MARY STEWART IL GIORNO FATALE Prologo "Merlino è morto.

" L'uomo lo aveva detto in un sussurro ed era a poco più della lunghezza di un braccio dalla donna ma le pareti dell'unica stanza della casetta parvero afferrare e rilanciare la frase come in un corridoio pieno di echi. E sulla donna l'effetto fu violento come se lui avesse gridato. Le mani che avevano dondolato la grande culla accanto al fuoco sussultarono vivacemente tanto da svegliare il bambino, rannicchiato sotto le coperte, che incominciò a frignare. Per quella volta, lei lo ignorò. I suoi occhi azzurri, chiari in un modo incongruo in quella faccia scura e raggrinzita come un'alga secca, passarono rapidamente dalla speranza al dubbio e alla paura. Non aveva bisogno di chiedere al suo uomo dove avesse appreso quella notizia. Qualche ora prima, quello stesso giorno, aveva visto la vela della nave mercantile avanzare verso il porto dove, al di sopra del grumo di casupole che formavano l'unico centro abitato dell'isola, stava la nuova casa della regina, a comando del porto principale. I pescatori, intenti alle loro reti oltre il capo, erano soliti avvicinarsi alla rotta di un nuovo arrivato e domandare a gran voce notizie. La bocca della donna si aprì come se vi tremassero sopra centinaia di domande, ma ne fece solo una: "Possibile che sia proprio vero?" "Sì, questa volta è vero. Lo hanno giurato." La donna portò una mano al petto nel segno di scongiuro contro gli incantesimi. Ma pareva ancora dubbiosa. "Be, hanno detto la stessa cosa l'autunno scorso..." esitò, poi diede al pronome un peso sotto cui parve piegarsi, "quando Lei era ancora giù a Dunpeldyr con il principino e stava aspettando i gemelli. Lo ricordo bene. Eri sceso al porto quando il mercantile è arrivato da Lothian e quando hai portato a casa la paga mi hai raccontato quello che aveva detto il capitano. Lì al palazzo c'era stata una festa, anche prima che arrivasse la notizia della morte di Merlino. Lei l'aveva vista con i suoi poteri magici, ha detto. Ma poi non era vero. Era solo svanito, come aveva fatto tante altre volte." "Sì, questo è vero. Era proprio svanito, per tutto l'inverno, nessuno sa dove. Ed è stato anche un brutto inverno, proprio come qui, ma la sua magia lo ha tenuto vivo perché alla fine lo hanno trovato, nella Foresta Selvaggia, pazzo come una lepre, e lo hanno portato su a Galava per curarlo. Adesso dicono che si è ammalato ed è morto lì, ancora prima che il Sommo Re tornasse dalle guerre. Questa volta è proprio vero, moglie, e lo sappiamo di prima mano. La nave lo ha saputo quando si sono fermati per fare acqua a Glannaventa e Merlino era lì, morto nel suo letto a nemmeno quaranta miglia di distanza. E c'era anche molto d'altro, notizie su qualche combattimento a sud della Foresta, e un'altra vittoria per il Sommo Re, ma il vento era troppo forte per poter capire tutto quello che dicevano e non sono riuscito ad avvicinare di più la barca. Adesso andrò al villaggio per sapere il resto." Abbassò ancor più la voce fino a ridurla a un rauco filo di suono. "Nessuno del regno prenderà il lutto per questa notizia, nemmeno quelli che avevano legami di sangue. Credimi, Sula, stanotte a palazzo ci sarà un'altra festa." Mentre parlava diede un'occhiata sopra la spalla

verso la porta, quasi per paura che lì potesse esserci qualcuno in ascolto. Era un uomo piccolo e tarchiato con gli occhi azzurri e la faccia segnata dalle intemperie, come la hanno i marinai. Era un pescatore che per tutta la vita aveva fatto il suo mestiere in quella solitaria baia della più grande delle isole Orcadi, quella che chiamano Mainland. Sebbene di aspetto rozzo e un po tonto, era onesto e abile nel suo lavoro. Si chiamava Brude e aveva trentasette anni. Sua moglie Sula era più giovane di quattro anni ma così irrigidita dai reumatismi e curvata dalle fatiche da sembrare già una vecchia. Pareva impossibile che il bambino nella culla fosse nato da lei. E, in effetti, non c'era nessuna somiglianza. Il bambino, un maschietto di circa due anni, aveva occhi e capelli scuri e nessuna traccia del colorito nordico che appare così spesso tra la gente delle isole Orcadi. La mano che stringeva le coperte della culla aveva ossa lunghe e sottili, i capelli scuri erano folti e serici e la curva della fronte e degli occhi dalle lunghe ciglia potevano persino indicare qualche traccia di sangue straniero. Ma il bambino non era la sola cosa incongrua in quel luogo. La casa era molto piccola, poco più di un tugurio. Sorgeva su un pezzetto pianeggiante di prato salmastro a poca distanza dalla costa, protetta sui due lati dal rialzarsi del terreno verso le scogliere che racchiudevano la baia e riparata dalle maree grazie alla barriera rocciosa che orlava la spiaggia trattenendo i macigni ammucchiati sulla costa dalla tempesta. Nell'entroterra c'era la landa da cui scendeva un rigagnolo d'acqua che cadeva in una cascata in miniatura poco sotto la casupola, verso la spiaggia. Un po prima della linea della marea, era stato arginato per formare un serbatoio artificiale. La casa era costruita bene, con le pietre raccolte sulla spiaggia. Erano lastre piatte di arenaria, tirate giù dalle scogliere dal vento e dal mare e lavorate dalla natura in modo da poter formare una specie di muro a secco facile da eseguire e ragionevolmente solido contro il maltempo. Non si usava malta e le fessure venivano colmate con il fango. Ogni tempesta ne lavava via un po e bisognava aggiungerne dell'altro, così che da lontano la casetta pareva una rozza scatola di fango lisciato con un ciuffo di irsuti steli di erica che la incappucciava. La copertura era tenuta ferma da vecchie reti da pesca rammendate, appesantite alle estremità con delle pietre. Non c'erano finestre. La soglia era bassa e larga e un uomo doveva piegarsi in due per entrare. Era chiusa solo da una tenda di pelle di cervo sommariamente conciata e rigida come legno e il fumo del focolare interno sfuggiva in lente volute dai bordi. Ma all'interno quella pur miserrima dimora mostrava qualche segno di semplice comodità. La culla del bambino era di vecchio legno curvato, le coperte morbide e tinte vivacemente e il guanciale imbottito di piume. Sul ripiano di pietra che serviva da letto alla coppia c'era un pesante, quasi lussuoso copriletto di pelle di foca maculato e folto, di una qualità che normalmente sarebbe andata dritta nella casa di uno dei guerrieri o magari in quella della regina stessa. E sul tavolo - un'asse tarlata di relitto marino appoggiata su pietre, perché il legname scarseggiava nelle Orcadi - c'erano gli avanzi di un buon pasto: non carne rossa, certo, ma un paio di ali di pollo rosicchiate e un vaso di grasso d'anatra da mangiare con il pane nero. Gli abitanti di quella casa erano vestiti miseramente. Brude indossava una corta tunica rattoppata sopra la quale aveva infilato la giacca senza maniche di pelle di pecora che, in estate e in inverno, lo proteggeva in mare dalle intemperie. I piedi e le gambe erano

avvolti in stracci. La veste di Sula era una cosa informe di lana filata in casa e tinta con il muschio, e per cintura portava un pezzo di corda di quella che aveva tessuto per le reti del marito. Anche i suoi piedi erano fasciati di stracci. Ma fuori della casetta, tirata a riva oltre il segno della marea disegnato dalle alghe nere e dalle conchiglie frantumate, c'era una buona barca, buona quanto tutte le altre dell'isola, e le reti stese ad asciugare sopra i massi erano 9 molto migliori di quanto Brude avrebbe saputo farle. Erano un'importazione straniera, fatta di materiali che non si potevano avere nelle isole del nord e al di sopra dei mezzi di una famiglia come quella. Le funi personali di Brude, intrecciate a mano con canne e rottami essiccati si stendevano dal tetto della casa fino a pesanti pietre di ancoraggio sull'erba. Alle corde erano appese carcasse di pesce da essiccare e un paio di grossi uccelli marini, due sule, da cui Sula aveva preso il nome. Una volta essiccata e riposta e con l'aggiunta di molluschi e alghe, quella roba avrebbe costituito il cibo per l'inverno. La promessa di un'alimentazione migliore era però presente con la mezza dozzina di galline che razzolavano lungo la linea della marea e con la capra dalle grosse mammelle che brucava l'erba salata. Era una limpida giornata dell'inizio dell'estate. Maggio, nelle isole, può essere crudele quanto qualunque altro mese ma quello era un giorno di sole e tiepide brezze. Le pietre della spiaggia parevano grigie e turchesi e rossicce, il mare vi si infrangeva pacificamente e l'erba della costa era costellata di garofanini e primule. Il ciglio di tutte le scogliere che delimitavano la baia era affollato di uccelli marini che si disputavano il territorio per nidificare e più vicino, sui ciottoli o sull'erba, i variegati ostricai covavano le loro uova o volavano gridando avanti e indietro lungo la marea. L'aria era appesantita dalle loro grida. Anche se qualcuno fosse stato a origliare fuori della porta della casupola, non avrebbe potuto sentire niente per il rumore del mare e degli uccelli ma, all'interno, il furtivo sussurrare continuava. La donna non diceva nulla ma l'apprensione era ancora visibile sulla sua faccia e alzò una manica per asciugarsi gli occhi. Suo marito parlò con impazienza. "Cosa ti piglia, donna? Non vorrai piangere per quel vecchio mago? Qualunque cosa sia stato Merlino con le sue magie per re Artù e per la gente del continente, per noi qui non è stato niente. E poi era vecchio e anche se la gente diceva che non sarebbe mai morto, dopo tutto pare che anche lui fosse mortale. E cosa ci trovi da piangere?" "Non piango per lui. Perché dovrei? Ma ho paura, Brude, ho paura." "Per cosa?" "Non per noi. Per lui." Diede una rapida occhiata verso la culla dove il bambino, sveglio ma ancora intontito dal sonnellino pomeridiano, giaceva piccolo e rannicchiato sotto le coperte. "Per lui?" chiese suo marito, sorpreso. "Perché? Certamente adesso tutto va bene per noi, e anche per lui. Sparito Merlino che era nemico del nostro re Lot e, a quanto si dice, anche di questo suo bambino, chi gli può far del male o farne a noi che lo alleviamo? Magari adesso potremo anche smettere di stare attenti perché la gente non lo veda e non incominci a far domande. Magari adesso potrà correre fuori e giocare come gli altri bambini e non stare attaccato tutto il giorno alle tue sottane a farsi coccolare come vuoi

tu. Comunque, non riuscirai a tenerlo ancora per molto. E' uscito già da un po dall'età della culla." "Lo so, lo so. Ma non capisci che è di questo che ho paura? Di perderlo. Quando verrà per Lei il momento di riprenderselo..." "E perché? Se non lo ha portato via quando è arrivata la notizia della morte di re Lot, perché dovrebbe farlo adesso? Senti, moglie: quando il re suo marito se ne è andato, avresti pensato che era quello il momento in cui poteva avere in mente di far sparire quietamente anche il suo bastardo. E' stato allora che io personalmente ho avuto paura. Be, adesso è il piccolo principe Gawain che è di diritto re delle Orcadi, ma c'è questo bambino, bastardo o no, che ha quasi... quanto?... quasi un anno più di lui, e qualcuno potrebbe dire..." "Qualcuno potrebbe dire troppo." Sula parlò duramente e con una paura così palese che Brude, sorpreso, fece un passo verso la soglia, scostò bruscamente la tenda e guardò fuori. "Cosa ti piglia? Non c'è nessuno. E anche se ci fosse, non sentirebbe niente. Il vento si sta alzando e la marea è già molto alta. Ascolta." Lei scosse la testa. Fissava il bambino. Le si erano asciugate le lacrime. Quando parlò lo fece in poco più che un sussurro. "Non fuori. Nessuno potrebbe avvicinarsi abbastanza senza che sentissimo urlare le gazze marine. E' qui in casa che dobbiamo stare attenti. Guardalo. Non è più un neonato. Ascolta e certe volte sembra che capisca ogni parola." L'uomo si avvicinò alla culla e ci guardò dentro. La sua faccia si ammorbidì. "Be, anche se non è vero adesso, lo sarà presto. Sa Dio se è abbastanza precoce. Noi abbiamo fatto quello per cui siamo stati pagati... e anche di più se si pensa che esserino malaticcio era quando ce lo hanno portato. Adesso guardalo. Qualunque uomo potrebbe andar fiero di un figlio come lui." Si girò per prendere il bastone che stava appoggiato accanto alla soglia. "Senti, Sula, se qualche sventura avesse dovuto venirci, sarebbe arrivata prima. Se gli avessero voluto far del male, i pagamenti si sarebbero interrotti, non ti pare? Così smettila di agitarti. Non hai motivo di aver paura." Lei annuì, ma senza guardarlo. "Sì. E' stato sciocco da parte mia. Hai ragione, mi pare." "Ci vogliono ancora un po di anni prima che il giovane Gawain si preoccupi di regni, e di bastardi di re, e per allora questo qui sarà stato dimenticato. E se questo vorrà dire che i pagamenti si interromperanno, cosa ce ne importa? Nel mio mestiere, un uomo ha bisogno di un figlio che lo aiuti." Allora lei lo guardò e sorrise. "Sei un brav'uomo, Brude." "Be," fece lui, imbarazzato, spingendo da parte la tenda, "finiamola con questi discorsi. Adesso vado al villaggio a sentire quali altre notizie hanno portato i marinai." Una volta sola con il bambino, la donna restò seduta per un poco senza muoversi, con la paura ancora dipinta in faccia. Poi la mano del bambino si allungò verso di lei che sorrise improvvisamente con un sorriso che riportò la gioventù, brillante e graziosa, alle sue guance e ai suoi occhi. Si chinò per tirarlo fuori dalla culla e se lo mise sulle ginocchia. Prese una crosta di pane nero dal tavolo, la inzuppò in una brocca di latte di capra e gliela avvicinò alle labbra. Il bambino prese il pane e incominciò a mangiare tenendo la testa bruna contro la spalla della donna. Lei gli posò la guancia sul capo e alzò una mano per accarezzarlo. "Gli uomini sono proprio sciocchi," disse dolcemente. "Non vedono mai quello che salta agli occhi. Ma tu non sarai uno sciocco,

tesoro mio, non con il sangue che hai dentro e con quel modo che hanno i tuoi occhi di guardare dritto attraverso le cose, eppure sei ancora tanto piccolo..." Fece una risatina tenendo la bocca contro i capelli del bambino che sorrise a quel suono. "Il bastardo di Lot, vero? Be, così dicono, e tanto meglio. Ma se vedessero quello che vedo io e se sapessero cosa ho immaginato in tutti questi mesi..." Strinse di più il bambino per calmarsi riandando con la mente a quelle notti di estate di due anni prima quando Brude, con un dono in oro che assicurava il suo silenzio, era partito non per il suo solito campo di pesca ma molto più a ovest, in acque più profonde. Per quattro notti aveva aspettato lì, brontolando contro la perdita della sua pesca ma mantenuto fedele e silenzioso dal dono in oro e dalla promessa della regina. Poi, alla quinta notte, una calma e chiara notte estiva delle Orcadi, la nave che veniva da Dunpeldyr si era infilata nella baia e aveva mollato l'ancora e una barca si era staccata dal suo fianco con a bordo tre uomini, soldati della regina, ai remi. Brude rispose al loro sommesso richiamo, poi i due scafi si sfiorarono. Un fagotto venne passato. L'imbarcazione si allontanò e sparì. Brude diresse la sua verso terra ed andò a tutta velocità alla casetta dove Sula aspettava accanto alla culla vuota tenendo in grembo lo scialle che aveva tessuto per il suo bambino morto. Un bastardo, era tutto quello che avevano detto loro. Un bastardo reale. E in quanto tale un pericolo, da qualche parte, per qualcuno. Ma che un giorno, forse, avrebbe potuto essere utile. Quindi star zitti, nutrirlo, e un giorno il compenso potrà essere grande... Da molto per Sula il compenso aveva smesso di essere importante. Viveva con l'unico di cui avesse bisogno, il bambino stesso. Ma viveva anche con la costante paura che un giorno, quando sarebbe diventato utile per questo o quel remoto e regale personaggio, il suo bambino le sarebbe stato portato via. Da molto si era fatta una sua idea sull'identità di quei personaggi, anche se era abbastanza saggia da non parlare di loro nemmeno con suo marito. Non re Lot, di questo era certa. Aveva visto gli altri bambini che aveva avuto dalla regina: avevano i capelli rosso-oro di Morgause e il colorito acceso e la struttura tarchiata del loro padre. Nessuna caratteristica del genere compariva nel suo figlio adottivo. I capelli e gli occhi scuri avrebbero potuto essere di Lot ma la loro forma e la linea della fronte e degli zigomi erano diverse. E qualcosa nella bocca, nelle mani, nella struttura snella, nella pelle calda e chiara, oltre a un certo modo elusivo di muoversi e guardare lo marchiavano, per gli occhi sempre attenti di Sula, come figlio della regina, non del re. E, una volta stabilito questo, altre cose divennero chiare: gli uomini della regina che si erano affrettati a portar via il bambino da Dunpeldyr prima che re Lot tornasse a casa dalle guerre; il successivo massacro di tutti i bambini della città nel tentativo di cogliere e distruggere quell'unico bambino, un massacro attribuito da Lot e dalla sua regina a re Artù e al suo consigliere Merlino ma di fatto istigato (si mormorava) dallo stesso re Lot; e i regolari pagamenti, in denaro e oggetti, che venivano segretamente dal palazzo dove, da che c'era il bambino, re Lot aveva messo raramente piede. Quindi, dalla regina. E anche adesso che re Lot era morto, lei continuava a pagare e il bambino era ancora al sicuro. Questa, per Sula, era la prova definitiva. La regina Morgause, una signora non famosa per la sua dolcezza, difficilmente avrebbe provveduto al bastardo di suo marito; un bastardo, per di più, maggiore del

maggiore dei principi legittimi e, come tale, magari, con un diritto di precedenza al regno. Dunque, un bastardo della regina. E di chi? Anche su questo punto, Sula non aveva dubbi. Non aveva mai visto il fratellastro della regina Morgause, Artù il Sommo Re della Britannia, ma, come tutti gli altri, aveva sentito molte storie di quel taumaturgico giovane. E la prima di quelle storie riguardava la grande battaglia di Luguvallium, dove il ragazzo Artù, apparendo improvvisamente al fianco di re Uther, aveva guidato le sue truppe alla vittoria. Dopo - così continuava la storia, raccontata con orgoglio e indulgenza - ancora ignaro della sua vera parentela, era andato a letto con Morgause, la figlia bastarda di Uther e, di conseguenza, sorellastra di Artù. Il tempo calzava. L'età del bambino - e l'aspetto e i modi erano giusti. E quel massacro di Dunpeldyr, che l'avesse ordinato Lot o Merlino, ne era la conseguenza e persino - tali erano le vie dei grandi - lo giustificavano. Ora Lot era morto e anche Merlino. Re Artù aveva altri, grandi problemi per la testa e inoltre - se tutte le storie che raggiungevano le taverne erano vere - aveva ormai dozzine di altri bastardi ed aveva scacciato dalla sua mente quel vergognoso concepimento, oppure lo aveva dimenticato. Quanto a Morgause, non avrebbe ucciso suo figlio. Questo mai. Ma adesso che re Lot e Merlino erano scomparsi, e il sommo Re era lontano, perché mai avrebbe dovuto vivere ancora qui? Perché c'era ancora bisogno di tenerlo nascosto in questo luogo solitario? Strinse il bambino sentendosi dentro una fredda e pesante paura. "Che la dea ti tenga al sicuro, che la spinga a dimenticarti. Ti lasci qui. Tesoro mio, mio Mordred, bambino mio venuto dal mare." Il bambino, eccitato da quell'improvviso movimento, la strinse più forte con le braccia e disse qualcosa. Era impercettibile, soffocato contro il collo della donna ma lei trattenne il fiato e tacque, cullandolo e fissando sopra la testa del bambino le pareti della casupola. Dopo un po, i piccoli rumori abituali della stanza e il lungo mormorio del mare fuori della porta la calmarono. Il bambino si appisolò tra le sue braccia. Dolcemente, la donna incominciò a cantare per farlo dormire. Dal mare sei venuto, mio principe, mio Mordred. Sei sfuggito alla fata dai lunghi capelli, Che si agita sull'onda. Da sua sorella sei venuto, la regina del mare Che mangia marinai annegati e trascina le navi Giù nelle acque profonde. Sei venuto alla terra per esserne il principe E crescerai, crescerai, crescerai" Quella notte, la regina Morgause non fece festa. Quando le venne portata la notizia fresca della morte dell'odiato mago, rimase a lungo seduta in silenzio e poi, presa in mano una lampada, lasciò la luminosa sala dove la conversazione proseguiva ancora rumorosamente e si diresse alle stanze segrete del sotterraneo dove si dedicava alla sua magia nera, per attendere uno di quei bagliori di visione che sempre le giungevano. Nella prima stanza, la sua distilleria, c'era sul tavolo un flacone mezzo vuoto. Conteneva i resti del veleno che aveva preparato per Merlino. Sorridendo, varcò un'altra porta e si inginocchiò accanto alla pozza della visione. Non venne nulla di chiaro. Una camera da letto con una parete

curva; forse una stanza in una torre? il letto con dentro un uomo, immobile come se fosse morto. E pareva un morto; un uomo vecchissimo, scheletrico, con i capelli grigi sparsi sul guanciale e la barba grigia aggrovigliata. Non lo riconosceva. Poi aprì gli occhi, ed era Merlino. Gli occhi scuri, terrificanti, affondati nel cranio grigio, guardavano dritto attraverso le miglia, attraverso i mari, negli occhi della regina inginocchiata accanto alla pozza segreta. Morgause, rannicchiata lì con le mani sul ventre come se volesse proteggere l'ultimo figlio non ancora nato di Lot, seppe immediatamente che ancora una volta le notizie riferite erano false. Merlino era ancora vivo e, per quanto fosse prematuramente invecchiato, con la salute spezzata dal veleno, aveva ancora abbastanza potere da ridurre a nulla lei e i suoi piani. Inginocchiata, incominciò un frenetico, spaventato incantesimo che, viste le condizioni di debolezza del vecchio, avrebbe potuto servire a proteggere lei e la sua prole dalla vendetta di Artù. LIBRO PRIMO Il bambino venuto dal mare 1 Il ragazzo era solo, nel mondo estivo, con il brusio delle api. Stava disteso sulla schiena in mezzo all'erica sul promontorio della scogliera. Non lontano da lui c'era la linea netta della landa scura dove aveva lavorato. La torba squadrata, ammucchiata come fette di pane nero lungo lo scavo, stava asciugando al caldo sole. Aveva lavorato dall'alba e la linea scavata era lunga. Ora la zappa stava inutilizzata contro la torba mentre il ragazzo sonnecchiava dopo il pasto di mezzogiorno. Una mano, stesa sull'erica, stringeva ancora i resti di una focaccia d'orzo. I due alveari di sua madre rozze arnie di paglia d'orzo - erano a cinquanta passi dal ciglio della scogliera. Il profumo dell'erica era dolce e inebriante, come l'idromele che sarebbe stato fatto dal miele. Avanti e indietro, a volte a un dito dalla sua faccia, le api parevano lanciate da una fionda. L'unico altro rumore in quel sonnolento pomeriggio era il grido, lontano sotto di lui, degli uccelli marini nei loro nidi sulla scogliera. Qualcosa cambiò nella tonalità di quelle grida. Il ragazzo aprì gli occhi e rimase immobile, in ascolto. Sotto il nuovo, turbato urlare delle procellarie e delle gazze marine udì la profonda quadruplice nota di allarme dei grandi gabbiani. Non si muoveva di lì da mezz'ora o forse più e, in ogni caso, erano abituati a lui. Girò la testa e vide uno stormo di frenetiche ali alzarsi come un turbine di neve sopra il limite della scogliera, a circa cento passi di distanza. Lì c'era una insenatura, profondamente scavata e senza spiaggia di sotto. Centinaia di uccelli marini vi facevano il nido, procellarie, urie, cormorani e con loro il grande falco. Ora lo vedeva volare assieme ai gabbiani che urlavano andando avanti e indietro. Il ragazzo si mise a sedere. Non c'erano barche nella baia e, del resto, una barca non avrebbe provocato tutta quell'agitazione nella colonia che nidificava nella parte alta della scogliera. Un'aquila? Non ne vedeva. Al massimo, pensò, poteva essere un corvo predatore in caccia dei piccoli, ma ogni cambiamento nella monotonia del lavoro quotidiano era benvenuto. Si alzò in piedi. Trovandosi ancora in mano i resti della focaccia, fece per mangiarla,

però ci vide sopra uno scarabeo e la gettò via con una smorfia di disgusto. Poi si mise a correre nell'erica verso l'insenatura da dove veniva quel fermento. Raggiunse il ciglio e guardò giù. Gli uccelli si avventarono più in alto, urlando. I pulcini si staccarono dalla roccia sotto di lui planando goffamente con le zampe larghe e le ali rigide. I grandi gabbiani dalla schiena nera lanciavano le loro rauche grida. Le sporgenze dove le procellarie sedevano in fila sui loro nidi erano vuote degli uccelli adulti che volteggiavano e stridevano nell'aria. Si distese per avanzare e guardare direttamente giù nel precipizio della scogliera. Gli uccelli si tuffavano oltre uno spunzone di roccia dove il timo selvatico e i garofanini di mare formavano un folto tappeto schizzato di bianco. Ciuffi di erica fremettero nel vento smosso dalle loro ali. Poi, in mezzo a tutta quella confusione, udì un suono nuovo, un grido simile a quello del gabbiano ma con una sottile differenza. Un grido umano. Veniva da qualche parte ai piedi della scogliera, invisibile al di là dello spunzone di roccia intorno al quale volteggiavano più fitti gli uccelli. Si allontanò cautamente dal ciglio e si rimise in piedi. Non c'era spiaggia ai piedi della scogliera, nessun posto in cui lasciare una barca, nient'altro che il mare che ininterrottamente si infrangeva ed echeggiava. Lo scalatore doveva essere disceso e c'era un unico motivo per cui uno cercasse di scendere laggiù. "Che pazzo", disse con disprezzo. "Non lo sa che ormai le uova devono essere tutte aperte?" Con una certa riluttanza si avviò lungo la sommità della scogliera fino a un punto da cui poté vedere, bloccato su una sporgenza al di là del picco roccioso, un altro ragazzo. Non lo conosceva. In quell'angolo solitario dell'isola c'erano poche famiglie e il figlio di Brude non si era mai sentito a suo agio con i figli degli altri pescatori. E, stranamente, i suoi genitori non lo avevano mai incoraggiato a unirsi a loro, nemmeno quando era bambino. Ora, a dieci anni, ben cresciuto e pieno di forza, aiutava suo padre nei lavori da uomo. Era da molto tempo che, nei suoi rari giorni di libertà, non si occupava più di giochi da bambino. Del resto, andare a cercar nidi, non era per lui un gioco da bambino anche se, ogni primavera, scendeva giù proprio da quel precipizio per raccogliere le uova appena deposte per poi mangiarle. Più tardi, lui e suo padre, armati di reti, andavano a catturare i piccoli che poi Sula spellava ed essiccava per far fronte alla penuria dell'inverno. Quindi, conosceva abbastanza bene la strada per scendere la scogliera. Sapeva anche quanto fosse pericolosa e il pensiero di caricarsi di uno tanto maldestro da restar bloccato e, probabilmente, in preda allo spavento, non gli faceva piacere. Il ragazzo lo aveva visto. Teneva la faccia girata verso l'alto e agitò una mano, chiamando ancora. Mordred fece una smorfia, poi alzò le mani a coppa verso la bocca. "Cosa c'è? Non riesci a tornare su?" Dal basso venne una espressiva pantomima. Pareva impossibile che quell'imprudente udisse quello che gli si gridava ma la domanda era ovvia, come pure la risposta. Si era fatto male a una gamba, altrimenti - e i suoi gesti lo trasmettevano chiaramente - non si sarebbe nemmeno sognato di chiedere aiuto. Quella bravata ebbe poco o nessun effetto sul ragazzo in cima alla scogliera. Con un'alzata di spalle che indicava più fastidio che altro, il figlio del pescatore incominciò a scendere. Era difficile e, in due o tre posti, pericoloso e quindi Mordred

scese cautamente, senza affrettarsi. Finalmente arrivò sulla sporgenza accanto all'altro. Si studiarono a vicenda. Il figlio del pescatore vide un ragazzo più o meno della sua età con un ciuffo di capelli di un vivace rosso-oro e occhi tra il verde e il nocciola. Aveva la carnagione chiara e colorita e i denti forti. E sebbene i suoi abiti fossero stracciati e macchiati dalla sporcizia della scogliera, erano fatti bene e di buon tessuto vivacemente tinto con colori che avevano l'aria di essere costosi. A un polso portava un braccialetto di rame non più brillante dei suoi capelli. Sedeva con una gamba sopra l'altra stringendo forte con le due mani la caviglia dolorante. Era ovvio che soffriva ma quando Mordred, con il disprezzo del lavoratore verso i suoi pigri superiori, cercò una traccia di lacrime, non ne vide. "Ti sei fatto male alla caviglia?" "Una storta. Sono scivolato." "E' rotta?" "Non credo, solo slogata. Mi fa male se cerco di alzarmi. Devo dire che sono proprio contento di vederti! Mi sembra di essere qui da anni. Non speravo che qualcuno fosse abbastanza vicino da sentirmi, specialmente con tutto questo rumore." "Non ti ho sentito. Ho visto i gabbiani." "Be, meno male. Sei un bravo arrampicatore, vero?" "Conosco queste scogliere. Vivo qui vicino. Va bene, dobbiamo cercare di farcela. Alzati e vedi come te la cavi. Riesci a mettere giù quel piede?" Il ragazzo dai capelli rossi esitò e parve un po sorpreso, come se il tono dell'altro gli suonasse strano. Ma tutto quello che disse fu: "Posso provare. Ho provato anche prima e mi ha fatto venire la nausea. Non credo... Ci sono posti difficili qui, non è vero? Non faresti meglio ad andare a chiedere aiuto? Di loro di venire con una corda." "Non c'è nessuno per miglia qua attorno." Mordred parlò con impazienza. "Mio padre è fuori con la barca. C'è solo mia madre ma lei non serve. Però posso andare a prendere una corda. Ne ho una su alla torbiera. Con quella ce la faremo benissimo." "D'accordo." C'era un tentativo di sorriso allegro. "Ti aspetterò, non temere! Ma non metterci troppo, per piacere. A casa saranno preoccupati." Nella casetta di Brude, pensò Mordred, la sua assenza non sarebbe stata certo notata. I ragazzi come lui dovevano rompersi una gamba e star via in un giorno di lavoro perché qualcuno incominciasse a preoccuparsi. No, questo non era leale. A volte Brude e Sula si mostravano ansiosi per lui quanto una chioccia con un solo pulcino. Non aveva mai capito perché, visto che non era mai stato ammalato un solo giorno. Quando si voltò per andare, scorse un cestino con il coperchio posato sulla sporgenza accanto al ragazzo. "Porto su il cesto adesso. Ci risparmierà fastidi dopo." "No, grazie. Preferisco portarlo su io. Non sarà complicato, lo posso attaccare alla cintura." Dunque, dopo tutto aveva trovato qualche uovo, pensò Mordred. Poi dimenticò la cosa e si occupò solo della scalata. Accanto alla torba tagliata c'era la rozza slitta di legno che veniva usata per trascinare vicino a casa le zolle. Attaccata alla slitta c'era una corda abbastanza robusta. Mordred la sfilò dagli anelli il più rapidamente possibile, poi andò di corsa verso il precipizio e scese nuovamente. Il ragazzo ferito pareva composto e allegro. Afferrò l'estremità della corda e, con l'aiuto di Mordred, se la legò saldamente alla

cintura. Era una bella cintura, robusta e fatta di cuoio liscio con dei chiodi e una fibbia che parevano d'argento. Il cesto era già attaccato lì. Si avviarono faticosamente alla sommità. Ci impiegarono molto tempo, con frequenti pause per riposare o per studiare il modo migliore per far superare al ragazzo ferito ogni stadio dell'ascesa. Era chiaro che soffriva ma non si lamentò e ubbidì agli ordini a volte perentori di Mordred senza esitazione e senza mostrare paura. A volte Mordred andava avanti per saldare dove poteva la corda, poi scendeva per aiutare l'altro con l'appoggio del suo braccio o di una spalla. In alcuni punti strisciarono o avanzarono premendo il ventre contro la roccia e per tutto il tempo gli uccelli marini volteggiavano stridendo e smuovendo con il vento delle loro ali le erbe della scogliera mentre le loro grida echeggiavano e riecheggiavano sopra il profondo rombo e lo scroscio delle onde. Finalmente arrivarono. I due ragazzi raggiunsero la sommità e si issarono per l'ultimo breve tratto fino a raggiungere l'erica. Rimasero seduti lì, ansimanti e sudati, scrutandosi a vicenda, questa volta con soddisfazione e reciproco rispetto. "Ti sono molto grato." Il ragazzo dai capelli rossi parlava in un modo molto formale che conferiva alle parole un'autentica serietà. "E mi dispiace di averti dato questa noia. Scendere quella scogliera una volta è già abbastanza per chiunque ma tu sei andato su e giù come una capra." "Ci sono abituato. In primavera andiamo a prendere le uova e più avanti i piccoli degli uccelli. Ma è un brutto pezzo di roccia. Sembra tanto facile, con le pietre lavorate a lastre a quel modo, ma non è solido, non è per niente solido." "Non hai bisogno di dirmelo. E' stato proprio quello che è successo. Sono stato fortunato a cavarmela solo con una caviglia slogata. E anche fortunato che tu fossi da quelle parti. Per tutto il giorno non avevo visto nessuno. Hai detto che vivi qui vicino?" "Sì. In una baia a circa mezzo miglio più in là. Mio padre è pescatore." "Come ti chiami?" "Mordred. E tu?" Di nuovo quella vaga espressione di sorpresa, come se Mordred avesse dovuto saperlo. "Gawain." Era ovvio che quel nome non significava nulla per il figlio del pescatore, che toccò il cestino che Gawain aveva deposto sull'erba tra loro. Ne usciva un bizzarro suono sibilante. "Cosa c'è lì dentro? Mi pareva che non potessero essere uova." "Una coppia di giovani pellegrini. Non hai visto il falco femmina? Temevo che tornasse e mi sbattesse giù da quella sporgenza ma si è limitato a urlare. Comunque, le ho lasciato gli altri due." Sorrise. "Naturalmente, ho preso i due migliori." Mordred era sorpreso. "Pellegrini? Ma non è permesso! Cioè, sono riservati alla gente del palazzo. Ti metterai in un bel guaio se qualcuno te li vede. E come diavolo hai fatto ad avvicinarti al nido? So dov'è, è sotto quello spunzone con i fiori gialli, ma ad almeno una quindicina di piedi sotto quella cornice su cui ti trovavi." "E' abbastanza facile ma ci vuole un trucco. Guarda." Gawain aprì un poco il cestino. Dentro, Mordred riuscì a vedere due uccellini già piumati ma ovviamente molto giovani. Sibilavano e si dibattevano nella loro prigione, con gli artigli impigliati in un groviglio di filo. "Me lo ha insegnato il falconiere." Gawain richiuse il coperchio. "Si cala una palla di lana nel cesto e loro cercano di afferrarla. Il più delle volte ci si impigliano e quando sono ben dentro si

può tirarli su. In quel modo si prendono i migliori, oltre tutto, i più coraggiosi. Ma bisogna stare attenti alla madre." "Li hai tirati su da quella sporgenza dove sei caduto? Quindi, dopo esserti fatto male... ?" "Be, non avevo molte altre cose da fare dopo esser rimasto bloccato e, del resto, era per questo che mi trovavo lì" disse semplicemente Gawain. Era qualcosa che Mordred non riusciva a capire. Malgrado il nuovo rispetto che provava per l'altro, parlò impulsivamente: "Ma potresti metterti davvero nei pasticci, sai. Senti, dammi quel cesto. Se riusciamo a liberarli dalla lana, li riporterò giù e cercherò di risistemarli nel loro nido." Gawain rise e scosse la testa. "Non puoi. Non preoccuparti. E' tutto a posto. Mi era sembrato che tu non sapessi niente di me. Si dà il caso che io venga dal palazzo. Sono il figlio della regina, sì, il maggiore." "Sei il principe Gawain?" Gli occhi di Mordred colsero nuovamente gli abiti, l'argento della cintura, l'aria di aver vissuto sempre bene, la sicurezza. Improvvisamente, per una sola parola, la sua se ne era andata assieme alla spontanea parità, anzi addirittura alla superiorità che l'arrampicata sulla scogliera gli aveva dato. Quello non era più uno sciocco ragazzino che aveva tirato fuori da un pericolo. Era un principe: il principe, per di più, erede al trono delle Orcadi, che sarebbe stato re delle Orcadi se mai Morgause avesse ritenuto opportuno ritirarsi - o ci fosse stata costretta. E lui, invece, era un contadino. Per la prima volta in vita sua si sentì molto consapevole del suo aspetto. Il suo unico indumento era una tunica di rozza stoffa tessuta da Sula con i fiocchi di lana raccolti dai cespugli e dai rovi dove le pecore li avevano lasciati. La cintura era un pezzo di corda ricavata dagli steli dell'orzo. I piedi e le gambe nudi erano macchiati di bruno dalla torba ed ora graffiati dalle rocce durante la scalata. Disse, esitando: "Be, ma non dovresti essere accompagnato? Pensavo... Non pensavo che i principi andassero in giro da soli." "Non lo fanno. Me la sono svignata." "E la regina non sarà arrabbiata con te?" chiese Mordred dubbiosamente. Finalmente vide un cedimento in tutta quella sicurezza. "Forse sì." Le parole, dette con indifferenza ma un po troppo forte, parvero a Mordred contenere una chiara nota di apprensione. Ma anche questo lo poteva capire e, persino, condividere. Era ben noto tra tutti gli isolani che la loro regina era una strega e andava temuta. Erano orgogliosi del fatto, proprio come sarebbero stati orgogliosi, e rassegnati, di un re guerriero brutale ma efficiente. Tutti, persino i suoi figli, potevano aver paura di Morgause senza vergognarsene. "Ma forse questa volta non mi farà battere," disse il giovane re delle Orcadi, speranzosamente. "Non quando saprà che mi sono fatto male al piede. E poi, ho preso i pellegrini." Esitò. "Senti, non credo di poter tornare a casa senza aiuto. Ti castigheranno se lasci il lavoro? Farò in modo che tuo padre non abbia a perderci. Forse preferisci andare a dirgli dove sei..." "Non ha importanza." Mordred parlò con improvvisa, rinnovata sicurezza. Dopo tutto, c'erano altre differenze tra lui e questo ricco erede delle isole. Il principe aveva paura di sua madre e ben presto avrebbe dovuto giustificarsi e riconquistarne il favore con i suoi due falchi. Mentre lui, Mordred... Disse con disinvoltura: "Non devo rispondere a nessuno. Ti aiuterò a ritornare. Aspetta, vado a prendere la slitta della torba e

ti trascino fino a casa. Spero che la corda sia abbastanza forte." "Be, se ne sei proprio sicuro..." Gawain prese la mano che gli veniva offerta e si tirò in piedi. "Comunque, sei abbastanza forte. Quanti anni hai Mordred?" "Dieci, quasi undici." Se Gawain ricavò qualche soddisfazione dalla risposta, lo nascose. Uno di fronte all'altro, con gli occhi negli occhi, si vedeva che Mordred era più alto di almeno due dita. "Oh, hai un anno più di me. Probabilmente non avrai bisogno di portarmi lontano," soggiunse Gawain. "Ormai si saranno accorti che non ci sono e qualcuno sarà stato mandato alla mia ricerca. Anzi, eccoli lì." Era vero. Dall'alto della successiva frastagliatura, dove l'erica si alzava come per raggiungere il cielo, venne un grido. Tre uomini si avvicinarono di corsa. Due, con l'uniforme delle guardie reali, portavano spade e scudi. Il terzo guidava un cavallo. "Be, è una fortuna," disse Mordred, "non avrai bisogno della slitta." Raccolse la corda. "Allora, io me ne torno alla torba." "Grazie ancora." Gawain esitò. Era lui, adesso, che trovava la situazione un po imbarazzante. "Aspetta un momento, Mordred. Non andartene. Ti ho detto che non ci avresti perso, e mi sembra più che giusto. Non ho denaro con me ma loro manderanno qualcosa... Abiti da quella parte? E come si chiama tuo padre?" "Brude il pescatore." "Mordred, figlio di Brude," disse Gawain annuendo. "Sono sicuro che lei ti manderà qualcosa. Se ti manda del denaro o un regalo, lo accetterai, vero?" Fatta da un principe a un figlio di pescatore, era una strana domanda, anche se nessuno dei due ragazzi parve trovarla tale. Mordred sorrise, con un piccolo sorriso tirato che Gawain trovò stranamente familiare. "Certo. Perché non dovrei? Solo uno sciocco rifiuta i regali, soprattutto quando se li merita. E io non credo di essere uno sciocco" soggiunse Mordred. 2 Il messaggio dal palazzo giunse il giorno dopo. Fu portato da due uomini, guardie della regina a giudicare dagli abiti e dalle armi, e non era denaro né alcun genere di regalo: era una convocazione alla presenza reale. La regina, pareva, voleva ringraziare di persona il salvatore di suo figlio. Mordred, che stava scavando torba, si raddrizzò, li fissò e cercò di controllare, o almeno di nascondere, l'improvviso eccitamento che lo invadeva. "Adesso? Volete dire che devo venire con voi?" "Questi sono gli ordini" disse la più anziana delle due guardie, allegramente. "Ci ha detto proprio di riportarti lì con noi." L'altro soggiunse, con rozza gentilezza: "Non c'è bisogno di spaventarsi, ragazzo. Tu hai agito bene e certamente ci sarà qualcosa per te. "Non ho paura." Il ragazzo parlò con la sconcertante sicurezza che aveva sorpreso Gawain. "Ma sono troppo sporco. Non posso andare dalla regina in questo stato. Prima dovrò andare a casa per rendermi decente." Gli uomini si scambiarono un'occhiata, poi il più anziano annuì. "mi sembra giusto. Quanto dista da qui la tua casa?" "E' proprio lì, vedete dove il sentiero sale per la scogliera, e poi si scende. Solo pochi minuti." Mentre parlava, si chinò a raccogliere la fune della slitta. Era già carica a metà. Gettò la zappa sopra al carico e si avviò, trascinando la slitta. L'erba del sentiero,

secca e consumata, era scivolosa e facile per i pattini d'osso di balena. Andò rapidamente, seguito dai due uomini. In cima al pendio gli uomini si fermarono ad aspettare mentre il ragazzo, con la disinvoltura che gli veniva da quel compito quotidiano, girava la slitta per farle scendere la collina davanti a sé, tirando la corda perché servisse da freno. Lasciò correre la slitta contro la torba ammucchiata sull'erba dietro alla casa, poi mollò la corda e corse dentro. Sula stava macinando dei grani in un mortaio. Due galline erano entrate e becchettavano accanto ai suoi piedi. Alzò gli occhi, sorpresa: "Sei in anticipo! Cosa succede?" "Madre, dammi la mia tunica buona, per piacere. Presto." Afferrò lo straccio che serviva da asciugamano e si diresse nuovamente alla porta."Oh, lo sai dov'è la mia collana? La stringa con le conchiglie rosse?" "Collana? E ti lavi a metà della giornata?" Sorpresa, Sula si era alzata mentre domandava: "Cosa succede, Mordred? Cosa è capitato?" Per una ragione che forse nemmeno lui sapeva, il ragazzo non le aveva detto niente del suo incontro con Gawain sulla scogliera. Riservato com'era per natura, forse il profondo interesse dei suoi genitori per tutto quello che faceva lo aveva indotto istintivamente a nasconder loro qualcosa della sua vita. Tenendo segreto quell'incontro con il principe, aveva accarezzato il pensiero della gioia di Sula quando la regina, come era certo, gli avrebbe dato una qualche ricompensa. Un compiaciuto senso di importanza, persino di esultanza, Risuonò nella sua voce. "Ci sono messaggeri della regina Morgause, madre. Sono venuti a invitarmi a corte. Mi aspettano là fuori. Devo andare subito. La regina vuole vedermi." L'effetto di quell'annuncio sorprese persino lui. Sua madre, che si stava dirigendo verso il letto, si fermò di botto, poi si girò lentamente, con una mano sul piano del tavolo come se avesse avuto paura di cadere senza quel sostegno. Il pestello le cadde dalle dita e rotolò sul pavimento dove le galline gli corsero incontro chiocciando. Parve non accorgersene. Nella fumosa luce della stanza, la sua faccia si era incavata. "La regina Morgause? Ti ha mandato a prendere? Già?" Mordred la guardò. "Già? Cosa vuoi dire, madre? Qualcuno ti ha raccontato quello che è successo ieri?" Sula, con voce tremante, cercò di riprendersi. "No, no, non volevo dire niente. Cosa è successo ieri?" "Niente di importante. Ero alla torbiera e ho sentito un grido venire dallo strapiombo ed era il giovane principe, Gawain. Sai, il maggiore dei figli della regina. Era giù a metà dello strapiombo, a caccia di giovani falconi. Si era fatto male a una gamba e sono dovuto andare a prendere la corda della slitta per aiutarlo a risalire. Ecco tutto. Solo dopo ho saputo chi era. Mi ha detto che sua madre mi avrebbe ricompensato ma non pensavo che sarebbe successo in questo modo, non così in fretta, comunque. Non te l'ho detto ieri perché volevo che fosse una sorpresa. Pensavo che saresti stata contenta." "Contenta Certo che sono contenta!" Tirò un grande respiro, sempre reggendosi al tavolo. I pugni che stringevano il legno tremavano. Vide che il ragazzo la fissava e cercò di sorridere. "E' una grande notizia, figliolo. Tuo padre sarà contento. Lei... ti darà dell'argento, non mi meraviglierebbe. E' una gentile signora, la regina Morgause, e anche generosa quando le fa piacere."

