Seram 2015

Seram Barat, Maluku, Indonesia

Sapalewa Underground River
Onderaardsche Loop Project

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Acheloos Geo Exploring

Seram Underground Rivers
Seram Expedition 2015

Spedizione speleologica italiana
sulle montagne di
Wele Telu Batai

Onderaardsche Loop Project
Step#1

2

Produced and edited by Andrea Benassi Ph.D
Compiled by Andrea Benassi Ph.D
© Andrea Benassi 2015
1st edition

Image credits
© Andrea Benassi
© Fabio Piccin
© Ivan Vicenzi

Front cover
Emerald’s gallery - Sapalewa resurgence: Andrea Benassi
Rear cover
Buria village: Andrea Benassi

Reference & Contacts
www.acheloos.it
www.casolaspeleo.blogspot.com
www.speleosacile.it

citation. A. Benassi, Seram 2015: Sapalewa underground river, 2015
andrea.benassi@uniroma1.it

Kikko Lamp – Sistemi d’illuminazione per Speleologia

NP – Mute e abbigliamento per Surf e Subacquea

3

Dedicato a Manusa, Lohie Sapalewa,
Riring, Buria, Taniwel e a tutti
gli abitanti di Wele Telu Batai,
e alla loro Storia.

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Report Spedizione
Call for rivers…
Inquadramento generale e precedenti spedizioni
Il Manusela Range ed il monte Bjnaia
West Seram ed il Sapalewa

Descrizione del Sapalewaunderground Rivers
Dall’ingresso alto al grande traverso
Dal grande traverso alle gallerie del pesce gatto
Dall’ingresso dello Pterodattilo al Break Point
Dalla galleria del grande Leviatano al Break Point
Gallerie fossili minori & ulteriori possibilità esplorative

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Il sistema sotterraneo del Way Hanoea

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Prossimi obbiettivi a Seram

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Relazione tecnica: scelta e selezione dei materiali

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Armo & progressione tra forre e acqua bianca
Elenco completo dei materiali

Diario di spedizione

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Informazioni varie

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Rilievo del sistema del Sapalewa river

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Sapalewa Blues

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Fotografie

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Lista grotte esplorate:

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Ulate Ima: storia e cultura nella valle del Sapalewa

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Geositi potenziali e proposta dell’area come Geoparco:

96

English abstract:

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Bibliografia:

102

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Ringraziamenti
Una ricerca o una esplorazione sono sempre
un qualcosa di complesso e pieno di
incognite. Qualcosa che nasce e cresce in un
luogo, attorno ad una idea e ad un gruppo di
persone, ma che progressivamente muta i suoi
contorni e coinvolge nella sua orbita altri
luoghi e altre persone. In questa prospettiva il
successo di ogni spedizione diviene cosi un
qualcosa frutto di infiniti fattori, incontri e
relazioni. E’ obbligo quindi un caloroso
ringraziamento a tutti coloro che a vario titolo
e misura hanno condiviso con noi una parte di
questa avventura e hanno collaborato e fornito
aiuto perché tutto potesse svolgersi nel
migliore dei modi: Dr. Yunus Kusamahbrata,
del Ministero delle risorse energetiche e
minerarie della Repubblica di Indonesia; Andi
Mulatauwe,
Gruppo
Speleologico
di
Makassar, Sulawesi; Ahmad Iyek e Akhmad
Zona, Acintyacunyata Speleological Club
(ASC) Yogjakata; Padre Teo e le bibliotecarie
della biblioteca Rumphius di Ambon; le
autorità e la polizia di Ambon, Piru e
Taniwell; gli abitanti di Latuhelo, Taniwell,
Buria, Riring e Lohia Sapalewa; le nostre
preziose guide Sonny e Khasi.

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“Questo fiume, che qui si nasconde sottoterra, dovrà pure uscire da qualche parte.
Costruirò una zattera, e vi salirò abbandonandomi alla corrente dell’acqua.”
Storia di Simbad il marinaio - Sesto viaggio -Le Mille e una notte

