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Bonsai
& Suiseki
magazine

Settembre 2009
Anno I - n.9
Bonsai&Suiseki magazine

9

Con il patrocinio di
I.B.S. e U.B.I.

ASSOCIAZIONE ITALIANA AMATORI SUISEKI BONSAI CLUB TICINO

Per informazioni sulla manifestazione Per informazioni sulla manifestazione

A.I.A.S. Segrateria
Sig.ra Elvira MANUTI DI VENERE BONSAI CLUB TICINO Segreteria
Via M. Luther King, 57 Sig. Nicola CRIVELLI
I-70124 Bari Via ai Boschetti, 23
Info: vdivenere@yahoo.it CH-6828 Manno
Info: info@bonsaiclubticino.ch
REGOLAMENTO
La partecipazione è riservata ai soci AIAS.
Per partecipazione al concorso è necessario iscriversi REGOLAMENTO
nell’anno in corso e l’iscrizione varrà solo per quell’anno La partecipazione al concorso BCT avviene tramite
(2009). spedizione documentazione fotografica delle piante
Possono essere presentate fino a 3 pietre, delle quali, via Email al segretariato del BCT entro il 30.06.2009.
massimo 2 pietre per ogni categoria Verrà confermata l’accettazione.
(esposizione con multi-stand vale per 1) Si chiede la presentazione di: bonsai, tavolino,
La quota di iscrizione per ogni pietra è di € 5.00. erbe di accompagnamento e scroll.
I suiseki premiati in mostre AIAS precedenti, non
potranno essere esposti in concorso.
Non saranno ammesse pietre senza supporto (daiza o 1° PREMIO MIGLIOR CONIFERA
suiban). 150.-- CHF
Il giudizio della giuria sarà insindacabile.
1° PREMIO MIGLIOR LATIFOGLIA
TROFEO ANNUALE AIAS
150.-- CHF
Il trofeo AIAS rimane al vincitore per un anno e viene
riconsegnato l’anno successivo.
Sul trofeo verrà applicata una targhetta con il nome 2° PREMIO
del vincitore. attestato

PREMIO TARGA UBI 3° PREMIO
PREMIO TARGA IBS attestato

CONCORSI PER CATEGORIE:

PIETRE PAESAGGIO
1°-2°-3° classificato

PIETRE OGGETTO
1°-2°-3° classificato

TAVOLINI MULTIPLI
1°-2°-3° classificato

PIETRE BISEKI
1°-2°-3° classificato

PIETRE DA CONTEMPLARE Altre informazioni
1°-2°-3° classificato
www.bonsaiclubticino.ch
PROGRAMMA MANIFESTAZIONE GLI OSPITI PERNOTTAMENTI - PRANZI

Il pacchetto n°1 comprende:
HOTEL PESTALOZZI ** Piazza Indipendenza 9 - CH-6901 Lugano
per un soggiorno dal 11 al 13 settembre 2009 (2 notti)
5 camere doppie con doccia/WC, TV,
VENERDI’ 11 AIAS al prezzo di Sfr. 172.-- per due persone, per notte e camera.
Sig. Martin Pauli Il prezzo indicato comprende la prima colazione, il servizio,
Giudice unico (Suiseki) le tasse ed IVA.
13.30 - 16.00 Accettazione piante e suiseki
Il supplemento per mezza pensione è di Sfr. 22.-- a persona
17.00 - 18.30 Riunione Consiglio Direttivo AIAS
Il pacchetto n°2 comprende:
BONSAI HOTEL ROSA ** Via Landriani 2/4 CH-6900 Lugano
Sig. Aurelio De Capitani www.albergorosa.ch
SABATO 12 Giudice unico (Bonsai) per un soggiorno dal 11 al 13 settembre 2009 (2 notti)
http://decabonsaistudio.blogspot.com 4 camere doppie con docia/WC, TV e radio Sfr. 160.--
8.30 - 10.30 Accettazione piante e suiseki 2 camere doppie uso singola con doccia/WC, TV e radio Sfr. 120.--
I prezzi sono per camera, per notte con prima colazione continentale,
11.00 - 13.00 Valutazione Giuria servizio, tassa di soggiorno e IVA inclusi.
13.30 Rappresentazione di musica giapponese (Koto); SHODO Contingente messo a disposizione fino al 15 luglio 2009.
cerimonia di vestizione del Kimono Sig. Bruno Riva
14.00 - 17.00 Demo Shodo - Bruno Riva Accademia europea di Shodo Ruimo Il pacchetto n°3 comprende
20.30 Cena di gala e premiazione presso bruno.riva@ti.ch HOTEL LOCANDA CASTAGNOLA ** Contrada Vecchio Municipio 1
Cantina Ticinese CH-6976 Lugano-Castagnola - www.locanda-castagnola.ch
la Locanda Castagnola, ha disposizione di 12 camere doppie.

Il pacchetto n°4 comprende
DOMENICA 13 HOTEL DISCHMA *** Vicolo Geretta 6 - CH-6902 Lugano-Paradiso
www.hotel-dischma.ch
per un soggiorno dal 11 al 13 settembre 2009 (2 notti)
9.00 - 18.00 Apertura mostra 12 camere doppie con bagno/doccia/WC, tel., Radio e TV via cavo,
9.30 - 11.00 Assemblea Generale Soci AIAS accesso wireless Internet, safe e minibar a Sfr. 150.-- al giorno
14.00 - 16.00 Demo tecnica bonsai - membri BCT per 2 persone con il buffet della colazione, tasse e servizio.
ASSOCIAZIONE CAMELIE CLUB GIAPPONESE (C.C.G) 2 camere singole con doccia/WC, tel., Radio e TV via cavo,
15.00 - 17.00 Demo Shodo - Bruno Riva accesso, wireless Internet, safe e minibar a Sfr. 82.-- al giorno
15.00 - 17.00 Commento Critico sui suiseki esposti http://cameliaclub.blogspot.com
con il buffet della colazione, tasse e servizio.
18.00 Chiusura mostra (ev. Parcheggio in Autosilo Sfr. 10.-- al giorno.)
Opzione: fine aprile 2009

ll pacchetto n°5 comprende
HOTEL FEDERALE *** Via Ragazzoni 8 - CH-6900 Lugano
www.hotel-federale.ch
per un soggiorno dal 11 al 13 settembre 2009 (1 o 2 notti)
10 camere doppie o doppie uso singolo a Sfr. 250.-- per notte
inclusa la piccola colazione.
Tassa di soggiorno Sfr. 0.80 per persona, per notte non inclusa
nella ariffa sopra menzionata
Supplemento mezza pensione Sfr. 33.-- per persona, al giorno.
Le prenotazioni saranno fatte direttamente da ogni singolo
partecipante usando un codice, BCT2009, per la prenotazione
Il Giappone.
Dove primeggia l’estetica.
di Antonio Ricchiari

P
er il lettore che vuole scrutare il mondo giapponese dalla prospettiva estetica, le oc-
casioni di conversione dal piccolo all’immenso sono frequenti e sempre strabilianti.
Ad esempio l’estetica del bonsai è l’estetica di una natura interpretata in una dimen-
sione miniaturizzata che con la complicità dell’osservatore “calato” in quel mondo
in piccolo, può diventare l’occasione di un salto iperbolico negli spazi profondi della
coscienza.
Spazi in cui la forma della vita fluttuante, come dice la cultura giapponese, sono risuc-
chiate nella matrice della propria assenza. Chi ha il pregio di una attenta osservazione ne capta
l’aura, ne intercetta il ritmo segreto che è intrinseco nell’albero, nella montagna, nel filo d’erba,
nello strabiliante mondo del sottobosco, nella traccia di un profumo della Natura, nel guizzo
di un animale. Tutto ciò risucchia l’osservatore nel loro interno fatto di nulla, colmo di vuoto. Il
“dentro” si esteriorizza, si fa palese.
Quella compressione dell’occhio che accompagna l’acutizzarsi dello sguardo e che porta
a vedere gli oggetti solo se molto vicini (come una foto macro) diventa un’inopinata via d’accesso
agli arcani dell’estetica giapponese. Questo tipo di estetica non è contemplata da quella Occi-
dentale con le sue oggettivazioni artistiche, poetiche, decorative intese in senso ampio.
L’estetica giapponese è rappresentata nelle composizioni di rami e steli fioriti che primeg-
giano nella sontuose vasche di porcellana e che sono rinnovate all’alba nei saloni degli alberghi
di Tokyo oppure in quei pini esteticamente lavorati fino allo spasimo da mani esperte di vuoto e
apparenza e che costituiscono la cintura verde del Palazzo del Tennô nel cuore del più tradizio-
nale Giappone.
Scrive la Marchianò, “lontano dal frastuono urbano, in quegli spazi erbosi di piccolezza
asimmetrica sforbiciati attorno ai templi: perimetri di ghiaia e pietre come isole arroccate in un
mare fermo, muschi e pinelli nani che un’occulta mente geometrica ha defilato con regale non-
curanza, rami tormentati dalle zuffe di candide gru, stagni increspati dai volteggi delle carpe, dal
remigare delle anatre sul pelo d’acqua – ho cercato l’anima di quel mondo vivo nelle sagome
di visi e effigi, nelle pupille mansuete dei cerbiatti a Nara, nella sublime disposizione dei deschi
apparecchiati con assaggi asprini, agri salati, per palati avvezzi a minuziose gestazioni irrorate
di thè pastoso, di oleato sakè color berillo. Che l’anima del Giappone si annidi proprio lì, nella
perfetta integrazione della forma (la sua stramba bellezza) e del vuoto (la sua arcana pienezza)?
Anima – potrei dire con gli occhi della memoria immersi in quei flussi di forme – è ogni stilla di
vita che mobilita anatre e carpe, gru e cerbiatti, Pini e muschi, alghe e loti ai lembi estremi della
coscienza vigile.”

Antonio Ricchiari


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Bonsai
& Suiseki magazine

Anno I - n. 9 - Settembre 2009
in collaborazione con

Direttore:
Antonio Ricchiari - progettobonsai@hotmail.it

Caporedattore: 10
Carlo Scafuri - carlo_scafuri@fastwebnet.it

Art directors:
Salvatore De Cicco - sacedi@yahoo.it 18
Carlo Scafuri

Impaginazione:
Carlo Scafuri

Comitato di redazione: 55 86
Antonio Acampora - acampor@alice.it
Luca Bragazzi - tsunamibonsai@tiscali.it
Luciana Queirolo - pietredarte@libero.it
Antonio Ricchiari
Carlo Scafuri

Redazione:
Dario Rubertelli - iperdario@yahoo.it
Giuseppe Monteleone - alchimista.vv@tiscali.it
Pietro Strada - info@notturnoindiano.it
Marco Tarozzo

Hanno collaborato:
Daniele Abbattista - bestbonsai@gmail.com
Massimo Beggio - muhenzen@hotmail.com
Gian Luigi Enny - ennyg@tiscali.it
Giovanni Genotti
Andrea Meriggioli - info@master-bonsai.com
Carlo Oddone
Giacomo Pappalardo - pappalardogiacomo@gmail.com
Gianfranco Pezzoni
Felix G. Rivera - felixsuiseki@gmail.com
Elisabetta Ruo - best22@alice.it
Francesco Santini - santini.francesco@virgilio.it
Daniela Schifano - daniela.schifano58@gmail.com
Anna Lisa Somma - annalisasomma@gmail.com
Gennaro Terlizzi - jennarinos@alice.it
Andrea Trevisan - andreatrevis@gmail.com

In copertina:
Carlo Maria Galli - cingnale@gmail.com
Stefano Frisoni - stefano@bonsaisensei.it
Luciana Queirolo

Sito web:
http://bonsaiandsuisekimagazine.blogspot.com

Indirizzo e-mail:
bonsaiandsuisekimagazine@gmail.com
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Tutti gli scritti, le foto, i disegni e quant’altro materiale pubblicato su questo sito rimane di esclusiva proprietà dei rispettivi Autori che ne concedono in via provvisoria l’utilizzo
esclusivo al Napoli Bonsai Club ONLUS a titolo gratuito e ne detengono il copyright © in base alle Leggi internazionali sull’editoria. E’ vietata la duplicazione e qualsiasi tipo di
utilizzo e la diffusione con qualsiasi mezzo (meccanico o elettronico). I trasgressori saranno perseguiti e puniti secondo gli articoli di legge previsti dal Codice di procedura
Penale che ne regolano la materia. Il Comitato di Redazione del Magazine non assume alcuna responsabilità per i contenuti ed i riferimenti degli articoli, di cui, a norma del
Codice Civile, ne rispondono civilmente e penalmente i singoli Autori. Per il carattere gratuito del magazine è tassativamente vietata ogni forma di pubblicità commerciale. Il
Comitato di Redazione censurerà ogni tentativo di pubblicità occulta. Le varie segnalazioni saranno vagliate dal c.d.r. e se classificate utili come informazione ai lettori, pubblicate.
Sommario 9

Dal mondo del Bonsai & Suiseki
06. Il furto più odioso! di Daniele Abbattista
08. I meridiani di Gennaro Terlizzi
10. Cosa sapere prima di progettare il proprio giardino giapponese - II parte di Gian Luigi Enny
14. Qualche pensiero sull’Haiku di Massimo Beggio
18. Storia di una pietra di Daniela Schifano
23. Forse non tutti sanno che il ginepro... di Elisabetta Ruo

Mostre ed eventi
28. Mostra Bonsai Centro Italia - Foligno di Luca Bragazzi

In libreria
32. Bonsai & News di Antonio Ricchiari

Bonsai ‘cult’
35. Associazioni ed associazionismo. Un tema sempre attuale di Giovanni Genotti
78 38. Bonsai e arte. Un dibattito aperto da sempre di Antonio Ricchiari

La mia esperienza
40. Il brutto anatroccolo di Francesco Santini
45. Il cipresso chiamato Mustafà di Giacomo Pappalardo e Antonio Ricchiari
52. Innestiamo un ginepro di Andrea Meriggioli

A lezione di suiseki
55. Evoluzione personale nell’arte di osservare le pietre: “la storia siamo noi!” di Luciana Queirolo
60. L’arte del Suiseki di Felix G. Rivera

L’opinione di...
62. Edoardo Rossi di Giuseppe Monteleone

A scuola di estetica
67. Lo stile a semicascata di Antonio Ricchiari

L’essenza del mese
70. Il ficus - I parte di Antonio Acampora

Note di coltivazione
73. La defogliazione - I parte di Luca Bragazzi

Tecniche bonsai
76. La scelta del vaso - I parte di Antonio Acampora

L’angolo di Oddone
78. Il ginepro di Carlo Oddone

Vita di club
84. Drynemetum Bonsai Club ONLUS di Gianfranco Pezzoni

Il Giappone visto da vicino
86. L’estetica nella cerimonia del tè di Antonio Ricchiari
90. Libro d’ombra - Tanizaki Junichiro di Anna Lisa Somma

Che insetto è?
91. Danni da stress ambientale di Luca Bragazzi
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

il furto più odioso!
di Daniele Abbattista

T
utti prima o poi hanno purtroppo subito un furto. Una pesante intru-
sione nella nostra vita privata, che ci lascia un forte sentimento di in-
credulità, poi di rabbia ed infine di grande tristezza. Quasi un lutto da
elaborare. Ma quando l’oggetto di questo furto non è una cosa ma
una creatura viva o un bonsai o addirittura una collezione di bonsai, che ci ha
accompagnato per buona parte della nostra vita, allora bisogna dar fondo a
tutta la nostra forza di carattere e tentare di superare questo momento che
rischia di allontanare per sempre da questa meravigliosa passione chi subisce
un simile danno.
I bonsai rubati annualmente nel mondo ammontano a diverse miglia-
ia ed il business che c’è dietro a questo ignobile gesto, aumenta di anno in
anno. La nota casa italiana produttrice di vasi ha addirittura creato un sito
(http://www.certre.it/index.php?op=FurtiBonsaiSuiseky) dove segnalare i
bonsai ed i suiseki rubati.
Per i bonsai più di valore, il furto è quasi sempre su commissione,
gente che per qualche motivo conosce il posto in cui custodite ignari i vostri
tesori, ed alla prima occasione arriva col furgone, carica tutto senza lasciare
traccia. Difficilmente questi bonsai si rivedranno in giro. Finiranno nel giar-
dino di qualche collezionista senza scrupoli che sa benissimo che piante così
riconoscibili non potranno frequentare i circuiti professionistici espositivi. E
forse non è il male minore per i vostri bonsai. I furti più improvvisati finiranno
invece in qualche garden o in qualche paese lontano in mano a gente che non
sapendoli curare li rovinerà irrimediabilmente.
Eppure i tempi sono un pò cambiati. La diffusione mondiale dei forum
specialistici in cui bonsaisti di tutti i paesi interagiscono, ha creato qualche
problema a questa infame categoria di ladri: la visibilità.
L’uso di social network tipo Facebook e Twitter dove centinaia di ap-
passionati giornalmente dialogano tra loro, rende più facile la segnalazione
fotografica degli esemplari rubati. Sarà molto difficile riconoscere bonsai di
basso livello ma i pezzi più famosi difficilmente potranno venire camuffati
senza stravolgerne la loro caratteristica.
Ma cosa fare per contrastare questa dilagante piaga del furto di bon-
sai? Innanzitutto valgono le regole contro ogni genere di furto: sorveglianza,
documentazione dettagliata fotografica di ogni pezzo e nel caso di esem-
plari davvero costosi (in Italia circolano bonsai del valore anche di centinaia
di migliaia di euro) anche l’uso di microchip rilevabili dal satellite in caso di
furto.
In ogni caso si consiglia di fare immediatamente denuncia alle auto-
rità, unendo una accurata documentazione fotografica, e fornendo una lista
di tutti i possibili sospetti, cosa che aiuterà non poco le forze dell’ordine a
selezionare le piste da seguire.

6 il furto più odioso!
- Daniele Abbattista -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Questi di seguito sono alcuni degli esem-
plari rubati a Roma ad Emilio Di Raimo. I
due ginepri sono facilmente riconoscibili,
l’azalea bunjin forse un pò meno. Sono
piante che Emilio coltivava da anni e che
ormai erano quasi pronte per partecipare
a qualche mostra di buon livello. Qua-
lunque fosse il loro valore sono pezzi di
vita rubata che nessuno potrà mai sos-
tituire. Io spero solo che Emilio ritrovi
questi bonsai e che non si faccia prendere
dallo sconforto.

Alcuni dei bonsai rubati ad Emilio.
Some of the stolen bonsai of Emilio Di
Raimo.

Se riconoscete uno di questi bonsai cont-
attate Emilio ai recapiti indicati di seguito.
If you ever see these trees, please contact
me immediately from all over the world.

Grazie.
Thank you.

Emilio Di Raimo.

E-mail: 2001chicca@virgilio.it
mobile (+39) 3474450054

il furto più odioso!
- Daniele Abbattista - 7
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

i meridiani
di Gennaro Terlizzi

A
ncora insieme per un nuovo appuntamento. Nei precedenti incontri ci siamo avvicinati a
dei concetti quali lo Yin e lo Yang, il Dao e il Qi (Ki o soffio energetico), visti sotto l’aspetto
della MTC. Ma ci chiederemo, nella pratica attuazione a cosa servono questi elementi? E
come utilizzarli in modo applicativo nelle cure di alcune patologie? Questi elementi in-
sieme a tanti altri sono fondamentali per la corretta formulazione di una anamnesi e diagnosi ener-
getica. Solo dopo aver formulato una corretta diagnosi energetica con l’utilizzo dello Shiatsu, Tuina
o Agopuntura potremo cercare di risolvere il problema. A questo punto è naturale porsi un’ulteriore
domanda: come e dove operiamo sul corpo?
Il medico, nel caso di utilizzo dell’agopuntura o il terapeuta nel caso di utilizzo dello shiatsu
o tuina opererà sui meridiani. Vediamo in modo più specifico cosa sono questi meridiani.
I meridiani rivestono un ruolo fondamentale nella MTC ed in modo particolare per lo shiat-
su, l’agopuntura ed il massaggio cinese (tuina). Sono canali energetici che percorrono tutto il corpo.
Il termine cinese è Jing Luo Mai, la traduzione dei termini è: Jing = meridiano, Luo = collaterale e Mai
= vasi. I meridiani ed i collaterali provvedono alla distribuzione del soffio (energia) e del sangue nel
corpo. Con il termine vasi non facciamo differenza tra flussi energetici e vasi sanguigni. I collaterali
sono ramificazioni che mettono in collegamento i meridiani con tutti i distretti corporei, per nutrirli.
Durante il loro percorso, i meridiani si congiungono con gli organi e visceri (Zang e Fu), mentre
all’esterno raggiungono le quattro estremità, la pelle e gli organi del senso. Si comprende che esiste
una continua interazione tra flussi energetici ambientali e quelli interni al corpo. Pertanto disar-
monie dei flussi energetici esterni possono ripercuotersi sull’uomo, inducendo stati patologici. La
descrizione del percorso dei meridiani è molto antica e risale al IV secolo A.C. Nonostante la speri-
mentazione porta ancora oggi a conoscenza di nuovi punti di agopuntura il percorso dei meridiani
resta immutato. In realtà potremmo affermare che non esistono, bensì sono delle linee tracciate
dalla sequenza, ben precisa, dei punti appartenerti ad ogni asse energetico. Il sistema dei meridiani
è molto complesso e non si limita ai soli meridiani principali, cui spesso si fa riferimento, ma è com-
posto da 72 meridiani divisi in sei gruppi:
12 meridiani principali
12 meridiani muscolari
12 meridiani distinti
12 Luo longitudinali
16 Luo trasversali
8 meridiani straordinari
Nella pratica dello shiatsu, anche se spesso si considerano solo i meridiani principali, quelli
muscolari e due degli otto straordinari (Du Mai e Ren Mai), è opportuno conoscerne il percorso e le
funzioni di tutti per effettuare precise diagnosi e trattamenti mirati, in patologie più complesse in
cui ci siano coinvolgimenti di carattere psichico, emotivo ed affettivo.

8 I meridiani
- Gennaro Terlizzi -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Il concetto di yin e yang si estende anche ai meridiani. Quelli a carattere yin circolano nelle
zone: ventrale, faccia interna delle gambe e braccia; quelli yang circolano nelle zone: dorso e faccia
esterna delle gambe e braccia. L’uomo è inteso, secondo la MTC, in stretto rapporto con il cielo (di
natura yang) e la terra (di natura yin), ed è in continua interazione con l’energie cosmiche. Le ener-
gie del cielo e della terra sono soggette anch’esse alla dicotomia dello yin e yang, in particolar modo
questi soffi sono suddivisi in sei aspetti. Questi sei aspetti, tre yin (Tai, Shao e Jue) e tre yang (Tai,
Shao e Ming) rappresentano le sei qualità del soffio cosmico. Questi soffi utilizzano sei canali o assi
energetici per attraversare l’uomo. I tre soffi yang percorrono il corpo dalle mani alla testa e dalla
testa fino ai piedi in relazione alla loro qualità, e sono denominati: Taiyang, Shaoyang e Yangming.
Il percorso dei soffi yin va dai piedi al torace e dal torace alle mani e sono denominati: Taiyin,
Shaoyin e Jueyin. Dai percorsi descritti si denotano due punti di discontinuità: la testa ed il torace.
Pertanto per ogni asse distinguiamo una parte relativa all’arto superiore (Shou), ed una rela-
tiva all’arto inferiore (Zu). Quest’ulteriore suddivisione da origine ai dodici meridiani principali. Tutti
i meridiani yin s’incontrano al torace e tutti quelli yang alla testa. Ogni meridiano, sotto il profilo
funzionale è legato alle funzioni di un organo o un viscere. Gli organi sono interni non comunicano
con l’esterno e sono di natura yin, mentre i visceri sono in comunicazione con l’esterno e quindi di
natura yang.
Sotto l’aspetto anatomico ogni meridiano ha un percorso più superficiale dove sono loca-
lizzati i punti di agopuntura, ed un percorso più profondo che stabilisce le connessioni tra organi e
visceri. La loggia energetica è l’accoppiamento che si stabilisce tra un organo ed il relativo viscere,
tali accoppiamenti sono riassunti nella tabella seguente:

ASSOCIAZIONE TRA MERIDIANI PRINCIPALI E ORGANI - VISCERI

ORGANO MERIDIANO VISCERE MERIDIANO
Fegato ZuJueyin Vescica Biliare ZuShaoyang
Cuore ShouShaoyin Intestino Tenue ShouTaiyang
Ministro C. ShouJueyin Triplice Riscaldatore ShouShaoyang
Milza ZuTaiyang Stomaco ZuYangming
Polmone ShouTaiyin Intestino Crasso ShouYangming
Reni ZuShaoyin Vescica ZuTaiyang

Ogni meridiano stabilisce una connessione diretta con un organo o un viscere, detta di
dipendenza (Shu), ed una di collegamento (Luo), con l’accoppiamento relativo alla loggia ener-
getica. Quindi, per esempio, il meridiano ZuShaoyin stabilisce una connessione di dipendenza con
l’organo reni ed una connessione di collegamento con il viscere vescica. Lo stato energetico degli
organi e visceri si riflette sui meridiani, ed attraverso gli stessi possiamo riequilibrare lo stato di
alterazione. Questo è il meccanismo di azione che sfrutta l’agopuntura, lo shiatsu e la moxa*. Nei
meridiani il soffio crea una vera e propria circolazione che ha inizio e termine nella zona toracica. La
circolazione completa è composta da tre cicli di otto ore ognuno. Quindi nelle 24 ore avviene una
circolazione completa e in ogni ciclo sono impegnati quattro meridiani, due yin e due yang. Per ogni
meridiano principale saranno riservate in modo particolare due ore.
I meridiani Luo trasversali hanno la funzione di creare un collegamento fra meridiani che
appartengono alla loggia energetica.
I meridiani Luo longitudinali si distaccano dal meridiano principale seguendo, grosso modo,
lo stesso percorso ma più in profondità, allo scopo di nutrire in modo capillare i distretti corporei
profondi.
I meridiani muscolari interessano la parte esterna del corpo e non hanno collegamento
diretto con organi interni. Esiste però una comunicazione tra meridiani principali e muscolari, a
livello dei punti distali. Quindi, anche se indirettamente, stimolando i meridiani muscolari possiamo
raggiungere organi e visceri connessi ai meridiani principali. Questo è il meccanismo d’azione utiliz-
zato dalle tecniche shiatsu, agopuntura e moxibustione.
I meridiani Du Mai e Ren Mai rivestono particolare interesse nello shiatsu. Il primo è loca-
lizzato sulla schiena e sulla testa, mentre il secondo interessa la linea centrale dell’addome, zona
importante perché sede di aree di riflesso utilizzate sia nella diagnosi sia nel trattamento.
La funzione dei meridiani distinti è di portare i soffi al cervello e stabilire comunicazione tra
lo stesso e le varie strutture corporee.
Vi saluto ed alla prossima per un nuovo argomento.

