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INTRODUZIONE

L'Italia , geograficamente, un'unit, almeno nel nome; la catena delle Alpi rende ci indiscutibile.
Essa non costituisce tuttavia una unit omogenea. L'Italia ed sempre stata un insieme di regioni,
e ciascuna regione un insieme di unit minori. Alcune di queste sono antichissime, ed hanno
conservato la propria identit ed una sorta di coesione interna anche sotto i governi pi forti, quali
l'Impero Romano e lo Stato Italiano di questo secolo. Ancor oggi, l'italiano una seconda lingua
che la maggior parte dei bambini deve apprendere come tale; il dialetto che parlano a casa cos
diverso in alcune parti dell'Italia da poter venir classificato come una lingua a s. Un italiano, prima
di essere un italiano un milanese o un napoletano; o, molto spesso, identifica l'essere italiano con
l'essere milanese o napoletano. Che questo sia un problema fondamentale simboleggiato dal fatto
che il Partito Comunista Italiano non chiama il suo quotidiano Umanit , o Avanti , o Verit
, come in altre parti d'Europa, ma l'Unit, indicando, almeno in parte, la necessit di rendere
l'unificazione italiana una realt, parallelamente a qualsiasi progresso verso il socialismo.
E in un tale contesto che lo studio dell'Italia durante l'Alto Medioevo pu risultare utile anche agli
storici contemporanei. Poich il periodo che va circa dal 500 al 1000 quello in cui, nell'intervallo
fra la Repubblica Romana ed il 1815, vennero fatti gli unici seri tentativi di trasformare l'Italia in
una qualche sorta di entit politica indipendente, ed in cui si verific in effetti il globale definitivo
falli
mento di tali tentativi, che naufragarono alla fin fine sugli stessi scogli esistenti oggi: la persistente
cruciale importanza di identit e problematiche locali. Soltanto per pochi decenni l'Italia tutta fu
parte di un singolo stato indipendente: approssimativamente dal settimo decennio del v secolo al
quarto decennio del VI; ma la gran parte della penisola (due terzi, circa) costitu in qualche modo
uno stato unico per la maggior parte dell'Alto Medioevo, e i re italici, ostrogoti, longobardi e
franchi, furono ricchi e potenti. Tuttavia, il regno che ebbero a governare non costituiva un'entit
coerente pi di quanto lo sia l'Italia moderna, e per le stesse ragioni, rese maggiormente valide da
una economia sottosviluppata e da cattive comunicazioni: le localit italiane erano assolutamente
dissimili e possedevano ciascuna una propria storia e un proprio sviluppo. Tali problemi
accomunano tutta l'Europa medievale; l'interesse dell'esperienza italiana sta nel relativo successo
che ebbero molti di quei re. La frantumazione dell'Italia non era affatto inevitabile, tranne forse per
quanto riguarda la separazione da essa del Meridione, che costituisce ancor oggi il problema
politico italiano pi spinoso; e vi furono parecchi momenti nell'VIII e IX secolo in cui sembr che i
tentativi centralizzanti di alcuni sovrani potessero aver esito positivo... seinbr quasi che avessero
e,iettivamente successo. I1 loro fallimento deve pur quindi essere spiegato, ed altrettanto
interessante.
L'Italia dell'Alto Medioevo non stato vista tradizionalmente nell'ambito di questi problemi. L'Italia
del periodo che intercorre fra la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e il sorgere dei comuni non
certo un campo di studi semplice, e se ne trattato qualche volta con un po' di imbarazzo.
L'invasione dell'Italia da parte dei Longobardi nel 568, non molto tempo dopo che 1'Impero
d'Oriente l'aveva con difficolt sottratta agli Ostrogoti, spezz effettivamente l'unit politica
dell'Italia nel suo insieme. L'altra forma politica naturale italiana, la citt-stato indipendente,
fece la sua riapparizione soltanto al sorgere di Amalfi e di Napoli nel secolo IX e di altre citt pi
famose del nord e del centro nel secolo XI. Per gli storici del tempo passato, quel periodo
intermedio non pareva conformarsi ad alcuna chiara regola.
L'Italia, culla di cultura e di civilt, mostrava pochissimo dell'una e dell'altra in quei secoli, tranne
che per una considerevole sofisticazione dell'apparato legale, e per l'occasionale presenza di scrittori
dallo stile pretenzioso, con vere capacit letterarie (come Paolo Diacono) o senza (come Liutprando

da Cremona). L'Italia, centro mercantile del Mediterraneo antico e medievale, pareva aver perso
temporaneamente contatto
col mare, mano a mano che un porto dopo l'altro lungo le coste del Tirreno e dell'Adriatico fu
abbandonato e chiuso. D'altra parte, pareva che l'Italia fosse passata sotto il controllo dei guerrieri
barbari del nord germanico, che vi introdussero le forme della loro societ: l'economis chiusa, la
curtis, il fendalesimo. Sembr che l'Italia fosse divenuta parte dell'Europa settentrionale, per
svilupparsi lungo linee nord-europee, finoch giungessero a liberarla i fondatori dei comuni e i
primi imprenditori del capitalismo mercantile. Lo storico belga Henri Pirenne forn l'analisi
economica classica di un'Europa il cui centro di gravit s'era spostato dal Mediterraneo al Reno,
dopo la chiusura del Mediterraneo operata dagli Arabi... ma gi scrittori italiani della generazione
precedente a quella di Pirenne avevano dipinto un fosco quadro di un'Italia dvisa e feudale, dove la
campagna s'era resa indipendente dalla citt, pur se e in conseguenza del fatto dhe la citt s'era fatta
rurale quanto la campagna. Anche se ci si sarebbe potuto aspettare che un tal quadro inducesse
almeno ad una analisi attenta delle parti del paese non cadute in mani germaniche, quelle aree
furono in realt studiate assai poco, con l'eccezione della Roma dei Papi. La storia del diritto e delle
istituzioni costitul il tipo principale di letteratura storica prima della seconda guerra mondiale, e il
suo peculiare orientamento contribul a distorcere ancor pi l'immagine complessiva.
Tali tendenze raggiunsero l'apice in Italia nell'epoca fascista, con il suo forte, pur se per noi ironico,
elemento di anti-germanismo. In quell'epoca pochi studiarono l'Italia dell'Alto Medioevo. Del
periodo dei re longobardi, che ebbero sempre particolarmente a soffrire di questa tradizione
storiografica, Gabriele Pepe poteva scrivere nel suo Il Medioevo Barbarico d'Italia (1941) ancor
oggi in commercio:
I duccento anni che vanno dal 568 al 774... costituiscono uno di quei secoli ideali che Vico diceva a
infelici , se non il pi infelice della nostra storia; n il ferreo secolo x, n l'et della
Controriforma, n la reazione tra il 1821 e il 1848, ci danno tanta pena, tanta impressione di morte,
come questi duecento anni. Dopo la morte di Gregorio I, le tenebre sono pi profonde; quella luce
di vita politica ed economica che viene dalle citt bizantine anch'essa offuscata da spiriti selvaggi
e di sangue, da crudelt, da tendenze anarchiche.
Nessuno potrebbe descrivere oggigiorno l'Italia dell'Alto Medioevo, o una quslche sua parte, in tali
termini negativi. Abbiamo abbandonato lo sprezzo moralistico del periodo di cui Pepe fu un tardo,
anche se energico, retore. Nel dopoguerra la storia altomedievale italiana ha vissuto una sorta di
rinascenza. I1 1948 una data significativa; vi fu stampato il memorabile studio di Gianpiero
Bognetti, che fece parte di un'analisi contemporaneamente storica ed architettonica della chiesetta
longobarda di S. Maria di Castelseprio, tra Milano e Varese, situando quella chiesa su un ampio e
dettagliato sfondo di storia politica e religiosa dei secoli v, VI e VII t. Oggi opere eccellenti su quel
periodo non mancano, e per la maggior parte sono ovviamente in italiano, ma un grande aiuto
anche venuto dal riaccendersi del tradizionale interesse tedesco per la storia italiana: studiosi inglesi
e francesi sono senz'altro meno numerosi ma hanno pur reso un certo numero di importantissimi
contributi. Alcune sintesi generali, basate su lavori recenti, stan pure cominciando ad apparire, e la
pi notevole fra queste quella contenuta nei contributi di Giovanni Tabacco e Philip Jones alla
vasta opera a pi mani Storia d'Italia, pubblicata da Einaudi nel 1974. Tuttavia, non c' ancora stato
un tentativo di fornire una monografia dello sviluppo dell'Italia in quegli anni.
Ci son modi pi eff1icaci di considerare la storia italiana altomedievale che non vedervi lo splendore
riflesso del passato e del futuro. Pochi storici cercheranno mai di negare che la grande cultura
1

Cfr. bibliografia (B6-c).

italiana abbia avuto ben pochi nomi illustri fra Gregorio Magno e Pier Damiani, o che ci siano
poche opere architettoniche notevoli tra San Vitale a Ravenna e la cattedrale di Pisa; ma quel
periodo dur cinque secoli, secoli di sviluppo e di sperimentazione come tutti gli altri, e non tanto
bui in Italia quanto lo furono in molte altre parti dell'Europa contemporanea.
Un primo modo gi stato indicato. Pur se di rado completamente unito, lo stato italiano
soprawisse al crollo dell'Impero Romano d'Occidente. L'Italia rimase, concettualmente, un'unit.
Paolo Diacono, scrivendo negli ultimi anni del secolo VIII, ne elenc le diciotto provincie, dalle
Alpi alla Corsica, la Sicilia e la Sardegna2. Fu come se nulla fosse mutato in tre secoli. E' vero che
una tale impressione deriva largamente dal fatto che la terminologia di Paolo era molto antiquata:
potrebbe facilmente appartenere al VI secolo, o ad epoche ancor pi antiche (considerando che era
inaccurata anche secondo i modelli del VI secolo). In queI brano, Paolo ignor scrupolosamente
qualsiasi sviluppo successivo a quei tempi, eccetto che per brevi allusioni a Bobbio (il monastero di
Colombano, fondato nel 612) e a Pavia, nuovo nome di Ticinum, che sostitu il nome vecchio
allorch la citt divenne capitale dell'Italia longobarda. Comunque, il concetto di Paolo dell'unit
italiana sussisteva nonostante la divisione politica. Che fosse un concetto condiviso dai sovrani pu
essere constatato facilmente nelle attivit dei pi forti di loro, da Liutprando (712-44) a Lodovico II
(844-75), le cui intenzioni di occupare l'intero territorio son pi che evidenti.
Questo concetto dell'Italia come entit ancor definibile sottolineato dalla somiglianza soggiacente
alle formazioni politiche della penisola. La pi importante delle quali era il Regno Italico, centrato
sulla pianura padana ed esteso verso sud fino a dove arrivava la potenza del suo re; ma ci fu anche
una lunga fila di stati minori sparsi qua e l per l'Italia dopo il 568, l'Esarcato attorno a Ravenna
(fino al 750), le terre governate dai Papi, le citt sulla baia di Napoli, e gli stati longobardi nel sud,
che vari re cercarono di integrare nel Regno Italico, ma che per lo pi rimasero indipendenti. Tutte
quelle entit conservarono una posizione e una consapevolezza pubblica, basate nella maggior parte
dei casi sulle stesse fondamenta su cui si appoggiava il Regno Italico: il reticolo di citt.
Le citt erano vecchie. Molte di loro, in effetti, erano pi antiche dello stesso Impero Romano.
Erano depositarie nella sostanza della coscienza pubblica e delle responsabilit dell'Impero, e
mantennero tali caratteristiche per tutto l'Alto Medioevo. Ci sono, quindi, ascendenze dirette dei
comuni nella Repubblica Romana. Lo stato italiano conservava la struttura cellulare dell'Impero.
Inizialmente, le implicazioni di ci furono positive per lo stato, in quanto l'Impero era stato forte e
centralizzato. Ma quando lo stato cominci a cedere nel secolo x, la sua struttura costitul un
elemento sfavorevole, poich gli interessi di ciascuna citt non si amalgamavano affatto nel governo
centrale; l'Italia si trov ad essere cosl una congerie di localit con per di pi interessi locali
generalmente cristallizzati attorno a singole citt. Esisteva gi un vitale reticolo di citt-stato molto
prima che lo stato centralizzato abbandonasse la scena politica italiana.
I temi che verranno sviluppati nel corso di questo libro affrontano quattro livelli. Primo, l'eredit
dello stato romano, la sua continuazione sotto i re germanici, ed il finale cedimento nel x secolo.
Secondo, le localit che formavano la vera base spontanea per lo sviluppo della storia dell'Italia; le
loro differenze regionali, geografiche, economiche, e la loro interrelazione dal punto di vista
economico. Terzo, la citt ed il suo sviluppo, anch'essa retaggio della romanit, ma fondata su una
societ locale di cui seguiva i mutamenti; la sua relazione col territorio; e gli aspetti sociali tipici di
ciascuna citt, come l'alfabetizzazione e l'importanza della legge scritta. Quarto, l'importanza
schiacciante nell'economia, nella societ e persino nella politica italiane della propriet terriera,
fatto ben noto e comune a tutta l'Europa Occidentale medievale, ma pur degno di venir sottolineato.
Le stesse citt dipendevano largamente dalle propriet terriere dei loro abitanti, piuttosto che, per
2

Historia Langobrdorum, 2, 14-24 (cfr. capitolo 2, nota 1).

esempio, dal commercio, come pi avanti verr chiarito. E' questa dipendenza della classe
aristocratica dalla terra, e, pi esattamente, dalla coltivazione affidata a propri dipendenti, che
assumer a tratto distintivo della societ feudale , piuttosto che la caratteristica pi circoscritta
dell'esistenza di feudi e vassallaggio; i feudi almeno erano relativamente rari in Italia nel nostro
periodo. Aggiungerei inoltre un quinto elemento, il rapporto tra l'Italia urbana e le zone montagnose
non urbanizzate che occupano l'interno dell'Italia peninsulare, come illustrazione della forza
istituzionale delle citt di pianura. Lo studio di questo aspetto, per, ancora alle fasi iniziali, e non
si pu quindi ancora trattarne con la completezza che meriterebbe.
Ovviamente, questi temi non includono tutti gli elementi dello sviluppo storico dell'Italia in questo
periodo. In parte ne responsabile lo spazio. I1 Meridione italiano, quindi, non ricever tanta
attenzione quantao il Nord; pur se in questo caso altre ragioni sono una relativa scarsezza di
materiale storico, e la mia relativa ignoranza di molti fra gli sviluppi altomedievali nell'Italia a sud
di Napoli. Ragioni simili, da aggiungersi a una effettiva differenza di esperienze storiche,
precludono la considerazione delle isole, Sicilia e Sardegna (e in effetti, anche la Corsica, in
moltissimi aspetti pi italiana delle prime due).
Un'altra notevole lacuna riguarda una considerazione della Chiesa come istituzione indipendente e
dello sviluppo culturale nelle sue forme medievali tradizionalmente accettate: la cultura
ecclesiastica, le belle arti e l'architettura. Preferisco vedere la Chiesa nel suo contesto sociale, e in
tale ambito apparir in questo libro. I1 papato, che stato comunque piuttosto impropriamente
considerato nel passato il vero simbolo della Chiesa e della cultura italiane (a tutto detrimento della
reputazione di ingegni capaci e meritevoli quali Giovanni X e Benedetto VIII), stato in gran parte
tralasciato. In quanto simbolo di valore internazionale, la sua storia non rientra nei fini di questo
libro; in quanto centro in grado di mettere a fuoco lo sviluppo locale di Roma e della campagna
romana, presenta lo svantaggio dell'estrema atipica peculiarit dello sviluppo di Roma come citt;
in quanto carica rivestita da molti grandi capi spirituali dell'Europa altomedievale, come Gregorio I,
Adriano I, Nicola I, e Silvestro II, traviserebbe l'obiettivo di un libro che mira primariamente a
considerare gli uomini nel tmpo piuttosto che al di fuori di esso. Inoltre, il papato rappresenta
un'eccezione nella storiografia altomedievale italiana, perch un numero non piccolo di studi gli
sono stati dedicati.
I temi trattati in questo libro son condizionati anche sotto un altro profilo: dalla natura delle
testimonianze relative all'epoca. Gli italiani del nostro periodo non erano bravi storici; in realt
erano, con poche eccezioni, cattivi storici. Persino gli anglo-sassoni quasi analfabeti sono stati
serviti meglio dalle storie e dalle cronache contemporanee, rispetto agli italiani. Fra la met del VI
secolo dove si arrestano le storie di Procopio (e Procopio era ben poco italiano) e l'XI secolo, c'
cos poca letteratura storica che basta appena a riempire un solo volume. Nel Monumenta
Germaniae Historica, Ia celebre miniera di informazioni e fonti storiche, i testi relativi alla Gallia
merovingia riempiono otto volumi. L'unico volume relativo all'Italia, per, lo Scriptores Rerum
Langobardicarum et Italicarum, copre l'intero periodo dal VI al X secolo, e agli autori ivi contenuti
(Paolo Diacono, Agnello, Andrea da Bergamo, Erchemperto, Giovanni da Napoli e alcune opere pi
brevi) c' ben poco da aggiungere oltre alle biografie dei Papi nel Liber Pontificalis, il Chronicon
Salernitanum, e l'Antapolosis di Liutprando da Cremona. Ad eccezione del Liber Pontificalis, che
tratta principalmente di Roma, nessuna di queste opere e di lunghezza notevole. Alcune di queste, in
particolare il testo di Andrea da Bergamo, rivelano un uso assai ingenuo del passato storico (si veda,
pi oltre). Inoltre le notizie sull'Italia riportate in testi non italiani, dopo Procopio, sono viziate da
una notevole scarsit di informazioni, se si eccettuano gli annali dei Franchi dei secoli VIII e IX.
In contrasto con la penuria in campo letterario, siamo ricchissimi di fonti documentarie. Questi non
iniziano in epoche cosl remote come accade per la Francia e la Renania (esclusa la serie di papiri

ravennati conservatisi risalenti ai secoli V, VI e VII), ma forniscono una buona documentazione su


alcune parti dell'Italia almeno a partire dal secolo VIII (Lucca, Farfa, Brescia), e su molte altre a
partire dal secolo IX (Milano, Verona, la maggior parte dell'Emilia, la Valle del Volturno,
Napoli), e aumentano progressivamente di volume. I fini prettamente specifici di singoli documenti
ed il loro contesto assolutamente regionale sottolineano l'aspetto locale della storia italiana,
ovviamente. E' possibile ricostruire una societ alquanto intricata, a livello locale, grazie alla variet
di documenti. Viceversa, se si cerca di stabilire l'attivit dei sovrani sulla esdusiva base di diplomi
reali, cos come ci si trova spesso a dover fare, si ottiene un'impressione piuttosto arida del governo
centrale; e per capire come i due poteri interagiscono fra loro bisogna spesso ricorrere alle
supposizioni. Un tal problema, per quanto riguarda il nostro periodo, insolubile.
D'altra parte, siamo fortunati ad avere una buona raccolta di leggi risalenti al VII, VIII e IX secolo,
accresciuta senza molta coerenza, pi tardi, dai vari imperatori tedeschi; e, inoltre, in parecchie
centinaia di cause legali risalenti fino all'VIII secolo si pu vedere come una tale legislazione abbia
influenzato alcuni particolari tipi di controversie. Ci pu dimostrare se non altro come lo stato
riuscisse a penetrare in alcuni aspetti della societ: in effetti, la consapevolezza, nel popolo,
dell'attivit legislativa dello stato era considerevole.
Questo tipo di letteratura completa l'elenco delle tre principali fonti letterarie per lacstoria dell'Italia
altomedievale. Esistono altri tipi di fonti letterarie, ma quantitativamente son poco significative.
Un'eccezione data dal gruppo di raccolte di epistole papali, e in particolare quelle di Gregorio I
(590-604) e di Giovanni VIII (873-82), che, iniziando dal settimo decennio del VI secolo, si
susseguono piuttosto consistentemente, con almeno due o tre lettere per regno, e, a volte, come
accade per Adriano I (772-95), pi numerose. Non tutte le lettere si riferiscono alI'Italia (in quanto
opposta a Roma e alle zone circonvicine da un lato, ed il resto dell'Europa dall'altro), ma ci
avviene per una buona quantit di esse, e nel caso dei tre papi summenzionati, le lettere formano un
elemento di prova importantissimo per quanto concerne l'Italia nel suo insieme nei tre periodi.
Infine, I'archeologia sta cominciando a divenire un elemento testimoniale significativo,
relativamente all'arco di tempo in questione. Non si pu pi ignorare l'opera degli archeologi
medievali italiani come insignificante o mal svolta. Sono stati recentemente condotti scavi molto
importanti che stanno gi producendo risultati notevoli, permettendoci di aggiungere Luni, Genova,
vari altri luoghi in Liguria e in Lombardia, Capaccio Vecchia in Campania, e varie localit del
Lazio, del Molise e della Sicilia, ai dassici scavi compiuti prima degli anni Settanta: Ventimiglia,
Castelseprio, Torcello, e la serie di cimiteri dei primi longobardi quali Castel Trosino e Nocera
Umbra. Pur se mancano ancora, per quel che riguarda il periodo dhe va dal VII al x secolo, scavi
esaurlenti e rivelatori in qualche citt importante o grosso paese, cos che il materiale probante che
getta luce sul nostro periodo ne in parte ridotto, user fonti archeologiche allorch le due
discipline (archeologica e letteraria) s'incontreranno.
Che una panoramica di questo tipo possa essere in qualche modo condotta di per s una prova di
come sia progredita negli ultimi tre decenni la storiografia italiana, soprattutto per quanto concerne
lo sviluppo di studi regionali altomedievali in grado di controbilanciare la ferratissima tradizione di
studi locali sull'Italia dei comuni e successiva. Ma, pi ancora che lo studio dell'Italia realizzato da
Kenneth Hyde, Politics and Society in Communal Italy 1000-1350 (trad. it. T1 Mulino 1977), il mio
libro dovr inevitabilmente scontrarsi con molte lacune nella ricerca. Di conseguenza, una gran
parte delle argomentazioni qui contenute sono, e possono soltanto essere, congetturali, soprattutto
quando giungono alla complessit del X secolo e alle tenebre del secolo XI, che, oltre ad essere un
secolo i cui documenti legali italiani sono ancora in gran parte inediti, manca ancora di buoni studi
locali (tra le eccezioni: i classici studi su Milano di Violante, su Lucca di Schwarzmaier, e sul Lazio

di Toubert)3. Va sottolineato dhe, qui come altrove, la necessit, tipica di un libro di tal sorta, di
generalizzare, fa s che molti dettagli vadano perduti e molte eccezioni restino ignorate. Ma la
panoramica indispensabile. La storia dell'Italia nell'Alto Medioevo rimane quasi totalmente
sconosciuta anche agli Italiani, bench l'Italia e la storia italiana abbiano allora avuto influenza
formativa in Europa. Quando l'Italia studiataspecialmente quando studiata da stranieri o
spesso vista come un'appendice dell'Europa settentrionale. Qui, almeno, costituir il tema centrale,
studiata indipendentemente. Ci sono dei problemi innegabili in una storia scritta da uno straniero,
pi particolarmente nella mancanza di comprensione dell'ambiente e del contesto sociale del paese
preso in esame. Ci sono comunque, come spero, alcuni vantaggi: un maggior disinteressamento, una
maggior facilit di generalizzare sull'esperienza multiforme di un popolo. Ho tentato di scrivere in
questo spirito, e ho voluto in particolare concentrarmi su un approccio tematico, per cos dire,
sull'Italia altomedievale, per aiutare tali generalizzazioni. Sta al lettore giudicare n quale msura sia
riuscito.

Cfr. bibliografia (B3-f).

ELENCO DEI SOVRANI


Imperatori romani
Onorio (393-423)
Costanzo III (421)
Giovanni (423-5)
Valentiniano III (425-55)
Petronio Massimo (455)
Avito (455-6)
Maggioriano (457-61)
Libio Severo (461-5)
Antemio (467-72)
Anicio Olibrio (472)
Glicerio (473)
Giulio Nepote (473-80)
Romolo Augustolo (475-6)
Odoacre, (476-93)
Re ostrogoti
Teodorico (490-526)
Atalarico (526-34)
Amalasunta (5345)
Teodato (534-6)
Vitige (536-40)
Ildibaldo (540-1)
Erarico (541)
Totila (541-52)
Teia (552)
Re longobardi
Alboino ([560] 568-72)
Clefi (5724)
Autari (584-90)
Agilulfo (590-616)
Adaloaldo (616-26)
Arioaldo (626-36)
Rotari (636-52)
Rodoaldo (652-3)
Ariperto I (653-61)
Pertarito (661-2, 672-88)
Godeperto (661-2)
Grimoaldo (662-71)
Garibaldo (671-2)
Cuniperto (679-700)
Alachi (circa 688-9)
Liutperto (700-1)
Raginperto (700-1)
Ariperto II (701-12)

Ansprando (712)
Liutprando (71244)
Ildeprando (735-44)
Rachi (744-9, 756~7)
Astolfo (749-56)
Desiderio (757-74)
Adelchi (759-74)
Re franchi (I = imperatori)
Carlomagno (774814, I 800)
Pipino (781-810)
Bernardo (812-7)
Lodovico il Pio (I 81340)
Lotario (817-55, I 824)
Lodovico II (840-75, I 850)
Carlo il Calvo (875-7, I 875)
Carlomanno (877-9)
Carlo il Grosso (879-87, I 881)
Berengario I (888-924, I 915)
Guido (889-95, I 891)
Lamberto (891-8, T 892)
Arnolfo (8946, I 896)
Lodovico III (900-5, I 905)
Rodolfo (922-6)
Ugo (926-47)
Lotario (931-50)
Berengario II (950-62)
Adalberto (950-62)
Imperatoti germanici fino al 1039
Ottone I (962-73)
Ottone II (973-83)
Ottone III (983-1002)
Arduino, re (1002-15)
Enrico II (100424)
Corrado Il (102439)
Principi di Benevento fino al 981
Arichi II ([ 758], 77487)
Grimoaldo III (787-806)
Grimoaldo IV (806-17)
Sicone (817-33)
Sicardo (833-9)
Radelchi I (839-51)
Siconolfo (839-49) (Principe di Salerno 849-51)
Radelgario (851-3)
Adelchi (853-78)
Gaideri (878-81)

Radelchi II (8814, 897-900)


Aione (88491) Orso (891-2)
Occupazione bizantina (892-5)
Guido IV di Spoleto (895-7)
Atenolfo I (900-10)
Landolfo I (90043)
Landolfo II (943-61 )
Pandolfo I (943-81)

Capitolo primo
L'EREDIT DI ROMA
Molte caratteristiche dell'Italia altomedievale sono state in qualche modo, legittimamente o
illegittimamente, ereditate da Roma; ne discuteremo lungo l'intero libro. Due, comunque, vanno
considerate subito in quanto quinte e ribalta di ci che seguir: prima cosa, il paesaggio; seconda, la
storia politica ed amministrativa del tardo Impero e del regno ostrogoto, dalla cui struttura si
svilupp l'ossatura degli stati italiani altomedievali.
I Romani non possono rivendicare il paesaggio italiano come prodotto della loro storia; le sue
caratteristiche fondamentali son pi antiche di qualsiasi societ. I Romani, per, lo alterarono pi di
quanto non fecero altre societ sino almeno al secolo XVI e probabilmente al XIX. Non che i
Romani siano stati in possesso delle tecniche necessarie per affrontare le avversit del loro ambiente
(abbastanza spesso quelle tecniche ci mancano tuttora), ma ebbero a loro disposizione ottocento
anni per lasciare, con la forza, una propria impronta, e molti dei durevoli lineamenti dell'Italia
risalgono a loro in parte notevole: le colline disboscate ed erose del sud, la centuriazione (che
sopravvive nei campi ancora nettamente squadrati di molte pianute italiane), la coltura promiscua
di cereali, viti e olivi, e forse, soprattutto, il reticolo di strade e di citt ancor oggi per la massima
parte vitali.
I1 paesaggio non fu del tutto addomesticato attraverso l'impatto con Roma, come si vedr in
seguito, ma quando si leggono gli scrittori latini verrebbe da credere che i Romani dessero tale fatto
per certo. L'Italia, cosi come il resto del Mediterraneo, tende a sembrare sospetto
samente uniforme nei testi romani. Gli elenchi itinerari la configurano unicamente come una rete di
linee e di punti: strade e citt, moneta corrente dell'Impero. Le differenze regionali dell'Italia
romana vanno desunte da allusioni frammentarie nella Geografia di Strabone e nella Storia Naturale
di Plinio; le descrizioni della campagna sono di solito puramente convenzionali. Persino
una`narrazione dettagliata quale la Storia delle Guerre Gotiche di Procopio, scritta nel sesto
decennio del VI secolo, non fa quasi alcuna allusione a montagne o foreste (malgrado la
considerevole importanza strategica di queste); si potrebbe pensare, e a volte stato proprio
pensato, che le foreste dell'Alto Medioevo furono una specie di nuova invenzione, un ritorno ai
tempi precedenti la romanit. Sarebbe un'esagerazione. Gli scrittori romani, nostra principale fonte,
rappresentavano essenzialmente una lite urbana; amavano idealizzare la campagna, e recarvisi il
meno possibile 1.
D'altra parte, i nostri testi medievali pi antichi consistono per la massima parte di atti di transazioni
di terra, con scarne descrizioni di casolari, colture e confini: stilizzati, pur se non idealizzati. La
terra incolta e non disboscata di cui fanno menzione, cosl come le montagne ed i fiumi, risaliva ai
tempi dei Romani. il in un tale contesto che risulta utilissimo segnalare gli esiti ottenuti dai Romani
nell'edilizia, nel disboscamento e nell'idraulica; si configura un ambiente profondamente
differenziato: fertile e arido, agricolo e pastorizio, montagnoso e piano, i freddi inverni del nord e le
aride estati del sud.
Di questi contrasti, il pi importante quello fra montagna e piapura. La prosperit delle varie
regioni italiane in epoche preindustriali era virtualmente una funzione matematica del loro livello
medio sul mare. I Romani fecero dell'Italia una societ urbana, una scacchiera di centinaia di
territori urbani, ma non riuscirono ad eliminare il contrasto tra le citt ricche ed importanti della
pianura padana e le minuscole citt con territori angusti lungo gli Appennini.
1

Si paragoni l'atteggiamento di Cassiodoro, Variae (MGH A.A., 12), 8. 31, 33 (in particolare 8.33.4).

L'Italia composta dalla grande pianura settentrionale, cinta di montagne, e dalla lunga cresta
appenninica della penisola, nell'Italia centrale e meridionale, affiancata da pianure e colline (si veda
la sezione dedicata alle carte geografiche). La parte pianeggiante a nord costituita dalle valli del
Po, dell'Adige e del Reno, difficilmente distinguibili alle loro imboccature, e dei fiumi minori del
Veneto. Costituisce da molto tempo la zona pi ricca dell'Italia, e ne stata il centro politico, il
punto focale, sin dal v secolo d.C., anche quando la capitale fu Roma. Le sue citt sono state sin dal
tardo Impero le maggiori citt italiane: Milano, Pavia, Verona, Ravenna; soltanto Roma e Napoli
son riuscite a competere con loro o a superarle, all'inizio del tempo qui considerato. Le Alpi
dominano la pianura, apparentemente invalicabili; i loro ripidi pendii nascondono tuttavia molti
passi accessibili, e questi sono ancor meglio transitabili sull'altro versante, dove le Alpi scendono
pi dolcemente. L'Italia stata spesso invasa, nell'epoca che trattiamo, attraverso questi passi, e la
loro esistenza spiega parte dell'importanza delle citt che si trovano alla loro imboccatura: Torino e
pi tardi Ivrea per i passi occidentali, Milano e Verona per quelli al centro, Aquileia e Cividale del
Friuli per quelli orientali.
Ma ancor pi importanti per quel che riguarda la storia interna dell'Italia appaiono gli Appennini sul
margine meridionale della pianura padana, giacch essi taglian fuori il nord dal resto dell'Italia. Gli
Appennini sembrano meno imponenti delle Alpi, sulla carta geografica, e sono per lo pi soltanto
met di quelle in altezza. Eppure hanno costituito una barriera importantissima. Anche l dove sono
pi bassi, a nord di Genova e di Perugia, hanno separato societ totalmente differenti. La storia di
Pavia e quella di Genova, per esempio, pur se le citt son distanti soltanto un centinaio di
chilometri, non mostrano quasi niente in comune nel nostro periodo. I1 controllo dei passi
appenninici era importante quanto quello delle Alpi, e giustifica la rilevanza di citt quali Lucca e
Spoleto, o, pi a sud, Benevento. Gli Appennini, cosl come le Alpi, hanno dato unit alla pianura
padana. La pianura aveva i suoi contrasti: le terre ricche attorno a Milano e Verona, gli altopiani
distanti del Piemonte, e le paludi del Po, che spaccavano l'Emilia dando sicurezza e isolamento a
Ravenna; ma la pianura padana rimase il nucleo centrale del regno italico fino alla fine del nostro
periodo, allorch la penisola s'era ormai da molto scissa in vari stati.
La penisola dominata dagli Appennini. I suoi contrasti interni sono cosl grandi che quasi
impossibile fare generalizzazioni: ad est, una sottile striscia di costa fertile che corre gi lungo tutta
l'Italia da Rimini alle pianure e ai tavolati pastorizi delle Puglie; ad ovest, una serie di valli fluviali,
fertili frecce puntate verso l'interno: in Toscana le valli del Serchio, dell'Arno e dell'Ombrone; nel
Lazio del Tevere e del Garigliano; in Campania del Volturno e del Sele; ciascuna con la sua diversa
storia, sempre pi esplicita fino a che diventarono i nudei degli stati peninsulari del X secolo. La
cresta montagnosa corre lungo la costa orientale, relegandola cos ai margini della storia, con
l'eccezione della Puglia. Dove sallarga maggiormente giunge a sfiorare anche la costa occidentale,
tra il Lazio e la Campania, classico spartiacque fra l'Italia centrale ed il sud. Ma le valli e gli
altopiani della Toscana e del Lazio, a nord di-quello spartiacque, non formano una unit singola. Le
valli son qui separate da terreni collinari e macchie desertiche, le colline metallifere ad ovest di
Siena, il Monte Amiata a sud, e cosI via. Nessuno mai riscito a dare una forte impronta a quei
terreni che contribuiscono, con la stessa efficacia degli Appennini, a distanziare e tener separate le
aree pi ricdle e pi urbanizzate dell'Italia centrale. I1 sud ha contrasti ancor maggiori, come si
vedr nel capitolo sesto. Questo tipo di differenziazione il punto di partenza per le divergenze
storiche dell'Italia pianeggiante. Colline e montagne son poi anche quelle diverse le une dalle altre.
Con l'eccezione di alcune citt chiuse fra gli acquitrini del Po e le lagune adriatiche, ogni citt
italiana in vista delle montagne. I montanari hanno cercato di non conformarsi alle regole sociali e
politiche della pianura, pur se gli abitanti di questa, in particolare i romani, hanno di solito preferito
ignorare tale tendenza e hanno fatto di tutto per mitigarla. Meno facili da controllare furono le

differenziazioni economiche: le montagne erano la roccaforte dell'economia pastorizia, e le pianure


coltivate erano di solito a corto di carne. Ai tempi della pax romana, e anche prima, i greggi
transumanti attraversavano le pianure diretti ai pascoli estivi nei terreni paludosi lungo le coste.
Certamente diminuirono nei momenti turbolenti dell'Alto Medioevo, ma le strade rimasero aperte
sino ai secoli XVI-XVII, con la seconda grande epoca della transumanza2, Solo alcune parti degli
Appennini furono dedicate completamente al pascolo (probabilmente le alte valli del Sangro e del
Trigno, per esempio); ma la coltivazione per uso locale, nel resto delle montagne, rec un danno
ancora maggiore al potere delle terre basse, dato che permetteva l'indipendenza completa dalle valli.
I1 controllo effettivo sulle genti di montagna da parte degli abitanti delle pianure poteva derivare
soltanto dalla propriet terriera, ed poco probabile che i proprietari terrieri di pianura abbiano
esteso sistematicamente i loro possedimenti verso le montagne, almeno fino alla fondazione dei
grandi monasteri benedettini, tra il VII e il IX secolo: Bobbio, Monte Amiata, Farfa, Montecassino,
S. Vincenzo al Volturno, S. Clemente in Casauria.
Le montagne erano, e sono, selvagge. Le stesse pianure rimasero parzialmente incolte nel periodo
romano. I Romani le disboscarono in gran parte: Papa Gregorio Magno dovette chiedere ai suoi
nemici longobardi a Benevento legname da costruzione calabro quando, nel 598, fece riparare le
basiliche romane di San Pietro e di San Paolo.3
Pi difficile fu eliminare le paludi, sparse qua e l lungo una gran parte delle piane costiere e di
molti fiumi. L'apparato idraulico e l'arginamento dei fiumi richiedevano cure continue, e le piene
dei fiumi divennero gradualmente pi minacciose mano a mano che si cominci a disboscare il
fondovalle. In ogni caso, molti dei grandi fiumi italiani erano indomabili con le tecniche romane. La
pianura padana non fu mai pulita degli acquitrini e delle boscaglie di sterpi. Sidonio Apollinare,
scendendo lungo il Po fino a Ravenna nel 467, si abbandon al lirismo scrivendo della vita animale
e della vegetazione:
Ho ispezionato il Lambro bordeggiato di falaschi, l'Adda celeste, il veloce Adige, il lento Mincio,
[...] risalendo un po' le loro acque in ciascun caso; avevano argini adorni di boschetti di quercia e di
acero. Un concerto di uccelli vi cantava dolcemente [...] ogni cespuglio era un tumulto di gemme
lungo i fianchi dei fiumi sul tiepido terreno impregnato di acqua4.
Oggi il Po non giunge a Ravenna, e l'Adige non ne un tributario; neppure gli italiani moderni lo
hanno pienamente controllato. Di certo i Romani non avevano finito di bonificare le paludi
accessibili nelle pianure, alla fine dell'et romana. In testi ostrogoti, nel 507-11 si trovano ancora
progetti di bonifica, non molto riusciti, per la verit, per la pianura a nord di Spoleto e le Paludi
Pontine fra Roma e Napoli 5. Gli insediamenti romani tendevano ad evitare i fondovalle, e sembrano
esser stati pi fitti nelle pianure elevate e nelle colline che costeggiavano le zone montuose.
Ci che non appare chiaro l'espansione dei terreni paludosi e delle sterpaglie in pianura alla fine
dell'epoca romana, quando (possiamo ritenere) il complicato sistema idraulico dell'Impero cominci
a venire trascurato, e nella quale (come si pure soliti ritenere) la popolazione cominci a
diminuire. Una qualche considerevole espansione ci deve essere stata, ma difficile quantificarla. A
parte alcune zone prosciugate artificialmente, come il Ferrarese e la piana fiorentina, ci sono scarsi
2
F. Braudel, Civilt e imperi del Mediterraneo nell'et di Filippo II (tr. it. Torino 1976), pp. 73 ss.; P. Toubert (B3-f),
pp. 269-73; F. Sabatini, La regione degli altopiani maggiori d'Abruzzo (Roccaraso, 1960).
3

4
5

Gregorio Magno, Epistolae, 9. 126 (MGH Epp. 1-2).


Sidonio Apollinare, Epistolae, 1. 5.
Variae, 2. 21, 32, 33.

elementi sull'abbandono di terreni estesi, alla fine dell'Impero. La zona costiera toscana e laziale, ad
esempio, era abitata all'epoca degli Etruschi e disabitata verso il 1100; ma i suoi tratti meridionali
erano gi parzialmente spopolati e forse malarici prima del tardo Impero, mentre zone a nord erano
ancora prospere nell'VIII secolo, e avrebbero perso i propri abitanti, probabilmente, solo durante gli
attacchi degli Arabi nel secolo IX6. I1 ritmo dell'abbandono delle campagne non coincide
esattamente con i mutamenti politici; non si vede d'altro canto perch dovrebbe. E se si esagerato
nel descrivere il disboscamento e il controllo sulle campagne durante l'epoca romana, si anche
esagerato per quanto riguarda il declino dell'agricoltura e l'abbandono della campagna nell'Alto
Medioevo.
I Romani, in effetti, seppero meglio affrontare il paesaggio italiano, e in modo pi duraturo,
costruendo strade; se gli ostacoli naturali dell'Italia non potevano venir controllati, potevano almeno
essere aggirati e ignorati. Le grandi strade consolari rimasero la principale rete di comunicazione
italiana via terra sino all'awento della ferrovia, senza quasi alcuna aggiunta, eccettuata la Via
Francigena tra Piacenza e Roma, nuova arteria che costru la costiera Via Aurelia allorch la costa
toscana venne abbandonata dopo 1'800. Queste strade erano usate dagli eserciti, che si potevano
muovere attraverso l'Italia con grande agio e convenienza (per loro stessi...). Altrettanto poteva fare
l'amministrazione imperiale, attraverso un complicato reticolo governativo di cavalli da posta e di
stalle (il cursus publicus), che comprendeva persino il reclutamento forzato di imbarcazioni lungo i
fiumi maggiori (al quale ricorse Sidonio per il suo viaggio lungo il Po). Funzionari e istruzioni
governative potevano attraversare l'Italia abbastanza velocemente. Gli amministratori carolingi
fecero poi la stessa cosa, pur se in maniera meno organizzata. I1 traffico privato invece era meno
comune lungo tali strade, se si eccettuano i senatori amici dei funzionari romani, che sfruttavano
illegalmente il cursus publicus, e i mercanti di merci facilmente trasportabili, soprattutto beni di
lusso. La maggior parte della popolazione, quando doveva viaggiare, trovava pi economico e pi
conveniente il tragitto per mare, se la cosa era possibile. E il traffico su larga scala, come quello di
generi alimentari, era proibitivamente costoso lungo le vie di terra. Si doveva sempre ricorrere alle
navi, fino a dove esse potevano giungere, e di conseguenza era conveniente soltanto lungo la costa e
nella pianura padana dove molti fiumi erano navigabili: Brescia, Mantova, Cremona e Parma
avevano tutte i loro porti. Le carestie locali erano la norma in Italia, come altrove nel mondo
romano, e la stessa organizzazione amministrativa del tardo Impero poteva fare ben poco per
alleviarle, pur se Teodorico fece notevoli tentativi per ovviarvi all'inizio del v secolo. Chi
speculava sui cereali accumulava spesso profitti enormi7. Durante l'inverno cessavano pi o meno
completamente i traffici sia per mare sia per terra, con la neve che sbarrava gli Appennini e le
tempeste nel Mediterraneo. Si comprende che la geografia ha avuto un ruolo determinante nella
storia italiana. Le organizzazioni statali potevano adempiere alle loro funzioni essenziali senza
troppi ostacoli creati dalle condizioni geografiche (eccetto forse negli Appennini meridionali), ma le
regioni italiane su cui il loro governo si esercitava sono state quasi sempre ben circoscritte e con
pochi legami permanenti fra di loro. Ci accadde persino durante l'Impero Romano, e non mai
cessato, fino alla met di questo secolo. Allorch le organizzazioni statali si indebolivano tendevano
a perdere il controllo proprio su quegli elementi che mantenevano unita l'Italia. Quando crolla
l'organizzazione statale, l'Italia stessa si frantuma.

6
Plinio il Giovane, Epistolae, 5.6. 1; Rutilio Namaziano, De Redito Suo ; l'occupazione della costa toscana nell'VIII
secolo pu esser vista in numerosi documenti in Memorie e documenti per servire all'istoria di Lucca, v, 2, a cura di D.
Barsocchini (Lucca, 1833).

L.C. Ruggini, Economia e societ (Bs-c), Parte II, passim.

Questa tendenza poi si cristallizza nell'altra grande eredit socioeconomica romana, la citt. La
costituzione dell'Impero Romano si basava tradizionalmente su citt-stato o municipia
semiindipendenti, governate da curiae o amministrazioni cittadine locali. Pur se verso l'anno 400 la
cosa si era ridotta a poco pi che un mito opprimente (in quanto 1'<< indipendenza >> delle
amministrazioni cittadine riposava sulla loro capacit di far fronte alle pesanti tassazioni imposte
dal tardo impero), l'identit locale delle citt persisteva, e agiva come duraturo punto focale per i
territori che tradizionalmente facevano capo ad esse. Alcuni di questi territori rimangono quasi
inalterati all'interno- dei moderni confini di provincia. Quando lo stato italico fini col venir meno, a
nord, nei secoli X e XI, il reticolo delle citt gli sopravvisse e lo rimpiazz. Le citt-stato
sostituirono anche parecchi stati regionali della penisola, laddove le citt erano abbastanza forti da
poterlo fare. L'Italia quale entit non soprawisse, ma la persistenza e la permanenza di citt italiane
costituisce una delle caratteristiche cruciali e peculiari della storia altomedievale. Come si vedr,
un elemento costitutivo di ogni aspetto particolare che verr di seguito qui trattato.
L'anno 476, che tradizionalmente data la caduta dell'Impero Romano d'Occidente , non coincise
con alcun'importante rottura nella storia italiana, e ancor meno in quella dell'Impero d'Occidente.
Affermarlo oggi divenuto quasi un luogo comune, ma ancora necessario. La deposizione in
quell'anno, ad opera di Odoacre, di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente, non ha
provocato alcun commento nei cronachisti occidentali. Per esempio, nelle cronache della Consularia
Italica l'unica differenza nella terminologia: la serie di imperatori diventa ora una serie di re
(barbarici)8. Solo alcuni scrittori residenti nella capitale dell'Impero d'Oriente, Costantinopoli,
interpretarono il cambiamento nel tono apocalittico suggerito dai termini caduta dell'Impero
d'Occidente . Gli Italiani, che vivevano pi da vicino l'esperienza, non ne furono granch scossi.
L'olocausto ebbe luogo in Italia durante la grande epoca delle guerre, 535-605: i cambiamenti
d'squilibrio verificatisi durante i governi germanici, prima Odoacre (476-93) e poi i re ostrogoti
(490-553), apparvero, per contrasto, insignificanti.
Ovviamente nacquero fenomeni nuovi. Anzich da un sovrano romano preposto all'intero
Occidente, gli Italiani ebbero a dipendere da un sovrano germanico della sola Italia (che
comprendeva la Dalmazia, e le Alpi Centrali, la Rezia Romana), cos come accadde per la Spagna o
la Gallia dei Visigoti, o l'Africa dei Vandali. Odoacre ed il suo grande successore, l'ostrogoto
Teodorico (490-526), si ritennero senz'altro pari agli altri re germanici. Ma verso il 476 lo stesso
Impero d'Occidente s'era ristretto alla sola Italia e territori dipendenti, e la soggezione politica a
condottieri militari barbari non rappresentava alcuna novit. Fin dai tempi di Arbogaste, nel
penultimo decennio del IV secolo, ce n'era stata una sequela ininterrottaStilicone, Saro, Ricimero,
Gundobaldoche si mescolarono a condottieri militari romani, quali Costanzo, Ezio e Oreste, che
si distinguevano per la razza esclusivamente. E la conquista dell'Italia da parte dei barbari fu
fondamentalmente diversa da quella da loro operata altrove. I Visigoti e i Vandali conquistarono le
frange dell'Impero d'Occidente, rompendo il sistema governativo romano; Odoacre invece si
impadron del potere centrale con un colpo militare senza quasi spargimento di sangue, continuando
nelle apparenze a riconoscere un imperatore d'Occidente rifugiatosi in Dalmazia, Giulio Nepote (m.
480), e cercando pure il riconoscimento da parte dell'imperatore d'Oriente Zenone della propria
qualifica di suo vicer in Occidente (Zenone temporeggi, ma non gliela riconobbe)9. La vita
politica italiana proseguiva senza esserne particolarmente influenzata.
8
Consularia Italica, in MGH A.A., 9. La teoria di M.A. Wes secondo cui il senatore romano Simmaco avrebbe dato
gran risalto al 476 (B3-a) [per queste abbreviazioni cEr. Ia bibliografia a p. 247] controbattuta da B. Croke, The
chronicle of Marcellinus in its contemporary and historiographical context, Oxford, tesi per il Ph. D., 1978, capitolo 5.
9
Malchus, frammento 10 (Fragmenta Historicorum Graecorum, IV, a cura di
K. Muller, Parigi, 1851); cfr. A.H.M. Jones, The constitutional position of Odoacer
and Theoderic (A3-a).

Tale vita politica s'era concentrata verso il v secolo in due luoghi: Roma e Ravenna. Roma
costituiva il simbolo dell'Impero, la patria del Senato; Ravenna sostitul Milano nel 401 come sede
dell'amministrazione civile. Gli imperatori vivevano di solito a Ravenna, pur se parecchi di loro
(particolarmente fra il 450 e il 476) le preferirono Roma. I re germanici fecero base esclusivamente
a Ravenna, uscendone solo per visite uliciali. Teodorico celebr i suoi decennalia a Roma nel 500,
con tutti i fasti imperiali, i giochi, il trionfo, le ricostruzioni e distribuzioni gratuite di grano10. Roma
e Ravenna rimasero in opposizione pi o meno permanente: il passato e il presente, l'autorit e il
potere, estrinsecazione geografica della vecchia tensione fra Senato e Imperatore... pur se dopo il
400 1'Imperatore era divenuto figura meno importante che non quelle del potere esecutivo, cio
l'amministrazione civile e l'esercito. L'esercito, che verso la met del V secolo era in maggioranza
germanico, tendeva a favorire un'amministrazione civile efficace, in quanto esso doveva far conto
su un governo capace di raccogliere le tasse che lo mantenevano in vita. Non aveva una base
geografica stabile, ma i suoi centri erano nelle citt settentrionali (considerando che il nord era pi
facilmente soggetto alle invasioni) e aveva stretti rapporti con Ravenna.
I1 contrasto sotterraneo fra Senato e amministrazione era di duplice natura. Innanzitutto, il Senato
tendeva a considerarsi la fonte legittima di ogni autorit nello stato tardo romano, dipendente
soltanto dalI'Imperatore. Per definizione, continuava ad esserlo: il possesso di incarichi
amministrativi era pressoch l'unico requisito di ammissione degli aspiranti al Senato, e in realt il
periodo fra il 425 (al piu tardi) e il 490, e in particolar modo il regno di Odoacre, vide i maggiori
incarichi dello stato controllati in modo permanente dalle grandi famiglie senatoriali, soprattutto i
Decii, gli Anicii e i Petronii. Tali senatori riuscirono persino, certe volte, a ottenere l'incarico
imperiale, con Petronio Massimo (455) e Anicio Olibrio (472), pur se per brevi periodi. Tuttavia, le
due gerarchie non coincidevano. Il prefetto del pretorio, maggior carica amministrativa, non era
necessariamente il senatore pi importante, poich l'importanza all'interno del Senato derivava dal
possesso dei titoli di console e di patrizio, in forza di una tradizione formale che risaliva sino ai
tempi della Repubblica Romana. Il prefetto non godeva del prestigio che tale tradizione offriva; era
per infinitamente pi potente. Teodorico, la cui forza si basava saldamente sull'esercito ostrogoto,
fece rivivere la tradizione, risalente al IV secolo, di nominare nuovi ricchi, con adeguate capacit, in
cariche importanti, e affid a volte degli incarichi ai Goti. Nel 510 giunse a nominare un nonromano nell'incarico di prefetto di Roma (l'influente orientale, Artemiodoro)11. I membri del Senato
che non appartenevano all'amministrazione dovettero trovare la cosa assai significativa. Come si
vedr, i senatori continuarono a rivestire posizioni preminenti a Ravenna, ma l le regole non erano
le stesse che a Roma.
In secondo luogo, e pi importante, gli interessi delle due gerarchie erano in conflitto.
L'amministrazione civile era responsabile per la raccolta delle imposte fondiarie in Italia, ivi incluse
quelle sulle propriet dei senatori. La scarsa disponibilit dei ricchi e potenti a pagare quell'imposta
fu una delle fondamentali debolezze dell'Impero nelV secolo, poich essa serviva per sovvenzionare
la difesa in un periodo in cui i barbari occupavano la Gallia, la Spagna e l'Africa. Allorch l'Impero
si restrinse all'Italia, l'esercito non diminu proporzionalmente, e le altre principali voci della spesa
pubblica, la stessa burocrazia centrale e l'approvvigionamento di Roma, continuarono a gravare
soltanto sull'Italia. La tassazione era pesante, ma non eHicacemente raccolta (se non tra i poveri).
Tassazioni supplementari su transazioni commerciali si rivelarono insufEcienti a coprire la spesa
pubblica. Come conseguenza, l'esercito fin col ribellarsi per motivi pecuniari, spingendo, nel 476,
Odoacre al potere e domandando in cambio un terzo delle propriet fondiarie italiane. La riluttanza
a pagare, da parte del Senato, fu in parte responsabile della rivolta, poich la propriet terriera nelle
10
11

Anonymus Valesianus (MGH A.A., 9), 65-7; Cassiodoro, Chronica (MGH A.A.,11), 1339.
Variae, 1. 42-4.

mani dei senatori era considerevole. Ma fu alquanto meno facile evitare l'insediamento terriero dei
barbari, di quanto non fosse stato l'evitare di pagare le imposte. D'altra parte, le propriet terriere dei
senatori non si trovavano per la maggior parte nelle zone in cui i barbari s'erano maggiormente
insediati.
L'influenza del Senato sembra essere stata particolarmente grande nel v secolo: stava comunque
scemando. I maggiori senatori nella prima met del v secolo, quali i Simmachi e Petronio Massimo,
avevano entrate medie di pi di 5000 libbre d'oro all'anno: nel terzo decennio del v secolo il padre
di Petronio spese 4000 libbre d'oro per finanziare sette giorni di giochi pretori del figlio. Tale
ricchezza, per, dipendeva dai possedimenti terrieri oltremare, soprattutto in Africa e in Sicilia. La
conquista germanica rese la conservazione di tali sparsi possedimenti sempre pi diffcile. I Vandali
si erano insediati in Africa- e tra il 467 e il 477 occuparono anche la Sicilia, fino a quando Odoacre
la riebbe indietro con un trattato. I senatori mantenevano le proprie ricchezze, ma nel periodo
ostrogoto si trovarono messi via via nell'ombra dall'amministrazione civile, che sotto Teodorico
ricominci con successo la raccolta delle imposte. E' forse significativo che Fausto, probabilmente
il pi prestigioso senatore favorevole ai Goti dell'inizio del VII scolo, e prefetto del pretorio per
l'Italia nel 507-12, non siadivenuto famoso, come Petronio, per la stravaganza nella ricchezza, ma
per la (pure tradizionale) caratteristica senatoriale della corruzione e della cupidigia12. Si conoscono
poco i dettagli delle rendite senatoriali, ma certamente le spese dei senatori andavano diminuendo.
Essi erano sempre meno disposti a spendere denaro per costruire e ricostruire monumenti pubblici
che abbellissero Roma. Un'eccezione fu quella del tradizionalista Simmaco, che ricostrul il teatro
pompeiano verso il 510, e che venne rimborsato dal grato Teodorico. La maggior parte delle nuove
costruzioni, a Roma, ora opera dei re (Odoacre, per esempio, rimise in ordine il Colosseo) e,
sempre pi, della Chiesa13. Nel loro confronto, il Senato stava certamente perdendo terreno. E
diventava sempre pi difficile per l'Italia mantenere due separate gerarchie civili.
Fino ad ora la Chiesa non apparsa in questa panoramica. Abbiamo trattato soltanto di Roma e
Ravenna. In entrambe le citt la politica continuava ad essere questione di decisa pertinenza laica; il
che non signiica che gli uomini della chiesa non vi avessero ruoli importanti (non fu certo questo il
caso del vescovo di Roma). Alcuni dei vescovi e dei papi del v secolo conquistarono una rilevanza
internazionale, fra tutti Leone I (440-61) e Gelasio ~ (492-). Ma non erano i papi a controllare
Roma, bens, ancora, il Senato. La burocrazia ecclesiastica stava solo allora cominciando a
raggiungere quella coerenza interna che avrebbe retto la sua potenza nei secoli seguenti. Soltanto
verso la met del VI secolo, mentre il Senato veniva decimato dalla guerra e dall'emigrazione verso
Costantinopoli, il papa (allora Vigilio, figlio e fratello di prefetti pretoriani) divenne una forza
di~amica. In questo aspetto, per, Roma non era rappresentativa di tutta l'Italia. Si pu dir ben poco,
in riguardo a questo periodo, circa le differenze regionali nella struttura italiana tra una zona e
un'altra, ma le sedi del Senato e delI'amministrazione civile erano ovviamente atipiche. Almeno per
ci che concerne l'Italia settentrionale, e particolarmente Milano e Pavia, i contrasti sono abbastanza
chiaramente documentati.
I senatori rappresentavano l'aristocrazia romana, non l'aristocrazia italiana. Le citt avevano le loro
nobilt, ma fuori Roma queste non erano di solito molto ricche e influenti. Questo dato generale si
spiega in parte da s, in quanto i ricchi tendevano a comprarsi un accesso al Senato, ma l'esempio
pi noto di tal fenomeno, la famiglia dei Cassiodori, provinciali dei Brutii (Calabria), all'epoca del
proprio maggiore esponente, Senatore Cassiodoro`(circa 487-582), pass gran parte del proprio
tempo a Roma e Ravenna. Le nuove famiglie senatorie persero le proprie radici e divennero
proprietari terrieri assenteisti: Cassiodoro torn nella propria citt, Squillace, solo al ritiro dalla vita
12
13

V Petronio Massimo: Olympiodoro, frammento 44 (frag. Hist. Gr., IV). Fausto: Variae, 1. 35, 3. 20, 27.
Variae, 4.51; A.Chastagnol (B3-a).

politica. A nord le famiglie emergenti erano in numero certamente rninore. Gli aristocratici locali
avevano probabilrnente possedimenti territoriali in zone limitate, che raramente sconfinavano dalla
pianura padana. Comunque, la Chiesa si era gi ben stabilizzata al nord ed era divenuta alquanto
influente nelle citt, e gi nel v secolo stava accumulando propriet terriere attraverso donazioni pie.
A Milano aveva tratto bene~ci soprattutto nel tempo in cui quella citt si era fregiata del titolo di
capitale e Ambrogio era vescovo, alla fine del IV secolo: la Chiesa milanese, in effetti, fu tra le pi
ricche. Anche a Pavia i vescovi ebbero grande peso, almeno dall'epoca di Epifanio (467-497). I due
vescovi sunnominati; come pure altri fra cui Ennodio di Pavia (513-21) e Dazio di Milano (c. 52852) si fecero portavoce delle proprie citt, vere e proprie guide politiche: difensori delle popolazioni
da tassazioni eccessive, dall'ingiustizia e persino dagli eserciti nemici. Ebbero anche funzione di
rappresentanti dello stato. Epifanio esegul varie ambasciate per conto di imperatori e di re; Ennodio
scrisse panegirici per Teodorico; Dazio vendette cereali per conto dello stato durante la carestia del
535, essendo l'unico uomo di cui il prefetto pretoriano Cassiodoro si Edava. La determinazione dei
prezzi era di tradizionale eompetenza dell'amministrazione cittadina, ma i vescovi le si aliancarono
sempre di pi14, cos il prestigio della Chiesa andava equiparandosi a quello del consiglio cittadino,
l'organo che rappresentava i proprietari terrieri della citt. La collettivit degli aristocratici, di
Milano, per esempio, poteva ovviamente contare su una ricchezza di gran lunga maggiore di quella
dei vescovi, ma la chiesa era divenuta un proprietario terriero ben pi consistente di qualsiasi
singolo proprietario terriero laico, e il suo potere ne usciva di conseguenza ampliato: Milano e Pavia
sono esempi tipici, tra le citt principali dell'Italia settentrionale e di parte della stessa Gallia.
Difficile stabilire se anche nelle citt del centro e del sud; forse, fuori dalla pianura padana, i
vescovi non avevano ancora accumulato abbastanza terra da poter giocare un ruolo simile. Ma pi
in l nel tempo tutte le citt italiane avrebbero avuto nel vescovo il loro rappresentante. I1 potere
vescovile dovette sopportare un certo contraccolpo durante l'invasione longobarda, ma ai consigli
cittadini venne inferto un colpo mortale. Con la notevole eccezione, sembra, di Napoli, questi ultimi
non riuscirono a giungere al secolo VII e i vescovi si ritrovarono, da un punto di vista istituzionale,
privi di concorrenza. I loro rivali secolari dopo il VII secolo, duchi, castaldi e conti, furono per lo
pi nobili locali, il cui ruolo ufEiciale era di rappresentanti del governo centrale, e non locale.
L'unica carica propriamente cittadina fu quella di vescovo.
Sullo sfondo di queste tensioni nelle strutture sociali, la politica del tardo Impero venne a
configurarsi per lo pi come risultato dell'attrito fra ambiziosi imperatori e ambiziosi condottieri,
attrito che almeno dopo il 408 (quando fu sconfitto Stilicone, magister militum dell'Imperatore
Onorio) si risolse sempre a favore dell'esercito. La cosa non sorprende: l'esercito aveva sempre
determinato la politica di Roma. La sola novit del v secolo fu che a comandare non ci fu pi
l'imperatore. L'ultimo imperatore-soldato, Teodosio I, mor nel 395. I suoi successori, con brevi
eccezioni fra il sesto ed il settimo decennio del v secolo, non intervennero nelle questioni militari. (I
re ostrogoti, pi tardi, avrebbero sofferto della stessa fatale emorragia di potere allorch, nel 526-36,
non ebbero il comando dell'esercito.) Quegli imperatori furono tutti figure piuttosto secondarie, se si
eccettua il breve regno del pi vitale di loro, Maggioriano (457-61). I1 periodo meglio illustrato
attraverso la carriera dei condottieri militari Ezio e Ricimero, al loro apogeo rispettivamente nel
429-54 e nel 456-72. Ezio fu l'ultimo personaggio a godere di prestigio sia in Italia che in Gallia e
l'ultimo che si oppose efficacemente agli invasori barbari dell'Impero, ricorrendo ai mercenari Unni
contro i Visigoti e agli alleati Goti contro gli Unni. Il suo assassinio nel 454 fu uno shock per i
cronachisti come non sarebbero stati i fatti del 476. La strategia messa in pratica da Ezio non stata
ancora definitivamente delineata, ma sembra pi che probabile che egli abbia sostenuto una fazione
pro-Gallia del Senato contro almeno alcuni gruppi di senatori italiani che mal sopportavano i costi

14
Ruggini, op. cit., lo studio fodamentale per lItalia Settentrionale; pp. 330-5 sui vescovi. Ennodius, Vita Epifani
(MGH A.A., 7 pp. 84-109)per Epiphanius; Variae 12. 27 per Datius

delle sue guerre15. E certo che nel confuso periodo seguito alla sua morte, ci fu della rivalit tra le
due aree geografiche, particolarmente durante il breve regno dell'Imperatore Avito (455-),
importante senatore gallico, sostenuto da un esercito gallico e infine deposto dopo avere subito una
sconfitta durante una scaramuccia a Piacenza contro un esercito italiano comandato da Ricimero. E'
difficile seguire la rivalit tra le due etnie, oltre il 456, d'altro canto la Gallia e l'Italia gi
percorrevano strade diverse; dopo la caduta di Maggiorino nel 461 la storia dell'una aveva pochi
rapporti con quella dell'altra. I Visigoti e i Burgundi espandevano sempre pi i loro territori nella
Gallia, mentre l'Impero era gi quasi esclusivamente una realt italiana.
Ricimero era stato uficiale di Ezio, ed era nipote di un re visigoto. Per quinclici anni cerc di
consolidare in Italia la propria forza, accanto ad un imperatore condiscendente, non potendo
assumere il trono in prima persona, in quanto germanico e (probabilmente) eretico ariano.
Nonostante vari tentativi, non trov mai un re che fosse contemporaneamente senza ambizioni e
gradito all'imperatore d'Oriente. Significativamente, per due volte (456-7 e 465-7) govern da solo,
in qualit di patricius e diretto rappresentante dell'imperatore d'Oriente, ruolo che Odoacre cerc per
s nel 47616 . Ma Odoacre fu rifiutato, e govern col titolo di re; il romanizzato Ricimero non
sarebbe mai probabilmente riuscito a scegliere quella via, e dovette quindi continuamente accettare
imperatori che determinavano una condizione di instabilit. La storia politica del v secolo per
molti versi quella di una costante e fallita ricerca di un sistema politico stabile che fosse al tempo
stesso legittimo e militarmente elcace. Odoacre regal all'Italia quattordici anni di pace. La sua
soluzione fu, se non altro, pi duratura di quella di Ricimero, ma soltanto Teodorico, che ottenne il
riconoscimento dell'Imperatore d'Oriente, risolse in pieno il problema, e la sua soluzione,
dipendendo dalla volont dell'imperatore d'Oriente, venne essa stessa a cessare di funzionare
quando l'Oriente neg, nel 535, quel riconoscimento dando inizio alle Guerre Gotiche.
Odoacre fu efficace ma debole. L'esercito era compatto attorno a lui, giacch con un terzo delle
terre italiane aveva, per la prima volta in un secolo, un sostentamento materiale sicuro, ma era un
esercito
piccolo. Odoacre corteggi il Senato con grandi blandizie, offrendo alti incarichi a molti suoi
importanti esponenti. Alcuni lo sostennero sino alla fine, ma la maggior parte di essi venne meno
quando gli Ostrogoti, sotto Teodorico, invasero l'Italia nel 489, con l'incoraggiamento
dell'Imperatore Zenone. I vescovi di Milano e di Pavia, che rappresentavano il nord, si schierarono
immediatamente dalla parte di Teodorico. Nel 493, dopo quattro anni di guerra, Teodorico prese
Ravenna e uccise Odoacre. Teodorico era a guida di mna popolazione che contava forse cento o
centoventi migliaia di persone, con un esercito permanente di circa venticinque o trenta migliaia di
soldati, stando a calcoli recenti17: un numero esiguo paragonato alla popolazione italiana
complessiva, che giungeva a parecchi milioni di abitanti, ma grande abbastanza per dare all'Italia
una forte base militare. Teodorico, diversamente da Odoacre, non aveva bisogno dell'appoggio dei
senatori, pur se lo desiderava. Egual cosa, ma in minor grado, accadeva per il riconoscimento da
parte dell'Impero d'Oriente, che comunque fu concesso nel 497 quando Anastasio I accett che
l'Italia non facesse pi parte dell'Impero. I modelli di Teodorico furono Traiano e Valentiniano I, i
due maggiori imperatori militari, e le sue attivit politiche somigliarono molto a quelle dell'ultimo

15

B.L. Twyman, Aetius and the aristocracy (A3-a); ma per alcuni cambiamenti
nei dettagli riguardanti i gruppi, cfr. F.M. Clover, The family and early career of Anicius Olybrius (A3-a), pp. 182-92.
16
Cfr. E. Sestan (Bl), pp. 202-3; A.H.M. Jones , Later Roman Empire (A3-a), p. 245. Per le vicende storiche fino al 565,
cfr. le note in E. Stein (B3-a).
17
K. Hannestad, Le forces militaires d'aprs la Guerre Gothique de Procope, Classica et Medievalia, 21 (1960), pp.
136-83. I calcoli si riferiscono al 530 circa, ma con buona approssimazione possono ritenersi validi anche per il 490
circa.

di quei due18. Di certo egli fu il governante pi forte che l'Italia ebbe dopo la morte di Valentiniano
nel 375. Lungi dal configurarsi come una rottura della continuit, il suo dominio pare piuttosto la
restaurazione di una continuit che per un secolo era rimasta interrotta.
Una tale impressione rafforzata dalla documentazione relativa al suo regno, giacch il periodo
ostrogoto il primo di cui sia penenuta una buona documentazione, dopo la morte di Valentiniano.
Tale documentazione deriva in gran parte dalla notevole raccolta di lettere ufficiali conosciuta come
Variae, scritta da Senatore Cassiodoro durante il suo periodo di attivit politica fra il 507 e il 537,
ma anche da una gran variet di altri materiali: storie, agiografie, lettere, opere filosofiche. Appare
chiaro dalle Variae che quello di Teodorico fu un governo efficace: che le tasse venivano pagate,
anche (pur con qualche difEcolt) dai senatori; che alcuni esempi, almeno, dell'enorme corruzione
tipica del tardo stato romano, vennero eliminati; che la pace interna venne mantenuta; e che le
guerre non solo venivano vinte ma erano condotte con popolazioni straniere. Procopio, che ebbe a
combattere nell'esercito bizantino contro gli eredi di Teodorico, lo consider l'equivalente morale di
un imperatore, e varie fonti sottolineano la stima goduta fra i Goti e i Romani. Pare che nel 500
promettesse al Senato e alla popolazione di Roma di non interferire con le loro leggi; e questo
scrupolo diretto a conservare le tradizioni romane la ragione principale per cui gli Ostrogoti, una
volta spodestati dalle Guerre Gotiche, non lasciarono quasi traccia del loro governo in Italia, tranne
forse la monumentale tomba di Teodorico a Ravenna19.
Teodorico cerc di accattivarsi il Senato. Certo ci fu sempre un gruppo di senatori che prefer
evitare il contatto con la corte barbara ariana, ma pochissimi dei senatori passati alla storia si
tennero al di fuori degli incarichi amministrativi. Nel 522, il filosofo Boezio, uno dei capi di questo
gruppo tradizionalista, venne onorato col privilegio, assolutamente privo di precedenti, di entrambi i
consolati td'Oriente e d'Occidente) per i propri giovanissimi figli, e accett il titolo di magister
o~iciorum di Ravenna. A torto o a ragione, pare che egli abbia usato la sua posizione per difendere
gli interessi del Senato contro il resto dell'amministrazione, e nel 523-4 fu prima imprigionato e poi
condannato a morte; Teodorico, consciamente o inconsciamente, imit ancora una volta
Valentiniano, reprimendo violentemente l'opposizione dei senatori tradizionalisti. Boezio venne
accusato di avere complottato con l'imperatore d'Oriente, e che fosse vero 0 no nel suo caso, resta il
fatto che nel decennio seguente alla sua morte l'accusa si dimostr vera al riguardo di altri senatori.
Il Senato si divise fra i pro-Goti e anti-Goti; quando gli stessi Goti si spaccarono al loro interno,
dopo la morte di Teadorico nel 526, il regno ne risult decisamente indebolito.
La fazione pro-Goti del Senato pare la pi interessante. E' quella su cui esiste una documentazione
maggiore, poich i suoi membri ebbero parte attiva nell'amministrazione civile e figurano nelle
Varide. Non fu affatto un gruppo omogeneo, e le carriere in reciproco conflitto di alcuni dei suoi
membri indicano molto chiaramente le diverse correnti esistenti nella politica del regno ostrogoto.
Dobbiamo iniziare da Liberio (circa 465-555), straordinariamente longevo, come il pi giovane
contemporaneo Cassiodoro, e titolare di cariche ammini strative per circa sessantacinque anni.
Tenne prima alcuni incarichi sotto Odoacre, e fu uno degli ultirni amministratori ad abbandonarlo.
Teodorico lo nomin subito prefetto pretoriano (493-500), e lo incaric di insediare i Goti su quel
terzo di possedimenti italiani lasciati vacanti dai meno numerosi seguaci di Odoacre. Ci sono giunte
due diverse descrizioni laudative del successo di Liberio, ad opera di Ennodio e di Cassiodoro, in
cui sembrerebbe che la cosa fosse avvenuta in pace ed armonia, i vittoriosi non desideravano
altro, gli sconfitti non si considerarono puniti . Comunque siano andate le cose, nelle numerose
documentazioni in nostro possesso non risultano esserci tracce di disspori, tranne forse nel Sannio,
18

19

Anon. Vales., 60.


Anon. Vales., 66, 69; Procopio, Guerra, 6. 6.

dove si stabill un gran numero di Goti. Sembra che Liberio abbia eseguito l'espropriazione di
propriet per l'insediamento dei Goti, operazione di cruciale importanza in qualsiasi occupazione
barbarica, con grande perizia. Ci risulta ancor pi rilevante se si ricorda che la conquista ostrogota
fu la prima vera e propria conquista barbarica in Italia, molti decenni pi tardi che in altre provincie
dell'Occidente. Lasciato l'incarico di prefetto pretoriano, Liberio continu ad avere una grande
autorit e nel 510 circa divenne prefetto del pretorio per la Gallia (cio la Provenza, che Teodorico
occup nel 508). Anche in questo incarico, di tipo pi militare, sembra aver avuto eguale successo.
Lo tenne fino al 533-4 circa, trovandosi in tal modo assente durante la crisi conseguente all'arresto
di Boezio e per tutto il regno di Atalarico, nipote e successore di Teodorico (526-34). Durante quel
regno, cominciarono a generarsi alcune tensioni fra i Goti, in quanto Atalarico era minorenne e la
madre reggente, Amalasunta, era troppo romanizzata per poter risultare gradita ai pi militareschi
fra i Goti. Alla morte di Atalarico, Amalasunta spos il cugino Teodato (re, 534-), per rafforzare il
proprio potere di regnante, ma Teodato era un suo vecchio nemico e finl col metterla in prigione e,
nel 535, la fece uccidere. Mand alcuni ambasciatori che spiegassero le sue azioni all'imperatore
d'Oriente, Giustiniano, e fra questi scelse, a capo della spedizione, Liberio. Liberio svel le
malefatte di Teodato e rimase in Oriente. Gli anni 534-5 segnarono la seconda crisi del regno degli
Ostrogoti. Se Teodorico aveva perso il sostegno dei tradizionalisti al Senato nel 523-4, Teodato
perse quello dei legittimisti fra gli amministratori nel 534-5. Significativamente, Liberio assunse
subito incarichi ufficiali in Oriente. Fu prefetto d'Alessandria alla fine del quarto decennio del VI
secolo e, nel 550-2, a ottantacinque anni di et, guid eserciti in Sicilia ed in Spagna. Torn in Italia
nel 554, alla fine della guerra,e mori a Rimini, dove ancora conservato il suo epitafio
;20Cassiodoro Senatore resistette pi a lungo di Liberio. Il padre, Cassiodoro il vecchio, aveva
rivestito cariche pubbliche sotto Odoacre ed era passato sotto Teodorico fino dal 490, divenendo
prefetto del pretorio (circa 503-7); Cassiodoro Senatore fu quaestor nel 507-11, magister
oD~iciorum nel 523-7, succedendo a Boezio, e prefetto del pretorio nel 533-8. Come st visto, egli
apparteneva a una famiglia delle province e forse anche una famiglia di nuovi ricchi (pur se
di~cile stabilirlo); ad ogni buon conto il nome Senatore, quand'anche non rarissimo, appare un po'
troppo goffo, per un membro del Senato. I1 bagaglio culturale di Cassiodoro era certo quello tipico
di ogni nobile istruito del tardo mondo romano, come dimostrato facilmente da una lettura delle
Var~ae. I1 termine civilitas, per non citare che l'esempio pi owio, una pietra di paragone costante
nella sua rettorica: lo usa, in quella forma o in varianti, pi di quaranta volte nelle Variae. Ma il
successore di Boezio nell'incarico pot difficilmente mantenersi molto fedele al gruppo di Boezio
stesso, e va osservato che al momento della partenza di Liberio, Cassiodoro reggeva l'incarico di
prefetto del pretorio, che conserv per i primi tre anni di guerra. L'aristocrazia romana non aveva
ancora abbandonato completamente i Goti. Soltanto dopo il 538, Cassiodoro lasci l'Italia per
Costantinopoli; Giustiniano non gli offerse alcun incarico. Se ne torn, come Liberio, alla fine della
guerra, e pass la vecchiaia nel Bruzio. Qui egli fond Vivarium, che si segnala, nonostante la breve
durata (la seconda met del VI secolo), come uno dei centri ~monastici pi importanti dell'Alto
Medioevo per la copia di testi classici21.
Teodorico sembra aver pensato che il sistema migliore per tenere in vita la civilt romana fosse di
continuarla inalterata. Aveva la stessa opinione in merito alla cultura dei Goti, soprattutto riguardo
alle tradizioni dei guerrieri, e fece del suo meglio per evitare che i Goti venissero romanizzati22.
Apparentemente riusci bene anche in questo. Il legame tra Goti e Romani ebbe a rimanere
esclusivamente politico, nonostante le affermazioni di Cassiodoro nel suo panegirico su Liberio per
cui le due nazioni, vivendo assieme, si uniranno . Ma Teodorico non imped alla propria cerchia
20
Cfr., in generale, J. Sundwall, Abhandlungen (B3-a), pp. 133-6; in particolare, Variae, 2. 15, 16; Ennodius, Epistolae
(MGH A.A., 7), 9. 23. Per Amalasunta, Procopio, Guerra, 5. 734; per il Sannio, Variae, 3. 13.
21
In generale, Sundwall, op. cit., pp. 106-7, 154-6; in particolare, Variae, 1. 3,
4; 9. 24, 25 (e passim).
22
Variae, 1. 24, 38; Anon. Vales., 61; Procopio, Guerra, 5. 2.

di assorbire valori romani, e sia Amalasunta che Teodato ebbero una cultura notevole. Teadorico
rimase il tipico eroe-guerriero, ma i suoi successori non lo erano gi pi. I Goti cominciarono, non
senza ragione, a inquietarsi poich i loro sovrani erano cos alienati dalla societ gotica che pare
progettassero segretamente ti mettere l'Italia nelle mani dell'Imperatore. Uccisa Amalasunta,
Giustiniano dichiar guerra, dando inizio ai vent'anni delle Guerre Gotiche (535-54). Quando il suo
esercito, grudato da Belisario, risal dalla Sicilia nel 535-, Teodato venne deposto e sostituito da un
guerriero, Vitige (536-40). Da quel momento in poi, ogni figura di sovrano parve coincidere sempre
pi con l'ideale del barbaro rozzo e ineducato. Come s' visto, Cassiodoro dur solo altri due anni:
fece comunque in tempo ad assistere alla condanna a morte di senatori romani a Ravenna. Alcuni
altri senatori, per, non persero affatto il proprio potere. Cetego, presidente del Senato, considerato
come un sostenitore dei Goti, fu obbligato a lasciare Roma nel 545. E non si sa cosa sia successo di
Cipriano, l'accusatore di Boezio, che aveva fatto crescere i propri figli fra i Goti, o di suo fratello
Opilione, che aveva difeso Teodato a Costantinopoli nel 534 quando questi era stato accusato da
Liberio, pur se possibile che Opilione sia morto a Roma poco prima del 550. Mano a mano che la
guerra crebbe in ferocia, la spaccatura si approfond. Totila, l'ultimo Bran re degli Ostrogoti (54152), ebbe un solo uEciale romano, il quaestor Spino, oscuro personaggio proveniente da Spoleto23.
Questa descrizione del rapporto e della sempre pi grave spaccatura fra Goti e Romani ha per un
difetto grosso ancorch consacrato dalla tradizione: tiene conto soltanto dell'atteggiamento delle
aristoazie di Roma e di Ravenna. Altre aristocrazie possono essere state caratterizzate da simili
contrasti; per esempio, la grande nobilt napoletana si oppose a Belisario nel 536; ma, al contrario,
Dazio, di Milano, supplic Belisario d'aiutarlo nel 53724. La popolazione nel suo insieme avr il
molo di protagonista nei successivi capitoli, ma l'impatto dei Goti su di essa va discusso qui, bench
non sia facile individuarlo. Certo i Goti non si diffusero omogeneamente in Italia, pare che si siano
concentrati a nord del Po, particolarmente attorno a Verona e Pavia (dove si trovano i due palazzi di
Teodorico, gli unici due fuori Ravenna), e negli Appennini centrali, il Piceno e il Sannio
settentrionale (corrispondenti alle Marche e all'Abruzzo di oggi)25. I1 resto della penisola pagava la
tertia, la terza parte gotica, sotto forma di imposta. Non v'era motivo per cui la presenza dei Goti
dovesse pesare Esicamente sulla maggior parte degli Italiani. Ai tempi di Teodorico, essi potevano
anzi aver provato un certo sollievo al pensiero della pace che garantiva, sollievo temperato,
senz'altro, e con giustificazione, dal risentimento per il gravame di tasse che egli impose. Va detto
per che i Goti ridussero le tasse in tempi di carestia, mentre i Bizantini (come verranno qui
chiamati, per evitare confusioni, i Romani d'Oriente), quando cominceranno a rioccupare l'Italia,
non faranno proprio nulla per ridurre le tassazioni, e Procopio afferrna anzi che nel 541 i Bizantini
giunsero a pretendere tasse arretrate non versate ai Goti durante la prima parte della guerra o prima
di essa. N i Goti n i Bizantini che presero il loro posto introdussero modifiche sostanziali alle
strutture sodali. Forse perci non sorprende che quando la guerra scoppi il popolo non provasse
grandi entusiasmi. Nel 536 le genti di Napoli non erano neanche certe di qual parte volessero
sostenere e gli abitanti di Roma furono una parte in causa piuttosto restia durante l'assedio posto
alla citt dai Goti nel 536-7, il primo di una serie di quattro26. L'impressione che i Goti ed i
Bizantini abbian combattuto per tutti i venti anni della guerra in mezzo ad una popolazione che non
vi partecipava minimamente. ~ alquanto dubbio che a quella popolazi~ne interessasse qualcosa di
diverso dalla pace tout court: e non riuscirono ad ottenerla.
Le guerre gotiche ebbero sulla societ un impatto certo maggiore della pace, ed in tale contesto
situato l'unico mutamento sociale attribuibile agli Ostrogoti. Durante la tarda romanit, gli schiavi
23

Ibid., 7. 40. Per Cipriano e Opilione, cfr.. Sundwall, op. cit., pp. 110-1, 142-3; Variae, 8. 16, 17, 21, 22; Anon. Vales.,
85-6; Procopio, Guerra, S. 4. Per Catego, ibid., 7. 13.
24
Ibid., S. 8-10; 6. 7.
25
Cfr. V. Bierbrauer (B3-a)
26
Per. Ie tasse: Procopio, Guerra, 7. 1. Per Napoli: ibid., 5. 8-10. Per Roma ibid., S. 20.

tendevano a fuggire dalle propriet fondiarie in cui erano tenuti; durante la guerra trovarono una
direzione in cui scappare, e numerosissinu nel quinto decennio del VI secolo, raggiunsero le file
dell'esercito di Totila che volentieri li accolse. Nel 546 un senatore della Lucania, Tulliano, arm gli
schiavi facendone un reparto dell'esercito bizantino. Totila prometteva possedimenti dei padroni a
coloro che si ribellavano ed il suo comportamento stato visto come una rivoluzione sociale
contro il Senato, ma una spiegazione pi convincente individua nei meccanismi reattivi instaurati
dalla guerra la responsabilit di tale scelta. Di norma, gli Ostrogoti non avevano alcun interesse a
interferire nelle gerarchie sociali italiane, la loro stessa aristocrazia possedeva fondi, probabilmente
come diretta conseguenza dell'insediamento originario. Nel 553, Ranilo, una nobile di stirpe gota,
don terreni situati nei pressi di Urbino e di Lucca alla Chiesa di Ravenna, e con quelli don anche
gli schiavi, se in questi tempi barbarici i fuggitivi possono essere ripresi . Non c' motivo di
supporre che Totila avesse opinioni molto diverse: era sua consuetudine, quando aveva il controllo
su propriet senatoriali riscuotere direttamente le rendite lasciando i contadini dov'erano 27
Gli eventi bellici riempiono quasi quattro volumi delle storie di Procopio, e non possono venir
descritti qui se non in un rapido proElo. Belisario si fece progressivamente strada, risalendo la
penisola fino al Po, nel 535-40, e occup Ravenna, mentre Vitige si ritir in Oriente come semplice
patrizio imperiale. Ma al nord i Goti elessero nuovi re, il terzo dei quali, Totila, con efficaci e
fulminee campagne militari tra il 542 e il 550, riconquist tutta l'Italia e la Sicilia eccezion fatta per
alcune citt costiere (fra cui Ravenna) protette dalla flotta bizantina. Soltanto un potente esercito,
condotto da Narsete, riuscl a sconfiggere Totila nel 552, il successore di lui, Teia, lo stesso anno, e
un esercito franco-alemanno che sosteneva i Goti nel 554. Ma neanche allora i bizantini riuscirono a
controllare le terre a nord del Po, che erano state dominate per lo pi dai Franchi fuoriusciti dalla
Gallia all'inizio del quinto decennio del secolo VI, pur se a Pavia, Verona e Brescia continuavano a
funzionare presidI militari dei Goti. Entro il 561 Narsete aveva riconquistato anche il nord, ma il
breve dominio franco, non va dimenticato: l'inizio di una lunga tradizione di interventi dei Franchi
in Italia.
Le guerre devastarono l'Italia. La conquista e la riconquista imperversarono sull'intero paese, pur se
alcune zone ebbero meno a patirne: la Toscana, probabilmente anche le terre a nord del Po (eccetto
Milano), almeno dove i Franchi non avevano arrecato danni troppo notevoli. Le aree in cui pi si
combatt furono l'Emilia, il Piceno, l'Umbria e la Campagna Romana, chiavi strategiche dell'Italia
tra Roma e Ravenna (e quelle aree rimasero pi tardi gli unici territori bizantini nel settentrione
italiano longobardo). Procopio descrive carestie tremende sin dal 538. Nel 556 papa Pelagio I
afferma che i propri possedimenti italiani sono disabitati28. I Goti scomparvero come nazione.
Owiamente molti di loro devono essere rimasti nei primitivi insediamenti, soprattutto a Ravenna la
nomenclatura gotica e le propriet fondiarie in mano ai Goti continuarono per molto tempo a
sussistere. Ancor nel 769 il proprietario terriero bresciano Stavile si descriveva come soggetto alla
legge dei Goti 29. Ma i Goti non rispuntarono pi come entit politica, e la loro cultura
archeologica svani senza lasciar traccia; i Longobardi che s'insediarono nelle loro aree non ne
ripresero pressoch alcun elemento. Sotto altri aspetti, comunque, probabile che l'Italia si sia
sollevata abbastanza velocemente. L'area attorno a Ravenna fu una delle principali zone di battagli,
eppure i papiri ravennati della sesta e settima decade del VI secolo testimoniano di ben poche
27
Cfr. Stein, op. Cit., II, pp. 569-71 e i riferimenti ivi citati, seguendo L.M. Hartmann (Bl), I, pp. 305-6 e i riferimenti
ivi citati. Diversamente: G. Tabacco, La storia politica e sociale (Bl), pp. 37-8, e Procopio, Guerra, 7. 6, 13. Ranilo: JO. Tjader, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri Italiens, I (Lund, 1955), n. 13.