Call for rivers…
Onderaardesche Loop Project, ovvero dove si trova il fiume sotterraneo più grande del pianeta? In
quale foresta o dentro quale montagna si muove nel buio la più grande massa d’acqua che ha deciso
di migrare nel sottosuolo? Con questa semplice domanda ha preso l’avvio un vasto progetto di
ricerca che nel corso dei prossimi anni, su più aree geografiche, cercherà di esplorare e documentare
questi incredibili fenomeni carsici. Nonostante oltre un secolo di esplorazioni speleologiche, molti
dei più grandi fiumi sotterranei presenti sul pianeta, sono infatti attualmente ancora inesplorati.
Enormi mostri d’acqua con portate superiori ai dieci metri cubi al secondo di media e che in caso di
piena possono raggiungere i cinquecento o mille metri cubi al secondo, ruggiscono nel buio di
enormi gallerie in Indonesia, Laos, Myanmar e Papua. Partendo dall’analisi e lo studio delle
cartografie e dei potenziali di sviluppo e portata, il progetto ha quindi identificato in questi paesi
una serie di obbiettivi inesplorati che saranno negli anni oggetto di altrettante spedizioni.
L’Indonesia con l’isola di Seram, si pone in questa prospettiva come una prima tappa di questo
progetto. La scoperta proprio su questa isola nel 2012 di un grande potenziale carsico inesplorato e
della presenza proprio nella provincia occidentale di numerosi grandi trafori, ha portato a progettare
e realizzare la spedizione del 2015. Obbiettivo principale di questa spedizione è stato proprio il più
grande per portata degli oltre dieci trafori presenti nella zona, ovvero del corso sotterraneo del
fiume Sapalewa. Con una portata stimata nel giugno del 2012 di circa 50 metri cubi al secondo e
una portata media stimata sulla base del calcolo del bacino idrografico di circa dieci metri cubi al
secondo, il fiume si presentava infatti come particolarmente entusiasmante. La spedizione svolta nel
mese di agosto del 2015 ha avuto quindi come obbiettivo principale l’area della montagna di Hatu
Toi Siwa, sotto cui scorre il Sapalewa. L’esplorazione di questo grande sistema carsico ha quindi
impegnato buona parte del mese a disposizione. Allo stato attuale il sistema del fiume Sapalewa è
stato esplorato per uno sviluppo di circa 3.7 chilometri, con un dislivello totale di circa 200 metri. A
questo si deve aggiungere un ulteriore chilometro esplorato in tre grotte ora fossili, ma in passato
collegate al sistema idrogeologico. La stessa esplorazione della grande megadolina del Casuario,
rappresenta un elemento importante in quanto testimone dell’evoluzione carsica del sistema. Allo
stato attuale delle esplorazioni il sistema del Sapalewa si pone come una delle prime dieci grotte
dell’Indonesia per profondità e tra le prime venti per sviluppo. Per portata, il fiume si pone invece
tra i primi dieci attualmente esplorati a livello planetario. Il poco tempo rimasto ci ha quindi
impegnato nell’inizio dell’esplorazione di un altro importante traforo: quello dello Way Hanoe,
esplorato per circa mezzo chilometro e la cui prosecuzione sarà uno degli obbiettivi della prossima
spedizione. Sempre nella costa nord sono state perlustrate le falesie sull’estremità ovest dell’isola,
una zona composta da calcari corallini. Infine, sulla costa sud dell’isola, sempre nei calcari
corallini, sono state visitate e valutate le potenzialità di alcune cavità riportate in bibliografia quali
importanti siti archeologici. La prima spedizione a Seram si chiude quindi con un totale di quasi 6
chilometri di enormi gallerie esplorate e documentate e molti punti interrogativi con i quali partire
per la prossima spedizione.

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Onderaardesche Loop Project
Step#1
Grandi sistemi inesplorati aspettano tra le foreste di West
Papua in Indonesia. Mostruosi serpenti d’acqua di oltre 30-40
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m al secondo scorrono e si uniscono sotto cieli di pietra.

Dall’olandese

letteralmente corso sotterraneo
riferito ad un fiume, abbreviato sulle antiche carte
olandesi con O.L. Una piccola sigla che racchiude e
condensa mondi inesplorati che promettono
straordinarie avventure sportive e scientifiche. In due
parole il fascino dell’ignoto e dell’esplorazione. Da
qui da Seram, parte la nostra avventura alla ricerca
dei più grandi fiumi sotterranei del pianeta!

Ingresso dello Xe Bang Fai, in Laos, forse il più grande per
portata media dei fiumi sotterranei attualmente esplorati.

Il Baliem River nella Nuova Guinea Indonesiana: Gua Tinggina,
soprannominata Thunder Cave. Tentata ma ancora inesplorata.

Sopra: la lista mostra i principali corsi sotterranei
Fiumi che entrano escono e nuovamente scompaiono sotto un cielo di
pietra tra le foreste di Papua. Oltre ad avere portate mostruose in
questo caso tra i punti che si vedono ci sono circa dieci chilometri!

Anche tra i coni del Laos scompaiono fiumi inesplorati da
inseguire tra valli e foreste!

attualmente identificati sul pianeta, ordinati sulla
base della loro portata media in m3 al secondo. Le
portate sono ipotetiche: stimate sulla base del
bacino teorico e delle precipitazioni dell’area. I
nomi evidenziati in rosso e arancione sono
rispettivamente luoghi totalmente inesplorati e non
raggiunti, oppure luoghi e fiumi visti, ma non
esplorati. I verdi al contrario sono sistemi
sotterranei in parte o totalmente esplorati. Come si
vede, il fiume Sapalewa si pone in alto nella
classifica dei sistemi sotterranei attualmente
esplorati, ma nell’ambito del progetto, che prevede
proprio l’esplorazione dei luoghi rossi e arancioni
in testa alla classifica, è solo il primo passo.

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Gruppo

Acheloos Geo Exploring

La spedizione Seram 2015 è stata organizzata sotto l’egida del gruppo Acheloos Geo Exploring con
l’appoggio ed il patrocinio del Gruppo Speleologico di Sacile e della Speleologica Scuderia
Saknuseem di Casola Valsenio. Hanno partecipato tre speleologi: Andrea Benassi, Fabio Piccin e
Ivan Vicenzi. Del gruppo faceva parte anche Liza Schudell, che per motivi personali è dovuta
rientrare abbandonando il campo nei primi giorni di spedizione.