I meridiani
- Gennaro Terlizzi - 9
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Cosa sapere prima di realizzare
il proprio giardino giapponese
di Gian Luigi Enny

La visione d’insiemeDobbiamo partire dal presupposto di che cosa è bello vedere e cosa invece è
meglio nascondere, se un paesaggio è particolarmente bello occorre organiz-
zare il giardino in modo tale da guidare l’occhio su ciò che si ritiene interes-
sante. Se si ha un prato, lo si lascerà andare verso la direzione voluta, mentre
i cespugli o gli arbusti verranno piantati in luoghi ove non c’è nulla da vedere,
ma bisogna stare attenti a non inserire oggetti troppo appariscenti in modo
tale da carpire l’attenzione di chi guarda.
Non dobbiamo preferire la vista solo quando dà su
Ricordate che la struttura del territorio colline o su un lago o ancor di più sul mare, anche pic-
coli dettagli possono diventare parti importanti in una
influenza notevolmente il clima, una collina visione d’insieme, per esempio un gruppo di alberi, una
può riparare dai venti, il lago mitiga il rigore pianta singola con una certa struttura, un torrente o an-
dell’inverno, la città è più calda grazie al riscal- che semplicemente un gruppo di vecchie case, questo
damento. viene chiamato: “paesaggio preso a prestito”.
Anche se un giardino si trova in città può avere dei
punti interessanti ad esempio se dà su elementi ar-
chitettonici particolari lo si può studiare in modo da valorizzarli e farne un
centro d’interesse, vale la pena se il tutto diventa una cosa unica.

10 Cosa sapere prima di progettare il proprio giardino giapponese-II parte
- Gian Luigi Enny -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Se quello che riteniamo interessante sta al di fuori
del giardino, vale la pena sottolinearlo, creando una
continuità giardino-paesaggio, magari usando specie
autoctone per creare una recinzione. Se la scena o il
particolare risulta essere lontano, allora va incorniciato
con piante o recinzioni in modo da guidare lo sguardo
verso quel punto (ad es. un bel panorama). A volte,
invece,sentiamo l’esigenza di nascondere qualcosa di
brutto,per raggiungere questo obiettivo non sempre si deve ricorrere a siepi
o filari di piante, può essere sufficiente fare in modo che l’attenzione rimanga
all’interno del giardino stesso tramite oggetti particolari.
Vi ricordo che, quando si vuole nascondere qualcosa di sgradevole, si
potranno utilizzare cespugli o piante a foglia larga, oppure attrarre l’attenzione
su oggetti come vasche, lanterne, o pietre posizionate come punto focale.

Analizziamo le caratteristiche Ogni giardino è “unico”, quindi è opportuno guardare gli elementi e
del giardino le caratteristiche che si desiderano modificare. Se il giardino è piccolo, pos-
siamo fare in modo di farlo sembrare grande semplicemente limitando le
piante alla zona periferica e lasciando al centro un bel prato libero.
Se invece il terreno è piuttosto grande (per esempio un giardino di
campagna), diventa piuttosto impegnativo tenerlo curato, ma possiamo agire

Cosa sapere prima di progettare il proprio giardino giapponese-II parte
- Gian Luigi Ennny - 11
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

così: delimitare con una cannicciata, una bordura o semplicemente dei vasi,
la superficie di cui possiamo occuparci, considerando il resto come facente
parte del paesaggio.

Ristrutturare il vecchio o L‘approccio sarà diverso a seconda che il giardino sia vecchio (e tras-
crearne uno nuovo? curato) o nuovo. Nel primo caso si dovrà sfruttare ciò che già esiste, magari
impreziosendolo e migliorandolo, nel secondo caso si dovrà invece decidere
come impostarlo. E’ sempre consigliabile conservare gli alberi esistenti nel
giardino, se in buone condizioni, valorizzandoli e facendoli risaltare. Spesso
infatti, il motivo per il quale sono stati piantati non appare subito, ma possono
proteggere dai venti freddi e nascondere viste sgradevoli o strade rumorose.
Inoltre va considerato che per avere un albero adulto ci vogliono molti anni!

Alcuni arbusti possono essere fatti “rinascere” assumendo se sotto-
posti ad una sapiente potatura una determinata forma in questi casi è impor-
tante appoggiarsi a degli esperti. Se la pianta è vecchia e sofferente quindi
anche pericolosa, è bene non farsi prendere da troppi scrupoli e provvedere a
tagliarla il prima possibile.
Molti altri possono essere gli elementi presenti in un giardino che
possono essere valorizzati in modo da ridare fascino al giardino stesso. Se in-
vece il giardino è di nuova creazione è importante osservare il terreno, spesso
facendo parte di una casa appena costruita, può essere costituito per la mag-
gior parte da detriti da costruzione. Sarebbe bene toglierli immediatamente
e sostituirli con uno strato di 30-40 cm di terriccio universale da giardino repe-
ribile nei vivai.

Il microclima Per microclima s’intende l’insieme delle condizioni climatiche di una
piccola superficie di territorio. Alberi e piante sono soggette alle regole della
natura, quindi bisogna conoscerle se si vuole che il giardino assuma l’aspetto
migliore. Le costruzioni vicine, un gruppo di alberi, una collina, a seconda
della loro posizione possono proteggere dal vento o creare un’ombra tale da
modificare sensibilmente la temperatura. Una posizione orientata a sud ed
in pendenza sarà più soleggiata che non una pianeggiante, se posizionato in
cima ad una collina sarà più caldo rispetto ad uno situato ai piedi della stessa

12 Cosa sapere prima di progettare il proprio giardino giapponese-II parte
- Gian Luigi Enny -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

in quanto, come si sa, l’aria fredda tende a scendere verso il basso. Inoltre, i
venti dominanti possono essere mitigati da una siepe, mentre resi più forti da
muri. Infatti quando il vento incontra un ostacolo fisso (ad es. un muro) Crea
delle turbolenze molto forti che in genere danneggiano le piante, è quindi
preferibile una siepe vegetale. Le piante stesse creano un microclima, alcune,
ad esempio, prevengono la formazione del gelo.

L’importante è, quindi, quando progettiamo il nostro giardino, considerare se
gode di un particolare microclima (in bene o in male), in quanto ci preserverà
da eventuali delusioni. Spesso lo stesso giardino non è esposto nello stesso
modo e quindi le esigenze sono molto diverse. Vediamole nel dettaglio.
NORD: non è così tragica come si pensa in quanto il giardino non subisce
brusche variazioni di temperatura o gelate improvvise, in quanto si riscalda e
si raffredda molto lentamente.
SUD: è sempre esposto al sole, quindi è la migliore nelle zone fredde, in quelle
calde è bene predisporre qualche riparo.
EST: riceve sole dal mattino fino al primo pomeriggio,il difetto è che si ri-
scalda in fretta, ma si raffredda altrettanto velocemente. E’ soggetta a gelate
tardive e non è adatta alle piante con fioriture precoci tipo i prunus.
OVEST: il giardino è molto caldo in estate, si adatta a piante che amano il
sole, possibilmente meglio se rustiche. Tenete in considerazione che in alcune
zone (esempio le isole)queste differenze possono non essere così marcate.

Un occhio in particolare Certamente questo aspetto dovrà essere sicuramente considerato,alcuni ani-
agli animali domestici mali piuttosto irrequieti potrebbero rovinare il lavoro da voi creato, pertanto
il giardino dovrà essere recintato nel migliore dei modi, per non permettere
agli animali domes-
tici come cani , gatti,
coniglietti e altri di
entrarvi, diversa-
mente non andranno
piantate piante deli-
cate e rare nei luoghi
frequentati abitual-
mente dagli animali.
Tenete comunque in
considerazione il ca-
rattere delle vostra
bestiole che possono
essere tranquille o
piuttosto irrequiete.

Cosa sapere prima di progettare il proprio giardino giapponese-II parte
- Gian Luigi Ennny - 13
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Qualche pensiero
sull’haiku di Massimo Beggio

C
olgo questa occasione che mi viene offerta per dire alcune cose sulla poesia giapponese,
e in particolare sull’haiku, per segnalare che nelle edizioni “La Vita Felice”, è da qualche
mese in libreria un bel cofanetto dal titolo “Capolavori della poesia giapponese”. Contiene
quattro piccoli volumi pubblicati a suo tempo, singolarmente, sempre dallo stesso editore.
Sono le poesie di Daigu Ryokan, di Kobayashi Issa, di Saigyo e di Matsuo Basho. Le prime tre raccol-
te curate da Luigi Soletta, missionario del P.I.M.E. in Giappone per quarant’anni, buon conoscitore
della lingua e della cultura giapponese. La quarta ad opera della signora Muramatsu Mariko.
Si tratta di lavori davvero preziosi, indispensabili per farsi un’idea del mondo poetico giap-
ponese. Lavori dei quali dobbiamo ringraziare sia i curatori sia questa piccola ma interessante casa
editrice che li ha pubblicati. Mi sento proprio di raccomandarli a tutti coloro che sentono la voglia di
approfondire un po’ questi argomenti.
Torno però all’haiku, a questa particolare forma poetica di origine giapponese, argomento
sul quale ho promesso di spendere qualche parola. Da tempo l’haiku è abbastanza conosciuto e dif-
fuso in Occidente e lo è ormai molto anche nel nostro paese. Trenta o quarant’anni fa non era così.
Non voglio dilungarmi sulla storia dell’haiku in occidente ma mi sembra doveroso ricordare che tra
i primi a parlarne, negli anni cinquanta, furono gli autori americani della Beat Generation, in parti-
colare Kerouac, Gary Snider e Ginsberg. Tra le opere di allora, oltre alle poesie, scritte direttamente
nella forma dell’haiku o comunque con una forte ispirazione a questa forma, è anche il caso di
ricordare il romanzo “I vagabondi del dharma” di Jack Kerouac. Un romanzo che, oltre a raccontare
l’incontro dell’autore con Gary Snider, cultore di poesia cinese e giapponese, narra anche del suo
progressivo innamoramento per lo zen e per questo modo di fare poesia.
Dicevo che l’haiku, come genere poetico, negli ultimi anni ha trovato molti estimatori an-
che nel nostro paese. Ne sono testimoni i numerosi libri pubblicati sull’argomento e ne è testimone
anche il fatto che in molti hanno cominciato a cimentarsi nella composizione dei classici tre bre-
vi versi, la forma ormai canonica nella quale, fatte salve rare eccezioni, le diciassette sillabe della
tradizione giapponese (5 – 7 – 5) sono da sempre tradotte nelle diverse lingue occidentali. Varrà la
pena, a questo punto, di fare almeno un esempio, riportando un haiku di un classico autore giap-
ponese (Matsuo Basho) nella versione giapponese in diciassette sillabe e nella traduzione in italiano
nei tre brevi versi:

Mikazuki ni chi wa oboronari, sobabatake

Sotto una falce di luna
pallida è la terra
e bianchi i fiori di grano saraceno.

Per la sua brevità e per la sua apparente semplicità l’haiku sembra proprio prestarsi partico-
larmente allo scrivere in versi. Poche righe per descrivere una bella luna o una stagione che cambia,
giocando sulla ricerca delle parole e sulla loro collocazione all’interno dello schema dei tre brevi
versi.
Forse l’haiku si porta ancora dietro una specie di “peccato originale” che in qualche modo
ancor oggi lo condiziona. Affonda infatti le sue radici in un certo manierismo poetico giapponese
che, intorno al XVII secolo, sviluppò alcune forme di componimenti a catena scritti a più mani.

14 Qualche pensiero sull’Haiku
- Massimo Beggio -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Come accade spesso per queste cose, all’interno delle corti nobiliari giapponesi dell’epoca, a turno,
come in un gioco, ogni partecipante a questa sorta di componimento poetico collettivo proponeva
i suoi versi secondo uno schema sillabico fisso. Prendeva spunto dai versi composti da chi lo aveva
preceduto e ne veniva fuori una sorta di “catena poetica” che poteva durare all’infinito. Altra regola
fissa del gioco, oltre al numero delle sillabe, era nel contenuto della composizione, sempre rigoro-
samente ispirato alla natura nelle varie stagioni dell’anno.
Da un certo momento in avanti si fece strada l’idea che i brevi componimenti in diciassette
sillabe che erano parte di queste lunghe composizioni chiamate “Renga”, potessero vivere di vita
propria, diventando essi stessi una poesia a sé stante. Era nato l’haiku.
E’ in questo mondo poetico che, verso la seconda metà del XVII secolo, si affaccia sulla
scena Matsuo Munefusa. In seguito si farà chiamare con il nome d’arte Basho per via di una pianta
di banano (basho in lingua giapponese) che cresceva nel giardino della sua casa di Fukagawa ed alla
quale era molto affezionato.
Matsuo Basho, ritenuto ormai da tutti uno dei più grandi autori giapponesi, rappresenterà
un punto di svolta nella poesia giapponese dell’epoca. Oltre ad essere considerato a tutti gli effetti
il padre dell’haiku è anche, e giustamente, ritenuto colui che ha saputo rendergli spessore e dignità.
Nella sua ricerca stilistica e letteraria cercò di liberare la poesia del suo tempo dalle stucchevoli
preziosità che la appesantivano, per renderla ad una bellezza più sobria e pacata e per riportarla al-
la “…riscoperta della bellezza della quotidianità”, come lui stesso amava dire.
Basho fu seguace dello Zen che lo ispirò nelle sue opere oltre che nello stile della sua vita,
volutamente condotta in povertà e semplicità, alla ricerca dell’essenza delle cose.
Di certo l’haiku poteva essere solo figlio del Giappone e della sua cultura. In uno dei suoi
libri, Alan Watts, un filosofo americano legato alla Beat Generation, definì l’haiku “...un sasso lan-
ciato nello stagno della mente di chi ascolta”, volendone significare questa sua caratteristica di opera
aperta che crea infinite vibrazioni nell’animo di chi lo accoglie. Infatti, come tante altre espressioni
artistiche della cultura giapponese, l’haiku tende a rappresentare una realtà ampia in pochi segni
piuttosto che chiuderla, tentando di esaurirla in discorsi sempre più definiti. Allo stesso modo del
sasso tirato nell’acqua che genera onde in cerchi sempre più ampi.
Antico stagno
Un tonfo – una rana
Rumore d’acqua
Naturalmente le corde del cuore possono vibrare con ampiezze diverse e a profondità di-
verse nella vita di ognuno, dipende da tante cose. Infatti, tanto per fare un altro esempio, è pos-
sibile passare sopra il famoso balzo della rana di Basho e trovare il tutto molto monotono:
Oppure è possibile vedere, su uno sfondo di silenzio immobile, il manifestarsi della vita. E
cogliere, in un balzo, il presente e l’eterno, il limite e l’infinito. O altro ancora, a ognuno secondo le
proprie sensibilità.
Si possono trovare molte cose in un haiku. Ma è importante, e anche molto piacevole, la-
sciar andare ogni ansia interpretativa e sapersi semplicemente gustare l’immagine che ci viene
suggerita. Basho stesso diceva che la sua poesia ha lo stesso valore di “…una stufa d’estate o di
un ventaglio in inverno”, per dire che non c’è proprio nessuna finalità, nessun significato nascosto
e nessuna verità ulteriore da trovare a tutti i costi. Questa idea di un valore aggiunto, di qualcosa
che sta sotto, è spesso il vizio di una mente complicata che non riesce a cogliere con semplicità la
bellezza delle cose.
Anche nella forma dell’haiku non c’è nessuna complicazione. In un suo saggio, il semiologo
Roland Barthes scrive che la brevità dell’haiku non è formale: “…non è un pensiero ricco ridotto ad
una forma breve, ma un evento breve che trova tutto ad un tratto la sua forma esatta”. Quasi in ris-
posta ad Alan Watts, e nel solco della migliore tradizione zen, afferma inoltre che “…la pietra della
parola è stata gettata inutilmente, non ci sono onde né colate di senso”.
Fantastico. Riporta alla mente la frase di un famoso maestro zen giapponese: “Ogni cosa
canta la verità senza aggiungere nulla” (E. Doghen – Bendowa – Ed. Marietti).
L’haiku nasce da un cuore profondo e non ostruito, un cuore che sa cogliere questa verità
nella realtà semplice delle cose. E si presta per cantarla. Forse per questo lo sentiamo così vicino
allo zen.
Secondo la tradizione infatti, il Buddha, sul Picco dell’Avvoltoio, in assoluto silenzio mostrò
semplicemente un fiore ai discepoli che si erano radunati per ascoltare le sue parole. Nessuno capì,
tranne Makashapa che, per tutta risposta sorrise. A lui il Buddha affidò la continuità del suo inse-
gnamento. Questa storia, semplice e poetica, racconta l’origine dello Zen. Forse racconta anche
delle radici dell’haiku.

Qualche pensiero sull’Haiku
- Massimo Beggio - 15
Sarà a Nole, Fraz. di Grange (TO)
presso la Fujisato Company che
si svolgerà l’ormai consueto
Congresso Nazionale degli
Istruttori IBS,
giunto alla XIV edizione e con una
nuova formula.

Il Congresso IBS apre le porte a tutti,
professionisti e hobbisti del Bonsai e
del Suiseki per assegnare i
riconoscimenti previsti.

Vi invito a partecipare a questo evento i cui contenuti si basano
su aspetti didattici di particolare interesse.
Saranno previste conferenze, demo, la borsa di studio IBS oltre all’assegnazione di
numerosissimi premi di prestigio.
L’esposizione prevederà settanta spazi espositivi, uno di questi potrà essere il tuo!
Il mio invito è rivolto a tutti per rendere questo evento una festa
del Bonsai, del Suiseki e della didattica.

Sandro Segneri
Presidente IBS
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Storia di una pietra
di Daniela Schifano

I
nizio con una citazione, senza paura di essere perseguita, perché cito me stessa :
“Ogni pietra ha tante storie : la sua storia geologica, a noi sconosciuta, la storia che l’ha portata fino a noi, la storia
che la lega a noi e che la rende speciale ai nostri occhi, la storia che non vedremo mai.“
Questa è la storia di una pietra, che prima di essere mia è stata di qualcun altro, e che prima ancora è stata
forgiata da forze non immaginabili, in tempi non concepibili dai nostri sensi.

Prima di me Come fare a descrivere processi e tempi che la nostra mente, abitu-
ata a ragionare in termini di tempi biologici, quasi si smarrisce ?
Dalla formazione della terra dalla nebulosa primordiale, passando
per fenomeni drammatici come glaciazioni, eruzioni, innalzamenti ed ab-
bassamenti della crosta terrestre, derive delle zolle terrestri, pressioni e sedi-
mentazioni, innalzamenti ed erosioni, ogni pietra è una capsula di tempo che
illustra il progresso di un drammatico viaggio che dura da centinaia di milioni
di anni.
Comunque sia andata, questa pietra era lì da sempre, sul greto di un

All’inizio era un disco di polveri e gas in rotazione…

18 Storia di una pietra
- Daniela Schifano -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

fiume giapponese, quando un uomo, ultimo arrivato sulla Terra, nonostante
l’arroganza e la presunzione con cui in genere guarda alla Natura ed alle sue
opere, ne colse la presenza e la bellezza.
Comunque sia andata, questa pietra dal greto di un fiume giapponese
giunse nella casa di un uomo giapponese, che apprezzava nelle pietre il gioco
delle forme e dei colori, ma anche qualità più intime: ne vedeva i sottili segni
delle loro trasformazioni, la resistenza, la perseveranza, la pazienza con cui si
erano opposte alle forze che le avevano plasmate, fino a farne un accumulo
“vivente” di tempi e vicende. Ogni ferita imposta dalla Natura gli ricordava
che le pietre, nonostante la loro consistenza ed apparente solidità, non sono
affatto immutabili ma piuttosto destinate a modificarsi e trasformarsi.
Anche per le pietre, quindi, come per l’uomo, essere impermanen-
te, il ciclo della vita ha imposto un eterno cambiamento. Anche per l’uomo,
quindi, come per le pietre, è possibile accettare e sopravvivere alle pressioni
della vita che lo plasmano.
Questo uomo decise quindi di perdurare insieme alle sue pietre:
quando seppe di essere gravemente malato, nel timore che nessuno dopo di
lui le comprendesse fino in fondo, dispose che le sue pietre continuassero a
vivere in altre case, in altri continenti, apprezzate da altri occhi.
Egli si “fece montagna”.

Insieme a me Dal fiume Kamo nella prefettura di Kyoto, dunque, dalla collezione di
un giapponese che praticava l’arte del suiseki, è giunta a me questa pietra sot-
tile, caratterizzata da una superficie ondulata che varia tra il liscio ceroso ed il
granulare, dalla linea semplice ed essenziale. In base al suo luogo di origine,
è una Kamogawa-ishi, cioè è stata rinvenuta nel fiume Kamo, o presso le sue
sponde, nella prefettura di Kyoto. In base alla sua forma, è una Shimagata-
ishi, cioè una pietra isola.

Per me, è stata subito la “pietra frittella”, e con questo nomignolo
l’ho presentata al popolo del Napoli Bonsai Club Forum, per un consiglio sul
tavolo da esposizione più adatto per delle linee così essenziali. Ma non avrei
disdegnato l’esposizione in un suiban, in qual caso il discorso sul tavolino an-
dava riveduto e corretto in funzione delle dimensioni del vassoio.
Ovviamente il termine pietra frittella non voleva essere il nome poe-
tico della pietra: anzi, avendola sott’occhio tutti i giorni, accarezzandola ogni
tanto per apprezzarne la superficie setosa, guardandola con i diversi tagli di
luce che il giorno e la stagione possono offrire, mi chiedevo sempre più spes-
so: “Un’isola, sì, ma quale?”. Fermarsi e pensare, guardare dentro se stessi
mentre con gli occhi si vede una pietra, permettere che momenti vissuti, sug-
gestioni, poesie, musiche emergano da quello spazio dell’anima dove si sedi-
mentano le emozioni.

Storia di una pietra
- Daniela Schifano - 19
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Il mito abita qui, nei Mari del Sud, dalle parti di Tahiti, Moorea, Bora Bora, tra le lagune e gli atolli della Polinesia francese, dove i
marinai del Bounty si ammutinarono, dove si rifugiò Paul Gauguin.

Dimora di esseri mitologici, cannibali e antropologi felici, nascondiglio dei tesori dei pirati,
i naufraghi vi lanciano le loro richieste di aiuto in bottiglia, le nazioni le loro bombe atomiche, e
adesso corrono il rischio di essere sommerse dall’innalzamento delle acque.
Perduta, del giorno dopo, che non c’è, l’isola infatti è per sua natura non facilmente rag-
giungibile, sfuggente, inafferrabile, ma anche il luogo dove rifugiarsi abbandonando il caos mo-
derno.
Dice Shakespeare : “l’isola è fatta della stessa materia dei nostri sogni, è un luogo fisico ma
anche e soprattutto immaginario, dove c’è spazio per i miraggi, l’amore, le avventure, le leggende” e …
i reality shows.
Terra del mito del Buon Selvaggio, di Peter Pan, di Nausicaa, è la terra del regno di Utopia,
l’isola di Tommaso Moro, luogo inesistente (dal greco ou-topia), meta di chi cerca il significato ul-
timo e mai trovato della vita, ma anche luogo felice (dal greco eu-topia), e chi sceglie di navigare
verso quest’isola sta cercando qualcosa di molto simile alla felicità.
Dunque un luogo felice inesistente: ma esistono forse luoghi felici ed esistenti? Certamente
no, eppure vanno cercati, perché sono l’emblema stesso della ricerca umana, interiore e non, itine-
rario di fuga dalla vita quotidiana verso una diversa dimensione dell’essere, metafora del cammino
umano alla ricerca della Verità Assoluta come dell’Amore Eterno, del senso e della mancanza di
senso della vita.
Troppo per una pietra?

Ma bella più di tutte è l’isola non trovata,
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino,
il Re del Portogallo, con firma suggellata
e bulla del pontefice in gotico latino.
Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata.
Svanì di prua dalla galea come un’idea;
come una splendida utopia è andata via
e non tornerà mai più.
Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso,
ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso.
Nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero;
se a volte il vento ne ha il profumo.
È come il fumo che non prendi mai!
Appare a volte avvolta di foschia magica, e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via
tingendosi d’azzurro color di lontananza.

20 Storia di una pietra
- Daniela Schifano -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

In questa canzone di Francesco Guccini, a sua volta ispirata da una
poesia di Guido Gozzano ‘La più bella’, trovo splendidamente condensate
queste mie divagazioni: ecco quindi battezzata la pietra frittella, che nelle es-
posizioni avrà come nome poetico ‘L’isola non trovata’.

Insieme a voi: Quando scelgo una pietra, ne faccio oggetto di cura, osservazione e
vita pubblica di un suiseki valutazione e la carico di significati che, partendo dalla sua natura geologica
mai disconosciuta, si fanno anche culturali, spirituali e simbolici.
Per me l’esposizione di un suiseki è la condivisione con altri di questo
processo, è l’ulteriore valorizzazione di una pietra tramite la condivisione con
gli osservatori di un microcosmo racchiuso nello spazio finito di un tokonoma
e nello spazio infinito delle emozioni: proposito impegnativo e forse irrag-
giungibile, di sicuro ambizioso, ma altrettanto stimolante.
Basta chiacchiere: ecco le immagini pubbliche de ‘L’isola non trovata’.

Storia di una pietra
- Daniela Schifano - 21
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Come oggetti di compagnia ho scelto uno scroll giapponese de-
nominato ‘Wave’ ed un piccolo granchio in bronzo poggiato su ceramica.
Nell’insieme, lo scroll sembra preponderante rispetto alla pietra, nonostante
l’esposizione nel suiban richiami l’immensità dell’oceano.
L’onda corre verso la sottile striscia di terra emersa e sembra som-
mergerla, quindi nel complesso un’immagine lontanissima da ogni realismo
naturalistico. Ma più che la fedeltà al reale ho ricercato la fedeltà al senso
profondo, ma visibile, del reale.

Dopo di me Questa parte della storia è ancora da scrivere e non sarò io a farlo, ma
posso provare ad immaginarla in un gioco di fantasia.
Forse mio figlio chiuderà la pietra frittella in un cassetto. Forse mio
figlio, giunto alla maturità, continuerà con la pietra “L’isola non trovata” il
gioco dell’apprezzamento e della coltivazione. Forse mio figlio la venderà.
Forse, per non correre rischi, io stessa, come il suo precedente pro-
prietario, me ne separerò a tempo debito e mi farò montagna.