28

Procopio, Guerra, 6. 20; Pdagius in MGH Epp., 3. pp. 72-3


L. Schiaparelli (curatore), Codice diplomatico longobardo (Roma, 1929-33) che d'ora in poi apparir come
Schiaparelli ), n. 228; cfr. L. Schmidt, Die letzien Ostgoten, Abbandlungen der Prenssischen Akademie der
Wissenschaft, Philosophische-historische Klasse , 1943, n. 10, pp. 3-15, pur se non affatto vero che tutti i nomi da lui
elencati appartengano a dei Goti.
29

distruzioni. La desolazione totale dell'Italia in quegli anni stata sicuramente esagerata. Comunque
la guerra era soltanto agli inizi. Gli anni 554-68 costituiscono un breve intervallo nell'arco dei
settant'anni di una guerra che riprese nel 568 con le invasioni dei Longobardi e continu, con
qualche interruzione, fino al 605. Pur se l'Italia medic le proprie ferite dopo il 605, come aveva gi
iniziato a fare durante la breve pace, non c' dubbio che il colpo era stato forte. Si vedr quanto nei
prossimi capitoli.
Gli anni 554-68 segnano una svolta, ed alquanto utile stabilire alcuni dei mutamenti politici
cruciali dell'epoca delle guerre, in un momento in cui la documentazione ancora abbastanza
buona. Nel 554
Giustiniano emise una Prammatica Sanzione allo scopo di riconfermare l'Italia nel nuovo e
legittimo posto di provincia pi occidentale dell'Impero 30Ogni concessione fatta agli Ostrogoti
doveva essere rispettata, tranne quelle decise da Totila. La propriet fondiaria doveva essere
ristabilita secondo l'assetto del 490, con particolare riguardo per il capovolgimento delle misure
prese alla fine della prima met del secolo VI. Gli schiavi dovevano tornare presso i loro padroni.
Le imposte arretrate dovevano venire pagate per met, e trascorso un lasso di cinque anni. I giudici
civili dovevano presiedere i processi civili sostituendosi all'esercito e spettava ai vescovi e ai nobili
di ciascuna regione nominarli. Quest'ultimo prowedimento, in realt, ebbe ben poco effetto:
l'esercito aveva amministrato la giustizia in quelle parti dell'Italia che controllava sin dalla quarta
decade del secolo VI; le amministrazioni civili gli erano del tutto subordinate e continuarono ad
esserlo. Nell'Italia degli anni 554-68 ci furono prefetti pretoriani, ma non ne conosciamo i nomi.
L'Italia era governata da Narsete, comandante in capo. Si gi visto come fosse impossibile per
l'Italia mantenere due gerarchie civili, e quel che era rimasto del Senato scomparve e verso il 600
non sussisteva pi come organismo a s. Molti senatori non tornarono pi indietro da
Costantinopoli, divenuta ora la capitale, e gli altri s'affossarono fra i pi anonimi ranghi
dell'aristocrazia italiana. Ma verso la fine del secolo VI anche l'amministrazione civile cominci a
declinare per importanza, e venne inghiottita dall'amministrazione militare. I Goti non avrebbero
mai fatto una cosa del genere, poich il loro esercito era troppo distinto, anche etnicamente.
L'influenza dell'esercito bizantino dopo la riconquista fu comunque ben maggiore del controllo
eseguito dall'esercito dei Goti sull'amministrazione. L'Italia, immiserita, poteva a malapena
mantenere un'unica gerarchia, civile ~o militare che fosse, e durante il secolo VII l'esercito giunse
gradualmente, sia nei territori longobardi che in quelli bizantini, a coincidere con la stessa
aristocrazia fondiaria. L'Italia altomedievale fu molto pi semplice dell'Italia tardoromana, pur se
(come si vedr) non completamente diversa.

30
In Cortus iuris civilis, III (a cura di R. Scholl e W. Kroll, 6' ed., Berlino, 1954), appendici 7 e 8; cfr. T.S. Brown (A3b).

Capitolo secondo
IL REGNO ITALICO, 568-875: CONTINUAZIONE E CONSOLIDAMENTO AL
NORD
Il Regno Longobardo
I Longobardi dominano la storia italiana altomedievale, e la loro improvvisa
apparizione in Italia dalla Pannonia (I'attuale Ungheria) nel 568 segna
tradizionalmente una rottura nella storia italiana. Dal 568 in poi, l'Italia dovette subire
quasi quattordici secoli di disunione, in quanto gli stessi Longobardi non
conquistarono mai l'intera penisola. Essi iniziano, quindi, la lunga storia italiana di
particolarismi e occupazioni da parte di potenze straniere. D'altra parte, a partire dal
600 circa, occuparono due terzi dell'intera penisola, e dalla fine del VII secolo forse i
tre quarti di essa, e sin dai regni di Grimoaldo e di Liutprando (rispettivamente: 66271 e 712-44), il compatto Regno Longobardo, che comprendeva la maggior parte
dell'Italia settentrionale e la Toscana, ebbe supremazia politica sui ducati longobardi
degli Appennini meridionali, Spoleto e Benevento, e sugli avamposti romanobizantini, aventi per centri Ravenna, Roma, Napoli e le estremit meridionali della
terraferma italiana (cfr. carta geografica 2). Le istituzioni politiche longobarde
vennero mantenute praticamente in toto dai Franchi, dopo la conquista di Carlomagno
nel 774, e la loro fisionomia longobarda era assai pi decisa di quanto non lo fossero
state ostrogote le istituzioni di questo popolo. All'origine, certo, molte di esse
risalivano ai Romani, anche alcune dai nomi germanici, come si vedr, ma vennero
risistemate dai Longobardi ricorrendo (con aiuto romano) a frammenti pi antichi,
proprio come accadde per la costruzione, da parte dell'imperatore Costantino, della
chiesa di S. Lorenzo fuori le mura, a Roma, eretta utilizzando materiali di templi
demoliti. Gran parte dei progressi compiuti dalla storia dell'Italia medievale possono
esser fatti risalire in un modo o nell'altro al periodo longobardo, e questo apparir nel
libro una sorta di punto di partenza.
Ma molto pi che una rottura storica, l'invasione longobarda segna una rottura
storiografica. A partire dal 568, e ancor pi dopo il 610, i materiali si diradano
moltissimo, riprendendo nuovamente solo con l'avvio delle serie di documenti
medievali all'inizio dell'VIII secolo. (L'eccezione, in questo vuoto, Ravenna, con i
suoi papiri del VII secolo e la competente cronaca locale di Andrea Agnello. In
merito, si veda il capitolo terzo.) La nostra fonte principale la storia longobarda di
Paolo Diacono, scritta nell'ultima decade dell'VIII secolo, ma anch'egli dovette
confrontarsi con la scarsezza di materiali, e la sua opera di conseguenza piuttosto
breve (circa 140 pagine in folio)1. Paolo fu un critico intelligente e uno scrittore dallo
stile attraente, ed era in grado di correggere il latino delle sue fonti (che
comprendevano Gregorio di Tours), ma aveva un senso semplicistico del passato.
Nella sua storia, il senso del passato si riduce a una sorta di orgoglio per la passata
prodezza dei Longobardi, venato dal desiderio di rendere i Longobardi pagani pi
violenti che fosse possibile, cosl da far risaltare il contrasto con i loro discendenti
cristiani, e in particolare il re Liutprando. Egli offusc o elimin fenomeni che
potevano risultare imbarazzanti, come l'arianesimo longobardo, o l'opposizione papale
al suo eroe Liutprando. La sua affidabilit spesso sospetta, e le sue prove devono
1

Ed. in MGH S.R.L., pp. 4S-187; di seguito: Paolo, H.L..

venir frequentemente soppesate con cautela. Oltre a lui, la fonte principale la legge
longobarda, in particolare l'Editto di Rotari del 643 (388 capitoli) e la legislazione di
Liutprando (152 capitoli). Nei casi in cui ci siano altre fonti alternative, cos come
accade per il tardo secolo VI, si tratta generalmente di frammenti contraddittori e
confusi, quasi tutti provenienti dall'esterno del regno longobardo e ad esso ostili.
Come conseguenza di tale scarsezza di fonti, la storiografia relativa al periodo
longobardo consiste, pi che in ogni altro periodo della storia italiana, in una miniera
di opposte teorie formulate da storici moderni. Gli storici degli ultimi 150 anni hanno
suggerito pi o meno ogni possibile opposta interpretazione del tardo VI secolo e del
VII, ricorrendo a generosissime interpretazioni delle fonti probanti. Gli storici del
periodo ostrogoto tendono ad assumere atteggiamenti che, nell'insieme, convergono.
Per quanto riguarda il periodo longobardo, invece, la storia tende a diventare,
alquanto apettamente, una congerie di teorie di singoli storici. Una proporzione
notevole di quanto qui segue fatta necessariamente di congetture.
La storia dei primi Longobardi, prima del 568, non ha rilievo diretto per l'Italia. Basti
dire che si trattava di una popolazione germanica, come i Franchi, e che parlava una
lingua imparentata con l'antico alto tedesco. I1 primo a parlarne, localizzandoli lungo
il basso Elba, fu Tacito; successivamente si mossero verso quella che oggi la Bo
mia, quindi nell'Austria inferiore, infine, all'inizio del VI secolo (circa 527 )
s'insediarono nella provincia romana di frontiera della Pannonia. Per quanto potessero
ricordare, erano stati sempre governati da un re, per lo pi della famiglia Lething,
almeno fino al 547, quando l'ultimo re di quella dinastia, Waltari, ebbe per successore
il proprio tutore Audoino, padre di Alboino. Procopio li definisce cattolici nel 548,
allorch Audoino sollecit l'aiuto di Bisanzio contro i Gepidi ariani, che i Longobardi
infine sconfissero nel 567 con l'aiuto degli Avari2. Tal cattolicesimo era inizialmente
limitato certamente alla corte e ai suoi fedelissimi, e nel 568 il re era gi divenuto
ariano e, secondo il punto di vista bizantino, un eretico; ci comunque indica che i
Longobardi, al tempo di Giustiniano, facevano parte dell'orbita bizantina. Anche i
legami conseguiti attraverso i matrimoni dei re del VI secolo fino ad Alboino
sembrano indicare che la popolazione rientrava in un vasto ambito centro-europeo di
mutuo sostegno, sotto l'egemonia dei Franchi. I Longobardi non arrivarono dal nulla,
n si tratt di semplici barbari selvaggi allo stadio primitivo. Avevano occupato per
quarantanni una provincia romana. Avevano anche incluso nel proprio sistema
politico un'intera serie di titoli militari romani, quali dux e comes, e probabilmente
agivano formalmente in qualit di confederati romani. Narsete, quando distrusse
Totila, chiese ad Audoino un contingente militare, e l'ottenne, ma, trovandolo troppo
violento ed indisciplinato, lo risped presto indietro3. D'altra parte, quando Alboino
invase l'Italia tenne sotto il proprio controllo sia il grande e disparato esercito che la
popolazione, dal S68 fino al suo assassinio nel 572. Ovviamente, la disciplina non
un indice particolarmente utile o significativo di romanizzazione (e ancor meno della
civilizzazione), ma nei primi anni i Longobardi sono descritti quasi esclusivamente in
base a termini militari. Non abbiamo a disposizione altri criteri.
Gianpiero Bognetti vide nell'invasione di Alboino un piano organico e generale ,
una strategia su vasta scala. Alboino vantava legami franco-austrasiani tramite la
2
Procopio, Histories, 7. 34. Cfr. J. Werner Die Langobarden in Pannonien (Monaco, 1962, e ibid., Die
Heriunit der Bajumaren... in Zur Geschschte der Bayern, a cura di K. Bosl (Darmstadt, 1965), pp.
2143. Per la storia dei Longobardi fino al 590, cfr. L. Schmidt (B3-b).
3
Procopio, Histories, 8. 25, 33.

prima moglie e, con una conversione tattica all'Arianesimo nel 565 circa, sper di
ottenere l'appoggio dei Goti ariani dell'Italia settentrionale, che erano stati appena
schiacciati da Narsete nel 561. Alboino avanz lentamente e apparentemente senza
opposizioni attraverso la pianura padana nel 569, lasciando duchi nelle maggiori citt,
in particolare il nipote Gisolfo a Cividale del Friuli; quindi assedi Pavia, la prima
citt che gli fece resistenza, per tre anni (569-72). Durante questi tre anni,
cominciarono le complicazioni, poich contingenti di predatori longobardi iniziarono
a spargersi sulle Alpi penetrando nella Borgogna dei Franchi (negli anni 569-75), e
verso il 571 i Longobardi stanno gi formando ducati per un lungo tratto verticale
della penisola, a Spoleto (sotto Faroaldo) e Benevento (sotto Zotto), senza avere
apparentemente occupato i territori intermedi. Bognetti ha suggerito delle spiegazioni:
l'invasione della Borgogna fu il risultato dell'alleanza con Sigeberto d'Austrasia,
mentre i ducati della penisola furono in effetti costituiti dai Bizantini come presdi
contro Alboino in punti strategici, in quanto sia Spoleto che Benevento controllavano
importanti passi appenninici. Questa seconda ipotesi pare molto verosimile, non
altrettanto la prima. In ogni caso, l'assassinio di Alboino, forse con la complicit
bizantina, mise fine al piano organico , e durante il resto del secolo regn il caos4.
Il successore di Alboino, Clefi, fu pure assassinato nel 574, e nei seguenti dieci anni,
durante il cosiddetto interregno, i Longobardi rimasero senza re. Paolo Diacono
sostiene che a governarli c'erano trentacinque duchi, pur se il numero sembra davvero
troppo alto5. Ne nomina soltanto cinque, quelli di Pavia, Bergamo, Brescia, Trento e
Cividale, per la maggior parte vicini al Trentino, ossia alla zona in cui visse una delle
sue principali fonti, Secondo di Non. Possiamo aggiungere Torino, Spoleto e
Benevento, con sicurezza, ma per altri si possono soltanto fare supposizioni. Entro
1'VIII secolo, i Longobardi ebbero ducati o loro equivalenti in tutte le citt romane del
nord e della Toscana, ma non si pu ancora affermare che ad ogni citt corrispondesse
un ducato. Quanto a questo, non si pu nemmeno essere certi che i Longobardi
controllassero determinate zone, poich i Bizantini mantennero certamente dei presidi
in alcuni luoghi importanti dell'Italia del nord: sul Lago di Como fino al 588, a Susa
(sulla principale via verso la Borgogna) finch i Franchi la presero nell'ottavo
decennio del VI secolo, nella valle di Non fino alla decade seguente, e a Cremona fino
al 603.
L'interregno costituisce una delle maggiori difficolt della storiografia longobarda. Di
solito lo si vede come il contrassegno della barbarie e dell'atavismo dei Longobardi;
l'abbandono della monarchia un evento quasi privo di paragone nella storia dei regni
romano-germanici e se ne deduce che evidentemente non dovevano essere troppo
legati a tale forma. Tuttavia, non era proprio cosa normale, neanche per i Germani dei
tempi di Tacito, abbandonare la monarchia nel bel mezzo di una guerra, che in questo
caso continu anche dopo la morte di Clefi: il primo contrattacco bizantino si ebbe
sotto Baduario nel 57S, e fu un clamoroso insuccesso. Altre spiegazioni
dell'interregno paiono pi probabili. Ne sono state suggerite parecchie. La pi
soddisfacente l'ha offerta ancora Bognetti, affermando che i duchi longobardi
4

G.P. Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi (d'ora
in avanti: S.M.C.) in Eta Longobarda (d'ora in avanti: E.L.) (Milano, 19668), Il, pp. 71ss.; ibid.,
Tradizione Longobarda e politica Bizantina nelle origini del ducato di Spoleto, E.L.., Ill, pp. 441-7S;
ibid., La rivalit tra Austrasia e Burgundia..., E.L., IV, pp. 559-82.
5
Paolo, H.L., 2. 32.

potrebbero essere stati invitati alla ribellione e disgregati dalle offerte bizantine di
denaro. Menandro, il principale cronachista bizantino per la settima e ottava decade
del secolo VI, nota che nel 577 l'imperatore Tiberio II sbors ai Franchi 30.000 libbre
d'oro perch muovessero guerra ai Longobardi, e ai Longobardi perch trattassero la
pace. Anche nel 579 mand denaro a singoli duchi longobardi perch si ribellassero.
E in realt, nelle fonti del VI secolo giunteci, particolarmente le lettere di Gregorio
Magno, troviamo i nomi dei Longobardi che combatterono contro Bizantini, cos
come, e quasi in egual misura, di quelli che combatterono a loro fianco. Uno di questi
ultimi, Droctulfo, nella tomba erettagli a Ravenna, si merit un'iscrizione celebrativa
alle sue gesta eroiche: terribile d'aspetto ma d'animo nobile, aveva lunga barba e
ardito cuore. Am sempre i fasti ed il nome di Roma e fu lo sterminatore della propria
gente . Etnicamente, Droctulfo era uno Svevo, e la confederazione longobarda
comprendeva un gran numero di gruppi etuici diversiSassoni, Gepidi, Bulgari,
Sarmati, Svevi, Turingi, Romani, Pannonici e i Sassoni possono venir considerati
come un gruppo in s omogeneo, stando alle nostre fonti. Una tale mescolanza non ha
certo aiutato la coesione politica dei Longobardi in quel periodo. Spoleto e Benevento
si erano gi certamente ribellate a Bisanzio, e potevano diffondere il caos nella
penisola. D'altra partc, verso il 580 i Bizantini avevano comperato il duca del
Friuli, Grasulfo, probabilmente il pi potente duca del settentrione. Si deve almeno
ammettere che l'ottavo e il nono decennio di quel secolo devono essere stati cos
caotici, sia per i Longobardi che per i Romano-Bizantini, che l'uso intelligente di
denaro bizantino potrebbe essere ben stato la causa dell'abbandono temporaneo della
monarchia longobarda6. Ma anche se le cose andarono cos, si tratt di fenomeno
temporaneo. Nel 584, di fronte alle invasioni franco-austrasiane provenienti dal nord,
i duchi longobardi si riunirono ed elessero Autari, figlio di Clefi, loro re. Se quanto
afferma Paolo vero, dovettero avere intenzioni politiche ben ferme, visto che
ciascun duca cedette al re met delle proprie sostanze, denaro e possedimenti per
renderlo forte baluardo della monarchia. Certo che sin da allora i re in Italia
poterono contare su una base di vasta propriet fondiaria, che dur fino all'XI secolo.
Darmstadter calcol che in Lombardia e in Piemonte questa consisteva di un decimo e
pi della totale area fondiaria7.
Autari presentato come un re energico, giovane e romantico, ma si sa poco di lui.
Sopravvisse a tre invasioni franche in sei anni, e mor nel 590 dopo avere appena
stabilito un'alleanza con i Bavaresi, attraverso le nozze con la principessa bavarese
Teodolinda. Poco prima della morte, emise un editto anticattolico. Gregorio Magno
(che fu eletto Papa in quello stesso anno) ne ritenne la morte un segno della giustizia
divina, ma Dio sembra esser stato dalla parte di Autari: l'ultima invasione franca, del
590 consistette in un doppio attacco, coordinato con i Bizantini e destinato a spazzar
via i Longobardi, ma non ebbe successo. I Longobardi si barricarono nelle citt, senza
opporre resistenza, ma i Franchi e i Bizantini non riuscirono a congiungere le forze e
infine iFranchi se ne tornarono indietro. I Bizantini ne furono oltraggiati, ma
probabilmente i Franchi non avevano alcun vero desiderio di eliminare i Longobardi.
A1 contrario, ottennero quasi certamente la supremazia sull'Italia settentrionale,
secondo la tradizione impostasi verso la met del secolo VI. Autari pagava loro il
tributo, e pur se una fonte afferma che il suo successore Agilulfo (590-616) avrebbe
6
Paolo, H.L., 3. S-7, 19; Menandro, Historia, 25, 29 (a cura di B.G. Niebuhr, Corpus Scriptorum
Historiac Byzantinae, I, Bonn, 1829, pp. 327-8, 331-2).
7
Paolo, H.L., 3. 16; P. Darmstadter (B3-b), p. 5.

sborsato una somma di denaro per liberarsi da esso, possibile trovare i Longobardi,
ancora nel terzo decennio del secolo VII, tra le file dell'esercito franco contro il re
degli Slavi Samo, assieme agli Alemanni che erano certamente una popolazione
tributaria dei Franchi8.
Dopo il S90, i Bizantini si rassegnarono momentaneamente alla sopravvivenza dei
Longobardi, e cominciarono a consolidarsi nelle aree geografiche in cui erano
confinati. Le loro lite militari finirono con lo stabilirvisi con potere sia politico che
economico, a fianco delle gerarchie episcopali di Ravenna, Roma e Napoli (si veda il
capitolo terzo). A partire dal 590 anche fra i Longobardi cominci a delinearsi una
maggiore coesione politica. Autari tenne soprattutto un atteggiamento difensivo, ma
Agilulfo, privo di minacce da parte dei Franchi, pass all'attacco, occupando o
rioccupando parecchie citt lungo il Po, e minacciando Roma nel 593-4. Verso il 605,
la serie di tregue concordate fra le due parti si cristallizz in una pace permanente, che
i re longobardi avrebbero infranto solo due volte nei successivi 120 anni. Da questo
momento, fu possibile una ripresa dell'Italia. Per Agilulfo ci significava il
consolidamento del potere centralizzato dello stato longobardo, e Paolo lo descrive
mentre ottiene la resa o la sottomissione di almeno otto duchi (la fonte di Paolo,
Secondo, si trovava presso la corte di Agilulfo, e ci rende Paolo testimone affidabile
di questo regno). Entro il 603, anche Gisolfo II del Friuli, il ducato politicamente pi
autonomo di tutto il nord, venne a patti. Pi a sud, Agilulfo fu o meno ambizioso o
meno fortunato. Pare che verso la fine del suo regno fosse riuscito a stabilirsi in
Toscana, pur se nel 603 Gregorio Magno ci indica l'esistenza l di un duca
indipendente lombardo, Cillanne, in guerra con Pisa (che per breve tempo fu
autonoma). D'altra parte, Spoleto e Benevento ebbero vite politiche del tutto
indipendenti, anche se Paolo afferma che il duca Arichi I di Benevento (591-641)
era un friulano messo al potere da Agilulfo: cos, per esempio, il duca Ariulfo di
Spoleto, che nel 592 minacci per conto proprio Roma, si rifiut di aiutare Agilulfo a
fare la stessa cosa nel 5939. Certamente Agilulfo concesse ai ducati meridionali una
autonomia de facto, e per tale aspetto fiss la situazione politica per un secolo e
mezzo a venire, con la breve eccezione del regno di Grimoaldo. Il regno longobardo
non incluse il sud, e la storia del mezzogiorno diversa, come si vedr nel capitolo
sesto. A1 nord, per, Agilulfo riusc ad avere il riconoscimento della propria
supremazia da parte di tutti gli altri potenti gruppi longobardi, e su questa base
cominci a consolidare lo stato, che per la prima volta comincia a prender forma nelle
nostre fonti. Lo fece anche imitando accuratamente forme e cerimonie romane e
bizantine, e sicuramente si serv di consiglieri e ministri romani, fra i quali Secondo di
Non. Sulla decorazione in oro d'un elmo ritrovato in Toscana appare una sua
immagine, fiancheggiato da guerrieri longobardi ma pure da angeli che portano
insegne recanti la parola victoria. Un'iscrizione ce lo presenta con i titoli
romaneggianti di grat(ia) d(e)i, vir glor(iosissimus), rex totius Ital(iae). E, imitando
Autari, egli us certamente il titolo romano e ostrogoto di flavius. Nel 604 volle che il
proprio figlio Adaloaldo, gi battezzato cattolico, venisse presentato come re nel circo

8
Autari: Gregorio Magno, Epistolae (MGH Epp., 1-11), 1. 17. Per i Franchi:
Paolo, H.L., 3. 17; Fredegar, Chronicon, v, 43, 68 (MGH Scriptores Rerum Merovingicarum =
S.R.M., III).

Per i Duchi: Paolo, H.L., 4. 3, 8, 13, 18, 27; Gregorio Magno, Epp., 2. 33, 45; 13. 36.

romano di Milano (alla maniera degli imperatori a Costantinopoli), al cospetto di


ambasciatori provenienti dalla Francia10.
E chiaro che Agilulfo, utilizzando una serie piuttosto eclettica di immagini, mirava a
dare al suo regno una patina di romanit. Bognetti lo ha visto come una figura eroica,
il guerriero ariano (o pagano) che cercava di romanizzare e cattolicizzare la sua corte
e la sua eredit simile in molti modi al Teodorico di un secolo prima e, come
Teodorico, suscitando l'ira nazionalistica germanica sui propri successori, cos da far
iniziare una serie di colpi di stato religiosi e guerre civili che durarono nell'assieme
dal 626 al 690. L'interpretazione di Bognetti mi sembra per molto azzardata. In ogni
caso, l'intera vicenda della storia religiosa dei Longobardi va discussa, pur se
brevemente.
I Longobardi erano sicuramente per la maggior parte pagani al momento del loro
arrivo in Italia nel 568, pur se conosciamo poco circa le loro pratiche: i sacrifici resi
alla testa di un capro, come racconta Gregorio Magno, o in un tempietto nel bosco,
secondo quanto dice Giona di Bobbio (che scrisse nel quinto decennio del VII secolo),
o tirando frecce contro una pelle appesa ad un albero, come nella vita di Barbato del
secolo IX riguardante il vescovo di Benevento vissuto nell'ottava decade del secolo
VII11. Ma sovrapposta a ci, almeno per una parte dell'aristocrazia, c'era la religione
cristiana. Dalla met del VI secolo furono in gran parte cattolici, ma sin da Alboino
cominciarono ad essere ariani, almeno a corte. Sappiamo che Autari fu attivamente
ariano. Pu darsi lo sia stato anche Agilulfo: di certo non fu cattolico, pur se gran
parte della sua corte lo fu; Aricaldo (626-36) e Rotari (636-52) lo furono certamente.
Dei re pi tardi non sappiamo se qualcuno fu ariano, ma Grimoaldo probabilmente si
(66271). Adaloaldo (616-26), Ariperto (652-61) e i successori di Grimoaldo furon
tutti cattolici. Bognetti sostiene che ci sia stata una grande frattura tra elementi
progressisti , che desideravano introdurre il cattolicesimo alla corte longobarda e
della societ, e i gruppi di guerrieri nazionalisti e tradizionalisti, che usavano
l'arianesimo di Alboino e Autari come pietra di paragone. Agilulfo pot circondarsi di
cattolici, come la moglie Teodolinda, o Agrippino vescovo di Como, o l'irlandese
Colombano (che fond nel 613 il monastero di Bobbio), in quanto nell'Italia
settentrionale il cattolicesimo si ricollegava allo scisma dei Tre Capitoli (un conflitto
sull'ortodossia di tre trattati di teologia, che nascondeva tensioni interne alla chiesa
d'oriente, e tra l'Imperatore di Bisanzio e il Papa di Roma) fin dal 551 e si opponeva
quindi sia al papato che ai Bizantini. Per, quando, sotto Adaloaldo e la madre
reggente Teadolinda, si manifestarono tendenze atte a por fine allo scisma, i
nazionalisti longobardi cominciarono ad agitarsi. E quando nel 626 l'imperatore
d'Oriente Eraclio inizi a vincere nelle sue guerre contro i Persiani, rendendo in tal
modo pi palpabile la minaccia bizantina, i Longobardi, allarmati, sostituirono
prestamente ad Adaloeldo un ariano, Arioaldo. Da quel momento in poi, ogni
qualvolta i Longobardi ebbero un re cattolico, ogni sua attivit fu indebolita dal
pericolo di una rivolta dei tradizionalisti, come accadde nel 661-2, e poi ancora nel
688, quando il duca ribelle di Trento, Alachi, giunse, senza rimanervi molto, al trono.
Alcuni dei problemi relativi all'affresco di questo periodo scendono in dettagli
particolarissimi, che non sono rilevanti per la nostra narrazione. I1 quadro che
10
Paolo, H.L., 3. 16; 4. 30; O. von Hessen, Secondo contributo all'archeologia
Longobarda in Toscana (Firenze, 1975), pp. 90-7; E.L., III, p. 525.
11
Gregorio, Dialoghi (a cura di U. Moricca, Roma, 1924), 3. 28; fonas, Vitae Columbas (a cura di B.
Ktusch, MGH S.R.M., IV, Hannover, 1902), 2. 25, Vita Barbati (in MGH S.R.L.), p. S67.

Bognetti offre, per, quello di gruppi ben definiti, legati a consapevoli ideologie
politiche, e sarebbe cruciale per la nostra analisi se fosse vero; esso non tuttavia
totalmente attendibile. Innanzitutto c' l'assenza di prove attestanti qualche particolare
fervore religioso durante l'epoca longobarda. All'editto anti-cattolico di Autari
abbiamo gi fatto riferimento: si limit a proibire ai Longobardi di battezzare
cattolicamente i propri figli. Comunque, fra i seguaci di Autari ci furono dei cattolici,
e Gregorio ne nomina uno12. In avvenimenti di cui siamo a conoscenza si possono
vedere Arioaldo e Rotari che rispettano, se non altro, i diritti della Chiesa di Roma sui
cattolici in territorio longobardo. Della sensibilit religiosa di Grimoaldo non
sappiamo assolutamente niente, pur se Paolo, la nostra maggior fonte in questioni del
genere, non giunto mai ad ammettere che alcuno dei suoi re sia stato ariano con
l'unica eccezione di Rotari. I re del tardo secolo VII e dell'VIII, divenuti ormai
chiaramente cattolici, non mostrano zelo maggiore dei re ariani. Lo stesso uso della
Chiesa come strumento politico per il rafforzamento dello stato, cosa ricorrente tra le
monarchie alto medievali, del tutto assente sino ai tempi della conquista franca13.
Alboino si convert all'arianesimo per evidenti motivi politici, e l'ultimo re che
sostenne l'arianesimo in modo attivo mor nel 590, soltanto venticinque anni pi tardi.
Non si tratt di un periodo sufficientemente lungo perch si installasse fra i
Longobardi la coscienza del valore potenziale dell'arianesimo come vessillo del
nazionalismo.
Un secondo problema costituito dal fatto che il colpo di stato del 626, in cui fu
rimosso Adaloaldo, venne aiutato dai vescovi cattolici del regno longobardo, come
possiamo apprendere da una lettera indignata di Onorio I14. La cosa non apparirebbe
molto strana se fosse vero che Adaloaldo aveva ricusato lo scisma dei Tre Capitoli,
come ha sostenuto Bognetti; ma abbiamo troppo poche prove per affermarlo. D'altro
canto, il fatto che sia i vescovi (cio i Romani) sia i Longobardi contribuissero alla
caduta di Adaioaldo, e che il Papa e l'esarca la deplorassero, mostra che contro
Adaloaldo non erano schierati soltanto i nazionalisti longobardi. Paolo afferma che
Adaloaldo impazz; possibile. Oppure, cos come era successo con Amalasunta e
Teodato un secolo prima, pu essere che avesse progettato una totale riconciliazione
con Bisanzio sul piano politico. Ma in ogni caso, supporre che ci fosse un
raggruppamento irredentistico fra i Longobardi, in forza di un'ideologia religiosa
coerente e dell'assunzione del ruolo di custodi della politica, pare superfluo e
anacronistico. Paolo ci fornisce un'unica prova della consapevolezza politica dei
Longobardi: quando nel 663 il nuovo re Grimoaldo torn al suo ducato di un tempo,
Benevento, per combattere un'invasione bizantina, molti Longobardi (fra cui il suo
reggente, Lupo, duca del Friuli) conclusero che non ne sarebbe tornato pi, e
abbandonarono la sua causa15. Ci non quadra molto con la visione politica
internazionale che Bognetti suggerisce come tipica dei nazionalisti del 626.
Personalmente, preferisco considerare l'alternanza di credo religioso nei re del VII
secolo come l'indice non della centralit della religione per i Longobardi, bens della
quasi totale irrilevanza del personale schieramento religioso all'interno di un sistema
politico assolutamente secolare. Diversamente dai Franchi, i Longobardi non ebbero
12

Epp.. 7. 23.
Cfr. O. Bertolini, I vescovi del regnum langobardorum al tempo dei Carolingi
(B3-c).
14
MGH Epp., III, p. 694.
13

15

Paolo H L 5 7 1 R

bisogno della Chiesa per rafforzare il proprio stato. Piuttosto, poterono far ricorso,
come vedremo, a parecchi residui delle istituzioni della tarda romanit.
D'altra parte, nelle nostre fonti possibile scorgere due diverse correnti all'interno
della monarchia del secolo VII, che possono venir collegate, con cautela, a fedi
religiose: da un lato, la tradizione di Agilulfo, della corte cattolica con legami col
cerimoniale e la cultura romani e bizantini, seguita dai discendenti del fratello di
Teodolinda, Gundoaldo, la dinastia bevarese, che govern pi o meno dal 652 al 712;
da un altro lato, quella che potrebbe venir definita la tradizione del paese, la
monarchia di uomini che avevano cominciato col titolo di duchi e s'erano legati alla
corte attraverso matrimoni: Arioaldo, Rotari e Grimoeldo. Le due tendenze non si
cristallizzarono in raggruppamenti politici; rappresentarono solo un contrasto fra le
origini sociali degli uomini che erano nella posizione di giungere al supremo potere
dellorganizzazione statale. Tuttavia, Rotari e Grimoaldo, almeno, agirono
diversamente rispetto ai Bavaresi. Promulgarono leggi e contribuirono alla
legislazione longobarda.
L'Editto di Rotari del 643 costituisce l'esposizione pi sistematica e su pi ampia scala
delle consuetudini germaniche giunta sino a noi e proveniente da un regno germanico,
con la sola esclusione dei Visigoti16. Ma il codice dei Visigoti fortemente
influenzato dal diritto rornano in generale. L'Editto di Rotari, viceversa, romano
solo per quel che riguarda il linguaggio, certe affermazioni basilari sulla propriet (e,
fino a un certo punto, il molo e la figura pubblica dello stato), e la sua inclusivit.
Entra attentamente nelle sfere della corte e dell'esercito, della compensazione per le
ferite, della propriet fondiaria e delle responsabilit (in misura minore), l'eredit, il
matrimonio, la schiavit, i crimini agricoli e la procedura legale. Rotari s'accontent
per lo pi di esporre le consuetudini, pur se di tanto in tanto ammise specificatamente
di aver alterato qualche usanza, cosi come fece nell'aumentare la compensazione
monetaria nel caso di ferimenti per rendere pi onorevole la rinuncia alle falde.
Redasse invece una serie il pi possibile vasta, con l'aiuto dei suoi consiglieri, delle
usanze longobarde e vi appose il suo nome. Si tratt di una cosa di stile tipicamente
germanico, e costitu una maniera per accaparrarsi prestigio del tutto diversa da quella
di Agilulfo. Inoltre, ebbe a cadere nel contesto della prima guerra longobarda
d'aggressione dopo quattro decadi, nella quale Rotari conquist gran parte dell'Emilia
e l'intera costa ligure. Ma la cosa fu resa possibile grazie alla organizzazione statale
risalente ad Agilulfo, all'interno di un sistema amministrativo di origine romana che
pot fornire il personale (sicuramente romano) necessario per raccogliere e redigere
388 articoli di legge, e che pot considerare l'Editto, una volta steso, un codice scritto
parallelo al codice romano, e suscettibile di mutamenti (con le aggiunte di Grimoaldo
e quelle dei sovrani dell'VIII secolo). Rotari non fu educato a corte e fu un ariano, ma
non si oppose alla tradizione di Agilulfo; costru su di essa. In modo simile, Cuniperto
(679-700) miglior l'amministrazione, e accrebbe l'importanza della capitale
longobarda, Pavia; ma uno dei cardini della sua amministrazione fu il codice
formulato da Rotari e Grimoaldo. Le due tradizioni, anzich opporsi, paiono
integrarsi.

16

A cura di F. Bluhme in MGH Leges, IV O F. Beyerle, Leges Langobardorum (Witzenhausen, 1962).


D'ora in poi si far riferimento alle leggi con i nomi dei re.

Grimoaldo giunse al potere nel 662 strappandolo ai due figli di Ariperto I, Godeperto
e Pertarito, iniziatori di una guerra civile che segn le origini di un conflitto
sanguinoso sfociato in una serie di violenti colpi di stato tra i loro discendenti
(completamente cattolici) nel 701-2. Grimoaldo era duca di Benevento, pur se figlio
di Gisolfo II del Friuli. La cosa interessante perch indica i rapporti di parentela fra
ducati situati ai poli opposti dell'Italia, nonostante l'indipendenza de facto di
Benevento. Ma il fatto che un duca di Benevento si potesse sentire sufficientemente
parte del sistema politico longobardo da reclamarne la corona suggerisce
qualcos'altro. Ci furono molti colpi di stato nella storia dei Longobardi: dieci o undici,
per non nominare che quelli che ebbero successo. A volte si interpreta ci come un
segno della debolezza politica dei Longobardi. Quanto fosse forte lo stato lo si vedr
fra poco, ma la tendenza a prendere il potere con un colpo di stato non un segno
della disgregazione dei Longobardi ma, al contrario, della sostanziale coesione del
sistema politico. Max Gluckman in uno dei testi classici di introduzione
all'antropologia sociale ha mostrato come la ribellione compiuta da gruppi che
rispettano i confini di un sistema politico pu rafforzare, piuttosto che minare, un tale
sistema.17Ha fatto l'esempio degli Zul, nel cui stato le comunicazioni etano cosl
difficili che sarebbe stato facile per i vari sovrani locali mantenersi indipendenti.
Invece, quei sovrani potevano, ribellandosi, aspirare al titolo reale, e le periodiche
guerre civili, scoppiate attorno a candidati rivali in lizza per il regno unitario,
rafforzarono quell'unit. In modo simile, possibile vedere come l'indipendenza dei
duchi longobardi all'interno del regno sia stata distrutta da Agilulfo e come, dopo il
regno di questi, non si trovino pi duchi alla ricerca dell'indipendenza. Diversamente,
essi cominciarono ad aspirare al trono, con Arioaldo di Torino nel 626, Alachi di
Trento nel 688 circa, Rotari di Bergamo nel 702 circa, Rachi del Friuli nel 744,
Desiderio di Brescia nel 756, e altri. I1 fatto che anche Grimoaldo abbia compiuto
questo tentativo nel 622 sta a indicare che per certi aspetti anche Benevento poteva
essere coinvolta in tali esperienze pur se eccezionalmente. Grimoaldo lasci suo figlio
Romoaldo come duca indipendente, e fu solo nel quarto decennio dell'VIII secolo che
Liutprando sottomise il sud al controllo reale Se ne pu dedurre che, nonostante il
legame ereditario con la dinastia bavarese che perduro con qualche interruzione fino
al 712, il sistema politico longobardo permetteva a coloro che, sia ariani sia, sempre
pi, cattolici, ritenevano di poter raccogliere attorno a s forze militari e politiche
sufficienti a conquistare il potere, di esplicare pienamente le proprie personali
ambizioni. Ci pu produrre una debolezza nel sistema politico, ma non
necessariamente, e nel caso dei Longobardi non la produsse18. Argomenti simili
potrebbero essere addotti in merito ai problemi sulla successione tra i Visigoti in
Spagna nel secolo VII.
La corte reale e la costruzione dello stato costituivano la base del potere reale
longobardo. Entrambe si reggevano su una capitale, Pavia, dove si trovava il palatium
reale o curtis regia. Non che Pavia avesse avuto sempre quel ruolo (Alboino
probabilmente le prefer Verona, e Agilulfo Milano), ma verso il 620 fu pi o meno
accettata come la citt principale, e lo rimase per quattro secoli. Venne arricchita di
edifici monumentali che esprimessero quel suo ruolo: il palazzo stesso, di origini
ostrogote, un'intera serie di chiese fondate da re e regine a partire almeno dalla met
17
18

M. Gluckman, Custom and Confict in Africa (Oxford, 1959), pp. 28ss., 43-7.
Cfr. R Schneid (B3-b), pp. 5-63, 24-58.

del secolo VII, e uno dei pochi complessi termali che si sappia funzionante in quel
secolo. Se non fu modellata esattamente su Costantinopoli, lo fu sul modo in cui
quella citt era concepita, e, pi direttamente, su Ravenna. Eccettuando la Toledo dei
Visigoti e la Aquisgrana di Carlo Magno (che fu per poco tempo capitale), non ebbe
alcun parallelo nell'Europa occidentale. Sin dai tempi di Cuniperto in poi, possibile
rintracciare una successione di grammatici che vi han risieduto, con lo stesso Paolo
Diacono sotto Desiderio attorno al 760, e divenne probabilmente gi allora il centro
degli avvocati e dei notai, anche fuori dai confini della corte reale vera e propria19
L'organizzazione centrale dello stato era chiaramente di derivazione romana.
Esistevano alcune cariche cerimoniali appartenenti di certo alla tradizione longobarda,
marpabis, scilpor, scaJard, antepor, stolesaz, molte delle quali sono difficilmente
definibili pur se sappiamo che lo stolesaz era il tesoriere (incarico particolarmente
importante alla corte di Benevento, che imit le tradizioni longobarde), e il marpabis
a volte chiosato come strator o stalliere. Ma dall'epoca in cui cominciamo ad aver
documenti della corte, cio dal regno di Liutprando, non sono tanto quelle figure che
incontriamo, quanto incarichi di chiara origine romana, maiordomus, vesterarius,
camerarius, actionarius, e in particolare il referendarius e tutta una serie di notari di
corte. Questi ultimi erano incaricati di redigere i diplomi reali, registrazioni formali di
decisioni e doni del re, che venivano stilati prima dal referendarius. I1 maiordomus e
gli altri avevano incarichi pubblici, sia domestici che amministrativi, a Pavia, ma
funzionavano anche da rappresentanti, almeno parziali, del sovrano nel resto
dell'Italia, come una sorta di missi carolingi. Era a loro che venivano sottoposti casi
giuridici difficili nelle province. Liutprando invi il maiordomus Ambrosio nella
primavera del 715 e il notarius e missus reale Gunteramo nell'estate dello stesso anno
a sentire le prime discussioni dell'interminabile disputa relativa ai confini tra le
diocesi di Siena e di Arezzo20. Tutti quei funzionari pubblici, con l'aiuto degli
stratores, davano udienza anche a Pavia. Tali funzioni giuridiche rendono difficile
separare i singoli compiti di ciascuno di loro, tanto che i funzionari di palazzo, in
modo simile ai duchi e ai gastaldi delle province, sono spesso chiamati semplicemente
iudices. Ma a Pavia formavano comunque un gruppo ben definito, potenzialmente
disponibile per chiunque avesse bisogno della ratificazione reale di un atto giuridico o
desiderasse appellarsi contro una decisione della magistratura. I re o i loro pi vicini
rappresentanti dovettero ratificare molti atti giuridici assai banali, nei nostri testi
dell'VIII secolo, quali la copia autentica di una concessione fondiaria fatta da un
notabile toscano durante il regno di Astolfo, o una piccola alterazione di dettagli nel
testamento di Gisolfo strator di Lodi nel 759. Nel 771 i tre proprietari di una chiesetta
privata nei pressi di Lucca si appellarono al re in una disputa legale col vescovo
Peredeo, Desiderio ingiunse a Peredeo di riconsiderare le loro istanze e di riconosere i
loro diritti, cosa che il vescovo fece21. I1 re mantenne in uso ~nche molte prerogative
e molti oneri del tardo stato romano: la zecca, ia determinazione dei prezzi, la
conservazione delle mura cittadine22. La presenza di Pavia quale forza politica nel
19

D.A. Bullaugh, Urban change in Early Mediaeval Italy: the example of Pavia (5-b); E. Ewig,
Residence et Capitale pendant le haut meyen age, Revue Historique, CCXXX (1963), pp. 3647; CR. Bruhl, Fodrum, Gistum, Servitium regis (dora in poi: F.G.S.) (Colonia, 1968), pp. 368-75.
20
Schiaparelli, 19, 20;CR. Bruh1 (curatore), Cod. Dsp. Long., III (di seguito:
Bruhl) (Roma, 1973), nn. 12, 13. Per i funzionari: F.G.S., pp. 377-80.
21
Schiaparelli, 137,163, 255.
22
Per le zecche: Rotari 242 (solo Benevento aveva una zecca indipendente).
Per la determinazione dei prezzi: Memoratorium de Mercedibus Commacinorum

regno fu senz'altro efficace. Una cosa soltanto contraddistingue nettamente il regno


longobardo dal tardo Impero e dallo stato degli Ostrogoti: non riscosse imposte
fondiarie. Di certo i re ricevettero abbondanti proventi dalle tasse sulle attivit
commerciali, dazi di importazione, imposte sulle vendite e dazi portuali, fra i quali
pressoch impossibile distinguere chiaramente: datio, teloneum, siliquaticum,
ripaticum, portaticum, tutti con radici tardo romane. Poterono anche beneficiare di
manodopera di corve (angaria, scuvide o utilitates), da parte probabilmente di uomini
liberi romani e longobardi23. Ma gli imperatori avevano considerato tutte queste
tassazioni come banalit in confronto all'imposta fondiaria, che era stata la vera fonte
di sostentamento dello stato. Nel caso in cui quell'imposta sia rimasta in vigore in
epoca longobarda, ci pu esser successo solo in modo frammentario e irrilevante. Ad
esempio, in un diploma di Carlomagno del 792 si fa riferimento a una decima versata
in precedenza allo stato dalla chiesa di Aquileia; se il peso di quelle tasse fosse stato
per rilevante e normale, ne avremmo senz'altro qualche cenno in altri documenti24.
La mancanza di un'imposta fondiaria, per, muta l'intero rapporto fra stato e societ.
L'imposta era stata essenziale per il funzionamento di intere attivit sociali, quali il
mantenimento dell'esercito. Aveva costituito senz'altro la voce di maggior peso
finanziario per contadini e proprietari terrieri, e la sua raccolta annuale aveva segnato
certamente il momento in cui lo stato gravava maggiormente sulla societ. Non deve
sorprendere che sia scomparsa durante le invasioni longobarde, considerata la
difficolt che c'era sempre stata a riscuoterla. Sopravvisse per nell'Italia bizantina.
L'esercito longobardo trov invece il proprio sostentamento dall'insediamento diretto
sulle terre (cfr. pp. 92 ss.). Ma ci signific che, per quanto romane fossero le forme
dello stato longobardo, il suo peso istituzionale era molto diverso. Se si eccettuano
proventi straordinari, quali bottini di guerra o confische legali, le risorse finanziarie
dello stato derivavano ora quasi esclusivamente dalla sua stessa propriet fondiaria.
Cos che la propriet fondiaria divent in questo periodo pi che uno strumento per
ottenere il potere e l'influenza politici, come era stato con i Romani, il potere politico
vero e proprio. L'esercito venne ora organizzato localmente, come una sorta di dovere
pubblico, sotto il controllo dei duchi. Tuttavia, i duchi tendevano a rappresentare
anche i maggiori proprietari privati di terreni nei rispettivi loro territori, e avevano i
propri dipendenti; verso il 750 l'obbligo di fornire forze militari fu gi misurato
secondo la propriet fondiaria. Per cui il modello sociale, pur se inserito in una
struttura politica che doveva le sue linee generali alla tarda romanit, era gi divenuto
ampiamente feudale . Fintantoch l'Impero poteva riscuotere le sue imposte esso
rimaneva ipso facio un'istituzione potente e sovrastante. Dall'epoca longobarda in poi
lo stato ebbe a dipendere per la sua stessa esistenza, pi esplicitamente e direttamente,
dal consenso: il consenso dei suoi sostenitori pi potenti, i duchi (e, pi tardi, i conti)
e gli altri proprietari terrieri. Per il momento, in ogni caso, non aveva alcuna difficolt
ad ottenere quel consenso. I re (con l'eccezione di Grimoaldo) non sembrano aver
dovuto essere troppo generosi con i loro sostenitori per ottenere il loro appoggio,
diversamente da quanto accadde per altri sovrani dell'Alto Medioevo. Solo a partire
dal 900, da quando cio il potere statale cominci a venir meno, i sovrani presero a
rilasciare grandi concessioni di terra. Nel frattempo, la sopravvivenza di un sistema
MGH Leges, IV, pp. 176~0. Per le mura di cinta cittadine V. Fainelli (curatore)
Codice Diplomasico Veronese, I (venezia, 1940), n. 147.
23
Brhl, 19, 27, 43, 44
24
MGH Dipl. Kar., I, n. 174; cir. P.S. Leicht, Studi sulla propriet fondiaria nel medioevo, II (Padova,
1907), pp. 47-54 per il materiale ma non per le conclusioni.

legale complesso che si basava sui centri di potere regi, e su un equilibrio di forze nei
centri minori, la citt, costituiva la base pi sicura per l'egemonia dei re longobardi,
come vedremo nei capitoli seguenti.
L'amministrazione locale longobarda era pure, in massima parte, di derivazione
romana. I1 regno risultava da un complesso di circoscrizioni locali che
corrispondevano, nella maggior parte, ai territori cittadini e alle diocesi ecclesiastiche
romani. A controllarli c'erano duchi e gastaldi, che vivevano nelle citt, rafforzando
cos il predominio che le citt avevano sempre avuto sui territori circostanti. A volte si
verificavano cambiamenti, quasi sempre chiaramente motivati. La difesa dei confini
locali era il motivo principale, e produceva grandi ducati come il Friuli, o in altre aree
una proliferazione di distretti amministrativi basati su castra, roccaforti difensive,
come Castelseprio e Sirmione ai piedi delle Alpi, e un'intera catena di castra negli
Appennini toscani ed emiliani a controbilanciare le difese appenniniche bizantine25.
Laddove i confini fra territori di singole citt venivano a mutare, le citt che
perdevano appezzamenti tendevano a fare resistenza, cos che i re dovevano risolvere
le dispute, come accadde tra Parma e Piacenza (almeno quattro volte fra il 626 e
1'854) e tra Siena e Arezzo. In quest'ultimo caso, i confini amministrativi di Arezzo
non s'erano veramente estesi; tuttavia, all'inizio del VII secolo, durante una lunga
vacanza di vescovi a Siena, la diocesi di Arezzo era giunta a includere una ventina di
chiese senesi. I vescovi senesi considerarono una tal cosa un'anomalia intollerabile e
vennero appoggiati dai propri gastaldi. Liutprando stette dalla parte di Arezzo, e cos
accadde anche per una serie di re e di papi, pur se un giudizio contrario espresso da
papa Leone IV nell'850 ingarbugli tanto la disputa da impedirne la soluzione per
molti secoli26.
Ovviamente, in qualit di duchi furono nominati i capi militari dell'esercito di
Alboino, collocati subito in singole citt, e presto incaricati anche di responsabilit
civili. I gastaldi, invece, pare fossero originariamente gli amministratori locali del
fisco reale (cio le entrate del re, derivanti allora quasi esclusivamente da terreni). Per
Rotari di certo le due funzioni pubbliche coesistono nella stessa citt e anzi egli le usa
come meccanismi di appello27. Ma sotto Agilulfo si nota che i gastaldi rimpiazzano i
duchi nelle citt ribelli, e in Toscana la maggior parte delle citt (tranne Lucca e
Chiusi) sembrano non avere avuto mai alcun duca. Nei ducati meridionali, i gastaldi
costituivano gli unici rappresentanti politici locali, ma erano per totalmente
sottoposti ai duchi che reggevano il governo centrale a Spoleto e a Benevento. I1
ruolo duplice dei gastaldi sembra essersi cristallizzato a Siena tanto che nel 715
coesistettero due gastaldi. Non si pu sapere con certezza se la netta separazione dei
poteri fu una caratteristica diffusa; ma a Lucca, almeno, la curtis regia ovvero il centro
politico-amministrativo locale era geograficamente separato dalla curtis ducalis, la
corte del duca, e a Brescia, nel 759-60, il re Desiderio distinse nei suoi diplomi tra la
propriet del re (curtem nostram), la propriet ufficiale del duca (curtis ducalis) e la
propriet personale da lui posseduta, o affidatagli, quando si trov duca in quella citt

25
V. Fumagalli, L'amministrazione periferica dello stato nell'Emilia occidentale in et carolingia (B3c).
26
Tutti i documenti sono riuniti convenientemente in U. Pasqui, Documenti per
la storia della citt di Arezzo nel medioevo, I (Firetue, 1890). 2s Rotari 234.

27

Rotari 23-4

sotto Astolfo28. Duchi e gastaldi godettero entrambi di un considerevole rispetto locale


e mostrarono grande impegno nelle vicende locali, ma significativo che, con rare
eccezioni, non sia possibile ripercorrere dinastie degli uni o degli altri. Agli inizi ne
ebbe una il Friuli, ma essa si perse nel quarto o quinto decennio del secolo VII. La
stessa Spoleto mut dinastia parecchie volte, subendo di solito le pressioni dei re.
Soltanto Benevento continu indisturbata (sotto l'ex dinastia friulana), almeno sino al
regno di Liutprando.
Per quanto riguarda ambiti di minore ampiezza delle citt-territorio, d'altra parte, la
confusione estrema. Le leggi alludono a funzionari pubblici minori, gli sculdabis, il
centenarius e il lecanus. Si sono fatti vari tentativi di organizzarli in gerarchie
verosimili con verosimili circoscrizioni; in generale per non s' avuto alcun
successo. Non c' alcun motivo per credere che avessero nell'Italia longobarda le
stesse funzioni che adempivano altrove. In alcuni casi, tali funzionari devono avere
avuto responsabilit locali: chiaro che Liutprando lo d per scontato nelle sue leggi,
e di tanto in tanto troviamo riferimenti a decani e centenari, responsabili forse per i
villaggi toscani e i territori relativi. Pi a nord, comunque, non si riesce a trovarne
tracce nel periodo longobardo. Nel ducato di Spoleto pare che entro il gastaldato di
Rieti gli sculdabes abbiano avuto incarichi ufficiali, ma solo nella cerchia del
gastaldo, e non fuori di quella citt29. La relativa omogeneit del governo centrale e
dell'amministrazione cittadina sparisce completamente a livello locale. Non si pu
dire se ci fosse risultato del caos delle guerre gotiche e longobarde o se invece sia
soltanto la pi antica prova documentata in nostro possesso di contrasti ancor pi
remoti. L'unit locale base dello stato longobardo fu essenzialmente la citt con il
territorio che la circondava; essa costituiva una struttura cellulare, in parte risultato
della volont di Alboino di lasciare il governo delle citt ai duchi, ma soprattutto
continuazione della tradizionale ripartizione sociale e geografica dell'Italia.
Soddisfatta la coerenza a questo principio, il problema delle unit minori pare aver
contato poco.
Con lVIII secolo, tale quadro politico si consolida. Grimoaldo sconfisse l'ultimo
tentativo bizantino di riconquistare territori longobardi, sotto l'imperatore Costante II
nel 663, e ne seguirono sessant'anni di pace, con l'eccezione di alcune espansioni dei
Beneventini (Taranto e Brindisi nel penultimo decennio del VII secolo, la Valle del
Liri nel 702 circa). La dinastia bavarese si distrusse da s attraverso una serie di colpi
di stato a catena tra il 701 e il 712, e nel 712 il suo ultimo re, Ariperto lI (701-12),
venne spodestato da Ansprando. Ansprando mor quello stesso anno, e gli successe il
figlio Liutprando (712-44). Liutprando e i tre principali suoi successori, Ratchis (7449), Astolfo (749-56) e Desiderio (757-74) mostrano identit individuali e
atteggiamenti sottilmente differenti. Diviene cos possibile una storia politica30.
I1 padre di Liutprando era stato il tutore di Liutperto (700-2), figlio di Cuniperto, ed
era salito al potere con l'aiuto militare del duca dei Bavaresi. In senso politico era
chiaramente l'erede di Cuniperto, tuttavia non rientrava nella tradizione dinastica della
corte di Pavia, e per quel che riguarda le sue gesta si mostr pi un seguace di Rotari
28

29

Per Siena: Brhl, 13; Brescia: Brhl, 31, 33. Cfr. F.G.S., pp. 365,-6.

Liutprando 44; Schiaparelli, 19, 86, 184; E. Saracco Previdi, Lo sculdahis nel territorio longobardo
di Rieti (B3-c).
30
Per la storia dell'VIII secolo, cfr. L.M. Hartmann (Bl) II;. Bertolini (B6-b).

e Grimoaldo. Con Liutprando venne a configurarsi nella sua completezza la sintesi


delle due tendenze della monarchia longobarda nel VII secolo. I1 suo primo gesto, nel
713, fu di rivedere le disposizioni del codice di Rotati in merito all'eredit. La rapidit
della revisione sintomatica: ci deve essere stata una considerevole pressione
popolare a favore di maggiori diritti ereditari per le donne e della legittimazione delle
donazioni lasciate alla Chiesa. Liutprando stesso ne accenna in una notizia del 733 in
cui si lamenta dell'avidit dei funzionari reali, e si chiede perch non s'accontentino
delle concessioni di cui gi godono. I provvedimenti sembrano avere avuto un
riscontro immediato; quasi le prime donazioni alla Chiesa di cui ci sia giunta notizia,
seguono subito nel 71431. L'importanza della legittimazione esplicita di atti giuridici
da parte dei re dimostra quanto fossero forti l'autorit del re e della legge, come
vedremo nel capitolo quinto. Dimostra altres l'influsso del diritto romano, poich
questi mutamenti andavano nella direzione della pratica legale romana. I Romani
costituivano la gran maggioranza degli abitanti dell'Italia longobarda, ma cominciano
a spuntare solo nelle fonti che documentano il regno di Liutprando, pur se alcuni
s'eran gi notati nel VII secolo, come Pietro figlio di Paolo, l'aiutante di Adaloaldo, e
la nobildonna romana Teodota, di cui s'innamor Cuniperto alle terme32. I1 rapporto
fra Romani e Longobardi verr discusso pi avanti, ma possiamo notare fin d'ora
come Liutprando fosse stato influenzato dal diritto romano. Non per in modo
indiscriminato: elementi romani ebbero a inserirsi in una cornice legale fermamente
longobarda. Il resto della legislazione sull'eredit, ad esempio, rimase totalmente
longobardo. Cos ancora, nel 731, Liutprando: rese il combattimento conosciuto come
giudizio di Dio un avvenimento dal valore accuratamente circoscritto: poich
non siamo sicuri sulla verit del giudizio di Dio, e abbiamo saputo di molti che hanno
perduto la loro causa ingiustamente; ma, poich esso rientra nelle tradizioni della
nostra gente longobarda, non possiamo proibire del tutto la legge che lo autorizza 33.
Sentimenti nobili, tipici della nazionalit dei giudizi ad hoc di Liutprando; essi sono
comunque fermamente soggiogati alle norme del diritto longobardo. Questa cornice
Longobarda tradizionale che circondava ogni innovazione legale fu l'elemento
caratterizzante della versione di Liutprando della sintesi del VII secolo.
Liutprando legifer durante l'intero suo regno, con l'eccezione degli ultimi nove anni,
aggiungendo 152 articoli all'Editto (158 se includiamo anche i sei capitoli della notitia
de acioribus regis, che nella sua essenza si configura come precorritrice del capitolare
carolingio). Per il resto egli tenne sotto fermo controllo i suoi duchi e, dopo il 126,
attacc con una certa sicurezza tutte le altre potenze della penisola. Nel 726-7 invase
l'Esarcato e l'occup per intero con la sola eccezione di Ravenna; quando se ne ritir,
mantenne sotto il suo controllo le zone pi occidentali. Nel 732-3, nel 740 e nel 743
ne rioccup le altre parti, compresa, stavolta, Ravenna. Nel 733 scese verso il sud, e
mise il nipote Gregorio al potere a Benevento. Nel 739, in reazione ad unalleanza a
lui ostile fra Spoleto, Benevento e il papato, espulse il duca di Spoleto e occup
quattro citt appartenenti a Roma, prima di tornarsene a nord per aiutare Carlo
Martello nella guerra contro gli Arabi in Francia. Nel 742 torn nel sud e cacci via i
duchi sia di Spoleto che di Benevento, tornando a nord solo nel 743 per occupare;
Ravenna: All'improvviso, per la prima volta dopo sessant'anni, il potere militare
longobardo dimostrava di non avere alcun rivale in Italia. Al tempo di Rachi, Spoleto
31
Liutprando 1-6 e Notitia de actoribus regir, 5; Schiaparelli, 16, 18 (I'unica precedente donazione la
14, del 710).

32
33

MGH Epp., III, p.694; Paolo, H.L., 5.37.


Liutprando 118.

viene assorbita entro la cornice del regno: le sue pratiche notarili dipendono sin da
allora da Pavia, e i re acquisiscono il diritto di alienare le propriet dei duchi. Tra il
751 e il 756 Astolfo elimin addirittura la figura del duca34. Come conseguenza,
Spoleto sarebbe stata incorporata saldamente nell'Impero Carolingio. Anche
Benevento, almeno parzialmente, fu assoggettata a Pavia, pur se in questo caso solo
come conseguenza del riconoscimento della supremazia del settentrione, rafforzata
dalla capacit degli eserciti settentrionali di spodestare in qualsiasi momento i suoi
duchi. Cosa intendesse fare Liutprando delle parti bizantine dell'Italia meno certo.
Non sembra avere avuto progetti di occupazione territoriale permanente in merito ai
possedimenti romani, e, nel 744, dietro richiesta del papa Zaccaria, evacu Ravenna.
Pare avesse riconosciuto un'esistenza indipendente e legittima all'Esarcato, pur se non
ai ducati longobardi. Quando giunse al potere Astolfo, le cui idee erano alquanto
differenti, l'equilibrio internazionale delle forze era mutato.
Ildeprando successe allo zio Liutprando, ma fu destituito quasi subito da Rachi del
Friuli (744). Rachi pare aver seguito la politica di Liutprando, attaccando Roma e
Ravenna, e poi ritirandosi. Le sue quattordici leggi del 746 rientrano nelle tradizioni
di Liutprando. I1 problema che maggiormente afflisse il suo regno quello dell'abuso
di potere da parte degli iudices (duchi e gastaldi) e dell'opposizione illegale nei loro
confronti. Non si trattava di un problema nuovo per i re longobardi (o per i loro
predecessori): sia Rotari che Liutprando lo affrontarono nelle loro leggi, e Rachi
stesso usa termini tardo-romani, quali patrocinium, nella propria analisi della
situazione35. In effetti, i re longobardi, come tutti i sovrani medievali, erano
praticamente impotenti dinanzi all'abuso di potere da parte dei loro rappresentanti
locali (quello che Rachi definisce il favoritismo nei confronti di dipendenti, parenti,
amici, o persone che sborsavano denaro), in quanto il loro potere locale era basato
proprio su quei rappresentanti. Si pu dire che almeno qualche tentativo venne fatto,
come indicano le leggi; e, per esempio, Liutprando cacci Pemmo (padre di Rachi)
dal ducato del Friuli, per aver questi trattato iniquamente il patriarca di Aquileia36.
Quel che queste leggi non mostrano la presunta insicurezza vissuta da Rachi di
fronte alla crescente inquietudine civile; inquietudini di tal sorta erano comuni nella
societ altomedievale. Pi serie furono le misure che egli prese soprattutto contro la
Francia37, per proteggere i confini dalle infiltrazioni di nemici e di spie, e dalla fuga di
informazioni segrete e di persone.
La Francia fu sempre pi potente del regno longobardo, anche durante l'eclissi politica
dei Merovingi nel tardo VII secolo, e i Longobardi fecero bene attenzione a rimanere
in rapporti amichevoli. Dopo il regno di Agilulfo, le due potenze si mantennero
alleate, con l'unico intervallo dell'invasione dei Franchi nel 662 (a favore del re
esiliato Pertarito), fino al regno di Liutprando. Come s' visto, Liutprando e Carlo
Martello combatterono assieme contro gli Arabi. Quando nel 740 il papa Gregorio III
chiese l'aiuto dei Franchi contro Liutprando, questo gli fu negato. Ma il papato aveva
sempre pi bisogno dei Franchi contro i Longobardi, in quanto gli imperatori
bizantini, sia per differenze religiose che per le guerre in Oriente, non erano pi
disposti a venire in aiuto di Roma. Dopo la morte di Carlo Martello nel 741, il papato
34

D.A. Bullough, The writing-office of the dubes of Spoleto in the eighth century (A3-b)
Rotari, prologo; Liutprando 59; Rachi 1,10,11,14.
Paolo, H.L., 6. 51.
37
Rachi 9, 12, 13; anche Astolfo 4, S. Cfr. G. Tangl, Die Passvorschrif des konigs Ratchis (B3-b).
35
36

e i Franchi avviarono un ravvicinamento che port al riconoscimento papale della


dinastia carolingia come dinastia reale in Francia, nel 752. Era pi che logico che
Rachi se ne preoccupasse: la Francia era anche la patria tradizionale degli esuli
longobardi e avrebbe potuto, volendo, aiutarli. Nel 749 egli si ritir nel monastero di
Montecassino, dopo essere stato destituito (probabilmente con un colpo di stato) dal
suo energico fratello Astolfo. I problemi si acuirono. Come abbiamo detto, Astolfo
assorb completamente Spoleto. Nel 751 occup Ravenna, con tutta l'intenzione di
rimanervi, come si pu vedere dalle testimonianze relative alle edificazioni (poi
interrotte) da lui intraprese in qella citt. Nel 752 chiese il tributo dei Romani, e il
controllo sui castra della campagna romana. Dopo il fallimento dei negoziati, il papa
Stefano II si rivolse ai Franchi. Nel 755 (o 754) i Franchi, guidati da Pipino III,
attaccarono; Astolfo li affront in una battaglia campale e perse. Dentro l'assediata
Pavia firm l'accordo coi Franchi, cedendo al Papa tutto l'Esarcato (contro il desiderio
dei ravennati, che certo preferivano il dominio dei Longobardi piuttosto che quello del
Papa). A seguito della rottura della pace, nel 756, Pipino invase nuovamente il regno
longobardo e si giunse a un nuovo accordo. Entro l'anno Astolfo mor.38
In generale gli storici hanno giudicato severamente Astolfo, vedendolo
esclusivamente con gli occhi dei suoi nemici. La storia di Paolo si ferma al 744, e del
resto la sua ipersensibilit in merito ai cattivi rapporti fra re longobardi e papato lo
avrebbe reso poco affidabile per il periodo seguente. Ci restano soltanto gli annali dei
Franchi e il Liber Pontificalis romano, analisi condotte con animo per nulla amico.
Quest'ultimo non lesina le parole nell'esprimere la sua opioione su Astolfo: il pi
malvagio, il pi feroce, spaventoso, empio, blasfemo, son tra gli epiteti pi laconici.
In realt, Astolfo stava solo portando alle loro logiche conclusioni le linee politiche di
Liutprando. Si pu dire unicamente che ebbe la sfortuna di regnare in un momento in
cui i Franchi si mostrarono disposti a intervenire, poich i Franchi erano invincibili.
Non fu neanche in vera opposizione nei confronti del papa, dal punto di vista
religioso. Nel 7S2, nel bel mezzo delle sue campagne militari, deleg Roma a
decidere in merito alla terza fase della controversia fra Siena e Arezzo, affermando
che la cosa non era di sua competenza. Neanche Liutprando era giunto a ci. Le sue
leggi mostrano preoccupazioni assai simili a quelle di Rachi, con forse l'aggiunta
significativa di una legge che castigava la tendenza dei potenti a fuggire dai doveri
militari. I Longobardi, probabilmente, erano assai meno pronti dei Franchi allo stato
di guerra permanente: parecchi aristocratici longobardi, come noto, fecero
testamento prima di scendere in campo contro Pipino, e questo non contribu certo
all'efficacia di Astolfo contro i Franchi39.
I1 regno di Desiderio (757-74) ha tutta l'aria di un commento in appendice sull'intera
situazione. All'inizio, Desiderio cominci, con l'appoggio papale, vincendo una guerra
civile contro Rachi, riapparso momentaneamente da Montecassino per reclamare il
trono. Dapprima visse nellombra dell'alleanza franco-papale, pur se ci non gli
imped di controllare almeno Spoleto e Benevento. Dopo il 768, la morte di Pipino e

38
Per Astolfo, cfr. Ia biografia sotto la voce Astolfo in Dizionario biografico degli Italiani, Iv
(Rorna, 1962), pp. 467-83.
39
Astolfo 7; Pasqui, n. 11; Liber Pontificalis, (a cura di L. Duchesue, Roma, 1886), pp. 441-S4;
Schiaparelli, 114, 117.

una difficile successione a Roma gli dettero l'opportuoit di riaffermarsi, ma i re


longobardi ormai erano in trappola. In un'epoca di pi
Netti confini (i Longobardi avevano persino introdotto i passaporti), i Longobardi non
potevano accettare tranquillamente l'esistenza dello stato pontificio nel centro
dell'Italia. Ma, quando Desiderio fu forte abbastanza da poterlo attaccare (nel 772-3),
a Roma c'era un papa della forza di Adriano I (772-94), e il figlio di Pipino,
Carlomagno, era unico re in Francia. Carlomagno, piuttosto controvoglia, invase
lItalia nel 773 e sconfisse un esercito longobardo ai piedi delle Alpi. Tra l'autunno
773 e il giugno 774 assedi Pavia e Verona, e quindi, entrando trionfalmente in Pavia,
s'incoron re.
I1 regno longobardo cadde per la semplice ragione che la logica geografica imponeva
a qualsiasi re longobardo ambizioso di opporsi al pontefice in un momento in cui il
pi forte esercito d'Europa era pronto a combattere dietro richiesta del papato. D'altra
parte Desiderio, nelle sue attivit interne, pare esser stato tanto fiducioso e sicuro
quanto ogni suo altro predecessore. Di certo ebbe un'opposizione all'interno: il
cognato di Astolfo, Anselmo, abate di Nonantola, si rifugi a Montecassino nel 760
circa, e torn solo dopo la conquista franca; e un documento reale del 772 elenca nove
nobili infideles, uno dei quali, Augino, se n'era scappato proprio in Francia. Ma tutto
ci avrebbe avuto ben poco peso se i Franchi fossero rimasti neutrali; conflitti di quel
tipo non costituivano alcuna novit. Inoltre, nel 773-4, la gente si raccolse attorno a
Carlomagno, e gli Spoletani cacciarono via il duca Teodicio che stava dalla parte di
Desiderio. Adriano stesso; scelse Ildeprando, come suo successore.40 Ma tale
prontezza nello scendere a patti con i Franchi non pu essere considerata una causa
della caduta di Desiderio, poich ebbe luogo solo dopo la sconfitta militare
dell'esercito longobardo, quando gli italiani si resero conto che Desiderio aveva i
giorni contati. I1 regno longobardo era militarmente pi debole di quello dei Franchi,
ma Carlomagno eredit uno stato forte e bene organizzato.

Il Regno Carolingio
Carlomagno fu in Italia nel 773-4 per meno di un anno. Pavia cadde in giugno; prima
della fine della stagione delle campagne militari egli se ne torn al nord, a combattere
in Sassonia. Ci istitu una tradizione che perdur per tutto il periodo in cui vi furono
re d'Italia: governo d'oltralpe signific monarca assente. Carlomagno ritorn solo
quattro volte prima della sua morte nell'814 (776, 780-1, 786-7 e 800-1, quando gli
venne dato il titolo simbolico di imperatore da papa Leone III), ma cinque anni sono
notevoli quando si pensa a ci che fecero alcuni dei suoi successori, e deriv dal suo
desiderio di stabilizzare una parte dell'impero appena conquistata. In ogni caso, i
Longobardi non gli provocarono molti guai. Adriano I gli scrisse per avvertirlo di un
complotto, nel 775, fra diversi duchi longobardi e l'imperatore bizantino, ma quando
esso scoppi nel 776 solo uno o due duchi vi erano effettivamente coinvolti, e il loro
capo, Rodgaudo del Friuli, cadde durante la battaglia. Carlomagno avrebbe potuto
prendere l'occasione per allontanare dal loro incarico tutti i duchi longobardi, ma
prefer aspettare che morissero per sostituirli con conti franchi, e almeno un vecchio
ribelle, Aione, venne perdonato nel 799 e reinsediato, e il figlio di questi, Alboino,
40

Brhl, 44, Liber Pont., I, pp. 495-6.

divenne pure lui conte, durante il regno seguente. I ribelli longobardi persero i loro
possedimenti, che furono confiscati, ma i loro parenti pi fedeli conservarono le
proprie terre. Di tanto in tanto venivano portati in Francia alcuni ostaggi, fra cui i
vescovi di Lucca, Pisa e Reggio Emilia, e probabilmente il fratello di Paolo Diacono,
Arichis, ma verso il 780 erano stati rilasciati quasi tutti. Pu darsi comunque che
l'esercito di Carlomagno abbia tenuto un atteggiamento meno cauto: nel 776 egli
dovette emanare un capitolare riguardante le conseguenze di una seria carestia,
causata probabilmente dalle invasioni militari 41
Da quel momento, il regno longobardo divenne un regno dipendente dall'impero
franco, e le sue istituzioni cominciarono a mutare lentamente. Verso 1'814, i duchi
longobardi erano divenuti conti, per lo pi franchi o alemanni; missi franchi sedevano,
in qualit di messaggeri del re, alle corti locali. Ma l'influsso delle popolazioni
settentrionali in Italia fu piuttosto lento, e alla morte di Carlomagno era appena agli
albori. La politica locale e le corti locali non mutarono molto d'aspetto durante la
dominazione carolingia. Rimasero in piedi sia le strutture sociali italiane che le norme
che governavano l'attivit politica. Ci accadde in parte anche perch si trattava di
norme non dissimili da quelle dei Franchi: l'Italia e la Gallia si erano sviluppate in
direzioni molto simili, fino a un certo punto, almeno. Per esempio, nel 774
Carlomagno cedette due valli alpine strategicamente importanti, la Valtellina e la
Valcamonica, ai monasteri franchi di San Dionigi e San Martino di Tours, compiendo
le uniche grandi donazioni di terra regia durante il suo regno. Si tratt di una classica
azione politica franca. Tuttavia, gli ultimi re longobardi s'erano comportati
esattamente allo stesso modo con i monasteri da loro patrocinati, cosa che accadde per
esempio quando i re friulani Rachi e Astolfo incoraggiarono i Friulani a fondare i
monasteri importanti, anche strategicamente, di Sesto, Nonantola e del Monte
Amiata42. La politica rimase, sotto i Carolingi, quella che era stata sotto i Longobardi:
una politica basata sulla propriet fondiaria.
La conquista franca non apport grandi modifiche alla mappa dell'Italia. Ovviamente,
Carlomagno aveva conquistato solo il nord ed il centro dell'Italia, il regno longobardo
e il ducato di Spoleto. Spoleto: rimase parte del regno italico (come cominci a venir
chiamato), pur se gran parte delle sue attivit rimasero pressoch del tutto
indipendenti. I papi conservarono lo stato pontificio che si trovava fra quei due
territori, il vecchio Esarcato di Ravenna e il ducato di Roma. Tuttavia, i Carolingi
mantennero di fatto il potere su d tutto quel territorio, con l'eccezione del retroterra
romano, e dopo la fine del IX secolo Ravenna stessa divenne una parte permanente
del regno. A sud, Benevento conserv la sua indipendenza. I1 duca Arichi II (758-87),
genero di Desiderio, si dichiar princeps, principe, nel 774, ed eman diciassette leggi
come aggiunte al codice longobardo, attribuendo a qesti due gesti un valore di sfida a
Carlomagno. Benevento conserv una tradizione legittimista longobarda per altri tre
secoli, fino alla conquista normanna della fine del secolo XI. Carlomagno, spronato
da Papa Adriano (che reclamava delle terre meridionali), invase Benevento nel 787.
Arichi chiese l'aiuto bizantino, ma mor. Il suo erede, Grimoaldo III, non fu che un
41

Per i ribelli: MGH Dipl. Kar., I, nn. 112, 187, 214; il capitolare 776 in MGH
Capitularia, I, n. 88;
cfr. E. Hlavitschka (B3-c), pp. 23ss., J. Fischer (B3-c), pp. 7-17. Hlawitschka e Fischer offrono le
migliori analisi politiche del periodo carolingio.

42
MGH Dipl. Kar., I, nn. 81, 94; per paralleli longobardi, cfr. K. Schmid, Zur
Ablosung der Langobardenherrschaft (B3-b), pp. 6-29.

ostaggio in mani franche. In cambio della sua liberazione, Grimoaldo ebbe il compito
imbarazzante di sconfiggere, l'esercito di sostegno bizantino che era arrivato nel 788,
capeggiato da suo zio Adelchi, figlio di Desiderio. Grimoaldo (787-806) riconobbe la
sovranit franca, ma essa rimase puramente nominale. Lo si vede agire sempre come
un governante indipendente; combatt varie guerre contro i Franchi, e coni le proprie
monete43. Sin dai regni di Arichi e Grimoaldo, in realt, c' sufficiente materiale
documentario da permetterci di considerare Benevento come un'entit indipendente, e,
eccettuati occasionali interventi franchi (particolarmente fra 1'866 e 1'873), la sua
storia rimase del tutto distinta. Ci fu ancor pi vero per quel che riguarda i territori
minori rimasti ai Bizantini nell'Italia meridionale; Napoli, Amalfi, e le zone greche di
Otranto e della Calabria; di tutti questi si parler a parte nel capitolo sesto.
A scrivere la storia politica dei primi settant'anni dell'Italia carolingia si fa presto. Nel
781 Carlomagno incoron il suo figliolo di quattro anni, Pipino, re d'Italia (781-810),
e dopo di allora vi pass ben poco tempo. Pipino fu a capo di un'amministrazione
autonoma ma non indi. pendente, con un mutevole stuolo di guardiani: il cugino
Adalardo di Corbie prima, poi i beiuli (tutori) Waldo di Reichenau (circa 783-90) e
Rotchild (circa 800). Eserciti guidati da Pipino annientarono gli Avari nel 796 e
sottrassero Chieti a Benevento nell'80144. Quando mori Pipino, Adalardo ricomparve,
come tutore del giovane figlio di quello, Bernardo (812-7). Nell'814, tuttavia,
Lodovico il Pio, ultimo figlio sopravvissuto di Carlomagno, divenne unico
imperatore. Lodovico, che aveva tre figli propri, teneva in scarso conto i diritti del
nipote. Nell'817 divise l'amministrazione dell'Impero: il figlio maggiore ebbe l'Italia
con il titolo di imperatore; Bernardo, anche se non destituito apertamente, non fu
preso in considerazione. Si ribell contro Lodovico, col sostegno di parecchi segusci
franchi del padre, e col sostegno anche, o la simpatia, di non pochi tradizionalisti in
Italia della Francia. La rivolta falli, e Lodovico fece accecare Bernardo che mor per
le ferite riportate 45. Nell'822-4' il figlio di Lodovico, Lotario, fu visto per la prima
volta in Italia (mentre Lodovico il Pio non vi si rec mai). Minorenne come i suoi due
predecessori, fu rappresentato da Wala, il fratello di Adalardo.
Dei Carolingi che furono per qualche tempo in Italia, Lotario (817-55) fu il meno
italiano. Rimase nel paese per la maggior parte della decade 831-841, ma
principalmente perch Lodovico il Pio ve l'aveva effettivamente bandito. L'Italia servi
a Lotario come base militare e politica per le sue awenture a nord; diversamente dal
proprio figlio Lodovico II e dallo stesso Carlomagno, Lotario non visse molto nelle
dtt, preferendo le grandi tenute reali come Corteolona o Aureola, cosi come fecero i
re franchi nell'Europa del nord 46. E, distinguendosi anche in questo sia dal successore
che dal predecessore, Lotario non nomin alcun longobardo in incarichi ecclesiastici o
secolari. Le nomine che egli dedse, tuttavia, non suggeriscono antagonismo coi
Longobardi (Leone, uno dei suoi pi intimi consiglieri, era longobardo), ma soltanto
la totale dipendenza dell'Italia dagli interessi dei Franchi. Quando nell'834 ebbe luogo
la rottura con Lodovico, Lotario dovette mettersi alla ricerca di propriet e incarichi
43

Per i dettagli, cfr. O. Bertolini, Carlomagno e Benevento (B3-e).