Andrea Benassi: SSS SocietàSpeleologica Saknussem

Fabio Piccin: Acheloos Geo Exploring

Ivan Vicenzi (Pacu): GSS Gruppo Speleologico Sacile

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Distribuzione delle principali zone carsiche nell’isola di Seram

Inquadramento generale e precedenti esplorazioni
Dal punto di vista speleologico,
l’Indonesia vanta una lunga storia di
spedizioni straniere, ma esistono
attualmente anche numerosi gruppi
speleologici locali, attivi soprattutto
sull’isola di Giava e Sulawesi. La
vastità e le problematiche del paese
fanno sì che in Indonesia si trovino
ancora enormi aree carsiche
praticamente inesplorate. Per l’area
delle Molucche meridionali, nonostante il grande numero di pubblicazioni a carattere geologico
(134 ad aprile 2011) e la vasta estensione di formazioni calcaree, descritte già all’inizio del ‘900,
sono documentate solo tre spedizioni speleologiche. L’isola di Seram (17100 km2), adagiata
sull’Equatore, si sviluppa lunga e stretta (340x60 km) lungo l’asse est-ovest. Principalmente
montuosa, presenta un’imponente ossatura centrale, risultato della collisione delle grandi placche
tettoniche, che l’attraversa da nord a sud. Questa zona montuosa, denominata Manusela Range,
culmina nelle cime comprese nell’area del monte Binaya, che con i suoi 3047 metri, rappresenta
una delle principali montagne dell’arcipelago. A differenza di altre cime nell’area, d’origine
vulcanica, l’area del Binaya è composta quasi esclusivamente di calcari, frammenti della grande
serie che compone l’ossatura della Nuova Guinea. Nel resto dell’isola, particolarmente nel versante
occidentale, si trovano diversi massicci di minore altitudine (Cecilia Range, Towile Bou Bou) che
presentano tuttavia ampie zone carsiche con morfologie a coni e torri. Lungo la costa, specialmente
nell’area occidentale, si identificano ampie zone di calcari corallini, ampiamente diffusi anche in
altre isole vicine. Le prime notizie scritte sulla presenza di grotte sull’isola di Seram si devono
all’opera del colonnello Sachse (Sachse 1907; 1922). Qui vengono descritte prima una serie di
cavità e quindi l’esistenza di una serie di grandi trafori. Informazioni accurate e precise, che però
per molti anni andarono completamente perse e dimenticate. Le prime spedizioni a carattere
speleologico non ne tennero infatti minimamente conto, toccando solo marginalmente queste grandi
aree carsiche, limitandosi alle zone di più facile accesso. La prima, del 1996, fu organizzata dalla
Sydney University Speleological Society (SUSS) e dal Wessex Caving Club (WCC). Dieci
speleologi furono attivi per un mese nell’area di Sawai/Saleman nella costa centro settentrionale di
Seram, identificando ed esplorando parzialmente 33 grotte. Il risultato più importante della
spedizione fu l’esplorazione di Goa Hatu Saka, proseguita poi nel 1998 con la ‘Ekspedisi
International Menjelajah Goa’, che ha portato la profondità fino a -388 metri e ha fatto di Hatu Saka
la cavità più profonda dell’intera Indonesia (Laumanns & Price 2010; p41-101). Queste prime e
promettenti esplorazioni si sono dovute interrompere a causa

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della guerra civile. Nell’estate del 2011 un gruppo di speleologi, Acintyacunyata Speleological
Club di Yogyakarta, questa volta da Giava, riprese le esplorazioni nella medesima area localizzando
45 nuovi ingressi e rilevandone 12 (Laporan Ekspedisi Seram 2011); venne inoltre tentata
un’ulteriore discesa della grotta Hatu Saka, la cui prosecuzione appare probabile, ma le condizioni
idriche fecero fallire il tentativo. Altre grotte sono documentate all’interno di ricerche archeologiche
nel settore sud occidentale dell’isola di Seram e nelle vicine isole di Ambon e Saparua (Spriggs
1990d; Kyle Latinis 2005). Durante la pre-spedizione del 2012 il nostro obiettivo era di verificare
l’esistenza di un carso d’alta quota nelle aree sommitali del Manusela Range. Già dalla cartografia a
piccola scala, emergeva l’esistenza di grandi valli chiuse e morfologia carsica anche in alta quota.
La scoperta dell’importante grotta di Hatu Saka nell’area costiera del massiccio (q.1000 slm.), e
l’esistenza di diverse grandi sorgenti carsiche praticamente sul livello del mare (Jackson 1997),
facevano sperare nell’esistenza di un potenziale idrogeologico di 2-3km. Allo stesso tempo lo studio
delle immagini satellitari ha portato a identificare un secondo obiettivo nei massicci minori presenti
nell’area occidentale dell’isola. Questa zona, completamente ignorata dalle due spedizioni sopra
menzionate e in molte cartografie
geologiche neppure classificata come
calcarea, sembrava invece contenere diversi
trafori idrogeologici la cui particolarità era
rappresentata dalla grandezza dei fiumi
coinvolti. Uno in particolare, il Sapalewa,
che non a caso si traduce come ‘grande
fiume’, sembrava dalle foto attraversare
un’estesa area di carso a coni con una
larghezza in entrata di oltre 40 metri.
Ingresso del fiume Sapalewa. Sulla sinistra si nota la
megadolina del Casuario

