Riforme Definitive Pensioni

Che forma può avere la libertà se non quella di disporre pienamente della propria vita e del proprio futuro ? E nella propria vita pubblica, che cosa lo è di più, se non il lavoro che costituisce l’aspetto più importante per essa? Avere il controllo della nostra fatica - e talvolta passione - decidere del cosa, del come e del quando impegnare, impiegare e fare di noi stessi? E quale libertà può definirsi vera e completa se non ci permette di controllarne le conseguenze? Ovvero quando, per qualunque ragione, vogliamo smettere di lavorare? In questa ricerca della libertà, quindi, chi negherebbe affinché le pensioni giochino un ruolo fondamentale, forse anche risanatore della tribolata vicenda economico-finaziaria dello Stato? Non possiamo accontentarci di una soluzione temporanea o «sostenibile». Chi vorrebbe un futuro «sostenibile»? Si può immaginare un grande eroe che lotta per una «libertà sostenibile»? O che parlando di essa, ordisce difficoltà al presente, impedisce una serena prospettiva del futuro, compromette la stabilità, ed usa parole d’odio mettendo le generazioni l’una contro l’altra? Per questo, nella misere polemiche di questi giorni che avviluppano il tema, infastidisce la pochezza, la ciclicità con la quale fanno capolino gli stessi concetti ed attori, sempre più deboli e distanti dalla realtà. Già da tempo si poteva prevedere la situazione attuale ed adottare provvedimenti definitivi in grado di dare tranquillità ai cittadini. Per il vero, quanto ora sembra ovvio e che appare semplicemente l’unica cosa logica da fare, tenuto conto dei cambiamenti socio-economici globali, strutturali, e demografici, è già stato realizzato negli anni ’80 del secolo scorso in Cile. Una riforma risolutiva e definitiva delle pensioni, che ha portato alla privatizzazione dell’intero sistema pensionistico, dando libertà al singolo, maggiore ricchezza, più sicurezza circa il proprio futuro, e soprattutto costi sociali minori, davvero «sostenibili», questa volta per lo Stato Sociale. È stupefacente notare che alcune situazioni, a quel tempo impossibili da prevedere, rendono ancora più vantaggioso quel cambiamento introdotto con tanta perspicacia e previsione degli assetti futuri. Se infatti le motivazioni demografiche già imponevano un tal genere di scelta - così come la maggiore libertà personale consigliava - risultava certamente impossibile riuscire a prevedere l’evolversi del lavoro nelle fattispecie della flessibilità, che come oggi sappiamo porta a compiere un maggior numero e varietà di lavori nella vita lavorativa di ogni singolo individuo, e quindi notevole incertezza a livello pensionistico. Vanno aggiunte anche le frequenti opportunità della mobilità - specialmente in Europa - ostacolate attualmente dalle differenze legislative (al tempo c’era la guerra fredda). Attraverso il cennato e nuovo assetto previdenziale, il conflitto in corso tra le generazioni e strutturale del sistema attuale, per i quali i giovani pagano le pensioni degli anziani, verrebbe meno, eliminando così ogni motivo di contrasto. Anche la flessibilità lavorativa cesserebbe di essere un gravoso problema, perché giovani e madri, o chiunque altro abbia voglia o debba lavorare per minor tempo, potrebbe farlo mantenendo il controllo e la certezza della propria pensione. Lo stesso potrebbe dirsi per coloro che volessero vivere anche temporaneamente all’estero. Essi potrebbero spostare i propri denari con sé, dato che ne detengono il pieno controllo.

In generale, si assisterebbe in ogni campo, sul piano culturale, sociale ed economico, considerato anche il ruolo tutorio e previdenziale dello Stato, allo spostamento del fulcro d’interesse dalla massa indistinta all’individuo, essenziale aspetto non prevedibile al tempo della riforma cilena, e che rende ancor più indicata una ristrutturazione in tal senso. Inoltre le conseguenze benefiche non si limiterebbero ad un lontano futuro, ma fin da subito investirebbero la società fornendo capitali salvifici, che le tasse e le incertezze legali hanno sempre limitato, specie in Italia oltrechè nelle opulente democrazie europee a forte propensione sociale e con asfittica dinamica demografica, utili per finanziare la crescita delle Nazioni. I Fondamenti del Sistema Pensionistico Cileno Grazie all’esperienza cilena, estesasi poi ad altri Paesi sudamericani, disponiamo di dati utili, per sostenere che non si tratta di irraggiungibili e remote possibilità, ma di un progetto concreto, certamente complesso da realizzare soprattutto per la fase di transizione, che però risulterebbe percorribile da un governo forte che veramente volesse finalmente risolvere un grave problema. Riforme sostanziali e durature sono possibili, anzi indispensabili. Tutto parte dalla “responsabilità”, l’architrave su cui si reggerà la società futura. Senza di essa, infatti, tutto viene lasciato in balia di forze esterne, oscure, oppure al caso, alla fortuna. Invece dando libertà al singolo, sfiducia e senso di impotenza svaniscono poiché ognuno può decidere ogni giorno cosa fare di se medesimo e del proprio accumulo previdenziale, tolto dalle mani e dalla “cura” di terzi e degli Enti Statali famelici e dalle voglie clientelari della politica. Sta nei fatti che il dissesto del sistema pensionistico italiano è il frutto non solo degli andamenti tumultuosi e negativi della demografia lavorativa, ma anche, e non poco, dagli interventi improvvidi della classe politica e sindacale degli anni ’70, ‘80 e ’90, quando ancora si pensava che le possibilità del bilancio nazionale non potesse aver fine, così come la curva ciclica cinquantennale della crescita economica mondiale (Letture sull'Innovazione (3.5) - Cicli di Kondriatev, Le fonti primarie di energia: la grande sostituzione - Kondriatev Cycles). Furono quelli gli anni che videro crearsi lo stratosferico debito pubblico italiano. A puro titolo di memoria, per debito pubblico s’intende l’ammontare totale di moneta dovuto da uno stato alla sua popolazione, ad altri stati o ad istituzioni internazionali, quali la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il disastro della previdenza italiana s’inserisce nel più ampio e peggiore quadro del Bilancio Pubblico Italiano. Ne costituisce un elemento fondamentale. Il Debito Pubblico In Italia, il debito pubblico viene contratto a livello nazionale dal governo centrale e a livello locale dagli organi amministrativi regionali, provinciali e comunali. Il debito pubblico nazionale viene creato principalmente mediante l'emissione di prestiti fruttiferi - con pagamento di interessi rappresentati da titoli, in particolare obbligazioni. Storicamente, tali prestiti venivano contratti dagli Stati soprattutto per raccogliere fondi destinati a condurre guerre o a finanziare opere pubbliche, vale a dire per coprire spese straordinarie o investimenti pubblici. In epoche più recenti i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito anche per finanziare le spese ordinarie dello stato, o per migliorare le condizioni economiche, combattendo la disoccupazione e la depressione. Da qualche decennio, tali spese vanno sempre più, se non per intero, in disavanzo, ossia non sono coperte da entrate, per essere poi affannosamente rinnovate emettendo altri titoli, i quali ultimi accrescono l'ammontare del debito nazionale. Si tratta di un gorgo infernale senza fine.