Tutte le foto - tranne quelle della pietra ‘L’isola non trovata’, realizzate dall’autrice - sono state tratte da Wikipedia e Wikimedia Commons e sono liberamente utilizzabili

22 Storia di una pietra
- Daniela Schifano -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

forse non tutti sanno
che il ginepro...
di Elisabetta Ruo

I
bonsaisti dicono che lavorare le loro piante li rilassa, io ho sempre pen-
sato che ci si perdeva troppo tempo. Vedevo spesso mio marito Stefano
svegliarsi ed avere come primo pensiero quello di andare a controllare le
proprie piante, tanto da sembrarne ossessionato, e questo mi procurava
una punta di gelosia, anche perché tendenzialmente non si parlava d’altro.
Poi siamo andati insieme ad una lezione dal maestro I.B.S. Stefano Frisoni.
Giornata splendida, dove ho avuto l’occasione di ascoltare, ammirare,
apprezzare il suo lavoro e questa bellissima arte. Ad un certo punto Stefano,
molto cordiale e gentile, mi ha chiesto di aiutarli a pinzare… così, toccando il
nostro ginepro, ho iniziato a volerne sapere di più. Stefano, con molta calma,
ha risposto alle mie innumerevoli curiosità, mentre mio marito continuava
pazientemente il suo lavoro. Quando siamo tornati a casa mi sentivo stanca,
ma serena ed io, che normalmente soffro d’insonnia, ho dormito dieci ore
filate, come un bambino.
Da quel giorno i bonsai mi hanno incantato, come succede poi a tutti
quelli che gli si avvicinano un po’ seriamente e le sere successive l’ho aiutato
a filare.
I nostri bonsai sono diventati come dei figlioletti e trascorrere del
tempo assieme nel cercare una nuova pianta, guardarla, immaginarla, de-
cidere come lavorarla, impostarla ecc. non ha fatto altro che unire ulterior-
mente il nostro legame affettivo.

Forse non tutti sanno che il ginepro...
- Elisabetta Ruo - 23
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

Ho dedotto che lavorare i bonsai, oltre ad essere piacevole, migliora la persona e lo spirito ed è terapeutico. Ne ho
le prove. Prendiamo il ginepro come esempio, partendo dalla scheda tecnica:

Specie: juniperus communis
Famiglia: cupressacee
Provenienza: zone temperate. Fredde dell’emisfero boreale
Parti usate: coccole
Colore olio essenziale: assente o giallo verdognolo
Profumo: pungente
Proprietà: antireumatiche, antisettiche,balsamiche, depurative,
diuretiche, emmenagoghi, sedative, sudorifere, toniche
Avvertenze: vietato a donne gravide e nefropatici.

Proprietà terapeutiche. Il ginepro (juniperus com- Pratiche antiche. Gli egizi consideravano le bacche
munis) viene usato da molto tempo come cura naturale, in in grado di curare le infezioni e le usavano nel processo
particolar modo l’olio essenziale di ginepro è antisettico, dell’imbalsamazione; il medico Dioscoride curava le af-
antispasmodico, antireumatico, diuretico, cicatrizzante, fezioni delle vie respiratorie (tosse), le coliche e le cistiti;
emmenagogo, sudorifero, disintossicante, depurativo del Catone lo usava per preparare un vino diuretico; nell’800
sangue ed eccitante. È indicato nella cura dell’acne, arte- l’abate Kneipp prescriveva bacche per purificare il sangue
riosclerosi, emorroidi, calcoli renali, eczemi, couperose, e curare le dermatiti. Il succo delle foglie, secondo una
cure dimagranti, tosse, diabete, reumatismi, nella cura credenza popolare, era in grado di guarire i morsi delle
della pelle, ferite, gotta, catarro biliare, infiammazione vipere. Nella medicina Jugoslava funge ancora oggi da
renale cronica, crampi muscolari e cellulite. panacea.

Aromaterapia. Il suo profumo rende più chiari i nostri Usi attuali. Tutt’ora oltre a condire piatti di selvaggina
sentimenti, è armonizzante e riequilibrante nei momenti e cavoli ed aromatizzare il gin (un chilo di bacche servono
di stress e di angoscia e depura l’ambiente. Sia averlo in per aromatizzare 400 litri di gin), si curano vari disturbi
giardino, sia lavorarlo apporta notevoli benefici. Difatti la come l’eczema, l’acne, la pelle grassa, la ritenzione idri-
sua essenza viene usata molto in aromaterapia in miscele ca, la cellulite e le infiammazioni articolari. Nei massaggi
anti stress o che donano serenità, ponendole nel brucia l’olio essenziale diluito in un olio veicolo serve per alle-
essenze che ne diffonde il profumo. viare dolori muscolari e articolari. Un bagno caldo con
qualche goccia di olio essenziale di ginepro rilassa, con-
Antichi shari e jin. Il bonsaista può trarne inoltre van- ferendo anche una carica di energia.
taggio persino quando lavora il secco. Le popolazioni L’unica controindicazione all’uso degli oli essenziali è in
antiche bruciavano il legno con un duplice scopo: tera- stato di gravidanza e per chi soffre di patologie ai reni.
peutico e propiziatorio. Si riteneva che le fumigazioni di
ginepro combattessero i germi e fossero quindi salutari Omeopatia. In Italia in omeopatia si prescrive di solito il
per i malati (si facevano anche durante le epidemie di ginepro in tintura madre o in compresse (ottenute mace-
peste e vaiolo. Con la cenere mescolata ad acqua si pro- rando in alcool le bacche fresche e mature tagliate a pez-
duceva un unguento capace di contrastare lebbra, rogna, zetti), per curare la ritenzione idrica, in quanto incremen-
pruriti e scabbia). Nell’ antichità si usava inoltre il fumo di ta la produzione di urina e per stimolare la muscolatura
ginepro per allontanare gli spiriti maligni e gli si attribuiva uterina ed alleviare i dolori mestruali. Sempre in omeo-
la capacità di scacciare demoni e streghe, serpenti e ani- patia il juniperus sabina, invece, è indicato per gli indivi-
mali selvatici. Nelle campagne emiliane l’usanza di bru- dui abbattuti e ipocondriaci, talora irritabili ed infastiditi
ciare il legno di ginepro ai fini propiziatori persistette fino persino dalla musica, asociali, con poca memoria e ten-
all’inizio secolo: la sera di natale la cenere veniva conser- denti al pianto. Nell’uomo viene prescritto anche in caso
vata per compiere riti scaramantici. I rametti appesi sulla di fimosi (restringimento del prepuzio), edema del glan-
porta di casa allontanavano le streghe (la leggenda narra de e gonorrea. Nelle donne per vari disturbi dell’apparato
che queste malvagie femmine non resistevano alla ten- genitale, comprese le vampate, il flusso mestruale violen-
tazione di contare gli aghi di ginepro, ma regolarmente to e doloroso. È il rimedio tipico della gravidanza indicato
perdevano il conto e se ne andavano spazientite). per le donne tendenti all’aborto spontaneo, soprattutto

24 Forse non tutti sanno che il ginepro...
- Elisabetta Ruo -
Dal mondo del Bonsai & Suiseki

durante il terzo mese; si prescrive anche dopo il travaglio Letteratura. “Piove sui ginepri folti di coccole aulenti”
in caso di ritenzione della placenta e di dolori intensi. scriveva D’Annunzio nella celeberrima Pioggia sul pine-
to.
Naturopatia. In naturopatia si prescrive l’infuso orale
al 2-3% di foglie: da tre a cinque tazze al giorno, tisana Curiosità classiche. Secondo Virgilio, il legno non
diuretica e antieczematosa. Da tre a otto frutti masticati poteva essere intaccato dai tarli.
per un azione digestiva, carminativa, sudorifera. Secondo Plinio in certi luoghi crescevano ginepri così alti
Per uso esterno il decotto di foglie al 5-8% per un azione che dai loro tronchi si potevano costruire gli alberi per le
detersiva, decotto al 10% per bagni antireumatici; foglie navi.
bruciate per fumigazioni, deodoranti, disinfettanti.

Conclusioni personali... o dulcis in fundo. Personalmente credo che, andando a pinzare, inevitabilmente
venga sprigionato il suo potente profumo con un effetto rilassante, armonizzante e riequilibrante. Tutti siamo consa-
pevoli dell’importanza e dell’influenza che ha sugli esseri umani l’ambiente che ci circonda e ciò che si respira, per cui
approfittiamone, perché lavorare e avere un bonsai migliora, senza alcun dubbio, mente, corpo e spirito!

La foto è tratta dal sito www.shawnature.org

Forse non tutti sanno che il ginepro...
- Elisabetta Ruo - 25
Mostre ed eventi

Mostra bonsai cent
di Luca Bragazzi

N
ei giorni 12 – 13 - 14 Giugno 2009, all’interno del Chiostro dell’Istituto
Magistrale “Beata Angela” a Foligno, si è svolta la IX edizione della
mostra bonsai a cui hanno partecipato le Associazioni del Centro
Italia. L’evento, tra i più importanti organizzati da un Club è stato
diretto dall’Associazione Umbria Bonsai D.L.F. Foligno.
Sono state esposte 65 piante e tra le varie specie ricordiamo: il tasso, il
cipresso, il pino, il leccio, il ginepro, la thuja, il frassino, la quercia, il rosmarino
e il faggio. L’esposizione ha tenuto conto della tradizione orientale (tokono-
ma) accompagnando il bonsai con una piantina di compagnia (kusamono) o
una pietra (suiseki) e una pittura inerente alla natura (scroll).
La mostra patrocinata dall’Unione Bonsaisti Italiani, dal Collegio Na-
zionale degli Istruttori del Bonsai e del Suiseki e dal Comune di Foligno è stato
impreziosita da una dimostrazione di tecnica bonsai nella giornata di Dome-
nica dall’Istruttore IBS Aldo Cetorelli con un prebonsai di pino nero.
Giudice per l’assegnazione dei premi è stato Luca Bragazzi, Consigliere
UBI e Istruttore IBS. I bonsai esposti erano di proprietà di amatori provenienti
dalle Associazioni di Rieti, Macerata, Arezzo, Roma, Ascoli Piceno, Bassano
del Grappa e naturalmente dall’Associazione Umbria Bonsai D.L.F. Foligno
presieduta da Gianni Troiani. La mostra si è svolta durante l’importantissimo
appuntamento locale dell’antico gioco della “Quintana” e la mostra Bonsai
dell’Associazione Umbria Bonsai, ha accompagnato l’evento integrandosi tra
le varie attività di festa.

28 Mostra bonsai centro Italia - Foligno
- Luca Bragazzi -
Mostre ed eventi

tro italia - foligno
Sono risultati vincitori:

Targa Presidente UBI – Filippo Casini dell’AUB Foligno con un cipresso;
Targa IBS – Gianni Troiani dell’AUB Foligno con un tasso su roccia;
Categoria conifere:
1)Guido Mecozzi del Club Bonsai 95 di Macerata con un tasso;
2) Andrea Benvieri del Club Toshoo – en di Poppi (AR) con un ginepro comune;
3)Leonardo De Santis dell’AUB Foligno con un pino nero;
Categoria latifoglie:
1)Sandro Tofoni del Club Bonsai 95 di Macerata con un leccio,
2)Giovanni Sacripanti del Club Bonsai 95 di Macerata con un faggio;
3)Pietro Savini dell’AUB Foligno con una quercia.
Miglior spazio espositivo:
Fabrizio Buccini dell’Associazione Sabina Suiseki e Bonsai di Rieti con una
composizione shoin.
Miglior chuhin:
Giovanni Cestellini dell’AUB Foligno con un cipresso.
Miglior bonsai scelto dai visitatori:
Mara Bambù dell’AUB di Foligno con un ginepro.

Mostra bonsai centro Italia - Foligno
- Luca Bragazzi - 29
Mostre ed eventi

30 Mostra bonsai centro Italia - Foligno
- Luca Bragazzi -
Mostre ed eventi

Mostra bonsai centro Italia - Foligno
- Luca Bragazzi - 31
In libreria

Bonsai & Newsdi Antonio Ricchiari

Titolo: Bonsai & News
Ideatore: Luigi Crespi
Editore: Crespi Editore
Prezzo: € 6,00

L’
antenata di Bonsai & News si chiamava Bonsai
News. Ideata da Luigi Crespi, nasce nel giugno
1983 come organo ufficiale dell’A.I.B., acronimo
di Associazione Italiana Bonsai. Al numero 1
segue il numero 0. Poche pagine, 24 appena, condensate di
informazioni pratiche su quella associazione, sull’attività dei
clubs, sulle mostre, ma anche dedicate alla tecnica bonsai e
alle esperienze degli appassionati. Nel 1987 diviene l’organo
di informazione di una nuova associazione che si affaccia al
mondo bonsai: l’ABI (Associazione Bonsaisti Italiani).
La veste della rivista rimarrà immutata sino al
n. 27, quando nel settembre del 1990 esce il primo numero
della testata BONSAI & NEWS. Il cambiamento fu radicale
per quel che riguarda i contenuti che furono arricchiti con i
contenuti provenienti dalla rivista giapponese Kinbon Bonsai,
grazie all’acquisizione da parte di Luigi Crespi dei diritti dalla
Kindai Shuppan di Tokyo. La nuova rivista ebbe un successo
immediato anche per la sua capillare distribuzione in edicola
che la rendeva più accessibile a tutti gli appassionati. Con
il n. 57 l’editore si è affidato per il nuovo progetto grafico
a Vittorio Prina, titolare della Cattedra di Visual Design
presso la Scuola Politecnica di Design di Milano, centrando
l’obiettivo che voleva un magazine moderno che a marzo del
2007 ha raggiunto il n. 100 e ne ha fatto una rivista leader del
settore.
Collaboro alla rivista oramai da anni e devo dire
con obiettività che la professionalità del gruppo Crespi e
soprattutto la passione di questa famiglia per il bonsai ha
fatto sì che negli anni rimanesse una solida realtà editoriale
in Italia. A settembre del 2009 la rivista festeggia un altro compleanno, il ventesimo. L’occasione era troppo
importante per non perdere l’appuntamento con i lettori e la redazione ha pensato bene ad effettuare un sostanziale
restyling che non riguarda soltanto la parte estetica ma soprattutto i contenuti e anche le pagine, ben otto in più.
La rivista è anch’essa uno strumento in continua evoluzione e deve subire continui miglioramenti sia sostanziali e
nella veste grafica per mantenere il target dei propri lettori. Una rivista quindi sempre al passo con i tempi e con il
mondo bonsaistico e suisekistico.
Al di là di tutti i formalismi che non ho mai amato e alla “faccia della sincerità”, uscendo dagli annunci ufficiali,
voglio fare i miei complimenti a Susanna Crespi che è un po’ l’anima della rivista per tutto quello che finora ha dato in
termini professionali e anche per questo ennesimo sforzo che ha preteso un lavoro molto impegnativo che regalerà
ai lettori una ancora più bella e interessante rivista italiana di bonsai e suiseki.

32 Bonsai & News
- Antonio Ricchiari -
In libreria

Bonsai & News
- Antonio Ricchiari - 33
Lo Studio Progettobonsai, tenuto da Antonio Ricchiari, precisa che
Carlo Scafuri è l’unica persona incaricata del coordinamento per
tutte le attività svolte su tutto il territorio nazionale.
L’architetto Valerio Cannizzo ed il dottor Gigi Mandracchia fanno
parte integrante dello staff operativo in Sede e svolgono le mansioni
a loro affidate. Lo Studio non si avvale di altre collaborazioni esterne
che non siano eventualmente concordate compatibilmente con le
necessità della struttura stessa. Le informative precedentemente
pubblicate devono considerarsi superate.
Bonsai ‘cult’

Associazioni
ed associazionismo.
Un tema sempre attuale
di Giovanni Genotti

N
el tempo ho visto sorgere, morire, risorgere club ed associazioni
non soltanto bonsaistiche, ma anche con nobili scopi, comuni e di-
versi tra loro. L’associazionismo è come insito nell’uomo ed è perciò
fortemente presente. Nelle associazioni è indispensabile che ogni
componente si riconosca come piccola tessera del mosaico associativo, in-
dispensabile ma anche non intercambiabile con un altro. Ognuno dovrebbe,
pur riconoscendo il proprio valore, rispettare quello dell’altro senza richiedere
contropartite, e mettere a disposizione dei soci le sue conoscenze traendone
egli stesso u un profitto fatto di crescite personali. Ogni associato dovrebbe
nell’associazione sentirsi utile, più forte, protetto ed aiutato a migliorare.
Esistono nelle associazioni regole di rispetto che, se pure non scritte,
devono sempre essere tenute presenti poiché traggono origine dal rispetto
della personalità dell’individuo. Regole che impongono prima di tutto modes-
tia, umiltà e considerazione dell’idea altrui, idea che spesso richiede una posi-
tiva critica del proprio pensare. Purtroppo però l’orgoglio e la grande stima
del proprio pensiero od operato, stima che non permette critiche, il desiderio
di apparire o mettersi in evidenza, o anche l’occupare posizioni che purtroppo
nelle associazioni impongono una organica gerarchia, allontanano l’uomo dai
principi che regolano l’associazione stessa.
L’individuo vuole primeggiare e tale spirito è ben poco franato
dall’autocritica. Il voler primeggiare e l’immodestia sono alla base della dis-
gregazione delle associazioni, specialmente di quelle in cui i principi sono
fondati nel desiderio e nello scopo di diffondere un concetto o un’idea, e sono
poco remunerativi.

Associazioni ed associazionismo. Un tema sempre attuale
- Giovanni Genotti - 35
Bonsai ‘cult’

Questo si verifica anche nei club, specie laddove le piccole conquiste
di alcuni, raggiunte proprio per aver partecipato alla vita associativa, sono per
le cause nel creare nella suddetta persona l’idea di essere migliore degli altri,
più bravo, e quasi automaticamente senza accorgersene, non rispetta più gli
altri ma su di essi si impone con durezza. A poco a poco si formano attriti e
l’associazione si sgretola.
Il desiderio di associarsi è sentito poiché si riconosce l’utilità del grup-
po, ma spesso non si riesce a non sottrarsi alle regole indispensabili anche
solo di chiara e civile convivenza. L’uomo, raggiunta e occupata una certa
posizione (anche soltanto per regolamento indispensabile per l’ordine e la
crescita), inizia a sentirsi più importante degli altri, dai quali non soltanto si
allontana ma tende a sminuire la reale personalità e valore con critiche di
spesso poco vero fondamento. Quelli con incarichi o posizioni rilevanti sfrut-
tano anche con lodi l’individuo che è loro utile in quel dato momento per poi
declassarlo senza indugio poco dopo, quando raggiunto lo scopo prefissato
non ha più senso riconoscerne l’aiuto avuto. Si rivolgono allora ad individui
per sfruttare altre possibilità utili alla nuova meta, quasi sempre molto per-
sonale, sia da un punto di vista pratico che di pensiero.
Questa è una delle concause di confusione e sgretolamento delle as-
sociazioni. Nel campo bonsaistico, dove ci si propone di interpretare l’arte
della natura, tutto quanto di negativo detto in precedenza è evidentissimo.
Direi che non esiste associazione dove quell’individuo che ha raggiunto una
piccolissima meta non si senta superiore. Ci sono poi anche persone che del-
la bellezza delle natura conoscono ben poco o quasi nulla sulle funzionalità
dell’essenza e nel suo reagire all’educazione. Accettano come materiale di
partenza soltanto alcune essenze su cui si può imporre la forma da loro stessi
voluta o spesso ricavata al computer, e molto lontana dall’armonia insita nelle
realtà viventi. Questi individui dalla coda di paglia alle critiche si ergono a giu-
dici e diffusori di un’arte che è in realtà lontanissima dallo spirito del bonsai,
dove ogni pianta con la sua personale matura forma crea una certa sensazio-
ne, suscita interesse e richiede umiltà nel capirne la personalità raggiunta
negli anni.
Le associazioni, anche quelle nate con nobili ideali si disgregano a
poco a poco, e scompaiono per l’egoismo ed il desiderio di dominio. Gli ideali
concentrati nel desiderare la diffusione dell’arte bonsai sono prima accompa-
gnati ma poi superati da interessi personali.
La necessità di associarsi nasce dal riconoscimento “che l’unione fa la
forza”. Nel campo bonsaistico l’individualità, accentuata dal fatto che ognuno
può essere giudice di se stesso, porta a non riconoscere critiche e pensare di
essere il portatore della verità. L’individuo allontana gli altri da cui aveva trat-
to i primi vantaggi e l’associazione può diventare per lui un utile o una cosa
personale. Rivolge le sue attenzioni a nuovi individui anche attratti dalle posi-
tive premesse dell’associazione, individui che si avvicinano ma presto anche
questi ultimi si allontanano;così la crescita della diffusione dell’idea e dell’arte
si affievolisce fino a sparire sparisce.
Nascono così correnti (artistiche?) e mode che non rispondono né
all’amore per piante, né all’esaltazione delle intrinseche peculiarità artistiche
di ogni essenza, ma si creano stampi che l’amatore del bonsai non accetta, e
nell’associazione che dovrebbe insegnargli qualcosa non trova ciò che cerca
per capire e penetrare nel diversificato mistero di armonioso equilibrio del
mondo della natura espresso e concentrato nel bonsai, ma viene limitato alla
sola osservazione superficiale dell’espressione artistica innaturale.
Osservata una pianta, si trovano le altre fredde ed uguali

36 Associazioni ed associazionismo. Un tema sempre attuale
- Giovanni Genotti -
Bonsai ‘cult’

...passano gli anni e la
storia si ripete.
Tomasi di Lampedusa
nel Gattopardo scriveva:
“Cambia tutto perchè non
cambi nulla!”

Associazioni ed associazionismo. Un tema sempre attuale
- Giovanni Genotti - 37
Bonsai ‘cult’

Bonsai ed arte.
Un dibattito aperto da sempre
di Antonio Ricchiari

A
lla domanda, forse un po’ scontata, formulata a Masahiko Kimura
durante le giornate di Pescia “ma lei si considera un artista?” la ris-
posta è stata breve e lapidaria “sicuramente” e aggiungo... ci man-
cherebbe altro! Si avverte allora l’assillo teorico e l’urgenza pratica
di chiarire i termini della problematica del destinatario del messaggio d’arte
che lancia la visione del bonsai prendendo consistenza di quesito fondamen-
tale soltanto in quest’ultimo periodo di più larga notorietà; ciò non toglie che
sarebbe possibile e utile tracciare dei riflessi teorici provocati da tale ordine
di interessi nei secoli passati in Oriente, una storia che potrebbe essere molto
interessante per comprendere meglio il Bonsai stesso.
Qual è la definizione di arte? E’ qualsiasi attività produttiva dell’uomo,
disciplinata da un complesso di conoscenze tecniche specifiche (per via di
norme e regole) e fondata, tanto sull’esperienza quanto sull’abilità e sulla ge-
nialità personale di chi la esercita.
Essenzialmente la realizzazione di un bonsai si articola su alcune
scelte fatte a priori alle quali dovrà conformarsi tutto l’insieme della pianta,
nei suoi aspetti sia strutturali che estetici, allo scopo di raggiungere così un
tutt’uno esteticamente armonico. Perché allora questa diatriba sul concetto
di arte applicato al bonsai, concetto calibrato sui tre aspetti principali prima
enucleati:
- esperienza, componente essenziale per l’artista poiché raffina, attraverso
l’oggetto d’arte (il Bonsai) la validità del risultato;
- abilità, o manualità, senza la quale non può avvenire la trasformazione del-
la pianta in un pezzo definibile “artistico”;
- genialità, concetto fondamentale per le arti perché strettamente legato alla
creatività senza il quale un Bonsai rimarrebbe nel suo aspetto solamente un
albero.
La riflessione, o almeno la consapevolezza di differenti possibilità di
reazione di fronte allo stesso oggetto d’arte (il bonsai) - reazione che può es-
sere di natura estetica come extraestetica e può arrivare fino al rifinito totale,
collegata il più spesso a stratificazione di ordine sociale e culturale, o a tras-
formarsi nel tempo, sembra per un certo periodo connessa sistematicamente
ed esclusivamente - nel caso del bonsai - con l’opposizione tra conoscitori e
ignoranti.
Credo ancora oggi che gli occidentali debbano trovare la Via del bon-
sai nella selva degli stessi percorsi culturali, senza rinnegare nessuna delle
radici storico-artistiche, compresa quella che affonda nell’esperienza della
civiltà occidentale. Sul piano poi della diffusione della cultura del bonsai, cioè
della divulgazione, la problematica connessa alle conseguenze dell’impiego
dei mass media presenta indubbiamente una grande varietà di aspetti socio-
logicamente rilevanti, senza tuttavia esaurirne tutta l’attuale diversità di con-
figurazione, che appare tributaria anche di altri ordini di trasformazioni.
Sul piano poi della diffusione della cultura del bonsai, cioè della divul-
gazione, la problematica connessa alle conseguenze dell’impiego dei mass
media presenta indubbiamente una grande varietà di aspetti sociologica-
mente rilevanti, senza tuttavia esaurirne tutta l’attuale diversità di configu-
razione, che appare tributaria anche di altri ordini di trasformazioni.
Si può così già affacciare l’ipotesi che nell’ambito della cultura eu-
ropea e, più latamente, della cultura occidentale, l’esigenza di distinguere
l’esperienza estetica (gli stili) e di darne conto attraverso strumenti filosofici,

38 Bonsai e Arte. Un dibattito aperto da sempre.
- Antonio Ricchiari -
Bonsai ‘cult’
si sia presentata, almeno in larghissima parte, come ancorata di potere e do-
vere determinare dei veri e propri referenti fissi della nozione di bello; e ciò
nonostante la crescente consapevolezza del mutare e del pluralizzarsi del
modello “bellezza artistica” in relazione alle varie interpretazioni del bonsai e
alle varie culture dei Paesi dove si fa.
Il Bonsai, dunque, può essere elevato ad arte nei luoghi giusti che non
siano soltanto quelli dell’oriente, nel giusto rapporto tra piaceri dello spirito e
affinamento delle tecniche colturali.
Il bonsai ed i canoni Il bonsai è regolato - come in una forma architettonica - da certi fat-
architettonici tori che ne limitano la figura e di conseguenza i rapporti. Senza certi limiti la
figura può risultare alterata, come è dimostrato dall’alternativa tra il triango-
lo ed il quadrato. Certe somiglianze fra questo modo di affrontare il proble-
ma e canoni di proporzione antichi e rinascimentali sono evidenti, ma è di
estrema importanza per la comprensione della nostra teoria che ci rendiamo
conto delle differenze. Il sistema classico di proporzioni può essere chiamato
organico. Vale a dire, un singolo elemento come una colonna è proporzional-
mente più alto o più largo in un grande edificio piuttosto che in uno di piccole
dimensioni. La soluzione gotica la si può definire astratta, ed è al confronto
incurante delle proporzioni. Per essa l’altezza e la larghezza di un singolo ele-
mento sono determinate soltanto da un semplice rapporto matematico con
l’intero schema, e dato tale rapporto, l’elemento può essere relativamente
alto o corto, largo o stretto, secondo il contesto in cui viene usato. In sostan-
za - e qui spiego il collegamento con il Bonsai - un elemento non ha nessuna
esistenza autonoma, ma deriva la sua forma soltanto dalla connessione lo-
gica con l’insieme. La progettazione di un Bonsai può esser pertanto definita
una teoria dei rapporti costanti.
Quando si osserva un Bonsai non è possibile negare il ruolo por-
tante della coppia concettuale bello/brutto che si formula nelle teorizzazioni
dell’estetica. L’assunzione di questo tessuto concettuale all’interno del quale
è quasi inevitabile appoggiarsi ad una accezione del concetto di estetico e di
artistico tale da privilegiare - più o meno consciamente - l’esperienza visuale
dell’esposizione di un bonsai.
Nell’ambito della cultura europea del bonsai e nel quadro del recupe-
ro di una certa interpretazione e lettura della nozione del bello, si è venuta de-
lineando una soluzione referenzialistica-normativa alle connesse problema-
tiche del rapporto arte-natura e del rapporto con le varie arti. Occorre dunque
mettere in luce innanzitutto tale connessione e la necessità di inquadrare il
problema proposto dalla definizione della coppia bello/brutto all’interno di
una problematica più vasta dell’attività artistica legata al bonsai (imitatio
naturae) con la constatazione dell’irriducibilità delle varie tecniche artistiche
ad un unico modello.
Nel caso del bonsai l’arte ha dei limiti, non si può spacciare tutto per
arte nè invocare l’arte per giustificare ciò che non lo è. Ad una attenta ricogni-
zione il bonsai deve risultare sempre un manufatto dove la natura è l’attrice
principale e l’unica espressione.
Il brutto nella diversità sta dunque nella mancanza di un legame com-
prensibile che riconnetta il pullulare delle sue particolarità in una struttura. La
realtà brulica di confusioni che dovrebbero offenderci esteticamente, se per
fortuna non ci facessero sorridere.
“In senso immediato l’asimmetria è la totale indeterminatezza di forma.”
Questa si eleva ad unità di forma, ma le fa difetto la distinzione all’interno di
se stessa sicchè, a causa dell’indistinzione, è in sè priva di forma. Ovvero, la
distinzione compare nella forma, ma sta nella dissoluzione della forma.
Concludendo: arte dunque o cos’altro? L’arte ha nell’idea della natura
una norma generale per la correttezza delle sue creazioni. Parametri messi
spesso a confronto; resi interdipendenti da una cultura di massa troppo
attenta alle voracità del mercato, mercato ormai l’uomo stesso, circonfuso da
un appiccicoso sviluppo edonistico.
Ed a questo punto ancor più deve trovarsi spazio per la riflessione, per
quel necessario tempo della pausa, al fine di cogliere non i margini del bonsai,
ma l’essenza stessa del bonsai. Nel senso che quanto più margine si ricon-
quisterà, tanto più sarà possibile riconsegnare vigore alla pratica del bonsai in
quanto disciplina stessa dell’Arte.