Annales regni Francorum in MGH Saipt. rer. Germanicaram, s.a. 796, 801; cfr. D.A. Bullough,
Baiuli in the Carolingian regnum Langobardorum (A3-c).
45
Cfr. T.F.X. Noble, The Revolt of King Bernard of Italy (A3-c); H. Houben, Visio cuiusdam
pauperculae mulieris, Zeitschrift fur die Geschichte Obertheins, CXXIV (1976), pp. 3142.
46
F.G.S., pp. 401-2.
44

per i propri sostenitori settentrionali, e che comport la maggiore ondata di


immigrazione nordica in Italia di tutto il periodo carolingio. Lotario secolarizz una
porzione notevole delle propriet ecclesiastiche per concedere feudi ai propri
sostenitori, in perfetto stile franco, in aggiunta alle terre confiscate agli uomini di
Lodovico che Lotario espulse dall'Italia. Pur se molti dei sostenitori di Lotario
morirono nella pestilenza dell'836-7, quando, alla morte di Lodovico nell'840, Lotario
lasci l'Italia, l'influsso franco sulla penisola aveva raggiunto il suo apice.
Contemporaneamente, l'Italia mostrava gi segni di uno sviluppo in direzioni diverse
da quelle del resto dell'impero dei Franchi. I Franchi giuntivi con Carlomagno vi
erano insediati gi da una generazione, e avevano cominciato a mettere radici. E i
capitolari del regno di Lotario, in particolare quelli dell'825 e del1'832, costituirono i
primi esempi di legislazione massiccia, dopo il 774, priva di un inlusso predominante
delle leggi di Francia. In questa direzione avrebbe continuato poi Lodovico II,
divenuto imperatore d'Italia nell'850.
La descrizione della politica italiana in questo periodo, per quanto concerne le attivit
dei re, risulta monotona e banale. Ci in parte dovuto al fatto che l'Italia aveva uno
status ambiguo, n indipendente n totalmente parte integrante dell'impero franco, con
monarchi minorenni o assenti per la maggior parte del tempo. Ma ancor pi dovuto
alla quasi totale mancanza di storiografia indigena relativa al periodo carolingio, con
le sole eccezioni dei materiali riguardanti Benevento e delle storie vescovili delle citt
romano-bizantine di Roma, Ravenna e Napoli. Tra l'interruzione improvvisa della
storia di Paolo Diacono nel 744 e l'inizio di quella di Liutprando da Cremona nell'888,
non abbiamo altro che irrilevanti frammenti. I1 principale costituito dalla storia di
Andrea da Bergamo, scritta come seguito di Paolo Diacono nel penultimo decennio
del IX secolo. Ci offre un quadro abbastanza dettagliato e ben documentato
dell'ultima decade del regno di Lodovico II, e illustra i problemi sorti dopo la sua
morte nell'875. Ma per quanto riguarda la storia precedente si dimostra stranamente
mal informata. Rachi e Astolfo vi sono nominati come legislatori, e il numero delle
loro leggi fornito con cura, ma a parte ci, Andrea non si ricorda delle loro gesta,
ma, per sentito dire, furono entrambi coraggiosi, e i Longobardi durante i loro regni
non ebbero paura di nessuno . Gli informatori franchi di Andrea si sono addirittura
dimenticati di Pipino III. Le guerre degli anni 773-6 e la rivolta di Bernardo sono
divenute leggende popolari, come pure successo per la mediazione dell'Arcivescovo
di Milano, Angilberto, fra Lodovico e Lotario. Non vi si legge d'altro: nel testo di
Andrea, fra 1'833 e 1'863 l'Italia sembra non aver vissuto nessun avvenimento
importante47. Andrea certamente un cattivo storico, ma la sua ignoranza
significativa. I re franchi, fino a Lodovico II (che regn soltanto in Italia), non parvero
effettivamente agli Italiani sovrani del loro paese. Le loro guerre in Italia, contro gli
Slavi ad est, i Longobardi a sud, gli Arabi sulle coste, sono ricordate soltanto dai
cronachisti franchi. L'amministrazione italiana, come si vedr, giungeva ovunque, ma
i suoi sovrani venivano dimenticati. I1 solo modo di governare l'Italia propriamente
comportava il vivervi di persona, e solo Lodovico II, fra tutti i sovrani carolingi
indipendenti, lo fece; solo lui riusc a dare una impronta nuova al regno.
D'altra parte, fu proprio durante il governo incolore dei primi Carolingi che la
sofisticazione del sistema amministrativo raggiunse il vertice. L'efficienza dello stato
47

Andrea, Historia (in MGH S.R.L., pp. 221-30), cc. 3-7.

cominci a venir meno soltanto durante il regno di Lotario poich, eccettuando il


decennio 831-41, egli fu in pratica un monarca assente. L'amministrazione continu
ad essere basata essenzialmente sui modelli longobardi che Carlomagno aveva trovato
gi nel 774: la gerarchia di funzionari pubblici basata su duchi e gastaldi nelle citt, e
l'amministrazione centrale di Pavia. Quei modelli; erano retti ancora dal principio
della propriet terriera, la chiave che s piega tutto il potere politico post-romano. I
dazi, le corves e i servizi richiesti dai re longobardi vennero richiesti ancora dai
Carolingi e dai loro successori, e sono ancor meglio documentati, ma continuavano a
rappresentare una piccola parte delle entrate e dei fondi del re, tranne per quanto
riguarda il servizio pi importante richiesto, quello del contributo militare48.
La politica della propriet fondiaria stata menzionata come un problema dei
Longobardi, ma fu nel periodo carolingio che cominci a venir chiaramente
documentata, e alcuni conflitti locali fanno capolinO nella nostra documentazione. I
re dell'Europa altomedievale ebbero principalmente due diversi, ma correlati, tipi di
problemi, per stabilire il loro potere: il problema del consenso e quello del controllo.
In parole povere, il re doveva riuscire a far si che l'aristocrazia fosse d'accordo con le
sue azioni e lo aiutasse in quelle; ma contemporaneamente aveva bisogno di
conservare una qualche autorit sulle azioni dei nobili nei loro rispettivi territori. In
Francia, i Carolingi (almeno dopo Carlomagno) ebbero poca fortuna relativamente al
secondo problema, e per quel che riguarda il primo dovettero cedere gran parte delle
loro propriet sotto forma di doni oppure feudi. In Italia le cose andarono pi
facilmente. L'attiva monarchia longobarda aveva stabilizzato il potere del re a un
livello abbastanza alto, che permetteva di ottenere l'appoggio dell'aristocrazia in
cambio di doni relativamente esigui. La pratica venne conservata dai Carolingi. I re
donarono raramente appezzamenti di terra, e solo di piccole dimensioni. Lo stesso
Lotario, al momento di insediare i suoi sostenitori in Italia nell'834, ag con prudenza,
dando loro terre della Chiesa anzich proprie. La documentazione in nostrO possesso
tende a dare pi spazio alle registrazioni di donazioni alla Chiesa, che non di benefici
a vassalli laici (possessi feudali ), e questo contribuisce sicuramente ad attenuare la
proporzione dei benefici. Ma la propriet feudale non raggiunse mai quote
signifcative in Italia e, almeno nel IX secolo, appare chiaro come la generosit del re,
in Italia diversamente che in Francia, non abbia mai minato seriamente la propriet
fondiaria reale49.
L'effetto che ci ebbe sulle classi pi elevate sar messo a tema nei capitoli seguenti,
ma un risultato immediato va discusso subito. I re che non distribuirono consistenti
quantit di terreni si trovarono in una posizione alquanto debole al momento di
affidare ai loro protetti una supremazia fondiaria locale, quando desideravano farlo.
Perch una protezione dei reali franchi (soprattutto verso i conti) si trasformasse in
vera e propria egemonia franca in aree locali erano necessarie tre generazioni. Se i re
non insediavano i loro protetti in qualit di proprietari terrieri, la possibilit di questi
di influenzare gli equilibri di potere era alquanto limitata. I re potevano agire sulla
distribuzione e ridistribuzione degli incarichi pubblici, e lo fecero; ma non fu mai
48
F.G.S., pp. 421-51; MGH Dipl. Kar., I, nn. 132, 134, e III, n. 91 per alcuni esempi di redditi e
pedaggi; Honorantiae Civitatis Papiae in MGH S.5., 30. 2, pp 1450 9 per una lunga lista riguardante i
secoli X e Xl.
49
Darmstadter, op. cit., pp. 16-24 MGH Dipl. Kar., lII, n. 40 per una secolarizzazione operata da
Lotario.

facile, per esempio, controllare le illegalit di un conte nella sua contea, se egli era un
sostenitore leale ed efficace del sovrano. Sin dal quarto decennio del secolo IX,
cominci ad esser difficile anche impedire che il figlio succedesse al padre
nell'incarico. I Carolingi affrontarono tale problema in tre principali maniere: con
l'intervento diretto e il rafforzamento delle gerarchie dei funzionari, particolarmente
attraverso le leggi; con mezzi pi specifici e mirati, soprattutto l'uso massiccio di
missi; e con l'uso politico della Chiesa per bilanciare il potere locale dell'aristocrazia
laica.
Non v' alcun dubbio che i Carolingi ritenessero compito loro intervenire nella societ
pi capillarmente di quanto avevan fatto altri sovrani altomedievali. La loro
legislazione, o capitolari , comprende, nell'edizione classica, due volumi in folio di
testo in latino. Re e imperatori emanarono decreti amministrativi su una gran variet
di argomenti, imponendoli a Longobardi, Romani e Franchi, senza tener
minimamente conto delle leggi dei singoli gruppi etnici. Nell'832, ad esempio, Lotario
promulg due capitolari in Italia. Nel primo, legifer sulle nomine e le assegnazioni
relative alle chiese battesimali; lo spargimento di sangue in chiesa; i diritti legali degli
ebrei; il vilipendio alla magistratura; le cospirazioni suggellate dal giuramento;
l'oppressione dei poveri; l'inosservanza delle disposizioni imperiali; il rifiuto di
accettare denaro in corso legale; la coniatura di denaro falso; la normativa relativa alle
testimonianze; e il costo della redazione di documenti. Nel secondo, impart istruzioni
ai suoi missi per indagare su un campo altrettanto vasto: le dotazioni monastiche;
l'organizzazione delle zecche, e le frodi locali inerenti al conio; pesi e misure antichi,
e l'usura; il giusto giudizio; come agire con chi non avesse giurato fedelt al re; il
disprezzo della propriet e dei palazzi del re; il godimento di benefici reali e di terre
del fisco; il restauro delle chiese; le recenti depredazioni della propriet ecclesiastica;
la cospirazione il mantenimento di ponti e di strade50. La lista fornisce un esempio
abbastanza rappresentativo delle principali preoccupazioni dei re carolingi in Italia. A
nord delle Alpi, il quadro era un po' diverso, ma non di molto. Nel capitolo quinto
verr discusso un esempio particolarmente sorprendente di intervento, il tentativo
carolingio di mantenere un intero gruppo sociale di piccoli proprietari terrieri cosI
ch`e servissero nell'esercito e partecipassero alle corti locali.
Come riuscissero i Carolingi a mettere in pratica tali decreti un problema assai pi
serio. In Francia essi venivano promulgati oralmente, e pu essere messa in dubbio la
conoscenza generale della loro esistenza In Italia, invece, troviamo riferimenti
espliciti in documenti, ed probabile che una classe aristocratica alfabeta ne fosse
abbastanza bene informata. Responsabili per la messa in pratica erano i conti locali,
operanti nella rete delle citt italiane. I Carolingi fecero grande affidamento sui propri
conti, e si pu constatare come la responsabilit comitale si sia progressivamente
estesa in tutto il IX secolo a molti territori alpini o appenninici che erano rimasti
indipendenti dall'autorit delle citt durante il periodo longobardo. Vi erano poi vari
tipi di funzionari legali non totalmente dipendenti dai conti ed ancora legati alle citt.
Fra questi i pi importanti furono gli scabini, generalmente piccoli proprietari terrieri,
che avevano il compito di far funzionare i tribunali, strumento fondamentale del
governo carolingio e considerevole fonte di entrate51. Ma ad esercitare un ruolo
50

MGH Capitularia, Il, nn. 201-2.


V. Fumagalli, Un territorio piacentino nel secolo nono, QP, XLVIII (1968), pp. 25-31 per la carriera
di un funzionario locale; ibid., art. cit., n. 26, e A. Castagnetti, Distretti fiscali auttonomi... (B3-c) per le
unit amministrative rurali.
51

politico e direttivo predominante erano i conti, come conseguenza anche del loro
ruolo di capi militari locali, ed pi che probabile che molte delle leggi emanate da
Lotario nell'832 venissero violate dai conti o dai loro vassalli, in particolare quelle
volte a limitare la spoliazione di propriet ecclesiastiche e l'oppressione dei poveri. :
per tal ragione che Lotario eman istruzioni parallele ai suoi missi per indagare sulla
loro applicazione.
I missi, messaggeri del re, non costituivano un'innovazione carolingia. Gi i re
longobardi avevano spedito i loro rappresentanti a controllare l'attivit di singoli duchi
e a giudicare importanti controversie legali. Ma i Carolingi fecero dei missi una
caratteristica fondamentale del loro governo; il missus divenne l'organo
rappresentativo del governo centrale nelle province. Se un conte ne sfidava l'autorit,
sapeva che ne sarebbe seguita una rappresaglia militare. Questo almeno il modo in
cui il sistema funzionava secondo quanto ci dicono i capitolari, ma i testi legali
tendono a idealizzare le istituzioni. I1 governo carolingio, in realt, non funzionava in
modo cos limpido; ricorreva piuttosto a una serie di misure ad hoc, che si
controbilanciavano a vicenda. Parlare di una istituzione dei missi significa dire in
modo formale che i re carolingi spedivano di continuo emissari che rettificassero le
depredazioni dei potenti e degli altri emissari. In tal modo Carlomagno invi dei
baiuli con Pipino per accertarsi che l'Italia fosse governata giustamente; ma abbiamo
notizie di uno di essi, Rotchild, soltanto grazie alle illegalit che commise. Nell'anno
800 circa, per esempio, espulse l'abate Ildeperto dal monastero di San Bartolomeo a
Pistoia e affid questo in fendo al bavarese Nebulung, finch non arrivarono altri
missi a rettificare il suo gesto. La biografia del missus Wala fornisce un resoconto
drammatico di come le diverse circoscrizion giudiziarie e le aristocrazie locali
italiane cospirassero per impedire che per esempio una vedova ottenesse da lui
giustizia52. Nei casi in cui i missi erano anche conti, cosa non rara, i conti su cui
investigavano ricevevano non di rado un trattamento privilegiato. In ogni caso, per,
non si dovrebbe esser troppo severi nel giudicare i funzionari carolingi; i re possono
essersi s lamentati per l'oppressione subita dai deboli, ma non sembrano averla
considerata una cosa cosi insopportabile, poi, se non quando veniva minacciata la
capacit dei deboli di prestar servizi militari. Per lo pi, lo stato non s'aspettava grandi
gesti d'onest e di giustizia da parte dei suoi sudditi, e in tale ristretto ambito si pu
dire che alcuni missi abbiano servito i loro padroni con tutta l'onest necessaria.
La carriera di uno di questi, Leone, che firm documenti con una sua caratteristica
formula tra 1'801 e 1'841, stata messa in luce da Donald Bullongh in un'accurata
indagine documentaria53. Cominci come vassallo al seguito del conte di palazzo
Ebroardo, un Alemanno; fra 1'812 e 1'814 e nel terzo decennio di quel secolo fu con
Adalardo e Wala, tipici emissari carolingi. Allora veniva nominato spesso con
l'epiteto di missus, e fu testimone alle redazioni di documenti o a processi in luoghi
tanto distanti quanto lo sono Roma, Spoleto, Pistoia, Reggio e Milano. Verso 1'823-4
fu nominato probabilmente conte di Milano. Nell'837 una cronaca lo descrisse come

52

C. Manaresi, I placiti del regnum Italiae , I (di seguito: Manaresi ) (Roma 1955), n. 25;
Paschesius Radberbls, Epitaphium Arsenii, 1. 26 (a cura di E. Dilmmler, Phil. und hist. Abh. der
Konigl. Akad. der Wiss. zu Berlin, II, (1900).
53
D.A. Bullaugh, Leo qui apud Hlottarium magni loci habebatur et le goourernement du Regnum
Italiae a l'poque carolingienne (B3-c).

tenuto in grande stima (magni loci) da Lotario, e organizzatore di alcune attivit


inerenti alla guerra fredda fra Lotario e il padre. Entro 1'844 il figlio Giovanni gli era
succeduto come conte di Milano, al cui territorio aggiunse Seprio. Leone fu un
amministratore di professione, con quarant'anni di servizio, e sotto governanti non
altrettanto duraturi. Non che si possa precisamente ritrarlo in una qualche categoria
all'interno del sistema governativo , ma assieme ai suoi meno conosciuti colleghi
contribui a dare vera continuit ed efficacia al governo italiano. Era evidentemente
originario del posto. Bullaugh ha pensato, probabilmente giustamente, che fosse un
longobardo, pur se con parentele franche. Comunque non fu un aristocratico grande
proprietario terriero, com'erano i principali conti, fu attivo in ogni sfera del governo
carolingio. La sua carriera indica quanta autorit poteva avere il governo centrale
italiano. Leone, privo di prestigio familiare, poteva fare moltissimo semplicemente
con l'autorit conferitagli dalla sanzione di Pavia. Probabilmente gi i re longobardi
avevano fatto ricorso a uomini del suo tipo; Lodovico II avrebbe rinvigorito questa
tradizione, affidandosi in gran misura a personaggi sconosciuti. il per significativo
che la contea di Leone fosse cosI vicina a Pavia. Come funzionario pubblico locale
privo di possedimenti propri, i suoi poteri sarebbero stati assai minori. Le contee di
frontiera (o marche ), in particolare, venivano affidate di regola a membri della
Reichsadel, la nobilt imperiale. Solo questi possedevano la base fondiaria privata e il
potere militare necessari per mantenere l'autorit in quelle zone.
L'altra forza che i Carolingi cominciarono a sfruttare fu quella della Chiesa. I
Longobardi non avevano mai usato la Chiesa nelLa gestione del potere. Adeguandosi
alla tradizione romana (diversamente dai Bizantini), cercarono di tener separate le
faccende secolari da quelle ecclesiastiche; non che ignorassero completamente la
politica ecclesiastica, abbiamo visto come fondassero monasteri in contesti politici, e
l'aristocrazia aveva fatto la stessa cosa. Carlomagno favori questi monasteri nel
tentativo di far accettare Ia sovranit franca in Italia54. Ma Carlomagno e ancor pi i
suoi successori andarono ben pi in l: il clero, e particolarmente i vescovi, divennero
strumento di governo. Gli stessi capitolari franchi, a differenza delle leggi longobarde,
trattarono ampiamente di faccende ecclesiastiche. In Francia, ci costituiva pratica
comune, e il rilevare la diffusione di tale pratica in Italia segna l'assimilazione del
paese alle tradizioni di governo franche. Gli stessi vescovi, per, erano di solito
longobardi, tranne quelli pi importanti, quali Ratoldo di Verona sotto Lodovico il Pio
e soprattutto Angilberto II di Milano e Giuseppe di Ivrea sotto Lotatio e Lodovico II.
L'importanza di questo predominio longobardo deriva dalle posizioni dei vescovi
nelle strutture di potere delle citt italiane.55
Come s' visto nel capitolo primo, i vescovi e le loro chiese, sin dal quinto secolo,
avevano avuto in alcune citt grandi possedimenti terrieri. La conquista longobarda
imped dapprima che quei possedimenti s'estendessero ancora di pi (tranne che nelle
citt romanobizantine, dove la progressione continu indisturbata), ma verso 1'VIII
secolo, nella gran parte delle citt per le quali abbiamo una documentazione, il
vescovo costituiva la maggior figura di proprietario terriero. Lucca, influenti famiglie
locali fornirono una catena quasi ininterrotta di vescovi dal secondo decennio
dell'VIII secolo sino al 1023. Il potere locale dei vescovi era nella maggior parte dei
luoghi strettamente collegato alle famiglie pi importanti della zona. I vescovi si
54
55

Schmid, Ablosung..., pp. 33-5.


Cfr. oltre a Fischer, Bertolini, arf. cit., n. 14 e G. Tabacco, La storia politica e sociale (B1), pp. 88ss.

trovavano al centro della vita politica ad ogni livello eccettuato quello statale. La
scomparsa di questa eccezione sotto i Carolingi pare logica, e s inserisce bene non
solo nella pratica dei Franchi, ma anche nell'ambito delle implicazioni conseguenti
alla Cooperazione politica fra Carolingi e papato che sostitu l'inimicizia del periodo
longobardo e controbilanci la tendenza ad attribuire ogni incarico secolare ai
Franchi. Gli aristocratici longobardi furono sempre pi esclusi dalla rete del patronato
statale: tra 1'814 e 1'875 si possono rintracciare solo due o tre conti l.ongobardi.
Questi accentrarono la loro attenzione sul potere locale, all'in- terno del quale il ruolo
pi importante era quello di vescovo. I re avevano il potere de facto di scegliere i
vescovi, e Lotario e Lodovico II lo esercitarono spesso. Lotario scelse sempre dei
Franchi, Lodovico di solito dei Longobardi. In altri periodi, per, i vescovi furono
eletti localmente, e rimasero il centro delle strutture di potere urbane. Franchi e
Alemanni presero a diffondersi in tutta l'Italia e quando coprivano il rango di conti via
via ne ereditavano gli incarichi e agivano con sempre maggiore indipendenza. Ma, per
la maggior parte, quando i vescovi venivano scelti localmente non erano presi da
famiglie franche. Sarebbe sbagliato vedere in ci un'opposizione etnica tra Franchi e
Longobardi; pi che altro un segno che i franchi non riuscirono quasi mai a inserirsi
profondamente nlle strutture sociali locali. In virt dei loro incarichi, vescovi e conti
erano tuttavia effettivamente in potenziale opposizione. Entrambe le cariche
prevedevano il controllo di grandi quantit di terra e, con la nuova importanza
attribuita dai Carolingi ai vescovi, le due funzioni cominciarono ad entrare in
contrasto. I conti attaccarono spesso le propriet episcopali, o per avidit o, sempre
pi, per autodifesa. I vescovi avevano spesso poteri giudiziari e sempre pi, durante il
rx secolo, godevano di immunit nei confronti dei conti. Questa fu in parte una scelta
politica di alcuni Carolingi, che davano forse peso al contributo morale dei vescovi
alla politica, pur se i vescovi non opprimevano i deboli meno dei conti56. D'altro canto
essi coprivano cariche non ereditarie; e lo stato forse anche comprese che un
equilibrio locale del potere andava a suo vantaggio. Fintantoch le rivalit locali si
bilanciavano, lo stato sarebbe sopravvissuto e sarebbe stato forte. Quando per uno di
questi funzionari di elevato grado (o una famiglia) emergeva vittorioso in una citt,
come accadde in moltissime localit fra 1'880 e il 920 circa, la coesione dello stato ne
era minacciata.
La comprensione di una tale politica locale fondamentale per capire la storia
italiana, e a partire dal IX secolo possibile seguirla in parecchie localit. Due
esempi, Brescia e Lucca, ne sottolineeranno alcune implicazioni. Brescia costituisce
un buon esempio del potere derivante da una grande propriet terriera, e
particolarmente rappresentabile la storia della famiglia dei Supponidi. Il primo
membro di quella famiglia di cui si sappia qualcosa un franco, Suppone I, conte di
Brescia nell'817, che contribu a domare la rivolta di Bernardo. Forse in premio gli fu
data Spoleto nell'822, mentre il (probabile) figlio Mauringo conserv Brescia, presto
diventando pure lui duca di Spoleto, nell'824. In quegli anni e nelle decadi seguenti i
Supponidi si costruirono un patrimonio fondiario consistente in tenute sparse in tutta
l'Italia settentrionale, grazie probabilmente ai vari tradizionali mezzi: doni e feudi
reali, appropriazione di terra comitale, acquisizioni, estorsioni. Un altro membro della
famiglia, Adelchi I, fu conte di Parma nel quarto decennio del secolo IX, di Cremona,
forse, nell'841 e, ancora una volta, di Brescia. Quest'asse Lombardia orientale-Emilia
56
Cfr. Capitularia, n, 213 c. 4, 221 c. 13. Per i poteri giuridici dei vescovi, cfr. H. Keller, Der
Gcrichisort in oberitalienischen... Stadten (B3-c), pp. 540.

occidentale rimase, pi o meno, un centro di interessi della famiglia dei Supponidi, e


quando la famiglia raggiunse il massimo splendore con il matrimonio fra la supponide
Angilberga e Lodovico II, ella ottenne dal marito altre terre in quei territori, come
mostra chiaramente il testamento di lei nell'87957. Da allora ritroviamo spesso i
Supponidi conti di Brescia, Piacenza e Parma. I pi importanti fra loro, Suppone II e il
cugino Suppone III, sotto Lodovico II coprirono incarichi anche altrove: Suppone II a
Parma, Asti e Torino; Suppone III (1'archiminister e consiliarius di Lodovico)
nuovamente a Spoleto. Non controllarono mai pienamente quelle citt; non ne
avevano bisogno, tale era il raggio del loro influsso; a Brescia spartirono il controllo
con i vescovi, e con il ricco monastero di San Salvatore (pi tardi Santa Giulia),
fondato da Desiderio, e governato di solito tramite principesse reali. Tra i vescovi ci
furono il franco Notting (844-63), altro aiutante di Lodovico II, e, prima, il
longobardo Ramperto (circa 825-44), che contribu alla fama di parecchie chiese
locali attraverso miracoli e reliquie ed il sostegno politico dell'Arcivescovo di Milano
Angilberto.
Queste istituzioni mostrano un complicato intreccio di legami, specialmente San
Salvatore, che fu sotto il patrocinio sia dei vescovi che dei conti. G]i stessi duchi del
Friuli, strettamente imparentati con i Supponidi (e con i Carolingi), mandarono le loro
figlie in quel monastero; e sia i Supponidi che i vescovi di Brescia sostennero
lealmente la fazione germanica e friulana durante le dispute per la successione che
nacquero dopo la morte di Lodovico II nell'875. Non esiste traccia di rivalit tra
quelle forze, a Brescia. Il motivo sta probabilmente nel fatto che avevano vari legami
in tutta l'Italia settentrionale e che operavano su una scala che sconfinava dai limiti di
una singola citt. Ci spiega anche perch si rifiutarono di ricorrere alle
mutevolissime alleanze che caratterizzarono i decenni seguenti all'875. I Supponidi, in
particolare, abbisognavano di uno stato forte, in quanto la loro propriet fondiaria si
estendeva in cos tanta parte del nord che solo lo stato poteva garantire la pace di cui
avevano bisogno per conservarla. Non forse una coincidenza che essi scomparvero,
come famiglia, nelle stesse decadi della met del secolo X che videro la
frantumazione dello stato italico. Altre famiglie avevano dimensioni simili, pur se non
arrivarono ad essere tanto importanti quanto i Supponidi. Una rete fragile e insieme
complessa di propriet fondiarie si stendeva sulla maggior parte dell'Italia
settentrionale, in un equilibrio precario che era sostenuto dalla forza dello stato
mentre gli consentiva di essere forte. Ludovico poteva affidare ai Supponidi una
miriade di incarichi, perch essi avevano bisogno di lui. A loro volta, essi non
dovevano dirigere le loro ambizioni verso un controllo territoriale di singole contee,
ma solo sulla carica di conte, in qualsiasi contea. Le famiglie i cui interessi si
limitavano a una sola contea erano invece assai pi pericolose, pur se pi deboli, per
la coesione interna del regno.
I pericoli apparvero pi chiaramente in questo periodo lungo i confini del regno
italico, nelle tre grandi marche del Friuli, della Toscana e di Spoleto, che sommate
assieme costituivano pi di un terzo dei territori italiani. I1 termine marca
appropriato, ma comparve tardi, e suggerisce una omogeneit fra le tre zone superiore
57
G. Porro-Lambertenghi, Codex diplomaticus Langobardiae (d'ora in avanti: Porro) (Torino, 1873),
n. 270. Gli editti conservatici di Lodovico per Angilberga riguardano la stessa regione: cfr. sotto, n. 65.
Per i Supponidi, Hlawitschka, op. cit., pp. 299-309; per Brescia: G.P. Bognetti in Treccani Storia di
Brescia (Brescia, 1963), pp. 449-83.

alla realt. I1 Friuli e Spoleto costituivano, ovviamente, vecchie unit longobarde, e i


loro sovrani erano generalmente chiamati conti o, ancora, duchi, fino al penultimo
decennio del IX secolo. La marca toscana si venne a formare all'inizio del secolo IX.
Entro la met di quel secolo in tutte e tre il potere si trasmetteva per via ereditaria e si
verific un'autonomia de facto sotto le tre famiglie regnanti: gli Unruochingi, i
Bonifaci e i Guideschi, come vengono chiamate oggi (ma non allora). Si trattava di tre
delle maggiori famiglie appartenenti alla nobilt imperiale franca, con interessi in
diversissime aree dell'Impero, ma, per quanto riguardava l'Italia, basati
esclusivamente sulla marca che controllavano. Ne risult che non ebbero alcun
motivo strutturale per usare il loro potere locale al fine di rafforzare lo stato italico. Le
tre famiglie sfruttarono fino in fondo le proprie opportunit, ma in modi diversi. Gli
Unruochingi friulani, coi loro stretti legami di parentela con i Carolingi, ebbero la
reputazione di sudditi leali. I Bonifaci toscani cooperarono con i Franchi fino alla
morte di Lodovic II, dopodich presero a cuore soprattutto la propria autonomia. I
Guideschi di Spoleto conservarono i loro legami con l'oltralpe, ma si trovarono a
governare il ducato pi distante; sin dall'inizio s'interessarono soprattutto alla propria
autonomia e alle faccende di Benevento, e resistettero a qualsiasi re che cercasse di
esercitare un qualche controllo su di loro58.
La creazione di questo tipo di potere si pu meglio osservare a Lucca. Nell'812-3, il
bavarese Bonifacio I Vi fece la comparsa in qualit di conte. Diversamente dai suoi
predecessori, sembr controllare la maggior parte delle contee lungo la valle
dell'Arno. I1 figlio Bonifacio II gli successe e nell'828 ricordato nell'incarico di
difensore della Corsica. Condusse una flotta a combattere gli Arabi e razzi
addirittura l'Africa59. La difesa per mare era stata responsabilit dei conti di Lucca sin
dall'ottava decade dell'VlII secolo, e con l'accrescersi degli attacchi arabi, fu logico
che l'autorit comitale toscana venisse a rafforzarsi. Documenti lucchesi ci mostrano
come il conte accumulasse poteri anche a livello locale. I1 vescovo di Lucca, che per
almeno un secolo aveva rappresentato la figura pi prestigiosa nella citt, perse il
controllo sul notariato urbano nel secondo decennio del IX secolo, e ne segu una
serie di vescovi meno importanti (fra cui due franchi) fino alla met del secolo,
quando fu nominato vescovo Geremia, appartenente a una importante famiglia del
luogo e scelto dietro consiglio di Lodovico II. I conti di Lucca non poterono
controllare direttamente i vescovi, in quanto questi ultimi possedevano propriet
troppo vaste e avevano tutta una rete di legami locali, ma limitarono l'autorit
episcopale alle sole faccende ecclesiastiche. Se alcuni vescovi di Lucca raggiunsero
maggior prestigio, non lo ottennero dentro la citt, bens in qualit di missi del re a
livello nazionale, come quando il vescovo Gherardo I guid un esercito in Calabria
per conto di Lodovico II nell'870.
Nell'833 Bonifacio II si espose nella difesa di Lodovico il Pio e venne spodestato da
Lotario; dovette cosl ritirarsi nelle sue terre nella Francia meridionale. Anche i
possidenti italo-franchi maggiormente coinvolti nelle vicende italiane avevano
propriet al di fuori dell'Italia. Quando per, nell'864, Everardo del Friuli divise le sue
terre (che s'estendevano dal Belgio al Veneto) fra i propri eredi, ne impose
58
Per le marche in generale, A Hofmoister, Markgrafen und Marigrafschaiten im italianischen
Konigrcich (B3-c).
59
Annales regam Francorum' s.a. 828; H. Keller, La formazione della marca di Tuscia in Atti del 5
Congresso internazionale (B3-f), pp. 117-33 e note, e H.M. Schwarzmaier tB3-f), per la marca toscana
in generale.

esplicitamente la ridistribuzione qualora guerre civili causassero perdite. La propriet


fondiaria su scala europea fu sicura solo fintantoch dur l'unit dell'Impero e a
partire dall'843 essa prese a disgregarsi. Quando torn la pace, Bonifacio era gi
morto; ma il figlio Adalberto I (84686) divenne il sovrano di quella che era allora a
volte definita la marca toscana, un agglomerato delle contee settentrionali di quella
regione, ed ebbe un potere paragonabile a quello di un vicer. I processi non ebbero
pi luogo alla corte del re ma a quella di Adalberto sin dalla met del secolo. Ben
poche potenze secolari poterono fiorire nei suoi territori se non rientravano sotto il
suo controllo. Dopo 1'875, quando alla morte di Lodovico II seguirono le guerre
civili, Adalberto e il figlio Adalberto II (886-915) governarono quello che divent
effettivamente uno stato indipendente: Adalberto II non si cur nemmeno di prender
parte a molte di quelle guerre, e dai suoi documenti cominciarono a scomparire le
datazioni fondate sugli anni di regno. Il potere di Adalberto II si bas sicuramente
sull'appropriazione del fisco toscano, a favore della propria famiglia, pur se non
sappiamo con esattezza quando ci avvenne. I1 suo non fu, comunque, solo il potere
privato di un grande proprietario terriero; Adalberto esercit anche il controllo sul
meccanismo pubblico dello stato. La sua posizione personale fu tanto forte da
consentirci di affermare che l'indipendenza della Toscana durante il suo regno non
dimostra tanto la debolezza dello stato, ma ne rappresenta piuttosto la continuazione
su scala ridotta. Come si vedr, la coesione toscana sopravvisse effettivamente a
quella dello stato italico stesso. Adalberto e i suoi successori governarono in un'area
geografica omogenea e abbastanza grande, nella quale il reticolo statale carolingio
poteva funzionare nella stessa maniera in cui aveva funzionato per i re. In contee
minori, o in aree montagnose come Spoleto, l'affermarsi di una indipendenza simile
port al collasso, come si vedr negli ultimi due capitoli.
Nell'844 Lodovico II venne inviato in Italia da Lotario, e nell'850 (in qualit di
imperatore) si mise a governare senza il controllo del padre. Da quel momento non
lasci pi l'Italia, nemmeno dopo la morte di Lotario nell'855 e, pur se imperatore,
non ebbe alcun interesse o influsso nell'Europa del nord. Fu comunque il primo e
ultimo carolingio a coglier l'occasione di governare l'Italia come avevano fatto i re
longobardi. I1 re che vi si prov successivamente, Ugo (926-47), si accorse che era
ormai troppo tardi. Lodovico fu generalmente accettato dalla sua aristocrazia per la
forza e l'autorit di cui godeva, tranne forse a Spoleto. Abbiamo gi esaminato
l'intelaiatura di quel potere, l'intrico di autorit centrale, gerarchia di funzionari e
rivalit urbane. Lodovico ritenne che quel sistema si fosse indebolito a causa di vari
decenni di vacanza, ma che potesse ancora costituire la base d'azione per il potere di
un re attivo e deciso com'egli era. Lodovico consolid il controllo sulle strutture
interne del regno e quindi, seguendo l'esempio degli ultimi re longobardi, cerc di
estendere la propria autorit, intervenendo negli stati del meridione60.
Alla fine del quinto decennio del secolo, Lodovico dette istruzioni ai vescovi perch
indagassero nelle proprie diocesi su abusi ecclesiastici o secolari. Nell'850, in un
sinodo episcopale e due capitolari, stil un catalogo delle osservazioni dei vescovi e
mise in atto dei rimedi. I1 sinodo di Pavia costitu la prima importante occasione
pubblica. A presiedere vi furono Lodovico, Angilberto II di Milano, Teodemaro
60
Per Lodovico, P. Delogu, Strutture politiche e ideologia nel regno di Lodovico II (B3-c); H. Keller.,
Zur Struktur der Konigsterrshaft (B3-c), pp. 152-5.

patriarca di Aquileia, e l'arcicappellano Giuseppe vescovo di Ivrea. Ma l'avvenimento


di quell'anno costituito dai capitolari. Trattano quasi esclusivamente di problemi
attinenti la violenza, l'abbandono e l'oppressione. Nel Capitolare 213 i ladri assaltano
mercanti e pellegrini; i malvagi assaltano ville e viandanti; alcuni proprietari
cospirano con quelli. I potenti, laici o ecclesiastici, vivono alle spalle del popolo, ne
confiscano i cavalli, ne usano i pascoli; i palazzi reali giacciono nello squallore, e gli
edifici pubblici devono essere restaurati, per essere degne dimore di ambasciatori
stranieri (eco interessante questo delle Variae di Cassiodoro: si veda p. 113); il ponte
sul Ticino a Pavia deve essere ricostruito; i missi pretendono troppi doni e favori dal
popolo61. Quel capitolare offre una immagine da manuale dello squallido stato di
abbandono in cui l'Italia era caduta con i Carolingi, e non v' da dubitare che molti di
quei problemi fossero endemici, particolarmente, come s' visto, lo sfruttamento da
parte dei potenti. In tale campo Lodovico giunge quasi ad ammettere la sconfitta: se
vengono portati via i cavalli, questi devono venire almeno pagati al prezzo equo; i
missi possono continuare a pretendere i loro tributi, fintantoch sono quelli in uso. Ma
il ponte a Pavia ricostruito; e nei capitolari pi tardi non si parla pi di ladri. La lista
insolitamente dettagliata delle illegalit pare un segno della seriet delle intenzioni di
Lodovico, e i suoi rimedi han tutto l'aspetto di misure efficaci. Quel che si riesce a
sapere sulle attivit di Lodovico indica che egli riusci a stabilire un livello
considerevole di controllo politico. Nell'853, Geremia vescovo di Lucca, con l'aiuto di
due diplomi imperiali, allora promulgati, ristabil i suoi diritti su terre dal suo
predecessore date in locazione, apparentemente a seguito di pressioni, ad alcuni laici.
Nell'860 vari missi imperiali investigarono sull'impossessamento illegale di terre
imperiali attuato dal conte di Camerino, Ildeperto e lo annullarono62. Lodovico stesso
cominci a organizzare un gruppo di cortigiani e amministratori col quale governare
l'Italia direttamente. Ricorse ai grandi potenti del regno di Lotario, Giuseppe d'Ivrea,
Angilberto di Milano, Notting di Brescia ed Everardo del Friuli, ma dopo le loro morti
prefer affidarsi a personaggi relativamente sconosciuti, di propri cappellani personali,
consiliarii, e vassalli; gli unici nomi di prestigio furono quelli di Suppone II e
Suppone III, parenti della propria moglie. Sotto Lodovico, venne anche un po' a
diminuire la burocratizzazione del governo di Pavia. I grandi incarichi di
arcicappellano e arcicancelliere sparirono, temporaneamente. Lodovico e Angilberga
(in qualit di consors regni, regina consorte), divennero essi stessi i capi del governo,
e gran parte di questo si spostava attraverso il regno con loro, di citt in citt.
Da ci potrebbe sembrare che Lodovico volesse contrastare l'influsso dei grandi
nobili, ma quasi certamente la cosa non avvenne. Nelle contee i figli continuarono a
succedere ai padri. Lodovico cerc soltanto di controllarne le attivit in modo un po'
pi vigile, e ricorse meno a loro nel governo centrale. Probabilmente us la Chiesa per
controbilanciare il potere di alcuni, e ci risulta che egli abbia nominato un gran
numero di vescovi (di solito longobardi), prendendoli in larga misura fra i propri fidi,
nella Toscana di Adalberto63. Ma il fondamento della sua politica, il fisco, non fu
seriamente minacciato dalla nobilt, e pare che Lodovico abbia lasciato in pace gli
aristocratici a lui leali. Probabilmente fu ancor meno generoso dei suoi predecessori
per quel che riguarda le concessioni di terre reali; fra tutti i laici, Suppone III l'unico
61

Capitularia, Ir, 213; cfr. anche 209-12, 228.


Manaresi, 57, 65.
63
Fischer, op. cit., pp. 68-76.
62

per il quale i documenti testimonino una vera e propria donazione di terreni; e gli
unici beneficiari di grandi doni furono Angilberga e i due monasteri reali di San
Salvatore a Brescia e San Clemente di Casauria 64 Lodovico accontent la sua
aristocrazia in un altro modo: con l'avventura militare.
Nell'866 Lodovico promulg un capitolare in cui richiamava alle armi per una
campagna militare contro Benevento, con clausole specifiche relative agli obblighi
militari, e con un elenco dei missi destinati a rimanere in patria ad organizzare la
difesa e la chiamata alle armi locale in dodici diverse aree del regno65. Pare che quasi
tutta l'aristocrazia lo abbia accompagnato. Lodovico era gi intervenuto prima nel
sud: era stato a Roma parecchie volte, e aveva condotto eserciti contro gli Arabi
nell'846 e nell'848. Nell'848 aveva anche contribuito a por fine alla guerra civile a
Benevento, che da allora in poi rimase divisa fra i principati di Benevento e Salerno
(con Capua come terza forza quasi indipendente). Nell'866 era sceso a sud per
scacciare gli Arabi sotto Sawdan (ovvero il Sultano ) da Bari, dove erano insediati
sin dall'847. Quel che si stava esattamente verificando nel caos politico dell'Italia
meridionale verr discusso nel capitolo sesto; i tre stati longobardi erano soltanto tre
tessere di un intarsio politico che includeva gli stati neoindipendenti di Napoli, Amalfi
e Gaeta, il rinnovato inlusso bizantino che si sprigionava dalla Calabria, l'intervento
di Roma e Spoleto appartenenti ali'orbita franca, e ovviamente gli Arabi. Lo scopo
della spedizione di Lodovico era di allontanare questi ultimi, ma quasi fuor di
dubbio che egli intendesse anche estendere il proprio potere negli stati frammentati
del sud, usando la forza del pi potente esercito italiano di quel secolo. Gli stati
meridionali lo accolsero bene e con cautela. Gli stessi Bizantini collaborarono, in
quanto si sentivano pure loro minacciati: all'inizio della seconda met del secolo gli
Arabi avevano conquistato la maggior parte della Sicilia. Sfortunatamente per
Lodovico, ci vollero quasi cinque anni perch Bari cadesse, e ci accadde solo per
merito di un blocco navale attuato dagli Slavi e dai Bizantini nell'871. Lodovico se ne
accredit il merito, almeno agli occhi dei Franchi, tuttavia non lasci il sud. La sua
presenza laggi rese possibile ci che era pressoch impossibile: un'alleanza di
Beneventani, Salernitani, Napoletani e Spoletani contro di lui; fonti successive
includono tra gli alleati anche il Sultano arabo. Nell'agosto 871 Lodovico venne fatto
prigioniero da Adelchi di Benevento, tenuto nella citt per un mese, e lasciato libero
soltanto dietro giuramento di non vendicarsi.
E difficile, per noi, renderci conto dell'impatto negativo provocato
dall'imprigionamento a Benevento, ma esso rovin il prestigio di Lodovico. Per
controbilanciarne gli esiti egli dovette farsi reincoronare imperatore. Ma non poteva,
ora, ricambiare l'ostilit degli stati meridionali. Pur se torn nel sud nell'872-3, la sua
battaglia l era perduta. I principi longobardi si schierarono dalla parte dei Bizantini,
che li ripagarono nel decennio seguente, sottraendo loro quasi la met dei territori,
compresa l'intera Puglia. Alla fin fine i beneficiari delle campagne militari di
Lodovico furono proprio i Bizantini. I1 massimo che Lodovico pot fare per
dimostrare il suo potere fu allontanare Lamberto di Spoleto per il ruolo da lui
sostenuto nella faccenda dell'871, e di sostituirgli Suppone III. Lamberto torn a
64

Suppone: J.F. B;Bohmer e E. Mhlbacher, Regesta Imperii, I (2A alizione, Innsbruck, 1908), n.
1243; Angilberga, Brescia, Casauria: Dn. 1183-1272 passim.
65
Capitularia, II, 218.

Spoleto nell'876, dopo la morte di Lodovico. In tal modo sparirono anche le ultime
vestigia del successo di Lodovico.
Le fonti riguardanti gli ultimi anni del regno di Lodovico hanno un timbro
apocalittico. Andrea ci racconta che il vino ribolliva nei tini durante la vendemmia
dell'871, di inondazioni, siccit, invasioni di cavallette nell'872-3 e, nell'875, di una
cometa, chiaro simbolo delle grandi tribolazioni che sarebbero seguite alla morte
di Lodovico, privo di figli, prima del cinquantesimo anno, nell'agosto 87566. Ma non
si riesce a dimostrare che la posizione interna, al nord, di Lodovico si fosse indebolita,
eccetto per quanto concerne l'evento curioso di una petiziOne presentatagli da un
gruppo di nobili, mirante a farlo divorziare dalla moglie in favore, pare, della figlia
del conte di Siena67. Ad ogni buon conto, Ludovico era demoralizzato. E alla sua
morte la fatale debolezza del regno, ossia l'assenza di un erede maschio, apparve
chiaramente. I suoi due zii, in Francia e in Germania, accampavano eguali diritti. La
disputa per la successione che ne risult, dur pi o meno trent'anni, e port come
conseguenza al crollo dello stato. Come mai la cosa sia accaduta, lo si vedr nel
capitolo settimo, ma non si pu capirla ragionando soltanto in termini politici. Fu il
risultato di mutamenti strutturali e congiunturali che interessavano i livelli pi
profondi della societ e dell'economia italiane.

66
67

Andrea, Historia, cc. 17-8.


Annales Bertiniani s.a. 872 (a cura di G. Waitz, MGH Scripiores rerum Germanicarum).

Capitolo terzo
ROMANI, LONGOBARDI, FRANCHI E BIZANTINI
Gli Ostrogoti svanirono senza lasciar traccia; non fu cosi per i loro successori. Verso
l'anno 900, l'Italia era divenuta una complicata mescolanza etnica. La massa della
popolazione era romana d'origini, pur se i Romani appaiono raramente come tali nelle
nostre fonti. A1 loro fianco troviamo i Longobardi, in ogni livello sociale, ma
particolarmente nell'aristocrazia; e nell'aristocrazia compaiono anche immigrati pi
recenti: Franchi e Alemanni, e alcuni Burgundi e Bavaresi. Anche nelle aree italiane
mai conquistate dai Longobardi troviamo nuovi arrivati, stavolta dal Mediterraneo
orientale. L'Italia bizantina, per, costituiva il margine occidentale di un Impero che
manteneva legami ininterrotti col suo passato romano, e nell'Esarcato del VII e
del1,VI1I secolo difficile distinguere i Romani indigeni da quelli immigrati.
Soltanto nelle province meridionali bizantine del X e dell'X secolo i Greci si
distinsero etnicamente, come vedremo in un prossimo capitolo.
I1 miscuglio di popolazioni costituisce il miglior contesto in cui trattare due problemi
inerenti alla continuit nella storia sociale dell'Italia. I1 primo tema relativo alla
rottura verificatasi nel VI secolo; fino a che punto cio l'occupazione longobarda
abbia distrutto la struttura sociale italiana, confinando la massa dei Romani nei ceti
pi bassi del contadinato, e provocando una sorta di tabula rasa su cui la storia, per
cosi dire, riprendesse da zero il proprio corso. La seconda questione,
indissolubilmente legata alla prima, quella della continuit dei quadri e degli uomini
costitutivi dell'aristocrazia durante i vari mutamenti politici in Italia. Entrambi questi
problemi sono stati spesso descritti come cambiamenti rivoluzionari all'interno della
societ italiana. Ma a me non pare ci siano effettivamente stati. Per tutto il periodo
altomedievale, le fondamentali strutture sociali italiane e i modelli dell'aristocrazia
furono cos saldamente collegati all'economia che le intrusioni di popolazioni nuove
non apportarono grandi modifiche.
L'invasione longobarda e le guerre che seguirono, fra il 568 e il 605, furono
certamente un disastro per l'Italia. Come abbiamo visto, gli italiani non avevano fatto
in tempo a riprendersi dalle Guerre Gotiche che vennero sprofondati in un'esperienza
altrettanto violenta e ancor pi caotica. Gli osservatori del VI secolo non sentirono il
bisogno di dimostrare che i Longobardi erano barbari e distruttori, gens nefa?'dissima,
nelle parole di Gregorio Magno; la cosa era pi che evidente. Le popolazioni di
alcune citt situate in luoghi vulnerabili, come Orvieto e Civita Castellana lungo il
Tevere, si spostarono in cima alle colline per sfuggire agli assalti. Nella gran parte
delle citt che avrebbero costituito i ducati di Spoleto e Benevento, l'episcopato
scomparve totalmente per almeno due secoli. Inoltre, i primi anni dell'invasione
longobarda furono anche anni di pestilenze e carestie; queste si ripeterono spesso,
accompagnate da altri disastri naturali, inondazioni e apparizioni di draghi, fino alla
fine del VI secolo. E come se l'Italia fosse stata visitata contemporaneamente da tutti
e quattro i cavalieri dell'Apocalisse1. I1 violento impatto coi Longobardi ci descritto
molto chiaramente nelle opere di Gregorio di Tours, Mario di Avenches e Gregorio
Magno, che vissero in territori ripetutamente attaccati dai Longobardi, o ebbero
1
Paolo, H.L., 2. 4, 26; 3. 23-4; Mario di Avenches, Chronicon (MGH A.A., 11) s.a. 569-71, 580; cfr.
Ruggini, op. cit., pp. 466-89, per un elenco completo delle calamit sino al 700.

contatti con quelle aree. I1 destino degli sventurati abitanti dei territori italiani che i
Longobardi effettivamente controllavano venne ritenuto ancor pi terribile. Nell'Italia
longobarda i Romani scompaiono praticamente dalla storia, tanto che nel XIX secolo
si pot sostenere che erano stati ridotti tutti in schiavit. Nello stesso VIII secolo,
laddove inizia la nostra documentazione, troviamo rarissimi riferimenti a loro: tre o
quattro menzioni nelle leggi longobarde, due o tre in documenti sopravvissuti. Noi
intendiamo riferirci a tutti gli abitanti dell'Italia longobarda con l'epiteto di
'Longobardi'; le nostre fonti certo ce lo permettono. Ma sappiamo che la gran massa
degli Italiani deve esser stata etnicamente romana. Presumendo (con scarse prove) che
ci furono molti pi Longobardi di quanti erano stati gli Ostrogoti, circa duecentomila,
i Longobardi non possono avere costituito pi del 5-8% della popolazione nelle zone
occupate, e la percentuale pu anche essere stata inferiore.
La storiografia relativa al destino-dei Romani immensa, e non basata su quasi
alcuna buona documentazione. Tra la morte di Alboino ed il regno di Agilulfo, i
contemporanei ci offrono informazioni minime. L'Italia longobarda fu praticamente
un paese chiuso, pur se molti dei suoi primi duchi erano disposti a negoziare con i
Bizantini. La sola storia che si stesse scrivendo nell'Italia dei primi Longobardi era
quella di Secondo di Non, che sembra essersi trovato in una parte piuttosto isolata del
Trentino, durante i primi anni dell'invasione longobarda; solo durante il regno di
Agilulfo egli entr a far parte della corte reale, con un maggior accesso a informazioni
attendibili. L'historiola, o piccola storia, di Secondo non ci giunta, ma stata usata
da Paolo Diacono per la sua Storia Longobarda della fine del secolo VIII. Paolo la
nostra unica fonte dettagliata, ma egli scrisse due secoli dopo gli avvenimenti, e us
materiali che, se si eccettua Secondo, non sono particolarmente attendibili per quel
che riguarda la storia interna dell'Italia longobarda del tardo VI secolo: testimoni ostili
come Gregorio di Tours e Gregorio Magno, e occasionali tradizioni orali riguardanti
Alboino e Autari. Escluso Paolo, non v' alcuna testimonianza scritta dell'Italia di
allora. I1 nostro solo altro materiale costituito, da una parte dall'archeologia
cimiteriale, e dall'altra dalle estrapolazioni a ritroso desunte dalla societ come si
presenta nei testi del1'VIII secolo. Inoltre, Gregorio Magno, a Roma, ci ha descritto in
modo assai valido i contrastanti atteggiamenti dell'Italia romano-bizantina nei
confronti dei Longobardi.
Due brani di Paolo sono tradizionalmente considerati testi-chiave:
Costui [re Clefi] uccise molti uomini potenti, fra i Romani, con la spada, e altri [o: gli
altri] mand in esilio dall'Italia. [...] [Dopo la sua morte,] in quei giorni molti nobili
romani furono uccisi per avidit. Gli altri vennero spartiti per hespites e obbligati a
essere tributati, cosi che dovettero versare un terzo dei loro raccolti ai Longobardi.
Il secondo brano assai pi breve, ed appare nel mezzo di un'esaltazione della felicit
dell'Italia sotto Autari: Ma gli oppressi vennero spartiti fra i Longobardi in qualit di
hospites 2. I due brani non sono oscuri da un punto di vista linguistico: la parola
hospites di certo imparentata con hospitalitas, l'uso secondo il quale alcune trib, fra
2
Paolo, HL., 2. 31-2; 3. 16. Per un commento tipicamente pessimista e intelligente, cfr. Bognetti,
S.M.C., pp. 110.41; per controbilanciarlo: G. Fasoli, Aspetti di vita economica e sociale nell'ltalia del
secolo 7 (Bs-c), pp. 109-16.

cui gli Ostrogoti e i Burgondi, s'impossessavano di una porzione dei terreni (un terzo
o due terzi) per il mantenimento degli eserciti. Tuttavia appaiono criptici per chi
intende considerarli come una sorta di accurata guida sociologica. Nel primo testo, il
termine alii ( altri ) significa che tutti i romani potenti sopravvissuti vennero
esiliati, o che solo una parte di essi lo furono? E reliqui (il resto ) indica gli altri
nobili, o il resto della popolazione? Su questi problemi non possibile dare una
risposta. Pur se questi brani furono fedelmente riportati da Secondo, cosa che non
certa, e pur se Secondo, al sicuro nella sua remota valle di montagna, ne seppe
davvero molto sugli eventi relativi agli insediamenti longobardi, cosa altrettanto
incerta, i testi non riescono a dirci in modo sufficientemente dettagliato cosa accadde
ai Romani e, in particoIare, secondo quale protocollo (se mai ce ne fu uno) i
Longobardi organizzatono i propri insediamenti, e fino a che punto la classe dei
proprietari fondiari romani sopravvisse. La tendenza degli storici ad interpretare
l'impatto Iongobardo in modo assolutamente pessimistico, pu venir controbilanciata
dalle testimonianze pi indirette a nostra disposizione.
Come abbiamo visto, Gregorio Magno consider i Longobardi quasi una astratta forza
di pura distruzione (almeno fino a che egli non costitu legami diplomatici con i
cattolici della corte di Agilulfo). Ma ci sono indicazioni secondo Ie quali non tutti i
suoi concittadini erano d'accordo con lui. Nel 592, i cittadini di Sovana, nefla Toscana
meridionale, promisero di arrendersi pacificamente ad Ariulfo di Spoleto. Nel 595,
Gregorio si lament del fatto che in Corsica le richieste dei giudici e degli esattori
erano cos irragionevoli che i proprietari terrieri cercavano di passare dalla parte dei
Longobardi. Nel 599 pare qualcosa del genere succedesse anche a Napoli: gli
schiavi di varr nobili, il clero di molte chiese, i monaci di vari monasteri, gli uomini di
molti giudici si sono arresi al nemico . I contadini di Otranto avrebbero fatto la stessa
cosa se i tribuni locali non avessero cessato di sfruttarli3. Ovviamente, quei
comportamenti riflettevano teazioni diverse. E ben difficile che i contadini sull'orlo
della fame si lasciassero impressionare dalla reputazione dei Longobardi in merito
allo sfruttamento dei proprietari terrieri. Ma i cittadini di Sovana cercarono
probabilmente di evitare uno sconvolgimento sociale, piuttosto che assecondarlo. E i
proprietari terrieri corsi non possono aver creduto che i Longobardi avessero
l'intenzione di spogliarli delle loro propriet e delle loro vite. L'esistenza di tali
atteggiamenti pu venir certamente bilanciata da testimonianze opposte di difese
lunghe ed eroiche di citt contro gli attacchi longobardi, e di occasionali rivolte contro
il dominio longobardo. La reazione romana ai Longobardi fu incoerente ma
significativa. Fu la reazione di una popolazione civile che cerc di evitare i guai
provocati da una guerra lunga e caotica. Troviamo simili esempi di resistenza e di resa
durante le Guerre Gotiche del quinto decennio del secolo VI o durante la conquista
araba della Siria nel quarto decennio del secolo VII. I Longobardi erano violenti e
barbari, ma almeno non imponevano tasse. Per molti, venir conquistati da loro era
meno grave che venir da loro combattuti. Come s' visto, alcuni capi longobardi
furono disposti ad accordarsi individualmente con i Bizantini ed a combattere al loro
fianco. Questa sorta di compromesso si diffuse probabilmente, almeno per un certo
periodo di tempo, fra la popolazione romana dell'Italia. Quanto meno, non siamo in
grado di sostenere che i Longobardi abbiano perseguito una politica di sistematica
espropriazione delle classi che detenevano la propriet fondiaria, e la pratica, meno
sistematica, di massacro e asservimento del contadinato.
3

Gregorio, Epp., 2. 33; 5. 38; 9. 205; 10. 5.

Le altre nostre fonti sono di solito pi tarde, ma vanno tutte in una direzione, quella di
una rapida fusione culturale fra Longobardi e Romani. Ci, come si vedr, deve aver
comportato una complessa mescolanza della societ, che sarebbe stata impossibile se
l'occupazione longobarda fosse stata radicale come la si dipinta. E stato spesso
sostenuto che i Longobardi s'insediarono in libere comunit di guerrieri staccate dalla
popolazione romana, e i ritrovamenti archeologici parvero confermarlo4. La maggior
parte dell'archeologia longobarda consiste nel rinvenimento di luoghi di sepoltura
contenenti oggetti longobardi di metallo del VI-VII secolo, simili a quelli ritrovati
nella Pannonia degli inizi del secola VI, dove i Longobardi furono stanziati fino al
568. Complessi cimiteriali (compresi all'interno delle centinaia che costituiscono i siti
pi vasti, quali Nocera Umbra in Umbria e Castel Trosino vicino ad Ascoli Piceno),
contenenti oggetti in metallo nella maggior parte delle tombe, han tutto l'aspetto di
singoli cimiteri per singole comunit longobarde. D'altra parte, se si eccettuano i pi
antichi cimiteri del nord, una gran percentuale della ceramica ritrovata in tali tombe
molto pi simile sia nella forma che nel materiale a ceramica grezza tardo romana.
Forse i Longobardi imitarono i Romani: evidente una qualche sorta di mescolanza di
culture. E, in efletti, un uomo o una donna che indossino una fibula di stile
longobardo non sono necessariamente longobardi, cos come una famiglia di Vercelli
che possegga una Toyota non necessariamente giapponese; i reperti artigianali non
sono guide sicure delle origini etniche5. La mescolanza stilistica dei manufatti, d'altra
parte, una spia del contatto fra le culture. In uno dei rari scavi completi di un luogo
d'insediamento del periodo longobardo, la fortificazione di confine di Invillino, nelle
Alpi friulane, i ricercatori hanno trovato una tale mescolanza, con un gran predominio
di manufatti romani , nonostante le caratteristiche militari del luogo. Contatti
sociali tra Longobardi e Romani sono suggeriti anche dalla scoperta di cimiteri
longobardi dentro le citt o nella loro immediata periferia, ad esempio a Fiesole,
Brescia e Cividale6. Pare che i Longobardi abbandonassero ben presto la loro lingua,
forse prima del 700. I prestiti che si ritrovano nell'italiano si riferiscono per lo pi ad
oggetti umili (di solito agricoli): greppia, melma, bica, schifo, gualdo. A1 tempo di
Paolo i Longobardi avevano anche gi abbandonato i loro vecchi modi di vestirsi e
pettinarsi, che egli pot ritrovare soltanto grazie ai dipinti murali del Palazzo di
Monza: capelli lunghi separati nel mezzo, abiti di lino simili a quelli degli
Anglosassoni, con strisce multicolori. Adottarono invece gli usi romani sia per i
vestiti che per le calzature e i pantaloni7. Un tal progresso indica l'influsso culturale
romano sui Longobardi, che non sarebbe potuto avvenire se i Longobardi avessero
avuto contatti sociali con i Romani esclusivamente in qualit di padroni, con i
fittavoli, o di soldati, con la popolazione civile sottomessa. Esso pare invece
comportare una fusione dalla base di proporzioni piuttosto ampie.

4
Cos pensava F. Schneider (B3-b), pp. 155-64, 177ss. (con i Romani sopravvissuti); S.M.C., pp. 141-9
(senza di essi).
5
Nella Grancia (prov. di Grosseto), da ottanta tombe (di cui circa dieci con oggetti di metallo
longobardi) stata trovata un'arma soltanto. se si trattava di defunti longobardi, certo non si trattava
almeno di soldati. Cfr. O. von Hessen, Primo contributo alla archeologia longobarda in Toscana
(Firenze, 1971), pp. 53-80. Per le ceramiche: I. Baldassare, Le ceramiche delle necropoli longobarde di
Nocera Umbra e Castel Trosino, Altomedioevo , I (1967), pp. 141-85.
6
G. Fingerlin et al., Gli scavi nel castello longobardo di Ib1igo Invillino (B3-6). Per i cimiteri nelle
citt: SM, XlV (1973), pp. 1136-41; xv (1974), pp. 1118s., 112S.
7
Paolo, H.L., 4. 22; B. Migliorini, Storia della lingua italiana (Firenze, 19S8), pp. 79-80.

La fusione ancor pi evidente nelle fonti dell'VIII secolo. L'onomastica per esempio,
mostra una mescolanza assolutamente asistematica di forme longobarde e di forme
romane. Uno dei documenti pi antichi in nostro possesso, relativo a Fortonato, un
proprietario terriero lucchese dal chiaro nome romano, e risalente al secondo decennio
dell'vIII secolo, elenca anche i cinque Egli di lui: Benetato un nome romano, ma
Bonualdo, Rodualdo, Radualdo e Baronte sono indiscutibilmente nomi longobardi.
Altre famiglie mostrano simili mescolanze. In casi estremi si trovano elementi
longobardi e romani nello stesso nome, come accade per Daviprando (a Lucca nel
774) o Pauliperto (nella cerchia di Carlomagno nel 788). Giovanni Tabacco ha
mostrato come i nomi longobardi superano quelli romani (quasi il doppio) nei
documenti del regno longobardo relativi a proprietari terrieri e soldati; ma le sue
conclusioni, secondo le quali gli elementi etnici longobardi dominavano
completamente quei gruppi, sono piuttosto ridimensionate dal fatto che anche un gran
numero di schiavi avesse nomi longobardi8. Non possibile che i Longobardi fossero
diventati l'intera popolazione; dobbiamo dedurne che l'influsso culturale dei loro usi
relativi all'onomastica aveva penetrato la societ romana da cima a fondo.
La mescolanza fra Romani e Longobardi si pu rintracciare chiaramente nel campo
del diritto. I1 diritto romano continu ad esistere. I1 diritto longobardo lo menzion
raramente, ma i re legiferarono soltanto per i loro sudditi longobardi; le allusioni fatte
da Liutprando al diritto romano dimostrano che esso era stato mantenuto in vigore con
pari importanza. I1 diritto individuale longobardo cominci ad essere influenzato dal
diritto romano nell'VIII secolo, ma solo marginalmente (cfr. pp. 62-63). D'altra parte,
i pochi Romani che si dichiararono esplicitamente tali nell'VIII secolo avevano
adottato tutti usanze che appartengono propriamente solo alla legge longobarda, come
accadde a Felex di Treviso, il quale cedette delle propriet alla figlia nel 780,
accettando in cambio un fazzoletto, come launigild, secondo la legge romana . Ma
il launigild era concetto tipicarnente longobardo, che si riferiva allo scambio di doni,
ovvero al contro dono che rendeva valido il primo secondo la legge longobarda9. La
cosa non deve sorprendere molto. I1 diritto romano scritto si dev'essere fossilizzato
dopo il 568, per gli abitanti dell'Italia longobarda, e i re legiferavano solo per i
Longobardi, mentre la legislazione romana diveniva inadeguata ad affrontare la
situazione radicalmente nuova dello stato longobardo. L'unica soluzione era quella di
prendere a prestito il diritto altrui, e quello longobardo era il pi accessibile. Tali
prestiti devono essere stati molto comuni, infatti non possibile distinguere tra una
tradizione legale longobarda ed una romana nei documenti che si riferiscono ad atti
giuridici di italiani di ogni livello sociale.
Ma l'influsso non fu comunque unidirezionale. Le leggi che governavano i rapporti
interpersonali nel secolo VIII sembrano avere avuto uno stampo decisamente
longobardo. Le leggi sulla propriet, invece, rimasero saldamente romane. Gianpiero
Bognetti pare avere sostenuto a volte anche il concetto longobardo di propriet, di
possesso diretto (gewere), di solito da parte di una collettivit (fara: si veda qui di se.
guito a pp. 152ss.), si sostitu talmente al sistema romano della propriet che qualsiasi
8
Per Fortonato: Schiaparelli, 16. Per i nomi misti: Schiaparelli, 287, Chronicon Salernitanum, c. 25 (a
cura di U. Westerbergh, Stoccolma, 1956). Per gli schiavi: cfr., per esempio, Schiaparelli, 154. G.
Tabacco, Dai possessori dell'et carolingia agli esercitali dell'et longobarda (B4), pp. 228-34.
9
Storia del diritto italiano. Il diritto privato, III, a cura di P.S. Leicht (Milano' 1948), pp. 193-4; cfr.
Rotari, 175.

proprietario terriero residente lontano dalle sue terre fu automaticamente spodestato


dal codice longobardo. Ma ci davvero eccessivo. Ernst Levy ha dimostrato che la
legge tardoromana sulla propriet era gi cos simile al concetto di genere che
quest'ultimo pottebbe essersi addirittura formato per l'influsso della prima. Fin dal
codice di Rotari, la propriet terriera interamente privata e basata, pare, su norme
legali romane. Nelle documentazioni dei secoli VI-II e IX in nostro possesso, le forme
della propriet sono, salvo rarissime eccezioni, totalmente romane. Le forme meglio
documentate di possesso, propriet e affittanza sono strettamente imparentate ai
concetti giuridid tardoromani, e quasi identiche alle forme in vigore allora a Ravenna,
dove non si pu presumere vi fosse un influsso longobardo10.I1 perdurare del concetto
romano di propriet sembra pi logico se si postula anche il perdurare di proprietari
romani.
Abbiamo gi osservato altri aspetti dell'influsso romano sui Longobardi: la nozione
longobarda dello stato e del suo ruolo amministrativo, per esempio; la distinzione fra
pubblico e privato. E, in parte come risultato del perdurare della tradizione
amministrativa romana, l'aristocrazia longobarda si trasfer nelle citt e segu i
modelli delI'aristocrazia urbana dell'Impero. Epossibile verificare ci sin dai primi
anni dell'insediamento: gi verso il 574, un gran numero di citt romane ebbero duchi
longobardi; nel 585, quando i Franchi invasero l'Italia, le citt furono le roccaforti
naturali dei Longobardi. Come s' visto, ci sono testimonianze archeologiche della
presenza dei Longobardi nelle citt. All'inizio, tale occupazione delle citt pu essere
stata esclusivamente militare. Ma gi durante il regno di Cuniperto, quando Paolo
finalmente ci fornisce un resoconto abbastanza dettagliato, a Brescia, e probabilmente
a Pavia, Vicenza e parecchie altre citt, vi sono cittadini che sono aristocratici
longobardi senza alcuna carica ufficiale11. L'attrazione della vita urbana e le sue
conseguenze economiche verranno discusse in un prossimo capitolo; ma tutto ci
sarebbe stato inconcepibile senza la continuit della presenza dei cittadini romani e
dell'ideologia urbana che essi perpetuarono. Anche nelle citt, poi, diventa
impossibile, a partire dal secolo VIII, distinguere i Longobardi dai Romani.
L'invasione longobarda dell'Italia fu ovviamente violenta, ma ci accadde in parte
proprio perch fu disorganizzata. Ogni regione deve averne ricevuto una diversa
impressione. L'insediamento longobardo vari in intensit: pi forte attorno a Milano
e Pavia, Brescia e Verona, e nel Friuli; meno forte nell'Emilia occidentale e attorno a
Lucca; quasi inesistente pi a sud. Cominciano ad apparire anche differenze regionali
non direttamente dovute ai Longobardi. Sin dal 700, nei documenti e contratti in
nostro possesso, ogni area italiana ha le proprie tradizioni e caratteristiche locali, la
sua particolare gerarchia sociale, le sue formule legali, i suoi pesi e le sue misure. Ci
pu indicare lo sviluppo separato di diverse localit dopo il 568, o, pi probabilmente,
la prima chiara testimonianza deLte profonde divergenze locali che i Romani non
avevano mai sradicato. Ma indica anche che era improbabile una riorganizzazione
sistematica della societ da parte dei Longobardi. La maggior parte del contadinato, la
massa della societ, era e rimase romana: un singolo documento pistoiese del 767
allude addirittura ai fittavoli col nome di romani. Ma i Longobardi ebbero pure
10

Bognetti, S.M.C., capitolo 1. 8; La propriet della terra, E.L., IV, pp. 76ss.
Ma cfr. E. Levy (4), pp. 87-99, 187ss. Per alcune eccezioni: per esempio Schiaparelli, 49 (730).
11
Paolo, H.L., 2. 32; 3. 17; 5.38-9.

schiavi propri, i liberti e i semiaffrancati, come mostra l'editto di Rotari, e questi,


come si vedr, vennero assorbiti all'interno delle classi inferiori romane. L'infiusso
romano sulla societ dell'VIII secolo implica la sopravvivenza in misura rilevante
delle dassi di proprietari terrieri romani, dai proprietari di piccoli fondi ai grandi
proprietari dimoranti in citt. Un chiaro esempio di quest'ultimo gruppo
rappresentato dal nobile pavese Senatore, figlio di Albino, che fond un monastero a
Pavia nel 714 con terreni donatigli in parte dal re12.
L'insediamento longobardo non produsse, quindi, un mutamento radicale della
struttura sociale. Certamente, molti proprietari terrieri romani furono spodestati per
avidit, come afferma Paolo, ma ne devono essere sopravvissuti abbastanza da
assicurare il predominio dell'ideologia romana relativa alla propriet nei secoli
seguenti, cos come accadde per le caratteristiche romane nel sistema governativo
monarchico di cui si visto nel capitolo precedente. La pretesa parit fra legge
romana e legge longobarda affermata da Liutprando mostra che non vi era
necessariamente distinzione fra ranghi sociali derivante dall'essere longobardi e
romani, pur se non v' dubbio che la maggior parte dei Romani erano contadini
dipendenti e che una gran percentuale dei Longobardi non lo era. In alcuni luoghi pu
anche darsi che i Longobardi praticassero il sistema a cui fa riferimento Paolo, della
bospitalitas, ma non ci possibile verificarlo. Non furono comunque tanto numerosi
da distruggere le gerarchie sociali italiane, e la loro veloce fusione con i Romani deve
suggerirci che non riuscirono a farlo. Quando arrivarono i Franchi, Longobardi e
Romani erano assai pi simili gli uni agli altri di quanto essi non lo fossero nei
confronti degli invasori settentrionali.
La caratteristica della societ longobarda che era, e rimase, unicamente longobarda fu
l'ideologia del popolo guerriero connessa con l'immagine di una societ di uomini
liberi e di aristocratici. Tabacco ha mostrato come nelle leggi di Liutprando, soldato
(exercitalis, o l'equivalente longobardo latinizzato arimannus) usato come
equivalente di proprietario e di uomo libero (liber homo). ci non significa che
i tre termini fossero esatti sinonimi. C'eran gi nell'VIII secolo degli uomini liberi che
avevano perduto le loro propriet o che non ne avevano avuta mai alcuna (cfr. pp. 141
ss.), e non erano sempre sottoposti all'obbligo del servizio militare (cfr. pp. 177 ss).
N fu vero che i proprietari dovessero essere necessariamente longobardi. Ma
Tabacco sostiene che nell'insieme lo erano, poich i re presumevano (come accadde
spesso, anche nel periodo carolingio), che Longobardo e proprietario libero e
armato significassero pi o meno la stessa cosa. Lo stato, il regnum
Langobardorum, pur se romano in ogni suo lineamento, era quel che il suo nome
diceva: dei Longobardi e basta.
Non vi indizio di un'imponente assimilazione giuridica e militare di una libera
popolazione romana da parte dei Longobardi. Dunque, lo sconvolgimento delle
condizioni del possesso alla fine del VI secolo fu pi vasto e radicale di quanto
l'annientamento dell'aristocrazia romana gi facesse supporre13.
Sotto tale aspetto, lo stato longobardo ottenne senz'altro un'indiscutibile vittoria
ideologica; i Romani divennero socialmente marginali ad ogni livello. Ma Tabacco
12
13

Per il nome romani: Schiaparelli, 206. Per il senatore: Schiaparelli, 18.


Tabacco, La storia politica e sociale, cit., p. 62; cfr. Dai possessori... , Cit.

deve essersi sbagliato nel desumere da ci l'allontanamento dell'aristocrazia romana, e


ancor meno del contadino proprietario di terre. La propriet terriera fu nell'VIII secolo
l'unico criterio che distinguesse in pratica il rango sociale. Ma, in un periodo in cui lo
stato forte e influente, il rango sociale dipende quasi completamente, nelle sue
forme, dalla struttura e dall'ideologia dello stato stesso. Un proprietario terriero
romano non avrebbe trovato vantaggioso comportarsi come Boezio. Status sociale e
onori dipendevano dalla capacit di combattere, e probabilmente di professare
l'adesione alla legge longobarda. Nel Medio Evo era possibile mutar le leggi
abbastanza facilmente... cosa da cui deriv, senz'altro, la scomparsa degli Ostrogoti. E
da ci deriv anche, nel XII secolo, la rapida vittoria (poco pi di due generazioni) del
diritto romano, modifcato, sul diritto longobardo.
La 'franchizzazione' dell'aristocrazia romana nella Gallia del VI e VII secolo cosa
risaputa e ben documentata: dapprima nel costume (il servizio militare, e la crescente
violenza del comportamento di cui si lamenta Gregorio di Tours), poi nell'onomastica,
infine nel diritto. NellVIII secolo c'erano solo Franchi a nord della Loira. La
trasformazione pacifica dell'aristocrazia nell'Italia bizantina altrettanto evidente,
come si vedr. Trasformare l'intera forma della societ aristocratica e dei suoi valori,
per una ideologia dominante pi facile di quanto non ritenga Tabacco. Viceversa,
mutano meno facilmente le realt economiche relative alla propriet fondiaria. Al
tempo del regno di Astolfo, a quanto sembra, il criterio determinante gli obblighi delle
prestazioni rnilitari era divenuto la propriet pura e semplice, indipendentemente dalla
matrice etnica14. E, pur se persistette l'immagine longobarda del guerriero armato e
libero, nel periodo carolingio la prestazione militare cominci ad escludere
gradualmente i poveri, come si vedr.
L'occupazione franca, dopo il 774, non venne ad alterare questo predominio
longobardo, pur se contribu alla fusione fra Longobardi e Romani in quanto
popolazioni italiane indigene: gli Italiani. Un formulario del secolo XI esprime la
prossimit nella procedura legale dei Longobardi e dei Romani in contrasto con quella
degli invasori nordici. Negli atti di vendita dei terreni, ad esempio, i Longobardi e i
Romani dovevano allegare un documento contenente certe formule che esplicitavano
gli obblighi legali derivati dall'assunzione della somma pattuita. Inoltre, per i
venditori franchi, visigoti, alemanni, bavaresi e burgundi c'era l'obbligo di porre il
contratto per terra, e gettare su di esso un coltello [con l'eccezione dei Bavaresi e dei
Burgundi], un bastone segnato, un guanto, una zolla di terra, il ramo di un albero, e un
calamaio . I1 formulario include anche elaborazioni abbastanza tarde, ma sappiamo
che Franchi e Alemanni eseguirono tali riti, come risulta da contratti del IX secolo15.
La nuova immigrazione fu per due terzi franca, e per circa un terzo alemanna
(particolarmente a Verona); gli altri gruppi costituirono entit assai inferiori. Abbiamo
gi visto come i Carolingi nominassero dei Franchi in incarichi ufficiali della
gerarchia secolare. I conti e la maggior parte dei missi furono per lo pi franchi
nell'Italia settentrionale fino alla met del X secolo, ma i Longobardi riapparvero
presto nella Toscana meridionale e a Spoleto, dove i Franchi non si insediarono mai.
Un insediamento di piccoli aristocratici e di soldati franchi nella fascia di terra in
14

15

Astolfo, 2, 3.

MGH Leges, IV, p. 595; cfr. R. Bordone, Un'attiva minoranza etnica nell'alto medioevo (B3-f).
Hlawitschka (B3-c) rappresenta il testo fondamentale per capire l'insediamento franco.

fondo ai maggiori passi alpini fra Pavia e Verona, e in altre zone strategiche (Asti,
Piacenza, e in minor misura Lucca), per lo pi aristocrazia rurale, ben documentato.
Di raro li troviamo nelle citt, se non nelle loro vesti di funzionari, e a ci dovuto in
parte il fatto che i Franchi, con l'eccezione delle famiglie pi prestigiose, non ebbero
influsso locale sufficiente a divenir vescovi. I vescovi non eletti dai re provenivano
generalmente da farniglie longobarde.
All'interno delle classi dei proprietari terrieri, i Longobardi (e i Romani) superarono di
gran misura i Franchi (e gli Alemanni); nelle classi inferiori, probabilmente, i Franchi
erano del tutto assenti. Ma, come s' visto, per i Longobardi l'essere in pochi non
costitu uno svantaggio due secoli prima, quando erano essi diventati il gruppo sociale
predominante. Tuttavia, come s' detto nel capitolo precedente, i Carolingi non
franchizzarono lo stato, ma solo i suoi funzionari, particolarmente nel governo locale
e nel comando degli eserciti. I Longobardi, se non si ribellavano, non erano privati
delle loro terre. Sin dalla penultima decade dell'VIII secolo figurano come vassalli
alla corte del Re Pipino. Non furono pi i maggiori benefciari del favore del re, e ci
indeboli forse la loro posizione, soprattutto durante il regno di Lotario, ma a partire da
Lodovico II i Longobardi ricominciarono a godere dell'interessamento reale. Per
esempio, gli Aldobrandeschi furono una famiglia longobarda di Lucca: dopo l'800,
cominciarono ad accumulare propriet nella Toscana meridionaie, comprandole o
affittandole, stabilendo una base per un forte potere locale protetto dai rivali dalla
distanza, proprio negli anni in cui gli aristocratici longobardi godettero del minimo
appoggio da parte del re. In tal modo, la famiglia si trov in posizione eccellente
allorch Lodovico volle controbilanciare il potere di Adalberto I nella Toscana
settentrionale: Geremia divenne vescovo di Lucca, suo fratello Eriprando missus
imperiale, e il terzo fratello, Ildebrando, conte. Successivamente Geremia cedette o
afitt ai suoi fratelli tutta la propriet episcopale nella Toscana meridionale,
permettendo loro di stabilire una potenza familiare immensa che dur cinque secoli16.
N si tratt, con gli Aldobrandeschi, di un caso isolato. Gran parte della nuova
nobilt della Toscana del x secolo pu venir fatta risalire alle famiglie Iongobarde del
secolo VIII grazie all'eccezionale documentazione che abbiamo della Lucca
altomedievale. La stessa cosa valse, per lo pi, per gli aristocratici longobardi
settentrionali del X secolo. I quadri delle dassi superiori rimasero longobarde, in
particolare quelle relative alla posizione di arimanni, i liberi guerrieri, pur se tale
rango includeva allora anche dei Franchi. Le potenti famiglie comitali francesi si
trovarono a doversi infiltrare entro una cornice ancor essenzialmente immutata dai
tempi dei re longobardi. I1 perno dell'attivit sociale rimaneva la citt, diversamente
da quanto accadeva al nord delle Alpi, e le riforme amministrative carolinge
contribuirono a rafforzare tale tendenza. Laddove le famiglie franche non si
inurbavano, come accadde nella maggior parte dei casi, divenivano socialmente
marginali. Giacch i Carolingi non cercarono di alterare le fondamenta ideologiche e
le basi materiali dello stato, le famiglie aristocratiche longobarde non dovettero
divenire franche per sopravvivere, come era accaduto ai loro predecessori (e forse
antenati) romani. Anche se avessero dovuto farlo, alcuni degli elementi basilari della
struttura sociale, quali la tendenza degli aristocratici ad inurbarsi, sarebbero
sopravvissuti.

16
Cfr. il breve resoconto in G. Rossetti, Societ e istituzioni nei secoli 9 e 10: Pisa, Volterra,
Populonia, 5 Congresso, cit., pp. 296ss.

Lo sviluppo sociale dell'Italia bizantina conferma alcune osservazioni gi fatte su


Longobardi e Franchi. Le principali zone italiane che i Longobardi non riuscirono mai
a conquistare pienamente furono 1'Esarcato di Ravenna (o meglio, Esarcato e
Pentapolis) ed il ducato di Roma. Venezia, l'Istria e Napoli furono pure esenti da tali
occupazioni, come accadde per le zone pi greche del sud, di cui si parler nel
capitolo sesto. L'Esarca era il governatore civile e militare dell'Italia sin dal tardo
secolo VI, speditovi da Costantinopoli e mutato con grande frequenza. L'Italia era
distante dalle province centrali dell'Impero, e se ai governanti locali fosse stato
concesso troppo tempo per ambientarsi, avrebbero potuto finire col ribellarsicome
in effetti accadde nel 619 e nel 651. I Romani e i Ravennati non erano sudditi facili,
poi, e seri disordini locali si verificarono pi di dieci volte fra il 600 e la conquista
dell'Esarcato da parte di Astolfo nel 75117.
La struttura sociale delle aree bizantine per le quali abbiamo una migliore
documentazione, Ravenna, Roma e Napoli, discendeva direttamente da quella di
Roma, senza alcuna rottura del tipo causato in altri luoghi dagli insediamenti
longobardi. Verso l'anno 700, per, era mutata fino ad essere irriconoscibile ed
assomigliava, piuttosto, a quella dello stato longobardo. Per almeno un aspetto
importante, la somiglianza era superficiale: nell'Esarcato lo stato continuava ad
imporre le tasse, e con quelle manteneva un'amministrazione complessa e un esercito
(pur se dopo la met del secolo VII la paga che l'esercito riscuoteva in Italia era
probabilmente molto bassa in confronto alle rendite che riceveva dai terreni di sua
propriet). Le tasse erano piuttosto alte, almeno agli inizi. Le propriet della chiesa di
Ravenna in Sicilia ai tempi dell'arcivescovo Mauro (642-73) rendevano 50.000 modia
di grano (e altro reddito in natura), e 31.000 solidi d'oro. Di questi ultimi, ben 15.000
se ne andavano in tasse18. D'altra parte, assai probabile che proprietari terrieri meno
responsabili fossero in grado di evadere le tasse (come accadde nel V secolo) e ci
sembra particolarmente probabile per i soldati. L'Italia bizantina, diversamente dalla
tarda romanit, non manteneva una gerarchia militar-amministrativa distinta
dall'aristocrazia civile. La struttura dello stato si era semplificata, e l'lite al potere
completamente militarizzata. Tale processo era iniziato fin dai tempi degli Ostrogoti,
come si visto nel capitolo primo; dinanzi alle pressioni delle invasioni longobarde,
divenne ancor pi rapido. I capi dei numeri, o unit militari, divennero predominanti
figure sociali, i senatori si trasferirono a sud, in Sicilia, dove si trovavano ancora nel
VI secolo, e ad oriente, a Costantinopoli. Verso la fine del VI secolo, la Curia, il
consiglio cittadino, non esisteva pi in alcuna citt bizantina del nord, eccetto forse
Ravenna. Solo a Napoli, che non dovette temere alcuna seria minaccia longobarda
fino alla fine del secolo VI, la militarizzazione della societ si comp piuttosto tardi.
Gregorio Magno descrive le fazioni delle citt che si distinguevano a seconda della
loro associazione od opposizione ai vescovi, in una tradizione tipicamente
tardoromana19. Napoli era citt prospera, e la sua base rimase essenzialmente civile. I
soldati costituivano una minoranza, e la Curia sopravvisse fino al X secolo, pur se gi
nell'VIII secolo il comandante militare, console (o duca), fu il governante
incontrastato di Napoli.

17
Per l'Esarcato: A. Guillou (B3-b), e particolarmente T.S. Brown, The Church of Ravenna and the
imperial administration in the 7th century, e il suo libro di prossima pubblicazione (A3-b).
18
Agnello, c. 111
19
Gregorio, Epp., 2. 12, 18; 3. 1, 2, 60; 9. 47, 76.

Mano a mano che i vertici della societ bizantina corrispondevano sempre pi ai


vertici militari, l'aristocrazia civile perdeva il proprio status. Pur continuando ad
esistere, in quanto la distinzione fra gerarchia civile e gerarchia militare venne
scrupolosamente mantenuta, i suoi membri pi autorevoli penetrarono tra i ranghi
dell'esercito. Viceversa, soldati di tutti i ranghi militari, ricorrendo ai loro legami con
la ricca rete di protezionismi, basata sul sistema fiscale, che copriva l'intera
amministrazione (e, come si vedr, anche la Chiesa), riuscivano facilmente a divenire
proprietari terrieri, tramite acquisti, matrimoni, afitti o mezzi meno leciti. Verso il
700, la maggior parte dei grandi proprietari terrieri era costituita da militari.
L'esercito del tardo secolo VI era di provenienza in massima parte orientale, e la sua
origine sociale evidente nei testi a nostra disposizione. Nel 591, Tzita, appartenente
al numerus dei Perso-Armeni, era sposato con un'appartenente alla classe dei
proprietari terrieri (suo suocero Felice era defensor della chiesa di Ravenna)20.
L'onomastica, come era accaduto nell'Italia longobarda segul questi infIussi. Nel
secolo VII, quasi la met dei nomi registrati nei documenti ravennati sono di origine
orientale. Le complesse regole dell'onomastica del l'Impero Romano svanirono. Oltre
a questi nomi orientali (e ad alcuni residui di nomi goti), c'erano molti che si
chiamavano semplicemente Stefano, Giovanni o Sergio, con i nomi dei santi. Diventa
piuttosto difficile seguire la storia delle famiglie nel secolo VII, come succede anche
per l'Italia longobarda, pur se gli antenati di tribuni o giudici di nome Giovanni, nella
Ravenna dell'VIII secolo, avrebbero potuto essere aristocratici ravennati del secolo
VI, i Melminii o i Pompilii. Tale sviluppo nell'onomastica di certo collegato in
qualche modo con la militarizzazione della gerarchia sociale, poich nell'esercito
l'onomastica non era mai stata cosl complessa; comunque, esso non indica una vasta
immigrazione orientale. N i nomi orientaleggianti del VII secolo, n quelli derivati
dai santi nei secoli VII e VIII, indicano l'affermarsi di famiglie nuove, pur se ve ne
furono senz'altro alcune. Non possibile d siano mai stati molti orientali in Italia; di
certo costituivano una porzione di popolazione inferiore di gran lunga persino a quella
costituita dai Longobardi nell'Italia longobarda. Nel VII secolo, in effetti, anche se il
numero dei nomi orientali continuava ad essere piuttosto alto, l'immigrazione era gi
cessata. I Bizantini ebbero bisogno di tutti i soldati che poterono reperire per le guerre
contro i Persiani e contro gli Arabi. I1 reclutamento militare in Italia torn ad avere
base locale: nuovi numeri vennero costituiti in citt italiane, Rimini, o Fermo, o Nepi.
Ma l'influsso militare orientale aveva gi avuto i suoi effetti. L'intera terminologia
dell'organizzazione sociale si era militarizzata: gli abitanti di Comacchio, alla
frontiera, venivano chiamati milites, soldati , persino dai Longobardi; l'intero
corpo cittadino triestino veniva definito un numerus nel caso giudiziario di Rizana
nell'804.
La militarizzazione dell'immagine sociale ha notevoli paralleli con l'Italia longobarda,
in cui i governanti locali erano duchi, e i comuni uomini liberi avevano titoli militari
quali vir devotus. La popolazione di Siena nel 730 venne definita un esercito
(exercitus)21 L'esercito longobardo e la sua gerarchia compenetravano l'intera societ,
proprio come l'esercito bizantino, ma ci non significa, in nessuno dei due casi, che
20

G. Marini, I papiri diplomatici (Roma, 1805), n. 122.

21
LM. Hartmann (BSb), pp. 123-4, per Comacchio; Manaresi, 17, per Trieste; Schiaparelli, 50, per
siena.

l'intera societ servisse nell'esercito. Nell'Italia bizantina, in effetti, l'esercito era


divenuto una vera lite di professionisti, e i Triestini, a Rizana, come si vedr, stavano
solo appellandosi contro la prestazione militare da rendere ai loro nuovi padroni
franchi, e solo in teoria costituivano un numerus. Questi mutamenti della terminologia
dimostrano soltanto una trasformazione dell'orientamento, e fino a un certo punto
dell'ideologia, dei ranghi sociali pi elevati. I capi della gerarchia sociale avevano
incarichi diversi, diverse funzioni e diversi nomi dei loro predecessori. Ma la base di
quella leadership continuava ad essere la terra, e almeno alcune delle principali
famiglie delI'Italia bizantina devono essere ancora state le stesse che nei secoli V e
VI, anche se sotto diverse mascherature, pur se ci furono alcune famiglie nuove, sia
orientali che indigene. Il fatto che una tal completa trasformazione potesse avvenire
pacificamente dovrebbe dimostrare che qualcosa del genere avrebbe potuto verificarsi
anche tra i Longobardi. In entrambi i casi l'aristocrazia civile romana cess di essere
politicamente influente. Alcuni dei suoi membri affondarono, espropriati (almeno
nell'Italia longobarda), esuli a Costantinopoli o in Sicilia, o incapaci di conservare il
possesso di propriet sparse in troppe zone teatro di guerra. Molti altri, per,
scamparono divenendo membri di questa nuova lite, accanto ad aristocratici militari
bizantini o longobardi, o a semplicissimi soldati affermatisi in battaglia: fusioni
attuate spesso con matrimoni, dopo dei quali le differenze d'origine cessavano di
contare.
Per un altro aspetto, la societ del VII secolo a Ravenna, Roma e Napoli, fu diversa da
quella dell'Italia longobarda (anche se le citt longobarde sarebbero giunte agli stessi
risultati in due o tre secoli): il ruolo della Chiesa. Si visto come nell'Italia
settentrionale tardoromana i vescovi divenissero importanti elementi
dell'amministrazione civile. Con i Longobardi cessarono di esserlo, e anche quando i
Longobardi accettarono il cattolicesimo rimasero politicamente marginali, almeno a
livello nazionale. Nelle citt bizantine, per, ci non accadde. A Roma i Papi
possedevano gi vastissime terre e, col crollo del Senato, si assunsero decisamente il
governo della citt nel VI secolo, mantenendo la popolazione con distribuzioni di
grano. Anche gli arcivescovi di Ravenna avevano cominciato ad accumulare terreni,
in particolare successivamente a parecchie generosissime concessioni imperiali (in
alcuni casi come corrispettivi di prestiti), dal 550 in poi. Nel VII secolo l'arcivescovo
fu secondo soltanto all'Esarca, nd potere; di solito i due collaboravano strettamente,
con reciproco vantaggio (diversamente dai conti e dai vescovi catolingi, e
diversamente da Papa ed Esarca, con le loro tempestose relazioni). Gli enormi
possedimenti del Papa e dell'arcivescovo rappresentavano direttamente un potere
politico ed economico vastissimo. Rappresentavano anche, per, l'occasione per
esteso clientelismo. Dal VII secolo in poi, sia a Ravenna che a Roma, gli aristocratici
militari cominciarono a prendere in affitto terreni della Chiesa. In alcuni casi la
Chiesa non aveva scelta. L'alternativa al concedere un terreno in affitto (per una cifra
fissa, sovente nominale, per diverse generazioni), spesso era la perdita totale di esso,
ma queste concessioni in affitto comportavano l'acquisizione di un appoggio politico,
che a volte veniva esplicitamente richiesto per iscritto nel contratto22. Una famiglia
nobile era in grado di accumulare una notevole propriet fondiaria tramite i contratti
di aditto, in un'epoca in cui in altre parti d'Italia i contratti d'affitto erano concessi
soltanto al contadinato. In tal modo la Chiesa si legava strettamente alle fortune
politiche dei suoi nuovi aristocratici affittuari. Gli arcivescovi di Ravenna furono
22

Agnello, c. 152.

spesso scelti nell'ambito di quelle famiglie; e cos cominci ad accadere anche un po'
pi tardi, dal 750, per i Papi. A Napoli, a partire dal tardo secolo VIlI, solo una o due
famiglie prevalsero, fornendo di solito dalle loro file sia il vescovo che il duca
console; a volte, come accadde con Stefano II (754-800) e soprattutto con Atanasio II
(876-898), la stessa persona copri entrambe le cariche23. Ovviamente, Napoli aveva un
territorio piccolo, e offriva poche occasioni perch si potesse costruire una complessa
rete di famiglie nobili. Le famiglie della fine del secolo VI persero probabilmente la
loro base fondiaria allorch i Longobardi conquistarono il resto della Campania. Le
altre citt-stato bizantine dei secoli VIII e IX ed oltre mostrarono simili
sovrapposizioni di incarichi laici ed ecclesiastici all'interno delle famiglie principali: a
Gaeta, ad Amalfi, e anche a Venezia, con l'egemonia nel IX secolo della famiglia dei
Partecipazio, che divenne la pi antica grande dinastia veneziana. In tutta l'Italia
bizantina, infatti, l'importanza della Chiesa si specchiava negli stretti legami di questa
con la gerarchia sociale cittadina. Nell'VIII secolo, anche in alcune citt longobarde,
cominci a rivelarsi un fenomeno simile; i vescovi di Bergamo e di Lucca erano ben
visibilmente degli aristocratid. Quando, nel IX secolo, le chiese cominciarono ad
affittare i loro terreni agli aristocratici, I'intero fenomeno diviene visibile. Col X
secolo, come si vedr, gli affittuari dei terreni della Chiesa costituirono la nuova
aristocrazia, e divennero spesso vescovi loro stessi, come era successo a Ravenna nel
secolo VII.
Lo stato bizantino in Italia fu pi complesso del suo vicino longobardo-carolingio.
Ci appare benissimo nel caso giuridico di Rilana nell'804, nel quale gli abitanti
dell'Istria e delle sue nove citt, recentemente conquistate dai Franchi, si lamentano
per le imposizioni introdotte dal nuovo governatore, il duca franco Giovanni.
Elencano i privilegi goduti precedentemente, e i doveri precedentemente prestati allo
stato bizantino. E invece, Giovanni stera impadronito di terre, aveva modificato le
usanze, e s'era arrogato diritti fiscali. Tra le altre cose, gli Istriani si videro sottratti i
loro diritti di pesca nel mare e di pascolo nelle selve pubbliche. Le loro gerarchie di
funzionari, le posizioni di tribuno, domesticus, vicarius, e hypatus (console), erano
state eliminate o assunte da Franchi; alcuni Istriani furono obbligati a servire
personalmente nell'esercito, assieme ai propri schiavi; Giovanni aveva cominciato a
pretendere lavori di corve alla maniera franca, e continuava a chiedere tributi fiscali
(344 solidi mancusi dalle nove citt) che teneva per s.
A tutti questi obblighi noi siamo forzati con la violenza, e mai era accaduta cosa del
genere ai nostri avi; i nostri parenti e vicini, a Venezia e nella Dalmazia, che sono
ancora sotto il dominio greco, come noi fummo prima, ci deridono. Se l'imperatore
Carlo ci aiuta, possiamo sopravvivere; se non ci aiuta, per noi preferibile la morte
alla vita.
Giovanni, nel difendersi, sostenne che la cosa era successa in gran parte per il fatto
ch'egli non era a conoscenza delle usanze dell'Istria, e che ovviamente avrebbe fatto
ammenda e non avrebbe pi imposto lavori di corve. Se poi lo fece o no, per noi
sconosciuto24. I1 quadro che si ottiene da quel caso giuridico, con tutti i suoi
complicati dettagli, quello di un Franco spietato e incolto che pesta rozzamente i
23
24

Giovanni Diacono, Gesta episcoporum neapolitanorum, c. 42 (S.R.L., p. 425).


