per altri motivi oggi, esattamente come quando cominciò la propria attività, resta difficile per Traverso e gli altri imprenditori del sole mantenersi ottimisti sulla possibilità che in Italia - paradossalmente uno dei Paesi più assolati, soprattutto nel Meridione, tanto da essere spesso a rischio siccità - il settore fotovoltaico si sviluppi con criterio e fiducia, anche a ricordare che proprio in questo settore l’Italia è tra i meno sviluppati nel mondo, proprio mentre nell’Illinois un gruppo di ricercatori annuncia di aver creato un tipo di celle in silicio monocristallino spesse un decimo di quelle conven-

Franco Traverso, amministratore delegato della Silfab

Parchi solari Silfab

zionali; tipo che, attraverso la propria elevata flessibilità, può essere arrotolato intorno a una matita. Un silicio elastico, in poche parole. E c’è bisogno di un sognatore che, al pari del nuovo silicio, sia elastico. Franco Traverso, in tempi non sospetti ed anche nelle giornate di pioggia, ha creduto fermamente nel progetto dell’energia solare. In qualità di amministratore delegato della Helios Technology ha sviluppato piccoli e grandi sistemi fotovoltaici ad alto contenuto tecnologico e progettato personalmente numerosi brevetti internazionali. Nel corso degli anni si è dedicato alla produzione di lingotti di alta qualità e di wafer per il settore fotovoltaico, oltre a dare vita a trasferimenti tecnologici in India, Svezia e Sud Africa. Agli inizi degli anni Novanta ha siglato una joint-venture con un’azienda russa e finanziato una compagnia di Taiwan specializzata nella produzione di wafer di silicio. Più recentemente ha fondato un’azienda estera di produzione di moduli fotovoltaici, di cui è tuttora azionista di maggioranza. La Helios Technology è invece entrata a far parte nel 2006 del Gruppo Kerself, quotato in borsa, costituito nel 1998 per operare nel settore della movimentazione dell’acqua e che dal 2005 sviluppa l’attività d’integrazione verticale nel settore della produzione, progettazione e installazione di impianti solari fotovoltaici di ogni dimensione, in Italia e all’estero, anche attraverso una serie di acquisizioni di aziende di eccellenza. Franco Traverso è anche tra i fondatori del Grid Parity Project, il progetto della Kenergia avente lo scopo di fornire gli strumenti idonei a verificare nel tempo e con periodicità il livello di competitività dell’energia elettrica fotovoltaica rispetto a quella prodotta, in Italia, con le attuali fonti primarie. La Silfab sarà presente al Salone veronese del Solarexpo 2010, ma con una consapevolezza. Meglio partire che rimanere. Per questo Traverso opta per il Nord America, dove trasferisce il suo progetto di costruire una

filiera fotovoltaica integrata perché l’Italia scoraggia ogni forma di investimento mentre il Governo americano, al contrario, appoggia il progetto ed è pronto a dar garanzie per le aziende che investono nelle energie rinnovabili ed è ben disposto verso l’occasione - che l’Italia ha perso - di creare migliaia di posti di lavoro e non burocraticamente scoraggiante. Per un imprenditore il cui scopo è stato sempre quello di «promuovere attivamente l’uso delle energie rinnovabili in modo di ridurre l’inquinamento ambientale e migliorare la qualità della vita sul pianeta», queste sono premesse sufficienti per rinunciare al tricolore. Domanda. Come si caratterizzava il mercato agli inizi della sua attività? Risposta. Combattevo contro 3 o 4 multinazionali americane che lavoravano in passivo perdendo anche 20 milioni di dollari l’anno, società petrolifere che puntavano sul fotovoltaico come possibile sorgente di energia futura; la mia società era un «vaso di terracotta» che doveva sopravvivere in un mercato sostanzialmente inesistente. Non era ancora il momento dei Conti Energia e i nostri clienti richiedevano installazioni in zone isolate dove era possibile usare il fotovoltaico, come nelle case di campagna o baite. Gli impianti di telecomunicazione avevano la fetta di mercato più rilevante e la richiesta riguardava l’alimentazione di ripetitori in Italia o all’estero, di centraline, di valvole per il gas tra cui quella della Snam, e partecipavamo a gare internazionali, come nei Paesi arabi o in Africa. Il mercato era molto altalenante, oltre che dispersivo e di dimensioni ridotte. D. In che modo è riuscito a sostenere il suo progetto in un settore che allora era solo una scommessa? R. Uno dei fattori vincenti è stata la mia passione per l’elettromeccanica. Grazie alle conoscenze acquisite in materia ho potuto inventare quella componentistica che è andata ad aggiungersi al pannello e ha permesso di integrare il pacchetto offerto al cliente, composto

anche da regolatore di carica, batteria e accessori; questo ci ha collocato in una situazione di preferenza rispetto al prodotto americano. Oltre a questo, la vicinanza al mercato è stata certamente un fattore determinante. D. Chi erano i vostri concorrenti? R. In Italia c’era innanzitutto l’Ansaldo, primo produttore che poi chiuse perché le perdite nel settore erano elevate; quindi l’Eni con Italsolar, poi Pragma, poi Eurosolare; si tratta di società che lavoravano principalmente con gli appalti dell’Enel, dell’Enea e delle grosse commesse nazionali. C’era un mercato nazionale pubblico al quale partecipavo guadagnandomi spazio anno dopo anno, un mercato privato e un mercato estero, che era quello che ci dava maggior linfa. Concorrenti all’estero erano Arcosolar, compagnia petrolifera americana che oggi non esiste più, ma che allora era un’azienda importante nel fotovoltaico a livello mondiale, Solarex, poi acquisita dalla British Petroleum, Solec da cui ho acquistato la tecnologia, la giapponese Kyocera. Si trattava di aziende internazionali che vendevano con procedure di dumping e avevano costi più elevati dei prezzi di vendita. D. In che modo è riuscito a ritagliarsi la sua fetta di mercato? R. Innanzitutto aggiungendo la componentistica e fornendo un prodotto completo, in modo da differenziare la mia posizione rispetto ai concorrenti. Mi sono dedicato anima e corpo alla progettazione e all’innovazione tecnologica, creando una competenza interna all’azienda per realizzare impianti performanti e produrre le celle e pannelli più efficenti. Con questi requisiti negli anni 90 ho sviluppato la presenza all’estero. D. I suoi studi l’hanno portata a fare queste scelte? R. Sono diplomato in Meccanica, cominciai a frequentare l’università ma l’abbandonai per seguire l’azienda paterna che ancora oggi opera nelle materie plastiche; da autodidatta cominciai a studiare Fisica e Chimica e acquisii quelle competenze che poi ho sfruttato inventando i processi che sono poi stati alla base del successo della mia azienda. D. Una scelta difficile, se si pensa che il fotovoltaico allora era, soprattutto in Italia, molto lontano. Cosa l’ha spinta? R. Ero affascinato dall’idea di produrre l’energia dal sole. Quindi, tramite un amico, conobbi un professore dell’Università di Ferrara che lavorava nel settore del silicio e aveva contatti con l’azienda americana dalla quale successivamente acquisii la relativa tecnologia. D. Nel 2007, con Silfab ha voltato pa-

Silfab

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gina avviando un progetto di produzione di polisilicio di grado solare. Come ha preso la decisione di entrare nella produzione di silicio? R. Negli anni 80 e 90 fino ai primi anni del nuovo millennio il silicio che utilizzavo alla Helios Technology proveniva dagli scarti dell’industria dei semiconduttori. All’epoca progettai un processo chimico per rimuovere i dispositivi elettronici dal silicio ed utilizzarne la base per costruire le celle fotovoltaiche. L’uso di un materiale di scarto, quindi di basso costo, mi consentì per diversi anni di non andare incontro alle enormi perdite che invece hanno subito i miei concorrenti. Non ho brevettato il metodo, ma esso ha permesso alla mia società di allora, la Helios, di sopravvivere non solo grazie alla produzione di componentistica e impiantistica che ogni giorno veniva implementata con nuove applicazioni. Il mio progetto di produzione di polysilicon puntava invece a risolvere la problematica, più recente, di carenza della materia prima del settore fotovoltaico. D. Negli ultimi anni ha introdotto profondi cambiamenti strutturali nelle sue società: come? R. Nel 2006 ho capito che era il momento di un cambiamento. Il settore fotovoltaico andava sviluppandosi: per questo ho venduto il 70 per cento delle quote della Helios Technology alla Kerself che, a partire dal 2006, è pertanto entrata nel settore delle energie rinnovabili. Con tale accordo abbiamo fatto un salto di qualità, che ha comportato l’installazione di nuove linee produttive ed un aumento della capacità produttiva. Nel 2007 ho invece fondato Silfab con l’obiettivo di costruire la filiera integrata del fotovoltaico a partire dal polysilicon. Per questo progetto abbiamo dovuto però rinunciare all’Italia per il concatenarsi di vari fattori: la crisi finanziaria, la drastica riduzione del prezzo del silicio sceso dai 400-500 dollari al chilo fino ai 50-60, l’elevato costo dell’energia e il difficile accesso al debito. Abbiamo così dovuto guardare all’estero e ci siamo orientati a riposizionare il progetto in un Paese, il Nord America, che ha tanta energia, addirittura idroelettrica, a basso costo. D. La crisi ha inciso sul settore fotovoltaico? R. Proprio nel pieno della crisi, nel 2008, ho coinvolto altri soci e la compagnia è stata oggetto di una capitalizzazione per 84 milioni di euro, con l’obiettivo di realizzare la filiera e attrarre altri investitori, nonostante la prudenza non spinga a rischiare. Abbiamo trovato più facilmente investitori per la realizzazione di parchi solari piuttosto che per la parte industriale. Abbiamo investito 40 milioni di euro in Puglia per realizzare 9 parchi di nuova generazione da 1 Megawatt ciascuno, che a breve collegheremo alla rete elettrica. Sono dotati di tecnologie avanUn wafer di polysilicon

zate e pertanto hanno rendimenti energetici molto elevati, risultando particolarmente appetibili per gli investitori. D. Cosa contraddistingue la Silfab dalla concorrenza italiana ed estera? R. In questa fase, non avendo ancora una vera e propria sede produttiva, usiamo materie prime tratte dalla nostra catena all’interno della compagine sociale. La Sino-American Silicon Products, ad esempio, nostra socia di Taiwan, è attiva nella ricerca, nello sviluppo, nella produzione e nella vendita di lingotti e wafer di silicio, inclusi wafer con substrato diffuso e fortemente concentrato, nonché wafer in silicio mono e multicristallino. Un altro socio, la Pan Asia Solar con sedi a New York, Hong Kong e Londra, e attiva nel settore delle energie rinnovabili, ha un’esperienza nel solare fotovoltaico di oltre 25 anni; la sua presenza risulta essere di primaria importanza per la Silfab: i suoi soci fondatori operano infatti nell’industria dell’energia solare come partner e investitori di aziende di successo attualmente quotate negli Stati Uniti. La PAS, attraverso un’affiliata, opera infatti nella produzione di celle solari ad alta efficienza. La mia fabbrica di pannelli in Croazia, che opera già da 10 anni, ora produce per la Silfab utilizzando le celle dei miei soci. È in questo modo che incontriamo il mercato, offrendo un prodotto di alta qualità. D. Burocraticamente quali difficoltà ha trovato in Italia? R. Avevo il sogno di una filiera tutta italiana e ho dovuto accantonare l’idea a causa dei costi elevati, ma non ho abbandonato la speranza di realizzare la parte «midstream», ossia dal lingotto o dal wafer alla produzione di celle e moduli, e non appena appariranno migliori prospettive di mercato renderò concreto il mio progetto in Italia, dove purtroppo l’aspetto più certo è l’incertezza: non si sa cosa sarà del Conto Energia e ciò frena gli investimenti. Oltre alle difficoltà legislative, vi sono quelle burocratiche e non solo: gli stessi Verdi ed ecologisti a livello locale sono i peggiori oppositori delle energie alternative. D. Perché crede che le difficoltà di sistema, anche quelle poste dagli ecologisti, siano pregiudiziali?

R. Per la sindrome Nimby, «not in my backyard», ossia «fate tutto quello che volete ma non qui da me». Molte Regioni, Province ed Enti che rilasciano le autorizzazioni pongono tutti i divieti possibili in modo che il fotovoltaico non possa concretizzarsi. Anche le procedure autorizzative per i parchi fotovoltaici spesso sono legate alla valutazione di impatto ambientale. È un percorso ad ostacoli. D. Dove l’Italia è più frenata? R. Per esempio nell’agricoltura: le campagne si stanno spopolando e, quando finiranno i contributi europei, anche i giovani spariranno; già oggi alcuni agricoltori preferiscono non seminare pur di non subire perdite e, nonostante queste considerazioni, non si vuole che si realizzi su quei campi un impianto fotovoltaico, a basso impatto ambientale, che permetterebbe loro di ottenere una rendita per i prossimi venti anni, oltre al reddito agrario. Le Amministrazioni, miopi, si giustificano sostenendo che non intendono sottrarre terreno all’agricoltura. Per questo sto cercando di creare un modello nuovo di energie rinnovabili, la cui realizzazione lasci sul territorio un segno positivo, un profitto che aiuti la comunità locale, dia posti di lavoro e crei un indotto concreto anche per i locali. D. Come sono coinvolti gli investitori? R. Ci contraddistingue la compartecipazione azionaria dei parchi, ora poco usata sul mercato. Poiché, per le esperienze negative proprie o altrui, l’investitore è diffidente, se lo desidera restiamo nella quota azionaria e co-investiamo, a dimostrazione della professionalità della Silfab. Nel 1986 ho fornito all’Enea pannelli che ancora oggi registrano l’80 per cento della potenza originaria. Purtroppo il mercato del fotovoltaico al momento è spinto da fondi speculativi stimolati da possibilità di forti guadagni che ne pregiudicano la qualità. D. Investite anche nella ricerca? R. Disponiamo di un budget dedicato allo sviluppo delle competenze per poter creare la catena del valore in Italia. Il programma di ricerca è attivo e ambizioso, ma purtroppo è autofinanziato in mancanza di altro sostegno. Sembra proprio che facciano il possibile per distoglierci dall’impresa.

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GIOVANNI MONCHIERO: PER LA SANITÀ SERVE
5 miliardi di disavanzo sanitario per il 2009? «Basta saper leggere bene dietro le cifre per scoprire che in realtà siamo di fronte a un forte rallentamento del trend di crescita della spesa e comprendere che il deficit è il prodotto di uno storico sottofinanziamento del sistema». E per tradurre in fatti gli slogan della campagna elettorale di allontanare la politica dalla sanità e ridurre gli sprechi nei servizi»? «Cominciamo col rendere più trasparenti i criteri di nomina e di valutazione dei manager sanitari, e adottiamo un sistema di finanziamento che premi l'efficienza gestionale anziché adeguarsi e pagare per quel che si spende storicamente». Su come mettere le gambe alle parole d'ordine bipartisan dei partiti ha le idee chiare Giovanni Monchiero, piemontese doc, una vita spesa ad amministrare Asl e ospedali, tra cui il «Molinette» di Torino, e da quasi un anno presidente della Fiaso, la Federazione che rappresenta oltre il 60 per cento delle Aziende sanitarie e ospedaliere d'Italia. Un’associazione che con i problemi della sanità si confronta quotidianamente sul campo, e che proprio per questo sarebbe bene che la politica ne ascoltasse riflessioni e suggerimenti. Domanda. La campagna elettorale per le elezioni regionali è ormai al rush finale e, come sempre, la sanità tiene banco. Però, mentre si discute su come migliorare il servizio riducendo i costi, la spesa continua a lievitare. E la Legge finanziaria 2010 parla chiaro: se le Regioni vanno in rosso, scatta il commissariamento e il management di Asl e ospedali va a casa. Temete un pre-pensionamento? Risposta. Bisogna andare a vedere chi non sta dentro i tetti di spesa e chi quei tetti li rispetta, pur offrendo un servizio di qualità incontestabile. Sui conti sarà bene prima di tutto fare un

La diagnosi del presidente della Fiaso, che rappresenta oltre il 60 per cento delle Aziende sanitarie e ospedaliere I conti rivelano che è fortemente rallentato l’incremento finale della spesa sanitaria delle ASL e degli ospedali, calato dal 10,79 del 2004 al 2,81 del 2009 - Solo alcune Regioni hanno la responsabilità del deficit

UN FINANZIAMENTO A PROVA DI EFFICIENZA

di PAOLO RUSSO

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po’ di chiarezza. Le ultime stime governative per la sanità parlano di un disavanzo nel 2009 vicino ai 5 miliardi di euro. E, messa così, non c'è di che rallegrarsi. Ma parlando in gene-

Giovanni Monchiero

rale, basta analizzare meglio quei numeri per scoprire che in realtà siamo di fronte a un forte rallentamento dell'incremento finale della spesa delle ASL e degli ospedali, che dal ritmo di un incremento del 10,79 per cento nel 2004 sembra attestarsi, nel 2009, a un ben più modesto 2,81 per cento. Solo alcune Regioni, tuttavia, hanno responsabilità del deficit, perché non hanno avviato o hanno avviato in ritardo forme di controllo della spesa. È vero che su questo deficit pesa un disavanzo di ben 1,7 miliardi di euro della spesa farmaceutica ospedaliera che, per evitare sfondamenti del tetto di spesa della farmaceutica convenzionale, ha dovuto accollarsi i costi dei farmaci innovativi inseriti sempre più massicciamente nella fascia H dei prodotti dispensabili esclusivamente in ospedale. Il ripiano della spesa della farmaceutica convenzionale, è bene ricordarlo,

SPECONHIIO COM CO EC
spetterebbe in buona parte alla filiera dei produttori e distributori, mentre il ripiano della farmaceutica ospedaliera ricade solo su chi gestisce gli ospedali. D. Tutto questo per dire che cosa? R. Tutto questo per dire che il deficit è il prodotto di uno storico sottofinanziamento del sistema, e che forse la gestione delle Asl e delle aziende ospedaliere in questi anni non è stata poi un così colabrodo, se il trend di spesa è diminuito nonostante il fatto che l'andamento dell'inflazione sanitaria - con i crescenti bisogni della popolazione e con i costi dell'innovazione tecnologica - sia assai maggiore dell'inflazione generale. E questo è anche merito di un'azione di alcune Amministrazioni regionali che hanno governato i fattori di spesa migliorando la quantità e la qualità dell'offerta. D. Sulla sanità in questi giorni abbiamo sentito lanciare parole d'ordine bipartisan. Tipo: «Via la politica dalla sanità» oppure «Più servizi riducendo sprechi e costi burocratici». Ma come si fa a passare dagli slogan ai fatti? R. Questo è propriamente un compito della politica, che sulle scelte da compiere nella sanità non può fare passi indietro. Siamo chiamati al voto anche per decidere quali «regole» deve darsi la sanità per coniugare buona qualità dei servizi e buona gestione economica. Il che non significa giustificare invasioni di campo indebite della politica nella gestione sanitaria, specie su appalti, forniture d'acquisto o, peggio ancora, sulle nomine dei primari. D. Da dove si dovrebbe cominciare allora per evitare che la politica si sostituisca indebitamente ai manager? R. È chiaro che la discrezionalità delle nomine e dei criteri di valutazione per la conferma o meno degli incarichi rende meno forti i manager rispetto al loro «azionista». Per questo si dovrebbero stabilire criteri più rigidi sia di selezione del management che di valutazione dei risultati, ancorando la conferma o meno degli incarichi a parametri di efficienza gestionale. Tra i requisiti per la nomina a direttore generale, ad esempio, si dovrebbe inserire anche la formazione in management sanitario. Che oggi può essere acquisita invece dopo l'incarico.

l deficit è il prodotto di uno storico sottofinanziamento del sistema; la gestione di Asl e ospedali in questi anni non è stata poi un tale colabrodo, il trend di spesa è calato nonostante i bisogni crescenti e i costi delle tecnologie. Merito anche di Regioni che hanno controllato i conti e migliorato i servizi
D. E per arginare le nomine politiche dei primari? R. Riguardo alle nomine dei medici e degli altri professionisti alle cariche apicali, per mettere in pratica i buoni propositi il Parlamento ha da tempo avviato la discussione del disegno di legge sul «governo clinico» che stabilisce criteri meno discrezionali per la scelta dei responsabili di struttura complessa, come un po' burocraticamente si preferiscono oggi chiamare i vecchi primari. In pratica il direttore generale nomina una commissione di esperti presieduta dal direttore sanitario e composta da due dirigenti di struttura complessa, individuati attraverso pubblico sorteggio. A questa commissione spetterà proporre una terna all'interno della quale il direttore generale nominerà il vincitore. Così si riducono i margini discrezionali della scelta, e questo è un bene per tutti. In primis per i direttori generali. Una procedu-

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ra peraltro già avviata autonomamente in alcune regioni, che Fiaso ha dichiarato di condividere, sia per il sostegno che offre agli stessi direttori generali chiamati comunque alla scelta finale, sia per quelle della professionalità dei candidati. Lo stesso dicasi per i criteri di selezione, nomina e valutazione degli stessi direttori generali, che pur con qualche lacuna vanno comunque nella direzione auspicata dalla Fiaso. Non altrettanto bene si può dire del collegio di direzione, il quale si prefigura più come un organo pletorico che non come luogo di condivisione delle scelte tra amministrazione e i professionisti sanitari, chiamati poi a realizzare quelle scelte condivise. Infatti prevedere, così come fa il disegno di legge, la presenza di «rappresentanti» delle professioni sanitarie fa sì che in futuro i collegi di direzioni richiamino alla memoria i certamente non rimpianti consigli dei sanitari. Questa volta di marca un po' più sindacale che politica, che rappresenterebbero una contraddizione rispetto alle parole che la stessa politica ha pronunciato in campagna elettorale. D. Un'altra delle parole d'ordine lanciate in campagna elettorale è «Meno sprechi e più servizi». Come metterla in pratica? R. Gli slogan sono sicuramente riduttivi e talvolta demagogici. Indipendentemente dal modello seguito dalla Regione, occorre che il sistema riesca a produrre miglioramenti dell'efficienza e dell'economicità. Reputo che ciascuna Regione debba trovare, sulla base delle proprie risorse, capacità di governo per attuare il modello più idoneo. L'obiettivo dev'essere avvicinare l'offerta ai reali e diversificati bisogni del territorio. D. Per ridurre gli sprechi si parla anche di fissare dei costi standard ai quali agganciare il finanziamento. Che cosa ne pensa? R. I criteri di finanziamento delle singole aziende sanitarie non sono sempre trasparenti e si basano, di fatto, sull'ancora imperante criterio della spesa storica, per cui si finanzia in base a quello che si spende, e non in funzione di come lo si spende e per quali reali bisogni. Ben vengano quindi anche i «costi standard», purché non si finisca per traslare tali costi da qualche esperienza locale fin troppo positiva e di aggravare, di fatto, il sottofinanziamento del sistema.

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EMANUELE SPAMPINATO: INNOVARE VUOL DIRE, PER SICILIA e-SERVIZI, TECNOLOGIA E CORAGGIO DI CAMBIARE
è un ponte invisibile in Sicilia, che è ancora più inafferrabile di quello che congiunge Messina con la Calabria. È quello che la società per azioni Sicilia e-Servizi si propone di realizzare, un allaccio virtuale dei residenti al resto del mondo e allo stesso territorio interno, ossia opportunità di sviluppo socio-economico create dall’informatica e dalle telecomunicazioni. L’innovazione diviene, per il presidente Emanuele Spampinato, un ponte da costruire affinché, percorrendolo, l’imprenditorialità sicula giunga nelle altre regioni italiane, in Europa, in America, nel vicino Mediterraneo, e crei a sua volta nuovo valore. Una laurea in Ingegneria informatica a Catania, un master in Gestione e Strategia di impresa, esperienze imprenditoriali in aziende del settore dell’ICT (Information & Communication Technology) e in Confindustria - ha creato in Sicilia il distretto produttivo Etna Valley, il Consorzio Etna Hi Tech e la sezione High Tech e ICT per la Confindustria catanese - è questo il più realistico e pragmatico uomo del ponte siciliano (virtuale) di questo millennio, che nella società dell’informazione vede l’unico, il più efficace canale di crescita di una regione terrorizzata dalla maturità imprenditoriale anche per una burocrazia frenante. Si ripromette, a 37 anni, di ringiovanire i modi che la politica usa per operare: non amministrare valore, ma crearlo; non misurare i chilometri di fibra ottica realizzati, ma aggiornare i software che su di essa si sviluppano; non isolarsi come farebbe per costituzione un’isola, ma far fronte comune con le altre società regionali che credono nel potere dell’innovazione. In quello non della sola fibra, bensì dell’ottica. Domanda. Sicilia e-Servizi: la «e» sta per tecnologia. In che modo, nella pratica, riesce a congiungere la Sicilia con i servizi? Risposta. Sicilia e-Servizi è una società mista - il 51 per cento di proprietà della Regione Sicilia e il 49 per cento di un socio privato - che ha il compito di realizzare e gestire tutte le soluzioni di Information & Communication Technology (ICT) della Regione Sicilia. Rientra tra quelle società regionali - secondo un

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a cura di ROMINA CIUFFA

Emanuele Spampinato, presidente di Sicilia e-Servizi

modello abbastanza consolidato a livello nazionale - che fanno da regia all’adozione delle tecnologie nel territorio e costituiscono lo strumento dell’amministrazione pubblica per realizzare e fornire i servizi di informatica e telecomunicazione in collaborazione con le imprese private, in un confronto costante. D. Chi rappresenta il socio privato?

