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28 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

CAN
TIERI

di BENEDETTO CAMERANA

DOMENICA 11 OTTOBRE 2015

Una metà nuova per il capannone vecchio:
a Torino rifaccio la carrozzeria all’Aci
n mio cantiere in piena lavorazione è la nuova sede
dell’Aci Torino. Quella di Torino era stata la prima ad
aprire in Italia, nel 1898. Fortemente voluto da
Piergiorgio Re e da Adalberto Lucca, il centro Aci ospiterà gli
uffici per il pubblico, una scuola guida con simulatori, uno
spazio commerciale e l’officina per la revisione. Il progetto è
un segno dei tempi: in parte è recupero di un capannone
esistente, in parte è un volume completamente nuovo.
Come le migliori istituzioni, l’Automobile club d’Italia
combina la prudenza del riuso con la ricerca della
trasformazione. Nel 2014 ho vinto con AI Studio il concorso

U

Sguardi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Incanti

.

di Ranieri Polese

Pittura, scultura, fotografia, design, mercato

di progettazione, con una proposta che ridisegna il moderno
con l’innesto del contemporaneo. Il nuovo volume segna il
punto di arrivo del lungo asse di corso Galileo Ferraris. Dato il
tema automobilistico, per la facciata ho voluto un linguaggio
formalmente innovativo: un design in zinco titanio, fluido e
mosso, che dialoga in modo forte con il contesto anche
tecnologico di via Filadelfia. Il confronto visivo più diretto è
con il Palaisozaki e la piscina di Isozaki: anch’essi rivestiti in
zinco titanio, non sono però occasione di una facile mimesi
ma piuttosto di uno scambio linguistico tra architetture
contemporanee. Una grande vetrata sostenuta da glass fin
chiude il portale d’ingresso a doppia altezza. Le aperture del
nuovo volume sono ampie, irregolari e ripiegate su se stesse,
bordate dalle fasce in VM Zinc grigio brillante. Il tono vira
verso il grigio blu nel rivestimento più regolare del fabbricato
esistente, scandito da grandi vetrate quadrangolari.
L’apertura del nuovo centro è prevista per maggio 2016.

{

Le canzoni di Giotto
Giotto pittore, Giotto architetto. Se Pasolini nel
Decameron celebra la pittura, nelle canzoni
protagonista è il Campanile. In Madonna
fiorentina (1941, Bixio-Cherubini) l’alba «tinge
color di violetto/ il Campanile di Giotto». In
Firenze bella (1955, Fragna-Cherubini) «il
Campanile di Giotto è sentinella» della pace della
città. Non mancano i doppi sensi: il Campanile di
Giotto (1944, Cesarini-Grassi, 1944) è meglio
della Torre di Pisa. Quella pende, lui invece sta su.

Atlanti Una mostra a Milano e un volume di illustrazioni ripercorrono
i locali frequentati e immortalati dagli scrittori. Una civiltà quasi estinta

Alcol, amori, molte chiacchiere
Andavamo al caffè (letterario)
Attenti alle definizioni che non rendono giustizia:
quei luoghi sono stati confessionali, atelier, postriboli
I massimi cantori del ’900? Hemingway e Flaiano
di ANTONIO DEBENEDETTI
Immagini e luoghi
Da sinistra: Mariana
Chiesa Mateos, il 36
billares di Buenos Aires.
Aprì nel 1894, famoso per
i suoi 36 tavoli da biliardo,
fu a suo tempo
frequentato da Federico
García Lorca (avenida de
Mayo 1265); Marta Iorio,
il Caffè Gambrinus di
Napoli, del 1860, ospitò
Oscar Wilde, Matilde
Serao, d’Annunzio,
Hemingway e Sartre (via
Chiaia, 1-2). Franco
Matticchio, il Bar Jamaica
di Milano (1921). Tra i
primi frequentatori ebbe
Benito Mussolini, poi
divenne il covo di Piero
Manzoni, Lucio Fontana,
Ungaretti, Quasimodo,
Balestrini, Dario Fo,
Bianciardi, Buzzati
(via Brera 32)
Nella pagina accanto: Elfo,
il Café Central di Vienna.
Inaugurato nel 1876,
è stato frequentato anche
da von Hofmannsthal,
Kraus, Loos, Adler, Herzl.
Nel solo gennaio 1913 ai
suoi tavolini si sono seduti
Josip Broz Tito, Sigmund
Freud, Adolf Hitler, Lenin e
Lev Trotsky (Herrengasse
14), qui immaginati
nei ritratti di Elfo

