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Gilles Deleuze e la libert sovrana di fare

filosofia
- Alessandra Pigliaru, 04.11.2015
Saggi. Lesausto di Gilles Deleuze per Nottempo. A venti anni dalla sua morte pubblicati, con i
contributi di Ginevra Bompiani e Giorgio Agamben, i testi dedicati a Samuel Beckett
Troppo da dire, e oggi non ne ho la forza. Troppo da dire su quello che successo, su quello che
successo proprio a me, con la morte di Gilles Deleuze. A raccontarlo, nelle pagine di Libration,
stato Jacques Derrida il 7 novembre del 1995. Tre giorni prima e allet di settantanni scompariva
Gilles Deleuze, suo amico a cui riconosceva il marchio di un grande filosofo, di un grande professore. Nei ricordi che Derrida ha dedicato a Roland Barthes, Edmond Jabs, Sarah Kofman, Maurice Blanchot e molti altri, raccolti poi nel 2003 in un volume dal titolo Ogni volta unica, la fine del
mondo, c il segno di una generazione che finisce. tuttavia Deleuze pi di altri, prosegue Derrida,
il pensatore dellavvenimento. Da quella differenza sempre nomade, anarchica e in eccesso, la folgorazione prodotta dal nome di Deleuze apriva la possibilit di un nuovo pensiero. Di questo era convinto Foucault che nel 1970, ragionando intorno a due dei testi pi importanti di Deleuze, Differenza
e ripetizione (1968) e Logica del senso (1969), componeva il Theatrum philosphicum di un grande
e paziente genealogista nietzschiano.
piuttosto chiaro che quanto si augurava Foucault sul secolo deleuziano non sia immediatamente
accaduto, per le refrattariet e diffidenze spesso mostrate dalla filosofia accademica, in particolare
italiana, che invece di approfittare di quella perversione del buon senso inaugurata da Deleuze ha
preferito in molti casi adoperarne la lezione come un quadro eccentrico e difficilmente sistemabile.
Ci detto, altrettanto vero che oggi, a venti anni dalla sua morte, la lettura e la rilettura di ci che
hanno significato, politicamente e filosoficamente, opere come Lanti-Edipo (1972), Mille piani (1980)
nel sodalizio con Flix Guattari, i contributi disseminati e inaggirabili al pensiero di Spinoza, Leibniz,
Kant, Nietzsche, Freud, Bergson, tra gli altri, corrispondono a una pratica da coltivare ancora con
convinzione e generosit. E non solo per quel che ebbe a dire di se stesso Gilles Deleuze, rispondendo a Foucault, definendosi il pi innocente e il meno colpevole per il fatto di fare filosofia, ma
perch lo spazio frequentato stato della massima ampiezza. Dalla scienza al cinema e la letteratura,
dalla psicoanalisi allarte, la dirompenza di Deleuze, sia insieme che senza Guattari, ha condotto a un
ripensamento e a uninvenzione di alcune categorie critiche, un taglio nella storia delle idee.
La molteplicit sovversiva negli anni feroci e vitali dei movimenti, lo schizo e la macchina desiderante, e ancora il divenire stesso di corpi senza organi, si puntellano di deterritorializzazioni
e paradossi come la serie dei famosi trentaquattro contenuti in Logica del senso guardano allo
scardinamento stesso della dialettica per assumere nuove coppie concettuali, radicali forme di rovesciamento simultaneo del senso comune. Che nel 1991, sempre insieme allamico Guattari, Deleuze
scriva Che cos la filosofia? non un caso. La filosofia infatti, come del resto si evince dal progetto
poco precedente dellAbecedario, larte di formare, di inventare, di fabbricare concetti. Ma non
bastava che la risposta si limitasse ad accogliere la domanda; era necessario anche che essa stabilisse unora, unoccasione, le circostanze, i paesaggi e i personaggi, le condizioni e le incognite della
questione. Sembra forse un po stravagante porsi un quesito simile dopo anni di pratica filosofica
ma, come gli stessi autori sostengono nellintroduzione al volume, una domanda che insieme
a molte altre pu essere pensata solo quando la vecchiaia dona non uneterna giovinezza ma al contrario una libert sovrana, quando cio si manifesta lo stato di grazia tra la vita e la morte.
Forse anche questo il concetto di penultimo di cui parla Ginevra Bompiani nella splendida intro-

duzione a un testo di Deleuze da lei stessa tradotto e appena pubblicato per Nottetempo. Il titolo
eloquente: Lpuis (Minuit, 1992), ovvero Lesausto (pp. 98, euro 7) in cui loccasione di accompagnare quattro pices scritte e dirette da Samuel Beckett per la televisione tra il 1975 e il 1982,
offre una riflessione pi ampia sullesaurimento del possibile.
Le posture beckettiane riprese anche nella postfazione firmata da Giorgio Agamben sono infatti
i modi in cui tempo e spazio si creano, si contraggono e si erodono. Cos Lo stanco non pu pi realizzare, ma lesausto non pu pi possibilizzare. La figura dellesausto una ulteriore trama, affettiva e di significati, consegnata ai personaggi concettuali di Beckett, gli stessi a cui si attribuisce gi
ne Lanti-Edipo unandatura simile a una minuziosa macchina, quando perimetrano e disgiungono gli
avvenimenti che capitano loro: tutto si divide, ma in se stesso.
Il buco che intendeva operare Beckett nel linguaggio, sia da scrittore che da regista, qualcosa che
Deleuze tiene presente per scrivere di Quad, Ghost Trio, but the clouds e Night and dreams.
Tenore e attenzione consegnati anche alla raccolta di scritti Critica e clinica (1993) sulla letteratura
e la scrittura in cui Beckett detiene ancora un posto privilegiato. Eppure nellesausto, in questa
forma in cui ad esaurirsi non sono solo le forze ma il possibile, che si attraversa la penultima sovversione, quella per cui le idee, le cose, le immagini, non smettono di estenuarsi. Per arrivare ai corpi,
alla chiusura di ogni immaginazione del possibile che la propria morte. Si stati stanchi di qualcosa, oggi invece, direbbe Deleuze, il presente a raccontarci che si esausti di niente. Come
durante una notte insonne, quando le due mani e la testa fanno un mucchietto per dire che forse
non va bene eppure si resta cos, insopportabilmente seduti a spiare il colpo che ci raddrizzer per
lultima volta e ci stender per sempre.
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