R. Esso è stato selezionato con gara di evidenza pubblica secondo il modello del partenariato pubblico-privato definito a livello comunitario. Nella gara è stato definito il soggetto che diviene responsabile del servizio da rendere privatamente in qualità di socio operativo o industriale e nell’ambito di una partecipazione a tempo. Obbligate dal bando ad operare tra-

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mite una società di capitali congiunta che si configura come socio operativo e industriale, le due società di consulenza selezionate - Engineering ed Accenture - hanno creato una joint venture, la società consortile a responsabilità limitata Sicilia e-Servizi Venture. D. In che modo il socio pubblico, ossia la Regione Sicilia, è legato al privato? R. Sicilia e-Servizi realizza esclusivamente i progetti commissionati dalla Regione siciliana, che costituisce il socio operativo per un tempo di 5 anni dalla costituzione della società. Oltre a tale termine il socio privato non potrà essere riconfermato, ma si procederà a nuova gara oppure la Regione ne acquisirà le quote in modo da lavorare in autonomia. Il privato, entrato nel dicembre del 2005, resterà di diritto fino ai 5 anni successivi, ai quali sono aggiunti ulteriori 18 mesi così giungendo alla data del giugno 2012. D. La separazione prevista tra la «venture» privata e la Regione comporterà effetti destabilizzanti? R. La scossa nella struttura si farà sentire prima, al momento della preparazione della nuova gara, che coincide anche con la scadenza del Consiglio di amministrazione da me presieduto e con l’approvazione del bilancio 2011 nel maggio 2012. Il 2010, invece, sarà un anno interamente dedicato al nostro lavoro. D. A cosa si dedica Sicilia e-Servizi? R. Il nostro compito è la realizzazione della «società dell’informazione» attraverso lo svolgimento delle attività informatiche di competenza delle amministrazioni regionali, la gestione della piattaforma telematica integrata e l’uso di tutte le nuove componenti info-telematiche prodotte. Non si parla esclusivamente della fornitura di beni e servizi: la tecnologia, infatti, è solo il primo passo di un percorso di innovazione generale che va a modificare i processi di funzionamento dell’amministrazione e di interlocuzione tra essa e il cittadino o l’impresa. È necessario avere una visione a 360 gradi del presente e del futuro attraverso il coinvolgimento diretto dei privati che offrono tecnologia e, nel contempo, è indispensabile modificare i processi sottesi al suo utilizzo, cosa non facile. Lasciare questo compito all’amministrazione senza che essa sia dotata di una visione imprenditoriale risulta particolarmente arduo, ed è questo il motivo per cui si è sviluppato il modello di una società rivolta all’informazione e alla comunicazione tecnologica, mutuato da altre regioni d’Italia come nel caso della Ciesse Piemonte o della Lombardia Informatica. D. Nel vostro codice etico vi definite una società «post-moderna»: perché? R. L’accezione di «post-moderno» fa riferimento al rapporto esistente tra la parte pubblica e la parte privata; in qualche modo Sicilia e-Servizi è un esempio concreto di partenariato pubblico e privato istituzionalizzato, così come viene de-

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Uno scorcio di Catania. Se Palermo è il motore amministrativo della Sicilia, Catania, da cui proviene Emanuele Spampinato, ne è il motore imprenditoriale

finito dall’Unione Europea, nel quale il contratto sociale tra Pubblica Amministrazione e mondo privato per la realizzazione, l’erogazione e la manutenzione di determinati servizi è l’espressione più innovativa del rapporto fra pubblico e privato. D. A che punto è il progetto di innovazione della Regione Sicilia? R. La nostra Sicilia e-Servizi nasce alla fine del 2005, quindi è una realtà decisamente giovane e, facendo la fotografia dello stato dell’innovazione e della tecnologia nella regione, sicuramente c’è molta strada da fare, per la quale il piano d’investimenti utilizzerà prevalentemente fondi comunitari e cercherà di impiegare le risorse destinate alla Regione, oltre a reperire ulteriori risorse. D. Il discorso di una Sicilia tecnologica è legato principalmente a fattori politici o, più eclatantemente, infrastrutturali? R. Dovremmo chiederci se la politica vede l’innovazione come obiettivo prioritario e strategico per lo sviluppo del territorio. Prima del maggio 2009, quando ho assunto il ruolo di presidente all’interno della società, seguivo questa vicenda con un’altra giacca, quella di un esperto imprenditore che, dalle file della Confindustria, si occupava di innovazione ICT: dall’esterno della macchina regionale già osservavo come la politica non avesse la sensibilità di intendere l’innovazione quale leva per lo sviluppo. Feci anche una ricerca per rispondere a una domanda: la Sicilia come esce, in tema di innovazione, dal confronto con le altre Regioni d’Europa? L’Eris,ossia l’European Regional Innovation Scoreboard, strumento adoperato dalla Commissione Europea per valutare il livello di innovazione di un sistema, colloca la Sicilia in posizioni di estrema retroguardia. Ciò ci impone di seguire, innanzitutto, un primo obiettivo quantitativo: oggi siamo 140esimi, dobbiamo puntare a scalare la classifica ren-

dendo la nostra Regione un’opportunità per numero di laureati in materie scientifiche e tecnologiche e di imprese operanti nel settore, per tasso di «digital divide» e, più in generale, per tutti quei fattori che, insieme, costituiscono l’indice aggregato di innovazione. La politica deve farsi carico di una nuova strategia, vedere oltre, avere una finestra di riferimento simile a quella della nuova programmazione comunitaria, che dà un limite - il 2013 - per confrontare gli obiettivi con i risultati. Puntiamo ad avere l’indice di innovazione più alto e spingeremo ogni singola voce che lo costituisce. D. In che modo intende operare? R. Vengo scelto dalla politica e faccio parte della nuova classe dirigente che cerca di modificare il modo di pensare, attuando strategie. Il problema è il coro: una sola voce fa poco e il rinnovamento della classe dirigente consentirebbe una politica giovane, basata sugli obiettivi e sul confronto con i risultati. Non si tratta del problema di amministrare l’esistente, strategia utilizzata dalla classe dirigente meno giovane solo per mantenere il proprio posto, bensì di amministrare per costruire qualcosa di nuovo. D. Non è un problema di fondi? R. Le risorse ci sono, inutile accanirsi nel ripetere il contrario: il problema è la classe dirigente e quanto essa sia disposta a lavorare in questo modo sulla creazione di un nuovo modo di amministrare la cosa pubblica creando valore. L’amministrazione dell’esistente mantiene il valore, ma ciò richiede che siano sopportati costi rilevanti; creare nuovo valore è sicuramente più rischioso e non sempre gli obiettivi perseguiti sono raggiunti. Ritengo che la cultura di capire l’errore sia fonte di nuove opportunità e di crescita, non lo è invece il modo classico di vedere nell’errore il fallimento di un’azione politica. Se l’obiettivo non viene raggiunto, possiamo leggere i nostri sforzi in

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Emanuele Spampinato, a destra, insieme a Giovanni Di Stefano, responsabile della Comunicazione di Sicilia e-Servizi spa

un’altra chiave: l’aver appreso un metodo non è sinonimo di fallimento, perché dagli errori compiuti possiamo ripartire. Il problema della politica, non solo siciliana ma nazionale, è quello di intenderli come una sconfitta irreparabile dalla quale non si può uscire; nella cultura anglosassone, invece, l’errore è opportunità di confronto e di rilancio. D. Quali sono gli altri freni, oltre a quello politico, che a suo parere impediscono la crescita? R. Le difficoltà che vive il Paese sono amplificate in Sicilia, una terra che ha il reddito pro capite più basso del Paese e gli indici di invivibilità più alti, ha un sistema politico e un tessuto sociale basati sulla clientela che non premiano l’impresa né il merito, ma solo l’amicizia. Questo è un grande freno rispetto agli obiettivi strutturati e strategici che richiedono le risorse, le competenze, i cervelli migliori. D. In tema di ICT, in quale modo è possibile valutare l’innovatività di una struttura? R. Per anni in Italia, soprattutto in Sicilia, si è guardato all’ICT tenendo in considerazione il divario digitale rappresentato dagli accessi alle nuove tecnologie, spostando quindi il problema. La misurazione del grado di innovatività di un territorio va effettuata su qualcosa di immateriale, legato alla conoscenza, all’innovazione dei processi e agli strumenti che li supportano, alle soluzioni organizzative che diventano software. Cambiamo il processo perché comunichiamo in maniera diversa, non utilizziamo carta ma software e l’interlocuzione verbale diviene una soluzione informatica. Invece di misurare le soluzioni informatiche e il loro grado di penetrazione, si è pensato solo a misurare quanto è materiale, i collegamenti a internet e la loro velocità, la quantità di fibra ottica collocata in un dato territorio, mantenendosi dunque su un livello esclusivamente quantitativo e non qualitativo. Il tasso di accessibilità a internet supera abbondantemente il 90 per cento, nel 2004 si assestava intorno al 65 per cento, ma la connessione oggi non è un problema né è idonea a dare un indice dell’innovazione di un luogo: ciò che va verificato è il modo in cui le reti vengono utilizzate, la qualità di questo uso. D. Un Codice dell’amministrazione digitale è stato emanato, con il decreto legislativo n. 82 del 2005, allo scopo di regolare l’emissione e la fruibilità dell’informazione digitale, utilizzando le tecnologie dell’informazione e della comunicazione all’interno dell’Amministrazione; di recente il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta ne ha avviato positivamente l’esame della riforma: dal 2006, anno della

sua entrata in vigore, cosa è cambiato? R. Considero il Codice un libro dei sogni che, pur contenendo buoni propositi, non ha mai acquisito quella sistematicità, strutturazione e pervasività nella Pubblica Amministrazione e nei rapporti con i privati che da esso ci si doveva aspettare. Il Cad deve disegnare un nuovo modello di funzionamento della P.A. in cui i processi di comunicazione vengano ridisegnati sulla base di soluzioni informatiche: posta elettronica certificata, firma digitale, archiviazione sostitutiva, ossia le tre grandi rivoluzioni che, una volta attuate, sostituirebbero la carta e spingerebbero a modificare i processi di informazione e interlocuzione. Oggi tali strumenti sono difficilmente utilizzati, pur importando un risparmio notevole. Uno dei grandi poteri che hanno i burocrati, e che intendono mantenere, è il controllo del protocollo, la possibilità di cambiare la pratica e sostituirla a proprio comodo, che verrebbe meno una volta che tutto sia stato informatizzato e automatizzato. Ciò costituisce sotto tutti gli aspetti una perdita di potere. D. Quale è il senso più pregnante della definizione di una cosiddetta «società dell’informazione»? R. Le società sono sempre state basate sull’informazione; il punto è come quest’ultima circola. In quella che è per noi la società dell’informazione lo spettro è più ampio perché si parla di un’informazione che viaggia in modo nuovo e automatico; l’informatica significa informazione automatica che, tramite le macchine, comincia a girare. All’interno del Fondi per le Aree Sottosviluppate (Fas) che il Cipe dovrebbe riconoscere alle Regioni ad Obiettivo 1, l’unico piano regionale approvato è stato quello per la Sicilia ad agosto del 2009, con un capitolo di circa 90 milioni di euro per la realizzazione del Cad della Regione siciliana. Tale finanziamento, per quanto ci riguarda, è più rivolto alla modifica dei processi che non alle componenti, essendoci dotati della posta elettronica certificata ed aven-

do già distribuito i kit per la firma digitale. Le nostre difficoltà riguardano la resistenza al cambiamento. Noi oggi abbiamo il protocollo informatico installato ma la carta ha ancora valenza legale, cosicché il primo è solo la fotografia informatica di un protocollo cartaceo: è questo l’ultimo miglio da percorrere con i fondi Fas. D. Operate solo in Sicilia, o anche in Italia e all’estero? R. Dal punto di vista del rapporto transattivo economico possiamo lavorare solo con l’ente che ci partecipa, quindi con la Regione Sicilia, accettando commesse solo da essa nel territorio nazionale; a livello internazionale siamo una società per azioni a tutti gli effetti, e questo è uno dei fronti in cui stiamo cercando di muoverci, considerato che le nostre imprese hanno grandissime difficoltà ad operare all’estero. Facendo fronte comune con le altre società regionali per l’innovazione intendiamo andare all’estero, incontrare opportunità di lavoro, ricevere commesse come società regionali e coinvolgere il nostro territorio, così assumendo il ruolo di veicolo per le imprese nazionali che hanno difficoltà fuori dal territorio italiano fino in America. La Sicilia e-Servizi farà da traino per le imprese siciliane, mentre ciascuna agenzia regionale penserà alle proprie imprese di riferimento. Stiamo cercando opportunità con gli Stati Uniti, con l’America Latina e con i Caraibi per realizzare servizi e progetti di ICT a favore delle nostre imprese. D. La vostra vicinanza ai Paesi del Mediterraneo non vi sprona a investire? R. Guardiamo con particolare attenzione ai Paesi del Nord Africa, anche in linea con l’indirizzo del presidente della Giunta regionale Raffaele Lombardo, sia da un punto di vista di infrastrutture materiali che, nel nostro caso, immateriali, per creare un ponte tra la Sicilia e la Libia, la Tunisia, Malta, e per portare le nostre imprese fuori, far crescere il prodotto interno del territorio e dare valore alla Sicilia.

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INIZIAMO A CAMBIARE, IL FUTURO CI SEGUIRÀ.

Quella che vedete è la vostra posizione nel mondo dell’energia che stiamo costruendo. Sarà una posizione centrale: ogni volta che premerete un interruttore o inserirete una spina, attiverete un sistema di cui voi siete parte attiva. Con le reti intelligenti costruiremo l’internet dell’energia: tutto sarà collegato. Le grandi centrali che, grazie al carbone pulito, al nucleare e all’idrogeno, produrranno energia sempre più pulita e disponibile. Le rinnovabili che grazie alle nuove tecnologie saranno più competitive. E voi che potrete scambiare l’energia che vi serve e quella che produrrete, utilizzandola anche in nuovi contesti, come l’auto elettrica. Così tutti potremo usare meglio l’energia senza modificare le nostre abitudini. Un segno tangibile di cambiamento per il futuro dell’ambiente e dell’uomo.

www.enel.com

MAURIZIO MARCHETTA: VRWAY, UN MONDO VIRTUALE CHE DIVENTA REALE
1999, là dove c’era un’idea di quattro ingegneri svizzeri che volevano usare internet per rendere in modo tridimensionale paesaggi e territori, oggi, 2010, c’è VRWay Communication, un gruppo attivo nel settore online, offline e mobile, quotato nel mercato AIM Italia. È la forza dell’idea che «però ne ha fatta di strada»: 10 anni, ogni anno un passo avanti guidati dalla tecnologia fino ad arrivare ad essere una «media company» con presenza commerciale in Italia, Svizzera e Francia. Sembra l’adagio di Celentano sulla Via Gluck, e invece è una bella storia, reale, fatta di persone che con determinazione hanno saputo costruire su un’intuizione, con lo studio e l’applicazione di tecnologie d’avanguardia, quello che i tecnici di Apple hanno definito senza mezzi termini «il primo sito internet di terza generazione». «La decisione di collocarci sul mercato AIM, la nuova piattaforma di Borsa Italiana, risale alla fine del 2008–afferma Maurizio Marchetta, amministratore delegato di VRWay–, una decisione che ci ha consentito di avere una maggiore notorietà e conseguentemente maggiori chance commerciali. VRWay Communication è una società del settore high-tech ad alto potenziale di crescita, il cui azionista di riferimento, con oltre l’89 per cento delle quote, è VRWay International, mentre il restante 11 per cento è suddiviso tra vari investitori, ciascuno dei quali non supera il 3 per cento del capitale sociale. È chiaro–conclude Marchetta–, che la quotazione non è stata dettata dalla ricerca di capitali, perché abbiamo ultimato la nostra fase di sviluppo mentre contiamo di accelerare vieppiù la nostra politica commerciale: nel 2008 avevamo un fatturato di 324 mila euro, nel 2009 abbiamo superato i 2,5 milioni di euro e stiamo registrando un’ulteriore crescita». Domanda. Quali sono i vostri punti maggiori di forza? Risposta. Grazie all’impegno esclusivo nella realizzazione di prodotti di realtà virtuale, il brand VRWay ha ac-

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a cura di ANGELA RICCIO

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Maurizio Marchetta, amministratore delegato di VRWay

quisito nel tempo notorietà a livello internazionale nel settore di riferimento. La società vanta una leadership riconosciuta nella community della realtà virtuale, come confermato dalla posizione delle pubblicazioni VRWay nei più noti motori di ricerca e dalla popolarità raggiunta tra i professionisti e le società del settore, anche attraverso la creazione di prodotti particolarmente apprezzati dagli operatori, come Vrmag e Panodigg. Inoltre VRWay ha sviluppato un database di proprietà costituito da circa seimila immagini, di cui tremila sferiche e tremila cilindriche, che rappresenta un notevole vantaggio competitivo nel settore della realtà virtuale. Con la nostra infrastruttura tecnologica e organizzativa possiamo governare il processo produttivo ed editoriale di tutti i servizi offerti attraverso un’unica piattaforma

web; per esempio, nuovi magazine e altre pubblicazioni interattive e immersive di nuova generazione. Abbiamo il controllo dell’intero processo di generazione delle immagini in realtà virtuale, dalla fotografia allo stitching, dal rendering alla pubblicazione sul web, garantendo costantemente la qualità e l’omogeneità del risultato. D. Si è parlato tanto di sviluppo commerciale e di punti di forza, ma allora qual è il target di riferimento di VRWay? R. Per la nostra espansione nel mercato abbiamo individuato come target primario il settore del turismo ed è questa la ragione per cui siamo qui, nel Paese che vanta il patrimonio culturale e ambientale più importante nel mondo. Ed è questa la ragione per la quale la società, nata al di là delle Alpi, con sede operativa a Lugano, è sbarcata in Italia e in Francia aprendo due sedi commerciali a Milano e a Parigi. Abbiamo creato e consolidato un ampio network di collaborazioni con le Amministrazioni locali. L’accordo con il Comune di Milano è stato il capostipite dei nostri rapporti con questi enti per la realizzazione di immagini virtuali per il turismo. L’Italia è un Paese ricco di spiccate tipicità: per poter coniugare correttamente tutte le opportunità di offerta, la politica di promozione turistica deve passare, e sta passando, da un turismo generalista «di destinazione» a un turismo di scopo «motivazionale» che segua linee specialistiche legate a tipicità culturali, religiose, enogastronomiche. D. Chi sono i vostri clienti? R. Ecco allora che sono nostri clienti potenziali Regioni, Province, consorzi, tutti quegli operatori pubblici e privati che possono riunire situazioni attrattive di zona. E poi ancora alcuni Ministeri, e penso in particolare a quello dei Beni e delle Attività culturali che si sta adoperando per la promozione museale e archeologica del Paese; al Ministero dell’Agricoltura, a quello del Turismo. Siamo in grado di usare le nostre immagini

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RWay realizza, elabora e pubblica immagini di realtà virtuale per enti pubblici e associazioni che intendano promuovere il territorio e per aziende operanti nel settore turistico, alberghiero, commerciale. Il suo è un modello editoriale esclusivo, basato sulla combinazione delle moderne tecnologie elettroniche e multimediali, con immagini virtuali a 360 gradi immersive e interattive, che consentono veri e propri tour virtuali di città o aree di interesse turistico, culturale e paesaggistico. «Arounder», prodotto di punta nato nel 2003, è oggi uno dei principali content provider di immagini di destinazioni turistiche in modalità online e mobile, attraverso l’applicazione per iPhone «ArounderTouch», disponibile gratuitamente su iTunes Store o APP Store. «Arounder» permette di visitare virtualmente oltre 40 città e 21 Paesi, compresa la Luna, muovendosi a 360 gradi all’interno di immagini virtuali ad alta risoluzione; ed è declinato secondo due diverse modalità di fruizione, tra loro strettamente complementari, «Arounder Territory» e «Arounder Directory». «Arounder Territory» è dedicata agli enti pubblici locali - Comuni, Province, Regioni e altri Enti di gestione locale che commissionano la realizzazione e pubblicazione di immagini virtuali dei luoghi di maggior interesse storico, artistico e culturale, con l’obiettivo di promuovere le risorse del territorio; «Arounder Directory» è il prodotto ideato per gli operatori economici - hotel, ristoranti, centri benessere, centri sportivi ecc. - e consente di collegare ad ogni città o territorio già presente su Arounder Territory la visita virtuale di attività commerciali. Pubblicato anche sul sito ufficiale del cliente committente (della città, dell’azienda di promozione turistica locale od altro), «Arounder Territory» è accessibile anche attraverso siti quali www.tgcom.it e www.focus.de (uno dei principali per l’informazione turistica in Germania), ed è connesso con oltre 3.600 siti e blog in tutto il mondo. «ArounderTouch» è l’applicazione per iPhone di più volte, articolandole diversamente a seconda delle necessità di fruizione dell’utenza. Per gli alberghi, ad esempio, possiamo realizzare una presentazione tridimensionale dell’hotel e di alcuni suoi ambienti, poi la inseriamo nella struttura mondiale che figura nei maggiori motori di ricerca e, infine, stabiliamo un cross-link con il sito dell’albergo. Ne consegue che la struttura ricettiva che ci ha scelto avrà una visibilità mondiale con un investimento relativo. Il nostro prodotto Arounder dopo l’estate scorsa si è attestato sul 99,7 per cento del nostro fatturato e sono proprio le strutture di ricettività a costituire il 60-

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VRWay, disponibile gratuitamente su iTunes Store o APP Store; è l’ultimo prodotto dell’offerta VRWay, oggi uno dei maggiori content provider di immagini di destinazioni turistiche in modalità mobile, con una copertura territoriale sempre più capillare. L’innovativa tecnologia sviluppata da VRWay propone immagini immersive e interattive ad alta definizione, in cui è possibile navigare muovendosi a 360 gradi. «ArounderTouch» permette il virtual tour non solo dei punti di interesse turistico-culturale, ma anche delle principali attività commerciali - quali alberghi, ristoranti, cinema, negozi ecc. - presenti in città o sul territorio selezionato, visualizzandone le caratteristiche e tutte le informazioni di contatto (telefono, email, indirizzo, sito internet). Grazie alla funzione «vicinanze» di geolocalizzazione attraverso il GPS integrato in iPhoUn’immagine VRWay ne, «ArounderTouch» presenta i luoghi «imperdibili» più vicini, che è possibile salvare tra i «preferiti» oppure contattare tramite e-mail o telefono, senza uscire dall’applicazione. «ArounderTouch» estende le possibilità di impiego di «Arounder Territory» permettendo l’accesso a tutte le città presenti nel portale, con più di 500 approfondimenti dedicati a monumenti, chiese, eventi, musei, corredati da oltre 2.500 immagini panoramiche virtuali ad alta definizione; inoltre è disponibile gratuitamente su iTunes Store o direttamente su APP Store dal menu di iPhone; oggi i download sono oltre 120 mila. Panogames.com è il fiore all’occhiello della società anche se non ha un’incidenza significativa sul fatturato. Creato nel 2005, è la più importante fonte online di screenshot panoramici a 360 gradi, 70 per cento dei clienti. Un altro mondo interessante è quello fieristico: con Arounder possiamo rappresentare come è fatta una fiera, vedere e «visitare» lo stand che ci interessa in modo tridimensionale e, con l’applicazione su iPhone, possiamo essere guidati nella ricerca dello show room per incontrare il cliente. In fondo le mostre sono limitate nel tempo e quello che resta ad evento finito è solo un catalogo: con la nostra tecnologia si può abbinare il nostro servizio per ricordare come era la mostra attraverso una rappresentazione a costi del tutto competitivi e in maniera assolutamente oggettiva.

realizzati partendo dalle immagini di videogiochi, ideato per permettere alle case produttrici di presentare in anteprima i loro prodotti attraverso una serie di immagini immersive e interattive ad alta definizione. Panogames pone l’utente al centro dell’ambiente e permette di avvicinare, allontanare e spostare il punto di vista in ogni direzione. Gli screenshot panoramici non hanno precedenti nel mondo dei videogiochi e rappresentano una profonda innovazione rispetto alle immagini tradizionali. I maggiori operatori di mercato tra cui Atari, Sony, Activision, 10tacle Studios hanno scelto già

dal 2006 Panogames per la presentazione on line di alcuni videogiochi prima della loro effettiva commercializzazione. Negli ultimi anni, infatti, le maggiori case produttrici di videogiochi hanno sperimentato nuove modalità di promozione commerciale, sempre più vicine alla comunità degli utenti,soprattutto ai giovani che apprezzano le modalità di promozione commerciale on line rispetto a quelle tradizionali, e sempre più accattivanti nelle modalità di presentazione del prodotto. Il sito Panogames, che ad oggi accoglie oltre 700 immagini virtuali, è ormai diventato un punto di riferimento autorevole per gli appassionati di videogame, che lo visitano regolarmente per visionare le anteprime on line dei videogames interattivi per pc e console di prossimo lancio. D. Quali i motivi della scelta? R. Innanzitutto Arounder è uno strumento molto coinvolgente che valorizza in modo incredibile i luoghi che rappresenta e ha un’ottima posizione su Google. D. E nel futuro? R. Abbiamo già portato su iPhone la possibilità di fruire di tutti i nostri contenuti senza essere fermi ad una scrivania, ma iPhone è solo uno degli strumenti. VRWay ha messo a punto un software eccezionale, unico, ma gli hardware possono essere diversi. Il futuro potrebbe offrirci di apparire non solo su iPhone, ma anche su altri tipi di telefonini che usino ad esempio Android.

48 SPECCHIO ECONOMICO
uromess, letteralmente «eurocasino». Così lo definisce l’economista Paul Krugman nel proprio editoriale («op-ed») sul New York Times giusto il giorno di San Valentino. Mentre gli innamorati si schieravano in due opposte fazioni - consacrare il consumismo con baci Perugina ovvero rendere il santo un santo qualunque in un’Italia laica - Krugman, premio Nobel 2008 per l’Economia «per la sua analisi degli andamenti commerciali e dell’attività economica», rifletteva: «Pessima fotografia. Ma è importante capire la natura della fatale tara europea. Taluni Governi non hanno responsabilità; il problema fondamentale è stata la tracotanza, arrogantemente credere che l’Europa potesse creare un solo conio sebbene tutto lasciasse pensare che non fosse pronta». Traduco con «tracotanza» il termine scelto, «hubris», parola greca che spiega tutti i poemi omerici e metà delle opere greche di quel tempo e attorno alla quale si stringono ancor oggi opere di pregio, come «Il cacciatore di aquiloni» di Khaled Hosseini. Un’arroganza onorevole, che maschera l’egoismo delle gesta, nociva per l’uomo in quanto diretta sfida alla superiorità degli dei: se ne macchiò Ulisse andando oltre i limiti fissati per gli uomini, se ne macchia l’Europa alle colonne d’Ercole. Krugman con «hubris» chiude l’articolo. L’apre con «profligacy». Dal vocabolario: spreco, sciupo, sregolatezza, dissipazione, dissolutezza, corruzione. A scelta. L’op-ed, che sembra seccato dal dover scrivere quasi esclusivamente dei deficit europei, si è fatto un’impressione - «profligacy» è nel testo riferito a «government», ossia corruzione dei governanti -, ma soprattutto ne trae una morale: prendere quella greca come una lezione. La carenza di disciplina non è il principale problema per l’Europa e non lo è nemmeno per la Grecia, per di più non responsabile (anzi: i greci hanno coperto il bilancio «con contabilità creativa»). L’«euromess» nasce non tanto dalla corruzione dei nostri politici quanto da quell’arroganza delle élites, in particolare di quelle che hanno spinto l’Europa verso l’adozione di una moneta comune, un esperimento privo di fondamenta. È citato con esemplarità il caso della Spagna, epicentro del terremoto continentale, che sulla cresta di una crisi europea si era dimostrata modello di fiscalità: debito non elevato - il 43 per cento del Pil nel 2007 contro il 66 per cento tedesco - e surplus di budget, con imitabile regolazione bancaria. Sarà stato merito di un nuovo presidente, Luis Zapatero, allora quasi un profeta dell’ambizione (quella di superare la Gran Bretagna, almeno), o dell’ottimismo spagnolo: l’America di Krugman lo nota proprio ora che si sta trasformando in pessimismo. Ma per lo studioso la Spagna, «con il suo caldo clima e le spiagge», era una Flori-

E

AMERICA AMERICA

Euromess: povera Spagna, se solo fosse americana

di ROMINA CIUFFA
da europea e, come tale, ha goduto del boom immobiliare, portando capitali dal resto dell’Europa. Il risultato: una rapida crescita e la significativa inflazione che, tra il 2000 e il 2008, ha fatto lievitare il prezzo di beni e servizi prodotti in Spagna del 35 per cento contro il 10 per cento della Germania. Ciò avrebbe reso le esportazioni spagnole poco competitive ma mantenuto il mercato del lavoro sostenendolo con l’industria immobiliare. Poi la bolla - via libera alla «burbuja», la speculazione edilizia -. Poi la disoccupazione. Poi il deficit. Un’«inondazione di inchiostro rosso» che è l’effetto, si badi, non la causa dei problemi spagnoli, uno strillo di immobili non sorretto da una solida base industriale, che è divenuto urlo non appena Wall Street è crollata. E «non c’è niente che il Governo spagnolo possa fare per migliorare la situazione»: è stata oltrepassata la linea delle colonne di Ercole. Ed ecco qui il sillogismo contenuto nell’articolo: se la Spagna avesse ancora la peseta, potrebbe rimediare velocemente attraverso la svalutazione, riducendone il valore del 20 per cento rispetto alle altre monete europee.