Bonsai e Arte. Un dibattito aperto da sempre.
- Antonio Ricchiari - 39
La mia esperienza

il brutto anatroccolo
di Francesco Santini

Q
uesta thuja fu acquistata in
vivaio da mio padre nella
prima metà degli anni ’90.
La pianta era stata pratica-
mente abbandonata in un angolo del
giardino e lasciata crescere liberamente.
L’aspetto non era dei più interessanti,
visto il tronco cilindrico e la tipologia
della vegetazione (Fig. 1).
Nel gennaio del 1997 decisi fi-
nalmente di impostarla. Dato il porta-
mento dritto e la disposizione dei rami,
fu subito chiaro che la migliore solu-
zione sarebbe stato un classico eretto
formale. Procedetti quindi con una po-
tatura drastica, mantenendo però qual-
che ramo in più. Il risultato ottenuto
dopo la prima impostazione non fu dei
più esaltanti, ma una nuova avventura
era cominciata.
Era necessaria una forte dose di
fantasia e immaginazione, ma ero mol-
to fiducioso rispetto al futuro di questa
pianta; e questo mi servì soprattutto
1 per combattere quei bonsaisti “pagani”
che non credono nel futuro del bonsai.
Alla fine di questo primo step
l’altezza complessiva della thuja era di-
minuita di circa 60 cm (Fig. 2). Come già
accennato in precedenza, l’obiettivo di

40 Il brutto anatroccolo
- Francesco Santini -
La mia esperienza

2

3 4

questa fase era l’impostazione di formazione, lasciando ramo non coincide con il ramo più basso.
però un abbondante numero di rami e cercando di creare La funzione del primo ramo è assolta infatti dal ramo
una buona alternanza tra gli stessi. di sinistra. Il ramo in basso a destra invece rappresenta
Conseguentemente, nella fase di crescita, i rami un’appendice di minore impatto e di aspetto più giova-
primari e secondari dovevano ingrossarsi, fino a raggiun- nile (Fig. 4).
gere il diametro proporzionato al tronco.Per questo mo- Nell’inverno del 2001 arriva il momento di
tivo la pianta è stata fatta vegetare liberamente, senza un’ulteriore impostazione e decido anche di procedere
troppo curarsi dell’infoltimento dei rami (Fig. 3). al rinvaso. Le radici capillari sono sane e abbondanti e
Nel 1999 la pianta è stata rinvasata in una cas- non è impresa difficoltosa trovare un vaso in gres adatto
setta di legno, utilizzando un mix composto da pomice all’essenza.Opto per una miscela composta al 50% da
e terriccio universale in identiche proporzioni. Successi- akadama, 40%pomice e 10% terriccio universale, il tutto
vamente ho proceduto all’eliminazione dei due rami in passato al setaccio da 1 mm (Fig 5). Il difetto più grosso,
basso e alla creazione dei jin e di alcuni shari nella parte ma anche la particolarità di questa essenza, risiede si-
alta della pianta. curamente nella forma che assume la vegetazione, con i
A questo punto diventava interessante lo studio palchi a crescita piatta e verticale.
del primo ramo, poiché questo è un caso in cui il primo L’estrema generosità e vigoria di questa essenza

Il brutto anatroccolo
- Francesco Santini - 41
La mia esperienza

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6
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9

comporta la perdita della forma in tempi molto brevi ed è possibile mante-
nerla solo pinzando continuamente e sostituendo periodicamente gli apici
dei rami. Fortunatamente, la vegetazione piatta permette la ricostruzione
8 dei palchi molto velocemente, dato che è sufficiente l’abbassamento e la tor-
sione del rametto e il suo posizionamento in orizzontale. Il bonsai è esposto a
pieno sole e concimato abbondantemente con anagokoro.
Per la pulizia della corteccia è sufficiente levigare il tronco con della
carta vetrata (grana 240) e successivamente rifinirlo con acqua e uno spaz-
zolino in nylon. Non conviene operare con spazzole di acciaio perchè si rischia
di danneggiare la corteccia, che è molto fine (Fig. 6).
Tornando ora “dal vivo” si può notare come con le continue pinza-
ture la vegetazione sia maturata velocemente. Rispetto alla foto precedente
è possibile notare la differenza dei volume creati dall’applicazione della cor-
retta cimatura. Alla fine dell’autunno 2003 la vegetazione era però eccessiva
e poco definita. Era arrivato il momento di una impostazione volta al riposi-
zionamento dei rami periferici.
Come per tutte le conifere è importante aprire la vegetazione in
modo da far penetrare luce e aria negli spazi più interni (Fig 7). Con la succes-
siva impostazione si ottiene soprattutto una migliore conicità dell’insieme.

42 Il brutto anatroccolo
- Francesco Santini -
La mia esperienza
10 11

L’albero assume subito un’aria più vissuta e le proporzioni cominciano ad essere più gradevoli (Fig. 8). Nel 2005
vengono ulteriormente abbassati i rami. Rispetto alle lavorazioni passate, l’obiettivo primario è quello di una corretta
disposizione dei rami periferici in modo da creare una maggiore suddivisione dei palchi in tante piccole masse vegeta-
tive (Fig. 9). Dal basso è possibile notare la struttura dei rami. La vegetazione è presente solo sulle estremità di ogni
ramo. La pulizia della vegetazione è fondamentale sia per un corretto lavoro di impostazione sia per una corretta
crescita. Dalla foto 10 è possibile percepire l’importanza di una corretta struttura dei rami legnosi. Dall’alto si nota la
progressiva conicità della vegetazione (Fig. 11).

12

Il brutto anatroccolo
- Francesco Santini - 43
La mia esperienza

13

Con le successive impostazioni vengono posizionati solo i rami del terzo ordine e superiori. Diventa impor-
tante la cura dei piccoli particolari come gli spazi vuoti creati all’interno dei palchi o i piccoli shari creati sul piede (Fig.
12). Nel 2006 la vegetazione è ormai matura. Una corretta concimazione è importante per una corretta crescita e per
il colore del verde. Durante il periodo vegetativo il bonsai è concimato con anagokoro. A intervalli regolari vengono
somministrati microelementi e ferro.
Dieci anni di lavoro ripagati con l’inserimento di questo bonsai nel catalogo UBI “Migliori bonsai e suiseki
2006”.

44 Il brutto anatroccolo
- Francesco Santini -
La mia esperienza

UN CIPRESSO CHIAMATO MUSTAFà
Testo di Antonio Ricchiari
Lavorazione di Giacomo Pappalardo
Foto di Giacomo Pappalardo e Andrea Trevisan

La pianta che mi accingo a commentare è un cipresso che è stato scelto da Giacomo Pappalardo per essere
lavorato ed educato a bonsai. Conosco Giacomo dai suoi inizi bonsaistici, ebbi il piacere di esaminare le sue
piante di allora per la sua ammissione all’I.B.S. e di appoggiarne la candidatura al Collegio. Si è rivelato nel
tempo un bonsaista di serie A, un estro non comune e un bonsaista completo perché è anche un ottimo
coltivatore (cosa non trascurabile e non frequente). Lascio volentieri spazio alle immagini che non hanno
bisogno di ulteriori commenti.
Antonio Ricchiari

2

1 - Il cipresso invasato subito dopo la raccolta.
2 - Si vede la pianta ripresa da un’altra angola-
zione, appena sistemata in un mastello.
3 - Particolare della vegetazione

1 3

Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari - 45
La mia esperienza

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46 Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari -
La mia esperienza

8
6 - Pulizia e selezione della vegetazione.
7 - Particolare di una prima fase di filatura.
8 - Primi abbozzi della lavorazione dei jin.
9 - Altro particolare della corretta e precisa filatura.

il CIPRESso
9

Il cipresso, è una co­nifera molto nota nella parte centrale e me­ridionale dell’Italia anche se qualche volta è identi­ficato come albero che orna
i cimiteri. Piantato da molto tempo nella regione mediterranea, nella sua forma a fuso stretto, si ori­gina in Grecia e a Creta e nell’Asia Minore, dov’è
diffuso nella varietà hori­zontalis. I cipressi (dal greco kuparissos) sono dei sem­preverdi, con rami sottili molto numerosi, foglie persistenti, minuscole,
a forma di scaglia, opposte ed embricate su quattro file, ap­plicate sui rami o con l’a­pice leggermente scostato: più lunghe e più scostate nei giovani
soggetti e sui rami vecchi. E’ una pianta originaria dei paesi mediterranei orientali, ma si è tanto naturalizzata in certi luoghi da essere con­siderata uno
degli elemen­ti caratteristici del paesag­gio dell’Italia mediterra­nea. Coltivato in Italia da tempi remotissimi è così inglobato nel paesaggio da meri­tarsi
l’altro nome volgare di cipresso italico. Il cipresso, specie mediterranea quindi termofila (-10°C temperatura letale) xerofila, eliofila, sopporta l’ombra in
gioventù. Molto frugale, rustico, non ha particolari esigen­ze in fatto di terreno, si adat­ta anche agli argilloso-com­patti ed ai calcarei superficia­li. Nelle
nostre regioni il cipresso fruttifica abbondantemente e spesso si rise­mina spontaneamente; la sua coltivazione non pone nessun problema. Il tronco,
con corteccia grigio-bruna, ha lunghe fessure e pertanto risulta interessante come bonsai. In linea di massima distin­guiamo la varietà pyramidalis che
ha rami eretti, spesso si presenta con più tronchi, chioma affusolata e si presta ad un impianto di gruppi di alberi, e la horizontalis a rami distinti a palchi
e tronco unico che si presta ad un’impostazione in altri stili. Albero molto longevo, col­tivato da tempi immemo­rabili, non presenta ecces­sive difficoltà
se si vuole allevare e impostare per ottenerne esemplari sicu­ramente interessanti che richiamano il paesaggio nostrano. Diciamo subito che il suo adat-
tamento al clima delle regioni italiane non offre particolari problemi, tanto meno nel meridione dove la stagione invernale è co­munque mite: nelle zone
a clima freddo l’inconveniente può essere supera­to ricoverando la pianta in serra fredda, tuttavia i cipressi lasciati fuori in inverno non han­no subito
alcun danno. Il ci­presso entra nella fase ve­getativa un pò dopo ri­spetto alle altre conifere. Iniziata l’im­postazione della pianta occorrerà procedere
all’in­fittimento della vegetazio­ne; si metteranno in atto due me­todi: la potatura durante la stagione vegetativa e la pizzicatura delle nuove cacciate.
L’operazione, che si ese­gue durante tutta la sta­gione vegetativa, viene ripetuta periodicamente serve anche a mantenere la forma del cipresso, nella
fattispecie eliminando le crescite disordinate che altererebbero la silhouette del bonsai. Per quelle piante che necessitano della filatura, se ne farà ri-
corso dall’autunno alla primavera facendo attenzione a non danneggiare la corteccia. Le annaffiature dovranno essere piuttosto abbondanti, ma adat-
tate alle stagioni, all’esposizione, alla percentuale di umidità, avendo comunque cura di non lasciare asciugare il terriccio nell’intervallo. E’ consigliabile
nebulizzare frequentemente la chioma durante l’estate. Il cancro del cipresso è una micosi parassitaria dovuta al Corineum (= Seiridium) car­dinale, il cui
sintomo più no­to è dato dal fatto che la pianta comincia a seccare dalla cima; l’infezione è facil­mente trasmettibile. Colpisce anche altre cupressacee
com­prese Thuya, Juniperus, Libo­cedrus. Alcuni coleotteri scolitidi, ab­bastanza dannosi per conto loro in quanto scavano galle­rie nel tronco, sono anche
vettori dell’infezione fungina, diffondendola rapidamente. Per tale motivo si consiglia di intervenire prontamente a­sportando e distruggendo con il
fuoco la parte infetta e disin­fettare le superfici tagliate e le scortecciature con prodotti cuprici. Un fitomizio dannoso è dato da un afide: Cinara cupressi,
il quale forma colonie a manicotto attorno ai rametti più piccoli; la chioma arrossa in modo rapido e uniforme. La specie più sensibile è C. ari­zonica ed i
focolai più grossi si sviluppano nelle siepi.

Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari - 47
La mia esperienza

10 - La pianta ha già subito una prima impostazione con relative
palcature che, com’era nel progetto di Pappalardo, ha messo in rilievo,
esaltandolo, l’elegante linea del tronco che conferisce sinuosità al ci-
presso.
11 - Un particolare della zona apicale che è stata impostata con una
maestria che denota la creatività e la padronanza tecnica che Gia-
como ha della pianta.
12, 13 - Il cipresso è stato ripreso quando lo sviluppo della vegetazio-
ne è progredita mostrando tutta la sua vitalità. Un bravo bonsaista
deve essere prima di tutto un ottimo coltivatore.
Una pianta in ottima salute si presta anche ad interventi estremi.

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48 Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari -
La mia esperienza

13

Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari - 49
La mia esperienza

14 - L’esemplare pronto per essere esposto ed am-
mirato. Il lavoro di Pappalardo è giunto alla sua con-
clusione, almeno per la prima fase di vita di questo
che è destinato ad essere un esemplare di bonsai. La
pianta ha già il suo futuro grazie alle prime decisive
impostazioni avute da Pappalardo che, questa è la
mia opinione, primeggia per senso artistico e creativo.
Da questo momento il soggetto è passato nelle mani
di Andrea Trevisan. Vediamo nelle immagini che
seguono qual è il presente di questo bonsai.

14

16 17

15

16, 17 - Ecco come si presen-
tava il cipresso nel Maggio del
2008.

50 Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari -
La mia esperienza

18 19
18 - Il cipresso in questa fase è stato lavorato da Andrea Trevisan
assieme ad Enrico Savini fra maggio e giugno 2009. Ci si è concen-
trati sulla potatura e sull’applicazione del filo per permettere alla
pianta di poter arretrare la vegetazione aprendo le masse vege-
tative e permettendo così uno sviluppo ottimale. Successivamente,
durante tutta l’estate, Andrea ha coltivato la pianta quasi esclusi-
vamente attraverso concimi fogliari nel suo giardino.

Fronte Retro
20 21

Il Cipresso è stato rinvasato ad Aprile in un vaso realizza-
to a mano da John Pitt su richiesta dello stesso Andrea.
Il colore arancione è stato scelto volutamente per poterlo
differenziare dai molti girgio/azzurri o marroni che si
vedono nei cipressi.
Adesso la pianta misura circa 60 cm di larghezza per
90 cm di altezza ed è stata ribattezzata Mustafà.
Lato sinistro Lato destro

Un cipresso chiamato Mustafà
- Giacomo Pappalardo, Antonio Ricchiari - 51
La mia esperienza

INNESTIAMO UN GINEPRO
di Andrea Meriggioli

O
ggetto di questo articolo è la tecnica dell’innesto per approssimazione a controflusso. Con questa ope-
razione, innestando la variertà itoigawa su quella communis, oltre ad ottenere una vegetazione con una
squama più “pregiata” ed adatta a valorizzare al massimo il materiale di partenza, si renderà la parte aerea
molto più forte perché il J. communis è più delicato rispetto all’itoigawa.

Nella primavera del 2008,
ad un anno dall’avvenuto attecchi-
mento, ho provveduto a selezionare
la vegetazione per definire le future
vene linfatiche, in seguito al naturale
scartamento di quelle deboli.
1 - Il ginepro è attecchitto perfettamente. 2 - Da questa foto è possibile vedere la nuova vege-
Prima di iniziare con la proce- tazione del ginepro, sintomo dell’avvenuto attecchi-
dura di innesto, come consuetudine mento.
in questi step, si pulisce la corteccia
per delineare le vene vive e le zone
secche. Durante questa operazione si
valutano inoltre con grande attenzio-
ne le zone migliori per l’esecuzione
dell’innesto, cercando le vene che
“tirano maggiore linfa” e che risulta-
no essere allocate in buone posizioni
per il futuro design.
Terminato questo step, si fis-
3 - E’ stata potata tutta la vegetazione inutile. 4

5 - Pulizia della corteccia 6 - Le vene più gonfie e quelle nella migliore posizione saranno quelle da prefe-
rire per questo tipo di operazione.

52 Innestiamo un ginepro
- Andrea Meriggioli -
La mia esperienza

sa la talea (portatrice della marza),
nella posizione migliore del vaso per
ritrovarsi la vegetazione di
quest’ultima nel punto desidera-
to. Durante tutta l’esecuzione
dell’operazione è di fondamentale
importanza lavorare sempre con
attrezzi ben affilati e sterilizzati al
fine di facilitare la perfetta ade-
sione dei due cambi, favorendo così
8 - Identificazione del punto in cui avverrà l’innesto.
l’attecchimento e per scongiurare
possibili rischi di attacchi da parte di
agenti patogeni esterni. Inoltre non
bisogna assolutamente toccare con
le dita i tessuti cambiali della marza
e del portainnesto una volta “aperti”
perché si corre il rischio di lasciare
patine oleose che possono ostaco-
lare il contatto e la relativa fusione
dei tessuti.
Si procede poi con la creazio-
ne dell’incavo con un bisturi, incavo
7 - La marza di itoigawa utilizzata per l’innesto. 9 - Posizionamento provvisorio della marza.
che ospiterà la marza sul portain-
nesto. Risulta essere di fondamen-
tale importanza, come già descritto
in precedenza, realizzare il taglio il
più netto e pulito possibile!
Si passa poi alla preparazione
della marza (realizzata sempre con il
bisturi, facendo in modo che i cambi
delle due piante risultino essere a
contatto per la maggiore superficie
possibile, condizione indispensabile
per l’attecchimento). La marza dovrà
10 - Creazione dell’incavo che ospiterà la marza. 11 - Portainnesto pronto a ricevere la marza.
poi essere inserita nell’incavo del
portainnesto.

Il fissaggio della marza si
effettuerà con alcuni chiodini e/o
puntine...e piccoli e discreti colpetti
di martellino, bloccando la marza
nell’incavo. E’ fondamentale per
l’attecchimento dell’innesto che le
due piante non si muovano e risul-
tino ben ferme ed ancorate. Bloccata
la marza, si protegge l’innesto con
pasta cicatrizzante giapponese con-
tenente ormoni.
Il controflusso in questo caso
presenta diversi vantaggi: in primis
crea una bella curva a gomito che
“segue” in armonia quella forte che
c’è a livello del nebari ed in più porta
la vegetazione ad una “altezza/zona”
migliore per il futuro design. Quando
si constaterà l’avvenuto attecchi-
mento dell’innesto, si procederà, in
maniera graduale, a limitare il flusso
linfatico che alimenta la marza dalle
radici della stessa stringendo, a valle
12 - Dattaglio del punto di innesto sulla marza.
13 - Marza posizionata e fissata con chiodini. dell’innesto, un filo di rame.

Innestiamo un ginepro
- Andrea Meriggioli - 53
La mia esperienza

Così facendo in seguito al
naturale ispessimento della stessa,
questa comincerà a strozzarsi sino
a che bloccherà completamente
l’alimentazione della parte aerea.
In questo modo l’innesto verrà ali-
mentato solo dalle radici del portain-
nesto.
Al termine si potrà tagliare
la parte della marza antecedente
all’innesto (e quindi le radici di ques-
ta) senza rischi di eventuali stress.

14, 15 - Dettagli dell’innesto.

16, 17 - Ecco il nostro ginepro innestato a lavoro finito

54 Innestiamo un ginepro
- Andrea Meriggioli -
A lezione di suiseki

Evoluzione personale nell’arte
di osservare le pietre:
“La storia siamo noi!”
di Luciana Queirolo

P
er questo numero di settembre, mi preme portare sul magazine l’autorevole presenza di due miei
vecchi amici, forse i più cari.
Non so se ha il sopravvento tra noi il senso dell’amicizia intesa come rispetto e confidenza, oppure
la stima di noi come fedeli appassionati del suiseki...le componenti si fondono tra loro, proprio come la
fusione delle qualità estetiche, che fanno di una pietra un suiseki perfetto. Anche la nostra amicizia ha
sfidato il tempo e le intemperie: è un bene forte e prezioso, proprio come un buon suiseki.
Luciana Queirolo

N
el maggio del 1992 il club “Unici di Liguria”, prima realtà associati-
va europea nell’Arte del Suiseki, realizzò una piccola mostra al “The
Bamboo Art Studio“ di Genova. I coniugi Schenone, che avevano
iniziato a raccogliere, durante le loro gite sui monti dell’entroterra
Ligure –Parmense, formazioni curiose od evocative, riconobbero in un arti-
colo del Secolo XIX dedicato alla mostra, le “loro pietre” ed accorsero.
“Inizia qui la loro avventura nel mondo del Suiseki” così potete leggere
nella monografia. Allo studio ed alla realizzazione dei daiza, Andrea si dedica
con passione ormai da 17 anni. La ricerca della bellezza e dell’armonia tra pie-
tra e base si è affinata nel tempo, volta a sintetizzare, creando nel daiza un
naturale proseguo della pietra: non solamente un funzionale appoggio, ma
come esaltazione dell’oggetto esposto, senza palesemente apparire ... ciò gli
ha permesso di raggiungere l’obiettívo finale: “Ammirare il Suiseki” e godere
delle sensazioni che esso sa dare.
Anche la ricerca delle pietre è diventata nel frattempo più compe-
tente e perciò “mirata”: tesa alla raccolta di forme differenziate e dai più dis-
parati colori e disegni.
Come naturale conseguenza, innumerevoli sono i riconoscimenti
raccolti da Andrea e Mirella, durante i loro viaggi in Italia ed all’Estero. Ma
è veramente difficile, ricostruire le tappe del loro successo: son loro i primi
a minimizzare: la modestia è una dote che in casa Schenone è quasi palpa-
bile. Basta però viaggiare su internet, sfogliare riviste del settore, per leggere
agevolmente pagine su pagine da tutto il mondo, di professionisti esperti o
semplici appassionati di suiseki, che parlano di loro e delle loro pietre.
Andrea e Mirella Schenone sono una coppia “vera”: quasi impossi-
bile scinderli: non ho un ricordo, di loro, che non appartenga ad entrambi.
Una splendida coppia completamente fusa in obbiettivi e passioni comuni.
Parlare di loro... sembra diventi tutto così semplice, come semplici e lineari
e solari loro stessi sono... La storia di Andrea e Mirella è realmente una lunga

Evoluzione personale nell’Arte di Osservare le pietre:
“La storia siamo noi!” - Luciana Queirolo - 55
A lezione di suiseki

1

storia di amore che si riversa su tutto
ciò che li circonda.
Quanta strada percorsa af-
fiancati, loro ed io; e quanta ancora,
lontani, io da loro, ma seguendo il
medesimo percorso. Come nella
vita, ci sono tappe dove per alcuni
è d’obbligo fermarsi, mentre altri
proseguono: chi al passo, chi di cor-
sa, chi guardandosi attorno.
La parte del leone, poi, la fa
la componente “sensibilità artistica”,
che ce l’hai o non ce l’hai: un mestiere
si impara, ma con quel certo genio di
2 intuizione, puoi solo nascerci.

Così, eravamo sullo stesso
nastro di partenza, Andrea, Mirella
ed io, nel 1992. Stessa manualità,
stessa completa ignoranza di cosa
fosse un “dai”, se non un mezzo per
far stare su le nostre pietre.
Ci abbiamo lavorato tanto,
su questo: sia per acquisire mag-
giore manualità, sia informazione e
quindi conoscenza. Ognuno di noi
aggiungendo, più o meno inconsa-
pevolmente, la propria personalità,
il proprio carattere, quasi facendo
3 il ritratto di noi stessi, in quei daiza.

56 Evoluzione personale nell’Arte di Osservare le pietre:
“La storia siamo noi!” - Luciana Queirolo -
A lezione di suiseki

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5

Andrea si è parzialmente liberato dagli schemi
costruttivi tradizionali estetici, applicandoli an-
cora, giocoforza, nella costruzione dei daiza di
classiche pietre paesaggio, ma “inventando” uno
stile nuovo, per pietre oggetto od astratte. Egli ha
tenuto la parte che maggiormente gli interessa: il
raggiungimento, credo, di un “equilibrio costrut-
tivamente statico ad effetto visivo dinamico”. Una
ricerca che va “al di là”; non esattamente nella di-
rezione che segue la “via del suiseki”giapponese;
neppure del Gonshi cinese o di che altra icona
trainante.
Andrea sta percorrendo la via dell’ap-
profondimento di una sperimentazione personale,
alla ricerca e per il raggiungimento della “Raffi-
natezza”, di un “Design essenziale eppur lirico”.

1/6 - La pietra, il trattamento della superficie, lo studio, la scelta.
6

Evoluzione personale nell’Arte di Osservare le pietre:
“La storia siamo noi!” - Luciana Queirolo - 57
A lezione di suiseki

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7/9 - Progetto e realizzazione.