Manaresi, 17; resoconto e commento in Guillou (B3-b), pp. 294-307.

suoi piedi su un organismo dall'equilibrio delicatissimo, retto dalle convenzioni


sociali, almeno nella forma in cui la memoria degli Istriani le idealizzava
deliberatamente. Ma alcune cose erano gi mutate: i 344 solidi, se costituivano il
residuo dell'imposta fondiaria, rappresentavano una frazione di quella romana. Sotto
tale punto di vista lo stesso stato bizantino si era semplificato. Gli incarichi che gli
Istriani avevano perduto avevano i loro equivalenti nello stato longobardo-carolingio,
pur se con una gerarchia meno comp]icata. Le strutture della societ, che
esamineremo nei prossimi due capitoli, erano verso l800 pi o meno le stesse dalle
due parti dei confini, in Italia. Le linee di sviluppo erano pure simili, anche se la
velocit dello sviluppo variava da un posto all'altro. E in nessuna delle due parti venne
a introdursi nel tessuto sociale qualche differenza dovuta all'immigrazione. Se alcuni
immigrati si sostituirono a singoli Romani, non alterarono comunque le strutture
socioeconomiche della vita italiana. Solo insediamenti di massa avrebbero potuto
farla e di questi, come si visto, non ve ne furono. L'economia italiana altomedievale
era in ogni suo importante aspetto l'erede diretta di quella dell'Impero.

Capitolo quarto
LA CITT E LA CAMPAGNA

La citt
Nel regno d'Italia, vale a dire l'Italia settentrionale e la Toscana, durante l'Impero
c'erano stati alcune centinaia di municipia. Pi di tre quarti di essi esistevano ancora
funzionanti nel 1000. Ben pochi di quelli che erano stati abbandonati sembra siano
stati sedi vescovili nel tardo Impero. Erano quindi probabilmente in un avanzato stato
di decadenza ancor prima dell'inizio del periodo in esame. Dal 400 al 1000 si pu
notare una continuit urbana quasi completa, ininterrotta a tutt'oggi: di cinquanta
capoluoghi di provincia moderni nella stessa area, trentacinque erano citt sotto
l'Impero. L'Italia settentrionale e centro-settentrionale nei due millenni passati
rimasta una societ urbana senza interruzioni. Per tutto quel periodo le citt
predominavano politicamente, socialmente ed economicamente sui territori rurali.
Si potrebbe obiettare, ed stato obiettato, che si tratta solo di un problema di
definizione. L'identit della citt, sia nell'Impero sia nell'alto Medioevo, era definita
amministrativamente: la presenza di un consiglio municipale, di un duca, di un conte,
di un vescovo; la sola presenza di mura talvolta sembra abbia comportato la
definizione giuridica di citt. Tali citt avrebbero potuto essere vuoti agglomerati, o
piccoli insediamenti di contadini, come spesso furono (e talvolta sono ancora)
nell'Italia del Sud e in quella centro-meridionale. Ma c'era forse una densit urbana in
alcune zone meridionali quattro volte quella della pianura padana, in un contesto ben
pi povero. Una base territoriale cos limitata spesso significava che tali citt non
erano che villaggi, con solo una cattedrale nel loro punto centrale. Offrivano poca
resistenza in caso di guerra o di invasione. Meno della met delle citt romane del Sud
continuarono ad esistere nei secoli VI e VII, anche come sedi vescovili (cfr. p. 192).
La persistenza geografica delle citt del Nord contrasta chiaramente con tutto ci.
Tuttavia ci non indica solo una maggiore continuit amministrativa o ecclesiastica.
Nel Nord si pu vedere una vera societ urbana che funziona per tutto il periodo nelle
citt delle quali si ha documentazione, come Ravenna, Lucca, o Milano, e si pu
pensare sia altrettanto per la maggior parte delle altre. Ci ovviamente presuppone
una chiara definizione economica di citt. Suggerirei la seguente per il tipo di societ
mediterranea pre-industriale che stiamo analizzando: un centro abitato relativamente
popolato, distinto funzionalmente dagli altri centri circostanti, con almeno tre delle
caratteristiche che seguono: maestri e artigiani (specialmente), una concentrazione di
proprietari terrieri, un ruolo amministrativo e religioso importante ed un mercato di
rilievo. Queste caratteristiche saranno esaminate a fondo pi oltre.
Certamente, alcune citt sono sparite. Talvolta furono distrutte in guerra e non pi
occupate (Brescello sul Po, dopo essere stata bruciata nel 586 e nel 603, fu
probabilmente abbandonata per vari secoli ma ci era insolito). Ben pi tipico fu il
lento decadimento e l'abbandono di citt in aree marginali. Ad esempio, sulla costa
ligure, quantunque capoluogo di contea e sede vescovile fino al X secolo ed oltre,
Luni sembra fosse gi in fase di decadenza nel tardo Impero, quando il suo foro fu
spogliato dei marmi. Uno scavo recente ha dimostrato l'esistenza di capanne in legno
sul foro e nella zona monumentale circostante e sembra che nell'VIII secolo la
maggior parte delle attivit fosse limitata alla zona circostante la cattedrale. Questo

declino colpisce ancor pi se si pensa che Luni era per i romani il punto d'arrivo e di
smercio di quello che chiamiamo oggi marmo di Carrara. Ma nel tardo Impero si
smise di tagliare marmo quando si resero disponibili molti blocchi dei templi ormai in
disuso delle citt romane. Luni era situata su una fascia costiera paludosa direttamente
comunicante con un territorio formato da valli isolate e da ripide colline, retroterra
troppo povero e scarsamente popolato per fungere da base adeguata per la vita della
citt a meno che non vi fosse il supporto di qualche altra attivit economica. Quando i
Longobardi, che non conquistarono Luni fino a circa il 640, occuparono la maggior
parte del suo retroterra e mutarono il sistema viario in modo da evitare la citt, le
diedero il colpo di grazia. Alcune citt decaddero come Luni. Altre cambiarono
ubicazione, come Ventimiglia o Altino, i cui abitanti si trasferirono a Torcello e poi a
Venezia. Ma furono casi atipici. La tipica citt romana sopravvisse; e sopravvive
ancora 1.
L'aspetto fisico delle citt del primo medioevo in se stesso una prova della loro
continuit. Indubbiamente, non erano troppo appariscenti. La monumentalit e l'alto
livello tecnologico dell'architettura tardo-romana dopo il VI secolo non ebbe segruto.
I templi e gli edifici civici tardo-romani furono per lo pi lasciati andare in rovina, o
usati come cave. Le chiese che furono costruite dopo il 600 erano piccole, anche le
opere di grande prestigio come S. Salvatore in Brescia o S. Maria in Cosmedin a
Roma, sebbene questo possa essere almeno parzialmente addebitato ad un
cambiamento nello stile architettonico, poich esse erano di certo ricche negli interni.
Sembra che l'edilizia privata spesso sia stata realizzata in legno, arretrata rispetto alla
strada, con un cortile anteriore e un giardino posteriore, forse pi simile ad una citt
giardino in sfacelo che non agli isolati di Pompei. In molte citt esistono tracce di
colture agricole interne alle mura (in particolare vigne). Alcuni storici hanno
riconosciuto in questo la 'ruralizzazione' della citt. Tuttavia ci un'esagerazione.
Citt e campagna non erano certamente del tutto differenziate, i contadini potevano`
vivere nella citt e uscire per andare a coltivare la campagna, come ancora avviene
nell'Italia meridionale. Ma le citt fungevano da punti focali della campagna, e la vita
urbana era in genere del tutto diversa dalla vita rurale, molto similmente a quanto
succedeva nell'antichit.
I1 primo elemento che definisce la citt la cinta muraria. Erano mura romane,
quantunque conservate dai re Longobardi e successivamente dalle stesse
amministrazioni cittadine. Nel 739 un autore anonimo scrisse un panegirico della citt
di Milano, descrivendone le glorie. In primo luogo venivano le mura:
Attorno al perimetro ci sono torri con alte guglie, rifinite all'esterno con grande cura, e
all'interno abbellite da edifici. Le mura sono larghe dodici piedi; l'immensa
fondazione fatta di blocchi squadrati, completati elegantemente nella parte superiore
da mattoni. Lungo le mura ci sono nove cancelli meravigliosi, ben protetti da
catenacci e chiavi, davanti ai quali si ergono le torri dei ponti levatoi.
Con simili difese, non sorprende molto che la gente abitasse nelle citt durante le
guerre del VI secolo, n che i governi successivi le abbiano mantenute. Le mura
1
Per Luni: B. Ward-Perkins, Luni (A5-b); cir. G. Schmidt, Citt scomparse e citt di nuova formazione
in Italia, Sett., XXI (1973), pp. 503-617, per molti dati comparativi.

davano identit alla citt sotto ogni aspetto. Le davano anche una configurazione
specifica. La disposizione romana delle strade era in genere ad angolo retto (e spesso
allineate con i campi squadrati della campagna); il quadrato formato dalle mura
cristallizz quest'aspetto. Le due strade principali di queste citt prevedevano due
cancelli alle estremit e si incrodavano al centro, in genere al foro. La semplice
conservazione delle mura romane rese questa disposizione planimetrica permanente.
Ma in molte citt italiane pervenuta fino ad oggi una disposizione planimetrica quasi
totalmente quadrata: Torino, Albenga, Piacenza, Milano, Cremona, Brescia, Verona,
Bologna, Firenze, Lucca sono solo alcune voci di un lungo elenco. E vero, ci
talora possibile in citt con una popolazione abbastanza limitata (Aosta ne un
esempio), specialmente se le strade, come in Italia, sono ritenute una propriet
pubblica; ma da tanti esempi si possono trarre conclusioni pi generali. A Lucca
nell'890 due contratti d'affitto ci mostrano una fila di cinque case, tutte che si
affacciano direttamente sulla strada, nel centro della citt. Qui, almeno, la pianta
stradale mostra decisamente una continuit nella densit dell'insediamento2.
Milano non aveva soltanto le mura. L'edificio nel foro assai bello, e il sistema
viario ha pavimentazione solida; l'acqua per le terme scorre in un acquedotto . Siamo
qui riportati al mondo tardo-romano. L'acquedotto deve essere stato oggetto di
particolare orgoglio, dato che ne erano rimasti pochi nell'VIII secolo (a Roma, Napoli,
forse Brescia, probabilmente a Pavia; e in pochi altri luoghi). D'altro canto il foro era
ancora presente nella maggior parte delle citt. Nell'antichit era stato il centro
politico, ove si riuniva il consiglio della citt, ed il punto focale dell'edilizia civica.
Nell'alto Medio Evo, aveva due antagonisti, il palazzo reale e la cattedrale, simboli
dei due maggiori poteri di ogni citt, lo stato e il vescovo. I1 foro perse il suo molo
politico diretto con la scomparsa del consiglio cittadino nel VI secolo, quantunque sia
restato un centro economico, e ivi si svolgesse ancora il mercato. E ancora cos oggi,
in molte citt. Tuttavia solo raramente il foro rimane al centro della citt. I1 palazzo o
residenza reale spesso fu costruito su di esso o nelle vicinanze, ma l'importanza del
palazzo diminu col crollo dello stato italiano nel x secolo. D'altro canto la cattedrale
raramente era costruita nelle sue vicinanze: come ultimo edificio tardo-romano
importante essa era, in genere, posta al limite della citt romana. L'influenza tel
vescovo nella citt fece crescere sempre di pi l'importanza del complesso della
cattedrale. A Milano, la cattedrale fu costruita nel IV secolo, nella vasta area aperta a
nord-est della citt, compresa entro le mura da un ampliamento recente delle mura
stesse Nel IX secolo era gi diventato un punto politico importante: il primo
testamento dell'arcivescovo Ansperto, nell'879, allude all'asemblatorio, punto
d'incontro dei cittadini, posto di fronte alla cattedrale, ove oggi ubicato il centro
della citt moderna, la Piazza del Duomo. I1 vecchio foro continu ad esistere, e fu
noto sotto il termine di mercatum; dal 952 aveva bancarelle fisse (per la maggior parte
propriet del principale monastero suburbano di S. Ambrogio). Nel X secolo e dopo,
il prezzo delle case attorno al mercato e vicino alla zecca era elevato3. Ma Milano,
come si vedr in seguito, era un centro commerciale importante. Altrove, il foro
divent meno importante in un tempo pi breve. A Brescia il foro oggi in una
tranquilla zona residenziale della citt vecchia; perse la sua importanza prima che il
capitolium romano, che ancor oggi lo domina, fosse destinato ad usi diversi
2
Versum de Mediolano civitate, in MGH Poetae, I, pp. 22-66 per Lucca, Barsocchini 965-6 (890). Cfr.
P-A. Fvrier, Permanence et hritages de l'antiquit dans la topographie des villes (Bs-b).
3
Porro, 287 (879); MGH Dipl. Ottonis, I, n. 145 (952); G Violante (B3-f), pp. 109-15 per i prezzi.

(quantunque sia rimasto certamente un mercato). I1 centro della citt moderna e


medioevale a cavallo dell'asse delle mura romane, a fianco e di fronte alla cattedrale.
Questi spostamenti del centro all'interno delle citt dell'alto MedioEvo mostrano
chiaramente la stretta relazione fra potere politico, status sociale, ed edifici. Di per s
era una tradizione romana. Cassiodoro scrisse, a proposito dello splendore dei palazzi
di Teodorico: Sono i piaceri del nostro potere, l'immagine appropriata dell'Impero...
sono in mostra perch ricevano l'ammirazione degli ambasciatori, e dal loro aspetto si
giudica il loro signore . Tre secoli pi tardi, Lodovico II diceva pi o meno la stessa
cosa: Gli edifici pubblidci che in ogni citt erano stati costruiti da molto tempo per
adornare il nostro stato, devono essere ricostruiti per i nostri scopi, decorosi e adatti
alle ambasciate straniere che vengono alla nostra presenza 4. Ben lo sapevano i
costruttori di chiese. L'edificio ecclesiastico fu il diretto successore della costruzione e
ricostruzione monumentale della citt romana. Nel I secolo Agrippa pose il suo nome
sul portico del Pantheon a Roma. Cos nel tardo Impero i donatori dei pavimenti
musivi nelle chiese avevano il loro nome posto nell'elenco all'interno della porta
assieme alla misura, espressa in piedi, del mosaico donato. Alcune chiese presero
persino nome dal loro fondatore, come S. Maria Theodota a Pavia e San Pietro
Somaldi da Sumuald, a Lucca. Agnello scrisse gran parte della sua storia di Ravenna
unicamente partendo dalle iscrizioni dei donatori presenti nelle chiese della citt. I1
vescovo Giacomo di Lucca (m. 818) pens che sul suo epitaffio bastasse ricordare
solo le fondazioni e donazioni di cui era autore; nessuna frase piamente retorica. I
vescovi facevano le donazioni maggiori, come era giusto, non solo per le loro
responsabilit religiose, ma poich in genere erano, nella citt, i proprietari terrieri pi
ricchi. I1 numero delle chiese di nuova costruzione nelle citt, nel periodo in esame,
uno dei segni pi chiari della prosperit degli abitanti e della loro disponibilit a spese
ingenti. A Pavia si sa dell'esistenza di circa quarantacinque chiese prima che fosse
saccheggiata nel 924 dagli Ungari. Prima del 900 a Lucca se ne sono ricordate
cinquantasette. Chiunque volesse affermare il proprio status sociale, lo faceva
costruendo una chiesa. L'Imperatore Giustiniano si lamentava nel contesto bizantino
che gli uomini erano cos desiderosi di essere ricordati come fondatori di chiese che
spesso non provvedevano neppure agli addobbi o alla manutenzione delle chiese
stesse 5. Le uniche differenze rilevanti tra questo comportamento e la munificenza
civica tardo-romana risiedevano nel fatto che un campo sociale ben pi vasto, non
solo le autorit civiche, poteva partecipare alla dotazione delle chiese nell'alto Medio
Evo, e che furono costruite pi chiese allora che edifici civici nella tardaromanit. Ne
consegue che, anche per minor ricchezza degli aristocratici dell'alto Medio Evo, le
chiese erano piuttosto piccole e non appariscenti in paragone ai monumenti tardoromani.
Lucca, la citt alto-medievale italiana meglio documentata, mostra chiaramente queste
caratteristiche. La conservazione della sua pianta romana pressoch perfetta e le
facciate dei suoi edifici della fine del IX secolo, indicano che conserv almeno ad un
certo livello la densit di costruzione romana. Le sue chiese erano distribuite in modo
abbastanza uniforme nella citt; non c'erano aree aperte evidenti; esistono
4

Variae, 7. 5; MGH Capitularia, II, 213 c. 7.

D.A. Bullough, Urban change in Early Mediaeval Italy (A5-h), pp. 99ss., 119-29; Barsocchini 1759
(818); Giustiniano, Novella 67 (Corprus Iuris Civilis, n); cir. M. Mauss, The Gift (Londra, 1951), pp.
3145; T. Veblen, The Theory of the Leisurc Class (Londra, 1924) capitolo quarto.

testimonianze che le case fossero costruite in legno, mattoni e pietra; la pietra il


materiale da costruzione pi evidenziato. Tra il 700 e il 1100 le case a due piani
aumentano sempre pi; e nel x secolo, persino la sporadica casa-torre. I1 palazzo reale
(curtis regia) e la zecca erano vicini al foro, nel centro; il complesso della cattedrale
era nell'angolo sud-est della citt. A Lucca, tuttavia, la capitale della Toscana, il
palazzo del duca (curtis ducalis) fuori le mura divent ben pi splendido, sollevando
la gelosia di Lodovico III nel 905; quando re Ugo depose il marchese verso il 930,
pose li il palazzo reale. I1 palazzo ducale non era l'unico edificio di Lucca fuori dalle
mura. Oltre un terzo delle chiese e met delle case citate nei documenti di Lucca
anteriori al 1000 risultavano essere all'esterno della cerchia muraria. Secondo i
documenti una fascia suburbana circondava Lucca fin dall'inizio dell'VIII secolo;
alcuni agglomerati, nel X secolo, avevano preso il nome di borgo (burgus). Un'elevata
percentuale della popolazione di Lucca viveva fuori mura e tali insediamenti
risalgono alle prime tracce storiche. Lucca era un centro importante, e cresciuto forse
troppo in fretta, ma molte altre citt devono essersi espanse fuori dalle mura ben
prima della fine del periodo in esame6,
Elemento chiarificatore sono anche le attivit degli abitanti di Lucca. Sempre dai
primi testi in nostro possesso rileviamo la presenza di una serie di mercanti ed
artigiani di generi di lusso, orefici, calderai, dottori, sarti, costruttori, monetieri. Tutti
sono citati come residenti nella citt stessa e nelle sue immediate vicinanze. Alcuni
erano anche proprietari terrieri, come, ad esempio, Giusto l'orefice di porta S. Gervasi
nel 729, il quartiere della porta di S. Gervasio (molte citt conoscevano suddivisioni
interne; i quartieri di Ravenna si scontravano persino in battaglie simboliche ogni
domenica pomeriggio. Un mastro costruttore dell'Italia settentrionale, Natale, acquist
dei terreni a sud di Lucca nel 787-8, e nell'805 divent cosi ricco da fondare una
chiesa urbana7. Tuttavia nella citt non abitavano solo mercanti e artigiani, vi erano
anche aristocratici. Nell'VIII secolo oltre met dei venti maggiori proprietari terrieri
presenti a Lucca e nel suo territorio sembra abitassero in citt. E ci esclude i terreni
delle chiese urbane, e soprattutto la cattedrale, che con tutta probabilit possedeva la
maggior parte dei terreni della zona. Anche le terre dello stato erano amministrate da
dentro la citt. I terreni sotto il controllo di cittadini o di istituzioni dovevano gio
ancoracostituire una parte rilevante dell'intera Lucchesia. In un contesto geografico
pi limitato, la popolazione rurale forse si serviva del mercato di Lucca anche per lo
scambio delle sue eccedenze. Lucca predominava socialmente ed economicamente sul
suo territorio sotto qualsiasi aspetto, in modi sostanzialmente invariati rispetto a quelli
del mondo romano, e che in seguito non sarebbero cambiati granch.
Sottolineo qui la propriet terriera urbana piuttosto che il commercio urbano, e lo
faccio deliberatamente. Le citt romane non erano principalmente centri commerciali;
erano centri politico-amministrativi fondati sulla tassazione delle campagne, ed
avevano peso socio-economico in quanto i grossi proprietari terrieri dell'Impero
vivevano quasi tutti all'interno di esse. Solo cos, col potere d'acquisto dello stato e
dell'aristocrazia, iniziarono ad essere presenti gli interessi commerciali. In pochissime
citt occidentali, in genere grandi porti come Ostia, e forse in nessun'altro posto, il
commercio era cosi preponderante sotto ogni aspetto, e in linea di massima, questo
6
Cfr. H.E Schwarzmaier (83-f), pp. 14-70, I. Belli Bersali, La topografia di Lucca nei ss 8-11 (B5-b).
Lodovico III: Liutprando da cremona, Antapodosis (MGH S.S. der Germ., nuova edizione a cura di J.
secker), 2. 39.
7
Schiaparelli, 69 (739); Barsocchini, 216, 221, 322 per Natalis. Per Ravenna: Agnello, cc. 12-9.

valeva per l'Italia anche nei secoli XII e XIII. Genova e Venezia erano, ovviamente,
centri quasi esclusivamente commerciali, ma si trattava di eccezioni. Citt pi piccole
dell'interno, pi tipiche dei comuni, come Mantova, Arezzo o Parma, erano sempre
controllate dai proprietari terrieri. E anche centri commerciali come Milano e
Cremona, con traffici fiorenti, erano citt basate in egual misura sulla propriet
fondiaria. Non dobbiamo di conseguenza identificare una rottura storica nella base
economica delle nostre citt, ora propriet fondiaria ora commercio (non
consideriamo qui l'industria (ora aristocrazia ora borghesia. Le citt antiche (secondo
Weber) erano centri di consumo, non di produzione e gravavano sulla campagna; lo
stesso vale, entro limiti pi ridotti, per le citt dei secoli XII e XIII. Il commercio nel
periodo centrale del Medio Evo, quantunque avesse smesso di essere del tutto
dipendente dal potere d'acquisto dei proprietari terrieri italiani, era per lo pi scambio
internazionale di generi di lusso. Di certo la maggior parte della popolazione
raramente acquistava tali merci, non vi fu mai grande commercializzazione
nell'agricoltura dell'Italia medievale, e la popolazione della campagna era coinvolta
nel commercio solo in quanto ultimo destinatario di pratiche monopolistiche e
relativarnente alla determinazione dei prezzi, che erano calcolati a scapito della
campagna per giovare ai mercati e alle botteghe urbani.
Si gi visto ampiamente come la struttura politica ed amministrativa del regno
longobardo e di quello carolingio che gli successe sia rimasta urbana, anche per
conseguenza della tradizione romana della pubblica amministrazione. La Chiesa pure
era nettamente urbana, con l'eccezione del sistema dei monasteri rurali, alcuni di
questi corredati di tenute estese, che cominciarono a sorgere nell'VIII secolo.
Anch'essi venivano volutamente fondati in zone remote al fine di evitare il contatto
con la societ secolare, cio, per eccellenza, la societ urbana. I proprietari terrieri
rimasero, come abbiamo visto a Lucca, cittadini; il caso di Taldo, il gasindio
(dipendente) del re, figlio di Teuderolfo, cittadino di Bergamo che fece testamento nel
774 (mentre Desiderio assediava Pavia). I1 suo essere cittadino (o quello di suo padre)
sembra sia stato un titolo, proprio come il suo status di gasindio. Distribu una lunga
serie di propriet a tredici chiese (le donazioni maggiori a due chiese urbane) e ordin
al vescovo di vendere tutto il resto alla sua morte8.
Pu non sembrare inevitabile che i proprietari terrieri dovessero abitare nelle citt; i
vantaggi materiali dell'appartenenza istituzionale al corpo cittadino erano scomparsi
con la centralizzazione del sistema fiscale alla fine del III secolo. I1 sistema
longobardo di patrocinio statale su base urbana quantunque forte, non poteva
gareggiare con quello centralizzato, basato sulle tasse, del tardo Impero. E qualsiasi
studente dell'Europa dell'inizio del Medio Evo conosce bene la deurbanizzazione di
gran parte dell'occidente durante i regni germanici. Lellia Ruggini ha sostenuto che i
proprietari terrieri italiani lasciarono le citt anche durante le dominazioni ostrogote,
tuttavia la sua documentazione, si riferisce solo al Bruzio (moderna Calabria), zona
marginale da sempre9. La deurbanizzazione della parte occidentale fu per lo pi
limitata a quelle regioni, come la Britannia e la Gallia settentrionale, che meno
avevano subito l'influsso di Roma. La Gallia meridionale, almeno nelle sue parti
agricole fiorenti, rimase urbana; cosl fu per gran parte della Spagna; Le classi
superiori, romane e germaniche, della frangia mediterranea dell'Europa occidentale
8
9

Schiaparelli, 293.
Variae, 8. 31; Ruggini, Italia annonaria, pp. 301-11, 350-9.

continuarono a pensare che la vita urbana fosse il principale obiettivo sociale. Si


visto che i Longobardi si erano insediati in citt gi nel VI secolo, senza dubbio sotto
l'influenza romana, che era meglio rappresentata dalla autorit ininterrotta
dell'episcopato. Continuit amministrativa significava che tutte le cariche importanti
rimanessero cittadine, quantunque non fossero diminuite dall'epoca del tardo Impero.
E l'attrattiva della vita cittadina era essa stessa una forza che si perpetuava da s.
L'occasione per gli aristocratici di misurarsi con i loro pari era pi facile in un
contesto urbanose qualcuno costruiva una chiesa in citt, altra gente poteva
materialmente vederla. Non vi erano pi ragioni economiche determinanti per abitare
in citt, ma il vivervi per tutta una serie di valori che continuavano a sussistere, aveva
un suo fascino. La preminenza ideologica della vita urbana in Italia nell'alto Medio
Evo e chiara, e il soprawivere di istituzioni dello stato e della chiesa nelle citt
contribul a dare solidit all'attivit economica, anche se questa aveva basi meno solide
che non sotto l'Impero. C'erano nobili di campagna, particolarmente negli Appennini,
che non erano mai stati del tutto romanizzati nell'antichit. Al decadere dello stato
italiano nel nord, anche alcune delle pi forti famiglie aristocratiche si ruralizzarono
come si vedr. In un certo senso lXI secolo in Italia, malgrado il suo fiorire
economico e l'espansione urbana, vide al livello pi basso la supremazia politica delle
citt, ma di per s ci mostra l'importanza della persistenza delle citt come centro
amministrativo dello stato fino ad almeno il x secolo. E anche nell'XI secolo, come
dimostra il sorgere dei comuni, il bilancio a favore della citt.
I1 sistema clientelare amministrativo, ecclesiastico e aristacratico, basato sulla
propriet terriera, sotteso a tutte le altre attivit urbane. Anche i poveri della citt ne
potevano usufruire: dar da mangiare ai poveri era, fin dal tempo dei Romani, una
prova di munificenza civica, e questo ruolo fu assunto in vasta misura dai vescovi.
Gregorio Magno e i suoi successori a Roma nell'VIII secolo, la consideravano una
delle destinazioni privilegiate delle rendite derivate dalle loro tenute10. Ma il
commercio e il lavoro artigianale, basati sulla domanda aristocratica, erano un
processo pi vitale, e, nel suo sviluppo mercantile, l'Italia del primo Medio Evo era
ben pi progredita di ogni altra parte dell'occidente cristiano eccetto il sud arabo della
Spagna.
I commerci presero l'avvio in modo deciso sotto la protezione e con la mediazione
dello statoaltra tradizione romana. Rotari pose i mercati stranieri sotto la propria
protezione. Liutprando (o Grimoaldo) sanci regole dettagliate, fissando i prezzi per la
corporazione dei costruttori, i magistri commacini, riguardo lavori specifici: copertura
dei tetti, costruzione di muri, dipintura a calce, costruzioni di tramezze e finestre,
scavo di pozzi. Ratchis e Astolfo imposero la licenza a tutti i mercanti i mercanti
erano inaffidabili e privi di vere radici; potevano commerciare con i nemici e le loro
merci potevano essere rubate. I re indubbiamente consideravano fissi i valori dei beni,
quantunque la gente fosse spesso incline ad aumentarne i prezzi, specie in tempi di
carestia o al passaggio degli eserciti. I Carolingi emanarono leggi per salvaguardare il
giusto prezzo delle merci, in particolare delle derrate alimentari. Queste erano usanze
ben radicate nella societ medievale, anche i comuni conservarono tali leggi. Di certo
i prezzi cambiarono, ed anche il prezzo del terreno aument enormemente alla fine del
10

Giovanni Diacono, Vita Gregorii, 2. 24-30 (Migne, PL 75); Liber Pont., I, p. 502; cfr. Papers of the
British School at Rome , XLVI (1978), pp. 173-7.

x secolo, ma il concetto di prezzo di mercato 'liberamente determinato', non era


accettabile per la maggior parte degli italiani. Per prineipio i prezzi erano legati ai
bisogni sociali11.
Lo stato non s'interessava al commercio solo per via della pace sociale. I mercanti
potevano far la guerra; nel 750 Astolfo promulg una Iegge per determinare quali tipi
di armi i mercanti pi o meno importanti dovessero portare quando fossero chiamati a
servire nell'esercito. E i mercanti pagavano dazi al governo, che poteva ricavarne un
gettito notevole. Liutprando e i re che gli successero stipularono trattati con le genti
dei territori bizantini lungo l'Adriatico, prima con quelli di Comacchio, poi con
Venezia, determinando quanto dovessero pagare ad ogni porto lungo il Po ed ai suoi
affluenti: a Mantova, alla bocca del Mincio, ai porti di Brescia, Parma, Cremona, alla
conduenza dell'Adda, Piacenza, e a quella del Lambro12. Anche i luoghi di mercato
dovevano pagare dazi. Infatti quasi tutto ci che si sa dei mercati nel periodo in esame
deriva da donazioni dei dazi sui mercati fatte alle chiese sotto gli ultimi Carolingi e i
loro successori. Prima dei Carolingi dobbiamo ipotizzarne l'esistenza. I1 resoconto
pi dettagliato di tali entrate in un testo dell'inizio dell'XI secolo noto col titolo di
Honorantiae Civitatis Papiae, in cui si descrive una situazione dell'inizio del X secolo,
quantunque alcuni dettagli debbano essere successivi. Elenca le tasse dovute dai
mercanti venuti in Italia attraverso le Alpi; le regalie particolari dovute alle autorit e
al palazzo di Pavia dal re d'Inghilterra e dal doge di Venezia per compensarle con i
dazi dovuti dai loro mercanti; le percentuali da pagare ai monetieri pavesi e milanesi
in cambio delle operazioni di conio, e le quote che essi dovevano al palazzo; le tasse
dovute dai cercatori d'oro dei fiumi dell'Italia settentrionale, dai pescatori, cuoiai, dai
fabbricanti di sapone di Pavia, e cos di seguito13. Queste professioni sono tutte
organizzate in ministeria che a molti storici sono sembrati discendere dalle
corporazioni dell'Impero o dalle schelae dell'Italia bizantina. Ci non mai stato
dimostrato e non v' continuit nel contesto sociale di tali organizzazioni: lo stato
controllava tutta la struttura amministrativa delle corporazioni sotto l'Impero, ed
molto opinabile lo abbia fatto anche dopo il 568. Ci deve essere stata almeno la
continuit dell'addestramento sistematico e della qualificazione dell'artigianato nel
periodo che analizziamo, e gi nell'VIII secolo si trova documentazione sui magistri,
maestri artigiani, in diversi settori-costruzioni, ferro, notariato. Ci che sappiamo
dell'artigianato proviene da fonti disparate, sempre in via indiretta: cessione di diritti
da parte dello stato, acquisizione di terreni da parte di artigiani affermati, liste di
testimoni. Tuttavia abbiamo testimonianza di una vasta gamma di commerci gi nei
secoli VIII-IX: artigiani dell'oro, argento, rame, ferro; fabbricanti di pellami, sapone,
stoffe, costruttor civili e navali. C'erano anche estrazioni minerarie: sale, oro (come si
gi visto) e argento al vescovo di Volterra furono dati nell'896 dal marchese di
Toscana i proventi fiscali derivanti dalle miniere di Montieri14.
11

Rotari 367, Grimoaldo/Liutprando, Memoratorium de mercedibus magistri Commacinorum, Ratchis


13, Astolfo 4-6; MGH Capitularia, I, 28 c. 4, 88, II, 217 c. 10 Cfr. G. Duby (B5-a), pp. 48-70; K.
Polanyi, CM. Arensberg, H.W. Pearson, Trade and Market in the Early Empires (Glencoe, Illinois,
1957), pp. 243-70
12
Astolfo 3; L.M. Hartmann (B5-b), pp. 1234; MGH Dipl. Karol., I, n. 132 Capitularia, II, 233-41.
13
Honorantiae, MGH S.S., 30. 2, pp. 1450-9; per i meseieri, U. Monneret de Villard, L'organizzazione
industriale nell'Italia longobarda (B5-6) rimane ancora un classico; per i mercati: F. Carli (B5-a).
14
l testo andato perduto; cfr. F. Schneider (B3-b), p. 268 n., e ibid., Bistum und Geldwirtschalt, QF,
VIII ( 1905), pp. 81-2.

Le linee fondamentali dell'attivit commerciale italiana erano probabilmente state


delineate in vista del commercio del sale poich il sale la merce pi antica. E
sempre stata un bene necessario, specie nei climi caldi. I1 sale italiano veniva dalla
costa: le lagune adriatiche, le piane di Vada a sud di Pisa, la foce del Tevere. I1
traffico da Vada a Lucca e Pisa pu essere ricostruito hn dal 760 (esistono anche
testimonianze nel v secolo) e fu all'origine dell'attivit marittima di Pisa. Ma il
commercio del sale adriatico, ben pi visibilmente, era la base di tutto il commercio
dell'alto Medio Evo nel Nord. La gente di Comacchio alla foce del Po, nell'VIII
secolo, portava sale nel Nord. All'inizio del IX secolo i cremonesi cominciarono a
prendere parte a tale attivit, e presto comprarono barche per commerciare in proprio.
Lo si sa in quanto nell'852 reclamarono senza successo l'esenzione dei dazi a favore
del vescovo nel porto di Cremona, esordio di due secoli di dispute sempre pi accese
fra il vescovo e i cittadini di Cremona15. Altre citt hanno forse avuto uguale sviluppo.
Comacchio, piccola citt dipendente dal suo monopolio, forse ne risent. I1 centro che
ne benefici fu Venezia, l'isola di Rialto, ove il duca bizantino della costa adriatica
aveva trasferito di recente la propria residenza. All'inizio del IX secolo i veneziani
cominciarono ad assumere il controllo del tratto terminale della rotta commerciale
bizantina, assicurandoselo nell'889 quando assediarono e diedero alle fiamme
Comacchio. Ma Venezia, ultimo collegamento del Nord Italia con Bisanzio, era in
posizione favorevole per far entrare in Itali ben numerose merci oltre il sale. Presto
queste aumentarono di volume ed importanza. I mercanti veneziani a Pavia al tempo
delle Honorantiae presentavano doni ufficiali al ciambellano del re, doni che
rispecchiavano la variet delle loro mercanzie: una libbra di pepe, cannella, galanga
(una radice aromatica) e zenzero; e un pettine d'avorio, uno specchio o accessori di
bellezza per la sua sposa. Importavano anche oggetti d'arte e stoffe bizantine; la
controparte comperava schiavi, grano e tessuti italiani. Gran parte di questi scambi
avevano base a Pavia. Met dei vescovi del regno vi avevano casa, e questa
funzionava come deposito delle merci oltre che come base per accedere a corte.
I Veneziani, anche la pi alta aristocrazia, privi di entroterra agricolo, erano
praticamente forzati ad esercitare il commercio. Gi nell'829 il doge di Venezia,
Justinianus (Giustiniano Partecipazio) quantunque proprietario terriero in terraferma
nel regno d'Italia, fece riferimento nel suo testamento ad un investimento di 1.200
libbre di solidi liquidi, se non vanno perduti lungo il viaggio per mare , primo
riferimento nella storia medievale all'investimento di capitali. Su di esso i Veneziani
si basarono nei secoli successivi. Nel 992 avevano occupato la maggior parte della
costa dell'Adriatico ed avevano ottenuto privilegi commerciali immensi
dall'imperatore d'oriente. Dal 995 erano in posizione da poter bloccare gli sbocchi
sull'Adriatico delle altre citt d'Italia. I1 loro futuro aveva solide basi16.
I porti principali del regno d'Italia, Pisa e Genova, divennero tali nell'XI secolo,
quantunque almeno Pisa vantasse una ininterrotta tradizione marinara a partire dal VII
secolo e anche da prima. Le citt dell'interno offrono indici migliori dello sviluppo
commerciale ed urbano dei secoli IX e X, in particolare Milano. Milano non
particolarmente ben documentata prima dell'ottocento, ma di l in poi, in gran parte
15
16

Manaresi, 56.

Honorantiae c. 5; Colice diplomatico Padovano, a cura di A. Gloria (Venezia, 1877), n. 7 (829); cfr.
G. Luzzatto (Bs-b), pp. 4-16.

attraverso gli archivi del monastero di S. Ambrogio, la documentazione inzia ad


aumentare velocemente. Nel IX secolo osserviamo all'opera lo stesso modello di
sviluppo di Lucca, con artigiani benestanti e mercanti che acquistano terreni. Alcuni
mercanti erano protetti dal monastero di S. Ambrogio e citati come tali nei documenti
(anche S. Giulia di Brescia aveva simili protetti, ed aveva anche ottenuto da Lodovico
II l'esenzione fiscale per uno di loro, Januarius, nell'861). Dalla fine del IX secolo in
poi tali menzioni crescono di numero. Nel 900, il commercio a Milano fioriva; dopo
la met del X secolo i prezzi degli immobili aumentarono vertiginosamente. Accade
ora che famiglie rurali si trasferiscano in citt: due famiglie da Cologno, ad est della
citt, nella prima met del X secolo; una di Trivulzio, a sud, i discendenti di Ingo, dal
970 in poi. Gli 'Ingonidi' persero il controllo della maggior parte delle loro terre a
favore di mercanti e monetieri della citt, non appena vi si stabilirono. Tale
mutamento di situazione venne perfezionato attraverso i matrimoni, essi infatti si
sposarono all'interno di quei gruppi sociali: ancora mercanti, giudici, le classi
professionali17. Il mescolarsi di attivit professionali e commercialipossiamo
aggiungere anche ecclesiastichc era caratteristica di tutto lo strato medio nella
popolazione della citt, fascia che divenne capace di azione autonoma nel secolo
successivo associandosi con la classe ben pi potente dell'aristocrazia terriera. I1
commercio non era la base principale del cambiamento sociale di Milano, ma di certo
aveva maggior peso che a Lucca. Era per lo meno un elemento nella crescita dello
status della citt, che sottendeva un'espansione abbastanza rapida della popolazione di
Milano. La nuova importanza sociale dei mercanti indicava tuttavia meno il
riconoscimento dell'esistenza di un benessere commmerciale come fonte di status
sociale, che non l'abilit e il desiderio di mercanti affermati di acquistare terreni. La
terra era ancora la base del potere politico.
In questa discussione, in un certo senso siamo andati troppo in l. La Milano della
fine del x secolo era situata in un contesto assai diverso da quello di un secolo prima:
l'intera struttura politica era mutata. Gli interessi del nuovo strato sociale, quello dei
mercanti (non si poteva ancora parlare di classe) potevano in alcune citt,
specialmente Cremona, inddere sull'equilibrio fra vescovi e aristocrazia laica nel
mondo carolingio e post-carolingio, ma lo si capir meglio nell'ultimo capitolo,
quando le vicende saranno esaminate in un contesto politico. Ci importante in
quanto fra gli storici c' una forte tendenza ad isolare la crescita commerciale e le
attivit dei mercanti dalla societ che li circonda; a considerare, per cos dire, la pula
anzich il grano. Ma l'attivit dei membri di un gruppo marginale, a prescindere da
quanto abbiano in mano il mondo futuro, incomprensibile al di fuori del contesto
sociale globale. Artigiani e mercanti erano strettamente inseriti nella societ e ne
subivano il controllo, dal momento che essa comperava i loro prodotti. E, ancora alla
fne del x secolo, avevano stretti legami con lo stato. I monetieri, ad esempio, la cui
attivit era uno dei ministeria delle Honorantiae, non erano artigiani indipendenti:
rappresentavano lo stato, battendo moneta per esso sotto licenza, soggetti a regole
rigide in merito al peso e all'autenticit delle loro coniazioni. La concentrazione
dell'attivit commerciale a Pavia, in particolare nel secolo a cavallo dell'anno 900, era
solo il risultato degli interessi e delle necessit dell'apparato amministrativo statale, e
dopo che il palazzo venne incendiato nel 1024 la citt perse velocemente terreno
rispetto a Milano, che forse era rimasta la pi grande citt del Nord sin dall'antichit, e
17
Violante (B3-f), pp. 115-34; G. Rossetti, Societ e istituzioni nel contado Lombardo (B3-t), pp. 17282; Porro, 211 per Brescia.

che pertanto era un nodo commerciale pi ricco. Forse il commercio sarebbe potuto
esistere in forma abbastanza fiorente senza che lo stato vi partecipasse, specie agli
inizi del commercio internazionale che prese awio nel x secolo con il diminuire delle
scorrerie arabe; ma era ancora per la maggior parte, dipendente dal potere d'acquisto e
quindi dal rango sociale dell'aristocrazia. Non vi alcun vantaggio nel trattare l'Italia
del x secolo come precursore della rivoluzione commerciale avulsa da ogni
contesto sociale ed economico.. Non neanche detto che aiuti la comprensione
definire l'Italia una economia del denaro , anche se il denaro era, almeno nel 700,
facilmente ottenibile, ed usato per la maggior parte delle transazioni di cui esiste
traccia. A1 di fuori del mercato urbano, la maggior parte dei commerci avveniva in
contesti sociali entro i quali non era determinante l'uso del denaro come mezzo di
scambio, sia in mercati locali, sia, addirittura, al di fuori dei mercati. La maggior parte
della popolazione era al di fuori di questo commercio internazionale; come i signori
terrieri, viveva esclusivamente della terra.

Agricoltura e mutamenti sociali nella campagna


La campagna era tanto primitiva quanto la citt era sofisticata. Gli aratri appaiono
solo occasionalmente nelle nostre fonti, ma zappe, vanghe, sarchie sembra siano stati
gli unici attrezzi accessibili alla maggior parte dei contadini. Buona parte dell'Italia
era ancora coperta da foreste o paludi e, sebbene il periodo fra lVIII e l'XI secolo sia
stato il periodo del disboscamento medievale in Italia, non port a variazioni delle
tecniche. Non ci furono grandi sviluppi tecnologici nell'agricoltura italiana altomedievale, a parte il rapido affermarsi del muIino ad acqua, caratteristica tipica di
ogni villaggio dal 1100. L'unica eccezione di rilievo fu costituita dalla Sicilia araba, al
di fuori del campo di studio di questo libro, ove fra il IX e il XII secolo fu iniziata
tutta una serie di nuove colture ed introdotta una sofisticata rete d'irrigazione.
Nel primo capitolo ho dato risalto alla diversit geografica dell'Italia romana. L'Italia
alto-medievale non era meno differenziata, e, dall'VIII secolo in poi la relativa
precisione dei documenti ne fa risaltare ai nostri occhi il contrasto. L'uso della terra,
l'alimentazione, l'insediamento, il sopravvivere di contadini liberi, la condizione dei
possessori, il cambiamento della struttura delle grandi aziende possono variare
totalmente fra i territori delle diverse citt, fra zone montane e zone pianeggianti, fra
valli vicine. Anche all'interno di un territorio le differenze sono enorrnifra le
pianure coltivate pi elevate e le colline della provincia di Parma e le foreste di
quercia delle paludi del Po a nord, o i pascoli di argilla e le foreste di faggio degli alti
Appennni a sud. Talvolta si hanno prove sufficienti per collegare a tali contrasti le
differenze di struttura sociale. Gli storici e, ancor pi, gli archeologi italiani hanno
lavorato parecchio su queste differenze, in particolare nell'ultimo decennio. Un breve
studio come questo non esaurir l'argomento; voglio solo delineare il problema nclle
sue linee fondamentali e nella sua evoluzione. Ma le eccezioni sono presenti, ad ogni
istante. Alcune di queste analisi generali si applicano anche all'Italia meridionale, ma
nel capitolo sesto verranno esaminate proprio le caratteristiche tipiche del sud.
L' effettivamente possibile che i contadini fossero la classe che meno risenti della fine
dell'Impero e delle guerre del VI secolo. L'aristocrazia romana dei proprietari terrieri
fu parzialmente sostituita da quella longobarda; i Longobardi di livello inferiore
(compresi gli schiavi) s'insediarono sui terreni a fianco di schiavi romani e di coloni.

Tuttavia essi erano relativamente pochi rispetto alle dassi agrarie romane; e, di fronte
alla realt della vita economica in Italia, gli agricoltori longobardi persero la propria
identit. Si visto che i Longobardi avevano adottato le leggi romane sulla propriet
terriera; con 1'VIII secolo non v' pi modo di distinguere i Longobardi dai Romani in
base alle loro azioni. Queste realt economiche furono semplicemente le reazioni
tradizionali dei contadini romani verso il loro ambiente. I contadini non si dedicano ad
esperimenti agricolihanno troppo da perdere. E anche la devastazione della guerra
non sembra far gran differenza sul modo col quale i sopravvissuti coltivano la terra,
una volta ricostruite le loro scorte di grano da semina o ripiantate le vigne distrutte.
Guerre e catastrofi possono sminuire lo status di indipendenza dei contadini, se questi
si pongono sotto la protezione dei signori (volontariamente o no) per avere da loro i
mezzi di sostentamento; ma essi continueranno a coltivare la terra nello stesso modo.
E nel VI secolo, come si visto, i proprietari terrieri erano anch'essi molto vulnerabili.
it anche possibile che alcuni contadini siano sfuggiti al loro controllo. Le
testimonianze dell'VIII secolo rivelano con certezza la presenza di piccoli proprietari
terrieri in numero superiore a quanti in genere si pensi esistessero nel tardo Impero.
Ovviamente alcune cose cambiarono. La tassa sul terreno, che aveva provocato
l'abbandono delle campagne, cess d'essere applicata nella maggior parte d'Italia, e
quei pochi progetti economici su vasta scala cui lo stato partecipava, scomparvero
definitivamente. I1 sistema di bonifica delle valli del Po e dell'Arno cess; la
ceramica africana che domina nei siti archeologici tardo-romani, comprese le
masserie e i villaggi agricoli, non fu pi disponibile in Italia subito dopo la fine del VI
secolo (con grande svantaggio per i nostri studi sugli insediamenti alto-medievali;
finora abbiamo ben pochi tipi di ceramica come guida per i due secoli che seguono).
Ma senza un calo improvviso e massiccio della popolazione, del quale non v' prova o
spiegazione possibile, non ci si possono aspettare grandi cambiamenti nell'agricoltura
contadina del prisno periodo medievale18.
L'agricoltura contadina consisteva, almeno nelle pianure italiane, nella triade
fondamentale mediterranea formata da grano, vino e olio integrato da fagioli e frutta
che in genere crescevano nei piccoli orti cintati che ogni contadino alto-medievale
coltivava. Questa struttura non era cambiata molto dai tempi romani; Cesare non si
era preoccupato di dare carne alle sue truppe fino a quando, nel 52 a.C., esse non
stavano per morire di fame nella Gallia centrale. Da allora le cose non erano cambiate
tanto. Che gli Italiani dell'alto medioevo vivessero in questo modo si vede bene da
testi dell'VIII secolo scritti in luoghi diversi del Lazio, della Toscana e della pianura
Padana, che elencano le razioni giornaliere date ai poveri da associazioni benefiche
collegate a chiese di fondazione privata. Tali scritti possono considerarsi esempi di
una specie di norma nelle diete dei contadini, almeno com'era idealizzata dai
proprietari terrieri; l'inventario dei cibi probabilmente accurato, quantunoue le diete
vere abbiano potuto avere grandi variazioni nella quantit. A Lucca nel 764 Rixsolfo
indic come razione giornaliera per una persona un pane di frumento, un quarto
d'anfora di vino, e la stessa quantit di un miscuglio di fagioli e farina di panico ben
pressata e condita con grasso o con olio . Altre erano molto simili, sebbene spesso si
preferisse il lardo all'olio e il miscuglio (chiamato pulmentario) talvolta comprendesse
anche un po' di carne. Questa alimentazione assunta per anni e anni, doveva risultare
noiosissima. Fra i poveri, l'uso della carne era limitato ad occasioni particolari, e per
questo scopo ogni famiglia contadina aveva qualche animale, forse un maiale, una
18
Guide generali si possono trovare nelle opere di P.J. Jones elencate nelle sezioni bibliografiche A5-a,
Bs-c; pi di recente, La storia economica (Bl), pp. 1555-1681.

vacca e una gallina; ci bastava anche per i regali annuali di animali vecchi di un anno
che si solevano fare assieme ai canoni in natura o denaro nei contratti dei secoli VIII e
IX19.
Queste diete sono l'unica testimonianza di ci che la gente mangiava; ma abbiamo una
documentazione maggiore riguardo la distribuzione dell'uso agricolo del suolo in
Italia, e questa distribuzione come si vedr era diretta principalmente a soddisfare le
necessit di una economia contadina. La struttura si perpetua: una preponderanza
assoluta di terreno arabile (specie nelle zone pianeggianti) e di vigne (specie nelle
colline). I prodotti dei terreni arabili, come si pu vedere nei canoni, erano per lo pi
diversi tipi di cereali. In Toscana predomiriava il frumento; nella pianura Padana, la
segale era pi comune. I cereali inferiori erano molto meno diffusi, quantunque sia
possibile che i signori si prendessero i migliori tipi di cereali, lasciando ai loro
affittuari quantit maggiori di avena e miglio. In genere gli Italiani seguivano il
sistema dell'alternanza delle colture, ma possono talora aver coltivato legumi (piselli e
fagioli) nell'anno del maggese. Se cos, un uso abbastanza sofisticato del terreno,
ma in contrasto con i raccolti scarsi che si possono calcolare in base ad alcuni
archivi del x secolo dell'Italia settentrionale, specie da quelli di S. Tommaso di
Reggio, che non sempre raggiunsero il rapporto 3 ad 120.
Gli uliveti e la cultura specializzata dell'olivo in paragone erano rari, sebbene parecchi
monasteri dell'Italia settentrionale avessero terreni sui laghi italiani dove hanno
coltivato ulivi forse anche per la vendita sui fianchi delle colline rivolti a sud (in
quantit forse maggiore che non oggi). Pi comune, particolarmente in Toscana, era la
coltivazione promiscua ; la coltivazione di olive e cereali sullo stesso terreno,
pratica che fino a poco tempo fa, per tutta una serie di motivi, veniva considerata un
segno distintivo della sofisticazione agricola. Anche le viti spesso devono essere state
fatte crescere in modo promiscuo. L'e spressione terra vitata o terra cum vineis
superposita, terra arabile con vigneti, comune, specialmente in Toscana e nel sud.
La vite, tuttavia, era fatta crescere sola in tutta l'Italia, e dopo il x secolo, specie
nell'Italia centrale, si trovano contratti di pastinatio con gli affittuari che provocano un
cambiamento nello sfruttamento agricolo, da terreno da cereali (o terra incolta) a
vigneti. In questi casi i proprietari terrieri devono aver considerato le viti come
raccolto commerciale. Tali contratti sono solo una piccola parte delle locazioni giunte
fino a noi. Generalmente sembra che i proprietari si siano accontentati di avere una
percentuale dei tipi di prodotto che i contadini coltivavano per s, base della loro
alimentazione, e ci significa che cereali e vino erano richiesti in quantit non
trascurabili.
I Longobardi, con l'esperienza di vita nelle foreste dell'Europa centrale, valutavano
l'allevamento pi della maggior parte dei contadini romani. I1 codice delle leggi di
Rotari, pur trattando anche i reati agricoli (furto di frutta, danneggiamento o taglio di
viti, coltivazione di terreno altrui), tratta estesamente i problemi legali dell'economia
agricola mista e di quella puramente pastorale. Si trovano pene per ferite ad animali
19

Schiaparelli, 194; cfr. 218, 2g3; Barsocchini, 231, 273; Mem. de Mac. Com. S; Liber. Pont., I, pp.
501-2; Cesare, Guerra Gallica, 7. 17.

20

M. Montanari, Cereali e legumi nell'alto medioevo (Bs-c); V. Fumagalli, Rapporto tra grano
seminato e grano raccolto nel polittico del monastero di S. Tommaso di Reggio, R.S.A., vl (l966), pp.
360-2.

provocate da rami di siepi sporgenti, per furto di una cavezza, per morti provocate da
cavalli, uccisione di vacca gravida, danni provocati da animali su terreno altrui o nelle
strade del paese, furto di verro (con provvedimento speciale nel caso di sonorpair, il
capobranco di un insieme di oltre trenta animali) e cos via21. Da ci si spesso
concluso che il periodo longobardo fu l'epoca d'oro dell'allevamento e dell'economia
silvo-pastorale, e che il ritorno all'agricoltura si ebbe solo con i grandi riassetti dei
suoli del IX secolo. Ci improbabile. Rotari legiferava per il suo popolo; ma pochi
erano i contadini longobardi, e questa parte del codice forse aveva poca importanza
nel contesto generale dell'Italia. La maggior parte della pianura italiana continuava ad
essere coltivata allo stesso modo di prima, e ci significava per i suoi abitanti una
alimentazione fondamentalmente vegetariana.
Tuttavia al di fuori delle zone coltivate d'Italia, nelle paludi del Po o negli alti
Appennini, prevaleva un regime pi pastorale. All'epoca romana le montagne e le
paludi erano collegate da transumanza sistematica fra i pascoli in quota estivi e quelli
invernali nella pianura. Ci meno evidente nel nostro periodo ma certamente
esisteva ancora il contrasto fra l'agricolutra e pastorizia. Nel 772 Desiderio don a S.
Salvatore in Brescia 4.000 iugera (1050 ettari) di foresta nella bassa emiliana,
chiaramente delimitati da alberi contrassegnati; quale terreno incolto poteva avere
poco valore se non per l'allevamento di porci. S. Salvatore, sotto il nuovo nome di S.
Giulia, lasci una documentazione sistematica delle rendite delle sue propriet, un
polittico , che risale circa al 900. Calcoli recenti delle risorse agricole degli alittuari
di S. GiuIia, assieme a quelli del monastero appenninico di Bobbio (i cui polittici
risalgono all'862 e all'883) indicano rendite cos basse che sembra probabile siano
stati aiutati dalla pastorizia. La maggior parte degli affittuari pare esser vissuta con
una media di 100 chilogrammi di cereali all'annoin alcuni casi meno di 64
chilogrammi, ben al di sotto del minimo vitale. Questi dati possono essere visti come
indicativi di una minore importanza dei cereali nelle zone marginali, in montagna e
nella bassa pianura, ove la terra era per lo pi propriet di monasteri; ma ci non pu
spiegare tutti i risultati che ancora oggi non sono chiariti. Gli schiavi domestici di S.
Giulia, tuttavia, il pi delle volte insediati nella zona centrale coltivata della
Lombardia, venivano nutriti esclusivamente con cereali in quantit fino a sei volte
quella degli afittuari, se i dati del polittico son esatti22.
Non si pu dire quanta parte d'Italia per esempio nell'800 fosse tenuta a pascolo,
boscaglia, palude o bosco non coltivato; forse la maggior parte del terreno che si trova
a quota superiore ai 500 metri eccetto la maggior parte delle valli di montagna; al di
sotto di questa quota soltanto i terreni vicini ai grandi fiumi, e alcuni dei terreni pi
sterili in collina, come nella Toscana centrale o nelle Murge in Puglia, sebbene ci
fossero certamente anche fasce di terra boschiva sulle zone di maggior insediamento
delle pianure particolarmente del nord. Tuttavia nel IX secolo, forse anche nell'VIII, si
cominciano a vedere segni di dissodamento sistematico, per lo pi ad opera dei
monasteri, sebbene questa preminenza sia forse imputabile al miglior stato di
conservazione dei loro archivi. Ad esempio Nonantola disbosc la foresta di Ostiglia
21

22

Rotari 284-358.

Per le foreste: Bruhl, 41 (cfr. anche Brahl 24). Per i polittici: Inventari (B21. Cfr. M. Montanari,
L'alimentazione contadina nell'alto medioevo (Bs-c) per le cifre. L'archeologia aiuter presto a
risolvere questo problema; cfr., per esempio, G.A.M. Barker, Dry Bones, Papers in Italian
Archaeology, I (A5-c), pp. 35-49.

sul Po a partire dall'inizio del IX secolo; a met del secolo la gente tornava nei
dintorni della citt di Brescello, e a partire dalla fine del x secolo troviamo ancora
traccia di una famiglia laica di proprietari terrieri, il casato di Canossa, che organizz
il disboscamento nella stessa area. Nell'Appennino centrale, a nord di Roma, anche
Farfa impegnata nel disboscamento, forse in gran parte basato sul lavoro di
contadini pionieri indipendenti dei secoli VIIl e IX23. E' questa attivit, diretta verso le
grandi foreste o verso i boschi delle zone da tempo oggetto di insediamenti (ove la
documentazione pet lo pi costituita da casuali riferimenti e occasionali toponimi),
che segna il vero dinamismo economico dell'Italia alto medievale pi che l'aumento
del commercio internazionale di lusso. Sembra che esso vada collegato con una
crescita demografica; per lo meno la suddivisione dei poderi in affitto, e l'aumento dei
prezzi dei terreni comuni alla fine del X secolo hanno portato gli storici a concludere
che la popolazione aumentava. E oggi impossibile dire se i contratti d'affitto
favorevoli concessi ai coltivatori pionieri da parte dei monasteriassieme ad un
leggero sgravio dei gravami impo sti ai servi concessionari di quasi tutta
l'Italiafossero la causa di una maggiore prosperit e quindi di famiglie pi
numerose, e se la pressione della popolazione fosse essa stessa la spinta al
disboscamento che si rese visibile solo al suo diminuire (se fu cos) dopo il 950.
L'archeologia in futuro forse potr darci indizi circa la pressione sulle risorse, ma
attualmente vi sono troppo pochi reperti per avere una risposta.
L'archeologia tuttavia ci pi utile ed in grado di fornirci notizie sugli insediamenti
altonedievali, prima dei cambiamenti nell'habitat che presero l'avvio all'inizio del x
secolo, noti generalmente col termine incastellamento e che portarono alla
preponderanza di insediamenti compatti in alcune parti d'Italia, e ad una
concentrazione parziale di insediamenti entro e attorno centri fortificati, in altri
luoghi. Si pensa che l'habitat dell'Italia romana sia stato sparso e ci avvalorato sia
da ricerche archeologiche, che riscoprono ville e masserie sparse, sia da ricerche
storiche, che descrivono la campagna romana come formata non da villaggi, ma da
unit fondiarie, massae e fundi, insiemi frammentari di propriet che in genere
prendevano il nome da qualche precedente proprietario, come massa Firmidiana o
fundus Domitianus. Non chiaro come ci funzionasse sotto l'aspetto
sociologicoad esempio difficile dire come i contadini inserissero le loro propriet
in questo contesto, a meno che i fundi non fossero molto piccoli. I1 latino classico ha
una parola per villaggio, vicus, e nei nostri testi si possono trovare vici che mal si
adattano a questa struttura, ma non certo se fossero modi alternativi di organizzare il
territorio o solo nuclei insediativi isolati (uno o due sono stati scoperti dagli
archeologi).
Sotto i Longobardi troviamo un quadro chiaro di villaggi in Italia, chiamati
indifferentemente vici, loci, casalia, villae e con altri nomi locali pi tipici. Essi si
sostituirono a massae e fundi come unit dell'organizzazione territoriale (quantunque
queste ultime abbiano continuato ad essere usate fino ai secoli X e XI nelle zone che
prima erano state bizantine nel centro e nel nord); i territori dei villaggi essendo
definiti geograficamente, furono certamente pi flessibili e permanenti rispetto alle
unit fondiarie. E' tuttavia assolutamente poco chiaro cosa significasse questo
23
Cfr. Ie opere di V. Fumagalli nella sezione bibliografica B5-c; P. Toubert (B3-f), pp. 339-48 e note
citate.

cambiamento per i contadini. I villaggi potevano essere ad un capo o all'altro del pi


ampio spettro dei tipi di insediamento, da nuclei accentrati, anche fortificati, a case
cos sparse che i confini tra i territori dei villaggi erano diflicili da conservare; sembra
che talvolta non si potessero neanche distinguere gli abitanti dei diversi villaggi.
L'agricoltura mediterranea non richiede grande cooperazione, dato che sono
relativamente pochi gli animali da far pascolare liberi su terreno, fondamento usuale
della cooperazione, ma un informale aiuto ad hoc era senza dubbio dato dagli abitanti
del villaggio. Cesario d'Arles, negli anni attorno al 510, descrisse l'aiuto dato dai
vicini e dai congiunti ad un uomo che ripristinava un vigneto, in una parte della Gallia
molto simile all'Italia. Tuttavia, in zone da pascolo l'azione comunitaria era pi
importante, e nel IX secolo si vedono diversi villaggi situati in tali zone agire in modo
collettivo nelle cause.
Come questi villaggi si siano sviluppati dal periodo romano, o, anche, se siano
realmente sempre esistiti, un problema che solo gli scavi archeologici ci potranno
aiutare a definire nell'immediato futuro24.
Possiamo essere sicuri sulle alterne fortune di diversi strati di contadini, e dei loro
rapporti con i proprietari terrieri, in quanto su tali argomenti la documentazione
ricca: lo schema generale abbastanza noto. Nel tardo Impero la produzione
schiavistica dei secoli I e II era gi sparita, e sono documentati rapporti fra
proprietario terriero e concessionario che diverranno caratteristici dei secoli
successivi, assieme alla permanenza di coltivatori proprietari. I1 meccanismo di
equilibrio fra le due forme di didicile comprensione. Spesso si pensato che i
coltivatori proprietari siano stati assorbiti da grandi aziende, ma di certo alcuni
sopravvissero, particolarmente in montagna. I1 termine tardoromano colonus poteva
significare sia libero concessionario sia coltivatore proprietario, e spesso c' ambiguit
fra le due accezioni. Lo stato tassava ambedue ed esigeva anche dai proprietari
indipendenti che abitassero sul fondo. Tuttavia non vi era motivo che i coloni
abitassero sempre sul fondo. La legislazione tardo-romana piena di lamentele
riguardo alla partenza di coloni (ma per dove?) e il conseguente abbandono dei terreni
(agri deserti) che erano un'alta percentuale della terra agricola che andava perduta alla
fine dell'Impero. Talora s'impiegavano ancora schiavi per coltivare direttamente i
fondi dei loro padroni, ma erano allora casati, alloggiati nelle case coloniche come
concessionari servili.
Sarebbe impossibile generalizzare in merito al modo di coltivazione dei fondi del
periodo tardo-romano. Nel territorio di Padova attorno al 550 gli affittuari (coloni)
della Chiesa di Ravenna erano gi obbligati ad eseguire pesanti lavori manuali sui
dominici dei loro padroni, da uno a tre giorni alla settimana (e pagavano un canone di
denaro, e regalie di miele, lardo e pollame). Questa la prima testimonianza che si
conosca in qualsiasi luogo, e l'ultima per due secoli, del sistema bipartito, noto in
Inghilterra col termine manorial system e in Italia come sistema curtense:
dominico coltivato col lavoro diretto degli affittuari e una serie di terreni coltivati da
affittuari tenuti a prestare opera oltre che a pagare il canone. Certo nell'Italia del VI
secolo non era un sistema universale. Gli amministratori dei beni pontifici in Sicilia al
24
C Klapisch-Zuber, Villaggi abbandonati... (Bs-c), pp. 317-26; Archeologia Medievale, v (1978),
pp. 495-503; Pap. Brit. Sch. Rome, XLVII (1979). Caesarius Arles, Sermones, I, 67, a cura di G. Morin
(Corp. Christ. Ser. Lat., CIII, 1953).

tempo di Gregorio Magno (590-604) non richiedevano prestazioni d'opera dai loro
rustici, quantunque pretendessero molte altre cose. Nei primi anni di pontificato
Gregorio mand parecchie lettere ai suoi rappresentanti onde correggerne gli abusi.
Sembra che in Sicilia ai contadini venisse in genere richiesto di pagare come canone
l'equivalente in cereali di una cifra fissa, che variava col prezzo dei cereali stessi. Gli
amministratori erano disposti a mantenere artificiosamente bassi questi prezzi, e a
richiedere misure esagerate di cereali in cambio del loro denaro, oltre a diritti
supplettivi e regali di nozze. Arrivavano fino ad espropriare i propri vicini. Tuttavia la
prestazione obbligatoria di mano d'opera totalmente assente; gli affittuari pagavano
solo canoni. Per parecchi secoli successivi questa sarebbe rimasta una caratteristica
del sud. Si deve qui infine valutare un altro aspetto connesso ai possedimenti di
Gregorio: gli affittuari dei fondi di Gregorio erano sia uomini liberi che schiavi, ma
sembra che tutti fossero legati alle terre avute in concessione, ed avessero canoni
fissati da consuetudini. Gi attorno al 590 anche all'esterno delle aree curtensi
d'Italia, si riscontra la fusione fra liberi e non liberi, che viene generalmente
considerata la base dello strato di concessionari nella societ contadina medievale25
I Longobardi, come si vede nell'editto di Rotari, avevano una triplice classificazione
della societ: l'uomo libero, l'aldius, e lo schiavo. Laldius in genere tradotto con vago
termine di semi-liber , era per sempre sotto la protezione del suo padrone, ed era
vincolato a servirlo; lo schiavo era, almeno all'inizio, soltanto un bene. Questa
classificazione, come quella romana, cominci a perdere vigore di fronte alla
relazione economica fra proprietario terriero e affittuario. In particolare, gli aldii
cominciarono a sparire. Vengono citati occasionalmente nei testi del IX secolo, come
dipendenti privilegiati, specialmente come corrieri. Talora gli affittuari rivendicarono
l'appartenenza alla categoria degli aldii di fronte alla giustizia (la miglior condizione
dei non liberi) per salvaguardare la natura consuetudinaria del loro diritto. I liberi e gli
schiavi longobardi divennero molto simili a quelli romani, quantunque il libero
longobardo fosse molto pi indipendente del colonas romano: non era legato al fondo,
aveva la responsabilit di prestare servizio militare e di comparire in tribunale, e
almeno al tempo di Rotari era ancora, in teoria, su un piano di legale parit con
l'aristocrazia. I1 termine colonus quindi significava solo affittuario.
Nel 727 gli sviluppi futuri gi si palesano in una legge di Liutprando che esordisce:
Se un libero, che vive da libellarius (titolare di documento d'affitto) su un terreno
altrui, si rende responsabile di omicidio e fugge, il proprietario del fondo sul quale
vive l'omicida ha un mese di tempo per trovarlo; (se non lo trova deve pagare met
del valore dei beni mobili dell'omicida)26.
I liberi longobardi si stavano trasformando in locatari, e ci non aveva solo effetti
economici; era anche una diminuzione del loro status. I contratti dell'VIII secolo
spesso contenevano clausole che stabilivano che i locatari erano legati alla terra e, con
questa legge, i loro padroni gia si assumevano notevoli responsabilit nei loro
riguardi. I1 loro status cominciava ad avvicinarsi a quello dei concessionari non liberi.
25

Tjader, Papyri Italiens, n. 3; Gregorio, Epp., 1. 39a, 42; 2. 38. J.C. Percival, Seigneurial aspects of
Late Roman estate management, English Historical Review , LXXXIV (1969), pp. 449-73, propone
una suggestiva analisi di tutto il materiale riguardante il periodo iniziale.

26

Liutprando 92; cfr. Rotari 41-137 per la triplice divisione sociale.

Questo declino della posizione di molti liberi fu, come si vedr, uno degli aspetti
cruciali dello sviluppo della societ italiana dall'VIII secolo in poi. Al di fuori del
contesto delle leggi longobarde, ancora una volta, impossibile dire se questa gente
fosse longobarda o romana e la questione non sembra rilevante. Le suddivisioni
sociali dei Longobardi si amalgamarono completamente con quelle romane.
Nell'VIII secolo, quindi, ritroviamo le caratteristiche che esistevano nel tardo impero,
quantunque esse siano ora meglio documentate. Troviamo, in gran quantit liberi
coltivatori proprietari. Sopra di loro troviamo proprietari terrieri di diverse
dimensioni, dal coltivatore con qualche appezzamento dato in affitto a terzi, fino al
latifondista. Anche i pi grandi, come Gisolfo strator di Lodi con una tenuta ad
Alfiano (in provincia di Cremona) del valore di qualche cosa come 9.000 solidi, non
erano paragonabili alle principali famiglie senatoriali del tardo impero27. Sotto di loro
c'erano affittuari liberi a vari livelli di dipendenza: alcuni che avevano terreni in
propriet e anche in affitto; alcuni con obbligo di prestazione d'opera, altri senza;
alcuni (almeno dopo l'800) soggetti alla giustizia privata del loro padrone. A1 livello
ancora inferiore c'erano coloni non liberi con obblighi (nella maggior parte dei casi)
pi pesanti, quantunque fissati da consuetudini. Alla base della societ alcuni schiavi,
intesi come beni (servi praebendarii) che lavoravano sul dominico del padrone o in
incarichi domestici, sebbene il loro numero andasse diminuendo. Conduttori e schiavi
formavano la grande maggioranza della societ italiana del periodo in esame. Tuttavia
sono relativamente poco menzionati e per lo pi presentati dal punto di vista dei loro
padroni, esito inevitabile ma sfortunato delle lacune nella documentazione alto
medievale.
Con i secoli VIII e IX la divisione in due parti delle curtes era diventata comune nella
maggior parte dell'Italia del Nord e del Centro (come si fatto notare non fu mai
caratteristica del sud ove gli affittuari si limitavano a pagare canoni). Alcune di queste
curtes, in particolare quelle monastiche, godevano di una notevole organizzazione. La
struttura interna della coltivazione in affitto (con o senza apporto di lavoro manuale)
era la base di tutte le relazioni socio-economiche in quella che si pu chiamare societ
'feudale'. Queste strutture erano diventate dominanti nell'intera societ, eccetto in
qualche parte dell'Appennino, ove la signoria terriera non era ancora del tutto
insediata, e nell'Italia bizantina ove il sistema fiscale dello stato bizantino forniva
modi alternativi di assorbire le eccedenze agricole con vantaggio dei ricchi. Tuttavia
come funzionasse in realt il sistema si vede meglio attraverso alcuni esempi concreti.
Si pu cogliere la vera complessit di questi schemi analizzando le differenze locali.
Per cominciare, si osservi il villaggio di Varsi nell'Appennino Parmense, non troppo
distante dalla citt (circa quaranta chilometri da Parma), ma posto in collina, in
posizione sicura. Eal centro di una serie di documenti fra loro collegati della met
dell'VIII secolo, conservatisi in quanto sono tutti transazioni riferite alla chiesa di
Varsi, S. Pietro, e ai suoi rettori. Nel 735 sette persone donarono o vendettero piccoli
appezzamenti a S. Pietro in casale Cavalloniano. I1 terreno pi grande era circa di
duemila metri quadrati, il pi piccolo settanta metri quadrati. Due anni dopo, uno di
questi sette, Munari Eglio di Gemmolo, con due suoi fratelli, vendette altri due campi
27

Schiaparelli, 137, 155, 226.

nella stessa localit alla Chiesa. In modo simile la Chiesa accumul per s terreno
nella stessa Varsi. Nel 736 Ansoaldo e sua moglie Teotconda vendettero tre
appezzamenti di terra arabile vicini al lago di Varsi, confinanti coi terreni di altri
quattro gruppi di persone. Nel 737 i due figli di Godilani vendettero quattro
appezzamenti 'con alberi' lungo la strada che conduceva al lago, anch'essi confinanti
col terreno di altre cinque persone, alcune delle quali legate da parentela. Esistono
documenti simili che risalgono al 742, 758 e 774; ogni volta S. Pietro o laici del luogo
ricevevano o acquistavano piccoli appezzamenti. Nel 753 Ambrogio, figlio di
Marioni, conferm con un documento la libert di Domoaldo, precedentemente
schiavo, che era stato ricevuto in S. Pietro. Nel 762, Ansoaldo, zio di Lopoaldo rettore
di S. Pietro, riconobbe di aver occupato illegalmente alcune terre di Lopoaldo, ma
Lopoaldo, considerata la liberalit che si deve ai congiunti , non gli fece pagare la
multa di venti solidi. Ansoaldo gli diede due tremisses, ed un appezzamento con vigne
in regalo28.
Varsi non era una societ particolarmente ricca. L'entit delle sue transazioni, come si
pu vedere, era modesta. Molti degli uomini citati nei documenti erano exercitales,
longobardi liberi, ma sembra che siano stati tutti contadini proprietari; neanche
casualmente sono citati gli affittuari Come testimoni si presentano uomini dei villaggi
limitrofi, ma nessuno di zone cosl lontane come la pianura. Fra i testimoni compaiono
un artigiano, un costruttore e un notaio e la maggior parte dei documenti sono scritti
da un chierico locale, Maurace. Era una societ stabile. Molti villaggi simili a Varsi
divennero maggiormente dipendenti dalla Chiesa nello spazio di una generazione, pi
o meno, ma S. Pietro di Varsi, sebbene aumentasse in modo consistente i propri
terreni, non ottenne mai pi di uno o due appezzamenti alla volta. Questi terreni erano
in alcuni casi confinanti, segno chiaro di un certo tipo di accumulazione, ma spesso
non lo erano. Nessuna famiglia cedeva tutte le sue terre alla Chiesa; molte famiglie
appaiono discontinuamente in questi testi; non vi traccia di alcuna che sia andata in
rovina.
Varsi era una societ degli Appennini; in contrasto ad essa si vede Gnignano nella
pianura longobarda, a met strada fra Milano e Pavia. Qui abbiamo una serie di
documenti interessanti che si estendono dal 798 all'856, conservati nell'archivio di S.
Ambrogio di Milano. Nei documenti pi antichi del 798 e 824, Walperto di Gnignano
e suo figlio Leone di Siziano (un villaggio vicino) cedettero alcuni appezzamenti al
loro amico (o creditore), l'orefice Arifus di Pavia. Nell'833 queste prapriet, passate a
Vigilinda, moglie di Arifus come dono di nozze, furono vendute per quaranta denarii
ad un importante ecclesiastico milanese, Guntzo, che le cedette ad un cittadino suo
amico, l'aristocratico alemanno Hunger, figlio di Hunoarch. Entrambi, Guntzo e
Hunger, si davano da fare per procurarsi terreni a Gnignano. In un documento
del1'836 Hunger elenc le case coloniche di Gnignano che aveva acquistato da
persone diverse, ed una vasta propriet che Paolo, un notaio di Pavia, gli aveva
venduto l'anno prima per diciassette libbre di argento coniato. La maggior parte di
questi terreni era destinata, dopo la morte dei parenti diretti di Hunger, a diventare
propriet del monastero di S. Ambrogio. Nell'840 ci era in gran parte gi avvenuto,
malgrado le proteste di un abitante del luogo, Rodeperto, forse un protetto di Hunger,
che in quell'anno riconobbe i diritti del monastero sulla terra. Verso l'850 Guntzo
28

Schiaparelli, 52, 54, 59, 60, 64, 79, 109, 129, 159, 291.

possedeva ancora terreni a Gnignano, ma nell'856, dopo la sua morte, il monastero di


S. Ambrogio (per conto del quale Guntzo aveva agito in qualit di patrocinatore) ne
aveva anch'esso riunito una notevole quantit.
A quel punto il monastero di S. Ambrogio era indubbiamente diventato il principale
proprietario a Gnignano. I documenti antichi che non menzionano Guntzo e Hunger si
riferiscono a terreni che S. Ambrogio ottenne da altre famiglie, come quelli che
Rachinfrit di Gnignano e suo fratello affittarono ad un ecclesiastico nell'832, e quelli
che Teutpaldo di Gnignano, che non aveva figli, vendette nell'839. La terra di S.
Ambrogio per la prima volta documentata confinante con terreni di altri proprietari
nell'832; in precedenza i confini portavano i nomi di piccoli proprietari terrieri laici
citati nei contratti precedenti. Verso 1'850, invece, sembra che la terra di S. Ambrogio
sia stata onnipresente nel centro abitato, assieme alle terre di altre due chiese, S.
Vittore in Meda e S. Stefano in Decimo. L'unico proprietario laico che ancora
rimaneva nell'850 e del quale si abbia notizia era un certo Bavo, figlio di Rotari,
affittuario di S. Vittore nell'856, ma anche proprietario terriero indipendente (con suoi
propri affittuari) menzionato in tre atti dell'851-, forse l'ultimo che sia vissuto a
Gnignano29.
Le caratteristiche sociali di Gnignano ovviamente stavano mutando velocemente in
questo mezzo secolo tanto quanto quelle di Varsi erano state fisse. I possessi delle
quattro o cinque famiglie proprietarie locali note erano dapprima mescolati con le
terre di artigiani cittadini di Pavia, e nell'arco di una generazione, attraverso i buoni
offici di due importanti aristocratici milanesi, queste quattro o cinque famiglie locali
si ridussero ad una; il resto and alle chiese. Ci pu non essere tipico di altri paesi
attorno a Milano, in quanto la mole di documenti di Gnignano insolita, e S.
Ambrogio potrebbe non aver ottenuto altrettanti successi in paesi privi di
documentazione archivistica. Chiaramente, per, all'inizio del IX secolo, c'era la
tendenza alla costituzione di una notevole propriet fondiaria ecclesiastica. Altro
chiaro elemento di contrasto con Varsi l'esistenza di affittuari. Non chiara l'entit e
l'importanza sociale dei proprietari terrieri di Gnignano, sebbene, almeno alcuni,
fossero collegati ad artigiani importanti. Bavo, l'ultimo che sopravvisse, appare in un
ruolo decisamente minore come conduttore-coltivatore di alcune sue terre. Ma questi
proprietari locali, persino Bavo, avevano i propri conduttori, sia affittuari liberi che
avevano in affitto singoli terreni, sia (forse) conduttori servi nelle case coloniche
(casae massariciae). Probabilmente la maggior parte della popolazione del villaggio fu
sempre formata da conduttori, frammisti a proprietari locali. Alcuni di loro
dipendevano da questi proprietari, ed altri, in numero sempre crescente, da chiese
esterne. E quindi realistico dire che dall'inizio del IX secolo in Gnignano i conduttori,
invece di pagare canoni localmente, dovevano corrisponderli a proprietari esterni,
quanto dire che i proprietari terrieri locali perdevano le loro terre a favore della
Chiesa.
Nel caso di Gnignano sono invece assenti i contratti di fitto fatti dai conduttori; della
Lombardia ne sono rimasti ben pochi di questo periodo. E soprattutto dai polittici che
si pu vedere il tipo di canone che i conduttori pagavano in questa parte d'Italia. Ad
29