"Non sembri contenta. Sembri spaventata." Rientrò lentamente nella stanza. "Hai l'aria di star male, madre. Guarda, hai lasciato cadere il tuo pestello. Eccolo. Adesso mettiti a sedere. Non preoccuparti, troverò da solo la tunica. La collana è nella credenza anche lei, vero? La prenderò. Vieni, siediti." La prese gentilmente e la rimise sullo sgabello. Standole accanto in piedi, era più alto di lei. Sula parve bruscamente riprendersi. Raddrizzò la schiena. Si prese tra le due mani le braccia sopra al gomito e le strinse saldamente. Gli occhi, che il lavoro accanto al fuoco di torba aveva arrossati si alzarono a fissarlo con un'intensità che lo mise a disagio e gli diede la voglia di andarsene. Poi Sula parlò in un sussurro basso e pressante: "Senti, figlio mio: questo è un grande giorno per te, una grande occasione. Forse ne uscirà qualcosa, no? Il favore di una regina è una bella cosa... ma può anche essere una cosa dura. Tu sei ancora giovane, cosa puoi saperne degli adulti e dei loro modi? Non ne so molto nemmeno io ma so qualcosa della vita; e una raccomandazione ti posso fare, Mordred: non perdere mai la testa. Non ripetere mai quello che senti." Suo malgrado, le si contrassero le mani. "E non dire mai a nessuno qualcosa che è stato detto qui, in casa tua." "Certo che no! E del resto, quando mai vedo qualcuno con cui potrei parlare? E perché la regina o qualcun altro in quel palazzo dovrebbe interessarsi a quello che succede qui?" Lei si mosse con disagio e le sue mani si allentarono. "Non preoccuparti, madre. Non c'è niente di cui aver paura. Ho fatto un favore alla regina e se è una signora così gentile non vedo cosa altro possa uscire da questa storia se non del bene, non ti pare? Senti, adesso devo andare. Di a mio padre che finirò la torba domani. E tienimi da parte un po di cena, vuoi? Tornerò appena posso." Per quelli che conoscevano Camelot, la corte del sommo Re, e persino per chi ricordava il tenore di vita della regina Morgause nel suo castello di Dunpeldyr, il "palazzo" delle Orcadi doveva sembrare molto primitivo. Ma per il ragazzo che veniva dalla capanna del pescatore era splendido al di là di ogni immaginazione. Il palazzo stava dietro e sopra il gruppo di casette che costituiva il principale centro delle isole. Sotto al villaggio c'era il porto con i due moli gemelli che proteggevano l'ancoraggio profondo e dove anche le navi più grandi potevano ormeggiare con sicurezza. Moli, case, palazzo erano costruiti con le stesse lastre piatte di arenaria. Anche i tetti erano di grandi pietre issate chissà come e poi nascoste da un rivestimento di torba o di rami d'erica, con profondi spioventi che aiutavano a tener lontane le piogge invernali dalle porte e dai muri. Tra le case correvano strette strade, ripidi vicoli anch'essi pavimentati con le lastre così abbondantemente fornite dalle scogliere locali. L'edificio principale era la grande sala centrale. Era la sala "pubblica" dove si riuniva la corte, si tenevano le feste, si ascoltavano le petizioni e dove molti dei cortigiani - nobili, ufficiali, funzionari reali - dormivano la notte. Comprendeva una gran stanza oblunga su cui si aprivano altre piccole stanze. Fuori c'era un cortile cinto da mura dove vivevano i soldati e i servi della regina che dormivano negli edifici esterni e mangiavano accanto ai loro fuochi nel cortile stesso. L'unico ingresso era il portone principale, un portone massiccio fiancheggiato sui due lati da posti di guardia. A poca distanza dai principali edifici del palazzo e collegato ad essi da passaggi coperti, c'era l'edificio relativamente nuovo noto

come "la casa della regina" Era stato costruito per ordine di Morgause quando era andata a stabilirsi alle Orcadi. Era un complesso di costruzioni più piccole ma non meno grandiose, molto vicino alla scogliera che qui cingeva la costa. Le sue mura parevano quasi un'estensione della sottostante scogliera a strati. Non molti della corte - solo le donne della regina, i suoi consiglieri e i suoi favoriti - avevano visto l'interno della casa ma si parlava con venerazione dei suoi moderni splendori e la gente del villaggio alzava gli occhi con meraviglia alle grandi finestre - una novità mai sentita prima - che erano state aperte anche nel muro verso il mare. Nell'entroterra del palazzo e del villaggio, si stendeva un pezzo di aperta campagna con l'erba rasata corta dalle pecore e usato dai soldati e dai giovani per esercitarsi con i cavalli e le armi. Alcune delle stalle, con i canili e i recinti per le mucche e le capre, erano fuori dalle mura del palazzo perché in quelle isole c'era poco bisogno di una difesa maggiore di quella fornita dal mare e, al sud, dalle mura di ferro della pace di Artù. Ma in un punto della costa, oltre il terreno di esercitazione, c'erano i resti di una primitiva torre rotonda costruita prima della memoria d'uomo dai Vecchi e splendidamente adattabile sia come punto di osservazione che come imprendibile rifugio. Morgause, memore delle invasioni sassoni sul regno dell'isola maggiore, l'aveva fatta in qualche modo riparare e vi manteneva un posto di osservazione e guardia. La cosa, assieme alla guardia tenuta costantemente al portone del palazzo, faceva parte delle prerogative reali che, secondo la regina, si addicevano alla sua dignità. Anche se non fosse servito ad altro, diceva Morgause, avrebbe tenuto la mente sveglia e fornito qualche compito militare ai soldati come alternativa agli esercizi che finivano presto per diventare un divertimento o al bighellonare nel cortile del palazzo. Quando Mordred con la sua scorta arrivò al portone, il cortile era affollato. Un ciambellano lo aspettava per scortarlo subito dalla regina. Sentendosi goffo e strano nella sua tunica buona che indossava molto raramente ed era rigida come se fosse appena uscita dal telaio e odorosa di muffa, Mordred seguì la sua guida. Aveva i nervi tesi e non guardava nessuno tenendo la testa alta e gli occhi fissi sulle scapole del ciambellano, ma sentiva le occhiate e udiva i mormorii. Li prese per naturale curiosità mista a disprezzo: non poteva immaginare che il suo portamento era stranamente da cortigiano e la sua rigidezza molto simile a quella tipica del dignitoso formalismo della sala grande. "Il figlio di un pescatore?" continuò il sussurrio. "Oh, davvero? Questa l'abbiamo già sentita prima. Ma guardatelo un po... Chi sarà mai sua madre? Sula? Me la ricordo. Carina. Lavorava qui al palazzo, al tempo di re Lot. Quanto è passato da quando ha visitato le isole? Dodici anni? Undici? Come passa in fretta il tempo... E il ragazzo deve avere proprio quell'età, non vi pare? Bene, bene, potrebbe essere interessante. Molto interessante..." Così si mormorava. Morgause ne sarebbe stata contenta, se li avesse sentiti e Mordred, che se ne sarebbe arrabbiato, non li sentiva. Ma sentiva il borbottio e anche gli sguardi. Irrigidì ancora più la schiena e desiderò che quella prova fosse già finita per il meglio e di ritrovarsi a casa. Poi raggiunsero la porta della sala e mentre i servi la spalancavano Mordred dimenticò i sussurri, la sua stranezza, tutto, eccetto la splendida scena che gli stava di fronte. Quando Morgause, che soffriva per lo scontento di Artù, aveva

finalmente lasciato Dunpeldyr per il suo altro regno delle Orcadi, un qualche scintillio del suo specchio magico doveva averla avvisata che quel soggiorno nel nord sarebbe stato lungo. Era riuscita a portare molti tesori dalla capitale meridionale di Lot. Il re che ora regnava lì per ordine di Artù, Tydwal, doveva aver trovato la fortezza priva di molti dei suoi agi. Era un uomo duro e non doveva essersene preoccupato molto. Ma Morgause, quella dama amante del lusso, si sarebbe considerata diminuita se le fossero state negate le apparenze della regalità ed era riuscita a crearsi un ambiente di comodità e colore per attenuare l'esilio e sottolineare la sua famosa bellezza. Su tutti i lati, le pareti di pietra erano tappezzate di stoffe tinte a colori brillanti. Le lisce pietre del pavimento non erano, come ci si sarebbe potuti aspettare, coperte di paglia ed erica ma rese lussuose da isole di pelle di cervo, brune, fulve e maculate. Le pesanti panche lungo le pareti laterali erano di pietra ma le sedie e gli sgabelli che stavano sulla piattaforma all'estremità della sala erano di legno finemente intarsiato e dipinto e rese vivaci da cuscini colorati; mentre le porte erano di robusta quercia, splendidamente ornate e odorose di olio e cera. Il figlio del pescatore non aveva occhi solo per questo. Il suo sguardo era fisso sulla donna che stava seduta nel seggiolone al centro della piattaforma. Morgause regina di Lothian e delle Orcadi era ancora una bellissima donna. La luce di una feritoia colpiva lo splendore dei suoi capelli che dall'originario oro rosato della gioventù erano passati a un ricco color rame. Gli occhi dalle lunghe palpebre erano verdi come smeraldi e la sua pelle aveva il pallore liscio e uniforme di un tempo. I bei capelli erano ornati d'oro e portava smeraldi alle orecchie e al collo. Indossava una veste color rame e le sottili mani bianche che teneva in grembo scintillavano di anelli. Dietro di lei cinque donne - le dame della regina - apparivano, malgrado gli abiti eleganti, scialbe e anziane. Quelli che conoscevano Morgause erano certi che quella loro apparenza fosse accuratamente studiata quanto la sua. Qualche decina di persone stavano sotto al palco, nella sala. Al ragazzo Mordred parvero una folla, ancor più piena di occhi di quella che stava riunita nel cortile. Si guardò attorno alla ricerca di Gawain o degli altri principi ma non li vide. Quando entrò, fermandosi nervosamente appena varcata la soglia, la regina era girata di lato e parlava con uno dei suoi consiglieri, un uomo piccolo e robusto dalla barba grigia che si chinava umilmente per ascoltarla mentre lei gli parlava. Poi vide Mordred. Si raddrizzò nel suo seggiolone e le lunghe palpebre scesero a nascondere l'improvviso guizzo di interesse dei suoi occhi. Qualcuno sospinse il ragazzo da dietro, sussurrandogli: "Forza, va su e poi inginocchiati." Mordred obbedì. Si avvicinò alla regina ma quando avrebbe dovuto inginocchiarsi lei lo invitò con un gesto della mano a stare fermo. Attese, molto eretto e apparentemente controllato ma senza fare nessuno sforzo per nascondere l'ammirazione e la meraviglia che provava a quella prima vista della regalità in trono. Rimase lì semplicemente, a guardare. Se gli astanti si aspettavano che rimanesse attonito o che la regina lo rimproverasse per la sua impertinenza, furono delusi. Il silenzio che regnava nella sala era fatto di avido interesse unito a divertimento. La regina e il figlio del pescatore, isolati da quel silenzio, si misuravano a vicenda. Se Mordred avesse avuto una mezza dozzina di anni di più, gli uomini avrebbero capito molto più facilmente l'indulgenza, anzi il manifesto piacere con cui lei lo guardava. Morgause non aveva

mai nascosto la sua predilezione per i bei giovani, un'inclinazione che le era permessa da un modo di regnare relativamente libero da quando Lot era morto. E in effetti, Mordred era abbastanza interessante, con il suo corpo snello e diritto, le ossa sottili e l'espressione di viva anche se controllata intelligenza negli occhi sotto le sopracciglia arcuate. La regina lo studiò: rigido ma tutt'altro che goffo nella sua tunica "buona", l'unica che aveva oltre agli stracci di ogni giorno. Ricordava il materiale che aveva mandato per farla, anni prima: un rozzo tessuto tinto con il paciuli che nemmeno gli schiavi di palazzo avrebbero voluto indossare. Qualunque cosa di meglio che fosse mancata dai cassoni, avrebbe suscitato curiosità. Al collo portava una collana di conchiglie con una specie di amuleto di legno che certo aveva ricavato lui stesso da un pezzo di relitto. I piedi, sebbene impolverati dalla strada nella brughiera, erano finemente formati. Morgause notò tutto questo con soddisfazione ma vide anche di più: gli occhi scuri, eredità del sangue spagnolo degli Ambrosii, erano di Artù: le ossa sottili, la fine piega della bocca, erano di Morgause stessa. Finalmente parlò. "Ti chiami Mordred, mi dicono." "Sì." La voce del ragazzo era resa rauca dal nervosismo. Si schiarì la gola. "Sì, signora." "Mordred," disse lei, pensosa. Il suo accento, anche dopo anni nel nord, era ancora quello dei regni del sud ma parlava chiaramente e lentamente con la sua bella voce e il ragazzo la capiva bene. Diede al suo nome la pronuncia delle isole: "Medraut, il ragazzo del mare. Dunque sei pescatore, come tuo padre?" "Sì, signora." "Per questo ti hanno dato quel nome?" Lui esitò. Non riusciva a capire dove si volesse arrivare. "Credo di sì, signora." "Lo credi." Parlava con leggerezza e pareva preoccupata solo di lisciare una piega della veste. Solo il suo consigliere principale e Gabran, il suo attuale amante, conoscendola bene, immaginarono che la successiva domanda sarebbe stata importante. "Non lo hai mai domandato?" "No, signora. Ma so fare altre cose oltre a pescare. Scavo la torba e so ricoprire con le zolle un tetto, e costruire un muro e aggiustare la barca e... e anche mungere la capra." Fece una pausa, incerto. Aveva sentito una vaga ilarità serpeggiare nella sala e anche la regina sorrideva. "E arrampicarti sulla scogliera come se fossi tu stesso una capra. E per questo" soggiunse, "dobbiamo esserti grati." "Non è stato niente" disse Mordred. La sua fiducia era ritornata. Non c'era davvero niente di cui aver paura. La regina era una gentile signora, come Sula gli aveva detto, per niente simile a come lui si era immaginata una strega ed era incredibilmente facile parlarle. Le sorrise. "La caviglia di Gawain si è slogata malamente?" chiese. Un nuovo brusio percorse la sala. "Gawain," che coraggio! E il bambino di un pescatore non fa conversazione con la regina, stando lì eretto come uno dei giovani principi a guardarla negli occhi. Ma parve che Morgause non notasse niente di insolito. Ignorò i mormorii. Non aveva mai smesso di osservare attentamente il ragazzo. "Non molto. Adesso che ha fatto un bagno ed è stato fasciato, riesce a camminare abbastanza bene. Domani tornerà all'esercizio delle armi. E di questo deve ringraziare te, Mordred, e io pure. Te lo ripeto, ti siamo riconoscenti." "Gli uomini avrebbero fatto presto a trovarlo e io avrei potuto

imprestargli la corda." "Ma non lo hanno fatto e tu sei andato su e giù di lì due volte. Gawain mi ha detto che è un posto pericoloso. Dovrebbe essere frustato, per quella sua prodezza, anche se mi ha portato due splendidi uccelli. Ma tu..." I bei denti mordicchiarono il labbro inferiore mentre studiava Mordred. "Tu devi avere una prova della mia gratitudine. Cosa ti piacerebbe?" Preso di sorpresa, il ragazzo deglutì, la guardò a occhi sbarrati e incominciò a balbettare qualcosa sui suoi genitori e la loro miseria, l'inverno che si avvicinava e le reti ormai rammendate due volte di troppo, ma lei lo interruppe. "No, no. Questo è per i tuoi genitori, non per te. Ho già trovato i doni per loro. Mostrateli, Gabran." Un giovane, biondo e bello, che le stava accanto si chinò e prese da dietro al seggiolone una cassetta. La aprì. In essa Mordred vide lane colorate, tessuti, una borsa di rete scintillante di argento, una fiasca di vino. Diventò scarlatto, poi pallido. Improvvisamente, la scena era diventata irreale, come un sogno. La fortuna incontrata sul precipizio, Gawain che parlava di ricompensa, la convocazione alla casa della regina... Tutto questo era stato eccitante con le sue promesse di qualche cambiamento nella monotonia della sua vita. Era venuto al palazzo aspettandosi al massimo una moneta d'argento, una parola dalla regina, qualche cosa di buono da mangiare, magari, che si sarebbe potuto avere dalle cucine del palazzo prima di correre a casa. Ma questo - la bellezza e la gentilezza di Morgause, l'insolito splendore della sala, la magnificenza dei doni per i suoi genitori e la promessa che, con ogni probabilità, ci sarebbe stato qualcosa anche per lui... Vagamente, attraverso la confusione che gli faceva salire il cuore in gola, sentiva che era troppo. Qui c'era qualcosa di più. Qualcosa negli sguardi che i cortigiani si scambiavano, nell'incuriosito divertimento negli occhi di Gabran. Qualcosa che lui non capiva eppure lo metteva a disagio. Gabran chiuse il coperchio della cassetta, ma quando Mordred tese una mano per alzarlo di nuovo, Morgause lo fermò. "No, Mordred, non ora. Faremo in modo che la ricevano prima del tramonto di oggi. Ma io e te abbiamo ancora qualcosa di cui parlare, non ti pare? Cosa si addice a un giovane a cui il futuro re di queste isole è debitore della vita? Vieni con me, adesso. Ne parleremo in privato." Si alzò. Gabran si mise rapidamente al suo fianco porgendo il braccio alla mano della regina ma Morgause, ignorandolo, scese dal palco e tese una mano al ragazzo. "Vieni" ripeté dolcemente la regina. I cortigiani fecero largo inchinandosi. La sua schiava scostò una tenda e apparve una porta nella parete laterale. Ai due lati stavano le guardie con la spada alzata. Mordred non si accorgeva più degli sguardi e dei mormorii. Aveva il cuore in gola. Non riusciva a immaginare cosa sarebbe successo ma, sicuramente, non potevano essere che altre meraviglie. Qualcosa scendeva dalle nuvole e aspettava proprio lui. La fortuna era nel sorriso della regina e nel tocco della sua mano. Senza saperlo, respinse gli scuri capelli dalla fronte con un gesto che era tipico di Artù e, a testa alta, scortò regalmente Morgause fuori della sala. 3 Il corridoio tra il palazzo e la casa della regina era lungo, senza

finestre ma illuminato da torce attaccate alle pareti. C'erano due porte sulla sua lunghezza, entrambe a sinistra. Una doveva essere la stanza del corpo di guardie; la porta era socchiusa e al di là Mordred udì voci di uomini e il ticchettio delle pietruzze con cui giocavano. L'altra dava sul cortile; ricordava di aver visto lì delle guardie. Adesso era chiusa ma, all'estremità del corridoio, era aperta una terza porta, tenuta da un servo per far passare la regina e il suo seguito. Al di là c'era una camera che fungeva apparentemente da anticamera agli appartamenti privati della regina. Era priva di mobili. A destra, da una feritoia, si vedeva una stretta striscia di cielo ed entrava il rumore del mare. Di fronte, sul lato verso la campagna, c'era un'altra porta a cui Mordred guardò con interesse e poi con venerazione. Quella porta era stranamente bassa e larga, della stessa forma primitiva della porta di casa dei suoi genitori. Era incassata in profondità, sotto una massiccia mensola di pietra e fiancheggiata da stipiti quasi altrettanto spessi. Aveva già visto degli ingressi così: portavano alle antiche camere sotterranee che si trovavano qua e là nell'isola. Alcuni dicevano che erano state costruite, come gli alti broch, dai Vecchi, che deponevano i loro morti in stanze di pietra sotterranee. Ma la gente più semplice le considerava luoghi magici, i sidhe o grotte nelle montagne che custodivano i cancelli dell'Aldilà; e gli scheletri che vi si trovavano, di uomini e bestie, erano i resti di imprudenti creature che si erano avventurate troppo all'interno di quegli oscuri recessi. Quando la nebbia avvolgeva le isole - il che era raro in quei mari ventosi - si diceva che gli dei e gli spiriti potevano esser visti aggirarsi sui loro cavalli coperti d'oro con i tristi fantasmi dei morti che fluttuavano attorno. Qualunque fosse la verità, gli isolani evitavano i rilievi che ospitavano quelle camere sotterranee ma pareva che la casa della regina fosse stata costruita accanto ad una di esse, forse scoperta solo quando erano state scavate le fondazioni. Ora l'ingresso era bloccato da una pesante porta di quercia con grandi cerniere di ferro e un massiccio catenaccio per tenerla ferma contro il qualcosa che stava in agguato dietro di essa, nel buio. Poi Mordred la dimenticò perché la grande porta davanti a loro si aprì tra le due guardie armate e al di là c'era il bagliore del sole e il calore e il profumo della casa della regina. La stanza in cui entrarono era una copia della camera di Morgause a Dunpeldyr; una copia in piccolo ma pur sempre, agli occhi di Mordred, meravigliosa. Il sole vi irrompeva da una grande finestra quadrata sotto cui una panca formava un sedile rallegrato da cuscini azzurri. Vicino, in pieno sole, c'era una poltrona dorata con il suo posapiedi e accanto un tavolo con le gambe in croce. Morgause si mise a sedere ed indicò il sedile accanto alla finestra. Mordred, obbediente, prese posto e rimase lì ad aspettare in silenzio, con il cuore che batteva forte, mentre le donne, a un cenno della regina, si ritiravano con i loro ricami all'altra estremità della stanza, alla luce di una seconda finestra. Un servo si affrettò ad avvicinarsi alla regina con del vino bianco in un bicchiere d'argento e poi, su suo ordine, portò una tazza della dolce bevanda di miele a Mordred. Lui ne bevve un sorso, poi posò la tazza sul davanzale della finestra. Sebbene avesse la bocca e la gola asciutte, non poteva bere. La regina finì il vino e tese il bicchiere a Gabran che doveva già aver ricevuto i suoi ordini. Lui lo portò direttamente al servo che stava alla porta, chiuse la porta dietro l'uomo, poi andò a raggiungere le donne all'altro capo della stanza. Prese in un angolo

un'arpa da ginocchio e, sistematosi su uno sgabello, incominciò a suonare. Solo allora la regina riprese a parlare e parlò sottovoce in modo che solo Mordred che le era vicino potesse udirla. "Bene, Mordred, adesso parliamo un poco. Quanti anni hai? No, non rispondere, lasciami vedere... Presto passerai il tuo undicesimo compleanno. Non ho ragione?" "S sì," balbettò il ragazzo, sorpreso. "Come avete... oh, certo, ve lo ha detto Gawain." Lei sorrise. "Lo avrei saputo senza che me lo dicessero. So sulla tua nascita più di quanto sappia tu stesso, Mordred. Adesso indovini?" "No di certo, signora. Riguardo alla mia nascita? E' stato prima che voi veniste a vivere qui, vero?" "Sì. E il re mio marito teneva ancora Dunpeldyr nel Lothian. Non hai mai sentito dire cosa successe a Dunpeldyr l'anno prima che il principe Gawain nascesse?" Lui scosse la testa. Non sarebbe riuscito a parlare. Non aveva ancora la minima idea del perché la regina lo avesse portato lì e gli stesse parlando a quel modo, segretamente, nella sua camera privata, ma tutti i suoi istinti lo tenevano sul chi vive. Stava arrivando ora, certamente, il futuro che aveva temuto e al tempo stesso tanto fortemente desiderato con la strana, incessante e a volte violenta sensazione di rivolta che aveva avuto contro la vita per la quale era nato e alla quale si era creduto condannato fino alla morte, come tutti i simili dei suoi genitori. Morgause, seguitando a osservarlo attentamente, tornò a sorridere. "Allora, adesso ascoltami. E' ora che tu sappia. Presto capirai perché..." Sistemò una piega della veste e parlò con levità, come se raccontasse un'inezia del passato, una di quelle storie che si raccontano a un bambino al chiarore della lampada. "Sai che re Artù è il mio fratellastro per parte di padre, il re Uther Pendragon. Molto tempo fa, re Uther decise il mio matrimonio con re Lot e, sebbene sia morto prima che potesse aver luogo, e sebbene mio fratello Artù non sia mai stato amico di Lot, ci sposammo. Speravamo che, attraverso il mio matrimonio, si potesse formare un'amicizia, o almeno un'alleanza. Ma, o per gelosia delle prodezze militari di Lot o, come sono persuasa, a causa di menzogne raccontategli da Merlino, il mago che detesta tutte le donne e che si crede maltrattato da me, re Artù si è sempre comportato più come un nemico che come un fratello e un giusto signore." Fece una pausa. Gli occhi del ragazzo erano fissi, enormi, le sue labbra leggermente socchiuse. Morgause tornò a lisciarsi la veste e la sua voce assunse un tono più profondo, grave. "Poco dopo l'ascesa al trono di Britannia, Artù fu informato dal malvagio Merlino che a Dunpeldyr era nato un bambino, un figlio del re di lì, che sarebbe stato la sua rovina. Il Sommo Re non esitò. Inviò uomini al nord, a Dunpeldyr, con l'ordine di trovare e uccidere i figli del re. Oh, no" - un sorriso di grande dolcezza "non i miei. I miei non erano ancora nati. Ma, per assicurarsi che ogni bastardo, magari sconosciuto, di re Lot morisse, ordinò che tutti i bambini della città, al di sotto di una certa età, morissero." Il dolore tremò nella sua gola. "Così, Mordred, in quella terribile notte decine di bambini vennero presi dai soldati. Furono portati sul mare in una piccola barca che rimase in balia dei venti e delle onde fino a quando cozzò contro una roccia e affondò e i bambini annegarono tutti. Tutti meno uno." Mordred era immobile, come in preda a un incantesimo. "Io?"

Il sussurro era appena udibile. "Sì, tu. Il bambino venuto dal mare. Ora capisci perché hai ricevuto quel nome? Era vero." Pareva che aspettasse una risposta. Lui disse, raucamente: "Credevo che fosse perché ero un pescatore come mio padre. Molti dei ragazzi che aiutano con le reti si chiamano Mordred o Medraut. Pensavo che fosse una specie di scongiuro per difendermi dalla dea del mare. Lei cantava una canzone che ne parlava. Mia madre, voglio dire." Gli occhi verdi si apersero un po di più. "Davvero? Una canzone? Che specie di canzone?" Mordred, incontrando quello sguardo, si riscosse. Aveva dimenticato l'ammonimento di Sula. Ora gli tornava alla mente ma che pericolo poteva esserci nella verità? "Una ninnananna. Quando ero piccolo. Non la ricordo bene, eccetto il motivo." Morgause, con uno schiocco delle dita, allontanò l'argomento. "Ma non avevi mai sentito prima questa storia? I tuoi genitori non ti hanno mai parlato di Dunpeldyr?" "No, mai. Cioè" (parlava con palese onestà) "solo come ne parlano tutti, che voi abitavate lì con il re e che i tre principi maggiori sono nati lì. Mio... mio padre sa le notizie dalle navi che entrano in porto, da tutti i paesi oltre il mare, i paesi meravigliosi. Mi ha raccontato tante cose che io..." si morsicò le labbra, poi buttò fuori irresistibilmente la domanda che gli bruciava. "Signora, come hanno fatto mio padre e mia madre a salvarmi da quella barca e a portarmi qui?" "Non ti hanno salvato dalla barca. Sei stato salvato dal re di Lothian. Quando ha saputo quello che stava succedendo ai bambini ha mandato una nave per salvarli ma è arrivata troppo tardi per tutti all'infuori di te. Il capitano ha visto un relitto che ancora galleggiava, la fiancata della barca, con qualcosa che somigliava a un fagotto ancora attaccato dentro. Eri tu. Un'estremità del tuo scialle si era impigliata in un'asse spaccata e ti aveva salvato. Il capitano ti ha tirato su. Dagli indumenti che indossavi e dallo scialle che ti ha salvato la vita, ha capito quale di quei bambini eri. Così è salpato con te per le Orcadi dove avresti potuto crescere in sicurezza." Fece una pausa. "Hai capito perché, Mordred?" Poteva leggere negli occhi del ragazzo che lo aveva capito già da molto. Ma lui abbassò le palpebre e rispose, timidamente come una bambina: "No, signora." La voce, la piega della bocca, il contegno femmineo erano talmente quelli di Morgause che lei rise forte e Gabran, che era il suo amante da più di un anno, alzò gli occhi dall'arpa e si permise di sorridere con lei. "Allora te lo dirò io. Nel massacro vennero uccisi due dei bastardi del re di Lothian. Ma si sapeva che nella barca ce n'erano altri due. Il terzo era stato salvato dalla misericordia della dea del mare che lo aveva tenuto a galla durante il naufragio. Tu sei un bastardo di re, Mordred, mio bambino venuto dal mare." Se l'era aspettato, naturalmente. Lei guardò se si poteva scorgere una scintilla di gioia, o di orgoglio, o persino di perplessità. Non c'era. Il ragazzo si morsicava le labbra lottando contro un turbamento che avrebbe voluto esprimere ma non osava. "E allora?" finì per chiedere la regina. "Signora..." Un'altra pausa. "Allora?" Una sfumatura di impazienza. Dopo aver messo un dono regale tra le mani del ragazzo, sebbene falso, la signora cercava adorazione, non dubbi che non poteva capire. Non essendo

mai stata mossa dall'amore, non le passava nemmeno per la testa che i sentimenti di suo figlio per i genitori adottivi potessero essere confrontati con il piacere e l'ambizione. Poi lui si decise a parlare: "Signora, mia madre Sula è mai stata a Dunpeldyr?" Morgause, a cui piaceva giocare con la gente come se fossero creature ingabbiate dai suoi capricci, gli sorrise e disse, per la prima volta durante quella conversazione, la semplice verità. "Naturalmente. Dove altro? Sei nato lì. Non te l'ho forse detto?" "Ma lei mi ha riferito di aver sempre vissuto alle Orcadi!" La voce di Mordred si alzò e il chiacchiericcio all'altro capo della camera si zittì per un momento prima che un'occhiata della regina facesse riabbassare la testa delle donne sul loro lavoro. Il ragazzo soggiunse, più sommessamente, come se fosse disperato: "E mio padre... Lui naturalmente non può sapere che lei... che io..." "Sciocco ragazzo, non mi hai capita." La sua voce era indulgente. "Brude e Sula sono i tuoi genitori adottivi che ti hanno preso per ordine del re ed hanno mantenuto per lui il segreto. Sula aveva perso un figlio e ti ha preso per allattarti. Senza dubbio ti ha dato l'amore e le cure che avrebbe dato al suo bambino. Quanto alla tua vera madre" disse rapidamente, precedendo la domanda che lui in realtà era troppo attonito per fare, "questo non posso dirtelo. Per la paura, lei non ha detto niente né ha avanzato alcuna pretesa e, per timore del Sommo Re, nulla è mai stato detto. Lei non poteva che essere contenta di dimenticare la faccenda. Io non ho fatto domande, anche se sapevo che uno dei bambini era stato salvato dalla barca. Quando re Lot è morto e io sono venuta alle Orcadi per partorire il mio figlio minore e allevare gli altri tre in sicurezza, ho preferito accantonare il problema. Come devi fare tu, Mordred." Non sapendo cosa dire, lui rimase in silenzio. "Per quel che ne so, la tua vera madre potrebbe essere morta. Sognare di andare un giorno a cercarla sarebbe una follia... e a cosa servirebbe? Una ragazza della città, il piacere di una notte?" Studiò le palpebre abbassate e la faccia senza espressione del ragazzo. "Ora Dunpeldyr è nelle mani di un re che è una creatura di Artù. Non ci sarebbe nessun vantaggio in una ricerca del genere, Mordred, e ci potrebbero invece essere molti pericoli. Mi capisci ora?" "sì, signora." "Quel che farai quando sarai adulto è affar tuo, ma devi ricordarti sempre che re Artù è il tuo nemico." "Dunque... sono io quello? Io sarò... la sua rovina?" "Chi può saperlo? Questo dipende dagli dei. Ma è un uomo duro e il suo consigliere Merlino è tanto astuto quanto crudele. Credi che vogliano correre dei rischi? Ma fino a quando rimani in queste isole - e fino a quando taci - sei al sicuro." Un'altra pausa. Mordred chiese in un sussurro: "Ma allora, perché me lo avete detto? Manterrò il segreto, io, lo giuro, ma perché volevate che lo sapessi?" "Per il debito che ho con te per via di Gawain. Se tu non lo avessi aiutato avrebbe potuto cercare di risalire da solo e sarebbe caduto uccidendosi. Ero curiosa di vederti e così ti ho mandato a chiamare con questa scusa. Forse sarebbe stato meglio lasciarti lì per tutta la vita, ignaro di tutto. I tuoi genitori adottivi non avrebbero mai osato parlare. Ma dopo quello che è successo ieri..." E fece un grazioso piccolo gesto deprecatorio. "Non tutte le donne desiderano nutrire i bastardi di loro marito ma io e la mia famiglia ti dobbiamo qualcosa e io pago i miei debiti. E adesso che ti ho visto

e ho parlato con te, ho deciso come fare questo pagamento." Il ragazzo non disse nulla. Pareva che avesse smesso di respirare. Dal fondo della stanza veniva il mormorio della musica assieme alle voci dolci delle donne. "Tu hai dieci anni," disse Morgause. "Sei ben sviluppato e sano e credo che potrai rendermi qualche servizio. Non sono in molti in queste isole ad avere il sangue e la promessa di poter diventare un capo. In te credo di vedere questa promessa. E' ora che tu lasci la tua casa adottiva e prenda il tuo posto qui con gli altri principi. Be, cosa ne dici?" "Io... io farò come desiderate, signora," balbettò il ragazzo. Era tutto quello che poteva dire, sopra le parole che andavano e venivano nel suo cervello, come la musica dell'arpa. Gli altri principi... E' ora che tu prenda il tuo posto qui con gli altri Principi... Più tardi, forse, avrebbe pensato ai suoi genitori adottivi con rimpianto e con affetto ma, per il momento, c'era posto solo per la vaga ma abbagliante visione di un futuro quale non aveva mai avuto nemmeno il coraggio di sognare. E questa donna, questa bella signora regale, gli avrebbe fatto la grazia di offrire a lui, bastardo di suo marito, un posto accanto ai suoi figli legittimi. Mordred, mosso da un impulso che non aveva mai sentito prima, scivolò giù dal sedile sotto la finestra e si inginocchiò ai piedi di Morgause. Con un gesto che era a un tempo aggraziato e commovente nella sua inesperienza, alzò una piega della veste di velluto color rame e la baciò. Poi le inviò uno sguardo di adorazione e sussurrò: "Vi servirò con la mia vita, signora. Non avete che da chiedere. E' vostra." Sua madre gli sorrise, soddisfatta della conquista che aveva fatto. Gli toccò i capelli con un gesto che gli fece salire il sangue al viso, poi tornò ad adagiarsi contro i cuscini, graziosa, fragile regina alla ricerca di bracccia forti e spade pronte a proteggerla. "Potrà essere un servizio duro, Mordred. Una regina solitaria ha bisogno di tutto l'amore e la protezione che i suoi uomini d'armi possono darle. Per questo sarai addestrato assieme ai tuoi fratelli e vivrai con loro qui nel mio palazzo. Adesso andrai alla Baia delle Foche per prendere congedo dai tuoi genitori e poi porterai qui le tue cose." "Oggi? Adesso?" "Perché no? quando le decisioni sono prese devono essere messe in atto. Gabran verrà con te e uno schiavo porterà i tuoi beni. Adesso, va." Mordred ancora troppo sbalordito e confuso per spiegarle che poteva portare tutti i suoi beni terreni da solo e in una sola mano, si alzò in piedi, poi si chinò a baciare la mano che lei gli tendeva. Era chiaro che, questa volta, la mossa cortigiana gli era venuta quasi con naturalezza. Poi la regina si voltò, congedandolo, e Gabran si trovò al suo fianco per farlo uscire in fretta dalla stanza, percorrere il corridoio e giungere nel cortile dove il cielo colorato del tramonto si stava già sbiadendo nel crepuscolo e l'aria odorava del fumo dei fuochi sui quali si cucinavano le cene. Un uomo che, dall'abbigliamento, pareva essere uno stalliere, si avvicinò con un cavallo già bardato. Era uno dei tozzi pony delle isole, color crema e peloso come una pecora. "Vieni" disse Gabran, "già così saremo in ritardo per la cena. immagino che tu non sappia cavalcare. Sali dietro di me. L'uomo ci può seguire." Mordred si fermò. "Non è necessario, non ho niente da portare, davvero. E nemmeno voi avete bisogno di venire, signore. Se rimanete