58 Evoluzione personale nell’Arte di Osservare le pietre:
“La storia siamo noi!” - Luciana Queirolo -
A lezione di suiseki

10 - Un daiza di per se otticamente “ingombrante”, rispetto alla leggerezza
della pietra (quasi foglio di carta piegato per volare) sparisce; ogni detta-
glio ha una sua funzione: prende semplicemente il suo posto e “scompare” ai
nostri occhi affascinati da quel volo di… pietra.

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Evoluzione personale nell’Arte di Osservare le pietre:
“La storia siamo noi!” - Luciana Queirolo - 59
A lezione di suiseki

L’arte del suiseki
di Felix G. Rivera

I
Suiseki suggeriscono montagne, isole e cascate. Altri ricordano figure
umane o animali, oppure sono apprezzati per la loro tessitura colorata e
astratta. Raccolte in natura, sulle montagne e nei letti dei fiumi, queste
pietre sono oggetti di grande bellezza.
In tutti coloro che guardano ad esse, apprezzando la straordi-
naria potenza del cosmo, suscitano emozioni e profonde riflessioni in-
teriori. La sfida è trovare una pietra che riesca ad evocare tutto ciò.
Le condizioni e suggestioni proprie dei Suiseki contribuiscono al loro
apprezzamento come opere d’arte. La loro bellezza ed il loro potere sugges-
tivo consentono loro di stimolare i ricordi di passati eventi e luoghi, per creare
connessioni emotive, ed essere un ottimo mezzo per il rilassamento.
Per alcuni collezionisti, la ricerca del suiseki è simile ad una esperien-
za mistica o spirituale. Trovare materiale di qualità non è facile, ma gran parte
del piacere di raccogliere risiede nella ricerca stessa. Aria fresca, sole, com-
pagnia, e l’eccitazione per la scoperta sono esperienze che lasciano un ricordo
duraturo.

Estetica del suiseki. La variabile più importante nella valutazione dei su-
iseki è quella della bellezza. La bellezza nasce da un insieme di singoli ele-
menti del mondo naturale che si fondono tra loro in una maniera così perfetta
da essere considerati delle opere d’arte anche secondo i correnti canoni art-
istici.
I Suiseki, nei loro contenuti, imitano la natura: le proporzioni, la for-
ma, il colore e la tessitura; comunicano su livelli intellettuali ed emotivi umani
attraverso il ritmo, l’equilibrio e l’armonia. L’estetica è minimalista: un angolo
acuto rappresenta un picco di montagna, e un pezzo di quarzo diventa un
ghiacciaio.
Le qualità intrinseche di un suiseki, quelle più marcate, sono la sua
forza e la sua bellezza evocativa. Un suiseki è vecchio di milioni di anni, è
giunto alla sua forma attuale attraverso le inesorabili forze della natura.

60 L’arte del Suiseki
- Felix G. Rivera -
A lezione di suiseki

Così, catturate nella sua statica forma ap- il perché avevamo tenuto con noi solo alcune le pietre.
parentemente, vi si celano le dinamica del tempo, Vicky è tornata a casa con cinque piccole pietre
del calore, del freddo e degli agenti atmosferici. Iro- che lei stessa ha raccolto, e altre due che le sono state
nia della sorte, più martoriata ed erosa è la pietra, più regalate da Luciana e dai coniugi Schenone, anche loro
a lungo è stata soggetta all’azione dagli elementi, e miei carissimi amici.
tanto più viene custodita come vero oggetto d’arte. I suiseki trovati non erano capolavori, ma
Il Suiseki può essere considerato semplice- questo è irrilevante, sono le esperienze che contano.
mente come una bella pietra con una bella forma, L’esordio degli artisti bonsai non comincia con piante
o può essere considerato nei suoi vari livelli di com- eccezionali”, ma il loro alberi maturano diventando
plessità, livelli che abbracciano arte, filosofia, o mi- begli esemplari. Peccato che il suiseki non maturi.
neralogia, oppure come una metafora per i colle- Quello che è significativo dell’esperienza di rac-
gamenti tra il proprio mondo interiore e l’universo. colta di Vicky è che è stata circondata dai miei suiseki
Questi modi d’apprezzamento, fanno del suiseki non solo per oltre 30 anni, ha sentito infinità di conversazioni sulla
una forma d’arte, ma un mezzo attraverso il quale i colle- nostra arte. Anche se lei non ha mai partecipato alle mie
zionisti possono ottenere soddisfazione personale e pace. raccolte, aveva definito delle preferenze nella mia col-
lezione, considerando molti miei suiseki come una parte
Collezionare. Raccogliere suiseki comporta la ricerca, della famiglia.
la “consapevolezza visiva”, duro lavoro, e una buona dose Quando finalmente ha partecipato at-
di fortuna. Anche se la fortuna non può essere conteg- tivamente alla raccolta dei suiseki, è stata fol-
giata, ci sono diverse tecniche che un collezionista può gorata dalla passione e dalla febbre dei suiseki.
usare per aumentare la possibilità di trovare materiale Penso che avrò un compagno nei nostri viaggi di rac-
di qualità. Una preparazione accurata porta al successo colta in Nord California. Come si dice qui, lei “gets it”.
nella raccolta, anche grazie a siti con buon potenziale di La similitudine più attinente che posso trovare
minerali e disponibilità di pietre. L’emozione derivante per la sua esperienza è quella bonsaisti quando vanno in
dai preparativi per un viaggio di raccolta, è qualcosa da montagna alla ricerca di yamadori. Anch’io ho avuto la
gustare. febbre per gli yamadori, e so che è una esperienza molto
Riflettere su ciò che ci attende nella zona di rac- intensa.
colta è sufficiente ad aumentare il flusso di adrenalina.
Che una pietra, che ha avuto bisogno di milioni di anni Conclusioni. L’arte del suiseki comincia con la raccol-
per svilupparsi in una particolare forma, si stia per rive- ta delle pietre in natura e che culmina in un nuovo senso
lare a voi, crea in chi la trova un sentimento di umiltà. Qui di bellezza, e in un rapporto emozionale e spirituale tra
c’è molto più che fortuna e preparazione, a mio parere. il collezionista e la pietra. Il fascino e l’attrazione del Su-
L’incontro tra una pietra ed il suo raccoglitore in iseki come hobby e stile di vita, sta nella sua elegante
un dato giorno, è un qualcosa di indescrivibile. semplicità: una pietra nel suo stato naturale viene am-
In giapponese il sito di raccolta si chiama “kawa dojo”, o, mirata per la sua singolare forma, il colore e le proprietà
approssimativamente, la “stanza della banca del fiume.” geologico-minerali, nonché per il modo in cui risveglia
Studiando l’infinito mare di rocce davanti a noi, esploran- in noi memorie di eventi e di tempi passati. Un suiseki
do con lo sguardo le innumerevoli pietre che si offrono ai ben proporzionato soddisfa l’occhio, e suscita stupore
nostri occhi, siamo in grado di scoprire il potenziale suiseki. in quanto rispecchia una famosa montagna o un’isola in
Il paesaggio naturale (per l’occhio umano) riflette miniatura per il suo proprietario.
la costante lotta tra l’armonia e la discordia, il riposo e lo Un suiseki può anche essere custodito per la sua
stress. Le linee scoscese di una montagna creano ten- suggestione spirituale e filosofica, o come metafora di
sione, in quanto i luoghi visti dalle cime vengono vissuto una pietra che ci aiuta ad entrare in contatto con le cose e
con una sensazione di vertigine, mentre le linee discen- capire il valore della vita.
denti della composizione comunicano sentimenti di si-
curezza. I piani orizzontali suggeriscono stabilità e riposo.
In differenti misure e gradi di interconnes-
sione, il paesaggio naturale presenta una serie di
complesse immagini cariche di emozioni che pos-
sono essere duplicate in una piccola pietra. Credo che
queste emozioni siano simili, con i disegni di bonsai.
Mia moglie Vicky, ed io siamo stati in visita dalla
mia cara amica Luciana Queirolo, in Liguria. Anche se io ci
sono stato molte volte, per Vicky è stata la seconda visita,
ed è stata la prima volta in cui sia stata seriamente inte-
ressata alla ricerca delle pietre. Durante i preparativi per
le ricerche disse che sarebbe stata “ l’ombra” di Luciana
e la mia: infatti ci seguì molto da vicino per vedere che
cosa facevamo, quel che Luciana esaminava, decideva
di non raccogliere e il perché. Ma la cosa più importante
fu che Vicky dimostrò di essere interessata ad imparare

L’arte del Suiseki
- Felix G. Rivera - 61
L’opinione di...

L’opinione di...
Edoardo Rossi
www.edoardorossibonsai.it
a cura di Giuseppe Monteleone

R
ieccoci. Il tempo vola e con questo siamo al nono numero del nostro magazine.
Continua la nostra galleria di personaggi importanti, e questa volta ho inter-
vistato per voi Edoardo Rossi. Personaggio di assoluto rilievo in Italia ed in Eu-
ropa, può vantare una profonda conoscenza della cultura giapponese. Gli inizi della sua
attività risalgono alla metà degli anni ottanta quando decide di abbandonare la carriera
di musicista professionista per dedicarsi ai bonsai. Formatosi sotto la guida di alcuni tra
i più grandi nomi del bonsai giapponese, nel 1992 si iscrive alla Scuola d’Arte Bonsai, nel
1999 si diploma alla scuola giapponese del Maestro Hamano. Nel 1995 vince la prima
edizione del concorso “Nuovo Talento Europeo” a Monaco (Principato di Montecarlo).
Consapevole che è impossibile descrivere la figura di Edoardo in poche righe preferisco
lasciare la parola al nostro ospite.
Buona lettura.
Giuseppe Monteleone

I tuoi inizi da bonsaista sono un po’ fuori dagli schemi, fino al 1985 musicista professionista.... e poi?

Ora sono bonsaista a tempo pieno, mi sono reso conto solo da poco che non sono stato io a scegliere di cambiare vita, ma
che sono state una serie di coincidenze e la mia passione per i bonsai a portarmi piano piano ad occuparmene in modo professionale,
sostituendo questa attività a quella di musicista (ho smesso di suonare in modo professionale nel 1993). Sono molto fortunato perché
ho sempre potuto lavorare in ambiti estremamente interessanti ed inoltre ora posso dedicarmi alla musica senza obblighi, per il mio
solo piacere personale.

Sempre sull’argomento musica e bonsai, che cosa ti suscita di diverso fare musica e fare bonsai? Toccano le stesse corde?

I punti in comune sono tantissimi e colgo spesso, parlando di bonsai, spunti interessanti dalla musica. Si possono utilizzare
termini molto simili per definire aspetti delle due forme espressive: armonia, ritmo, carattere, ecc. Per noi occidentali è facile provare
emozioni nell’ascoltare la nostra musica, perché per tradizione culturale ci appartiene, mentre è più difficile comprendere il valore di
certe opere espresse dall’arte tradizionale giapponese come il bonsai, ma se ci si apre ad una cultura diversa dalla nostra e si cerca la
bellezza, una tazza, una calligrafia o un bonsai possono trasmettere le stesse emozioni intense e profonde che regala la musica.

Hotsumi Terakawa, John Yoshio Naka, Susumo Nakamura, Susumo Sudo, Tomio Yamada, Kenichi Abe, Imai Chiaharu,
Kunio Kobayashi, Arishige Matsuura, certo che nel tuo percorso di formazione non ti sei fatto mancare niente. Tra tutti
questi grandissimi, chi ti ha dato di più?

All’inizio il mio confronto con il bonsai è stato, come penso per la maggior parte delle persone, un po’ approssimativo, erano
gli anni ottanta e qui da noi nessuno ne sapeva un granché, chi aveva qualche minima conoscenza era considerato uno straordinario
punto di riferimento. Un bel giorno però sono arrivati in Italia alcuni Maestri giapponesi di alto livello e ci hanno riportato (giustamente)
con i piedi per terra, facendoci capire che la strada intrapresa era ancora molto lunga e che non era poi tutto così semplice e scontato
come ci eravamo illusi fosse. Per alcuni di noi è stato un vero e proprio sconvolgimento, difficile da accettare, io ricordo molto bene
certe reazioni di alcuni che in passato, durante le dimostrazioni, si atteggiavano un po’ a maestri. Molti di quei pionieri oggi non si
dedicano più al bonsai e questo penso non sia un bene perché la loro esperienza potrebbe comunque aiutare i più giovani. Da tutti i
Maestri che ho elencato nel mio curriculum ho ricevuto moltissimo e vorrei avere il tempo e lo spazio per elencare ad una ad una tutte
le cose che ho imparato da ciascuno di loro. Il risultato sarebbe sicuramente prolisso e forse anche un po’ noioso, quindi cercherò di
riassumere con poche parole il loro contributo alla mia formazione. H. Terakawa: giovinezza e tanta tanta tecnica; .J.Y. Naka: un

62 L’opinione di... Edoardo Rossi
- Giuseppe Monteleone -
L’opinione di...

cuore immenso, un vero artista entusiasta; S. Nakamura: cultura e saggezza; S. Sudoo: raffinatezza colta; T. Yamada: amore per la
tradizione; K. Abe, semplicità delle mani callose; C. Imai, il bonsai è dentro a lui; K. Kobayashi: il mio ultimo straordinario incontro, una
persona incredibilmente semplice e un uomo prima che un bonsaista; A. Matsuura: un Signore delle pietre. Manca quello che per molti
anni è stato il mio maestro, Hideo Suzuki. Penso che il rapporto con il Maestro sia necessariamente conflittuale, come in qualche modo
è il rapporto con il padre. E’ stata un’esperienza straordinaria, ho condiviso con lui molti momenti belli ed alcune delusioni, è stato in
certi momenti anche piuttosto severo e credo, oggi, che avesse ragione da vendere. Mi ha insegnato molto ed ogni volta che ci siamo
visti in questi sedici anni ho imparato qualche cosa, ma il suo insegnamento principale è stato quello di trasmettermi l’importanza
della coltivazione, cioè che il bonsai è frutto del lavoro e del tempo che deve passare e non solo dell’abilità del bonsaista.

A dieci anni dall’ingresso ufficiale nel mondo dei bonsai, riesci a vincere il talento europeo. Che ricordi hai di quella
manifestazione?

Sicuramente belli e intensi, ma non ho mai dato molta importanza a quel fortunato evento. Oggi ancora di più penso
che vincere o perdere faccia parte del nostro percorso e che non bisogna amareggiarsi troppo se le cose non vanno come avevamo
immaginato o se non riceviamo un adeguato riconoscimento, ma soprattutto non dobbiamo credere di essere arrivati se abbiamo delle
soddisfazioni. Così è nel coltivare il bonsai e così è anche nella vita.

Leggendo alcune tue riflessioni, si intuisce il tuo grande rispetto per il carattere e le attitudini di ogni pianta. Per far emergere
l’intero potenziale di ognuna però sono necessari anni di cure e attenzioni quotidiane. Detto questo, quanti sono a tuo
avviso gli appassionati che attualmente sono disposti ad un simile approccio?

Onestamente non lo so. Il messaggio che è passato in questo ultimo periodo in Italia è quello che è importante possedere
alberi di grande pregio. Non importa chi li ha costruiti, da quanti anni li coltivo, se sono o no in grado di portare avanti questo impegno.
L’importante è mostrare e mostrarsi attraverso alberi bellissimi. Questo è un discorso che credo meriti una riflessione profonda da parte
di tutti noi professionisti, uomini del settore, amatori, associazioni ecc. Ci si deve chiedere: perché ci dedichiamo alla coltivazione del
bonsai? Se la risposta è che desideriamo solo possedere un bel bonsai, cosa assolutamente lecita, possiamo acquistarlo e se non siamo
magari all’altezza della situazione, farci aiutare nella coltivazione da un esperto. Ritengo però che questo approccio ci impedisca di
approfondire il nostro rapporto con la parte più importante del bonsai che entra in una sfera profonda, intima, impegnativa e non così
superficiale.

Molti giovani appassionati non vedono l’ora di avere per le mani belle piante. Ritieni che esista un compromesso che
permetta di godere della presenza di una buona pianta senza per questo aspettare tempi lunghissimi?

Come dicevo prima, il problema è come ci si pone di fronte al bonsai. Avere nel proprio giardino alcuni alberi belli è un’aspirazione
assolutamente normale e per avere una bel bonsai, è sufficiente acquistarlo. Ma l’obiettivo del bonsaista dovrebbe essere quello di
riuscire a educare (dal latino educere: tirare fuori!) un albero e non tanto di possedere un bonsai, il ché richiede del tempo, che, con la
sensibilità e la conoscenza della tecnica, può non essere necessariamente lunghissimo. Gli alberi così coltivati possono dare risultati
incredibili e grandissime soddisfazioni. La fretta può portare a degli errori di valutazione e di coltivazione molto evidenti, che, per
essere rimediati, fanno paradossalmente perdere tantissimo tempo. Ho la fortuna di avere molti allievi giovani, e con loro, da questo
punto di vista, l’approccio corretto al bonsai è molto più facile che con bonsaisti di una certa esperienza, perche fin dall’inizio hanno
accettato che il tempo sia una componente non solo necessaria ma anche estremamente gratificante.

Piante da seme, yamadori e piante da vivaio, la tua preferenza a quale va?

Una è complementare dell’altra, non ho preferenze. Il seme è un foglio bianco sul quale puoi realizzare tutto ciò che è nelle
tue capacità, per questo quindi estremamente stimolante, ma richiede anche una certa lungimiranza. La pianta da vivaio può dare
grandissime soddisfazioni, coltivo molti bonsai che hanno questa origine con risultati veramente interessanti e credo che, soprattutto
per chi inizia, debba essere il principale soggetto sul quale impegnarsi. Nel caso delle caducifoglie in genere, gli esemplari più
rappresentativi che si vedono alle mostre giapponesi sono alberi coltivati e non raccolti in natura.
Sulle piante raccolte (yamadori) il discorso si fa più complesso, perché spesso si tratta di alberi molto vecchi, che sono riusciti a
sopravvivere per lunghi anni alle avverse condizioni della natura (il ché si evidenzia nel loro aspetto). Essi richiedono nel momento
della raccolta particolari attenzioni ed esperienza, e nelle successive fasi una cura attenta nella coltivazione e un grande rispetto della
loro personalità. Per questi motivi, la raccolta deve sempre essere ragionata e parsimoniosa.

Al di la delle preferenze personali, ritieni che per una buona crescita bonsaistica ci si debba cimentare con tutte le piante
dette sopra, o non è necessario?

Le tecniche colturali da applicare a ciascuna di questi materiali di partenza sono diverse una dall’altra, per cui la crescita
tecnica del bonsaista viene sicuramente stimolata in ogni caso. Tendenzialmente si cerca di iniziare con soggetti dalla forte personalità
(spesso yamadori) in quanto rendono l’illusione di un rapido raggiungimento di obiettivi estetici. Coltivare partendo da seme o da
giovani piante da vivaio prevede tempi più lunghi, ma consente una miglior comprensione, con conseguente acquisizione, delle
tecniche colturali.

L’opinione di... Edoardo Rossi
- Giuseppe Monteleone - 63
L’opinione di...

Leggendo di te, mi ha colpito molto il tuo modo di concepire il bonsai. Fare bonsai è un mezzo per migliorare se stessi e la
pianta passa quasi in secondo piano... ho capito bene?

Forse non sono riuscito a spiegare bene questo concetto, ma è esattamente il contrario! L’albero, secondo il mio punto di
vista, è in primo piano, solo pensando all’albero come principale soggetto del nostro impegnativo lavoro e quindi mettendo noi stessi
in secondo piano, possiamo arrivare alla comprensione del vero spirito del bonsai e quindi al miglioramento di noi stessi.

Se ho capito bene, quindi, le nostre piante riflettono, o quanto meno dovrebbero riflettere, il nostro modo di essere?

Il tentativo di riprodurre il più fedelmente possibile la natura è un esercizio estetico e tecnico estremamente difficile,
perché deve emergere esclusivamente la personalità dell’albero. Secondo i principi dell’estetica tradizionale giapponese del bonsai,
l’albero non dovrebbe mostrare l’intervento dell’uomo ed è questo l’obiettivo che io cerco di perseguire. Può risultare più semplice la
realizzazione di soggetti (che possono essere comunque di grande pregio) che, non rifacendosi al modello naturale, lasciano maggior
spazio ad interpretazioni e scelte personali, evidenziando maggiormente la personalità dell’autore rispetto a quella del bonsai.

Molto mi è piaciuta questa considerazione “La bellezza del bonsai e quindi il suo valore (non solo economico) dipendono
dalle capacità e dall’impegno del bonsaista nell’usare tre elementi: le mani, la testa e il cuore”. Quali tra questi tre elementi
è più importante per te?

Quando all’età di quattordici anni ho iniziato a studiare al Conservatorio, pensavo alla musica in modo romantico, all’arte e
alla possibilità di diventare qualcuno. Poi mi sono scontrato con un mondo molto diverso dalle mie aspettative, lo studio e la disciplina
che la musica impongono sono state per me una grande scuola. In tutti gli anni di studio e durante i diversi corsi di perfezionamento con
autorevoli maestri, non ricordo di aver mai sentito la parola “arte”. Lo studio della tecnica e la disciplina sono il sistema per apprendere
e per fare questo ci vuole la testa. Le mani rappresentano l’elemento più materiale, una buona manualità potrà portare ottimi risultati,
anche se la mancanza di questa capacità potrebbe divenire un stimolo per cercare di migliorare se stessi. Il cuore rappresenta i sentimenti
che proviamo nel coltivare il nostro bonsai ed è il coinvolgimento emotivo che consente di rendere la personalità dell’albero, facendo
divenire unico ogni esemplare. Questi elementi sono complementari fra loro ed hanno quindi la medesima importanza.

Veniamo alla tua attività didattica. Quante soddisfazioni ti da la tua scuola?

Moltissime. Sinceramente non mi sarei mai aspettato di raggiungere un numero così elevato di persone che seguono la mia
scuola. Non che non abbia messo impegno in questo, il giardino, lo studio, l’aula per la didattica ecc. sono un evidente parte del mio
progetto di scuola, ma il percorso che propongo ai miei allievi è sicuramente diverso dalle tendenze che il bonsai oggi esprime in Italia.
Ho studenti di tutte le età, provenienti da località anche lontane e da esperienze diverse e da ciascuno di essi ricevo tantissimo. La
cosa che mi piace molto, è il pensare che sono riuscito a costruire un luogo dove le persone stanno bene. Non è mai successo in più di
dieci anni di attività che qualcuno abbia alzato la voce o abbia avuto un atteggiamento poco rispettoso nel confronti degli altri. In un
ambiente come questo, dove è bandita la competizione, dove le persone partecipano alle gratificazioni degli altri, arrivare ad ottenere
buoni risultati è solo una questione di tempo.

Quanto riesci a trasmettere della cultura giapponese ai tuoi allievi?

l bonsai tradizionale giapponese non può prescindere dalla cultura che lo ha originato. Una parte delle mie lezioni nei corsi
superiori è riservata allo studio dell’allestimento del tokonoma, attraverso il quale i miei allievi possono comprendere i principi estetici
e filosofici che ritroviamo nel bonsai e in tutte le arti tradizionali giapponesi. Questi principi, una volta assimilati, contribuiscono in
maniera decisiva alla formazione dei nostri alberi. L’utilizzo dello spazio dilatato del tokonoma, per esempio, consente di comprendere
più chiaramente il concetto di vuoto, che è uno degli elementi fondamentali nell’estetica del bonsai. Spesso gli allievi stessi stimolano
degli approfondimenti di alcuni aspetti della cultura giapponese e quando non sono in grado di soddisfare personalmente le loro
richieste, mi faccio aiutare da esperti con i quali collaboro da tempo (il prof. Tollini, il prof. Pasqualotto ed il dott. Smolari) che mi hanno
insegnato moltissimo e mi hanno aiutato comprendere i mondi in cui il bonsai è nato.

Permetti una domanda cattiva? Aver lavorato nella scuola pubblica ti “ha consentito di sviluppare una buona capacità
didattica”, perché allora hai deciso di non includere i principianti nei tuoi programmi didattici?

Non è per niente una domanda cattiva. Mi piace molto insegnare ai principianti e non lo ritengo certo meno importante o
gratificante. Sono membro e responsabile didattico dell’Associazione Euganea del Bonsai da diversi anni, per la quale tengo una serie
di lezioni teoriche e pratiche nell’ambito di un corso per principianti che si sviluppa da ottobre a giugno, presso ed in collaborazione
con l’Istituto d’Agraria S. Benedetto da Norcia di Padova, dove ha sede la nostra Associazione. Collaboro inoltre alla realizzazione
e sviluppo di programmi didattici presso i club. Ho scelto di non tenere i corsi principianti presso la mia struttura perché ritengo
importante che siano i club a promuovere e sostenere la divulgazione del bonsai. Purtroppo, invece, secondo il mio punto di vista, essi
non sono sufficientemente valorizzati a livello nazionale, mentre la loro presenza nel territorio dovrebbe essere capillare e appoggiata
in ogni modo.

64 L’opinione di... Edoardo Rossi
- Giuseppe Monteleone -
L’opinione di...

Giardini giapponesi e bonsai, punti in comune e differenze.

L’argomento è veramente molto esteso e sarebbe troppo lungo da trattare in modo esauriente in questa sede. Sintetizzando,
nell’uno e nell’altro caso si ritrovano i concetti filosofici ed estetici riscontrabili in tutte le arti e discipline giapponesi quali, per esempio
semplicità, naturalezza, povertà, vecchiaia e apprezzamento del vuoto.

Quanta attenzione c’è attualmente per il bonsai in Italia?

Per quanto riguarda l’utente non amatore, ormai il bonsai “da interno” si trova un po’ dovunque, dall’ipermercato al garden
center, talvolta a costi veramente ridotti e la gente più o meno sa di cosa si tratta (anche se non sa come trattarlo!)… la vendita
su larga scala a scopi benefici ha contribuito alla sua diffusione e l’acquirente ormai considera il bonsai alla stessa stregua di una
pianta da appartamento, perché ha perso il sapore di “novità esotica” che aveva fino a qualche anno fa. Per quanto riguarda invece
gli appassionati, è difficile quantificarne il numero, una volta esso era fornito dalle associazioni in base al numero degli iscritti, ora
invece esiste anche un “sottobosco” composto da persone che non si vedono alle manifestazioni ma sono attive e hanno voglia di
conoscere e di impegnarsi. Penso che il merito sia in parte di Internet, che ha consentito ad un pubblico più ampio la possibilità di
approcciarsi al bonsai, ora disponibile anche a chi in passato era penalizzato dal vivere in luoghi da cui era difficile scambiare con
altri appassionati conoscenze ed esperienze. E’ importante comunque che l’incontro virtuale abbia una corrispondenza reale, fisica,
con altri appassionati ed esperti perché la pratica del bonsai è soprattutto manuale e ad essa la comunicazione via internet non può
sostituirsi.