Porro, 66, 105, 114, 117, 120, 127, 128, 133, 135, 137, 172, 191, 197, 199. 137

esempio cito di segruto parte di qucllo di Bobbio dell'862-883, canone della tenuta
posta a Travo, trenta chilometri a sud-ovest di Piacenza.
(In dominico) 60 media di cereali possono essere seminati ogni anno, 18 anforas di
vino possono essere raccolte in una buona annata, ed 11 carri di fieno. C' un bosco
per 40 porci, ed un mulino... Ci sono 11 1ibellarii (conduttori per contratto) e 19
massarii (affittuari per consuetudine); danno un terzo del loro grano, per un totale di
223 modia, un terzo del loro vino (80 anforas), 7 solidi, 74 galline e uova. I libellarii
fanno 24 giornate lavorative obbligatorie all'anno; i massarii tutte quelle che vengono
loro ordinate.
Non si sa di alcun abitante di Travo che non fosse conduttore di terreni di Bobbio, e
forse il paese era pi omogeneo di Gnignano, ma non tutti i conduttori vivevano a
Travo, poich nell'835 i possedimenti venivano descritti come Travo e i suoi territori
dipendenti'. Le case coloniche erano probabilmente sparse attorno ai villaggi vicini. I
canoni sono certamente abbastanza tipici per fornire indicazioni di ci che era
normale in Lombardia. Questi tre esempi mostranc la gamma di testimonianze che gli
atti ci possono dare, ed evidenziano i contrasti che si possono trovare in zone diverse,
ma anche nella stessa zona, in Italia. Comunque c' una uniformit importante, ed
norma quasi ovunque in Italia: la frammentazione della propriet. Sia a Varsi che a
Gnignano, la propriet era sparsa in vaste zone. Anche a Travo, un territorio
apparentemente coerente, i conduttori abitavano anche in altri paesi. Per lo pi i
proprietari terrieri non avevano tenute poste in un unico lotto di terreno, che
costituisse un unico villaggio o anche parte di esso. Invece tendevano ad avere, nel
migliore dei casi, il centro dei loro possedimenti in un villaggio, e le case dei
conduttori sparpagliate in vari altri villaggi. I conduttori stessi, come i coltivatori
diretti di Varsi, avevano poderi- formati da diversi appezzamenti sparsi in uno stesso
villaggio, o spesso in pi d'uno, e molti di quest; campi solevano essere molto piccoli.
Teuprando e sua moglie Gumpranda fondarono una chiesa urbana a Lucca nel 764 e
le lasciarono una serie di propriet che avrebbero dovuto essere una base fondiaria
sufficiente al suo mantenimento. Queste propriet erano formate da una casa colonica
con terre annesse a Sesto, dieci chilometri a nord di Lucca, un'altra sulla costa, venti
chilometri a nord-ovest, un'altra a circa settanta chilometri pi in gi lungo la costa
con un quarto delle terre (ci si domanda se i tre fratelli di Teuprando abbiano
conservato il resto), un quarto di un'azienda a circa cinque chilometri a nord-ovest di
Lucca, un quarto di un bosco di ulivi sulle colline vicino a Sesto, ed altri tre campi
sparsi nelle pianure a nord e ad est della citt. E una propriet di questo tipo che i
campi apparentemente sparsi di Varsi e Gnignano suggeriscono; e questa
distribuzione casuale il prodotto di molte generazioni di spartizioni ereditarie30.
La frammentazione ebbe molte conseguenze, la pi ovvia che i contadini dovevano
spostarsi maggiormente per coltivare i loro terreni. La terra veniva spartita
scrupolosamente fra eredi dello stesso asse, fino al pi piccolo campo. Ci aveva delle
implicazioni sulla cooperazione economica all'interno della famiglia, come si vedr.
L'indebolirsi del controllo sugli affittuari se vivevano in case isolate a distanza di
parecchi chilometri un elemento che si ripresenta. La conseguenza che qui voglio
evidenziare la grande difficolt insita in qualsiasi pianificazione economica. I
30
Per Travo: Inventari, pp. 136, 157-8, Codice diplomatico di S. Colombano di Bobbio, a cura di C.
Cipolla (Roma 1918), n. 36. Per Teuprando: Schiapareli, 178.

proprietari terrieri secolari non potevano tener unite le loro aziende per pi di due
generazioni al massimo, dato che ogni azienda era divisibile. Chiese e monasteri
videro aumentare le proprie tenute come prodotto di donazioni estemporanee e di
vendite, e anche a Gnignano, ove il monastero di S. Ambrogio raggiunse una certa
supremazia, le sue terre erano frammiste ad altre di altri proprietari. I1
consolidamento fu vana speranza, eccetto che nei casi poco frequenti in cui una chiesa
era venuta in possesso della quasi totalit di una zona. I proprietari, per la maggior
parte, non potevano controllare ci che i loro conduttori coltivavano sui lotti di
terreno, in quanto non sempre questi lotti erano facilmente separabili dalle terre di
altre propriet. E in una societ eome quella di Gnignano, ove i singoli campi e
conduttori venivano trasferiti da un proprietario all'altro come merci, la rigida
struttura dell'azienda bipartita deve essere stata molto diflicile da conservare. N fu
sempre facile reperire mano d'opera da conduttori che vivevano a distanze dell'ordine
di venti chilometri dal centro del fondo. il possibile che un piccolo proprietario
terriero con solo alcuni conduttori abbia coltivato il suo dominico da s (o con
schiavi), oppure si sia basato unicamente sui canoni, affittando il dominico in lotti.
Travo, in paragone, era chiaramente molto pi organizzato; e invero sembra che
l'eccezione ad un sistema cosl frammentato fosse la societ dei polittici di Bobbio e S.
Giulia, e di altri monasteri i cui polittici si conservarono solo in parte, o sparirono del
tutto31, Qui, almeno, abbiamo notizie sistematiche del volume dei canoni, dei servizi
di lavoro pesante, ed anche di raccolti destinati alla vendita; per non parlare della
vendita sistematica delle eccedenze. Bobbio da cinquantasei tenute ricavava 5679
modia (forse 9.600 stai) di cereali, 1.640 anfore di vino, 2.886 libbre di olio, 1.590
carri di fieno, 5.500 maiali ed una variet di prodotti diversi come ferro, nocciole,
pollame e canoni in denaro. Questi sono redditi di un certo livello, prodotti di tenute
organizzate come Travo, con una curtis, centro della tenuta (in linguaggio monastico
cella), punto focale del dominico nel quale i conduttori prestavano la loro opera, che
variava da parecchi giorni alla settimana ad alcune settimane all'anno. Gli unici
esempi reperibili di interi villaggi sotto un unico signore provengono da tali propriet
monastiche (e pi raramente episcopali). Questi paesi erano quasi certamente, per la
maggior parte, terre fiscali date alla Chiesa dal re, talvolta in zone boscose o
sottopopolate, che i monasteri del IX secolo cominciavano a dissodare. Tuttavia
sarebbe eccessivo pretendere che questi monasteri avessero una visione d'insieme
dell'organizzazione delle loro propriet. I canoni di Bobbio variavano da paese a
paese per tipo ed entit; e cosl le prestazioni d'opera. Esso aveva due tipi diversi di
conduttori, libellarii e massarii, ognuno con obblighi diversi pur all'interno dello
stesso fondo o villaggio. I tipi di canone, sebbene fossero un ammontare enorme per
ogni tipo di prodotto, sono chiaramente in ogni caso quelli tipici dell'agricoltura della
sussistenza della zona di provenienza. Anche i grandi monasteri si trovavano di fronte
ad un compito quasi impossibile se volevano sistematizzare le loro propriet, a meno
che non avessero organizzato essi stessi il dissodamento della terra, situazione che
tende sempre a produrre maggiore uniformit. E i grandi monasteri erano pochi. La
maggior parte dei terreni era propriet di istituzioni ben pi piccole, o di nobili laici,
che in genere avevano una propriet terriera estremamente frammentata. Ne segue che
pi utile analizzare le strutture economiche di base della societ come costituite non
da aziende, ma da unit di coltivazione contadina, case coloniche o casae massariciae,
31
Cfr. Hartmann (B5-b), pp. 42-73; G. Luzzatto, I servi delle grandi propriet ecelesiastiche (B5-c),
particolarmente pp. 47ss., 70-4.

e da piccole propriet di proprietari terrieri contadini. I canoni e gli obblighi dei


conduttori, quantunque, fossero spesso pesanti, erano ben pi estranei alla vita del
conduttore di quanto non fossero in altre zone dell'Europa del Nord, ove intere
collettivit contadine avevano obblighi nei riguardi di un solo proprietario. In Italia, il
centro amministrativo di un fondo poteva distare chilometri dai casali periferici.
Anche se esisteva un diritto di esigere prestazioni d'opera all'interno del paese, spesso
il diritto si riferiva a terreni tanto frazionati quanto quelli del conduttore stesso, e
spesso tali conduttori erano gli unici nel paese ad essere dipendenti dai loro padroni
terrieri. La maggior parte dei paesi, come Gnignano all'inizio della serie dei suoi atti,
era un miscuglio di proprietari contadini, piccoli proprietari fondiari, ed affittuari di
tutta una serie di signori. Il paese stesso, e ancor pi la famiglia erano punti focali ben
pi importanti della maggior parte delle aziende. Di rado i proprietari terrieri
riuscivano ad influire sui processi di produzione; i canoni erano in genere fissati per
tradizione, e rari i raccolti commerciali. Con alcune importanti eccezioni, quali ad
esempio l'organizzazione del dissodamento, l'agricoltura era attivit dei soli contadini.
I1 periodo dalla fine dell'VIII alla fine del X secolo vide due processi contraddittori:
l'indebolimento della posizione sociale e politica dei contadini liberi e l'indebolimento
delle strutture economiche delle aziende, e quindi della base economica della classe
dei proprietari terrieri. A conclusione del capitolo questi due fatti verranno esaminati
separatamente.
Si visto che i re dei secoli VIII o IX erano propensi a promulgare leggi contro
l'oppressione dei poveri. Lo stato era occupato principalmente a conservare la
posizione pubblica del libero, il suo accesso alla giustizia e (in particolare) il suo
servizio nell'esercito. Questi diritti stavano gi indebolendosi per i conduttori liberi
che diventavano sempre pi legati ai loro signori. Si visto l'inizio di questo sviluppo
nella legge di Liutprando sui libellarii. Nell'813 un capitolare diede ai proprietari
terrieri la responsabilit di fare in modo che i loro dipendenti prestassero servizio allo
stato, schiavi, aldii, e libellarii, che fossero sempre stati o fossero da poco diventati
conduttori , tutti allo stesso modo. Non tutti i libellarii erano ex-proprietari; la parola
significava soltanto conduttore, colui che ha diritto per contratto scritto , ed solo
dopo 1'800 che diventa comune. Nell'Italia alto-medievale cerano sempre stati
conduttori liberi, ma solo col nono secolo divent normale la conferma dei loro
contratti con i proprietari terrieri per mezzo di accordi scritti. I1 termine tradizionale
di conduttore nell'Italia longobarda, libero o no che fosse, era massarius, e questo
vocabolo continu ad essere usato per tutto il periodo in esame (e dopo il 774,
assieme al termine franco manens). I libellarii dovevano essere liberi, in quanto chi
non era libero non poteva fare contratti; talvolta, come a Bobbio, erano contrapposti ai
massarii debitori di maggior lavoro servile e, in qualche fondo, di canoni inferiori. In
altre zone non si pu distinguere fra i due: i massarii spesso appaiono come autori dei
contratti, e i libellarii spesso dovevano canoni e obblighi pesanti pari ai massarii. I1
contratto scritto dava forse ai conduttori garanzia maggiore dei diritti per
consuetudine, ma non necessariamente dava loro uno status superiore32,
Ma se non tutti i libellarii erano per nascita liberi, molti lo erano certamente. Anche i
polittici che in generale non si occupano dell'origine dei conduttori, fanno riferimenti
casuali ad essi; cosi a Porzano a sud di Brescia, nelle tenute di S. Giulia, quattordici
32

MGH Capitularia, I, 93 c. 5 (813); P.S. Leicht, Livellario nomine (B5-c).

uomini liberi avevano ceduto le loro propriet alla curtis per riaverle in cambio di una
giornata lavorativa alla settimana. Anche i contratti, talvolta, lo dicono espressamente.
Nel 765 nel territorio di Chiusi, Bonulus vendette tutte le sue propriet a Guntefrido;
le riprese in alitto in cambio di dodici giornate lavorative all'anno in qualit di
conduttore vincolato. I contratti del monastero toscano medievale di Monte Amiata
erano quasi tutti di questo tipo, dall'804 in poi. Perch i proprietari liberi abbiano
agito cos non mai chiaro; talvolta, certamente, a causa di dissesti economici,
quando il cibo e la protezione di un signore sembrava valere la cessione delle loro
terre; spesso, certamente, come risultato della violenza o della coercizione del signore
in questione: Monte Amiata era di gran lunga il proprietario pi potente nel raggio di
molte miglia di campagna intorno33.
La Chiesa ottenne anche terreni per motivi meno direttamente economici, per mezzo
di pii lasciti. Re ed aristocratici fondavano chiese e monasteri, o donavano terreni a
quelli gi esistenti, per carit e col desiderio di salire in prestigio. Anche i meno ricchi
e perfino i poveri facevano elargizioni. Non facile distinguere i motivi: carit,
prestigio, disperazione, coercizione, ma si pu tentarlo quando, come comune, i
donatori davano alla Chiesa una parte del loro terreno equivalente, sembra, alla quota
che sarebbe spettata ad un ulteriore figlio. Quando i donatori davano tutta la loro terra
spesso si pu vedere dal testo che non avevano discendenti diretti, come nel caso di
Guinifredo da Pistoia e dei suoi figli che, nel 767, lasciarono tutti i loro averi alla
Chiesa che avevano fondato non avendo figli o figlie o parenti cui si possa lasciare
la nostra propriet o i nostri diritti . Talora sbagliarono, come Goderisio di Rieti, che
fu citato in tribunale nel 791 per aver occupato i terreni dei monaci di Farfa che egli
stesso aveva loro donato. Egli spieg: E vero che ho donato questa propriet al
monastero, ma dopo ebbi figli ed ora n io n i miei figli possiamo vivere, l'indigenza
mi opprime . L'VIII secolo fu l'epoca d'oro di queste donazioni, apparentemente
autorizzate dalla legge di Liutprando che legalizzava le donazioni alla Chiesa nel
71334. Dopo i primi decenni del IX secolo (in modo diverso da luogo a luogo) esse
diventarono molto meno comuni. Le ragioni non sono chiare, e alcuni storici
concludono che ci avvenne in quanto non c'erano pi proprietari terrieri piccoli o
medi; erano diven. tati tutti conduttori. Si tratta di una visione un po' pessimistica, in
quanto gli autori delle donazioni pi cospicue erano privi di prole, ed difficile
vedere come i loro eredi sarebbero diventati dei libellarii; invece pi probabile che
le chiese d'Italia siano diventate cos ricche, sommerse da queste donazioni, da non
venire pi considerate oggetto di lasciti. L'obbligo della corresponsione delle decime
alla Chiesa, istituito da Carlomagno, pu anche aver diminuito la popolarit della
Chiesa fra i poveri. Solo in alcune zone piuttosto remote, come Monte Amiata e nei
dintorni di Farfa, le donazioni continuarono. Qui, come stato detto, si pu pensare
ad una coercizione, e col 900 i due monasteri erano praticamente gli unici proprietari
nelle vaste zone di campagna che li circondava.
La Chiesa accrebbe le sue propriet come conseguenza fortuita di pie donazioni e
tramite deliberate espansioni; dal IX secolo poteva anche avvlersi del diritto delle
decime per indebolire l'indipendenza contadina. Anche gli aristocratici laici
33
Inventari, p. 63 per Porzano; Schiaparelli, 192; W. Kurze, Codex Diplomaticus Amiatinus (Tubinga,
1974) e la recensione di B. Andreolli, R.S.A. XVII
(1977), pp. 139-40.
34
Schiaparelli, 206; Manaresi, 8; Liutprando 6.

estorcevano la terra ai pi deboli o la accettavano da coloro che soffrivano la fame, in


cambio di protezione. I piccoli proprietari divennero sempre pi dipendenti dai loro
vicini benestanti per tutto il IX secolo, e ancor pi nel X, quando i signori si
arrogarono alcune prerogative dello stato. Tuttavia non tutti vennero assorbiti senza
colpo ferire come accadde con i contadini dell'Amiata; alcuni si difesero, alcuni anche
passarono all'attacco. Infatti la resistenza contadina vecchia quanto l'editto di Rotari,
ove la cospirazione e la sedizione di 'gente rustica' e di schiavi punita con condanne
pesanti35. Nel periodo carolingio, tuttavia, sono documentati una serie di casi
giudiziari nei quali i contadini affermano i loro diritti, in genere senza successo.
Questi casi furono molto vari. A Milano nel 900, undici uomini di Cusago (dieci
chilometri ad ovest della citt) reclamano di essere arimanni liberi, e non aldii, anche
se prestavano opere per la curtis di Palazzolo, propriet del conte di Milano; infatti
avevano piccole propriet a Bestazzo oltre a quelle per le quali prestavano lavoro
manuale obbligatorio. I1 legale del conte chiam tredici uomini nobili e timorati di
Dio per dimostrare che gli uomini di Cusago erano aldii, ma tutti giurarono che gli
uomini di Cusago avevano ragione. Questo caso mostra chiaramente quanto
vuluerabili fossero i piccoli proprietari di fronte alle pretese dei loro vicini infiuenti e
dei signori terrieri; questo uno dei pochissimi casi in cui vinsero. Nell'845, il
monastero veronese di S. Maria in Organo port in tribunale i suoi presunti schiavi
nella contea di Trento, che rifiutavano di pagare il canone e di lavorare, ed
affermavano di essere liberi. Quando Lupus Suplaiopunio ed altri sette dissero di
essere proprietari liberi secondo la legge e che prestavano opera tramite un accordo di
commendazione (protezione), S. Maria concesse loro la libert ma con successo si
appropri della loro terra in base al fatto che i loro servizi venivano prestati per la
terra stessa. In questo caso S. Maria aveva rinunciato ad ottenere lavoro manuale in
cambio di protezione, avvenimento assolutamente inconsueto, per ottenere la
propriet dei terreni dei suoi protetti, e per affermare (senza successo) che essi erano
suoi schiavi. A Pavia nell'880, due uomini di Oulx nelle Alpi piemontesi tentarono di
riaprire un processo precedentemente abbandonato, che riguardava la loro libert
personale, affermando di essere stati sottomessi con la forza , e non da
sorprendersi che anch'essi persero. Porse gli uomini di Oulx erano gi affittuari del
monastero di Novalesa, e stavano tentando di porre un confine fra conduzione libera e
servile, confine importante per quei conduttori che desideravano evitare imposizioni e
punizioni arbitrarie. Ci sono parecchi casi giudiziari simili riguardanti Milano e Pisa36.
Questi rappresentano, ovviamente, un diverso livello di resistenza rispetto a quello dei
proprietari liberi di Cusago, o anche di Trento, ma i due gruppi hanno somiglianze
evidenti. interessante che molti di questi casi provengano da zone montane, e
parecchi vengano da zone ove i monasteri avevano di recente ottenuto terre da altri
proprietari, specialmente dal fisco, e in un momento in cui pare tentassero di porre le
loro terre in modo pi deciso sotto un controllo centrale.
Quest'ultimo punto chiarissimo nel caso della gente della Valle Trita, una zona
molto remota dell'Appennino abruzzese, dove alcuni valligiani furono rivendicati
come schiavi dal monasteto di S. Vincenzo al Volturno dopo la cessione ad esso di
terreni fiscali da parte del re Desiderio. Gli uomini ribadirono il loro status,
35

Rotari 279-80
Manaresi, 110, 112 (per cusago), 49 (per Trento), 89 (per Oulx), 9, 34; cfr. ariche i dati forniti da B.
Andreolli, Contratti agrari e patti colonici nella Lucchesia (B5-c), pp. 12s-7. Per Limonea, cfr. n. 38.
36

affermando che le terre erano di loro propriet, in cinque cause fra il 779 e 1'872;
talvolta fu necessaria tutta la forza dello stato carolingio per farli comparire al
processo37. Non si pu affermare che il monastero abbia sempre vinto; le decisioni del
tribunale venivano chiaramente disattese in modo sistematico e la fine della serie di
dispute coincide con un secolo di debolezza del controllo su tutte le propriet del
monastero. Qui, poi fall un tentativo da parte del monastero di S. Vincenzo di
sottomettere contatini di zone remote, che erano debitori al re di una dipendenza forse
solo molto formale, alla struttura fondiaria della propriet terriera monastica. Nel
Nord questi monasteri ebbero maggior sccesso: S. Maria in Organo a Trento; S.
Ambrogio nelle vertenze in Valtellina e a Limonta sul lago di Como; Novalesa in Val
di Susa. Queste cause sono parallele a quella di Cusago in quanto mostrano
opposizioni precostituite all'aumentO del potere dei latifondisti e della organizzazione
del fondo. Pu darsi che riguardino per lo pi casi di zone montane in quanto i
contadini di zone marginali hanno relazioni economiche pi strette e quindi sono in
grado di opporre maggior resistenza. Ma persero, eccetto il caso di Cusago e forse
quello di Valle Trita: i monasteri aumentarono i loro terreni, i proprietari liberi
divennero conduttori, i conduttori liberi persero la libert. E nel x secolo, anche i
proprietari liberi ancora esistenti spesso divennero soggetti alla giurisdizione dei loro
vicini ricchi, come si vedr.
Mentre questi processi un po' alla volta diminuivano i diritti dei liberi, la struttura
interna delle grandi aziende in espansione stava anch'essa mutando. Come altrove in
Europa, alla posizione dell'uomo libero che andava indebolendosi corrispondeva un
miglioramento della posizione dei servi. Nelle cause di Limonta dell'882-957, gli
schiavi pretesero dal monastero di S. Ambrogio la libert, o almeno lo status di aldii,
come gli uomini di Oulx avevano gi richiesto. Concesso lo status, si lamentarono che
il monastero di S. Ambrogio aveva aumentato i doveri fissati dalle consuetudini,
aggiungendo, in particolare, l'obbligo di raccogliere e frangere le olive. I1 monastero
di S. Ambrogio, significativamente, non afferm di avere il diritto di aumentare gli
oneri che gli dovevano gli schiavi; port invece come testimoni i notabili locali per
dimostrare che gli obblighi erano sempre esistiti. Le consuetudini, almeno in teoria,
erano fisse, anche per gli schiavi. La schiavit stessa stava sparendo. La fusione di
liberi e schiavi nella vasta gamma della classe dei conduttori port alla fine ad un
prevalere di uomini liberi, diversamente che in altre zone d'Europa, ove i conduttori
persero la loro libert. Molti dei contratti del IX secolo sembra siano fatti con
conduttori schiavi che erano stati liberati. Le manomissioni diventarono pi frequenti;
sempre pi spesso gli schiavi comperarono la loro libert. Alla fine degli anni 990,
Ottone III tent di limitare questi cambiamenti con un capitolare speciale sugli
schiavi che agognano la libert , ma ci ha certo esercitato scarsa influenza.
Dall'inizio dell'XI secolo la schiavit divenne sempre meno comune38.
I1 motivo per il quale i conduttori come classe divennero liberi, e non restarono
schiavi, era senza dubbio dovuto al fatto che i proprietari terrieri cominciarono ad
affittare le loro propriet senza richiedere lavoro manuale; sparirono i legami
37
In Manaresi, ma con maggiore completezza in Chronicon Valturnense , a cura di v. Federici
(Rorna, 1925-38), n. 23, 24, 25, 26, 55, 71, 72.

38
Per Limonta: Porro, 314, 417, 427 (Manaresi, 117, 122), 625; cfr. A. Casta gnetti, Dominico e
massaricio a Limonta (B5-c); per il contesto europeo: RH. Hilton, Bondmen Made Free (Londra,
1973), pp. 66ss. Per Ottone MGH Constitutiones, I, n. 21.

personali diretti che rafforzavano la posizione di servit. Lo sviluppo gi visibile in


Toscana alla fine del IX secolo, e anche in alcune tenute di Bobbio e S. Giulia. Col X
secolo, la corve servile fu ovunque rara. Nelle grandi tenute monastiche esso poteva
continuare, causa la volont dei monasteri che volevano impie gare concessionari per
il dissodamento. Altrove, era la conclusione lo gica dell'incoerenza
dell'organizzazione di territori molto frammentari propriet di laici e di vescovi.
Quando i modelli esistenti venivano tra sformati incessantemente dalle divisioni
ereditarie fra l'aristocrazia laica: e dalle donazioni casuali che ancora venivano fatte
alle chiese, e co gli inizi di cessioni di fondi della Chiesa su vasta scala a piccoli
nobili i legami necessari per il lavoro dei domini signorili non poterono pi essere
mantenuti. Le aziende divennero ora gruppi di case di conduttori, e nulla di pi. I
contratti con conduttori liberi per la durata di una vita, tre generazioni, o perpetui,
comuni nell'VIII secolo, divennero meno frequenti, e sempre pi vennero stipulati per
periodi fissi in particolare per ventinove anni. Ci anche evidenziava e aiutava l'in
dipendenza sempre maggiore dei conduttori. E sempre pi i proprietari terrieri
volevano canoni in denaro. Nell'VIII secolo gi molti canoni erano in denaro, assieme
a canoni in natura (cereali, vino, olio, uova, animali) e lavoroquantunque i canoni
in denaro, che rappresentavano uno status superiore per i conduttori, venissero
richiesti meno frequentemente assieme alle prestazioni d'opera. Nel IX secolo, e
ancora pi nel X, i canoni erano sempre pi in denaro, spesso assieme a un canone
parziario in vino e olio, ma quasi mai in altre merci39.
I canoni in denaro, ovviamente, erano generati da necessit specifiche dei proprietari
terrieri, dato che il commercio con zone lontane diventava sempre pi comune, ma
indicano anche altri due fatti: l'abilit dei contadini che vivevano dei prodotti della
terra di ottenere denaro in cambio delle eccedenze, e l'esclusione totale dei proprietari
terrieri da qualsiasi controllo su ci che veniva fatto sulle campagne. I1 contadino,
fino a che riusciva ad ottenere tre, o otto, o dodici denari all'anno, li Lero o no che
fosse, poteva da allora sfruttare la sua terra senza chieder nulla al padrone. Con la fine
del X secolo, c' qualche testimonianza per cui egli poteva vendere terreni gi affittati
ad altri conduttori. A questo punto, il 'sistema curtense' era evidentemente spezzato.
Anche se i coltivatori liberi erano ancora costretti e assorbiti in grandi aziende, queste
riguardo al territorio erano diventate soltanto organizzazioni sparse ad ombrello per la
riscossione dei canoni. Sembra che alla fine del X secolo nell'Italia centrale e
settentrionale i proprietari terrieri avessero perso il controllo economico reale sulla
campagna, a livello del suolo.
L'attivit dei contadini nello scambio delle eccedenze difficile da documentare, ma
in qualche modo deve essere esistita a lungo. Si visto che l'unit economica
fondamentale in Italia era la piccola propriet. Ogni famiglia contadina coltivava, per
quanto poteva, un'ampia gamma di prodotti base nell'ambito di quanto riusciva a fare
da sola. Ma geograficamente l'Italia non omogenea e raccolti diversi meglio
crescevano in zone diverse, in particolare le vigne in collina e i cereali in pianura.
Malgrado l'esistenza di una agricoltura promiscua si possono gi notare queste
differenze nel periodo alto medievale. Gli squilibri dovevano essere compensati con
lo scambio. Alcuni prodotti dell'artigianato, come la ceramica e il cuoio, venivano
Violante (B3-f), pp. 76ss., 91ss.; Andreolli, art. cit.; G. Rossetti, Societ e istituzioni
Pisa, Volterra, Populonia, 5 Congresso cit., pp. 259-72, P.J. Jones in Italian Estate
(A5-c) G. Cherubini, Qualche considerazione... (B5-c), pp. 55-63.
39

quasi certamente acquistati, sebbene se ne abbiano scarse prove; cosi, avveniva,


naturalmente, anche per il sale. E per questi motivi che i proprietari terrieri trovano
conveniente nel x secolo farsi pagare diritti per piccoli mercati locali, che il
commercio di lusso difficilmente avrebbe raggiunto. Non sempre si usava denaro in
queste operazioni. I Longobardi per la maggior parte coniarono un solo tipo di moneta
d'oro, il tremissis (la terza parte del solidus) che certamente valeva troppo rispetto al
valore delle merci oggetto della maggior parte degli scambi locali. Alla fine dell'VIII
secolo, i Carolingi lo sostituiscono col denarius d'argento (un dodicesimo del solidus)
in teoria pi adeguato a scambi su piccola scala (in Lucchesia nel IX secolo sembra
che un maiale valesse dodici denarii, e un montone sei denarii; in Francia nel 794, se
il paragone utile, il prezzo del pane era fissato ad un denarius per dodici pagnotte di
frumento da due libbre, o quindici di segale, venti di orzo, o venticinque di avena).
Anche cos, un'unica moneta di tale taglio troppo scomoda per le transazioni in
denaro corrente, quali possiamo figurarceli. Le transazioni economiche devono essersi
svolte facendo riferimento al denaro piuttosto che servendosene come mezzo di
scambio. In una societ tradizionale ove le relazioni sociali ed economiche sono
molto strette, all'interno delle quali gli scam bi avvengono fra persone che si
conoscono, ci non difficile come sembra40. I1 denaro era facilmente accessibile alle
popolazioni italiche di tutti i livelli sociali; non era per poi tanto utile. Forse i
contadini consideravano le monete merce ottenuta vendendo prodotti che
probabilmente sarebbero finiti sui mercati cittadini; le monete sarebbero poi state
usate per pagare i canoni. D'altro canto i proprietari terrieri, operando sui mercati
cittadini su scala ben pi ampia, senza dubbio si sarebbero serviti del denaro in modo
pi chiaramente 'commerciale'.
Tutto ci assolutamente teorico. Ma si pu riconoscere come la societ
consuetudinaria basata su rapporti economici tradizionali, all'interno della quale era
inserito lo scambio locale, esercitasse il suo controllo sui valori. Si visto che i re
volevano mantenere 'prezzi equi'. In alcuni casi erano anche pronti ad intervenire ed
eliminare vendite 'inique', come dopo la carestia italiana del 776. I valori potevano
diventar molto stabili, con considerevoli divari da regione a regione. Lo si vide, ad
esempio, nell'813, nell'imbarazzo dei periti che stavano trattando uno scambio di
terreni fra i monasteri di Nonantola e S. Salvatore di Brescia; il costume di Brescia era
di valutare la terra meno di otto denarii per iugum, ma quella di Nonantola la valutava
almeno tre solidi per iugum. Si dovette chiamare Adalardo di Corbie per raggiungere
un compromesso. Nessuno pens che le forze di mercato potessero venir usate, o che
esistessero quanto meno forze di mercato riguardo alla valutazione della terra,
malgrado le vendite dei terreni fossero frequenti41. In Italia lo scambio era
strettamente connesso al contesto sociale nel quale avveniva. Simili legami socioeconomici fra contadini a livello di scambi, sono anch'essi un altro elemento della
separazione fra proprieri terrieri e societ contadina.

40

Per i prezzi: Andreolli, art. cit., p. 118, MGH Capitularia, I, 28 c. 4. Cfr. K. Polanyi, Primitive,
archaic and modern economics (New York, 1968), pp. 175203; M. Godelier, Rationality and
irrationality in economics (Londra, 1972), pp. 252-303; W.A. Christian, Person and God in a Spanish
Valley (Londra, 1972), Pp. 168-171; P. Grierson, Problemi monetari nell'alto medioevo, Boll. della
societa pavese di stor. pat. , LIV (1954), pp. 67-82.
41
MGH Capitularia, T, 88; Porro, 88.

Questa separazione raggiunse il massimo attorno al 1000, quando le prestazioni


d'opera erano in pratica sparite, lasciando per lo pi una classe di conduttori che
dovevano quasi ovunque canoni solo in denaro, e a volte in natura. L'azienda bipartita
era pressoch scomparsa. I grandi proprietari terrieri non erano capaci di stabilizzare e
di concentrare, e ancor meno di razionalizzare, le loro propriet. Infatti con la crescita
di una nuova classe di piccoli nobili basata sull'affitto di vasti terreni, spesso ad un
canone nominale, i proprietari maggiori (specie le chiese) avevano meno controllo di
prima sulle proprie terre. Nella campagna inizi la violenza, non appena i pi piccoli
fra questi signori tentarono d'imporre i loro poteri sui contadini. I contadini, come i
signori, talora furono capaci di utilizzare diritti giurisdizionali secondari e di usare
nuove unit territoriali fortificate dei secoli X e XI, i castelli, per rafforzare il proprio
potere e fondare dei 'comuni rurali' a fianco di quelli urbani. Ma di nuovo andiamo
oltre ci che ci eravamo prefissati; questi sono sviluppi che sarebbero potuti avvenire
solo alla caduta dello stato, come si vedr nel capitolo settimo. Solo a met dell'XI
secolo, nel contesto del movimento di riforma, le chiese sarebbero riuscite a ristabilire
il controllo sulle propriet rurali, e col sorgere dei comuni urbani esse ed altri
proprietari cittadini cominciarono a farsi strada si stematicamente nella campagna,
agendo da mediatori fra i contadini e il mercato cittadino, e servendosi di quelle
posizioni per riguadagnare il controllo sui contadini. Dai secoli XII e XIII i contadini
pagarono nuovamente i canoni in natura, cosicch il guadagno derivante
dall'espansione dei mercati urbani andava ai proprietari terrieri. Le citt non avevano
bisogno di relazioni commerciali con la campagna; solo di cibo. Lo sviluppo dei
progressi commerciali dei secoli XII e XIII, infatti, significher il capovolgimento
anche della pi modesta penetrazione degli scambi commerciali nella societ rurale42.

42

Cfr. C. Violante, Stadi sulla cristianit medioevale (Milano, 1975), pp. 328-39; L.A.
Kotel'nikova, Mondo contadino e civilt in Italia (Bologna, 1975), pp. l9ss.

Capitolo quinto
SOLIDARIET, GERARCHIA E DIRITTO

La Parentela e i Tribunali
Si visto il sopravvivere per molti secoli in Italia di una classe di contadini liberi, talora piccoli
proprietari e altre volte concessionari, parallelamente a complesse gerarchie di proprietari terrieri,
alcuni locali, alcuni abitualmente assenti dalle proprie terre, e in gran parte abitanti in citt. I1
potere dei proprietari terrieri era considerevole ma non sufficiente a controllare la vita economica
dei vari villaggi e parimenti insufficiente a dominarne la vita sociale. E facile vedere che gli
abitanti liberi di villaggi come Varsi furono completamente indipendenti dalle pressioni esterne,
eccetto che per le pubbliche richieste dello stato, quali il servizio nell'esercito. Ma anche gli abitanti
di villaggi come Gnignano, ove predominavano i grandi proprietari, non sentirono particolarmente
l'influenza dei loro padroni sulla vita quotidiana, in particolare in quanto non vivevano pi entro il
villaggio. L'aumento del potere economico dei grandi proprietari nei secoli VIII e IX certamente
rafforz l'importanza sociale delle gerarchie e delle signorie, come si vedr nella seconda parte di
questo capitolo. Ma i problemi quotidiani delle comunit contadine, cooperazioni su piccola scala,
tensioni, l'eliminazione di differenze, venivano raggiunte in maniere diverse, tramite legami sociali
fra eguali e quasi-eguali, in particolare quelli basati su relazioni di parentela e di famiglia.
L'intera immagine dello stato carolingio e longobardo si basava sulla importanza dei liberi,
specialmente in quanto soldati, ma anche come partecipanti a varie responsabilit e istituzioni
pubbliche quali i tribunali. Ci non imped agli strati pi deboli di venir oppressi da quelli pi forti,
ma significava che almeno le attivit pubbliche erano piuttosto ben documentate, e che i re avevano
interesse ai loro destini. Significava anche che, almeno in teoria, i membri liberi della societ
avevano tutti pressoch lo stesso status, ricchi e poveri. Sebbene ci non sia mai stato vero in realt,
significa almeno che non si pu tracciare una divisione tra gli appartenenti alla societ aristocratica
e a quella non aristocratica dei secoli VIII e IX; e i tipi di parentela documentati in Italia in questo
periodo sembra siano stati caratteristici di tutti i livelli della societ libera. Le famiglie
aristocratiche avrebbero iniziato solo nell'XI secolo ad assumere caratteristiche anche formalmente
diverse, come si vedr nell'ultimo capitolo. E impossibile esser certi che gli uomini non liberi
avessero modelli di vita sociale simili. Di rado i documenti in nostro possesso trattano questo
aspetto della societ; la sua esistenza, e l'entit incerta, devono servire da filtro a tutto ci che viene
esposto in questo capitolo. Comunque ci sono indizi che negli strati non liberi almeno i
concessionari, e forse anche gli schiavi domestici, avessero legami sociali non diversi da quelli delle
classi inferiori della societ libera.
In questa parte verranno discussi i pi importanti di questi legami sociali, la parentela, oltre ad altri
tipi di solidariet organizzata a livelli meno complessi, il consortium ed il villaggio stesso. In tutte
le societ tradizionali la parentela importante, e si suole porla in antitesi sotto questo aspetto alle
societ moderne, ove le attivit pubbliche dei cittadini vengono regolate da leggi e dalle strutture
della giustizia. Comunque l'Italia alto medievale era socialmente molto precoce, e l'impatto della
legislazione e dell'attivit giudiziaria era anch'esso considerevole. Alla fine del presente capitolo
verr trattato questo impatto e alcuni dei contrasti fra legge e solidariet parentale, cosi come
appaiono all'osservatore moderno; gli stessi italiani alto-medievali non sembra siano stati poi tanto
turbati da tali contrasti.
Une delle pi note caratteristiche dei Longobardi che erano suddivisi in vasti raggruppamenti di
parenti, le farae. Alboino invase l'Italia in fara, e quando elev suo nipote Gisolfo a duca del Friuli
gli permise di scegliere le farae da tenere con s. Paolo chiosa la parola 'cio, generazione o

lignaggio', ed il termine 'lignaggio' forse la traduzione migliore. I toponimi che incorporano tale
parola sembra indichino il primo stadio dell'insediamento longobardo, dato che la parola cade in
disuso dopo un'unica citazione nel codice di Rotari. Una di queste, negli Appennini abruzzesi, la
suggestiva 'Fara filiorum Petri', un nome gi latinizzato di lignaggio, che giunge in questa forma
fino ai giorni nostri. Gregorio Magno fece riferimento a gruppi dell'esercito longobardo (di fatto
mercenari bizantini) chiamati Grisingi e Gaugingi, e anche questi possono essere nomi di farae in
questo caso non del tutto latinizzati; -ing un comune suffisso germanico occidentale, spesso usato
come segno distintivo di una stirpe. Rimane sfortunatamente oscuro cosa esattamente significasse
farae, o quale ne fosse la consistenza. Ci che successe alla farae altrettanto oscuro. Come si
disse, Rotari us la parola una sola volta, quando fece riferimento al diritto di un uomo di 'migrare'
in un'altra parte del regno con la sua fara. Altrimenti, si rifer alla 'stirpe' (parentilla) intendendo un
gruppo di persone rispetto al quale un longobardo avrebbe potuto far valere diritti ereditari, fin tanto
che fosse l'erede pi vicino e potesse dar nome a tutti i suoi parenti intermedi1. La parentilla era
vasta, si estendeva per sette generazioni, ma sembra non abbia avuto alcuna funzione reale. Come
corpi effettivi, Rotari faceva riferimento a gruppi pi piccoli di parentela (parentes) che si riunivano
per attivit legali o quasi legali, per prestare garanzia, per giuramenti purgatori (il giuramento
formale a favore del buon nome e dell'innocenza di un uomo accusato), e per faide.
La faida non veniva considerata dagli abitanti dell'Europa altomedievale, anche dai re, un processo
di degrado quale talvolta stato severamente giudicato dagli storici moderni. E regolata e le
insita la tendenza a ristabilire la pace, in quanto la gente coinvolta volente o nolente nella contesa,
spesso con legami con ambo le parti, in genere non vuole dedicare la maggior parte del suo tempo
al combattere. In tutte le societ le faide famose che durano a lungo sono atipiche per definizione,
infatti attirano l'attenzione di tutti proprio perch non vengono risolte. Ci in genere possibile solo
in casi di antagonismo e gravit eccezionali, e di solito anche quando i partecipanti vivono
abbastanza lontani gli uni dagli altri da poter evitare il contatto sociale, o in luoghi che presentano
complessit sociale, come le citt; le grandi faide italiane sono state quasi tutte urbane (si pensi a
Montecchi e Capuleti). La falda pu verificarsi in molte comunit tradizionali e su piccola scala, ed
il Mediterraneo sempre stato sotto questo profilo una zona calda. I1 sorgere potenziale della faida
sottende tutti gli interessi contadini tradizionali per la solidariet e la pace familiare2.
Anche i re longobardi davano valore alla pace, tuttavia non consideravano la violenza, se non entro
la corte del re, offensiva dei principi della societ civile. Essi tentarono di limitare l'accadere delle
faide, di prevenirne il sorgere ad ogni banalit, Rotari aument l'indennit di danni, per rendere pi
onorevole la sua accettazione, aumentando cos le possibilit della soluzione della lite stessa. Ma
questa era parte del costume longobardo, e i diritti fondamentali di ogni longobardo di aderirvi non
potevano essere negati. Si visto che Liutprando mantenne il duello (che di per s, per lo pi, una
versione rituale e limitata della faida), malgrado i suoi dubbi che esso fosse uno strumento di
giustizia, ed i Carolingi persino ne aumentarono leggermente l'importanza. Tuttavia ironia che si
apprenda la maggior parte di quanto se ne sa dalla legislazione delle corti reali che guida e limita le
modalit delle faide. Le fonti sono poche e a parte racconti occasionali di vendetta in Paolo
Diacono, Liutprando di Cremona, o specialmente nel Chronicon Salernitanum, non si ha traccia di
contese importanti fino alle cronache del periodo dei comuni ed oltre. Tuttavia l'esistenza della
contesa e la sua legittimit viene affermata in tutte le fonti che la citano.
1
Mario d'Avenches, Chronicon (MGH A.A. II, s.a. 569, Paolo, H.L., 2. 9; Rotari 153, 177. In opposizione a S.M.C., pp.
39-40n., cfr. H.H. Meinhard, The patr linear principle in early Teutonic Kingship, Studies in Social Anthropology, a
cura dt J. Beattie, R.G. Lienhardt (Oxford, 1975), pp. 23-6.
2
M. Gluckman, op. cit., capitolo primo; J.M. Wallace-Hadrill, The LongHaired Kings (Londra, 1962), pp. 121-47; cfr.
M. Hasluck, The Unwritten Law in Albania (Cambridge, 1954) per alcuni esempi, e E. Gellner, Saints of the Atlas
(Londra, 1969), pp. 104-25, per giuramenti.

La struttura del gruppo familiare nella societ longobarda era patrilineare, i cosidetti legami
'agnatici'. Quando una figlia si sposava, si sposava entrando in una nuova famiglia (Liutprando
metteva in guardia contro il matrimonio in una famiglia con la quale si fosse in lotta) e si doveva
pensare a particolari misure precauzionali per evitarne lo sfruttamento. Se dopo il matrimonio la
donna avesse venduto terreni, la sua stessa famiglia d'origine avrebbe dovuto testimoniare che lo
aveva fatto di sua volont, liberamente, e che non vi era stata costretta dal marito e dalla famiglia di
questi; documenti simili sono comuni nell'X secolo. Questo sistema di discendenza per linea
maschile contribu alla definizione delle famiglie, in quanto l'uomo o la donna potevano essere
membri di un solo gruppo familiare; esso era strettamente connesso all'eredit. Quando un uomo
aveva bisogno che la sua parentela giurasse per lui in una cerimonia di giuramento purgatorio,
doveva presentare i membri del suo casato nell'ordine della successione, facendoli venire, se
necessario, da ogni parte del regno. Anche nella faida, l'unico uomo che aveva diritto di vendicare
un uomo morto era il figlio, sebbene nel caso non avesse figli ma solo figlie il diritto passasse ad un
gruppo meno definito di propinqui o proximi parentes, parenti stretti. La contesa, essendo per natura
un fatto pi spontaneo, non poteva essere controllata in modo severo quanto il giuramento rituale3.
Queste erano norme longobarde, in quanto facevano parte del diritto longobardo; anche i romani
avevano un sistema patrilineare, ma la legge dell'Impero non riconosceva risoluzioni private come
la faida. Tuttavia vi sono tracce che i Romani almeno sentissero la necessit di vendicare la morte di
un congiunto. I1 manuale giuridico dell'Italia del VIl secolo, la Summa Perusina, afferma
esplicitamente se avete vendicato la morte di un congiunto, ne diventerete erede . Forse questo
testo riflette le usanze di Roma sotto l'Esarcato4. Nell'Italia longobarda, si possono fare solo ipotesi.
Si visto che i Romani nell'Italia longobarda avevano fatto propri elementi della solidariet di
gruppo longobarda quali il launigild, che con 1'XI secolo divenne parte della legge territoriale del
regno longobardo; non improbabile abbiano riconosciuto anche la`faida, anche se non ci
possibile dimostrarlo.
In questo mondo le donne avevano una posizione pubblica di poco conto. I Longobardi (a
differenza dei Romani) le consideravano sempre soggette all'uomo dalla nascita alla morte; al
padre, al fratello, al marito e al figlio a seconda dei casi. Raramente potevano possedere terreni, se
non come eredi o vedove, e anche in questi casi il loro controllo era limitato per legge. Le uniche
donne longobarde legalmente indipendenti erano le badesse dei conventi, forse poich avevano
assunto parte della legge romana nei loro voti. L'Italia dell'alto medioevo non fu probabilmente mai
particolarmente piacevole per le donne. Solo occasionalmente, nella nobilt pi alta, alcune donne
dotate di carattere eccezionalmente forte riuscirono ad assumere qualche carica politica, specie in
periodi d'instabilit. In genere erano le vedove di uomini importanti senza eredi adulti come
Teodolinda fra i Longobardi, e pi occasionalmente mogli influenti di uomini in vita, come
Angilberga, moglie di Lodovico II. Il X secolo vide molte di queste figure: Berta, vedova di
Adalberto II di Toscana, Ermengarda, vedova di Adalberto d'Ivrea, Villa, moglie di Berengario
d'Ivrea, e pi notevole di ogni altra, Marozia, che govern Roma dal 928 al 932. In modo
significativo, Liutprando di Cremona, il loro cronista, non volle trovare altra spiegazione della loro
importanza se non estrema licenziosit, unico motivo cui potesse pensare per spiegare il loro
incomprensibile controllo sull'uomo; il loro potere metteva in crisi l'intera sua immagine del
mondo5:E meglio vedere in loro il punto focale della continuit dinastica (come eredi, o custodi di
figli piccoli) in un secolo nel quale diventava sempre pi importante per l'aristocrazia la
3

Lineprando 13, 22, 61, 119.

4
Summa Perusina, 6. 35. 10 a cura di F. Patetta (Roma, 1900), cfr. P.S. Letcht, Vindictam facere, Scritte Varie , II, 2
(Milano, 1949), pp. 363-6.
5
Liutprando, Antap., 2. 48, 55-6; 3. 7-8, 445; 5. 32.

consapevolezza della discendenza. Tuttavia esse erano atipiche. Per noi la maggior parte delle
donne sono soltanto nomi, nominali padrone di terre alienate dagli uomini delle loro famiglie, o le
controparti con le quali gruppi di famiglie avevano fatto alleanze per mezzo di matrimoni. Non
noto cosa in realt facessero o pensassero.
La base della solidariet parentale fu senza dubbio la cooperazione nelle attivit economiche. il
molto pi probabile che si volesse vendicare la morte di un proprio cugino se lo si aiutava a potare
le viti e se lui aiutava a raccogliere le olive. Finora abbiamo considerato la teoria della faida
all'interno della parentela ma la faida rara. Ben pi comune la cooperazione economica, e questa
meglio documentata. Quando Lopichis, il bisnonno di Paolo Diacono, unico di tutti i suoi fratelli,
scapp dalla prigionia dopo un'incursione avara e torn (con l'aiuto di un lupo addomesticato) alla
sua casa distrutta, la ricostru con regali della sua gente (consanguineorum et amicorum). Questo era
uno dei compiti della parentela6. Si gi vista la frammentazione della terra in Italia causata dalle
suddivisioni ereditarie. Era ed tipico dei proprietari dividere ogni zolla fra i propri figli (le figlie
ricevevano in eredit terreni solo se non vi erano figli maschi). Ma l'altra faccia della medaglia
che non era previsto che tali eredi coltivassero le terre separatamente, almeno per una generazione,
e talvolta anche di pi. Infatti non sempre era necessario dividere la terra immediatamente alla
morte del padre; parecchie leggi longobarde trattano le norme che stanno alla base della propriet
comune fra fratelli. Nel periodo longobardo, questa indivisione permaneva solo, nella maggior parte
dei casi, fino alla morte di uno dei fratelli o fino a che questi non volessero separarsi in modo pi
formale.
Tuttavia, coi secoli X e XI, erano ancora pi comuni i terreni indivisi fra cugini e talora parenti
anche pi lontani. Non suddividere almeno posponeva la necessit di determinare parti giuste,
operazione suscettibile di generare acredine, e sempre complessa. Un documento lucchese del 762
elenca parte del processo col quale il vescovo Peredeo alla morte del fratello divise le propriet di
questi con il nipote Sunderad; circa trenta appezzamenti vengono accuratamente scorporati e riuniti,
e ci era solo parte della loro propriet fondiaria. Ma per separare totalmente i beni di Peredeo da
quelli di Sunderad sarebbe stato necessario scambiare le terre, per avere blocchi indipendenti di
propriet, cosa che certamente i due eredi non riuscirono a fare. Tali scambi sono in effetti ben rari
nei documenti italiani. Un primo esempio si ha nella zona collinare sopra Parma, nell'alta valle di
Varsi, nel 770, quando Audeperto, figlio di Auderat diede la sua propriet in un villaggio in cambio
di quella di suo zio e dei suoi cugini posta in un altro villaggio. Sembra che Audeperto si sia
separato dalla sua gente, almeno in senso fisico. Comunque forse pi interessante il fatto che i
suoi parenti, Artemio e i nipoti Rodeperto, Gumperto, Asstruda e Paltruda, mantenessero le proprie
terre ancora indivise; qui l'eccezione era Audeperto. Stiamo trattando due diversi livelli sociali, in
quanto Peredeo e Sunderad erano aristocratici importanti, mentre Artemio e Audeperto erano non
pi che proprietari terrieri di scarsa importanza, e forse contadini proprietari, ma il problema di
divisione e cooperazione era lo stesso7.
La parentela era la forma pi comune di solidariet orizzontale, non tuttavia l'unica. Gli schiavi, ad
esempio, venivano considerati dalla legge come privi di parentela, e quando furono liberati in
massa, i gruppi di colliberti che ne derivarono venivano considerati come aventi gli stessi obblighi
di un gruppo di parenti. Tuttavia anche gli schiavi avevano talvolta qualche parente individuabile.
In merito esistono ancora due testi notevoli di Arezzo, della fine dell'XI secolo, che elencano alcuni
degli schiavi domestici (compresa una famiglia di cuochi) del monastero di S. Fiora e S. Lucilla, ed
in particolare cinque generazioni di discendenti di un certo Pietro, vivente attorno al 950, tramite le
sue tre figlie, Lucica, Gumpiza, e Dominica, che sono descritte come tutte unite da parentela
6

Paolo, H.L., 4. 37.


Rotari 167, Liutprando 70; Schiaparelli, 161 (cfr. 154), 249; cfr. J. Davis, Land and Family in Pisticci (Londra, 1973),
pp. 107-45.
7

(propinquitate). Cinque generazioni costituiscono una parentela vasta sotto qualsiasi aspetto, e sorge
il sospetto che le dimensioni di tale parentela siano proprio il risultato delle documentazioni di
propriet del monastero; ma quando un membro dell'ultima generazione, Giovanni figlio di
Rusticello, reclam la libert in un pubblico tribunale nel 1080 (senza successo), furono presenti
anche i suoi parenti servi. La maggior parte dei legami in queste genealogie di schiavi erano
individuati per discendenza maschile; la struttura del gruppo era identica a quella degli uomini
liberi. Non mancavano neanche i legami fra gli schiavi domestici e i liberi. Uno o due uomini liberi
si sposarono all'interno delle famiglie servili (alcuni schiavi, infatti, erano stati una volta liberi, ed
erano schiavi soltanto in quanto non potevano pagare le penalit stabilite dalla legge per assassinio
e furto; potevano avere anche parenti liberi). Per quanto ne so, questi testi sono unici, e gettano una
luce su qualcosa che altrimenti del tutto oscuro. Ma improbabile che la` situazione sulla quale
fanno luce non avesse rispondenza altrove8.
Per lo pi ci si riferisce in modo generico ad altri gruppi collettivi col termine consortes o consortia.
Consors nel latino classico significava 'socio' o 'comproprietario', spesso 'co-erede', e queste
accezioni costituiscono la base del suo significato nell'Italia alto-medievale, come altrove in
Europa, con diverse sfumature in contesti diversi. Nell'Italia dell'VIII secolo significava raramente
'parente' o 'co-erede', e in genere definiva il socio non parente in una attivit economica. Ma nei
secoli seguenti la differenza fra parenti e consortes diminui, e spesso ci si riferisce a parenti e a
eredi col termine di consortes. I1 significato della parola, tuttavia, verteva ancora sulla compropriet
o sull'uso cooperativo della propriet, mantenendo anche il suo significato di 'cooperazione fra non
parenti'. il in questo contesto che ci si riferisce talvolta ai membri della comunit del villaggio col
termine consortes. Si visto nel precedente capitolo che i villaggi che si univano in azione
collettiva erano in genere posti in zone marginali, con qualche attivit economica cooperativa come
base della loro attivit, quale la pastorizia. Gli uomini di Limonta si autodefinivano consortes, ma
qui probabilmente la base economica era l'essere tutti sottomessi al monastero di S. Ambrogio. Un
esempio in cui emerge l'attivit collettiva di tutto un villaggio o area si ha in un caso giudiziario
dell'824, quando i consortes di Flexum, senza successo, contestarono al monastero di Nonantola i
diritti di pesca e pastorizia nelle vicinanze del loro territorio, anche se questi diritti erano stati
garantiti al villaggio dal re Liutprando. Flexum si trovava nelle paludi del Po, ed i suoi abitanti
erano ancora piccoli proprietari, che lottavano per mantenersi indipendenti dalle violazioni
monastiche. E del tutto possibile che in tali zone la solidariet del villaggio fosse pi importante
della parentela, o almeno avesse pari importanza, e, per contro, I'assenza di una comunit di
villaggio potente in zone abitate fosse uno degli elementi che in Italia dava alla forza della parentela
la sua ragione d'essere, dato che era l'unico principio di organizzazione esistente. Di certo gli 'eredi
e consortes' presenti negli atti dei secoli X e XI altrove in Italia erano piuttosto diversi dai consortes
di Flexum. Tali consortes erano, per la maggior parte, estensioni del gruppo familiare,
modificazioni pi o meno artificiali della sua estensione. Quando nell'XI secolo e successivamente,
le famiglie aristocratiche instaurarono relazioni contrattuali all'interno del gruppo familiare per
salvaguardare i nuclei territoriali ed alcune forme di attivit economica collettiva, queste relazioni
furono conosciute anche come consortia. La loro esistenza fa notare come permanga importante la
relazione di parentela come principio organizzativo di quasi tutta la societ9.
La legislazione reale mostra che i re vedevano nella faida e nel giuramento purgatorio espressioni
valide della legge, ricorsi informali basati non sulla presentazione formale di prove e decisioni di
giudici, ma sul confronto di gruppi familiari e su accordi circa la determinazione delle
compensazioni. La faida e i fatti ad essa analoghi sono tradizionalmente legati ai crimini di violenza
e onore. I casi giudiziari che si conoscono, tuttavia, per lo pi ebbero per oggetto la terra e lo status
8
9

Pasqui, Arezzo, cit., 292-3, 240.


G. Salvioli, Consortes e colliberti (B4); Manaresi, 36.

legale. Raramente erano associati a qualche compromesso e mediazione che si possa collegare alla
faida. Alcuni esempi dovrebbero darcene l'idea.
Nel 762 Alperto di Pisa e sua cognata Rodtruda (che aveva come procuratore Tasso) comparvero al
tribunale reale di Pavia. Tasso afferm che Alperto illegalmente occupava la terra del suo defunto
fratello Auriperto, che l'aveva lasciata in testamento alla Chiesa. In risposta a ci Alperto mostr il
suo contratto, nel quale Auriperto e lui si erano accordati di nominarsi vicendevolmente eredi nel
caso uno di loro morisse senza prole, come era accaduto ad Auriperto. Tasso rispose affermando, in
primo luogo, che l'atto era solo una copia, e quindi priva di valore legale; in secondo luogo, che non
era concorde con i tipi di donazione previsti dalla settantatreesima legge di Liutprando; in terzo
luogo, mostr un altro atto (anch'esso copia) col quale Auriperto aveva lasciato le sue terre per
testamento alla Chiesa, inficiando cosi il primo atto. Alperto chiese con sorpresa evidente: Ma,
Tasso, se la mia copia non ha valore, com' possibile che la vostra ne abbia? . Tasso, con gesto
teatrale, comunic che il suo atto era stato controfirmato da re Astolfo, e quindi aveva pieno valore.
Alperto perse la causa10.
Ad un certo punto durante il regno di Liutprando, a Como o nelle vicinanze, Lucio si present in
tribunale reclamando il riconoscimento legale della sua libert che era stata posta in discussione
(con violenza) da parte di Totone di Campione. Lucio esib l'atto in suo possesso fatto al tempo di
Cuniperto, che dimostrava che era stato messo in libert dai parenti di Totone col rituale del giro
attorno ad un altare di chiesa. Ma questo rituale ebbe validit legale solo dal 721, con la
ventitreesima legge di Liutprando; quindi l'atto che era antecedente alla legge decadde. Lucio non
pot neppure dimostrare di essere stato ritenuto Libero per i trent'anni precedenti il caso giudiziario,
(il pagamento del suo affitto e i suoi obblighi in lavoro avrebbero potuto essere stati effettuati sia da
schiavi che da uomini liberi). Quindi il suo diritto decadde, in quanto la trentennale rinuncia
annullava la pretesa di un uomo di avvalersi degli effetti di tale diritto11
Talora, quando non si avevano testimonianze scritte, la corte poteva avvalersi di testimonianze
orali; se ne visto l'esempio nel capitolo quarto, nei casi fra proprietari e concessionari, alcuni dei
quali trattano istanze nelle quali le chiese richiedevano testimonianze in aggiunta ad atti, e
rendevano gli atti privi di valore quando si riscontrava la morte dei testimoni. Un caso di minore
ingiustizia forse quello di Gundi, moglie di Sisenando, un franco che nell'873 viveva nell'Abruzzo
orientale. I1 legale imperiale Maione afferm ch'ella aveva preso i voti dopo la morte del primo
marito, contrariamente alla deposizione di Sisenando che aveva affermato di averla sposata
legittimamente. Maione trov un vescovo ed altri quindici testimoni che giurarono che ella si era
fatta suora; sia lei che la sua propriet furono assoggettate a confisca da parte dello stato. Talora
sorgevano problemi legali pi sottili. Nel 912 Ageltruda vedova dell'imperatore Guido richiese la
restituzione di terre che aveva dato alla Chiesa in un atto ancora esistente, contro le proteste del
vescovo di Piacenza, che accusava la falsit dell'atto. Riusc a dimostrare ci non sulla base della
sua inautenticit, ma dimostrando che la chiesa beneficiata, S. Croce e S. Bartolomeo in Persico,
non era mai stata costruita, e cos l'atto perse valore12.
L'elenco potrebbe continuare. Quasi tutti i casi giudiziari sono interessanti ed illuminanti. Ce ne
sono circa dodici del periodo longobardo, e qualcosa come 260 nella raccolta di placiti di Cesare
Manaresi, casi giudiziari regi, del periodo fra il 774 e il 1000; Manaresi ne salt parecchi, e ne
escluse un gran numero in quanto non furono oggetto di giudizio da parte di funzionari del re.
Hanno tutti stile diverso, almeno fino a che si precisano le procedure rituali ed i metodi di
archiviazione dei casi verso 1'880, ma si assomigliano in un punto molto importante: la
10

Schiaparelli, 163.
Schiaparelli, 81.
12
Manaresi, 76 (cfr. 82, 84), 124.
11

preoccupazione per la lettera della legge, e per il significato letterale dell'atto, quando ci non fosse
in contrasto con la legge. Da ci chiaro che non avevano molto a che fare con la faida. Faide e
testimonianze giurate forse non ricorrevano tanto negli atti scritti; e spesso non interessavano le
chiese, archivi principali dei documenti. E, come si disse, il tipo di diatriba che ci viene tramandato
per iscritto sotto forma di casi giudiziari non tanto quello che avrebbe generato la faida. Non ve ne
sono per furto o per atti violenti, malgrado l'attenzione che venne data a questi fatti nel codice
longobardo. Una piccola percentuale fa vedere la Chiesa che esercita i suoi diritti di giudicare i reati
carnali dei suoi chierici. Un gruppo un po' pi grande costituito da dispute inerenti lo status,
dispute che abbiamo esaminato nel precedente capitolo. Tuttavia, la gran parte dei casi che ci sono
giunti relativa ai terreni. Dopo tutto la terra oggetto della maggior parte degli atti scritti.
Certamente Rotari cap che il giuramento purgatorio poteva essere usato nelle dispute relative alla
propriet, come infatti spesso capitava nei casi giudiziari dell'Europa del Nord e soprattutto
nell'Inghilterra anglo-sassone. Ma gi permetteva che un documento potesse essere usato come
prova prima facie per dimostrare l'esistenza di una vendita controversa di un terreno, se esisteva un
simile documento (i contratti erano molto meno comuni nel VII secolo). Nel 746 Rachi diede a ci
maggior forza. I venditori in malafede erano pronti a giurare che non era stato loro pagato l'intero
prezzo di una vendita, anche se questa aveva dato origine ad un contratto: ci sembra a noi e ai
nostri giudici severo; ...con tale giuramento possono toglierci qualsiasi cosa . Quindi nessun
giuramento poteva inficiare un contratto steso in modo corretto13.
La testimonianza scritta era la base della maggior parte dei casi giudiziari. Il suo corollario era il
prevalere della legge scritta. Rotari, come altrove i legislatori germanici, dava forma scritta alle
consuetudini (talvolta aggiornandole); quantunque a differenza di molti altri tentasse di metterle
tutte per iscritto, in 388 capitoli. I1 suo tentativo alla base di tutte le legislazioni successive,
direttamente fino al Liber Papiensis dell'inizio dell'XI secolo, compilazione della scuola di legge di
Pavia di tutte le leggi reali longobarde e post-longobarde, con chiose globali, rimandi, ed esempi di
casi tipici, un lavoro notevole e sofisticato, e modello del ripristino, un secolo pi tardi, del diritto
romano e canonico. La legge reale scritta sempre pi veniva considerata suprema in ogni campo.
Liutprando permise che nei contratti la legge scritta fosse superata solo con l'accordo delle due
partie da ci escludeva la legge sull'eredit. Lodovico II asser categoricamente: nessuno
dovrebbe osare giudicare solo con la propria volont, ma dovrebbe mettere in pratica nella maniera
pi ampia la legge scritta. Ci che non oggetto di legge scritta dovrebbe venirci sottoposto per una
nostra decisione . Nella maggior parte dei paesi la legge medievale evolveva lentamente, dalla
pubblicazione regia di consuetudini tradizionali si giungeva alla volont del re di prevalere sopra
ogni legge. Comunque in Italia, poco pi di due secoli dopo Rotari, tutte le leggi avevano assunto
forma scritta, almeno agli occhi dei re14.
Queste, ovviamente, erano le pretese dei re, ma sembra siano state largamente rispettate da ItaliciLongobardi, Romani e Franchi. L'ampiezza del rispetto fa notare la forza dell'egemonia dello stato
in Italia. Ci, forse, richiede anche qualche spiegazione, in quanto l'Italia fu certamente unica
nell'Europa occidentale per forza e diffusione della legge scritta nei secoli VIII e IX.
I1 punto fondamentale qui importante l'alta percentuale degli abitanti del regno d'Italia, almeno
quelli appartenenti alle classi pi alte, che possono essere definiti colti. Per loro legge scritta e
significato letterale degli atti avevano un significato ben preciso. Ce lo si pu aspettare dal clero e
dalle classi professionali cittadine: scrivani, notai, avvocati, medici, ma lo si riscontra anche fra
uomini comuni, specie dopo l'inizio del IX secolo. La testimonianza ci viene dalla percentuale di
13

Rotari 359, 227, Rachi 8


Liutprando 91, MGH Capitularia, II, 219 c. 5. Per alcune implicazioni: cfr.,
per esempio, L. Nader, Law and Culture in Society (Chicago, 1969), pp. 69-91
Per alcuni paralleli: cfr. C.P. Wormald, Lex Scripta and Verbam Regis (A4).

14

persone che come testimoni firmarono, anzich porre una croce in calce agli atti. Negli atti di Lucca
dei secoli VIII e IX, la percentuale delle firme aumenta fino a livelli notevoli. Nel decennio dopo il
760, la prima decade durante la quale gli atti diventarono numerosi, il 47 per cento dei testimoni gi
apponeva la propria firma; questa percentuale attorno all'820 era salita al 62% e con 1'ultima decade
del secolo era gi giunta all'83%. Clero e professionisti attorno al 760 firmavano gi per il 69%;
attorno all'890 questo dato era salito al 100%. Anche la gente comune, quantunque mostri una
percentuale dell'11 per cento attorno al 760, raggiunse il 7796 attorno all'89015. Solo persone di una
certa levatura testimoniavano negli atti, e questi dati possono essere assunti come significativi solo
per gli uomini della classe dei proprietari terrieri, ma per quelle classi i dati sono decisamente alti, e,
in quel momento, ben pi alti che altrove in occidente. Inoltre l'aumento nel secolo IX deve fornire
qualche indicazione dell'effetto pratico che l'interesse della Rinascenza Carolingia per l'istruzione
ebbe in Italia sulle classi superiori urbanizzate. Essere capaci di firmare col proprio nome e
aggiungere una breve formula di testimonianza non , ovviamente, un criterio molto selettivo di
alfabetismo. In alcuni contesti oggi (ove la capacit di apporre una firma il requisito essenziale per
accedere a molti lavori) non sempre comprova la capacit di leggere. Ma nel secolo IX, quando il
concetto d'istruzione era totalmente diverso, la capacit di scrivere deve per lo meno implicare la
comprensione del significato di legge scritta e testimonianze scritte, anche se tale persona
'funzionalmente alfabeta' non era in grado di leggere speditamente, per non parlare poi di leggere
Virgilio per diletto. In effetti, alcune persone d'eccezione lo potevano fare. Everando del Friuli,
morto nell'866, con testamento divise la sua biblioteca fra i propri figli. Possedeva oltre cinquanta
libri: bibbie, vangeli, opere liturgiche; il commentario di Agostino ad Ezechiele, i suoi sermoni, la
Citt di Dio; le vite di Martino di Tours, gli scritti dei Padri Orientali e di Apollonio; opere di
Isidoro, Fulgenzio, Martino di Braga, Basilio di Cesarea, Orosio; due trattati sui principi, del IX
secolo, le Gesta regnum francorum, il Liber Pontificalis, un bestiario, la cosmografia di Aethicus,
De Retus Bellicis, e sette codici di leggi, quelli dei Franchi salici e ripuari, degli Alemanni, dei
Bavaresi, dei Longobardi, e i codici romani di Teodosio II e Alarico. Pochi proprietari terrieri, se ve
ne furono, avrebbero pensato di imitare Everardo, ma la Rinascenza Carolingia ebbe anche su di
loro qualche effetto, svolgendo il ruolo lento ma utilissimo di promotrice di una qualche forma
d'istruzione16.
Il fatto che i testi scritti avessero un qualche significato e una qualche utilit per gli Italiani
ampiamente dimostrato dal numero di atti tuttora esistenti: varie centinaia nell'VIII secolo, per lo
pi originali; parecchie migliaia nel secolo IX. La legge era considerata parte integrante di tali testi.
Non di rado, chi stendeva gli atti (o gli scrivani) mostra di conoscere i termini specifici delle leggi:
parecchie formule comuni negli atti italiani citano la specifica legge cui l'atto fa riferimento. In un
atto della zona di Pistoia dell'880, la suora Roteruda, facendo una donazione legalmente dubbia ad
un certo Vidulprando, cita parola per parola tutta la centounesima legge di Liutprando. In genere,
gli atti non sembra potessero prevedere procedure non ancora sancite dalla legge. Si visto re
Liutprando districarsi nella sua legge per legittimare le donazioni alla Chiesa nel 713, la serie degli
atti in nostro possesso praticamente inizia da tale data. Nella classe dei proprietari terrieri almeno,
fu molto forte l'influenza del diritto reale e della legislazione17.
Questi comportamenti certamente derivavano dalle tradizioni romane cos come l'uso di una ampia
legislazione e dell'atto scritto. Si visto come l'influsso romano agisse sul contenuto di alcuni
15

Da Batsocchini. Gli esempi si riferiscono in ciascun caso a pi di 300 testimoni riguardanti una sessantina di atti.

16
Per il testamento di Everardo P. Rich, Les bibliotbques de trois aristocrates laies carolingiens, Moyen Age, LXIX
(1963), pp. 96-101. Cfr. D.A. sullough, Le scuole cattedrali e la cultura dell'ltalia settentrionale (B6-c).
17
F. Brunetti, Codice Diplomatico Toscano, II, n. 1 (Firenze, 1833), erroneamente datato 774; F. sinatti d'Amico,
L'applicazione dell'Edictum... in Tuscia, 5 Congresso, cit., pp. 745~81.

aspetti della legge longobarda, in particolare la legge sulla propriet. L'osservanza della legge scritta
e una regolamentazione delle testimonianze discendevano parimenti da Roma, tuttavia il solo
rispetto non bastava a ricreare la forza enorme del sistema giuridico tardo-romano, basato su
atteggiamenti nei confronti della legge che riconfermeremmo oggi: la differenza fra penale e civile,
il fine disinteressato della decisione del giudice (con possibilit di appello) oltre a procedure in
teoria meno familiari, quali la tortura sistematica dei testimoni. Lo stato era a quest'epoca
longobardo e franco-longobardo, e i Longobardi, sebbene acculturati e sofisticati, erano ancora un
popolo germanico, che non aveva interesse a ristabilire l'apparato coercitivo dello stato tardoromano, essenziale per il funzionamento della legge tardo-romana. E a questo punto che la
sopravvivenza apparentemente contraddittoria della faida diventa spiegabile. I procedimenti formali
derivanti dal periodo romano erano limitati ad ambiti specifici della legge che si sono gi esaminati:
propriet e status. In altri ambiti, particolarmente ove una parte cercava soddisfazione per un torto
subito per violenza, furto o insulto, si usavano i metodi tradizionali della comunit germanica, che
difficilmente facevano ricorso allo stato. La mescolanza di procedura formale ed informale, di
prova e compurgazione, forse meglio evidenziabile in una legge di Lodovico II contro le
cospirazioni in latrocini, che appartiene alle disposizioni generali per ristabilire l'ordine pubblico
nell'850. Se qualcuno era sospettato o correva voce facesse parte di una cospirazione, poteva
discolparsi col giuramento purgatorio di dodici uomini, e nel caso non potesse, doveva sottomettersi
alla penalit prevista (si trattava normalmente di una transazione, met andava alla vittima e met
allo stato). Tutta la popolazione locale doveva, se ne era in possesso, fornire le prove al tribunale in
un interrogatorio sotto giuramento18. Lo stato interveniva per eliminare l'illegalit in una zona; ma
tutti gli abitanti del luogo sospetti dovevano ancora all'interno della comunit sottoporsi agli usuali
procedimenti del giuramento purgatorio, e l'unico cambiamento operato da Lodovico in questo
campo fu la possibilit di raddoppiare i testimoni giurati necessari all'accusato per farsi dichiarare
innocente. Questo il metodo che Lodovico ritenne necessario per risolvere ci che chiaramente era
un grave problema sociale, e avrebbe potuto funzionare; il problema non si ripresent nelle sue
leggi successive. Forse una societ transalpina sarebbe ricorsa a ordalie per integrare le accuse della
comunit. Lodovico invece fece ricorso ad una inquisizione, una sorta di raccolta dei fatti, simile al
Grand Jury inglese e americano; le ordalie in Italia erano piuttosto rare, a parte i duelli.
Quando sull'appoggio di leggi scritte intervenivano i re, essi avevano il problema di assicurarsi che
lo stato avesse la forza d'imporre i giudizi che non erano accettati dalla parte perdente, in particolare
quando chi soccombeva era persona influente e potente. (Quante volte i giudici abbiano emesso
giudizi contrari a persone potenti , forse, un altro discorso, di certo i re dovevano legiferare troppo
spesso contro sentenze corrotte o interessate per dimostrare che lo stato era decisamente efficace).
Non facile capire con quali mezzi lo stato riuscisse a fare ci. I casi giudiziari di cui ci sono giunti
gli atti presentano soltanto i giudizi, e non ci dicono come (e se) furono messi in pratica. Forse
significativo che nei nostri testi gli unici gruppi che contestarono e protestarono contro le decisioni
dei tribunali sono alcuni contadini che persero cause inerenti il loro status e i loro diritti;
appartenevano a gruppi sociali che erano stati esclusi dall'assetto politico longobardo-carolingio.
Nella classe dei proprietari terrieri non sembra che il disposto dei tribunali sia stato rifiutato; le
decisioni erano apparentemente accettate anche se non erano a favore. Se proprio cos, allora si
rafforza l'impressione dell'autorit dello stato longobardo e carolingio in Italia se paragonata alle
altre nazioni europee, e ci deve essere fondamentalmente collegato alla pi ampia egemonia dello
stato su una classe colta superiore.
Ci sono alcuni esempi fra i casi pervenutici di parti vincenti che fanno concessioni a quelle perdenti,
a volte, presumibilmente, in base alla consapevolezza che non sarebbero riuscite ad esercitare i loro
diritti reali, anche se avevano l'appoggio formale dello stato, senza il consenso della parte perdente.
18

MGH Capitularia, II, 213 c. 3.

Il monastero di Farfa nel 750 riusc a provare che il prete Claudiano aveva avuto il diritto di donare
una chiesa al monastero; dimostr che il documento presentato dai nipoti di questi, che dichiarava
che Claudiano reggeva la chiesa soltanto come rappresentante della famiglia, era tecnicamente
invalidato davanti alla legge (mancava un elenco di testimoni). Ma nel 751 Farfa don una piccola
tenuta ai nipoti, che sarebbe tornata al monastero alla loro morte, in cambio della loro sottomissione
al giudizio forse anche Farfa pens che la sua vittoria fosse non tanto equa. Tipico esempio di un
tale riscatto un caso giudiziario del 859, nel quale il monastero milanese di S. Ambrogio dimostr
che Lupus non aveva diritto al beneficio che reclamava a Cologno Monzese, ma poi gli concesse
altra terra19. Casi simili divennero sempre pi numerosi fino al secolo XI e oltre, e di certo ndicano
la posizione debole nella quale talvolta si trovavano i monasteri, soggetti alla coercizione da parte
dei loro locatari/vassalli, o per lo meno ad arbitrati segreti. Ma il compromesso aveva luogo dopo la
sentenza; non faceva parte del procedimento giudiziario. Quantunque i vincitori delle cause talvolta
abbiano dovuto constatare l'inefficacia delle loro vittorie, l'uso del compromesso come parte della
causa stessa fu assai raro; e cos erano il giuramento purgatorio (sebbene fosse usato a Lucca
nell'840 per mancanza di testimoni) e il duello20. Tuttavia il duello veniva mantenuto dai Carolingi
come mezzo estremo se le prove offerte dalle parti erano prive di consistenza e non abilitavano
quindi il giudizio. I1 procedimento fu molto esteso da Ottone I nel Capitolario di Verona del 967,
che, nonostante l'allarme di molti ecclesiastici e dei successivi commentatori di leggi di Pavia,
permise di mettere in dubbio l'autenticit degli atti attraverso l'uso del duello, portando, come
lamentarono i giuristi, a duelli per propriet possedute da un centinaio d'anni... e alla morte di chi
le possedeva 21. Con questa legislazione lo stato in parte abbandon il ruolo di fonte del diritto che
aveva precedentemente assunto. Ottone e molti dei suoi consiglieri erano germanici, estranei alla
tradizione italiana. Attorno al 960 lo stato era debole, e sotto molti aspetti aveva rinunciato alle
proprie funzioni in favore di unit sufficientemente decentralizzate, tali da poter lasciare alle
comunit i risarcimenti legali. Ma nelle cause dei 150 anni successivi al 967 l'interessante non sono
i giudizi per duello, quanto il loro basso numero: meno di una dozzina in 320 casi giudiziari, fra il
967 e il 1100 nella raccolta di Manaresi. L'idea di giustizia assoluta amministrata dallo stato si
trasfer alle citt d'Italia; la ereditarono i comuni, insieme con il giudizio per duello. Essi sapevano
che lo stato era la fonte del diritto, e quando nel XII secolo reclamarono una statualit de facto, lo
fecero in gran parte con la legislazione. I1 duello e anche la faida fecero parte di quel diritto per
secoli.

Gerarchia e clientela: aristocrazia


Finora in questo capitolo si contrapposta la solidariet della fami glia e della comunit di villaggio
alla nozione di giustizia associata agli interessi dello stato. Potrebbe sembrare che il potere delle
aristocrazie sia stato escluso. La tendenza, nei secoli VIII e IX, dei proprietari terrieri laici ed
ecclesiastici verso l'espansione delle loro propriet a discapito dei vicini meno importanti potrebbe,
tuttavia, esser vista come un venir meno delle solidariet delle comunit finora esaminate. Marc
Bloch, uno dei pi grandi storici medievisti, pensava fosse stato proprio cos: egli vide la 'societ
feudale in Francia e Germania sostituirsi ad una pi vecchia societ, un po' pi ugualitaria, basata su
legami di parentela, in gran parte a causa della inadeguatezza di tali legami, nel X secolo e
19

Regesto di Farfa II (a cura di I. Giorgi, U. Balzani, Roma 1879) nn. 25, 31; Porro, 208.
Sul compromesso Manaresi, 97; sulla testimonianza a discarico Manaresi, 44. Cfr. i comrnenti di J. van Velsen in M.
Gluckman (curatore), Idees and Procedures in African Customary Law (Oxford, 1969), pp. 137-49.
21
MGH Constitutiones, I, n. 13 e i commenti in Liber Papiensis, MGH Leges, IV, Pp. 568-80. Cfr. A. visconti, La
legislazione di Ottone I, A.S. Lombardo, LIII (1925), pp. 40 73, 221-51.
20

successivamente. Le solidariet di parentela potrebbero essersi rafforzate man mano che lo stato si
disgregava ed il potere delle signorie diveniva pi consistente, ma la maggior parte delle funzioni di
parentela furono assorbite dal vincolo feudale. Tuttavia lavori pi recenti, rispetto all'opera di
Bloch, hanno evidenziato aspetti diversi. Si pensa oggi che le famiglie abbiano sempre avuto un
ruolo importante nell'organizzazione della societ feudale, e che il loro ruolo si sia accresciuto
allorch le gerarchie feudali si sostituirono allo stato. Inoltre la parentela assumeva importanza tanto
pi grande quanto pi elevata era la posizione sociale del singolo; pi vasto era il campo di azione
del singolo, pi egli aveva bisogno dei parenti. Parentela e aristocrazia certamente potevano essere
in tensione; questo l'argomento di fondo di una vasta parte della letteratura sulla Francia del XII
secolo, ma la societ era abbastanza complessa da poterle fare coesistere salvo casi particolari.
Come si visto, in Italia, parentela e famiglia sembrano aver rivestito la pi notevole funzione nella
vita quotidiana e nella solidariet locale; clientela e dipendenza divenivano invece significative su
scala maggiore e per la mobilit sociale. L'individuo poteva emergere col servizio prestato al suo
signore. La sua necessit di porsi sotto la protezione di un signore poteva anche mostrare la sua
disgrazia. La parentela, sorta di vincolo orizzontale, era estremamente importante quando ci si
metteva in contrasto tra pari: la clientela, sorta di vincolo verticale, quando l'opposizione era contro
i potenti (salvo che quest'ultimi non fossero proprio i signori del singolo). Fin da tempi molto
remoti si pu vedere la coesistenza di ambo gli assi nel regno longobardo: la legge di Rotari sulle
farae, gruppo di parenti corporati assieme, tratta per esempio del destino delle donazioni che 'un
duca od ogni uomo libero' ha fatto ad un uomo al suo servizio che ora vuole emigrare con la sua
fara. Questi assi coesistono ancora oggi: Jeremy Boissevain ha dimostrato come i vincoli familiari e
la protezione siano fra loro complementari nella mafia siciliana moderna. La struttura frammentaria
della propriet terriera e del potere locale che erano una caratteristica cos rilevante nell'Italia dei
secoli VIII e X (e successivamente), e il sopravvivere del concetto di obbligo pubblico in tutto il
periodo oggetto del presente studio, forse fecero in modo che la clientela fosse una forza meno
dominante che non nella Francia feudale, ma essa rimase uno dei vincoli fondamentali22.
La dipendenza e le gerarchie sono soggetti ovviamente a cambiamenti pi cospicui che non gli
schemi della parentela finora descritti; ci avviene in quanto sono pi strettamente collegati alle
mutevoli strutture dello stato. Una parte di questo dinamismo pi apparente che reale, l'affermarsi
ed il cadere di certe famiglie, ad esempio, o le variazioni nella terminologia dell'aristocrazia, ma
una parte genuina, specialmente in quanto lo stato stesso muta.
Finora nel mio scritto l'aristocrazia ha avuto un ruolo dominante, senza che io abbia tentato di
definire esattamente cosa essa fosse. Si esaminata la relazione fra famiglie potenti e stato sotto i
Carolingi; il modo in cui l'ideologia dei singoli governanti d'Italia poteva modificare titoli e nomi
dei proprietari terrieri d'Italia; la tendenza ad urbanizzarsi delle classi superiori e le architetture che
li ospitavano; il possesso da parte di famiglie aristocratiche di aziende costituite, per lo pi, di
gruppi di propriet piccole e disperse. L'elemento comune fu sempre la propriet fondiaria. La terra,
in misura quasi esclusiva (tralasciando i mercanti occasionali e meno occasionali) dava benessere e
quindi status e potere. Questo l'elemento di maggior peso nell'identit delle classi superiori. I modi
in cui la terra e i suoi coltivatori venivano sfruttati potevano cambiare, come anche il modo in cui il
possesso di terreni si tramutava, come si vedr, in potere politico; ma continuava ad essere il primo
passo verso la nobilt. Paolo Diacono succintamente ne fece il punto in una poesia degli anni dopo
il 780, una supplica a Carlomagno a favore di suo fratello Arichi, ostaggio in Francia: nobilitas
periit miseris, accessit aegestas, o, assai meno succintamente: la nobilt non si cura dei poveri; al
suo posto subentrata l'indigenza . I Longobardi e i loro successori attribuivano scarsa importanza
22
M. Bloch, La societ feudale (Torino 19774); Rotari 177; J. Boisservain, Patronage in Sicily, Man, New Ser., u. s.
I (1966), pp. 18-33.

ad una 'nobilt di sangue', lo status di nobile non persisteva se disgiunto dal possesso di terre; l'uso
da parte di Paolo del termine nobilitas davvero molto vago, e 'eminenza', o 'notabilit', sarebbero
vocaboli pi adatti23. La mobilit sociale era del tutto possibile in Italia per i fortunati come per i
meno fortunati: anche per i Carolingi. I discendenti in linea maschile di re Bernardo, nel x secolo si
stabilirono in Italia come mediocri conti di Parma e Sospiro (nonch distinti conti di Vermandois in
Francia). Le famiglie si adattarono abbastanza facilmente ai cambiamenti economici.
La terra non era l'unico criterio per l'affermazione dell'arstocrazia. Altre due erano le variabili di
rilievo: i reciproci atteggiamenti degli aristocratici e l'intervento dello stato, la protezione regia. Per
essere aristocratico bisognava essere riconosciuto tale dagli altri; la corsa allo status, fra le classi
alte delle citt nel periodo tardo romano ed alto medievale evidente negli edifici che in esse
furono costruite, come si gi visto. L'attrazione era forte anche per quelli, come i vescovi e gli
abati, che erano, almeno in teoria, estranei a tutte le gerarchie laiche. Tuttavia il patrocinio reale era
la chiave della affermazione politica. Sebbene le gerarchie fossero basate sul possesso di terreni, in
ogni gerarchia i livelli erano dati dagli incarichi pubblici, senatori o prefetti sotto l'Impero, tribuni o
duchi sotto i Bizantini, duchi, conti, o marchesi nel regno longobardo-carolingio. Tutta
l'organizzazione della nobilt era determinata dalla ideologia e dallorientamento dello stato. I re
erano in grado di dare ai proprietari terrieri status e potere cos ampi, per lo pi attraverso le cariche
pubbliche, che nessuno poteva sottrarsi al patrocinio reale con facilit, n poteva misconoscere il
potere che da ci i re ottenevano. La tensione fra propriet terriera ed interessi dello stato, fra potere
privato e pubblico, favor ampiamente lo stato. All'inizio del IX secolo l'equilibrio a Benevento
cominci a mutare, e all'inizio del X secolo anche nel regno d'Italia, fino a che verso la fine del X
secolo, il sistema era totalmente cambiato e lo stato stesso aveva pressoch cessato di esistere nella
sua vecchia forma. Nell'ultimo capitolo di questo libro esamineremo come ci avvenne, mentre qui
consideriamo le precondizioni del fenomeno: il mutare dei caratteri delle classi pi elevate.
Certamente i Longobardi possedevano una qualche gerarchia sociale quando giunsero in Italia. Ne
osserviamo la cristallizzazione durante i primi decenni di occupazione, con lo stabilirsi dei duchi
longobardi nelle citt, ed il loro enorme potere nel periodo dell'interregno. Alcuni di questi duchi
discendevano da celebri casate. Rotari, in apertura dell'Editto, elenc tutti i suoi sedici predecessori
come re dei Longobardi. Non tutti questi re erano imparentati fra loro, cos, per i re di ogni nuova
genus (famiglia o clan, molto probabilmente fara), egli dava il nome della stirpeAudoino, ex
genere Gausus, o Arioaldo, ex genere Caupus, o il genas di Rotari stesso, gli Harodo; qui egli
aggiunse l'elenco di undici suoi antenati per linea maschile. Tali personaggi erano, in un certo
senso, nobili per nascita; ma anche cos i raggruppamenti non detenevano quel solido potere che, ad
esempio, era in mano alle sei nobili stirpi citate nel codice legale bavarese dell'VIII secolo, stirpi
preminenti, la cui importanza indiscussa nella storia bavarese. Mai i nomi ricorrono fra i
Longobardi, n compaiono alla ribalta altri cognomi fino alla situazione ben diversa che si verifica
nell'XI secolo. Le stesse leggi non menzionano affatto una aristocrazia, ma solo guerrieri liberi,
chiamati indifferentemente liberi homines, exercitales e arimanni. Essi erano la base formale e
pubblica dello stato longobardo. Nelle leggi l'unica testimonianza di un qualche tipo di gerarchia
data dal fatto che per la composizione della vertenza per l'omicidio di un uomo libero non viene
stabilita l'entit dell'indennizzo; deve essere pagato in angargathungi, termine longobardo glossato
in latino come 'secondo la qualit della persona', e affine al gethynge anglosassone, 'onore'. Si tratta
di un criterio specifico di status, ma estremamente vago. Non ci possibile dare un quadro
coerente delle gerarchie longobarde dei secoli VI e VII. Tutto ci che si pu dire che le differenze
di status probabilmente davano luogo a suddivisioni differenziate dei terreni e del bottino all'epoca
dell'invasione. Duchi, gastaldi e i proprietari terrieri pi ricchi senza dubbio erano per la maggior
parte le persone pi importanti fra i Longobardi nel periodo antecedente il 568. I1 significato reale
23

MGH Poetae, I p. 48; cfr. D.A. Bullough, Europae Pater, << Eng. Hist. Rev. >>, LXXXV (1970) p. 76.

dei termini di 'qualit' o 'onore' in Rotari era probabilmente' comunque, collegato allestensione
della propriet terriera posseduta da un singolo individuo. Ci divent esplicito nell'VIII secolo, in
quanto nel 750 Astolfo suddivise i potenziali coscritti esclusivamente in base alla propriet: quelli
che avevano otto o pi concessionari, quelli che ne avevano sette, quelli che non ne avevano ma
possedevano quaranta iugis (dieci ettari) di terra, e i minores homines che ne avevano ancora meno.
Anche i Longobardi utilizzano titoli, presi in prestito dai Romani, quali vir devotus e vir
magnificus, ma difficile dimostrare che essi volessero dire qualcosa di pi preciso che 'soldato' e
'uomo importante' rispettivamente. La precisione dei titoli che aveva accompagnato la complessit
dello stato tardo-romano e le sue varie gerarchie aristocratiche era a questo punto scomparsa24.
All'inizio della documentazione a noi disponibile, nell'VIII secolo, le persone importanti sono
chiaramente tutte proprietari terrieri. Ne abbiamo gi menzionati alcuni, quali Taldo di Bergamo
(vivente nel 774) e Gisolfo di Lodi (morto attorno al 759). Taido era un gasindo reale e Gisolfo uno
strator (sua figlia Natalia fu dapprima moglie di un altro gasindius, Alchi vir magnificus, e
successivamente moglie di Adelperto anteper regine; un suo parente, Arichi, era stato gastaldo di
Bergamo). Ambedue avevano posizioni importanti a corte. Gisolfo, per lo meno, era un funzionario
del rei gasindii avevano un ruolo meno importante quali dipendenti del re, come si vedr. La loro
posizione divenne parte del loro titolo, e di certo contribu allo status personale. Arichi di Bergamo
non era pi gastaldo quando venne citato in un atto del 769, ma il testo fa ancora riferimento al suo
incarico precedente. La carica contemplava il possesso di terreni; quantunque teoricamente questi
terreni passassero a chi succedeva nella carica, in pratica i funzionari potevano appropriarsi di parte
di essi o darne parte ai dipendenti, come lamentava Liutprando. Funzionari senza scrupoli potevano
anche trarre guadagni dalla 'vendita della giustizia', come appare dalle leggi di Rachi25. E, infine, i
funzionari erano i pi comuni destinatari del patrocinio reale sotto forma di donazioni di terreni. La
carica forniva dunque dei vantaggi, anche se non era di per s indizio di appartenenza
all'aristocrazia. Non si pu dubitare di trovarsi di fronte ai massimi livelli dell'aristocrazia
longobarda quando leggiamo questi atti: i registri con le loro testimonianze risuonano di gasindii e
viri magnifici. Ma la base economica principale non era tanto costituita dalle cariche quanto dalle
propriet terriere familiari.
I1 testamento di Taido chiarisce questo aspetto. Come dipendente reale, aveva un legame
particolarmente stretto col re, ma il suo testamento trattava quasi esclusivamente di terreni avuti in
eredit da suo padre. Non vi in esso neanche un solo riferimento a terre acquisite in qualsiasi altra
maniera, e in particolare a nulla ricevuto dal re. Ci forse un po' eccezionale, e, in numerosi atti e
leggi si trovano riferimenti a donazioni di terre reali a laici. Queste donazioni, di certo, molto spesso
venivano fatte a funzionari e gasindii, come le donazioni di Astolfo a Desiderio quando era duca di
Brescia26, comunque generalmente esse avvenivano in favore di persone che gi possedevano
terreni. La propriet terriera non solo era l'elemento principale di accesso alla posizione di
funzionario, ma anche all'attenzione del re. Ovviamente i re potevano donare terre ai loro favoriti, a
prescindere dal precedente status di costoro, e alcuni dei funzionari di Pavia avevano probabilmente
retaggi oscuri. Molto raramente si hanno testimonianze di re che abbiano elargito terre, tuttavia
un'eccezione costituita da Gregorio Greco, giullare di Liutprando, che ricevette in dono dal re
della terra vicino a Bologna. I professionisti della corte del re, come i referendarii e i notai,
funzionari che qualche volta forse avevano umili origini, non stesero atti che ci siano pervenuti.
L'unico per cui abbiamo documentazione, Gaidoaldo, dottore di Liutprando e Astolfo, aveva vaste

24

Rotari, Prologo e 48, 74; Lex Baiwariorum, 3. 1 (MGH Leges, v, 2); Astolfo 2.
Schiaparelli, 293 per Taldo (e forse Porro, 80 per le parentele); Schiaparelli, 137, 155 e 226 per Gisolfo; Liutprando
59 e Notitia 5, Rachi 10. Cfr. Ie opere di G. Tabacco elencate nella bibliografia, sezione B4, in particolare La
connessione tra potere e possesso..., pp. 146-64, 207-28.
26
Rotari 167; Bruhl, 31; Schiaparelli, 28 per un probabile non-funzionario
25

terre di famiglia, ed era di fatto uno dei maggiori proprietari terrieri della Toscana longobarda27, Fu
questa posizione, piuttosto che la sua abilit di medico, che inizialmente lo alz al rango di
aristocratico. L'affermazione di Paolo della nobilt come opposto della povert fu scritta proprio in
queste decadi.
I1 patrocinio reale favor dunque principalmente chi gi era proprietario terriero. Inoltre le
donazioni del re non erano particolarmente generose, e raramente eguagliavano la propriet che un
uomo gi aveva. Grimoaldo, come tramanda Paolo Diacono, fece notevoli donazioni all'esercito di
Benevento, che nel 662 lo aveva aiutato a prendere il trono; ad alcuni che rimasero presso di lui
diede enormi possedimenti. Ci pu essersi reso necessario per dare basi materiali a quelli che
avevano terre molto lontano, ed l'ultimo esempio di donazioni liberali di re che si conosca in Italia
fino all'inizio del secolo X28. I re successivi fecero notevoli donazioni alle chiese, ma anche allora,
non dell'entit di quelle dei re franchi, e sembra che i laici venissero soddisfatti con alcune case
coloniche, un bosco, una striscia di terra incolta, occasionalmente con un'intera azienda, e certo le
gratifiche inerenti le funzioni pubbliche. Forse per questa ragione gli aristocratici longobardi non ci
colpiscono per la loro ricchezza. Otto case coloniche costituivano per Astolfo il criterio
dell'importanza politica. Taido e Gisolfo possedevano ben di pi, nulla comunque di paragonabile
alle propriet tipiche di un senatore romano o a quelle che avrebbe avuto, nel secolo successivo, un
aristocratico imperiale franco. Le terre di questi per erano sparse quanto quelle dei Supponidi. La
propriet terriera di Taldo era formata da otto tenute e circa dieci case coloniche in quattro diverse
zone, in compropriet con i suoi due fratelli. Difficilmente si pu considerarle come ricchezza
personale, ed ogni porzione era gi divisa in tre: la frammentazione sarebbe stata pi grande e
l'entit della propriet anche minore nella generazione successiva. Le sostanze e la ricchezza dei re
offuscavano completamente una simile propriet terriera. Quantunque la posizione e la vicinanza al
re non portassero grandi benefici materiali, almeno davano maggior potere politico. In questo
consistevano, soprattutto, le regalie dei re longobardi ai propri aristocratici ed era meno costoso dei
terreni.
Da tale stato di cose si evince come i re longobardi patrocinassero i loro aristocratici, esso mostra
tuttavia anche che i re che non creavano nuove nobilt con donazioni, inevitabilmente dovevano
avvalersi della nobilt preesistente. Forse il legame fra proprietari terrieri e re non era
particolarmente solido, ma non si spezz. Senza dubbio ci avvenne per la ricchezza ed il potere
dello stato e per la relativa mancanza di centri di potere che gli si opponessero. Un ulteriore
rafforzamento veniva dal senso che i re, e in parte le classi pi alte, avevano della natura pubblica
del regno, eredit romana lasciata allo stato longobardo: la funzione pubblica dava potere e status di
per s, indipendentemente dalle sostanze private che un funzionario gi aveva e che poteva
illegalmente ottenere. Un simile concetto della cosa pubblica sempre presente in tutta la
legislazione longobarda. Nondimeno lo stato era basato su fondamenta meno sicure rispetto a quelle
del tardo Impero. Non poteva pi, anche se ne fosse stato capace, basarsi su servizi disinteressati.
Erano ormai necessari legami pi personali. Le gerarchie pubbliche basate sullo status e sulla
propriet terriera erano rafforzate dalla nobilt e dai legami personali fra gente di posizione sociale
diversa. Questi legami esistevano gi all'epoca di Rotari, nell'VIII secolo furono ampliati. I gasindii
reali appaiono nelle leggi e negli atti in nostro possesso: compagni o dipendenti dei re, legati al re
da fidelitas, obbligati a fedelt da giuramento. Liutprando ne fa menzione nella sessantaduesima
legge, del 724, quando aggiorn la legge di Rotari sulla compensazione per l'assassinio e definl la
'qualit della persona' in modo pi preciso. I1 'pi piccolo' exercitalis valeva 150 solidi, il 'primo,
300 solidi. Ma in merito ai gasindii se ne deduce che se veniva ucciso anche il pi infimo
appartenente a tale casta, la sua morte doveva venir compensata con 200 solidi, dato che ovvio
che a nostro servizio , e la cifra arrivava ai 300 solidi per il pi importante. I1 legame personale
27

28

Gregorio, Dipl. Kar., I, 183. Galdoaldo:


Paolo, H.L., 5. 1.