e andate a mangiare la vostra cena adesso, io posso fare una corsa a casa e..." "Farai presto a imparare che quando la regina dice che devo venire con te, io devo venirci." Gabran non si dette la pena di spiegare che i suoi ordini erano stati ancora più espliciti. "Non deve parlare da solo con Sula" aveva detto Morgause. "Qualunque cosa lei abbia immaginato, fino a ora sembra che non abbia detto niente. Ma adesso che sta per perderlo, chissà con cosa potrebbe venir fuori? L'uomo non ha importanza: è troppo stupido per immaginare la verità ma persino lui potrebbe raccontare al bambino la vera storia dell'accordo per cui è stato portato qui da Dunpeldyr. Così accompagnalo e sta con lui e riportalo indietro alla svelta. Farò in modo che non torni più laggiù." Così, Gabran disse seccamente: "Vieni, dammi la mano," e con Mordred dietro di sé sulla cavalcatura, aggrappato alle sue spalle come un giovane falco pellegrino al suo gomitolo di stoppa, si avviò lungo il sentiero che portava alla Baia delle Foche. 4 Sula era stata seduta fuori della porta della casupola, nell'ultima luce del crepuscolo, intenta a sventrare e spaccare dei pesci per poi farli seccare. Quando il cavallo apparve in cima al selciato della scogliera, aveva appena portato il secchio con i rifiuti giù alla riva dove le galline contendevano agli uccelli marini la loro parte di quel puzzolente pasto. Il rumore era assordante per via dei gabbiani che planavano attaccandosi e lottando tra loro e l'odore saliva nauseabondo nel vento. Mordred scivolò giù dalla groppa del pony appena Gabran ebbe tirato le redini. "Se mi aspettate qui, signore, correrò a prendere la mia roba. Tornerò in un attimo. Non... non impiegherò molto. Credo che mia madre se lo aspettasse, o almeno qualcosa di simile. Farò più in fretta che posso. Magari potrò ritornare domani, se loro vorranno, vero? Solo per parlare un poco." Gabran, senza nemmeno darsi la pena di rispondere, scivolò giù anche lui dal cavallo e si avvolse le redini al polso. Quando Mordred, stringendo attentamente la cassetta dei doni, si avviò per il pendio, l'uomo lo seguì. Sula, che stava ritornando alla casa, li vide. Aveva spiato la cima della scogliera in attesa del ritorno di Mordred e ora, vedendo come era accompagnato, rimase immobile per un momento, strigendo, senza accorgersene, contro il corpo il secchio vuoto. Poi, tornata in sé, lo buttò a terra accanto alla porta ed entrò in casa. Un debole bagliore giallastro apparve attorno al contorno della tenda quando accese la lampada. Il ragazzo scostò la tenda ed entrò precipitosamente portando la cassetta. Per quella volta, la stanza era sgombra dal fumo. Nelle giornate d'estate, Sula cuoceva il loro cibo sul fornello di creta all'esterno, su un fuoco di guano e fuco. Ma il puzzo di pesce invadeva tutta la baia e all'interno della casa l'odore dell'olio di pesce della lampada prendeva alla gola. Sebbene ci fosse stato abituato da sempre, Mordred, con i colori e i profumi della stanza della regina ancora vivi nella memoria, lo notò, con un misto di pietà, vergogna e un qualcosa che era troppo giovane per riconoscere come scontento di se stesso, vergogna perché Gabran intendeva chiaramente entrare con lui, e senso di colpa perché si vergognava che lo facesse. Con suo immediato sollievo, Sula era sola. Si stava asciugando

le mani in uno straccio. Il sangue che usciva da un dito graffiato si mischiava, sullo straccio, alle resche e allo sporco dei pesci. Anche il coltello di selce posato sul tavolo era macchiato di sangue. "La mano, madre, te la sei tagliata!" "Non è niente. Ti hanno trattenuto molto." "Lo so. La regina ha voluto parlarmi. Aspetta che ti racconto! Il palazzo è un luogo meraviglioso e sono andato proprio nella casa della regina... Ma, prima, guarda qui, madre! Mi ha dato dei regali." Posò la cassetta sul tavolo e la aprì. "Madre, guarda! L'argento è per te e per mio padre, e la stoffa, guarda, non è bella? E pesante, anche, buona per l'inverno. E una fiasca di buon vino con un cappone che viene dalle cucine del palazzo. Tutto questo è per voi..." La sua voce si spense per l'imbarazzo. Sula non aveva nemmeno guardato quei tesori; seguitava ad asciugarsi le mani nello straccio sporco. Improvvisamente, Mordred si spazientì. Le tolse lo straccio e lo buttò via, indicando la cassetta. "Non vuoi nemmeno guardare? Non vuoi nemmeno sapere cosa mi ha detto la regina?" "Vedo che è stata generosa. Sappiamo tutti che può essere generosa quando ne ha voglia. E per te, cosa c'era?" "Promesse." Gabran parlò dalla porta, chinandosi per entrare. Quando ebbe rialzato la testa, era solo a un dito dalle pietre del tetto. Indossava una veste che gli arrivava al ginocchio, gialla con un'alta bordura verde. Pietre gialle scintillavano sulla sua cintura e portava un collare di rame inciso. Era un bell'uomo con una chioma crespa, bionda come la paglia d'orzo, che gli ricadeva sulle spalle e con gli occhi azzurri del nord. La sua presenza riempì la stanza e fece sembrare ancora più misera e squallida la casetta. Mordred ne era consapevole ma non Sula. Senza lasciarsi impressionare, fece fronte a Gabran come avrebbe fatto con un nemico. "Che specie di promesse?" Gabran sorrise. "Solo quelle che ogni uomo dovrebbe avere e Mordred, ormai, ha dimostrato di essere un uomo... o, almeno, così pensa la regina. Una tazza e un piatto per la sua carne e strumenti per il suo lavoro." Sula lo fissò, muovendo appena le labbra. Non chiese cosa intendeva dire. Non fece neppure un gesto di ospitalità che era normale per la gente di quelle isole. Disse duramente: "Li ha già." "Ma non come dovrebbe averli," disse Gabran con gentilezza. "Sai bene quanto me, donna, che dovrebbe esserci argento sulla sua tazza e che i suoi strumenti non sono la zappa e gli ami da pesca ma una spada e una lancia." Aspettare e temere qualcosa per tutta la vita non prepara alla sua venuta. Era come se le avesse puntato quella lancia nel petto, Alzò le mani per nascondere la faccia nel grembiule e si lasciò cadere sullo sgabello accanto al tavolo. "Madre, non fare così!" gridò Mordred. "La regina... mi ha detto... devi sapere cosa mi ha detto!" Poi, a Gabran, con disperazione: "Credevo che sapesse. Credevo che avrebbe capito." "Capisce. Vero, Sula?" Un cenno di sì. Si dondolava avanti e indietro stretta nel dolore, ma non emise suono. Mordred esitava. Tra la rude gente delle isole, i gesti affettuosi erano rari. Le andò vicino ma si accontentò di toccarle una spalla. "Madre, la regina mi ha raccontato tutta la storia. Di come tu e mio padre mi avete preso dal capitano di mare che mi aveva trovato

e mi avete allevato come se fossi vostro. Mi ha detto chi sono... o almeno, chi è il mio vero padre. Così adesso pensa che devo crescere al palazzo con gli altri... con gli altri figli di re Lot, e i nobili, e addestrarmi come guerriero." Nemmeno allora lei parlò. Gabran, che osservava la scena dal la porta, non si mosse. Mordred provò ancora. "Madre, dovevi saperlo che un giorno me lo avrebbe detto. E adesso che so... non devi essere dispiaciuta. Io non posso esserlo, questo lo devi capire. Non cambia niente qui, questa è ancora la mia casa e tu e mio padre siete ancora..." deglutì, "sarete sempre la mia gente, davvero, credimi! Un giorno..." "Sì, un giorno," lo interruppe lei, duramente. Il grembiule scese. Nella tremante luce della lampada la sua faccia era di un pallore malato, striata dallo sporco del grembiule. Non guardò verso Gabran, elegante sulla soglia. Mordred la osservava ansiosamente e sulla sua faccia c'era amore, e disperazione, ma c'era anche qualcosa che lei riconosceva, uno sguardo di eccitazione e ambizione e la ferrea volontà di andare per la sua strada. Non aveva mai visto Artù, il Sommo Re della Britannia, ma guardando Mordred capiva che era davvero suo figlio. Disse, pesantemente: "Sì, un giorno. Un giorno tornerai, cresciuto e generoso, portando oro da dare ai poveretti che ti hanno allevato. Ma adesso cerchi di dirmi che niente è cambiato. A quanto dici non fa differenza chi tu sia..." "Non ho detto questo! Certo che fa differenza! Chi non sarebbe contento di sapere che è figlio di un re? Chi non sarebbe contento di avere l'occasione di portare le armi e magari, un giorno, di viaggiare e vedere i regni dell'isola grande dove succedono le cose che contano? Quando ho detto che niente sarebbe cambiato, intendevo in quello che sento... in quello che sento per te e per mio padre. Ma non posso fare a meno di voler andare! Ti prego, cerca di capire. Non posso fingere, non completamente, che mi dispiace." Alla disperazione che c'era nella sua voce e nella sua faccia, Sula si ammorbidì improvvisamente. "Certo che non puoi, ragazzo. Devi perdonare una vecchia che ha temuto questo momento per tanto tempo. Sì, devi andare. Ma devi andare proprio adesso? Quel bel gentiluomo ti aspetta per portarti lì?" "Sì. Hanno detto che dovevo solo prendere le mie cose e tornare subito." "E allora prendile. Tuo padre non ritornerà fino alla marea dell'alba. Potrai venire a trovarlo appena te lo permetteranno." Un accenno di qualcosa che era quasi un sorriso. "Non preoccuparti, ragazzo. Gli dirò io cosa è successo." "Sa tutto anche lui, vero?" "Certo che sa. E capirà che questo doveva succedere. Si era convinto a dimenticarlo, credo, anche se lo aveva presentato qualcosa in quest'ultimo anno. Sì, in te, Mordred. Il sangue parla. Ma sei stato un buon figlio per noi, per quanto ci fosse in te qualcosa che fremeva per una vita diversa... Siamo stati pagati per te, lo sai... Da dove credi che venisse il denaro per la buona barca e le reti straniere, Ma io ti avrei allattato anche per nulla, al posto di quello che ho perduto, e poi sei diventato come se fossi nostro e meglio ancora. Sì, sentiremo terribilmente la tua mancanza. E' un mestiere duro per un uomo che sta diventando vecchio e tu lo hai molto aiutato, questo è certo." Qualcosa pareva lavorare sulla faccia del ragazzo. Sbottò: "Non voglio andare! Non voglio lasciarti, madre! Non possono obbligarmi!"

Lei lo guardò tristemente. "Andrai, figliolo. Adesso che hai visto com'è e l'hai gustato, andrai. Quindi, prendi le tue cose. Quel gentiluomo ha fretta." Mordred spostò lo sguardo da lei a Gabran. Questi annuì e disse, non sgarbatamente: "Dobbiamo affrettarci. Tra poco verranno chiuse le porte." Il ragazzo andò al suo giaciglio. Era una mensola di pietra con un sacco riempito di felci secche come materasso e con una coperta azzurra stesa sopra. Da un ripostiglio nel muro sotto la mensola, prese le sue proprietà. Una fionda, qualche amo da pesca, un coltello, la sua vecchia tunica da lavoro. Non possedeva scarpe. Rimise sul letto la tunica e gli ami. Esitò per la fionda. Tastava il legno liscio che aderiva così bene alla sua mano e rigirò tra le ditta il sacchetto di sassi, arrotondati e lucenti, raccolti con tanta cura sulla spiaggia. Sula lo osservava senza dire niente. Tra loro erano sospese le parole non dette: gli strumenti per il suo lavoro: una spada e una lancia... Mordred si voltò. "Adesso sono pronto." Era a mani vuote, tranne che per il coltello. Anche se uno dei tre notò il simbolismo del momento, non lo disse. Gabran allungò la mano verso la tenda della porta. Prima che potesse scostarla, venne spinto da parte e la capra si fece largo per entrare nella stanza. Sula si alzò dal suo sgabello e andò a prendere la ciotola per mungerla. "E' meglio che tu vada. Torna quando te lo permetteranno e allora ci racconterai com'è la vita lì al palazzo." Gabran teneva spalancata la tenda. Mordred si avviò lentamente alla porta. Cosa c'era da dire? Grazie non era abbastanza, eppure era più che abbastanza. Disse con impaccio: "Allora, arrivederci, madre," ed uscì. Gabran lasciò ricadere la tenda dietro di loro. Fuori la marea stava cambiando e il vento si era rinfrescato disperdendo l'odore di pesce. L'aria dolce gli venne incontro. Era come tuffarsi in un'acqua diversa. Gabran stava slegando il cavallo. Nel buio crescente i nodi erano difficili e dovette lavorarci sopra. Mordred esitò, poi corse indietro verso il puzzo della capanna. Sula stava mungendo la capra. Non alzò la testa. Mordred vide una traccia bagnata nella sporcizia della sua guancia, simile alla scia di una lumaca. Si fermò sulla soglia, stringendo la tenda, e disse raucamente e rapidamente: "Tornerò ogni volta che me lo permettono, davvero... Farò in modo che stiate bene, voi due. E un giorno... un giorno ti prometto che sarò qualcuno e mi occuperò di voi." Sula non fece nessun segno. "Madre." Non alzò gli occhi. Le sue mani non si erano mai fermate. "Spero" disse Mordred, "di non scoprire mai chi è la mia vera madre." Si voltò e corse fuori di nuovo nel crepuscolo. "E allora?" chiese Morgause. L'alba era passata da molto. Lei e Gabran erano soli nella sua camera da letto. Nella stanza esterna dormivano le donne e nella stanza successiva i suoi cinque figli - i quattro avuti da Lot e quello avuto da Artù - dormivano già da molto. Ma la regina e il suo amante non erano in letto, Lei sedeva accanto a un fuoco di torba. Indossava una lunga veste da notte bianco-crema e pantofole di pelliccia

fatte con la pelle invernale della lepre azzurra dell'Isola Alta. Portava i capelli sciolti sulle spalle che scintillavano nel bagliore del fuoco. In quella luce morbida dimostrava poco più di vent'anni ed era molto bella. Sebbene, come sempre, gli eccitasse i sensi, il giovane sapeva che non era quello il momento di mostrarlo. Ancora completamente vestito, con il mantello bagnato sul braccio, teneva le distanze e le rispondeva da suddito a monarca: "Va tutto bene, signora. E' fatto, come voi desideravate che fosse fatto." "Nessuna traccia di violenza?" "Nessuna. Dormivano... oppure avevano bevuto troppo del vino che voi avete mandato." Un piccolo sorriso, che l'innocenza avrebbe giudicato innocente, si formò sulla sua bocca. "Anche se l'hanno solo assaggiato, Gabran, era sufficiente." Alzò su di lui i begli occhi, vide solo attonita ammirazione e soggiunse: "Credi che voglia correre dei rischi? Dovresti sapere che non è da me. Dunque, è stato facile?" "Molto facile. Sembrerà che abbiano bevuto troppo e siano stati sbadati, così la lampada è caduta, l'olio si è versato sul giaciglio e..." Un gesto finì la frase per lui. Morgause tirò un sospiro di soddisfazione ma qualcosa nella voce di Gabran la lasciava incerta. Sebbene lo avesse caro e fosse persino attaccata al suo giovane amante, si sarebbe liberata di lui in un attimo se le fosse convenuto farlo; ma per adesso aveva bisogno di lui e doveva mantenerlo fedele. Disse dolcemente: "Mi sembra che tu voglia dire "troppo facile", vero Gabran? Lo so, mio caro. Agli uomini come te non piace un'uccisione facile e uccidere quella gente è come macellare delle bestie... non è lavoro per un uomo d'armi. Ma era necessario. Questo lo sai." "Penso di sì." "Mi hai detto che ti pareva che la donna sapesse qualcosa." "O lo immaginava. Era difficile dirlo. Quella gente non ha espressione. Non potevo esserne sicuro. C'era qualcosa nel modo in cui gli parlava e la faccia che ha fatto quando lui le ha detto che gli avevate raccontato tutta la storia." Esitò. "Se così è, allora lei, anzi tutt'e due, hanno serbato il silenzio per tutti questi anni." "E con questo?" disse la regina. Alzò una mano verso il calore del fuoco. "Non significa che sarebbero andati avanti a serbarlo. Una volta partito il ragazzo, potevano pensare di avere subito un torto e la gente che porta in sé un rancore è pericolosa." "Avrebbero osato parlare? E con Chi?" "Con il ragazzo stesso, naturalmente. Mi hai detto tu che Sula lo ha invitato a ritornare lì e naturalmente, in principio, lui avrebbe avuto voglia di andarci. Una parola, un'allusione sarebbero state sufficienti. Pensi che ci voglia più di un respiro per alimentare una fiamma di ambizione che potrebbe distruggere tutti i miei piani per il futuro? Credimi sulla parola, era necessario. Gabran, caro ragazzo, tu puoi essere il migliore amante che una donna si sia mai portata a letto, ma non potrai mai reggere nessun altro regno che quello stesso letto." "E perché dovrei volerlo?" Lei gli lanciò un sorriso, in parte affettuoso e in parte ironico. Imbaldanzito, Gabran fece un passo verso di lei ma la regina lo fermò. "Aspetta. Questa volta ti dirò perché. E non fingere di non aver mai avanzato delle ipotesi sui miei piani riguardo quel bastardo." Rigirò la mano come se stesse ammirando lo scintillio degli

anelli. Poi alzò gli occhi, confidenzialmente. "Può darsi che in parte tu abbia ragione. Forse ho fatto volare troppo presto il mio falco ma mi si è offerta l'occasione di togliere il ragazzo dalla sua casa adottiva e portarlo qui senza troppe domande. Inoltre, ha dieci anni ed è largamente tempo che venga addestrato nelle arti e nelle maniere di un principe. E una volta fatto questo passo, l'altro deve seguire. Fino a quando non viene il momento giusto, mio fratello Artù non deve avere idea di dove si trova. E nemmeno l'arcimago Merlino, che nei suoi giovani anni avrebbe potuto venire a saperlo anche dal solo mormorio delle canne sull'Isola Santa. Vecchio e rimbambito com'è, non rischiamo niente. Non ho tenuto segreto per tutti questi anni il figlio mio e di Artù perché adesso lui me lo porti via. E' il mio lasciapassare per il continente. Quando sarà pronto per andarci, io andrò con lui." Era di nuovo suo, notò. Compiaciuto, lusingato dalla confidenza, ansioso di servirla. "Tornerete a Dunpeldyr, volete dire?" "No, non a Dunpeldyr, no. A Camelot stessa." "Dal Sommo Re?" "Perché no? Non ha figli legittimi e da quel che si dice è improbabile che ne abbia. Mordred è il mio lasciapassare alla corte di Artù... E poi, si vedrà." "Sembrate molto sicura." "Lo sono. L'ho visto." E lo sguardo dei suoi occhi tornò a sorridere. "Sì, mio caro, nella pozza. Era limpida come cristallo... un cristallo da strega. Io e i miei figli, tutti quanti, a Camelot, vestiti come per una festa e carichi di doni." "Allora, certo... non che voglia discuterlo, ma... non significa che avreste potuto essere salva anche senza quello che è stato fatto stanotte?" "Forse." La sua voce era indifferente. "Non possiamo sempre leggere i segni con precisione e potrebbe darsi che la Dea sapesse già quello che sarebbe stato fatto stanotte. Adesso sono sicura di essere salva. Tutto quello che devo fare è aspettare la morte di Merlino. Già due volte, come sai, ne è giunta la notizia e per due volte mi sono rallegrata solo per poi scoprire che era falsa e che quel vecchio sciocco viveva ancora. Ma verrà il giorno in cui la notizia sarà vera. Ho provveduto a questo, Gabran. E quando avverrà, quando lui non sarà più al fianco di Artù, allora potrò andare senza pericolo e Mordred con me. Posso trattare con mio fratello... Se non come trattavo con lui prima, almeno come tratta una sorella che ha qualche potere e ancora un po di bellezza." "Signora... Morgause..." Lei rise dolcemente e gli tese una mano. "Vieni, Gabran, non occorre essere gelosi. E nemmeno aver paura di me. Sai benissimo come affrontare tutte le stregonerie che uso con te. Il resto del lavoro di questa notte sarà più di tuo gusto. Adesso vieni a letto. Tutto è a posto, grazie a te. Mi hai servita più che fedelmente. E anche loro lo avevano fatto. Ma Gabran non diede voce a quel pensiero. E ben presto, deposti i suoi panni bagnati e disteso nel letto accanto a Morgause, lo dimenticò e dimenticò anche i due corpi morti che aveva lasciato nel guscio fumante della casetta sulla spiaggia. 5 Mordred si svegliò presto, alla sua solita ora. Gli altri ragazzi dormivano ancora ma quella era l'ora a cui il suo padre adottivo l'aveva sempre chiamato per mettersi al lavoro. Per un momento rimase lì, incerto su dove si trovava, poi ricordò.

Era nel palazzo reale. Era un figlio di re e gli altri figli del re erano lì che dormivano nella stessa stanza. Il maggiore di loro, il principe Gawain, era accanto a lui, nel suo stesso letto. Nell'altro letto dormivano i tre principi più giovani: vale a dire i gemelli e il piccolo Gareth. Non aveva ancora parlato con loro. La sera prima, dopo che Gabran lo aveva riaccompagnato al palazzo, era stato affidato a una vecchia donna che era stata la balia dei bambini reali; era ancora, gli aveva detto, la balia di Gareth e si occupava degli abiti dei ragazzi e, in qualche misura, del loro benessere. Accompagnò Mordred in una stanza piena di cassoni e cesti e gli trovò dei nuovi abiti. Non ancora armi, quelle le avrebbe avute domani, gli disse acidamente, fin troppo presto, e allora si sarebbe dedicato alle sue uccisioni e assassinii come tutti gli altri Uomini! I ragazzi erano già un male ma almeno potevano ancora essere controllati e che tenesse a mente le sue parole, lei poteva magari essere soltanto una vecchia ma sapeva ancora punire quando di punire c'era bisogno... Mordred la ascoltava e taceva, tastando i suoi bei vestiti nuovi e cercando di non sbadigliare mentre la vecchia gli si affaccendava attorno. Dalle sue chiacchiere - e non taceva mai venne a sapere che la regina Morgause era, a dir poco, una genitrice bizzarra, Un giorno portava i ragazzi a cavalcare insegnando loro l'uso della terraferma di cacciare con il falcone e il cane; loro cavalcavano tutto il giorno e lei gli faceva far festa fino a tardi, poi, il giorno dopo, i ragazzi scoprivano di essere apparentemente dimenticati e avevano il divieto di entrare nelle sue stanze solo per venir poi convocati nuovamente alla sera per ascoltare un menestrello o intrattenere una regina annoiata e inquieta raccontandole la loro giornata. E i ragazzi non erano tutti trattati allo stesso modo. Forse l'unico principio dei romani che Morgause aveva serbato era quello del "divide et impera" Gawain, in quanto era il maggiore e l'erede, aveva più libertà e alcuni privilegi negati agli altri; Gareth, il minore e postumo, era il preferito. Restavano i gemelli e quelli, come capì Mordred dalle labbra strette e dallo scrollar del capo di Ailsa, erano già abbastanza difficili senza il costante stimolo della gelosia e delle energie frustrate. Quando finalmente, con gli abiti nuovi ripiegati sul braccio, Mordred la seguì nella camera da letto dei ragazzi, fu contento di scoprire che erano già lì tutti e quattro prima di lui e già profondamente addormentati. Ailsa tolse Gareth dal letto di Gawain, poi spinse da parte i gemelli e infilò il piccolo accanto a loro. Nessuno ebbe nemmeno un soprassalto. Li rincalzò bene e indicò in silenzio a Mordred il posto vicino a Gawain. Lui si spogliò e si infilò nel calore del letto. La vecchia si aggirò ancora per qualche minuto nella stanza per raccogliere gli abiti e deporli sulla cassapanca tra i letti, poi uscì chiudendosi silenziosamente la porta alle spalle. Mordred dormiva già prima che lei lasciasse la stanza. E adesso era chiaro, un nuovo giorno, e lui era completamente sveglio. Si stiracchiò voluttuosamente sentendo l'eccitazione corrergli per tutto il corpo. La sentiva fin nelle ossa. Il letto era morbido e caldo e odorava solo leggermente delle pellicce conciate che lo ricoprivano. La stanza era grande e, ai suoi occhi, molto ben arredata con i due grandi letti e la cassapanca per gli abiti e lo spesso tappeto appeso davanti alla porta per riparare dalle correnti d'aria più forti. Pavimento e pareti erano fatti con le locali lastre di pietra piatta. A quell'ora mattutina, sebbene fosse estate, la stanza era molto fredda ma più pulita di quanto fosse mai stata la capanna di Sula e qualcosa nel ragazzo riconobbe la cosa come positiva. Tra i letti, sopra la cassapanca, c'era una stretta finestra attraverso

la quale irrompeva l'aria del primo mattino, fresca, pulita e odorosa di vento salmastro. Non riusciva più a stare lì. Gawain, al suo fianco, dormiva ancora, rannicchiato come un cucciolo tra le pellicce. Nell'altro letto si poteva vedere poco dei gemelli, salvo la cima delle loro teste; Gareth era stato spinto sul ciglio del letto e dormiva ancora, mezzo dentro e mezzo fuori. Mordred scivolò giù dal letto. Andò in punta di piedi fino alla cassapanca e, inginocchiato sopra, guardò fuori dalla finestra da lì, sporgendosi, riusciva a vedere il cortile e il portone principale del palazzo. Il suono del mare arrivava sommesso, un mormorio sotto l'incessante chiamarsi e stridere dei gabbiani. Guardò dall'altra parte, oltre le mura del palazzo, dove un tratturo si allungava verde tra l'erica verso la sommità di una collinetta. Al di là di quel curvo orizzonte c'era la sua casa adottiva. Suo padre doveva essere intento alla prima colazione e ben presto sarebbe uscito per il lavoro. Se Mordred voleva vederlo (per farla finita, disse una vocina subito zittita nel profondo del suo cervello) doveva andare adesso. Sulla cassa c'era la bella tunica che gli era stata data la sera prima, con un mantello, una spilla e una cintura di cuoio con la fibbia di rame. Ma proprio quando stava per prendere quei bei vestiti, cambiò idea e con qualcosa che somigliava a un'alzata di spalle, raccolse i suoi vecchi indumenti dall'angolo dove li aveva buttati e se li infilò. Poi, insinuandosi dietro la tenda della porta, uscì dalla stanza e percorse a piedi nudi il gelido corridoio di pietra fino alla sala. La sala era ancora piena di dormienti ma le guardie stavano cambiando il turno e i servi erano già in movimento. Nessuno lo fermò o gli rivolse la parola mentre si faceva strada sul pavimento ingombro e usciva nel cortile. Il portone esterno era aperto e una coppia di contadini stava tirando dentro un carro di zolle. Le due guardie li stavano a guardare tranquillamente, mangiando le focacce della prima colazione e bevendo a turno da un corno pieno di birra. Quando Mordred si avvicinò al portone uno degli uomini lo vide, fece un cenno all'altro e disse qualcosa di inudibile. Il ragazzo esitò, aspettandosi di venir fermato o, almeno, interrogato, ma nessuno dei due uomini fece atto di farlo. Anzi, quello che gli era più vicino alzò la mano in segno di saluto e poi si fece da parte per far passare il ragazzo. Forse nessun altro momento di cerimonia reale nella vita del principe Mordred uguagliò mai quello. Il suo cuore ebbe un gran sussulto e gli salì fino in gola mentre il sangue gli affluiva alle guance. Ma riuscì a pronunciare un "Buongiorno" abbastanza calmo prima di correre fuori dal cancello del palazzo e avviarsi per il verde tratturo nella landa. Corse lungo il tratturo con il cuore che batteva ancora forte. Il sole sorse e lunghe ombre si stesero davanti a lui. La rugiada rabbrividì sulle erbe sottili, sulle canne accarezzate dal vento leggero, fino a che l'intero paesaggio tremò e fremette di luce come una copia sommessa dell'interminabile, doloroso e abbagliante scintillio del mare. In alto, le nubi si ritrassero e l'aria si riempì di canti mentre le allodole si lanciavano dai loro nidi nell'erica. L'aria fremeva di canti quanto la terra di luce. Ben presto raggiunse la sommità della brughiera e davanti a lui si stendeva il lungo, dolce pendio verso la scogliera e, oltre a quella, c'era l'infinito, scintillante mare.

Da quel punto vedeva chiaramente al di là del mare, nella luce del primo mattino, le colline dell'Isola Alta. Oltre quella c'era il continente, il grande e meraviglioso territorio che gli isolani chiamavano, un po per scherzo e un po per ignoranza, "l'isola accanto" Molte volte, dalla barca di suo padre, ne aveva visto le scogliere settentrionali e aveva cercato di immaginare il resto la sua vastità, le foreste, le strade e i porti e le città. Oggi, sebbene fosse ancora lontano, aveva smesso di essere un sogno. Era il Sommo Regno nel quale sarebbe un giorno andato e dove un giorno avrebbe avuto un ruolo importante. Se la sua nuova condizione significava qualcosa, significava questo. Avrebbe fatto in modo che così fosse. Rise forte di gioia e riprese a correre. Giunse alla torbiera. Si fermò deliberatamente, indugiando accanto al solco che aveva scavato solo ieri. Come sembrava già lontano. Adesso Brude avrebbe dovuto finirlo da solo, sebbene negli ultimi tempi si fosse lamentato di dolori alla schiena. Forse, pensò il ragazzo, dato che evidentemente lo lasciavano libero di andare e venire dal palazzo, avrebbe potuto venire ogni giorno all'alba per un'ora, prima che gli altri ragazzi si alzassero, e finire lo scavo. E se avesse avuto una vera posizione regale, con dei servi, forse avrebbe potuto mettere loro all'opera o far loro raccogliere licheni per i coloranti di sua madre. Il cesto era ancora lì vicino allo scavo dove lo aveva lasciato ieri. Lo afferrò e corse giù per il tratturo. I gabbiani erano alti e stridevano. Quel suono gli andò incontro, crudo sopra il vento del mare. C'era qualcos'altro in quel vento, uno strano odore, e nel grido dei gabbiani un acuto brivido di panico che lo toccò come la lama di un coltello. Fumo? C'era sempre fumo che usciva dalla casetta ma questo era un fumo diverso, un'acida, gelida e pesante emanazione con qualcosa che imitava il buon odore della carne arrosto nei rari giorni in cui Sula aveva della carne in pentola. Non era un odore buono; era nauseante, un'orrida imitazione che rendeva sinistro il mattino. L'origine di Mordred, per perversa che fosse, aveva fatto di lui il figlio di un re guerriero e il nipote, doppiamente, di un altro. Questo fatto si combinava alla sua dura educazione contadina e rendeva per lui la paura qualcosa che andava immediatamente affrontato e scoperto. Gettò via il cesto dei licheni e corse a tutta velocità lungo il sentiero della scogliera verso un punto da cui avrebbe potuto guardare giù nella baia quella che era stata la sua casa. Era stata. La familiare casupola con la sua cucina d'argilla, i fili su cui essiccavano i pesci, i festoni di reti da pesca appese... era tutto svanito. Della sua casa rimanevano solo quattro mura, annerite e fumanti del fumo unticcio e puzzolente che appestava il vento del mare. Molte delle lastre terminali del tetto erano ancora al loro posto, tenute com'erano dai supporti di pietra costruiti nelle pareti, ma quelle al centro erano più sottili e fissate qua e là con pezzi di legno gettati a riva dal mare. L'impagliatura del tetto, essiccata dall'estate, era bruciata violentemente distruggendo anche i pezzi di legno che tenevano le lastre e queste si erano piegate, smosse e poi scivolate giù con il loro carico ardente di paglia trasformando in un rogo quello che era stata la sua casa. E proprio di un rogo doveva trattarsi. Perché ora, disgustoso, riconosceva l'odore che gli aveva rammentato le pentole di Sula. Sula stessa, con Brude, doveva essere lì dentro, sotto quella pila di ruderi bruciati. Il tetto era caduto direttamente sopra il loro giaciglio. Per Mordred che cercava brancolando una causa per quel disastro, c'era una sola spiegazione. I suoi genitori dovevano essere addormentati quando una scintilla del fuoco non più curato che stava all'esterno, sollevata dal vento, era caduta sulla paglia secca

del tetto e aveva provocato l'incendio. C'era solo da sperare che non si fossero mai svegliati, che fossero stati resi incoscienti dal fumo, che fossero stati uccisi dalla caduta del tetto prima ancora che il fuoco riuscisse a toccarli. Rimase lì a lungo, incredulo, nauseato e solo il vento tagliente che gli raggiungeva la pelle attraverso la tunica logora lo fece improvvisamente rabbrividire e muoversi. Strinse gli occhi per non vedere, quasi in una sciocca speranza che quando li avesse riaperti tutto sarebbe stato nuovamente al suo posto e quell'orrore solo un brutto sogno. Gli occhi, nuovamente aperti, erano selvaggi come quelli di un pony nervoso. Lentamente, si avviò per il sentiero, poi, improvvisamente, come se un invisibile cavaliere avesse usato su di lui frusta e speroni, si mise a correre. Circa due ore dopo Gawain, mandato dal palazzo, lo trovò lì. Mordred era seduto su un masso a qualche distanza dalla capanna e fissava il mare. Vicino a lui c'era la barca capovolta di Brude. Gawain, pallido ed emozionato, lo chiamò per nome ma poiché Mordred non diede segno di udirlo, si avvicinò con riluttanza per toccarlo sulla spalla. "Mordred, mi hanno mandato a cercarti. Cosa è successo?" Nessuna risposta. "Erano... i tuoi... sono... là dentro?" "Cosa è successo?" "Come faccio a saperlo? Era già così quando sono arrivato." "Dobbiamo... c'è qualcosa..." Mordred si riscosse. "Non avvicinarti. Non devi andare. Lasciali fare." Parlò duramente, con autorità. Era il tono di un fratello maggiore. Gawain, in preda a un'inorridita curiosità, obbedì senza pensare. Gli uomini che erano venuti con lui erano già presso la casetta e si guardavano con esclamazioni soffocate, non si sapeva se di orrore o di semplice disgusto. I due ragazzi li osservavano, Gawain tra inorridito e affascinato, Mordred pallido, teso in tutti i muscoli. "Sei entrato?" domandò Gawain. "Certo. Dovevo farlo, no?" Gawain deglutì. "Be, penso che adesso dovresti tornare indietro con me. Bisogna dirlo alla regina." Poi, visto che Mordred non si muoveva: "Mi dispiace, Mordred. E' una cosa orribile quella che è successa. Mi dispiace. Ma adesso non puoi fare niente, devi capirlo. Lasciali fare. Andiamo, vuoi? Hai l'aria di star male." "Sto benissimo. Avevo la nausea, ecco tutto." Scivolò giù dal masso, si chinò verso una pozza nella roccia e si buttò in faccia una manata d'acqua. Si raddrizzò sfregandosi gli occhi come se uscisse dal sonno. "Adesso vengo. Dove sono andati gli uomini?" Poi, rabbiosamente: "Sono andati dentro? Cosa c'entrano loro?" "Devono farlo," disse rapidamente Gawain. "Non capisci che la regina deve essere informata... Non è che loro - i tuoi - fossero gente qualunque, capisci?" Poi, dato che Mordred si voltava a fissarlo: "Non dimenticare chi sei adesso e anche loro, in un certo senso, erano al servizio del re. Lei deve sapere quello che è successo, Mordred." "E' stato un incidente. Cosa altro?" "Lo so. Ma lei deve ricevere un rapporto. E gli uomini faranno tutto quello che si deve fare. Vieni, non abbiamo bisogno di rimanere. Non possiamo fare niente, proprio niente." "Sì, c'è una cosa." Mordred indicò la porta della casetta dove

la capra, belando, scalpicciava avanti e indietro, impaurita da quell'insolito movimento, dall'odore, dal disordine, ma mossa dal dolore delle mammelle gonfie. "Possiamo mungere la capra. Hai mai munto una capra, Gawain?" "No. E' facile? La mungerai adesso? Qui?" Mordred rise con il breve, rotto riso della tensione che si allenta. "No, la porteremo con noi. E anche le galline. Se prendi quella rete che sta sulla chiglia della barca, vedrò se riesco ad acchiapparle." Si buttò sulla prima, la strinse in una presa esperta, poi passò a un'altra che stava frugando tra le alghe. Quel semplice gesto di rottura della tragedia funzionò, mentre il dolore e l'emozione si scaricavano nell'azione. Gawain, principe e futuro re delle Orcadi, rimase indeciso per un attimo, poi corse a fare quello che gli era stato ordinato e prese la rete stesa sulla chiglia della barca capovolta. Quando finalmente gli uomini uscirono dalla casetta e si fermarono indecisi sulla soglia, videro i due ragazzi che risalivano il sentiero. Gawain conduceva la capra e Mordred portava, buttato sulla spalla, un improvvisato sacco di rete pieno di galline schiamazzanti. Nessuno dei due ragazzi si voltò indietro. Furono ricevuti sulla porta del palazzo da Gabran che ascoltò in silenzio la storia da Gawain dopo di che, dette alcune parole gentili a Mordred, chiamò dei servi perché si occupassero degli animali. "Dovete mungerla subito!" insistette Mordred prima di entrare nel palazzo, sospinto da Gabran. "Bisogna dirlo alla regina. Andrò subito da lei. Mordred, va a cambiarti e mettiti in ordine. Vorrà vederti. Gawain, va con lui." E corse fuori. Gawain lo seguì con lo sguardo, stringendo gli occhi, come se vedesse in lontananza qualcosa di brillante, poi disse sottovoce: "E un giorno, mio bel Gabran, non comanderai ai principi come se fossero i tuoi cani. Sappiamo di chi sei il cane, tu! Chi sei per dare la notizia a mia madre al posto mio?" Scoccò un improvviso sorriso verso Mordred. "Ad ogni modo, oggi preferisco che lo faccia lui. Vieni, andiamo a pulirci." I gemelli erano nella camera dei ragazzi, apparentemente affaccendati ma ovviamente ansiosi di dare una prima occhiata al loro nuovo fratellastro. Agravain stava seduto sul letto ad affilare il suo pugnale su una cote mentre Gaheris, sul pavimento, sfregava una cintura di cuoio con il grasso per ammorbidirla. Gareth non c'era. i gemelli erano robusti, ben sviluppati, con i capelli fulvi e il colorito acceso caratteristici dei figli che Morgause aveva avuto da Lot e, al momento, la loro espressione imbronciata era tutt'altro che di benvenuto. Ma era chiaro che avevano ricevuto l'ordine preciso che Mordred doveva essere accolto bene, perché salutarono in modo civile e poi rimasero a guardarlo come fa il bestiame quando qualcosa di strano e forse pericoloso è entrato nel suo pascolo. Un servo entrò subito con un catino d'acqua e un asciugamano che posò sul pavimento. Gawain corse alla cassapanca degli abiti e buttò la roba di Mordred sul letto. Poi frugò dentro il cassone alla ricerca delle sue cose mentre Mordred incominciava a spogliarsi. "Perché ti cambi?" domandò Agravain. "Nostra madre ci vuole," disse Gawain sommessamente. "Perché?" chiese Gaheris. Gawain lanciò un'occhiata a Mordred che significava, chiaramente: "Non una parola. Non ancora." Ad alta voce, disse: "Sono affari nostri. Saprete poi." "Anche lui?" Agravain indicò Mordred.