Nella realizzazione delle tue piante, ti rifai ad un progetto vero e proprio con tanto di disegno o l’immagine futura è lì nella
tua mente e basta così?

Se si ha una lettura chiara della pianta che si dovrà impostare è sufficiente seguire un progetto mentale, se invece si trova
qualche difficoltà, non è tutto chiaro e alcuni particolari non sono facili da interpretare, un progetto realizzato su un foglio di carta può
essere d’aiuto. E’ importante comunque non rimanere legati a tutti i costi al progetto iniziale, disegnato o pensato che sia, talvolta è
l’albero stesso che ci indica un percorso diverso da quello immaginato, perché gli alberi crescono e cambiano. Talvolta invece noi stessi,
nel tempo, cambiamo in relazione alle nostre esperienze e possiamo modificare il nostro modo di vedere le cose. In questo senso,
ritornando alla filosofia del bonsai, invecchiare fa parte del necessario percorso di miglioramento.

Dal 2000 sei uno dei rappresentanti dell’associazione internazionale Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe voluta dal
Maestro Suzuki. Ci spieghi il perché della nascita di questa associazione? e che riscontro hai avuto, in termini di interesse,
dalla sua nascita?

La Nippon Bonsai Sakka Kyookai è una associazione che si è costituita in Giappone per l’esigenza di alcuni importanti Maestri
che hanno voluto riportare il bonsai ai valori tradizionali. Anche in Giappone (a parere mio molto più di quanto noi possiamo pensare)
il bonsai ha avuto uno straordinario sviluppo commerciale, ma questa cosa, per un certo punto di vista positiva, ha prodotto un
allontanamento dai veri valori del bonsai, travisandone lo scopo. In Europa la situazione è evidentemente sbilanciata nella stessa
direzione, quindi il Maestro Hideo Suzuki, su mandato della Casa Madre giapponese, ha identificato un piccolo gruppo di persone
che, secondo il suo parere avevano le giuste caratteristiche e ci ha chiesto di fondare la succursale europea dell’Associazione. Nel
2001 in presenza del Presidente della Casa Madre Tomio Yamada abbiamo fondato la Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe. Non ci
siamo prefissati obiettivi in termini numerici, perché non vogliamo essere un’associazione con grandi numeri, non siamo interessati
ad apparire troppo. Cerchiamo, con mille difficoltà, di realizzare degli incontri , congressi e riunioni, dove l’aspetto culturale è il solo
motivo dell’organizzazione. Alle nostre mostre, per esempio, gli alberi scelti tra i soci devono avere certe caratteristiche perché la
finalità non è quella di presentare il maggior numero di bonsai eccellenti, ma quella di creare attraverso l’esposizione dei nostri bonsai
una mostra armoniosa. Per fare questo alcuni di noi hanno dovuto, per esempio, rinunciare ad esporre una pianta optando per un’altra
che meglio si integrava con il progetto generale Mai nessuno ha trovato questa una imposizione e tutti l’anno accettato di buon
grado. Questo è possibile anche perché le nostre mostre non sono competitive e quindi viene a mancare l’esigenza di presentare ciò
che di meglio abbiamo nella nostra collezione in quel momento. In modo assolutamente inaspettato e con nostro stupore, oggi alcuni
rappresentanti del mondo bonsaistico europeo ed italiano hanno chiesto di far parte della nostra associazione, accettando tutte le
regole che la contraddistinguono. Come nel bonsai, anche in questo caso, perseguire un obiettivo senza fretta e senza porsi troppe
aspettative, probabilmente porta dei buoni risultati.

Quali sono le tue essenze preferite?

Mi è già stata fatta questa domanda alla quale ho risposto in modo provocatorio dicendo che non ho preferenze in relazione
alle essenze ma preferisco i bonsai belli… talvolta le mie scelte possono essere dettate dal caso, per esempio alcuni anni fa ho avuto
la fortuna di trovare in un comune vivaio alcuni cedri (Cedrus Deodara Pendula) con tronchi veramente interessanti. Dopo alcuni
anni di coltivazione sono diventati dei soggetti che hanno suscitato lusinghieri apprezzamenti da parte dei Maestri giapponesi che,
non coltivando il cedro come bonsai, lo considerano ora come una mia specialità. Allo stesso modo ho iniziato a coltivare anche altre
essenze come per esempio i tassi (Taxus Baccata) da vivaio, il ginepro S. Josè (Juniperus chinensis ‘San Jose’) ecc. In ogni caso mi faccio

L’opinione di... Edoardo Rossi
- Giuseppe Monteleone - 65
L’opinione di...

prendere molto dai diversi momenti, dalle stagioni, dal mio umore, dai ricordi. Vivendo quotidianamente con i miei alberi un rapporto
molto stretto, ho imparato ad apprezzarne aspetti anche poco appariscenti e ho capito che dobbiamo essere noi in grado di vedere il bello
nelle cose. I fiori, i frutti, come gli aghi le foglie il tronco i rami fanno parte dell’albero ed esprimono in modo diverso la bellezza della natura.

Ringraziandoti per il tempo che ci hai dedicato, ti chiedo un saluto per i nostri lettori.

Vi chiedo scusa per la lungaggine delle mie risposte (e ho tagliato moltissimo!). Sono forse un po’ prolisso, ma il
bonsai mi appassiona per davvero in tutte le sue sfaccettature e quindi mi riesce difficile rispondere sinteticamente perché
mi piacerebbe sviluppare in maniera il più possibile compiuta ognuno dei temi che mi sono stati presentati. Auguro a tutti
non tanto di arrivare un giorno a possedere una bellissima collezione di bonsai (non è detto che questo porti alla felicità),
ma di godere quotidianamente delle piccole cose che il rapporto con gli alberi dona a chi li sa accudire con vera passione

66 L’opinione di... Edoardo Rossi
- Giuseppe Monteleone -
A scuola di estetica

stile a semicascata
(Han-kengai)
di Antonio Ricchiari

I
l termine giapponese non dà un’idea precisa della realtà perché sembra indicare la natura di questo stile come fosse
una cascata divisa a metà, mentre il prostrato possiede un carattere completamente diverso dalla cascata, sia per
gli ambienti che suggerisce sia per l’aspetto estetico. La definizione classica considera la differenza tra la cascata
nel fatto che il ramo basso non va oltre al limite del bordo inferiore del vaso, ma rimane comunque compreso sotto
il bordo superiore del vaso. Nelle versioni più moderne possono essere definiti come prostrati anche i soggetti che
hanno i rami più bassi al di sopra del limite del vaso.
L’habitat naturale dove ha un riscontro credibile il semicascata può essere un dirupo, una pendice dove l’albero
è cresciuto subendo una inclinazione tanto accentuata, favorita anche da fattori climatici forti venti e neve. Sia chiaro
che non bisogna mai confondere lo stile inclinato con la semicascata anche perché il primo avrà sempre una struttura
estremamente avara di rami perché rappresenta un albero sopravvissuto agli eventi ambientali.
Nel semicascata abbiamo perciò una struttura più “addolcita” con maggiori linee morbide.

Rami e tronco - L’apice superiore, a differenza della cascata vera e propria, è sempre presente sia nel caso di un tronco
molto inclinato che nelle crescite su pendici proprio perché non ci sono quei fenomeni naturali costituiti da caduta di pie-
tre o frane. La forma dell’apice è normalmente dominante un po’ come avviene nel Moyogi, e sovrasta normalmente

Stile a Semicascata
- Antonio Ricchiari - 67
A scuola di estetica

la parte centrale della forma. L’apice è particolarmente arrotondato, in modo da inserirsi nel disegno della chioma
collegandosi quasi completamente ai rami più bassi. In molti bonsai da fiore la palcatura della ramificazione superiore
può essere formata da rami con andamento a zig zag che danno movimento alla pianta contrastando con i tronchi
generalmente tozzi.
A differenza della cascata vera e propria, lo stile prostrato ha come caratteristica principale quella di piegarsi
completamente su se stesso vegetando però sempre verso l’alto senza avere una caduta. Il tronco ritorna verso l’alto
costituendo quindi un elemento dominante e centro focale di attrazione del soggetto. La caduta della pianta pros-
trata deve avere un carattere alquanto moderato, che dal punto di vista estetico costituisce la ricerca dell’equilibrio
armonico tra la forma arrotondata dell’albero vetusto e la tensione del tronco che ricerca la posizione originale. La
chioma dei prostrati deve essere proporzionata alle contenute dimensioni del tronco.
L’apice inferiore, a differenza della cascata
deve avere una posizione naturale senza ritornare
al di sotto del vaso, normalmente è verso la parte
opposta. Deve risultare molto ravvicinato alla parte
centrale della chioma, con rami abbastanza ravvici-
nati fra loro e molte volte si possono unire in un’unica
massa fogliare. L’apice inferiore determina quel de-
licatissimo equilibrio che fa la differenza con lo stile a
cascata.
La scelta dello shari non è un fattore domi-
nante, così come si fa un uso moderato di jin. E’ pen-
sabile ricorrere ad un sabamiki, progettando la pre-
senza di un tronco cavo, soprattutto se si tratta di una
latifoglia.
A differenza della cascata vera e propria lo
stile semicascata è meno esasperato e quindi sono

68 Stile a Semicascata
- Antonio Ricchiari -
A scuola di estetica

compatibili con tutte le specie comprese le latifoglie e le
piante da fiore. Ovviamente i criteri estetici devono sempre
seguire l’effetto armonico generale per rendere credibile il
progetto da seguire. I vasi utilizzati sono meno profondi di
quelli per lo stile a cascata. Nell’ambito delle forme c’è una
tendenza verso i vasi rotondi con i bordi svasati e senza piedi.
I bordi dei vasi sono di grande considerazione estetica, proprio per le loro dimensioni che hanno la funzione
di richiamare la rotondità della chioma. Si possono scegliere smalti vivaci e pitture attraverso le quali si ricercano gli
abbinamenti più adatti per evidenziare i caratteri peculiari di questi bonsai.
Le forme quadrate sono meno impiegate perché richiamano caratteri rigidi e forti che sono comuni delle
cascate. È anche frequente l’utilizzo di vasi bassi o addirittura da Bunjin, quindi quasi piatti che possono evidenziare
meglio i tronchi sottili e le forme che tendono verso lo stile inclinato.

Le foto rielaborate che accompagnano l’articolo sono state tratte dal catalogo: 7th International Bonsai and Suiseki Exhibition, pubblicato dalla Nippon Bonsai Association. L’evento si svolse dal 27 aprile al 6 maggio 1986 ad Osaka.

Stile a Semicascata
- Antonio Ricchiari - 69
L’essenza del mese

Il ficus
di Antonio Acampora

Famiglia: Moraceae
Genere: Ficus
Specie: circa 800

Ficus Microcarpa
Coll. Liu, Chien-Cheng

I
l genere Ficus comprende diverse centinaia di specie distribuite nelle zone temperate, subtropicali, e tropicali
d’Asia, Australia (F.macrophylla, F. rubiginosa e F. platypoda), Africa e America. Gli aspetti comuni sono: fuoriuscita
di liquido lattiginoso dalla corteccia e dai rami, foglie carnose e spesse, radici superficiali ed aeree. I ficus fanno
parte di quelle essenze che sono senz’altro da suggerire a chi inizia il proprio cammino bonsai per la loro gene-
rosità, per la maniera in cui sopportano sia la potatura sia le cimature e per l’adattabilità alle tecniche di formazione.
Il nome deriva dal greco sycon, trasformato in ficus nella lingua latina. Etimologicamente il termine ha
dato origine, secondo alcuni linguisti, anche alla parola Sicilia; per altri potrebbe essere la stessa di “secco”.
Il Ficus come bonsai non possiede una lunga tradizione, la Cina e il Giappone hanno iniziato a valutarlo solo quando il
mercato occidentale l’ha richiesto.
Esiste una gran confusione riguardo ai nomi delle numerose varietà di Ficus. La scelta del materiale
adatto conviene farlo considerando la forma, la dimensione iniziale delle foglie, e la silhouette del soggetto.
Tra le più utilizzate come bonsai si trovano le seguenti specie: Ficus retusa, Ficus panda, Ficus superba, Ficus pumila (o
Ficus microphilla o Ficus kinmen), Ficus benjamina, Ficus nataliensis (o Ficus triangolaris), Ficus neriifolia, Ficus buxifolia.
Una varietà interessante per le foglie piccole e la fittezza della sua vegetazione è il Ficus repens, che resiste bene anche
a temperature basse e quindi in molte nostre regioni può passare l’inverno all’aperto. Ricaccia dal tronco con facilità.

Descrizione Piante arboree, di rado rampicanti o arbusti, con foglie sempreverdi spesso
coriacee, semplici, alterne, a margine intero, più raramente frastagliato o lo-
bato. I frutti sono achenii e sono contenuti nel ricettacolo fiorale ingrossato
(siconio) che talvolta a maturità è commestibile (fico, sicomoro, ecc). Nelle
varietà esotiche usate di solito per bonsai raggiungono perlopiù il diametro
di un solo centimetro, la buccia è levigata ed inizialmente coperta di lenti-
celle. In questi Ficus sempreverdi i frutti spesso compaiono all’ascella delle
foglie o direttamente sul tronco. Prima verdastri, maturando diventano poi
rossi o viola o gialli secondo la specie. Sui Ficus diversifolia o deltoidea i frutti
(giallo-arancio) compaiono assai facilmente ed aggiungono un notevole va-
lore decorativo al soggetto. I fiori, molto piccoli, sono unisessuali: i maschili
e i femminili possono presentarsi su piante separate. Il breve tubo corallino
termina con due, tre o quattro lobi più o meno arrotondati.
Molte varietà di Ficus presentano delle lenticelle (formazione che
prende origine sulla corteccia di giovani piante ed è molto importante per gli
scambi gassosi fra atmosfera e tessuti profondi) sulla corteccia, di solito dei
Tutte le foto sono state tratte dal sito http://www.sidiao.com/

70 Il ficus - I parte
- Antonio Acampora -
L’essenza del mese

rami giovani fino a due-tre anni, altri le conservano anche sulla strut-
tura più vecchia. Tali formazioni sono normali e non vanno confuse
con parassiti, anche se certe cocciniglie le possono simulare. Va te-
nuto presente che le foglie sono sempre prive di queste lenticelle.
La peculiarità che più colpisce l’appassionato è quella delle radici tubo-
lari, una variazione della radice che subisce il ficus: queste sono tipiche degli
alberi di grosse dimensioni come quelli delle foreste tropicali: hanno la forma
di grandi lame ed emergono dal suolo verticalmente alla base del tronco, es-
tendendosi tutt’intorno sul terreno per consolidare l’ancoraggio della pianta.
Nel Bonsai di ficus queste radici evidentemente non si elimi-
nano, anzi vanno potenziate perché evidenziano la bellezza del-
la pianta. Per aumentarne la crescita si ricopre il tronco con sfagno.
In diverse quantità tutte le specie del genere Ficus contengono lat-
tice, sostanza organica secreta dai canali laticiferi. Questo liquido denso non
ha niente a che vedere con la linfa. Questa caratteristica è condivisa da tutte
le Moraceae, è una sostanza lattiginosa e appiccicosa la cui funzione non è
ancora chiara, benché si presume abbia uno scopo antipredatorio. Questa
secrezione esiste già nel giovane embrione e perdura per tutta la vita della
pianta. È un’emulsione molto complessa, contenente, accanto a cellule, en-
zimi, proteine e altre sostanze ossidanti, anche idrocarburi ad alto peso mole-
colare cui deve la particolare consistenza. Particolarmente abbondante nei
momenti d’intenso sviluppo può essere irritante per gli occhi e la pelle.

Propagazione per seme E’ un sistema poco usato

Propagazione per margotta La maggior parte degli esemplari di Ficus in commercio come bonsai, sono
stati ottenuti mediante margotta o talea. Il migliore periodo per la realizza-
zione della margotta è maggio/giugno. Con la margotta a strozzatura si può
far produrre ai Ficus un’abbondante quantità di radici in quasi un mese: è suf-
ficiente avvolgere fortemente un grosso filo (~ 3mm.) intorno alla zona desi-
derata fino ad inciderla, coprirla con sfagno umido, fasciare l’insieme con un
foglio di plastica legato saldamente ed attendere fino a quando il tronco non
emetterà le radici.

Propagazione per talea E’ un sistema facile. In luglio ed agosto tagliare delle talee di 5-10 cm di lunghez-
za, si riduce l’ultimo germoglio, si eliminano le due paia di foglie alla base del-
la talea, e si piantano in diagonale in terriccio di torba e sabbia in parti uguali.
Coprire il tutto con lastra di vetro o foglio di plastica per avere un effetto serra.
Quando le talee inizieranno a vegetare, si scoprono e solo nella primavera
successiva (aprile) si possono trapiantare in vasetti singoli. Si possono otte-
nere delle talee radicate (barbatelle) immergendole in acqua.

Il ficus - I parte
- Antonio Acampora - 71
L’essenza del mese

Radicano più velocemente le talee apicali. Non è indispensabile usare ormoni
radicanti che in ogni modo accelerano il processo, è consigliabile porre il se-
menzaio in mini serra. Un altro metodo di riproduzione poco utilizzato, ma
molto valido è la divisione di radici. Si pianta una radice, risultante da una
potatura dopo il rinvaso, in vaso lasciandone 1/3 esposto, e in poco tempo
spuntano nuove gemme. Qualora si uniscono varie radici, si può creare uno
stile a radici esposte, o uno stile a zattera.

Esposizione Il ficus nelle regioni settentrionali va collocato per metà anno in casa esposto
a nord (da settembre ad aprile) in un luogo luminoso intorno a 20.000 lux o
superiore, lontano da fonti di calore diretto e con un tasso d’umidità atmosfe-
rica (U.R.%) alto, 70-80% e poi sistemato all’esterno da maggio a settembre.
Prima di ritirare le piante in casa, vicine ad una finestra, per circa 20 gg. ridur-
re sensibilmente le innaffiature per non fare cadere le foglie (prima diventano
gialle e in 2-3 giorni cadono). Mentre nel meridione può trascorre tutta la sta-
gione invernale all’aperto senza problema.
In generale si adattano con qualche difficoltà alla vita in appartamen-
to quelle piante tropicali il cui clima originario somiglia più o meno a quello
dei nostri ambienti, con temperature che oscillano tra 18° e 24° C. Tenendo
presente che i nostri ambienti non possono sostituire il loro habitat naturale:
foreste con quel tipico caldo-umido, senza cambiamenti di stagione ed escur-
sioni termiche.
In realtà per i ficus tropicali nelle ore di luce le condizioni ottimali
sono tra i 20 e 22 gradi, ma durante la notte queste piante sopportano tem-
perature più basse. Quindi è preferibile in quelle ore spostare il Bonsai in am-
biente più fresco, (circa 15°-16° C) per assicurarsi questa leggera escursione.
Questo evita loro di consumare con la respirazione gli scarsi zuccheri prodotti
nelle poche ore di luce utilizzabili nelle giornate invernali. Poiché è fastidioso
cambiarli di posto mattino e sera, l’alternativa è di spruzzare la loro chioma
quando scende il buio con acqua piovana o distillata (l’acqua “dura” delle tu-
bature è poco consigliabile perché lascia depositi calcarei). L’evaporazione
di quest’acqua abbassa per qualche ora la temperatura delle piante.
È necessario quindi in inverno sistemare i ficus a ridosso di una fi-
nestra, questo è giustificato dall’esigenza di una certa quantità di luce, da non
confondere con sole diretto.
In estate il ficus va posto all’aperto, non direttamente esposto ai raggi
del sole, purché la pianta vi si abitui gradualmente. L’aria umida è quasi es-
senziale. All’interno il Bonsai perde più acqua di quanto ne assorbono le radici
con eventuali gravi danni per le foglie che ne vedono pregiudicata la crescita.
E’ giusto quindi controllare il grado igrometrico. L’ideale sarebbe porre il vaso
sopra ad un ampio vassoio con del ghiaietto che contenga una piccola quan-
tità d’acqua sul fondo, ma che eviti il contatto diretto dell’acqua con il vaso.
La temperatura ambientale farà evaporare lentamente l’acqua dal vassoio,
creando una sufficiente umidità attorno alla pianta.

72 Il ficus - I parte
- Antonio Acampora -
Note di coltivazione

La defogliazione - I parte
di Luca Bragazzi

I
l termine “defogliazione” indica una serie di applicazioni tecniche che con-
sistono nell’asportazione totale o parziale dell’organo più importante del
sistema vegetale: le foglie. La defogliazione può essere naturale o artificiale:
la prima avviene grazie a due importanti cause come conseguenza di violenti
agenti atmosferici, quali vento forte, grandine, colpi di secco non letali ecc., e
come conseguenza dell’attacco patogeno di insetti dall’apparato boccale masti-
catore, che con la loro azione trofica privano il vegetale delle foglie. Gli scopi di
tale tecnica, applicata artificialmente in campo bonsaistico sono molteplici e tra
quelli più importanti troviamo sicuramente l’eliminazione di organi fotosintetiz-
zanti malati con deformazioni, ferite o superficie fogliare danneggiata, il con-
tenimento di zone vegetali più vigorose di altre, oppure, nel più classico dei casi,
il rimpicciolimento della superficie fogliare a scopo di proporzione estetica.
La foglia deve essere intesa come il più importante organo del sistema
vegetale, una sorta di “laboratorio”, in quanto è proprio grazie ad essa ed al pro-
cesso di fotosintesi clorofilliana che la pianta può produrre parte dell’energia
necessaria alla sua crescita e al suo sostentamento. Per poter ottenere una
perfetta risposta dal nostro bonsai con eccellenti risultati estetici in seguito
all’applicazione della defogliazione, dobbiamo preparare il nostro esemplare
circa un paio d’anni prima con le tecniche di coltivazione e di esposizione ed
anche con l’aiuto di prodotti aerei stimolanti, al fine di irrobustire la struttura e
dare la possibilità di accumulare energia, che servirà in risposta all’eliminazione
delle foglie. Tale accorgimento è di fondamentale importanza ed il perché è da
ricercare proprio negli sforzi che la pianta farà per emettere le nuove foglie: un
vegetale provvisto dell’intero apparato fogliare e che quindi è in grado di foto-
traspirare e produrre energia per sé ai massimi livelli, nel momento in cui, con la
defogliazione, andiamo ad asportare le foglie, si troverà in una forte condizione
di stress, in quanto dovrà nel minor tempo possibile ristabilire l’intera presenza
sui rami di ciò che gli è stato tolto, per poter ritornare a vivere normalmente.
Affinché questo avvenga nel migliore dei modi, la pianta dovrà poter
disporre di energia immagazzinata tempo addietro e conservata per poter su-
perare periodi di crisi: se nei due anni antecedenti non viene attuata una cor-
retta applicazione delle tecniche agronomiche, quali scelta del terriccio, con-
cimazione, esposizione in pieno sole ed applicazioni aeree di fitostimolanti, la
pianta risponde in maniera incompleta, indebolendosi ed essendo molto più
esposta a patologie di ogni tipo. Tecnicamente la defogliazione completa è ap-
plicabile solo ed esclusivamente su piante di latifoglia, ad esempio appartenenti
alle specie Rosaceae, Aceraceae, Ulmaceae, Oleaceae ecc., tramite l’eliminazione
della sola parte fogliare ad esclusione del picciolo. Esso, infatti, proteggerà la
gemma presente all’ascella fogliare e che nel tempo necessario affinché il pic-
ciolo cada, potrà irrobustirsi e schiudersi. Un accorgimento molto importante è
l’applicazione della tecnica in momenti diversi, proprio in considerazione della
differenza di vigoria tra la parte alta = forte e la parte bassa = debole. Si opera par-
tendo dalla parte bassa e dopo dieci-quindici giorni si completa con la parte alta:
questo renderà possibile una maggiore distribuzione dell’energia verso la parte
bassa. Su esemplari appartenenti alla famiglia delle Fagaceae (Quercus e Fagus),
la defogliazione non potrà essere eseguita totalmente per ragioni imputabili alla
fisiologia di questa specie che mal sopportano la condizione di totale assenza di
foglie. Si potrà eseguire un taglio parziale che gradualmente abituerà la pianta
alla nuova condizione.

La defogliazione - I parte
- Luca Bragazzi - 73
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Tecniche bonsai

La scelta del vaso - I parte
di Antonio Acampora

N
ella traduzione letteraria degli ideogrammi che formano
la parola bonsai, sono legati albero e vaso, un insieme che
deve soddisfare tanto le necessità fisiche di coltivazione
della pianta quanto quelle estetiche. La forma originale del
vaso è quella della mano vuota, per raccogliere l’acqua o per conservare
i cibi. Il simbolismo della mano vuota che si apre, conserva e protegge,
corrisponde anche al significato di un vaso bonsai. Il vaso protegge le
radici ed evita che la terra si asciughi e si disperda.
In Cina i primi contenitori usati per piantare gli alberelli raccolti sulle montagne erano recipienti usati per
l’acqua o per il culto. Poiché essi non avevano fori di scolo furono, in un secondo momento, forati sul fondo. Questo
cambio d’uso, da oggetti usati per le necessità quotidiane oppure di culto a contenitori per bonsai è avvenuto molto
lentamente.
Il contenitore per bonsai deve anche armonizzarsi con molti altri fattori: ogni albero ha una sua misura, e la
stessa cosa vale anche per il vaso. Ogni appassionato di bonsai ha i propri gusti; per usare un simbolismo, i vasi bonsai
potrebbero essere paragonati ai vestiti che indossiamo, entrambi devono essere belli e della giusta misura. Ci sono
vestiti per maschi e femmine, e per ogni stagione della vita, di ogni misura e dimensione, ed essi hanno stile, misura e
colori diversi. Così è anche nelle piante! Troviamo conifere e altre piante sempreverdi, caducifoglie che producono (o
non producono) fiori, bacche e foglie colorate.
Il contenitore deve essere sempre in armonia con tutti questi fattori, un complemento discreto all’albero,
una cornice che completa nel colore e nella forma senza prevaricazioni. Dev’esserci armonia di colore tra il fogliame e
vaso, tra i fiori e il vaso, tra la colorazione autunnale e vaso. La forma del vaso è invece direttamente legata allo stile
dell’albero, alla sua età apparente, e dalle sensazioni che la pianta trasmette (vecchiaia, forza...ecc).