Schiaparelli, 203, Brnhl, 26 (p. 156).

diretto fra gasindius e re aveva importanza per Liutprando e i suoi successori. La frode perpetrata
dagli amministratori di Liutprando era considerata grave, ma gravissima quando perpetrata da uno
dei suoi fideles: << di che tipo di fidelitas si tratta, quando egli collude con un giudice, o con un
amministratore, o un aldius o uno schiavo e s'impadronisce della nostra propriet contro la nostra
volont? >> Simili persone sono colpevoli del crimine di spergiuro oltre che a quello di frode29
Anche cos, il ruolo di gasindius non fu mai particolarmente emergente della societ longobarda. Il
carattere saliente della sessantaduesima legge di Liutprando non dato dal riconoscimento di una
categoria legalmente privilegiata di dipendenti del re, quantunque tale legge ne parli, ma dalla lieve
differenza che la posizione sociale comportava per le wergilds dei suoi uomini. Uno spettro di soli
150 solidi per coprire l'intera gamma degli uomini liberi, dai coltivatori agli aristocratici, non
particolarmente ampio secondo gli standard medievali. E, come dimostra il testamento di Taido, la
posizione di gasindius non portava necessariamente vantaggi materiali permanenti Ai nostri occhi,
abituati ai rilevanti compensi attribuiti alla lealt nelle societ meglio note della Francia e
dell'Inghilterra feudali, tutto questo quadro pu sembrare piuttosto debole alcuni hanno visto nelle
disfatte militari del 775-6 e del 773-4 proprio la dimostrazione di tale fragilit. Tuttavia tali
considerazioni risalgono all'insidia idealistica di valutare l'ordine logico del feudalesimo militare
classico come prodotto della inevitabilit storica. Non ci si pu avvalere di una 'mancanza di
sviluppo' di legami formali individuali con il re come spiegazione della caduta dello stato
longobardo. I Franchi erano semplicemente, in campo militare, pi potenti e avevano maggiore
esperienza. Come lo stato longobardo si sarebbe sviluppato resta ignoto.
Percorrendo la societ verso il basso gi esistevano vari livelli di signoria. Non solo i re avevano
gasindii, ma anche duchi ed altri aristocratici. Una legge di Rachi parla di un uomo che entra al
servizio di un gasindius reale o di un suo fidelis; qui si hanno almeno quattro livelli. Non si pu dire
quanto ci fosse normale, ma non era una caratteristica nuova del secolo VIII. Rotari citava gente al
servizio (gasindium) di Duchi e di altri uomini liberi, e inoltre dal 568 in poi ogni aristocratico deve
avere avuto un qualche tipo di seguito armato, vincolato attraverso donazioni che avrebbero
compreso anche terre. A giudicare dalle parallele donazioni reali queste erano in genere complete.
Le citazioni di donazioni revocabili o non ereditabili sono rare in Italia antecedentemente al 77430.
Sebbene la clientela fosse importante, essa era ancora un comportamento relativamente informale
della struttura sociale italiana. La base formale del sistema sociale del regno longobardo era ancora
la posizione pubblica degli uomini liberi, exercitales o arimanni. Questi erano per lo pi piccoli o
medi proprietari terrieri, che coltivavano la terra da s o tramite affittuari. L'informalit della
signoria deve essere collegata alla rarit delle locazioni, con l'eccezione di un ristretto numero di
coltivatori prima del secolo IX. I rapporti clientelari fra le classi pi alte nel secolo IX e
successivamente, furono, come si vedr, regolarmente espresse nella concessione di locazioni.
I re franchi apportarono poche modifiche a questo quadro. Proteggevano i Franchi, come si visto,
e forse donarono loro terre di longobardi ribelli. In alcune zone la bilancia della propriet terriera
pendeva un po' alla volta a favore dei Franchi. I dipendenti venivano ora chiamati vassi, vassalli,
anzich gasindii, ma lo stato continuava ad essere pressoch eguale a quello che era stato nel
periodo longobardo. La societ continuava a cambiare, comunque, alla fine del secolo IX aveva
subito mutamenti notevoli. Se ne esamineranno separatamente i due aspetti: lo sviluppo ideale e
reale dello status sociale del proprietario libero, l'arimannus, e i cambiamenti nella natura
dell'aristocrazia e della propriet terriera stessa.
Molte delle pi diffuse ipotesi sugli arimanni sono dovute a Giovanni Tabacco, che le elabor a
fondo in un classico del 1966, I liberi del re nell'Italia carolingia e postcarolingia. Il regno
29
30

Liutprando, Notitia 5.
Rachi 10, 11, Rotari 225. Revocabile e non ereditabile: Rotari 177, Schiaparelli, 124.

carolingio mantenne la tradizione longobarda riguardo l'affidamento di responsabilit pubbliche ai


guerrieri liberi, gli arimanni, ai quali ci si riferisce altrimenti col termine 'figli della Chiesa' o
'uomini privati', o anche solo 'Longobardi'; si visto che l'ideale era strettamente connesso con Ia
consapevolezza di essere longobardo, sebbene tale categoria comprendesse anche Romani e, dopo il
774, Franchi, che nel loro paese avevano tradizioni simili. Gli obblighi specifici degli arimanni
erano determinati dal loro status e dalla disponibilit di propriet. Dal tempo di Astolfo, alcuni di
loro erano anche passati alla condizione di affittuari, ma ancora dovevano servizi allo stato, non a
causa di obblighi personali verso i signori ma per la loro posizione pubblica. Questi servizi erano
principalmente militari, ma non sempre, in quanto il regno non era di certo sempre in guerra sia
sotto i Longobardi sia successivamente. Un caso giudiziario dell'864 si riferisce agli obblighi dei
proprietari come oste et ponte et placito, l'esercito, la manutenzione dei ponti (compresi i lavori
pubblici in genere) e la presenza in tribunale; la legislazione carolingia menziona in pari modo tutti
questi obblighi31. Gli Arimanni, come gli aristocratici che avevano cariche pubbliche, avevano un
legame diretto con lo stato, in teoria ancora non mediato dai vari livelli di potere clientelare che
sempre pi facevano parte della societ italiana nel secolo IX.
I Carolingi consideravano questa relazione estremamente importante. Il potere di grandi proprietari
terrieri a livello locale, in particolare di conti e vescovi, era rilevante e sempre maggiore, ma i re si
sforzavano nella loro legislazione di mantenere legami diretti con gli uomini liberi. Le attivit
espansionistiche dei potenti creavano due rischi per i re. I1 primo, di cui si sono gi esaminate le
testimonianze, era l'oppressione dei vicini da parte dei ricchi, fatto che, unito alla debolezza
tradizionale dei poveri nei periodi di calamit economica, port gli arimanni minori alla condizione
di concessionari e li rese quindi potenzialmente estranei al potere pubblico nel suo insieme. I1
secondo fu la tendenza dei signori a formare le loro scorte con persone che avrebbero dovuto
coprire cariche pubbliche, privatizzando cos i canali dei servizi dello stato, e dando loro un
indirizzo personalistico.
La risposta dello stato ad entrambe le tendenze era di fatto piuttosto incoerente. Ai re non occorreva
che ogni uomo libero del regno combattesse nelle loro guerre, e non era irrazionale prendere solo
quelli che potevano impugnare le armi, e non avevano bisogno di coltivare la terra. Nel 726
Liutprando, all'inizio delle sue guerre, permise ai giudici di lasciar liberi un certo numero degli
uomini degli strati pi bassi, privi di casa e di terreni per eseguire servizi pubblici di un genere
non specificato per tutto il periodo della guerra. Nell'825 Lotario pretese dagli uomini liberi che
avevano propriet insufficienti per partecipare alla spedizione in Corsica che si unissero in gruppi
da due a quattro o pi e scegliessero un rappresentante da mandare alla guerra (questo era un
diffuso costume europeo). Lodovico II nelle ordinanze relative alla guerra di Benevento dell'866
esoner da ogni obbligo gli uomini che avevano propriet di valore inferiore a 10 solidi (non
necessariamente terreni), e quelli con poco pi di 10 solidi dovevano rimanere in forza come una
specie di guardia civica per il periodo bellico32. Il povero era troppo insignificante per fornire
tangibili vantaggi militari al re, e anche quando se ne mobilitavano grandi masse, come nell'866-7, i
re furono propensi a considerare che i meno importanti potevano essere ignorati; d'altro canto erano
preoccupati che le attivit senza scrupoli dei potenti potessero allontanare sempre pi lo stato dal
popolo. Libert e servizio nell'esercito erano strettamente connessi per i Longobardi, e altri obblighi
dei liberi, come la partecipazione all'attivit dei tribunali, potevano andar perduti se l'uomo libero
povero veniva emarginato. Nell'813, dei libellarii 'di recente creazione' furono posti sotto il
controllo dei loro signori terrieri quando prestarono servizi per conto dello stato, almeno nel caso
che si fossero tagliati fuori dalla sfera pubblica, non per frode o attivit improprie, ma solo per
31

32

Manaresi, 66.

Liutprando 83, MGH Capiularia, I, 162 c. 3, II, 218 c. 1. Ma in Kurze, 67 (809) apparirebbe che gli affittuari
servissero nell'esercito (sotto la guida dei loro signori).

povert e bisogno di terreni . Le cariche pubbliche tendevano ad essere associate alla propriet
terriera, e non alla conduzione. Gi all'inizio del secolo IX si trovano negli atti i primi riferimenti ad
affittuari soggetti alla giurisdizione privata dei loro proprietari per dispute minori e per infrazioni (i
casi principali, tuttavia, rimasero pubblici)33
Lotario (o i suoi consiglieri) fu il primo a reagire alla privatizzazione crescente dei servizi degli
affittuari. Dall'822, chi aveva totalmente alienato la sua propriet (ed era cos presumibilmente
diventato affittuario) cominci ad essere soggetto ai conti per i servizi pubblici. Le norme del1'813
furono sostituite dalla riaffermazione dei diritti pubblici rappresentati dall'autorit comitale. Il
secolo IX fu anche ricco di leggi concepite per evitare che i piccoli proprietari terrieri fossero ridotti
al livello di affittuari causa le esazioni indebite dei potenti, fino ai capitolari degli ultimi legislatori
secondo il modello carolingio, Guido e Lamberto, negli anni dopo 1'890. Nell'891 poi, Guido
riafferm tutti gli obblighi pubblici di tutti gli arimanni, che fossero o no proprietari di terre, di
prestare servizio militare. Guido stava, tuttavia coscientemente riprendendo la tradizione carolingia;
di certo gli arimanni non erano meno oppressi, infatti l'elenco di atti di oppressione perpetrati su di
loro nelle leggi degli anni attorno all'890 pi lungo di quanto non fosse in precedenza. E le leggi
di Guido e di Lamberto rendono ben chiaro un punto: conti e vassalli, le stesse autorit pubbliche,
erano quelli che pi facilmente potevano opprimere i poveri. Nell'898 Lamberto promulg anche
leggi contro l'abitudine dei conti di dare in feudo i servizi pubblici degli arimanni ai loro vassalli34.
Nel 900 l'azione di retroguardia degli arimanni di Cusago contro il conte di Milano mostra in modo
pi che chiaro la fondatezza del pericolo. Ed era un pericolo riguardo al qua le i re non potevano
fare nulla. L'unica effettiva controparte al potere dei conti, la Chiesa, godendo del privilegio
dell'immunit nelle azioni giudiziarie contro i propri concessionari, allontanava ancor pi le
categorie pi povere dal controllo-rutela dello stato.
Le nostre argomentazioni si sono quasi integralmente basate sulla legislazione carolingia. E
difficile dimostrarne la validit. I documenti privati, per loro natura, c'informano poco delle
relazioni fra liberi e stato. e quasi nulla ci dicono dell'oppressione operata dai potenti. Non si pu
dire quante concessioni furono il risultato di azioni di forza. Ma, per contro, l'insistenza delle leggi,
sebbene ci mostri come i Carolingi fossero consapevoli di non essere obbediti, non ci dice quanto
comune fosse l'oppressione. Come si visto nel capitolo quarto, improbabile che tutti i piccoli
proprietari terrieri abbiano perduto le loro terre. E anche chiaro come gli affittuari liberi per la
maggior parte abbiano conservato la loro libert giuridica, e si vede dalla documentazione che essi
almeno potevano accedere ai tribunali pubblici, anche se raramente vincevano le cause. Ci che si
affaccia negli anni attorno al 900 un sistema di libert a due livelli: gli affittuari liberi avevano
perso i loro obblighi pubblici, quantunque conservassero ancora alcuni diritti pubblici a
bilanciamento della loro dipendenza economica; i proprietari contadini liberi a quell'epoca per lo
pi mantenevano i loro obblighi e i loro diritti, quantunque ci fossero ora meno proprietari. Ben
poco potevano fare i Carolingi per salvare gli uomini liberi di minore importanza che rischiavano di
essere sottomessi ai potenti, ma almeno potevano mantenere in vigore le responsabilit pubbliche
degli arimanni per coloro che rimanevano abbastanza indipendenti da reclamarle.
Ci resta, tuttavia, un sospetto: proprio perch la piena entit della minaccia portata alla posizione
dei liberi ci nota solo attraverso la legislazione carolingia, tali minacce possono non rappresentare
una caratteristica particolare del IX secolo come spesso si pensa. La Roma del tardo Impero
present certamente con ampiezza simili sintomi, ed il prologo dell'Editto di Rotari del 643
dichiarava che Rotari lo aveva in realt largamente steso in quella forma a causa delle esazioni
supplementari (richieste ai poveri) da parte di chi era pi forte, servendosi della forza . I1
33

MGH Capitularia, I, 93 c. 5; per la giurisdizione privata, cfr. per esempio, Regesto della chiesa di Pisa, I (a cura di
N. Caturegli, Roma, 1938), nn. 23, 15, 16.
Capitularia, I, 158 c.8 (Cfr. 165 c.2), II, 224 c. 4, 225 c. 3.

34

contadino in tutte le societ ha da temere dal ricco, anche quando questi non si pone in posizione di
attacco deliberato, ma specialmente (com' normale il caso) quando lo . I1 fatto nuovo nel periodo
carolingio fu in parte l'accrescersi della propriet terriera della Chiesa, risultato di un secolo di
donazioni, che si gi visto spostare l'equilibrio del potere locale decisamente a favore dei
proprietari maggiori; ma in particolare la nuova minaccia che il potere locale dei ricchi
rappresentava per la posizione pubblica del povero. E possibile che questo nuovo sviluppo sia stato
il prodotto degli atteggiamenti aristocratici franchi. I1 concetto di autorit pubblica fu certamente
pi debole nel regno franco che in quello longobardo. Tuttavia pu davvero darsi che solo
successivamente alla fine del secolo VIII i legislatori si occupassero del problema dei liberi che
divenivano affittuari. Se cos fosse, e in questo caso perch, sono problemi ai quali ancora non si
pu dare una risposta.
Lo sviluppo del sistema delle clientele (gruppi di persone dipendenti da un signore) fra i liberi
proprietari ancora esistenti fu, tuttavia, chiaramente collegato alla matrice sociale franca. Si visto
che nel periodo longobardo gli aristocratici si munivano di scorte, e che questi legami personali
spesso erano contro gli interessi dello stato. Sotto i Carolingi tali legami ebbero grande sviluppo,
tramite l'istituzione del vassallaggio, un legame personale molto pi forte del gasindiato, sebbene
basato anch'esso sul giuramento di fedelt. Certamente nelle loro leggi si trovano assai pi
riferimenti ai vassalli e all'entourage degli aristocratici che non nelle leggi longobarde. Anche i re
non erano del tutto contrari a questo sviluppo; esso consentiva una pi veloce mobilitazione delle
truppe, e, quantunque esaltasse il potere armato locale dei conti, almeno dava maggior forza alla
loro autorit quando essi agivano nell'interesse dello stato35. I re si basavano sui propri vassalli, e
presupponevano che sia questi che i vassalli dei conti e dei vescovi fossero pronti a servirli. Non
sembra siano stati del tutto delusi: il vassallaggio, lungi dall'indebolire l'autorit reale, sotto molti
aspetti la rafforz, particolarmente durante la crisi del potete pubblico che segu alla morte di
Lodovico II.
D'altro canto, le relazioni private inevitabilmente indebolirono l'insieme degli obblighi pubblici,
specialmente quando i re si basarono sempre pi su di esse, causa la poca affidabilit degli obblighi
pubblici. Gli arimanni minori che sopravvivevano nel secolo IX, per la maggior parte lo dovettero
all'aiuto che veniva dato loro dai patroni, sia laici che ecclesiastici. Col 900, i re rimasero con pochi
uomini delle classi inferiori che non riconoscevano alcuna aristocrazia intermedia fra s e il re.
L'Italia era diventata un sistema di clientele, gruppi di protetti dipendenti o da conti o da famiglie
non comitali con incarichi pubblici di poca importanza (sia secolari che clericali), o, sempre pi, da
vescovi. Le classi pi alte fungevano da intermediari fra lo stato e tutti gli altri strati della societ.
Quantunque ci fosse all'inizio meno contrario agli interessi dello stato dell'espropriazione degli
strati pi bassi dei liberi, colpi le relazioni pubbliche in modo assai pi rilevante. I1 governo
centrale perse via via importanza negli affari locali. Si cominciavano a gettare le basi per la
localizzazione completa del potere nelle citt e nei castelli rurali (rocche e villaggi fortificati) che
iniziarono a sorgere nel secolo X man mano che lo stato perdeva ed alienava il proprio potere.
Via via che i liberi proprietari non appartenenti all'aristocrazia venivano costretti all'autodifesa,
l'aristocrazia stessa assunse caratteristiche pi complesse. Disponibilit economica e status erano
dipese fin allora dalla propriet terriera diretta; gli affittuari per la maggior parte erano contadini
non liberi o semiliberi. Man mano che i grossi proprietari terrieri aumentavano le loro propriet, ci
non era pi possibile. I1 secolo IX vide l'acme della propriet ecclesiastica, e le pi grandi famiglie
franche erano proprietari terrieri maggiori di quanto non fossero state le famiglie aristocratiche
longobarde. I1 vuoto fra esse e i proprietari minori aumentava. Ma il crescere delle clientele dei
vassalli e la loro influenza politica sollev il problema di come ricompensarli e mantenerli in stato
35

Cfr. G. Tabacco, il regno italico (B4), pp. 771-7.

di fedelt. E ben nota la risposta dei Franchi: il beneficio dato in cambio del servizio nell'esercito,
la base del 'diritto feudale'. In Italia tali benefici sono presenti nelle fonti a noi disponibili a partire
dall'inizio del IX secolo, e presto il sistema fu ovunque adottato. Nell'816 l'abate di Monte Amiata
affitt ai contadini una casa con terreno che il nostro vassallo Inghiperto precedentemente ebbe in
beneficio , dimostrando, almeno qualche volta, il riconoscimento del legame franco usuale fra
vassallaggio e beneficio36. Tuttavia gli Italici non accettarono mai totalmente le implicazioni del
beneficio, che cio l'unica cosa che un signore avrebbe esigito in cambio della propria terra era il
servizio militare. Ben pi comuni erano le forme tipiche della cessione condizionata dei poderi in
Italia, cio il normale affitto di terreno.
Si sono visti i vescovi di Roma e di Ravenna crearsi appoggi sin dal secolo VII affittando terreni
agli aristocratici e ai soldati. Dall'inizio del secolo IX i documenti ecclesiastici in nostro possesso
mostrano un analogo comportamento nell'Italia longobarda. L'unica differenza fra le due zone sta
nel fatto che le parti non longobarde dell'Italia avevano ancora un tipo particolare di cessione per i
fitti a lungo termine, l'emphytensis, mentre i Longobardi non l'avevano; pertanto non sempre
facile conoscere se un fitto nell'Italia franco-longobarda veniva fatto al coltivatore, ad un
aristocratico o a un vassallo (se non per informazioni casuali), la dimensione della propriet
affittata, l'entit del canone richiesto. Non necessariamente la gente avrebbe considerato le due
forme di cessione del tutto distinte. Anche i contadini potevano, se avevano risorse sufficienti,
prendere in affitto ulteriori propriet che coltivavano in forma indiretta, e a partire da ci tutta una
gamma di variazioni esisteva. I grandi fondi venivano dati in genere in affitto per ricavarne canoni
in denaro, che erano, anche se spesso superiori al nominale, esigui rispetto alla dimensione della
propriet. Uno dei primi affitti alla famiglia Aldobrandeschi nel sud della Toscana, ad esempio, a
partire dall'809, Fissava un canone di 120 denarii annui al I ottobre, una bella cifra, ma piccola se
rapportata ad una estensione molto vasta con annessi due monasteri37. Questi fitti non dicono nulla
del servizio militare o, per la maggior parte, della fedelt politica. Tuttavia sono atti pubblici, e
giudizialmente validi. La preoccupazione di mantenere il lato economico delle relazioni personali
anche fra membri di una clientela, nell'ambito della legge pubblica, proprio tipica degli italiani. Le
testimonianze scritte dei diritti dei proprietari ebbero importanza per lo meno pari a quelle non
scritte, forse solo sottintese, relative al riconoscimento di obblighi personali. Questi erano ancora
per lo pi il prodotto dei soli legami personali, in particolare il giuramento di vassallaggio. La terra
era il quid pro quo, ma non era direttamente associata agli obblighi personali, a meno che non fosse
un beneficio. All'inizio della caduta dello stato nel X secolo, quando le clientele diventarono sempre
pi importanti, l'affitto rimase la forma principale di concessione. I benefici di per s si
trasformarono in una semplice forma di affitto e gli assomigliarono sempre di pi; divisibili fra
eredi, ad esempio, com'era la terra in affitto, e non necessariamente collegati al servizio militare. Le
due forme si amalgamavano comunque, in quanto entrambe divennero sempre pi cessioni dirette
della propriet, anche se nessuna delle due forme intendeva necessariamente esserlo.
Gli affitti su vasta scala furono fatti dalle chiese in cambio di appoggio politico, ma sarebbe un
errore immaginare che siano stati fatti in forma del tutto volontaria. I vescovi e gli abati avevano
bisogno di appoggio contro le appropriazioni ad opera di aristocratici laici (talora, come sotto
Lotario, incoraggiati dallo stato). Il miglior modo per ottenerlo fu l'affittare ad altri aristocratici;
talvolta agli stessi che avevano tentato l'appropriazione, come riconoscimento di sconfitta. I Franchi
possono essere stati i principali colpevoli, avvalendosi della protezione dello stato per stabilirsi sui
terreni; certamente i casi giudiziari del IX secolo mostrano che le azioni delle chiese contro simili
36

Kurze, 75. Per il feudalesimo militare italiano, cfr. P.S. Leicht, Il feudo in Italia nell'et carolingia (B4).

37

Barsocchini, 365.

uomini sono per lo pi rivolte contro Franchi. I1 clero concedeva affitti a chi lo appoggiava, mentre
contemporaneamente tentava di revocarli a quelli che li avevano ottenuti con la violenza. Geremia
di Lucca nell'852 ottenne da Lodovico II dei diplomi per revocare ogni contratto d'affitto o cessione
scritta a sua scelta (non beneficiquesti non possono aver costituito parte importante delle
donazioni episcopali dell'epoca a Lucca). Le us nell'853 contro una piccola famiglia che aveva
affittato una chiesa episcopale. Ma anche Geremia diede in affitto grandi estensioni ad altri, in
particolare alla sua stessa famiglia38. E, con l'inizio del X secolo, era emersa a Lucca tutta una serie
di famiglie aristocratiche che, pur avendo direttamente propriet, si basava principalmente su
contratti di affittanza episcopali, famiglie alle quali le fonti fanno riferimento col termine di vassalli
del vescovo. Queste famiglie erano per la maggior parte longobarde, e talora apparentemente
discendevano da famiglie di proprietari terrieri del regno longobardo. I 'Rolandinghi' della
Garfagnana, negli Appennini sopra Lucca, che appaiono per la prima volta nel secolo X,
probabilmente erano discendenti di Pertualdo vir magnificus, un protetto di re Liutprando all'inizio
dell'VIII secolo e padre di un vescovo di Lucca, Peredeo. Tali famiglie, che regolarmente
ricevevano terreni in affitto dai vescovi, chiaramente appartenevano in modo stabile alla clientela
episcopale, come due secoli prima nell'Italia bizantina; da alcune di esse erano usciti i detentori di
cariche episcopali, ma tutta la base del loro potere si era spostata. Lo status nell'VIII secolo si
basava sulla propriet terriera. Col X secolo lo status si basava solo sul possesso, sia tramite la
propriet diretta, sia tramite l'affitto. Con la fine del X secolo un'intera signoria poteva basarsi su
tali contratti d'affitto, in genere fondati sulla cessione in affitto da parte del vescovo delle decime di
una chiesa battesimale (pieve) e le chiese da questa dipendenti. Ad esempio i Rolandinghi
controllavano la pieve di S. Pancrazio sin dal 94039.
I Rolandinghi e famiglie ad essi simili erano la nuova piccola nobilt del X secolo e oltre. Molte di
esse presto cessarono di essere dipendenti dai vescovi, loro primi protettori. Per tutto il X secolo, si
possono trovare sacerdoti coscienziosi o ambiziosi che lamentano di aver trovato i propri patrimoni
distrutti quando accedevano alla carica. Un chierico ben inserito, Gerberto, fatto abate di Bobbio da
Ottone II nel 982 e papa (col nome di Silvestro II) da Ottone III nel 999, avrebbe potuto ottenere
qualcosa. Gerberto invi numerose lettere a Ottone II lamentandosi dello stato di Bobbio dopo la
politica degli affitti fatta dai suoi predecessori. Ottone III infine annull tutti gli affitti nel 998, e
persino eman in materia un capitolare di carattere generale. I1 vescovo di Verona Raterio, il
massimo letterato dell'Italia del X secolo, si trov in posizione simile attorno al 960, se si pu
credere alle sue lamentele di cos vasta portata e assai accese. Anch'egli fu ricompensato da un
diploma del re del 967 che annullava i contratti d'affitto non vantaggiosi, quantunque improbabile
sia riuscito a servirsene, dato che i suoi nemici riuscirono a farlo destituire (ed era ormai tempo)
dalla carica nel 96840. Ma malgrado gli sforzi di questi luminari, l'aristocrazia minore continu a
basarsi sugli affitti episcopali, emergendo talora come la parte pi importante delle classi pi
elevate dell'XI secolo.
La concentrazione delle terre della Chiesa il risultato del carattere ecclesiastico della maggior
parte della nostra documentazione, ma tutto indica che conti ed altri aristocratici laici si
comportavano nella stessa maniera. Ci valeva anche per lo stato. I re si avvalsero di donazioni
dirette, che, come si visto, non erano troppo generose nei riguardi dei laici (le chiese non potevano
farlo; diminuire le propriet della Chiesa tramite donazioni era contro il diritto canonico). Non
sembra si siano avvalsi di contratti di affitto, ma dopo il 774 essi certamente beneficiarono i loro
38

Manaresi, 25, 35, 43, 64 contro i Franchi; 57 per Geremia.


Schwarzmaier (B3-f), pp. 22244; C.E. Boyd (4), pp. 88-99.
40
Gerberto, Epistolae (MGH Briefe, II), nn. 2, 3, 5; Dipl. Ottonts, III, n. 303; b4GH Constitutiones, I, n. 23. Ratber:
Dipl. Ottonis, I, 348; cfr. F. Weigle, Ratherius uon Verona inn Kampt um das Kirchengut, Q.F., XXVIII (1937-8), pp.
27-35.
39

vassalli, forse ancora su piccola scala. Comunque nel X secolo, le famiglie di vassalli del re erano in
quantit pari a quelle di vassalli episcopali, comprese parecchie nuove famiglie comitali italiane.
Ci deve riflettere la maggiore generosit dei re dopo la morte di Lodovico II, che raggiunse
proporzioni sbalorditive sotto Berengario I. Se queste famiglie si basassero su donazioni dirette di
terreno o su benefici spesso poco chiaro, ma non sembra abbiano considerato il loro diritto di
possesso come particolarmente condizionante; in quel momento non potrebbe aver fatto gran
differenza, dato che il potere dello stato declinava. Anche lo status di conte o visconte, e le terre
connesse a tale carica, spesso divennero nel X secolo propriet privata per eredit, dato che allora in
esse si ravvisavano maggiormente cessioni permanenti di diritti ad una famiglia. Sotto questo
aspetto, il ricoprire una carica divenne una variante del godere di benefici, come nel nord Europa.
Tuttavia, diversamente dal nord Europa, ci non si limit alla gerarchia aperta degli obblighi
militari feudali; sia coprire una carica sia il beneficio divennero propriet incondizionate di singole
famiglie. I terreni pubblici di un conte iniziarono ad essere divisi fra i suoi eredi. Con il 1000, anche
il titolo di conte, o marchese, spesso divenne comune a tutti i membri di una famiglia. D'allora in
poi la struttura del potere da cui dipendevano i Carolingi era quasi dimenticata.
Col X secolo le gerarchie della societ italiana erano sostanzialmente mutate. I diritti pubblici e le
responsabilit di tutti gli uomini liberi variavano a seconda della propriet terriera e facevano capo a
proprietari terrieri ricchi che in genere erano pubblici funzionari, base ideale dello stato longobardocarolingio; ora ad essi si era sostituito un sistema di clientele legate ad un signore principale (laico o
ecclesiastico) da legami di vassallaggio, e da contratti d'affitto concessi pi o meno liberamente,
donazioni e benefici fondiari. Gli obblighi pubblici dell'uomo libero nei secoli VIII e IX erano per
la maggior parte militari, ma si estendevano ad altro specialmente all'amministrazione della
giustizia. Le clientele dei secoli X e XI, per contrasto, erano quasi totalmente militari.
Tuttavia l'antitesi non era completa. Anche i Longobardi avevano avuto seguiti armati collegati ai
loro signori, come era logico per uno dei gruppi pi attivi di invasori barbarici dell'Impero
occidentale. E nel X secolo non tutto era stato privatizzato. La maggior parte della giustizia era
rimasta pubblica. Lo status di libero era ancora per principio una questione pubblica; lo stato
esisteva ancora come concetto nel diritto pubblico. La signoria non fu mai cos forte da diventare il
principio organizzativo per tutta, o anche per la maggior parte, della societ, diversamente, ad
esempio, dal nord della Francia. Come in Francia il servizio militare fu sempre pi prerogativa
dell'aristocrazia. Nell'XI secolo, miles, soldato o 'cavaliere', divenne un termine tecnico della
piccola nobilt. I comuni abitanti delle citt lottavano ancora tuttavia, spesso con qualche effetto
man mano che le citt andavano verso l'indipendenza e lo status comunale. E un elemento
importante della feudalizzazione del nord Europa col X secolo non si verific in Italia: la crescita
del concetto di una casta di nobili chiusa. Paolo Diacono nell'VIII secolo ne aveva menzionato
l'assenza. Raterio di Verona fece la stessa affermazione nel X secolo:
Si consideri il figlio di un conte, il cui nonno fosse giudice; suo bisnonno fosse un tribuno o uno
sculdahis, il suo trisavolo solo un soldato. Ma chi era il padre di quel soldato? Un indovino o un
pittore? Un lottatore o un uccellatore? Un pescivendolo o un vasaio, un sarto o un allevatore di
polli, un mulattiere o un venditore ambulante? Un cavaliere o un contadino? Uno schiavo o un
uomo libero? 41
Chiaramente Raterio vide che la mobilit sociale avveniva all'interno dei ranghi della gerarchia
ufficiale. Non v' dubbio che la possibilit di tale mobilit (quantunque allora fosse rara) era
collegata al continuo sopravvivere dell'ideologia pubblica dello stato, nel quale in teoria tutti gli
41

Raterio, Praeloquia, 1. 23 (Migne, Pr, 136 c. 167).

uomini liberi avevano gli stessi diritti. Questa ideologia doveva continuare ad esistere, soprattutto,
nelle citt, e dopo un secolo e mezzo sarebbe diventata uno strumento di forza nelle mani dei
comuni. Tuttavia il potere reale dello stato era a quell'epoca scomparso da tempo, in parte in seguito
allo sviluppo sopra descritto. Nell'ultimo capitolo vedremo come.

Capitolo sesto
IL SUD

Nell'839 il principe Sicardo di Benevento fu giudice in una vertenza fra il vescovo di


Benevento e il monastero di S. Maria in Locosano circa la propriet della chiesa
battesimale di S. Felice. I legali delle due parti disquisirono sulla storia della chiesa
negli ultimi cent'anni o gi di l, indi Giusto, l'avvocato del vescovo, decise di
appellarsi al principio: tutte le chiese battesimali appartengono al vescovo in base al
diritto canonico. Ci non ha alcuna importanza, dissero gli avvocati del monastero,
in quanto i principi e i vescovi (di Benevento), avendo dimenticato sia il diritto
canonico sia gli editti del nostro popolo longobardo, hanno sempre giudicato (il nostro
possedimento) secondo il diritto consuetudinario del nostro stato e se cos non fosse
stato, molti monasteri sarebbero stati distrutti. Se il vescovo vuole osservare i principi
fondamentali, dissero, perch mantiene il controllo sulla diocesi di Siponto, cosa che
fa sin da quando il duca Romoaldo I la diede a S. Barbatus di Benevento nel VII
secolo? In primo luogo nomini un vescovo a Siponto, dissero, indi ci dica chi
trasgredisce il diritto canonico. Sembra che Sicardo abbia reputato questo argomento
accettabile; comunque S. Maria mantenne la propria chiesa1. L'autonomia di
Benevento fu una giustificazione sufficiente per ignorare, quando necessario, non solo
il diritto longobardo del nord, ma anche lo stesso diritto ecclesiastico.
Nel IX secolo Benevento era diversa dal nord, e si accorse di esserlo.
Erchemperto, scrivendo la sua storia di Capua attorno all'890, non trov nella storia
longobarda successiva al 774 null'altro che la storia di Benevento e degli stati che ad
essa successero; al nord tale storia aveva cessato di esistere. Questo senso di
legittimismo longobardo mette in risalto l'ideologia dei governanti degli stati del sud,
fin dall'epoca in cui il duca Arichi II assunse il titolo di principe nel 774. Pu darsi
che Arichi abbia portato la corona; di certo la portarono i suoi successori. In alcuni
casi i principi erano pronti ad offrire lealt ai re franchi e agli imperatori, come nel
788, 812, 867 e 963, ma ci era solo il riconoscimento di eserciti pi potenti. Sempre
pi spesso, infatti, essi riconobbero l'egemonia dell'imperatore di Bisanzio
particolarmente negli anni in cui il potere bizantino era al suo apice, circa l'880-960.
Per decenni consecutivi i principi di Benevento e Salerno accettarono il titolo di
patrizi di Costantinopoli, talora recandovisi personalmente per riceverlo. Ma lo
sviluppo del sud longobardo, e almeno parte del sud bizantino, proseguirono lungo
linee indipendenti da quanto accadeva altrove, ed avevano iniziato questo processo
ben prima del 774. Eccezion fatta per le ultime quattro decadi del regno longobardo,
Benevento era sempre stata in realt un ducato indipendente; e i territori bizantini di
Roma, Gaeta e Napoli dopo il VII secolo erano solo nominalmente sotto il controllo
orientale.
La documentazione del sud non eguale a quella del nord, ed il rilievo per tradizione
dato dagli storici stato diverso. Un primo motivo risiede nel fatto che l'Italia del sud
aveva una migliore tradizione nel tramandare la storia per iscritto. Fino alla fine del X
secolo, si pu accedere a descrizioni dettagliate di eventi politici, che invece sono un
1

Chronicon Vulturnense, cit. (in seguito: C. Vult.), n. 61.

po' pi rare nel Nord, e queste spesso sono pi che adeguate. Erchemperto vanta di
essere il migliore storico, assieme ad Agnello, del periodo in esame in Italia; l'autore
anonimo del Chronicon Salernitanum degli anni attorno al 980 ha il pregio, almeno, di
essere il pi geniale2. La tentazione di concentrarsi sulla pura storia politica pi
frequente al sud, e, per il vasto numero di stati sovrani ivi esistenti, che erano sempre
in guerra, forse vi pi storia politica da analizzare. Questa tentazione incoraggiata
dal sopravvivere non uniforme di documenti antecedenti il XII secolo. Ci sono
effettivamente alcune raccolte molto ampie di documenti: gli archivi monastici e i
cartulari di Farfa, Montecassino, Casauria e Cava, ognuno dei quali formato da
migliaia di documenti antecedenti il XII secolo, e anche gli archivi laici di alcune citt
dell'Apulia e in particolare di Napoli sono fondamentali. Ma per vaste zone dell'Italia
meridionale siamo quasi privi di documentazione, e anche gli archivi esistenti si sono
cominciati appena ad esaminare, eccetto Farfa, S. Vincenzo e Napoli.
In questi casi, una trattazione dettagliata dello sviluppo dell'Italia del sud in paragone
al nord ancora a malapena possibile, specialmente in quanto la frammentazione
politica e geografica ha dato origine a molte storie fra loro totalmente diverse. In
primo luogo verr data una descrizione dell'economia del sud, quindi un breve profilo
politico fino agli anni attorno al 1000. Successivamente verranno analizzate due di
queste storie diverse, che forniranno alcuni paragoni per il soggetto del VII capitolo,
sulla caduta dello stato nel nord: primo, il Catepanato Bizantino, ove un governo forte
continu ad esistere anche nell'XI secolo; secondo, Benevento, ove la decadenza
inizi ai primi anni del IX secolo. Alla fine verr preso in esame il contesto dei
cambiamenti principali nellinsediamento e nel controllo locale a Roma e in Campania
nei secoli X e XI.
Nel sud d'Italia poca la terra in pianura. La campagna romana, la Liburia (l'attuale
Terra di Lavoro, la pianura di Capua) e la pianura dell'Apulia erano le aree pi
importanti; altre zone, come le pianure di Metaponto, Sibari, e del Sele, sono mal
documentate e probabilmente erano per la maggior parte incolte o zone paludose
malsane. Fra queste zone di terra relativamente fertile e popolata si erge la massa
degli Appennini meridionali, meno alti di quelli dell'Italia centrale, ma anche pi
sterili, specialmente in quei tratti ove predominavano gli aridi altopiani di calcare e i
pendii di argilla erosa. Zone simili esistono nel nord, e costituiscono terre marginali
fra zone abitate; a sud di Roma costituiscono la met dell'intera massa di terreni. Non
sorprende che il potere politico fosse concentrato in cos poco spazio. Dei sette stati
che contestavano il potere a sud di Roma, i centri politici di cinque erano raggruppati
in mezzo alla Campania, Capua, Napoli, Benevento, Salerno, e Amalfi; il sesto,
Gaeta, era vicino al nord; il settimo, Bisanzio, tramite il susseguirsi di
amministrazioni provinciali, aveva il suo centro in Apulia (cfr. le carte 3,5,). I1
controllo delle terre ricche esistenti costituiva la principale preoccupazione di questi
stati, e chiaramente giustifica le incessanti guerre fra essi. Ma non si devono
dimenticare le montagne.
Esse costituivano la parte principale dei territori degli stati longobardi, almeno, ed uno
stato sfortunato, come Benevento negli anni attorno all'880 e 890, poteva trovarsi
2
Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, in S.R.L.; Chronicon Salernitanum, cit. (in
seguito: 5. Sal.).

temporaneamente formato solo da zone collinose o montuose. I1 controllo di esso


veniva reso pi difficile dall'assenza di centri urbani vitali che fungessero da base
dell'amministrazione locale.
Nel 1903 Louis Duchesne evidenzi che le invasioni longobarde e, in modo minore,
le guerre gotiche avevano portato all'annientamento della maggior parte dei seggi
episcopali del sud d'Italia3. Nei ducati di Spoleto e Benevento, di alcune centinaia di
vescovati, nel 700 ne esistevano solo una decina: Spoleto e Forcona nel ducato di
Spoleto; nel ducato di Benevento, probabilmente Capua e Agropoli, Benevento (dopo
un intervallo di un secolo) e un pugno di citt dell'Apulia conquistate verso la fine del
VII secolo. I Longobardi possono essere stati favorevoli o contrari al cattolicesimo nel
Sud; ma tutte queste diocesi erano certamente assai piccole, e per la maggior parte
erano in zone collinari. Le citt sulle quali si basavano erano anch'esse molto piccole,
e in molti casi nel nord Italia sarebbero state ritenute appena villaggi.
L'organizzazione episcopale, e la cristianit stessa, erano probabilmente piuttosto
deboli in molte di esse. Ogni piccolo disturbo, una guerra o un duca ostile, sarebbe
bastato ad abbatterle.
Si potrebbe prendere Isernia negli Appennini del Molise come esempio tipico di tale
citt, sede vescovile nel IX secolo e contea dal 964, che ancor oggi, dopo una veloce
espansione, ha appena 15.000 abitanti. Sorge lungo uno stretto cuneo di speroni
montuosi fra due torrenti, citt principale di una provincia di campagna frammentata e
flagellata dalla povert, con confini pressoch identici a quelli della contea del X
secolo. Questa contea era in effetti piuttosto estesa per un territorio urbano del sud del
X secolo ma totalmente insufficiente nel contesto in cui si trovava ad essere il
supporto territoriale ad una attiva vita urbana. Altre citt erano anche pi piccole. Nel
X secolo i Bizantini smisero di tentare di distinguere le loro dai villaggi fortificati; nei
testi greci conservati comincia ad essere usato indifferentemente il termine kastron
per entrambi i tipi di habitat. Acerenza, la citt pi importante della zona che oggi
viene definita Lucania, se si pu credere al Chronicon Salernitanum, avrebbe potuto
cambiare di luogo secondo il capriccio di Grimoaldo III di Benevento nel 7884. Anche
Capua, centro della Liburia, fu evacuata verso un vicino castello in collina chiamato
Sicopoli nell'840. Gli abitanti della citt tornarono in pianura solo nell'856, in un
luogo diverso, a cinque chilometri dal guado del Volturno. Della vecchia citt (ora S.
Maria Capua Vetere) rimase solo l'anfiteatro, usato come fortificazione. Atanasio di
Napoli con acutezza sfrutt il periodo della vendemmia per saccheggiare la nuova
citt nell'884, in quanto tutto il corpo cittadino, anche le classi pi elevate, erano fuori
a vendemmiare; ovvio che l'economia di Capua era decisamente agraria5. Capua fu
l'ultima a svilupparsi fra le citt delle grandi pianure, e col X secolo era anche
fiorente; ma fuori delle pianure, le citt non erano mai grandi o prospere, e ben
difficilmente avevano vera importanza urbana.
I1 contrasto fra montagna e pianura era posto in maggior rilievo dalla notevole
complessit delle citt principali poste in pianura. Nei secoli VII e VIII ci poteva non
essere ancora evidente, eccezion fatta per le capitali bizantine e longobarde, Napoli e
Benevento; queste erano citt attive, com'era logico visto il loro ruolo politico. Arichi
3
4
5

L. Duchesne, Les vechs d'Italie et l'invasion Lombarde (86-a).


C. Sal., c. 27.
Erchemperto, cc. 15, 245, 56.

II espanse Benevento verso la fine dell'VIII secolo, costruendo l una civitas nova, una
citt nuova. Le nuove capitali del IX secolo, Gaeta, Amalfi e Salerno, erano fino a
questo momento soltanto castra, baluardi di difesa. Tuttavia una volta fondate,
crebbero velocemente. Anche Salerno fu praticamente rifondata da Arichi negli anni
770-780; egli quadruplic la cinta muraria e vi costrui un palazzo, facendone la
seconda citt del suo principato. Nei secoli IX e X essa giunse fino alle nuove mura,
poich la popolazione si era triplicata. Inizialmente una tale espansione fu
semplicemente il riflesso della nuova importanza politica della citt, che a partire
dal1'849 fu il centro di uno stato sovrano. Ma nel X secolo, quando ebbe un porto, in
breve tempo assunse importanza pari ad Amalfi, Napoli e Gaeta come centro
commerciale6.
Fra queste citt commerciali Amalfi la pi famosa. Sembra si sia affermata, dopo
essersi resa libera rispetto a Napoli attorno all'840, con alleanze pi o meno strette con
gli Arabi nei loro saccheggi sulla costa italiana nei secoli IX e X, ottenendo cos
concessioni e vantaggi particolari nel mondo arabo. Certamente ragione sufficiente a
comprendere perch gli abitanti di un villaggio di pescatori inaccessibile, di
dimensioni ridottissime, circondato da scogliere, debbano essere diventati i maggiori
commercianti del Mediterraneo occidentale. Ma anche le altre citt avevano
importanza commerciale: gli abitanti di Salerno e Gaeta a fianco degli Amalfitani e
dei Veneziani compaiono nelle Honorantiae come mercanti privilegiati a Pavia, e il
viaggiatore arabo Ibn Hawqal nel 977 vide in Napoli un centro commerciale secondo
solo ad Amalfi7. Ironicamente, grazie alle stesse scorrerie arabe, si svilupp una rete
complessa di rotte commerciali fra Bisanzio, gli Arabi e l'occidente, con il suo apice
occidentale in Campania (Venezia, naturalmente, aveva posizione simile
nell'Adriatico, segruta dalle citt pugliesi Bari e Trani). Le citt della Campania
avevano gi grandi flotte nel IX secolo, che forse erano pari a quelle dei Bizantini; i
secoli X e XI ne segnarono il culmine. I1 contraltare del testamento di Giustiniano
Partecipazio a Venezia quello di Docibile I, console (ypatus) di Gaeta nel 906, che
poteva distribuire ai suoi sette figli e a parecchi altri destinatari gran quantit di
monete d'oro, argento e bronzo, tessuti di seta, gioielli, un valore di 120 solidi
costituito da ornamenti marmorei nella chiesa di S. Silviniano, oltre a vasti terreni e
numerosi animali. Queste citt erano cosmopolite, con notevoli legami con l'Oriente,
e quartieri ebraici; anche Capua e Benevento annoveravano ebrei
nell'amministrazione, e Oria in Apulia era un centro culturale ebraico rilevante8.
Dall'XI secolo Salerno aveva fondato la scuola di medicina, fonte principale della sua
rinomanza europea. Le citt declinarono solo con la conquista normanna e con la
concorrenza da parte delle nuove citt commerciali del nord, Genova e Pisa, che
avevano relazioni pi strette con i centri commerciali in Europa.
Non chiaro quanto abbia esattamente influito questa complessit commerciale
sull'entroterra dell'Italia del sud. Le citt delle montagne erano politicamente separate
dai porti commerciali, e, come si visto, ben poche di esse erano centri urbani. Anche
il principato di Salerno, che almeno di nome comprendeva una vasta zona collinare e
montuosa, non aveva altre vere e proprie citt eccetto forse Nocera. Di certo Capua e
6

Cfr. P. Delogu (B3-e), capitolo primo e terzo.


R.S. Lopez e I.W. Raymond (As-b), p. 54; Honorantiae, c. 6.
Codex Diplornaticus Cajetanus, I (Montecassino, 1887), n. 19. Per gli ebrei, cfr. in particolare The
Chronicle of Ahimaaz (A3-e).
7
8

Benevento erano prospere, ma pi nel senso che si visto per le citt del nord: come
centri delle classi superiori e centri amministrativi, pi che come citt commerciali.
Le citt costiere del sud fungevano da porti per il commercio internazionale pi che
da punti commerciali rivolti all'entroterra. Napoli produceva manufatti in lino.
Sembra che in Liburia dal x secolo vi sia stato uno sviluppo relativamente ai raccolti
di uva per la vendita. In Campania almeno, l'effetto del commercio costiero
sull'economia interna sembra essersi limitato a questo. Nell'Apulia bizantina nell'XI
secolo, vi qualche prova dello sviluppo della produzione di frumento e forse olio per
i mercati, e in Calabria si trovano manifatture di seta. La manifattura della seta presto
prese piede anche nelle zone longobarde, in quanto ci sono riferimenti al riguardo nei
contratti d'aflitto della fine del X secolo degli alti Appennini d'Abruzzo. Monasteri
quali S. Vincenzo al Volturno erano talora preparati a migliorare le loro propriet
meno produttive, forse in vista del commercio (quantunque il monastero di S.
Vincenzo dovesse produrre seta per proprio uso). Ma, a parte le aree bizantine, ci
non era comune9.
L'economia rurale del Sud rifletteva inevitabilmente gli enormi contrasti fra zone
geografiche. Nelle pianure la terra era frazionata almeno quanto in ogni altro luogo
del nord. Nel 964 Pandolfo I di Capua-Benevento don 300 modia (forse 27 ettari) di
terra in Liburia al monastero di S. Vincenzo, divisa in non meno di 118 campi
separati, ognuno con confini propri e dimensioni citate nel testo. Alcuni di questi
appezzamenti erano piccoli come in questo esempio: ...I1 cinquantunesimo
appezzamento, chiamato ad cirasa: da un lato la terra di S. Salvatore; dall'altro la terra
di Giovanni il Napoletano; un'estremit d sulla terra del sopracitato Ursus; l'altra
sulla terra gi citata di Agimundo. Su ogni lato misura 41 passi, e ad ogni estremit 8
passi .
D'altro canto, si poteva possedere terra in montagna in vaste unit. I1 nucleo della
terra di S. Vincenzo alle fonti del Volturno, donazione o del duca Gisolfo I di
Benevento attorno al 700, o di Arichi II nel 760, formava un unico blocco di oltre 500
chilometri quadrati10. Un'area simile, o come il blocco limitrofo di propriet di
Montecassino, per lo pi era costituita da foresta con insediamento antico, ma su
piccola scala. Parte di questo forse spar dopo che gli Arabi saccheggiarono i
monasteri negli anni 881-3 ed i monaci si rifugiarono a Capua. Nel X secolo, si
trovano contratti di affitto per disboscamenti su vasta scala fatti a coltivatori
immigranti, da poco insediatisi in villaggi fortificati. Questo contrasto fra propriet
terriera frazionata e consolidata fu ben pi acuto che al nord. Indicava grandi
differenze nel controllo locale. il comunque dubbio se l'economia nel suo insieme
fosse tanto differenziata. Lo spartiacque agricolo-pastorale nel sud non port in questo
periodo a specializzazioni regionali individuate. Sembra che le zone di montagna
abbiano prodotto granaglie e vino in quantit pari ai prodotti della pastorizia. E
l'organizzazione della produzione agraria non variava poi tanto nel sud, in quanto il
'sistema curtense' centralizzato, abbastanza debole nel nord, a sud di Roma proprio
non esisteva. La prestazione obbligatoria di lavoro, raramente esisteva nel IX secolo
in Sabina e Abruzzo; pi a sud non fu mai citata nei documenti. Parte della terra era
coltivata direttamente dagli schiavi; la maggior parte di tutto il sud era comunque
9

C. Vult., 157, 177, 178, 181. Per Bisanzio: A. Guillou (A5-b).


C. Vult., 140 (Liburia), 9, 12, 70 (Appennini).

10

formata da tenute date in affitto per canoni, in denaro o (pi spesso) in natura,
frammista alla terra di piccoli proprietari liberi. La produzione contadina su piccola
scala era ovunque preponderante.
All'inizio c'erano probabilmente pi concessionari servili nel sud che nel nord. Non ci
noto perch dovesse essere cos, ma probabilmente questo spiega il costume usuale
dei secoli VI-IX dell'Italia del sud e della Sicilia di alienare, non lotti di terreno, ma
condamae, famiglie di schiavi. In genere la terra seguiva queste condumae, cosi la
donazione era molto simile a quella delle casae massariciae del nord Queste ultime,
tuttavia, potevano essere coltivate da contadini liberi; una conduma doveva per forza
essere formata da servi. Nei secoli X e XI, sembra che i concessionari servili abbiano
gradualmente acquistato la libert, in parte aiutati dal caos delle guerre arabe, e in
parte, come nel nord, dall'assenza di prestazione obbligatoria di lavoro11. Col X
secolo, cominciarono ad essere presenti nel sud contratti d'affitto con coltivatori liberi,
oltre un secolo dopo che nell'Italia del nord e centrale. La schiavit persisteva ancora,
ma, come nel nord, andava diminuendo. Un esempio viene fornito da un gruppo di
schiavi di Gaeta che reclamano la libert in un caso giudiziario del 999; sebbene si
ritirino dal processo per duello per dimostrarla, alla fine concessa loro la libert da
parte del vescovo in cambio di una libbra d'oro. Gli schiavi non solo desideravano la
libert, ma talvolta potevano far fronte all'acquisto della stessa ad alto prezzo12. La
crescita nello status di coltivatore schiavo sembra sia stata assoluta, e non
accompagnata da un indebolimento rilevante della posizione degli uomini liberi. La
lenta crescita della propriet ecclesiastica provoc una lenta diminuzione delle terre
dei piccoli proprietari liberi, come avveniva per le terre delle classi pi elevate, ma
non si hanno paragoni con il declino degli arimanni del nord nella poco documentata
legislazione del sud a noi pervenuta, e per il sud di Roma, non si sono ancora
esaminati documenti che vi alludono. Le invasioni arabe possono anch'esse aver
impedito in questo caso, il consolidarsi del potere locale che si pu vedere a nord di
Roma. I1 riproporsi della propriet monastica negli Appennini nel X secolo consent
agli affittuari dei monasteri una notevole indipendenza locale. Nell'Apulia bizantina
era presente un numero particolarmente grande di piccoli proprietari; il potere dello
stato bizantino deve aver avuto qualcosa a che fare con ci.
Prima di occuparsi di problemi pi politici, bene esaminare uno dei pi notevoli
aspetti minori della vita economica del sud, la propriet dei tertiatores della Liburia13.
Ci era oggetto di una complessa serie di capitoli di un trattato fatto da Arichi lI con il
duca Gregorio II di Napoli, forse nel 786. Gli stessi tertiatores apparentemente erano
aEttuari schiavi, che pagavano un canone parziale pari ad un terzo. Compaiono in un
documento forse del 748, quando due di loro, Mauremundo e sua moglie Colossa,
vengono venduti ad un monastero napoletano, proprio in modo identico a quanto
altrove avveniva per le condumae. L'aspetto pi notevole della loro condizione,
tuttavia, dato dal fatto che essi appartenevano contemporaneamente al duca di
11
Il Per le condumae di schiavi: Gregorio, Epp., 9. 71, 13. 18; C. Vult., 22, 32, 38, 69; C. Troya,
Codice diplomatico longobardo (Napoli, 1852-5), nn. 430, 559, 568, 625, ecc. Per le prestazioni di
lavoro obbligatorio e la fine della schiavit: P. Toubert (B3-f), pp. 465-79. Sull'agricoltura nel sud in
generale: A. Lizier (B5-c).
12
Cod. Dipl. Cajetanus, 100 (= Manaresi, 250).
13
Pactum Arechisi (in MGH Leges, I, pp. 213-5) e Sicardi Pactio, c. 14 (ibid., p. 220); Troya, op. cit.,
vol. v, 616'; cir. Ie opere di G. Cassandro, recentemente: Il ducato bizantino, in Storia di Napoli, II
(Napoli, 1969), pp. 129-56.

Benevento e al duca di Napoli, o a vari aristocratici longobardi o napoletani e a chiese


alle quali i duchi avevano fatto donazioni. La Liburia deve essere stata formata sotto
l'Impero principalmente da terreni fiscali e urbani municipali, ed era stata divisa fra
Benevento e Napoli, forse nel VII secolo. Ma la soluzione scelta da queste citt per il
problema della divisione, e cio la propriet congiunta e l'uguale divisione dell'affitto
ricavato, era una risposta univoca ad un problema territoriale, e non sembra abbia
risentito delle varie guerre fra le due parti. Arichi fece in modo che questa forma di
compropriet nella maggior parte della Liburia sparisse, ma in alcune zone continu
ad esistere fino al X secolo ed oltre. Dei 118 appezzamenti ivi alienati da Pandolfo I
nel 964, 57 erano in compropriet con Napoletani ; e nell'XI secolo, quando la
terra in Liburia era quasi totalmente privata e del tutto frazionata, la pars militiae
(Napoli) e la pars langobardorum rimanevano come due gruppi di proprietari
contrapposti, mescolati tra loro in modo inscindibile. Ci pu servire a dare rilievo ad
un punto: le principali suddivisioni socioeconomiche del sud erano geografiche e non
politiche. Le zone longobarde e non longobarde del sud in genere erano in guerra, in
diverse alleanze, ma avevano le medesime abitudini, ed inoltre la maggior parte
parlava la stessa lingua. Nella nostra analisi non serve separarle in modo troppo netto.
La storia politica del sud molto complessa, e, pur esistendo molte opere a riguardo,
piuttosto difficile fare generalizzazioni in proposito14. Grimoaldo I (649-62) e
Romoaldo I (662-87) di Benevento avevano scacciato Costante II ed avevano
ristabilito l'egemonia di Benevento nel sud. Dal 774 Arichi II aveva il controllo di un
principato unito che si estendeva fino alla estremit dell'Apulia (solo Otranto
continuava ad essere bizantina) e si addentrava fino a met della Calabria. I1 ducato
di Napoli era un endave indipendente sulla costa occidentale, pi o meno autonomo
da Costantinopoli. La Calabria bizantina e la Sicilia erano soggette al pi ampio
controllo orientale.
Benevento era abbastanza forte da fronteggiare le saltuarie invasioni franche del nord.
Per la sua integrit territoriale furono pi pericolosi la guerra civile dell'839-49 e i
primi attacchi arabi negli stessi anni. Gli assassini di Grimoaldo IV nell'817 e Sicardo
nell'839 mostrano, come si vedr, la crescente insicurezza del potere del principato a
Benevento. Con 1'839 parecchi aristocratici di Benevento ritenevano di avere diritto
in linea diretta al trono. Radelchi I, il nuovo princpe, uccise il suo principale rivale,
ma i suoi nemici si raccolsero attorno a Siconolfo, fratello di Sicardo e fecero base a
Salerno. Soltanto l'intervento franco pose fine alla guerra, quando Lodovico II e
Guido I di Spoleto imposero la divisione del principato nell'849. In quel momento, gli
Arabi attaccavano ogni zona del Sud. Radelchi cominci a servirsene come mercenari
nell'841, e fece in modo che facessero base a Bari nell'843. Essi assediarono la citt, e
la costituirono base di un emirato che cedette all'assedio franco-longobardo-bizantino
nell'871. Di l in poi e dalle successive basi sulla costa orientale poste a Agropoli e sul
Garigliano, per vari decenni gli Arabi terrorizzarono il sud. L'insicurezza da loro
provocata cominci a logorare i rapporti su cui si fondava la societ meridionale. Al
sud ogni stato era ormai fragile, a meno che non fosse bizantino, quando un'altra
alleanza internazionale non scacci gli Arabi nel 915 dal Garigliano.

14

Cfr. per un'analisi basilare, N. Cilento, Le origini della signoria capuana (Roma, 1966); J. Gay (B3e); C.G. Mor (B1).

Napoli aveva avuto presto il suo momento di maggiore debolezza, fra 1'800 e 1'840.
Un governo debole rimase sulla difensiva di fronte agli attacchi di Sicone e Sicardo di
Benevento i quali assediarono Napoli due volte prima di fare la pace nell'836, e
proseguirono occupando Amalfi nell'838-9. Dall'839 non riscontrabile alcuna
autorit esercitata da Napoli sulla successione di consoli e prefetti di Amalf. Anche
gli anni attorno all'830 videro i primi bypatoi di Gaeta, anch'essi pi o meno
indipendenti. Docibile I (867-circa 910) certamente non doveva alcuna fedelt a
Napoli, e fond una dinastia che si protrasse fino al XII secolo. Da quest'epoca anche
Napoli ebbe una dinastia permanente, di pari durata, che inizi nell'840 con Sergio I.
Sergio e suo figlio Gregorio III furono molto attivi nelle guerre del IX secolo, sebbene
il figlio di Gregorio, Atanasio II, vescovo e duca (876-98) fosse certamente il membro
pi importante della dinastia in questi anni.
Benevento e Salerno si separarono nell'849, ma rimasero in cattivi rapporti, esacerbati
dai conti di Capua, che volevano instaurare una loro autonomia indipendentemente da
Salerno. Salerno rimase instabile fino a che un protetto capuano, Guaiferio I, divenne
principe nell'861. Da quell'epoca l'indipendenza di Capua fu riconosciuta. Ne segu un
breve periodo di pace dovuto anche alla presenza di Lodovico II nel sud negli anni
867-73; dopo la sua partenza, le guerre ripresero. Le guerre, almeno in Campania,
erano ora pi complicate dalla divisione di Capua dopo 1'879 in diversi gastaldati
belligeranti. Gaeta, Salerno, e Napoli si unirono a diverse fazioni finch Atenolfo I di
Calvi, uno dei gastaldi rivali, prese Capua nell'887 con l'aiuto di Atanasio di Napoli.
I1 successo di Atenolfo era in contrasto con le fortune di Benevento e Salerno, che
cominciavano a risentire della ripresa bizantina. Nell,876 i Bizantini occuparono Bari,
e nell'880 cacciarono gli Arabi da Taranto. Negli anni 885-8 occuparono tutta l'Apulia
obbligando i principi di Benevento a ritirarsi sulle montagne. Salerno divenne nell'866
uno stato soggetto a Costantinopoli. Benevento fu effettivamente conquistata dai
Bizantini, e da essi governata per tre anni (892-5) fino a che fu 'liberata' da Guido IV
di Spoleto, che la occup fino all'897. Benevento godette di tre anni d'indipendenza
prima che Atenolfo la unisse a Capua nel 900, unione che dur fino al 981.
Verso il 900 i Bizantini governavano tutta l'Apulia (sebbene la fascia settentrionale, in
seguito, fu varie volte in mano a Benevento), quasi tutta la Lucania e l'intera Calabria.
Benevento e Salerno avevano perduto quasi met dei loro territori, tuttavia i Bizantini
non ebbero ovunque lo stesso successo. Tra 1'827 e il 902 gli Arabi avevano
conquistato l'intera Sicilia, e successivamente se ne servirono per attaccare
sistematicamente la Calabria. Napoli era totalmente al di fuori della sfera d'influenza
bizantina, e d'allora in poi la Sardegna fu dawero indipendente, sommariamente divisa
in quattro iudicati, governati da giudici. Ma i temi bizantini della Langobardia
(Apulia) e della Calabria, uniti verso la fine del X secolo sotto un catepano, rimasero
da allora gli elementi pi solidi del Sud.
Dopo che gli Arabi furono scacciati dal Garigliano nel 915, Capua-Benevento e
Salerno raggiunsero una qualche forma di stabilit territoriale. La guerra in Campania
diminul, sebbene Landolfo I di Benevento (910-43) e Gualmario II di Salerno (893946) tentassero pi volte di dimostrare il loro coraggio combattendo in Apulia, in
parte in risposta alla prima di una serie di rivolte urbane. Nel 961 Pandolfo I che fu
detto Capodiferro, divenne il principe che governava CapuaBenevento ed aument il
suo potere stringendo un'alleanza col nuovo re-imperatore italiano Ottone I. Nel 967
Ottone I venne al Sud, a capo della prima invasione proveniente dal nord Italia per

circa un secolo. A Pandolfo, che gi aveva ottenuto Spoleto e Camerino, fu affidata


nel 969 la conquista dell'Apulia pianificata da Ottone. Egli fu catturato in modo
abbastanza ignominoso e condotto per un breve periodo prigioniero a Costantinopoli,
ma l'aiuto di Ottone gli diede ancora la supremazia nel Sud longobardo. Quando una
rivolta di palazzo rovesci Gisolfo I di Salerno negli anni 973-4, Pandolfo intervenne
e lo reinsedi; fu ricompensato con la successione a Salerno per s e il proprio figlio.
In breve, negli anni 974-81, Pandolfo govern l'Italia da Ancona ai confini della
Calabria. Alla sua morte tuttavia, i suoi domini andatono dispersi. Salerno, dopo una
breve occupazione attuata da Amalfi (981-3), insedi una nuova dinastia; Spoleto
torn ad essere retta da governanti del Nord; anche Capua e Benevento si divisero. I1
secolo fin com'era iniziato, in un caos di guerre e invasioni condotte dal Nord in
modo disastroso con Ottone II negli anni 981-2; in modo pi efficace nel 999 con
Ottone III, quando Capua per breve tempo fu posta sotto il controllo di Spoleto. L'XI
secolo ebbe caratteristiche simili: le grandi imprese occasionali di principi quali
Pandolfo IV di Capua negli anni attorno al 1020 o Guaimario V di Salerno negli anni
attorno al 1030 vennero sempre pi offuscate dalla crescita del potere dei mercenari
normanni che, dagli anni attorno al 1070, erano padroni di tutto il Sud. La storia del
Sud di l in poi avrebbe registrato un cambiamento decisivo.
Nel 1907 Rn Poupardin defini questa storia 'lotte intestine tanto sterili quanto
oscure' e per questa frase fu criticato dagli storici, ma sarebbe difficile dire che egli
avesse completamente torto15. Ogni governo della Campania ebbe il suo momento di
gloria; in pari modo ogni momento era effimero. In periodi diversi Capua occup
Benevento, Salerno e Napoli; Salerno occup Amalfi e viceversa; per breve tempo
Napoli e Salerno governarono entrambi Capua; i duchi di Spoleto, nelle loro
avventure meridionali ebbero talora autorita su Benevento e Capua. Troppe potenze si
contendevano un territorio troppo piccolo. L'apice fu raggiunto da Pandolfo I il pi
forte principe longobardo dopo Sicardo, ma in realt il regno di Pandolfo fu
caratterizzato da una quasi totale assenza di controllo da parte del principe sui
territori. Le ragioni di ci sono pi interessanti dei motivi del suo successo politico
temporaneo. Si esaminer lo sviluppo di Capua-Benevento come paradigma del
fallimento delle strutture interne della maggior parte degli stati del Sud, dopo che si
sar esaminata brevemente l'eccezione a questa storia di declino, il Catepanato
bizantino, in particolare il tema di Apulia16.
I Bizantini non raggiunsero mai l'egemonia totale in Apulia, nel senso di una
accettazione indiscussa della legittimit del loro governo. Le sollevazioni cittadine
erano comuni, e culminarono in una serie di rivolte negli anni 1009-18 che
procurarono una certa autonomia a citt quali Bari e Trani, come a nuove citt quali
Troia (fondata nel 1019). L'infuenza greca non fu mai dominante nella maggior parte
dell'Apulia.
Il diritto longobardo il pi comunemente usato negli atti (il diritto romano lo fu
molto raramente, quantunque l'Apulia non fosse una regione nella quale i Longobardi
si siano mai insediati in modo massiccio). L'onomastica longobarda anche nelle citt
15

R. Poupardin (B3-e), p. v.
Cfr. Gay (B3-e); V. von Falkenhausen (B3-e); A. Guillou, Italie mridionale byzantine ou Byzantins
en Italie mridionale? (B3-e).
16

costiere fu molto pi comune di quella greca. Sotto quest'aspetto l'Apulia era in


contrasto con la Calabria, che in gran parte ebbe usanze cultura e lingua decisamente
greche, in quanto i Longobardi non l'avevano mai conquistata. Le vite dei santi della
Calabria dei secoli X e XI rivelano chiaramente una cultura che guardava
esclusivamente a Costantipoli. Cos, ad esempio, quando il famoso eremita calabrese,
Nilo di Rossano (circa 910-1005) lasci la Calabria attorno agli anni 970, prevedendo
la ripresa degli attacchi da parte degli Arabi, si rec a Capua e successivamente a
Roma, piuttosto che nel Mediterraneo orientale, sperando di rimanere nell'ombra se si
ritirava in zone di lingua latina17. Anche l'Apulia aveva consuetudini grechee
persino il capo dei ribelli, Meles, attorno al 1010, indossava secondo le descrizioni
normali abiti grecima i Bizantini ben poco influirono sulla societ dell'Apulia. I
Bizantini si servirono dell'aristocrazia longobarda per trarne i propri funzionari e gli
amministratori locali. Soltanto i catepani e gli strategi, che reggevano l'Italia
bizantina, erano sempre solo greci e, come gli esarchi del Nord dell'VIII secolo,
venivano cambiati spesso. Comunque sembra che l'aristocrazia longobarda sia stata
nella maggior parte leale. Certamente le sollevazioni cittadine non andavano a
vantaggio dei principi di Benevento e Salerno. Pi spesso furono risposte ostili
specificamente indirizzate contro singoli amministratori e contro l'instancabile
efficienza del governo bizantino.
L'amministrazione bizantina indic che un modello di governo, che sotto molti aspetti
fondamentali era ancora quello del tardo Impero poteva funzionare nel X xsecolo in
modo efficace come aveva fatto nel VI secolo. I Bizantini esigevano ancora tasse, ed
il loro sistema fiscale era maggiormente centralizzato di quanto non lo fosse stato
quattro secoli prima. I territori urbani e i territori rurali furono amalgamati,
diventando, semplicemente, unit fiscali, kstra (se fortificati) o khora (se erano
insediamenti aperti). L'autonomia rurale ed urbana all'inizio fu soltanto de facto, esito
del conferimento di tutta una serie di cariche locali a importanti famiglie locali.
Tuttavia le citt, particolarmente sulla costa dell'Apulia, furono comunit complesse,
e talora le si pu veder agire collettivamente. Un atto del 992 riguardo alla piccola
citt di Polignano cita tutti gli uomini che abitano nella citt di Polignano, i
superiori, i mediocri e tutto il popolo che acconsente collettivamente ad una
donazione. Come nell'Italia del Nord dello stesso periodo le citt cominciarono a
lottare per l'autonomia che pi si addiceva alla loro complessit interna, e con le
rivolte dell'inizio dell'XI secolo parzialmente l'ottennero. Sembra che anche i villaggi
abbiano agito collettivamente, ed abbiano ottenuto in alcuni casi poteri di
autogoverno. Tuttavia si sbaglierebbe se si volesse vedere in questa autonomia la
prefigurazione precisa del movimento comunale del Nord. Lo stato bizantino
mantenne il controllo globale e, eccetto ove concedeva immunit specifiche,
continuava a riscuotere tasse. Troia resistette eroicamente all'assedio postole
dall'imperatore germanico Entico II nel 1022; nel 1024, come ricompensa, le sue tasse
furono diminuite all'esigua somma di 100 solidi annui, e venne esentata dalle tasse sui
mercati. 100 solili, comunque non sarebbero sembrati poca cosa nel sud longobardo,
se applicati ad un agglomerato che deve aver avuto dimensioni di villaggio pi che di
citt, e a quell'epoca era stato fondato solo da cinque anni18.
17

Vita Nili, c. 72 (Migne, Patrologia Greca, 120 c. 124).

18
F. Carabellese, LApulia ed il suo comune nellalto medioevo (Bari, 1905), pp. 109ss., 167ss.; F.
Trinchera, Syllabus Graecarum membranarum (Napoli, 1865) nn. 18, 20.