Agravain tacque osservando Mordred che si infilava una delle tuniche nuove, prendeva la cintura di cuoio lavorato con il suo fodero per il pugnale e il gancio per il corno dell'acqua. Chiusa la fibbia, si guardò attorno alla ricerca del corno montato in argento che gli aveva dato Ailsa. "E' lì, sul davanzale della finestra" disse Gaheris. "Ti ha dato proprio questo? Sei fortunato. E' una bellezza. E' quello che avevo chiesto io" disse Agravain. Le parole non erano rabbiose né risentite, anzi non avevano alcuna espressione, ma gli occhi di Mordred si posarono un istante su di lui prima di agganciare il corno alla cintura. "Ce n'era solo uno." Gawain parlò da sopra la spalla. "E tu e Gaheris dovete avere sempre cose uguali." "Gareth riceverà quello d'oro" disse Gaheris. Parlò nello stesso tono piatto, così poco infantile. Di nuovo Mordred lanciò un'occhiata e di nuovo le palpebre ridiscesero sui suoi occhi. Qualcosa si era registrato in quel cervello freddo ed era immagazzinato per il futuro. Gawain si lavò e asciugò la faccia, poi gettò l'asciugamano a Mordred che lo prese al volo. "Sbrigati, dopo dobbiamo pulirci i piedi. Lei fa un mucchio di storie per i tappeti." Si guardò attorno. "A proposito, dov'è Gareth? "Con lei, naturalmente," disse Gaheris. "Ti aspettavi un completo comitato di ricevimento, fratello?" chiese Agravain. Conversare con i gemelli, pensò Mordred asciugandosi i piedi, era come parlare con un ragazzo e con il suo riflessivo. Gawain disse seccamente: "Basta così. Vi vedrò dopo. Vieni, Mordred, faremo meglio ad andare." Mordred si alzò lisciando le morbide pieghe della tunica nuova e seguì Gawain verso la porta. Il servo, venuto a riprendere il catino, la teneva aperta. Gawain si fermò un attimo senza pensarci, con il gesto naturale di un ospite che cede il passo al suo invitato. Poi, come ricordandosi di qualcosa, passò rapidamente per primo lasciando che Mordred lo seguisse. La porta della regina era, come prima, vigilata dalle guardie. Le spade si abbassarono all'avvicinarsi dei due ragazzi. "Non voi, principe Gawain" disse uno di loro. "Ordini. Solo l'altro." Gawain si fermò di botto, poi si fece da parte con la faccia impietrita. Quando Mordred lo guardò, con pronta una parola di mezza scusa, si voltò rapidamente, senza parlare, e si allontanò a gran passi lungo il corridoio. La sua voce risuonò perentoriamente e consapevolmente regale, quando chiamò un servo. "Tutti e tre" pensò Mordred. "Be, Gawain è ancora generoso per via del salvataggio sulla scogliera, ma gli altri due sono arrabbiati. Dovrò agire con prudenza." Il veloce cervello dietro la fronte liscia sommò tutto assieme e trovò un totale che non gli dispiaceva. Dunque, lo vedevano come una minaccia. Perché? Perché, di fatto, era lui il figlio maggiore di Lot? In un punto nel profondo del suo animo quella piccola scintilla di emulazione, di desiderio, di aspirazione a grandi gesta, brillò come qualcosa di nuovo: l'ambizione. Discontinui ma chiari, i suoi pensieri si svolgevano. "Bastardo o no, io sono il figlio maggiore del re e questo a loro non piace. Significa che sono davvero una minaccia? Devo scoprirlo. Forse l'aveva sposata, mia madre, chiunque fosse...? O forse un bastardo può ereditare ? Artù stesso è stato concepito fuori del vincolo matrimoniale, e così pure Merlino che trovò la spada del re di Britannia... Cosa conta, dopo tutto, essere bastardi? Quel che

conta è ciò che un uomo è." Le spade si alzarono. La porta della regina venne aperta. Spinse da parte quei pensieri confusi e insistenti e giunse al nocciolo della questione. "Devo agire con prudenza" pensò. "Più che con prudenza. Non c'è un motivo al mondo perché lei voglia favorire me ma, se lo fa, devo stare attento. Non solo a loro. Anche a lei. Soprattutto a lei." Entrò. 6 Mordred, durante la solitaria veglia sulla spiaggia e poi il lungo, silenzioso ritorno al palazzo e il tonificante scambio con i gemelli nella camera dei ragazzi, aveva avuto tutto il tempo di riacquistare qualcosa di simile al suo consueto - ed incredibilmente adulto - autocontrollo. Morgause, scrutandolo attentamente mentre si avvicinava, non lo immaginò. Gli effetti ritardati del colpo erano ancora palesi e il disgusto e l'orrore di quello che aveva visto avevano tolto il sangue dal suo viso e la vita dai suoi movimenti. Il ragazzo che avanzava e si fermava davanti alla regina era pallido e silenzioso, con gli occhi rivolti a terra e le mani infilate nella nuova cintura, strette in pugni che parevano voler controllare le sue emozioni. Così lo interpretò Morgause. Era seduta nella sua poltrona accanto alla finestra dove il sole, penetrando, formava un'isola di calore. Gabran era nuovamente uscito portando con sé Gareth, ma le donne della regina erano presenti, all'estremità della stanza, in tre, intente al loro ricamo e una quarta riordinava un cesto pieno di lana appena filata. La rocca lucidata dall'uso era accanto a lei sul pavimento. A Mordred tornò in mente, proprio nel momento in cui meno lo desiderava, come Sula passava lunghe giornate sulla soglia della casa a filare, compito che negli ultimi tempi le era diventato particolarmente doloroso a causa delle dita deformate. Distolse lo sguardo, fissando il pavimento e sperando, con violenza, che le condoglianze e le gentilezze della regina non abbattessero il suo controllo. Non avrebbe dovuto temere. Morgause posò il mento sul pugno, guardandolo. Nei nuovi abiti era principesco e abbastanza simile ad Artù da farle stringere gli occhi e serrare le labbra mentre diceva con voce graziosa e priva di emozione quanto quella di un uccello: "Gabran mi ha detto quello che è successo. Mi dispiace." Pareva del tutto indifferente. Mordred alzò gli occhi, poi li riabbassò e non disse nulla. Del resto, perché avrebbe dovuto importarle? Per lei era un sollievo non dover più pagare. Ma per Mordred... Malgrado tutti gli orpelli della condizione principesca, vedeva la sua posizione. Senza un altro posto in cui andare, era completamente in balia della regina che, a parte il piccolo debito dei fatti della scogliera, non aveva alcun motivo di desiderare il suo bene. Non parlò. Morgause volle subito mettere in chiaro la situazione. "Sembra che, malgrado tutto, la Dea vegli su di te, Mordred. Se tu non fossi stato portato alla nostra attenzione, cosa ne sarebbe stato di te senza una casa o alcun altro modo di procurarti da vivere? Certo avresti potuto benissimo morire insieme ai tuoi genitori adottivi tra le fiamme. Ma se tu fossi sfuggito, non avresti avuto niente. Saresti diventato il servo del primo contadino che avesse avuto bisogno di un abile aiutante per la barca e la pesca. Una servitù, Mordred, è difficile da spezzare quanto la schiavitù." Lui non si mosse né alzò lo sguardo ma lei vide il debole tremito

dei muscoli e sorrise tra sé. "Mordred, guardami." Gli occhi del ragazzo si alzarono, senza espressione. La regina parlò seccamente. "Hai avuto un colpo ma devi lottare per buttartelo alle spalle. Adesso sai di essere un bastardo di re e che tutto quello che dovevi ai tuoi genitori adottivi era il cibo e l'alloggio - e anche quello per ordine del re molti anni fa. Anch'io avevo i miei ordini e vi ho ubbidito. Avrei potuto decidere di non toglierti mai dalla tua casa adottiva, ma il caso e il fato hanno voluto diversamente. Proprio il giorno prima che tu incontrassi il principe Gawain sulla scogliera, ho visto nel cristallo qualcosa che mi ha avvisata." Fece una pausa su quella menzogna. C'era stato un breve lampo negli occhi del ragazzo. Lo interpretò come l'interesse tra spaventato e affascinato che i poveri portavano al suo preteso potere magico. Senza la magia, e il terrore che lei stessa aveva cura che evocasse, una donna avrebbe potuto difficilmente reggere quel regno aspro e violento, così lontano dalle protettive spade dei re che avevano il compito di tenere unita la Britannia. Continuò: "Non fraintendermi, non ho avuto premonizioni del disastro della notte scorsa. Se avessi guardato nella pozza... be, forse. Ma la Dea ha vie misteriose, Mordred. Mi ha detto che saresti venuto da me, e vedi, sei venuto. Così adesso è doppiamente giusto che tu debba dimenticare il passato e faccia del tuo meglio per diventare un guerriero che ha il suo posto qui a corte." Lo scrutò, poi soggiunse in tono più dolce: "E sei davvero il benvenuto. Faremo in modo che tutti ti accolgano come tale. Ma, bastardo del re o no, Mordred, dovrai guadagnarti il tuo posto." "Lo farò, signora." "Allora, adesso va e incomincia." Così Mordred venne assorbito dalla vita del palazzo, una vita a suo modo dura e inflessibile quanto la sua precedente esistenza di contadino, e parecchio meno libera. Il caposaldo delle Orcadi non vantava nulla che un re del continente avrebbe riconosciuto come un terreno di addestramento militare. Fuori del palazzo, la landa saliva dolcemente verso l'entroterra e quella striscia selvaggia, abbastanza pianeggiante e, con il tempo buono, abbastanza secca perché i soldati ci si potessero muovere, serviva da campo di parata, terreno di esercitazione e anche campo di gioco per i ragazzi quando erano liberi di farlo. Il che era quasi ogni giorno per i principi delle Orcadi che non dovevano sottoporsi alle lezioni formali di arti della guerra come i figli dei grandi capi del continente. Se re Lot fosse stato ancora in vita e avesse mantenuto la sua sede a Dunpeldyr, nel suo regno continentale di Lothian, si sarebbe certo assicurato che almeno i suoi figli maggiori uscissero ogni giorno con spada o lancia o persino arco per conoscere i confini del loro paese natale e per vedere qualcosa delle terre che erano alleate e da cui minacce o aiuto potevano venire in tempo di guerra. Ma nelle isole non c'era bisogno di questo genere di vigilanza. Per tutto l'inverno - e l'inverno durava da ottobre a aprile, e a volte maggio - il mare custodiva le coste e spesso persino le isole vicine si vedevano solo come nubi fluttuanti dietro le altre nubi che passavano, cariche di pioggia o di neve, attraverso il mare. In certo modo, i ragazzi preferivano l'inverno. La regina Morgause se ne stava chiusa nel suo palazzo al riparo dai venti incessanti e passava la giornata accanto al fuoco, e loro erano liberi anche dal suo sporadico interesse. Erano liberi di unirsi ai cacciatori di cervi o cinghiali - sulle isole non c'erano lupi - e si

godevano le cavalcate a rotta di collo quando, armati di lancia, seguivano i cani pelosi attraverso la selvaggia e difficile campagna. C'erano anche cacce alle foche, sanguinose, eccitanti scorrerie sulle rocce scivolose dove un passo falso poteva significare una gamba rotta, o peggio. Erano presto diventati abili con l'arco: le isole abbondavano di uccelli che potevano venir cacciati in ogni momento. Quanto a manovrare la spada e alle arti di guerra, gli ufficiali della regina provvedevano al primo esercizio, il resto poteva venir appreso ogni sera girando attorno ai fuochi per la cena dei soldati nel cortile. Di apprendimento culturale non ce n'era. E' possibile che, in tutto quel regno, la regina Morgause fosse la sola a saper leggere. Aveva una cassa piena di libri nella sua stanza e talvolta, accanto al fuoco invernale, ne srotolava uno sotto gli occhi ammirati delle donne che la imploravano di leggerlo per loro. Lo faceva solo di rado perché i suoi libri erano, in maggioranza, collezioni di vecchie leggende che venivano chiamate magie e la regina custodiva gelosamente le sue arti. Di queste i ragazzi non sapevano nulla e non se ne interessavano affatto. Qualunque fosse il potere - ed era abbastanza autentico - che per qualche scherzo del sangue era giunto fino a Morgause e alla sua sorellastra Morgana, non si era trasmesso a nessuno dei suoi figli. E loro lo avrebbero disprezzato. La magia, per loro, era una cosa da donne; e loro erano uomini; avrebbero avuto un potere da uomini; e lo perseguivano con tenacia. Mordred, forse, con più tenacia degli altri... Non si era aspettato che lo accettassero facilmente e subito nella fratellanza dei principi e, in effetti, ci furono difficoltà. I gemelli erano sempre assieme e Gawain si teneva vicino il giovane Gareth, proteggendolo dai pugni e dai calci dei gemelli e, al tempo stesso, cercando di indurirlo per contrastare l'eccessiva indulgenza di sua madre. Fu attraverso di lui che, alla fine, Mordred riuscì a entrare nel cerchio magico dei figli legittimi di Morgause. Una notte, Gawain si svegliò sentendo Gareth che singhiozzava sul pavimento. I gemelli lo avevano buttato fuori dal letto sulla fredda pietra e poi, ridendo, avevano ostacolato i tentativi del bambino di riarrampicarsi al caldo. Gawain, troppo assonnato per intraprendere un'azione drastica, tirò su Gareth nel suo letto, il che significava che Mordred doveva spostarsi e passare nel letto dei gemelli. Questi, completamente svegli e desiderosi di litigare, non si spostarono per fargli posto e, ciascuno dal suo lato del letto, si prepararono a difenderlo. Mordred rimase al freddo per qualche minuto a osservarli mentre Gawain, ignaro di quello che stava succedendo, confortava il bambino senza far caso alle risatine soffocate dei gemelli. Allora, senza tentare di mettersi nel letto, Mordred si protese improvvisamente in avanti e, con un rapido strappo, tolse dai corpi nudi dei gemelli il pesante copriletto di pelliccia e con quello si preparò a sistemarsi sul pavimento. Le loro grida infuriate riscossero Gawain che però si limitò a guardare, stringendo a sé Gareth e ridendo. Agravain e Gaheris, con la pelle d'oca per il freddo, si gettarono tutti pugni e denti su Mordred. Ma lui era più rapido, più forte e spietato. Scaraventò Agravain sul letto con un pugno e lo lasciò lì con il fiato mozzo, poi i denti di Gaheris incontrarono il suo braccio. Allora afferrò la cintura di cuoio dalla cassa su cui l'aveva deposta e frustò l'altro ragazzo sulla schiena e sulle natiche fino a che lui mollò la presa e corse al riparo dietro al letto. Mordred non li seguì. Tornò a buttare la coperta sul letto, lasciò cadere la cintura sulla cassa, poi si arrampicò nel letto coprendosi

contro la gelida corrente che entrava dalla finestra. "Va bene. Adesso è tutto a posto. Venite sotto. Non vi toccherò più a meno che non mi costringiate." Agravain, imbronciato e deglutendo a fatica, attese solo un minuto o due prima di obbedire. Gaheris, tenendosi le natiche con le mani, sputò: "Bastardo! Figlio di pescatore!" "Tutt'e due," disse Mordred equamente. "Il bastardo mi rende maggiore di te e il figlio di pescatore più forte. Quindi, entra e taci. Gaheris guardò Gawain, non ottenne nessun aiuto e, rabbrividendo, obbedì. I gemelli voltarono le spalle a Mordred e, apparentemente, si misero a dormire. Dall'altra parte della camera, Gawain, sorridendo, alzò la mano in un gesto che significava "Vittoria" Gareth, con le lacrime che gli si asciugavano sulle guance, sorrideva beato. Mordred rispose al gesto, poi si avvolse meglio nella coperta e si distese. Presto, ma non prima di essere sicuro che i gemelli erano davvero addormentati, si permise di rilassarsi nel calore della pelliccia e si abbandonò a un sonno in cui, come sempre, i sogni di desiderio e gli incubi erano mischiati in parti uguali. Dopo quella volta, non ci furono più vere liti. Agravain, in effetti, concepì una specie di riluttante ammirazione per Mordred e Gaheris, anche se in questo non seguiva il suo gemello, gli concesse una risentita neutralità. Gareth non fu mai un problema. La sua natura solare e la drastica maniera in cui Mordred aveva vendicato le sue sofferenze, fecero sì che diventasse amico di Mordred. Ma questi ebbe cura di non mettersi tra il bambino e l'oggetto della sua prima adorazione. Gawain era quello che contava di più e dato che aveva in sé qualcosa dei Pendragon, che rimpiazzava lo scuro sangue di Lothian e i perversi poteri di sua madre, avrebbe ben presto odiato ogni usurpatore. Per quel che riguardava Gawain, Mordred stesso rimase neutrale e attese. Era Gawain a dover fare il primo passo. Così passò l'autunno, e l'inverno, e a suo tempo tornò l'estate. La Baia delle Foche era soltanto un ricordo. Mordred, nel comportamento, negli abiti e nella conoscenza delle arti necessarie a un principe delle Orcadi, era indistinguibile dai suoi fratellastri. Essendo maggiore di quasi un anno, era fatalmente accoppiato più con Gawain che con i ragazzi più giovani e sebbene in principio Gawain avesse il vantaggio dell'allenamento, col tempo sarebbe diventato difficile scegliere tra i due. Mordred aveva astuzia, o acume, a testa fredda; Gawain aveva l'abbagliante brillantezza che nei giorni peggiori diventava durezza e, a volte, violenza. Nel complesso, si incontravano da pari a pari con le armi e si rispettavano con simpatia sebbene non con amore. L'amore di Gawain era ancora e sempre per Gareth e, in un modo forzato e spesso infelice, per sua madre. I gemelli ne avevano l'uno per l'altro. Mordred, sebbene accettato e apparentemente di casa, rimaneva sempre al di fuori della famiglia, autosufficiente e, apparentemente, soddisfatto di esserlo. Vedeva poco la regina e non si rendeva conto di quanto attentamente lei lo osservasse. Un giorno, quando l'autunno fu ritornato, scese alla Baia delle Foche. Arrivò in cima al sentiero della scogliera e si fermò, come aveva fatto tante volte, a guardar giù nella verde baia. Era ottobre e il vento soffiava forte. L'erica era nera e pareva morta e qua e là nei luoghi umidi il muschio di stagno cresceva folto e di un verde dorato. Mordred scese il pendio e si diresse con decisione, attraverso l'erba lavata dalla pioggia, verso la porta della sua casa adottiva. In piedi sulla soglia, si guardò attorno. Aveva piovuto forte durante tutta la settimana e pozzanghere recenti stavano qua

e là. In una di esse, appariva qualcosa di bianco. Si chinò e la sua mano incontrò un osso. Per un agghiacciante secondo si fermò, poi con un movimento improvviso, afferrò la cosa e la sollevò. Era un frammento d'osso ma non poteva dire se umano o animale. Rimase lì, tenendolo in mano, cercando deliberatamente di fargli evocare emozioni o ricordi. Ma il tempo e le intemperie avevano fatto il loro lavoro: era ripulito, sterile, indifferente quanto le pietre della spiaggia. Qualunque cosa fossero state quelle persone e quella vita, era finito. Lasciò ricadere l'osso nella pozzanghera e si voltò per allontanarsi. Qualcosa nel suo spirito si dibatteva nello spazio d'aria che stava tra le Orcadi e i regni del continente che costituivano il Sommo Regno. "Ci andrò" si disse. "Perché altrimenti sarebbe successo quello che è successo? Ci andrò e vedrò cosa può fare un principe bastardo, delle Orcadi. Lei non può fermarmi. Prenderò la prossima nave. Poi voltò le spalle alla baia e tornò al palazzo. 7 Non fu con la prossima nave e nemmeno l'anno dopo, che l'occasione si presentò. Nell'attesa Mordred, fedele alla sua natura, si accontentò di stare a guardare e aspettare il momento. Sarebbe andato ma non fino a quando non ci fosse stato qualcosa di sicuro per lui. Sapeva bene quante poche possibilità ci fossero nel mondo al di là delle isole per un ragazzo inesperto e impreparato: uno come lui - bastardo di re o no - poteva finire in uno stato di servitù senza un soldo o nella schiavitù. La vita nelle Orcadi era meglio. Poi, in quella terza estate al palazzo, una certa nave del continente entrò nel porto e divenne, improvvisamente, interessante. La Meridaun era un piccolo mercantile appena giunto da Caer y n'a Von, come ora la gente chiamava la vecchia città guarnigione romana di Segontium nel Galles. Portava vasellame, minerale, ferro di fusione e persino armi per un mercato illegale gestito dai piccoli fabbri delle baracche nel porto fortificato. Portava anche passeggeri e, per gli isolani che si erano raccolti sulla riva per salutarla, questi erano più interessanti delle pur necessarie mercanzie. Le navi portavano notizie e la Meridaun, con il suo carico misto di viaggiatori, portava la più grande notizia che si fosse avuta da anni. "Merlino è morto!" gridò il primo uomo che scese la passerella, tronfio per la notizia, ma prima che la folla, stringendosi ansiosamente attorno, potesse chiedergli altri dettagli, il secondo a scendere dichiarò a gran voce: "Non è vero, gente, non è vero! Non quando abbiamo lasciato il porto, ma è vero che è molto ammalato e non ci si aspetta che arrivi alla fine del mese..." Poco a poco, in risposta alla folla che invocava dettagli, emersero altre notizie. Il vecchio mago era certamente molto malato. C'era stata una recrudescenza della malattia ed era andato in coma - "un sonno simile alla morte" - e da molti giorni non si muoveva né parlava. Dal sonno poteva anche essere passato nella morte. i ragazzi erano scesi con gli altri al porto per raccogliere notizie. I principi più giovani, curiosi ed eccitati dalla confusione e dalla vista della nave, si spinsero avanti con la folla. Ma Mordred rimase indietro. Sentiva il brusio delle conversazioni, le domande gridate, il compiacimento delle risposte. Era circondato dal rumore ma pareva che fosse solo. Era immerso in una specie di sogno.

Già una volta, vagamente, nell'ombra di chissà dove, aveva sentito la stessa notizia raccontata in un sussurro carico di spavento. Tutta la vita aveva sentito raccontare storie di Merlino, il mago re, assieme a storie del Sommo Re stesso e della corte di Camelot; perché, allora, nel profondo di un sogno, aveva già sentito la notizia della morte di Merlino? Sicuramente, allora non era vero. Forse era vero adesso... "Non è vero." "Come sarebbe?" Ritornò in sé con un sussulto. Si rese conto che doveva aver parlato ad alta voce? Gawain, accanto a lui, lo stava fissando. "Cosa vuoi dire, che non è vero?" "Ho detto una cosa simile?" "Lo sai. Di cosa stavi parlando? Di questa notizia sul vecchio Merlino? Come fai a saperlo? E cosa significa per noi, comunque? Pareva che stessi vedendo dei fantasmi." "Forse era così... Io... non so cosa volevo dire." Parlava con impaccio e la cosa era così poco da lui che Gawain lo fissò ancora più intensamente. Poi, i due ragazzi vennero spinti da parte da un uomo che si faceva largo tra la ressa. Reagirono rabbiosamente, poi si scansarono quando si accorsero che l'uomo era Gabran. L'amante della regina gridò perentoriamente sopra la testa della folla: "Voi, lì! Sì, tu e tu e anche tu... Venite con me! Portate le notizie che avete direttamente al palazzo. La regina deve essere la prima a sapere." La folla indietreggiò un poco, imbronciata, e lasciò passare i messaggeri. Questi stavano volentieri con Gabran; si davano importanza e speravano, ovviamente, in una ricompensa. La gente li osservava mentre se ne andavano; poi tornò a rivolgersi alla riva per attaccarsi ai prossimi che sbarcavano. Erano commercianti, dall'aspetto: il primo, stando al bagaglio che portava il suo servo, era un orafo, poi veniva uno che lavorava il cuoio e, per ultimo, un medico viaggiante seguito dal suo schiavo carico di cassette, borse e bottiglie. La folla gli si strinse attorno curiosa. Non c'era un medico in quelle isole del nord e quando uno era malato andava dalla levatrice o, in casi estremi, dal santone o Papa Westray, quindi quella era un'occasione da non perdere. Il dottore, in effetti, non perse tempo per incominciare a fare affari. Rimase in piedi sulla banchina soleggiata e incominciò la sua roboante concione mentre lo schiavo estraeva medicine per tutte le malattie che ci si poteva aspettare che colpissero gli abitanti delle Orcadi. La sua voce era sonora e fiduciosa e tenuta a un tono tale da poter sovrastare ogni altrui tentativo di fare affari. Ma l'orafo, che lo aveva preceduto giù dalla nave, non tentò di installare il suo banco. Era un vecchio, curvo e grigio, i cui abiti stessi esibivano esempi di un lavoro bello e raffinato. Si fermò all'estremità della folla, guardandosi attorno, e si rivolse a Mordred che gli era vicino. "Tu, ragazzo, puoi dirmi... ah, chiedo scusa, giovane signore. Dovete perdonare un vecchio che ha la vista cattiva. Adesso vedo che siete di qualità, e così imploro ancora la vostra gentilezza nel dirmi quale è la strada per la casa della regina." Mordred indicò. "Dritto su per quella strada e girate a destra quando siete all'altare di pietra nera. Il sentiero vi porterà davanti al palazzo. E' il grande edificio che potete vedere... Ma avete detto che la vostra vista è cattiva? Be, se seguite la folla, credo che la maggior parte vada lì adesso, per avere altre notizie." Gawain fece un passo avanti. "Forse voi stesso sapete dell'altro?

Quei tipi con le notizie per la corte... di dove sono? Di Camelot? E voi, orafo, di dove siete?" "Sono di Lindum, giovane signore, nel sudest,ma viaggio, viaggio." "E allora dateci voi delle notizie. Dovete aver sentito, durante il viaggio, tutto quello che gli uomini avevano da dire." "Be, se è per questo, ho sentito molto poco. Non sono un gran marinaio, vedete, e così passo il tempo di sotto. Ma c'è qualcosa che quegli uomini non hanno menzionato. Immagino che volessero essere i primi a dare le notizie. C'è un corriere reale a bordo. Stava male quanto me, poveraccio, ma anche senza questo dubito che avrebbe condiviso le sue notizie con gente qualunque come noi." "Un corriere reale? Dove è salito a bordo?" "A Glannaventa." "Sarebbe nel Rheged?" "Proprio così, giovane signore. Non è ancora sbarcato, vero Casso?" Si era rivolto allo schiavo, un uomo alto che stava dietro di lui e portava i bagagli. L'uomo scosse la testa. "Be, andrà dritto al palazzo, di questo potete essere certi. Se volete notizie calde, giovani signori, farete meglio a seguirlo. Quanto a me, sono un vecchio e finché riesco a continuare con il mio mestiere, il resto del mondo non mi interessa. Vieni, Casso, hai sentito? Su per quel sentiero fino all'altare di pietra nera. Poi gira a est." "A ovest" disse rapidamente Mordred allo schiavo. L'uomo assentì sorridendo, poi prese il braccio del suo padrone e lo guidò su per i rozzi gradini verso la strada. La coppia procedeva faticosamente e sparì dietro la capanna dove vivevano gli incaricati del porto. Gawain rideva. "Bene, questa volta il montone del palazzo ha fatto uno sbaglio? Scortare un paio di chiacchieroni dalla regina e non aspettare nemmeno di sapere che c'era a bordo un messaggero del re! Chissà..." Non finì la frase. Alcune grida e un certo trepestio sul ponte indicavano l'avvicinarsi di qualcuno di importante e in quel momento un uomo emerse da sotto, ben vestito e con la barba curata ma ancora pallido per il mal di mare. Alla cintura aveva una borsa da messaggero con lucchetto e sigillo. Scese la passerella dandosi molta importanza. Lasciando il medico, alcuni degli astanti si diressero verso di lui e con essi i ragazzi, ma rimasero delusi. il corriere, ignorando tutti e rifiutando di rispondere alle domande, salì i gradini e si diresse rapidamente verso il palazzo. Nel momento in cui oltrepassarono le ultime capanne del villaggio, Gabran gli andò incontro di gran fretta, questa volta con una scorta reale di uomini armati. "Bene, adesso lo sa," disse Gawain. "Vieni, sbrighiamoci." E i ragazzi si avviarono su per la collina sulla scia del messaggero. La lettera che il corriere portava veniva dalla sorella della regina Morgana, regina di Rheged. Non c'era spreco d'amore tra le due signore ma un legame più forte dell'amore le univa: l'odio per il loro fratello, il re Artù. Morgause lo odiava perché sapeva che Artù detestava e temeva il ricordo del peccato che lo aveva indotto a consumare con lei; Morgana perché, sebbene sposata a un grande re guerriero Urbgen, voleva un uomo più giovane e un regno più grande. E' umano odiare quelli che, senza colpa, speriamo di distruggere e Morgana era pronta a tradire sia il fratello che il marito pur di realizzare i suoi desideri.

Era sul primo di quei desideri che scriveva a sua sorella. "Ti ricordi Accolon? Adesso ce l'ho. Morirebbe per me. E dovrà farlo se, per caso Artù o quel diavolo di Merlino dovessero sapere dei miei piani. Ma sta tranquilla, sorella; so da fonte autorevole che quel mago è malato. Saprai che ha preso una pupilla in casa sua, una ragazza figlia di Dyonas delle Isole del Fiume, che era una delle Signore del Lago a Ynys Witrin. Adesso dicono che è la sua amante e che, approfittando della sua debolezza, fa di tutto per apprendere da lui il suo potere e che è sul punto di rubargli tutto e lasciarlo a secco e confinato per sempre. So che si dice che il mago non può morire ma se questa storia è vera, allora una volta che Merlino sarà indifeso e soltanto la ragazza Nimuë si troverà in casa sua, chi può dire di quale potere noi vere streghe possiamo impadronirci?" Morgause, che leggeva stando accanto alla finestra, fece una smorfia di impazienza e disprezzo. "Noi vere streghe." Se Morgana pensava anche solo di potersi avvicinare all'arte di Morgause, era solo una sciocca troppo ambiziosa. Morgause, che aveva guidato i primi passi della sua sorellastra nella magia, non poteva mai ammettere, neppure a se stessa, che la naturale attitudine di Morgana alla stregoneria l'aveva già portata a superare, con le sue pozioni sessuali e i suoi velenosi incantesimi, la strega delle Orcadi quasi quanto Merlino, ai suoi tempi, le aveva superate entrambe. Non c'era molto d'altro nella lettera. "Per il resto," aveva scritto Morgana, "il paese è tranquillo e questo significa, temo, che il mio signore il re Urbgen sarà presto a casa per l'inverno. Corre voce che Artù vada in Bretagna, in pace, per far visita a Hoel. Al momento si trova a Camelot nelle gioie del matrimonio, sebbene non ci sia ancora segno di un erede." Questa volta Morgause, leggendo, sorrise. Dunque, la Dea aveva sentito le sue innovazioni e apprezzato i suoi sacrifici. Le voci erano vere. La regina Ginevra era sterile e il Sommo Re, che non l'avrebbe ripudiata, doveva rimanere senza un erede del suo corpo. Guardò fuori della finestra. Eccolo lì quello che, tanti anni fa, avrebbe dovuto essere annegato. Se ne stava con gli altri ragazzi sul prato pianeggiante fuori delle mura, dove il servo dell'orafo aveva sistemato la tenda e la cucina del suo padrone, e il vecchio chiacchierava con i ragazzi mentre quello sistemava le sue cose. Morgause si staccò bruscamente dalla finestra e, al suo richiamo, un paggio arrivò di corsa. "Quell'uomo là fuori, è un orafo? Appena arrivato con la nave? Capisco. Allora, va a dirgli di portarmi alcuni dei suoi lavori. Se è abile, allora qui ci sarà lavoro per lui e abiterà all'interno del palazzo. Ma il lavoro deve essere buono, adatto alla corte di una regina. Diglielo, o è inutile che mi disturbi." Il ragazzo corse via. La regina, con la lettera in grembo, guardò oltre la brughiera, oltre il verde orizzonte dove il cielo rifletteva l'interminabile scintillio del mare e sorrise, vedendo ancora la visione che aveva avuto, racchiusa nel cristallo, delle alte torri di Camelot e di se stessa, con suo figlio al fianco, che portava ad Artù i ricchi doni che sarebbero stati il suo lasciapassare per il potere e il favore. E il dono più ricco di tutti era lì, sotto la sua finestra: Mordred, il figlio del Sommo Re. Sebbene fino a quel momento solo la regina lo sapesse, quella sarebbe stata l'ultima estate che i ragazzi avrebbero passato assieme

sull'isola, ed era una bella estate. Il sole splendeva, i venti erano caldi e moderati, la pesca e la caccia buone. I ragazzi passavano la giornata all'aria aperta. Da qualche tempo, sotto la guida di Mordred, erano persino usciti in mare, cosa che gli isolani non facevano facilmente per divertimento dato che le correnti, in quel punto d'incontro di due grandi mari, erano infide e pericolose. All'inizio, Gaheris ebbe il mal di mare ma si vergognava di permettere che il "figlio di pescatore" avesse la meglio su di lui, così insistette e, con il tempo, diventò un discreto marinaio. Gli altri tre veleggiavano come gabbiani sulle onde e un nuovo rispetto crebbe tra i "veri principi" e il ragazzo maggiore quando videro quanto era bravo e con che autorità manovrava la barca in quelle acque difficili. Le sue abilità marinare, veramente, non furono mai messe alla prova in acque difficili; l'indulgenza della regina si sarebbe rapidamente esaurita se avesse saputo di qualche vero rischio e tutti e cinque tennero quindi la bocca chiusa sui momenti più eccitanti e poterono esplorare le coste senza venir mai rimproverati. Anche se i consiglieri di Morgause sapevano quali rischi si potevano incontrare anche nelle acque estive, non le dissero niente: un giorno Gawain sarebbe stato re e il suo favore veniva già ricercato. Morgause, di fatto, si interessava poco a quello che succedeva fuori delle mura del palazzo e "Alle streghe non piace navigare" diceva Gareth senza rendersi conto delle implicazioni delle sue parole. In effetti, i principi erano piuttosto orgogliosi della reputazione di strega della loro madre. Questa si rivelò in certo modo durante quell'estate. Beltane, l'orafo, e il suo schiavo Casso erano ospitati in uno degli edifici esterni del palazzo e ogni giorno si poteva vederli fare il loro mestiere nel cortile. Questo avveniva su ordine della regina: aveva dato loro argento e un po di pietre preziose portate via anni prima da Dunpeldyr e li aveva messi a fabbricare monili, anelli da braccio e altri gioielli "adatti a un re" Non aveva detto a nessuno perché ma correva voce che la regina avesse avuto una visione magica riguardante oggetti di tanta bellezza e prezzo, e che il fabbro fosse arrivato - per magia o chissà cosa - solo per far coincidere la realtà con il sogno. E, certamente, quegli oggetti erano molto belli. Il vecchio era un eccezionale artigiano, anzi, un artista di raro gusto che era stato istruito - come non si stancava mai di dire - dai migliori maestri. Sapeva lavorare sia alla moda celtica, con quei disegni di angoli secchi e linee fluide, sia anche secondo sistemi che diceva di aver appreso dai sassoni nel sud, con smalto e niello e i metalli trattati a filigrana. Il lavoro più fine lo faceva personalmente; era miope quanto più non si poteva per le cose normali, quasi cieco, ma poteva fare il lavoro da vicino con una precisione meravigliosa. I lavori più grandi e quelli più generici venivano eseguiti dallo schiavo Casso che di tanto in tanto era autorizzato ad accettare anche riparazioni e altre ordinazioni locali. Casso era silenzioso quanto Beltane era ciarliero e ci volle qualche tempo prima che i ragazzi - che passavano molte ore a gironzolare attorno al fuoco quando si faceva qualcosa di interessante - scoprissero che Casso era muto. Così tutte le loro domande erano rivolte a Beltane che parlava e lavorava allegramente e senza sosta: ma Mordred, che osservava silenzioso quasi quanto lo schiavo, vide che quest'ultimo perdeva ben poco dei discorsi che si facevano e, quando, di tanto in tanto alzava gli occhi, dava l'impressione di un'intelligenza superiore a quella del suo maestro. L'impressione era momentanea e presto dimenticata: un principe non aveva pensieri da sprecare su uno schiavo muto e Mordred, in quei giorni, era completamente il

principe, accettato dai suoi fratellastri - tanto da esserne sorpreso e più che mai nelle grazie della regina. Così l'estate trascorse e, alla sua fine, la magica previsione della regina fu confermata. In una bella giornata di settembre, un'altra nave entrò in porto. E venne la notizia che cambiò la vita per tutti loro. 8 Era una nave reale. I ragazzi furono i primi a vederla. Quel giorno erano usciti con la loro barca e stavano pescando nel fiordo. La nave arrivò con il vento in poppa, le vele completamente spiegate e inalberando un pennone che, sebbene nessuno di loro lo avesse mai visto prima, riconobbero subito, con eccitazione. Un drago rosso in campo giallo oro. "Lo stendardo del Sommo Re!" Mordred, che era al timone, fu il primo a vederlo. Gaheris, che non si controllava mai molto, lanciò un grido di esultanza, selvaggio quanto un grido di guerra. "Ci ha mandati a prendere! Andremo a Camelot! Nostro zio il Sommo Re si è ricordato e ci ha mandati a prendere!" Gawain disse, lentamente: "Dunque lei ha visto il vero. I doni d'argento sono per re Artù. Ma se lei è sua sorella, perché ha bisogno di portargli dei doni come quelli?" I suoi fratelli non gli diedero retta. "Camelot!" disse Gareth, sgranando gli occhi. "Non vorrà te." Questa volta era Agravain, duro. "Sei troppo giovane. E, comunque, lei non ti lascerebbe andare. Ma se tuo zio il Sommo Re manda a prendere noi, come può impedircelo?" "Ci andresti?" Era Mordred, duro. "Cosa vuoi dire? Per forza. Se il Sommo Re..." "Sì, lo so. Volevo dire, hai voglia di andarci?" Agravain lo fissò. "Sei matto? Non volerci andare? E perché mai non dovrei volerlo?" "Perché il Sommo Re non è mai stato amico di nostro padre, ecco cosa Mordred vuol dire" intervenne Gaheris. E soggiunse, con cattiveria: "Be, possiamo capire perché Mordred non oserebbe andare, ma il Sommo Re è fratello di nostra madre, dopo tutto, e perché dovrebbe essere nemico nostro anche se lo era di nostro padre?" Lanciò un'occhiata a Gawain. "Era questo che intendevi? Che sta preparando quei tesori per pagarsi il ritorno a corte?" Gawain, affaccendato con una corda, non rispose. Gareth, comprendendo solo metà di quel che veniva detto, intervenne con calore: "Se lei ci va, allora porterà anche me, so che mi porterà!" "Pagarsi il rientro!" Agravain lo ripeté rabbiosamente. "Ma è una pazzia! E' facile capire cosa è successo. E' stato quel maledetto vecchio Merlino che ha avvelenato la mente del Sommo Re contro di noi, e adesso che finalmente è morto, perché sono pronto a scommettere che è questa la notizia che la nave porta, noi possiamo andare a corte a Camelot e guidare i Compagni del Sommo Re! " "Sempre meglio." Mordred parlò ancora più duramente di prima. "Ti ho chiesto se avevi voglia di andarci perché mi ricordavo che tu non approvi la sua politica." "Oh, la sua politica!" disse Agravain con impazienza. "Questo è diverso. Potrebbe essere l'occasione per andarcene di qui e trovarci dove succedono le cose. Lascia solo che io vada a Camelot e

abbia almeno una mezza occasione di vedere un po di vita e di combattimenti, e al diavolo la sua politica!" "Ma che combattimenti ci saranno? Il punto è questo, non è vero? E' per questo che eri tanto arrabbiato. Se davvero è deciso a concludere una pace durevole con Cerdic il Sassone, non vedrai nessun combattimento." "Ha ragione" disse Gaheris. "Vedremo. Per prima cosa credo che nemmeno Artù riuscirà a far accettare e mantenere delle condizioni a un re sassone, e per seconda cosa quando io sarò lì e a portata di qualunque sassone, trattato o no, ci sarà da combattere!" "Belle parole" disse Gaheris con disprezzo. "Ma, se c'è un trattato..." incominciò Gareth, indignato. Gawain li interruppe. La sua voce era tesa e incolore per reprimere l'eccitazione. "Tenete la lingua a posto, tutti. Torniamo a casa e cerchiamo di sapere. Sarà sicuramente qualcosa di importante. Mordred, possiamo puntare verso riva?" (Mordred era il capo riconosciuto di quelle spedizioni in mare come Gawain lo era di quelle in terraferma.) Mordred annuì e diede gli ordini per ridurre la vela. Il fatto che assegnasse i compiti più duri ad Agravain non era forse un caso, ma questi non disse niente, si attaccò alle sartie e aiutò a portare la barca verso terra nella scia ormai larga della nave del re. Che la nave portasse o meno un messaggio riguardante i ragazzi, un inviato reale era stato sicuramente a bordo ed era andato a terra prima ancora che la nave fosse ormeggiata alla banchina. Sebbene non avesse parlato con nessuno salvo per un breve ringraziamento agli uomini della regina che lo avevano accolto, parte del suo messaggio era già nota all'equipaggio, e quando i ragazzi portarono in secca la loro barca e ne scesero, le parole passavano di bocca in bocca con un tono di riverenza e timore misto al furtivo eccitamento della povera gente al pensiero di un così importante cambiamento in alto loco. I ragazzi si avvicinarono alla folla, ascoltando dove potevano, interrogando quelli dell'equipaggio che già si trovavano sulla banchina. Era come avevano immaginato. Finalmente il vecchio mago era morto. Era stato seppellito, con uno splendido funerale, nella sua grotta di Bryn Myrddin, vicino a Maridunum dove era nato. Uno dei soldati che accompagnavano il messo del re era stato lì in servizio e raccontava colorite storie del seppellimento, del dolore del Re, dei fuochi accesi in lungo e in largo in tutto il paese e, finalmente, del ritorno della corte a Camelot e dell'invio della nave reale alle Orcadi. Su questo punto i marinai erano vaghi ma correva voce, dissero, che la regina Morgause e la sua famiglia dovessero essere ricondotti subito sul continente. "Ve lo avevo detto!" disse Gaheris ai suoi fratelli, trionfante. Incominciarono a correre lungo la strada che portava al palazzo. Mordred, dopo un attimo di esitazione, li seguì. Improvvisamente, a quanto pareva, le cose erano cambiate. Era di nuovo tagliato fuori e i quattro figli di Lot, uniti nella dorata prospettiva che si apriva davanti a loro, parevano appena notarlo. Parlavano animatamente, seguitando a correre. " ed è stato Merlino a consigliare al Sommo Re di fare la pace sassone" ansimò Agravain. "Così, forse, adesso vedremo nostro zio riprendere la spada" disse Gaheris tutto contento. "E avrà bisogno di noi..." "E romperà il suo giuramento?" chiese seccamente Gawain.