Produzione dei vasi Esiste, ancora oggi, una differenza fondamentale tra le produzioni di vasi
cinesi e giapponesi. La produzione cinese è diversa nel colore e nella forma.
La differenza è dovuta al loro processo di realizzazione. I vasi giapponesi sono
fatti con uno stampo interno, ovvero l’argilla è pressata sia sulla faccia esterna
che che su quella interna, affinché si adatti allo stampo su entrambe le facce.
I cinesi impiegano invece solo lo stampo interno; la faccia esterna si modella
a mano, ottenendo così un’infinità di forme e ornamenti.
L’argilla può dividersi in tre categorie: Terracotta, Gres e Porcellana. I
contenitori di terracotta sono ideali per la coltivazione delle piante, in quanto
la porosità (la T. non arriva al punto di vetrificazione) permette la fuoriuscita
dell’acqua attraverso i pori. L’evaporazione si realizza allo stesso tempo dal
terreno e dal contenitore, per questo la terra secca più rapidamente. La ter-
racotta ha però lo svantaggio di rovinarsi facilmente e di non resistere alle
basse temperature invernali. Il gres è materiale duro e non è poroso, per
questo il drenaggio del terreno deve essere perfetto e bisogna verificare pri-
ma del rinvaso se i fori di drenaggio funzionano bene. I contenitori in gres
sono considerati ottimali per la coltivazione bonsai. I contenitori in porcellana
sono completamente vetrificati, sono usati raramente anche perché troppo
decorativi e distraggono troppo l’attenzione.
Generalmente i vasi solo cotti sono chiamati Deimono (fatti di fango)
mentre quelli trattati e colorati sono denominati Yuyakumono (trattati con
prodotti). In genere i vasi Deimono sono adatti per le conifere, mentre quelli
colorati sono usati per le caducifoglie, per gli alberi da fiore e da frutto.

Scelta del vaso Nella scelta del vaso dobbiamo tenere in considerazione la lunghezza dei
rami, l’altezza dell’albero e lo “spirito” dello stesso, lo spessore del tronco, il

76 La scelta del vaso - I parte
- Antonio Acampora -
Tecniche bonsai

colore dei fiori e dei frutti, della corteccia, come pure la stagione in cui l’albero
ci piace di più. L’arte bonsai non è solo il disegno di un albero ma è l’immagine
composita di un albero in un vaso: nessun elemento deve imporsi sull’altro.
Lo spirito dell’albero va tenuto in considerazione, albero forte o deli-
cato, maschio o femmina, il vaso dovrà essere in armonia con tutto ciò. Un
albero forte è quello con tronco robusto e largo, rami angolosi e vigorosi, tes-
suto rugoso sulla corteccia e radici superficiali forti.
I vasi possono essere attivi o passivi secondo la sensazione che essi
producono. Generalmente quanto più emergenti e grossi saranno i piedini ed
il bordo o labbro, più il vaso sarà attivo. I vasi passivi sono quelli che si auto-
contengono avendo il bordo e i piedi inclusi nel disegno di base del vaso.

Colori e trame I contenitori senza vernice (Gres) si usano generalmente per gli alberi della
famiglia delle conifere. I contenitori verniciati possono essere usati per alberi
a foglia caduca, con fiore e frutto. Il contenitore dovrà essere scelto secondo
il colore che l’albero avrà in quella stagione. La scelta del colore più adatto al
proprio bonsai non può essere univoca dato che in gran parte dipende dalla
sensibilità individuale.
Colori diversi del vaso producono sullo stesso albero effetti differenti.
Questi effetti si chiamano “proprietà psicologiche dei colori”. Ad esempio il co-
lore rosso si vede grande, il blu piccolo, oppure un oggetto blu apparirà più
lontano e piccolo, quello rosso, invece, più grande e vicino, il bianco si avvici-
na di più alle dimensioni reali. Lo stesso dicasi di un oggetto nero che sembra
più pesante, mentre quello bianco più leggero, e il blu appare il meno pesante
di tutti. Quindi quando si sceglie un vaso occorre considerare tutto questo,
in altre parole non solo il colore in sé, ma anche l’effetto e le sensazioni che il
colore produce sull’osservatore.
Il colore del vaso deve essere in armonia con l’albero in tutti i suoi
aspetti, quali il colore del tronco, il colore delle foglie, dei fiori e dei frutti, e la
stagione dell’anno nella quale conviene esporre al meglio il proprio albero.

Alcune indicazioni di massima

Pini Di solito sono posti in vasi di colori che rimandano al colore della terra (es.
ocra, marrone, grigio, rossiccio).
Acero palmato Richiede colori delicati, evitando i contrasti (es. blu pastello se si vogliono ac-
centuare i rami nudi, beige o avorio quando è esposto con le foglie rosse).
Faggi Vengono di solito esposti senza foglie, oppure con foglie secche o verdi anche
in questi casi si preferiscono colori chiari, avorio, beige.
Alberi da frutto con bacche rosse La scelta è verso i toni del blu, in contrasto con il rosso intenso dei frutti, o un
colore avorio nella stagione invernale.
Acero tridente E’ simile al palmato, si scelgono colori delicati oppure un colore ruggine
somigliante alle sue foglie in autunno.
Alberi da frutto Sono ammessi molti colori, ma se si espone spoglio si preferiscono tonalità
scure non smaltate, avorio per esporre l’albero con frutti e foglie, o tonalità
del blu per evidenziare le foglie.
Zelkove I vasi sono sempre di colori delicati, beige, avorio, in armonia con la sua cor-
teccia grigiastra, o colore terracotta chiaro, per esporlo con foglie gialle.
Alberi da fiore Alcuni preferiscono i colori che contrastano con i fiori, altri preferiscono cer-
care l’armonia, importante è che i vasi siano di colori scuri, smaltati, discreti.

Il bonsai non può fare a meno del vaso, ma non possono essere reciprocamente in contrasto. Con il bonsai il
vaso raggiunge un’interdipendenza ottica. L’ideale è poter armonizzare la forma del vaso all’albero, la smaltatura alla
corteccia ed al fogliame.
Se l’albero è giovane si usa per il vaso una smaltatura vivace. Se l’albero è vecchio la smaltatura va scelta riflet-
tendo il colore della patina del tronco, il colore delle foglie, o creare un armonico gioco di colori. Le smaltature vivaci si
adattano a bonsai giovani o alberi dal portamento delicato come betulle o zelkove. Le tinte dal verde chiaro al verde-
blu scuro ricordano il gioco di colori del mare. Le tinte dall’azzurro chiaro al blu scuro si associano all’immagine della
calma di un lago o di un’insenatura. Queste tonalità si adattano bene alle composizioni su roccia (ishizuki).

La scelta del vaso - I parte
- Antonio Acampora - 77
L’angolo di Oddone

Il ginepro
di Carlo Oddone

I
nizia da questo numero la pubblicazione di una serie di articoli che apparvero alcuni anni addietro a
firma di Carlo Oddone e che riproponiamo ai lettori per la ricchezza di informazioni, la completezza dal
punto di vista didattico che denotano entrambe un bagaglio eccezionale di conoscenze acquisite da
Oddone nel corso della sua lunghissima carriera di bonsaista. Non sono quindi monografie di essenze, che
peraltro abbiamo trattato, ma “appunti di coltivazione e lavorazione” delle piante che il Maestro ha porta-
to avanti negli anni. Siamo gratificati e orgogliosi del fatto che Oddone ci abbia concesso l’autorizzazione
a duplicarli per il magazine. Da una attenta lettura il lettore ne trarrà informazioni e nozioni preziose per
l’educazione a bonsai.

Antonio Ricchiari

I
l Ginepro è forse l’essenza che meglio si presta alla realizzazione di un bonsai per la sua vegetazione minuta, che
simula in una buona scala la chioma di un albero grande. Ecco quindi che esso compare, sempre ambito, in una
collezione amatoriale come nell’assortimento offerto dal commercio. Vediamo come se ne può avere un grade-
vole esemplare dalle buone caratteristiche e in un tempo relativamente breve.
Per avviare un bonsai di ginepro si può scegliere tanto di formare un soggetto giovane, quanto di utilizzare
del mate­riale più maturo e ricco di rami. In un caso, come nell’altro bisogna però tenere presente che, invecchiando,
il legno di questa essenza tende a diventare molto rigido. E’ pertanto necessario modifica­re prima possibile la forma
di tronco e rami nei soggetti da educare, e sceglie­re inoltre con molto senso critico il ma­teriale adulto, in modo da
non dovere cambiare di molto la forma della sua struttura principale, cosa che risulta spesso difficile e poco soddis-
facente.
I Ginepri ricacciano facilmente dal le­gno vecchio: in particolare vicino alla biforcazione di rami e rametti ed
anco­ra meglio dal tronco. Questa positiva ca­ratteristica permette in due-tre stagioni di sostituire con della nuova
vegetazio­ne le parti che hanno una forma o strut­tura inadatta. Eseguita una potatura drastica, non resta che scegliere
tra i numerosi germogli che compaiono do­po qualche tempo il più vigoroso o il me­glio diretto, asportando poi al più
pre­sto gli altri, perché crescerebbero in competizione col ramo che interessa e ne ritarderebbero lo sviluppo.
Se il futuro bonsai viene ben concimato e magari coltivato in piena terra, in un paio di anni i nuovi rami ar-
rivano ad assumere una dimensione tale da poterne iniziare l’educazione. Il durevole legno del ginepro si presta molto
bene a rappresentare nel bonsai dei vecchi rami spezzati dalle bufere o i segni lasciati sui tronchi dai fulmini d’alta
montagna. Quando si intende eliminare dei rami consistenti, conviene perciò lasciarne di proposito dei mozziconi,
lunghi tanto da poterli eventualmente trasformare in jin: se non servono, si taglieranno via in un secondo tempo.
La chioma di molte varietà di Ginepri può presentarsi con due tipi di vegetazione: una detta giovanile, per lo più ad
aghi embricati (di solito a gruppi di tre), più o meno lunghi e/o pungenti, e l’altra a squame, simili a piccolissime foglio-
line che crescono a catenella, una aderente all’altra.
E’ molto importante esteticamente che i bonsai abbiano una vegetazione il più possibile uniforme, quindi

78 Il ginepro
- Carlo Oddone -
L’angolo di Oddone
solo ad aghi o a squame. Nei soggetti maturi di quest’ultimo tipo è perciò bene evitare di ridurre drasticamente la ve-
getazione tutto in una volta perché ciò potrebbe fare comparire dei germogli giovanili. Nonostante esistano tecniche
adatte ad infittire la chioma, è sconsigliabile scegliere come bonsai le varietà a portamento troppo sparso e leggero,
la cui vegetazione sottile non consente che un misero risultato.
Così pure è meglio non scegliere le varietà dorate, argentate o a chioma variegata, in quanto non vi sono al-
beri con un siffatto fogliame e l’immagine del bonsai risulterebbe poco credibile. Un bel verde sano è il colore giusto.
Il Ginepro che può meglio sostituire il Sargenti usato dai giapponesi è la cultivar Blaauws. Attenzione ancora ad un tipo
di ginepro che emana un odore sgradevole simile alla pipì di gatto: pizzicatene la chioma prima di scegliere!

Gli stili più adatti e perché Eccetto la scopa rovesciata, i ginepri si prestano meravigliosamente per
realiz­zare bonsai di ogni stile, forma e di­mensione. La loro chioma minuta
con­sente infatti di avere una scala eccellente, qualsiasi tipo di albero si voglia
rap­presentare.

Trapianto, raccolta e substrati Il trapianto o il rinvaso dei ginepri (e lo stesso vale per cipressi e chamaecypa­
ris, che hanno uguale comportamento) è bene farlo quando il soggetto non è
in completa dormienza. Un buon momen­to è perciò l’inizio dell’autunno o la
pri­mavera inoltrata, a patto che la nuova vegetazione si stia appena aprendo.
An­che durante il riposo vegetativo di metà estate si presentano condizioni
adatte sia alla raccolta in natura che a qualsiasi spo­stamento.
I ginepri che crescono spontanei da noi sono in genere di difficile
attecchi­mento a causa della struttura assai espansa del loro apparato radi-
cale e la conseguente inevitabile perdita di un enorme numero di radichette
fibrose durante il prelievo. Oltre alla ragione­vole riduzione della chioma può
giova­re un trapianto iniziale in sabbia molto grossolana o in granuli di pomice:
i gi­nepri amano un terriccio calcareo, per­ciò è meglio evitare la torba, troppo
aci­da per loro. Anche le talee, per quanto lente a radicare, inizialmente lo fan-
no in sabbia pura meglio che in qualsiasi altro substrato.
I ginepri sono molto sensibili alla sa­linità del suolo e, nonostante
richieda­no una buona fertilizzazione per cresce­re vigorosi, la somministrazio-
ne di con­cimi minerali solubili, specie dopo il tra­pianto, dovrà essere eseguita
tardi e a concentrazioni molto diluite.

Potatura di formazione Se il ginepro è giovane il suo tronco si presta ad essere trattato col filo. Nei
soggetti maturi, la difficoltà di eseguire la torsione delle grosse parti legnose
consiglia di scegliere solo le branche che già si trovino in una posizione
accetta­bile, oppure di ricorrere al già accenna­to lavoro di rinnovamento.
La riduzione dell’altezza del materia­le di partenza la si ottiene facil-
mente grazie alla sostituzione, con un ramo adatto già esistente o di nuova
forma­zione, dell’apice originale, la cui parte esuberante debitamente accor-
ciata si presta poi bene alla creazione di un jin. E’ di grande effetto unire
queste due tecniche: il tronco originario viene ac­corciato e trasformato in jin,
ma un ra­mo in buona posizione viene ugualmen­te drizzato a proseguire verso
l’alto e fatto arricchire di vegetazione. E’ im­portante che tale ramo si trovi sul
lato posteriore rispetto alla facciata del bonsai, in quanto deve fare da sfondo
al jin che, adeguatamente sbiancato, potrà così risaltare contro il verde della
nuova cima.
E’ bene che la struttura principale del bonsai sia semplice e che i vari
palchi che ne costituiscono la sagoma risultino ben separati e distinti uno
dall’altro. Per ottenere ciò bisogna educare al più presto i rami principali nella
loro posizione definitiva. Per simulare bene la fisionomia di un vecchio albero
la chioma di ogni palco dovrà dare l’impressione di un materassino verde più
o meno sottile che poggia sulla ramificazione, mentre il profilo inferiore di
questa deve sempre apparire netto e privo di vegetazione.
Dalla branca orizzontale i rami secondari si dipartono lateralmente,
alterni e un poco incurvati verso l’alto, richiamando la nervatura di una fo-
glia. Secondo lo stile e lo spirito di quel bonsai, la sagoma di ogni palco, vista
dall’alto, potrà assomigliare punta di freccia o di lancia, o essere piuttosto
arrotondata: vista di profilo, è di solito più spessa vicino alla base assottiglian-
dosi verso l’estremità del ramo.

Il ginepro
- Carlo Oddone - 79
L’angolo di Oddone

1 - Vegetazione ‘ad aghi’ del Ginepro comune (J. Communis) 2 - Vegetazione ‘a scaglie’ del Ginepro sabina (J. Sabina)

Applicazione del filo L’applicazione del filo e l’educazione si possono eseguire su tutto l’arco
dell’anno­, evitando solo i momenti di massima spinta vegetativa, per il rischio
che du­rante la torsione la corteccia si stacchi dal legno a causa dell’abbondanza
di linfa circolante.
I soggetti trattati durante la fase vegetativa devono essere protetti
dal sole diretto per una ventina di giorni. Se il tronco é curvo, le anse sono
più ampie e vistose in basso e si attenuano salendo in una fusione tra la for-
ma a spirale ed un andamento ad “S”; mentre vengono lasciati alcuni rami
che si tro­vano all’esterno delle curve ottenute. Con questa tecnica si gestisce
comple­tamente la forma del futuro bonsai e se ne decide anche le dimensioni
e la fac­ciata.
Come conseguenza di tale manipolazione la chioma si addensa, ma
una buona par­te di essa, specialmente nella metà su­periore del soggetto,
deve essere poi su­bito eliminata, sia per conservare la co­nicità del tronco du-
rante il suo successi­vo sviluppo, sia per rendere armoniosa la crescita della
ramificazione ai vari li­velli.
Ai rami, finché sono molto sottili, il fi­lo non deve essere applicato, ma
appe­na è possibile essi dovranno essere educati ad un assetto orizzontale, in
modo da potere avviare successivamente la cimatura della ramificazione più
fine e formare i vari palchi.
Il legno maturo è piuttosto restio ad assumere una nuova forma ed il
lungo tempo richiesto consiglia piuttosto l’uso di staffe metalliche alle quali
fissare la parte da piegare, invece che il semplice uso del filo. Anche nei ginepri
è utile praticare delle incisioni longitudinali sui rami ro­busti, prima di piegarli:
l’intervento ha la duplice funzione di facilitarne sia la curvatura e la torsione
sia, allo stesso tempo, la conservazione della forma im­posta.
Le parti giovani, se vegetano vigorosa­mente, fissano la forma in un
tempo mol­to breve (e recano presto i segni del filo), ma per quelle vecchie
possono servire mesi, se non anni. Uno stratagemma uti­le con queste ultime
consiste nel pic­chiettare o eseguire alcune piccole inci­sioni profonde sino al
cambio sulla parte da educare per accelerare il processo.
Prima di applicare il filo ed imporre delle deformazioni di notevole
entità a grosse parti legnose conviene avvolgere queste ultime con più strati
di raffia inu­midita.

80 Il ginepro
- Carlo Oddone -
L’angolo di Oddone

3 - Juniperus oxycedrus 4 - Juniperus rigida
Coll. Sergio Biagi Esemplare appartenuto ed impostato da Stefano Frisoni

5 - Juniperus hemisphaerica 6 - Juniperus chinensis Var. Taiwanensis
Coll. Giacomo Pappalardo Coll. Luca Bragazzi

7 - Juniperus chinensis 8 - Juniperus chinensis Var. itoigawa
Coll. Donato Danisi Coll. Francesco Santini

Il ginepro
- Carlo Oddone - 81
L’angolo di Oddone

Cimature speciali La cimatura dei Ginepri viene per lo più descritta come pizzicatura dei ger-
in fase vegetativa mogli. Questa tecnica serve bene quando si tratta di pareggiare ed infitti­re la
vegetazione, ma è del tutto insuffi­ciente qualora si debba ridurre lo spes­sore
della chioma per formare i sottili palchi orizzontali sui rami principali. E’ ne-
cessario invece accorciare i rametti che crescono verso l’alto con decisi col­pi
di forbice, lasciando però su ognuno di essi qualche ciuffo di verde affinché
non appassiscano.
L’operazione deve essere eseguita all’inizio della primavera, appena
cessa­to il rischio di grosse gelate, ma prima che il risveglio vegetativo sia evi-
dente. In tali condizioni si formano quanto pri­ma numerosissimi germogli, sia
sui rami tagliati che vicino alle loro biforcazioni ed in
breve, se il bonsai è vigoroso, una nuova vegetazione
Tecnica di pizzicatura delle fronde di ginepro:
compatta e minuta coprirà i segni lasciati dalle forbici.
questa tecnica viene usata prevalentemente per pareg- Talvolta, se i rametti sono vecchi e quindi per un cer-
giare ed infittire la vegetazione e va ripetuta più volte to tratto nudi alla ba­se, non è possibile assottigliare a
durante la stagione vegetativa. suffi­cienza la vegetazione con un unico in­tervento (per
Per ridurre lo spessore dei palchi conviene la necessità di lasciare un ciuffetto di verde), ed allora
servirsi dì un paio di forbici, pur lasciando qualche si intervie­ne nuovamente con le forbici a metà estate
ciuffo di verde perché non appassiscano. Quando la o nella primavera successiva, do­po che qualche utile
vegetazione ha una certa densità, per pareggiare uni- germoglio si sarà certamente formato. Un intervento
formemente i livelli conviene aiutarsi con le dita per così drastico è necessario per lo più solo durante la fase
tenere vicini i ciuffi dei rametti. di formazione. Dovrebbe essere ripetuto soltanto se il
bonsai fosse trascurato per molto tempo ed i rametti
crescessero verticalmente lunghi e disordinati.
Nelle normali condizioni di mantenimento, la cimatura consiste
nell’accorciare semplicemente i germogli che tendono a crescere oltre il pro-
filo dei palchi, salvo diradarli di tanto in tanto, se diventano così fitti da sof-
focarsi a vicenda. Per evitare la comparsa di macchie brune da appassimento
nel fogliame, si deve eliminare solo il tratto più recente del germoglio, che si
distingue per il colore verde più tenero, nel periodo in cui basta prenderlo tra
la punta delle dita e tirare leggermente perché si stacchi quasi spontanea-
mente senza danni alla vegetazione.
Quando la chioma ha una certa densità, conviene aiutarsi con le dita
per tenere vicini ciuffi di rametti, palco per palco, in modo che si possa più
facilmente pareggiarne il livello.

Tecniche particolari Una tecnica che può dare risultati bellissimi permette di utilizzare tronchi o
pezzi di ramo morti ma di forma interessante, per creare dei bonsai di grande
effetto: alla parte ormai sbiancata si restituisce una apparenza di vita acco-
standole un giovane soggetto e coltivandoli insieme.
Sappiamo tutti bene che un filo lasciato troppo a lungo incide la cor-
teccia. Questa trascuratezza viene talvolta fatta di proposito. Per creare in-
fatti uno shari che salga a spirale sul tronco, si applica del filo robusto e ben
aderente su di un giovane soggetto che viene stimolato a crescere vigorosa-
mente. La spirale ovviamente non si mette ravvicinata come quando il filo
serve educare ma sale assai più lassa.
Per la compressione del filo i fasci linfatici superficiali modificano il
loro percorso per disporsi, dopo qualche settimana, paralleli al suo andamen-
to. Tolto il filo, si può asportare a spirale la corteccia dove il tronco è rimasto
incavato (ed anche poco di più, lateralmente) senza che la circolazione del
bonsai soffra alcun danno. Il legno nudo può essere trattato e schiarito.
Con una spazzola metallica si può asportare in alcuni punti del bonsai
la vecchia e superficiale della corteccia, per metterne in evidenza lo strato
rossiccio sottostante e creare un interessante contrasto di colore.
Un suggerimento: quando accade di dovere modificare l’aspetto di
un jin appena fatto, conviene educarlo con il filo subito dopo averlo scortec-
ciato ed attendere che secchi e conservi così la forma voluta. Quando non
basta il filo, con le dovute cautele si può ricorrere al calore di una fiamma per
piegare dei jin robusti, dopo averli inumiditi abbondantemente.

82 Il ginepro
- Carlo Oddone -
L’angolo di Oddone

Concimazione e trattamenti Riguardo alla concimazione, i ginepri possono essere considerati sempre “af-
famati”. La modalità di somministrazione di acqua e fertilizzanti non si dis-
costa comunque da quella comune a tutte le altre conifere. Unica cautela:
usare concimazioni frequenti ma molto diluite.

Prevenzione e Questo gruppo di conifere soffre l’attacco di funghi che talora devastano
cura delle malattie gravemente la chioma o l’apparato radicale, provocando anche la morte del
bonsai. L’opera di prevenzione risulta più efficace che la cura. Si tratta di te-
nere i bonsai in luoghi ventilati e luminosi: l’eccesso di umidità nell’aria e nel
terriccio facilita la diffusione di malattie. Trattamenti con anticrittogamici,
sia sulla chioma che al terriccio, sono raccomandabili alla prima comparsa
di sintomi preoccupanti: ad esempio, un ritardo nell’asciugare del terriccio,
macchie di necrosi sull vegetazione, interi rami che seccano d’improvviso. Al-
lontanare la pianta colpita dagli altri bonsai.
La scarsità di luce può far morire la vegetazione sui rami bassi o quelli
interni: tutte le piante a vegetazione fine sono avide di luce, anche se non di
sole diretto. Altri accidenti possono essere la comparsa di parassiti animali
quali cocciniglia ed afide lanoso, oltre a tarli che rodono il legno di tronco e
rami, facendone morire la chioma.
Il famigerato ragnetto rosso è anche responsabile di pericolose ag-
gressioni. Applicazioni di insetticidi adatti possono risolvere il problema.

Il ginepro
- Carlo Oddone - 83
Vita da club

bonsai club onlus di Giancarlo Pezzoni

I
l Drynemetum associazione culturale bonsai ONLUS viene fondata
nell’aprile del 1999 da un gruppo di amici uniti dalla stessa passione per
il bonsai ed attualmente, tra iscritti e simpatizzanti, si annoverano una
ventina di soci. L’associazione non ha scopo di lucro e persegue esclusi-
vamente finalità culturali e di solidarietà sociale nel campo dell’arte bonsai.
Si propone di tutelare e valorizzare la natura, l’ambiente ed in partico-
lare incentivare la passione naturalistica ed una migliore conoscenza della flo-
ra, patrocinare e coordinare studi e ricerche sulle tecniche dell’arte bonsai nelle
loro espressioni conosciute, nonché diffondere la conoscenza dell’arte bonsai
incoraggiando il proselitismo ed il numero di appassionati. L’associazione è
anche impegnata nella promozione e nel coordinamento di attività e mani-
festazioni bonsaistiche al fine di ottenere un arricchimento culturale dei soci
e dei beneficiari delle iniziative. E’ impegnata anche nell’intrattenere rap-
porti di scambio culturale e di esperienze con analoghi enti socio culturali,
promuovere incontri tra gli associati, e nell’istituire programmi a scopo di-
dattico per l’insegnamento filosofico e tecnico dell’arte bonsai, anche in col-
laborazione con altre associazioni. L’associazione è inoltre sempre tesa a
collaborare alla realizzazione di pubblicazioni e di mezzi divulgativi di ogni
genere riguardanti l’arte del bonsai. Ed è proprio in quest’ottica che annual-
mente organizza una mostra, il Festival del Bonsai, che vede unita, ad una
massiccia presenza di appassionati, la partecipazione di maestri di alto livello.
Anche quest’anno infatti, l 26 e il 27 settembre 2009 nella fantastica
cornice di piazza De Amicis ad Imperia, il Drynemetum Bonsai Club orga-
nizza il Festival del Bonsai, uno degli eventi bonsai più importanti d’Italia.
Saranno presenti espositori da tutta Italia e dall’Europa. Il clou di questo
evento bonsaistico lo si raggiungerà con i workshop eseguiti da quattro
dei più importanti maestri a livello internazionale: Isaho Omachi, Saku-
rai Takashi, Marco Invernizzi ed Aurelio De Capitani. Con i primi tre ci sarà
un’intera giornata (domenica 27) all’insegna dell’apprendimento bonsaistico,
mentre con De Capitani, il workshop accarezzerà il fantastico mondo degli
shohin, con un’intera giornata (quella di sabato 26) dedicata ai piccoli alberi.