Tuttavia, nel valutare la situazione del debito, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità d’una nazione di provvedere al rimborso ed al servizio del debito, cioè al pagamento degli interessi. Nei fatti i fondi occorrenti per il servizio e il rimborso debbono essere prelevati da ciò che una nazione produce annualmente, il prodotto interno lordo o PIL, ed è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il prodotto nazionale. I titoli del debito pubblico hanno scadenze molto lunghe o possono venire rimborsati alla scadenza emettendo nuovi titoli, cioè contraendo nuovi debiti che sostituiscano quelli estinti. Appare evidente che un simile meccanismo consente anche di trasferire di fatto l'onere del debito alle generazioni future, insieme a quello nascente dal pagamento delle pensioni presenti e future. Più significativo, dal punto di vista economico, è osservare la relazione fra il disavanzo, o deficit, di bilancio e il PIL. Il disavanzo costituisce l'eccedenza delle uscite sulle entrate del bilancio di uno Stato in un determinato anno, e va ovviamente tenuto distinto dal debito pubblico, che risulta invece dalla sommatoria accumulata di tutti i disavanzi di bilancio del passato. E’ pacifico che esiste una relazione fra il debito pubblico e il bilancio, soprattutto in quanto gli interessi sul debito pubblico vengono a pesare sul bilancio dei singoli esercizi, per i quali essi rappresentano delle uscite e contribuiscono quindi a generare ulteriore disavanzo. In tal senso si fa distinzione tra disavanzo primario, senza tener conto degli interessi, e disavanzo secondario, comprensivo di questi. Un disavanzo di bilancio pari al massimo al 3% del PIL, costituisce il criterio fondamentale posto dal trattato di Maastricht, al fine dell’ammissione d’un paese all'Unione monetaria europea. Ebbene, l’Italia in quanto a debito pubblico, è un vero campione. I vari governi che si sono succeduti dagli anni ’70 in poi, ne hanno incrementato a dismisura l’ammontare, tanto da portare la Nazione, fra poche altre nella EU, a detenere la “maglia nera”, alla stregua di paesi che appena stanno uscendo dal disastroso regime ex comunista, anzi, a volte peggio.. Storia del Debito Pubblico --- °°° --Ia Fase: Dall’Unità d’Italia Alla Prima Repubblica Alla fine degli anni ottanta non c'era paese industrializzato, dagli Usa ai maggiori paesi europei sino al Giappone, che non avesse un deficit finanziario inferiore al 60% del Pil sino a toccare in alcuni rarissimi casi il 110-120% del Pil. Il debito pubblico dell'Italia ha seguito in gran parte l'andamento verificatosi nei maggiori paesi mondiali. Con la costituzione del Regno d'Italia, nel 1861 venne istituito il “Gran Libro del Debito Pubblico”. Mentre in precedenza il debito dello stato era costituito da prestiti ottenuti in epoche diverse, in forme e con caratteristiche estremamente disparate, con tale provvedimento tutti i titoli vennero consolidati, ossia iscritti nel Gran Libro, che unificò i debiti che i vari stati della penisola avevano contratto anteriormente all'unità d'Italia. Nella storia economico-finanziaria italiana, sono agevolmente individuabili quattro momenti di accumulazione del debito, suddivisi per comodità in due fasi, che corrispondono a profonde crisi del nostro sistema di finanza pubblica. Ognuna di queste crisi, tre nella prima fase ed una nella seconda, ma a sua volta suddivisa in quattro periodi, sia nel ciclo di accumulazione del debito, sia in quello del rientro o di sua stabilizzazione, va considerata specificamente, ed in questa sede si possono solo accennare gli aspetti essenziali. - La Prima Crisi di Finanza Pubblica raggiunse l’apice nel 1897 quando il rapporto debito prodotto interno era di 117. L’evoluzione del rapporto, a partire dal 1885, fu influenzata dalle spese militari

connesse alle guerre coloniali. Il fattore fondamentale risulta ancor oggi comunque riconducibile agli effetti della Grande Depressione che incise fortemente sul livelli di attività interni. Nel periodo che va dal 1891 al 1897 il rapporto debito prodotto crebbe di 17 punti, in presenza di un avanzo primario sempre positivo. La dinamica del debito va quindi totalmente attribuita alla caduta del prodotto interno che in valori correnti scese dai 13250 milioni del 1891 agli 11900 del 1897, come esito di una crescita reale praticamente nulla, di una rilevante caduta dell’indice di deflazione e di un costo medio del debito pubblico fermo al 4%. Con segni ovviamente invertiti, i fattori macroeconomici sono stati determinanti anche nel “Periodo Giolittiano”, quando il debito pubblico in termini di prodotto scese da 117 a 73, nonostante la guerra di Libia. Questi anni furono caratterizzati da una crescita economica molto sostenuta, tanto che a prezzi 1938 il prodotto interno lordo crebbe del 2,5%, nei 12 anni compresi fra il 1885 e il 1897 e del 58% nei 16 anni che vanno dal 1897 al 1913. Nello stesso tempo la politica di bilancio risultò ex post molto rigorosa, anche per effetto d’una robusta crescita economica. L’avanzo primario nei primi dieci anni del secolo si attestò in media vicino al 4%, salvo annullarsi progressivamente con la guerra condotta sulle sponde settentrionali dell’Africa. - La Seconda Crisi di Finanza Pubblica va collegata alla partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale ed alle conseguenze che ne derivarono. Il rapporto debito prodotto sali da 71, nel 1913, a 99 alla fine della guerra. S’impennò poi nel biennio 1919-1920, raggiungendo il massimo storico di 160, nel 1920. Nei quattro anni successivi si ridusse in misura molto limitata (142 nel 1924). Solo con la sistemazione, o la cancellazione di fatto, dei debiti di guerra, oltre che con una rilevante caduta del debito interno, la seconda crisi di finanza pubblica potrà dirsi definitivamente superata, col rapporto debito prodotto pari a 51, nel 1926. L’interpretazione del periodo bellico è resa complicata dalla qualità dei dati disponibili, e così dall’ampio uso delle gestioni fuori bilancio, dalla formazione di rilevanti debiti nei confronti dei fornitori dell’esercito, dal forte sostegno finanziario degli alleati, dalla contabilizzazione dei debiti a valori storici. Tutto ciò contribuisce a rendere difficilmente interpretabili i risultati che emergono. Il forte disavanzo primario dell’ordine del 20 % del prodotto interno, venne peraltro quasi compensato sia dal forte incremento del prodotto interno derivante dalla mobilitazione bellica, sia dall’inflazione degli anni di guerra. L’aumento del debito del periodo che va dal 1913 al 1918 fu infatti inferiore a 10 punti. La caduta del livello di attività riconducibile alla smobilitazione postbellica, comportò una caduta del prodotto interno del 20%, in costanza del disavanzo primario e del costo del debito. Anche la contemporanea rivalutazione del debito estero contributi a riportare fuori controllo il rapporto debito prodotto, ossia a 160 nel 1920. Dal 1920 al 1924 tutti gli elementi disponibili indicano una sostanziale cristallizzazione del rapporto debito prodotto, nell’ambito di una progressiva eliminazione del disavanzo primario. Nell’esercizio 1924-25 si manifestò infine una rilevante caduta del rapporto debito prodotto, dell’ordine di 20 punti. Queste marcate variazioni, associate a una situazione di equilibrio dei conti pubblici e alla costanza del tasso d’interesse, furono il risultato della crisi del cambio di quell’anno e dell’inflazione che ne consegui. Nel 1925 il prodotto nominale crebbe del 25% rispetto all’anno precedente, nel mentre il tasso di crescita reale fu pari al 5%, contro la stagnazione dell’anno precedente, ma il deflatore aumentò del 18%, contro il 5 % del 1924. Questa improvvisa fiammata inflazionistica, associata alla cancellazione del debito estero, ricondusse il rapporto debito prodotto a 52, il livello minimo dall’unificazione italiana. Nella vicenda brevemente esposta conviene soffermarsi sull’aggiustamento postbellico, considerando in particolare l’andamento del saldo di bilancio. Nell’esame del biennio successivo agli eventi di guerra ci si deve interrogare, in particolare, sul ruolo che la finanza pubblica ebbe nel grande disordine valutario che ha caratterizzato il 1919 e il 1920. Ebbene, emerge che i problemi di finanza pubblica furono una concausa, più che un elemento determinante, della crisi finanziaria di quel periodo. Si deve in particolare ricordare che problemi di finanziamento di un disavanzo molto elevato non si manifestarono nel 1921, quando rientrarono le pressioni speculative nate in un