"Forse non è soltanto noi che vuole" disse Gareth. "Forse vuole anche nostra madre, adesso che Merlino è morto. Era un uomo perfido, l'ho sentito dire, e la odiava perché era geloso delle sue magie. Me lo ha detto lei. Magari, adesso che è morto, nostra madre farà le magie per il Re al suo posto." "La maga del re? Ne ha già una" disse Gawain. "Non lo sapete? La signora Nimuë ha il potere di Merlino, e il re si rivolge a lei per ogni cosa. Così dicevano." Ormai erano vicini al portone. Smisero di correre. Gareth si rivolse al suo fratellastro. "Mordred, quando andremo a Camelot, sarai l'unico a rimanere qui. Cosa farai?" L'unico a rimanere qui... Il primogenito del re delle Orcadi, lasciato solo, unico tra tutti i principi, alle Orcadi? Mordred vide lo stesso pensiero colpire Gawain nello stesso momento. Disse, brevemente: "Non ci ho pensato. Su, andiamo a sentire cosa ha da dire quell'uomo." E corse dentro attraverso il portone. Gawain si fermò per un attimo sui suoi passi, poi lo seguì e gli altri con lui. il palazzo era tutto un brusio di voci ma nessuno sapeva nulla di più di quanto i ragazzi avevano già sentito. L'inviato era ancora chiuso a colloquio con la regina. La gente si affollava nei corridoi e nella sala, ma cedette il passo ai principi quando, dopo poco, ripuliti e cambiati, oltrepassarono le porte che conducevano alle stanze private della regina. Il tempo scorreva. La luce incominciava a svanire e i servi andarono attorno ad accendere le torce. Era ora di mangiare. Gli odori di cucina invasero le stanze rammentando ai ragazzi la loro fame. Eccitati com'erano, non avevano mangiato le focacce d'orzo che avevano nella barca. Ma la porta della regina seguitava a restare chiusa. Una volta udirono la sua voce che si alzava tagliente, ma era impossibile dire se per ira o eccitazione. I ragazzi erano a disagio e si guardarono tra loro. "Deve essere vero che dobbiamo andare" disse Agravain. "Quale altro messaggio avrebbe potuto mandare il Sommo Re nostro zio con una nave reale?" "Anche se così non è" disse Gawain, "possiamo sicuramente mandare un messaggio con la nave al Sommo Re nostro zio, almeno per ricordargli che esistiamo." ("E se uno di loro dice ancora una volta "Il Sommo Re nostro zio", pensò Mordred con selvaggia irritazione, "mi metterò a gridare "Mio padre il re di Lothian e delle Orcadi", e vedremo cosa avranno da dire!") "Sst" disse ad alta voce, "sta uscendo. Adesso sapremo." Ma non avrebbero saputo ancora niente. La porta della regina si aprì e l'inviato uscì tra le guardie con una faccia chiusa da cui non si poteva capire nulla, come è abituata a fare la gente di quel genere. Avanzò senza guardare né a destra né a sinistra e la gente gli fece largo. Nessuno gli rivolse la parola e i principi stessi si scostarono senza fare nessuna delle ansiose domande che bruciavano le loro labbra. Persino lì, in quelle isole perse tra i venti del nord, si sapeva che non si interroga un inviato del re così come non si può interrogare il re stesso. Lui li oltrepassò sfiorandoli come se non esistessero, come se un semplice messaggero del re fosse più importante di tutti i principi delle isole. Un ciambellano si avanzò per prendersi cura di lui e lo scortò nelle stanze messe a sua disposizione nel palazzo. E per tutto quel

tempo la porta della regina rimase chiusa. "Voglio la mia cena" disse Gareth con decisione. "Sembra che l'avremo" disse Agravain, "molto prima che lei si decida a dirci cosa sta succedendo." Si dimostrò che così era. Era tardi, quasi l'ora in cui solitamente i ragazzi si coricavano, quando la regina li mandò finalmente a chiamare. "Tutti e cinque?" ripeté Gawain quando venne il messaggio. "Tutti e cinque" disse Gabran. Non poteva fare a meno di guardare con curiosità Mordred, e le altre quattro paia di occhi seguirono i suoi. Mordred, dominandosi contro l'improvviso insorgere dell'eccitazione, della speranza, dell'apprensione, pareva, come era sua abitudine, distaccato e inespressivo. "E sbrigatevi" disse Gabran tenendo aperta la porta. Si sbrigarono. Entrarono in fila nella camera di Morgause, silenziosi, in attesa e nervosamente ammirati per quello che vedevano lì. La regina aveva usato il lungo intervallo dopo l'uscita dell'inviato per cenare, parlare con i suoi consiglieri, avere un tempestoso ma soddisfacente piccolo interludio con Gabran, dopo di che si era fatta lavare dalle sue donne, vestire con le vesti di stato e aveva predisposto uno scenario regale per il colloquio con i suoi figli. Dalla sala aveva fatto portare il suo seggiolone dorato e vi stava seduta accanto al fuoco di torba con i piedi su uno sgabello cremisi. Nessun altro era presente; le donne erano state congedate da tempo. Fuori della finestra, la luna di mezzanotte, al suo pieno, era passata dall'oro all'argento e una stretta lama di luce attraversava il seggiolone di Morgause facendo scintillare l'oro e affondando nelle pieghe della sua veste. Aveva indossato uno dei suoi abiti più belli, un fluido splendore di velluto color bronzo. La cintura era d'oro e smeraldi e i capelli intrecciati con l'oro erano ornati da uno dei diademi reali: un sottile cerchio di rosso oro celtico che era appartenuto a re Lot e che i ragazzi, fino ad allora, avevano visto solo quando avevano avuto il permesso di partecipare finalmente ai consigli reali. Le torce erano state spente e nessuna lampada era accesa. Lei era seduta tra il fuoco e la luna, regale e bellissima. Mordred, forse l'unico dei cinque, notò quanto era pallida sotto l'insolito rossore delle gote. "Ha pianto" pensò, poi, con più realismo e con quel tocco di ghiaccio che era di Artù: "Ha bevuto. Gawain ha ragione. Se ne vanno. E cosa sarà di me? Perché mi ha chiamato? Forse perché hanno paura di lasciarmi qui solo, visto che sono il primogenito di Lot? Qui da solo, e figlio di re, cosa sarà di me?" La sua faccia non lasciò trasparire i pensieri che galoppavano; rimase immobile accanto a Gawain, più alto di lui di mezza testa, ed attese con l'aria di essere il meno interessato di tutta la stanza. Poi vide che, di tutti loro, la regina guardava solo lui, Mordred, e il suo cuore ebbe un sussulto, prima di avviarsi a un battito rapido e forte. Finalmente Morgause gli tolse gli occhi di dosso e li guardò tutti per un poco, in silenzio. Poi parlò. "Voi tutti sapete che la nave che si trova nel porto viene da parte di mio fratello re Artù e ha portato il suo ambasciatore con messaggi per me." Nessuna risposta. Non se l'aspettava. Osservò la fila dei ragazzi, le facce sollevate, gli occhi che incominciavano a brillare di gioiosa aspettativa. "Vedo che avete fatto delle ipotesi e immagino

che siano giuste. Sì, è finalmente venuta la convocazione che so avete desiderato per molto. E io pure, anche se è venuta in un modo che non posso considerare favorevole... Dovete andare a Camelot alla corte del Sommo Re vostro zio." Fece una pausa. Gawain, il privilegiato, disse rapidamente: "Signora madre, se questo vi addolora me ne dispiace moltissimo. Ma non abbiamo sempre saputo che sarebbe successo? Proprio come sappiamo che l'addestramento e la fortuna, per quelli del nostro sangue, vanno prima o poi trovati sul continente e nel mezzo degli eventi e non qui in queste isole." "Certo." Una mano tamburellava sul tavolo dove si trovava, mezzo srotolata, la lettera del re. Mordred incominciò a chiedersi in che termini dovesse essere quella lettera per aver fatto cercare a Morgause la consolazione della bottiglia e per tenderla a un punto tale che pareva di veder vibrare ogni suo nervo come la corda di un liuto troppo accordato. Gawain, incoraggiato dalla sua breve risposta, chiese impulsivamente: "E allora, perché non vi rallegrate della convocazione? Non è che perderete..." "Non si tratta della convocazione in sé ma del modo in cui è venuta. Tutti sapevamo che un giorno sarebbe successo, quando... quando il mio principale nemico se ne fosse andato dal fianco del Re. Lo avevo previsto e avevo i miei piani. Avrei fatto restar qui te, Gawain: tu devi essere re e il tuo posto è qui, in mia presenza o meno. Ma lui ha chiesto di te e quindi devi andare. E quest'uomo che ci ha mandato, questo ambasciatore come lui si definisce (la sua voce era piena di disprezzo) deve star qui al tuo posto in qualità di reggente. E chi può dire a cosa questo porterà? Ti dirò francamente che ho paura. Paura che, una volta che tu e i tuoi fratelli sarete fuori dalle Orcadi, Artù ti voglia togliere, in favore di questa sua creatura, l'unica terra che ancora ti rimane, come ha preso Lothian, e lasci qui quest'uomo al posto tuo." Gawain, rosso di eccitazione, era disposto a discutere. "Ma, madre... signora... sarà poi così? Qualunque cosa abbia fatto a Dunpeldyr per inimicizia verso nostro padre il re Lot, voi siete sua sorella e noi suoi stretti parenti, gli unici che ha. Perché dovrebbe volerci umiliare e spogliare?" E soggiunse, astutamente: "Non lo farà! Tutti quelli con cui ho parlato - marinai, viaggiatori e i mercanti che sono venuti qui da tutto il mondo - tutti dicono che Artù è un grande re e agisce solo secondo giustizia. Vedrete, signora madre, non c'è niente da temere." "Parli come un ragazzino" disse bruscamente Morgause. "Ma una cosa è certa, qui non si può fare niente, non si guadagna niente disubbidendo alla convocazione del Re. Tutto quello che possiamo fare è fidarci del salvacondotto che ci ha mandato, ma una volta in presenza di Artù possiamo portare la nostra voce nel suo consiglio - fin nella Sala Rotonda se sarà necessario - e vedere se, in faccia a me, sua sorella, e a voi, suoi nipoti, può rifiutarci i nostri diritti su Dunpeldyr." La nostra voce? I nostri diritti? Nessuno pronunciò le parole ma il pensiero passò da ragazzo a ragazzo con l'acidità della delusione. Nessuno di loro aveva ammesso con se stesso che quel tanto desiderato allargamento del loro mondo recava in sé anche la promessa di liberarli da una capricciosa regola materna. Ma ciascuno, ora, provava un deprimente senso di sconfitta. Morgause, madre e strega, lo lesse perfettamente. Le sue labbra si arricciarono. "Sì, ho parlato al plurale. Gli ordini sono chiari. Devo presentarmi alla corte di Camelot appena il Sommo Re ritorna dalla Bretagna. I motivi non sono spiegati. Ma devo

portare con me", e la sua mano toccò nuovamente la lettera di Artù, "tutti e cinque i principi." "Ha detto lui "tutti e cinque"?" Questa volta la domanda esplose dai gemelli che parlarono assieme. Gawain non disse niente ma si voltò a fissare Mordred. Quanto a Mordred, non avrebbe potuto parlare. Una sensazione confusa lo aveva colto, di esaltazione, di delusione, di piani fatti e abbandonati, di orgoglio e di prevista umiliazione. E di paura. Doveva andare a Camelot per ordine del Sommo Re in persona. Lui, il bastardo di quel re un tempo nemico. Possibile che tutti e cinque i figli di Lot fossero convocati verso una dannazione che fino a quel momento era stata evitata solo dalla presenza del mago? Respinse immediatamente quel pensiero. No, i principi legittimi figli della sorella del Sommo re erano anche Re; ma che diritto aveva lui, Mordred, ai favori di Artù? Nessuno: solo un ricordo di inimicizia e la storia di un passato tentativo di farlo morire annegato. Forse la memoria di Artù era lunga e adesso avrebbe finito il lavoro iniziato con quel massacro di mezzanotte di tanti anni prima... Riportò la sua attenzione a quello che la regina stava dicendo. Avrebbero preso la loro nave, pareva, la Orc, che grazie alle magiche previsioni di Morgause era pronta, calafatata e dipinta e arredata con il lusso a cui lei non poteva rinunciare. E anche i doni che avrebbero portato erano pronti, e gli abiti per i ragazzi, le vesti e i gioielli per la loro madre. Gabran sarebbe andato con loro, e gli uomini della guardia reale, e un Consiglio di quattro persone sarebbe rimasto in carica sotto l'ambasciatore del Sommo Re... E dal momento che il Sommo Re non sarebbe stato di ritorno a Camelot prima della fine di ottobre, il loro viaggio si poteva fare con comodo e avrebbero avuto il tempo di far visita alla regina Morgana a Rheged... "Mordred!" Lui sussultò: "Signora?" "Resta. Gli altri vadano. Ailsa!" La vecchia apparve sulla soglia della camera da letto. "scorta i principi alla loro camera e occupati di loro. Vedi che non indugino a parlare ma vadano dritti a letto. Gabran, lasciami! No, di là. Aspettami." Gabran girò sui tacchi ed entrò nella camera da letto. Gawain, seguendolo con una smorfia, incontrò gli occhi della madre, cancellò la smorfia dalla sua faccia e sospinse in avanti i suoi fratelli perché le baciassero la mano. Ailsa li portò fuori già rimbrottandoli prima ancora che la porta fosse chiusa. Mordred, solo con la regina, sentì la pelle fremere mentre si preparava ad ascoltare quel che lei gli avrebbe detto. 9 Quando la porta si richiuse dietro gli altri ragazzi, Morgause si alzò improvvisamente e andò alla finestra. La mossa la tolse dalla luce del fuoco per immergerla nell'argento cereo della luna. La luce fredda alle sue spalle lasciava la faccia e la figura nel buio ma accendeva il contorno dei capelli e della veste per cui pareva una creatura d'ombra bordata di luce, visibile a metà e totalmente irreale. Mordred sentì ancora la tensione della pelle come avviene a un animale che drizza il pelo all'avvicinarsi del pericolo. Era una strega e come tutti in quelle isole anche lui temeva i suoi poteri che considerava reali e naturali

quanto il buio che segue alla luce del giorno. Era troppo inesperto e troppo intimorito dalla regina per rendersi conto che lei era imbarazzata e anche, suo malgrado, profondamente a disagio. L'inviato del Sommo Re era stato freddo e conciso; la lettera che le aveva portato era soltanto un breve ordine reale, steso in forma ufficiale, che domandava la presenza sua e dei cinque ragazzi non venivano chiariti i motivi, non si prevedevano scuse e sulla nave c'era una scorta di soldati che avrebbero assicurato l'esecuzione dell'ordine. Le domande di Morgause non avevano ottenuto niente di più dall'ambasciatore il cui freddo comportamento era già di per sé una minaccia. Non era certo, ma pareva probabile dai termini di quell'ordine, che Artù avesse scoperto dov'era Mordred; ovviamente sospettava, anche se non lo sapeva per certo, che il quinto ragazzo alla corte delle Orcadi fosse suo figlio. Come facesse a saperlo, Morgause non riusciva a immaginarlo. Era stato un pettegolezzo comune, tanti anni prima, che lei fosse andata a letto con il suo fratellastro Artù in prossimità delle nozze con Lot ed avesse a tempo debito partorito un figlio, ma si riteneva anche comunemente che quel figlio, insieme agli altri bambini di Dunpeldyr, fosse stato assassinato. Era sicura che nessuno lì alle Orcadi sapesse o sospettasse chi era Mordred: i sussurri, a corte, erano tutti sul "bastardo di Lot", il ragazzo a cui la regina aveva riservato i suoi favori. Naturalmente, c'erano anche altre voci più salaci, ma quelle divertivano soltanto la regina. Ma, chissà come, Artù sapeva. E la sua lettera non lasciava dubbi. I soldati l'avrebbero scortata a Camelot insieme a tutti i suoi lì. Morgause, davanti al figlio che sarebbe stato il suo passaporto per i favori di Artù, per un rinnovarsi del suo potere al centro degli affari, stava cercando di decidere se dirgli lì e subito di chi era figlio. Durante gli anni in cui era stato al palazzo, vivendo e imparando assieme ai suoi fratellastri, non aveva mai preso in considerazione l'idea di dirgli tutta la verità. Sarebbe venuto il momento, si era detta, di rivelarglielo e poi di usarlo; o il tempo o i suoi poteri magici le avrebbero detto quando. La verità era che Morgause, come molte donne che agiscono soprattutto attraverso la loro influenza sugli uomini, era più astuta che intelligente e, inoltre, era pigra per natura. Così gli anni erano passati, Mordred era rimasto nell'ignoranza e il suo segreto era noto solo a sua madre e a Gabran. Ma ora, chissà come, Artù, colpito dalla morte di Merlino, lo sapeva anche lui e mandava a chiamare suo figlio. E sebbene per anni Morgause avesse denigrato Merlino per odio e per paura, sapeva che era stato lui che aveva originariamente protetto sia Mordred che lei dall'impetuoso furore di Artù. E allora, cosa voleva adesso Artù? Uccidere Mordred? Essere finalmente sicuro? Non riusciva a immaginarlo. Quel che sarebbe successo a Mordred non la preoccupava se non in quanto avrebbe influito anche su di lei e per se stessa era molto apprensiva. Dopo la notte in cui aveva giaciuto con il suo fratellastro per generare il bambino, non aveva più visto Artù; le storie del re potente e brillante non quadravano perfettamente con i suoi ricordi del ragazzo ardente che aveva portato con deliberazione nel suo letto. Restò con le spalle rivolte alla luna splendente. La sua faccia era nascosta e quando parlò la voce era freddamente normale. "Anche tu, come Gawain, hai parlato con i marinai e i mercanti che sbarcavano qui?"

"Sì, certo signora. Di solito gente per sentire le notizie." "E qualcuno di loro... Voglio esattezza... Qualcuno di loro, ha cercato di tirarti da parte delle domande?"

scendiamo al porto insieme alla che tu cerchi di ricordare con durante gli scorsi mesi o settimane, per parlare con te, oppure ti ha fatto

"Non credo... A che proposito, signora?" "sul tuo conto. Chi sei e cosa fai qui al palazzo assieme ai principi." Pareva un discorso ragionevole. "Molta gente, qui, ormai sa che sei un bastardo di re Lot che è stato allevato da genitori adottivi e, alla loro morte, è venuto qui. Quel che non sanno è che sei stato salvato dal massacro di Dunpeldyr e sei venuto qui per mare. Hai parlato di questo con qualcuno?" "No, signora. Voi mi avete detto di non farlo." Frugando quella faccia controllata, quegli occhi scuri, fu convinta. Era abituata allo sguardo ambiguo dei bugiardi - i gemelli mentivano spesso, per il puro piacere di farlo - ed era certa che quella fosse la verità. Ed era anche certa che Mordred era ancora troppo intimorito da lei per disobbedirle. Volle accertarsene. "Meglio per te." Vide un guizzo negli occhi del ragazzo e ne fu soddisfatta. "Qualcuno ti ha interrogato? Pensaci bene. Ti è parso che qualcuno sapesse o immaginasse?" Lui scosse la testa. "Non ricordo niente di simile. Gente che dice cose come: "Siete del palazzo, vero? Dunque la regina ha cinque figli? Che signora fortunata!" ce n'è, e allora io dico che sono figlio del re e non della regina. Però di solito" soggiunse, "chiedono a qualcun altro notizie sul mio conto. Non a me." Le parole erano semplici ma il tono no. Significava: "Non oserebbero interrogare me, ma sono curiosi e quindi domandano. A me non interessa quello che si dice." Colse, contro la luna, l'ombra di un sorriso. Gli occhi della regina erano vuoti e scuri, abissi di nulla. Persino i suoi gioielli erano appannati. Pareva farsi più alta. La sua ombra, proiettata dalla luna, diventava mostruosa, lo inghiottiva. L'aria era fredda. Suo malgrado, Mordred rabbrividì. Morgause lo osservava, seguitando a sorridere, mentre protendeva le prime scure antenne della sua magia. Aveva preso la decisione. Non gli avrebbe detto niente; il lungo viaggio a sud non doveva essere offuscato e reso difficile dalla reazione degli altri alla notizia della vera posizione di Mordred in quanto figlio del Sommo Re: o dalla consapevolezza, che era legata alla notizia, dell'incesto della loro madre con il suo fratellastro. Poteva essere una voce comune sul continente ma sulle isole nessuno avrebbe osato ripeterla: i suoi quattro figli non avevano sentito nulla. Nemmeno a se stessa Morgause osava chiedere come il fatto sarebbe stato accolto. Malgrado tutti i suoi poteri, non aveva idea del perché il Re li avesse convocati. Era possibile che avesse mandato a prendere Mordred solo per ucciderlo. In quel caso, pensò Morgause guardando freddamente suo figlio, lui non aveva bisogno di sapere niente... e nemmeno i suoi altri figli. Se così non era, quel che occorreva al momento era di legare a sé quel ragazzo, di assicurarsi la sua obbedienza e per questo aveva un piano ben collaudato. Timore e gratitudine, complicità e devozione: con quelli aveva messo alla prova e tenuto i suoi amanti; con quelli, adesso, avrebbe tenuto suo figlio. Disse: "Sei stato leale. Sono contenta. Lo sapevo ma volevo sentirlo da te. Non avrei avuto bisogno di chiedertelo. Questo lo sai, vero?"

"Sì, signora." Era sorpreso dal peso che pareva mettere in quella domanda ma rispose semplicemente: "Tutti sanno che voi sapete tutto perché siete..." Era stato sul punto di dire "una strega", ma ingoiò la parola e disse, invece: "dotata di poteri magici. Che potete vedere quel che è nascosto agli altri uomini dalla distanza e dal tempo." Adesso era sicuro che lei stesse sorridendo. "Una strega, Mordred. Sì, proprio, sono una strega. Ho dei poteri. Forza, dillo." Lui, obbediente, ripeté: "Siete una strega, signora, e avete dei poteri." Morgause chinò la testa e la sua ombra diminuì, poi crebbe di nuovo. L'aria fredda sfiorò Mordred. "E fai bene ad esserne spaventato. Ricordati sempre. E quando verranno a interrogarti come faranno - a Camelot, ricordati quello che mi devi, come suddito e come... figliastro." "Lo farò. Ma cosa... perché dovrebbero...?" Si fermò, confuso. "Cosa succederà quando arriveremo a Camelot? E' questo? Bene, Mordred, voglio essere franca con te: ho avuto delle visioni ma non tutto è chiaro. Qualcosa offusca il cristallo. Possiamo immaginare cosa succederà ai miei figli, i suoi nipoti. Ma tu? Ti domandi cosa succederà di uno come te?" Mordred si limitò ad annuire, non fidandosi della sua voce. Ci sarebbe voluto ben altro spirito che quello del ragazzo cresciuto nelle isole per fronteggiare una strega al chiaro di luna. Pareva che Morgause creasse magia attorno a sé, nella luna che toccava le pieghe del suo abito e nella cascata di seta dei suoi capelli. "Ascoltami. Se farai come ti ordino, ora e sempre, non correrai nessun pericolo. C'è un potere nelle stelle, Mordred, e una parte è per te. Questo ho visto. Ah, vedo che ti piace." "Signora?" Aveva immaginato, con i suoi poteri di strega, quali erano i suoi sogni e i suoi ingenui piani? Cercò di dominarsi, tremando. Lei notò il mento che si rialzava e i pugni che tornavano a stringere la cintura che aveva in vita. Guardando fuori della sua avvolgente oscurità, provò interesse e una specie di perverso orgoglio. Aveva coraggio. Era suo figlio, dopo tutto... Quel pensiero se ne tirò dietro un altro. "Mordred." Gli occhi del ragazzo la cercarono nell'ombra. Lei li trattenne per un attimo lasciando che il silenzio scorresse. Era suo figlio, sì, e chi poteva dire quale frammento del suo potere poteva essere sceso in lui mentre lo teneva in grembo? Nessuno dei figli di Lot, quei robusti ragazzi di terra, ne aveva ereditato nemmeno un guizzo. Ma Mordred poteva essere l'erede non solo dei poteri che a lei erano venuti dalla madre bretone ma anche di qualche brillio del più grande potere dell'arcimago Merlino. Gli occhi scuri alzati verso di lei con fermezza erano di Artù ma erano anche simili a quelli dell'odiato incantatore che avevano contrastato i suoi fino a farglieli abbassare non una ma molte volte prima dell'ultima. Chiese, improvvisamente: "Non ti sei mai domandato chi sia tua madre?" "Ma certo. Certo. Però..." "Lo chiedo solo perché c'erano a Dunperldyr molte donne che si vantavano di avere la Vista. Che tua madre fosse una di quelle? Fai dei sogni, Mordred?" Il ragazzo rabbrividiva. Attraverso il suo cervello passavano tutti i sogni, sogni di potere e incubi del passato; la casupola bruciata, i sussurri nel buio, paura, sospetti, ambizione. Cercò di chiudere la mente contro il magico sondaggio di Morgause.

"Signora, non ho mai... cioè..." "Mai conosciuto la Vista? Mai avuto un sogno di premonizione?" La sua voce cambiò. "Quando, prima, era venuta la notizia della morte di Merlino, con il Meridaun, tu sapevi che non era ancora vero. Te lo hanno sentito dire. E gli eventi hanno provato che avevi ragione. Come facevi a saperlo?" "Non... non lo so, signora. Io... cioè..." Si morsicò le labbra ripensando confusamente alla folla del porto, alle grida, alla baraonda. Era stato Gawain a dirglielo? No, Gabran doveva averlo sentito. Si leccò le labbra e provò ancora, lottando manifestamente per trovare la verità. "Non sapevo nemmeno di aver parlato ad alta voce. Non significava nulla. Non la Vista o... quello che dite voi. Potrebbe essere stato un sogno, ma credo che fosse qualcosa che avevo sentito molto tempo fa e che poi risultò essere non vero, nemmeno quella volta. Mi fa pensare al buio, a qualcuno che sussurra e..." Si fermò. "E?" domandò lei duramente. "Bene, mi rispondi?" "E all'odore di pesce" mormorò Mordred al pavimento. Non la guardava, altrimenti avrebbe visto il lampo di sollievo e non l'ironia nella sua faccia. Morgause tirò un lungo respiro. Così, non c'era stata nessuna premonizione ma soltanto un ricordo della culla, un mezzo sogno della prima infanzia quando quegli stupidi paesani discutevano la notizia che era venuta da Rheged. Ma era meglio assicurarsene. "Uno strano sogno, davvero" disse sorridendo. "E, certamente, questa volta i messaggeri hanno ragione. Be, vediamo di assicurarcene. Vieni con me." Poi, visto che lui non si muoveva, ripeté con una sfumatura di impazienza: "Vieni quando te lo ordino. Adesso guarderemo assieme nel cristallo e magari scopriremo che cosa ti riserba il futuro." Lasciò la finestra illuminata dalla luna e gli andò vicino sfiorandogli il braccio nudo con il velluto, in un leggero alito di profumo simile a quello dei fiori di notte. Il ragazzo trasse un respiro incerto e la seguì come un drogato. Fuori della porta c'erano le guardie, immobili. A un cenno della regina, Mordred staccò una lampada dal muro, poi la seguì mentre gli faceva strada attraverso le stanze silenziose e poi nell'anticamera dove si fermò di fronte alla porta chiusa. Durante i suoi anni a corte, il ragazzo aveva sentito molte storie su quello che si trovava dietro l'antica porta. Era una prigione, una camera di tortura, un luogo in cui si tessevano incantesimi, lo scrigno dove la regina strega parlava con la Dea in persona. Nessuno sapeva nulla per certo. Se qualcuno, a parte la regina, aveva mai varcato quella soglia, era certo che la regina era stata l'unica a uscirne. Mordred riprese a tremare e nella lampada la fiamma vacillò. Morgause non parlò. Sollevò una chiave che portava appesa a una catena in cintura e aprì la porta che girò silenziosamente sui cardini ingrassati. Ad un suo gesto, Mordred alzò la lampada. Davanti a loro una rampa di gradini scendeva ripida in un corridoio. Alla luce della lampada i muri brillavano per l'umidità che ne trasudava. Pareti e gradini erano della stessa roccia grezza, la roccia viva in cui i Vecchi avevano scavato le loro camere funebri. Il luogo odorava di fresco e umido e del salmastro del mare. Morgause richiuse la porta alle loro spalle. La lampada tremò nella corrente d'aria e poi bruciò più viva. La regina indicò, in silenzio, poi fece strada giù per i gradini e lungo un corridoio, diritto e pavimentato di pietre lisce ma così basso che dovevano chinarsi per non picchiare la testa contro il soffitto. L'aria in quel luogo era morta e si sarebbe detta silenziosa se ogni tanto non ci fosse

stato un suono che pareva venire dalla roccia stessa; un mormorio, un mugolio, una pulsazione che Mordred, improvvisamente, riconobbe. Era il rumore del mare che echeggiava lungo il corridoio, più simile a una memoria delle acque che un giorno avevano dilavato quei luoghi, che al suono del vivo mare che c'era fuori. Pareva che tutti e due camminassero nei corridoi di una grande conchiglia la cui eco, venendo dritta dalle profondità, era respirata dall'aria. Era un suono che aveva sentito molte volte, da bambino, quando giocava con le conchiglie sulla spiaggia della Baia delle Foche. Per un momento, il ricordo dissipò le tenebre e la droga della paura. Presto, sicuramente, pensò il ragazzo, sarebbero sboccati in una caverna aperta sulla costa. Il corridoio svoltò a sinistra, poi si trovarono davanti a un'altra porta. Anche quella era chiusa ma rispose alla stessa chiave. La regina fece strada, lasciando il battente aperto. Mordred la seguì. Non era una grotta ma una piccola stanza, squadrata e spianata dai muratori, con il pavimento fatto delle solite lastre lisce. C'era una lampada appesa al soffitto di roccia. Contro una parete stava un tavolo sul quale c'erano libri, ciotole e barattoli sigillati, cucchiai e pestelli e altri strumenti d'avorio e d'osso o di bronzo lucidato dall'uso. Lastre di pietra erano state conficcate nelle pareti per formare degli scaffali sui quali si trovavano altre scatole e barattoli e sacchetti di cuoio legati con filo di piombo e impressi con un sigillo che non riconosceva, composto da cerchi e serpenti intrecciati. Accanto al tavolo un seggiolone e contro un'altra parete una piccola stufa con accanto un secchio di carbone. Una fessura nel soffitto serviva a far uscire il fumo. La stufa doveva venir accesa spesso, o lo era stata molto di recente. La stanza era asciutta. Su uno scaffale alto scintillava una fila di qualcosa che Mordred prese per globi o barattoli di una strana ceramica chiara. Poi vide cos'erano: teschi umani. Per un terribile momento immaginò Morgause intenta a distillare le sue droghe, lì in quella stanza segreta, traendo le sue magie da sacrifici umani ed era lei stessa la Dea oscura rinchiusa nel suo regno sotterraneo. Poi si rese conto che non aveva fatto altro che raccogliere e riporre gli originari occupanti di quel posto quando la camera funeraria era stata trasformata per suo uso. Era brutto anche così. La lampada riprese a tremargli tra le mani facendo fremere lo splendore dei coltelli di bronzo e Morgause disse, con un mezzo sorriso: "Sì, fai bene ad avere paura. Ma loro non vengono qui." "Loro?" "I fantasmi. No, tieni ferma la lampada, Mordred. Se devi vedere i fantasmi, assicurati di essere bene armato contro di loro quanto lo sono io." "Non capisco." "No? Bene, vedremo. Vieni, dammi la luce." Gli tolse di mano la lampada e si diresse all'angolo dietro alla stufa. Allora lui si accorse che, anche lì, c'era una porta. Era fatta di legno di relitti, stretta ed alta, in forma di cuneo irregolare: era stata costruita per adattarsi a un'altra fessura naturale nella roccia. Si aprì con lo scricchiolio del legno tarlato e la regina fece cenno al ragazzo di varcarla. Questa, finalmente, era la grotta sul mare o, almeno, una sala interna di una grotta. Il mare si infrangeva e tuonava nelle vicinanze ma con il rimbombo e il risucchio vuoti di una forza spenta il cui potere si è spezzato altrove. Quella caverna doveva essere al di sopra di tutte le maree salvo

le più alte; il pavimento era piatto e asciutto e le sue lastre inclinavano solo leggermente verso la pozza dal lato della caverna verso il mare. L'unica uscita doveva essere immersa profondamente nelle acque. Non ce n'erano altre di visibili. Morgause posò la lampada proprio sul ciglio dell'acqua. Immobile nell'aria senza correnti la sua luce illuminava le profondità simili a inchiostro della pozza. Doveva essere parecchio tempo che non veniva disturbata dalle maree. Era immobile e nera e profonda al di là dell'immaginazione o della vista. Nessuna luce poteva penetrare quel liquido nero; la luce della lampada non faceva che rimandare, netto e rimpicciolito, il riflesso della roccia che sovrastava l'acqua. La regina si lasciò cadere sulle ginocchia accanto alla pozza e trascinò giù Mordred accanto a sé. Si accorse che tremava. "Hai ancora paura?" Mordred disse, tra i denti serrati: "Ho freddo, signora." Morgause, sapendo che stava mentendo, sorrise tra sé. "Presto te lo dimenticherai. Inginocchiati qui, prega la Dea e osserva l'acqua. Non parlare fino a quando non te lo ordino io. Adesso, figlio del mare, lasciaci sapere cosa ha da dirci la pozza." Dopo quelle parole tacque anche lei e chinò lo sguardo sulle nere profondità dell'acqua. Il ragazzo rimaneva più fermo possibile, fissando anche lui l'acqua. La sua mente nuotava ancora nella confusione, non sapeva se sperare o temere di vedere qualcosa in quel cristallo morto. Ma non avrebbe dovuto temere. Per lui, l'acqua era soltanto acqua. Una volta, gettò un'occhiata in tralice alla regina. Non ne vedeva la faccia. Era inchinata sulla pozza e i capelli sciolti scendevano a formare una tenda di seta che ne raggiungeva la superficie. Era così immobile, così in trance che nemmeno il suo respiro muoveva la superficie su cui i suoi capelli si posavano come alghe. Mordred rabbrividì improvvisamente, poi tornò a fissare ostinatamente la superficie nera. Ma se i fantasmi di Brude e Sula e delle dozzine di bambini uccisi per colpa di Morgause erano presenti nella grotta, Mordred non ne vide traccia, non ne sentì il freddo respiro. Sapeva solo di odiare le tenebre, l'immobilità sepolcrale, il respiro trattenuto dal timore e dall'attesa, la leggera ma inconfondibile emanazione di magia che usciva dal corpo di Morgause raccolto nel trance. Era figlio di Artù e sebbene la donna, pur con tutte le sue magie, non potesse saperlo, quella breve ora in cui era stato partecipe dei suoi segreti lo avrebbe staccato per sempre da lei più che se fosse stato messo al bando. Nemmeno Mordred ne era consapevole: sapeva solo che il lontano risucchio e tuono del mare parlava di aria aperta, e vento, e luce sulla schiuma della marea e lo attirava irresistibilmente via da quella pozza morta e dai misteri che vi annegavano dentro. Finalmente, la regina si mosse. Tirò un lungo respiro che pareva un brivido, poi buttò indietro i capelli e si alzò. Mordred saltò in piedi con sollievo e si diresse in fretta alla porta spalancandola per lei e seguendola poi attraverso il varco a cuneo con un senso di sollievo e di scampato pericolo. Persino la distilleria con i suoi Sinistri spettatori pareva, dopo il silenzio della grotta e il respiro spettrale della strega, un luogo normale quanto le cucine del palazzo. Ora riusciva a distinguere l'odore degli olii che Morgause mischiava per preparare i suoi pesanti profumi. Mise il catenaccio alla porta e si voltò nel momento in cui lei posava la lampada sul tavolo. Pareva che già sapesse la risposta alla sua domanda perché gli parlò con leggerezza.

"Bene, Mordred, adesso hai guardato dentro al mio cristallo. Cosa hai visto?" Il ragazzo non si fidava a parlare. Si limitò a scuotere la testa. "Niente? Mi stai dicendo che non hai visto niente?" Mordred ritrovò la voce. Gli uscì raucamente. "Ho visto una pozza di acqua di mare. E ho sentito il mare." "Solo questo? Con quella pozza così piena di magia?" Sorrise e lui ne fu sorpreso. Scioccamente, aveva pensato che la regina sarebbe stata delusa. "Solo acqua e roccia. Una volta... mi è parso di vedere qualcosa che si muoveva ma doveva essere un'anguilla." "figlio del pescatore." Rise ma, questa volta, l'epiteto non era di scherno. "Sì, c'è un'anguilla. E' stata portata dentro dalla marea l'anno scorso. Bene, Mordred, ragazzo venuto dal mare, non sei un profeta. Qualunque potere avesse la tua vera madre, non te lo ha trasmesso." "Sì, signora." Mordred parlava con palese sollievo. Aveva dimenticato che messaggio lei gli aveva ordinato di cercare nel cristallo. Desiderava con violenza che quel colloquio avesse fine. L'acre odore della lampada ad olio mischiato con i pesanti profumi degli unguenti della regina, lo opprimeva. Gli girava la testa. Persino il rumore del mare pareva a un mondo intero di distanza. Era intrappolato in quel silenzio, in quella antica tomba senz'aria, con quella regina maga che lo imbarazzava con le sue domande, che lo confondeva con il suo umore strano e mutevole. Adesso lo stava osservando con una strana espressione che gli fece scrollare le spalle come se improvvisamente si trovasse prigioniero del corpo che stava dentro ai suoi abiti. Disse, più per rompere il silenzio che perché gli interessasse sapere: "Avete visto qualcosa nella pozza, signora?" "Certamente. Era ancora lì, la visione che ho avuto ieri, e prima di ieri, quando ancora il messaggio di Artù non era arrivato qui." La sua voce si fece profonda e uniforme ma non trovò nessuna eco in quell'aria morta. "Ho visto una grotta di cristallo e in essa il mio nemico, morto e nella sua bara tra le candele, certo destinato a marcire dimenticato come deve dopo la maledizione che un tempo gli ho scagliato. E ho visto il Drago stesso, il mio caro fratello Artù, tra le sue torri dorate, accanto alla sua regina sterile, in attesa che la sua nave tornasse a Ynys Witrin. E poi me stessa e i miei figli e tu, Mordred, tutti assieme, carichi di doni per il Re e finalmente dentro alle porte di Camelotà finalmente... E lì la visione è svanita ma non prima che lo vedessi venire, Mordred, il Drago in persona... un drago senza ali, ora, e pronto ad ascoltare altre voci, a provare altre magie, a consultarsi con altri consiglieri." Poi rise ma il suono era sgradevole quanto il suo sguardo. "Come ha già fatto una volta. Vieni qui, Mordred. No, lascia stare la lampada. Torneremo su tra un minuto. Vieni qui adesso. Più vicino." Mordred si avvicinò per fermarsi in piedi davanti a lei. Morgause dovette alzare gli occhi per guardarlo. Poi lo prese con le mani per le braccia. "Come ha già fatto una volta," ripeté, sorridendo. "Signora?" chiese raucamente il ragazzo. Le mani della regina gli stringevano le braccia. Poi, improvvisamente lo attirò a sé e prima che lui capisse che intenzioni aveva, si alzò e lo baciò a lungo sulla bocca.