P

erché chiamarli «caffè letterari»? Non è la definizione più
appropriata. Sono stati qualcosa di più, di molto di più.
Hanno avuto funzione di atelier, di ritrovi, di succursali di postriboli
o anche di confessionali ad alta gradazione alcolica dove gli artisti veri o immaginari andavano a coccolare il loro io
narciso, a lasciarlo esprimere e sfogarsi
calunniando, pontificando, filosofeggiando, sbraitando, litigando, innamorandosi mentre le viscere si confortavano con qualcosa di forte o comunque di
goloso.
Nei caffè letterari più coccolati si poteva svuotare l’anima o svuotare la vesci-

ca senza vergognarsi del proprio corpo e
della propria istintualità. I caffè letterari
sono stati il porto franco del costume,
dell’intelligenza, delle illusioni estetiche e delle fanfaronate d’una società
borghese che amava dannatamente gli
artisti fingendo di vergognarsene o forse vergognandosene davvero un po’.
Non si ha vergogna del sesso? Non si ha
vergogna della follia? Non si ha vergogna dell’anima quando vuole uscire allo
scoperto? Il dadaismo poteva nascere
solo al riparo delle solide, protettive pareti del cabaret Voltaire, affacciato su
una complice stradina di Zurigo!
I più bravi a descrivere questi speciali
caffè, dove le muse vestivano spesso i

panni di camerieri condiscendenti e lisi,
sono stati probabilmente Hemingway e
Flaiano. Il primo, mescolando al whisky
i lieviti della generazione perduta, ha
raccontato in pagine inarrivabilmente
manieristiche la Parigi degli anni Venti
vista negli specchi dei bistrot. Flaiano,
con ironia di folgorante scrittore travestito da cronista di costume, racconta la
Roma che tra cappuccini, aperitivi, patatine fritte, premi letterari e scandali
megagalattici si sarebbe espressa nella
Dolce vita. Due capitali straordinarie
che hanno avuto anche nei tavolini dei
caffè le loro inquietanti epifanie culturali.
In nessuna storia della letteratura,

nemmeno nelle pagine dei suoi critici
più carismatici come Edmund Wilson o
Alfred Kazin, si può trovare un ritratto di
Scott Fitzgerald come quello annaffiato
di champagne buttato giù da Hemingway dopo aver incontrato la prima volta l’autore di Gatsby al Dingo Bar di rue
Delambre.
La perfidia diventa poesia e questa si
fa strumento d’una strepitosa lettura
dell’umano e di quanto nell’umano c’è
di troppo umano. Sono seduti e bevono
un sorso, poi un altro sorso e la penna
scriverà: «A quel tempo Scott sembrava
un ragazzo con un viso tra bello e grazioso. Aveva i capelli ondulati, biondissimi, una fronte alta, occhi spiritati dal-

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lo sguardo dolce...». Il suo talento? «Era
naturale come il disegno tracciato dalla
polvere sulle ali di una farfalla». Poi, dopo un paio di pagine d’una analoga pasta celebrativa, all’improvviso l’effetto
dell’alcol prende il sopravvento «Mentre
sedeva... con in mano la coppa di champagne la pelle del viso di Scott si tende e
si tende ancora fin quando il suo viso
non sembra un teschio».
Al Dingo bar o alla Closerie des Lilas
le poetiche, i destini diventano carne e
la carne diventa calda vita. Senza più cerimonie. Ennio Flaiano, nella Solitudine
del satiro, racconta quella che Fellini definiva la «società del caffè», che alla fine
degli anni Cinquanta «folleggia tra l’ero-

i

tismo, l’alienazione, la noia e l’improvviso benessere». Fa assaggiare, nelle
chiacchiere degli habitué di Rosati o del
Café de Paris, un cocktail tutto romano
«di sacro e di profano, di vecchio e di
nuovo». Descrive, a partire dai tavolini
con ombrelloni disseminati sui marciapiedi di via Veneto, «gli scandali che
scoppiano con la violenza dei temporali
d’estate, la gente che vive all’aperto, si
annusa, si studia...».
Per Hemingway i caffè di Parigi sono
un non luogo dove interno e esterno, i
pensieri più segreti e la chiacchiera si
confrontano aiutati dall’alcol. Sono il salotto liberato dai pregiudizi delle caste,
delle consorterie. All’incirca tre decenni 