quadro internazionale del tutto perturbato. La crisi bancaria, associata o determinata da enormi problemi di riconversione produttiva in assenza di qualsiasi ancoraggio internazionale, fu l’elemento dominante nella crisi del biennio 1919-20. - La Terza Crisi di Finanza Pubblica va dal 1925 alla fine della seconda guerra mondiale. Il rapporto debito prodotto salì da 51, nel 1926, a 88 nel 1934, con una sostanziale costanza delle spese in termini nominali e una rilevante diminuzione delle entrate, che per effetto della depressione degli anni ’30 passarono dai 21 miliardi del 1929 ai 18 del 34. L’andamento del rapporto fu essenzialmente determinato dall’evoluzione macroeconomica negativa, che incise sul livello delle entrate, e da una politica economica che non compensò adeguatamente con provvedimenti discrezionali il deterioramento del saldo di bilancio. Negli anni successivi il buon andamento economico, nonostante l’aumento delle spese militari, consentì di ridurre il rapporto debito prodotto a 79, nel 1939. L’entrata nel conflitto mondiale avviò una fase di crescita del rapporto che si protrasse fino al 1943, quando si raggiunse il livello di 108. L’aumento dei prezzi, particolarmente forte dopo la caduta del regime fascista, determinò una rapida caduta del rapporto debito prodotto che nel 1946 era pari a 40. IIa Fase: Dalla Prima Repubblica Al III° Millennio Non risulta oggettivamente possibile chiudere in pochi punti la vicenda economica italiana del secondo dopoguerra. Si possono individuare alcuni periodi sulla base dell’andamento delle grandezze economiche fondamentali relative alla quarta crisi. - Il Primo Periodo, che va dal 1950 al 1968, tralasciando gli anni della ricostruzione postbellica, si caratterizzò da un rilevante tasso di sviluppo - superiore al 5% medio annuo - da una sostanziale assenza di inflazione, da un costo del debito inferiore al tasso di crescita e da una politica fiscale molto equilibrata, per scelta e per effetto della forte crescita economica. Il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno scese da 41 nel 1951, a 33 nel 1964, per poi risalire a 41 nel 1968, quando cominciavano a manifestarsi le prime tensioni, finanziarie ed economiche sul piano interno e su quello internazionale. - Il Secondo Periodo, dal 1968 al 1983, si caratterizzò per una rilevante inflazione, superiore a quella dei principali paesi, a causa di ripetute svalutazioni della lira, di una crescita ancora sostenuta intorno al 3% medio, e di tassi di interesse reali fortemente negativi, resi possibili dall’impostazione permissiva della politica monetaria degli Stati Uniti. A partire dal 1973 il saldo del bilancio pubblico diventò fortemente negativo - nella media del periodo intorno al 10% annuo - per effetto dell’aumento delle spese - circa 10 punti di prodotto interno di cui 4 per interessi - e di una stagnazione delle entrate che solo alla fine degli anni ’70 superarono i livelli di inizio decennio. Gli effetti sul rapporto debito prodotto - pari a 55 nel 1973, ed a 60 nel 1981 - furono relativamente contenuti per la rilevante tassa d’inflazione imposta ai detentori del debito pubblico. La differenza fra saggio d’inflazione, misurato dal deflatore del prodotto interno, e costo medio del debito pubblico fu in media superiore al 10% dal 1975 al 1981. L’inversione della politica monetaria degli Stati Uniti con la presidenza Reagan rese progressivamente impraticabile questa modalità di finanziamento delle spese pubbliche. Infatti, il 1983 fu l’ultimo anno in cui il costo medio del debito pubblico risultò inferiore al tasso d’inflazione. Già nei 70, primi anni ’80, apparirono comunque visibili gli effetti di questa nuova linea di politica monetaria. Nel 1983 il rapporto debito prodotto sali a 71, da 60 di due anni prima.

- Il Terzo Periodo, dal 1983 al 1996, si verificò una fortissima accumulazione di debito pubblico, che in termini di prodotto ha raggiunto il massimo a 124 nel 1994, per poi stabilizzarsi a quel livello nei due anni successivi. Fu un periodo di apprezzabile sviluppo, prima della recessione internazionale dell’inizio del decennio ’90, di contenimento relativo delle spese pubbliche e di crescita delle entrate che aumentarono di 8 punti, ma soprattutto di tassi di interesse reali storicamente elevati. Nel nostro paese il rendimento reale dei titoli del debito pubblico fu dell’ordine del 5%, con un’incidenza della spesa per interessi sul debito pubblico che nel 1994 raggiunse il 12 % del prodotto interno. A tutto ciò, in riferimento al Secondo e Terzo Periodo, va aggiunta una dannosa politica socioeconomica lasciata alla contesa delle categorie, del sistema corporativo ancora fortemente radicato, e delle pretese ideologiche, falsamente protettive, innescate dalla triplice sindacale. Tutte le richieste vennero tragicamente esaudite. Fu il periodo delle cosiddette pensioni Baby, che si risolse in una corsa al massacro dei conti pubblici della quale pagheremo per lunghi decenni, e forse più, le nefaste conseguenze. Gli effetti delle variabili appena descritte furono devastanti, come testimoniano i dati relativi al rapporto debito prodotto. In questo lasso deve essere sottolineata la passività delle nostre autorità di politica economica che assistettero inerti all’evoluzione della finanza pubblica, forse soddisfatte del fatto che a tassi di interesse reali così elevati fosse comunque possibile il finanziamento del Tesoro. Solo la crisi valutaria del 1991, con la forte svalutazione della lira che ne derivò, avviò una politica di riequilibrio, che al di là degli effetti immediati relativamente modesti, stabilizzò comunque le aspettative degli operatori nazionali ed esteri. - Il Quarto Periodo, da1996 al 2001, ha segnato, o sembra aver segnato, un’inversione di tendenza. Tassi di sviluppo di nuovo accettabili e la forte riduzione dei tassi d’interesse derivanti sia dalla politica degli Stati Uniti, sia dalla nostra adesione al trattato di Maastricht, hanno consentito di avviare un processo di riduzione del rapporto debito prodotto che nel 2001 è sceso a 109. Si può qui ricordare che dal 1994 al 2001 l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è diminuito di quasi 8 punti - da 9,3 a 1,4 - per effetto di una riduzione delle spese diverse dagli interessi di 2 punti, di un modesto aumento delle entrate - 0,7 punti - e di una diminuzione della spesa per interessi di 5,1 punti. L’obbiettivo della presente succinta ricostruzione della storia del debito pubblico italiano, si identifica con l’individuazione di alcune costanti nella storia della finanza pubblica, e più in generale della politica economica, del nostro paese. Certamente, non è possibile un’interpretazione unitaria di vicende così diverse nelle loro origini, nella loro dinamica e nelle loro specificità storiche. Si possono tuttavia proporre alcune ipotesi di decifrazione. Qualsiasi interpretazione dell’evoluzione del debito pubblico nel nostro paese deve attribuire rilievo essenziale alla forte dipendenza dell’economia italiana dal ciclo internazionale e, in particolare, da quello europeo. L’Italia subì gli effetti della Grande Depressione dell’ultima parte del secolo scorso, così come partecipò pienamente al grande sviluppo dell’inizio del XX secolo. Fu coinvolta in tutte le vicende, finanziarie e reali, del periodo compreso fra le due guerre. La tumultuosa crescita successiva alla seconda guerra mondiale vide l’Italia protagonista quasi alla pari. Anche negli ultimi travagliati trent’anni la crescita italiana fu uguale a quella europea, nonostante un relativo rallentamento nel recente periodo. Si può poi riconoscere la forte dipendenza dell’indebitamento pubblico dal più generale andamento macroeconomico. In altri termini, i fattori interni del saldo di bilancio è un importante elemento esplicativo delle variazioni del rapporto debito prodotto. I paralleli incrementi di entrate e di spese pubbliche nei ventennio di forte e ininterrotto sviluppo successivo alla seconda guerra mondiale consentirono un’elevata espansione di consumi collettivi e di prestazioni sociali, in un contesto di