Il premio Nobel Paul Krugman. In alto, un’immagine di Miami, in Florida

Ciò non è più possibile e alla Florida europea si richiede un lento, opprimente processo deflattivo. Povera Spagna, che è europea: se solo fosse stata americana! Lo dichiara apertamente l’editorialista: «(...) le cose non sarebbero andate così male». Perché prezzi e costi non sarebbero fuoriusciti in tal misura dalla linea di confine crisinon crisi: la Florida, in grado di attrarre i lavoratori dagli altri Stati e mantenerne i costi bassi, non ha mai sperimentato la situazione iberica. Ma, soprattutto, una Spagna americana sarebbe stata ricoperta di sostegni automatici: infatti, da quando è scoppiata in Florida la bolla immobiliare, Washington invia assegni d’assistenza sociale e sanitaria. Non vuol essere uno Stato americano? Ne paga le conseguenze. La Spagna crolla, il debito delle familias è tra i più alti d’Europa in un periodo in cui i rubinetti sono chiusi al credito con prevedibile crollo dei consumi (ricorda l’Italia dal momento dell’entrata dell’euro sino ad ora senza soluzione di continuità). E la Grecia - lo sostiene Krugman - è in problemi anche maggiori, perché in un piccolo sistema economico si stanno stillando problemi da grandi sistemi. Questo dice. La risposta ateniese, non a lui ma al mondo che vuole il Paese ormai perduto, giunge dal ministro delle Finanze George Papaconstantinou: la Grecia è in anticipo sul programma di riduzione del deficit e non ha bisogno di alcun salvataggio da parte dell’Unione europea. Avrà convinto gli americani? E per il neo-keynesiano non è stata una grande sorpresa il fallimento dell’euro: molto prima che fosse introdotto il nuovo conio, spiega, gli economisti erano stati veggenti, l’Europa non era pronta. Affinché l’euro torni a funzionare è necessario andare avanti (tornare a più monete creerebbe «la madre di tutte le crisi»), lavorare sull’unione politica. Fare in modo che gli Stati europei si considerino più come Stati americani, uniti. In Italia si direbbe «olio di gomiti». Ma Krugman ci lascia con una pessimistica considerazione: ciò che accadrà negli anni a venire sarà un doloroso disordine, salvataggi volti alla ricerca di una bruta austerità, accompagnati da alti livelli di disoccupazione e una deflazione stringente. Si va in vacanza in Grecia e in Spagna, gli italiani ballano nelle spiagge di Mykonos e mangiano tapas sulle Ramblas catalane. Il film «Avatar» ha superato in incassi «Titanic» e tutti gli altri film mai prodotti finora, e se prima con Titanic veniva da dire: «ballano mentre la nave affonda», per aggiornarci useremo una metafora fresca. Avatar in sanscrito vuol dire «disceso» - dio che discende in un corpo fisico - e oggi è anche la rappresentazione di se stessi in un ambiente virtuale. Quello di un’Europa unita, appunto, la discesa di un dio tracotante nel corpo di un homo oeconomicus.

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24-02-2010

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Tutta la verità su un fenomeno falsato
Redatto in forma di cronaca e di reportage quotidiano attraverso la descrizione minuto per minuto, notte per notte, di una serie di avvenimenti cui l’autore ha partecipato e personaggi che ha conosciuto, questo racconto ha l’intento di spiegare i profondi motivi della nascita di un fenomeno, di una mentalità, di un costume. Sono moltissimi gli episodi e soprattutto i nomi che esso contiene, destinati a suscitare nostalgie negli anziani e curiosità nei giovani, misti a riferimenti e a dati essenziali di carattere economico, politico, sociale e sindacale, che servono per inquadrare il fenomeno in un’epoca. Quell’epoca esercita tuttora ed eserciterà sempre una forte attrazione sul pubblico europeo, americano, mondiale. La dolce vita ha rappresentato per l’Italia degli anni 50-60 quello che prima la Belle Époque poi gli Anni Ruggenti rappresentarono per l’Europa di fine ’800 e inizio ’900: un fenomeno essenzialmente di costume, che poteva fiorire solo in un certo contesto economico, politico, sociale e culturale.

In libreria dal 16 marzo

GIANLUCA D’ELIA: LA NUOVA FRONTIERA DELLA VIRILIT À
di GIANLUCA D’ELIA, Direttore dell’Unità di Urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma e Direttore scientifico della Fondazione per la Ricerca in Urologia

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a mia professione continua ad essere oggetto di barzellette. Spesso i pazienti mi chiedono il perché mi sia voluto specializzare in Urologia. Per il loro divertimento, dopo aver risposto di essere sempre stato affascinato dagli organi genitali maschili solo per vedere la sorpresa nei loro occhi, spiego che l’Urologia è una delle discipline mediche più all’avanguardia. Nessuna specialità chirurgica è cambiata tanto negli ultimi 20 anni. Ne sono un esempio la diagnosi e il trattamento di neoplasie urologiche. Vent’anni fa, in caso di tumore maligno della vescica urinaria e dopo l’asportazione radicale dell’organo, era necessario, nella quasi totalità dei casi, applicare un’urostomia, ovvero una sacchetta sulla parete addominale per drenare verso l’esterno l’urina prodotta dai reni. Ciò comportava un impatto drammatico sulla vita sociale e di relazione della persona coinvolta. Oggi siamo in grado di ricostruire la vescica con un segmento di intestino, permettendo al paziente di urinare per via naturale, evitandogli il dramma fisico e psicologico dell’urostomia. Con un metodo multidisciplinare l’urologo è stato capace, insieme all’oncologo, di sconfiggere il cancro del testicolo. A differenza di quanto avveniva sino agli anni 70, in cui i tassi di mortalità per questo tumore erano impressionanti, oggi le percentuali di guarigione si avvicinano ormai al 100 per cento. Ne è un esempio il ciclista Lance Armstrong. Alcuni anni fa gli fu diagnosticato un cancro del testicolo avanzato, con metastasi diffuse addirittura all’encefalo. Dopo la terapia chirurgica e chemioterapica è guarito completamente ed è stato capace di vincere ben sette Tour de France. Con l’avvento del PSA (antigene prostatico specifico) abbiamo rivoluzionato il sistema diagnostico e terapeutico del

carcinoma della prostata. Fino alla fine degli anni 80 la maggior parte dei pazienti si presentava dal medico con tumori prostatici in stadi talmente avanzati che limitavano le nostre possibilità non solo di cura, ma anche di palliazione. Oggi il concetto di prevenzione, a livello sociale già insito da molto più tempo per il sesso femminile, si sta facendo strada anche per il carcinoma della prostata, il più frequente tumore maligno del sesso maschile. Con una visita annuale dallo specialista urologo e con il test del PSA, valutabile con un semplice prelievo di sangue, siamo oggi capaci di diagnosticare in fase sempre più precoce questo tipo di tumore, quando è possibile curarlo in maniera efficace. Per quanto riguarda le neoplasie renali, se ancora nei primi anni 1980 eravamo costretti a rimuovere tutto il rene, oggi, in presenza di piccoli tumori localizzati nella periferia dell’organo, possiamo offrire al paziente la possibilità di asportare in maniera radicale solo il tumore, conservando la restante parte di organo non coinvolto dalla neoplasia, con ovvi benefici a lungo termine. Anche in campo non oncologico i progressi dell’Urologia negli ultimi venti anni sono stati rimarchevoli. Se si pensa che fino a 15 anni fa l’unico modo per alleviare i fastidiosi disturbi urinari dovuti all’iperplasia prostatica, ovvero all’ingrossamento di carattere benigno della prostata, era l’intervento chirurgico (endoscopico o tradizionale), si può immaginare cosa abbia potuto significare per molte persone l’introduzione di farmaci specifici all’inizio degli anni 1990. Sappiamo che il 40 per cento degli uomini soffriranno, nel corso della loro vita, di sintomi urinari che necessitano di terapia, e che la metà di questi traggono giovamento dall’assunzione di questi farmaci. Pertanto, in poco più di un decennio, abbiamo dimezzato la

percentuale di persone che devono essere sottoposte ad intervento chirurgico per iperplasia prostatica. Il silenzio può essere d’oro, ma non quando ci trattiene dal chiedere aiuto su due aspetti più intimi e sottaciuti della medicina: l’impotenza e l’incontinenza urinaria. Il pudore che per tanti anni ha accompagnato queste condizioni sta per essere lentamente superato con la divulgazione e l’educazione dei pazienti da parte degli urologi. Il riserbo e il disagio con i quali venivano trattati questi argomenti erano anche dovuti al fatto che in passato esistevano solo trattamenti chirurgici invasivi poco accetti dai pazienti: protesi peniene per l’impotenza e interventi tradizionali per l’incontinenza. Queste due patologie sono assurte a dignità da quando abbiamo la possibilità di offrire ai pazienti nuove opzioni terapeutiche. Con l’avvento dei farmaci «intracavernosi», da iniettare direttamente nel pene, e soprattutto, dalla fine degli anni 90, dei farmaci da assumere per via orale, la cura della disfunzione erettile è stata rivoluzionata e portata all’attenzione del grande pubblico. D’altro canto il velo di pudore che cela l’incontinenza, dovuto in parte anche al background culturale e sociale cui si appartiene, sta per essere sollevato grazie all’opportunità di offrire tecniche chirurgiche di ottima efficacia, con brevissima convalescenza e soprattutto poco invasive. Quello che in effetti ha sempre caratterizzato l’Urologia come unica tra le discipline chirurgiche è stata la sua capacità di adattarsi alle nuove tecnologie contribuendo a svilupparle. Siamo stati i primi a usare la Chirurgia mini-invasiva, prima ancora che diventasse un termine di moda in ambito medico. Questo anche perché nella nostra specialità siamo particolarmente fortunati, in quanto tutte le vie urinarie possono essere studiate in

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endoscopia, sfruttando gli orifici naturali del corpo. L’Urologia deve infatti la propria identità, come specialità a se stante, allo sviluppo degli endoscopi, reso possibile dall’evoluzione del cistoscopio. Con l’avvento delle fibre ottiche e della tecnologia digitale abbiamo tutti i giorni a disposizione in sala operatoria sofisticati strumenti che ci consentono di trattare in maniera non invasiva patologie un tempo di esclusivo appannaggio della chirurgia tradizionale a cielo aperto. Ad esempio, per una persona con sintomi urinari dovuti all’ingrossamento benigno della prostata, quando questi persistono dopo un tentativo di terapia con farmaci, non rimane altro che eseguire un intervento chirurgico. L’intervento endoscopico - resezione transuretrale della prostata - ha ormai totalmente sostituito nella pratica clinica il corrispettivo intervento chirurgico tradizionale «a cielo aperto». È’ stato addirittura stimato che la resezione transuretrale della prostata sia, dopo l’intervento per cataratta, l’intervento più frequentemente eseguito negli ospedali italiani. Ma ciò che ha realmente rivoluzionato, gli ultimi vent’anni della Chirurgia urologica, riguarda due delle maggiori applicazioni della Chirurgia mini-invasiva: il trattamento dei calcoli urinari e quello del carcinoma della prostata. Se nei primi anni 80 eravamo costretti a sottoporre tutti i pazienti con calcoli urinari a interventi chirurgici invasivi, oggi lo facciamo solo in un caso su 100. Con l’avvento della litotrissia extracorporea ad onde d’urto e delle tecniche endoscopiche mini-invasive siamo in grado di rimuovere la quasi totalità dei calcoli senza incisioni cutanee e sfruttando le cavità naturali del corpo. Per guarire dal carcinoma della prostata si era sottoposti, sino a venti anni fa, a interventi chirurgici demolitivi, che esponevano ai rischi di divenire incontinente e quasi sempre impotente. Oggi l’obiettivo di questo tipo di chirurgia non è più solo l’asportazione radicale della prostata con il tumore, ma è quello di asportare radicalmente la prostata e, nel contempo, conservare la continenza e la potenza. L’evoluzione della terapia chirurgica di questo tumore ci ha portato a perfezionare la tecnica operatoria in modo tale da rendere quasi mai incontinenti e solo qualche volta impotenti. Il tumore maligno della prostata è oggi curabile non solo con la tecnica chirurgica tradizionale, che offre ottimi risultati in termini di asportazione radicale della neoplasia, mantenimento della continenza urinaria e della potenza sessuale. Ma anche con la tecnica laparoscopica che, potenzialmente, permette, a parità di risultati oncologici, di migliorare le già alte percentuali di preservazione di continenza e potenza. Questo grazie alla migliore visibilità delle strutture anatomiche che ci offre l’immagine ingrandita

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trasmessa dalla telecamera laparoscopica. Ma il progresso della tecnica chirurgica dell’asportazione radicale della prostata non finisce qui. Poco meno di venti anni fa si parlò di miracolo per la nuova modalità laparoscopica. Adesso è già in corso una nuova rivoluzione: la chirurgia gradi di movimento robotica. La chirurgia roino agli anni 80 della parte finale di botica è molto meno inquesti strumenti robovasiva e traumatica e le malattie urologiche tici sono superiori a molto più delicata e pre- erano considerate quelli della mano cisa rispetto alla tradizionale. È una chirurgia più imbarazzanti ed erano umana o dei classici strumenti laparoscogentile nei confronti del spesso diagnosticate pici. La stabilità, i paziente. Evita le grandi gradi di movimento, incisioni e, come per la troppo tardi; negli la filtrazione del trelaparoscopia, fa uso di ultimi 20 anni more, in altri termini sottili strumenti chirurgila dolcezza con cui si ci e di una telecamera, la figura dell’urologo muovono questi struche vengono inseriti al- ha conquistato menti permettono l’interno dell’addome atmanovre più precise, traverso piccoli fori. Al una posizione delicate e meno traucontrario della laparo- preminente matiche. Il paziente scopia, nella quale strutrae il massimo vanmenti chirurgici e teleca- nella Medicina taggio dalla chirurgia mera sono manovrati robotica quando sono dalle mani del chirurgo, nella chirurgia robotica sono sostenuti richiesti livelli di precisione chirurgica dalle braccia di un robot, che li rende più elevatissimi, di demolizione o di ricostruzione, in campi operatori ristretti e di stabili e precisi. Il robot non fa nulla da solo, non ha difficile accesso, come nell’asportazione autonomia decisionale o di movimenti. radicale della prostata per cancro. La Non si sostituisce mai al chirurgo. Al prostatectomia radicale robotica ci sta contrario, lo affianca, ne esalta l’abilità facendo conoscere nuove dimensioni. L’eccezionale amplificazione della vimanuale e ne perfeziona i movimenti. È sempre e comunque il chirurgo che ope- sione permette di riconoscere dettagli ra. Infatti il chirurgo da una consolle anatomici fino ad ora trascurati anche da guarda il campo operatorio in un visore chi ha eseguito centinaia di interventi tridimensionale ad alta definizione, e da con le tecniche tradizionali. Appartengo questa consolle manovra la telecamera e alla generazione di urologi che ha avuto gli strumenti chirurgici miniaturizzati. la possibilità di cimentarsi con tutte le Uno dei vantaggi principali della chirur- tecniche di prostatectomia radicale, da gia robotica è la migliore visione delle quella tradizionale «a cielo aperto» a strutture anatomiche. Una visione tridi- quella laparoscopica, sino alla robotica. mensionale e ad alta definizione, che fa Questa esperienza mi permette di afferletteralmente immergere il chirurgo nel mare, che, nelle mie mani, la prostatectocampo operatorio. È come vedere al ci- mia radicale robotica è superiore. Per nema i film in 3-D con occhiali tridi- questo sulla base dei miei risultati, spiemensionali: sembra esserci immersi al- go ai pazienti i vantaggi della tecnica rol’interno della scena del film. Un chirur- botica e offro quasi esclusivamente questo tipo di chirurgia. Eseguo con le vecgo che vede meglio, opera meglio. Un altro vantaggio della chirurgia ro- chie tecniche solo gli interventi con conbotica è rappresentato dalla ultradisse- troindicazioni specifiche alla robotica. Fino agli anni 80 le malattie urologizione dei piani anatomici permessa dai sofisticati strumenti chirurgici robotici, che erano considerate imbarazzanti e veche riproducono esattamente, in modo nivano spesso diagnosticate troppo tardi; fluido, «senza scatti», i movimenti delle negli ultimi vent’anni hanno portato la dita e delle mani del chirurgo. Grazie a figura dell’urologo a occupare una posiparticolari articolazioni meccaniche, i zione preminente nella Medicina.

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MARIO MALZONI: IN DIRETTA CON IL MONDO LAPAROSCOPIA E UMANITÀ

a cura di ROMINA CIUFFA

Un gruppo di strutture sanitarie private, una sola missione: la medicina intesa come incontro tra umanità e tecnologia, tra professione medica e rispetto per la vita in un percorso integrato per la salute della donna e del neonato, ed anche riferimento oncologico tra i più completi per le patologie femminili, l’alta specialità di nefrourologia, le più aggiornate tecniche ortopediche e la chirurgia endoscopica. Dirige il Centro di Endoscopia Ginecologica Avanzata il chirurgo avellinese Mario Malzoni che, con interventi trasmessi in diretta da sale operatorie dedicate, insegna la tecnica che ha appreso da un pioniere, l’americano Harry Reich, e che egli stesso ha sviluppato al punto da rendere il proprio nome - che è già il nome di un’intera famiglia di medici sinonimo di chirurgia laparoscopica avanzata. Nell’ottica di una indispensabile specializzazione, ha chiamato i migliori ginecologi in un team che principalmente opera in Campania, conferendo alla regione l’opportunità di un forte riscatto qualitativo
Nella foto, il prof. Mario Malzoni, direttore del Centro di Endoscopia Ginecologica Avanzata del Gruppo Malzoni e tra i maggiori esperti nel mondo nella chirurgia laparoscopica

ampania, 1956. La Sanità non va (Italia 2010, idem). Il ginecologo Mario Malzoni mette a punto un progetto che sembra quasi quello di un visionario: creare una casa di cura privata, a regime mutualistico, in cui abbinare prestazioni mediche di alta qualità con un ricovero adeguato e con l’umanizzazione dell’apporto medico: seguire il paziente dalla prima diagnosi sino alla guarigione. Nasce ad Avellino la Casa di Cura Malzoni Villa dei Platani con 30 posti letto, un primo nucleo esclusivamente destinato all’ostetricia, alla ginecologia e all’otorinolaringoiatria. Prima il figlio del fondatore, Carmine Malzoni, quindi la nuova generazione di medici, i fratelli Mario e Annamaria, hanno portato avanti quella visione, ampliando il centro, che oggi ospita 160 posti letto, e l’offerta specialistica verso la chirurgia generale, l’ortopedia, la chirurgia oncologica, la nefrologia e l’urologia, nonché creando, nel 1978, la Diagnostica Medica spa, che in un’unica struttura di 7 piani e di 6 mila metri quadrati concentra tutte le discipline a Mercogliano, in provincia di Avellino. La politica di famiglia è quella di «operare nel pubblico per il pubblico» attraverso l’integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale, in un regime di competitività e di serrato confronto con le maggiori istituzioni scientifiche, dando al paziente un’effettiva scelta sul medico curante e sulla struttura ospitante. Nell’ottica di una crescita consolidata dell’attività chirurgica, oggi il Gruppo Malzoni ha dotato il modulo di endoscopia ginecologica di un blocco operatorio con due sale connesse di ultima generazione, di un reparto con 20 posti letto e di un’apposita équipe medica e infermieristica, un’esperienza tra le poche nel mondo che ha richiesto grandi investimenti, ma che ha reso il Centro di Endoscopia Ginecologia Avanzata un punto di riferimento per pazienti e medici di ogni Paese, con una casistica operatoria di oltre 1.200 interventi laparoscopici annui e 300 isteroscopie e resettoscopie. Il Centro opera nella divulgazione delle conoscenze, delle innovazioni e dei risultati delle ricerche in un’operazione di trasferimento del proprio know-how attraverso seminari e corsi di aggiornamento professionale, programmi di formazione continua, diretta degli interventi; sono attive convenzioni con i maggiori centri mondiali per la formazione dei colleghi stranieri provenienti da Spagna, Portogallo, Israele, Ucraina, Russia, Emirati Arabi. Questa vocazione anima il progetto per il primo ente formativo nel settore sanitario in Italia,

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Un intervento in laparoscopia eseguito in una speciale sala operatoria dedicata a circuito integrato, che consente la diretta internazionale anche nel corso di seminari

la Scuola di Alta Formazione: i seminari, i simposi, le conferenze e l’attività formativa e di aggiornamento crescono insieme alla famiglia, in un meccanismo di interazione che è un forum di esperienze e conoscenze ai massimi livelli del settore. Fanno parte del Gruppo la Casa di cura privata Malzoni Villa dei Platani, la Diagnostica Medica, il Laboratorio di Biodiagnostica Montevergine Malzoni, il Centro Cobaltoterapia, la Malzoni Servizi e la Società Sanitaria Consortile. Ciò che più di altro distingue il Gruppo Malzoni è la fine preparazione nel campo della laparoscopia, moderna tecnica chirurgica che permette l’esecuzione di trattamenti ginecologici senza l’apertura della parete addominale, praticando incisioni sulla cute. Giovandosi dei progressi tecnologici e della miniaturizzazione della strumentazione, l’équipe operatoria è in grado di eseguire la chirurgia attraverso l’osservazione delle immagini provenienti dall’interno dell’addome su un monitor esterno, usando nello stesso tempo strumenti molto sottili e compiendo le incisioni nella porzione interessata. La chirurgia laparoscopica ginecologica nasce nel 1940; oggi è il giovane prof. Mario Malzoni uno dei più esperti nel mondo, diretto allievo di un pioniere, l’americano Harry Reich che nel 1989 effettuò la prima isterectomia totalmente laparoscopica. Questa tecnica limita di molto il traumatismo addominale e più dell’80 per cento della patologia benigna ginecologica che necessita di intervento chirurgico può avvalersene. Mario Malzoni dirige il Centro di Endoscopia Ginecologica Avanzata, punto di riferimento internazionale per il trattamento endoscopico delle patologie ginecologiche. La creazione di un’unità chirurgica autonoma rispetto alla struttura ospedaliera conferisce enormi vantaggi; l’avveniristica struttura dà risposta alla crescita dell’attività chirurgica del

Gruppo, senza perdere di vista la centralità del malato ma assicurando professionalità e deontologia medica, assistenza infermieristica, sviluppo tecnologico. Domanda. Come si è evoluta l’unità Endoscopica Malzoni rispetto alle attività originarie del Gruppo? Risposta. Il Centro di Endoscopia Ginecologica Avanzata nasce a metà degli anni 90 e ad essa abbiamo dato sempre più peso nel reparto di ginecologia fino a dedicarle, nel 2006, un reparto completamente a se stante, per il quale ho chiamato giovani ginecologi promettenti che avevo individuato in tutto l’ambiente dell’Italia meridionale. Ho formato una squadra di medici che dirigo e che operano in una struttura completamente dedicata. D. Come si colloca la vostra unità rispetto alle altre strutture sanitarie europee e mondiali che si dedicano all’endoscopia? R. Il Centro costituisce una delle poche esperienze in Europa, in cui un gruppo di medici, infermieri e ausiliari è interamente dedito ad una sola branca, tanto da avere sale operatorie di ultima generazione completamente dedicate che permettono di sviluppare la migliore chirurgia laparoscopica e fanno parte di un circuito tecnologicamente integrato che consente la diretta di immagini e la comunicazione tra medici non presenti, dando la possibilità ai chirurghi di dialogare nel corso dei diversi interventi. Gli interventi sono proiettati anche all’esterno in aule per la didattica e attraverso schermi «touch screen»; dal tavolo operatorio il chirurgo invia le immagini tramite Isdn e Internet. La stessa tecnica consente settimanalmente di effettuare collegamenti con corsi e congressi simultanei in vari punti del mondo, al costo di una telefonata. D. Il Gruppo Malzoni, e il suo stesso Centro «Endoscopica», sono una realtà predominante nel panorama non solo campano, bensì meridiona-

le per non dire italiano. In che modo riuscite ad essere presenti fino ad effettuare circa 1.200 interventi laparoscopici annui? R. L’esperienza è stata particolarmente positiva, l’attività nel tempo è cresciuta molto, la squadra si è allargata e abbiamo ginecologi che si occupano esclusivamente di chirurgia endoscopica ginecologica. Inoltre, abbiamo creato dei centri di riferimento a Napoli, Salerno e Agropoli. D. Oltre a ciò opera attraverso l’associazione Gineva, di cui è fondatore. Di cosa si tratta? R. A Roma operiamo da circa 10 anni nella Casa di Cura Villa del Rosario, che ospita la sede operativa di «Gineva», un’associazione professionale di medici ginecologi fondata per compiere la sintesi della lunga esperienza del nostro gruppo di lavoro. L’Associazione ha come obiettivo la cura della donna in tutte le fasi della sua vita: dalla prima adolescenza alle indagini di prevenzione del tumore della cervice uterina e delle altre patologie oncologiche a carico dei genitali femminili, dalla diagnosi prenatale alla gestione della gravidanza. L’aspetto più qualificante e attuale è rappresentato dal trattamento avanzato dell’endometriosi, malattia di forte interesse sociale per le gravi conseguenze che comporta sulla qualità della vita della donna. La gestione clinica, la definizione diagnostica e il trattamento chirurgico mediante un metodo multidisciplinare consentono di guardare a questa patologia con più speranza di risoluzione. Inoltre l’Associazione svolge formazione professionale del personale medico in Chirurgia Ginecologica Laparoscopica - Education & Training -, con il conseguimento dei crediti formativi previsti nell’ambito degli ordinamenti delle professioni sanitarie. D. È presente personalmente in tutti gli interventi di laparoscopia? R. Sono a Roma diverse volte al mese e coordino le attività svolte nelle varie sedi. D. Arrivate dove la chirurgia tradizionale non può giungere, o vi arrivate semplicemente in un modo diverso? R. Trattiamo patologie benigne ginecologiche, per lo più fibromatosi uterina ed endometriosi, tra le più diffuse e caratterizzate da un’incidenza altissima stimata in milioni di pazienti solamente in Italia. Per l’en-

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dometriosi non esiste ancora una terapia farmacologica, per cui quasi sempre è richiesto un intervento chirurgico in laparoscopia, che è il modo migliore per trattare la patologia ma non il più semplice; fin quando l’endometriosi è ad uno stato iniziale l’intervento è alla portata di tutti i ginecologi, ma quando diventa infiltrante e va in profondità verso gli organi interni esso diviene molto complicato, tanto da esser considerato tra i più complessi in chirurgia pelvica e da richiedere un’esperienza dedicata e specifica, che è quella che noi offriamo.
Il prof. Mario Malzoni con la sua équipe

D. Chi, fa parte, insieme a lei, dell’équipe di Gineva? R. Il gruppo dedicato alla chirurgia laparoscopica è costituito dai dottori Pierfrancesco Maggiora Vergano, Fabio Imperato e Filippo Perniola, i quali lavorano all’interno della sala operatoria; altri medici si interessano di diverse problematiche, come l’ostetricia, la diagnostica ecografica, la colonscopia, l’isteroscopia, le gravidanze a rischio, le diagnosi prenatali, la chirurgia senologica ed altro. D. Una famiglia di medici o di imprenditori? R. Il Gruppo Malzoni è stata fondato da mio nonno, Mario Malzoni, nel 1956, e ne abbiamo festeggiato di recente i 50 anni di attività. La nostra famiglia ne ha seguito le orme, dapprima mio padre Carmine, quindi io e mia sorella Annamaria, tutti medici. La sede principale è ad Avellino, nata come piccola casa di cura e sviluppatasi negli anni; attualmente possiede più di 150 posti letto convenzionati, ma allora nasceva come una clinica di 30 posti letto. Dapprima mio nonno, poi mio padre e adesso noi.