Attonito, un po eccitato, stimolato dal suo profumo e da quell'inatteso bacio sensuale, restò nella sua stretta, tremando ma non, questa volta, di freddo o di paura. Lei lo baciò ancora e la sua voce era dolce come il miele contro le sue labbra. "Hai la bocca di tuo padre, Mordred." La bocca di Lot? Di quel marito che l'aveva tradita giacendo con sua madre? E lei lo baciava? Magari lo voleva? Perché no? Era ancora una bella donna e lui era giovane e sessualmente esperto quanto qualunque ragazzo della sua età. C'era una certa dama a corte che aveva preso il suo piacere insegnandogli il piacere, e c'era anche una ragazza, la figlia di un pastore che viveva a discreta distanza dal palazzo, che lo stava ad aspettare quando cavalcava tra l'erica con il vento della sera che soffiava dal mare... Mordred, allevato nelle isole e quindi mai toccato né dalla civiltà romana né dall'etica cristiana celtica, non aveva più senso del peccato di quanto ne avessero un giovane animale o un'antica divinità dei celti, di quelle che ancora abitavano quelle terre e cavalcavano come arcobaleni nei giorni di sole. E allora, come mai il suo corpo si ritraeva invece di rispondere a quello della regina? Perché gli pareva che in quella stretta qualcosa di maligno lo avesse sfiorato? Improvvisamente, lei lo respinse e prese la lampada. La sollevò, poi si fermò a guardarlo lentamente con quello sguardo imbarazzante. "Gli alberi possono diventare alti, a quanto pare, Mordred, e rimanere ancora come alberelli. Forse sei troppo figlio di tuo padre ma non lo sei ancora abbastanza... Bene, andiamo. Io dove il mio paziente Gabran mi aspetta e tu nel tuo letto di bambino con gli altri bambini. Ho bisogno di ricordarti che non devi dire niente di quello che è successo questa notte o di quello che ti posso aver detto?" Aspettava una risposta e Mordred riuscì a dire: "Di questo, signora? No, no." "Questo? Cosa sarebbe "questo"? Di tutto quello che hai visto o non visto. Magari hai visto abbastanza da sapere che io devo essere obbedita. Sì? Bene, allora, fa come ti ordino e non correrai nessun pericolo. Fece strada in silenzio e lui la seguì su per il corridoio e fuori nell'anticamera. La chiave girò dietro di loro nella serratura ben lubrificata. La regina non parlò e non lo guardò. Mordred si voltò e corse via da lei lungo i freddi corridoi e il palazzo buio fino alla" sua camera da letto. 10 Durante i giorni che seguirono, Mordred, assieme agli altri ragazzi e a metà degli abitanti delle Orcadi, cercò di avvicinarsi abbastanza al messaggero del re da poter parlare con lui. Nel caso degli isolani e dei più giovani principi, era una questione di curiosità. Com'era il continente? E il favoloso castello di Camelots E il re stesso di una dozzina di battaglie, e la sua bella regina? E Bedwyr, il suo amico, e gli altri compagni-cavalieri? Ma tutti, principi e borghesi, trovarono impossibile avvicinarsi a quell'uomo. Dopo la prima notte, dormì a bordo della nave reale, sbarcandone quotidianamente per farsi condurre al palazzo, ufficialmente per un atto di cortesia verso la regina Morgause ma in reaità, come si mormorava, per assicurarsi che i suoi preparativi proseguissero abbastanza rapidi da poter profittare del buon tempo d'autunnoLa regina non aveva bisogno che le si facesse fretta. La sua nave,

l'Orc, era accostata alla banchina, pronta in tutto salvo qualche tocco finale. Gli operai si davano da fare con le ultime dorature e pitture mentre le donne cucivano la grande vela decorata. Dentro al palazzo, le donne di Morgause erano impegnate a terminare, o accomodare e riporre i sontuosi abiti che la regina aveva previsto per essere ricevuta a Camelot. E Morgause passava ore nella sua stanza segreta sotto la roccia. Non stava consultando la Dea, come si sussurrava, bensì concuocendo unguenti e lozioni e profumi e certe droghe sottili che avevano fama di ridonare la bellezza e l'energia della gioventù. Nel suo angolo del cortile, Beltane l'orafo era ancora preso dal suo lavoro. I doni per Artù erano finiti, imballati con la lana nella cassa destinata ad accoglierli; il vecchio stava ora preparando i gioielli per Morgause stessa. Casso, lo schiavo muto che lo aiutava, era stato incaricato di modellare spille e fibbie per i principi; anche se non era un artista come il suo maestro, eseguiva bene i disegni che Beltane gli forniva e pareva apprezzare il tempo che i ragazzi passavano a guardarlo e a parlare attorno al fornello. Mordred, unico tra loro, cercava qualche specie di comunicazione con lui, ponendogli domande che, come risposta, non richiedevano più che un cenno di assenso o negazione, ma non era andato oltre pochi fatti che riguardavano Casso stesso. Era stato sempre uno schiavo; non era stato sempre muto ma la lingua gli era stata tagliata da un malvagio padrone; si considerava il più fortunato degli uomini ad essere stato preso da Beltane che gli aveva insegnato un mestiere. Una vita davvero squallida, pensava Mordred domandandosi - sia pure pigramente - da cosa potesse venire quell'aria soddisfatta che l'uomo ostentava; l'aria, se il ragazzo avesse saputo riconoscerla, di un uomo che è venuto a patti con i suoi limiti e si è fatto un posto nella vita che colma con la sua integrità. Mordred che, nella sua vita, aveva avuto poche occasioni di pensar bene degli uomini, supponeva semplicemente che lo schiavo avesse una qualche vita privata soddisfacente che gestiva in modo autonomo dal suo padrone. Donne, magari? Se le poteva certo permettere. Quando, una volta coricato il suo padrone, lo schiavo si univa ai soldati che giocavano ai dadi, aveva sempre monete in abbondanza e pagava con facilità la sua parte di vino. Mordred sapeva da dove veniva quel denaro. Non da Beltane, questo era certo. - chi - a parte qualche piccolo regalo - paga mai i suoi schiavi? Ma c'era stato un giorno, circa un mese prima in cui Mordred aveva preso da solo una barchetta ed era uscito a pescare, tornando tardi nella mezza luce che era tutta la notte che le isole conoscevano durante l'estate. Ormeggiata al molo reale c'era una piccola nave mercantile la maggior parte degli uomini erano a terra per la notte ma, apparentemente, alcuni ufficiali erano rimasti a bordo; udì la voce di un uomo e poi un tintinnio che poteva essere quello di monete che passavano da mano a mano. Mentre legava la sua barca al molo nell'ombra del mercantile, vide un uomo scendere rapidamente la passerella e risalire attraverso il villaggio verso il portone del palazzo. Riconobbe Casso. Dunque, quell'uomo accettava del lavoro anche per conto proprio? I lavori leciti hanno raramente bisogno di essere conclusi a mezzanotte. Be, ognuno può fare quel che crede, si disse Mordred scrollando le spalle e si dimenticò presto di tutta la faccenda. Finalmente, il giorno venne. In una soleggiata mattina di ottobre, la regina con le sue donne, seguita dai cinque ragazzi, da Gabran

e dal suo primo ciambellano si diresse al porto in solenne corteo. Dietro di loro un uomo recava le casse del tesoro destinato a Artù e un altro i doni per il re di Rheged e sua moglie, la sorella di Morgause. Un paggio trafficava con i guinzagli di due grandi cani della razza delle isole destinati a re Urbgen mentre un altro, con aria spaventata, portava con il braccio teso per starne più lontano possibile una gabbia di vimini in cui soffiava e ringhiava un gatto selvatico che sarebbe stato una curiosa aggiunta alla collezione di strani uccelli e bestie e rettili della regina Morgana. Con loro partiva una scorta di soldati di Morgause e per ultimo - apparentemente per onorarla ma con l'aria piuttosto di farle la guardia marciava un distaccamento di soldati del re scesi dal Drago del Mare. Anche nella spietata luce del mattino, la regina era molto bella. I suoi capelli, lavati con essenze dolci e pettinati con ornamenti d'oro, scintillavano. Gli occhi erano vivaci sotto le palpebre dipinte. Normalmente preferiva i colori allegri ma quel giorno aveva scelto il nero e l'abito scuro conferiva alla sua figura un po appesantita dai parti una snellezza quasi pari a quella della sua gioventù oltre a mettere in risalto i gioielli e la pelle lattea. La testa era alta e lo sguardo fiducioso. Gli isolani si erano affollati ai lati della strada e gridavano saluti e benedizioni. La loro regina, amante dei suoi comodi, non li aveva gratificati con molte scene simili a quella da quando era stata esiliata in quelle isole ma questa volta aveva offerto uno spettacolo veramente imponente di corteo reale con regina e principi e la loro scorta armata e ingioiellata e con lo sfondo offerto dalla nave del Sommo Re, su cui sventolava la bandiera con il drago, in attesa di scortare la Orc fino al continente. Finalmente la Orc salpò, curvando nello stretto tra l'isola reale e quella vicina. Nella sua scia avanzava il Drago del Mare, un cane pastore che sospingeva lei e i suoi cinque figli a sud, dentro la rete tesa per loro dal Sommo Re Artù. Una volta fuori dalle Orcadi, con la regina e la sua famiglia imbarcati, il capitano del Drago del Mare non aveva motivo di affrettarsi: il Sommo Re era ancora in Bretagna e la presenza di Morgause sarebbe bastata per quando avesse fatto ritorno a Camelot. Inoltre aveva prudentemente calcolato del tempo extra per il viaggio nel caso che le navi incontrassero il maltempo come, molto presto, avvenne. Durante il passaggio del Muir Orc - lo stretto del mar delle Orcadi che sta tra il continente e le isole esterne - incontrarono un vento che era quasi una bufera e separò le due navi costringendo anche i passeggeri più robusti a scendere sottocoperta. Finalmente, dopo alcuni giorni tempestosi, la bufera si placò e la nave delle Orcadi raggiunse le acque riparate nell'estuario dell'Ituna e calò l'ancora. Il Drago del Mare raggiunse faticosamente lo stesso approdo qualche ora dopo e trovò i passeggeri delle Orcadi ancora a bordo ma intenti ai preparativi per scendere a terra e recarsi a Luguvallium, la capitale del Rheged, per far visita a re Urbgen e alla sua regina Morgana. Il capitano del Drago del Mare, sebbene perfettamente cosciente di essere scorta di prigionieri più che guardia d'onore, non vide ragione di impedire quel viaggio. Re Urbgen di Rheged, sebbene la sua regina si fosse comportata parecchio male nei confronti di suo fratello Artù, era sempre stato fedele servitore del Sommo Re; certo avrebbe fatto attenzione a che Morgause e la sua preziosa progenie fossero tenuti al sicuro e al riparo finché si riparavano

le navi dai danni della tempesta. Morgause, che non vedeva motivo per domandare il permesso di fare quel viaggio, aveva già spedito una lettera a sua sorella dicendole di aspettarli. Ora venne mandato avanti un corriere e dopo un po la comitiva, accuratamente scortata come prima, si mise in cammino verso il castello di re Urbgen. Per Mordred la cavalcata fu anche troppo corta. Quando la compagnia ebbe lasciato la costa e si avviò verso l'interno attraverso le colline, notò che stava attraversando un paesaggio molto diverso da quello che aveva visto o era stato in grado di immaginare fino ad allora. La prima cosa a colpirlo fu l'abbondanza di alberi. Alle Orcadi, gli unici alberi erano pochi rachitici ontani e betulle e dei rovi piegati dal vento che si annidavano allo scarso riparo delle collinette. Qui c'erano alberi dappertutto, grandi alberi fronzuti, ciascuno con la sua isola di ombra e circondato dalla sua colonia di cespugli e felci e piante striscianti. Grandi foreste di querce ricoprivano la parte inferiore delle colline cedendo poi lo spazio superiore ai pini che crescevano fino ai piedi dei più alti picchi. Alla base di tutti i contrafforti di quei picchi si raccoglievano altri alberi, roveri e agrifogli e betulle e quelle gole così fittamente boscose parevano appese alle argentee creste delle montagne come le corde che trattenevano il tetto di paglia della capanna dei suoi genitori. Salici e ontani costeggiavano anche il più piccolo ruscello e lungo 3. le strade, sui pendii, ai lati delle strisce di brughiera e posti a riparo di ogni casupola o ovile c'erano ancora altri alberi, tutti con i colori fulvi e dorati e rossi dell'autunno accanto al nero dell'agrifoglio e allo scuro accento dei pini. Sulla pista che seguivano a cavallo, cadevano le nocciole mature e sotto le argentee ragnatele dell'autunno le more tardive brillavano come granati. Gareth, eccitato, indicò un orbettino brunito che strisciava tra le felci e Mordred vide un cerbiatto che li osservava dal sottobosco al limitare della foresta, immobile quanto il suolo. Quando il loro percorso li portò su un alto passo e, tra le creste delle montagne, il paese si aprì in una distanza azzurrina, Mordred trattenne il cavallo e rimase a guardare. Era la prima volta che vedeva tanto lontano senza scorgere il mare. Per miglia e miglia l'unica acqua erano i laghetti che brillavano nelle valli e il bianco dei torrenti che si precipitavano giù dalle grige rocce per alimentarli. Una collina dopo l'altra portava, in distanza, dove una grande catena di montagne si levava a formare un'unica cima quadrata e bianca. Montagne o nubi? Era lo stesso. Quello era il continente, il regno dei regni, la materia dei suoi sogni. Allora, una delle guardie si avvicinò con un sorriso e una parola e Mordred rientrò nel gruppo. In seguito si sarebbe ricordato solo vagamente del suo primo soggiorno a Rheged. Il castello era enorme, pieno di gente, grandioso e in fermento. I ragazzi vennero consegnati immediatamente ai figli del re e la sensazione fu quella di essere tolti di mezzo mentre una grande crisi, mai chiaramente spiegata a loro, veniva affrontata. Re Urbgen, perfettamente cortese, era distratto e conciso; la regina Morgana non comparve del tutto. Pareva che di recente la si fosse tenuta in una clausura che somigliava molto a un imprigionamento. "Qualcosa che riguarda una spada" disse Gawain che era riuscito a cogliere una conversazione nella sala delle guardie. "La spada del Sommo Re. Lei l'ha portata via da Camelot mentre lui

era all'estero e ne ha messo una copia al suo posto." "Non solo la spada," disse Gaheris. "Si è presa anche un amante e ha dato a lui la spada. Ma il Sommo Re lo ha ucciso ugualmente e adesso re Urbgen la tiene chiusa via." "Chi te lo ha detto? Certo tuo zio non gli permetterebbe mai di trattare così sua sorella, qualunque cosa abbia fatto." "Oh, sì. Per via della spada, che è stato un tradimento. Quindi il Sommo Re permetterà che sia tenuta prigioniera," disse Gaheris con energia. "Quanto all'amante..." Ma a quel punto Gabran venne verso di loro attraverso il cortile per convocarli alle stalle e persino Gaheris, che pure non era famoso per il tatto, pensò bene di posporre la conversazione a un momento più opportuno. Scoprirono anche qualcos'altro, ma molto poco, dai due figli di Urbgen. Erano due adulti, figli del primo matrimonio del re, esperti uomini d'armi che si erano inizialmente inorgogliti del fatto che loro padre sposasse la giovane sorella di Artù ma che, ora, avrebbero voluto vederla andare via ed erano pronti ad appoggiare la richiesta di Urbgen che il suo matrimonio venisse annullato. La verità, a quanto pareva, era questa: Morgana, legata dal matrimonio a un uomo molto più anziano di lei, aveva preso per amante uno dei Compagni di Artù, un uomo di nome Accolon, coraggioso, ambizioso e focoso. Lei lo aveva persuaso, mentre Artù era lontano da Camelot, a rubare la sua grande spada Caliburn che veniva chiamata la Spada di Britannia, e l'aveva portata a Rheged lasciando al suo posto un'altra segretamente copiata nel nord da qualche creatura di Morgana. Cosa la regina intendesse farne non fu mai spiegato chiaramente. Non poteva aver pensato che il giovane Accolon, nemmeno con Urbgen tolto di mezzo e la Spada di Britannia in mano a Morgana sua sposa, potesse soppiantare Artù come Sommo Re. Era più probabile che avesse usato il suo amante per appoggiare la sua personale ambizione e che la storia raccontata alla fine a Urbgen fosse sostanzialmente vera. Aveva avuto dei sogni, aveva detto, che l'avevano indotta ad aspettarsi l'improvvisa morte di Artù all'estero. Così, per prevenire il caos che sarebbe seguito all'evento, aveva preso la Spada di Britannia per assicurare quel simbolo a re Urbgen, esperto e brillante veterano di dozzine di battaglie e marito dell'unica sorella legittima di Artù. Era vero che Artù stesso aveva dichiarato che il suo erede sarebbe stato il Duca di Cornovaglia, ma il duca di Cador era morto e suo figlio Costantino era ancora piccolo... Così diceva la storia. Quanto alla sostituzione della spada reale con una copia senza valore, Morgana assicurava che era stato soltanto un trucco per aiutare il furto. La spada era solitamente appesa sopra la poltrona del Re nella Sala Rotonda di Camelot e, ormai, veniva tirata giù solo in occasione di cerimonie o per una battaglia. La copia era stata attaccata lì solo per ingannare gli occhi. Ma ne sarebbe derivata una tragedia. Artù era ritornato senza arma dai suoi viaggi e Accolon, temendo per sé e per Morgana se il furto fosse stato scoperto, sfidò il Re a combattere e, con la sua buona spada, attaccò Artù armato solo della fragile copia della sua Caliburn. L'esito di quello scontro era già parte della crescente leggenda del Re. Malgrado il vantaggio datogli dal suo tradimento, Accolon era stato ucciso e Morgana, temendo ora sia la vendetta del fratello che quella del marito, dichiarava a chiunque fosse disposto ad ascoltarla che quella battaglia non era stata provocata dal suo operato ma era solo responsabilità di Accolon e, dal momento

che era morto, nessuno poteva contraddirla. Se piangeva il suo amante morto, lo faceva in segreto. Con chi l'ascoltava deplorava la follia di Accolon e protestava la sua devozione - fraintesa, lo ammetteva, ma reale e profonda - verso suo fratello Artù e il suo signore e marito. Di qui l'agitazione nel castello. Nessuna decisione era stata presa. La Dama Nimuë, successore di Merlino come consigliere di Artù, e (si diceva) successore anche del potere di Merlino, era venuta a nord per recuperare la spada. Il suo messaggio era chiaro. Artù non era disposto a perdonare sua sorella per quello che considerava un tradimento e qualora Urbgen desiderasse vendicare il tradimento del suo letto, aveva il permesso del Re di trattare la sua infedele sorella come meglio gli pareva. 11 Dopo cena, nella terza notte della loro visita, Mordred, evitando gli altri ragazzi, si diresse da solo dalla sala alle stanze dove erano alloggiati i principi. La sua strada lo portò attraverso una striscia di terra tra il complesso principale degli edifici del castello e il fiume. Lì c'era un giardino, piantato e curato per il piacere della regina Morgana; le sue finestre guardavano sulle aiole di rose, i cespugli fioriti e i prati lungo il corso d'acqua. Ora gli steli dei gigli morti si ergevano in un groviglio di erica bianca e caprifoglio e nel verde scuro dell'erba apparivano anelli di funghi. I segni sui muri accanto alle finestre della regina mostravano dove erano state appese le gabbie degli uccelli canori prima di essere portate dentro per l'inverno. I cigni poltrivano sulla sponda del fiume, certo in attesa del cibo che la regina era solita portare loro in tempi meno inquieti e un paio di pavoni bianchi come la neve erano volati ad appollaiarsi, come grandi fantasmi, su un alto pino. In estate, senza dubbio, quel luogo doveva essere grazioso e pieno di profumi e colore e canti di uccelli ma ora, nel freddo umido della sera autunnale, appariva deserto e triste, odoroso di foglie morte e di fango del fiume. Ma Mordred vi indugiò, affascinato da quel nuovo esempio del lusso del continente. Non aveva mai visto un giardino prima di allora, non aveva mai immaginato che un pezzo di terra potesse essere accuratamente progettato e piantato solo in nome della bellezza e del piacere del suo proprietario. Poco prima aveva scorto da una finestra una statua che pareva un fantasma contro lo scuro groviglio di foglie. Incominciò ad esplorare. Anche la statua era strana. Una ragazza, leggermente drappeggiata, si chinava per versare acqua da una sconosciuta conchiglia di altri mari dentro a una vasca che era sotto di lei. Le uniche statue che avesse visto prima erano i rozzi dei delle isole, pietre con occhi che guardavano. Quella ragazza era bella e quasi reale. Il crepuscolo trasformava in dolci ombre i licheni grigi che le chiazzavano le braccia e la veste. Ora la fontana era asciutta, la conchiglia vuota, ma la vasca di pietra era ancora piena d'acqua e dei resti dei gigli acquatici dell'estate. Sotto le foglie annerite, riusciva appena a vedere, vagamente, gli agili movimenti dei pesci. Lasciò la fontana morta e camminò senza far rumore attraverso il prato verso la riva del fiume e i cigni. Lì, di fronte al fiume e nascosto alle finestre del palazzo da un muro di mattoni coperto di rampicanti, c'era un ritiro, un luogo delizioso pavimentato a mosaico e dotato di una panca ricurva di pietra le cui estremità erano riccamente scolpite con grappoli e cupidi.

Qualcosa stava sulla panca. Si avvicinò per guardare. Era un telaio da ricamo che tratteneva un quadrato di lino metà lavorato con un grazioso disegno di fragole con le foglie e i fiori intrecciati. Lo prese in mano con curiosità e scoprì che il lino era inzuppato e segnato dalla pietra dove era rimasto. Doveva essere lì da qualche tempo, dimenticato. Non poteva sapere che la regina Morgana stessa lo aveva lasciato cadere quando, in quel loro insolito luogo di convegno, le era stata portata la notizia della morte del suo amante. Da quel giorno non era più tornata in giardino. Mordred tornò a deporre quel ricamo sciupato sulla panca e attraversò nuovamente il prato fino al sentiero sotto le finestre. Mentre lo faceva, in una delle finestre si accese una luce e delle voci gli giunsero chiaramente. Una era alta, per dolore o rabbia, e gli era sconosciuta ma l'altra, che le rispondeva, era la voce di Morgause. Colse le parole "nave" e "Camelot" e a quel punto, senza nemmeno prendere il tempo di pensare, lasciò il sentiero e si fece accanto al muro sotto la finestra per ascoltare. Le finestre erano senza vetri e incassate nel muro a poche spanne sopra la sua testa. Poteva cogliere solo frammenti, quando le due donne parlavano più forte o si avvicinavano alla finestra. Morgana - perché la prima voce risultò essere la sua - pareva camminare avanti e indietro nella stanza, irrequieta e turbata. Stava parlando. "Se mi chiude via... se solo osa! Io, la sorella del Sommo Re! Io che ho l'unica colpa di esser stata fuorviata per solerzia verso il regno di mio fratello e amore verso il mio signore! Cosa potevo farci se Accolon era pazzo d'amore per me? Potevo impedire che sfidasse Artù? Tutto quel che ho fatto..." "Sì, sì, questo me lo hai già raccontato." Morgause non era impietosita ma impaziente. "Risparmiami, ti prego! Ma sei riuscita a farlo credere a Urbgen?" "Non vuole parlare con me. Se potessi solo avvicinarlo..." Morgause tornò a interromperla e il divertimento velava il disprezzo. "Perché aspettare? Sei la regina di Rheged e continui a dire a tutti quelli che ti ascoltano che non meriti dal tuo signore se non gratitudine e un po di indulgenza per la tua follia. E allora, perché nasconderti qui? Se fossi in te, sorella, metterei la mia veste più bella e la corona di regina di Rheged e andrei nella sala, con il seguito, quando c'è un banchetto, o un consiglio. Dovrebbero ascoltarti, allora. E se lui è ancora indeciso, non si arrischierà a insultare davanti a tutta la corte la sorella di Artù." "Con Nimuë presente?" chiese Morgana con amarezza. "Nimuë?" Morgause pareva notevolmente sorpresa. "La puttana di Merlino? E' ancora qui?" "Sì, è ancora qui. E adesso è anche una regina, sorella, e quindi bada alla tua lingua! Ha sposato Pelleas dopo che è morto il vecchio mago, non lo sapevi? Ha mandato a sud la spada ma è rimasta qui e abita non so dove in città. Immagino che lui non te lo abbia detto: tiene chiusa la bocca e spera solo che tu non la incontri!" Una stridula risata mentre Morgana tornava ad allontanarsi dalla finestra. "Per Ecate, come li disprezzo! Hanno tutto il potere e nemmeno un po di coraggio. Lui ha paura di lei... e di me... e anche di te, ne sono certa! Come un cagnone tra dei gatti che soffiano... Oh, be, forse hai ragione. Forse..." Il resto andò perduto. Mordred attese sebbene l'argomento avesse per lui poco interesse. L'esito dei malcomportamenti della regina e dell'ira del re non lo riguardava minimamente. Ma era incuriosito da quello che aveva sentito dire della reputazione di Morgana e dalla disinvolta menzione di grandi nomi che fino a quel momento erano stati solo la materia di favole da raccontare la

sera accanto alla lampada. Dopo circa un minuto, quando riuscì nuovamente a distinguere le parole, udì in effetti qualcosa che gli fece drizzare le orecchie. Morgause stava parlando. "Quando Artù sarà di ritorno a casa, andrai a parlargli?" "Sì. Non ho scelta. Mi ha mandata a prendere e mi dicono che Urbgen sta dando disposizioni per la mia scorta." "Guardia, vuoi dire?" "E se così fosse, perché dovresti sorridere proprio tu, Morgause? Come la chiami tu la tua scorta di soldati del re che ti accompagna a sud per ordine di Artù?" C'era disprezzo nella sua voce. Morgause reagì immediatamente. "E' un po diverso! Io non ho mai agito falsamente verso il mio signore..." "Ah! Non dopo che ti ha sposata, ad ogni modo!" " né mi sono mostrata traditrice verso Artù..." "No?" La risata di Morgana era selvaggia. "Traditrice, be, no! Traditrice non è esattamente la parola, vero? E lui non era il tuo re a quell'epoca, questo te lo assicuro!" "Preferisco non capirti, sorella. Non puoi avere l'intenzione di insultarmi..." "Oh, via, Morgause! Ormai lo sanno tutti! E' proprio qui, in questo castello! E va bene, è stato molto tempo fa. Ma certo non crederai che adesso ti ha mandata a chiamare in ricordo dei vecchi tempi. Non ti sarai mica messa in testa che ti voglia vicino a sé? Nemmeno ora che Merlino se ne è andato, Artù ti rivorrà a corte. Credimi, tutto quel che vuole sono i bambini e una volta che li avrà..." "Non toccherà i figli di Lot." La voce di Morgause si era alzata per la prima volta, dura e tagliente. "Nemmeno lui oserebbe! E perché dovrebbe? Qualunque disaccordo ci sia stato in passato tra lui e Lot, Lot è morto combattendo sotto la bandiera del Drago e Artù onorerà i suoi figli di conseguenza. Deve sostenere le pretese di Gawain, non può fare altrimenti. Non oserà lasciare che si dica che ha voluto completare il massacro dei bambini." Morgana era proprio accanto alla finestra. La sua voce, bassa e quasi senza fiato, era tuttavia molto chiara. "Completarlo? Non lo ha mai incominciato. Oh, non fare quella faccia. Anche questo lo sanno tutti. Non è stato Artù a far massacrare i bambini. No, e nemmeno Merlino. Non fingere con me, Morgause." Vi fu una piccola pausa, poi Morgause parlò con la sua solita indifferenza. "Storie passate, come l'altra cosa. E da quanto hai detto proprio ora, se tutto quel che voleva erano i ragazzi, non aveva bisogno di mandare a prendere anche me, bastavano loro. E invece no, ricevo l'ordine di recarmi a Camelot. E chiamala come vuoi, la scorta che ho è una scorta reale... Vedrai, sorella, riprenderò il posto che mi spetta di diritto, e i miei figli con me." "E il bastardo? Cosa immagini che ne sarà di lui? O dovrei dire cosa conti di fare di lui?" "Cosa vuoi dire?" La voce di Morgana si alzò in tono di improvviso trionfo. "Ah, sì, questa è un'altra faccenda, vero? Ho toccato il punto dolente. Lì c'è un pericolo e tu lo sai, Morgause. Puoi raccontare tutte le storie che vuoi ma basta guardarlo per immaginare la verità... così, l'assassinio è fuori discussione, e allora? Merlino aveva predetto cosa sarebbe successo se lo avessi lasciato vivere. Il massacro può essere una storia passata, ma chi può dire cosa farà Artù adesso che finalmente lo ha trovato?"

La frase uscì mentre da qualche parte una porta si apriva e chiudeva. Risuonarono dei passi e la voce di un servo con un qualche messaggio, poi le due regine si allontanarono. Qualcun altro, probabilmente il servo, si avvicinò alla finestra e si sporse. Mordred rimase schiacciato contro il muro, immerso nell'ombra profonda. Attese, perfettamente immobile, fino a che l'oblunga proiezione della finestra apparve vuota e luminosa sul prato, allora corse senza far rumore nella camera da letto che divideva con gli altri ragazzi. Il suo letto - perché lì dormiva da solo - era il più vicino alla porta, separato dagli altri da un contrafforte di pietra. Al di là del contrafforte, stavano Gawain e Gareth. Entrambi erano già addormentati. Dall'estremità della stanza, Agravain disse qualcosa in un sussurro e Gaheris grugnì e si voltò nel letto. Mordred mormorò un "buona notte" e poi, senza svestirsi, si tirò addosso una coperta e si distese ad aspettare. Giacque rigido nel buio, cercando di domare i suoi pensieri che galoppavano e di calmare il suo respiro. Dunque, aveva visto giusto. Il caso che lo aveva portato in giardino ne aveva dato la prova. Non veniva portato a sud per onore, come principe, ma per uno scopo che non riusciva a immaginare ma che quasi sicuramente sarebbe stato pericoloso. Imprigionamento, forse, o persino - la stridula malizia della voce di Morgana lo faceva apparire possibile la morte per mano di re Artù. La protezione di Morgause, per la quale fino alla notte nel laboratorio era stato grato, si sarebbe probabilmente dimostrata inutile. Sarebbe stata impotente a proteggerlo e, di fatto, era sembrata indifferente alla cosa. Girò la testa sul duro cuscino, in ascolto. Nessun rumore veniva dagli altri eccetto il sommesso e regolare respiro del sonno. Fuori, il castello era ancora sveglio. Le porte dovevano essere ancora aperte ma presto sarebbero state chiuse e custodite per la notte. L'indomani lo avrebbe visto, sotto scorta con la comitiva delle Orcadi, di ritorno alla nave diretto a Camelot e a quello che lo aspettava lì. La Orc poteva anche non ormeggiare più prima di entrare a Ynys Witrin dove l'alleato di Artù, il re Melwas, teneva l'isola per il re. Se doveva scappare, bisognava farlo ora. Non riusciva a rendersi chiaramente conto di quando aveva preso quella decisione. Pareva essere lì pronta, inevitabile, in attesa solo del momento. Si sedette cautamente, respingendo la coperta. Si accorse che gli tremavano le mani e ne provò rabbia. Era abituato a cavarsela da solo, sì, o no? In un certo senso, era stato solo tutta la vita e si sarebbe ancora arrangiato. Non c'erano legami da rompere. L'unico legame affettivo che avesse mai conosciuto era stato ingoiato dalle fiamme in una notte di tanti anni prima. Adesso era il lupo fuori dal branco; era Mordred e Mordred dipendeva da Mordred e da nessun altro uomo né - e finalmente era un sollievo sentirsi libero da una gratitudine un po dubbia né da nessun'altra donna. Scivolò fuori dal letto e in un minuto o due aveva riunito le sue cose. Un mantello di pesante lana ruggine, la cintura, la sua arma, il prezioso corno da acqua, la borsa di capretto con le monete risparmiate in quegli anni. Indossava i suoi abiti migliori: gli altri erano ancora a bordo dell'Orc ma non ci si poteva fare niente. Ammucchiò le coperte in modo che il letto desse l'impressione che lui ci fosse dentro, uscì senza rumore dalla stanza e, con il cuore che batteva forte, trovò la strada nell'intrico di corridoi vuoti fino al cortile. Senza saperlo passò proprio davanti alla stanza dove il giovane Artù lo aveva concepito in sua sorella Morgause. Il cortile, sebbene sempre illuminato, era quasi vuoto a quell'ora

della notte perché la cena era terminata e gli uomini coricati o altrimenti occupati a giocare ai dadi accanto ai fuochi. Ci sarebbero state le guardie e un cane o due ma Mordred pensò che ce l'avrebbe fatta a scivolare via nell'ombra in un momento in cui gli uomini erano distratti. Quella notte, però, per tardi che fosse, c'era ancora un certo movimento. Alcuni uomini in livrea erano riuniti in fondo ai gradini che scendevano dalla porta principale del castello. Mordred ne riconobbe due, i primi ciambellani del re. Uno di loro, con un gesto, mandò di corsa un paio di servi con le torce alla porta principale. Questa era spalancata e gli uomini la oltrepassarono e rimasero fuori a illuminare l'accesso al ponte. Da una luce nelle stalle e dal suono di zoccoli e di voci umane, si capiva che si stavano sellando i cavalli. Mordred arretrò nell'ombra di una porta profondamente incassata. Il primo senso di smarrimento cedeva il posto alla speranza. Se degli ospiti lasciavano il castello così tardi, sarebbe riuscito, nel generale andirivieni, a scivolare fuori tra i loro servi senza farsi notare. Un movimento in cima alla gradinata del castello, segnalò l'arrivo del re. Uscì assieme ai suoi due figli, ancora tutti e tre vestiti come lo erano stati per la cena. Con loro c'era una dama. Mordred, che non aveva ancora visto la regina Morgana, si chiese per un momento se potesse essere lei ma la dama era vestita da viaggio e il suo atteggiamento non era per nulla quello di una moglie colpevole e incerta sul perdono del suo signore. Era giovane e pareva senza scorta salvo per un paio di servi armati, ma si comportava come se fosse abituata alla deferenza e, al ragazzo che stava osservando, sembrò che re Urbgen si chinasse con una sorta di rispetto mentre le parlava, come se volesse convincerla di qualcosa, forse di rimandare la partenza fino a un momento migliore, ma senza insistere troppo, pensò acutamente Mordred. Lei lo ringraziò con grazia e decisione, diede la mano ai due principi, poi scese rapidamente la scala mentre i cavalli venivano condotti fuori dalle scuderie. Passò molto vicino a Mordred che riuscì a scorgere per un attimo il suo viso. Era giovane e bella ma con una forza e una durezza che, anche rilassata, erano raggelanti. Il velo che le copriva i capelli scuri era trattenuto da un sottile diadema d'oro. Una regina, sì. Ma più di quello. Mordred capì subito chi doveva essere. Nimuë, amante e successore di Merlino il mago del re, Nimuë, l'"altro Merlino", la strega che, gli era parso, malgrado tutto il loro disprezzo, entrambe le sorelle di Artù temevano. Urbgen l'aiutò personalmente a montare a cavallo. Lei tornò a parlargli, questa volta sorridendo, come se lo rassicurasse su qualcosa. Gli tese la mano e lui la baciò e si ritrasse. La dama guidò il cavallo verso il portone ma, prima di lanciarlo, lo trattenne e si fermò. Non vide Mordred che si era premuto contro il muro in modo da essere fuori vista e disse duramente al re: "Re Urbgen, questi due uomini partono con me, e nessun altro. Controllate che le porte vengano chiuse alle mie spalle e mettete delle guardie alle camere dei vostri ospiti. Sì, vedo che mi capite. Tenete d'occhio la predatrice e la sua prole. Ho visto in sogno che uno dei figli se ne era volato via. Se ci tenete all'amore di Artù, tenete chiusa la gabbia e fate in modo che arrivino senza fallo nelle mie mani." Non diede a Urbgen il tempo di rispondere e il suo cavallo balzò avanti. I due servi la seguirono. Il re, seguendola con lo sguardo, si strappò da chissà quale spiacevole pensiero e diede seccamente

alcuni ordini. I portatori di torce entrarono di corsa e le porte vennero chiuse. Le spranghe scesero con uno schianto. Le guardie, sotto l'occhio del loro signore, rimasero sull'attenti. Il re scambiò ancora alcune parole con l'ufficiale di servizio, poi rientrò direttamente nel castello assieme ai suoi figli. I ciambellani e i servi lo seguirono. Mordred non attese oltre. Indietreggiò nell'ombra e si diresse alla porta più vicina per raggiungere l'ala del palazzo riservata ai ragazzi. Quella porta dava su un corridoio in cui si aprivano laboratori o magazzini. A quell'ora non c'era in giro nessuno. Si infilò dentro e incominciò a correre. L'intenzione era di ritornare nella camera da letto prima che le guardie andassero a montarci la guardia ma mentre correva lungo quella fila di porte, alcune chiuse, altre solo accostate, altre ancora spalancate, si rese conto che poteva esserci un'altra via di fuga. Le finestre. Le stanze alla sua sinistra dovevano aprirsi dritto sopra il fiume, con finestre alte ma non tanto da impedire a un ragazzo allenato di saltar giù e, quanto al fiume, non sarebbe stata una traversata piacevole in quella stagione ma si poteva fare. Magari poteva anche avere un po di fortuna e trovare il ponte senza sorveglianza. Diede un'occhiata in giro e controllò la prima porta aperta. Inutile, la finestra aveva inferriate. La porta seguente era chiusa a chiave. La terza era chiusa ma senza chiavistello. La aprì ed entrò cautamente. Era una specie di magazzino ma l'odore era insolito ed era anche piena di strani rumori, di piccoli movimenti e bisbigli e ogni tanto un pigolio e un frullo. Certo. Gli uccelli della regina. Le gabbie venivano tenute lì. Diede loro appena un'occhiata. La finestra era senza sbarre ma stretta. Troppo stretta? Ci corse. Una delle gabbie era posata sul davanzale a cuneo. La afferrò con entrambe le mani per posarla a terra. Qualcosa sibilò come una vipera, soffiò e si avventò. Il ragazzo mollò la gabbia e saltò indietro con il dorso della mano lacerato. Se lo portò alla bocca e sentì il sapore salato del sangue. Dalla gabbia due fuochi verdi lo fissavano e un minaccioso, basso brontolio incominciò a salire per trasformarsi in un urlo. Il gatto selvatico. Stava rannicchiato proprio in fondo alla gabbia, spaventoso e spaventato. Le piccole orecchie appiattite erano tirate all'indietro, invisibili tra il pelo ritto. Tutti i denti erano in mostra. Una zampa era ancora alzata, armata e pronta. Mordred, furibondo per lo spavento e il dolore, reagì come gli avevano insegnato. Il suo coltello saltò fuori. Alla vista della lama, il gatto selvatico - istinto o consapevolezza, poco importa - balzò immediatamente, furiosamente e la zampa armata si allungò fuori dalle sbarre. Si scagliò ripetutamente, premendo contro le pareti della gabbia, pronto all'attacco. La zampa e il petto erano insanguinati ma non dal sangue del ragazzo: qualcuno aveva infilato un topo morto tra le sbarre; il gatto non ne aveva mangiato ma il sangue si era sparso, poi coagulato e la gabbia puzzava. Mordred, lentamente, abbassò il coltello. Sapeva - e quale contadino delle Orcadi non lo sapeva? - molte cose sui gatti selvatici e sapeva che questo era stato preso dopo che tutti gli altri della cucciolata erano stati uccisi. E adesso era qui - poco più di un cucciolo - così piccolo, così feroce, così coraggioso, ingabbiato e puzzolente per il piacere di una regina. E quale piacere? Non sarebbero mai riusciti a domarlo, lo sapeva. Lo avrebbero stuzzicato e fatto combattere, magari con dei cani che lui avrebbe acciecato

e ridotto a mal partito prima che lo uccidessero. Oppure avrebbe semplicemente rifiutato il cibo e sarebbe morto. Il topo non era stato toccato. La finestra era troppo stretta perché potesse passarci. Per un attimo rimase lì a succhiarsi il sangue dalla mano, sforzandosi di vincere la delusione che rischiava di cambiarsi vergognosamente in paura. Poi, con uno sforzo, riprese il dominio di se stesso. Ci sarebbe stata un'altra occasione. La strada per Camelot era lunga. Una volta fuori dal castello, gli sarebbe piaciuto vedere chi riusciva a tenerlo prigioniero. Che solo ci provassero a fargli del male. Come il gatto, lui non era una bestia rassegnata che aspetta in gabbia di essere fatta fuori. Sapeva lottare. Il gatto avventò ancora la zampa ma non poteva raggiungerlo. Mordred si guardò attorno, vide un bastone con la punta di ferro del tipo che i contadini usavano per catturare le vipere e con quello sollevò la gabbia e la depose con lo sportello verso la finestra. La gabbia riempiva quasi tutto lo spazio. Spinse il bastone dentro al gancio e sollevò cautamente lo sportello di vimini. La carcassa del topo si sollevò assieme e il gatto tornò a colpire, furibondo, quel nuovo pericolo. Si trovò a colpire nell'aria. Per due lunghi minuti rimase perfettamente immobile senza altro movimento che il fremere della pelliccia e il contrarsi della coda, poi lentamente, puntando alla libertà come avrebbe puntato a una preda, strisciò fino al limite della gabbia, al limite dell'apertura, e guardò giù. Mordred non lo vide andare. Era lì e poi, un istante dopo, non c'era più. Il prigioniero se ne era andato nella libera notte. L'altro prigioniero tolse la gabbia dalla finestra che per lui era troppo piccola, la buttò a terra e rimise il bastone dove lo aveva trovato. C'era già una guardia alla porta della camera da letto. Mosse la sua arma ma poi, vedendo chi si avvicinava, ebbe un movimento imbarazzato e puntò di nuovo a terra la spada. Mordred, che lo aveva previsto, si era avvolto nel mantello e, sotto, stringeva a sé le sue cose e nascondeva anche la mano ferita. "Una guardia? Come mai, è successo qualcosa?" "Ordine del re, signore. Ordine di proteggervi..." "Ah. C'è un ordine del re di riferire tutti i nostri movimenti?" Mordred lasciò pesare un momento di silenzio mentre l'imbarazzo dell'uomo aumentava. Poi sorrise: "No, non ero con la regina Morgause. Domandate sempre agli ospiti del re dove trascorrono la notte?" La bocca dell'uomo si aprì lentamente. Mordred lesse tutto con facilità: sorpresa, divertimento, complicità. Ficcò nella borsa la mano sana e ne tirò fuori una moneta. Avevano parlato sottovoce ma abbassò ancora di più il tono: "Non lo direte a nessuno?" "Certamente no, signore. Scusatemi, per piacere. Grazie signore. Buonanotte signore." Mordred gli passò davanti e si introdusse silenziosamente nella camera da letto. Malgrado tutta la sua prudenza, trovò Gawain sveglio, sollevato su un gomito e nell'atto di prendere il suo pugnale. "Chi è?" "Mordred. Tieni la voce bassa. Va tutto bene." "Dove sei stato? Credevo che tu fossi a letto addormentato." Mordred non rispose. Ritirarsi nel silenzio era una sua abitudine. Aveva scoperto che se non si risponde a una domanda imbarazzante, è raro sentirsela riproporre. Non sapeva che quella scoperta, solitamente, la si fa più avanti nella vita e che certe nature più deboli non la fanno mai. Andò al suo letto e, una volta nascosto dal contrafforte, vi lasciò cadere il fagotto e sopra il mantello.