diminuzione del rapporto debito prodotto. A prescindere dalla mediocre qualità della gestione economica di quegli anni, lo sviluppo irregolare e rallentato degli anni ’70 e seguenti, fu causa importante della prima grande accumulazione di debito pubblico a partire dai primi anni ’80. In modo del tutto analogo, l’evoluzione dei tassi d’interesse reali internazionali si è sempre riflessa sul costo del debito pubblico, con effetti esplosivi nel decennio 1983-93. Nel quadro delineato, si collocano alcune specificità italiane che hanno certamente contribuito ad esasperare le difficoltà di ordine generale. Una prima osservazione riguarda il fatto che tutte le fasi di accumulazione del debito pubblico furono innescate dall’imitazione di scelte e di comportamenti dei paesi egemoni. Sono state infatti cause dirette d’incremento dell’indebitamento pubblico, e quindi dell’avvio dell’accumulazione del debito, le guerre africane del “Periodo Crispino”, la guerra di Libia e la conquista dell’Etiopia. Su scala ben più vasta la ritardata partecipazione dell’Italia alle due guerre mondiali, dopo una fase di forte incremento del rapporto debito prodotto, fu causa di dissolvimento di un ordinato sistema di finanza pubblica. A partire dalla fine degli anni ’60, l’ultimo caso di comportamento imitativo riguarda la costruzione di un modello di protezione sociale analogo a quello vigente nei paesi europei più avanzati su detto terreno, e ciò sotto la spinta di antitetiche forze socio-politico-corporativo-sindacali, inconsapevoli o consapevoli della insussistenza delle condizioni minime sufficienti di bilancio. In breve, s’è andati al totale scoperto. Tentativi e proposte di riforma risalgono ai primi governi di centro-sinistra della seconda metà del secolo scorso, le cui parziali realizzazioni trovarono di fatto timido avvio nel corso degli anni ’70, in un contesto macroeconomico molto meno favorevole. Nella storia del nostro paese è poi riconoscibile una sistematica componente speculativa, che ha fortemente influito sul valore esterno della lira con importanti conseguenze sulla dinamica inflazionistica interna e quindi sull’andamento del rapporto debito prodotto. Le politiche di stabilizzazione, successive alle crisi valutarie, vennero peraltro tipicamente attuate attraverso provvedimenti fiscali restrittivi finalizzati sia al miglioramento dei conti pubblici, sia al contenimento delle aspettative di svalutazione. Infine l’instabilità valutaria degli anni ’70 ebbe origine in un contesto caratterizzato da un avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti, da rilevanti esportazioni di capitali e da un contenuto squilibrio di finanza pubblica. Negli anni successivi il tentativo di allentare le tensioni sociali e di correggere la distribuzione funzionale del reddito con sistematiche svalutazioni della lira ha portato al radicamento dell’inflazione nel nostro sistema economico. Alla perpetuazione di una pericolosa situazione d’instabilità ha poi contribuito una politica fiscale che, nel vano tentativo di evitare all’economia italiana le recessioni di origine internazionale, ha aggiunto ulteriori elementi di squilibrio, appesantendo il sistema nel suo complesso. D’altra parte il recupero di una situazione di stabilità finanziaria e l’avvio della riduzione del rapporto debito prodotto dal livello massimo raggiunto nel 1994 furono possibili dall’adesione ai progetti di moneta europea. A conclusione di questa parte di commento, si può tentare di paragonare il nostro sistema di finanza pubblica con quello dei principali paesi europei. Nel 2000 le entrate delle amministrazioni pubbliche erano pari al 46% del prodotto interno, le spese primarie al 40% e gli interessi al 6%. Con un indebitamento annuale ormai molto contenuto, inferiore al 2%, la consistenza del debito era comunque pari al 109%. Rispetto alla media europea le nostre entrate erano inferiori di 1 punto; le spese primarie e gli interessi, rispettivamente, erano inferiori e superiori di 3 punti. La grande divaricazione è dunque riconducibile alla dimensione del debito pubblico: la media europea era pari a 61, contro il valore di 109 riferito all’Italia. In estrema sintesi, abbiamo adottato il modello europeo di finanza pubblica e di protezione sociale, ma siamo entrati nel XXI secolo al termine di un processo di accumulazione del debito pubblico che su scala internazionale è difficilmente riscontrabile in tempo di pace e dopo un periodo di crescita nella media del periodo molto sostenuta. Nella storia del debito pubblico italiano l’interpretazione del periodo che va dal 1974 al 1994 costituisce il problema veramente aperto, specie per le decise varianti politiche che lo hanno determinato.

L'energica politica di contenimento della spesa e di incremento delle entrate perseguita a partire dal 1994 è riuscita a riportare il suddetto rapporto nei limiti richiesti dal trattato; tuttavia il rientro dell'ingente debito pubblico, ossia la sua riduzione verso il livello considerato accettabile del 60% del PIL, non potrà che avvenire lentamente e molto gradualmente. Valga su ogni altra considerazione, l’intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell'Ordine al Merito del Lavoro ai Cavalieri del Lavoro nominati il 2 giugno 2003. “L'attenzione per l'economia reale non deve far venir meno la necessità di mantenere sotto controllo la finanza pubblica. Sappiamo di dover continuare ad avere un elevato avanzo primario per riassorbire e rendere gradualmente meno gravoso il peso del debito pubblico; esso, pur ridotto, in termini di prodotto interno lordo, rispetto ai massimi di metà anni '90, incombe ancora sulla stabilità e sullo sviluppo di lungo periodo”. Il Debito Pubblico messo a Nudo Qualcuno avrà mai pensato di spiegare il debito pubblico al proprio figlio? Forse è meglio farlo prima che sia lui a chiederlo, stordito dalle chiacchiere su spiagge da mettere in vendita, moniti dell’Unione Europea, titoloni su manovre dissanguanti e pensioni che si riducono, anzi che forse non vedranno la luce. Su tutte, alcune domande a bruciapelo. Da dove nasce tutto? Di chi è la colpa? Da dove vengono quei 1.500 miliardi di euro, ed oltre, che non ci fanno dormire di notte e che prima o poi qualcuno dovrà pagare? Toccherà a chi? E per quanto tempo? Per rispondere, ci sono due possibilità: far finta di nulla, divagare, scantonare, col rischio che un giorno l’erede pensi che anche il propri genitori erano complici, oppure mandare a memoria quanto segue. “I giovani hanno gli anni in tasca”, ma forse non sanno di avere nelle stesse tasche una cambiale da 1.500 miliardi di euro che potrebbe rosicchiar loro quegli anni come una tarma, nel futuro già fortemente ipotecato. Meglio spiegar loro la provenienza di quella cambiale, chi l’ha firmata e come si potrebbe estinguere. E’ una storia, non nasce dal nulla, anche se i veri responsabili oggi “fanno gli indiani”. Grafico

Chi Ringraziare? Ripercorrerla può farci capire da dove è cominciato tutto. E soprattutto chi dobbiamo ringraziare. È una storia che parte dalla fine degli anni Sessanta, gli anni del miracoloso Boom Economico che si tramuta, sul finire del decennio, in lotte e tensioni sociali, quelli in cui si gettano le basi del consociativismo politico. Per usare le parole dell’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli, gli anni della scala mobile e «Dello sciagurato accordo sul punto unico di contingenza». È proprio in quel periodo che il debito pubblico apre la sua voragine e cresce, cresce a dismisura. Gli anni Settanta sono quelli dello “Shock Petrolifero” e del “Crollo del Sistema Monetario” incentrato sul dollaro. La spesa pubblica accelera il suo moto ascendente. Aumentano le erogazioni della previdenza, della sanità, sale il costo dei dipendenti pubblici. Si distribuiscono a “Gogo”, immeritate pensioni a destra ed a manca. E’ il bengodi dei dipendenti pubblici, in specie quelli dell’Istruzione. Segnatamente le “Signore Insegnanti”, che dopo qualche anno di lavoro post sessantottino si ritirano a casa a fare le mamme e la calza con la sicurezza della pensione, seppur di poco conto, e tante vacanze. Ma tant’è, i casi si moltiplicano a dismisura ed anche le spese a carico dello stato.. Poi, purtroppo, c’è anche l’esigenza di pagare gli interessi sul debito pubblico, che iniziano a divenire significativi proprio in quegli anni. Come se lo Stato-Imprenditore fosse finito nella spirale di un gruppo di creditori-usurai. Solo che invece di far rientrare i debiti, producendo di più, cercando di tirare la cinghia, viene preso da un’effervescente ebbrezza spendacciona, onerosa per le generazioni future. Davvero in quel periodo cominciano a largheggiare le pensioni baby, quelle d’invalidità, le spese per la politica, per i ministeri, per i finanziamenti a pioggia, per i ripetuti investimenti improduttivi nel Meridione, per gli interventi a sostegno sociale delle classi operaie della grande industria, per le industrie puntellate a conforto delle anzidette classi operaie, per i sindacalismo sorretto a suon di miliardi, assurde privative, e regalie previdenziali doppie attribuite ai loro addetti, manovratori agitprop sindacali, per gli acquisti di società industriali, manifatturiere e finanziarie decotte, per il mantenimento in vita dei carrozzoni di stato, per il mancato azzeramento dei mille, e più mille, inutili ed obsoleti enti di stato, per la costruzione di improvvide opere sociali ed infrastrutturali mai compiute (ospedali, acquedotti, dighe, invasi, condotte, grandi canalizzazioni, circonvallazioni, direttrici viarie, carceri, centri sociali, residenze per anziani, distretti industriali fantasma, etc.,…