Modelli
Il Café Central di Vienna,
il Caffè Gambrinus
di Napoli, il Bar Jamaica
di Milano. Fino ai caffè
dell’Avana o di Parigi

dopo, passando da Parigi a Roma, i caffè
di Flaiano sono l’espressione d’una società che esplode. Vuol essere intelligente senza credere nell’intelligenza.
E oggi? Entro in un bar chic, due giovanotti e una ragazza parlano di Anna, il
romanzo di Niccolò Ammaniti. Ascolto
curioso non riuscendo a cogliere il filo
del loro conversare. Poi, un’illuminazione: ognuno sta parlando attraverso il telefonino con un suo interlocutore che si
trova chissà dove! Qualcuno, forse Elémire Zolla, scrisse molti anni fa un articolo profetico: si intitolava Morte della
conversazione e dunque inevitabile
morte dei caffè letterari.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il progetto «Barfly»
La mostra
Barfly è una mostra
alla Galleria Nuages
di Milano — realizzata
nell’ambito della
manifestazione BookCity
Milano e di Expo 2015 —
in programma dal 14 al 25
ottobre: si tratta di un
viaggio attraverso disegni
e illustrazioni nel mondo
dei caffè letterari e nei bar
cari agli scrittori, classici e
moderni, con le tavole
illustrate da noti autori
italiani e internazionali e
dedicate a luoghi come El
Floridita di Cuba, o il Bar
Jamaica di Milano, il Café
Flore di Parigi, o il Central
di Vienna. Locali storici
disseminati per il mondo,
che hanno ospitato grandi
della letteratura e dell’arte
e sono stati il luogo di
nascita di correnti,
amicizie e contrasti
letterari. Decine di
illustratori e fumettisti
espongono i loro «caffè» e
i loro «scrittori da bar»
nella mostra, nata su un
progetto di Giancarlo
Ascari in arte Elfo, Cristina
Taverna e Arianna Vairo
(Galleria Nuages, via
Lauro 10, orari dalle 14
alle 19, sabato 10-13
e 14-19, chiuso lunedì
e festivi, ingresso libero,
telefono 02 72004482,
sito internet
www.nuages.net)
Il libro
Nei café parigini si
ritrovavano gli
esistenzialisti di Jean-Paul
Sartre, la metafisica di De
Chirico prendeva vita
all’Hotel Locarno di Roma,
Ernest Hemingway ha reso
famosi i locali dell’Avana
e sono da scoprire i caffè
di Joyce a Trieste
e di Freud a Vienna: Barfly
è anche una guida, edita
da Nuages, dedicata
a sessanta caffè letterari
in tutto il mondo. Storia,
indirizzi e informazioni
in un volume che è
illustrato con le 32 tavole
della mostra
(pagine 96,  15)
Gli incontri
Nell’ambito dell’iniziativa,
si svolgono anche gli
incontri Caffè d’autore,
sempre nella sede della
Galleria Nuages. Si
comincia il 24 ottobre, con
l’illustratore Pierluigi
Longo, la sociologa
Daniela Ostidich
e il disegnatore e artista
Guido Scarabottolo, e con
l’intervento del curatore
Elfo; il 25 ottobre, dibattito
con lo scrittore e
fumettista Paolo Bacilieri
e il disegnatore satirico
Roberto Perini (entrambi
alle 18, ingresso libero)
Gli autori
Gli artisti coinvolti
nel progetto Barfly
sono Paolo Bacilieri, Alicia
Baladan, Andrea Bruno,
Luca Caimmi, Chiara
Carrer, Francesco Cattani,
Mariana Chiesa Mateos,
Paul Davis, Anna
Deflorian, Marco Corona,
Giovanna Durì, Elfo,
Milton Glaser, Folon, Brad
Holland, Marta Iorio, Ugo
La Pietra, Pierluigi Longo,
Franco Matticchio, Sarah
Mazzetti, Alice Milani, José
Munoz, Viola Niccolai,
Roberto Perini, Giordano
Poloni, Andrea Rauch,
Alessandro Sanna,
Guido Scarabottolo,
Angelo Stano, Arianna
Vairo, Pia Valentinis
e Olimpia Zagnoli

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