Il Manusela Range e il monte Binaya
La grande catena centrale è compresa quasi interamente nel perimetro del Manusela National Park.
Le aree identificate come promettenti sulle carte sono rappresentate da alcuni altopiani, posti a
quota compresa tra 2500 e 2700 m, sul versante occidentale della cima principale del Binaya. L’area
è inclusa nella zona di protezione integrale della riserva. La via d’avvicinamento al monte Binaya
prevede circa quattro giorni di cammino,tra fiumi e foresta lungo una vecchia pista, presente almeno
dall’inizio del secolo, già tracciata sulle carte antiche, che rappresenta ancora oggi l’unico
collegamento tra i numerosi villaggi dell’interno e arriva al villaggio di Manusela, che dà il nome
all’intera area. Dal terzo giorno di cammino, superato il villaggio di Kanikeh, nell’area compresa tra
q.1500 e 2000, le morfologie epicarsiche sono ben presenti. Lungo il percorso nel 2012 riusciamo a
identificare sei ingressi: alcuni pozzi e inghiottitoi, purtroppo tutti di piccole dimensioni e con
scarse prospettive esplorative. Tra i fattori negativi per lo sviluppo di un carsismo profondo c’è
sicuramente da segnalare la presenza di una foresta pluviale incredibilmente rigogliosa: una sorta di
vero e proprio tappeto
di radici, che riescono a
ricoprire
ogni
affioramento roccioso.
Inoltre sembrano potersi
identificare,
almeno
fino a queste quote,
alcuni
livelli
impermeabili che
Zone carsiche nel Manusela range

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intercalano gli strati calcarei. Dalla quota 2700 circa, la foresta cede il posto a una prateria d’alta
quota, caratterizzata dalle grandi felci arboree, alte oltre tre metri. In questa zona, gli affioramenti
calcarei si alternano ad ampie zone detritiche. La cresta principale del Binaya comprende una serie
di tre cime principali; tra queste si sviluppano una serie di valli chiuse, spesso molto carsificate, ma
che purtroppo non sembrano aver prodotto grandi ingressi. In questa zona sempre nel 2012 abbiamo
identificato un inghiottitoio a q.2750, che è sicuramente una delle grotte a quota più elevata
nell’arcipelago, ma che è ostruita da detriti. Molte delle doline identificate nella zona sono, infatti,
impermeabilizzate e spesso ospitano piccoli laghetti. Il nostro stesso campo, posto in una zona
chiamata Way Fuku, occupa una di queste doline. Procedendo verso nord-ovest, la morfologia
sembra mutare, con la presenza di grandi campi solcati da valli chiuse ed estesi affioramenti di
calcare compatto. Questo calcare è interpretato da una parte della letteratura come Giurassico, ma
evidenze paleontologiche sembrano suggerire un tardo Triassico. L’intera zona è quasi
completamente sconosciuta anche agli abitanti dei villaggi limitrofi. Parte degli altopiani identificati
come obiettivi non sono stati raggiunti e restano ampie zone in alta quota da perlustrare. La nostra
ricognizione in questa zona nel 2012 è durata due settimane, purtroppo insufficienti per fare un
quadro della situazione. La nostra perlustrazione ha confermato la presenza di morfologie carsiche
almeno dalla quota di 1500 metri, morfologie che proseguono fino alle zone sommitali. Purtroppo a
una diffusa presenza di fenomeni epicarsici ben sviluppati, non abbiamo associato il ritrovamento di
cavità rilevanti. Le grotte individuate in questa zona sono, infatti, tutte di dimensioni esigue. Una
serie di livelli impermeabili, posti a differenti quote tra i banchi di calcare, farebbe pensare difficile
un dislivello anche solo potenziale superiore ai 1000-1200 metri per il versante nord dell’area del
Binaya. Nulla invece sappiamo del versante sud. Gli abitanti del villaggio di Kanikeh, una volta
scesi dalla montagna, ci hanno informato circa l’esistenza di una cascata che uscirebbe da una
falesia, dietro la quale si aprirebbe una grotta di grandi dimensioni. Anche i plateau sommitali non
raggiunti conservano la loro potenzialità. Sempre nella catena del Manusela, l’area chiamata Hatu
Kauala, appare di notevole interesse. Questa montagna, che raggiunge i 2047 metri, presenta sul
versante sud un’enorme valle chiusa, mentre sul versante nord è presente una grande sorgente
carsica (30m³/s) posta a una quota di 150 slm (Jackson 1997). Sull’estremo lembo nord del
Manusela National Park, l’area compresa tra il monte Saka e i villaggi costieri di Saleman e Sawai
appare a oggi la meglio studiata dell’isola. Eppure la sua grotta più importante, Hatu Saka, che resta
la più profonda dell’intera Indonesia, è stata visitata una sola volta, nel 1998. L’esplorazione, ferma
sul fondo di -388 metri, non appare conclusa, in quanto gli stessi esploratori confermano di aver
dovuto tralasciare la via percorsa dall’acqua, optando per una diramazione fossile (comunicazione
personale). Il potenziale per questa grotta si potrebbe attestare intorno ai 1000 metri, in quanto alla
base del massiccio abbiamo identificato una grande sorgente che potrebbe essere in relazione diretta
con la cavità.