…), etc. Non va dimenticata l’assurda spinta, e successiva realizzazione, dell’ulteriore anacronistico frazionamento e suddivisione dell’amministrazione territoriale: cresce il numero delle province e, con esse, il costo della gestione periferica, fenomeno che vedrà il suo massimo nei primi anni del terzo millennio, quando invece da molto tempo si discute sulla necessità di azzeramento di questi enti intermedi, tanto da mantenere i soli due fondamentali ed utili, vale a dire, i comuni e le regioni. Insomma, un fiume ininterrotto di denaro pubblico buttato al vento, del quale se n’è fatto beneficio il solito giro accroccato attorno al voto di scambio, ed alle aspirazioni localistiche di rivalsa. Sono i cosiddetti costi “indiretti” della politica. Fatto sta, che debito pubblico passa dal 38% rispetto al Pil dell'anno 1970, al 69% del 1983. La percentuale contiene già, e non solo in potenza, tutta la serie di problemi strutturali della politica ed economia dello Stato italiano e, dunque, del suo bilancio. Sia chiaro, la spesa aumenta anche perché lo stato protegge e assiste di più i suoi cittadini, ma i governanti non ritengono di controbilanciare con adeguate tasse, come fanno in Francia e in Germania. Risultato, il debito pubblico s’impenna. Montecarlo Nel 1976 esplode la crisi valutaria, e la lira è sotto assedio. L’Italia aderisce allo SME e per fortuna l’inflazione, "tassa occulta", diviene un problema prioritario. La riforma tributaria del 1974 funziona parzialmente, come tutte le riforme fiscali italiane, e risulta insufficiente a produrre gettito adeguato per frenare la deriva deficitaria della finanza pubblica. Tanto, loro, i politici, se ne fregano e continuano per la loro strada, quella dello scambio elettorale, mentre lanciano proclami allarmati alla popolazione, circa la necessità di porre rimedio ai conti pubblici. Devono pagare gli altri, non loro che si attribuiscono via, via, emolumenti e pensioni sempre più ricche. Sono gli anni in cui si diffonde come la mala pianta l’evasione fiscale, probabilmente quale reazione negativa ad eccessiva richiesta da parte delle finanze statali, la grande piaga tutta italiana, mai sanata, e che mai si risanerà finché la politica non si metterà una mano sul cuore, una sul proprio portafoglio rinunciando a parte delle prebende, ed imponendo la cinghia di castità all’esosa amministrazione dello stato. Ovvero, smagrire lo stato, e ridurre drasticamente l’imposizione fiscale. Solo allora pagheranno tutti, si potrà pretendere che tutti paghino. Tornando a bomba, così il decennio si chiude con un debito pubblico che è già una volta e mezzo quello medio degli altri Paesi europei. Negli anni Ottanta abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, accumulando debiti nei confronti delle generazioni successive, ipotecando il loro futuro, come quegli sciagurati padri di mezza Europa che a Montecarlo si giocano le rette dell’università del figlio. O forse tutto ciò avviene anche a Las Vegas!? Gli anni Ottanta hanno visto una terrificante crescita del debito, disavanzo su disavanzo. D'altronde, è dal 1970 che le spese correnti superano le entrate. Il debito pubblico è cresciuto impetuosamente per tutti gli anni Ottanta, soprattutto per l’ingente pagamento degli interessi, irrompendo sulla scena degli anni Novanta, con quel 124% del Pil nel 1994 che rappresenta la cifra record di tutti i tempi. Mentre esplode Tangentopoli e muore la prima Repubblica, l’Europa impone il risanamento dei conti, il rientro del debito e il contenimento del disavanzo, vale a dire la differenza delle entrate e delle uscite che ogni anno contribuisce a formare lo Stock del Debito. Il guaio è che tutti i piani di risanamento della finanza pubblica presentati negli anni precedenti, nonostante le feroci intemerate di Bankitalia, sono stati regolarmente disattesi. D’altro canto, Bankitalia brucia le riserve valutarie nel tentativo di difendere la lira nella tempesta valutaria, denaro che non è suo, anzi lo stampa a ciclo continuo per conto dello stato spendaccione, ma guadagnandoci e facendo lautamente guadagnare i soci, suoi azionisti, la conventicola delle Banche Italiane, quelle del Sistema Bancario Nazionale. Ma questa è un’altra faccenda

Ma negli anni Novanta i nodi vengono al pettine e rischiamo veramente di fallire. Ci salva un signore che si chiama Giuliano Amato, detto anche Professor Sottile, sia per la corporatura che si ritrova, sia per il cervello fine, un brillante costituzionalista che c’impone un’odiosa ma salutare cura da cavallo. Amato mette le mani persino nel portafoglio, con la tassa del 6 per mille su tutti i conti correnti. Unica consolazione, se tale si può definire, la pressione fiscale, la tassa sui conti correnti e la riduzione delle spese correnti dello stato, impediscono di fare la fine dell’Argentina. Nei medesimi anni Novanta il debito risulta diminuito, ma solo per il continuo declino dei tassi d’interesse, non certo per l’abilità dei governanti che riescono solo a limare qualche briciola, nonché per l’ammodernamento e la riorganizzazione del sistema di controllo e riscossione fiscale, dicasi Agenzia delle Entrate (il tutto ideato ed attuato dal ministro Tremonti), ed il persistere della pressione fiscale sui livelli elevati. Nei primi anni del secondo millennio sono arrivati i guai: la recessione, l’esplosione della bolla finanziaria del 2001, il crollo delle esportazioni, l’effetto del benedetto, maledetto euro. Sulla Gobba dei Nipoti Grazie all’euro sono saliti i prezzi dei furbacchioni che hanno contribuito a depauperare la nostra economia, ma abbiamo evitato le fucilate a canne doppie della speculazioni internazionale. Grazie all’euro si sono ridotti inflazione e deficit pubblico. Grazie all’euro è calato il costo del debito, che non ha più tassi d’interesse alti come nei tempi andati, e non si è più avvitato su se stesso. Sopra ogni altro, non abbiamo conosciuto l'insolvenza, il “Default, il Crack”. Però, "grazie" all’euro i salari e gli stipendi nelle tasche dell’italiano medio, si sono fatti davvero esigui, di certo insufficienti. Chi c’ha mangiato, e ci mangia tutt’ora? In gran parte la sgangherata distribuzione al commercio! E così arriviamo alla storia di quest'ultimi anni, ai provvedimenti una tantum, allo sforamento della soglia del 3%, al suo faticoso rientro, alle vendite di beni pubblici, alle cartolarizzazioni, ai condoni, all'imposizione fiscale in parte tolta e poi prontamente ripristinata, anzi, con la scusa di favorire i meno abbienti, spalmata sotto le mentite spoglie di balzelli indiretti proprio sulle categorie più disagiate, ai "tesoretti", ai bilanci contestati dalle Autorità Europee, ed alle fanciullesche giustificazioni, etc., tutti rimedi che fanno sparire le cifre dai bilanci ufficiali, ma che purtroppo spostano solo in avanti il problema ed impoveriscono ancor più i comuni cittadini. Analgesici che non curano, ma leniscono temporaneamente il dolore del complessivo organismo statale. Pura terapia del dolore che non risolve la moria cancerosa delle cellule. Per farlo rientrare è necessaria una seria politica di riduzione della pressione fiscale, ripresa economica, sviluppo, prelievi fiscali certi, contenimento delle spese, riduzione dell'apparato statale (sanità, scuola, enti, sovrapposizioni, rendite pubbliche consolidate, privative, privilegi, regalie, appannaggi, mezzi ed organici di funzionamento parlamentare, di governo, e della Presidenza della Repubblica... etc.). Altrimenti saranno i nostri figli ed i nipoti, ed nipoti dei nipoti, a portarne ancora il peso, a dover pagare ed a maledire la politica. Il Dominio delle Banche Risulta necessario conoscere fino in fondo la realtà, la verità sul debito pubblico per la soluzione di ogni problema economico-finanziario del nostro paese. S’intende fare specifico riferimento alla fabbricazione, alla circolazione del denaro ed, in definitiva, al suo godimento. Diversamente da quanto recita il logo, la Banca d’Italia S.P.A. non risulta di proprietà dello Stato italiano, né agisce nell’interesse di questi, considerato che i suoi azionisti Gruppo Intesa (27,2%), Gruppo San Paolo