84 Il ginepro
- Carlo Oddone -
Programma
VENERDì 16 OTTOBRE
15,00/17,00
Consegna piante e suiseki selezionati da parte dei club

SABATO 17 OTTOBRE
9,00/10,00
Consegna piante e suiseki selezionati da parte dei club
9,30/13,00
Laboratorio bonsai con Edoardo Rossi
11,00
Inaugurazione mostra bonsai e suiseki e mostra mercato
15,00/17,30
Laboratorio shodo a cura di Bokushin
20,00
Cena con consegna dei “premi BONSAIGENOVA 2009”
presso la Locanda del Cigno Nero

DOMENICA 18 OTTOBRE
9,00
Apertura mostra bonsai e suiseki e mostra mERcato
10,00
CONVERSAZIONE SUL’ALESTIMENTO DEL TOKONOMA CON
BOKUSHIN, ANDREA SCHENONE, GIORGIO ROSATI
11,30
CONVERSAZIONE/COMMENTO A CURA DI
GIOVANI GENOTTI SU ALCUNE PIANTE ESPOSTE
9,30/13,00
Laboratorio bonsai CON Edoardo Rosi
15,00/18,00
DIMOSTRAZIONE DI TECNICA BONSAI A CURA DI EDOARDO ROSSI

Regolamento Laboratori Bonsai
I laboratori sono aperti a tutti (una parte di posti è riservata agli iscritti ad
ABSG), nel numero massimo di 8 partecipanti ciascuno. Il contributo spese di
ciascun laboratorio della durata di tre ore e mezza è di 20 euro. Le prenotazioni
si effettuano tramite e-mail all’indirizzo info@bonsaigenova.it e presentandosi
direttamente alla reception della mostra a Villa Serra sabato 17 e domenica 18
alle 9,00.
Nel caso di richieste eccedenti il numero dei posti disponibili, verrà data la
precedenza alle prenotazioni giunte per prime. Nel caso il partecipante non
si presenti entro le 10,00, perderà il diritto di effettuare il laboratorio a favore
di altre persone presenti nella eventuale “lista di attesa”. Il partecipante dovrà
essere provvisto di propria pianta da lavorare, del filo di rame o di alluminio, e
di tutta l’attrezzatura necessaria.

Regolamento Laboratorio SHODO
Il laboratorio è aperto a tutti (una parte di posti è riservata agli iscritti ad
ABSG), nel numero massimo di 15 partecipanti, ed è gratuito. Le prenotazioni
si effettuano tramite e-mail all’indirizzo info@bonsaigenova.it e presentandosi
direttamente alla reception della mostra a Villa Serra sabato 17 alle 14,30.
Premio BonsaiGenova 2009
Dimostrazione bonsai
La dimostrazione di tecnica bonsai consiste nell’impostazione o nella
Il concorso è aperto ai club italiani su invito. rifinitura di una pianta importante coltivata e preparata a tale scopo.
Fra tutti i partecipanti saranno selezionati trenta
“Pronto soccorso bonsai”
esemplari ( bonsai e suiseki ), con un massimo di Per tutta la durata della manifestazione saranno disponibili soci esperti di
tre esemplari per ogni club. ABSG per fornire gratuitamente consigli, pareri ed eventualmente semplici
interventi sulle piante di proprietà dei visitatori
Ai primi dieci club proprietari degli esemplari
prescelti sarà offerta ospitalità per due soci
(pernottamento e cena di sabato 17 ottobre ).

Il club Amatori Bonsai e Suiseki
La scadenza per l’invio delle schede di Genova opera in Liguria per la
partecipazione è prorogata diffusione delle arti Bonsai eS-
al 15 giugno 2009. uiseki, organizzando tra l’altro
esposizioni, corsi per principi-
anti e incontri con istruttori
Il regolamento integrale è visibile per attività didattica di livello
sul sito www.bonsaigenova.it avanzato. Si riunisce ogni primo e terzo mercoledì
del mese alle ore 20,30 nella propria sede.
Il Giappone visto da vicino

L’estetica
nella cerimonia del tè.
di Antonio Ricchiari

A
lla parola tè corrisponde un concetto di portata complessa e vastissima che conserva sempre un’aura di
mistero e di imperscrutabilità. C’è sempre un’aura più riflessiva in chi vi si accosti anche con la più sem-
plice procedura. Fra tutte le bevande, è il tè a rievocare immediatamente, anche in Occidente, pensieri di
consumazione particolare, esclusiva, addirittura rituale. E come se il tè avesse l’intrinseca caratteristica di
creare uno stato particolare, una pausa nella routine in cui si è immersi inducendo a prendere le distanze dal proprio
stesso agire e permettendo di contemplare l’azione da una dimensione più rarefatta dalla quale si possa abbracciarne
il senso generale e il vero valore per la vita.
Un’antica leggenda vuole che Bodhidharma, il fondatore del buddhismo zen, fosse immerso nel profondo
stato meditativo che doveva durare ininterrottamente per diversi anni. A un certo punto, giunto al limite, il suo corpo
cedette al sonno. Al risveglio la reazione contro la propria debolezza fu tale che il monaco si tagliò le palpebre per
impedir loro di calarsi sugli occhi interrompendo lo stato di veglia meditativa. Per questo motivo egli è sempre raffigu-
rato con i grandi occhi tondi, privi di palpebre; come fanali che scrutino incessanti l’imperscrutabilità del mistero. Le
palpebre, cadute a terra, diedero origine al­la pianta del tè che possiede la virtù di tener desta la facoltà intellettiva e
la cui foglia ricorda la forma a mandorla di una palpebra. La ricchezza analogica di questa tradizione è, come quel­la di
ogni mito, notevole e in Oriente porta diritto al culto del tè inteso non tanto come passatempo estetizzante, ma come
vei­colo creato dall’uomo per mantenersi in stato di veglia, per non assopirsi nella ripetizione automatica delle attività
pratiche e .perdere cosi il contatto con il valore intrinseco del proprio ope­rare e della propria realtà spirituale.
Sotto un profilo analogico questo mito rivela la presenza dei valori archetipici che, nel di­spiegamento storico

86 L’estetica nella cerimonia del tè
- Antonio Ricchiari -
Il Giappone visto da vicino

della civiltà giapponese, espressero la ceri­monia del tè o, meglio, le ragioni interiori della sua formazione e della sua
durata. Il suo spirito è penetrato sia nelle case più ricche sia in quelle piú povere creando un’aristocrazia del gusto
che è anche un’aristocrazia; per usare la formulazione di Okakura, i giapponesi dicono che è «priva di tè» una persona
incapace di percepire l’aspetto tra­gicomico delle proprie vicende personali, ma anche che ha «”trop­po tè” chi si lascia
trascinare dai sentimenti senza rispetto per l’aspetto tragico della vita.
In Giappone, nel corso dei se­coli è stato elaborato un rituale preciso per garantire a chi lo se­gue di risalire
dal quotidiano alla sfera degli archetipi. Bere una tazza di tè, si è trasformata in un’in­tensa esperienza estetica, che
si vale di molteplici veicoli cul­turali e nel dispiegarsi del rito, che richiede distaccata padro­nanza di sé, s’intesse un
arazzo prezioso, ricco di linguaggi diversi. In quest’ambito, è necessario che l’ascolto del messaggio del tè si avvalga
perciò del sussidio di pittura e calligrafia, poe­sia e filosofia, ceramica e arte dei fiori. Fondamentale è però il gesto. In
Oriente, il corpo è considerato diretta manifestazione della coscienza, capace di trasmettere la condizione interiore.
Nella cerimonia del tè ogni mo­mento è quindi controllato. Ma non si tratta di una parte da recitare per un pubblico
che osserva, né di una semplice for­ma gestuale in quanto il gesto stesso esprime un preciso valore spirituale. Il rito del
tè è infatti il simbolo, e insieme il mezzo, dell’uomo che risale alla consapevolezza che ogni azione esprime se stesso,
testimo­niando l’avvicinarsi al proprio mondo ideale o, di converso, la regressione allo stato del bruto.
Si tratta di una dimensione dell’essere simile a quella ricreata nelle società
primitive che, per differenziarsi dalla realtà feno­menica che rischia costante-
mente di inghiottire quella umana, si affidano al totem, ai riti della caccia, della
raccolta del cibo. Il Giappone ha creato quindi arti che non perseguono alcun
fine pratico e neppure si propongono un sa­pere estetico ma rappresentano un
tirocinio della coscienza.
La cerimonia del tè è una di queste arti. E, per costituire un veicolo allo svilup-
po della conoscenza, richiede che l’adepto sia versato in molte arti che in essa
confluiscono, ma soprattutto se sia consapevole del valore umano di quello
che fa. La disciplina del tè è infatti permeata dello spirito zen, che trova la sua
massi­ma espressione nell’aiutare l’individuo a liberarsi dai vincoli della mente
e del mondo psichico fino a metterlo in guardia perfi­no dallo zen stesso. L’ar­
te del tè va quindi praticata con devozione, ma anche con di­stacco; né più né
meno di tutte le discipline zen.
Preziosa, per noi occidentali, è l’esperienza di un professo­re di filosofia recatosi in Giappone fra le due guerre,
Eugen Herrigel, che cercò con incrollabile fede e determinazione teu­tonica di penetrare lo spirito zen attraverso l’arte
del tiro con l’arco. Riuscire a vivere l’esercizio dell’arco
come la creazione di un’opera d’arte equivale a raggiun-
gere una perfetta armonia tra spirito e corpo, superan-
do la condizione dissociante in cui la psiche occidentale
si trova immersa da secoli. Ma quanti sfor­zi e quanta
pazienza siano necessari per raggiungere quest’inti­ma
euritmia, Herrigel dimostra descrivendo, talvolta con
sot­tile vena d’autoironia, i tentativi inesausti per pe-
netrare il mon­do analogico e simbolico delle mille arti
in cui lo zen si manife­sta. Che il tiro con l’arco, come una
tazza di tè, possa essere un’arte è già difficile da accet-
tare, ma che debba essere “senza scopo” (cioè il rag-
giungimento del bersaglio o l’ingestione del­la bevanda
non costituirebbero lo scopo) rischia di mettere a dura
prova le nostre coordinate mentali. I maestri però insi­
stono molto sulla purezza dell’atto in sé, dell’eleganza
della sua totale, assoluta, naturalezza. Come un fiore
che si stacca dalla pianta non decide di farlo per nessun
fine preciso, cosí i gesti che accompagnano il rito del
tè devono essere armonici e spon­tanei come il movi-
mento di tendere l’arco e allentare le dita che stringono
la freccia.
Ma l’arte del tè ha in realtà un fine: modificare
se stessi, am­pliare le proprie qualità umane e, soprat-
tutto, conseguire un’in­tima consapevolezza di quel che
è necessario intraprendere o ri­fiutare per il proprio svi-
luppo. Non conta tanto sapere; l’abi­lità tecnica è solo il
primo gradino. Quello che si chiede all’a­depto è la di-
sponibilità ad abbandonare le proprie certezze intellet-
tuali, per sentire l’aspetto mutevole della realtà.

l’estetica nella cerimonia del tè
- Antonio Ricchiari - 87
Il Giappone visto da vicino

I gesti quotidiani elevati a forma d’arte, nonostante il rituale rigoroso che ne limita le modalità espressive,
hanno una gamma interpretativa maggiore di un dipinto o di una scul­tura. Il rituale impone di non avere spettatori,
ma solo partecipanti. E’ una condizione particolarmente favorevole per addentrarsi a gustare aspetti diversi dell’arte
dell’Estremo Oriente con libertà di in­terpretazione e capacità di integrare, con la propria sensibilità immaginativa, il
mondo di vuoti e di allusive asimmetrie in cui l’arte del tè, più di ogni altra, è sovrana.
Okakura (1862-1913) nel suo The book of Tea, datato 1906, non dice queste cose esplicitamente. I suoi scrit­ti, le sue
riflessioni, la sua missione - tale fu il suo vorticoso operare - sono figli del suo tempo. Egli visse in un’epoca in cui la
supremazia dell’Occidente era proclamata con tutti i mezzi possibili, dalla letteratura, alla filosofia, all’arte e, soprat-
tutto, alle navi da guerra. Ma il Giappone era all’indomani della spet­tacolare vittoria sulla Russia zarista, che aveva
lasciato il mon­do senza fiato, e Okakura si lanciò nell’impresa di far conosce­re i tesori di cultura che il suo paese rac-
chiudeva. Nel Libro del tè, il tè è infatti solo lo spunto, l’occasione sottile per aprire ai nostri occhi lo spazio sconfinato
di un’intera civiltà. Questo piccolo e raffinato saggio è anche il simbolo dell’opera stessa di Okakura, della sua lotta
tesa a penetrare e possedere gli stru­menti della cultura occidentale per salvare e diffondere i valo­ri della propria. Vi
dedicò tutta la vita: e questo libro, nato in forma riservata, si è imposto come una delle più celebri opere sull’Oriente,
la più affascinante ed efficace di quelle che egli scrisse.
Suzuki, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, non era ancora comparso a fare dello zen la più celebre branca
del buddhismo. Così Okakura fu costretto a dare il massimo spazio al taoismo, cercando, per analogia, di far filtrare
anche il principio zen nel­la visione della vita e del mondo. E però la vera protagonista del libro è l’arte o, meglio, l’amore
della bellezza e l’educazio­ne a esprimere sentimenti estetici. In questo settore Okakura ha realizzato se stesso. Tutta
la sua esistenza può essere letta come un itinerario verso ideali di bellezza e civiltà ch’egli an­dava riscoprendo nel
passato dell’Estremo Oriente e che senti­va non solo di dover tramandare e conservare, ma di trasmet­tere allo spirito
dell’Occidente perché vi apportassero una sti­molante carica vitale.
Certo, i tempi sono cambiati; l’Oriente è anche troppo di moda e, forse proprio per questo, rischia di perdere il
potere di fecondare la società occidentale che non riesce più ad arrestare la vertigine dei consumi dove tutto si divora
senza nulla assa­porare. Eppure, il libro di Okakura, oggi come allora, costitui­sce uno dei veicoli migliori per penetrare
il mondo dei valori spirituali della civiltà giapponese. Per noi occidentali, che ten­diamo a fare anche dell’arte una
scienza, è stimolo a rigenera­re la nostra esperienza culturale, riconducendola al servizio del­la crescita individuale e
sociale.
“Alle radici del Sole” è il significato della parola Giappone il cui simbolo è l’astro nascente. L’immagine del
sole che irra­dia luce e calore intorno a sé e che trionfa sul caos è però anche alle origini stesse della rappresentazione
scenica ed è legata a un antichissimo rito della cosmologia nipponica. La dea del so­le Amaterasu, massimo nume
dello shintó, la primigenia reli­gione giapponese, fugge dal suo palazzo celeste e si rinchiude in una grotta facendo
piombare l’universo nelle tenebre. Era ri­masta sconvolta dal comportamento brutale e offensivo del fra­tello Susa-
noo, che aveva contaminato la sua augusta dimora con una pelle insanguinata di cavallo, causando anche la morte di
un’ancella. Gli dèi furono atterriti di fronte al rischio di tor­nare nel caos ed escogitano uno stratagemma per far uscire
la dea. Viene preparata una grande festa di fronte alla grotta e la divina Uzume, danzatrice e musicista del Cielo, pos-
seduta dal demone, esegue una danza di tipo orgiastico che trascina la par­tecipazione degli altri numi. Il baccano e le
risate incuriosisco­no Amaterasu che fa capolino dalla grotta. Due dèi le pongono di fronte uno specchio e le spiegano
che si sta celebrando una divinità più splendida e potente di lei. Stupita, la dea fa anco­ra un passo, ma è afferrata e
trascinata fuori; la grotta le viene per sempre interdetta.
Dalla danza della dea Uzume si è fatta, da secoli, risalire l’o­rigine del teatro; ma, andrebbe aggiunto, il mo-
mento della dan­za costituisce solo una parte di questo mito, anche se la piú al­tamente drammatica e carica di pathos.
In realtà tutta la vi­cenda mitica può essere letta come espressione archetipica della nascita del teatro giapponese. Un
evento traumatico (offesa, contaminazione, morte drammatica) ha causato un regresso dal­la manifestazione (grotta,
sipario), tuttavia le forze della vita, le passioni (danza orgiastica e festa o rievocazione), attirano ir­resistibilmente chi
prima era scomparso e lo costringono al suo ruolo sulla scena. Gli spettatori, nel caso del mito gli dèi, svolgono una
funzione non meramente passiva, ma di testimoni dell’evento rievocato che diventa perciò catartico e sacro.
Non diversamente avviene con la pittura tradizionale dove l’esaltazione maggiore o minore di un particolare
è ottenuta non grazie a priorità gerarchiche prospetticamente organizzate, ma a mezzo dell’isolamento con banchi di
nebbia o di nubi, etc., ta­gli asimmetrici, scorci e punti di vista «da un angolo». Un pre­ciso racconto visivo s’interrompe
per l’inframmettersi di una zona di nebbia vuota e monocorde; più oltre la scena riprende con un’immagine staccata
eppure riferibile alla precedente. L’osservatore, come lo spettatore davanti alla scena, è costret­to a creare un legame
tutto suo, personale e interiore fra i due momenti, i due quadri nel quadro, le due scene nella serba. La seconda im-
magine, più lontana e misteriosa, diventa il polo di attrazione, la chiave per intendere la prima a cui ci si rivolge con
rinnovato interesse. A questo effetto si per­viene attraverso un’organizzazione dello spazio in cui il vuoto svolge una
funzione catalizzatrice delle parti e sostanzialmente differente che in Occidente. Il concetto di vuoto nella nostra
tradizione ha valenza precipuamente negativa, di carenza, il che non avviene in Giappone e Cina dove invece riveste
un ruolo positivo e in vari modi viene anche raffigurato. Per intenderne il valore potrà servire spostare l’attenzione
dal concetto di vuo­to che può lasciare a disagio, dall’horror vacui, a un concetto a noi più familiare, quello di silen-
zio. Il silenzio evoca una sen­sazione di pace, quiete, serenità, non-pensiero, non preoccupazione. Se faccia­mo oscil-
lare la nostra esperienza tra il concetto di vuoto e quel­lo di silenzio, ecco che il vuoto non è più un fatto negativo,

88 L’estetica nella cerimonia del tè
- Antonio Ricchiari -
Il Giappone visto da vicino

teoricamente il vuoto è come la nebbia che interrompe la visione di una montagna, ma diventa anche l’allusione a
un mon­do che c’è e che l’osservatore può immaginarsi: ed è cercando di immaginarselo che si compie un processo di
formazione per­sonale. Si diventa creativi.
L’apprezzamento del vuoto discende da alcune esperienze religiose aliene alla tradizione giapponese piú an-
tica (cioè all’a­nimismo in natura dello shintó). Esse sono piuttosto legate a una fusione che c’è stata tra buddhismo e
taoismo, dove il buddhismo ha sviluppato il concetto di meditazione e il taoi­smo l’aspetto del vuoto, peraltro elemen-
to necessario. Nella meditazione non si tratta di un vuoto nel pensiero bensì di un mezzo per riaffiorare la parte più
profonda di sé, cioè la na­tura del buddha, dello svegliato, latente in ciascuno. In un se­condo tempo questo concetto si
riversò anche sulla natura ve­ra e propria (con il contributo dello shintò), ma forse il primo movimento è quello portato
dall’introduzione del taoismo e del buddhismo in Giappone, a cui seguì un recu­pero anche della propria tradizione. La
natura offre molte im­magini di vuoto che di solito non riusciamo a percepire. Nella pittura occidentale le nubi sono
sostanzialmente visione e non alludono a nulla, indicano se stesse o tutt’al più una condizio­ne atmosferica e servono
a costruire dei pieni, come nel Tiepolo per esempio; mentre in Cina e Giappone le nubi sono qual­cosa che s’inserisce
tra il visibile e l’invisibile. Sono un’in­terruzione della visione, e servono a stimolare nell’osservatore un’attitudine di
indagine, creativa.
Ses­hn usa il termine Paese dei Song per il grande rispetto che por­tava alla loro pittura. Tuttavia, al momento
del suo viaggio, la dinastia al potere era quella dei Ming. La capitale del nord, cioè attuale Pechino stabilita dalla di-
nastia mongola degli Yuan, il tempo dei Song non c’era ma, ovviamente, c’era quando Ses­hú si era recato in Cina.
Quella a cui viene fatto riferimento è una tecnica, o meglio un metodo come lo definisce lo stesso Sesshn, che
in Haboku znsui raggiunge una perfezione
tale per cui il vuoto non lo si eccepirebbe
neppure come nebbia o come nubi. Ma non
ci sono qui elementi intermedi tra la visione
illuminata e l’osser­vatore in modo simile a
quello delle nebbie di Sesshn che an­nullano
i riferimenti tra primo e secondo piano. Lo
stesso av­viene con queste montagne, che
un refolo di vento ha eviden­ziato squarcian-
do la nebbia: di colpo appaiono molto vicine
per­ché la nebbia togliendo i livelli tra il primo
e l’ultimo piano non consente di determi-
nare razionalmente quante zone intermedie
esistano effettivamente (una seconda, una
terza, una quarta...), ma pone subito di fron-
te a queste due realtà e conferisce ai pic­chi
una rilevanza maggiore. Quindi il vuoto
funge da cassa ar­monica delle immagini, ed
è trasmesso dallo strumento di nube o neb-
bia che per noi sarebbe invece solamente un
elemento del­la pittura.
Il vuoto non si vede, ma formal-
mente conta molto. L’im­magine in secondo
piano (le montagne) acquista preminenza
perché sembra sospesa senza poggiare su
alcuna base, mentre l’intensità descrittiva
aumenta con l’altezza. Le montagne so­
no sfumate in basso ed evidenziate man
mano che si sale, e que­sto sortisce l’effetto
di avvicinarle ulteriormente. Sono monta­
gne lontanissime che di fatto diventano vi-
cinissime. Al pari del dettaglio di un evento
lontano che scaturisca da un pensiero, da
un episodio, e che divenga poi tanto impor-
tante, evidente e prossimo. Le montagne
sono fortemente simboliche di un uni­verso,
un mondo su cui ognuno può fare delle in-
terpretazioni secondo la propria sensibilità.
Questo mette in movimento la creatività
dell’osservatore.

l’estetica nella cerimonia del tè
- Antonio Ricchiari - 89
Il Giappone visto da vicino

“Libro d’ombra”
Tanizaki Junichiro
recensione a cura di Anna Lisa Somma

N
el 1933, in Giappone, apparve un piccolo quanto incisivo saggio, a
firma Tanizaki Junichiro, chiamato poeticamente In’ei raisan (Elogio
della penombra), e conosciuto in Italia, per ragioni editoriali, col ti-
tolo di Libro d’ombra (Bompiani, pp. 96, € 6,50). Erano ancora lon-
tani i tempi in cui Tokyo sarebbe stata attraversata da una miriade di neon,
occhi spalancati sulla vita brulicante della metropoli.
Come suggerisce il titolo, il libricino si sofferma sulle bellezze nascoste
dell’ombra, sul fascino annidato nelle dense tenebre o nella semioscurità ap-
pena accennata. Tutto ciò sembra confarsi naturalmente allo spirito giap-
ponese, poiché «V’è, forse, in noi Orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti,
e le circostanze, della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repul-
sione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano, e scopriamo loro
una beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato.
È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità,
inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima parcella d’ombra».
L’occidente, per l’appunto, pare desideroso — quasi ansioso — di luce:
di essa ve n’è bisogno per rischiarare le tenebre (dall’ambiguità, dal peccato,
dal timore), per restituire un’artefatta giovinezza a ciò che, ormai, ha esaurito
il suo tempo. Ciò, senza dubbio, contrasta con l’estetica del sabi: il fascino
degli oggetti, difatti, è dato anche dalla concreta patina depositata, lenta-
mente, dal succedersi delle morte stagioni.
Tanizaki, in più di un’occasione, deplora la massiccia influenza oc-
cidentale sul Giappone, che, a partire dalla rivoluzione Meji (1868), ha ten-
tato drasticamente di conformarsi agli standard euroamericani, giungendo
talvolta alla snaturalizzazione di sé e del proprio patrimonio culturale: persi-
no l’amore nipponico per la penombra ha subito le conseguenze di questo
atteggiamento di imitazione pedissequa. Tanizaki denuncia con energia il
massiccio contagio occidentale, diffuso pressoché in ogni ambito e in ogni
ambiente, e rileva — con una certa amarezza — le difficoltà nel conciliare gli
oggetti esteri con l’estetica nipponica: come armonizzare, per esempio, una
lampadina all’interno di una sala tradizionale, in cui luci e ombre si conten-
dono silenziosamente lo spazio?
E lo stesso, pacato duello pare avvenire nella scrittura di Tanizaki. Il
suo stile è elegante, esatto, ma non interamente terso: nelle sue parole la-
scia insinuare qualche benevola velatura, che dà vita ad affascinanti giochi
di chiaroscuro. Gli stessi che il mondo moderno dovrebbe riscoprire in sé: «È
puro vandalismo cancellare quel mondo d’ombra, che è il gran dono dei boschi.
[...] Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà.».

90 Libro d’ombra - Tanizaki Junichiro
- Anna Lisa Somma -
Che insetto è?

Danni da stress ambientale - I parte
di Luca Bragazzi

T
ra le cause di deperimento vegetale, troviamo anche una serie di
fenomeni dannosi, non imputabili ad agenti entomologici, ma sola-
mente attribuibili a particolari situazioni climatiche non del tutto visi-
bili, ma altamente pericolose. I danni da stress ambientali, possono
colpire i nostri bonsai qual’ora il luogo di coltivazione non è del tutto salutare,
e quindi molto vicino a zone fortemente industrializzate oppure centri abitati
metropolitani. In aggiunta a situazioni geografiche poco idonee, il fattore an-
tropico (inteso come il bonsaista che si occupa degli esemplari) gioca un ruolo
estremamente importante, in quanto capace con le tecniche agronomiche di
coltivazione, di rendere più resistenti le essenze coltivate.
Qui di seguito sono elencate le principali fonti di inquinamento causa
di danni gravi:

Anidride solforosa (SO2 COLORE FOGLIE: zone internervali di colore verde scuro.
piogge acide) INTEGRITA’: collasso di tali zone che virano al verde-bruno.
MACULAZIONI: disseccamento delle lesioni.
FORMA: deformazioni e distorsioni fogliari.
EPIDERMIDE: danneggiata sulle maculature.
ALTRO: sintomi simili alla clorosi ferrica.

Ossidi di azoto (N2O, NO, NO2) COLORE FOGLIE: biancastro-bruno.
INTEGRITA’: foglie con nervature principali dal contorno irregolare
dall’aspetto “allessato”.
MACULAZIONI: assenti
FORMA: regolare.
EPIDERMIDE: zone necrotiche conseguenti all’allessamento.
ALTRO:sintomi riscontrabili maggiormente sugli apici fogliari.

Smog (Ozono e Nitrato) COLORE FOGLIE: prematura ingiallimento e senescenza.
INTEGRITA’: parti colpite su entrambe le superfici fogliari.
MACULAZIONI: piccole aree tondeggianti.
FORMA: regolare.
EPIDERMIDE: di aspetto ceroso o oleoso.
ALTRO: sintomi in base alla gravità dell’esposizione a tali inquinanti.

Particolati (Polveri, COLORE FOGLIE: accenni di decolorazione, verde pallido.
aerosol marino) INTEGRITA’: aree leggermente necrotiche
MACULAZIONI: scarse sulla pagina superiore.
FORMA: regolare
EPIDERMIDE: scarsamente idratata e a tratti danneggiata.
ALTRO: sintomi presenti in zone particolarmente inquinate, ad es. vicinanze
a zone industriali.

Danni da stress ambientale - I parte
- Luca Bragazzi - 91
Bonsai Creativo School - Accademia

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