D. Ginecologia; c’è altro? R. La casa madre di Avellino si occupa di una serie di discipline che vanno dall’ortopedia alla chirurgia generale, alla nefrologia, oltre a una serie di servizi collegati e inseriti nei centri di medicina della riproduzione, di sterilità, di dialisi, di diagnostica per immagine, di radioterapia, una serie di strutture collocate al di fuori della clinica nel centro polifunzionale della Diagnostica Medica. D. Da dove provengono i vostri pazienti? R. In alcuni settori siamo un punto di riferimento anche per il Nord, come nel caso dell’oncologia ginecologica e dell’endoscopia. Moltissimi giungono dal Centro Italia, dalle Isole, dalla Sicilia e dal Settentrione. Ne danno atto anche le visite al nostro sito Internet, circa 2.500 mensili, e di queste più della metà provengono dal Nord Italia, solo dalla città di Milano abbiamo in media 450 collegamenti al mese a garanzia di visibilità. D. Non uno, ma tutti medici in famiglia: è stata una scelta obbligata? R. Assolutamente spontanea. Per me non è stato affatto obbligatorio bensì normale immaginare la ginecologia nel mio futuro; non ho mai valutato altra carriera e mi iscrissi alla Facoltà di Medicina pensando che avrei fatto il ginecologo. Frequentavo già la clinica di famiglia e facevo sin da molto giovane pratica in ginecologia. È stato un percorso naturale anche per mia sorella. Dopo la laurea all’Università di Napoli SUN, compii l’ultimo anno di specializzazione nella Columbus University di New York, ed è lì che entrai attivamente nella chirurgia endoscopica ginecologica. D. L’America cosa le ha dato? R. Harry Reich è stato il mio ispiratore. Nel 1979 effettuò la prima isterectomia totalmente laparoscopica, un pioniere e il primo al mondo ad eseguire questo tipo di intervento, in particolare l’asportazione dell’utero in laparoscopia; e a lui, che è ancora oggi un operatore brillante, va il merito di aver fatto conoscere questa tecnica in tutto il mondo, oltre che a me. Harry sarà il presidente del nostro «12th International Meeting» che si svolgerà dal 5 all’8 maggio ad Avellino, quattro giornate di chirurgia intensa, praticata in diretta come è nostra abitudine, da specialisti scelti tra i migliori del mondo, che metteranno a confronto le loro tecniche chirurgiche.

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o Zingarelli 2010 di Nicola Zingarelli (versione base) Zanichelli Editore - 74,80 euro. Novità 2010 è la segnalazione di oltre 2.800 parole da salvare, come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore, il cui uso è meno frequente perché tv e giornali privilegiano sinonimi meno espressivi come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità. Lo Zanichelli si arricchisce di oltre 1.200 nuove parole e significati come pangramma, traduttese, Nimby, scontrino parlante, angolo di Cabibbo, preferito, pro choice e pro life. Più di mille schede sono dedicate alle sfumature di significato. Introduce il volume l’Osservatorio della lingua italiana con una riflessione sulle tendenze in atto nella nostra lingua; nel cdrom, oltre al vocabolario, è contenuto il Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini, il più importante vocabolario di italiano dell’Ottocento pubblicato in 8 volumi tra il 1865 e il 1879.

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ILLUSTRAZIONE DI QUINT BUCHOLZ

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ittà in festival a cura di Marco Paiola e Roberto Grandinetti - Franco Angeli Editore - 25 euro. L’Italia è il Paese in Europa con il maggior numero di festival, 1.300 eventi con una media di 4 al giorno. Tuttavia il modello sta attraversando una fase di passaggio alla maturità che impone un ripensamento: i festival, soprattutto quelli di approfondimento culturale, sono un prodotto complesso che presenta elementi di interesse per una comunità locale, in particolare per una città di piccole dimensioni, dal punto di vista culturale ed economico. La prima parte del libro presenta contributi scientifici che studiano il fenomeno; la seconda parte si arricchisce di casi e testimonianze per descrivere le esperienze dei principali festival italiani, ossia nuove esperienze di marketing territoriale.

anuale di sopravvivenza per musicisti di Marco Sveva Antonini e Josep Colli Rodriguez - Paolo Emilio Persiani Editore - 24,90 euro. Gli autori spiegano come muoversi senza perdersi tra produzione, promozione e distribuzione musicale. Qual’è la prima cosa che deve sapere un musicista? Cos’è il diritto di sincronizzazione? Quali diritti può cedere un compositore? Quale sarà il futuro del P2P? Una guida nella giungla, stilisticamente non perfetta ma fondamentale per tutti i professionisti del settore che necessitano di conoscere i propri diritti e gli aspetti legati alla prassi, alla formalizzazione (contratti discografici, di edizione musicale, di management ecc.). Include anche un formulario (scritture private, liberatorie, moduli Siae ed altro), informazioni utili e pratiche, interviste a professionisti.

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l benessere delle emozioni a cura di Eugenio Roberto Giommi e Stefano Cristofori Edizioni La Meridiana - 20 euro. Il testo propone dichiaratamente un’idea «immodesta»: non si limita a introdurre i principi generali, ma esplora gli ambiti di applicazione del «counseling biosistemico», quella branca che «può aiutare la donna oppressa, l’insegnante nella classe, la persona morente e la famiglia, l’educatore confuso davanti a un adolescente rabbioso». I principi della biosistemica emergono nella tecnica antica dell’Aikido, in cui Toro e Uke (la «forza attiva» e la «forza recettiva») corrispondono al simpatico e al parasimpatico nella biosistemica. Il modello di base corrisponde alle funzioni fondamentali del cervello. Ogni metodo di counseling porta avanti questa nozione fondamentale: dalle difficoltà, dai problemi, dall’incertezza e dalla solitudine possono venire i nostri nuovi passi di rinnovamento e crescita.

iccola guida a libri utili

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uida per viaggiatori nella Terra di Mezzo di Roberto Fontana - Edizioni dell’Età dell’Acquario - 24 euro. Questo è il vademecum per chi voglia avventurarsi nell’universo immaginario descritto da Tolkien ne «Il Signore degli Anelli»: il viaggio alla scoperta della Terra di Mezzo proposto dall’autore è nello stesso tempo geografico (monti altissimi, praterie sconfinate, boschi incantati, città cinte da mura e strade ricoperte di polvere di diamante) e temporale. Suddivisa in tre Ere principali - la quarta ha inizio con il termine delle vicende narrate da Tolkien -, la guida descrive le caratteristiche generali delle terre in ciascuna epoca, suggerendo i percorsi più suggestivi. Gli itinerari conducono il viaggiatore attraverso i luoghi di maggiore interesse paesaggistico, storico-artistico, culturale e gastronomico, rievocando di ogni località i tempi del massimo splendore e narrando gli avvenimenti che l’hanno vista protagonista. anorama 2010 su scenari internazionali di crisi di Nicola Pedde, Karim Mezran e Valter Cassar - Gan Editori - 16 euro. Eliot Cohen ha definito il periodo successivo alla Guerra Fredda «L’era delle sorprese», mentre a George W. Bush piaceva chiamarlo «Il nuovo ordine mondiale». Il testo ha la prefazione di Vincenzo Camporini, Capo di Stato Maggiore della Difesa, ed è il primo di una serie annuale frutto della collaborazione dello Stato Maggiore della Difesa e dell’Institute for Global Studies, «think tank» di ricerca e analisi sulla politica internazionale e la sicurezza nelle aree di crisi. Costituisce un appuntamento di collaborazione per rendere costante la capacità di divulgazione al pubblico di temi quali la sicurezza, la politica internazionale e l’impegno delle Forze Armate italiane.

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silo e diritti umani - L’evoluzione del diritto d’asilo nel diritto internazionale di Federico Lenzerini Giuffrè Editore - 70 euro. Non che non vi siano nel panorama letterario testi che descrivano il diritto d’asilo e le sue trasformazioni nell’evolversi e nell’armonizzazione del diritto internazionale. L’autore di questo capiente volume è «fermamente convinto» che il diritto debba essere «al servizio dei valori che esso stesso difende» e definisce quello d’asilo un «santuario di fronte al quale molto spesso anche i tiranni più feroci si sono dovuti, loro malgrado, arrestare». Tuttavia ancora oggi il valore spesso regredisce a livelli di «virtuale nullità» e per questo Lenzerini sviluppa il lato più umanitario dell’asilo in un saggio che descrive precisamente il principio del «non-refoulement» e le sue patologie.

torie di Tre Monti (19992003) di Victor Ugo Ciuffa Ciuffa Editore - 3 euro. Per chi ama i Castelli Romani, per chi ama la politica e per chi ama il modo di scrivere di un veterano del giornalismo, ecco un libro autopubblicato che racconta le cronache di un Comune arroccato ai confini di Roma, Montecompatri, che dall’alto la guarda e un po’ la snobba. Un resoconto che lo stesso autore definisce «spietato», e se lo può permettere: da monticiano, da ex sindaco del proprio paese, da sincero espositore dei fatti. Risale al 2003 l’ultimo dei fatti di cronaca descritti; da allora molti altri sono stati gli articoli che annualmente quest’osservatore è andato raccontando. Ma per capire il presente è bene guardare al passato, e per capire le grandi realtà è necessario conoscere quelle piccole. Per questo le storie di Tre Monti son come le metafore per un filosofo: necessarie a intendere la profondità di un sistema. Che sia umano o politico.

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acqua è un bene pubblico e, soprattutto, primario. Su questo non ci sono dubbi. Bisogna, quindi, gestirla perché tutti ne possano fruire. Il servizio di distribuzione della preziosa risorsa tuttavia è un altro discorso, deve essere di qualità e deve soddisfare le esigenze dei cittadini. È questo uno dei temi che, nelle ultime settimane, stanno tenendo viva una discussione importante che coinvolge la politica, le aziende e la società civile del nostro Paese. In Italia infatti, per rilanciare il settore servono, entro il 2020, oltre 60 miliardi di euro, il 45 per cento per investimenti negli acquedotti e il restante 55 per cento per la raccolta e il trattamento delle acque reflue. A mio avviso, l’ottimizzazione del servizio si può e si deve attuare seguendo tre direttrici: maggiori investimenti, più concorrenza e l’istituzione di un’Autorità dell’acqua. Il dibattito in corso su acqua pubblica o privata è, secondo me, un falso problema. Da sempre le risorse idriche sono demaniali, così come le relative infrastrutture sono pubbliche e quindi non alienabili per legge. In Italia, in nessun provvedimento passato o attuale, come il decreto Ronchi, è messa in discussione la proprietà pubblica del bene acqua o delle infrastrutture. Questione differente è invece il tema della proprietà delle società a cui è delegato il compito di gestire il servizio. Nel nostro Paese la gestione è stata affidata storicamente ad aziende comunali, trasformate in società per azioni, in alcuni casi an-

L’ACQUA È DI PROPRIET À PUBBLICA MA PER GESTIRLA NON BASTANO I CAPITALI PUBBLICI

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di GIANCARLO CREMONESI presidente della Confservizi
che quotate in Borsa. In seguito alla legge Galli del 1994, emanata dunque 16 anni fa, si è provveduto all’organizzazione del cosiddetto Servizio Idrico Integrato, non più gestione della sola acqua, ma anche di reti fognarie e depurazione. I magri risultati prodotti dall’attuazione della Galli impongono una riflessione e alcune energiche correzioni se si intende dotare il Paese di infrastrutture adeguate e dare vita a

una solida industria del settore. Sono di tutta evidenza i limiti: si pensi che solo poco più di un terzo della popolazione ha visto concretamente avviato il Servizio Idrico Integrato; dei 68 affidamenti, di cui circa 30 attraverso contratti di gestione con società quotate o a capitale misto pubblico-privato, solo 5 sono stati finanziati dal sistema bancario. E, particolare di notevole rilevanza, è stato realizzato appena il 50 per cento degli investimenti previsti. Fa eccezione il Servizio Idrico Integrato dell’Ato 2 centrale del Lazio, (che include Roma e 111 Comuni), dove l’estensione del servizio è garantita al 94 per cento della popolazione ivi residente. L’esempio dell’Ato 2 è particolarmente calzante: nel 2008 è stato siglato un accordo tra Acea, Prefettura, Provincia, Regione e Segreteria Tecnica dell’Ato per ribadire con forza l’emergenza scaturita dalla presa in carico, da parte dell’Acea, degli impianti dei singoli Comuni. La maggioranza di questi non era a norma, e di conseguenza la responsabilità degli investimenti per la riqualificazione è a carico del solo gestore. Anche in altri ambiti gli obiettivi di riforma contenuti nella legge Galli non sono andati dispersi. L’esperienza del modello Toscana rappresenta un successo nel quadro nazionale per investimenti realizzati e servizio reso. Occorre sottolineare che già prima del decreto Ronchi si sono sviluppate partnership tra pubblico e privato che hanno portato significativi risultati. In Italia, sia ben chiaro, il Servizio

«L’

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acqua è un bene pubblico e primario, su questo non ci sono dubbi, ma per gestirla affinché tutti possano fruirne, sia di qualità e soddisfi le esigenze dei cittadini occorrono ingenti investimenti che, soprattutto nell’attuale situazione economica, gli enti pubblici non hanno»

La sorgente del fiume Peschiera

Idrico Integrato è un settore regolato, nel quale è un soggetto pubblico a stabilire le tariffe in base ai piani di investimento e a un metodo normalizzato definito con decreto ministeriale. Anche la discussione acqua pubblica o privata, in merito al tema «tariffa», è, a mio parere, un falso problema. La tariffa non dipende dalle caratteristiche del gestore, pubblico, privato o misto, ma dalle necessità infrastrutturali del territorio e dalla densità abitativa. Nel settore c’è una situazione di stallo e gli impianti e le reti in Italia sono tra i peggiori in Europa. C’è da chiedersi in quale misura il decreto Ronchi cambierà le cose. Il provvedimento, in definitiva, scommette sul motore dell’impresa e sull’industrializzazione del settore, imponendo ai Comuni un passo indietro nella gestione. Spesso, malgrado regole che l’imponevano, quando si è trattato d’incrementare le tariffe o di riorganizzare le aziende per una maggiore efficienza si è finito per rinviare i problemi alle generazioni future contraendo spesa e investimenti. La tariffa dell’acqua, infatti, è tra le più basse d’Europa e quella di Roma, nel confronto con le altre capitali, è in assoluto la più bassa. Il provvedimento impone che i Comuni diminuiscano le proprie partecipazioni sotto il 30 per cento nelle grandi imprese quotate, come Acea, Hera e A2A, e che in quelle interamente pubbliche sia ceduto almeno il 40 per cento a un partner industriale responsabile della conduzione dell’azienda. Si spera così che il settore possa divenire appetibile per quegli investitori interessati a rendimenti stabili, al punto che si possa innescare un ciclo finanziario che si traduca

in concreti investimenti, servizi di qualità e più lavori pubblici con conseguente occupazione. Resta da rafforzare il sistema di regolazione. È auspicabile la creazione di un’Autorità dell’Acqua: un soggetto terzo rispetto al territorio che fissi le tariffe in relazione agli investimenti fatti, e che disponga del potere sanzionatorio. L’attuale meccanismo regolatorio non garantisce sia la realizzazione di quanto pianificato, sia la corrispondenza tra la tariffa applicata e gli investimenti previsti. CHE COSA’È LA CONFSERVIZI Confservizi è il sindacato d’impresa che rappresenta, promuove e tutela aziende ed enti che gestiscono i servizi di pubblica utilità. Soggetti decisivi per lo sviluppo produttivo locale, la cui tutela è per Confservizi una tradizione che dura da quasi un secolo. Attraversando diverse denominazioni, Confservizi ha contribuito a raccogliere le forze e le potenzialità di quante

In conclusione, sarebbe bene che il dibattito facesse un salto di qualità e che i diversi soggetti coinvolti si concentrassero, piuttosto, su come assicurare al sistema una capacità pubblica di compiere scelte strategiche di pianificazione in maniera efficace e tempestiva. È necessario garantire un sistema di regolazione pubblica autorevole e capace e, infine, il sostegno allo sviluppo di una grande industria italiana dell’acqua in grado di vincere le sfide tecnologiche, finanziarie ed economiche che la attendono. realtà operano nella pubblica utilità. Settori a rilevanza industriale come acqua, gas, energia elettrica, igiene ambientale, trasporti locali. Pertanto azzerate le distinzioni di forma societaria e assetto istituzionale, Confservizi vuole porre l’accento sulla qualificazione e l’evoluzione delle imprese, ma ancor di più sull’esigenza di rendere disponibili, accessibili ed efficaci i servizi rivolti alla qualità della vita.

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Il decreto legge n. 10 del 2010, recentemente emanato dal Governo, si è prefisso di «salvare» alcune centinaia di processi in materia di criminalità mafiosa che fino a ieri rischiavano l’annullamento. La questione è venuta all’attenzione del Governo in seguito a una pronunzia della Cassazione la quale, risolvendo un conflitto di competenza fra il Tribunale e la Corte di Assise di Catania, ha affermato la competenza di quest’ultima in materia di reati di associazione a delinquere armata di tipo mafioso, per i quali la legge n. 251 del 5 dicembre 2005, ex legge Cirielli, ha elevato a 24 anni di reclusione la pena massima prevista per capi, promotori e organizzatori dell’associazione. Il più elevato limite di pena fa scattare l’art. 5 del Codice di procedura penale che prevede appunto la competenza della Corte di Assise. Nonostante tale previsione, molti processi in corso sono stati incardinati davanti al Tribunale come accadeva prima del 2005, ed era dunque tangibile il rischio che su di essi si abbattesse la scure dell’annullamento per incompetenza dell’organo giudicante. Il decreto legge ha stabilito invece che i processi in corso e quelli futuri relativi a delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis del Codice penale, comunque aggravati - e dunque anche laddove sia contestata l’aggravante dell’associazione armata - siano attribuiti alla competenza per materia del Tribunale anziché alla Corte di Assise. Sono evidenti gli effetti positivi di tale misura che da un lato scongiura l’annullamento di tutte le sentenze di condanna già emesse, ma non ancora passate in giudicato, nei confronti di capi e promotori di associazioni mafiose e camorristiche; dall’altro stabilisce che tutti i processi attualmente pendenti in primo grado per la medesima tipologia di imputati di quei reati debbano ricominciare daccapo innanzi alla Corte di Assise, con il concreto rischio di scarcerazione di boss mafiosi per decorrenza dei termini; si consideri che si tratta di persone quasi sempre detenute in regime di 41 bis del Codice penale proprio in ragione della loro elevatissima pericolosità sociale. Nel decreto legge, benché sia previsto anche l’ampliamento della competenza per materia delle Corti di Assise a nuove figure di reato ritenute di particolare gravità, ne rimangono però esclusi quelli di stampo mafioso in quanto la competenza per materia del Tribunale viene chiaramente determinata non solo per il delitto di cui all’art. 416 bis del Codice penale (comunque aggravato), ma anche per tutti i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo, ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose, se non già rientranti nella competenza della Corte

SISTEMA GIUDIZIARIO

Gli effetti positivi del decreto sui reati di mafia
Scongiurato l’annullamento delle condanne già emanate contro capi e promotori di associazioni mafiose e camorristiche e la loro scarcerazione

di COSIMO MARIA FERRI Componente del Consiglio Superiore della Magistratura
d’Assise per effetto delle altre disposizioni dell’art. 5 del Codice di procedura penale, a parziale modifica del quale è intervenuto il decreto legge. Ciò segna un cambio di indirizzo del Governo rispetto al disegno di legge di riforma del processo penale tuttora all’esame delle Camere, il quale ampliava anch’esso la competenza della Corte di Assise includendovi, però, il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. Su questo punto, nel parere al disegno di legge reso alcuni mesi or sono, il Consiglio Superiore della Magistratura aveva espresso valutazioni critiche soprattutto perché l’attribuzione dei processi per reati di mafia a collegi giudicanti integrati da giudici popolari avrebbe esposto questi ultimi a possibili pressioni o intimidazioni, che ne avrebbero potuto condizionare l’operato. Tale rischio, secondo quanto prevede il testo del nuovo de-

creto legge, deve ritenersi scongiurato, essendo esplicitamente stabilita la definitiva permanenza della competenza dei Tribunali per reati di mafia. D’altra parte, nella stesura dell’ultima ora del decreto si è anche posto rimedio a un problema interpretativo che poteva sorgere in ragione del testo originariamente formulato quanto alla competenza del Tribunale per il delitto di cui all’art. 74 del decreto del presidente della Repubblica n. 309 del 1990 (associazioni finalizzate al traffico illecito di sostanze stupefacenti). L’art. 5 del Codice di procedura penale, sul quale è intervenuto il decreto legge, alla lettera a) del primo comma escludeva, infatti, la competenza della Corte di Assise per i reati di cui al suddetto decreto presidenziale, mentre la lettera e) del medesimo comma, introdotta proprio dal decreto legge, nel prevedere la competenza della Corte di Assise per i delitti di cui all’art. 51 comma 3 bis diversi da quelli di stampo mafioso, nella sua originaria formulazione rischiava di farvi rientrare anche l’art. 74 dello stesso decreto presidenziale che appartiene, infatti, proprio a questi ultimi. Ciò avrebbe creato due diversi problemi. Il primo, legato al fatto che, poiché spesso si procede contestualmente per il delitto di cui all’art. 416 bis del Codice penale e per quello di cui all’art. 74 del decreto presidenziale in applicazione delle norme sulla connessione, in molti casi si sarebbe corso il rischio che l’associazione di stampo mafioso ritornasse alla competenza della Corte di Assise. Il secondo avrebbe, invece, determinato il concreto rischio di un’inutile duplicazione di processi. Se si considera infatti che quasi sempre, oltre al delitto di cui all’art. 74 del decreto presidenziale, sono contestati anche i delitti di cui all’art. 73 di quest’ultimo, nei non pochi casi in cui il giudice avesse ritenuto che tra i reati non ci fosse connessione - e la regola interpretativa generale è che non sussiste connessione tra delitto associativo e delitto scopo -, si sarebbe determinato lo smembramento del processo per cui, nei confronti degli stessi imputati la Corte di Assise, avrebbe proceduto per il delitto di cui all’art. 74 del decreto n. 309 mentre il Tribunale avrebbe giudicato quelli di cui all’art. 73 del decreto presidenziale. Nella stesura definitiva del decreto legge, invece, si è ovviato anche a tale problema e il combinato disposto delle lettere a) ed e) dell’art. 5 del Codice di procedura penale, così come riformulato, è ormai tale da non lasciare dubbi sul fatto che il reato di cui all’art. 74 (associazione finalizzate al traffico illecito di sostanze stupefacenti) non rientra nella competenza della Corte di Assise bensì resta assegnato a quella del Tribunale.

RETROSPECCHIO

SPECCHIO ECONOMICO
Le bocce del bingo Sisal

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Anno di crescita record in un mercato dei giochi che è cresciuto nel 2009 del 14,4 per cento con una raccolta complessiva pari a 54,4 miliardi di euro: la Sisal, concessionaria dello Stato, ha visto crescere la propria quota di mercato dal 10,9 per cento del 2008 al 12,3 per cento del 2009; il SuperEnalotto ha superato i 3,3 miliardi di euro di raccolta, segnando una crescita del 33 per cento rispetto l’anno precedente; «Vinci per la Vita-Win for Life», introdotto nelle ricevitorie il 29 settembre 2009 e la cui intera quota erariale (il 23 per cento) è destinata dallo Stato alla ricostruzione delle aree terremotate, ha registrato oltre 430 milioni di euro di raccolta ed è stato il primo gioco in Italia a offrire come premio principale una rendita mensile. Il volume d’affari in termini di valore della raccolta di giochi e servizi ha raggiunto i 9,4 miliardi di euro, con una crescita del 43 per cento rispetto all’anno precedente; i ricavi totali del Gruppo si stimano in 426 milioni di euro con una crescita del 27 per cento rispetto l’anno precedente. La Sisal ha intrapreso un ampio progetto di «Corporate Social Responsibility», che individua nei

Sisal, eccellenza al servizio del gioco sano e di supporto

giovani i principali destinatari e si sviluppa nelle aree di Sisal Junior Stars, Sisal Academy, Sisal per lo Sport, Sisal per le Arti. L’impegno etico si è tradotto in una piena adesione al programma di gioco responsabile dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato con l’avvio di una serie di iniziative di comunicazione per supportare e informare giocatori e punti vendita. L’assunzione di oltre 100 nuovi dipendenti da parte della società di giochi è poi in controtendenza rispetto all’attuale contesto economico; ne dà atto anche il Premio Eccellenza 2009 di Manageritalia-Confcommercio dedicato alle aziende che hanno espresso il massimo livello di eccellenza manageriale, d’impresa e professionale per la capacità di innovare e contribuire alla crescita e allo sviluppo. «Nel 2010 continueremo ad struttura di Acquacandida si aggiunge alle 4 già realizzate dalla stessa 9Ren nella sola provincia di Taranto. Tre di esse sono nel Comune di Lizzano. Si tratta di due parchi fotovoltaici con strutture fisse, cui è stato aggiunto un impianto minieolico costituito da 4 aereogeneratori da 25 chilowatt ciascuno; la quarta struttura è ubicata nel Comune di Maruggio. Costituito nell’aprile del 2008, il

impegnarci per poterci confermare partner affidabili dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, e guardiamo con particolare interesse all’avvio del settore delle Videolotterie e alla crescita e al completamento del gioco online», ha dichiarato Emilio Petrone, amministratore delegato dell’azienda italiana che ha inventato il mondo dei giochi a pronostico. Dal 1946, tramite il gioco e con una rete di 38 mila punti capillarmente distribuiti sul territorio nazionale, la Sisal genera risorse per lo sviluppo sociale e culturale del Paese. È oggi un Gruppo composto da diverse società: Sisal, Sisal Match Point, Sisal Slot, Sisal Bingo e Sisal Holding Finanziaria. La prima, in qualità di capogruppo, è attiva nel comparto dei giochi con SuperEnalotto e «Win for Life» e offre un’ampia gamma di servizi al cittadino. Sisal Match Point è attiva nel settore delle scommesse e distribuisce Tris, Totocalcio, Totogol, Big Match con circa 4 mila punti vendita - di cui 160 fra agenzie e negozi - operativa anche nei canali Internet e mobile; Sisal Match Point ha ampliato la propria offerta di gioco con Sisal Poker, il sito dedicato al poker on line; Sisal Slot è attiva nel settore degli apparecchi d’intrattenimento, con oltre 25 mila apparecchi collegati. Il Gruppo Sisal si completa con Sisal Bingo e la sua propria società finanziaria.

Ubicata nel Comune di Fragagnano in provincia di Taranto, a fine dicembre è entrata in attività la nuova centrale fotovoltaica di Acquacandida. Vi sono stati installati 3.564 moduli in silicio policristallino, ciascuno della potenza di 270 watt, montati su strutture fisse in acciaio e alluminio, progettate dal dipartimento di Ingegneria e Innovazione del Gruppo italo-spagnolo 9Ren. Composto di 3 inverter ad elevata efficienza, l’impianto genera, dal sole di Fragagnano, ogni anno energia elettrica equivalente al fabbisogno di circa 700 famiglie ed evita l’emissione di oltre 950 tonnellate di anidride carbonica. Finanziata dalla Leasint con un leasing immobiliare della durata di 18 anni, e facente parte della pipeline 9Ren che sta realizzando solo in Italia impianti per la produzione complessiva di 300 megawatt di elettricità, la

Fragagnano, elettricità dal sole per 700 famiglie

Gruppo 9Ren svolge attività principalmente di sviluppo, progettazione e realizzazione di impianti di energia rinnovabile; di esercizio, manutenzione e miglioramento delle prestazioni di impianti di terzi; di investimenti nella realizzazione di impianti propri. Le referenze del Gruppo includono impianti fotovoltaici per 100 megawatt, gran parte dei quali realizzati in Spagna, 175 solari termici e 170 mila metri quadrati di colLa centrale fotovoltaica di Acquacandida lettori solari. Il Gruppo possiede in Spagna e in Italia centrali fotovoltaiche per complessivi 21 megawatt, in grado di produrre ogni anno 24 gigawatt di energia elettrica; nonché 6 installazioni solari termiche che forniscono acqua calda e climatizzazione ad altrettante aziende. A poco più di un anno e mezzo dalla sua costituzione, il Gruppo ha già realizzato in Puglia 10 impianti fotovoltaici per un totale di 10 megawatt, cui si aggiunge quello minieolico da 100 chilowatt. Gli impianti sono ubicati nelle province di Taranto, Brindisi, Bari e Lecce.