Si pu vedere come i Bizantini abbiano amministrato parti molto remote del loro
territorio. Gli abitanti di Tricarico, nell'interno della Lucania, nel 1001 chiesero al
catepano che il loro territorio urbano venisse ridefinito dopo una devastazione araba;
il catepano invi due legazioni di funzionari per decidere sulla questione, con l'aiuto
locale. Lo stato partecip anche agli utili del dissodamento. I nuovi insediamenti,
fondati in modo privato, divennero khora, iscritti nei registri fiscali dello stato, e
quindi tassabili: se ne ha un esempio (anche se con alcune esenzioni fiscali) nel
monastero di S. Maria del Rifugio, anch'esso vicino a Tricarico, nel 99819. Altrove, lo
stato fond i propri insediamenti, in particolare lungo la frontiera settentrionale
dell'Apulia. Certamente alcuni di essi richiesero disboscamenti e insediamento di
nuove popolazioni: nel caso di Troia in gran parte provenienti da zone longobarde.
La struttura interna dello stato bizantino in Italia rimase stabile, anche verso la met
dell'XI secolo, quando guerre incessanti ed il declino dell'interesse di Costantinopoli
consentirono una sempre maggiore influenza da parte dei Normanni. Questa stabilit
fu forse per la maggior parte ottenuta tramite solidit finanziaria e protezione
potenziale di uno stato che ancora esigeva e riscuoteva tasse dai suoi abitanti.
Paragoni con la Roma del tardo Impero di certo farebbero pensare che anche quando
gli aristocratici locali controllavano le cariche, potevano esitare a sottrarsi ad uno
stato che era in grado di offrire loro tanti vantaggi finanziari personali. Tuttavia, come
questi processi avvenissero in Apulia, e quando (o se) sparirono, sono fatti che
richiedono maggior studio sui documenti dei secoli X e XI delle citt costiere.
A Capua e Benevento la vita politica era piuttosto diversa. Nell'VIII secolo il
principato di Benevento era uno stato forte, molto somigliante allo stato longobardo di
Liutprando e di Astolfo20. Da Romoaldo II (706-30) in poi, i documenti reperibili
mostrano che duchi e principi facevano donazioni di terre fiscali o schiavi (in genere
in piccole quantit, eccezion fatta per le valli di montagna donate a Montecassino e al
monastero di San Vincenzo), sopraintendevano ai processi, e facevano trattati con
Napoli molto simili a quelli che i re del Nord stipulavano con Venezia. Sembra che la
corte di Benevento fosse una copia di quella di Pavia, con la stessa gamma di
funzionari, sebbene le loro funzioni siano anche pi oscure: il referendarius (o
duddus), vesterarius, marepabis, cubicularius, e il tesoriere, il thesaurarius o stolesays,
che era particolarmente importante, e talora raggiungeva il rango di principe. I duchi e
i principi erano certamente ricchi. Sembra abbiano avuto sotto il proprio controllo
vaste estensioni di terreni, compresa, come si visto, gran parte della Liburia. I1
sistema monetario di Benevento era indipendente da quello del Nord, e molto pi
complesso. Fino a met del IX secolo coniava due monete auree, il solidus e il
tremissis, e dopo gli anni attorno al 780 anche il denarius d'argento. Dopo l'851 i
Longobardi coniarono solo argento, ma monete d'oro bizantine, arabe e pi tardi
amalfitane circolavano in tutto il Sud (Napoli aveva anche monete in bronzo).
Particolarmente, al crescere della importanza di Bisanzio, i principi erano tentati
d'imitare i pi famosi modelli di Costantinopoli che non quelli di Pavia; cos Arichi II,
sciogliendo l'alleanza che aveva stretto con il Nord, costru a Benevento una chiesa
19
Cfr. A. Guillou e F. Holzmann, Zwei Katerpansurbunden aus Tricarico, QF, XLI
(1961), pp. 1-28.
20
Cfr. Poupardin, Cilento, Delogu, opp. cit.

vescovile intitolata a S. Sofia, seguendo l'esempio di Giustiniano. Ci non ci deve


ingannare: la dignit cerimoniale dei principi longobardi era al suo apice nell'XI
secolo quando la loro effettiva irruenza era pressoch sparita. I1 destino delle cariche
relative all'arnrninistrazione di conrte che dopo il 900 scomparvero quasi tutte indica
ancor meglio quale fosse il controllo esercitato dal principe.
Anche l'amministrazione locale di Benevento era simile a quella del Nord. Duchi e
principi governavano tramite gastaldi che, sotto l'influenza franca, sempre pi presero
ad essere noti come conti. Questi erano i rappresentanti locali dello stato nelle citt
del principato, ed inoltre sembra fossero responsabili del fisco, che era diviso in parti
corrispondenti ai gastaldati (pi spesso noti col termine di actiones). Principi come
Arichi II e Grimoaldo III avevano un chiaro controllo su queste actiones, e non si
possono riconoscere dinastie di gastaldi fino a met del secolo IX. Montecassino e il
monastero di S. Vincenzo si sentirono abbastanza sicuri da acquistare terre sparse in
zone lontane come Lucera, Taranto, e Oria21.
Sembra che i principi fossero eletti, almeno in assenza di evidente successione
ereditaria, e dopo la morte di Grimoaldo III nell'806 il popolo e l'aristocrazia di
Benevento in parecchie occasioni poterono scegliere il loro principe. Grimoaldo IV lo
stolesayz (806-17) e Sicone, gastaldo di Acerenza (817-32) furono eletti; dopo
l'assassinio di Sicardo, figlio di Sicone (832-9), furono eletti i suoi successori rivali
Radelchi I il tesoriere (839-51) e Siconolfo, fratello di Sicardo (839-51). Come si pu
vedere i principi provenivano da ranghi aristocratici di funzionari, ed nel legame fra
questi ranghi ed i principi che si possono riconoscere i prodromi della caduta dello
stato.
Un aspetto di tale legame di certo sta nel fatto che ogni aristocratico influente poteva
sentirsi qualificato a divenire principe. Erchemperto ed il Chronicon Salernitanum
(sebbene in modo meno credibile) elencano molte persone che avevano simile
ambizione. Grimoaldo IV fu ucciso in una congiura di diversi aristocratici che
aspiravano al potere supremo. Due di essi, Sicone di Acerenza e Radelchi di Conza,
governavano gastaldati remoti e selvaggi ove il potere centrale non poteva essere stato
molto forte. Ma importante che i gastaldi di citt lontane siano stati interessati a
raggiungere la posizione di principi. Come nel regno longobardo, la possibilit di
diventare principe manteneva signorie lontane all'interno della stessa struttura
politica. Anche la guerra civile degli anni 839-49 mostra la forza di questa struttura,
dato che alleanze di aristocratici in lotta fra loro si combattevano in tutto il principato
per raggiungere il potere centrale per i loro protetti.
Pi pericolosa per il sopravvivere del potere del principe fu la posizione
dell'aristocrazia nei riguardi del principe in carica. Grimoaldo IV, Sicone e Sicardo
furono tutti attaccati come tiranni. Sicone potrebbe aver evitato la sorte degli altri solo
perch trascorse la maggior parte del suo regno combattendo contro i Napoletani,
offrendo cos ai suoi nobili la possibilit di rivolgere i loro attacchi su qualcun altro.
Certamente si trovava in una posizione debole quando sall al trono nell'817, essendo
immigrato a Benevento, esule aristocratico del Nord senza solidi appoggi. Dovette
sposare i suoi figli in varie famiglie aristocratiche, e conciliare il pi possibile i suoi
21

Cfr., per esempio, C. Vult., 34, 41, 45, 62.

nobili. Ma queste misure e l'assassinio di Sicardo quando questi ignor il potere degli
aristocratici, dimostrano che i principi non avevano pi il consenso delle classi elevate
ad agire come autocrati. Radelchi di Conza, lo sfortunato rivale di Sicone, ritenuto
aver detto all'elezione di Sicone: uno straniero; abbiamo lui come principe, in
quanto lo vogliamo; lo terremo, fintanto che vorremo; lo elimineremo, quando lo
vorremo 22. Se questa riserva nel potere del principe fosse un nuovo sviluppo del
secolo IX non chiaro, dato che le cronache dettagliate in nostro possesso iniziano
solo nel 774, ma avrebbe potuto essere una conseguenza tardiva del declino nella
legittimit dell'autorit centrale dopo la fine della dinastia tradizionale di Benevento
nel 758. E per chiaro che la natura montuosa del principato deve averlo reso sempre
diffcilmente controllabile, e i poteri de facto dei gastaldati di confine, specialmente
Capua, Conza ed Acerenza, sebbene molti di questi gastaldati si rifacessero a
Benevento, devono sempre essere stati notevoli. Per dominarli ogni principe doveva
forse agire con mano pi forte di quanto non piacesse alle classi pi elevate. I1
successivo sviluppo maggiormente visibile a Capua, tramite il resoconto ostile di
Erchemperto: esso documenta il tentativo lento ma sistematico dei membri della
famiglia comitale di Capua di staccarsi totalmente dal principato. Landolfo I (815-43),
suo fondatore, sulI1 successivo sviluppo maggiormente visibile a Capua, tramite il
resoconto ostile di Erchemperto: esso documenta il tentativo lento ma sistematico dei
membri della famiglia comitale di Capua di staccarsi totalmente dal principato.
Landolfo I (815-43), suo fondatore, sul letto di morte fece promettere ai propri figli
che mai avrebbero permesso, se fosse stato in loro potere, una pace fra Benevento e
Salerno, mentre instauravano il loro potere, sicuri nel loro castello di Sicopoli.
(Sicone era stato colpito dall'onore attribuitogli con tale scelta, ma un seguace not
ehe 'Rebellopolis' sarebbe stato un nome pi appropriato)23. Mentre Radelchi,
Siconolfo e i loro alleati combattevano a Sud, gli eredi di Landolfo progressivamente
s'impossessavano di gastaldati delle valli di Volturno e del Garigliano. Alla fine della
guerra nel1'849, Capua, nominalmente sempre schierata con Siconolfo, faceva parte
di Salerno, ma presto le venne concessa di fatto l'indipendenza. Tuttavia la contea di
Capua non era, come invece erano Benevento e Salerno, un organismo pubblico.
Presumibilmente Landolfo si era appropriato delle terre fiscali del territorio e queste
non divennero terre dello stato di Capua, ma della sua famiglia. I figli di Landolfo vi
esercitavano il loro controllo, non senza disaccordi, in collaborazione. Nell'879, alla
morte dell'ultimo di essi, i nipoti di Landolfo divisero il patrimonio in gastaldati ed
iniziarono a combattere. I gastaldi delle zone che non appartenevano ancora alla
famiglia cominciarono anch'essi a privatizzare le loro terre. Rodoaldo, gastaldo di
Aquino, costru il castello di Pontecorvo dopo l'860 contro i Capuani. I1 franco
Magenolfo, che lo sconfisse, reintrodusse obblighi quali tasse e servizio militare per la
popolazione rurale, che precedentemente si occupava soltanto di cipolle e aglio . I1
castello di Rodoaldo certamente non era pubblico ed inoltre sembra che per un certo
periodo non vi siano stati obblighi pubblici nel territorio di Aquino. I1 castello di
Calvi, centro del gastaldato da cui Atenolfo rioccup tutta Capua e finalmente
Benevento, fu parimenti costruito da Atenolfo stesso e da suo fratello Lando con
l'aiuto dei seguaci nobili e non (la pars nobilium e la pars vulgi). Come Pontecorvo, il
castello di Calvi somiglia meno ad un centro di autorit pubblica che non di potere
privato24.
22
23
24

C. Sal., c. 54; cc. 42ss. per la storia passata di Sicone


Erchemperto, c. 22; C. Sal., c. 58.
Chronicon S. Benedicii, c. 14 (S.R.L., pp. 475-6); Erchemperto, cc. 40, 45.

Quando la dinastia di Atenolfo si annesse la maggior parte del vecchio principato di


Benevento, sembra che queste tendenze alla scissione cessassero. Infatti Atenolfo ed i
suoi successori semplicemente continuarono la tradizione della casa di Capua, dando i
gastaldati a membri della famiglia, confidando sulla lealt dei congiunti. A questi doni
seguivano notevoli immunit; il ruolo dello stato andava lentamente diminuendo. I1
dono di Pandolfo I a Landolfo, suo secondo cugino, nel 964, della contea d'Isernia
nella zona che ora va sotto il nome di Molise ne un esempio particolarmente chiaro,
in quanto tutta la contea fu assegnata, con una immunit, al possesso privato di
Landolfo e dei suoi eredi. Landolfo esercitava ancora i suoi poteri pubblici come
conte, ma il possesso della contea era totalmente privatizzato. Allo stesso modo il
resto del Molise a quel tempo divenne completamente al di fuori del potere del
governo centrale. Nel 992 Trivento fu ceduta ad una famiglia comitale in modo molto
simile a quanto era accaduto ad Isernia; e, sebbene i principi avessero ancora poteri a
Larino anche nel 970, qui le attivit di Pandolfo furono le ultime di cui si abbia
notizia documentante l'intervento di un principe di Benevento25. Relativamente al
Molise i documenti dell'XI secolo rivelano un mondo in cui la gestione della cosa
pubblica era del tutto privata; conti che facevano libere concessioni a monasteri di ci
che sembra fosse terreno pubblico. Altrove i principi avrebbero potuto essere esclusi
anche prima; dopo 1'850 esistono pochi documenti redatti da principi che non siano
stati stesi nelle vicinanze di Capua e di Benevento. Quando i monasteri di S. Vincenzo
al Volturno e Montecassino, verso la met del secolo X, si mobilitarono per ristabilire
le loro propriet, i principi confermarono i diritti dei monasteri, permisero loro di
costruire castelli e di esercitarvi in pieno la propria autorit, ed anche intervennero per
bloccare l'opposizione dei conti contrari al potere locale che i monasteri andavano
assumendo.
Questo sviluppo in margine all'autorit pubblica e indirizzato verso il potere privato
familiare unito all'uso delle fortificazioni, pi simile ai contemporanei sviluppi del
Nord della Francia e dei Paesi Bassi che non a quelli dell'Italia del nord, oggetto del
prossimo capitolo. In Francia le concessioni reali sono associate al diritto di possesso
feudale, al feudo condizionale; nell'Italia del sud erano doni diretti, in quanto, essendo
debole l'influenza franca, il feudo era istituzione pressoch sconosciuta prima
dell'avvento dei Normanni (la forma pi simile nell'Italia del sud fu il giuramento
temporaneo di fedelt, come quello che Atenolfo fece ad Atanasio di Napoli nell'887
per un periodo fisso di quindici mesi: Erchemperto lo defin un faedus gallicus26). Tali
concessiani presentano, tuttavia, gli stessi caratteri di disintegrazione e
privatizzazione. Motivo principale della vittoria del potere privato in tutte queste aree
deve essere stata l'assenza di citt, punti focali fissi dei diritti pubblici. La complessit
sociale delle citt impediva ai poteri indipendenti basati su di esse di divenire privati.
Nell'Italia del nord, ove lo stato incontr una altrettanto grave rovina, l'autorit urbana
pubblica continu a dominare sulla sempre crescente privatizzazione dell'aristocrazia
rurale. Nelle montagne del sud semplicemente non esistevano citt che potessero agire
da polo pubblico. L'unit del potere politico divenne la valle montana, con un piccolo
centro come Isernia o Trivento, dominata da una sola famiglia. Solo nelle citt
costiere il potere pubblico continu ad esistere e ad essere forte, ma, almeno
all'esterno della provincia bizantina, ci non ebbe conseguenze sull'entroterra.
25
26

F. Ughelli, Italia Sacra, 2 edizione (Venezia, 1720-2), VI, CC. 393-4, x Appendice c. 471.
Erchemperto, c. 65.

Tuttavia, per uno degli aspetti principali, l'Italia del sud era del tutto diversa dalla
Francia del nord: nel modo in cui questi nuovi poteri locali esercitavano il loro
controllo sui loro sudditi. Diversamente dalla Francia (e anche da altre zone del Nord
Italia) gli aristocratici non eseritavano dal castello il loro potere sui contadini sempre
pi terrorizzati; anche i contadini vivevano all'interno del castello, liberamente, con
contratti validi. Castello, bisogna notare, non significa qui rocca; ha un senso ampio, e
'villaggio fortificato' sarebbe in genere pi appropriato ovunque a sud di Siena. Lo
smembramento dello stato, in gran parte del sud e del centro Italia, fu segnato dalla
rapida concentrazione degli insediamenti in questi castelli, processo noto in Italia col
termine incastellamento, assieme all'instaurarsi di diritti privati basati sulla
costruzione delle relative fortificazioni, comune contesto europeo della costruzione
del castello. Le frange settentrionali di Capua-Benevento dimostrano in modo chiaro
questo fenomeno, ma meglio esso stato studiato in Lazio da Pierre Toubert e, in
genere, si user questa regione come base della discussione generale
dell'incastellamento nel Sud.
Lo sviluppo socio-politico di Roma e del suo territorio fu superficialmente unico, ma
presentava parecchie caratteristiche comuni col resto del Sud27. In base allo status
internazionale dei vescovi di Roma (i papi), presto la Chiesa ottenne un dominio
totale sulle citt, e sui suoi dintorni, e l'organizzazione della burocrazia ecclesiastica
fu ben pi sviluppata ed ebbe potere politico maggiore che altrove, almeno dal VII
secolo. Fino alla fine del secolo IX, e di nuovo dopo gli anni attorno al 1050, il
controllo di questa burocrazia fu il prerequisito inevitabile di tutto il potere locale, ed
anche nel periodo che segu fu una forza colla quale anche il pi risoluto gerarca laico
dovette confrontarsi. Quando Roma si trov ai confini di un impero che affermava il
proprio ruolo di centro spirituale, quello dei Bizantini fino al 730 circa, dei Franchi fra
il 774 e circa 1'880, o dei Germani, con minore continuit a partire dal 962, la
burocrazia conserv una certa solidit in quanto gerarchia che manteneva cariche in
antitesi a quella della nobilt laica. Quando Roma fu lasciata a se stessa, come a met
dell'VIII secolo, o nell'882 dopo la morte di Giovanni VIII, i papi e le altre autorit
ecclesiastiche caddero molto pi sotto il controllo dei loro congiunti, le famiglie
nobili pi in vista della citt e della Campagna Romana. Tuttavia i legami fra Chiesa e
aristocrazia furono sempre estremamente stretti: dopo tutto l'aristocrazia basava gran
parte o la maggior parte del suo potere terriero sull'affitto della propriet ecclesiastica,
come si gi visto.
Roma si era ridotta rispetto al periodo in cui era il centro simbolico dell'Impero, ed
era mantenuta dalle tasse in grano africano, ma nei secoli IX e X essa era ancora
grande, rispetto alle medie dell'epoca. I1 prestigio della citt faceva s che fosse il
punto focale per gli aristocratici di tutto il territorio (di estensione pari a tre o quattro
volte quella di un territorio urbano del Nord, e di dimensione pari ad un principato del
Sud del X secolo), anche quando questo territorio comprendeva circa venti 'citt' del
tipo meridionale, insediamenti di media dimensione con una cattedrale ed anche
alcuni uffici pubblici essenziali. Roma traeva la propria sussistenza da queste citt.
27
Cfr. Toubert (B3-f), in particolare pp. 303-549, 960-1038; la miglior esposizione introduttiva si trova
in P. Partner (A6-b). Per S. Vincenzo, cfr. M. del Treppo, La vita economica e sociale in una grande
abbazia... (Bs-c).

Salvo rare eccezioni, esse non erano mai centri di attivit delle famiglie aristocratiche
pi importanti, che preferivano tutte risiedere a Roma, eccetto quando erano sconfitte
in una delle molte dispute di fazione, e le citt rimasero estranee alla ripresa
economica dell'Italia centrale anche nel XII secolo. A Roma la privatizzazione e la
localizzazione dell'autorit pubblica avvenne nel X secolo, anche pi di quanto
avvenne in ben pi piccoli territori del Nord, a vantaggio di famiglie che per la
maggior parte vivevano nella citt. I grandi poteri rurali erano solo ecclesiastici: i
monasteri di Farfa e Subiaco e i vescovati delle pi importanti citt del Lazio, Sutri,
Tivoli, Velletri, Veroli. Infatti questi organismi erano spesso grandi proprietari
terrieri. Farfa, un po' meno devastata dagli Arabi rispetto ai monasteri della
Campania, aveva assorbito la maggior parte della piccola propriet terriera limitrofa
verso la fine del IX secolo, forse proprio in quanto era l'unico potere presente in
Sabina: tutti i proprietari terrieri potenzialmente rivali vivevano entro la citt. Venne
quindi a controllare la stessa enorme estensione di terra di cui Montecassino e il
monastero di S. Vincenzo avevano sempre goduto, e parecchie altre chiese laziali
proprietarie di terre ottennero una simile posizione.
Nel X secolo tutte queste istituzioni cominciarono a costruire villaggi fortificati, sia
direttamente che tramite contratti d'affitto ai nobili. Cos nel 966 l'abate di Subiaco
affitt una tenuta ai nobili Milone e Anastasia << nella quale c' un luogo ove
costruire un nuovo castello a loro spese, e circondato da mura di tufa (pietra
vulcanica), ove si devono ammassare gli uomini >>. Nel 972, il monastero di S.
Vincenzo affitt una vasta area del suo territorio centrale ad un gruppo formato da
sedici-venti famiglie; << devono costruire un castello all'interno dei confini in un
posto a loro scelta, e costruire case, giardini e cortili, e vivere l >> 28. Senza dubbio la
preminenza di proprietari ecclesiastici dovuta solo alla natura degli archivi; gli
aristocratici romani e della Campania devono aver fatto la stessa cosa all'interno dei
loro territori. Cos devono aver fatto anche gli abitanti di quelle zone (che devono
esser state la maggior parte) ove le singole famiglie non possedevano estensioni
cospicue, in quanto talora sembra che gruppi di contadini fossero gli unici proprietari
entro i castelli. Con la met dell'XI secolo, quasi tutta l'Italia a sud della Toscana
sembra sia stata dominata da questi castelli (sebbene la data e il completamento
dell'incastellamento di certo variasse da luogo a luogo, e in certe zone esso non si sia
mai verificato).
La spinta all'incastellamento fu tradizionalmente pensata come effetto del pericolo
d'invasioni arabe, ma tale processo non cominci prima della sconfitta degli Arabi al
Garigliano nel 915. I1 contesto socio-politico fu certamente la crescita di immunit e
la devoluzione dei poteri pubblici che segnavano il declino dello stato. Pandolfo I
legittim la costruzione dei castelli di S. Vincenzo, forse un po' dopo, nel 967; nel 962
Ottone I aveva gi concesso al monastero completa giurisdizione sui suoi affittuari29.
A Roma gran parte della spinta a tale localizzazione e alla politica da poco instaurata
della costruzione di castelli fu ad opera di Alberico figlio di Marozia, che govern
Roma come capo laico dello stato negli anni 932-54 in qualit di 'senatore di tutti i
Romani' e patrizio, e, dal 936, come principe, sul modello dell'Italia del sud. Alberico
28

Regesto Sublacense , a cura di L. Allodi, G. Levi (Roma, 1885), n. 200;


pp. 322-3 per simili testi nel Lazio.

29

C. Vult., 124, 115.

C. Vult ., 109; cfr. Touberr,

tuttavia non intendeva esercitare un controllo sulla disintegrazione del territorio di


Roma, come aveva fatto Pandolfo a Capua. Infatti in Campania pochi erano i poteri
pubblici locali da esercitare, ed i conti al confine del territorio romano erano in
paragone deboli. Comunque ad Alberico non interessava particolarmente la natura
pubblica del potere locale; Roma e la sua nobilt avrebbero controllato la campagna,
in forma pubblica o privata. Alberico si accert che conti e monasteri fossero soggetti
ai suoi seguaci (che comprendevano parecchi abati riformatori, anche Odone di
Cluny, oltre a famiglie nobili importanti) riconoscendo implicitamente che essi
stavano per assumere il controllo delle loro propriet nel miglior modo possibile:
costruendo castelli. Non avevano esplicitamente il diritto di esercitare privatamente la
giustizia. I signori si procuravano tali poteri in modo pi graduale, e giunsero a fruirne
solo all'inizio dell'XI secolo.
Ci fornisce un contesto alla crescita di castelli nell'entroterra di Roma; non spiega
tuttavia l'incastellamento, lo spostamento da zone limitrofe d'intere popolazioni entro
le nuove fortificazioni. Una risposta sta nel fatto che i testi relativi all'incastellamento
disponibili molto spesso sono associati al dissodamento. I terreni incolti del territorio
che Farfa dominava vennero dissodati dall'VIII secolo in poi, ed i castelli erano
associati ad una riorganizzazione definitiva della propriet terriera ed anche,
apparentemente, delle forme dei campi, maggiormente collegata al completamento di
tale dissodamento. I1 monastero di S. Vincenzo e Montecassino, pi all'interno verso
le montagne, avevano ancora intere zone non dissodate, e parte dei documenti relativi
all'incastellamento del monastero di S. Vincenzo non prevedono affitti per i primi tre
o quattro anni, per dare una possibilit agli affittuari di aumentare i propri raccolti30.
Questa teoria si adatta a gran parte degli Appennini del sud, e tien conto del fatto che
l'incastellamento fu molto meno massiccio nelle pianure, che erano gi state
dissodate, e ove la propriet terriera era molto pi frammentata. Non soddisfa del tutto
come spiegazione, dato che non si pu pensare che ogni fondatore di castello sia stato
impegnato in opere di dissodamento o nella riorganizzazione fondiaria quasi
imprenditoriale visibile a Farfa e Subiaco, e non spiega perch le nuove fondazioni
dovessero essere necessariamente collegate ad insediamenti compatti, ma quanto di
meglio si pu fare attualmente. Risolvere definitivamente questo problema al
momento impossibile; si dovranno studiare in dettaglio pi zone prima di poterlo
sviscerare.
Lo stabilirsi di gruppi di famiglie in proprio, circondate da mura, non sempre
rappresentava un chiaro aumento del controllo che i signori esercitavano su di loro. I
canoni erano fissi per contratto, e spesso bassi, specie negli alti Appennini ove i
monasteri avevano interesse ad attirare colonizzatori, che talora venivano da zone
molto distanti ed erano anche uomini con un certo status. I1 canone annuo di un
modius di grano, uno di orzo, e due di vino per casa, pi un maiale per ogni undici o
venti famiglie, ad esempio,- era pressoch normale. per gli affittuari del monastero di
S. Vincenzo31. Questi contratti d'affitto, e ogni altra norma dei castelli, presto
divennero usanza. Sembra stato difficile cambiare tutto ci, e non facile trovare
signori che abbiano tentato di farlo. Al contrario, gli abitanti di questi castelli
raramente tentarono di aumentare i loro diritti e di ottenere autonomia; i loro signori
30

Per es. C. Vult., 92, 167.

31

Per es. C. Vult., 109, 110, 164.

erano troppo influenti. Ne risult la situazione opposta: i piccoli nobili, talora forse
essi stessi i pi fortunati abitanti del castello, cominciarono ad essere i signori dei
singoli castelli, spesso proprio vivendovi all'interno, titolari nominali di affitti da parte
dei loro signori ecclesiastici. In questi casi gli abitanti comuni dei castelli certamente
persero parte della propria indipendenza sociale anche quando i tributi economici non
diventarono pi pesanti. I soli abitanti di villaggio nel sud che ottenevano libert
collettive frequentemente erano sudditi del Catepanato Bizantino, il pi potente e
meno privatizzato di tutti gli stati del sud. Si possono ancora aggiungere alcuni dei
castelli di Montecassino, la cui militarizzazione eccezionale fu forse la base per
rivendicazioni di autonomia pi frequenti, e con miglior esito che altrove. Ma in tutto
il sud, il villaggio fortificato port con s stabilit di occupazione e del diritto di
possesso, e status libero; vantaggi non piccoli, in un momento in cui la propriet
terriera era tanto solida in montagna e in collina ove tali villaggi predominavano. Solo
al nord, ove la propriet fondiaria era pi frammentata, i contadini talora potevano
ottenere di pi, raggiungendo l'apice in alcuni posti, alla fine dell'XI secolo, all'inizio
del comune rurale.

Capitolo settimo
LA DISGREGAZIONE DELLO STATO

Mutamenti politici ed istituzionali nell'Italia del Nord 875-1024


Lodovico II (844-75) fu un sovrano potente che poteva agire a piacimento all'interno del proprio
regno e distruggere ogni oppositore. Gli imperatori germanici che governarono in Italia dopo il 962,
come Ottone I o Enrico II, erano altrettanto potenti; i loro oppositori, pur pi forti di quelli di
Lodovico, non durarono di pi. Ottone o Enrico certamente ebbero poco potere per controllare
quanto succedeva in Italia a livello locale, se non per mezzo di procedimenti giudiziari su vasta
scala, ma chi attribuisse a Lodovico un potere ben pi diretto sarebbe uno studioso assai ottimista.
Tutti i re medievali dovevano agire entro schemi stabiliti dagli atteggiamenti di chi li serviva,
persone alle quali il potere reale veniva delegato. Fra 1'875 e il 962, tuttavia, questi schemi
cambiarono radicalmente. Lodovico aveva governato per mezzo d'un complesso insieme di
istituzionila burocrazia dello stato, missi, conti e vescovi nelle cittche strutturavano la loro
attivit politica attorno al re, e tendevano ad equilibrarsi reciprocamente a vantaggio del re. Con la
fine del X secolo, esser conte non era molto diverso da essere un qualsiasi proprietario terriero; la
burocrazia dello stato si stava dissolvendo; gli interessi dell'aristocrazia ecclesiastica e laica erano
diretti verso le proprie basi di potere, e certo non a favore dello stato. Gli Ottoniani potevano
destituire vescovi e anche papi, innalzare nuove nobili famiglie in modo tradizionale, ma il
fondamento del loro potere era germanico e non italico. Come re d'Italia erano pressoch privi ti
potere tiretto d'ogni tipo. Nel 1024, gli abitanti ti Pavia insorsero e diedero alle fiamme il palazzo
reale ivi situato; topo di ci l'Italia, come stato, quasi non esisteva. Va tuttavia sottolineato che
questi cambiamenti non rappresentavano il trionfo dello sfacelo sull'organizzazione, dell'anarchia
sull'ordine. Furono cambiamenti nella sete del potere, piuttosto che nel potere stesso1. Le forze
locali acquistarono indipendenza; piccoli nobili, villaggi e citt guadagnarono autonomie di tipo
diverso; il governo centrale fu sostituito da una serie di piccoli poteri. Come e perch ci successe
uno dei problemi pi interessanti e complessi della storia dell'Italia medievale. Ci verr trattato da
due punti di vista: il primo, le ampie linee dello sviluppo politico e del cambiamento istituzionale; il
secondo, le mutue relazioni fra questi e le strutture in mutamento nei contesti locali. Scindere i due
in un certo senso improprio, ma l'unico modo di trattare questi cambiamenti in un modo
relativamente coerente.
Nell'875 Lodovico II mor. Gli successero vari Carolingi per lo pi assenti dal regno italico. Quando
l'ultimo di questi, Carlo il Grosso, fu rovesciato nell'887, i marchesi di Spoleto e Friuli
combatterono una serie di disordinate guerre civili che si protrassero quasi per due decadi, rese pi
difficili da pretendenti esterni della Provenza e della Germania, fino al 905. I1 periodo 875-905 ha
una certa omogeneit. E pi utile considerarlo come teatro di un'antitesi continua fra due fazioni
dell'aristocrazia italiana laica ed ecclesiastica; una parte favorevole ai re con collegamenti coi
Franchi o coi Burgundi, l'altra favorevole ai Germani. Lodovico II non lasci eredi. Gli unici
pretendenti erano i suoi zii, Carlo il Calvo e Lodovico il Germanico, che rispettivamente furono a
capo dei territori oggi chiamati Francia e Germania. Fra quelli a favore di Carlo v'erano anche
Ansperto, arcivescovo ti Milano, e i vescovi e conti dell'Italia di nord-ovest. I seguaci di Lodovico
comprendevano Berengario del Friuli, la sua stirpe, i Supponidi, Wibod, vescovo di Parma (il pi
importante sede episcopale di Lodovico Il nei suoi ultimi anni), e i vescovi dell'Italia di nord-est. In
questo caso il confronto era per lo pi geografico. I membri pi interessati in ambo le parti avevano
1
Come osserva G. Rossetti, Formazione e caratteri delle signorie di castello... (B3-d), p. 308. Per esposizioni di
carattere generale relative al periodo 875-962: Hlawitschka (B3-c), pp. 67-94, Hartmann (Bl), III, 2, Mor (Bl), G. Fasoli
(B3-d). La migliore analisi fino al 905: P. Delogu, Vescovi, conti e sovrani nella crisi del regno italico (B3-d).

forti legami personali oltralpe con la Francia-Burgundia e la Germania, rispettivamente. Tutti i re e i


pretendenti del periodo fino al 905 possono essere collegati con l'una o l'altra fazione. Carlo il
Calvo (875-7), Bosone di Provenza (pretendente nell'879), Guido di Spoleto (889-94), Lamberto
(891-8) e Lodovico III di Provenza (900-5) avevano l'aiuto della fazione pro-franca; Carlomanno
(877-9), Carlo il Grosso (879-87), Berengario I del Friuli (888-924), e Arnolfo (894-7), di quella
pro-germanica. Con una tale pletora di sovrani in rapida successione, che morirono quasi tutti senza
discendenza maschile, le possibilit di cambiare partito e di sfruttare le rivalit reali erano notevoli,
e molti vi si dedicarono. Tuttavia il nucleo dell'appoggio di ogni fazione rimase considerevole, e
geograficamente quasi costante, col Piemonte e la Lombardia a favore dei Franchi, Veneto e Friuli a
favore dei Germanici, e l'Emilia che esitava incerta. Toscana e Spoleto per lo pi rimasero estranee.
Carlo il Calvo e Carlomanno fecero solo brevi visite in Italia. Carlo il Grosso rimase in Italia per
quasi tutto il periodo 879-886, ma difficile dimostrare che effettivamente egli abbia fatto qualcosa.
I1 papa Giovanni VIII (873-82) lo attir a Roma con l'offerta del titolo imperiale nell881, ma non
riusc a persuaderlo ad imitare Lodovico II e a combattere contro gli Arabi. I1 titolo di imperatore,
dato per la prima volta a Carlomagno nell'800 e portato dai sovrani in Italia quasi costantemente
dall'817, fu un utile elemento di prestigio nelle lotte per avere l'appoggio al potere in questi anni:
Guido nell'891 e Arnolfo nell'894 ricavarono da ci particolari benefici. Carlo il Grosso ne aveva
bisogno principalmente come elemento aggiuntivo al suo potere europeo; dopo 1'884 tutti i
Carolingi adulti di diretta discendenza maschile erano morti e Carlo fu l'erede di tutti i regni di
Carlomagno. Egli fece abbastanza poco ovunque in Europa, ma la sua inattivit in Italia un fatto
curioso trattandosi del paese ove trascorse effettivamente quasi tutto il suo periodo di regno. Al
contrario, la politica italiana degli anni attorno all'885 fu dominata da lotte fra Berengario del Friuli,
il massimo fautore laico di Carlo, e Liutvardo vescovo di Vercelli, suo arcicappellano e
arciministro, che cadde nell'886. Non deve davvero sorprendere che quando Carlo venne rovesciato
i potenti italiani eleggessero re Berengario, particolarmente in quanto Berengario era egli stesso un
carolingio per linea femminile.
Il periodo dopo 1'887 una continuazione di quello degli anni 875-87, quantunque vi fossero pi
candidati fra cui scegliere dopo che i Carolingi avevano cessato di essere l'unica famiglia reale
avente diritto alla successione, e quindi vi furono pi guerre. Berengario era appoggiato
principalmente dalla fazione germanica; la fazione franca, guidata da Anselmo arcivescovo di
Milano, sarebbe stata invece pronta a scegliere Guido (III) di Spoleto. Guido aveva notevoli
ambizioni; i Guideschi marchesi di Spoleto, sebbene pronti a difendere la loro autonomia (Guido si
era ribellato contro Carlo il Grosso nell'883), appartenevano ad una delle massime famiglie della
nobilt imperiale, e sembra che Guido nell'887 abbia avuto per breve tempo idea di ottenere il regno
di Francia e Lorena. Ritornando in Italia con i suoi seguaci francoburgundi, in antitesi a Berengario
nell'889 fu eletto re, lo sconfisse e lo releg in quella che doveva rimanere la solida base di
Berengario in tutte le difficolt che sarebbero seguite, il nord-est. Nell'891 Guido assunse il titolo
d'imperatore, primo fra i non-Carolingi, ed eman capitolari, per la prima volta ovunque in Europa
per un decennio. Guido intendeva chiaramente governare nella maniera carolingia, come fece suo
figlio Lamberto, che legifer nell'898. Questa intenzione gli guadagn il sostegno persino di vecchi
valorosi pro-germani come Wibad di Parma. Tuttavia, a prescindere dall'attivit legislativa, sembra
che Guido non abbia fatto molto; ne fu impedito dalla prima invasione germanica di Arnolfo
nell'894, e dalla morte improvvisa nello stesso anno. Nominalmente Arnolfo scese in Italia in
seguito alla richiesta di Berengario e del papa Formoso (891-6), ma intendeva governare l'Italia
direttamente, come imperatore. I1 prestigio imperiale attir verso di lui i fautori di ambo le fazioni
durante le sue due invasioni, 894 e 895-6, ma nell'896 ebbe un collasso e si ritir, lasciando i suoi
seguaci alla mercede di Berengario e Lamberto.

Lamberto mor nell'898, lasciando Berengario unico re. Nell'899 tuttavia, comparvero in Italia
dell'est i cavalieri ungari nella prima di una serie di invasioni che sarebbero durate fino a circa il
9502. L'esercito di Berengario fu da loro annientato. Berengario, infatti, in quarant'anni di campagne
militari, in base a quanto risulta dai cronisti, non vinse una sola battaglia. Le scorrerie degli Ungari
nella pianura Padana cominciarono ad essere rivaleggiate, circa alla stessa epoca, dagli attacchi
arabi in Piemonte dai loro baluardi di Provenza. Nel 900 i potenti del nord-ovest, guidati ora dagli
Anscaridi, marchesi d'Ivrea, famiglia burgunda insediata da Guido, si ribellarono ed elessero re
Lodovico di Provenza. Lodovico and a Roma e fu incoronato imperatore, ma gli alleati vennero
meno e se ne and nel 902. Quando nel 905 ritorn, Berengario lo cattur e lo fece accecare, quindi
fino al 922 Berengario govern senza opposizioni. Nel 915 si fece incoronare anche imperatore, ma
segu con riluttanza gli aspetti pi grandiosi dell'ideologia carolingia. I suoi interessi erano
saldamente limitati dai confini dell'Italia, e dalle scelte del potere diretto entro tali confini. Con
Lamberto la tradizione di stendere capitolari spar.
Tutti questi re ed i loro successori o non erano italiani o erano governanti di marche italiane. Ci
aveva portato alcuni storici a concludere che lo stato italiano era gi tanto debole che solo uomini
dotati di una base di potere esterno avevano la forza di governarlo. E' di certo vero che i marchesi
fossero i pi forti aristocratici italiani; ma la preferenza accordata a re forestieri fu inizialmente solo
il prodotto del legittimismo carolingio (dopo 1'875, tutti i Carolingi erano stranieri), e dopo 1'898 fu
il risultato del desiderio delle popolazioni italiche avere stranieri neutrali che non potessero creare
rivalit interne, cos come Berengario di Friuli aveva fatto con Guido di Spoleto. Solo dopo il 940
gli indigeni furono troppo deboli per governare l'Italia, e da allora si verificarono notevoli
cambiamenti. Non sembra che le classi superiori italiane abbiano preferito gli stranieri in quanto
tali; semplicemente riconoscevano i vantaggi che potevano trarne. Sebbene tutti questi re stranieri
fossero franchi per discendenza, risultarono decisamente stranieri. Dopo 1'887 i Franchi in Italia
cominciarono a considerarsi italiani pi che Franchi. Pertanto i fautori di Berengario affermarono
(in modo specioso) che egli era un uomo del luogo, diversamente da Guido con il suo esercito
burgundo. In modo simile, uno di questi Burgundi, Berengario II, attorno al 940 avrebbe avuto
fautori che lo additavano come rappresentativo degli interessi italiani contro i protetti provenzali di
Ugo di Arles. I1 concetto della coerenza del regno italiano rimaneva forte. Fu abbastanza forte
perch Guido di Spoleto reputasse valido lottare per esso dopo che le sue pi ampie ambizioni erano
fallite, malgrado l'atavica diversit fra la politica di Spoleto e quella del Nord Italia, prima e dopo la
breve impresa di Guido. Da notare, l'unico aristocratico italiano che rimase lontano dalle lotte di
potere nel nord fu l'unico marchese che non tent di assumere il trono, Adalberto II di Toscana
(886-915), che continuamente cambi fazione fra 1'887 e 905, e talora (come negli anni 887-9) non
riconobbe nessuno come re. Altri notabili, laici e specialmente ecclesiastici, sembra volessero un
unico re d'Italia ed uno stato stabile e solido. Non avevano tutti la stessa idea su chi dovesse
governare e la cambiavano spesso.
Di certo le guerre civili dimostrano che valeva ancora la pena combattere per avere il regno, ma
come era successo dopo l'840 per Benevento, le lacerazioni della guerra civile resero tali regni
ancora pi fragili, Nel primo periodo dello stato carolingio uno dei primi elementi ad indebolirsi fu
la burocrazia. I1 gruppo personale di amministratori professionisti che guidava lo stato a met del
IX secolo cess di esistere. Al contrario i pi importanti rappresentanti del re erano potenti che
godevano della sua fiducia, Bosone di Provenza sotto Carlo il Calvo, Liutvardo di Vercelli sotto
Carlo il Grosso, Ardingo vescovo di Brescia sotto Berengario. Questi furono, non deve sorprendere,
rappresentanti principali dei due avversi gruppi politici. Gli amministratori dell'apparato di Pavia
all'inizio furono meno coinvolti, ma nel 927 avrebbero assunto un ruolo politico rilevante quando
2

Cfr. G. Fasoli, Le incursioni ungare in Europa nel sec. x (Firenze, 1945).

alcuni di loro tentarono senza successo un colpo di mano contro il nuovo re, Ugo3. Sempre pi i
circoli governativi italiani si trovavano divisi. I re non potevano fare affidamento su di una base
sicura d'appoggio incondizionato, pur controllando la maggior parte dell'Italia. Dovettero fare
concessioni. Guido e Lamberto, malgrado il prograrnma espresso nei loro capitolari contro
saccheggi da parte dei potenti, come aveva fatto Lodovico II, non erano in posizione tanto forte da
rendere operanti le proprie leggi. Anche i loro seguaci pi fedeli erano tentati di tradirli a favore di
Berengario di Friuli, quando i re prendevano provvedimenti troppo severi contro le loro illegalit.
Quasi tutto ci che si sa delle attivit concrete dei re dellepoca dato dalle concessioni di terra e di
diritti legali fatte ai loro sostenitori laici ed ecclesiastici. Esse raggiunsero il culmine negli anni 90222, anni di incondizionato dominio di Berengario I.
Berengario visse il passaggio fra potere ed impotenza. Prima del 902 un re fortunato avrebbe potuto
ristabilire lo stato centralizzato di Lodovico II. Dal 902 in poi, in qualche centinaio di diplomi che
sono stati conservati, Berengario alien terra fiscale, fortificazioni, diritti sulle mura di citt, potere
giuridico, dazi, ed altre immunit, come ricompense dirette, su scala pi vasta di ogni altro re
italiano della storia. Si affermato in modo del tutto credibile che le istituzioni pubbliche dello stato
sotto Berengario fossero cos deboli che nessun re futuro sarebbe stato in grado di ristabilirle.
Perch Berengario lo abbia consentito costituisce la base per capire gli sviluppi di quegli anni4.
I1 contesto immediato era la minaccia degli Ungari. Negli atti con i quali Berengario consentiva la
costruzione di castelli spesso erano presenti frasi sul pericolo ungaro. I1 castello di Sperongia fu
dato al monastero di Tolla nel 903 dato che era stato fondato per l'uso del monastero contro la
persecuzione dei pagani e di altri saccheggiatori . Nel 912 S. Maria Teodota a Pavia ottenne il
permesso di costruire castelli ovunque nelle sue propriet per far fronte alla persecuzione e
all'invasione da parte dei pagani 5. Gli Ungari se n'erano andati nel. 900, ma erano ritornati nel 904
e poi nel 921-4. Berengario sapeva di non poter radunare un esercito contro di loro e ancor meno
difendere l'intera popolazione dalle loro scorrerie frequenti ed imprevedibili. In realt, la sua fama
militare era cos modesta che ogni invasione ungara provocava una rivolta contro di lui. Si visto
nel capitolo quinto che sotto i Carolingi il servizio pubblico nell'esercito tendeva sempre pi a
definirsi per mezzo di clientele di aristocratici preposti a cariche, lentamente privatizzandosi.
Queste clientele avevano guadagnato terreno durante le guerre civili, e sotto Berengario la
concessione di diritti di fortificazione a persone private da un lato riconosceva uno sviluppo
irreversibile, dall'altro lo cristallizzava. La difesa privata si sostitu agli obblighi pubblici dell'epoca
carolingia. Berengario concesse al diacono Audeberto il diritto di costruire il castello di Nogara in
territorio fiscale sulla pianura di Verona nel 906, con un'ampia concessione di dazi doganali, diritti
sui mercati ed una completa immunit giudiziaria. Verso il 920` l'abbazia di Nonantola aveva
acquistato met del castello, e la si vede parte in un accordo con venticinque dei suoi abitanti che
specifica i loro obblighi di difenderlo e di corrisponderle un basso affitto in denaro (1 denarius
annuo per famiglia) in cambio di case, terreni, pascoli, ed il diritto di raccogliere legna in una vicina
foresta dato che non osiamo far legna per i nostri focolari in qualsiasi altro luogo, per paura dei
pagani . La difesa era ora oggetto di contratto privato fra proprietari ed affittuari. Quando a met
dell'XI secolo Nogara divenne il centro di un potere laico, gli obblighi di difesa si sarebbero ancor
pi limitati all'aristocrazia militare6.
3

Liutprando, Antap., 3. 39-41. Cfr., per il declino della burocrazia, Keller, Konigsterrschaft (B3-c), pp. 155-204.

4
Per le erasformazioni del tardo secolo X e per quella qui esposta: Rossetti, Formazione, cit., pp. 243-309; e Tabacco,
La storia politica e sociale (B1), pp. 113-37, capolavoro di sintesi; cfr. anche idem, La dissoluzione medievale dello
stato (B3-d), pp. 397-413
5
I dipiomi di Berengario I (di seguito: D.B.I ), a cura di L. Schiaparelli (Roma, 1903), nn. 38, 84.
6
D.B.I 65, 88, 117 (= Manaresi, 125, 128); G. Tiraboschi, Codice Diplomatico Nonantolano (Modena, 1785), nn. 78,
85; cfr. Rossetti, Formazione, cit., pp. 270-86.

Castelli come Nogara hanno una rassomiglianza ovvia con quelli che si sono visti negli Appennini
centrali e meridionali, con abitanti affittuari liberi che dovevano canoni fissi ed obblighi di difesa.
Pi diffuse al Nord, erano invece fortificazioni pi piccole con pochi abitanti stabili, che servivano
solo come luoghi di rifugio, e sempre pi da centri amministrativi e giudiziari delle tenute private.
La maggior parte dei villaggi non apparteneva ad un singolo proprietario e cos un signore non
poteva fondare molto facilmente un castello per occupazione permanente da parte di tutta la
popolazione di un villaggio, come invece nel sud potevano fare molti signori7. L'incastellamento,
processo di costruzione del castello, ebbe quindi effetto diverso sui caratteri insediativi nelle diverse
zone del nord. Tuttavia, per la maggior parte, specialmente in pianura, i nuovi castelli erano soltanto
un'aggiunta allo schema del villaggio concentrato o disperso di ogni zona. Raramente si sostituirono
ai centri delle precedenti popolazioni; talora erano costituiti soltanto da nuove mura poste attorno a
tali centri. I castelli continuarono ad essere costruiti nei secoli XI e XII, raramente con
l'approvazione del re, divenendo un aspetto comune nella struttura sociale di ogni regione. Molto
vari erano i legami di potere locale che essi istituirono e ridessero, come si vedr nella parte
successiva.
Il punto chiave delle concessioni di Berengario era che non si poteva fare pi affidamento sulle
responsabilit pubbliche collettive degli abitanti del regno. Ci spiega ampiamente l'indifferenza di
questi verso le tradizioni ideologiche carolingie; non avevano pi grande significato. Di fronte ad
una minaccia militare reale ed imprevedibile, e all'impopolarit di Berengario tra l'aristocrazia, tutta
l'egemonia di cui tradizionalmente godevano i re d'Italia and in frantumi. Le pi note concessioni
di Berengario sono gli atti di incastellamento, con la loro dimostrazione di debolezza militare e le
vaste immunit giudiziarie che nella campagna spezzarono la coerenza della giurisdizione comitale;
inoltre egli alien ampie parti del fisco, la cui entit era forse pari ad un terzo di tutti i benefici
fiscali noti dell'intero periodo dal 700 al 1000, almeno in Lombardia e Piemonte8. Berengario, per la
prima volta in Italia, ebbe la necessit di fare donazioni sistematiche onde ottenere e mantenere
l'appoggio dei notabili del regno. E un aspetto di queste concessioni particolarmente chiaro: gran
parte di esse andava a favore della Chiesa, soprattutto a favore dei vescovi. Ci congruo all'usanza
carolingia di equilibrare il potere di conti e vescovi, in quanto i conti controllavano le clientele
militari sulle quali Berengario aveva perduto autorit. Tuttavia i vescovi non erano pi deboli
politicamente, con il loro seguito di affittuari e vassalli e i loro vasti territori. Le concessioni di
Berengario e quelle dei suoi successori spostarono l'equilibrio in modo deciso e permanente a
favore dei vescovi.
Ci era pi facilmente riconoscibile nelle citt. Si cominciavano a concedere ai vescovi entro le loro
citt pieni poteri comitali, limitando quelli dei conti alla campagna. Guido nell'891 concesse questi
poteri al vescovo di Modena, e Lodovico III a quello di Reggio nel 900. Berengario aggiunse
Bergamo e Cremona; ne seguirono molti altri. Dopo il 962, Ottone I e i suoi successori concessero
poteri comitali ad alcuni vescovi anche in aree fino a cinque miglia attorno alla cinta muraria9.
Verso la fine del secolo, i vescovi dominavano nella maggior parte delle citt dell'Emilia e del
Veneto, e in molte di quelle della Lombardia. Solo quelle del Piemonte e della Toscana rimasero
prevalentemente laiche. I1 contesto di queste concessioni era spesso esplicito. Nel 904 al vescovo di
Bergamo furono concesse le mura di Bergamo, ed il diritto di ricostruirle con l'aiuto dei cittadini e
7
Un'eccezione significativa si trova in D.B.I 76, dove ventinove proprietari di Novara o aree limitrofe si uniscono per
costruire un castello sulle loro propriet e per abitarvi insieme.
8

Dalmstadter (B3-b), pp. 5, 26-31.


V. Fumagalli, Vescovi e conti nell'Emilia occidentale (B3-d); Rossetti, Formazione, cit., pp. 286-305; Keller,
Gerichisort (B3-c), pp. 32ss.
9

dei rifugiati scappati agli Ungari, assieme ai pieni diritti comitali nella citt; Bergamo aveva appena
fatto fronte, con difficolt, ad un assedio da parte degli Ungari. Berengario citava la grande
incursione dei selvaggi Ungari quale motivo delle sue concessioni, ma anche, con pari peso la
notevole pressione del conte e dei suoi funzionari 10. D'allora in poi i re presero quasi sempre le
parti dei vescovi nelle dispute fra conti e vescovi. I vescovi sembrava fossero meno partigiani
politicamente, e quindi meno pericolosi, dei conti. In genere provenivano da famiglie nobili e
comitali, ma le loro cariche non erano ereditarie, e a differenza dei conti non erano caratterizzati
dalle loro responsabilit militari. Col procedere del secolo, tutta la struttura del potere comitale
nell'Italia del nord era stata trasferita. Le citt erano in mano ai vescovi. Anche in campagna
l'autorit comitale fu scalzata dalle immunit, a favore dei territori della Chiesa, e sempre piu, dei
castelli che si stavano trasformando in basi autonome di concentrazioni del tutto nuove di autorit e
potere. Re quali Berengario, e dopo di lui Ugo, sembra abbiano trattato le grandi famiglie comitali
come i loro principali nemici e si siano dati da fare in modo abbastanza consistente per scalzarne il
potere.
Gli effetti di questo trasferimento di autorit furono complessi e a lungo termine pericolosi per lo
stato, man mano che la societ diveniva sempre pi localizzata. I re del X secolo certamente furono
consci di tutto ci, ma consideravano che valesse la pena tentare: tramite concessioni potevano
ottenere la fedelt dei nuovi poteri locali. Di certo Berengario e i suoi successori impedirono un
particolare fenomeno: l'emorragia del pubblico potere nelle mani dell'aristocrazia laica, come
avvenne in Francia e Benevento. E' vero che, con l'XI secolo, la carica di conte era ormai assimilata
alla propriet privata di famiglie comitali e spesso fu concessa in beneficio dai re. Tuttavia da
quell'epoca i poteri ufficiali dei conti furono ben pi deboli. Citt e castelli erano i nodi indipendenti
dell'autorit pubblica, quantunque nei castelli questa autorit venisse privatizzandosi nelle mani di
proprietari laici. I1 potere nella campagna fu quindi troppo frammentato per offrire una alternativa
al potere che il vescovo aveva nella citt. Ai re, avendo questi dato tale potere ai vescovi, veniva
spesso chiesto di confermarlo nei regni successivi; la loro autorit veniva ancora riconosciuta. Pu
darsi che Berengario non abbia potuto impedire il crollo dell'autorit dello stato, ma almeno pot,
tramite le sue concessioni, decidere in quali mani dovesse passare la propria autorit, ed ottenere
adeguati riconoscimenti dai suoi protetti. Sotto questo aspetto i vescovi erano senza dubbio pi
degni di fiducia dei conti.
Come si visto, le citt erano i centri che pi tutelavano la sopravvivenza dei legami pubblici della
societ libera. Per la maggior parte i vescovi non furono capaci di conservare una egemonia privata
sulla societ cittadina del nord, sotto l'aspetto socio economico ci era troppo complesso, e l le
fonti del potere erano troppo forti. Essi non potevano far altro che assumersi ruoli di patrocinatore
ed arbitro giudiziario, e sperare di sopravvivere senza che il loro potere venisse contestato. Ma ci
non era dovuto al governo episcopale. E' dubbio che una citt sufficientemente fiorente (come lo
erano quasi tutte le citt del nord) avesse potuto diventare passivamente possesso privato di una
famiglia laica come avveniva nel sud, anche se i conti avessero mantenuto il controllo sulle loro
citt. Nel 1014 i cittadini di Mantova ottennero da Enrico II un diploma che riconosceva i loro diritti
pubblici e le loro propriet dando loro l'immunit contro tutti i funzionari laici e i vescovi. Mantova
non era una citt che avesse mai ricevuto una immunit episcopale, ed i suoi conti erano membri
della casa di Canossa, la famiglia pi influente del regno, che usava la citt come base. Tuttavia i
suoi cittadini avevano mantenuto abbastanza senso di coerenza da opporsi ai Canossa ed ottenere
questo diploma di immunit, ed anche erano sufficientemente coscienti della loro posizione
pubblica da autodefinirsi arimanni11. Altrove la concessione di diritti ai vescovi aveva invece potuto
10

D.B.I 47.

11
MGH Dip. Heinrici II, n. 278, cir. Tabacco, Liberi del re (B4), pp. 167-82. Fu alquanto difficile per i Mantovani
resistere a Bonifacio di Canossa, ma cfr. anche Dip. Heinrici, III, n. 356.

far sorgere il problema della separazione politica della campagna dalla citt, in quanto la
relegazione dei conti alla campagna e la frammentazione dell'autorit rurale crearono una forte
aristocrazia rurale con diritti giudiziari per la prima volta in Italia. I 'conti rurali' che i comuni
urbani del XII secolo dovettero conquistare, uno ad uno, avevano solo due secoli.
Altre conseguenze di queste concessioni reali furono meno ambigue. I poteri ufficiali dei conti,
quantunque esercitati in modo da non ispirare fiducia, erano almeno poteri pubblici concessi loro
dai re, e per principio potevano essere revocati, o concedendoli via via ai vescovi, o spodestando la
famiglia che li esercitava. Tuttavia una volta concessi ai vescovi, i poteri erano decisamente perduti.
Talvolta i re potevano reclamare terre che avevano dato alla Chiesa, ma quando lo stato aveva
ceduto la sua autorit su di un territorio tramite un diploma che dava immunit giudiziaria, esso non
poteva pi rientrarne in possesso. Una citt comitale aveva ancora al suo interno il vescovo come
contrappeso indipendente; nella citt episcopale non vi era alcuna forza equilibrante. D'allora in poi
lo stato era direttamente dipendente dalla benevolenza dei vescovi. I re che tentarono di sottrarsi a
questa dipendenza, come fece il capo della 'reazione feudale', Arduino d'Ivrea (1002-15), caddero. E
la relativa neutralit politica dei vescovi, tanto rassicurante per i re in difficolt, non andava tutta a
vantaggio di quest'ultimi. I vescovi erano funzionari appartenenti ad una gerarchia diversa; se lo
stato cadeva, il loro incarico avrebbe mantenuto lo stesso status. I1 loro potere era diverso da quello
delle grandi famiglie laiche del IX secolo quali i Supponidi, che avevano terre sparse in tutta la
pianura Padana. Le propriet episcopali raramente si estendevano oltre i confini della diocesi stessa,
e non avevano bisogno della protezione di uno stato forte. Da allora, anche la propriet laica, con
qualche notevole eccezione, era limitata ad aree geografiche pi piccole. I problemi politici
divennero pi localizzati. Man mano che ci avveniva l'esistenza stessa dello stato divenne a poco a
poco sempre pi marginale. Le conseguenze politiche non tardarono a mostrarsi.
Berengario aveva governato per oltre quindici anni senza opposizioni mentre si avviavano questi
sviluppi. Il suo secondo successore, Ugo di Arles (926-47) si accorse che essi erano ormai
irreversibili. La sua assunzione al trono segn un nuovo passo nei cambiamenti politici italiani.
Berengario nel 920 aveva introdotto mercenari ungari per rafforzare le proprie forze militari
indebolite, ma ci spinse i potenti del nord-ovest a sfidarlo, invitando Rodolfo II, re di Burgundia
(922-6). Nel 923 Berengario fu sconfitto a Fiorenzuola e si ritir a Verona; nel 924 gli Ungari
incendiarono Pavia, e poco dopo, forse in conseguenza di ci, Berengario fu assassinato. Tuttavia,
nel 925, gli italici si ribellarono anche contro Rodolfo e lo sconfissero, offrendo la corona a Ugo
conte di Provenza, che s'instaur nel 926. I1 periodo che va dal 922 al 924 l'ultimo in cui si pu
vedere il nord diviso per fasce geografiche. Fino alla sua morte Berengario continu ad essere
appoggiato in Emilia e nel Veneto. Ugo inizi il suo regno con forti sostegni, tuttavia presto
riscontr che nessuno di questi appoggi era incondizionato. I1 regno di Ugo segna l'inizio di una
crisi generale nell'egemonia reale. Egli poteva fare affidamento su troppo poche forze.
Ugo volle esser un monarca attivo. Un attivo re carolingio legiferava e tentava di verificare se le
leggi erano osservate, si sforzava di controllare se vi fosse uso illecito del potere dei suoi funzionari.
Ci per non era pi possibile. Un re non poteva intervenire direttamente in questioni locali senza
che questo intervento si tramutasse in un'impresa politica. Le attivit di Ugo sembra si siano
piuttosto limitate al patrocinio o alla distruzione di particolari individui e famiglie nel tentativo di
rafforzare la base di fedelt del suo potere. Anche se siamo in possesso di una descrizione storica
del regno di Ugola massima parte dell'Antapodosis di Liutprando da Cremonasembra che
questi non abbia fatto altro, e sembra che neanche Liutprando si aspettasse qualcosa di diverso. Lo
scopo pi evidente di Ugo fu di porre sotto il suo pi stretto controllo le marche italiane, come non
lo erano mai state fin dall'875. Durante il regno di Berengario il Friuli aveva cessato di esistere, ma

Toscana e Spoleto erano totalmente autonome; anche Ivrea, creata da Guido, era diventata una forza
potente. Nel 931 Ugo depose il suo fratellastro Lamberto di Toscana e lo fece accecare. I1 vero
fratello di Ugo, Bosone, divenne marchese, solo per essere poi a propria volta destituito da Ugo nel
936, e sostituito dal figlio illegittimo di quest'ultimo, Uberto. Nel 928 egli nomin suo nipote
Teobaldo marchese di Spoleto e nel 932 tent di estendere il proprio controllo su Roma sposando
colei che vi esercitava il dominio, la senatrix Marozia, ma in questo caso Alberico, figlio di
Marozia, lo cacci e stabil una propria egemonia. Nel 936, alla morte di Teobaldo, Ugo impose a
Spoleto Anscario II d'Ivrea, e il conte di Milano Berengario, fratello di Anscario, divenne marchese
d'Ivrea. Tuttavia, nel 940, mut la sua politica verso la casa di Ivrea e rovesci Anscario. Nel 941
Berengario d'Ivrea fugg presso Ottone I in Germania e Ugo ne abol la marca.
Da questo semplice schema risulta assolutamente chiaro che la soluzione abitualmente scelta da
Ugo in merito al problema della fedelt consisteva nel dare cariche ai membri della sua stessa
famiglia. Bosone e successivamente Uberto governarono la Toscana; nel 943 ad Uberto fu data
anche Spoleto; Bosone fratello di Uberto divenne vescovo di Piacenza e arcicancelliere; al cugino di
Ugo Manasse, arcivescovo di Arles, furono date le diocesi di Verona, Mantova e Trento, oltre alla
nuova marca di Trento. Quest'ultima donazione somma in s una notevole gamma di cariche
(Liutprando dedic un intero capitolo alla presa in giro di Manasse che le aveva accettate tutte,
contro il diritto canonico)12, ma sottolinea la preoccupazione di Ugo di far fronte al principale
pericolo esterno, l'invasione dalla Germania. La nomina di Manasse nel 935 segui all'incursione
fallita di Arnolfo di Bavaria nel 934, su richiesta del conte e del vescovo di Verona, Milone e
Raterio. Milone rimase in carica come conte, ma Raterio fu deposto ed imprigionato a Pavia, ove
scrisse il suo primo importante lavoro letterario, i Praeloquia, per giustificare le proprie azioni
(ritorn a Verona come vescovo negli anni 946-8, e poi ancora negli anni 962-8). Ugo avvert
chiaramente che tale tradimento dimostrava come solo i suoi congiunti fossero sostenitori fidati; la
violenza e l'aggressivit di Ugo nel reclamare i propri diritti di re senza dubbio elimin dall'area
dell'aristocrazia laica potenziali sostenitori. In risposta Ugo li penalizz ancor pi. Negli ultimi anni
del suo regno, ad esempio, sembra non vi siano stati conti in Emilia. L Ugo faceva affidamento
solo sui vescovi, quantunque almeno uno, Guido da Modena (circa 943-67), diventasse anch'egli un
acerrimo nemico13. Quando Berengario d'Ivrea varc le Alpi nel 945 con un piccolo esercito
germanico, Ugo perse i suoi sostenitori. Milone e Manasse, i difensori di frontiera, immediatamente
si schierarono con Berengario (a Manasse fu promesso l'arcivescovado di Milano), e tutta
l'aristocrazia del Nord, per lo pi nominata da Ugo, lo segu o rimase neutrale. Berengario prese il
potere e assunse il titolo di summus consiliarius, sommo consigliere, e attese la morte di Ugo, che
avvenne nel 947. Lotario figlio di Ugo, gi associato al regno, mor improvvisamente nel 950, e
Berengario si fece incoronare re.
Nel 945 Berengario d'Ivrea spinse con il suo operato l'aristocrazia italiana a rifiutare l'unico tipo di
re autoritario che il sistema politico italiano consentiva ancora. Ugo era violento e interferiva, ma
ci avveniva solo perch la societ lo aveva gi tanto emarginato che qualsiasi intervento dall'alto
sembrava una interferenza, e ogni rimozione di conte o vescovo dalla carica sembrava un gesto di
arbitrio da parte sua. Non solo l'Italia era diventata un sistema di signorie private, anche il potere
pubblico si era evoluto a favore dei poteri locali, isolando il re. Nel 945, Ugo non era debole. La sua
propriet fiscale era ancora vasta, malgrado le concessioni fatte da Berengario I (o da lui stesso), e
la sua propriet personale era notevole. In un mondo 'feudalizzato' pi privato come quello della
Francia del X secolo, Ugo paradossalmente avrebbe potuto trovarsi in posizione migliore per
governare di quanto non fosse in Italia. Ma i potenti schierati con Ugo non avevano per la maggior

12
13

Liutprando, Antap., 4. 6-7.


Fumagalli, Vescovi, cit., pp. 182-9

parte ottenuto le terre da lui e gli unici legami nei suoi riguardi erano legami privati di fedelt
personale. Questi erano diventati ora inadeguati.
Quando Ugo si trov in difficolt, tutti i suoi sostenitori sparirono, Berengario Il fu lasciato solo al
comando di una struttura di potere politico in pratica priva di valore. Berengario fece una sola
azione in linea con le tradizioni pubbliche del regno, un gesto appropriato a questo periodo non
eroico, quando tass tutto il regno con una tassa in denaro testatica, per la prima e ultima volta
dall'invasione longobarda, per evitare un attacco ungherese nel 947. Questa tassa, nella stessa
tradizione del tributo danese di Carlo il Calvo nell'877 in Francia, e del danegeld anglosassone della
fine del X secolo, fin per lo pi nel tesoro personale di Berengario (se si pu credere alle cronache
di Liutprando), ma Berengario non aveva peso politico sufficiente per tentare di esigerla ancora, ed
il gesto si ferm l14.
Berengario II govern sotto la minaccia dell'invasione germanica anche pi di quanto non avesse
fatto Desiderio, due secoli prima. Ottone I, stabilito il controllo sul suo impero germanico,
comparve in Italia negli anni 951-2, e si autoproclam re. Berengario dovette recarsi in Germania
per venir riconosciuto re sotto la protezione di Ottone, mantenne tale rango fino agli anni 961-2,
quando Ottone finalmente si annesse l'Italia e fu incoronato imperatore. Ma lo stato di Berengario
era allora diverso da quello di Desiderio. Qualunque azione Berengario intraprendesse per
rafforzare il proprio potere sollevava nuove opposizioni, in particolare da parte della Chiesa. Come
Ugo, egli si accorse che l'unica risorsa efficace era l'aggressione. Le tradizionali risorse del regno si
ridussero rapidamente, il polo pi importante dell'autorit pubblica, il tribunale comitale, sembra sia
totalmente sparito durante il regno di Berengario. Dopo il 922, la zona in cui gli atti ufficiali
giudiziari avevano avuto luogo si era gi ristretta fino a comprendere poco pi che le zone centrali
della pianura Padana, l'Emilia occidentale e la Lombardia orientale. Fra il 945 e il 962 non ve ne
menzionato alcuno15. Verso il 962 il regno indipendente d'Italia di fatto era caduto.
Ottone I tent una restaurazione temporanea che per lo pi venne accettata dalle popolazioni
italiche. Dopo tutto, Ottone fu per lo meno politicamente neutrale verso i potenti d'Italia rivali fra
loro. Ma, elemento assai pi importante, aveva un esercito forte che l'infedelt italiana non poteva
intaccare, ed era militarmente invincibile, non solo al Nord, ma anche a Roma (ove rovesci papi
ostili, il figlio di Alberico, Giovanni XII nel 963, e Giovanni XIII nel 972) e a Capua-Benevento16,
Ottone elev varie nuove famiglie alla nobilt, come gli Obertenghi e i Canossa. Reinstaur contee,
(ma anche concesse maggiori poteri ai vescovi) e insedi nuovamente le corti giudicanti. Nel 967
promulg anche leggi, quantunque le popolazioni fossero meno entusiaste riguardo ci, ma lo stato
di Ottone era un qualche cosa di artificiale, sostenuto solo dalla sua forza militare esterna. Quando i
sovrani della Germania, dopo la sua morte nel 973, restarono fuori dall'Italia fino al 996,
l'amministrazione centrale non pot continuare nella sua attivit come aveva fatto sotto i primi
Carolingi. Sotto Ottone I, i tributi statali descritti nelle Honorantiae Civitatis Papiae venivano
ancora riscossi da Gisolfo, ciambellano di re Ugo. Alla fine degli anni 980, suo nipote fu rimosso
dalla carica ed i beni dello stato cominciarono ad essere venduti o dati via. Pu darsi che questo
processo si sia arrestato mentre Ottone III governava a Roma (996-1002), ma riprese con i suoi
successori. L'abbandono dei diritti fiscali del governo centrale da parte dello stato dopo circa il 990
concorde col lento diminuire del controllo pubblico sul governo locale fin da circa il 900. Spiega
anche l'incendio del palazzo di Pavia da parte della popolazione nel 1024, in quanto anche la gente
14

Liutprando, Antap., 5. 33. Gli Ottoniani raccoglievano il fodrum, un equivalente in denaro al diritto di ospitalit regia,
ma discutibile che si possa definirlo una vera e propria tassa: cEr. F.G.S., pp. 534-77.

15

Manaresi, 132-44; ne avvengono solo 140-1 a Lucca (alla presenza di Ugo) e 137 ad Asti.
Per la storia dopo il 962, in generale: Hartmann (B1), IV; Mor (B1); per quella successiva al 1002: C. Violante in
Storia d'Italia, I (B3-d).
16

di Pavia, a lungo privilegiata da esenzioni, non sentiva che lo stato fosse pi di alcun vantaggio17.
Enrico II (1004-24) fu ancora abbastanza influente da distruggere senza combattere il re che
l'aristocrazia italiana aveva incoronato nel 1002 per opporglielo, Arduino d'Ivrea, non trovando
necessario di doversi recare in Italia. Dopo il suo regno, tuttavia, la forza militare degli imperatori
germanici non fu accompagnata da una significativa risposta positiva di alcuna parte dei sudditi
italiani; lo stato era ormai diventato una istituzione irrilevante. I seguaci di Corrado II (1024-39) e
dei suoi successori furono potenti (e pi tardi citt) che chiedevano un aiuto esterno germanico per
realizzare i propri interessi privati locali, piuttosto che seguaci armati sostenitori delle tradizioni del
regno. I sovrani successivi al 1024 regnarono nel vuoto; la storia d'Italia si faceva altrove.
La nuova aristocrazia e la crescita dell'autonomia urbana
Ben poche delle famiglie aristocratiche importanti del 1000 lo erano state anche un secolo prima.
Gli Arduinici di Torino, gli Aleramici del Piemonte meridionale, gli Obertenghi degli Appennini
del nord ovest, i Gisalbertingi di Bergamo, i Canossa delle paludi del Po, le famiglie comitali di
Toscana (Guidi, Cadolingi, Gherardeschi) erano nuovi arrivati, i protetti di Ugo e di Ottone I. Di
queste le prime due erano famiglie di recente immigrate dal nord, tutte le altre erano longobarde. Le
grandi famiglie franche del periodo carolingio erano pressoch totalmente scomparse, ne
rimanevano solo poche, che governavano su singole contee, come i Bernardingi a Parma, o
concentrate in zone limitate, come i Berardenghi ad est di Siena. Le famiglie 'nuove', quantunque in
molti luoghi da lungo tempo insediate nelle rispettive localit, in precedenza non avevano legami
con lo stato, n ricordo delle ambizioni carolingie. Chiunque avesse voluto ricreare l'autorit dello
stato carolingio avrebbe avuto da loro poco appoggio. Ci tuttavia fu meno significativo di quanto
non sembri. Gli interessi locali di queste famiglie erano conseguenza non tanto della loro visione
ideologica, ma dell'organizzazione della loro propriet terriera. Per la maggior parte essi erano
membri dei ranghi inferiori della nobilt tardo e post carolingia che avevano fatto strada, vassalli e
affittuari di vescovi e potenti carolingi, le cui basi fondiarie originali erano state la distribuzione dei
contratti d'affitto e le conseguenti clientele. Non erano proprietari di grandi tenute sparse, ma di
terreni concentrati all'interno di aree pi piccole, ove i pi vasti interessi del regno erano meno
visibili. Anche quando erano oggetto di ampia protezione reale, come lo erano, sembra, gli
Obertenghi sotto Ottone I, le loro terre rimasero fortemente concentrate in una sola regione, e
sebbene coprissero cariche pubbliche il loro potere per lo pi non era per nulla basato sulle loro
cariche. Di certo le cariche portavano con s terreni, come era sempre avvenuto, ma non davano
grande accesso all'autorit pubblica, in quanto, come si visto, i poteri pubblici dei conti erano ora
decisamente frammentati e ridotti e il titolo di conte o di marchese dopo il 1000 divenne poco pi di
un attributo allo status personale18. Queste variazioni possono essere viste meglio tramite esempi:
primo, l'Emilia, una terra abbastanza tipica del Nord Italia, e oggetto di notevoli studi recenti, in
particolare di Vito Fumagalli; secondo, la Toscana, esterna al flusso principale degli sviluppi
delineati in questo capitolo, regione ove la forza dello stato dur pi a lungo.
La famiglia dominante nell'Emilia carolingia fu quella dei Supponidi, precedentemente legata, come
si visto, ai destini di Brescia. Sotto molti aspetti furono l'archetipo di una famiglia di uomini del re
nel secolo IX, e durante le guerre civili rimasero del tutto fedeli a Berengario I loro parente.
Tuttavia ad un certo punto ruppero con lui; Bosone (probabilmente conte di Parma) nel 913 si
ribell, e suo fratello Vilfredo di Piacenza nel 922 pot essere dalla parte di Rodolfo II. Dopo il 925
si sente parlare poco di loro. L'ultimo membro della famiglia di cui si abbia notizia, Suppone IV
conte di Modena, viene citato per l'ultima volta nel 942. Sembra siano spariti, e di per s ci non
17

Cfr. F.G.S., pp. 502-14.


II Piemonte, roccaforte dell'aristocrazia laica irredentista, pu aver costituito una eccezione, ma anche l il potere
pubblico ebbe a declinare; cfr. G. Sergi (B3-f).
18

deve sorprendere; abbastanza spesso le famiglie nobili si estinguono, se sono vincolate alla
discendenza maschile. Ma per un lungo periodo la loro ampia base di potere deve essere stata
difficile da mantenere, attraverso vari decenni di guerra civile e suddivisioni temporanee del regno.
Esse dipendevano strettamente dal potere associato all'esercizio di cariche pubbliche, potere che
aveva cominciato a dissolversi man mano che Berengario aveva iniziato ad alienarlo. Inoltre
l'ostilit di Berengario pu averle indebolite in modo pi diretto. All'epoca del regno di Ugo, gli
ultimi membri della famiglia sembra abbiano cominciato a concentrarsi in una sola provincia, quella
di Modena, ove Ardingo zio di Suppone IV era anche vescovo. Come sempre Ugo era diffidente nei
loro riguardi, e li forz anche a concedergli terreni. Chiaramente il loro potere era in declino ben
prima che fisicamente sparissero19.
In Emilia Berengario aveva tuttavia altri protetti, e queste famiglie cominciarono ad ottenere
vescovadi e contee nei primi decenni del secolo. Erano tutti del luogo. La famiglia longobarda 'da
Gorgo' (dal nome del nuovo castello di Gorgo vicino al Po) sotto Berengario diede un vescovo ed
un conte a Piacenza e un vescovo a Reggio. Fu nel territorio del vescovo Guido di Piacenza che
Berengario combatt la sua ultima battaglia di Fiorenzuola nel 923. E possibile che Ugo sia stato
diffidente anche nei riguardi dei da Gorgo (nei suoi ultimi anni non c'erano conti di Piacenza)
tuttavia la famiglia sopravvisse e, collegata ad altre famiglie simili quali quella franca dei
Gandolfingi, domin l'Emilia occidentale verso la fine del X secolo, con la protezione degli Ottoni.
I da Gorgo e i Gandolfingi in origine erano piccole famiglie di vassalli e funzionari della campagna
emiliana, lontanissimi dai Supponidi come si pu immaginare, ma gi sotto Berengario stavano
assumendo uno status equivalente al loro, ed in media sopravvissero pi a lungo di loro. E
importante il fatto che molti membri siano poi stati nominati vescovi. Le cariche episcopale e
comitale, quantunque istituzionalmente in opposizione, erano diventate alternative parimenti valide
per le ambizioni della famiglia (sebbene, ovviamente, le famiglie longobarde si fossero rivolte
all'episcopato almeno fin dal secolo VIII). Durante il regno di Berengario delle due la carica
episcopale era anche la pi stabile. Malgrado nella citt di Piacenza continuassero a governare
conti, il vescovo Guido era una figura ben pi importante di suo fratello Raginero conte, e la figura
pi potente dell'Emilia a met del secolo di certo fu Guido vescovo di Modena e abate di
Nonantola, prima traditore di Ugo, poi di Berengario II (del quale era stato arcicancelliere), infine,
con meno successo, traditore di Ottone I.
Solo una delle pi importanti famiglie dell'Emiliala casata dei Canossascelse di basare il suo
potere sulla detenzione della carica comitale20. La storia dei Canossa, breve ma drammatica (la loro
discendenza maschile si estinse nel 1055, e quella femminile nel 1115) dimostra quali cambiamenti
una famiglia intraprendente potesse operare all'interno del nuovo ordine sociale. I1 loro capostipite
fu Adalberto-Atto, membro di una famiglia longobarda della piccola nobilt, forse dei confini
appenninici del territorio di Lucca, e oppositore attivo di Berengario II. Ottone I lo ricompens con
le contee deboli di Reggio e Modena, e pi tardi di Mantova. Sembra che Adalberto-Atto abbia
trascorso il periodo 960-970 riunendo vasti lotti di terreno nelle paludi del Po, spesso scambiandoli
con tenute pi piccole e sparpagliate nelle zone della pianura da tempo disboscate. Le paludi
divennero il centro di potere dei Canossa. Gli Appennini (ove situata Canossa stessa) erano un po'
meno importanti, e la pianura, centro di propriet terriera altrui, ancora meno. I Canossa capirono
che il dissodamento e un potere stabile e coerente (o signoria, per usare il tipico termine italiano)
erano una via sicura verso il potere politico, e gi nei primi decenni del secolo XI l'avevano
conseguito in modo palese. Da allora il nipote di Adalberto-Atto, il feroce Bonifacio, (marchese
circa del 1013-52) esercit gran parte del potere derivante dalla propriet da Cremona e Mantova
19

Per l'Emilia: Fumagalli, Vescovi, cit., e Terra e Societ (B3-f), pp. 80-123. I diplomi di Ugo e di Lotario (a cura di L.
Schiaparelli, Roma, 1924), n. 78 (945) per le donazioni fatte al re.
Fumagalli, Le origini di una grande dinastia fendale (B3-f); R. Schumann (A3-f), pp. 55-8. Per gli Obertenghi, caso
molto simile alla periferia dell'Emilia, manca uno studio moderno; cfr. Schumann, pp. 60-4.
20

fino ai confini della Toscana, e il patronato del re aument ancora tale potere. Eredit dal padre il
titolo di marchese, titolo che sembra non abbia portato con s status ufficiale, ma Bonifacio era in
posizione favorevole per essere fatto marchese di Toscana da Corrado II nel 1027.
Bonifacio dai castelli rurali govern le sue terre con fermezza (solo nella citt di Mantova aveva un
palazzo). Suo zio e suo fratello erano vescovi, ma l'influenza dei Canossa sulla maggior parte delle
citt avveniva dall'esterno. Questo controllo rurale pu essere stato lo sfondo di una grossa rivolta
contro Bonifacio da parte, sembra, dei cittadini e della piccola nobilt della valle Padana, che egli
dovette sconfiggere in una battaglia campale nel 1021. Certamente i Canossa ebbero un destino
eccezionale, solo gli Obertenghi e gli Aldobrandeschi nella Toscana meridionale erano altrettanto
attivi nelle zone rurali. Essi dimostrarono che era possibile un potere rurale indipendente, se questo
si basava su zone non urbanizzate come le paludi e le montagne, anche nell'Italia del nord. I
Canossa, tuttavia, non avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato sotto i Carolingi. I1 rifiuto della
citt poteva avvenire solo fra la fine dell'amministrazione carolingia, che si basava sulla citt, e
l'inizio del potere dei comuni urbani. Anche allora ci ebbe luogo ad opera di poche famiglie
importanti. L'incastellamento e quanto restava delle cariche poterono essere la base di un vero
potere rurale, ma le dignit pi importanti, l'episcopato ed il suo sistema di patronato, rimasero sotto
il controllo delle citt.
La Toscana ebbe uno sviluppo abbastanza diverso21. Si visto Adalberto Il restare estraneo alle
guerre civili del nord ed evitare qualsiasi ostilit da parte dei re, dopo una fuga fortunosa nell'898
quando, senza successo, provoc una rivolta contro Lamberto. Adalberto govern la marca toscana
in modo autonomo come aveva fatto suo padre, con propria capitale a Lucca. Ben pochi dei diplomi
di Berengario hanno per oggetto la Toscana, e nessuno di essi tratta l'incastellamento. Adalberto
tenne i poteri pubblici della marca sotto il proprio controllo, ma il crescere d'importanza di famiglie
minori continu a Lucca nelle terre fiscali ed episcopali. E anche prima della morte di Adalberto nel
915 cominciarono ad apparire castelli privati, senza diplomi o minacce di Ungari che li
giustificassero. I castelli del primo periodo furono episcopali; i vescovi erano molto potenti, anche
all'interno del forte dominio laico della Toscana. I vescovi di Lucca avevano un castello a S. Maria
a Monte, a sud-est di Lucca, fin dal 906, ed uno a Moriano a nord dal 915. Presto ne seguirono altri.
Essi, per la maggior parte, erano baluardi del vescovo per proteggere ed amministrare le sue
propriet e non erano ancora associati ad immunit giurisdizionale; solo attorno al 1070 Moriano
appare negli atti come centro di giurisdizione civile esercitata dal vescovo sulla zona circostante22.
Dal 915 l'erede di Adalberto fu un minore, Guido (915-30). Berengario I, per la prima volta
influente in Toscana, fu forse responsabile di un nuovo sviluppo a partire dal 920; con l'istituzione
dei conti nelle citt della Toscana, creava dei rivali o delle forze equilibranti il potere dei marchesi: i
Cadolingi e i Guidi a Pistoia, seguiti attorno al 940 dai Gherardeschi a Pisa e, pi tardi, a Volterra.
Queste famiglie erano longobarde, e apparentemente orientate verso la citt. Sembra siano stati tra i
vassalli del re e dei marchesi quelli di maggior successo, e presto si stabilirono come famiglie
dominanti della regione, subito dopo i marchesi. Tuttavia i loro possedimenti non erano
visibilmente concentrati nei territori di una sola citt (territori che erano pi piccoli di quelli del
Nord), ma fra loro collegati in tutto il Nord della Toscana. Solo dopo la fine del secolo X
apparirono famiglie ben pi piccole e pi localizzate. Queste erano per lo pi rurali e basate su
castelli.
La coerenza politica della Toscana tenne pi a lungo che al Nord, sebbene fossero gi presenti le
basi della sua caduta. Re Ugo, che rovesci Lamberto fratello di Guido e ristabil le cariche reali,
21

Schwarzmaier (B3-f), pp. 193-261, e articoli di Schwarzmaier, Keller, Rossetti in 5 Congresso, cit.; la marca toscana
includeva la Toscana settentrionale e centrale soltanto.
22
Barsocchini, 1098, 1161; F. Bertini, Memoric e documenti, IV Appendice, n. 84.

non distrusse la marca. Uberto figlio di Ugo (936-circa 969) fu lasciato a capo della marca, e suo
figlio Ugo (969-1001), acceso sostenitore degli Ottoni, ristabil la Toscana come unit organizzata,
ampliando effettivamente i suoi poteri di marchese, e sforzandosi, secondo Pietro Damiani, di
governare giustamente23. La Toscana evit lo sfacelo soprattutto perch evit la maggior parte delle
interferenze dal nord. I marchesi governarono dalle ricche citt della valle dell'Arno, e conservarono
vaste tenute fondiarie, come dimostrano alla fine del secolo le donazioni di Ugo, che non aveva
prole, ai monasteri. Ma alla morte di Ugo, il suo stato presto scomparve. I Canossa, marchesi negli
anni 1027-1115, ereditarono solo il suo titolo come nel nord, il loro potere era per lo pi ristretto
alle loro propriet terriere. L'egemonia del marchese spar, Lucca e Pisa combatterono una guerra
nel 1004, i Cadolingi iniziarono a creare una signoria rurale fuori Pistoia, ed altri li seguirono.
Presto la Toscana si assimil al nord. I Lucchesi odiavano Bonifacio di Canossa quanto lo odiavano
gli Emiliani, e nel 1081, ad opera di Enrico IV, riuscirono ad eliminare le sue 'perverse
consuetudini' e quanto restava del marchesato e della infrastruttura reale all'interno della citt24.
L'esempio della Toscana dimostra come una piccola parte del regno d'Italia potesse, in modo del
tutto adeguato, assumersi i poteri tenuti prima dallo stato senza indebolirli; anzi, secondo gli schemi
del X secolo, rafforzandoli. La marca toscana era concentrata su zone fortemente urbanizzate, e ci
deve spiegarne la sopravvivenza. Nessuna altra parte del regno ebbe una storia simile, per quanto
possibile vedere oggi.
Le famiglie aristocratiche nell'Italia del nord e in Toscana mutarono ben poco la loro struttura alla
caduta dello stato, particolarmente quando le si consideri in paragone agli evidenti mutamenti nella
struttura familiare della Francia e della Germania nei secoli X e XI. Ad esempio queste ebbero
sempre struttura patrilineare, e a ci si attennero anche le famiglie franche, come dimostr Winigis
conte di Siena quando nel1'867 fond il monastero di Fontebona e lo annesse in modo perpetuo alla
propria discendenza per linea maschile. L'accresciuta importanza della discendenza per linea
maschile che si nota nel resto d'Europa non sarebbe stata molto visibile in Italia25. Di conseguenza
non ci si dovrebbe aspettare che la struttura della famiglia cambiasse molto alla caduta dello stato.
La base dell'aristocrazia era e rimase la terra, ed il modo in cui distribuiva il suo potere terriero era
tanto importante per essa nell'800 quanto nel 1100. Le famiglie nobili spartivano l'eredit nel1'800,
e continuarono a farlo anche nell'XI secolo. Le strategie della propriet terriera non cambiarono, e,
come s' visto si estesero anche al possesso per affitto ed ai benefici. Unica novit fu un senso via
via pi sviluppato che i membri della famiglia ebbero della coerenza ed identit della propria stirpe.
I cognomi fecero la loro comparsa nell'ultimo decennio del X secolo in Toscana, e con la met
dell'XI secolo erano diffusi, sebbene nel nord fossero ancora inconsueti. Gli uomini interessati al
passato cominciarono quando era possibile a far risalire le proprie origini fino ad antenati carolingi.
Questa base concettuale fu rafforzata dalla nuova tendenza al formarsi di nuclei farniliari, attorno a
monasteri patrimoniali, pievi e castelli. Questi erano punti fissi, pi di quanto non lo fossero le
tenute. Un monastero patrimoniale, o una pieve potevano essere sotto il controllo di un gruppo di
consanguinei vasto quanto tutto un lignaggio, se necessario. Non occorreva suddividere la propriet,
quantunque ci potesse accadere. La terra donata alle chiese da singoli membri di famiglie non era
soggetta a divisione, e poteva essere anche aumentata con donazioni da parte di estranei qualora la
Chiesa avesse prestigio religioso sufficiente. I1 controllo familiare sulle pievi fu una evoluzione del
X secolo; i monasteri in mano di una famiglia iniziarono ad essere comuni ai primi anni dell'XI
23

Ugo: cfr. nota 21, e A. Falce, Il Marchese Ugo (B3-fl; Pietro Damiani, De Principis Opificio, , 3-5, in Migne, P.L,
145 cc. 827-30.
24
MGH Dip. Heinrici, IV, n. 334.
25
Cartulario della Berardenga, a cura di E. Casanova (Siena, 1927), n. 53; cfr. P. Cammarosano (B3-f). La miglior
panoramica analitica di questi sviluppi si trova in C. Violante, Quelques caractristiques des structures familiarles...,
Famille et Parent (B41, pp. 87-151, in contrasto con tutta una scuola di storici influenzati da K. Schmid, in particolare
Zur Problematik von Familie, Sippe u. Geschlecht.... Zeitsch. f.d. Gesch. des Oberrbeins, 105 (1957), pp. 1-62.

secolo, dopo una interruzione quasi assoluta di due secoli26. Ma i castelli, nuovo sviluppo
caratteristico di questo periodo, erano i punti focali. Come elementi di propriet essi erano soggetti
a divisione; tuttavia, come basi di giurisdizione territoriale, avevano solidit maggiore. Nel IX
secolo, come si visto, i proprietari terrieri cominciarono ad acquisire giurisdizione privata per reati
minori e diritto di causa sui loro affittuari. Coi castelli dei secoli X e XI, tale giurisdizione fu estesa
a tutto il territorio sotto l'autorit del castello, che questo territorio fosse o meno propriet di chi
teneva il castello. In particolare, famiglie meno importanti iniziarono verso la fine del X secolo a
basare interamente il loro potere territoriale su tale controllo, e tentarono di fondare i diritti giuridici
dei castelli, con il possesso su tutto il territorio del castello, per creare una stabile signoria
territoriale, similmente a quanto avveniva nella stessa epoca nel nord della Francia. Anche allora
per vigevano le regole dell'eredit divisibile, queste signorie, una volta stabilitesi, cominciarono
anch'esse a spaccarsi. Fu in risposta a ci che le famiglie presero ad unirsi tramite contratti formali
in consortia che controllavano il nucleo centrale, almeno, della propriet in loro possesso, il castello
in campagna e sempre pi la casa turrita in citt. Ci produsse una certa stabilit. L'interazione fra
la forza dell'eredit divisibile e il contratto di consortium continu a caratterizzare i legami della
famiglia nobile fino alla fine del Medio Evo.
Non tutte le grandi famiglie aristocratiche n i ricchi potenti ecclesiastici cercarono di legare a s le
propriet fondiarie e i castelli, tanto saldamente quanto fecero i loro vassalli ed affittuari, nobilt
inferiore. Come risultato, alcuni di loro iniziarono, attorno al 1000, a perdere controllo sulle loro
terre a vantaggio dei vassalli27. Si visto come il clero attivo della fine del X secolo si accorse che i
propri affittuari avevano iniziato ad insediarsi sulle propriet della Chiesa fino ad escluderne di fatto
l'autorit. Le clientele militari dell'inizio del X secolo cominciarono sotto gli Ottoni ad essere
riconosciute come strato distinto dell'aristocrazia, con interessi diversi da quelli dei grandi
proprietari terrieri, e con denominazioni diverse, che variavano da luogo a luogo: secundi milites
nel Nord, lambardi in Toscana; a Milano, ove immenso era il potere conferito dalla propriet
terriera dell'arcivescovo, vi erano due categorie, i capitanei (con le pievi come loro centri) e i loro
vassalli, i valvassores. Anche i loro castelli erano diversi. I castelli dell'inizio del X secolo furono
fondati in zone ove la propriet fondiaria era complessa, e tale rimase. I castelli erano relativamente
grandi, e alcuni proprietari di castelli persino sfruttarono la popolarit di lotti edificabili all'interno
delle mura barattandoli e vendendoli a prezzi elevati28. I castelli del secolo successivo, baluardi
della piccola nobilt, spesso erano molto pi piccoli e per lo pi servivano da sede familiare. Erano
i punti focali di politiche molto pi aggressive di organizzazioni proprietarie. Anche alcuni dei
nuovi nobili pi importanti erano aggressivi (i Gandolfingi ne furono un esempio); altri ne subirono
le conseguenze. Cos avvenne per i contadini. Come all'epoca della crescita del sistema feudale, i
contadini iniziarono ad opporre resistenza, talora con successo.
Si visto che il sistema curtense si era pressoch disintegrato, attorno al 1000; il mutamento andava
dal versamento di canoni in denaro, all'abbandono della prestazione obbligatoria di lavoro, alla
graduale scomparsa della schiavit. Spesso gli affittuari avevano il diritto di vendere terreni loro
affittati, e molti erano anche diretti proprietari29. I contadini proprietari indipendenti non avevano
cessato di esistere (in realt, alcuni dei pi intraprendenti riuscirono a raggiungere i gradi della
piccola nobilt). Quantunque i proprietari terrieri non avessero per nulla perduto la loro autorit, fu
una societ contadina sempre pi aperta quella che i proprietari dei castelli tentavano di controllare
tramite il potere locale dato dalle nuove unit di giurisdizione. L'entit delle tasse pretese da alcuni
26
Per esempio, per la Toscana, W. Kurze, Monasteri e nobilta nella Tuscia altomedievale, 5 Congresso, cit., pp. 33962. Soltanto i maggiori aristocratici franchi, quali Adalberto I e Winigis, fondarono monasteri nel IX secolo in Toscana.
27
Cfr. Ie opere di Violante in bibliografia, particolarmente Storia d'Italia, I, pp. 80-6
28
Come, per esempio, nel castello di Brivio nelle vicinanze di Bergamo, nel 968 (Porro, 706).
29
Per un esempio, E. Conti (B3-f), pp. 1546.

proprietari di castelli fu davvero considerevoIe, e gli obblighi ricacciarono molti coltivatori in uno
stato di dipendenza. Altri, al contrario, sembra abbiano goduto di indipendenza ed unit tali da non
essere assoggettati, specialmente in zone ove le giurisdizioni del castello minacciavano la propriet
terriera di altri aristocratici, come anche l'indipendenza dei contadini. Un particolare meno
importante che si pu osservare questa coesione in una serie di diplomi imperiali che confermano
i diritti dei contadini; forse lo stato avvertiva quanto i contadini la minaccia di un potere privato non
controllato. Nel 970 Ottone I concesse esenzioni daziarie agli affittuari di S. Maria in Organo, nel
villaggio di Zago nel Veronese. Nel 983 i contadini (che possedevano terre) di Lazise sul lago di
Garda ricevettero da Ottone II diritti di pesca. Gli schiavi del monastero di S. Ambrogio a Bellagio,
vicino a Limonta, ottennero da Ottone III diritti di pascolo nel 998. A quindici schiavi di S.
Antonino in Piacenza, dei quali si conosce il nome, fu concessa nello stesso anno l'immunit
daziaria. In questi casi i contadini avevano garantiti dallo stato diritti pubblici, anche se per lo pi
dipendevano da proprietari monastici: alcuni monasteri si reggevano ancora saldamente sulle loro
propriet, e i documenti che li riguardano sono pi numerosi di quelli relativi alla nobilt laica.
Simili diritti collettivi, sebbene piccola parte dell'economia contadina, furono la base su cui si
costitu la possibilit di agire collettivamente da parte di una comunit che poteva essere davvero
sparsa. Come nel IX secolo, la resistenza contadina fu dapprima meglio organizzata ai margini della
societ italiana ma, quando nel 1058 I'abbazia di Nonantola concesse in un atto agli abitanti del
castello di Nonantola la libert da fitti eccessivi e da ogni aggressione (eccetto che nell'esercizio dei
suoi diritti giudiziari), fu aperta la via verso il comune rurale dei secoli XII-XIII 30.
L'altro punto focale dell'autonomia dopo la caduta del potere dello stato fu la citt. Le citt avevano
agito come collettivit, per lo meno in modo informale, fin dalla fine del secolo VII, e i cittadini di
Milano dall'879 ebbero un luogo per radunarsi di fronte alla loro cattedrale. Per vari secoli il
vescovo aveva agito, come si visto, da fulcro della politica della citt. La sua carica era la
maggiore carica urbana cui potessero aspirare le famiglie importanti della citt. Quando i re del X
secolo diedero ai vescovi diritti comitali nelle citt, essi si ritirarono da una sfera politica che era
stata sempre dominata dall'episcopato. Ma le prime responsabilit di ogni vescovo erano nei
riguardi della sua Chiesa e della sua citt, non verso lo stato, e quando lo stato cess di far notare la
sua presenza molti vescovi non lo seguirono, salvo i vescovi imperiali pi ambiziosi, come quello
germanico elevato alla carica da Ottone III, Leone di Vercelli (998-1026), o, in modo pi ambiguo,
Ariberto II di Milano (1018-45). Le citt cominciarono a sviluppare politiche molto pi localizzate,
e le rivalit fra citt cominciarono ad essere pi chiaramente visibili, a partire dalla guerra fra Pisa e
Lucca nel 100431.
E' chiaro che da un lato la cessione del governo della citt ai vescovi era un passo logico nello
sviluppo politico urbano, ma essa non era totalmente a vantaggio del vescovo. Le citt non erano
collettivit che potessero essere controllate facilmente, in specie le pi importanti famiglie cittadine
che erano, per lo pi, anche i massimi proprietari terrieri rurali. Essendoci un unico vescovo da
eleggere ogni volta, una sola famiglia lo poteva proporre. E se la gerarchia clericale funzionava
secondo propri schemi etici, come cominci a diventare pi comune nell'XI secolo, i vescovi
potevano non essere scelti all'interno delle famiglie aristocratiche. Le famiglie della citt non
avevano altro modo di raggiungere potere ufficiale e status, ora che le cariche dello stato si erano
allontanate dalle citt. Sempre pi intensa divent la lotta fra fazioni, in assenza di simili sbocchi, e
30

MGH Dip. Ottonis I, 384, II, 291, III, 265, 268. Per Nonantola: L.A. Muratori, Antiquitates Italicae, III (Milano,
1740), pp. 241-3. Cfr., in generale, Tabacco, La storia politica e sociale, pp. 153-67 e i riferimenti citati, L.A.
Kotel'nikova, O formakh obscinnoy organizatzii severoital'yansbovo krest'yanstva v 9-12 vv, Sredniye Veka , XVII
(1960), pp. 11640 e altri riferimenti citati.
31
Le guide migliori sono costituite dalle opere della Fasoli citate nella bibliografia (B4); danno informazioni su distinte
storie di citt.

cominci solo a trovar soluzione con lo sviluppo del governo comunale indipendente e quindi delle
nuove cariche urbane alla fine dell'XI secolo. Questo sviluppo, rispetto al quale la storia precedente
dell'Italia medievale sembrata a troppi storici solo un preludio, non oggetto del presente studio.
Ma le complessit dell'autonomia urbana furono in gran parte il prodotto della fine dello stato, ed
alcune di esse sono di rilievo.
Le.signorie episcopali sulle citt erano di per s molto simili alle signorie private laiche basate sui
castelli. Spesso i diplomi reali che le garantivano erano quasi identici. Anche l'elemento pi
simbolico delle citt, le mura, talora veniva concesso un po' alla volta ai privati. Berengario I don
parte delle mura di Pavia al monastero di S; Maria Teodota nel 913, e Ottone II fece la stessa cosa a
Como nei riguardi di un mercante urbano, Bariberto, nel 98332. Ma anche le citt del nord Italia pi
soggette alle signorie mantennero alcune istituzioni pubbliche, come si visto nel caso di Mantova,
poich erano troppo complesse per controllarle con qualsiasi altro mezzo. Il germe del comune era
insito in queste istituzioni e nei professionisti che le governavano, giudici e notai. Questi gruppi
erano gi ben affermati nel secolo VIII, e con l'XI secolo erano diventati famiglie dominanti e
influenti collegate in modo inscindibile alle attivit della burocrazia clericale e della nuova classe
dei mercanti proprietari terrieri. Anche l'aristocrazia urbana terriera reputava gi necessario venir
associata a questi gruppi e diventa difficile parlarne separatamente. Essi divennero i cittadini
importanti dei secoli X-XI, i cives, che in genere compaiono nei documenti pervenutici senza
alcuna altra descrizione. I cives assistevano il vescovo di Mantova nel funzionamento delle zecche
che gli erano state date nel 945 da Lotario; i cittadini di Genova erano i recettori di un atto di libert
da parte di Berengario II nel 958, primo atto pervenutoci che riguardi un corpo cittadino33. Talvolta
i cittadini erano divisi in varie categorie sociali: maiores, mediocres, e minores, o (come a Cremona
nel 996) tutti i cittadini liberi di Cremona, ricchi e poveri . Che preciso significato avessero
questi strati sociali in termini economici e in questo periodo del tutto oscuro; tuttavia i capi dei
cittadini appartennero sempre agli strati professionali e alla aristocrazia terriera. Parte di
quest'ultima, talvolta, veniva distinta rispetto ai cittadini col termine di milites, vassalli episcopali,
ma raramente si pu vederli in opposizione rispetto alla loro controparte civile (Milano costituisce
l'eccezione pi chiara). E neppure erano le uniche persone che combattevano. Le sollevazioni delle
citt dell'XI secolo indicano che la gente comune era pronta a combattere e con ci aveva
dimestichezza. Nel contesto urbano, partecipare attivamente alla lotta non era diventato un fatto
ristretto ad una elite, e, nell'affermazione dell'identit civica, i poveri erano per lo pi ancora pronti
a seguire i ricchi.
Le sollevazioni non furono un preludio necessario o immediato al comune, ma pi chiaramente
mostrano la forza che l'identit civica cominci ad assumere allorch le citt divennero centri
politici autonomi. Dopo la met del secolo X divennero ben pi frequenti. Tutti i cittadini di Verona
si unirono per opporsi al vescovo Raterio nel 968. Nel 983 i Milanesi cacciarono l'arcivescovo
Landolfo II dalla citt, e per tornarvi egli dovette fare molte concessioni all'aristocrazia civica. I
Cremonesi nel 1037 (o prima) si ribellarono al vescovo, e, secondo le parole di Corrado II lo
cacciarono fuori dalla citt con gran ignominia lo spogliarono dei suoi beni, e distrussero fino alle
fondamenta una torre del castello... Demolirono anche le mura della citt vecchia fino alle
fondamenta, e costruirono un'altra cinta muraria, pi grande, contro il Nostro stato . I Cremonesi
erano stati in cattivi rapporti con i loro vescovi, specialmente in merito ai pedaggi fluviali per i
mercanti cremonesi, fin dall'852, ma col 996 le dispute erano gi giunte a coinvolgere tutto il corpo
cittadino. Ottone III, raggirato da loro, emise un diploma che garant loro diritti e complete
immunit, quantunque lo individuale. Forze pi grandi come lo stato, almeno all'inizio, s'imposero
su ognuna di queste localit dall'esterno. Per ciascuna forza autonoma dell'XI secolo esistevano
32
33

D.B.I, 90; Dip. Ottonis II, 312.