(17,23%), Gruppo Capitalia (11,15%), Gruppo Unicredito (10,97%), Banca Carige (3,96%), Bnl (2,83%), Monte dei Paschi di Siena (2,50%), Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%), ed altre banche minori sono detentori di ben l’85% del suo capitale sociale, fatte salve recenti variazioni di partecipazione. Cosicché gli istituti di credito azionisti della Banca d’Italia con un capitale investito di soli 260 milioni di vecchie lire, nel corso degli anni hanno lucrato un ingente differenziale di fabbricazione e messa in circolazione della moneta dello Stato italiano. Si tratta del cosiddetto “Signoraggio” usurario. Vediamo di comprendere la natura e la dimensione, sia dello scippo subito dagli italiani, sia della vera causa dell’usura conseguente. Dopo l’avvento della costituzione dell’Unità d’Italia, gli istituti di emissione monetaria sino ad allora esistenti nello Stivale furono accentrati nella Banca d’Italia, che sin d’allora accolse la partecipazione azionaria delle principali banche italiane. In quegli anni esisteva l’obbligo della riserva aurea necessaria per garantire la convertibilità della moneta emessa con oro corrispondente al suo valore di mercato. L’obbligo della garanzia convertibile delle emissioni con parità aurea, era stato istituito nel 1694 dalla Banca d’Inghilterra al fine di dare certezza e stabilità alle banconote emesse, seguita poi a far data dal 1944 dagli istituti di emissione dei principali paesi, quando ad iniziativa dell’economista John Maynard Keynes, primo Barone Keynes di Tilton e da molti considerato il più grande economista del XX secolo, intervenne l’accordo di Bretton Woods fra i rappresentanti di 44 paesi impegnati nella guerra contro l’Asse Tedesco, finalizzato al ripristino delle condizioni di convertibilità delle monete e alla creazione di un sistema di compensazione multilaterale delle bilance dei pagamenti al termine della guerra. A Bretton Woods furono presentati due progetti per il futuro sistema monetario internazionale. Il primo, di parte britannica, portava la firma di Keynes, che prevedeva la costituzione di una banca centrale mondiale che avrebbe avuto il potere d'intervenire sui mercati per regolare i rapporti tra debitori e creditori. La banca avrebbe dovuto regolare tali rapporti tramite l'emissione di una propria moneta, che stando allo stesso studioso inglese avrebbe dovuto assumere il nome di Bancor, ovvero "Oro Bancario". Il secondo progetto fu redatto dal sottosegretario al tesoro americano, Harry Dexter Withe, che prevedeva, invece un semplice fondo di stabilizzazione dei tassi di cambio. Il risultato raggiunto fu un compromesso fra i due progetti iniziali. Il capitalismo si dotava di due organismi finanziari internazionali, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che avevano il compito di coordinare le politiche economiche dei singoli stati nazionali, soprattutto in una materia delicata come quella monetaria. Nonostante siano passati oltre 60 anni, tali organismi finanziari, gestiscono tuttora il sistema finanziario mondiale. In sostanza il sistema monetario nato a Bretton Woods venne ad imperniarsi sul ruolo centrale del dollaro, l'unica moneta che al tempo avrebbe potuto reggere la conversione in oro. La banca centrale americana, la Federal Reserve, s'impegnò a convertire la propria moneta in oro secondo una parità stabilita dagli medesimi accordi di Bretton Woods. Gli Stati Uniti, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, posero le basi per il controllo dell'intera economia mondiale, relegando ad un ruolo secondario Giappone e Germania, i due principali antagonisti. L'Unione Sovietica, l'altra potenza imperialistica uscita vincitrice dal conflitto, in seguito al trattato di Yalta, esercitò la propria egemonia sull'Europa orientale. Con gli accordi di Bretton Woods il dollaro diventò lo strumento monetario utilizzato negli scambi commerciali internazionali. Si ricorda che nel 1950 la produzione statunitense rappresentava quasi il 50% dell'economia mondiale. Gli Stati Uniti, oltre ad essere il principale produttore di merci del mondo, avevano in mano anche il controllo assoluto della politica monetaria su scala internazionale. Infatti, con il sistema costruito a Bretton Woods, gli Stati Uniti non solo di fatto imposero agli altri paesi l'utilizzo del dollaro nei commerci internazionali, ma questi furono obbligati ad intervenire sul mercato per mantenere la parità della propria moneta rispetto a quella americana. Se gli Stati Uniti immettevano sul mercato una quantità di dollari superiore alle necessità dei traffici commerciali, cosa che puntualmente si è verificata, gli altri paesi erano obbligati ad acquistare i dollari in surplus per mantenere in equilibrio l'intero sistema monetario. Fino a tutti gli anni sessanta gli Stati Uniti mantennero il dominio incontrastato sui mercati internazionali. Essi furono il maggior paese