Champagne Pommery: bollicine in crescita

dotto. Nonostante le ricerche di mercato abbiano registrato una sensibile frenata del prodotto sul mercato italiano, la Pommery Italia ha comunque avvertito una crescita anche con l’inserimento del marchio Pommery in oltre 1.500 nuovi punti vendita, risultato di una precisa strategia comOltre 300 mila bottiglie vendute per merciale finalizzata alla conquista del un giro di affari di 7 milioni di euro: canale tradizionale anche con l’escluquesti i risultati raggiunti dalla filiale siva di una nuova etichetta, quella del «Pommery italiana del Gruppo Noir». Lo Vranken-Pommery nel suo Champagne primo anno di attività diretPommery è ta in Italia. La filiale italiana oggi tra i prodi Champagne Pommery, dotti più venvoluta dal Gruppo francese duti nel merVranken-Pommery Monocato delle pole, è guidata dall’ammibollicine in nistratore delegato Ilario Italia, e ha già Iannone, affiancato da una gli obiettivi squadra composta da Mimper il 2010 e il ma Posca, Massimo Frabusiness plan schina, Martina Tomasig e per il prossida una capillare rete vendimo triennio, ta specializzata nelle «bolliche lo docine importanti». La Pomvrebbero mery Italia ha sede a Riverportare a raggaro in provincia di Piacengiungere una za. L’Italia è nel settore delposizione più lo champagne tra i primi strategica mercati di riferimento a liconferendo vello mondiale per le imIlario Iannone, amministratore delegato del Gruppo un ruolo istaportazioni, composto da Vranken-Pommery Monopole bile al marconsumatori affezionati e chio anche in attenti alla qualità del pro-

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In calo le vendite di macchine per movimento terra

La vendita in Italia di macchine per il movimento terra ha registrato nel 2009 un calo complessivo del 37 per cento rispetto al 2008: di fronte alle 23.393 macchine del 2008, ne sono state vendute in totale 14.732. Un passivo particolarmente pesante per un settore che, oltre alla crisi sul mercato nazionale, ha subito un crollo anche nelle esportazioni. La crisi economica, che ha investito anche i settori dell’edilizia e delle grandi opere, si è riflessa sul comparto delle macchine impiegate nei cantieri, nelle manutenzioni stradali, negli interventi di sistemazione territoriale. La vendita delle macchine tradizionali apripista, motolivellatrici, escavatori e pale - è diminuita del 31,4 per cento; quella delle macchine piccole miniescavatori, minipale compatte, gommate e cingolate - ha registrato un calo del 37,8; le terne del 48,4; i dumper del 54,6; i sollevatori telescopici del 40,3 per cento. Netta flessione anche per le macchine per i lavori stradali, come rulli compattatori, vibrofinitrici e martelli demolitori.

Ati: due parcheggi nella Reggia di Venaria Reale

L’Ati, di cui è capogruppo e mandatario l’Ai Engineering, si è aggiudicata l’appalto per la progettazione di due parcheggi nel complesso della Reggia di Venaria Reale. Le aree in oggetto sono comprese in un contesto di grande pregio architettonico e naturalistico-paesaggistico, antistanti il torrente Ceronda presso la Reggia. La realizzazione è in linea con l’Accordo di programma quadro siglato nel settembre del 1999 Lavori nella Reggia di Venaria Reale tra il Ministero dei Beni e le Attività Culturali, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, i Comuni di Torino, Venaria e Druento al fine di creare nel complesso della Reggia-Mandria - inserito nel circuito delle Residenze Sabaude - un grande centro di cultura europea di interesse internazionale. L’Ai Engineering s.r.l. e l’Ai Studio, con sede a Torino, ope-

rano da anni come un’unica entità nel campo dell’ingegneria, sviluppando specifiche competenze in campo architettonico, edilizio, strutturale, impiantistico, ambientale, infrastrutturale e nei servizi di ingegneria integrata. Hanno realizzato opere di urbanizzazione e stradali connesse, come quelle a servizio del nuovo palazzo per uffici della Regione Piemonte o del nuovo Stadio a Torino, degli interporti di Novara-Boschetto e di Torino-Orbassano, nonché interventi di recupero di beni architettonici e ambientali tra cui la stessa Reggia di Venaria Reale e il Borgo Castello, il Castello di Rivoli a Torino e il Forte di Bard ad Aosta. Fer. Bru.

In etrusco figlio si dice «clan», piatto «spanti» e no «ein»: esce la nuova edizione del Thesaurus Linguae Etruscae, che contiene 13 mila voci, per lo più nomi di persona e termini tratti dal lessico funerario e sacro. Grazie ai rinnovati studi è stato possibile sciogliere dei nodi cruciali nella comprensione dell’etrusco, dalla struttura alla pronuncia. Agli 8 mila lemmi pubblicati nella prima edizione del 1978, curata da Massimo Pallottino, padre degli etruscologi italiani, se ne sono aggiunti 5 mila nella seconda edizione, curata con un nuovo metodo critico da Enrico Benelli, ricercatore dell’Iscima, l’Istituto di studi sulle civiltà del Mediterraneo Antico del Cnr. Le nuove acquisizioni si devono al fatto che gli studi sono aumentati e si sono estesi anche territorialmente interessando non solo l’Etruria settentrionale, cioè Grosseto, Arezzo, Siena e Perugia, ma anche meridionale, ossia il Viterbese e parte dell’Umbria.

Un dizionario della lingua etrusca per capir meglio l’Italia

RETROSPECCHIO

Aperto a Seul un nuovo Natuzzi Store, il terzo
Il Gruppo Natuzzi, azienda italiana che opera nel settore dell’arredamento e tra le prime nel mondo nel settore dei divani in pelle, ha aperto un Natuzzi Store a Seul. È il primo negozio monomarca nella Corea del Sud, e rappresenta un significativo passo nel programma di espansione del Gruppo Natuzzi previsto per il 2010. Il punto vendita si trova in Nonhyun-Dongnel Street, detta anche Furniture Street, luogo nel quale si possono visitare i più noti negozi di arredamento di Seul. Elegante e accogliente, il primo Natuzzi Store sudcoreano si sviluppa su una superficie totale di 635 metri quadrati, articolati in tre livelli collegati da una scala interna caratterizzata da pareti luminose che guidano i clienti alla scoperta dei prodotti Natuzzi. Gli elementi architettonici che compongono lo spazio espositivo sono in armonia con divani, poltrone, mobili e accessori e mettono in risalto l’offerta totale del

Il nuovo Natuzzi Store di Seul

Tv solari per mostrare i Mondiali agli africani

mettersi i biglietti per i Mondiali, intendiamo favorire la visione delle gare con le nostre stazioni tv solari: nello stesso tempo potremo far conoscere le molteplici applicazioni dell’e-

brand Natuzzi. Sviluppate su due livelli, le vetrine conferiscono un ulteriore tocco di classe ed eleganza. All’interno la Natuzzi presenta ai clienti la propria collezione. Il pubblico coreano troverà una vasta gamma di divani e poltrone in pelle, in tessuto e in microfibra, ma anche una linea esclusiva di complementi d’arredo. Tutto all’insegna del comfort, dello

Composto da 12 pannelli solari, una batteria, un televisore dotato di parabola satellitare e un lettore dvd, alimentato dall’energia prodotta dal sole, il Sun-Tv è un dispositivo che farà funzionare l’apparecchio tv ma alimenterà anche 12 computer portatili e illuminerà i locali per gli allenamenti di calcio. Il dispositivo è stato donato dalla Solar World al primo dei 20 «Football for Hope Center» nato nella comunità di Khayelitsha, a Città del Capo in Sudafrica, nell’ambito di un’iniziativa promossa dalla Street Football World in cooperazione con la Fifa. Una volta in funzione, l’apparecchio avrà una potenza di picco di 2,64 kilowatt e produrrà circa 4.400 kilowattora all’anno. «In quei Centri i giovani avranno la possibilità di giocare a calcio e di seguire le partite dei Campionati mondiali, ma soprattutto di migliorare la propria istruzione, al di là della pratica sportiva–ha spiegato Gregor Küpper, responsabile della Solar World Africa–. Il calcio è un gioco capace di abbattere le barriere tra i popoli; poiché molti africani non potranno per-

Il Sun-Tv della Solar World

nergia fotovoltaica». Da tempo impegnata in Africa in progetti di sviluppo sociale, la Solar World intende installare dispositivi Sun-Tv nell’Africa meridionale. I Football for Hope Center diffondono istruzione e alfabetizzazione; forniscono conoscenze essenziali su virus Hiv, parità di diritti, integrazione di persone affette da handicap mentali; rientrano nel programma «20 Centri per il 2010» che ne prevede la costruzione in varie parti dell’Africa. Operante nelle tecnologie di alta qualità per la produzione di energia solare, il Gruppo Solar World è impegnato ad ogni livello nel campo dell’energia solare e svolge tutte le relative attività, dalla produzione della materia prima, il silicio, al riciclo dei moduli fotovoltaici usati. È presente in tutti i mercati internazionali interessati allo sviluppo dell’energia solare, con una produzione riguardante in particolare la Germania e gli Stati Uniti. I suoi siti produttivi maggiori sono a Freiberg in Sassonia e ad Hillsboro negli Usa, la sede centrale è a Bonn. Oltre alla vendita di sistemi solari chiavi in mano e di moduli solari per il commercio, l’attività centrale è la distribuzione di wafer di silicio all’industria di celle fotovoltaiche. Il Gruppo, che conta 2.700 dipendenti nel mondo, commercializza anche apparecchi per la produzione autonoma di energia solare. Fer. Bru.

stile, della qualità e della ricercatezza distintive del made in Italy. Pasquale Natuzzi, presidente e stilista del Gruppo, ha spiegato: «Seul è una metropoli in continua trasformazione, una città internazionale situata in un luogo strategico per tutto il Sud Est asiatico. Sappiamo quanto sia apprezzato il made in Italy in quell’area e quanto sia stimata la qualità, l’eleganza e la raffinatezza dei nostri prodotti. Il Gruppo Natuzzi ha pianificato un progetto di sviluppo molto consistente per tutta l’Asia; questo mercato è per noi di notevole importanza». Per il 2010 il Gruppo ha programmato nuove aperture, a Pechino, Ningbo in Cina e Singapore. Il Natuzzi Store si è aggiunto alle due Natuzzi Gallery già presenti nella capitale coreana, inaugurate rispettivamente nel 2006 e nel 2007. Oggi i Natuzzi Store nel mondo sono 298; le Natuzzi Gallery, aperte in partnership con i principali department store sono 437. Fer. Bru.

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tistica. Le consegne sono cominciate lo scorso novembre e andranno avanti fino al prossimo settembre. Con 40 mila unità già acquistate dal 2004 per l’impiego su veicoli quali i carri armati Abrams, i veicoli da combattimento Bradley, gli Stryker, i veicoli protetti anti-imboscate resistenti alle mine, i veicoli anfibi d’assalto e i veicoli multiuso gommati ad alta mobilità, i DVE realizzati dalla DRS utilizzano tecnologie avanzate per immagini a infrarossi in grado di aiutare le manovre in condizioni di scarsa visibilità di notte o a causa di fumo, nebbia, sabbia o altri agenti oscuranti del campo di battaglia. Le unità forniscono un quadro avanzato della situazione aiutando a rilevare, evitare e neutralizzare le potenziali minacce.

DRS Technologies: 100 milioni di dollari per vedere di notte

Ibm: miliardi di file reperibili in un unico spazio
L’Ibm ha realizzato un unico raccoglitore virtuale per archiviare miliardi di file, il BM Scale Out Network Attached Storage (Sonas), che fornisce accesso alle informazioni in ogni luogo e momento. Quando un dispositivo tradizionale collegato alla rete ha raggiunto il limite di capacità, i tecnici devono aggiungere un altro dispositivo, finendo per creare isole di dati che, nel tempo, sono sempre più difficili da localizzare e da gestire; il Sonas vuole essere la risposta a questi problemi. Usando una tecnologia massivamente scalabile (fino a 14,4 petabyte in un unico sistema), esso offre la possibilità di aggiungere capacità di archiviazione addizionale in un unico ambiente a gestione unificata, basato su una potente tecnologia automatizzata in grado di eseguire la scansione di oltre un miliardo di oggetti nel giro di pochi minuti, ed effettuare lo spostamento periodico dei file in base a regole prestabilite come la loro importanza per l’azienda, il reparto di appartenenza o la frequenza di accesso. La stessa Unione Europea ha inserito tra gli obiettivi principali l’idrovia Milano-Cremona-Mantova-mare nella Rete Transeuropea dei Trasporti. Sotto il profilo della tipologia delle merci, la Lombardia, l’Emilia e il Veneto esprimono un’elevata domanda di trasporto di containers, che si adatta particolarmente alla via fluvio-marittima. Non manca l’esperienza concreta. Su un’idea originaria dell’Interporto di Rovigo, alla quale ha aderito il Porto di Venezia in collaborazione con soggetti privati, è nato il progetto per la realizzazione di un terminal merci relativo allo scarico di navi ad elevato pescaggio, al largo della costa di Porto Levante. L’idea del «porto a mare» è nata per servire una vasta area padana compresa tra Mantova e Rovigo utilizzando modalità fluvio-marittima e rendendo il trasporto merci economico, con valenza ambientale; quindi per attivare una rete di collegamenti commerciali e attirare sul terminal rotte di navi che si dirigono oggi verso l’alto Adriatico, in porti a bassi fondali, con benefici sull’intero sistema portuale e interportuale marittimo di Emilia, Veneto e Friuli. Il terminal ha la funzione di luogo di sbarco e di imbarco di merci dirette verso le grandi rotte di tutto il sistema intermodale.

Società del Gruppo Finmeccanica da 40 anni al servizio del settore della difesa per la fornitura di prodotti integrati, servizi e assistenza alle Forze armate, ai reparti di intelligence e ai prime contractor diretti di tutto il mondo, la DRS Technologies ha raggiunto i 100 milioni di dollari di ordinativi provenienti dal settore militare statunitense per i Driver’s Vision Enhancers a infrarossi. Gli ordini giungono nell’ambito di un contratto «Family of Systems» assegnato nel settembre del 2009 dall’Army Communications and Electronics Command di Fort Monmouth, New Jersey, e relativo agli ordini di Esercito, Marina, Marines, Aeronautica e Comando Operazioni Speciali. Tra i prodotti ordinati figurano sistemi DVE completi per veicoli ruotati tattici e da combattimento, nonché kit per i ricambi, moduli per sensori, La sede della DRS Technologies a Parsippany, Usa display e altra componen-

Un Terminal nel Porto Levante come idrovia del Nord-Est

Il ricorso al trasporto merci via acqua consente un abbattimento dei costi, a vantaggio del sistema produttivo, della gestione delle aziende, della competitività, dell’apertura di nuovi mercati e della sostenibilità. Un’esperienza particolare è quella proposta nel Nord Est italiano: la Consvipo, la Regione Veneto e l’Unione di Navigazione Interna Italiana hanno presentato il progetto per la realizzazione di un terminal merci al largo della costa di Porto Levante, infrastruttura che darebbe un contributo estremamente

rilevante per l’economia del nord Italia e dell’Europa centrale. L’obiettivo è quello di rafforzare il sistema di trasporto idroviario, aumentare il ricorso alle vie d’acqua come strade naturali di traffici e togliere dalle strade il numero esorbitante di mezzi, con effetti positivi sul traffico, sull’affidabilità del trasporto, sui costi di produzione, sulla qualità ambientale. Il trasporto idroviario nel Nord Italia è innegabilmente una soluzione: l’asse trasversale Est-Ovest della pianura padana, interconnesso alle aree metropolitane di Torino, Milano e del Veneto, è fra i più congestionati in Europa e presenta le maggiori difficoltà per carenza di strutture logistiche, per i bassi livelli di affidabilità ferroviaria, stradale e autostradale, per l’elevata curva di incidenti stradali e per l’impatto sull’ambiente e sui consumi energetici.

Valle La Bagliona a Porto Levante (Porto Viro, Rovigo), l’osservatorio, il mare Adriatico a sinistra, la laguna a destra

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Produttrice su scala mondiale di moduli fotovoltaici a film sottile per l’integrazione architettonica e per le coperture commerciali e industriali, distribuiti nel mercato dalla controllata United Solar Ovonic con il marchio Uni-Solar, la multinazionale americana Energy Conversion Devices ha annunciato l’insediamento di uno stabilimento in Francia con una capacità produttiva di 30 megawatt. L’azienda ha avviato il processo di selezione dei siti, concentrandosi nella regione dell’Alsazia. Mark Morelli, presidente e direttore generale della società, spiega: «In Francia il mercato dell’energia solare sta crescendo rapidamente e si sta sviluppando una forte coscienza sociale a tutela e rispetto dell’ambiente». E aggiunge: «Dal punto di vista estetico il nostro prodotto rispetta l’eredità culturale francese, inserendosi armoniosamente nell’architettura degli edifici. Siamo felici che la Francia continui ad esercitare la propria influenza per evitare la bolla speculativa cui abbiamo assistito in passato in altri mercati dell’energia solare». I moduli fotovoltaici della

Energy Conversion Devices: energia solare per la Francia

Energy Conversion Devices convertono la luce del sole in energia mediante una tecnologia brevettata di cui la compagnia è proprietaria, che facilita la flessibilità e l’installazione e garantisce produzione di energia ad alte temperature e basso irraggiamento. In Italia i prodotti Uni-Solar sono disponibili attraverso la filiale italiana di United Solar Ovonic, multinazionale americana del Gruppo ECD, e sono offerte in soluzioni BIPV da una rete di partner.

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Telespazio: ancora satelliti Eutelsat per le notizie Rai

Mark Morelli, presidente e direttore generale dell’Energy Conversion Devices

La società Telespazio ha rinnovato il contratto di locazione di due satelliti gestiti dall’Eutelsat Communication per contributi video e trasmissioni Rai. Due transponder a 72 megahertz sono stati noleggiati per un periodo pluriennale al fine di fornire copertura in Italia per la raccolta di notizie nazionali e per la loro diffusione in ausilio alle esigenze della televisione pubblica. L’Eutelsat Communications è la holding dell’Eutelsat S.A; con sede centrale a Parigi e uno staff di 610 persone tra esperti commerciali, tecnici e personale operativo provenienti da 28 Paesi, grazie a 27 satelliti che forniscono copertura in Europa, Medio Oriente, Africa, India e in molte parti dell’Asia e delle Americhe, è uno dei tre maggiori operatori satellitari nel mondo per fatturato. Al 30 settembre 2009 la flotta satellitare Eutelsat trasmetteva quasi 3.300 canali televisivi e 1.100 stazioni radio. La Skylogic Italia, controllata italiana di Eutelsat, commercializza e gestisce servizi a banda larga attraverso piattaforme multimediali in Francia e Italia, servendo Europa, Africa, Asia e Americhe. Massimo Mondini, l’assessore al Turismo della Regione Lazio Claudio Mancini; gli assessori della Provincia di Roma ai Trasporti, al Turismo e al Bilancio; il consigliere provinciale Emiliano Minnucci; il direttore dell’AT Lazio Bruno Manzi; il presidente del Parco naturale regionale di Bracciano-Martignano Cesare Bassanelli. Tra gli altri, a fare gli onori di casa il presidente del Consorzio del Lago di Bracciano, Rolando Luciani, e gli assessori e consiglieri delegati al Turismo dei tre Comuni del Lago, Rinaldo Borzetti (Bracciano), Carlo Franchini (Trevignano Romano) e Augusto Giontella (Anguillara Sabazia), insieme al Colonnello Alessandro Gresta, comandante dell’Aeroporto Militare di Vigna di Valle.

Destinazione Lago di Bracciano: è il nuovo biglietto da visita del territorio sabatino, ora che le istituzioni scendono in campo per promuovere le attrattive turistiche del Lago di Bracciano, nell’area a nord di Roma. L’iniziativa è promossa dal Consorzio Lago di Bracciano, dai Comuni di Anguillara Sabazia, Bracciano e Trevignano Romano, dall’Ente Parco Regionale di Bracciano-Martignano e dal Museo Storico dell’Aeronautica

Istituzionalmente, destinazione Lago di Bracciano

Militare di Vigna di Valle. Insieme hanno promosso una pubblicazione, prima presentazione dell’offerta turistica dell’intera area sabatina, sostenuta da tutte le istituzioni locali, un progetto ambizioso arricchito dalla brochure multilingue dal titolo «Sette itinerari alla scoperta del territorio sabatino: ambiente, paesaggio, storia e attività di una terra meravigliosa». La pubblicazione propone itinerari per ammirare le bellezze artistiche, naturalistiche, storico-archeologiche e architettoniche del Lago e conoscere le tradizioni enogastronomiche e i prodotti tipici. Si uniscono all’iniziativa, partecipando anche alla sua presentazione nel Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle diretto dal Tenente Colonnello

Il lago di Bracciano dal Castello Orsini Odescalchi

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Componente essenziale della giurisdizione che trova una giustificazione sostanziale nel fatto che i principi fondamentali della stessa vengono attuati con il suo concorso decisivo, l’Avvocatura italiana rivendica il riconoscimento ufficiale di questa sua nobilissima funzione. Promossa dall’avv. Maurizio de Tilla, presidente dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, si è svolta a Roma nell’Hotel Hilton, il 20 e il 21 novembre scorso, un’affollatissima Conferenza Nazionale della categoria, nel corso della quale sono stati dibattuti a fondo questo ed altri temi, esigenze ed emergenze di grande attualità, al centro di accesi dibattiti in sede politica e parlamentare e in tutto il Paese. La Conferenza ha visto una nutrita partecipazione di politici oltreché di avvocati e magistrati, ed ha avuto un’ampia risonanza attraverso la stampa. Ora la Ciuffa Editore pubblica un nuovo libro, «L’Avvocatura soggetto costituzionale nella giurisdizione», che raccoglie gli atti dell’eloquente sessione. «L’Avvocatura entra a pieno

OUA: all’Avvocatura pari dignità con la Magistratura

titolo nel processo attuativo dei principi costituzionali, acquistando la veste di protagonista del processo e, quindi, uno specifico rilievo istituzionale–spiega in esso il presiden-

Ania: La scuola ti guida e ti insegna a guidare bene
Nel 2008, su 4.731 morti per incidente stradale, si sono registrate 449 vittime di età compresa tra 15 e 20 anni, pari al 9,4 per cento del totale dei morti. La Fondazione Ania per la Sicurezza Stradale, in collaborazione con l’Aiscat ed Autostrade per l’Italia, entra negli istituti scolastici con il progetto «La scuola ti guida», un tour itinerante voluto per avviare gli studenti delle scuole medie superiori verso comportamenti di guida corretti e responsabili. L’iniziativa si compone di una sessione teorica di sicurezza stradale, rivolta principalmente agli alunni delle prime classi che devono conseguire il patentino per il ciclomotore, e di prove su simulatori di guida sicura,

dedicate agli studenti delle quarte e delle quinte superiori che si apprestano ad affrontare gli esami per la patente B. Nella prima scuola, per i ragazzi del primo anno la Fondazione ha tenuto un corso teorico di sicurezza stradale; i giovani hanno ricevuto un cd-rom che consente di prepararsi al meglio per conseguire il certificato di idoneità per la guida del ciclomotore accedendo gratuitamente all’esame. Durante le sessioni teoriche gli studenti sono stati anche sensibilizzati sui rischi della guida in stato di ebbrezza e sulla pratica del guidatore designato o «Bob», ovvero colui che non beve per accompagnare a casa gli amici in piena sicurezza. Invece gli studenti di quarta e quinta superiore, dopo una breve lezione teorica, si sono cimentati al volante dei simulatori di guida della Fondazione Ania.
Uno dei camion impiegati dall’Ania in una campagna di sensibilizzazione

te de Tilla–. Se è vero che il processo risulta essere la sede dell’esercizio della funzione giurisdizionale, è innegabile che la rilevanza costituzionale di quest’ultima debba estendersi a tutti i soggetti che ad esso partecipano da protagonisti: non solo, quindi, alla magistratura, ma anche all’Avvocatura, coerentemente con quanto stabilito dall’articolo 24 della Costituzione. La magistratura e l’Avvocatura sono, con pari dignità, le componenti della giurisdizione». Nei due ruoli distinti l’ordine giudiziario è, infatti, autonomo e indipendente da ogni potere e l’Avvocatura è libera e indipendente, cosicché la difesa assume una funzione indeclinabile in ogni procedimento giudiziario. «Pari rilevanza costituzionale dei soggetti della giurisdizione vuol dire operare un bilanciamento all’interno di tale assetto, che si presenta come garanzia di neutralizzazione delle possibili distorsioni e degenerazioni–aggiunge il presidente de Tilla–. L’avvocato nel processo diventa il depositario e l’affidatario della quota di sovranità appartenente alle parti processuali che non possono restare nella totale disponibilità del giudi-

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Roma. L’ospedale militare Celio cura anche pazienti civili
Una convenzione, epilogo di un consolidato rapporto interistituzionale tra il Sistema Sanitario Regionale e quello militare, prevede che i pazienti ricoverati nell’Ospedale San Giovanni-Addolorata possano essere trasferiti al Policlinico del Celio per il proseguimento delle cure nel rispetto dei trattamenti clinico-assistenziali. I settori su cui convergerà l’attenzione delle due istituzioni sono l’emergenza e la telemedicina, ambiti in cui il complesso ospedaliero ha sviluppato esperienza anche con la sperimentazione, assieme ad altri ospedali romani, del sistema Infarto-net. Recenti sono i collegamenti tra il San Giovanni e l’Arusha in Tanzania per i referti di elettrocardiogrammi di pazienti con patologie cardiologiche, e tra il Policlinico del Celio e il Villaggio Italia nel Kossovo per approfondire, via satellite, il tema dell’emissione di referti relativi ad immagini radiologi-

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A Castellanza, in provincia di Varese, nasce la prima «fabbrica simulata» italiana, la Kart Factory. Sviluppata dalla Jmac in collaborazione con il CerTo, ente specializzato nella certificazione dei Sistemi di Gestione, la Liuc, Libera Università Carlo Cattaneo di Castellanza e il MIP, ossia la Business School del Politecnico di Milano, la Kart Factory è la riproduzione di un vero e proprio ambiente industriale, uno spazio protetto destinato alla formazione avanzata di manager e imprenditori in tema di «Lean Production», ossia «produzione snella», filosofia industriale ispirata al Toyota Production System, che mira a minimizzare gli sprechi fino ad annullarli. La nuova fabbrica vuole costituire una palestra in cui si studia la filosofia Lean e si sperimentano gli strumenti e le metodologie volti allo snellimento dei processi produttivi, attraverso un’esperienza reale di ottimizzazione dei risultati

Kart Factory: a scuola di produzione snella per risparmiare

per un risparmio visibile e quantificabile di tempo e risorse. Molti sono oggi i corsi che si avvalgono di giochi di ruolo e di simulazioni per illustrare le difficoltà che rendono non efficienti in termini di tempo e costi le fasi di produzione industriale, ma qui sono veri i «kart» che si costruiscono sulle linee dedicate, vere le strumentazioni che si usano per bilanciare le fasi produttive ed assemblare in modo corretto le varie parti dei veicoli, vere le discussioni e il confronto tesi a progettare nuove soluzioni, prevedere e risolvere problemi, mentre cruciale è l’assetto del lavoro di squadra.