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West Seram e il Sapalewa
La costa nord dell’isola, compresa tra i
villaggi
di
Sawai
e
Saleman,
contraddistinta dal promontorio del
monte Sawai, con le grandi falesie
calcaree che finiscono direttamente nel
mare, è stata l’obiettivo delle tre
spedizioni
speleologiche
precedentemente realizzate a Seram
(1996, 1998, 2011). Considerato quindi il
lavoro già svolto, nel 2012 ci siamo
limitati a verificare la descrizione
dell’area, compresa la presenza di grandi
sorgenti a mare. Nella zona è ormai
Carta geologica del settore occidentale di Seram (Rutten 1919).
diventata abbastanza famosa la grotta di
Sulla carta sono segnati i dodici trafori ancora inesplorati.
Luisiala, appena sopra il villaggio di
Saleman, contraddistinta da una enorme
colonia di chirotteri, che ogni sera esce in direzione del mare. Procedendo verso ovest per circa 80
km si raggiunge l'area compresa tra i villaggi di Kasieh e Taniwel. In questa zona, le morfologie
carsiche appaiono evidenti. A Kasieh, già sulla costa si trova un’estesa zona di carso a coni,
parzialmente isolati. Qui dagli abitanti sono segnalate cinque grotte. Due di queste le abbiamo
parzialmente esplorate nel 2012: Goa Toke (Grotta dei Gechi) e Goa Tana (Grotta della Terra), per
uno sviluppo di circa 70 e 250 metri rispettivamente. Proseguendo verso l'interno la zona appare di
estremo interesse. Basandoci sulle cartografie geologiche (Rutten) la struttura carsica della zona
appare complessa e frammentata: caratterizza tanto da rocce del triassico quanto da calcari corallini
del quaternario. L’area carsica di West Seram, compresa tra i villaggi di Kasieh, Buria e Kawa,
rappresenta sicuramente l’obiettivo più sicuro e facilmente raggiungibile per le future esplorazioni.
Con circa 210 km² di calcare e cime che raggiungono i 1450 metri, l’area possiede un grande
potenziale. In particolare l’individuazione di almeno 12 trafori di varia lunghezza, ma sempre
interessati da fiumi di portata considerevole, rappresentano altrettanti obiettivi esplorativi. Questi
fenomeni, individuati e segnati sulle antiche cartografie olandesi, sono stati confermati dall'analisi
delle fotografie satellitari e risultavano nel 2012 tutti completamente inesplorati. Proprio i trafori
sono oggetto di un dettagliato capitolo nell’opera di Sachse (Sachse 1922, p.24). Informazioni che il
militare ha ricavato dalla sua lunga permanenza sul campo ed in particolare dopo le campagne di
pacificazione del 1914-1916 nell’area di West Seram1. Campagne che aprirono la strada alla
spedizione geologica di Rutten e alla cartografia dell’intera isola in dettaglio. Di questi nel 2012 fu
raggiunto solo il Sapalewa, il più grande per portata, perlustrato sia in ingresso che uscita, divenuto
quindi l'obbiettivo principale della spedizione del 20152. Il Sapalewa, con un bacino idrografico di
circa 250 km², dopo aver corso lungo formazioni impermeabili, attraversa la fascia di calcari attorno
al massiccio del Towile Bou Bou, scomparendo sotto le pareti di Hatu Tosiwa, per riemergere due
1

Una pacificazione necessaria per identificare ed esportare le risorse potenzialmente presenti sull’isola. Proprio
all’identificazione delle potenziali risorse minerarie risponde la campagna geologica di Rutten come dimostra anche
l’attenzione di Sachse a quelli che diventeranno i campi petroliferi di Bula sulla costa nord-est. Una pacificazione
costruita con deportazioni, eliminazione dei leader ribelli, distruzione dei villaggi e degli orti fino alla totale
sottomissione di Wele Telu nel 1919. Una sottomissione culminata nel censimento e controllo dell’intera popolazione e
degli insediamenti che d’ora in avanti saranno accuratamente registrati sulle carte come luoghi subordinati al Dutch
Rule.
2
Sebbene il tratto sotterraneo del Sapalewa risultasse nel 2012 inesplorato e praticamente sconosciuto in bibliografia,
abbiamo verificato sul campo come nell’area fosse stato progettata la realizzazione di una diga per la produzione di
elettricità. Il progetto prevede la creazione di un invaso sbarrando l’ingresso a monte, nonché la deviazione di parte del
fiume nella vallata del Way Mala forando l’area del Toi Siwa. Attualmente non è chiaro lo stato d’avanzamento del
progetto. Nel 2015 abbiamo incontrato una squadra di rilevamento topografico.

13

chilometri a valle. La portata stimata sulla base della pluviometria da un risultato medio di circa
10m3 al secondo. Da qui, dopo aver percorso una stretta vallata, sfocia a mare, appena a ovest del
villaggio di Taniwel. Nell’area compresa tra i due ingressi, nelle foto satellitari, sono evidenti alcuni
grandi collassi. Nel 2012 la complessità del terreno e il tempo a disposizione hanno permesso di
raggiungerne solo alcuni, tra cui la grotta di Goa Patune, e di verificare la presenza di diversi corsi
d’acqua che, probabilmente, entrano nel sistema. Sulla strada per l’ingresso di monte del Sapalewa,
abbiamo inoltre documentato la presenza di un’antica strada del periodo olandese. Costruita come
una grande massicciata di pietra a secco, larga oltre un metro e alta anche cinque, si snoda
attraverso le grandi doline e ogni tanto scompare inghiottita dalla foresta. Evidentemente realizzata
dagli antichi colonizzatori, per mantenere rapidi contatti tra la città di Piru sulla costa sud e Taniwel
sulla costa nord. Difficile dire quando sia stata costruita: il controllo Olandese su questa parte
dell’isola si consolida solo alla fine del XVII secolo, mentre l’area centrale del Binaya sarà
sottomessa al controllo coloniale solo alla
vigilia della prima guerra mondiale.
Probabilmente la strada è da mettere in
relazione con le ultime campagne militari
tenutesi nei primi anni del ‘900 e
realizzata tramite l’uso del lavoro forzato
della popolazione dei vicini villaggi.
Lungo questa strada incontriamo la Gua
Batu Sori (Grotta Pomeriggio di Pietra).
La grotta, menzionata nei resoconti delle
spedizioni cartografiche olandesi del 1918,
è costituita da grandi sale fossili, ma la sua peculiarità è di essere completamente tappezzata di
incisioni, disegni e scritte, graffiate nelle concrezioni e nelle pareti.