esportatore al mondo e presentarono ogni anno una bilancia commerciale ampiamente in attivo. Le industrie americane, oltre a poter usufruire di un mercato interno di dimensioni continentali che permise loro di realizzare grosse economie di scala, furono le più competitive sui mercati internazionali, anche per i massicci investimenti nella ricerca effettuati anzitempo rispetto alle altre economie. Nel 1971 il presidente statunitense Nixon con la dichiarazione unilaterale di inconvertibilità del dollaro in oro, poneva fine al regime dei cambi fissi instaurato dagli accordi, che sino ad allora aveva consentito lo straordinario sviluppo dei paesi che vi avevano aderito. Venne così a mancare ogni forma di controllo sulle emissioni monetarie, decise autonomamente dalla rispettive banche centrali. Dunque nel 1971 iniziò la pericolosa instabilità monetaria che per il nostro paese ha avuto per conseguenza la graduale crescita verticale dell’ingente debito pubblico, spinto vertiginosamente a salire dalle dissennate politiche di quegli anni e dei successivi. Seguendo l’esempio degli Stati Uniti dall’ottobre 1971 la Banca d’Italia continuò ad emettere moneta, con la differenza però che la stampa delle banconote non avvenne più con la garanzia delle riserve e naturalmente ad esclusivo vantaggio della Banca d’Italia medesima, divenuta così proprietaria della moneta emessa, e prestata nel tempo ai governi via, via succedutisi, col risultato che già nel 2000 il debito pubblico dello Stato, ovvero dei cittadini si è attestato allo strabiliante ammontare di 3500 milioni di miliardi. In realtà la Banca d’Italia rivestì, e riveste tuttora, soltanto il ruolo di ente delegato dallo Stato, ovvero dal popolo sovrano, all’emissione di banconote per conto di esso Stato. In conseguenza della politica creditizia verso lo Stato e versi i cittadini effettuata con banconote, ossia, carta stampata, il cui valore è da ritenersi per mera convenzione, e senza alcun reale contro valore patrimoniale da parte dell’ente emittente, e dunque alla medesima stregua di assegni a vuoto, le banche italiane azioniste della Banca d’Italia hanno lucrato e lucrano ancora, il così detto “vantaggio di signoria”, una sorta di privativa sugli interessi dello stato e quindi dei cittadini, ovvero la peggiore usura praticata, questa volta in base a delle convenzioni legali. O meglio, un enorme vantaggio economico e finanziario, costruito sul nulla, salvo l’acquisto della carta ed i costi di fabbricazione, d’esercizio e di messa in circolazione. Basti considerare che il rapporto tra valore nominale, di stampa, delle banconote immesse in circolazione ed i costi per carta, allestimento e stampa, è pari al 10 per mille. Cosicché ogni milione di lire, stampato sino all’anno 2000, aveva un costo di sole 10 mila lire ed un ricarico di ben 990 mila lire, pari al 990%. A tal proposito, una sentenza emessa nel 2005 dal Tribunale di Lecce a seguito d’una CTU (Consulenza Tecnica d’Uffico), tramite la quale s’è statuito il principio che la proprietà della moneta non è né della Banca d’Italia, e né tanto meno della Banca Centrale Europea, bensì del popolo sovrano, ossia degli italiani, e che l’accentramento privativo di cui hanno beneficiato le banche azioniste, ovvero il reddito di cittadinanza sottratto attraverso le sole banconote circolanti nei precedenti sette anni, dal 1998 al 2004, ammontava ad oltre 5.023 miliardi di euro. A riprova, è appena il caso di indicare che con l’avvento delle transazioni elettroniche, le moneta cartacea costituisce soltanto il 10% dell’intero ammontare delle operazioni creditizie effettuate dal sistema bancario, sino a ritenere che il prelievo forzoso riconosciuto dal giudizio leccese va moltiplicato per almeno 10 volte. La restituzione della sovranità monetaria al popolo italiano comporterebbe due ineguagliabili benefici immediati. Il primo consistente nell’azzeramento del debito pubblico con la conseguente eliminazione delle disumane gabelle fiscali, il secondo, la destinazione del reddito di cittadinanza ai suoi reali aventi diritto, ossia lo Stato ed i Cittadini. La qual condizione permetterebbe ad esempio e finalmente a tutti di divenire proprietari della propria casa di abitazione veder pericolosamente intaccati i rispettivi redditi da lavoro o previdenziali, invece influenzabili dalle riforme prospettata e decisamente in meglio. Oggigiorno solo gli istituti di credito azionisti di Bankitalia detentori dell’85% del suo capitale sociale, rimangono i beneficiari dell’enorme debito pubblico. Ma l’aspetto più sconcertante è rappresentato dal fatto che la Banca d’Italia, nel suo bilancio del 2004 ha iscritto nello stato del passivo l’importo di 99.007 miliardi di euro per moneta circolante, equivalente alla quota parte di banconote stampate dall’Italia nell’ambito della Banca Centrale Europea. Considerato che il costo di carta e stampa della moneta non supera il dieci per mille, e che non esistono riserve

per garantire l’ingente circolante, il cui valore e solo convenzionale e non intrinseco, come invece potrebbe essere se ogni moneta fosse di metallo pregiato, la Banca d’Italia avrebbe iscritto in bilancio un debito inesistente solo per eludere l’ammontare reale dell’assurdo privilegio-prelievo che realizza annualmente. Insomma, è tutto un giro vorticoso di denaro cartaceo che non vale nulla, solo il “numerario facciale” che per pura convenzione viene scambiato. Riforma Pensionistica Dopo la corsa attraverso i fattori che agiscono in parallelo al moribondo sistema pensionistico italiano, tornando appunto al titolo di questa disanima. Con l’adozione anche in Italia della riforma cilena, o simile, la minaccia del fallimento del sistema previdenziale, e di conseguenza dello Stato che sta inguaiato di suo, e l’uso politico-ideologico del potere dello Stato di determinare la vita dei cittadini, in specie dei pensionati, verrebbero annullati, rendendo realmente più libere le persone. Non si tratta soltanto, quindi, una questione economica, ma contemporaneamente di giustizia ed economia: è conveniente e giusto farlo. L’economia non è affatto, secondo la visione comunista, uno strumento del male, bensì uno strumento che usato al meglio e per i migliori scopi permette di liberare l’uomo dalla schiavitù dell’incertezza e dai poteri arbitrari, in uno di nobilitarlo. I motivi economici sono conseguenza della china negativa demografica intrapresa dalle popolazioni dell’Occidente verso una riduzione delle nascite e, secondariamente, degli strabilianti progressi della medicina attraverso la quale s’allunga la vita delle persone. Quindi, più passa il tempo, e minore sarà il numero dei lavoratori attivi rispetto a quello, abnorme per l’attuale sistema, dei pensionati. Poiché tanto l'innalzamento dell'età pensionabile, quanto quello del numero delle pensioni ha un limite, prima o dopo il sistema ci si vedrà costretti a ridurre i benefici finali promessi, segnale indiscusso di un sistema che si avvia alla bancarotta. Siamo già avviati in quella direzione. Ed anche se con delle cieche leggi si tenta di cambiare questa situazione, di fatto non si fa che rimandare, e si aumenta inevitabilmente l’incertezza dei pensionati. Tutto ciò è ironico, considerando che il sistema è stato ideato per garantire la “Sicurezza Sociale”. Il Cile ha evitato questo infausto futuro, sostituendo il sistema pensionistico pubblico con un sistema di capitalizzazione individuale amministrato da imprese private, controllate dai poteri pubblici. A distanza di una ventina d'anni da quella scelta, i risultati parlano da soli. Le pensioni nel nuovo sistema privato sono tra il 50% e il 100% più alte di prima. Le risorse amministrate tramite i fondi pensione sono pari a 25 miliardi di dollari, ovvero circa il 40% del Pil (Prodotto interno lordo). Di più: con il miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro e del capitale, il nuovo sistema pensionistico s'è dimostrato una riforma chiave che ha contribuito alla crescita dell'economia, da un 3% annuale fino ad un 7% corrispondente agli ultimi dodici anni. Inoltre, il tasso di risparmio cileno è aumentato fino al 27% del Pil, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5%, da quando questa riforma venne realizzata. E tutto questo nonostante una dittatura militare ed un’instabile situazione politica.. Tanto per capire quanto questa idea sia vincente è bene dire che persino gli esperti della Repubblica Popolare Cinese sono stati in Cile per studiare il sistema privatistico delle pensioni. Ed un funzionario cinese rappresentante della Cina ad Hong Kong derise un conservatore britannico per alcune sue “costose idee eurosocialiste”, appunto il sistema pensionistico occidentale europeo. Funzionamento