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Gli agricoltori Cia avvertono: attenzione ai cibi contraffatti

Attività di gruppo all’interno della nuova Kart Factory di Castellanza

Opera di Roma: previsto un utile di 26 mila euro

Sono previste in 62 milioni 416 mila euro le entrate del Teatro dell’Opera di Roma per l’anno 2010, mentre i costi, le spese e gli oneri della produzione sono calcolati in 61 milioni 483 mila euro. Pertanto, al netto degli oneri finanziari e delle imposte, l’utile dell’esercizio ammonterà a 26 mila euro. Queste sono le cifre indicate nel bilancio di previsione approvato dal Consiglio di amministrazione del Teatro, che ha calcolato i ricavi e i proventi sia Il Teatro dell’Opera di Roma della programmazione artistica inerente alla stagione 2010, sia quelli derivanti degli spettacoli del mese di dicembre della stagione 2010-2011. Gli amministratori dell’Opera puntano a raggiungere un sostanziale equilibrio economico. In particolare, prevedono un aumento del gettito delle sponsorizzazioni rispetto a quello registrato nel 2009, complessivamente 3 milioni 583 mila euro; previsioni soddisfacenti anche per

la vendita dei biglietti, che dovrebbe fruttare 8 milioni 299 mila euro. Questo ottimismo sarebbe basato sulle aspettative connesse, annuncia un un comunicato, al più elevato livello qualitativo della produzione artistica del 2010 rispetto a quella dello scorso anno, sulla quale comunque dovrà pronunciarsi il pubblico pagante. Anche per quanto riguarda i tagli alle spese, gli amministratori ostentano sicurezza: «L’attesa riduzione dei costi, fissi e variabili, deriva dall’adozione di politiche gestionali orientate all’efficienza», affermano. Con tali prospettive ritengono che il bilancio previsionale 2010 sia una premessa fondamentale per il rilancio del Teatro dell’Opera.

La Confederazione Italiana Agricoltori lancia l’allarme: molti prodotti non sono sicuri, sono contaminati da elementi nocivi alla salute, vengono spacciati per italiani, l’etichetta è un rebus, manca sempre la scadenza. Sono triplicati i sequestri da parte delle autorità competenti. Ogni anno entrano in Italia prodotti alimentari clandestini e pericolosi per oltre 2 miliardi di euro, poco meno del 5 per cento della produzione agricola nazionale. I cibi più colpiti dalle sofisticazioni sono i sughi pronti, i pomodori in scatola, il caffè, la pasta, l’olio di oliva, la mozzarella, i formaggi, le conserve alimentari. L’allarme maggiore è per ciò che viene dalla Cina, nonostante il calo delle esportazioni «ufficiali» in Italia nel 2009. Secondo la Cia, occorrono strumenti diversificati: rapporti bilaterali con i Paesi partner, sinergie di sistema tra produttori e distributori, rafforzamento della tutela legale contro i fenomeni dell’agropirateria.

L’AgustaWestland si è aggiudicata commesse per un importo totale di oltre 130 milioni di euro nel corso del Salone Heli-Expo 2010 svoltosi a Houston dal 21 al 23 febbraio. La società elicotteristica ha venduto dieci AW139 all’Era Helicopters e quattro AW139 al Bristow Group per l’assistenza alle attività dell'industria petrolifera; quattro elicotteri - due AW119Ke, un Grand e un AW139 all’Esperia Aviation Services e due Grand New alla Vinair Aeroserviços per il trasporto aziendale; quindi un AW109 Power alla compagnia giapponese Kaigai Aviotech. Inoltre, un Grand New è stato acquistato dal primatista Scott Kasprowicz deciso a stabilire un nuovo record di velocità per il giro del mondo a bordo del proprio elicottero AgustaWestland. I contratti siglati durante la manifestazione, riguardanti elicotteri ad usi commerciali AgustaWestland nelle classi monoturbina, biturbina leggeri e biturbina medi, confermano come una delle più competitive nel mercato mondiale la gamma dei prodotti firmati AgustaWestland.

AgustaWestland: commesse per oltre 130 milioni di euro

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ell’ultimo mese la Regione LaREGIONE LAZIO zio ha dato il via a varie azioni mirate a promuovere l’attività agricola e a rafforzare la tutela del territorio e della qualità della vita dei cittadini. L’Assessorato regionale all’Agricoltura ha erogato un contributo pubblico di 73 milioni di euro per 25 Progetti integrati di filiera nelle 5 province per un investimento complessivo di oltre 157 milioni di euro. A beneficiarne oltre 1.655 aziende agricole e altri soggetti operanti nella trasformazione e distribuzione delle produzioni agricole, di frutta a guscio, vitivinicola, olivicola, cerealicola, lattiero-casearia, foreiniziativa punta sta-legno, funghi e piccoli frutti. Si comincia con i nullaosta ai primi 4 a soddisfare la voglia progetti di filiera, di cui tre nel territodi natura e di campagna rio di Roma relativi a carne e latte, e uno nel Viterbese sui cereali. Sostegni che sembra stia che coinvolgono 30 aziende di trasforcrescendo tra i cittadini; mazione. I Progetti finanziano non solo gli agricoltori ma l'intera lavorazione l’orto garantisce migliore che porta al consumatore un prodotto qualità di vita e agricolo. Nel programma di sviluppo rurale la Regione Lazio ha affiancato di alimentazione; avere oltre 100 tutor che hanno aiutato le imun orto significa spendere prese ad elaborare master plan e progetti. Un tutoraggio che dà qualità. meno e usufruire La Progettazione integrata di filiera di un ulteriore incentivo permette la realizzazione di interventi che coinvolgano una molteplicità di per affrontare la crisi operatori pubblici e privati dei comparti agricolo, agroalimentare e dei servizi connessi, operanti nei diversi segmenti lità di vita e di alimentazione e risponde di una filiera produttiva e che, attraver- anche al bisogno di aggregazione; posso una strategia di sviluppo comune, sedere un orto significa spendere meno persegue l’obiettivo di migliorare l’effi- ed è un ulteriore incentivo nella crisi cacia degli interventi e di aumentare il che stiamo vivendo. rendimento dell’investimento pubblico. I primi due ettari, che saranno suddiAltro intervento dell’Assessorato al- visi in appezzamenti di circa 70 metri l’Agricoltura: la messa di quasi 300 orti quadrati ciascuno, si trovano all’interno biologici a disposizione dei cittadini ro- del monumento naturale Quarto degli mani che vorranno trascorrere il proprio Ebrei-Tenuta di Mazzalupetto, nel quatempo libero coltivando la terra, nel drante nord della Capitale. Ma l’intento cuore della capitale. È l’obiettivo del è quello di allargare l’iniziativa in altre protocollo d’intesa siglato da Regione zone di Roma e di estenderla ai parchi Lazio, Arsial, Roma Natura - ente re- della capitale. Il comodato avrà una dugionale per la gestione delle aree natu- rata di 8 anni (con un contratto 4+4) e rali protette nel Comune di Roma -, Le- permetterà agli ortisti di coltivare qualgambiente e l’associazione Acqua Sole siasi prodotto alimentare in sintonia con Terra per concedere in comodato d’uso gratuito due ettari di proprietà dell’Arsial, all’interno delle aree protette di Roma, ai romani che faranno richiesta, secondo requisiti indicati nel bando che sarà pubblicato in primavera. I requisiti saranno relativi soprattutto alle fasce d’età, alla residenza nel Comune di Roma, al reddito e al nucleo familiare. L’idea, lanciata dalla Legambiente e dall’Associazione Acqua Sole Terra, punta a soddisfare la voglia di natura e di campagna che sembra stia crescendo tra i cittadini; l’orto Nel Lazio cresce l’interesse per l’agricoltura garantisce una migliore qua-

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Concessi due ettari in comodato per 8 anni a cittadini per crearvi 300 orticelli privati

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le regole del biologico e senza l’uso di pesticidi. Secondo il commissario dell’Arsial Massimo Pallottini la vocazione dell’ente è concedere terreni in comodato ai cittadini per tutelare la salute delle persone e la salubrità delle terre. Per la Legambiente è simbolico partire dagli immensi spazi agricoli all’interno delle aree protette della campagna romana per rilanciare un’agricoltura di qualità, gestita direttamente dal cittadino, con un obiettivo anche educativo e come risposta al desiderio sempre più diffuso di sapere cosa si mangia. L’azione della Regione si è anche rivolta alla tutela dell’ambiente. All’inizio di febbraio è stato presentato uno strumento per misurare l’inquinamento atmosferico e un sito web nel quale i cittadini possono leggere i livelli di smog. Il modello, sviluppato dall’Arpa Lazio, permette di conoscere in anticipo eventuali problemi ambientali, permettendo alle Amministrazioni di prendere subito le contromisure. Le simulazioni sono costituite da tre insiemi di previsioni: la prima dedicata all’intero territorio regionale, un’altra alla zona di Roma e dintorni, e l’ultima all’area di Frosinone. La Regione Lazio è fra le prime a dotarsi di uno strumento simile. Il sistema analizza dati in tutta la Regione, con particolare attenzione alle due aree critiche individuate dal Piano regionale di qualità dell’aria. L’Arpa Lazio potrà comunicare il rischio di sfondamento dei limiti di inquinamento imposti dalle direttive europee ai Comuni, che potranno provvedere in maniera tempestiva ed efficace. Il modello si basa su 4 fonti di informazione: la situazione meteo del Lazio e dell’Italia Centrale, le previsioni a grande scala derivanti da modelli ad area limitata, le previsioni sulla dispersione degli inquinanti, sul trasporto di particolato a grande distanza e sulle numerose reazioni chimiche e fotochimiche, l’evoluzione delle sorgenti di emissione di inquinanti presenti. Infine la Regione Lazio ha stanziato fondi fino a 4 milioni 900 mila euro per le spese di gestione delle 22 Comunità montane del Lazio e per la Comunità dell’arcipelago delle isole ponziane. «Siamo soddisfatti perché il nostro lavoro è stato sempre rivolto a valorizzare il ruolo delle Comunità montane nel territorio regionale. Nel 2009 sono stati già stanziati oltre un milione e mezzo di euro in più rispetto al passato, ai quali si aggiungono due milioni di euro che portano a poco meno di cinque milioni i fondi per il 2010. Secondo la Regione Lazio, le Comunità montane devono diventare nel territorio per i cittadini e le attività produttive punti di riferimento per lo sviluppo sociale ed economico della regione, e inoltre punto di forza della crescita.

ETICA BANCARIA: FORSE
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DI

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UNA SCATOLA VUOTA CHE TRASCURA IL CLIENTE
igliaia di utenti si sono visti bloccare la propria carta di credito. Improvvisamente, senza alcun preavviso e proprio verso metà dicembre, quando erano ormai imminenti le consuete spese natalizie o le vacanze all’estero. Sconcerto e preoccupazione tra i clienti che si sono visti rifiutare inspiegabilmente la carta. La causa di tutti questi disagi sembra riconducibile a una megatruffa internazionale che si è consumata lontano dal nostro Paese: le autorità spagnole hanno infatti scoperto il più grande furto di dati sensibili della storia con il conseguente rischio di clonazione per centinaia di migliaia di carte di credito e bancomat di cittadini europei che, nel corso del 2009, hanno fatto un viaggio in Spagna. Addirittura in Germania sono state bloccate più di centomila carte a scopo precauzionale ed è stato così anche in altre parti d’Europa. In Italia l’allarme, in un primo momento solo molto blando, è arrivato con tutto il suo fragore verso gennaio, tanto che anche le nostre banche hanno provveduto a rendere inutilizzabili le carte di chi è passato per la Spagna. Ma con notevoli problemi per gli utenti. Molti istituti di credito hanno, infatti, «dimenticato» di avvisare il cliente prima di interrompere il servizio: così, in modo del tutto inaspettato, i titolari delle carte si sono visti catapultare nella situazione di grave disagio di non poter effettuare pagamenti, anche perché non c’è stata alcuna notizia da parte degli organi di informazione che potesse costituire per essi un campanello d’allarme. Al di là della truffa, che si ricorderà come una tra le più gravi, quello che balza agli occhi è la trascuratezza con la quale ha operato il mondo bancario. Ma da ogni storia, anche da quelle tristi come questa, vale la pena di trarre una morale. Per prima cosa va sottolineata l’amara considerazione per la quale le carte di credito non sono così sicure come vorrebbero farci credere: ad oltre un anno di distanza sembra, infatti, che non sia ancora chiaro se la truffa sia opera dell’iniziativa di un dipendente infedele di una banca (e di sicuro non lo diranno mai) o dell’azione di abili hacker informatici. In entrambi i casi, perché sono i clienti a dover pagare l’inefficienza del sistema che mette in circolazione carte di credito poco sicure e poi non sa rimediare ai disagi causati alla clientela? In secondo luogo appare chiaro, nonostante gli spot pubblicitari, che le banche - sono proprio gli istituti di credito i responsabili dell’emissione delle carte di credito - non mettono i clienti al centro, ma si preoccupano solo del proprio interesse: perché ad oltre un anno dalle prime notizie non si è fatto alcuno sforzo informativo per diffondere notizie tempestive sulla situazione in atto? È davvero impensabile che nel nostro mercato una banca (ma anche un produttore di automobili difettose o una compagnia telefonica) acquisti spontaneamente una pagina di giornale per avvisare i clienti ed evitar loro qualche disagio? Se a ciò aggiungiamo il fatto che, se si volesse scrivere una raccomandata alla Visa, all’American Express, alla Mastercard) si scoprirebbe che la maggior parte di esse non ha una sede legale (e cioè un indirizzo postale) in Italia, viene da chiedersi se l’etica e la tanto sbandierata responsabilità sociale di impresa non siano semplicemente delle scatole vuote. La constatazione più amara riguarda la totale trascuratezza del cliente, lasciato senza un briciolo di informazione e soprattutto senza alcun servizio. È proprio sulle sue spalle che grava l’intera situazione: per la sostituzione della carta le banche richiedono infatti la visita in filiale per consegnare la vecchia e firmare un po’ di scartoffie. Ma soprattutto impongono l’attesa, che può protrarsi da una settimana a 40 giorni, per l’arrivo di una nuova carta. Ma sarà più sicura della vecchia? Dall’ipertecnologico mondo bancario era lecito aspettarsi più correttezza, più professionalità, più celerità d’intervento: è davvero fantascienza pretendere di ricevere la carta a casa con una lettera di scuse e un bonus di un euro per un caffè di riconciliazione? Non resta che attendere la prossima occasione, augurandoci di poterci ricredere sull’etica di un mercato che ad oggi sembra solo imporre la legge del più forte. Da parte nostra, proseguiamo la raccolta di segnalazioni nel sito www.classaction.it, al fine di valutare l’ipotesi di azionare un processo collettivo per il risarcimento degli eventuali danni causati agli utenti dal disservizio.

MASSIMILIANO DONA
SEGRETARIO GENERALE DELL UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI

Una truffa internazionale si è consumata fuori dal Paese, ed ha avuto ripercussioni in Italia a causa della trascuratezza delle banche verso i clienti. Le carte di credito non sono sicure quanto gli istituti di credito vorrebbero far credere; forse la truffa è opera di un infedele dipendente di una banca, ma le carte di credito sono state bloccate senza dare alcun preavviso ai clienti; non esistono sedi legali italiane responsabili, alle quali rivolgersi

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Il Senato sta discutendo il progetto di riforma della giustizia, che richiede la partecipazione di tutti i professionisti. È una presa d’atto dei cambiamenti radicali che l’Avvocatura ha subito, dei quali deve divenire parte attiva
Riformare la giustizia è compito alto e Risposta. Il nucleo centrale del progetto di difficile. Non dobbiamo e non possiamo riforma non può che prendere atto che l’organizarroccarci su posizioni precostituite. Non zazione e il modo di operare degli avvocati stanno servono e non possono essere eretti muri che subendo trasformazioni radicali. È infatti forte la impediscono il libero confronto, che potrà anche essere spinta a considerare i servizi professionali alla stregua di aspro e fortemente dialettico, ma che dovrà essere connotaun’attività d’impresa da esercitarsi in un mercato concorto da volontà costruttive da parte di tutti. Quello che serve è renziale. L’Antitrust, in particolare, batte da tempo questa umiltà nel trattamento dei complessi problemi che si presente- strada e, conseguentemente, fa sentire il peso dei propri interranno, intenzione ferma e decisa di trovare adeguate soluzioni, venti sulle varie categorie sollecitando la modifica dei codici con vero intento di raggiungere l’obiettivo che ci accomuna tut- deontologici, l’abrogazione di ogni forma di esclusiva, il riditi: il bene dei cittadini, il bene del nostro Stato. In questa ottica, mensionamento degli ordini, l’eliminazione dei minimi tariffari dinanzi al raggiungimento di quanto di più alto e nobile è rac- e del divieto di società interprofessionali, un più facile accesso chiuso nel fine ultimo da perseguire, a ciascuno verrà chiesto di dei giovani. L’assimilazione all’attività d’impresa, come ovvio, fare la propria parte». Così Renato Schifani, presidente del Se- trova forti resistenze tra i professionisti i quali, in particolare, nato, concludeva il proprio discorso relativo all’Avvocatura e contestano che si possa equiparare il servizio professionale alla riforma della giustizia nella Costituzione e nell’ordinamen- basato sulla personalità della prestazione e sul rispetto di regole to nel corso della VI Conferenza nazionale dell’Organismo specifiche e peculiari - a una qualsiasi merce da vendere. Unitario dell’Avvocatura il 20 novembre scorso. Premettendo: D. La principale critica all’intervento di eliminazione dei mi«Sono certo della totale adesione e della piena collaborazione nimi tariffari, operato nella scorsa legislatura, verte sul rischio dell’Ordine Forense». che ciò possa incidere negativamente sulla qualità della prestaAderisce innanzitutto l’avvocato civilista Fabrizio Criscuolo, zione. È fondata tale preoccupazione? docente di Istituzioni di diritto privato nella Facoltà di Economia R. Mi sembra che questa impostazione non colga il reale prodell’Università della Calabria, specializzato nello studio del blema. Infatti, non necessariamente una tariffa garantita nei micontratto, dell’arbitrato e, più in nimi assicura la qualità della generale, dell’autonomia privaprestazione, non potendo certo ta, e con all’attivo numerose escludersi che un’efficiente ormonografie. È titolare a Roma di ganizzazione o una particolare uno studio legale che assiste alcapacità di generare economie di cuni tra i maggiori operatori nascala consentano di proporre una zionali e internazionali e che ha prestazione di qualità a prezzi seguito diverse operazioni di più bassi. Occorrerebbe piuttosto privatizzazione, di cartolarizzaprendere atto che non esiste un zione di crediti di enti pubblici e solo ed omogeneo «mercato» dei privati per conto di Banche d’afservizi professionali e, consefari italiane e straniere oltre a guentemente, che regole pensate contenziosi anche arbitrali, preper disciplinare, ad esempio, valentemente nel settore delle l’attività di grandi studi legali inopere pubbliche, sia in qualità di ternazionali (che rendono i loro avvocato che di presidente o servizi agli operatori economici componente di collegi arbitrali; di maggiori dimensioni) mal si è preside della Facoltà di Giuriadattano al mercato delle attività sprudenza dell’Università teleprofessionali «artigianali» e inmatica e-Campus e ha ricoperto dividuali, le quali rappresentano numerosi incarichi di consigliere ancora la modalità più diffusa di di amministrazione in gruppi organizzazione della professione bancari ed industriali. intellettuale nel nostro territorio. Domanda. In un momento di Tra l’altro, quest’ultima è la mogenerale riassetto della disciplidalità organizzativa più risponna delle professioni, il Senato dente alla nostra tradizione e che sta discutendo un progetto di meglio si attaglia all’esigenza di L’avv. Fabrizio Criscuolo, con studio in Roma, riforma dell’Avvocatura. In contatto fiduciario che la diriprofessore ordinario di Diritto civile nell’Università quale contesto sta maturando genza della piccola e media imdella Calabria presa - entrambe costituenti il questa evoluzione?

FABRIZIO CRISCUOLO: IL PROGETTO DI RIFORMA DELL AVVOCATURA, TRA ATTIVIT¸ D IMPRESA E ˙ ARTE LIBERALE¨
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tessuto principale della nostra economia continua ad avere nei confronti del professionista. Tale tipologia di professionisti resta invece insensibile alle esigenze della grande impresa, il cui obiettivo dichiarato è proprio quello di abbattere i costi, spesso ingenti, dei servizi professionali non costituendo questo, di fatto, un suo problema. D. Tra i problemi di coloro che ricorrono ai professionisti la qualità dei servizi rimane, però, il più importante e attuale. Come può essere regolato? R. Non c’è dubbio che la qualità dei servizi debba essere garantita da un sistema di regole, anche deontologiche, molto rigorose. Spesso a mancare è proprio la selezione preventiva di qualità giacché, mentre in passato il professionista era sostanzialmente selezionato nell’ambito di una ristretta élite, oggi le cose sono cambiate e, come si è verificato per l’università, si assiste al fenomeno dell’accesso di massa anche alle professioni. È evidente che, sui grandi numeri, gli Ordini professionali molto più difficilmente riescono a preservare il livello medio di qualità della prestazione; né può confidarsi sulla circostanza che la selezione venga dal mercato, giacché non sempre, per una serie di ragioni, il cliente, che è anche un consumatore medio, è in grado di percepire se un professionista fa bene o male il proprio lavoro. La professione legale, come è facile intuire, conserva una

R. Il patto di quota lite, secondo molti, sarebbe lesivo del decoro della professione e spingerebbe a una sorta o statuto delle attività di accordo associativo tra cliente e libero-professionali, avvocato, il quale potrebbe essere incentivato a comportamenti deontoloun tempo definite arti gicamente non corretti pur di ottenere liberali, deve essere il risultato; secondo altri costituirebbe, invece, un incentivo a far ottenere omologato a quello delle al cliente il miglior risultato possibile attività di impresa? In caso nel più breve tempo. Anche in relazione a questa opzione, come si può affermativo le novità facilmente intuire, sono determinanti all’esame del Parlamento le modalità attraverso le quali l’attività del singolo professionista viene sarebbero in controtendenza organizzata. rispetto all’evoluzione D. In questo contesto, come si pone la legge di riforma attualmente in didella società. scussione al Senato? Se si considerassero R. La riforma per ora si muove su tre livelli: anzitutto, quello della conferla componente «umanistica» ma, anzi dell’ampliamento delle attie l’apporto personale ancora vità riservate in esclusiva agli iscritti all’ordine; quindi, quello di garantire preminenti nello svolgimento un filtro più stringente per l’accesso della professione forense, alla professione; infine, quello del risi dovrebbe prendere atto torno alle tariffe minime vincolanti e inderogabili. In relazione a quest’ulche erano le precedenti tima scelta si tratta evidentemente di modifiche a collidere un ritorno al passato e contro di essa si è prontamente sollevata l’Autorità con lo spirito più autentico Garante della Concorrenza e del della professione Mercato - da qualche anno solita interloquire in tema di riforma della professioni -, ricevendo una pronta replica del Consiglio Nazionale Forense. D. Qual è il punto della riforma Palazzo Madama a Roma, sede del Senato su cui concentra la sua attenzione? R. I termini della scelta di fondo rimangono quelli di cui parlavo all’inizio: lo statuto delle attività libero-professionali, quelle che un tempo venivano non a caso definite «arti liberali», deve essere oggi inevitabilmente omologato a quello delle attività di impresa? Se la risposta fosse positiva, nessun dubbio che le novità all’esame del Parlamento si porrebbero in controtendenza rispetto all’evoluzione della società. Se, invece, si considerassero ancora preminenti o comunque essenziali nello svolgimento delle posizione di particolare delicatezza in quanto concorre a tute- professioni - e di quella forense in particolare - la componente lare interessi di rilevanza costituzionale; e malgrado tale inve- «umanistica» e l’apporto personale, si dovrebbe prendere atto stitura gli avvocati si trovano oggi stretti tra le inefficienze del- che erano le precedenti modifiche a collidere con lo spirito più la giustizia, il numero eccessivo degli iscritti all’Ordine e la autentico della professione, con ogni conseguenza sul giudizio spinta ad eliminare il loro ruolo in tutte le vicende che non sia- attinente all’attuale inversione di rotta. Il mio pensiero in proposito è che non dovrebbe entusiasmare l’idea che le scelte in meno strettamente processuali. D. Gli avvocati chiedono anche che torni ad essere vietato il rito ai contenuti delle regole che disciplinano l’attività di un culcosiddetto «patto di quota lite» reso possibile dalla riforma tore e studioso del diritto siano affidate alla sempre più frequenBersani, ossia l’accordo stretto tra il legale e il cliente in base te interlocuzione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del al quale l’avvocato viene pagato in percentuale sull’eventuale Mercato, come se tutta la professionalità dell’avvocato si esaurisultato economico della causa, secondo una modalità molto risse nel perseguimento di uno scopo lucrativo, sia pure in uno spirito di corretta competizione con gli altri iscritti all’Ordine. diffusa nel mondo anglosassone. Perché vietarlo?