Gawain non doveva accorgersi che era completamente vestito. "Mi era parso di sentire delle voci," sussurrò Gawain. "Hanno messo una guardia alla nostra porta. Stavo parlando con lui." "Oh." Gawain, come Mordred aveva calcolato, non pareva particolarmente interessato. Probabilmente non si rendeva conto che era la prima volta che a Rheged si istituiva una guardia del genere. E probabilmente avrebbe anche supposto che Mordred era uscito per i suoi bisogni. Tornò a stendersi. "Deve essere stato quello a svegliarmi. Che ora è?" "Deve essere mezzanotte passata." Mordred, avvolgendo un fazzoletto attorno alla mano ferita, disse sommessamente: "E dobbiamo partire presto, domani mattina. Adesso è meglio dormire. Buona notte." Dopo un po, anche Mordred dormiva. A mezza lega di distanza, al limitare del grande bosco che veniva chiamato la Foresta Selvaggia, un giovane gatto selvatico si sistemava nel cavo di un enorme pino e incominciava a ripulirsi la pelliccia dall'odore della prigionia. 12 Al mattino fu chiaro che l'ammonimento di Nimuë era stato trasmesso alla loro scorta. I soldati fecero in modo che la comitiva delle Orcadi restasse unita e, con il maggior tatto possibile, travestirono quella stretta sorveglianza da onore. Morgause la prese come tale e così i quattro principi più giovani che cavalcavano tranquillamente chiacchierando gaiamente con le guardie e ridendo ma Mordred, con un buon cavallo sotto di sé e la brughiera del continente che gli si apriva davanti, fremeva e taceva. Raggiunsero fin troppo presto il porto. La prima cosa evidente fu che la Orc era sola accanto al molo. Il Drago del Mare, spiegò il capitano della scorta, aveva subito solo pochi danni dalla tempesta e quindi aveva continuato la sua rotta a sud, lui e la scorta armata sarebbero saliti con loro sull'Orc. Morgause, seccata ma con l'apprensione che le cresceva dentro e quindi senza il coraggio di rivelarlo, fu costretta ad accettare e tutti si imbarcarono. La nave era un po troppo affollata per essere ancora comoda ma i venti si erano calmati e il percorso fuori dall'estuario dell'Ituna e poi verso sud lungo la costa di Rheged fu calmo e persino piacevole. I ragazzi passarono il tempo in coperta ad osservare il paesaggio collinoso che sfilava sotto i loro occhi. I gabbiani si tuffavano e gridavano sulla scia della nave. Una volta incrociarono una flottiglia di barche da pesca e un'altra videro, in una piccola baia della costa montuosa, alcuni uomini montati sui pony che guidavano un gregge ("probabilmente bestie rubate" disse Agravain che pareva apprezzare più che criticare la cosa) ma, a parte questi, non c'erano altri segni di vita. Morgause non si mostrò. I marinai insegnarono ai ragazzi a fare i nodi e Gareth cercò di suonare un piccolo flauto che uno di loro si era fabbricato con una canna. Tutti si improvvisarono delle lenze ed ebbero qualche successo mangiando così dei buoni pasti di pesce fresco. I principi erano eccitati per l'avventura e per quella che ritenevano l'abbagliante prospettiva in serbo per loro. Persino Mordred, in qualche momento, riuscì a dimenticare la nube di paura. L'unica pecca era il silenzio della scorta. I ragazzi interrogavano i soldati - i principi con innocente curiosità, Mordred con prudente astuzia - ma gli uomini e i loro ufficiali erano poco comunicativi quanto lo era stato l'inviato del re. Non riuscirono a sapere nulla sugli ordini del Sommo Re o sui

piani per il loro futuro. E così per tre giorni. Poi, con il capitano della nave che alzava uno sguardo preoccupato alle vele improvvisamente flosce, l'Orc entrò a Segontium, sulla costa del Galles, proprio di fronte all'isola di Mona. Era un posto molto più grande del piccolo porto di Rheged. Caer y n'a Von, o Segontium come si era chiamata ai tempi dei romani, era una grande guarnigione militare, recentemente ricostruita decuplicando la sua vecchia forza. La fortezza si trovava sulla collina rocciosa sopra la città e al di là si levavano altre colline che risalivano fino alle altezze sempre velate dalle nubi di Y Wyddfa, la Montagna Nevosa. Dalla parte del mare, al di là dello stretto canale azzurro come zaffiro sotto il sole, c'erano i campi dorati e le magiche pietre di Mona, l'isola dei druidi. i ragazzi stavano lungo il parapetto della nave, attenti ed eccitati. Finalmente anche Morgause uscì dalla sua cabina. Era pallida e sofferente, anche dopo un viaggio tanto tranquillo e facile. ("Perché è una strega, capite" disse Gareth orgogliosamente al capitano della scorta.) Quando il capitano le disse che dovevano aspettare nel porto che il vento cambiasse, gli rispose con sollievo che non avrebbe dormito a bordo e mandò il ciambellano a riservare delle stanze alla locanda del porto. Era un luogo ricco e comodo e offrì delle buone camere. La compagnia scese allegramente a terra. Si fermarono lì per quattro giorni. La regina rimase nelle sue stanze con le donne. I ragazzi avevano il permesso di esplorare la città o, sempre attentamente sorvegliati, di scendere alla riva a caccia di granchi e molluschi. La seconda volta che vi andarono, Mordred, come se fosse in preda alla noia, ritornò indietro. Anche se non lo disse a portata d'orecchio dei suoi fratelli, lasciò capire alle due guardie che la caccia ai granchi non offriva nessun divertimento a un ragazzo che solo pochi anni prima la faceva per vivere. Li lasciò a quel passatempo e ritornò in città. Poi, nascondendo la sua ansia, percorse con passo tranquillo il sentiero che saliva allontanandos i dalle case e portava oltre la fortezza verso le distanti alture di Y Wyddfa. L'aria era sorprendentemente limpida dopo il gelo della notte. Le pietre erano già calde. Si mise a sedere. Per chiunque lo avesse visto, avrebbe avuto l'aria di godersi il panorama e il sole. In realtà si guardava attentamente per studiare una possibilità di fuga. Sopra di lui, in lontananza, un ragazzo accudiva un gregge di pecore. Più in su, oltre i pendii di pascoli sassosi, c'era un bosco, l'inizio della foresta che saliva a rivestire i fianchi della Montagna Nevosa. Un varco tra gli alberi mostrava il passaggio della strada che portava ad est. Lì era la via. La strada doveva sicuramente unirsi al famoso Sarn Elen, il ponte che portava giù a Deva e nei regni dell'interno. Lì avrebbe potuto facilmente far perdere le sue tracce. Aveva con sé tutto il suo denaro e, con la scusa del gelo della notte, anche il mantello. Un sassolino rotolò giù nel sentiero. Si guardò attorno e vide, a solo una dozzina di passi di distanza, le due guardie che stavano lì ostentatamente tranquille a guardare in lontananza la spiaggia che si stendeva sotto la città. Ma si capiva che erano sul chi vive e di tanto in tanto il loro sguardo puntava su di lui. Erano gli stessi due uomini che avevano accompagnato i principi sulla riva del mare. Ora, piccoli in distanza, riusciva a vedere i suoi fratelli, facilmente riconoscibili tra gli altri cacciatori di

granchi sulla spiaggia. Cercò di vedere la loro scorta ma non ci riuscì. Gli uomini avevano lasciato gli altri al loro passatempo e lo avevano seguito silenziosamente su per la collina. Le guardie erano per lui solo. Nel petto e nella gola di Mordred si gonfiò un'emozione che il gatto selvatico chiuso nella gabbia avrebbe riconosciuto. Aveva voglia di gridare, di schizzar fuori, di correre. Di correre. Saltò in piedi. All'istante gli uomini si mossero con finta indifferenza e gli si avvicinarono. Erano giovani e robusti. Non sarebbe mai riuscito a distanziarli. Rimase fermo. "E' ora di rientrare, giovane signore," disse uno di loro con cordialità. "Direi che è quasi ora di cena." "I vostri fratelli stanno rincasando," aggiunse l'altro, indicando con la mano. "Vedete, signore, sono laggiù. Vogliamo scendere, adesso?" La faccia di Mordred era ferma come pietra. I suoi occhi non tradivano nulla dell'emozione che lo riempiva. Qualcosa che nessun animale selvatico - e pochi uomini - avrebbe capito, lo manteneva silenzioso e apparentemente indifferente. In due profondi e fermi respiri dominò la paura e con essa la tremenda delusione, impedendole di prorompere. Gli pareva quasi di sentirsela colar fuori dalle dita come sangue. Al suo posto venne il leggero tremito della tensione allentata e poi il vuoto, la calma del suo abituale controllo. Annuì rivolto agli uomini, disse qualcosa di distaccato e cortese e tornò verso la locanda camminando tra loro. Provò ancora il giorno dopo. I principi, stanchi della spiaggia e della città, desideravano visitare la fortezza sulla collina, ma la loro madre non ne voleva sapere. In effetti, il capitano della scorta disse semplicemente che nemmeno i principi delle Orcadi avrebbero avuto il permesso di varcare le porte. Il posto era fortificato ed era tenuto sempre in stato di allarme. "Per cosa?" domandò Gareth. L'uomo accennò verso il mare. "Picti, irlandesi, sassoni. Chiunque." "Il re Maelgon è qui?" "No." "Qual è la torre di Macsen?" la domanda apparentemente innocua era di Mordred. "Quale torre?" domandò Agravain. "Quella di Macsen. Qualcuno ne ha parlato ieri." Il qualcuno era stato una delle sue guardie che aveva notato come la posizione della torre fosse molto in alto sulla collina, poco sotto il bosco. "E' lassù" disse il capitano. "Da qui non si può vederla, però, è una rovina." "Chi era Macsen?" domandò Gareth. "Non vi insegnano niente alle Orcadi?" L'uomo era indulgente. "Era l'imperatore della Britannia, Magno Massimo, spagnolo di nascita..." "Certo che questo lo sappiamo," interruppe Gawain. "Siamo imparentati con lui. Era imperatore di Roma ed è stata la sua spada che Merlino ha alzato per il Sommo Re: Caliburn, la spada del re di Britannia. Tutti lo sanno! Nostra madre discende da lui, attraverso re Uther." "E allora, non dovremmo visitare la torre?" chiese Mordred. "Non è all'interno della fortezza e quindi potremmo certo andarci. Anche se è in rovina..."

"Mi dispiace." Il capitano scosse la testa. "Troppo lontano. Contro gli ordini." "Ordini?" Gawain incominciava a fremere, ma Agravain parlò con durezza rivolgendosi a Mordred: "Comunque, perché dovresti andarci tu? Tu non sei parente di Macsen! Noi lo siamo! Noi siamo reali anche attraverso nostra madre." "Allora se io sono un bastardo di Lothian voi potete considerarvi dei bastardi di Macsen," ribatté Mordred che sentiva la paura e la tensione trasformarsi in furore e per una volta non aveva tenuto a bada la lingua. Era abbastanza sicuro. I gemelli, leali alla regola del silenzio su quel che riguardava la loro madre, non avrebbero mai ripetuto l'insulto a Morgause. I loro metodi erano più diretti. Dopo un attimo di pura sorpresa, si buttarono addosso a Mordred urlando di rabbia e le loro energie represse esplosero in una vera battaglia nel cortile della locanda. Dopo che furono separati e battuti per la rissa la regina era talmente irritata da quell'incidente che proibì ogni escursione fuori dalla locanda. Così nessuno andò alla torre di Macsen e i ragazzi dovettero accontentarsi di giocare a ossicini raccontarsi storie e fare finti combattimenti; roba da bambini, disse Mordred, questa volta con aperto disprezzo e se ne tenne lontano, ancora fremente. il giorno dopo alla sera, quasi d'improvviso, il vento cambiò, tornando a soffiare forte da nord. Sotto l'occhio attento della scorta, si imbarcarono e l'Orc puntò rapidamente a sud con vento costante finché poté entrare nelle quiete acque del mare di Severn. L'acqua era come vetro. "Proprio adatto all'Isola di Vetro", disse il comandante. E in effetti l'Orc veleggiò dentro a un estuario liscio come uno specchio, con i remi in funzione per l'ultimo tratto fino al piccolo molo di Ynys Witrin, l'Isola di Vetro, quasi all'ombra delle mura del palazzo di Melwas, il suo re. Il palazzo di Melwas era poco più di una grande casa nella piatta prateria che circondava la più grande delle tre isole sorelle chiamate Ynys Witrin. Due delle isole erano colline basse e verdi che si innalzavano dolcemente dalle acque. La terza era Tor, un'alta collina a forma di cono, simmetrica come un manufatto e incoronata alla base da frutteti di meli dove volute di fumo annunciavano le casette del villaggio che era la capitale di Melwas. Torreggiava sopra la pianura solcata dalle acque come un grande faro. E questa era, in effetti, una delle sue funzioni: la torretta di un faro sorgeva proprio in cima a Tor, il punto di segnale più vicino a Camelot stesso. Da quella sommità, fu raccontato ai ragazzi, le sue mura e le torri scintillanti si potevano vedere, chiare e vicine, attraverso la vitrea distesa del Lago. La fortezza di re Melwas stava appena sotto la sommità di Tor. La si raggiungeva con un sentiero tortuoso, profondamente scavato nella ghiaia della collina. In inverno, raccontavano gli uomini, il fango rendeva impossibile avvicinarsi alla cima. Del resto, in inverno non c'erano combattimenti. Il re e i suoi se ne stavano comodamente nella residenza sul lago colmando le giornate con la caccia che, in quelle zone, era soprattutto agli uccelli di palude. Le paludi si estendevano verso sud con le loro acque scintillanti, rotte di tanto in tanto dalle isole di salici e dai canneti dove gli abitanti del territorio avevano costruito le loro abitazioni su palafitte.

Re Melwas ricevette la compagnia con gentilezza. Era un uomo alto, con la barba bruna, il colorito acceso e la bocca piena, dalle labbra rosse. Li salutò con il rituale bacio del benvenuto e anche se questo fu un po troppo prolungato, Morgause non trovò niente da ridire. Quando presentò i suoi figli il re li accolse calorosamente e ancor più calorosamente elogiò la donna che aveva messo al mondo una così bella tribù. Mordred, come sempre, venne presentato per ultimo. Se, durante i saluti formali, lo sguardo del re era tornato un po troppo spesso al ragazzo alto che stava dietro gli altri principi, nessuno salvo il ragazzo stesso parve notarlo. Poi Melwas, con un'altra occhiata insistente, tornò a rivolgersi a Morgause con la notizia che un corriere del Sommo Re la stava aspettando. "Un corriere?" Morgause era tagliente. "A me, la sorella del Re? Vorrete dire, uno dei suoi cavalieri. Con una scorta per noi?" Invece, no. Il messaggero era soltanto uno dei corrieri reali e consegnò a Morgause la comunicazione del re brevemente e con poche cerimonie. Morgause e i suoi dovevano rimanere a Ynys Witrin fino al giorno seguente quando sarebbero partiti a cavallo, con una scorta mandata da Artù, per Camelot. Lì il re li avrebbe ricevuti nella Sala Rotonda. i ragazzi più giovani, eccitati e quasi incapaci di controllarsi, non notarono nulla di strano, ma Gawain e Mordred capirono che in Morgause lottavano l'ira e una crescente apprensione mentre interrogava seccamente l'uomo. "Non ha detto niente di più, signora," ripeté il corriere. "Solo che desiderava la vostra presenza domani nella Sala Rotonda. Fino a quel momento dovete restare qui. Dama Nimuë, signora? No, non è ancora ritornata dal nord. E' tutto quello che so." Si inchinò e se ne andò. Gawain, perplesso e incline ad essere irato, fece per parlare ma sua madre lo zittì con un cenno e rimase per un momento a mordersi le labbra e pensare. Poi si voltò rapidamente verso Gabran. "Fate chiamare le mie donne. Devono tirar fuori i nostri abiti e preparare per me la veste bianca e il mantello scarlatto. Sì, proprio adesso! Credete che me ne voglia star qui questa notte e andare domani su suo ordine alla Sala Rotonda? Non sapete cosa vuol dire? E' la camera del consiglio di Artù, dove vengono emessi i giudizi. Oh, sì, ho sentito tutte quelle storie, con la "Sedia pericolosa" per i malfattori e quelli che hanno delle lamentele contro il Sommo Re!" "Ma che pericolo può esserci per voi? Non gli avete fatto niente di male," disse rapidamente Gabran. "Certo che no!" sbottò Morgause. "Ed è per questo che non andrò lì come una supplicante o una malfattrice per essere ricevuta davanti al Consiglio da mio fratello! Ci andrò adesso, stanotte, finché è a cena nella sala con la regina e tutta la corte. Vedremo allora se intende negare il suo stato alla madre di" - si interruppe e, ovviamente cambiò la frase che voleva dire - "a sua sorella e ai figli di sua sorella." "Signora, vi lasceranno andare?" "Non sono una prigioniera. Come possono fermarmi? Farebbero vedere a tutti che mi maltrattano. E poi, le truppe del re non sono forse ritornate a Camelot?" "Sì, signora, ma re Melwas..." "Quando mi sarò vestita, potete chiedere a re Melwas di venire a trovarmi." Gabran fece per avviarsi con una certa riluttanza. "Gabran." Si fermò e si voltò. "Prendete con voi i ragazzi. Dite

alle donne che li preparino. Con i loro abiti di corte. Provvederò a che Melwas ci dia cavalli e scorte." Strinse le labbra. "Purché siamo sorvegliati, Artù non potrà fargliene carico. In ogni caso il rischio è di Melwas e non nostro. Adesso andate. Non verrete con noi. Ci seguirete domani assieme agli altri." Gabran esitò ma, quando colse il suo sguardo, si inchinò e uscì dalla stanza. Non era difficile immaginare che tipo di persuasione avrebbe usato con Melwas. Alla fine, ebbe quello che voleva. Nel breve tramonto autunnale, il piccolo gruppo attraversò a cavallo la passerella che portava a est attraverso il lago. Morgause cavalcava una bella giumenta grigia riccamente bardata in verde e scarlatto e tintinnante di campanelli. Mordred, con sua grande sorpresa, ricevette uno splendido cavallo nero pari a quello destinato a Gawain. La scorta armata mandata da Melwas scalpitava dietro di loro sullo stretto ponte. Alle loro spalle il sole si trasformò in una fornace di rame fuso che morì lentamente sfumando in verde e porpora. C'era un brivido di freddo nell'aria, un tocco di gelo che veniva con le ombre azzurrine del tramonto. Gli zoccoli dei cavalli arrancarono sulla sponda di ghiaia e poi la strada si aprì davanti a loro, una pallida striscia che si spingeva attraverso il paesaggio paludoso di canne e ontani. Anitre e trampolieri si levarono in volo allo scalpitio e l'acqua si increspò come metallo fuso. Il cavallo di Mordred scosse la testa e la briglia tintinnò d'argento. Suo malgrado, si sentì il cuore pieno di eccitazione. Poi, improvvisamente, qualcuno indicò qualcosa con un'esclamazione. Davanti a loro, alla sommità di un pendio coperto dalla foresta, con i pinnacoli imbandierati che nascondevano gli ultimi bagliori del tramonto e fiammeggiavano nel cielo della sera come torce, si levavano le torri di Camelot. 13 Era una città in cima a una montagna. Caer Camel aveva la vetta piatta e molto larga ma sorgeva vistosa quanto Tor al centro di quel paesaggio piatto o appena ondulato. I fianchi scoscesi erano solcati orizzontalmente come se un gigantesco aratro fosse stato condotto attorno alla montagna. Quei solchi erano trincee destinate a respingere gli attacchi. Sulla cresta di quella montagna difesa le mura della fortezza cingevano la sommità come la corona cinge la testa di un re. In due punti, a nordeste sudovest,quella massiccia difesa era interrotta dalle porte. Il gruppo di Morgause si avvicinava da sudovest,verso l'ingresso chiamato Porta del Re. Attraversarono un piccolo fiume tortuoso, poi seguirono la strada che saliva ripida tra fitti alberi. Alla sommità, nell'angolo delle mura esterne di Camelot, c'era il massiccio portale doppio, ancora aperto ma vigilato. Si fermarono mentre il capitano della scorta cavalcava avanti per parlare con l'ufficiale di guardia. Poi i due uomini tornarono assieme da Morgause che stava aspettando. "Signora." L'ufficiale le fece un cortese inchino. "Non eravate attesa fino a domani. Non ho ordini riguardo ai vostri accompagnatori. Se volete aspettare qui, manderò su un messaggio..." "Il re è nella sala?" "Signora, sì, è a cena." "Allora: portatemi da lui." "Signora, non posso. Se volete..." "Sapete chi sono?" La gelida domanda contava di intimidire.

"Certamente, signora." "Sono la sorella del Sommo Re, figlia di Uther Pendragon. Devo essere tenuta qui fuori ad aspettare come una supplicante o un corriere?" Un velo di sudore apparve sulla fronte dell'uomo ma, apparentemente, non si lasciò scomporre. "Certo che no, signora, non fuori dalla porta. Prego, entrate. Stanno venendo i soldati a chiuderla. Ma temo che dovrete aspettare qui mentre mando un messaggero alla sala. Ho degli ordini." "Benissimo. Non voglio rendervi la vita difficile. Il mio ciambellano andrà con lui." Morgause parlava con fermezza, senza scomporsi, come se non avesse il minimo dubbio che si potesse disubbidire ai suoi ordini. Addolcì le parole con uno dei suoi graziosi sorrisi. Mordred si accorse che era nervosa. La sua giumenta, intuendo i sentimenti di chi la cavalcava, scalpitò e scosse la testa facendo tintinnare i finimenti dorati. L'ufficiale, con manifesto sollievo, acconsentì e il ciambellano, dopo poche parole con la sua padrona, si allontanò tra due guardie. Il gruppo di Morgause oltrepassò il profondo arco fortificato della Porta del Re e si fermò appena dentro per aspettare. Alle loro spalle, la grande porta si chiuse. Le sbarre scesero fragorosamente in posizione. Dall'alto dei camminamenti sulle mura, veniva il rumore dei passi ritmati delle sentinelle. Abbastanza ironicamente, quel suono che avrebbe dovuto ricordare a Mordred il fatto che era sostanzialmente un prigioniero costretto ad affrontare una fato ignoto e incerto, non raggiunse la sua coscienza. Era troppo occupato a guardarsi attorno. Questo era Camelot. Dentro alla porta, un sentiero portava su verso le mura del palazzo. Ad intervalli, lungo quella strada, dei pali reggevano torce infilate in anelli per illuminare la via. A metà di una salita abbastanza ripida, la strada biforcava portando, a sinistra a una porta nelle mura dietro alle quali si scorgevano le cime di alberi ora spogli. Un altro giardino? Un'altra prigione creata per il piacere di una regina? A destra la strada girava attorno alla cinta verso un altro portone più grande che doveva dare accesso alla città. Al di sopra delle mura si vedevano tetti e torrette di case, negozi e laboratori raggruppati attorno alla piazza del mercato e, ancora più a nord dietro di essi, le caserme e le stalle. Le porte della città erano chiuse e non si vedeva nessuno all'infuori delle sentinelle. "Mordred!" Mordred, riscosso dai suoi pensieri, alzò gli occhi. Morgause gli faceva cenno. "Vieni qui, accanto a me." Sospinse il cavallo e si portò alla sua destra. Gawain fece per mettersi alla sinistra ma lei lo respinse con un gesto. "Stai con gli altri." Gawain che, dopo la rissa nel cortile della locanda, si era mantenuto freddo con Mordred, fece una smorfia mentre indietreggiava ma non disse nulla. Nemmeno gli altri parlarono. Qualcosa della tensione di Morgause si era comunicata persino a Gareth. La regina non disse altro e rimase dritta e immobile a fissare le orecchie del cavallo. Il cappuccio era gettato indietro e la sua faccia appariva pallida e inespressiva. Poi cambiò. Mordred, seguendo la direzione del suo sguardo, vide il ciambellano che ritornava di fretta con le due guardie e, a qualche distanza dietro di loro, solo, un uomo scendeva la strada. Dalla brusca reazione della guardia della porta, capì di chi doveva trattarsi e anche che la sua venuta era del tutto inattesa. Contro

ogni precedente, Artù il Sommo Re era uscito da solo per riceverli alla porta esterna della sua fortezza. Il re si fermò a qualche passo di distanza e disse brevemente alle guardie: "Fateli entrare" Nessuna cerimonia di benvenuto. Né baci, né strette di mano, né sorrisi. Stava sotto a una delle torce e la luce guizzava sulla sua faccia fredda e indifferente quanto quella di un giudice. Il ciambellano corse a fianco di Morgause ma lei lo respinse con un gesto. "Mordred. La tua mano, prego." Non c'era tempo per la sorpresa. Non c'era tempo che per un'unica, schiacciante apprensione. Scivolò giù dal suo cavallo, gettò le redini a un servo ed aiutò la regina a scendere. Lei gli prese per un attimo il braccio come se volesse dire qualcosa, poi lo lasciò andare ma lo tenne vicino a sé. Gawain, sempre imbronciato, si spinse in avanti senza essere invitato e, questa volta, venne ignorato. I servi portarono via i cavalli. Artù non si era ancora mosso. Morgause, con i due ragazzi uno per parte e i tre più giovani dietro, andò verso il re. Mordred non avrebbe mai potuto dire cosa rese tanto impressionante quel primo incontro con il Sommo Re. Niente cerimonie, niente seguito, nessuna delle apparenze della maestà e del potere; l'uomo non era nemmeno armato. Stava lì da solo, freddo, silenzioso e imponente. Il ragazzo sgranò gli occhi. Aveva davanti a sé un uomo solitario, vestito di una veste bruna orlata di martora, rimpicciolito dagli edifici illuminati alle sue spalle, dagli alberi che fiancheggiavano la strada, dalle spade delle guardie armate. Ma di fatto, in quel gelido, risuonante, ombroso spazio, nessuno aveva occhi se non per quell'uomo. Morgause si abbassò su quel suolo gelato davanti a lui, non nella profonda riverenza d'obbligo davanti al Sommo Re ma inginocchiandosi. Alzò una mano, prese Mordred per un braccio e lo tirò giù, anche lui, in ginocchio. Mordred sentì un leggero tremito nella sua stretta. Gawain, con gli altri ragazzi, rimase in piedi. Artù non li aveva degnati nemmeno di un'occhiata. La sua attenzione era tutta per il ragazzo inginocchiato, il bastardo, suo figlio, portato ai suoi piedi come un supplicante e che stava lì, con la testa alta e gli occhi che giravano attorno come un animale selvatico che si domanda da che parte fuggire. Morgause stava parlando: "Mio signore Artù, fratello... potete immaginare quale gioia sia stata per me e la mia famiglia quando, dopo tutti questi anni, ci è giunta la notizia che avremmo potuto ancora essere alla vostra presenza e visitare la vostra corte sul continente. Chi non ha sentito parlare degli splendori di Camelot e non si è estasiato al racconto delle vostre vittorie e della vostra grandezza come re di queste terre? Grandezza che, da quella prima grande battaglia a Luguvallium, io e il mio signore re Lot, avevamo predetta per voi..." Lanciò un'occhiata alla faccia impassibile di Artù. Si era volutamente avventurata su un terreno pericoloso. A Luguvallium Lot aveva cercato prima di tradire Artù, poi di rovesciarlo, ma era stato allora che lui aveva giaciuto con Morgause e aveva concepito Mordred. Mordred, che stava ad occhi bassi come se studiasse il disegno del gelo sul suolo davanti a sé, colse il momento di incertezza prima che Morgause tirasse un lungo respiro e riprendesse a parlare. "Forse tra noi... tra voi e Lot e persino tra voi e me, fratello mio, ci sono state cose che è meglio non rievocare. Ma Lot è stato ucciso al vostro servizio e da allora io ho vissuto sola, tranquillamente, in esilio ma senza lamentarmi, dedicandomi alla cura e all'educazione

dei miei figli..." Una leggera enfasi a questo punto e un'altra rapida occhiata in su. "Ora, mio signore Artù, sono venuta obbedendo al vostro ordine e imploro la vostra clemenza verso noi tutti.", Ancora nessuna risposta da parte del re, né alcun cenno di benvenuto. La bella voce lieve continuava e le parole ricadevano come sassolini nel silenzio. Mordred, sempre a occhi bassi, sentì qualcosa forte come un tocco e li alzò improvvisamente per trovare quelli del re fissi su di sé. Li incontrò per la prima volta, occhi che erano al tempo stesso familiari eppure strani, carichi di un'espressione che gli fece scendere un brivido per tutto il corpo, non di paura ma come se qualcosa lo avesse colpito sotto al cuore lasciandolo senza fiato. Con quel tocco, la sua paura sparì. Improvvisamente e per la prima volta da quando Morgause aveva velato la logica con le minacce e le stregonerie, vide chiaramente quanto erano state sciocche le sue paure. Perché quell'uomo, il re, avrebbe dovuto disturbarsi a perseguitare il bastardo di un nemico morto da tanti anni? Era al di sopra di queste cose. Era assurdo. Per Mordred l'aria si schiarì all'improvviso come se una fetida nebbia carica di magie si fosse dissolta. Era lì nella favolosa città, nel centro dei regni del continente. Molto tempo fa aveva fatto piani in questo senso, ne aveva sognato, aveva tramato. Nella paura e nella sfiducia provocate da Morgause aveva poi cercato di sfuggirvi ma qui era stato portato, come qualcosa destinato al sacrificio alla sua Dea dall'altare nero. No, non rimaneva nessun pensiero di fuga. Tutte le sue vecchie ambizioni, i sogni della sua infanzia, ritornavano cristallizzati. Questo era quello che voleva, e voleva esserne parte. Qualunque cosa ci volesse per conquistarsi un posto in questi regni del Re, lo avrebbe fatto, anche a costo... Morgause stava ancora parlando, con un'insolita nota di umiltà. Mordred, con la nuova fredda luce che gli illuminava il cervello, ascoltava e pensava: "Ogni parola che dice è una menzogna. No, non una menzogna, i fatti sono abbastanza veri, ma tutto quello che è, tutto quello che sta cercando di fare... è tutto falso. Come fa lui a sopportarla? Certo, non si lascerà trarre in inganno. Non questo re. Non Artù." " quindi vi prego di non volermene, fratello, se sono venuta adesso invece di attendere domani. Come potevo aspettare con le luci di Camelot che vedevo così vicino da oltre il lago? Dovevo venire e assicurarmi che nel vostro cuore non mi serbate malevolenza. E vedete, vi ho obbedito. Sono qui con tutti i ragazzi. Questo alla mia sinistra è Gawain, il primogenito delle Orcadi, mio figlio e vostro servo. E anche i suoi fratelli. E questo, alla mia destra... Questo è Mordred." Alzò gli occhi. "Fratello, non sa niente. Niente. Sarà..." Finalmente, Artù si mosse. La fermò con un gesto, poi fece un passo avanti e tese una mano. Morgause, trattenendo il fiato, piombò nel silenzio e vi pose la sua. Il re la sollevò. Tra i ragazzi e i servi che assistevano alla scena dalla porta, vi fu un momento di sollievo. Erano stati ricevuti. Tutto sarebbe andato bene. Mordred, alzandosi in piedi, provò anche lui quell'allentarsi della tensione. Persino Gawain sorrideva e Mordred si accorse di rispondergli. Ma, invece del rituale bacio di benvenuto, l'abbraccio e le parole di saluto, il re si limitò a dire: "Ho qualcosa da dirvi che non può essere detto davanti a questi ragazzi." Si rivolse a loro. "Siate i benvenuti. Adesso tornate alla porta e aspettate." i ragazzi obbedirono. "I doni," disse il ciambellano, "i doni,

presto. Non tutto va bene, a quanto pare." Afferrò la cassetta che un servo teneva e corse avanti per deporla ai piedi del re, poi si ritirò subito, sconcertato. Artù non diede nemmeno un'occhiata al tesoro. Stava parlando a Morgause e sebbene chi stava alla porta non potesse né udire quel che si diceva né vedere la sua faccia, si poteva notare come l'atteggiamento della regina si irrigidisse dapprima nella sfida, poi tornasse alla supplica e persino alla paura e come invece il re rimanesse di pietra e con la faccia di pietra. Solo Mordred, con la sua nuova chiarezza dettata dall'intuizione, vide in lui dolore, e stanchezza. Vi fu un'interruzione. Da dietro la porta venne un suono che aumentò rapidamente di intensità. Zoccoli di cavallo che avanzavano al galoppo su per la strada. La voce di un uomo chiamò raucamente. Una delle guardie della porta disse sottovoce: "Il corriere di Glevum! Per tutti i tuoni, ha fatto in fretta! Deve portare notizie che scottano!" L'altolà, un altro grido, il cigolio delle porte che si aprivano. Un cavallo stanco attraversò l'arcata. L'odore era quello del sudore esausto. Una parola a fiato mozzo da parte del corriere e il cavallo continuò senza fermarsi, dritto verso il punto il cui il re stava con Morgause. Il cavaliere quasi cadde di sella e si mise in ginocchio. Il re pareva irato per l'interruzione ma il corriere parlò con furia e, dopo una pausa, Artù fece cenno alle guardie. Due di loro si fecero avanti e si misero ai due lati di Morgause. Poi il re si voltò, con un cenno al corriere, e si avviò su per la strada seguito dall'uomo. Ai piedi della gradinata del palazzo si fermò. Per qualche minuto i due, re e corriere, rimasero a parlare ma dalla porta i ragazzi non potevano udire né vedere nulla. Poi, improvvisamente, il re si girò e gridò. In un attimo, parve che la gelida tensione della notte andasse a pezzi; da una calma imbarazzata il posto passò al fragore di qualcosa di simile a ordini di guerra. Un grande stallone grigio da battaglia fu portato da due mozzi di stalla che lo tenevano, scalpitante, per il morso. Servi accorsero con il mantello e la spada del re. La porta si spalancò.. Artù era in sella. Lo stallone grigio nitrì e poi balzò in avanti sotto lo sperone, passò davanti ai ragazzi e uscì dalla porta con la velocità di una spada lanciata. Gli stallieri condussero via il cavallo esausto del corriere e il corriere stesso li seguì trascinandosi. Alla porta, tutto era movimento e ordini seccamente lanciati. Gli uomini d'arme di Melwas si ritrassero e i ragazzi, con il ciambellano e i servi della regina, si videro sospingere frettolosamente su per la strada verso il palazzo, oltre il punto in cui stava ancora Morgause, rigida tra le due guardie. Nel momento in cui raggiungevano la porta del palazzo, un gruppo di cavalieri armati ne irruppe fuori e scese come una fiumana giù per la collina al seguito del re. Il galoppo svanì. Ancora una volta le porte esterne si chiusero fragorosamente. Gli echi svanirono nel silenzio. Pareva di tornare indietro, con un tremito, a una specie di pace. I ragazzi, in attesa alla porta del palazzo con i servi e le guardie, stretti tra loro, si domandavan o cosa fare, confusi e con un principio di paura. Gareth piangeva. I gemelli borbottavano tra loro lanciando occhiate tutt'altro che amichevoli a Mordred. Evitando loro e il broncio sprezzante di Gawain, Mordred, più ancora di prima, si sentì isolato. I

suoi pensieri si agitavano come uccelli in gabbia. Ora aveva tutto il tempo di sentirsi in ansia. Finalmente qualcuno - un omone rosso in faccia e di modi decisi - venne da loro. Parlò direttamente a Mordred. "Sono Cei, il siniscalco del re. Dovete venire con me." "IO?" "Tutti." Gawain spinse da parte Mordred con una gomitata, fece un passo avanti e parlò. Era asciutto fino all'arroganza. "Sono Gawain... Dove ci portate e cosa ne è stato di mia madre?" "Ordini del re," disse brevemente Cei, ma in modo poco rassicurante. "Lei deve aspettare fino a quando il re ritorna." Poi, parlò più gentilmente a Gareth. "Non abbiate paura. Non vi succederà niente. Lo avete sentito dire che siete i benvenuti." "Dove è andato?" domandò Gareth. "Non avete sentito?" chiese Cei. "Sembra che, dopo tutto, Merlino sia ancora vivo. Il corriere lo ha visto per la strada. Il re gli è andato incontro. E adesso, volete venire con me?" 14 i ragazzi erano rimasti solo per poco a Camelot prima che giungesse l'ordine di spostare la corte a Caerleon per Natale. Nel frattempo erano stati alloggiati lontano dagli altri ragazzi e giovani, sotto le cure speciali di Cei, che era fratellastro di Artù e a conoscenza di tutte le sue decisioni. Fu lui a fare in modo che nessuna delle voci che circolavano tra la gente di Camelot giungesse alle orecchie dei ragazzi. Fino a quando Artù in persona non avesse parlato con Mordred, Mordred non doveva sapere niente. Cei immaginava, e giustamente, che il re volesse consultare Merlino prima di decidere cosa si doveva fare del ragazzo, o della stessa Morgause. Non videro Morgause; era alloggiata da un'altra parte, non prigioniera, si disse loro, ma con il divieto di comunicare con chiunque fino al ritorno del re. Di fatto, il re non ritornava. La storia della sua cavalcata selvaggia per raggiungere il suo vecchio amico fu portata a una città avida di notizie. Era vero che il mago Merlino era vivo. Un attacco della sua vecchia malattia, uno stato di coma simile alla morte, era stato scambiato per la morte vera e propria, ma lui si era ripreso ed era riuscito a uscire dalla tomba sigillata dove era stato lasciato per morto. Ora era andato a cavallo con il re a Caerleon e i Compagni di Artù - lo scelto gruppo di cavalieri che erano i suoi più fedeli amici - erano andati con loro. La corte li avrebbe raggiunti. Così, per il tempo che rimaneva da passare a Camelot prima del trasloco della corte nel Galles, i ragazzi furono tenuti occupati con esercizi che li stancavano a morte ma erano ugualmente di loro gusto. Vennero affidati immediatamente ai maestri d'armi e tutto l'addestramento che avevano avuto sulle isole venne commentato con un sarcasmo che nemmeno Gawain riteneva offensivo e corretto con un rigoroso piano di lavoro. Lunghe ore venivano anche trascorse a cavallo e in quel campo nessuno di loro osava sostenere che l'insegnamento ricevuto alle Orcadi fosse adeguato. I cavalli del Sommo Re erano molto diversi dai rozzi pony delle isole, proprio quanto gli uomini d'armi di Morgause lo erano dagli scelti compagni di Artù. Ma non era sempre lavoro. C'era anche gioco in abbondanza ma costituito interamente da giochi di guerra, da ore passate su

carte geografiche disegnate sulla sabbia o modellate - e questa era una gran novità per i ragazzi - in bassorilievo nella creta. In quest'ultima attività eccellevano e tra tutti loro Mordred aveva la mano più ferma e l'occhio migliore. E c'era la caccia. In inverno l'uccellagione nelle paludi era varia ed eccitante ma c'era anche la battuta al cervo e al cinghiale, nel territorio ondulato a est o tra pendii boscosi che si alzavano verso i bassopiani del sud. La corte lasciò Camelot nella prima settimana di dicembre e con essa i ragazzi delle Orcadi. Ma non la loro madre. Per ordine di Artù, Morgause fu portata a Amesbury dove venne alloggiata in convento. Era una prigionia solo nominale e dolce, ma pur sempre prigionia. Le sue stanze erano vigilate dalle guardie del re e le pie donne sostituivano le sue dame di compagnia. Amesbury, luogo natale di Ambrogio, apparteneva al Sommo Re ed eseguiva alla lettera i suoi ordini. Una volta venuta la primavera e aperte le strade, sarebbe stata portata a nord a Caer Eidyn dove la sua sorellastra regina Morgana era già rinchiusa. "Ma cosa ha fatto?" domandava furiosamente Gawain. "Sappiamo cosa ha fatto la regina Morgana ed è giusto che sia punita. Ma nostra madre? Perché? E' arrivata alle Orcadi poco dopo che nostro padre è stato ucciso. Il re deve saperlo - doveva essere la primavera dopo il matrimonio della regina Morgana con il re di Rheged. Anni fa! Da allora non è mai stata fuori dalle isole. Perché, adesso, la vuole imprigionare?" "Perché, proprio a quel matrimonio, ha cercato di assassinare Merlino." La risposta veniva da Cei che, solo tra tutti i nobili, trascorreva assieme ai ragazzi il loro tempo libero. Lo guardarono sgranando gli occhi. "Ma è stato tanti anni fa!" gridò Gawain. "Io c'ero - lo so perché me lo ha raccontato lei - ma non me ne ricordo affatto. Ero molto piccolo. Perché chiederle conto adesso di quello che è successo allora?" "E cosa è successo?" Questa volta era Gaheris a parlare, rosso in faccia. "Lui dice che ha cercato di assassinare Merlino," disse Agravain. "Be, si direbbe che non c'è riuscita. E allora?" "Come?" chiese Mordred con calma. "Con sistemi da donna. Da strega, se preferite." Cei non si era lasciato commuovere dalle domande dei ragazzi più giovani. "E' successo proprio alla festa nuziale. Merlino era lì, in rappresentanza del re. Lei gli ha drogato il vino ed ha fatto in modo che bevesse un veleno più micidiale ancora quando lei non era più lì e non poteva essere accusata. E così è stato. Merlino si è ripreso ma è rimasto con quella malattia che recentemente lo ha colpito ancora e lo ha fatto ritenere morto... e che, alla fine, lo ucciderà. Quando Artù l'ha mandata a chiamare assieme a voi, si credeva che Merlino fosse morto e nella sua tomba. L'ha mandata a chiamare perché rispondesse del suo assassinio." "Non è vero!" gridò Gaheris. "E anche se lo fosse," disse Gawain, freddamente questa volta e con quell'arroganza aggressiva che aveva adottato da quando erano arrivati a Camelot, "cosa conta di fare? Dov'è la legge che dice che una regina non può distruggere il suo nemico come meglio le pare?" "E' proprio così," disse Agravain. "Lei ci ha sempre detto che era suo nemico. E che altro modo aveva? Le donne non possono combattere." "Doveva essere troppo forte per i suoi incantesimi," disse Gareth. "Non hanno funzionato." L'unica emozione nella sua voce era il rimpianto.