Dip. Lotario, I (paragona con D.B.I, 12); Dip. Berengario II, 11 (edito nello stesso volume).

lunghe tradizioni storiche; la solidariet e coesione delle loro ideologie furono il prodotto della
caduta dello stato, non la sua causa. L'idea di un unico popolo o di un singolo stato, la gens
Langobardorum di Paolo Diacono, il regnum Italicum di Liutprando di Cremona, dur quanto lo
stato. E' solo dopo la caduta dello stato che fu sostituita, nelle menti delle classi dominanti italiane,
dall'esplicito affermarsi delle fedelt locali. Comunque, in un altro senso, almeno non deve
sorprendere che lo stato sia caduto di fronte a queste nuove forze locali. Lo stato longobardo e
quello carolingio furono monumenti alla forza dell'ideologia dell'Impero romano, per i quattro
secoli dopo la sua scomparsa verso la met del VI secolo. I Longobardi e i Carolingi tentarono di
governare per mezzo di istituzioni pubbliche su vasta scala, senza l'appoggio economico del sistema
fiscale dell'Impero che le aveva prodotte. Avevano origini radicate nella terra, in un mondo nuovo
nel quale la propriet terriera era l'unica chiave di accesso al potere; e cos era anche per i loro
delegati, duchi, conti e vescovi, e la terra dei loro delegati fu indipendente dall'autorit reale, o
presto lo divent. La forza pi efficace che permise ai re di mantenere il controllo sul proprio regno
fu semplicemente il consenso dell'aristocrazia all'ideale pubblico dello stato romano che i re
usavano, e, come conseguenza di questo consenso, il fatto che le classi proprietarie terriere
strutturarono la loro azione politica attorno allo stato. I1 sistema di patrocinii dello stato fu, dopo
tutto, per loro estremamente vantaggioso. Malgrado ci, le attivit private di queste persone
minarono lentamente il potere pubblico dello stato e ben poco pot fare lo stato per fermare questo
processo. Lo stato poteva mantenere il consenso; ma il vero controllo, parte altrettanto importante
dell'ideologia dell'Impero, era pi difficile. Il fatto che lo stato sopravvisse solo con il consenso
delle classi superiori fu riflesso, anche, nel fatto altrettanto importante che lo stato fece sempre
semplicemente sentire la propria presenza in strati diversi di contadini, la fascia pi ampia della
societ se non come forza coercitiva distante. La composizione politica dello stato longobardocarolingio interessava solo l'aristocrazia, e non era importante per nessun'altra categoria sociale. Al
massimo si potrebbe affermare che il controllo dello stato era pi efficiente nel Nord Italia e in
Toscana che non nel Sud, o altrove in Europa, per lo pi per la complessit delle citt del Nord
Italia e delle propriet terriere attorno ad esse, che consentiva allo stato di sfruttare le rivalit locali
e di intervenire, e diminuiva la possibilit di ogni singola famiglia di giungere al controllo locale e
di rendersi autonoma dallo stato. Ma l'intervento locale richiedeva l'uso di una politica della
propriet terriera, e questa politica non era pubblica, ma privata. Lo stato sfrutt anche i legami
privati di dipendenza, ma nel fare ci li rafforz. Al momento della crisi, all'inizio del X secolo,
questi legami, saldamente basati sulla propriet terriera, si dimostrarono pi forti dell'ideologia
pubblica dello stato. In questo senso il X secolo (o, nel Sud, il IX secolo) vede la vittoria dei poteri
locali sullo stato, in quanto i legami privati di societ, dipendenza personale, comunit, e la
coercizione dei contadini, erano a base locale. Anche le istituzioni pubbliche si decentrarono, in
citt e castelli. L'ideologia dello stato unico venne sostituita dalla forza reale della societ locale.
L'Italia si frantum. Le unit regionali seguirono vie diverse (quantunque spesso su linee parallele)
rafforzate da un senso crescente della loro singola identit. Sarebbero occorse l'ideologia del
nazionalismo romantico del XIX secolo e le trasformazioni socio-economiche della Rivoluzione
Industriale per costringerle a congiungersi di nuovo.

BIBLIOGRAFIA
Abbreviazioni
A.S
BISI
MGH

Migne, PL
QF
RSI
SM
Sett.

Archivio Storico
Bollettino dell'Istituto Storico Italiano per d Medio Evo
Monumenta Germaniae Historica (A.A.: Auetores Antiquissimi; S.S.:
Scriptores; S.R.L.: Scriptores rerum Langobardicarum; Dipl: Diplo
mata, o Carolingia (Kar.) o Germanica (distinta con il nome dell'imperatore); Epp.: Epistolae)
J-P. Migne, Patrologia Latina
Quellen und Forsclungen aus italienischen Archiven und Bibliotehen
Rivista Storica Italiana
Studi Medievali
Settimane di Studi (Spoleto)
Nota introduttiva

La seguente bibliografia rispetta la divisione del volume originale in sezione inglese e sezione non
inglese, con alcune modifiche per renderla meglio utilizzabile in Italia, anche a fini di studio e di
ricerca. Essa non completa; una bibliografia completa esula dagli scopi di questo libro ed quasi
impossibile da compilare, a causa della sorprendente variet di riviste locali italiane e del lungo
interesse per l'Italia mostrato dall'intero mondo accademico internazionale e in particolare, per il
nostro periodo, dai tedeschi.
Per facilitare la consultazione e i rinvii, sia la sezione inglese (A) sia quella non inglese (B) sono
state suddivise nelle parti seguenti:
1.
2.

3.
4.

5.

Opere d'ordentamento e di carattere generale


Storia politica
(a) Tarda Romanit e Ostrogoti
(b) Italia Longobarda e Bizantina
(c) Italia Carolingia
(d) Italia Post-Carolingia e Impero Germanico
(e) Italia Meridionale
(f) Studi Locali
Storia sociale
Storia economica
(a) Generale
(b) Studi Urbani
(c) Studi Rurali
Chiesa e cultura
(a) Storia della Religione
(b) Papato e Roma
(c) Cultura

I riferimenti a sezioni diverse sono indicati in forma abbreviata, per esempio: (B3-d) anche nelle
note i rimandi bibliografici sono fatti utilizzando la forma abbreviata.

A. Bibliografia scelta di opere in inglese


1. Note d'orientamento e di carattere generale
La maggior parte degli studi cospicui sull'Italia altomedievale non di lingua inglese. Gli unici
argomenti per i quali gli studi di lingua inglese possono in qualche modo competere con i migliori
studi stranieri sono il periodo romano-ostrogoto, il papato e, recentemente, gli insediamenti umani e
i ritrovamenti archeologici. Per altri aspetti, le lacune vanno colmate con analisi frammentarie
mediocri, o con brevi sezioni in opere dedicate ad altri argomenti. Le sole eccezioni a tale penuria
sono le opere di Donald Bullough, che trattano principalrnente dell'Italia carolingia.
2. Storia politica
(a) Tarda Romanit e Ostrogoti
L'opera fondamentale, in qualsiasi lingua, su tale argomento AX.M. Jones, The Later Roman
Empire, 3 voll. (Oxford, 1964). La narrazione pi completa in inglese J.B. Burv, History of the
Later Roman Empire, 2 voll., II ed. (Londra, 1923), precedente a Stein (B3-a), ma di simili
caratteristiche. Per la storia sociopolitica sino al 425 basilare J. Matthews, Western Aristocracies
and the Imperial Court (Oxford, 1975). I volumi II e III di Prosopography of the Later Roman
Empire (Cambridge) costituiranno il pi importante strumento di ricerca nei prossimi decenni. Per il
periodo sino al 490, un'analisi prosopografica e testuale estremamente minuziosa sta producendo
alcuni risultati: J. Matthews, Continuity in a Roman Family: the Rufii Festii ot Volsinii, Historia,
XVI (1967), pp. 484-509; B.L. Twyman, Aetius and the Aristocrary, Historia, XIX (1970), pp.
480-503; FM. Claver, The Family and Early Career of Anicius Olybrius, Historia , XXVII,
(1978), pp. 169-96; M. McCormick, Odeacer, the Emperor Zeno, and the Rugian uictory legation,
Byzantion, XLVIl (1977), pp. 212-22.
Sul periodo ostrogoto vi pure A.H.M. Jones, The constitutional position of Odoacer and
Theoderic, Journal of Roman Studies , LII (1962), pp. 126-30. Il governo di Teodorico viene
discusso da W.G. Sinnigen, Comites consistoriani in Ostrogothic Italy, Classica et Mediaevalia,
XXIV (1963), pp. 158-65; Administrative shifts ot competence under Theoderic, Traditio , xxr
(1965), pp. 4S-67. Cfr. anche A-c.
(b) Italia Longobarda e Bizantina
Sull'archeologia longobarda vi oggi I. Kiszely, The Anthropology of Lombards (Londra, 1979).
Buoni risultati sono dati dall'attento esame di un dettaglio della storia amministrativa longobarda:
D.A. Bullongh, The Writing-office of the dukes of Spoleto in the 8th century , in idem (a cura di),
The Study of Mediaeval Records (Oxford, 1971), pp. 1-21.
Ravenna studiata oggi in modo migliore, con importanti nuove opere di T.S. Brown, The church
of Ravenna and the imperial administration in the 7th century, English Historical Review, XCIV
(1979), pp. 1-28, e Gentlemen and officers. Imperial administration and aristocratic power in
Byzantine Italy 554-800 (Londra 1982).
(c) Italia Carolingia
Sull'amministrazione carolingia, cfr. D.A. Bullough, Baiuli in the Carolingian regnum
Langobardorum and the career of abbot Waldo (1813), English Historical Review , LXXVII
(1962), pp. 625-37; idem, The counties of the regnum Italiae in the Carolingian period, 774-888: a

topographical study. 1, Papers of the British Schocl at Rome , XXIII (1955), pp. 148-68; K.F.
Drew, The immunity in Carolingian Italy, Speculum , XXXVII (1962), pp. 182-97.
Vi sono inoltre alcuni contributi storici di tipo pi narrativo: T.F.X.. Noble, The Revolt of King
Bernard of Italy, SM, XV (1974), pp. 315-26; C. Odegaard, The Empress Engelberge, Speculum
, XXVI (1951), pp. 77-103.
(d) Italia Post-Carolingia e Impero Germanico
Non c' pressoch nulla di importante in questa sezione. C' comunque qualche opera
qualitativamente pregevole riguardante il periodo successivo al 1000; cfr. il libro di J.K. Hyde,
Politics and society in communal Italy, 1000-1350 (Londra, 1975), trad. it. Bologna 1977.
(e) Italia Meridionale
Vi sono uno o due testi curati con introduzioni e commenti in inglese: U. Westerbergh, Chronicon
Salernitanum (Lund, 1956), e idem, Beneventan 9th century poetry (Stoccolma, 1957) che include
utili commenti sulla storia del secolo IX; M. Salzman, The Chronicle of Ahimaaz (New York,
1924).
Sulla Sicilia araba c' anche A. Ahmad, A history of Islamic Sicily (Edimburgo, 1975). Cfr. anche
A5-b.
(f) Studi Locali
C' uno studio locale su larga scala in inglese, R. Schumann, Auttority and the Commune. Parma
833-1133 (Parma, 1973). Sulla Milano del secolo XI, alla fine del periodo da noi esaminato, cfr.
H.E.J. Cowdrey, Archibishop Aribert of Milan, History, LI (1966), pp. 1-15; The papacy, the
Patarines, and the cturch of Milan, Transactions of the Royal Historical Society , V serie, 18
(1968), pp. 2S48. La storia vescovile di Lucca discussa in E.G. Ranallo, The bisbops ot Lucca
from Gherard I to Gherard II (868-1003), 5 Congresso (B,), pp. 719-35.
3. Storia sociale
Mold udli rilievi sulla storia sociale dell'intero periodo sono fornid da CE. Boyd, Tithes and
parishes in Mediaeval Italy (Ithaca, 1952).
Sul diritto, importand per una comprensione della storia legale italiana sono due studi sul diritto
altomedievale in generale: il fondamentale E. Levy, West Roman Vulgar Law, The Law of Property
(Filadelfia, 1951) e lo stimolante articolo di C.P. Wormald, Lex Scripta and Verbum regis, in Early
Mediaeval Ringship, a cura di P.H. Sawyer e IN. Wood (Leeds, 1977), pp. 105-38.
Sulla struttura della famiglia, cir. D. Herlihy, Family Solidarity in Mediaeval Italian History, in
R.S. Lopez e V. Slessarev (curatori), Economy, Society and Government in Mediaeval Italy (Kent,
Ohio, 1969), pp. 173-84; D.O. Hughes, Urban Growth and Family Structure in Mediaeval Genoa,
Past and Present, I.XVI (1975), pp. 3-28. Sulle donne, D. Herlihy, Land, Family and Women in
Continental Europe 701-1200, Traditio, XVIII (1962), pp. 89-120, rileva differenze
internazionali.
4. Storia economica

(a) Generale
Buone sono le introduzioni della Cambridge Economic History: P.J. Jones, Italy in I, 2. edizione
(1966), pp. 340-431, sul secolo XIII ma con osservazioni preziose sulla storia deU'agricoltura in
tutto il Medio Evo; CE. Stevens, Agriculture and rural life in the Later Roman Empire , ibid.,
pp. 92-124; R.S. Lopez, The Trade of Mediaeval Europethe South , II (1952), pp. 257-354.
Su problemi dell'economia altomedievale in generale, cfr. P. Grierson, Commerce in the Dark Ages:
a critique of the evidence, Transacdons of the Royal Historical Society, v serie, 9 (1959), pp.
12340. L'alquanto parziale B. Hindess e P.Q. Hirst, Precapitalist Modes of Production (Londra,
1975) contiene importanti analisi.
(b) Studi Urbani
Su antiche citt: AH.M. Jones (A3-a), completato dai propri articoli in The Roman Economy
(Oxford, 1973), pp. 1-60. Su citt altomedievali: D.A. Bullaugh, Social and Economic Structure
and Topography in the Early Medieval City, Sett., XXI (1973), pp. 351-99; P-A. Fvrier, Towns in
the Western Mediterranean, in M.W. Barley (curatore), European Towns (Londra, 1977), pp. 31542. Si tratta di opere di carattere generale, che mettono in primo piano il materiale italiano. Analisi
specifiche di aspetti della topografia urbana italiana sono M. Cagiano de Azavedo, Northern Italy,
in Barley, pp. 475-84, e il fondamentale articolo di DA. Bullough, Urban change in Early
Mediaeval Italy; the example of Pavia, Papers of the British Schocl at Rome, XXXIv (1966), pp.
82-131. Per l'archeologia della citt abbandonata di Luni, cfr. B. Ward-Perkins, Luni: the decline
and abandonment of a Roman town in Blake (cfr. sotto, A5-r), pp. 313-21.
Sul commercio, oltre R.S. Lopez e I.W. Raymond, Mediaeval trade in the Mediterranean world
(Londra, 1955) e Lopez (A5:a), c' R.S. Lopez, An aristoaacy of money in the Early Middle Ages,
Speculum , XXVIII (1953), pp. 1-43 sugli zecchieri, e due articoli di A.O. Citarella su Amalfi, The
relations of Amalfi with the Arah world hefore the crusades, Speculum, XLII (1967), pp. 299312, e Patterns in Medieval Trade - The Commerce of Amalh before the Crusades, Journal of
Economic History, XXVIII (1968), pp. 531-55. Utile anche A.R. Lewis, Naval power and trade in
the Mediterranean, SOO-1100 (Princeton, 1951). Essenziale A. Guillou, Production and profts in
the Byzantine province of Italy, Dumbarton Oaks Papers , XXVIIl (1974), pp. 89-109.
(c) Studi Rurali
P.J. Jones, An Italian estate, 900-1200, Economic History Review, VII (1954), pp. 18-32 tratta
degli sviluppi nel territorio di Lucca. Idee interessanti si possono anche trovare in alcuni articoli
generali di D. Herlihy, Agrarian revolution in Southern France and Italy, 801-1150, Speculum ,
XXXIII (1958), pp. 2341; History of the rural seigneury in Italy, 751-1200, Agricultural History
, XXXIII (1959), pp. 58-71; Treasure hoards in the Italian economy, Economic History
Review, x (1957), pp. 1-14.
L'archeologia medievale sta compiendo passi enormi in Italia oggi, e un contributo sostanziale
viene offerto dagli scavi e dalle ricognizioni sul campo da parte di archeologi britannici. In
generale, HM. Blake, T.W. Potter e DA. Whitohouse (curatori), Papers in Italian Archaeology, I
(Londra, 1978), presenta recenti indagini, specialmente l'articolo importante di Blake, Mediaeval
pottery: technical innovation or economic change?, pp. 435-73. Per ricerche sul campo, cfr. T.W.
Potter, The changing landscape of South Etruria (Londra, 1979), C.J. Wickham, Historical and
topographical notes on Early Mediaeval South Etruria, Papers of the British School at Rome,

XLVI (1978) pp. 132-79 e XLVII (1979) pp. 66-95, e G.W. Barker (curatore), A Mediterranean
Valley (Cambridge, 1983).
5. Chiesa e cultura
(a) Storia della Religione
La guida migliore in questo campo Boyd (A4), pur se tratta solo una parte dell'argomento.
(b) Papato e Roma
Per Roma abbiamo in effetti sin troppe opere in lingua inglese da elencare Per esposizioni di
carattere generale, cEr. J. Richards, The popes and the papacy in the early middle ages, 476-752
(Londra, 1979). La storia territoriale del papato trattata in modo soddisfacente da P. Partuer, The
lands of St. Peter (l~ondra, 1972). Tutti questi libri contengono bibliografie. Per argomenti pi
specifici, cfr. P A. Llewellyn, The Roman Church in the 7th century, Journal of Ecclesiastical
History , xxv (1974), pp. 363-80; idem, Constans II and the Roman Church, Byzantion, XLVI
(1976), pp. 120-60; D.H.. Miller, The Roman Revolution of the 8th century, Mediaeval Studies,
XXXVI (1974), pp. 79-133; J.T. Hallenbeck, The Lombard party in 8th century Rome, SM, XV
(1974), pp. 951-66; B. Hamilton, Monastic revival in the 10th century Rome, Studia Monastica ,
IV (1962), pp. 35-68.
Come biografia, F. Homes Dudden, Gregory the Great, 2 voll. (Londra, 1905), non stata ancora
completamente superata.
(c) Cultura
Per il periodo ostrogoto, abbiamo A. Momigliano, Cassiodorus and the Italian culture of his time,
Proceedings of the British Academy , XLI (1955), pp. 207-45; se ne veda l'ampia bibliografia per
altre opere su questo periodo. Per la cultura precarolingia, cir. M.L.W. Laistner, Thonght and
Letters in Western Europe 500-900 (Londra, 1957). Per un aspetto dell'ideologia urbana nel secolo
VIII e di periodi successivi, cfr. J.K. Hyde, Medieval descrittions of cities, Bulletin of the John
Rylands Library, XLVIII (1966), pp. 308-40. Per la cultura nel Meridione, cfr. Westerbergh (A3e).
B. Bibliograia scelta di opere in altre lingue
1. Opere d'orientamento e di carattere generale
Gli taliani sono pi consapevoli dei propri presupposti ideologici di quanto non lo siano i
Britannici. Di conseguenza, molti articoli e libri di questa bibliografia includono analisi di tradizioni
storiografiche e di criteri metodologici. La recente opera storica collettiva, Einaudi Storia dItalia
(Torino, 1974), costituisce il contributo recente pi evidente, e comprende anche le migliori
introduzioni alla storia sociopolitica e sociocconomica altomedievale, G. Tabacco, La storia
politica e sociale , II, pp. 5-167, e P.J. Jones, La storia economica , Ll, pp. 14691681. Altre
esposizioni di carattere generale sono pi interessate ad aspetti politici, soprattutto quella di
Vallardi; i volumi rilevanti sono G. Romano e A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia
(Milano, 1940-5), oggi piuttosto superato, e C.G. Mor, L'et feudale (Milano, 1952). Una nuova
serie, pubblicata da UTET, con minori ambizioni ma pure comprendente indagini recenti, anche in
corso, e ne apparso il volume Il, V. Fumagalli, Il regno italico (Torino, 1978), sui secoli IX e X.

L'unica storia di carattere generale scritta da un solo autore e riguardante l'intero nostro periodo
LM. Hartrnann, Geschichte Italiens im Mittelalter, 4 voll. (Gotha, 1900-23), che resta un classico.
Una panoramica introduttiva quella di G.L. Barni e L. Fasoli, L'Italia nell'alto medioevo (Torino,
1971). E. Sestan, Stato e nazione nell'alto medioevo (Napoli, 1952), contiene interessanti
osservazioni sugli sviluppi italiani sino all'800 circa. Per le tendenze e le scuole moderne su questo
periodo, l'approccio pi semplice consiste probabilmente nel seguire i riferimenti a importanti autori
quali Bognetti, Violante, Tabacco, Fumagalli, nella bibliografia che segue.
Sotto l'egida del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, si organizzano congressi annuali a
Spoleto sull'alto medioevo europeo, i cui atti vengono pubblicati come Settimane di Studio. Sono
questi i luoghi migliori ove cercare contributi recenti. Il Centro organizza anche altri congressi
meno regolari sull'Italia, i Congressi Internazionali di Studio sull'Alto Medioevo; sono spesso di
minor qualit, con l'eccezione del quinto congresso, dedicato alla Toscana altomedievale (Spoleto,
1973).
Bibliografie: sulla storia economica, l'articolo di Jones, gi citato, offre la bibliogrfia pi completa
immaginabile; la serie dell'UTET offrir bibliografie aggiornate di carattere generale.
2. Fonti
I Monumenta Germaniae Historica (MGH) offrono normalmente le migliori edizioni di fonti
tardoromane (Auctores Antiquissimi), di esposizioni storiche narrative (Scrittores), di editti di
imperatori germanici e carolingi (Diplomata); lettere, poesie, ecc. Le Fonti per la storia d'Italia
(Roma, 1887-), costituiscono l'equivalente italiano per quei testi che non trattano specificamente dei
periodi di dominazione transalpina, soprattutto gli editti dei re longobardi indigeni e di quelli
postcarolingi, e altre collezioni nazionali di contratti e di casi giudiziari (U. Manaresi (curatore),
Placiti [Roma, 1955-]). Per raccolte locali di documenti, cfr. I'elenco in Fumagalli (B,), pp. 306-7,
in particolare la serie Regesta Chartarum Italiae (Roma, 1914-), G. Porro-Lambertenghi, Codex
Diplomaticus Langobardiae (Torino, 1873), e D. Barsocchini, Memorie e documenti per servire
all'istoria di Lucca, v (Lucca, 183741). Per i polittici l'edizione di base ora Inventari
altomedievali di terre coloni e redditi, a cura di A. Castagnetti et al. (Roma 1979). A partire dal
secolo XI, la raccolta fondamentale di fonti si trova nella seconda vasta edizione di Muratori,
Rerum Italicarum Scrittores (Bologna, 1900-).
3. Storia politica
Per un'introduzione generale, cfr. Tabacco e Hartmann (B1).
(a) Tarda Romanit e Ostrogoti
E. Stein, Histoire du Bas-Empire, 2 voll. (Bruges, 1949-59) resta l'esposizione migliore e pi
dettagliata fino al 565. In particolare, il periodo antecedente al 476 manca di analisi pi recenti, se si
eccettua M.A. Wes, Das Ende des Kaisertums im Westen des romischen Reiches (L'Aia, 1967). Cfr.
anche K.F. Stroheker, Der politische Zerfall der romischen Westens in Idem, Germanentum und
Spatantike (Stoccarda, 1965), pp. 88-100. Per quanto concerne l'aristocrazia, sono basilari le opere
di J. Sundwall, Westromische Studien (Berlino, 1915) e Abbandlungen zur Geschichte des
ausgehenden Romertums (Helsinki, 1919), con A. Chastagnol, Le Snat romain scus le rgne
d'Odoacre (Bonn, 1966). Sul 476, la guida pi intelligente A. Momigliano, La caduta senza
rumore di un impero nel 476 d.C., RSI, LXXXV (1973), pp. 5-21.

Per gli Ostrogoti, W. Ensslin, Theoderich der Grosse (Monaco, 1947) resta importante; chi conosce
il russo potrebbe provare Z.V. Udal'tsova, Italiya i Vizantiya V. VI veke (Mosca, 1959), che,
nonostante il titolo, riguarda quasi completamente il periodo ostrogoto. Sull'archeologia degli
insediamenti ostrogoti, cEr. V. Bierbrauer, Die ostgotischen Grab- und Schatzfunde in Italien
(Spoleto, 1975). Sull'economia del periodo ostrogoto (e dei secoli IV e v), cfr. Ruggini (B~c).
(b) Italia Longobarda e Bizantina
Su tutta la storia politica post-romana: per le entrate dei monarchi, C.R. Brnhl,
Fodrum, Gtum, Servitium Regis (Colonia, 1968); P. Darmstadter, Das Reichsgut in der Lombardei
und Piemont 568-1250 (Strasburgo, 1896); F. Schneider, Die Reichsvermaltung in Toscana (5681268), I (Roma, 1914). Per le biografie politiche, il Dizionario Biograico degli Italiani (Roma,
1960-) ha raggiunto solo il volume della lettera C, ma un numero sorprendentemente alto di
personaggi politici altomedievali ha nomi che iniziano con le lettere A o B.
Sui Longobardi, lo storico classico G.P. Bognetti, le cui opere sui Longobardi sono raccolte nella
maggior parte in L'Et Longobarda (4 voll., Milano, 1966~8). La raccolta comprende una vasta
gamma di articoli, specifici o generici; arguti o azardati; idee di prima, seconda e terza mano su vari
argomend; nel vol. Il, S. Maria di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi , costituisce
il testo principale; cfr. poi, come esposizioni introduttive, nel vol. I, Longobardi e Romani e Il
gastaldato longobardo ; nel vol. IlI, I ministri romani dei re longobardi, Processo logico e
integrazioni delle fonti nella storiografia di Paolo Diacono , I loca sanctorum , e Tradizione
longobarda e politica bizantina nelle origini del ducato di Spoleto ; nel vol. IV, La propriet
della terra , L'editto di Rotari come espediente politico , e La continuit delle sedi episcopali
.
Per i Longobardi precedentemente al 568: J. Werner, Die Langobarden in Pannonien (Monaco,
1962). L'archeologia longobarda discussa, regione per regione, in una serie di elenchi in SM, da
XIV (1973) in poi. Per l'artigiano metallurgico in Italia dei Longobardi, cfr. S. Fuchs, Die
Langobardchen Goldblatthreaze (Berlino, 1938); S. Fuchs e J. Werner, Die langobardischen
Fibeln aus Italien (Berlino, 1950); per la cerarnica, O. von Hessen, Die langobardische Keramik
aus Italien (Wiesbaden, 1968). Su alcuni dei principali siti archeologici: R. Mengarelli, L a
necropoli barbarica di Castel Trosino, Monumenti Antichi , XII (1902), 145-380, e P. Pasqui e
R. Paribeni, La necropoli barbarica di Nocera Umbra, Monumenti Antichi, xxv, (1918),
13~352; C. Fingerlin, J. Garbsch, J. Werner, Gli scavi nel castello longobardo di Ibligo-Invillino,
Aquileia Nostra, XXXIX (1968), 57-135. Per la toponomastica, E. Gamillscheg, Romania
Germanica, II (Berlino, 1936) costituisce un punto d'inizio.
Un'esposizione storica narrativa si trova in Bognetti, S. Maria, citato sopra; L. Schrnidt,
Geschichte der deutschen Stamme: die Ostgermanen (2 edizione, Monaco, 1934), fino al 590; G.
Fasoli, I Longobardi in Italia (Bologna, 196S). Per i Longobardi e il Papato, cfr. B.; comunque
molti preziosi articoli su tale aspetto e sulla storia religiosa longobarda in generale sono raccolti in
O. Bertolini, Scritti scelti, 2 voll. (Livorno, 1968). I rapporti franco-longobardi sono discussi in G.
Tangl, Die Passvorschrilt des Konigs Ratchis, QP, XXXVIII (1958), pp. 1-66; K. Schmid, Zur
Ablosung der Langobardenherrschalt durch die Franben, QP, LII (1972), pp. 1-35. Del ducato di
Benevento fino al 744 si discute in F. Hirsch, Il ducato di Benevento sino alla caduta del regno
longobardo (tr. di un testo tedesco, Roma, 1890).

Paolo Diacono oggetto di una vasta storiografia, per lo pi di cattiva qualit; le guide migliori
sono Bognetti, Processo logico, citato sopra, ed E. Sestan, La storiografia dell'Italia longobarda:
Paolo Diacono, Sett., XVII (1969), pp. 357-86.
Sullo stato longobardo, I'introduzione migliore di C.R. Brahl, Zentral- und FinanzverwaNung im
Franben und im Langobardenreich, Sett., xx (1972), pp. 6194. Cfr. anche Bognetti, passim; P.S.
Leicht, Gli elementi romani nella costituzione longobarda, A.S. Italiano , LXXXI (1923), pp. 524; C.G. Mor, I gastaldi con potere ducale nell'ordinamento pubblico longobardo, I Cong. Internaz.
di Studi Longobardi (Spoleto, 1952), pp. 409-16; R. Schneider, Konigswahl und Konigserbebung
im Frhmittelalter (Stoccarda, 1972). Per l'amministrazione locale, cfr. sezione (c), qui sotto. Per la
prosopografia, cfr. J. Jarnut, Prosopografische und sozialgeschichtliche Studien zum
Langobardenreich in Italien (Bonn, 1972).
Per l'Italia bizantina: A. GuiDou, Rgionalisme et indpendence dans l'empire byzantin au 7 sicle
(Roma, 1969) per Ravenna, e A. Simonini, Autocefalia ed esarcato in Italia (Ravenna, 1969). Per
Agnello, G. Fasoli, Rileggendo il Liber Pontificalis di Agnello Ravennate, Sett., XVII (1969), pp.
457-95. Per tutta la documentazione ravennate e per altri materiali, J-O. Tjader, D i e
nichtliterarischen lateinischen Papyri Italiens, I (Lund, 1955).
Per l'Umbria, S. Mochi Onory, Ricerche sui poteri civili dei vescovi nelle citt umbre (Roma,
1930); per Venezia, R. Cessi, Venezia Ducale (Venezia, 1940); per Roma, cEr. B-b.
(c) Italia Carolingia (Cfr. anche (f))
Introduzioni basilari sono E. Hlavvitschka, Franken, Alemannen, Bagern und Burgander in
Oberitalien 774-962 (Friburgo, 1960); J. Fischer, Konigium, Adel und Kirche im Knigreich Italien
774-875 (Bonn, 1965); P. Delogu, Strutture politiche e ideologia nel regno di Ludovico II, BISI,
LXXX (1968), pp. 137-89.
Per il governo centrale, cfr.: D A. Bullough, Leo qui apud Hlottarium magni loci habebatur et le
gonvernement du Regnum Italiae l'poque carolingienne, Le Moyen Age , LXVII (1961), pp.
22145; H. Keller, Zur Struktur der Knigsherrschalt im karolingischen und nachiarolingischen
Italien, QP, XLVII (1967), pp. 123-223; idem, Der Gerichtsort in oberitalienischen und
tosianischen Stadten, QF, XLIX (1969), pp. 1-71; O. Bertolini, I vescovi del Regnum
Langobardorum al tempo dei Carolingi, Vescovi e diocesi in Italia nel medioevo (Padova, 1964),
pp. 1-26; F. Manacorda, Ricerche sugli inizi della dominazione dei Carolingi in Italia (Roma,
1968), per lo pi sui capitolari.
Per il governo locale, V. Fumagalli, Citt e distretti minori nell'Italia Carolingia. Un esempio, RSI,
IXXXI (1969), pp. 107-17; idem, L'amministrazione periferica dello stato nell'Emilia occidentale
in et Carolingia, RSI, LXXXIII (1971), pp. 911-20; A. Castagnetti, Distretti fiscali autonomi o
sottoscrizioni della contea cittadina? La Gardesana veronese in epoca Carolingia, RSI, LXXXII
(1970), pp. 73643; P. Delogu, L'istituzione comitale nell'Italia Carolingia, BISI, LXXIX (1968),
pp. 53-114. Per i margravi, A. Hofmeister, Markgrafen und Marigralschaiten im italischen
Konigreich, in Mitteilungen des Instituts fr osterreichische GeschichtforscLung,
Erganzungsband, VII (1906), pp. 215435. Per la Toscana, cfr. sezione (f); per Spoleto, E. Taurino,
L'organizzazione territoriale della contea di Fermo nei secoli 8-10, SM, XI (1970), pp. 659-710; E.
Saracco Previdi, Lo sculdahis nel territorio longobardo di Rieti, SM, XIV (1973), pp. 627-76.
Per lo stato carolingio ed i suoi abitanti, cfr. Tabacco (B`).

(d) Italia Post-Carolingia e Impero Germanico


Cfr. Mor (B,); Hlawitschka, Hofrneister, Keller (B3-c). Il testo pi importante S. Pivano, Stato e
chiesa da Berengario I ad Ardaino 888-1015 (Torino, 1908); anche G. Fasoli, I re d'ltalia 888-962
(Firenze, 1949). Per la storia politica sino al 905, P. Delogu, Vescovi, conti, e sovrani nella crisi del
regno italico, Annali della scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell'Universit di Roma ,
VIII (1968), pp. 3-72. Per il secolo XI, C Violante, L'et della riforma della chiesa in Italia, UTET,
Storia d'Italia, I (Torino, 1959); e, per il movimento delle citt all'indipendenza, F. Fasoli, Dalla
civitas al comune nell'Italia settentrionale (Bologna, 1969), e W.W. Goetz, Le origini dei comuni
italiani (tr. di un testo tedesco, Milano, 1965), che sono le guide migliori ai problemi molto
complessi.
Pivano ha individuato la tradizione della presa di possesso di citt da parte di vescovi nel secolo X,
e di questa si son fatte di recente varie buone analisi, soprattutto E. Dupr Theseider, Vescovi e citt
nell'Italia precomunale, Vescovi e diocesi in Italia (Padova, 1964), pp. 55-109; V. Fumagalli,
Vescovi e conti nell'Emilia occidentale da Berengario I a Ottone I, SM, XIV (1973), pp. 137-204;
G. Rossetti, Formazione e caratteri delle signorie di castello e dei poteri territoriali dei vescovi
sulle citt nella Langobardia del s. 10, Aevum, XLVIII (1974), pp. 1-67; C. Manaresi, Alle
origini del potere dei vescovi sul territorio esterno delle citt, BISI, LVIII ( 1944), pp. 221-328,
consiglia cautela.
A. Solmi, L'amministrazione finanziaria del regno italico nellalto medioevo (Pavia, 1932) e C.R.
Brilhl, Das Palatium von Pavia und die Honorantiae Civitatis Papiae, 4 Cong. Int. di Studi
sull'Alto Medioevo (Spoleto, 1969), pp. 189-220, discutono del declino di Pavia come capitale; G.
Tabacco, La dissoluzione medievale dello stato nella recente storiografia, SM, I (1960), pp. 397-446
pone la frantumazione dell'Italia all'interno di un contesto internazionale.
La maggior parte delle analisi relative a questo periodo consiste di opere sulla storia locale, elencate
nella sezione (f).
(e) Italia Meridionale
Per Bisanzio, I'opera panoramica pi importante rimane ancora J. Gay, L'Italie mridionale et
l'empire byzantin (Parigi, 1904). Per alcune analisi della societ e delle istituzioni, cfr. V. von
Falkenhausen, Untersuchangen ber die byzantinische Herrschalt in Suditalien (Wiesbaden, 1967);
A. Guillou, Studies on Byzantine Italy (Londra, 1970), raccolta di articoli, per lo pi in francese;
idem, Italie mridionale byzantine ou Byzantins en Italie mridionale?, Byzantion , XIIV
(1974), pp. 152-90. C' una traduzione italiana, di carattere devozionale, della vita greca di S. Nilo:
G. Giovanelli, Vita di S. Nilo (Grottalerrata, 1966).
I territori bizantini indipendenti del sud hanno tutti trattazioni storiche, di vario pregio. Le migliori
sono dovute a G. Cassandro e N. Cilento, nei loro contributi alla Storia di Napoli, II (Napoli, 1969),
che costituisce il punto di partenza per la storia napoletana. Cfr. anche, per Gaeta, A. Leccese, Le
origini del ducato di Gaeta (Gubbio, 1941), e, per Amalti, M. Berza, Amalfi preducale,
Ephemeris Dacoromana, VIII (1938), pp. 349-444. Sulla Sardegna: E. Besta, La Sardegna
Medioevale (2. edizione, Palermo, 1908-9). L'unica opera dedicata agli Arabi a Bari G. Musca,
L'emirato di Bari (Bari, 1964). La Sicilia prearaba viene discussa da M.I. Finley, Storia della Sicilia
antica (Bari, 1979). L'opera fondamentale sulla Sicilia araba, comunque, ormai un vero e proprio
classico: M. Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, 3 voll. 2 edizione (Catania, 1933-9).

Sull'Italia meridionale longobarda, N. Cilento, Italia meridionale longobarda (2' edizione, Milano,
1971) costituisce l'approccio iniziale migliore, e il suo Le origini della signoria capuana (Roma,
1966), sulla Capua del IX secolo, costituisce pure il miglior studio recente riguardante una localit
del sud. Benevento oggetto di una pregevole analisi di R. Poupardin, Les institutions politiques et
admintratives des principauts lombardes (Parigi, 1907), e praticamente da nessun altro da allora,
comunque cfr. H. Belting, Studien zum beneventanischen Hof im 8. Jht, Dumbarton Oaks Paperis
, xvr (1962), pp. 141-93. Salerno studiata in modo pi esauriente; per una panoramica, cfr. M.
Schipa, Storia del principato longobardo di Salerno (Napoli, 1887); per una storia socioreligiosa,
R. Ruggiero, Principi, nobilt e la chiesa nel Mezzogiorno longobardo (Napoli, 1973), che esamina
un solo monastero salernitano; per la citt vera e propria, cEr. P. Delogu, Mito di una citt
meridionale (Napo]i, 1977), testo davvero stimolante.
Per i rapporti tra nord e sud, cfr. O. Bertolini, I papi e le relazioni politiche con i ducati longobardi
di Spoleto e di Benevento, Rivista di storia della chiesa in Italia , VI (1952), pp. 1-46, VIII
(1954), pp. 1-22, IX (1955), pp. 1-57 per. il periodo longobardo; idem, Carlomagno e Benevento, in
H. Beumann (curatore), Karl der Grosse, I (Msseldorf, 1965), pp. 609-71; parecchi articoli in 3
Cong. Int. di Studi sull'Alto Medioevo (Spoleto, 1959); R. Ruggiero, Il ducato di Spoleto e i tentativi
di penetrazione dei franchi nell'Italia meridionale, A.S. per le province Napoletane, LXXXIVEXXXV (1966-7), pp. 71-116. Il X secolo ha ricevuto attenzione assai minore; cfr. il 3 Congresso,
succitato, e Mor (B'). Questo accade anche per la storia interna degli stad longobardi: per esempio,
non c' nessuna trattazione adeguata relativa a Pandulfo I; per l'inizio di un'analisi dello
smembramento di Capua-Benevento, cfr. F. Scandone, Il gastaldato d'Aquino dalla met del s. 9
alla fine del s. 10, A.S. per le province Napoletane , XXXIII (1908), pp. 720-35, XXXIV (1909),
pp. 49-77; A. de Francesco, Origini e sviluppo del feudalesimo nel Molise, ibid., XXXIV, pp. 43260, 640-71; xxxv (1910), pp. 70-98, 273-307.
(f) Studi Locali
In questa categoria rientra la maggior parte della migliore storiografia italiana recente, riguardante
in particolare il periodo posteriore al 900 ma anche, in maniera crescente, per il secolo IX. Queste
opere riguardano in genere due o tre secoli, e molti aspetti della storia sociale, economica e politica,
come pure della storia religiosa.
Parecchie opere storiche collettive su singole citt contengono importanti studi del periodo da noi
trattato: storia di Milano, II (Milano, 1954) e Storia di Brescia, I (Brescia, 1963) includono alcune
delle cose migliori di Bognetti; Verona ed il suo territorio, I-II (Verona, 1964) e Storia di Genova,
II (Genova, 1941) presentano utili materiali.
Per il Piemonte, si lavorato molto, recentemente, riprendendo la tradizione troppo trascurata dei
maestri degli inizi del secolo, come Gabotto; a ci ha contribuito sostanzialmente il periodico locale
torinese, Bollettino storico-bibliografico subalpino (BSBS), dove sono apparsi per esempio vari
importanti articoli su Asti, in BSBS, [XXIII (1975), una serie di preziosi articoli sugli insediamenti
in Piemonte, di A.A. Settia, apparsi sin dall'inizio degli anni Settanta, R. Comba, La dinamica
dell'insediamento umano nel Cuneese (sec. 10-13), BSBS, LXXII (1973), pp. 511-602.
Per l'insediamento alemanno ad Asti: R. Bordone, Un'attiva minoranza etnica nell'alto medioevo,
QF, LIV (1974), pp. 1-57. Per la storia politica, cfr. G. Sergi, Una grande circoscrizione del regno
italico: la marca aduinica di Torino, SM, XII (1971), pp. 637-712.
Per la Lombardia, la documentazione maggiore e gli studi tendono ad essere pi corposi. C.
Violante, La societ milanese nell'et precomunale (Bari, 1953) costituisce uno dei classici del

settore; per uno studio locale paradigmatico, su Cologno Monzese, cfr. G. Rossetti, Societ e
istituzioni nel contado lombardo, I (Milano, 1968). Per Mantova: P. Torelli, Un comune cittadino in
territorio ad economia agraria (2 voll. Mantova, 1930-52).
L'Emilia al centro di molte opere di V. Fumagalli, in particolare Le origini di una grande dinastia
feudale. Adalberto-Atto di Canossa (Tubinga, 1971) e Terra e societ nell'Italia padana (2^
edizione, Torino, 1976) che inquadra la storiografia recente.
Per la Toscana, la miglior panoramica recente si trova nella raccolta di articoli in 5 Cong. Int. di
Studi sull'Alto Medioevo (Spoleto, 1973), in particolare quelli di Keller, Schwarzmaier, Tabacco,
Rossetti, Kurre, Belli Barsali. Sulla marca, poi, cfr. gli articoli in Dizionario Biografico degli
Italiani, sotto le voci Adalberto, Bonifacio; e i libri di A. Falce, La formazione della marca di
Tuscia (Firenze, 1930), Il marchese Ugo di Toscana (Firenze, 1923) e Bonifacio di Canossa, I
(Reggio, 1927). Su aree pi ristrette, cfr. G. Volpe, Toscana medievale (Firenze, 1964) per Luni e
Volterra; H.M. Schwarzmaier, Lucca und das Reich bis zum Ende des 11 ten Jhts (Tubingen, 1972),
con la recensione (in italiano) di H. Jakobs in QF, LIV (1974), pp. 471-82; E. Conti, La formazione
della struttura agraria moderna nel contado fiorentino, I (Roma, 1965); P. Cammarosano, La
famiglia dei Berardenghi (Spoleto, 1974); tutti questi studi sono di buona qualit.
Su Spoleto e i dintorni di Roma, cfr. P. Toubert, Feudalesimo mediterraneo. Le strutture del Lazio
medievale (Milano 1980), uno dei libri pi importanti e notevoli riguardanti la storia italiana apparsi
in questi ultimi anni; cfr. le recensioni di H. Hoffmann in QF, LVII (1977), pp. 145 e di V.
Fumagalli in RSI, LXXXVIII (1976), pp. 90-103.
Sul sud, si veda sopra (B3-e); su Roma, si veda sotto (B6-b).
4. Storia Sociale
Cfr., ancora una volta, Tabacco (B,). Ho indicato nella sezione precedente (B3-f) le analisi di
regioni e localit italiane; qui di seguito si troveranno trattazioni pi generali. La storia sociale
italiana stata tradizionalmente dominata da storici delle istituzioni legali, e per molto tempo
rimase la storia delle istituzioni sociali, pi che della struttura sociale. Le svolte decisive si ebbero
con il libro di Violante su Milano (B3f) e con G. Tabacco, I liberi del re nell'Italia carolingia e
post-carolingia (Spoleto, 1966) sulle prestazioni di servizio da parte dei liberi carolingi, che dettero
una direzione nuova all'argomento. Le opere successive al 1953 nella sezione precedente e al 1966
in questa sezione tendono a contenere riferimenti e terminologie pi sofisticati da un punto di vista
sociologico, pur se alcuni dei testi dedicati maggiormente alle istituzioni legali, soprattutto quelli di
P.S. Leicht e G. Salvioli, rimangono di grandissimo valore.
Come introduzioni, si possono indicare due opere che per molto tempo hanno costituito gli studi
fondamentali, P.S. Leicht, Studi sulla propriet fondiaria nel medioevo, 2 voll. (Padova, 1903-7) e
F. Schneider, Die Entstetung von Burg und Landgemeinde in Italien (Berlino, 1924).
Per il periodo longobardo, I'organizzazione militare stata al centro degli studi storici. Opere
recenti includono O. Bertolini, Ordinamenti militari e strutture sociali dei Longobardi in Italia,
Sett., xv (1967), pp. 429-629; P.M. Conti, Devotio e viri devoti in Italia da Diocleziano ai Carolingi
(Padova, 1971); e, molto innovativo, G. Tabacco, Dai possessori dell'et carolingia agli esercitali
dell'et longobarda, sm, x, 1 (1969), pp. 221-68; idem., La connessione tra potere e possesso nel
regno franco e nel regno longobardo, Sett., xx (1972), pp. 133-68 e 207-28. Cfr. anche A.I.
Nieussychin, Die Entstetung der abbangigen Banernschait (tr. dal russo, Berlino, 1961).

Per i Carolingi, cfr. Tabacco, Liberi del re, cit. sopra, e idem, Il regno italico, 9-lls., Sett., xv
(1967), pp. 763-90. Sul feudalesimo italiano, P.S. Leicht, Il feudo in Italia nell'et carolingia, Sett.,
I (1953), pp. 71-107; per il declino dei liberi nel periodo carolingio, cfr. anche V. Fumagalli, Le
modificazioni politico-istituzionali in Italia sotto la dominazione carolingia, Sett., XXVII (1979)
pp. 293-338.
Gli aspetti sociogiuridici dell'incastellamento godono di una vasta storiografia, a partire da P.
Vaccari, La territorialit come base dell'ordinamento giuridico del contado nell'Italia medievale
(1921; 2' edizione Milano, 1963). Cfr., in particolare, F. Cusin, Per la storia del castello medievale,
RSI, I (1938), pp. 492-541; G. Fasoli, Castelli e signorie rurali, Sett., XIII (1965), pp. 531-67; G.P.
Bognetti, Terrore e sicurezza sotto re nostrani e sotto re stranieri, in Storia di Milano, II (B3-fl, pp.
80841. Cfr. anche (B3-f) per i castelli come elemento della storia locale, e (Bs-c) per i mutamenti
dell'insediamento.
Per la storia sociale della citt, cfr. Fasoli e Goetz (B3-d) e due altri articoli di Fasoli, Che cosa
sappiamo delle citt italiane nell'alto medioevo?, Vierteljahrsschrift fur Sozial- und
Wirtschaftsgeschichte, XLVII (1960), pp. 289-305; (con R. Manselli e G. Tabacco) La struttura
sociale delle citt italiane dal 5 al 12 secolo Vortrage und Forschungen , XI (1966), pp. 291320. Come istituzioni legali, G. Mengozzi, La citt italiana nell'alto medio evo, 2 edizione
(Firenze, 1931).
Per la struttura familiare dell'aristocrazia, Famille et Parent, a cura di G. Duby e J. Le Goff
(Roma, 1977), costituisce oggi un punto di partenza, in particolare per l'articolo di Violante. Per il
consortium in questo periodo, G. Salvioli, Consortes e colliberti, Atti e memorie di storia patria
per le provincie modenesi e parmensi, III ser., 2 (1884), pp. 183-223. Per i monasteri familiari, cfr.
Cammarosano (B3-f) e Kurze in 5 Congresso (B3-f) e gli altri articoli di Kurze sui monasteri
toscani, particolarmente Der Adel und das Kloster S. Salvatore all'Isola, QF, XLVII (1967), pp.
446-573.
Sul diritto, si vedano le panoramiche introduttive di P.S. Leicht, Il diritto italiano preirneriano
(Bologna, 1933), e l'opera in molti volumi Storia del diritto italiano (ultime edizioni, Milano, 194150). F. Schupfer, Il diritto privato dei popoli germanici con speciale riguardo all'ltalia, 4 voll., 28
edizione (Roma, 1914), ancora utile, pur se molto prolisso. Dopo un certo intervallo, I'analisi
dettagliata del testo legale del codice longobardo ripresa: ad esempio, P.L. Falaschi, L a
successione volontaria nella legislazione longobarda, Annali della facolt giuridica: Universit
degli studi di Camerino, XXXIV (1968), pp. 197-300. Pi fedele l'analisi del rapporto fra diritto
e societ: per un inizio in tal senso, cfr. F. Sinatti d'Amico, L'applicazione dell'edictum regnarn
langobardorum in Tuscia, in 5 Congresso (B3-f), pp. 745-81. Per una massa di idee su svariati
problemi, P.S. Leicht, Scritti vari, 3 voll. (Milano, 1942-9).

5. Storia Economica
(a) Generale
Il punto di partenza costituito da P.J. Jones (B,), con altri articoli nella stessa serie, in Einaudi
Storia d'Italia, v e Annali, I (Torino, 1973, 1979). Molto materiale recente apparso nelle
Settimane di Studio, in particolare VI (la citt), VIII (il denaro), XIII (I'agricoltura) e XXII (la
topografia urbana). La miglior panoramica succinta si trova in G. Luzzatto, Storia economica

d'Italia. Il Medio Evo (Firenze, 19672). Sui problemi dell'economia altomedievale in generale G.
Duby, Le Origini dell'economia europea. Guerrieri e contadini nel medio evo (Bari, 1978).
Ci sono alcune panoramiche generali di storia economica sui singoli periodi che mettono in
connessione fra loro materiali urbani e rurali. Una delle migliori P.S. Leicht, Operai, artigiani e
agricoltori in Italia, 6-16ss. (Milano, 1946). F. Carli, ll mercato nell'alto medioevo (Padova, 1934)
costituisce un classico nel suo genere e la migliore introduzione allo studio dei vari tipi di scambio
nel nostro periodo. Per il periodo romano-ostrogoto, ci sono Hannestad e Ruggini, che vanno pi
giustamente elencati in (B5-c), poich danng particolare rilievo all'agricoltura; per il periodo
longobardo, c' Fasoli (B,-c) e E. Bernareggi, Il sistema economico e la monetazione dei
Longobardi nell'Italia superiore (Milano, 1960). F. Braudel, Civilt e imperi del Mediterraneo
nell'et di Filippo II (2 voll., Torino) un testo cruciale per il Mediterraneo di qualsiasi epoca.
(b) Studi Urbani
Per singole citt cfr. (B3-f). Per un'introduzione essenziale alla topografia, con riferimenti a
materiali pi specifici, cfr. P-A. Fvrier, Permanence et kritages de l'antiquit dans la topographie
des villes de l'occident durant le haute meyen age, Sett., XXI, pp. 41-138. Un modello di topografia
urbana si trova in I. Belli Barsali, La topografia di Lucca nei ss. 8-11, 5 Congresso (B3-fl, pp. 461554. Per la storia economica delle citt di una particolare regione, la Campania, cfr. I'importante
articolo di G. Galasso, Le citt campane nell'alto medioevo, A.S. per le pro. vincie Napoletane,
LXXVII (1959), pp. 9-42, LXXVII (1960), pp. 9-53; per altro materiale sulla Campania, cir. (B3-e).
Per Venezia, cfr. le sezioni iniziali in G. Luzzatto, Storia economica di Venezia (Venezia, 1961).
Tuttavia, ancora difficile scrivere la storia economica di singole citt e regioni, in quanto la
documentazione relativa al nostro periodo quasi assente.
Per la storia del commercio in senso stretto, assieme a Carli, si possono scegliere vari articoli di
LM. Hartmann, Zur WirtschaltsgeschicAte Italiens im frfen Mittelalter. Analehten (Gotha, 1904),
in particolare per il commercio lungo il Po; e A. Schaube, Storia del commercio dei popoli latini del
mediterraneo sino alla fine delle Crociate (tr. dal tedesco, Torino, 1915). Sull'industria, c' l'articolo
fondamentale di U. Monneret de Villard, L'organizzazione industriale nell'Italia langobarda
durante l'alto medioevo, A.S. Lombardo , v ser., 46 (1919), pp. 1-83, con un'aggiunta su
Magistri Commacini nel numero 47 (1920), pp. 1-14, argomento che ha suscitato una vasta
controversia: cir. Ia sintesi di M. Salmi, Magistri Comacini o Commcini, Sett., XVIII (1970), pp.
409-24. Sul denaro, vi un'ampia e diffusa bibliograba tecnica, che inizia anche questa da
Monneret de Villard; cfr. P. Grierson, Bibliographie numismatique (BruxeRes, 1966), pp. 76-78,
104-110; tutta l'opera di Grierson sull'Italia (scritta in varie lingue) raccolta oggi in Dark Age
Numismatics (Londraj, 1979).
(c) Studi Rurali
E interessante osservare come una gran percentuale delle migliori analisi sull'economia del nostro
periodo riguardi l'agricoltura e la vita rurale, mentre la storia agraria del periodo dei comuni e
postcomunale italiano molto pi rada.
In generale, si veda la problematica posta in P.J. Jones, L'Italia agraria nelI'alto medioevo, Sett.,
XIII (1965), pp. 57.92. G. Salvioli, Citt e campagne prima e dopo il mille (Palermo, 1901)
ancora sorprendentemente interessante. E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano (Bari,
1961), in modo curioso, per l'allora responsabile del Partito Comunista Italiano per l'agricoltura, si
basa per lo pi sulle arti e sulla letteratura. In tempi pi recenti, una serie di articoli di V. Fumagalli
mostrano un interesse di carattere generale, pur se basati su prove empiriche provenienti dall'Emilia.

Sul dissodamento e il riassetto delle terre: Note per una storia agraria alto medioevale, SM, IX
(1968), pp. 359-78, Storia agraria e luoghi comuni, ibid., pp. 949-65, Colonizzazione e
insediamenti agricoli nell'occidente alto-medioevale: la Valle Padana, Quaderni Storici , XIV
(1970), pp. 319-38, e parecchi altri articoli pi dettagliati apparsi sull'importante rivista
sull'agricoltura, Rivista di storia dell'agricoltura (RSA), soprattutto in VI (1966) e VII (1967);
sugli affitti fondiari: Coloni e signori nell'ltalia superiore dal1'8 al 10 secolo, SM, X, 1 (1969), pp.
42346, I patti colonici delItalia centrosettentrionale nell'alto medioevo, SM, XII (1971), pp. 34353, Precariet dell'economia contadina e affermazione della grande azienda fondiaria nell'Italia
settentrionale dall'8 all'11 secolo, RSA, XV (1975), pp. 3-27.
Per il periodo tardo romano-ostrogoto: L.C. Ruggini, Economia e societ nel l'Italia Annonaria:
rapporti fra agricoltura e commercio dal 4 al 60 secolo d.C. (Milano, 1961), libro complesso e
affascinante ma non del tutto convincente; ne appare una buona sintesi in idem, Vicende rurali
dell'Italia antica dall'et tetrarchica ai Longobardi, RSI' LXXVI (1964), pp. 261-86. Come
alternativa, cfr. K. Hannestad, L'evolution des ressaurces agricotes de l'Italie du 4m. au 6m. sicle
de notre re (Copenhagen, 1962).
Per i Longobardi, cfr. Bernareggi (B~b); G. Fasoli, Aspetti di vita economica e sociale nell'Italia
del secolo 7, Sett., v (1957), pp. 103-59; P. Toubert, L'Italie rurale aux 8'-9' sicles. Essai de
typologie domaniale, Sett., xx (1972), pp. 95-132.
Per i Carolingi, cfr. G. Luzzatto, I servi nelle grandi propriet ecclesiastiche dei secoli 9 e 10 (Pisa,
1910), ristampato in Dai servi della gleba agli albori del capitalismo (Bari, 1966), e divenuto un
classico. Sugli affitti fondiari: P.S. Leicht, Livellario nomine (1905), ora in Scritti Vari, II, 2
(Milano, 1949), pp. 89-146, pure fondamentale, da porre a fianco degli articoli di Fumagalli, citati
sopra, e degli articoli su Lucca, citati sotto. Per Bobbio, alcuni materiali appaiono in Hartmann (Bsb).
Sul periodo postcarolingio, ci sono meno opere di carattere generale, se si eccettuano gli articoli di
Fumagalli gi citati; ma cfr. G. Luzzatto, Mutamenti nell'economia agraria italiana dalla caduta
dei Carolingi al principio del s. 11, Sett., II (1954), pp. 601-22, G. Cherubini, Qualche
considerazione sulle campagne dell'Italia centro-settentrionale, RSI, LXXIX (1967), pp. 111-57, e
L.A. Kotel'nikova, I contadini italiani nei ss. 10-13, RSA, XV (1975), pp. 29-80. Kotel'nikova ha
scritto vari articoli in russo, alcuni dei quali con sinossi in italiano, soprattutto in Sredniye Veka X
(1957), pp. 81-100, XVII (1960), pp. 116~0; cfr. anche A. Lioublinskaia, Les travaux et les
problmes des mdivistes sovitiques, SM, IV (1963), in particolare pp. 73344.
Su singole regioni: per il nord, cfr. Comba e Fumagalli in (B~-f); A. Castagnetti, Dominico e
massaricio a Limonta nei secoli 9 e 10, RSA, VIII (1968,~, pp. 3-20.
Sull'Italia centrale, cfr. Conti e Toubert in (B3-f); per Lucca, due importanti articoli sugli affitti
fondiari sono stati scritti da R. Endres, Das Kirchengut im Bistum Lucca von 8. bis Jbt,
Vierteljahrsschrift fur Sozial- und Wirtschaftsgeschichte , XIV (1917), pp. 240-92; B. Andreolli,
Contratti agrari e patti colonici nella Lucchesia dei secoli 8 e 9, SM, XIX (1978), pp. 69-158.
Sull'Italia meridionale, il punto di partenza A. Lizier, L'economia rurale dell'et prenormanna
nell'Italia meridionale (Palermo, 1907), un capolavoro di sintesi, senza una parola di troppo; cfr.
anche M. Del Treppo, La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno: S.
Vincenzo al Volturno nell'alto medioevo, A.S. per le province Napoletane LXXIV (1955), pp.
31-110; Guillau (B3-e); e vari articoli in russo di M.L. Abramson, anche questi accompagnati di

solito da sinossi in italiano, in Vizantiyskiy Vremennik, n~ (1953), pp. 161~93, e Sredniye


Veka , XXVIII (1965), pp. 18-37, XXXI (1968), pp. 155-79, XXXII (1969), pp. 77-96.
Sull'alimentazione contadina, cfr. vari articoli recenti in Studi medievali: G. Pasquali, Olivi e olio
nella Lombardia prealpina, XIII (1972), pp. 257-65; A.I. Pini, La viticoltura italiana nel medioevo,
xv (1974), pp. 795-884; M. Montanari, L'alimentazione contadina nell'alto medioevo, XVII (1976),
pp. 115-72; idem, Cereali e legami nell'alto medioevo, Italia del nord, secoli 9-10, RSI, LXXXVII
(1975), pp. 439-92.
L'effetto dell'incastellamento sugli insediamenti stato oggetto di importanti lavori negli anni pi
recenti; cfr. I'elenco gi vecchio di C. KlapischZuber, Villaggi abbandonati ed emigrazioni interne,
Einaudi Storia d'Italia, v (1973), pp. 311-64. Cfr. anche gli articoli in Quaderni Storici , XXIV
(1973); R. Francovich, Geografia storica delle sedi umane: i castelli del contado arentino nei ss. 12
e 13 (Firenze, 1973); Settia, Conti e Toubert (B3-f); T. Mannoni et al., ll castello di Molassana,
Archeologia Medievale, I (1974), pp. 11-53; I. Ferrando Cabona, A. Giardini, T. Mannoni,
Zignago I, Archeologia Medievale , v (1978), pp. 273-374. L'archeologia medievale costituisce
una disciplina in rapida espansione in Italia, e in una forma o nell'altra quasi ogni lavoro confluisce
in Archeologia Medievale . Per gli scavi di una importante cittadina del sud, cfr. Caputaquis
Medievale, I, di P. Delogu et al. (Salerno, 1976), e i volumi in corso, su Capaccio Vecchia.

6. Chiesa e Cultura
(a) Storia della Religione
A questo proposito sono molto utili vari volumi delle Settimane di Studio: IV (1956) sul
monachesimo, VII (1959) sulla Chiesa fino all'800, XIV (1966) sulle conversioni, e XXIII (1975)
sul simbolismo.
Gran parte della sezione (B3) riguarda anche la storia religiosa, in quanto 1'episcopato, in
particolare, ha sempre avuto in Italia un importante ruolo politico. Bognetti e Bertolini (B3-b) han
dato particolare peso alle questioni religiose e alle conversioni e riconversioni degli abitanti
dell'Italia. Gli studi pi importanti degli effetti delle invasioni sulle istituzioni della Chiesa italiana
sono contenute in L. Duchesne, Les uches d'Italie et l'invasion lombarde, Mlanges
d'archologie et d'histoire , XXIII (1903), pp. 83-116, XXV(1905), pp. 365-99; F. Lanzoni,
Diocesi d'Italia al principio del s. 7 (Faenza, 1927). Quanto a un'epoca pi tarda, l'episcopato
discusso durante il convegno su Vescovi e diocesi in Italia nel medioevo, s. 9-13 (Padova, 1964).
Ultimamente, le pievi sono state analizzate in A. Castagnetti, La pieve rurale nell'Italia padana
(Roma, 1976) che contiene una vasta guida bibliografica; cir. anche Toubert (B3-f).
(b) Papato e Roma
Per un'esposizione di carattere generale, cfr. P. Llewellyn, Roma nei secoli oscuri, (Bati, 1975).
Panoramiche basilari di carattere storico-politico sono O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai
Longobardi (Bologna, 1941) e P. Brezzi, Roma e l'impero medioevale (Bologna, 1947), che
appartengono alla stessa collana e si dividono l'argomento nell'anno 774; E. Caspar, Geschichte des
Papsstums, 2 voD. (Tubinga, 1930-3), con idem, Das Papsstum unter frankischer Herrschalt
(Darmstadt, 1956).

Per Roma e il Papato all'inizio del v secolo, cfr. il poderoso studio (in francese) di C. Pietti, Roma
Christiana, 2 voll. (Roma, 1976). Sulla topografia urbana, in riguardo soprattutto ad epoche
successive, cfr. F. Castagnoli et al., Topografia e Urbanistica di Roma (Roma, 1958).
Sull'amministrazione di Roma, L. Halphen, Etudes sur l'administration de Rome au Moyen-age
751-1252 (Parigi, 1907). Per uno studio della campagna romana, la base topografica stata posta
molto tempo fa da G. Tomassetti, La Campagna Romana, antica, medioevale e moderna, 4 voll.
(Roma, 1913); cfr. anche, ancora una volta, Toubert (B3-f), che costituisce oggi anche lo studio pi
aggiornato della politica territoriale papale dopo il 900. La storiografia relativa alla Chiesa Romana
immensa; ma i libri citati sopra, assieme a quelli elencati nella parallela sezione di testi in lingua
inglese, offrono una buona introduzione, e posseggcno quasi tutti vaste bibliografie.

(c) Cultura
Per questo problema, la documentazione pi diffusa di quanto non accada di solito. Per
un'introduzione, si veda Settimane di Studio, in particolare XXII (1974), sulla cultura in generale,
ma anche X (1962) sulla Bibbia, XVII (1969) sulla storiografia, e XIX (1971) sull'istruzione.
L'istruzione anche l'argomento di un importante articolo di D.A. Bullough, Le scuole cattedrali e
la cultura dell'Italia settentrionale prima dei comuni, in Vescovi e Diocesi (B6-a), pp. 111-43.
Sulla cultura letteraria, cfr. anche A. Petrucci, Scrittura e libro nell'Italia alto medievale, SM, X, 2
(1969), pp. 157-213 per il secolo VI, assieme a A. Momigliano, Gli Anicii e la storiografia latina
del 6 s. d.C., Rendiconti de D'Accad. Naz. del Lincei, classe di sc. morali, stor. e filol. , 8, XI
(1950), pp. 279~97, e, fra le molte opere su Boezio, P. Courcelle, La consolation de philosophie
dans la tradition littraire (Parigi, 1967); Tjader (B3-a) d pure molti ragguagli su questo periodo.
La guida migliore all'intero periodo fino all'800 P. Rich, Educazione e cultura nell'Occidente
barbarico (Roma 1966). Per Paolo Diacono, cEr. (B3-b). La cultura toscana analizzata in A.
Petrucci, Scrittura e libro nella Tuscia altomedievale, ss. 8-9, 5 Congresso (B3-f), pp. 627-43, che
contiene una buona bibliografia relativa alla letteratura e agli scritti in generale del secolo VIII. Per
la cultura del Napoletano, cfr. Cilento in Storia di Napoli (B3-e); per il Salernitano, cfr. Delogu
(B3-e) e M. Oldoni, Interpretazione del Chronicon Salernitanum, SM, X, 2 (1969), pp. 3-154.
Importanti discussioni sull'arte e l'architettura si trovano in F.W. Deichmann, Ravenna, Haupstadt
des spatantiken Ahendlandes (Wiesbaden, 1969-); G.P. Bognetti et al., Santa Maria di Castelseprio
(Milano, 1948), da cui ebbe origine anche l'importante opera di Bognetti sulla storia religiosa dei
Longobardi (cfr. B3-h). Sull'insierne dei problemi relativi alla storia dell'arte italiana fra il 550 e
1'800, la miglior panoramica H. Belting, Probleme der Kunstgeschichte Italiens im
Frhmittelalter, Frahmittelalterliche Studien, I (1967), pp. 94143, con biblio. grafia completa. Il
ritrovarnento di una nave, affondata al largo della costa siciliana, che conteneva i pezzi
architettonici pi importanti di una chiesa bizantina prefabbricata del VI secolo, discusso in G.
Agnello, Il ritrovamento subacqueo di una basilica bizantina prefabbricata, Byzantion, XXXII
(1963), pp. 1-9.

Nota supplementare (maggio 1962)


Non mi stato possibile apporre cambiamenti se non minori al testo del libro per l'edizione italiana,
n a quello della Bibliografia. Qui, per, mi sembra opportuno aggiornare la sezione bibliografica,

che presento nello stesso formato e pi o meno nello stesso ordine della bibliografia originale.
Parecchie cose stanno avvenendo nella storia italiana dell'alto medioevo in questi anni, e non voglio
pretendere di essere stato sistematico. Come prova di ci, ho aggiunto alcuni saggi importanti che
avevo ignorato, oppure dimenticato di accludere nella bibliografia originale. Chiudo l'elenco
all'inizio dd 1982 circa.
Tabacco (Bl) adesso ottenibile separatamente in edizione tascabile, Egemonie sociali e strutture
del potere nel medioevo italiano (Torino, 1979), con una nuova introduzione storiografica. UTET
Storia d'Italia I (Torino, 1980) ora uscito, con saggi di P. Delogu sui longobardi, A. Guillau
sull'Esarcato, e G. Ortalli su Venezia, sulla stessa scia del vol. II (Bl), e con bibliografie ottime.
Un lavoro recente sulla tarda Antichit quello di W. Goffart, Barbarians and Romans AD 418-584
(Princeton, 1980), non convincente, specialmente sui longobardi, ma affascinante. C' un nuovo
libro sugli ostrogoti, T.S. Burns, The Ostrogoths (Historia: Einzelschrift, Wiesbaden, 1980).
I1 6 Congresso internazionale di studi sull'alto medioevo (Spoleto, 1980) utile specialmente
come repertorio dell'archeologia longobarda recente, in modo notevole per i contributi di
Bierbraner, von Hessen, Broggiolo e Lusuardi, Mannoni e Messiga. Per i longobardi, si vedano
anche le nuove sintesi politiche in Delogu, sopra, e H. Frohlich, Studien zur langobardischen
Thronfolge (Tubingen, 1980). Una discussione di una delle poche zone ben documentate nei
confronti della storia locale precarolingia si trova in C.J. Wickham, Economic and social
institutions in northern Tuscany in the 8th century in idem et al., Istituzioni ecclesiastiche della
Toscana medioevale (Galatina, 1980), pp. 7-34.
Per il periodo postcarolingio, si vedano le discussioni importanti dell'economia, societ, istituzioni
feudali in Structures fadales et frodalisme dans l'occident mditerranen (Roma, 1980) di
Tabacco, Bordone, Sergi, Nobili, Fumagalli, Fasoli.
Nuove analisi regionali includono tre libri sull'Italia settentrionale: H. Keller, Adelsterrschalt und
stadtische Gesellschalt in Oberitalien (9-12 Jht.) (Tubingen, 1979), principalmente su Milano, che
mostra come siano veramente complessi i cambiamenti sociali quando disponiano di
documentazione adeguata; J. Jaraut, Bergamo 568-1098 (Wiesbaden, 1979, o, in italiano ma pi
diflicile da ottenere, Bergamo, 1982); P. Racine, Plaisance du X la fin du XIII sicle (Paris,
1980).
Sulla Toscana il testo pi recente sulle aristocrazie precomunali I ceti dirigenti in Toscans nell'et
precomunale (Pisa, 1981). Un'analisi utilissima della societ carolingia e precarolingia nel SabinaRietino R.R. Ring, The Lands of Farfa (Wisconsin, 1972). C.J. Wickham, Studi sulla societ degli
Appennini nell'alto medioevo (Bologna, 1982) d informazioni sull'Abruzzo prenormanno. Di gran
lunga la migliore discussione dello smembramento di Capua-Benevento l'articolo di J.-M. Martin
in Structures todales sopra, pp. 553-86; vedasi anche l'articolo di Taviani su Salerno nello stesso
volume.
Per la storia legale del periodo longobardo, devo segnalare il libro, importantissimo ma trascurato
(almeno da me), di F. Sinatti d'Amico, Le prove giudiziarie nel diritto longobardo (Milano, 1968).
Un'analisi eccellente della vendetta, con rilievo che va ben oltre il suo periodo e luogo, J.
Wormald, Blood feud, kindred and government in Early Modern Scotland , Past and Present
LXXXVII (1980), pp. 5497.
Sulla storia economica: gli articoli di P.J. Jones sono adesso riuniti (e quelli in inglese tradotti) in
Economia e societ nell'Italia medievale (Torino, 1980). Pavia come citt ha un'introduzione
storico-archeologica nuova, P. Hudson, Archeologia urbana e programmazione della ricerca:

l'esempio di Pavia (Firenze, 1981). Sulla costruzione urbana nell'Italia tardo romana-altomedievale
si veda lo studio importante di B. Ward-Perkins, From Classical Antiquity to the Early Middle
Ages: Urban Public Spending in Italy (di prossima pubblicazione). Una valida guida allo studio dei
processi di scambio nelle citt alla fine del nostro periodo sono gli articoli di G. Garzella e M.L.
Ceccarelli Lemut nel loro Studi sugli strumenti di scambio a Pisa nel medioevo (Pisa, 1979).
La nuova base per capire la storia rurale dell'Italia si trova in Medioevo rurale, a cura di V.
Fumagalli e G. Rossetti (Bologna, 1980), con un insieme di articoli cruciali su tutti gli aspetti del
tema. I primi articoli di Fumagalli (B5-c) sono adesso per lo pi riuniti in Coloni e signori nell'Italia
settentrionale, ss. VI-XI (Bologna, 1978); vedi anche il suo Strutture materiali e funzioni
nell'azienda curtense, Archeologia medievale VII (1980) pp. 21-9, e G.F. Pasquali, I problemi
dell'approvvigionamento alimentare nell'ambito del sistema curtense , Arch. med VIII (1981), pp.
93-116, concentrato sull'organizzazione della produzione di S. Giulia di Brescia. Un bello studio
comparativo dell'organizzazione territoriale della Padania longobarda e ex-bizantina A.
Castagnetti, L'organizzazione del territorio rurale nel medioevo (Torino, 1979). Molto stato
scritto di recente sull'alimentazione, specialmente il vasto ampiamento di M. Montanari dei suoi
articoli precedenti (B5-c) in L'alimentazione contadina nell'alto medioevo (Napoli, 1979), che
rimarr a lungo 1'introduzione fondamentale all'argomento e pure, con il lavoro di Fumagalli, sulla
storia agraria in generale; si vedano anche, sull'alimentazione, I'articolo di Montanari in Medioevo
rurale pp. 79-97, e 1'insieme di Archeologia medievale VIII (1981). Un articolo che ho trascurato
nel 1979 C.R. Whittaker, Agri deserti, in M.I. Finley (a cura di), Studies in Roman Property
(Cambridge, 1975), pp. 137-63, che si oppone, convincentemente, all'idea della loro importanza.
La storia e l'archeologia dell'habitat ora oggetto di parecchio lavoro. Per sintesi, vedi A.A. Settia
in Medioevo rurale, pp. 157-99, la migliore sintesi storica per il Nord; C.J. Wickham, La terra di S.
Vincenzo al Volturno e il prob1ema dell'incastellamento in Italia centrale (di prossima
pubblicazione), un'analisi per il Centro con bibliografia; e due convegni, Archaeology and Italian
Society, a cura di G.W. Barker e R. Hodges (Oxford, 1981), e Convegno internazionale. Castelli:
storia e archeologia, a cura di R. Comba, A.A. Settia (Firenze, 1982). Per scavi, vedi le notizie e le
schede in Archeologia medievale.
Nel contesto della storia ecclesiastica, molto lavoro importante stato pubblicato di recente sulle
pievi. I tre saggi pi significativi sono C. Violante, Pievi e parrocchie nell'Italia centrosettentrionale durante i secoli XI e XII in Le istituzioni ecclesiastiche della societas christiana,
la 6' settimana della Mendola (Milano, 1974), pp. 643-799, che infatti comincia nel X secolo e
prima, il libro citato di Castagnetti; e Settimane di studio XXVIII (1980), specialmente i contributi
di Violante, Fonseca, Settia. C' una nuova biografia di Gregorio Magno: J. Richards, Consul of
God (London, 1980).
Per finire, alcune traduzioni. Schneider (B3-g) tradotto come L'ordinamento pubblico nella
Toscana medievale (Firenze, 1975); Schneider (B3-g) come Le origini dei comuni rurali in Italia
(Firenze, 1980); von Falkenhausen (B3-e) come La dominazione bizantina nell'Italia meridionale
dal IX allXI secolo (Bari, 1978).