Carta speleologica del settore occidentale di Seram

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Descrizione del Sapalewa underground river
Il sistema del carsico del fiume Sapalewa dal punto di vista morfologico appare una struttura
abbastanza semplice presentando lo schema di un classico traforo idrogeologico. Il fiume Sapalewa
sviluppatosi in un bacino idrografico di oltre 250 km2 di terreni impermeabili, si trova infatti lungo
il suo corso verso la costa nord dell'isola, ad incontrare un vasto blocco di calcari compresi tra le
cime del Towile Boi Boi e dell'Hatu Toi Siwa che sbarrando la valle, lo obbligano a migrare
sottoterra. Sia l'attuale struttura attiva della grotta, che i monconi di gallerie fossile nell'area
testimoniano la continuità nel tempo e l'antichità del fenomeno di drenaggio che ha profondamente
modellato anche la morfologia esterna dell'intera zona. La grotta presenta attualmente otto
differenti ingressi . I due principali sono ovviamente rappresentati dal punto d'ingresso e uscita del
fiume, mentre i restanti sei sono rappresentati da una serie di ingressi fossili parte del passato livello
di drenaggio, lo sviluppo totale del sistema è attualmente di circa 3.8 chilometri, a cui va aggiunto
un altro chilometro di gallerie fossili attualmente isolate ma parte morfologica del sistema. Il
dislivello totale tra l'ingresso più alto e quello più basso è di circa 200 metri, mentre il dislivello tra
i due ingressi principali, ovvero tra la quota di entrata e di uscita del fiume è di appena 50-60 metri.
L'ingresso si presenta come una forra
con la classica struttura a V di
dimensioni veramente imponenti:
oltre cento metri di altezza per una
larghezza di circa sessanta: Canyon
dei Pata Siwa. L'androne, Salone
Sachse3,
appare
potentemente
lavorato dallo scorrere del fiume e
presenta numerosi terrazzi e ballatoi
sospesi testimonianza dei passati
livelli di scorrimento, nonché un
doppio arco che divide una parte alta
fossile, da una bassa attiva, dove
attualmente scorre il fiume. Proprio
lungo un
In alto l’uscita del Sapalewa presso
le gallerie di Smeraldo.
A sinistra il Salone Sachse
dall’ingresso.

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Il luogo ovviamente già conosciuto dagli abitanti, è raggiunto da Sachse che lo descrive e fotografa per primo probabilmente intorno al 1915
(Sachse 1922; pp.24-25). Considerato che Sachse scrive un libro su Seram nel 1907 dove nomina alcune grotte e anche il fiume Sapalewa ma non la
presenza del suo corso sotterraneo, la scoperta da parte sua dello stesso, avviene sicuramente durante le campagne di repressione avviate proprio
nell’area tra il 1914 ed il 1916 che lo vedono comandare le brigate di pacificazione in operazioni di contro guerriglia. La spedizione Rutten a cui
parteciperà si tiene infatti l’anno seguente nel 1917 insieme alla spedizione cartografica che produrrà i 100,000. La rivolta del Sapalewa (1914-1916)
probabilmente fermatasi anche in relazione con l’epidemia di influenza spagnola che arriva anche a Seram, convince gli olandesi a prendere
consapevolezza e possesso dell’intero territorio. Portando quindi anche alla scoperta dei grandi trafori.

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sistema di cenge sulla
sponda idrografica sinistra,
si aprono una serie di
gallerie che portano ai tre
ingressi alti compresi tra
quota 360 e 420 slm. Una
grotta di tali dimensioni può
chiaramente essere percorsa
su vie differenti anche in
relazione alla quantità di
acqua, al livello del fiume e alla quantità di corde a disposizione. Proprio per la limitata quantità di
corde a disposizione le esplorazioni sono state affrontate da diversi ingressi. La grotta è stata infatti
percorsa dagli ingressi alti fino alla Galleria del Pesce gatto; quindi le esplorazioni del fiume sono
proseguite sfruttando l'ingresso dello Pterodattilo dal Pesce gatto fino al Break Point ed infine in
risalita dalla risorgenza fino al Break Point. Attualmente non è stata mai percorsa integralmente
dall'ingresso all'uscita in una sola punta. Tecnicamente ora che sappiamo che la galleria non
presenta al suo interno sifoni o altri impedimenti è possibile percorrerla integralmente dall'ingresso
all'uscita in doppia ovvero disarmando progressivamente. Una tale tecnica rende necessarie
pochissime corde, duecento metri possono essere sufficienti. Allo stesso tempo l'impossibilità di
stimare con certezza le condizioni di portata o la presenza di ostacoli mobili e temporanei come i
grandi tronchi, possono rendere molto pericolosa una tale scelta. Discorso a parte meritano gli armi,
realizzati per la quasi totalità su naturali o con nuts. Attualmente quindi sia calate che traversi e
tirolesi non sono armati.