Cei li stava osservando. "C'è stato un incantesimo, sicuramente, e più volte provato, ma alla fine si è trattato di un avvelenamento a freddo. Si sa che questo è vero." Si affrettò a soggiungere: "Ma, non ha senso parlarne fino a quando non avrete visto il re. Cosa potete saperne di queste questioni? Nel vostro regno fuori dal mondo vi hanno insegnato a pensare a Merlino, e forse anche al re, come se fossero vostri nemici." Fece una pausa, guardandoli ancora. I ragazzi tacevano. "Sì, vedo che è stato così. Be, fino a quando il re non avrà parlato con Merlino e con la regina Morgause, non toccheremo più l'argomento. Può reputarsi fortunata che Merlino non sia morto. E, quanto a voi, dovete accontentarvi dell'assicurazione del re che non vi sarà fatto del male. Ci sono cose da sistemare, vecchi conti di cui voi non sapete nulla. Credetemi, il re è un uomo giusto e i consigli di Merlino sono saggi, e duri solamente quando è necessario." Quando li lasciò, i ragazzi esplosero in una concitata conversazione fatta di congetture. A Mordred che li ascoltava, parve che fossero più infuriati per se stessi che per la loro madre. Era una questione di orgoglio. Nessuno di loro avrebbe voluto essere nuovamente sotto il dominio di Morgause. Quella nuova libertà, quel mondo di uomini e di uomini d'azione, piaceva a tutti e persino Gareth che alle Orcadi aveva corso il rischio di diventare effeminato, si stava indurendo e si trasformava in uno di loro. Lui, come gli altri, non vedeva alcun motivo perché un principe si fermasse davanti all'assassinio se questo conveniva ai suoi piani. Mordred non disse nulla e gli altri non trovarono strana la cosa. Dopo tutto, che diritti aveva il bastardo sulla regina? Ma Mordred non li udiva nemmeno. Era di nuovo nel buio, con il fumo e l'odore di pesce e i sussurri spaventati: "Merlino è morto. Facevano festa al palazzo, e poi" - e poi - "è venuta la notizia." E le parole della regina nel laboratorio, con le pozioni e il profumo e l'indefinibile odore del male, e la sensazione della bocca di Morgause sulla sua. Si scosse per liberarsi dai ricordi. Dunque, Morgause aveva avvelenato il mago. Era andata a nord, nelle isole, sapendo di aver già sparso il seme della morte. E perché no? Il vecchio le era stato nemico: ed era anche il suo, di Mordred. E ora il nemico era vivo e sarebbe stato a Caerleon per Natale assieme agli altri. Caerleon, Città di Legioni, era molto diversa da Camelot. I romani vi avevano costruito una robusta fortezza, sul fiume che chiamavano Isca Silurum; quella fortezza, strategicamente situata sulla curva del fiume vicino alla sua confluenza con un corso minore, era stata restaurata prima da Ambrogio e poi ingrandita da Artù che l'aveva riportata alle sue dimensioni originarie. Una città era cresciuta al suo esterno, con una piazza del mercato, una chiesa e un palazzo accanto al ponte romano che - rappezzato qua e là e con nuovi lampioni - attraversava il fiume. Il re, con buona parte della corte, viveva nel palazzo fuori dalla fortezza. Molti dei suoi cavalieri alloggiavano dentro al forte, come pure, all'inizio, i ragazzi delle Orcadi. Vivevano ancora appartati con alcuni servi di Artù che si occupavano di loro assieme alle persone portate dalle Orcadi. Gabran, con palese disagio personale, era stato costretto a rimanere con i ragazzi; naturalmente, non era stato nemmeno messo in discussione che potesse seguire Morgause a Amesbury. Gawain, ancora dolorante per il miscuglio di vergogna riguardo sua madre e di gelosia personale, non perdeva nessuna occasione per far capire all'uomo che non aveva più nessuna posizione. Gaheris lo imitava ma più apertamente, come

era sua abitudine, aggiungendo insulti al disprezzo per l'amante di sua madre. Gli altri due, forse meno consapevoli delle divagazioni sessuali di Morgause, lo notavano appena, Mordred aveva altro per la testa. Ma i giorni passavano e non succedeva niente. Se Merlino, reduce dalla morte, stava veramente contando di spronare Artù alla vendetta su Morgause e la sua famiglia, non aveva fretta di farlo. Il vecchio, indebolito dagli eventi dell'estate e dell'autunno, rimaneva quasi sempre nelle sue stanze nella casa del re. Artù passava buona parte del tempo con lui ed era noto che Merlino aveva partecipato a una o due delle riunioni del concilio segreto, ma i ragazzi delle Orcadi non lo avevano mai visto. Si diceva che Merlino stesso avesse sconsigliato un suo ritorno pubblico a casa. Non c'era stato nessun annuncio, nessuna scena di pubblica gioia. Con il passare del tempo, la gente finì per accettare semplicemente la sua presenza come se la "morte" del cugino del re e suo principale consigliere e il lutto di tutto il paese fossero stati un altro e più elaborato esempio dell'abitudine del mago di svanire e riapparire a piacere. Avevano sempre saputo, dicevano saggiamente, che il grande mago non poteva morire. Se aveva deciso di cadere in un coma simile alla morte mentre il suo spirito visitava le dimore dei morti, allora non poteva essere tornato che più saggio e potente che mai. Ben presto sarebbe partito per la sua grotta nella montagna, la sacra Bryn Myrddin e lì sarebbe rimasto, forse a volte invisibile ma tuttavia presente e potente per quelli che avevano bisogno di lui. Nel frattempo, se Artù aveva già trovato il tempo per discutere dei ragazzi delle Orcadi - che Mordred fosse, tra loro, di gran lunga il più importante, nessuno lo sospettava - non se ne diceva nulla. La verità era che Artù, per una volta insicuro sul suo terreno, stava procrastinando. Poi la sua mano fu forzata, del tutto inavvertitamente, dallo stesso Mordred. Fu la sera prima di Natale. Per tutto il giorno una tempesta di neve aveva impedito ai ragazzi di uscire a cavallo o di esercitarsi con le armi. Con i giorni di festa, sia di Natale che del compleanno del re, così vicini, nessuno si preoccupò di dar loro il solito addestramento e così tutti e cinque passarono una giornata oziosa nella grande stanza dove dormivano con alcuni servi. Mangiarono troppo, bevvero più di quanto fossero abituati a fare il forte metheglin del Galles, litigarono e, alla fine, la smisero per osservare una partita che andava avanti da qualche tempo a un tavolo all'altra estremità della stanza. Si era alla fine e una folla di spettatori osservava, consigliava, incoraggiava. I giocatori erano Gabran e uno degli uomini del posto che si chiamava Llyr. Era tardi e le lampade erano quasi consumate. Il fuoco riempiva la stanza di fumo. Una corrente fredda da una finestra portava dentro un turbinio di neve che si ammucchiava a terra. Il dado cadeva, i segnapunti tintinnavano. Il gioco era abbastanza pari, le pile di monete venivano spinte da un giocatore all'altro a seconda della piega della fortuna. Lentamente, le pile divennero manciate. C'era argento e anche lo scintillio dell'oro. Poco a poco gli osservatori si zittirono; niente più battute, niente più consigli dato il valore della posta in gioco. I ragazzi stavano lì, affascinati. Gawain, dimenticata la sua ostilità, scrutava attentamente da sopra la spalla di Gabran. I suoi fratelli erano eccitati quanto lui. La contesa, infatti, mostrava segni di trasformarsi in Orcadi contro il resto e, per una volta, persino Gaheris si trovò

dalla parte di Gabran. Mordred, che personalmente non era un giocatore, stava dall'altra parte del tavolo, casualmente nel campo opposto, e guardava con indifferenza. Gabran lanciò. Un uno e un due. Il punteggio era stato modesto. Llyr, con un paio di cinque poté proclamare, esultante: "Partita! Partita! Questo pareggia le vostre due ultime vincite! Ancora una, la decisiva. E i dadi sono con me, amico, quindi sputatevi sulle mani e pregate i vostri dei stranieri." Gabran era acceso dal bere ma ancora abbastanza sobrio e abbastanza elegante da non ubbidire a nessuna di quelle due esortazioni. Spinse avanti la puntata e disse dubbiosamente: "Credo di essere ripulito. Mi dispiace, ma dovremo considerare decisiva questa partita. Avete vinto e io me ne vado a letto." "Oh, via." Llyr agitò i dadi tra le mani in modo tentatore. "Sta venendo il vostro turno. Forse la fortuna cambierà. Forza, fate un tentativo. Posso accettare la scommessa sulla parola. Non fermiamoci adesso." "Ma sono davvero ripulito." Gabran staccò dal gancio la sua borsa e ci frugò dentro. "Niente, visto? E dove li andrò a prendere se perdo?" Affondò le dita nella borsa e poi la rovesciò e la scosse sopra al tavolo. "Ecco. Niente." Non cadde fuori nessuna moneta ma qualcos'altro rotolò sul tavolo e rimase ad ammiccare alla luce della lampada. Era un talismano, un amuleto di legno sbiancato come argento dal mare e inciso rozzamente con due occhi e una bocca. Nei buchi degli occhi erano conficcate due perle di fiume azzurre e la curva della bocca ghignante era riempita di creta rossa. Un talismano della dea delle Orcadi, di fattura rozza e infantile ma ugualmente, per un abitante delle Orcadi, un simbolo potente. Llyr lo tastò con un dito. "Perle, eh? Be, non potrebbe andar bene come posta? Se vi porta fortuna ve lo riprenderete assieme a un sacco di altra roba. Lanciate voi per primo?" i dadi vennero scossi e lanciati e rotolarono ai due lati dell'amuleto. Prima che potessero fermarlo vennero bruscamente disturbati. Mordred, improvvisamente freddo, si chinò in avanti, allungò una mano e prese l'oggetto. "Dove lo avete preso?" Gabran alzò gli occhi, sorpreso. "Non lo so. Ce l'ho da anni. Non mi ricordo dove l'ho raccolto. Forse il..." Si interruppe. La bocca gli rimase aperta a metà. Continuando a fissare Mordred, diventò lentamente bianco. Se lo avesse annunciato ad alta voce non avrebbe confessato più apertamente che ora si ricordava da dove veniva il talismano. "Cos'è?" chiese qualcuno. Nessuno gli rispose. Mordred era bianco quanto Gabran. "L'ho fatto io." Parlava con voce piatta e chi non lo conosceva l'avrebbe giudicata priva di qualunque emozione. "L'ho fatto per mia madre. Lo portava sempre. Sempre." I suoi occhi erano incatenati a quelli di Gabran. Non disse altro ma la frase si finì da sola in silenzio. Fino a quando è morta. Ed ora, proprio come se fosse stato confessato ad alta voce, sapeva come era morta. Chi l'aveva uccisa, chi aveva ordinato l'assassinio. Non seppe come il coltello gli fosse venuto tra le mani. Ora tutti gli argomenti sul diritto di una regina di uccidere chi voleva erano dimenticati. Ma un principe lo poteva e lo avrebbe fatto. Con una pedata spinse via l'asse del tavolo che andò a pezzi. Anche il coltello di Gabran era a portata di mano. Lo afferrò e fece per alzarlo. Gli altri, intorpiditi dal bere e convinti di assistere a

una violenta lite sul gioco, reagirono troppo lentamente. Llyr protestava bonariamente: "Va bene, va bene. Prendetevelo se è vostro." Un altro cercò di afferrare la mano del ragazzo che stringeva il coltello ma Mordred lo evitò e balzò verso Gabran, tenendo bassa l'arma per poi puntarla abilmente in su verso il cuore. Gabran, sobrio ora quanto lui, vide che la minaccia era vera e mortale e si avventò. Le lame si toccarono ma il colpo di Mordred andò a segno. Il coltello affondò sotto le costole e rimase lì. Il coltello di Gabran cadde rumorosamente. Le due mani andarono al manico che sporgeva sotto le costole. Si piegò in due, in avanti. Delle mani lo afferrarono e lo distesero. C'era pochissimo sangue. Ora il silenzio era completo nella stanza, rotto solo dal breve, esausto respiro dell'uomo ferito. Mordred lanciò sui presenti uno sguardo che avrebbe potuto essere quello di Artù in persona. "Se lo è meritato. Ha ucciso i miei genitori. Quel talismano era di mia madre. Lo avevo fatto per lei e lo portava sempre. Deve averlo preso quando li ha uccisi. Li ha bruciati." Non c'era uno dei presenti che non avesse ucciso o visto uccidere ma, a quelle parole, vennero scambiate occhiate di disgusto. "Li ha bruciati?" ripeté Llyr. "Bruciati vivi nella loro casa. Io l'ho visto dopo." "Ho visto anch'io." Gawain venne al fianco di Mordred, guardando in basso. "Era orribile. Erano povera gente, e vecchi. Non avevano nulla. Se questo è vero, Gabran... Avete bruciato la casa di Mordred?" Gabran trasse un profondo respiro come se i suoi polmoni fossero rimasti a corto di aria. "Sì." "Allora meriti di morire," disse Gawain, spalla a spalla con Mordred. "Ma erano già morti," sussurrò Gabran. "Come sono morti?" domandò Mordred. "Veleno." La parola fece correre un brivido attraverso i presenti. Gli uomini se lo ripetevano tra loro, così il sussurro corse per l'aria come un sibilo. L'arma delle donne. L'arma della strega. Mordred, immobile, sentì Gawain che si irrigidiva accanto a lui. "Tu gli hai dato il veleno?" "Sì, sì. Con i doni. Un regalo di vino." Nessuno degli uomini del posto parlò. E nessuno di quelli delle Orcadi aveva bisogno di farlo. Mordred disse sommessamente, più un'affermazione che una domanda: "Da parte della regina." Gabran disse, in un altro respiro rantolante: "Sì." "Perché?" "Nel caso che la donna sapesse... immaginasse... qualcosa su di voi." "Cosa su di me?" "Non lo so." "Stai morendo, Gabran. Cosa su di me?" Gabran, il favorito della regina, il giocattolo della regina, disse la sua ultima menzogna per la regina. "Non lo so... Io giuro." "E allora muori," disse Mordred e tirò fuori il coltello. Lo portarono immediatamente dal Sommo Re. 15 Artù non stava facendo niente di più importante che scegliere un cagnolino da una cucciolata di sei. Un ragazzo dei canili li aveva

portati lì, con la madre in ansiosa attesa. I sei cuccioli guaivano e si rotolavano assieme attorno ai piedi del re. La cagna, inquieta e preoccupata, correva continuamente a riprendere uno dei suoi figli per rimetterlo nel cesto ma, prima che ne avesse afferrato un altro, il primo era già venuto fuori per raggiungere gli altri sul pavimento. Il re rideva ma quando le guardie portarono dentro Mordred il riso sparì dalla sua faccia come se una luce fosse stata spenta. Parve sorpreso ma si riprese subito. "Cosa succede, Arrian?" L'uomo a cui si era rivolto disse con imbarazzo: "Assassinio, signore. Una coltellata, uno degli uomini delle Orcadi. E' stato questo giovane. Io non ho visto bene, signore. Ci sono altri, fuori, che hanno visto. Volete che li faccia entrare, signore?" "Più tardi, forse. Prima parlerò con il ragazzo. Li manderò a chiamare quando li vorrò. Adesso, lasciateli andare." L'uomo salutò e si ritirò. Il ragazzo del canile incominciò a raccogliere i cuccioli. Uno di loro, bianco, lo eluse e squittendo come un topino arrabbiato tornò di corsa ai piedi del re. Teneva tra i denti un pezzo di stoffa e lo masticava furiosamente. Artù abbassò gli occhi mentre il ragazzo metteva via il cucciolo. "Sì. Questo. Si chiamerà anche lui Cabal. Grazie." Il ragazzo uscì con il cesto e la cagna. Mordred rimase dove gli uomini lo avevano lasciato, appena dentro dalla porta. Sentì, di fuori, la guardia che riprendeva il suo posto. Il re si alzò dalla sedia accanto al fuoco e andò al grande tavolo coperto di carte e tavolette. Vi sedette dietro e indicò il pavimento davanti a sé, dall'altro lato del tavolo. Mordred si avanzò e rimase lì in piedi. Tremava e gli occorse tutta la sua forza di volontà per controllare quella reazione al suo primo omicidio, all'orribile ricordo della casupola incendiata e al contatto dell'amuleto lavato dal mare nella sua mano. Ora temeva il confronto con l'uomo che gli avevano insegnato a considerare un feroce nemico. Ormai era sparita la convinzione che il Sommo Re non si sarebbe occupato di uno come lui. Mordred gli aveva appena fornito un pretesto perché lo facesse. Non aveva alcun dubbio che, ora, sarebbe stato ucciso. Aveva provocato una rissa nella casa del re e, sebbene l'uomo che aveva ucciso fosse uno della corte delle Orcadi e fosse stato giustamente punito per un indegno assassinio, Mordred, persino come principe delle Orcadi, non poteva sperare di sfuggire al suo castigo. E sebbene Gawain lo avesse sostenuto, non lo avrebbe certo più fatto ora che la confessione di Gabran aveva coinvolto anche Morgause nell'assassinio. Niente di tutto questo apparve sulla faccia del ragazzo. Rimase lì, pallido e silenzioso, con le mani strette dietro la schiena dove il re non poteva vederne il tremito. Teneva gli occhi bassi e la bocca stretta. La sua faccia era scura e ostinata ma Artù conosceva gli uomini e vide il tremito rivelatore sotto gli occhi e il rapido alzarsi e abbassarsi del petto del ragazzo. Le prime parole del re non furono allarmanti. "E se tu mi dicessi cosa è successo?" Gli occhi di Mordred si alzarono per incontrare quelli del re che lo osservava ma non con l'espressione che aveva messo in ginocchio Morgause sulla strada di accesso a Camelot. Ebbe anzi la fuggevole ma forte impressione che la principale attenzione del re fosse su qualcosa di molto diverso dal recente delitto di Mordred. Questo gli diede coraggio e quasi subito si trovò a parlare, liberamente secondo lui ma senza accorgersi come le apparentemente distratte domande di Artù lo guidassero attraverso tutti i dettagli,

non solo dell'uccisione di Gabran ma anche della sua storia personale fin dagli inizi. Troppo turbato per chiedersi come mai il re volesse ascoltarlo, il ragazzo raccontò tutto: la vita con Brude e Sula, l'incontro con Gawain, la convocazione della regina e le successive gentilezze, la corsa alla Baia delle Foche con Gabran, l'orribile scoperta della casa incendiata. Era la prima volta dalla morte di Sula e dalla fine della sua infanzia che si trovava a parlare, anzi a confidarsi, con qualcuno con cui era facile comunicare. Facile? Con il Sommo Re? Mordred non notò neppure l'assurdità. Continuò. Ora parlava dell'uccisione di Gabran. Ad un certo punto del racconto fece un passo avanti verso il bordo del tavolo e posò il talismano dava nti al re. Artù lo raccolse e lo studiò con il volto inespressivo. Sulla sua mano scintillava un grande rubino inciso che faceva apparire quella patetica cosa il rozzo giocattolo che era. Tornò a deporlo. Finalmente Mordred giunse alla fine. Nel silenzio che seguì, le fiamme del grande camino schioccavano come bandiere al vento. Di nuovo le parole del re furono inaspettate. Parlò come se la sua domanda uscisse da un pensiero a lungo trattenuto e pareva una domanda del tutto irrilevante dato l'argomento sul tavolo. "Perché ti ha chiamato Mordred?" Con tutti i discorsi familiari dietro di sé, il ragazzo rispose quasi immediatamente, con una sicurezza che solo un'ora prima sarebbe parsa impensabile: "Vuol dire il ragazzo venuto dal mare. E' da lì che mi hanno avuto, dopo che ero stato salvato dalla barca in cui voi avevate fatto mettere i bambini per annegarli." "Io?" "Ho sentito dire, in seguito, che non eravate stato voi, signore. Non so qual è la verità ma così mi hanno detto fin dal principio." "Naturalmente. Lei non poteva dirti che questo." "Lei?" "Tua madre." "Oh, no!" disse subito Mordred. "Sula non mi ha mai detto niente né sulla barca né sulle uccisioni. E' stata la regina Morgause a dirmelo, molto dopo. Quanto al mio nome, metà dei ragazzi delle isole si chiamano Mordred, Medrautà Il mare là è dappertutto." "Lo ho sentito dire. Ed è per questo che ho impiegato tanto tempo a localizzarti, pur sapendo dove era tua madre. No, non sto parlando di Sula. Voglio dire la tua vera madre, la donna che ti ha partorito." La voce di Mordred uscì strozzata. "Lo sapete? Mi stavate... Volete dire che mi stavate cercando? Sapete davvero chi è mia madre... chi veramente sono?" "Dovrei." Le parole uscirono pesanti, come se fossero caricate di un significato, ma Artù parve mutar direzione e si limitò a soggiungere: "Tua madre è la mia sorellastra." "La regina Morgause?" Il ragazzo, fulminato, rimase a bocca aperta. "Proprio lei." Artù lasciò le cose a quel punto per un momento. Una cosa per volta. Mordred batté rapidamente le palpebre mentre il suo cervello incamerava quel fatto nuovo, ripensando al passato, pensando al futuro... Finalmente alzò gli occhi, La paura era scomparsa; il passato, anche quello recente, dimenticato. Dietro i suoi occhi c'era un bagliore che parlava di una eccitazione incontrollabile.

"Adesso capisco! Qualcosa mi ha detto. Solo allusioni... allusioni che non potevo capire perché la verità non mi era mai passata per la mente. Suo figlio... davvero suo figlio!" Un profondo respiro. "Allora è per questo che mi ha cercato! Gawain è stato solo una scusa. Mi era parso strano che volesse allevare uno dei bastardi di suo marito, avuto da una ragazza della città. E persino dimostrarmi la sua benevolenza! E invece ero suo e bastardo solo perché ero nato prima del tempo. Adesso capisco. Erano sposati da soli otto mesi quando sono nato io. E re Lot ritornò da Linnuis e..." Un'improvvisa pausa completò. L'eccitata comprensione svanì come se un'imposta si fosse chiusa davanti ai suoi occhi. Altri pezzi stavano andando al loro posto. Disse, lentamente: "E' stato re Lot a ordinare il massacro dei bambini? Perché il suo primogenito aveva un'origine dubbia? E mia madre mi ha salvato e mi ha mandato da Brude e Sula alle Orcadi?" "E' stato re Lot a ordinare il massacro, sì." "Per uccidere me?" "Sì. E per attribuirmene la colpa." "E perché?" "Per paura della gente, degli altri genitori i cui bambini erano stati uccisi. Ed anche perché, sebbene alla fine abbia combattuto ai miei ordini, Lot è sempre stato mio nemico. E per altre ragioni ancora." L'ultima frase uscì lentamente. Artù, ancora cauto sulla strada che portava verso il momento in cui la principale verità avrebbe potuto essere detta, pareva voler dare alle sue parole un peso tale da indurre Mordred a porre lui la domanda. Ma Mordred non si lasciava manovrare. Era tutto preso dalla sua lunga ossessione. Fece un passo avanti, posò le due mani a piatto sul tavolo e disse, con intensità: "Sì, altre ragioni! Le conosco! Io ero il figlio maggiore ma dato che ero stato concepito fuori dal vincolo matrimoniale temeva che in avvenire qualcuno potesse mettere in dubbio la mia nascita e creare disordine nel regno! Era meglio liberarsi di me e avere un altro principe dal matrimonio, uno che potesse a tempo debito prendere il regno senza discussioni!" "Mordred, corri troppo. Devi ascoltare." Forse Mordred non si accorse che il re aveva parlato con meno sicurezza del solito. Che, anzi, se si poteva usare questa espressione per il grande condottiero, pareva imbarazzato. Ma Mordred non pensava ad ascoltare. Tutte le implicazioni di quello che aveva appreso negli ultimi minuti gli si riversavano addosso in una abbagliante nube ma portavano con sé nuova fiducia, una diminuzione di prudenza, la travolgente soddisfazione di essere almeno in grado di dire tutto e di dirlo all'uomo che poteva farlo diventare vero. Continuò, balbettando un poco: "Non sono dunque, stando ai fatti, l'erede di Dunpeldyr? E, se Tydwal tiene quella cittadella per Gawain, allora l'erede delle Orcadi? Signore, i due regni sono molto distanti ed è difficile per un uomo solo reggerli entrambi. Non sarebbe questo il momento di dividerli? Avete detto che non permetterete alla regina Morgause di farvi ritorno. Lasciate, allora, che ci ritorni io!" "Non mi hai capito," disse il re. "Tu non hai diritto a nessuno dei due regni di Lot." "Non ho diritto!" Avrebbe potuto essere lo stesso Artù giovane a pronunciare quella frase che scottava come un arco che si raddrizza dopo che la freccia è volata via. "Ma se voi stesso siete stato concepito fuori dal vincolo matrimoniale da Uther Pendragon con

la dama che era ancora Duchessa di Cornovaglia e non poteva sposarlo prima che un mese fosse trascorso!" Le aveva appena pronunciate e già avrebbe voluto potersi ingoiare quelle parole. Il re non disse niente e la sua espressione non cambiò ma Mordred piombò nel silenzio e con il silenzio ritornò la paura. Due volte nella stessa sera aveva già perduto la pazienza, lui, Mordred, che per anni aveva lottato contro il suo temperamento per acquisire, come una corazza contro l'insicurezza della sua vita, il gelido guscio del controllo. Balbettando, cercò di ritrattare. "Mio signore, mi dispiace. Non volevo insultarvi... e nemmeno insultare la vostra signora madre. Volevo dire soltanto... ci ho pensato per tanto tempo, ho meditato su tutti i modi possibili per avere legalmente un posto, un luogo da governare... so di poterlo fare. Lo si sa... E pensavo a voi e a come entravate in tutto questo. Certo che lo facevo. Tutti lo sanno... cioè... tutti dicono..." "Che sono tecnicamente un bastardo?" Stranamente, il re non pareva arrabbiato. Poco a poco il coraggio di Mordred ritornava. Premette il pugno sul tavolo, alla ricerca di un punto di appoggio. Disse, cautamente: "Sì, signore. Ho fatto molte domande sulla legge, sapete. La legge del continente. Volevo sapere e poi domandare a voi. Mio signore, se Gawain va a Dunpeldyr allora, in nome della Dea, vi assicuro che io sono più adatto di Gaheris o Agravain per governare le Orcadi! E chi non immagina quante complicazioni e disordini potrebbero esserci se i gemelli venissero nominati eredi?" Artù non rispose subito. Mordred, fatta la sua implorazione, dette le parole, ripiombò nel silenzio. Il re si riscosse dai suoi pensieri e parlò. "Ti ho ascoltato perché ero curioso di sapere che genere d'uomo saresti diventato da adulto, con la strana educazione che hai ricevuto, così simile alla mia." Un leggero sorriso. "Come "tutti dicono", anch'io sono stato concepito fuori dal matrimonio e poi nascosto per molti anni. Per me sono stati quattordici anni ma ero in una casa dove fin dall'inizio mi insegnarono ad essere un cavaliere. Tu hai avuto meno di quattro anni di insegnamento del genere, ma mi dicono che li hai messi bene a frutto. Entrerai in possesso di quello che è tuo, credimi, ma non come hai previsto o immaginato. Adesso ascoltami. E mettiti a sedere, per piacere." Perplesso, il ragazzo prese uno sgabello e sedette. Il re, invece, si alzò. Incominciò a camminare avanti e indietro per la stanza e a parlare. "Prima di tutto, qualunque sia la legge, qualunque siano i precedenti, non si parla nemmeno che tu assuma il regno delle Orcadi. Quello sarà per Gawain. La mia intenzione è tenere Gawain e i suoi fratelli qui, tra i miei cavalieri in armi e poi, quando sarà venuto il momento, e se lui lo vorrà, lasciarlo tornare al suo regno delle isole per mia volontà. E, nel frattempo, Tydwal resterà a Dunpeldyr." Smise di camminare e tronò a sedersi. "Non è un'ingiustizia, Mordred. Tu non puoi pretendere né al Lothian né alle Orcadi. Non sei figlio di Lot." Lo ripeté con enfasi. "Re Lot di Lothian non era tuo padre." Una pausa. Le fiamme ruggirono nel camino. Fuori, nel corridoio, qualcuno chiamò ed ebbe risposta. Il ragazzo chiese, con voce piatta e neutra. "Sapete chi sono?" "Dovrei," disse il re per la seconda volta. La comprensione fu istantanea. Il ragazzo si rizzò sullo sgabello. Questo portò i suoi occhi allo stesso livello di quelli del re.

"Voi?" "Io" disse Artù, e attese. Ci vollero un attimo o due e poi non il nauseato disgusto che si era aspettato ma semplicemente la meraviglia e un lento adeguarsi ai nuovi fatti. "Con la regina Morgause? Ma questo... questo..." "E' incesto, sì." Non aggiunse altro. Nessuna scusa, nessuna protesta di ignoranza di quella parentela quando Morgause aveva sedotto il suo giovane fratellastro. Alla fine, il ragazzo disse solamente: "Capisco." Fu la volta di Artù di essere sorpreso. Così chiuso nella sua consapevolezza del peccato, nel disgusto al ricordo di quella notte con Morgause che, da allora, era diventata per lui un simbolo di tutto quello che è male e sporco, non aveva tenuto conto della reazione di quel ragazzo dall'educazione contadina di fronte a un peccato tutt'altro che insolito nelle solitarie isole della sua patria. In quella patria, certo, non sarebbe stato considerato un vero peccato. La legge romana non si era estesa fino a lì e non si poteva pensare che la Dea di Mordred - che era anche la dea di Morgause - avesse istillato molto senso del peccato nei suoi seguaci. In effetti, Mordred era già completamente preso da altre considerazioni. "Così questo significa che io sono... io sono..." "Sì," disse Artù e osservò la meraviglia, e attraverso di essa l'eccitazione, accendersi in quegli occhi così simili ai suoi. Non affetto - come avrebbe potuto esserci? - ma l'insorgere di una potente e innata ambizione. E perché no? pensò re Artù. Ginevra non avrà figli da me. Questo ragazzo è due volte un Pendragon, e da tutto quello che mi hanno riferito, ne ha il carattere quanto più non si potrebbe. In questo momento si sente come mi sono sentito io quando Merlino mi ha detto la stessa cosa ed ha messo tra le mie mani la Spada di Britannia. Lasciamo che lo provi. Il resto, se gli dei lo vogliono, verrà. Alla profezia di Merlino secondo cui il ragazzo avrebbe causato la sua caduta e la sua morte, non pensò mai. Il momento era, per lui, un momento di gioia intatta. Intatta anche, miracolosamente, grazie all'indifferenza di Mordred per quel lontano peccato. Perché, proprio in quella mancanza di reazione, scoprì di poterne parlare. "E' stato dopo la battaglia a Luguvallium. La mia prima battaglia. Tua madre, Morgause, venne al nord per curare suo padre re Uther che era ammalato e, sebbene non lo sapessimo, morente. Allora non sapevo di essere anch'io figlio di Uther Pendragon. Credevo che Merlino fosse il mio padre e in effetti lo amavo come tale. Non avevo mai visto Morgause. Sarai in grado di immaginare quanto era bella a vent'anni... Andai nel suo letto quella notte. Solo in seguito Merlino mi disse che Uther Pendragon era mio padre ed io l'erede del Sommo Regno." "Ma lei lo sapeva?" Rapido come sempre, Mordred si era attaccato alla cosa non detta. "Credo di sì. Ma nemmeno la mia ignoranza può cancellare la mia parte di colpa. Questo lo so. Nel fare quello che ho fatto ho recato torto a te, Mordred. Oggi il torto persiste." "Come? Mi avete cercato e portato qui. Non avreste avuto bisogno di farlo. Perché lo avete fatto?" "Quando ho ordinato a Morgause di venire qui," disse Artù, "la consideravo colpevole della morte di Merlino che era - che è - l'uomo migliore di questo regno e quello che mi è più caro. Lei

è ugualmente colpevole. Merlino è vecchio prima del tempo e porta in sé il germe del veleno che lei gli ha dato. Sapeva di essere stato avvelenato da Morgause ma per riguardo ai suoi figli non me lo ha mai detto. Pensava che dovesse vivere, purché rimanesse inoffensiva e in esilio, per allevarli in vista del giorno in cui mi sarebbero serviti. Ho saputo del veleno solo quando giaceva, noi credevamo, morente e ne ha parlato nel delirio, di quello e dei ripetuti tentativi di Morgause di ucciderlo con veleno o stregonerie. Così, dopo la sua sepoltura l'ho mandata a chiamare perché rispondesse del suo delitto e anche perché consideravo giunto il momento di togliere i suoi figli alle sue cure e farmene carico io." "Tutti e cinque. Questo ha sorpreso tutti. Avete detto di aver avuto delle informazioni, signore. Chi vi ha parlato di me?" Artù sorrise. "Avevo una spia nel vostro palazzo. L'uomo dell'orafo, Casso. Lui mi ha scritto." "Lo schiavo? Sapeva scrivere? Non lo ha mai dato a vedere. E' muto e pensavamo che non potesse comunicare in nessun modo." Il re annuì. "Ecco perché ha tanto valore. La gente parla liberamente davanti a uno schiavo, specialmente se è muto. E' stato Merlino a insegnargli a scrivere. A volte penso che persino i suoi atti più insignificanti fossero dettati da preveggenza. Bene, Casso ha visto e ascoltato abbastanza mentre era nella casa di Morgause. Mi ha scritto che il "Mordred" che si trovava a corte doveva essere quello giusto." Mordred riandava con il pensiero. "Credo di averlo visto mandare un messaggio. C'era un mercantile ormeggiato alla banchina. Aveva scaricato legname. L'ho visto salire a bordo e qualcuno gli ha dato del denaro. Ho pensato che facesse dei lavori per conto suo e l'orafo non lo sapesse. E' stato allora?" "E' molto possibile." La memoria gli portò altri ricordi: Morgause e il suo sorriso misterioso quando lui parlava di sua "madre"; la prova per vedere se la sua Vista era passata al figlio; e Sula. Sula doveva sapere che un giorno lo avrebbero portato via. Aveva paura. Sospettava, allora, quello che un giorno sarebbe potuto succedere? Chiese lui improvvisamente: "Davvero li ha fatti uccidere da Gabran?" "Se lo ha detto lui, sapendo che stava per morire, puoi esserne sicuro," disse il re. "Per lei era una cosa da nulla, come far volare il suo falcone addosso a una lepre. Ha fatto assassinare la tua prima nutrice, Macha, a Dunpeldyr e ha spinto Lot ad uccidere il bambino di Macha che aveva preso il tuo posto nella culla reale. E, sebbene sia stato Lot a dare gli ordini, è stata Morgause a istigare il massacro dei bambini. Questo lo sappiamo per certo. C'era un testimone. Ci sono state molte uccisioni, Mordred, e nessuna pulita." "Tante uccisioni per me. Ma perché?" L'unico indizio che gli era stato dato in tutti quegli anni, lo aveva dimenticato anche lui come Artù nell'eccitazione e nelle esaltanti promesse di quell'incontro. "Perché mi ha tenuto vivo? Perché darsi la pena di nascondermi per tanti anni?" "Per usarti come uno strumento, una pedina, quel che preferisci." Se, in quel momento, il re si ricordò la profezia, non volle farla pesare al ragazzo. "Magari come ostaggio, nel caso io avessi scoperto che aveva assassinato Merlino. E' stato solo quando si è sentita al sicuro che ti ha tirato fuori dal tuo nascondiglio, ed anche allora il travestimento che ha scelto per te, quello del bastardo di Lot, era sufficiente a nasconderti. Ma non posso immaginare più di questo sui suoi motivi. Non ho il suo genere di astuzia." E

soggiunse, in risposta a una specie di appello negli occhi del ragazzo: "Non viene dal sangue che dividiamo con lei, Mordred. Ho ucciso molti uomini ma mai con i suoi modi o per i suoi motivi. La madre di Morgause era una ragazza bretone, una indovina, ho sentito dire. Non devi temere in te quegli oscuri poteri." "Non li temo," disse subito Mordred. "Non ho nessuna Vista, non magica, me lo ha detto lei. Una volta ha cercato di scoprire se l'avevo. Credo che avesse paura che io potessi "vedere" cosa era successo ai miei genitori adottivi. Così mi ha portato giù con lei nella camera sotterranea dove ha una pozza magica e mi ha detto di guardare se ci scorgevo delle visioni." "E che visioni c'erano?" "Nessuna. Ho visto un'anguilla nella pozza. Ma la regina ha detto che c'erano delle visioni e lei le aveva viste." Artù sorrise. "Ti ho detto che sei più del mio sangue che del suo. Per me, l'acqua è solo acqua anche se ho visto il fuoco magico che Merlino può chiamare dall'aria ed anche altre meraviglie, ma erano tutte meraviglie della luce. Morgause ti ha mostrato qualche sua magia?" "No, signore. Mi ha portato nella camera dove faceva i suoi incantesimi e mescolava pozioni magiche..." "Vai avanti. Cosa c'è?" "Niente. Davvero niente. Solo qualcosa che è successo lì." Volse lo sguardo verso il fuoco rivivendo i momenti nel laboratorio, la stretta, il bacio, le parole della regina. Soggiunse, lentamente, tra sé, come se lo scoprisse in quel momento: "E ha sempre saputo che ero suo figlio." Artù, osservandolo, fece un'ipotesi che era certezza. L'ondata d'ira che lo invase lo scosse. Dominandola, disse con dolcezza: "Anche tu, Mordred?" "Non è stato niente," disse di nuovo il ragazzo, in fretta, come per toglierlo di mezzo. "Davvero niente. Ma adesso so perché provavo quel che ho provato." Una rapida occhiata di là del tavolo. "Oh, succede, lo sanno tutti che succede. Ma non così. Fratelli e sorelle, questa è una cosa... ma madre e figlio? Quello no, mai. E, almeno, non lo ho mai sentito dire. E lei lo sapeva, vero? Lo sapeva. Mi domando perché volesse..." Lasciò morire la frase e tacque guardandosi le mani che ora teneva tra le ginocchia. Non chiedeva una risposta. Lui e il re sapevano già la risposta. Non c'era emozione nella sua voce ma solo perplessità disgustata, come si può riservarla a un appetito perverso. Il rossore se ne era andato dalle sue guance ed appariva pallido e teso. Il re pensava, con crescente sollievo e gratitudine, che non ci sarebbe stato nessun legame da rompere. Le violente emozioni creano i loro legami ma quel che rimaneva tra Morgause e Mordred si poteva sicuramente rompere lì e subito. "Non la metterò a morte. Merlino è vivo e non è affar mio punirla qui ed ora. Inoltre, capirai che non ti posso tenere accanto a me - qui nella mia corte dove tanta gente conosce la storia e sospetta che tu sia mio figlio - e mettere a morte tua madre. Così Morgause vive. Ma non verrà lasciata libera." Fece una pausa appoggiandosi allo schienale del seggiolone e guardandolo con gentilezza. "Bene, Mordred, siamo qui, all'inizio di una nuova strada. Non possiamo vedere dove ci porterà. Ho promesso di essere giusto con te e lo voglio veramente. Resterai qui alla mia corte con gli altri principi delle Orcadi e tu, come loro, avrai posizione reale in quanto mio nipote. Se la gente immaginasse la tua parentela, ti accorgeresti di raccogliere più rispetto,

non meno. Ma devi capire che, a causa di quello che è successo a Luguvallium e per la presenza della regina Ginevra, non posso chiamarti apertamente "figlio"" Mordred si guardò le mani. "E quando ne avrete degli altri dalla regina?" "Non li avrò. E' sterile. Mordred, fermiamoci qui, per adesso. Il futuro verrà. Prendi quello che la vita ti offre nella mia casa. Tutti i principi delle Orcadi avranno gli onori riservati a degli orfani reali e tu... credo che, alla fine, ne avrai di più." Vide qualcosa guizzare negli occhi del ragazzo. "Non parlo di regni, Mordred. Ma chissà, magari anche di quelli, se sarai sufficientemente mio figlio." Improvvisamente, il contegno del ragazzo andò a pezzi. Incominciò a tremare. Nascose la faccia tra le mani. Disse, con voce soffocata: "Pensavo che sarei stato punito per Gabran. Ucciso, persino. E, adesso, tutto questo. Cosa succederà? Cosa succederà, signore?" "Riguardo a Gabran, nulla," disse il re. "E' da compatire ma, in un certo senso, la sua morte è stata giusta. E quanto a te, per il momento molto poco, eccetto che stanotte non andrai nella tua camera assieme ai tuoi fratelli. Avrai bisogno di un po di tempo da solo, per accettare tutto quello che hai appena saputo. Nessuno se ne sorprenderà penseranno solo che sei tenuto isolato per via della morte di Gabran." "Gawain e gli altri, dovranno sapere?" "Parlerò a Gawain. Gli altri non hanno bisogno di sapere nulla di più se non che anche tu sei figlio di Morgause e il maggiore dei nipoti del Sommo Re. Questo sarà sufficiente a spiegare la tua posizione qui. Ma a Gawain dirò la verità. Deve sapere che non sei un rivale per Lothian o le Orcadi." Voltò la testa. "Ascolta, fuori c'è il cambio della guardia. Domani è la festa di Mitra e il Natale dei cristiani e per te, immagino, una qualche festa dell'inverno dei tuoi dei stranieri delle Orcadi. Per noi tutti, un nuovo principio. Sii benvenuto qui, Mordred. Va, adesso, e se puoi vedi di dormire."