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maggio saranno sei anni da quando Diana Battaggia si occupa dell’Ufficio per la Promozione Tecnologica e degli Investimenti dell’Unido, Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale. Tale ufficio, operante dal 1987 sulla base di un accordo tra Unido e Governo italiano, ha il compito di favorire la cooperazione industriale con le imprese dei Paesi in via di sviluppo, fornendo una serie di servizi nelle diverse fasi di un progetto di investimento, quali la ricerca di partner industriali e l’assistenza tecnica ai programmi industriali individuati. Diana Battaggia ha dedicato la propria vita ai valori, per primo all’impegno nella solidarietà. Sin da quando, laureatasi in Scienze politiche, ha cominciato la propria carriera viaggiando e lavorando presso le organizzazioni internazionali di maggior rilievo. Ora che è a Roma, mantiene alto il livello di sensibilità verso il capitale umano, la cultura e tutti quei valori che anche l’Unido condivide: osare dove non oserebbero gli altri. Anche in ambito privato la direttrice dell’Itpo Italy è impegnata con il marito, l’onorevole Mario Baccini, a promuovere la cultura italiana nel mondo attraverso la Fondazione Foedus, costituita nel 2003 con sede a Roma e a New York, con l’intento di «trasformare l’italianità da fattore di simpatia in garanzia di affidabilità– sono parole dello stesso Baccini–, e fare del modello italiano un esempio di qualità della vita». Insieme condividono valori con cui hanno improntato non solo l’attività professionale, ma anche la vita familiare e l’impegno nel campo sociale. Diana Baccini Battaggia spiega in che modo. Domanda. Cos’è l’Unido e quale significato ha per lei? Risposta. Ho cominciato la mia attività nell’Unido con un compito: dare a questo ufficio una sferzata in ter-

DIANA BATTAGGIA: UNIDO, STRUMENTI E KNOW HOW AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO
A

a cura di ROMINA CIUFFA

Diana Battaggia, direttore dell’Itpo Italy, costola italiana dell’Unido, l’Organizzazione dell’ONU per lo Sviluppo industriale

mini di concretezza. L’Unido è l’agenzia delle Nazioni Unite, con sede a Vienna, che si occupa di industrializzazione; noi abbiamo la funzione di braccio operativo in Italia: dobbiamo stimolare gli imprenditori italiani a prendere in considerazione i Paesi in via di sviluppo e i loro operatori e con essi intraprendere un rapporto, aiutandoli a trovare una strada propria da percorrere poi da soli attraverso una serie di iniziative;

è il caso di dire, fornire le canne da pesca e non il pesce. Innanzitutto puntiamo sul trasferimento di tecnologia per rendere questi Paesi competitivi nel mercato; quindi sulla loro partecipazione al know how attraverso joint ventures, che noi stimoliamo. D. Qual’è la particolarità dell’Unido rispetto alle altre agenzie che compiono lo stesso tipo di attività? R. L’operatività, la presenza capil-

Unido
Da sinistra: Kandeh K. Yumkella, direttore generale dell’Unido, Diana Battaggia e Mahmoud El Bassouny, direttore dell’egiziano Etrace Centre

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lare nel luogo e il rapporto diretto con gli imprenditori. L’Unido si reca nei Paesi di nicchia, dove non andrebbe nessuno. Quindici anni fa nel Mediterraneo, ad esempio in Egitto e in Marocco, dove oggi è facile andare proprio perché anche l’Unido ha aperto la strada. Siamo alla continua ricerca di nuove strade da spianare: ad esempio Africa, Sudamerica, Serbia. Siamo presenti in Pakistan, sebbene la nostra sede sia saltata e gli operatori lavorino da casa, dove gestiamo una linea di credito di circa 7 milioni di euro e stimoliamo gli imprenditori a creare joint ventures; lo scorso ottobre 15 aziende pakistane operanti nel campo della pietra sono giunte in Italia per acquistare macchine e know how italiani. Come in passato siamo stati in Cina, oggi guardiamo al Vietnam e all’India dove trasferiamo il know how della pelletteria e insegniamo alla popolazione a trattare le acque reflue, estremamente inquinanti, per evitare che siano disperse nel terreno dopo il trattamento della pelle. D. In che modo vi ponete rispetto al talento italiano? R. Una delle nostre iniziative consiste proprio nell’individuare nuovi talenti nel campo delle tecnologie. Abbiamo scoperto ad esempio, e stiamo lanciando, l’idea di un imprenditore di Lecco incentrata sul concetto di refrigerazione passiva, ossia su frigoriferi e celle frigorifere che funzionano ad energia solare. Tale refrigerazione non produce anidride carbonica e soprattutto può essere praticata anche in luoghi dove non è presente la corrente elettrica. Abbiamo fatto una comparazione con i metodi normali ed è risultato che la carne dura 20 giorni in più se mantenuta in refrigerazione passiva. Ciò comporta anche il vantaggio di una maggiore conservazione, rive-

landosi di importanza fondamentale nei Paesi in via di sviluppo nei quali la catena del freddo non consente l’esportazione di prodotti locali. D. Stimolate l’impresa chiedendo la collaborazione dagli imprenditori italiani: quale risposta trovate? R. Le risposte sono sempre positive, gli imprenditori italiani mai come ora si sentono parte di un mondo imprenditoriale più ampio e globalizzato; capiscono anche che l’erba del vicino è la loro erba, che se si inquina altrove la cosa riguarda anche noi, quindi c’è una grande attenzione. D. Quali progetti in particolare sono oggi in corso? R. Come Unido in generale, abbiamo 3.956 progetti che coinvolgono i Paesi africani per un ammontare di 520 milioni di dollari. In questo momento stiamo cercando di aiutare anche l’Armenia, piccolo Paese con molte potenzialità. Pochi sanno che la parola «armenia» vuol dire albicocca, e questo è infatti il più grande produttore di albicocche: oltre a sviluppare tale fase, si potrebbe dare il via a un processo di inscatolamento e ai passaggi successivi, ma anche sviluppare la produzione di patate, abbondanti nel Paese. Per questo stiamo cercando di portare gli imprenditori a produrre in Armenia e di coinvolgere i Paesi che la circondano. Stiamo lavorando molto anche in Sudamerica, in Messico abbiamo organizzato un forum sulle energie alternative cui hanno partecipato 2 mila tra esperti e imprenditori, di cui una cinquantina italiani: è stato un grande successo. Inoltre ospitiamo in Italia i delegati dai Paesi in via di sviluppo con un pacchetto di progetti, e giriamo in lungo e in largo per promuoverli, naturalmente selezionando i progetti, compiendo una scelta che possa interessare l’imprenditore italiano. In Italia i delegati trovano

una famiglia che li segue per tutto il tempo di permanenza, da un mese a tre mesi, nel quale conoscono una realtà diversa con il compito di trasferire quanto appreso nel proprio Paese. Anche il nostro è un ufficio multietnico e multiculturale: abbiamo personale italiano ma anche proveniente da Paesi come il Sud America o l’Africa. D. Collaborate con altri enti? R. In primis con la Cooperazione Italiana, inoltre lavoriamo sia con la Simest, Società Italiana per le Imprese all’Estero, che con l’Ice, Istituto nazionale per il Commercio Estero, perché riteniamo importante non andare in ordine sparso: si perde molto meno tempo, le risorse sono limitate ed è necessario creare una sinergia. Inoltre ci dà molta soddisfazione lavorare con il Ministero dell’Ambiente: l’ambiente è infatti una nostra priorità e il Ministero è sensibilissimo non solo per quanto riguarda l’Italia, ma anche per i Paesi in via di sviluppo, soprattutto il Nord Africa, dove stiamo stimolando l’uso di energie alternative. Tali enti ci apprezzano e riconoscono il nostro lavoro. Lo dimostra il fatto di aver consentito, per la prima volta nella sua storia, il debutto dell’Unido ai lavori preparatori del G8 nel campo energetico e ambientale. La nostra partecipazione ha dato un’importante contributo al dibattito e l’Unido è stato riconosciuto come uno dei protagonisti nel complesso quadro delle iniziative internazionali per la salvaguardia dell’ambiente. D. In che modo l’Itpo Italy è collegata all’Unido internazionale? R. Il nostro ufficio è nato 22 anni fa mediante un accordo siglato tra l’Unido e l’Italia. Inizialmente aveva una sede a Milano, poi trasferita a Bologna, infine a Roma per coinvolgere, dal centro, tutto il Paese servendo da Nord a Sud e nello stesso tempo intrattenendo relazioni con le altre agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di agribusiness, come la Fao (Food and Agriculture Organization), l’Ifad (International Fund for Agricultural Development), il Pam (Programma Alimentare Mondiale) e tutte le altre istituzioni che lavorano con le imprese. Il trasferimento a Roma ci consente di lavorare, ad esempio, con le aziende baresi per quanto riguarda l’olio di oliva, con la Sicilia e la Campania per quanto riguarda la pesca nel Mediterraneo; e con le aziende bolognesi, modenesi, vene-

ziane e tutte le altre nel Nord, al fine di valorizzarne la relativa esperienza. Saremo a Vicenza tra pochi giorni con la delegazione pakistana nel campo dell’oro; lavoriamo molto con le Marche per quanto riguarda la pelletteria e le scarpe ed è marchigiano il know how che stiamo trasferendo in India. Da Roma siamo in grado di lavorare a 360 gradi, e questa scelta è definitiva. Siamo una rete e comunichiamo quotidianamente con i vari uffici nel mondo e con la casa madre, in un costante scambio di informazioni. Sviluppiamo varie attività in cooperazione con gli HQs. Uno dei momenti più significativi è stata la visita in Italia del direttore generale dell’Unido, Kandeh K. Yumkella, nell’ottobre 2008. Durante tale visita, organizzata proprio dal mio ufficio, vi sono stati colloqui con i responsabili delle maggiori istituzioni italiane come i Ministeri degli Esteri e dell’Ambiente, culminati con un incontro con il premier Silvio Berlusconi. Il summit è stato un successo; al presidente Berlusconi tanto di cappello, anche se ha ancora un credito nei miei confronti, ovviamente squisitamente politico. D. In che modo create informazione fra le imprese? R. Organizziamo forum che promuovono l’incontro tra gli imprenditori italiani e quelli dei Paesi in via di sviluppo, svolgiamo presentazioniPaese soprattutto quando ospitiamo in Italia i delegati e invitiamo non solo imprenditori ma direttori di agenzie regionali e altri interessati. Cerchiamo di far capire alle Regioni che potremmo essere un buon veicolo creando una maggiore sinergia. Abbiamo anche un’ottima collaborazione con la Confindustria. Disponiamo inoltre di un sito ricco d’informazioni (www.unido.it) e di un database con oltre 3 mila aziende. D. È recente un accordo con la fiera di sistema Ipack-Ima: di che si tratta? R. In Italia abbiamo una serie di industrie che costruiscono macchine operative nei processi alimentari. Noi contribuiamo portando alla fiera triennale imprenditori stranieri; abbiamo appena stretto un accordo con l’Ipack-Ima al fine di stimolare, entro l’Expo 2015, una serie di progetti e di programmi sulla sicurezza alimentare. È durante l’edizione Ipack-Ima 2009 che è sorto l’interesse a collaborare maggiormente. D. In che modo le nostre istituzioni si rivolgono alle istituzioni dei PVS? R. L’Itpo Italy si rivolge alle istituzioni dei Paesi in via di sviluppo con la collaborazione del Governo italiano rappresentato dalla Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, che con il suo accordo ci consente di operare ed è sempre sta-

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Kandeh K. Yumkella, direttore generale dell’Unido, con Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri italiano

to presente nei nostri sforzi volti al miglioramento dell’imprenditoria dei Paesi in via di sviluppo. Oltre alla collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, lavoriamo anche con quello dello Sviluppo Economico per tutte le attività che il ministro Claudio Scajola e il viceministro Adolfo Urso hanno avviato in Africa. D. Vi occupate di formazione? R. Formiamo i delegati e, su richiesta dei Governi dei Paesi in via di sviluppo, organizziamo attività di capacity building nei diversi settori in cui gli italiani esprimono eccellenze. Con la propria metodologia l’Unido dà la possibilità ai corsisti di acquisire le conoscenze per poter compiere una corretta valutazione dei progetti che vengono loro presentati, relativa alla bontà degli stessi nonché alla giustificazione degli investimenti in modo tale da evitare i flop, soprattutto dovuti agli entusiasmi del momento. Bisogna saper valutare bene le potenzialità di un Paese in via di sviluppo anche dal punto delle diverse culture: le diversità devono esser capite e affrontate e di ciò devono esser informate le aziende che decidono di investire altrove. D. Anche nella vita privata lei si occupa di solidarietà e beneficenza. In che modo si è sviluppata questa sua attitudine al settore sociale? R. Nata a Venezia, mi sono laureata in Scienze politiche a Padova e ho continuato i miei studi in Irlanda e in Francia; quindi sono stata eletta parlamentare nelle file della Lega Nord a 28 anni. La mia esperienza è durata una legislatura, tanto è bastato per conoscere i meccanismi della politica. Quindi sono partita per Ginevra dove per 5 anni ho guidato un progetto dell’Unctad (l’United Nations Conference on Trade and Development) viaggiando in Africa e nel Mediterraneo; con quest’esperienza ho

appreso cosa vuol dire cooperazione e i modi per farla seriamente. In ragione dell’occasione di lavorare con l’Unido sono rientrata. D. Com’è stato tornare in Italia? R. Sono felice di essere rientrata innanzitutto perché qui ho la mia famiglia. Mi hanno unito a mio marito Mario Baccini soprattutto i valori con i quali abbiamo portato avanti un’esperienza non solo di unità familiare, ma anche lavorativa e sociale. D. In che modi concreti lei e suo marito usate questo slancio comune verso la solidarietà? R. Innanzitutto abbiamo costituito la Fondazione Foedus, di cui mio marito è presidente, anche con altri amici interessati alla solidarietà e alla promozione dell’impresa e della cultura italiana nel mondo, con la quale organizziamo anche mostre d’arte di cui io sono appassionata. Ci riteniamo fortunati non solo di essere nati in Italia, ma di aver avuto una serie di opportunità nella vita; per questo parte del nostro tempo crediamo debba essere dedicata a chi è meno fortunato. Con i nostri amici abbiamo aiutato delle missioni in Brasile e in Argentina, mentre a Roma ci siamo occupati di togliere i giovani dalla strada creando delle sale polifunzionali adiacenti alle parrocchie di periferia, che stanno dando risultati concreti. Lo scorso dicembre abbiamo replicato una grande iniziativa, «Un dono per un sorriso», per raccogliere fondi che da due anni devolviamo all’Ospedale del Bambin Gesù, per comprare macchinari di ultima generazione per i bambini. D. Cosa metterebbe dunque per prima, tra le priorità? R. Ho improntato la mia vita sui valori, così mio marito, e tutto ciò che facciamo - nella famiglia, nel lavoro, nelle iniziative - lo portiamo avanti attraverso una coerenza che

aziende e persone aziende e persone aziende e persone aziende e persone aziende
Adriana Mavellia, presidente dell’agenzia MS&L Italia, è stata nominata consigliere indipendente nel CdA della GC Governance Consulting, che si occupa di consulenza per la corporate governance e fa parte del gruppo Board Consultants International. Leonardo Arduini coordinerà le attività Citi in Italia; a questo suo nuovo ruolo si aggiunge la responsabilità diretta della divisione italiana di Global Markets. Citi, società di servizi finanziari, ha circa 200 milioni di relazioni con i clienti e opera in oltre 140 Paesi. La Towers Watson ha annunciato la direzione di Maurizio Valsecchi nell’attività di consulenza per l’Italia. La compagnia, che conta 14 mila associati nel mondo, fornisce consulenza nella gestione del personale, dei rischi e della finanza, e sui benefit aziendali. Marco Santucci (nella foto) è il nuovo direttore generale della Jaguar Italia, presieduta da Daniele Maver, fondata nel 1922. La filiale italiana, con sede a Roma e dipendente dalla Jaguar Cars, opera dal gennaio del 1991 come importatore dei prodotti Jaguar in Italia. Roberto Perego è il nuovo direttore del franchising italiano della Grimaldi Immobiliare, marchio che opera da più di 40 anni nel mercato immobiliare, parte di Tree Real Estate, joint venture che oltre ad essa possiede le reti Gabetti Franchising e Professione Casa. Per la Edison Giovanni Brianza è il nuovo direttore del settore Fusione, Acquisizioni e Disinvestimenti, operante per il consolidamento in Italia e all’estero, mentre Marco Tagliapietra è il nuovo direttore Pianificazione e Controllo. Nancy Storp è il nuovo capo delle Vendite internazionali e del Marketing dell’Alphabet, società del Gruppo BMW che si occupa di gestione e noleggio a lungo termine di flotte aziendali internazionali, fondata in Inghilterra nel 1997, con più di 300 mila vetture in 13 Paesi. Vincenzo de Martino è il nuovo presidente di AssoAscensori, associazione nazionale delle industrie di ascensori e scale mobili, che raggruppa le più rappresentative associazioni nazionali di settore; aderisce all’Anie della Confindustria e all’European Lift Association. Guido Cerretani (nella foto) entra a far parte dell’agenzia di comunicazione Adverteam con il ruolo di direttore generale, affiancando Alberto Damiani e Lucia Santangelo, soci dell’agenzia milanese, nella supervisione della gestione dei clienti e di tutti i progetti. La M&G, che nel 1931 lanciò il primo fondo comune d’investimento europeo in Inghilterra e offre fondi azionari, obbligazionari, immobiliari e multi-asset, nomina Micaela Forelli direttore della rete di vendita e le affida le relazioni con il management delle banche nei altri Paesi. La filiale italiana Vodafone ha nominato Paolo Bertoluzzo membro del CdA di Vodacom, gruppo di comunicazioni mobili, per l’Africa subsahariana, dove ha una presenza significativa in Tanzania, Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho e Mozambico. Valérie Lavigne guiderà la cantina Casato Prime Donne di Montalcino di Donatella Cinelli Colombini, la prima in Italia con un organico tutto femminile, supportando il lavoro dell’enotecnico Barbara Magnani e delle cantiniere. Da New York un prestigioso incarico va a un italiano: il presidente dell’Opera Orchestra di New York Norman Raben ha annunciato che il maestro Alberto Veronesi (nella foto) sarà il direttore musicale per la presente stagione musicale e per quella 2011-2012. Il Gruppo Banzai lancia il polo di Banzai Media in cui fa confluire le società partecipate, le attività editoriali (come Altervista, Studenti.it, Soldionline) e la concessionaria di pubblicità, ponendo a capo dell’organizzazione operativa e societaria Andrea Santagata. L’azienda farmaceutica Sanofi-Aventis Italia ha nominato Domenico Barletta direttore del reparto relativo alla salute dei consumatori. In Italia ha circa 3.200 collaboratori, di cui 1.400 nei 5 stabilimenti in cui sono confezionati farmaci destinati ai mercati di 5 continenti. Richard Pinder, direttore della Publicis Worldwide, società di comunicazione e di marketing operante con 9 mila professionisti in 82 Paesi, ha nominato Kevin Ramsey presidente e amministratore delegato della Publicis Asia Pacific, parte del Gruppo Publicis. L’Assemblea dei soci del Firenze Convention Bureau, società non-profit nata nel 1995 per coordinare nel modo migliore la filiera congressuale fiorentina raccogliendo oltre 50 soci, ha nominato presidente l’assessore al Turismo della Provincia di Firenze Giacomo Billi. Antonio Gaudioso è il nuovo responsabile della rete dei procuratori dei cittadini di Cittadinanzattiva che, dal 1996, si occupa di politica dei cittadini operando per la tutela dei diritti e la promozione della partecipazione civica nella P. A.

SPECCHIO ECONOMICO

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Affari & Cultura
A IMÉ M AEGHT, CIOÈ COSA C ’ È DIETRO I PIÙ GRANDI ARTISTI DEL N OVECENTO

a cura di Romina Ciuffa

A RO M A L ’ UMANITÀ D I SITUAZIONI
Palazzo delle Esposizioni di Roma mostra, fino al 4 maggio, l’impegno della rivista National Geographic Italia per la salvaguardia del Pianeta. Sulla scia delle precedenti mostre («Acqua, Aria, Fuoco, Terra» e «Madre Terra»), «Il Nostro Mondo» costituisce la terza rassegna fotografica dedicata alla natura e all’uomo. Con l’ausilio delle immagini realizzate dai fotografi della National Geographic, la mostra racconta la vita umana attraverso situazioni che ne caratterizzano l’esistenza: la famiglia, la vita in città, l’uomo e la natura, il lavoro. Le foto sono una testimonianza della vita di popoli e gruppi umani che vivono anche in condizioni limite. Accanto ad esse, dibattiti con esperti su impatto ambientale, riscaldamento globale, sviluppo energetico, nuove risorse, alimentazione, biosostenibilità, nuova economia.
Dall’alto, foto di E. Mancuso, M. Farlow, T. Laman e A. Gandolfi

Ferrara, nel Palazzo dei Diamanti, fino al 2 giugno domina una figura chiave della scena artistica del secondo Novecento, Aimé Maeght, amico di maestri come Bonnard, Matisse, Braque, Chagall, Miró e Giacometti. Maeght, editore di fama, fondò a Parigi una delle gallerie più innovative del secolo, e a SaintPaul de Vence fissò la Fondation Marguerite et Aimé Maeght, tempio dedicato alla creazione artistica e crocevia internazionale di pittori, scultori, scrittori, musicisti e intellettuali che egli incitò e promosse, attento anche alle ricerche delle generazioni più giovani. La mostra «Da Braque a Kandinsky a Chagall. Aimé Maeght e i suoi artisti» presenta un aspetto della storia dell’arte del Novecento ancora poco studiato ma assolutamente fondamentale: il mercato dell’arte e i suoi principali animatori, i mercanti e i galleristi.

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QUOTIDIANE NELLE FOTO D I U N A QUOTIDIANITÀ IGNOTA

Wassily Kandinsky, «Nodo rosso», 1936; Fernand Léger, «Elementi su fondo blu», 1941; Marc Chagall, «Sole giallo», 1958

tessuti preziosi sono stati la componente ornamentale prediletta di re e nobili di tutta Europa, e dalla metà del Trecento gli arazzi ne hanno rappresentato la parte primaria. Quei tessuti di dimensioni gigantesche, veri e propri affreschi mobili facili da trasportare da una residenza all’altra, non si limitavano a difendere dal freddo ma dovevano costituire uno sfondo variopinto e conforme ai desideri dei committenti manifestandone il prestigio. Ce ne parla il Palazzo Te di Mantova dal 14 marzo al 27 giugno nella mostra primaverile «Gli arazzi dei Gonzaga nel Rinascimento. Da Mantegna a Raffaello e Giulio Romano».

A RAZZI, GLI AFFRESCHI MOBILI DEI R E

I

Alcuni degli arazzi esposti nel Palazzo Te di Mantova

al 12 al 14 marzo, nel Palazzo della Permanente di Milano, la 21esima edizione della Mostra del Libro Antico espone veri e propri gioielli bibliografici e artistici selezionati da circa 60 tra le migliori biblioteche antiquarie italiane e internazionali, cui si affianca una mostra, omaggio a Pier Paolo Pasolini nel 35esimo anniversario della morte. Vari i filoni: dagli incunaboli di fine Quattrocento ai libri miniati del Rinascimento, a fotografie e documenti delle avanguardie del Novecento. Tra le opere sopravvissute spiccano edizioni rare di classici come la Ventisettana del Decamerone di Giovanni Boccaccio, stampata a Firenze nel 1527, le Favole di Esopo pubblicate a Venezia nel 1505 e la prima edizione del 1490 del Convivio di Dante Alighieri.

L IBER LIBERTAS

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SPECCHIO ECONOMICO

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Affari & Cultura Affari & Cultura Affari & Cultura Affari & Cultura Affari & Cultura Affari & Cultura
B ASE ANTICA, ALTEZZA MODERNA
A Prato, otto artisti contemporanei creano un evento storico-museale nel Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Fino all’11 aprile la mostra «Alla maniera d’oggi. Base a Firenze» mette in connessione i luoghi più importanti del Polo museale fiorentino con la produzione artistica espressa negli ultimi decenni in ToAirò, «5.500.000 scana. Gli artisti interpretano, attra- Mario fa», 2007. Sotto, anni verso il linguaggio della contemporaMarco Bagnoli, neità, celebri spazi storici e museali, «Paesaggio», 2007 annullando le distanze temporali tra il luogo ospitante e il loro intervento, ponendo nello stesso orizzonte visivo l’antico e il nuovo. Il titolo richiama l’espressione con cui il Vasari indicava nelle sue Vite le novità introdotte nel linguaggio artistico proprio dei pittori della Firenze rinascimentale.

DONNA PIONIERA
A Roma la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, fino al 16 maggio e in collaborazione con Sammlung Verbund di Vienna, offre al pubblico una scelta di 200 opere di 17 artiste che negli anni Settanta, oltre ad aver messo in discussione il proprio ruolo attraverso la ricerca di nuovi linguaggi o usando riferimenti surrealisti e concettuali, hanno trattato da pioniere temi come il corpo, l’identità femminile e la differenza uomodonna. La mostra s’incentra su una tematica e un decennio non sufficientemente esplorati, su una collezione d’impresa costituita a Vienna a partire dal 2004, che riunisce artisti internazionali dagli anni Settanta ad oggi e che si accresce.

Due opere esposte

A NNUNCIO D’ANNUNZIO

M AGIA DEL M AGA

B EAT FERLINGHETTI
Alcune opere di Lawrence Ferlinghetti

Il nuovo MAGa di Gallarate

Marco Mazzoni, «D’Annunzio»; Paolo Schmidlin, «Corè»

All’interno del Vittoriale degli italiani, cittadella voluta da Gabriele d’Annunzio a memoria della propria vita e della Guerra vittoriosa, per tutto l’anno una mostra è dedicata al «vate» con opere già in collezione nella casa museo e alcune di artisti contemporanei, poste nell’Auditorium dove è collocato il grande biplano SVA usato per il volo dimostrativo sopra Vienna del 9 agosto del 1918. Tra gli altri, il «Doppio comando di aereo Caproni», scultura del 1938 di Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo, i figurini e bozzetti scenici de «La Figlia di Iorio» di Giorgio de Chirico (1934), una grande ceramica irriverente di Luigi Ontani («D’Annunziazione dei Marinett», doppio ritratto dei due amici Marinetti-d’Annunzio) e il bronzo policromo di Paolo Schmidlin «Corè» dedicato alla marchesa Luisa Casati Stampa, amante dello scrittore.

Il 19 marzo la Fondazione Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Silvio Zanella inaugura una nuova sede del museo, storicamente conosciuto come Civica Galleria d’arte moderna di Gallarate, che oggi acquisisce il nome di Museo d’Arte di Gallarate MAGa. La mostra inaugurale è un omaggio ad Amedeo Modigliani e 20 suoi capolavori trovano collocazione intorno al «Nudo coricato con le mani unite» della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. A chiudere la mostra 50 disegni provenienti dai più grandi musei e dalle più grandi collezioni italiane e internazionali, e oltre 250 documenti originali che ripercorrono la vita dell’artista a 90 anni dalla morte. Il Nuovo MAGa aprirà le porte al pubblico, a quarant’anni dalla sua costituzione, in un complesso architettonico di oltre 5 mila metri quadrati, costituito da due corpi edilizi attigui e comunicanti. Il primo è un fabbricato industriale degli anni Trenta del Novecento, appositamente ristrutturato, il secondo è un edificio costruito ex novo.

Nel Museo di Roma in Trastevere in corso fino al 25 aprile e nel Foyer del Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria, dal 5 maggio al primo luglio sono oltre 50 opere provenienti dallo studio di Lawrence Ferlinghetti di San Francisco. L’artista oggi novantenne - autore di «Coney Island of the Mind», successo editoriale in poesia, e fondatore della celebre casa editrice City Lights Bookstore che pubblicò i capolavori della beat generation -, è uno dei più ragguardevoli e significativi artisti e intellettuali statunitensi.

76 SPECCHIO ECONOMICO

TUTTI

ANTITRUST

SOTTO GLI OCCHI DEL GARANTE
A CURA DI

ROMINA CIUFFA

LEGA CALCIO: LE NUOVE EDITORIA: LA RETE PENALIZZA LINEE-GUIDA PER PROMUOVERE L’INFORMAZIONE CARTACEA, IL MERCATO DELLE PAY-TV IL LEGISLATORE INTERVENGA

S

iamo in Italia e il calcio è, per molti versi, al primo posto. Lo riguarda un nuovo provvedimento dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato: un nuovo pacchetto per i diritti televisivi di serie A e la divisione in tre del pacchetto Platinum Live per la serie B sono le misure presentate dalla Lega Calcio, accettate e rese vincolanti dall’Antitrust, che ha ricevuto il parere positivo della Commissione Europea e dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Si chiude così la procedura avviata il 22 luglio 2009 nei confronti della Lega per verificare un possibile abuso di posizione dominante nella commercializzazione in via centralizzata dei diritti stessi. Aperta inizialmente per l’assegnazione dei diritti televisivi per le partite di serie A delle stagioni 2010-2011 e 2011-2012, l’istruttoria era stata estesa, il primo ottobre 2009, alle procedure di assegnazione dei diritti di serie B. Per la serie A la Lega Calcio si è impegnata a proporre un pacchetto, ulteriore a quelli precedentemente individuati e già assegnati, destinato alla piattaforma satellitare: conterrà i diritti di trasmissione a pagamento delle sintesi di tutti gli eventi del Campionato di serie A. Le sintesi potranno avere la durata massima di 10 minuti per ciascun tempo e saranno trasmissibili subito dopo la fine degli incontri. Per la serie B la Lega si è impegnata a suddividere il pacchetto Platinum per la piattaforma satellitare in tre pacchetti autonomi, da offrire mediante procedura competitiva da effettuarsi entro il 26 febbraio 2010. Per il campionato 2012-2013 verranno presentate nuove linee guida in sostituzione di quelle già varate e nei confronti delle quali l’Antitrust aveva sollevato preoccupazioni in materia di formazione dei pacchetti: la Lega si è impegnata a recepire le indicazioni. Secondo l’Antitrust, gli impegni complessivamente proposti dalla Lega Calcio promuovono una più accesa competizione nella fase di acquisizione dei diritti tv e stimolano una maggiore concorrenza nel mercato della pay tv sia tra le diverse piattaforme (satellitare e digitale) sia all’interno delle singole piattaforme; nello stesso tempo assicurano l’osservanza delle indicazioni fornite dall’Autorità a partire dalle prossime linee guida.