Dall'ingresso alto al grande traverso
La via percorsa durante l'esplorazione parte dall'ingresso
di quota 413 o Grotta del pipistrello giallo. Questo
ingresso, di dimensioni modeste si apre sul fondo di una
dolina e dopo una breve galleria fossile in discesa
permette di affacciarsi sull'ingresso più alto di quota 420.
Entrambe appaiono impostati su una grande frattura che
taglia la parte alta della sommità del cono sovrastante. Da
questo punto un salto di 20 metri porta sulla parte alta di
una enorme galleria fossile. La galleria rappresenta un
moncone fossile dell'antico corso del fiume. Si sviluppa
infatti parallela, ad ovest dell'attuale corso attivo, e dopo
un tratto di circa cento metri, di dimensioni ciclopiche
(80x20 circa) sbuca all'esterno circa cento metri a sud
ovest dell'ingresso attuale del fiume, circa cento metri più
in alto dell'attuale livello dell'acqua: Antro dei pipistrelli.
Poco prima di questo ingresso, a sinistra entrando, verso
ovest si sviluppa una galleria più piccola aspirante la cui
esplorazione si è fermata su una zona di frana, che sembra
dirigersi verso il bordo orientale della grande Dolina
dello Pterodattilo. Zona questa non esplorata in esterno.
La galleria principale presenta sponde, terrazzi d'erosione,
marmitte e pendenti sul soffitto che testimoniano l'antico
passaggio del fiume.
Salone Sachse - Sapalewa

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A metà sulla parete destra, in corrispondenza di uno di questi terrazzi si apre La via del fiume. Si
tratta di un meandro che riporta nell'androne dell'ingresso principale, sulla sponda idrografica
sinistra, alti sopra la forra del fiume. A metà della via del fiume una galleria sulla destra risale fino
ad un ulteriore ingresso alto sulla verticale dell'imbocco dei fiume.

Dal grande traverso alla galleria del pesce gatto
Dalla sponda idrografica sinistra del Salone Sachse, a cui si accede calandosi attraverso alcuni salti
dalla Via del fiume, si prosegue attraverso un vasto sistema di cenge e ballatoi sospesi sopra la forra
per settanta metri verso nord ovest scendendo e avvicinandosi progressivamente alla riva del fiume.
Questa zona, chiamata Il grande traverso, è stata armata fino al suo termine dove precipita con una
parete di circa 20 metri sull'acqua in corrispondenza di un banco roccioso affiorante. Da questo
punto, con il livello del fiume trovato (8-20 agosto 2015) si è iniziata la progressione nell'acqua.
Qui la galleria al livello del fiume si presenta larga circa quindici metri ed alta 50-60. Mentre la
parte di forra a monte, evitata grazie al traverso appare abbastanza stretta e con forte corrente, in
questo punto almeno sulla sponda sinistra la corrente è più debole. Qui si è istallato un primo
traverso (I tirolese) che passando a livello dell'acqua permette in circa trenta metri di aggirare una
punta rocciosa e approdare ad un vasto banco di sabbia. In corrispondenza del banco il fiume piega
nettamente verso destra dirigendosi a nord. Da qui la galleria si allarga ad oltre venti metri ed è
completamente occupata dal fiume: I mari del Sud. Per approdare sul banco successivo si deve
quindi traversare con una lunga tirolese fino alla sponda destra del fiume circa cinquanta metri più
a nord. (II tirolese). Questa sponda permette inoltre di evitare le rapide in cui s'incanala il fiume sul
fianco sinistro. Il banco permette di risalire per ottanta metri verso nord e prosegue salendo in
altezza tra grandi frane e accumuli di enormi tronchi trasportati dalla corrente anche oltre trenta
metri sopra l'attuale livello del fiume: Il cimitero dei tronchi. Questa sponda verso destra continua a
salire guadagnando dislivello e continuando come grande camino o galleria sopra alcune grandi
colate concrezionate. L'intero banco si pone all'apice di una nuova curva del fiume, questa volta
verso sinistra. Sulla parete di fronte si notano alte sopra il fiume, due grandi finestre. Potrebbe
trattarsi di un vecchio bypass abbandonato dall'acqua, ma anche dell'arrivo di qualche galleria
fossile dall'alto. Dal ballatoio si scende quindi calandosi lungo la parete fino a raggiungere
nuovamente il livello del fiume. Dal pelo dell'acqua per evitare la corrente ed alcuni mulinelli si è
resa necessaria una nuova tirolese (III tirolese) per raggiungere un grande banco di tronchi nel
mezzo del fiume: La diga del castoro, e da questo con una successiva traversata (IV tirolese) si è
finalmente raggiunto, sempre sulla sponda destra un banco solido di roccia: Il porto delle scimmie.
Dal banco si procede per alcune decine di metri sempre traversando sulla sponda a livello dell'acqua
in una zona di galleria abbastanza stretta e con forte corrente: La galleria del Pesce gatto.