Il modello cileno prevede che non ci sia alcun versamento allo Stato, né del datore né del lavoratore, ma che questi sia obbligato a versare una percentuale del proprio stipendio su d’un conto a capitalizzazione individuale di singola proprietà. Questo fino ad determinato limite di stipendio circa il doppio del PIL pro capite, parificato al potere d’acquisto, per noi sarebbero più o meno 70.000 dollari - oltre ad esso limite, la contribuzione è volontaria, ossia una persona può usare un’altra parte del proprio stipendio per andare prima in pensione, oppure per averne una più alta. Inoltre è compresa un’assicurazione sulla morte prematura o sull’invalidità. In modo simile a quanto avviene in Italia per i fondi pensione ogni persona può cambiare il gestore del proprio conto quando vuole, appunto perché il conto è di proprietà dell’individuo e non dell’amministratore o dello stato, che non possiede neanche i fondi in cui investe. Solo esercito e polizia sono esclusi da questo sistema, mentre qualsiasi altro lavoratore dipendente, pubblico o privato, aderisce ad esso. I lavoratori autonomi possono invece scegliere se farne parte o meno. L’età legale per il pensionamento è di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, ma il significato del termine è diverso da quello che vige nel nostro sistema. Nessuno è costretto a smettere di lavorare a quell’età, smette invece di versare contributi obbligatori e può decidere di riscuotere la pensione. Inoltre se grazie a quanto risparmiato può riscuotere una pensione almeno pari al 50% degli ultimi 10 anni del proprio reddito (sempre che sia superiore alla pensione minima) può pre pensionarsi. Questo termine implica, quindi, semplicemente il limite dopo il quale non è più obbligato a versare contributi e può iniziare a riscuoterli, che lavori ancora o meno. Inoltre è necessario per riscuotere, in particolari casi, una pensione minima statale. Ognuno è libero di continuare o smettere di lavorare una volta che si è guadagnato una pensione sufficiente. Nessuno è costretto a sottostare alle decisioni di questo o quel gruppo politico di pressione o dello Stato, se il suo lavoro lo soddisfa può farlo, altrimenti può dedicarsi alle sue passioni. In pratica una persona decide quanto vuole e a che età ed un qualsiasi computer può dirgli quanto deve versare, e può farlo ogni momento. Semplice, immediato e soprattutto accessibile a chiunque. Una volta scelto di andare in pensione il lavoratore può mettere i suoi soldi in un’assicurazione privata (per ottenere un vitalizio) o prenderli dal proprio conto mensilmente. In ogni caso se ha soldi in eccesso rispetto a quanto necessario per garantire queste soluzioni, può prelevarli per farne ciò che vuole. Transizione Come è possibile effettuare una transizione da un sistema ad un altro? Questa è probabilmente l’aspetto più complicato, specialmente per un sistema, come il nostro, che è già vicino al collasso, mentre quello cileno si stava avvicinando ad esso. Al di là dei costi, esistono anche problemi di comunicazione, dato che risulta difficile convincere chi non ha fiducia nel mercato e nel governo ed ha pregiudizi socialisti/statalisti. In ogni caso, è chiaro che bisogna lasciare chi è già in pensione al vecchio sistema, di contro i nuovi lavoratori adotterebbero il nuovo e bisognerebbe permettere il passaggio dal vecchio al nuovo sistema a chi si trova in una situazione intermedia, qualcosa che solo una buona gestione dello Stato può garantire.

Il finanziamento della transizione-transmigrazione è una questione estremamente tecnica e complessa, ma uno studio della Banca Mondiale afferma: «il Cile è la dimostrazione di come un paese con un sistema bancario ragionevolmente competitivo, un mercato dei capitali che funziona bene, e stabilità macroeconomica può finanziare deficit per la transizione, senza ripercussioni pesanti sul tasso di interesse». Anche se le possibilità variano è interessante notare che il Cile ha usato principalmente i vantaggi del nuovo sistema per finanziare lo stesso, ad esempio dato che le contribuzioni necessarie per le pensioni sono minori rispetto a prima ha usato questa differenza come tassa senza aumentare il costo del lavoro. Inoltre ha emesso buoni a lungo termine (non come “nuovo debito”, ma come riconoscimento di quello esistente). Anche gli effetti collaterali sono stati molto utili, la necessità di trovare finanziamenti ha convinto tutti alla diminuzione delle spese statali, ha fornito capitali per la privatizzazione delle imprese statali e ha favorito la crescita economica, che ha, a sua volta, aumentato le entrate tributarie. Risultati I risultati sono stati di gran lunga superiori alle previsioni, sia in termini di quantità, sia di qualità, vale a dire che la ricchezza prodotta è finita in buona parte nelle mani dei lavoratori (grazie alle privatizzazioni finanziate dai fondi pensione da loro posseduti), i quali, immessi in un circolo virtuoso, sono stati spinti a migliorare la produttività e a sentirsi legati ancora maggiormente al proprio lavoro. A titolo esemplificativo della bontà di quanto ottenuto dai lavoratori, basti sapere che per garantire un 70% delle retribuzioni era stato calcolato un rendimento del 4%, in realtà si è ottenuta una media del 12% (con le ovvie fluttuazioni annuali). In pratica questo significa una media dell’84% dell’ultimo stipendio per ogni persona, finanziato con un 10% del proprio stipendio contro il 25% del vecchio sistema. Il nuovo sistema, inoltre, ha eliminato la mancanza di equità, sperequazione, alla quale soggiaceva il vecchio sistema. Ci sono persone che erroneamente credono che il sistema a ripartizione ridistribuisca le entrate dei lavoratori ricchi verso quelli poveri. Invece, molti recenti studi dimostrano che accade esattamente il contrario. Informazioni tratte da un Articolo di Per José Piñera, Ideatore ed Artefice della Riforma Cilena, cui lascio le conclusioni. Conclusioni «Non è così sorprendente, allora, che il sistema a capitalizzazione individuale sia così popolare tra i cileni, visto che ha aiutato a promuovere la stabilità stessa del paese. I lavoratori apprezzano il fatto che il sistema è giusto e che tramite i loro conti pensione riescono ad essere direttamente interessati agli umori dell'economia. Così come una parte delle azioni emesse dalle imprese cilene più grosse appartengono ai fondi pensione privati, allo stesso modo i lavoratori sono da considerare di fatto investitori nella proprietà del paese. Quando, nell'81, il sistema a capitalizzazione individuale è stato inaugurato, i lavoratori hanno avuto la possibilità di scegliere tra il nuovo sistema e quello precedente, quello statale. Mezzo

milione di essi (un quarto della forza lavoro) ha subito aderito al nuovo sistema durante il primo mese. Oggi, il 93% dei lavoratori fa parte del sistema a capitalizzazione. Più passa il tempo e prima scomparirà il sistema pensionistico statale: in questo modo i politici non avranno più potere sulle pensioni. In questo modo le pensioni non saranno più un tema di conflitto politico e di demagogia da spendere durante le elezioni, come accaduto in passato. Le entrate di un pensionato dipenderanno solo dal suo lavoro e dal successo dell'economia, non dal governo a dalle pressioni politiche di certe lobby. Per i cileni, oggi, i conti pensione rappresentano un diritto di proprietà reale e tangibile e rappresentano una certezza al momento del pensionamento. È stato calcolato che la più importante fonte di reddito di un cileno non è più l'auto usata o la piccola casa in cui abita (magari ipotecata), ma il capitale che ha sul suo conto pensione individuale. Finalmente, questo nuovo sistema pensionistico privato sta avendo effetti politici e culturali importanti. I lavoratori cileni hanno fatto la scelta di aderire a questo sistema, benché molti leader sindacali lo sconsigliassero. Ma i lavoratori si preoccupano molto dei fatti che sono strettamente connessi con le loro vite, come la pensione, la salute e l'educazione. Quindi, fanno scelte ponderate pensando alle loro famiglie e non a seconda delle tendenze politiche del momento. In effetti, questo nuovo sistema lega a doppio filo i lavoratori cileni con lo sviluppo e l'economia. Il lavoratore cileno medio non è indifferente al comportamento della Borsa valori o del tasso di interesse. Quando i lavoratori si rendono conto che sono proprietari di una frazione del paese, non per mezzo di partiti politici o "Politburo", essi capiscono e aderiscono di più al libero mercato e ai valori di una società libera. Questa è la breve storia di un sogno che è diventato realtà. La lezione finale è dunque che le rivoluzioni che hanno successo sono quelle che hanno fiducia nell'individuo e nelle meraviglie che l'individuo può realizzare quando è libero». Come disse il vecchio Marx l’unica cosa che abbiamo da perdere sono le “nostre catene”, solo che si tratta delle sue, del modello di Stato da lui ispirato e concretizzato dai suoi fedeli seguaci..

Post Scriptum

Italia, record negativo del debito pubblico
di Redazione - giovedì 12 luglio 2007, 18:30

Roma - Mentre sono ancora in corso le discussione sul Dpef, la riforma delle pensioni e l’utilizzo del cosiddetto tesoretto i conti pubblici italiani segnano un nuovo record negativo, con il debito pubblico che arriva a quota 1.609,1 miliardi. Più del precedente record in valore assoluto segnato dall’Italia a novembre 2006, quando aveva raggiunto la cifra di 1.607,7 miliardi. A misurare il peso del fardello sull’economia italiana, che anche ieri il ministro dell’Economia ha descritto come il freno dello sviluppo dopo venti anni di cattiva gestione delle finanze nazionali, è la Banca d’Italia nel supplemento di finanza pubblica al suo bollettino statistico.

(estratto da ilGiornale.it)