N

ell’ambito dell’editoria quotidiana, periodica e multimediale, l’Antitrust ha riscontrato distorsioni della concorrenza e del corretto funzionamento del mercato. Grandi difficoltà sono provocate dai mutamenti legati all’evoluzione tecnologica: l’editoria on-line compie aggiornamenti dell’informazione in tempo reale, ponendo in dubbio la capacità dei mezzi classici di costituire il veicolo privilegiato per la diffusione delle notizie; la tempestività si coniuga con la portabilità e si dimentica che internet non è un mero mezzo di diffusione ma una piattaforma in grado di ospitare e combinare contenuti e formati di natura diversa. La diffusione on-line dell’informazione ha permesso la comparsa nel settore di nuovi soggetti: accanto ai siti internet delle testate tradizionali, propongono notizie on-line i portali e i motori di ricerca, i siti delle agenzie di stampa, i giornali diffusi esclusivamente on line, gli operatori dell’informazione radiotelevisiva, i blog, i gruppi di discussione, gli ambienti di social networking. L’attuale contesto competitivo comprende soggetti caratterizzati da diverse strutture dei costi e flessibilità organizzative. La legge n. 62 del 2001, di revisione delle modalità di erogazione delle provvidenze e di riordino della normativa sull’editoria, ha aggiornato la nozione di prodotto editoriale rispetto alle innovazioni tecnologiche, includendo ogni prodotto realizzato su supporto cartaceo o su supporto informatico destinato alla pubblicazione o alla diffusione di informazioni. Tuttavia un contesto così radicalmente mutato implica una profonda revisione dei criteri che presiedono all’erogazione dei contributi pubblici all’editoria, in modo da ridefinire i soggetti potenzialmente beneficiari e la ripartizione tra questi delle risorse. Risulta pertanto imprescindibile un sollecito intervento del Legislatore volto a rinnovare il quadro giuridico del settore, eliminando le disposizioni che limitano o impediscono il libero esplicarsi di dinamiche concorrenziali. Le tre principali aree individuate dall’Autorità come meritevoli di tempestive iniziative da parte del Legislatore riguardano il sostegno economico alle iniziative imprenditoriali, le regole di funzionamento del sistema distributivo e la qualificazione dei prodotti come «editoriali».

SPECCHIO ECONOMICO

77

ALL’ANTITRUST IL POTERE
DI SOLLEVARE QUESTIONI DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE

NEGOZI DI ELETTRONICA:
NELLE PRATICHE SCORRETTE CI SONO PARAGONI

P L’
Antitrust chiede di potere sollevare, direttamente nell’ambito dei propri procedimenti di accertamento di illeciti o tramite il Consiglio dei Ministri, questioni di legittimità costituzionale in relazione a normative che violano il principio costituzionalmente protetto della libera concorrenza, e di impugnare davanti al giudice amministrativo gli atti della Pubblica Amministrazione di particolare rilevanza economica che violino norme comunitarie e nazionali sulla concorrenza. Per la tutela del consumatore è essenziale superare la frammentazione delle competenze amministrative concentrandole nell’Antitrust, che dovrebbe anche inibire, in via amministrativa, le clausole vessatorie inserite nei contratti di massa e standardizzati. Per contrastare più efficacemente gli spot ingannevoli in tv, va introdotta una norma che consenta all’impresa responsabile del messaggio di proporre ed eseguire impegni in grado di rimuovere i profili di ingannevolezza. Infine vanno introdotte sanzioni per i casi in cui il proprietario del mezzo di diffusione, impiegato per la diffusione del messaggio ingannevole, rifiuti senza giustificato motivo di identificarne il committente o di fornire copia della comunicazione commerciale, oppure fornisca informazioni non corrispondenti al vero. Occorrono riforme continue e progressive, a partire dai settori più critici, per modernizzare il Paese e proteggere la concorrenza nei servizi postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali, e ciò chiede l’Antitrust nella segnalazione inviata al Governo e al Parlamento in vista della prima legge annuale sulla concorrenza. Le riforme, continue nel tempo e progressive, dovranno partire dai settori più critici e svilupparsi verso quelli meno protetti in un disegno complessivo e graduale. Poste, Ferrovie, Autostrade e Aeroporti sono i settori sui quali intervenire in via prioritaria. Nelle poche aree liberalizzate del settore postale, la concorrenza è ostacolata dalle scelte normative compiute alla fine degli anni 90, che consentono alle Poste Italiane di estendere il monopolio in riserva legale anche nelle aree già aperte alla competizione. Nel settore dei trasporti ferroviari le difficoltà si traducono in condizioni di offerta scarsamente concorrenziali sia in termini di prezzo che di qualità del servizio, e nell’emissione di sussidi pubblici troppo elevati. I servizi autostradali e aeroportuali, gestiti da concessionari in monopolio, sono insoddisfacenti ed è necessario procedere a selezioni ad evidenza pubblica per l’individuazione del concessionario, e di limitare durata e ambito delle concessioni. Sulle gestioni aeroportuali pesano i sistematici rinnovi di concessioni di durata ingiustificatamente lunga (fino a 40 anni) e l’elevata frammentazione dell’attività regolatoria, svolta dall’Enac e dal Cipe. Nel settore energetico la distribuzione dei carburanti è caratterizzata da un grado molto elevato di inefficienza, e in quello del gas è fondamentale che si consolidi il ricorso a procedure ad evidenza pubblica, mentre per banche e assicurazioni è ribadita l’esigenza di una legge di principi che riformi la disciplina.

rocedimenti nei confronti di Mediamarket (marchio Mediaworld), Unieuro, SGM Distribuzione (marchio MarcoPoloExpert), Euronics e Nova (marchio Euronics), DPS Group e DML (marchio Trony) anche per verificare il riconoscimento del diritto di recesso: l’Antitrust ha avviato 5 istruttorie per possibili pratiche commerciali scorrette nei confronti delle sette imprese rappresentanti le principali catene commerciali di prodotti di elettronica, informatica, tecnologia e elettrodomestici. Avviati alla luce delle molte segnalazioni inviate dai consumatori, i procedimenti dovranno verificare se le aziende abbiano agito correttamente nell’informare i consumatori sull’esistenza della garanzia legale sui prodotti e sulle differenze con la garanzia convenzionale offerta a pagamento. Le istruttorie dovranno inoltre accertare se le imprese abbiano correttamente riconosciuto ai consumatori l’esercizio della garanzia legale e il diritto di recesso. Secondo le denunce arrivate anche al contact center dell’Antitrust, dai comportamenti commercialmente scorretti emerge la difficoltà di individuare il soggetto cui rivolgersi per l’assistenza: molti consumatori si rivolgono direttamente ai produttori, non al venditore, per far valere la garanzia legale della durata biennale. Spesso sono indirizzati dagli stessi venditori ai Centri di assistenza tecnica dei produttori, con il pretesto che in questo modo possono ottenere la riparazione in un tempo più breve. Ugualmente incomplete sarebbero le informazioni sulle garanzie convenzionali offerte nonché sull’esercizio del diritto di recesso.

GUARD-RAIL: 7 IMPRESE
SBARRANO LA STRADA ALLE BARRIERE STRADALI
Antitrust ha avviato un’istruttoria per verificare se le sette principali imprese che producono guard-rail abbiano realizzato un’intesa restrittiva della concorrenza per alterare le dinamiche concorrenziali nell’aggiudicazione di gare d’appalto e nella fornitura alle imprese che installano le barriere metalliche di sicurezza. Il procedimento è stato notificato a Steam Generators, Imeva, Tubosider, San Marco, Car Segnaletica Stradale, Ilva Pali Dalmine Industries, Metalmeccanica Fracasso e al Consorzio Manufatti Stradali Metallici Comast. Secondo la segnalazione, in occasione di riunioni svoltesi nell’ambito del Consorzio Manufatti Stradali Metallici (Comast), le imprese avrebbero scambiato informazioni e concordato le loro azioni per spartirsi il mercato della vendita di barriere stradali, garantendo di volta in volta alle consorziate l’applicazione del miglior prezzo di offerta preventivamente concordato e condividendo un listino prezzi comune relativo ai diversi tipi di barriere stradali, per quantificare gli importi da offrire per ogni singola commessa. Avrebbero anche ripartito le partecipazioni a gare d’appalto pubbliche e adottato comportamenti finalizzati a ostacolare, direttamente o indirettamente, le aziende concorrenti.

L’

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SPECCHIO ECONOMICO

L E T T U R E

Un manuale per i Uilm, «non avete Non più dietro al giovani imprenditori bisogno di bussare filo spinato, l’idillio del futuro presente perché vi sia aperto» dell’orrore nazista

M

LETTURE LETTURE LETTURE LETTURE LETTURE

tart-Up - di Claudio F. Fava Terza Edizione - Egea - 29 euro. Questo manuale per giovani imprenditori nell’era della globalizzazione si rivela utile per coloro che, confusi dal proliferare di leggi e regole in capo alla società ma pronti a rendere un progetto impresa, hanno tempo, un attimo prima di iniziare, di leggerlo. Se è necessario il capitale per comprare un’impresa, e di un’idea per crearla, ciò non basta: l’idea imprenditoriale va valutata, vanno organizzati i fattori che possono renderla operativa, il marketing, la produzione, la finanza. La filosofia della globalizzazione non è più qualcosa di futuristico, ma una realtà di meccanismi e sistemi che le grandi e piccole aziende devono considerare. Oltre alle energie rinnovabili, vi è un capitolo speciale dedicato a quello che viene definito il «petrolio bianco dell’Italia», ovvero il turismo diffuso, dal bed&breakfast all’agriturismo, una rete incredibile di valorizzazione del nostro territorio con ampi margini di sviluppo. Claudio F. Fava, docente di Management e Organizzazione d’Impresa presso l’Università San Pio V di Roma, ha ricoperto la carica di consigliere in diverse aziende internazionali; autore di pubblicazioni di project financing, in questo testo ha voluto mettere a disposizione dei futuri imprenditori l’esperienza acquisita sul campo in un momento storico nel quale la globalizzazione sta scardinando le tradizionali regole del mercato.

S

illenovecentosessantanove di Giorgio Benvenuto, a cura di Sandro Roazzi - Fondazione Bruno Buozzi. La storia dell’autunno caldo è raccontata avendo come punto di riferimento la Uil e la Uilm e si basa sulla documentazione della Fondazione Bruno Buozzi, della Fondazione Anna Kuliscioff e dell’Istituto per gli Studi Storici della Uil, costituendo la cronaca delle trattative, minuto per minuto. Sono riportate le interviste dei protagonisti di quella stagione: Pierre Carniti (nel 1969 segretario nazionale della Fim, alla vigilia di succedere a Luigi Macario), Bruno Trentin (segretario generale assieme a Piero Boni della Fiom, poi, dall’estate del 1969, segretario generale unico), Giorgio Benvenuto (nuovo segretario generale della Uilm). Presenti anche i saggi dei segretari generali della Uilm succedutisi dopo Benvenuto, ossia Enzo Mattina, Silvano Veronese, Franco Lotito, Luigi Angeletti, Tonino Regazzi; quindi un’ampia carrellata di dichiarazioni e opinioni tra cui quelle dei ministri Carlo Donat Cattin ed Emilio Colombo e una minirassegna stampa degli articoli che commentarono il contratto; i giornalisti sono Sergio Turone, Indro Montanelli, Silvano Revelli, Ugo Indrio e Giancarlo Fossi. A conclusione del libro sono riportate le circolari che raccontano le fasi finali della trattativa. Il libro è accompagnato da un cd di Arnaldo Plateroti: è la cronaca dell’autunno caldo e merita un video.

D

ietro al filo spinato - di Gwendolyn Simpson Chabrier - Colosseo Editore - 18 euro. «Prima della guerra, forse non senza una qualche ironia, la mia fanciullezza a Riga avrebbe potuto essere considerata idilliaca. Come molti ebrei, provenivo da una famiglia unita. Mio padre era un tedesco del Baltico, di religione luterana, mia madre e la sua famiglia erano ebrei...», reca la quarta di copertina di questo nuovo libro della Chabrier, incentrato sulla Seconda Guerra Mondiale e sull’Olocausto, commistione di lusso e povertà, «di vecchi dal destino ormai segnato e di giovani la cui brama di vivere è più forte della sofferenza», come scrive, nella prefazione, la newyorkese Gertrude Schneider. Ispira la professoressa (che dedica il libro ai tutti i suoi bambini a quattro zampe) un amico ebreo lettone, George Schwab, attuale presidente del National Commitee Foreign Policy, originario di Liepaja che, nonostante il dualismo della nascita, fu considerato a tutti gli effetti ebreo ed internato nel ghetto della città nell’estate del 1942 insieme alla madre e al fratello, dopo che il padre era stato assassinato dai nazisti. Il fratello fu ucciso in seguito nel campo di concentramento di Kaiserwald, nel corso di una selezione sotto la supervisione dell’SS Heinz Wisner. Lo stesso Schwab, nella prefazione, parla di «come la mente distorta di Hitler conquistò i tedeschi» e, sopravvissuto, racconta all’autrice la propria storia come un grido, resoconto fedele e documentato.

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CORRE IL GIAGUARO

Il nuovo Quest Kodiak 100, ingegnoso aereo umanitario

La nuova JaguarRSR da corsa ha debuttato in Europa lo scorso gennaio, in occasione del Salone dell’automobilismo sportivo internazionale 2010 di Birmingham, dopo essere passata per Whitley e Castle Bromwich (sede del quartier generale della Jaguar) e prima di rientrare negli Usa e competere nell’American Le Mans Series 2010. La vettura è stata esposta nello stand Jaguar insieme alla XKR, alla XFR di serie e al prototipo della XFR che Paul Gentilozzi, socio della JaguarRSR, ha guidato sul Lago Salato di Bonneville raggiungendo la velocità di 363,188 km/h.

Lo scopo di questa casa americana, nata a Sandpoint nell’Idaho nel 2002, è dichiaratamente quello di ideare e produrre aeroplani per interventi in zone e condizioni di emergenza o di bisogno, isolate, cui normalmente è difficile accedere: aviazione umanitaria. Il Kodiak 100 - lungo 10,23 metri e con 13,72 di apertura alare - ha il nome di un orso bruno dell’Alaska; è uno Stol (Short Take-Off and Landing, ossia decollo e atterraggio corto, campione di carico, capace di trasportare 10 persone e 997 kg, oltre a pilota e carburante. Nel marzo 2009 ne è stato consegnato il primo all’associazione di voli missionari Maf (Mission Aviation Fellowship), che con esso ha rimpiazzato un classico, il Cessna C 206, anche per il lungimirante risparmio che consente il nuovo aereo per «bush pilots», ossia piloti che volano in zone brade. I primi tre esemplari sono intanto impegnati nel collaudo e uno di essi, acquistato dall’Afd Software e poi da questa donato alla Ma, ha di recente coperto la rotta Idaho-Kalimantan nell’isola indonesiana del Borneo, per essere impiegato in scuole, ospedali, trasporti sanitari nelle impenetrabili foreste fluviali. M A H I N D R A

200 ANNI E NON SENTIRLI

Compie 200 anni la Peugeot: era il 1810 quando un mulino di Sous Cratet, in Alsazia, fu trasformato in una fonderia di acciaio per utensili, poi ingranaggi, infine macinini e molle di precisione per orologi o crinoline per i vestiti delle dame. Dal 1880 Armand Peugeot produsse biciclette e 10 anni dopo automobili in 5 insediamenti e con 2 mila operai. La Peugeot ha festeggiato questo compleanno nel corso di «Retromobile», la manifestazione parigina dedicate alle auto d’epoca; ma ha anche proposto una nuova monovolume di taglia media, la 5008, basata sulla Cïtroën C4 Picasso.

Il Mahindra That Hard-Top prende il nome dal Grande Deserto Indiano

Il costruttore indiano propone un veicolo polivalente, il Mahindra Thar Hard-Top, personalizzabile, che reinterpreta il fuoristrada classico e si propone per coloro che vogliono avvicinarsi per la prima volta alla guida off-road senza spendere somme elevate. Il veicolo è a trazione anteriore e ha un aspetto volutamente classico; semplice, compatto, robusto, prende nome dal Deserto del Thar o Grande Deserto Indiano, un’ampia regione arida nella parte nord-occidentale del subcontinente indiano con una superficie di oltre 20 mila chilometri quadrati. Esposto in anteprima europea in veste di prototipo nel Bologna Motor Show 2008, il Mahindra Thar Hard-Top ha un cambio manuale con 5 rapporti; le sospensioni anteriori sono indipendenti a barre di torsione, e quelle posteriori ad assale rigido con molle a balestra e ammortizzatori; i freni anteriori sono a disco autoventilanti e quelli posteriori a tamburo; ha un autotelaio a longheroni d’acciaio che sostiene una carrozzeria aperta rivestita da tettino rigido realizzato in materiale plastico. La gamma comprende una versione a 2 posti e una a 4 posti.

SPECCHIO ECONOMICO
CANTIERI OPERA

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VETTURE DA VETERANI

Un’Opera 60, tra il gommone e lo yacht

È dell’italiana Cantieri Opera quello che è stato definito il Suv del mare, ossia lo Sport utility vessel, un’imbarcazione tra il gommone e lo yacht concepita nel 2007 per navigare con qualsiasi condizione del mare, dichiaratamente «inaffondabile» nella scheda tecnica e dall’autonomia elevata grazie ai bassi consumi derivanti da una particolare carena brevettata a geometria variabile a tre scalini. Si aggiungono i 2 mila litri di carburante di cui è capace il serbatoio per alimentare i due motori che, a scelta dell’armatore, possono avere da 320 a 800 cavalli l’uno. L’Opera 60 misura 18,40 metri di lunghezza e 5,40 di larghezza, ha spazi interni capaci di ricevere 4 ospiti in due ambienti di pratiche dimensioni ed è il primo esemplare di una generazione di barche ideate da Camillo Franco Bandino, presidente del cantiere salernitano. Nel 2008 questa ed altre barche della gamma Opera - la 53 e la 70, quest’ultima nuova e ammiraglia dei maxi gommoni coupé - hanno costituito oggetto di una commessa proveniente da uno sceicco di Dubai per la realizzazione di 30 imbarcazioni in 2 anni. Y A M A H A

La Veteran Cars and Boats, società padovana specializzata nell’intermediazione di vetture da competizione storiche e moderne e di prestigio, ha dato vita a una struttura autonoma per l’acquisto e l’esposizione in conto vendita di veicoli propri e di terzi, in collaborazione con la Luigi Moreschi Motorsport che opera nella preparazione e ricostruzione dei particolarissimi e preziosi mezzi. Il nuovo fabbricato, primo autosalone italiano interamente dedicato alle vetture che prendono parte a gare automobilistiche, è sorto nella zona artigianaleIndustriale di Quingentole, nell’Oltrepò mantovano, su una superficie di 850 metri quadrati completamente accessibile al pubblico, capace di contenere fino a 80 mezzi per volta.

LA KART VINCENTE

La Nuova Yamaha FZ8 si è fatta attendere fino a marzo

Il 12 marzo è il giorno atteso per svelare un segreto: quello della Nuova Yamaha FZ8 2010, la cui immagine ufficiale è stata messa in circolazione a gennaio dalla casa motociclistica di Iwata per riparare ai danni commessi da una (voluta?) fuga di notizie e foto che non rendevano giustizia all’originale, pensata per fare concorrenza alla Kawasaki Z750. La Yamaha Motor Italia ha riunito, nel Motor Bike Expo di Verona 2010, concessionari e club ufficiali per mostrare quello che rappresenterà l’avvio della nuova stagione motociclistica. Ed anche durante la precedente presentazione genovese del nuovo «ruote alte sportivo» X-Max 2010 (disponibile dal dicembre scorso in versione 250 cavalli, da marzo nella versione 125), erano state date indicazioni sulle nuove uscite, prodotti nuovi e non solo aggiornamenti dei precedenti, che avrebbero affiancato la SuperTènèrè presente al Tokyo Motor Show, definita il «Signore della sabbia» per il design che l’avvicina a un tuareg, pastore nomade del Sahara anche simbolo della Dakar, la dura gara motociclistica. Per quest’ultimo modello bisognerà aspettare l’estate, l’arsura che esso merita.

Operativo da 50 anni nel karting, il Gruppo Birel si specializza: con la Bmb, mille metri quadrati di superficie a Pavia, diversifica la struttura guardando ai motori per kart. L’organizzazione produttiva della capogruppo si svolge in 4 reparti disposti su una superficie di oltre 6 mila metri quadrati dedicati a lavorazioni meccaniche, carpenteria, assemblaggio e magazzino. La Bmb, già attiva nella produzione dei motori Easykart e nella trasformazione dei motori a 4 tempi destinati alle gare Endurance e al mercato del noleggio, dal 2010 opera anche nel segmento delle corse nelle classi KF e KZ con una struttura di progettazione e produzione all’avanguardia, oltreché in collaborazioni esterne come l’accordo con il tecnico belga Ligieois che seguirà lo sviluppo del motore KZ, o con l’azienda della Repubblica Ceca Kvs che si occuperà dei motori KF.

82 SPECCHIO ECONOMICO

F

ondato nel 1968 da Achille Cardini, il Centro di Documentazione giornalistica di Roma continua a pubblicare annualmente l’Agenda del Giornalista, costituita inizialmente da poco più di un elenco dei giornali e giornalisti, ma diventata via via, soprattutto in questi ultimi anni, una miniera di notizie su tutto il panorama della comunicazione italiana, oltreché sullo specifico settore dell’informazione. Sotto la direzione di Marcella Cardini, subentrata allo scomparso e compianto fondatore, l’Agenda si è arricchita spaziando anche nel campo dei nuovi mezzi di comunicazione e del marketing. Ed è proprio da quest’opera, della quale nei giorni scorsi è stato pubblicato il primo, ponderoso volume di quasi 1.100 pagine, che si può avere un’idea del peso dei giornali italiani. Qual’è la prima impressione, o meglio la prima constatazione che può trarsi sulla consistenza, funzione e influenza della stampa italiana? Basta scorrere la sezione riguardante l’organico del Corriere della Sera, che occupa ben 5 pagine, per capire, o meglio per avere la conferma che quest’ultimo è sempre il primo quotidiano italiano, il più autorevole, scrupoloso, efficiente, che soddisfa di più le esigenze e le aspirazioni di una massa di lettori. È vero che, poco oltre, anche l’organico di Repubblica occupa un pari spazio, ma un particolare non indifferente distingue le due testate: precisamente il fatto che per condensare la storia del Corriere della Sera sono state necessarie circa 75 righe, per quella di Repubblica ne sono bastate appena una quindicina. È vero che un racconto può allargarsi o restringersi a fisarmonica, ma è anche vero che la storia del Corriere si estende per ben 135 anni di vita, quella di Repubblica per soli 35, un intero secolo quindi in meno. Non intendo con ciò affatto sminuire il merito, il valore e l’influenza di quest’ultima testata; riconosco anzi che è stato l’unico quotidiano, tra i tanti nati nel dopoguerra, che sia riuscito ad affermarsi in maniera così solida e diffusa; Il Giorno ad esempio, nato vent’anni prima, nonostante fosse abbondantemente finanziato dall’Eni ossia dallo Stato, dopo uno smagliante sprint iniziale è finito in seconda o terza linea. L’Agenda del Giornalista 2010, pertanto, non fa che confermare la definizione che ho sempre dato del Corriere della Sera: che nella stampa italiana è un transatlantico rispetto alla miriade di imbarcazioni che gli navigano intorno; è una portaerei dalla potenza di fuoco eccezionale nei riguardi dell’o-

Corsera Story

Transatlantico con suite, o supermercato con boutique
L’opinione del Corrierista

pinione pubblica. Più commercialmente l’ho definito anche il più ricco e attrezzato supermercato in cui tutti possono trovare tutto: dai prodotti, ossia dalle notizie su Milano a quelle sui più sperduti villaggi della foresta amazzonica o equatoriale. Non raramente negli ultimi anni mi sono rammaricato, però, che il gigantesco transatlantico non avesse più le lussuosissime suite di un tempo, che nel fornitissimo supermercato non si trovassero più le raffinatissime boutique di allora, ossia le firme di grandissimi giornalisti come quelli di un tempo. Ma in questi ultimi mesi ho dovuto ricredermi. Certamente non soltanto sono cambiati i gusti dei lettori, ma ha subito mutamenti epocali l’organizzazione stessa dei mezzi di informazione con l’introduzione di nuove tecnologie, informatica, telematica, internet, computer, telefonini, telefoni satellitari, e non è certamente finita. Pur non essendo nato nell’800, quando cominciai a fare il giornalista con l’Olivetti Lettera 22 da 30 mila lire pagate in 10 rate mensili di 3 mila, i testi nei giornali si componevano con la linotype, ma i titoli venivano ancora composti a mano, lettera per lettera. Nel 1954 entrò in tipografia la titolatrice, che fondeva in piombo titoli interi, come la linotype; le immagini si trasmettevano per telefoto; e, meraviglia, i testi si inviavano per telescrivente: battendo un tasto a Roma si stampava la relativa lettera a Milano; addio

«trombettiere», mitico personaggio che leggeva gli articoli agli stenografi. Nel pomeriggio di un Primo Maggio al largo di Marsala si rovesciò una barca diretta all’isola di Mozia e perirono 17 studenti. Vi arrivai alle 10 del 2 maggio, mi impadronii dell’unico telefono esistente nella zona, ma per cercare parenti e testimoni, affidai la cornetta a un ragazzo del luogo, impegnadolo a non cederla a nessun costo. Riuscii a trasmettere il servizio a Milano in tempo per il Corriere d’Informazione di mezzogiorno. Qualche mese dopo mi ritrovai nella redazione romana del Corriere quel ragazzo; voleva diventare e lo diventò, giornalista: Roberto Tumbarello. Oggi siamo nel boom della tecnologia, è difficile anche per i giovani aggiornarsi su tutti i ritrovati, anche a causa del numero e della rapidità con la quale si susseguono novità, invenzioni, applicazioni. Molti si chiedono se è più possibile il giornalismo di un tempo, ossia le suite nel transatlantico, le boutique nel supermercato; in pratica se è possibile ospitare ancora grandi firme o se, come si è visto in alcuni giornali, al posto dei grandi inviati che un tempo viaggiavano e conoscevano tutto il mondo - Luigi Barzini, Vittorio G. Rossi, Max David, Virgilio Lilli, Egisto Corradi, Indro Montanelli, Gian Gaspare Napolitano ecc. -, opereranno in redazione oscuri assemblatori di notizie prelevate da internet. Oltre alla scarsità di giornalisti preparati, indipendenti e coraggiosi, un direttore deve subire oggi troppi condizionamenti impostigli da proprietà, management, budget, pubblicità e politica; lo sforzo e la capacità richiestigli per fare un buon giornale è immenso, spesso insostenibile. Per questo c’è da meravigliarsi nel veder apparire ogni mattina in edicola un giornale come il Corriere, spesso perfino a 72 pagine di grande formato, ricchissimo di articoli, servizi, cronache, corrispondenze da tutto il mondo, commenti ecc. Ma non per questo mi stupisco, mi rallegro e mi compiaccio; come non mi infastidisco per l’estremo carico di pubblicità, che dimostra quanto i committenti lo ritengano largamente diffuso, seguito e approvato. La mia soddisfazione, che penso comune alla massa dei lettori, si basa sul coraggio del suo attuale direttore Ferruccio de Bortoli e del suo staff di dire la verità, di scrivere tutto, di non nascondere né alterare niente, di andare contro poteri, lobby e interessi, perfino contro Governi e uomini di Governo, Di costituire, di nuovo, un imbattibile baluardo della libertà. Victor Ciuffa

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