Dall'ingresso dello Pterodattilo al Break Point
L'ingresso dello Pterodattilo
rappresenta un ingresso
intermedio del traforo del
Sapalewa. Si apre al fondo
della
megadolina
del
Casuario che appare essere
ciò che resta di un grande
salone
o
pozzo
di
sprofondamento. Con un
diametro di circa 350 metri la
dolina del Casuario si
presenta infatti per buona
17
La VI° tirolese verso il Break Point

parte del suo perimetro circondata da alte falesie sui cui bordi si aprono numerosi monconi fossili
di gallerie. L'intera zona presenta resti di abbondante concrezionamento ed è ciò che resta di un
paleo livello di assorbimento e passaggio del fiume. Il grande ingresso dello Pterodattilo, da cui
fuoriesce una impressionante quantità d'aria spinta dal fiume, si presenta come una grande galleria
di frana che punta in discesa verso nord andando dopo cento metri ad intercettare trasversalmente il
tetto della galleria del Pesce gatto. Anche qui gli ambienti sono enormi con la galleria alta oltre
cento metri che si perde nel nero. Dal punto dove la galleria fossile intercetta la sommità di quella
attiva, si scende con alcune calate per approdare sulla sponda sinistra. Questa parte delle gallerie del
Pesce gatto si trovano appena a valle del Porto delle scimmie. Da questa sponda una serie di lunghi
traversi a filo della parete: I traversi di Capo Horn, permettono di superare diverse sporgenze con
forte corrente. Sull'altra sponda a metà dei traversi si nota una grande colata concrezionata che cade
da un arrivo alto. Sempre in corrispondenza di questo punto in esterno passa la galleria della grotta
di Cepet Cepet, uno degli imbocchi fossile che si aprono più in alto lungo le pareti della dolina
attualmente chiuso su concrezioni. Al termine dei traversi, circa cento metri, si procede ancora per
alcune decine di metri in acqua più calma fino ad arrivare ad un grande banco roccioso da cui il
fiume precipita per alcuni metri: Le rapide del Maelstrom. Queste si aggirano facilmente
continuando sempre sulla sponda sinistra dove all'improvviso si apre in alto una enorme galleria in
salita: Il salone del Kakhian. Dalla sponda del fiume un camino di una trentina di metri permette
di risalire la parete ed arrivare su un grande ballatoio che da accesso alla galleria: Il camino di Pacu
o The Pacu's Step. Questa risale tra grandi frane di circa 84 metri dal livello del fiume, per
continuare poi con due camini che salgono almeno di alcune decine di metri. Dall'alto scende acqua
e si notano residui vegetali. Sopra dovrebbero trovarsi le pareti nord della dolina una zona non
esplorata. Per proseguire verso valle si continua invece lungo il ballatoio e sfruttando alcune grandi
cenge si guadagnano altri cinquanta metri di fiume. La grotta anche a questa altezza, mostra
ovunque le tracce delle piene. Il fiume riesce infatti a risalire almeno fino all'imbocco del salone del
Kakhian, circa trenta metri sopra l'attuale livello come testimoniano i tronchi depositati a questa
altezza4. Dal fondo della cengia si scende calandosi
verso l'acqua e una volta sul fiume si traversa
subito sull'altra sponda per evitare la forte corrente
(V tirolese). Dalla sponda, quanto mai precaria, si
deve nuovamente traversare per raggiungere in
corrispondenza di una curva a destra un grande
banco di roccia e sabbia: Break Point. In questo
punto si sono misurate altezze della galleria di oltre
140 metri e potrebbero esserci arrivi o livelli alti.
Anche qui grandi tronchi sospesi altissimi incastrati
nella galleria testimoniano il livello incredibilmente
alto che l'acqua può raggiungere.

Le rapide del Maelstrom - Sapalewa

Dalla galleria del grande Leviatano al Break Point
Questo tratto di grotta è stato esplorato nel senso inverso, ovvero risalendo dalla risorgenza verso
monte. L'uscita del Sapalewa si presenta come un grande portale di circa cinquanta metri per trenta
da cui fuoriesce il fiume: Le gallerie di smeraldo, a cui si affianca un secondo ingresso fossile
4

Questo ci permette di stimare un impulso di piena che può raggiungere i 500-1000 metri cubi al secondo.

18

costituito da una enorme galleria: La galleria
del grande Leviatano. Entrambe convergono
in corrispondenza della grande cascata del
Kraken. Su una parete circa venti metri sopra
l'ingresso attivo si nota inoltre l'imbocco di una
galleria che potrebbe portare ad ulteriori livelli
fossili. Anche nella galleria del grande
Leviatano, sulla parete destra sopra una grande
colata di concrezioni, si nota un imbocco
inesplorato. La cascata del Kraken appare
formata da una grande frana di blocchi che
hanno formato un terrazzo sospeso da cui il
fiume precipita con vari salti per una decina di
metri. Il fronte d'acqua che si forma e le
modalità con cui passarlo dipendono
chiaramente dal livello e dalla portata. Nel
2012, con una portata cinque volte superiore,
che alzava il livello del fiume in questo punto
di circa 1-2 metri, l'intero fronte costituiva una
cascata unica molto impressionante. In
occasione delle esplorazioni del 2015 la
portata ridotta aveva trasformato il fronte in
una serie di cascate separate. Provenendo dalle
gallerie del Leviatano, si segue la sponda
idrografica sinistra fino alla fine del banco,
dove questo cede il passo ad una serie di
grandi marmitte a livello del fiume. Qui si è
attrezzata una tirolese che permette di
raggiungere la sponda idrografica destra in
corrispondenza dell'ultima parte della grande
frana che genera il Kraken. Risalendo la frana
sempre sul lato destro in queste condizioni di
portata è possibile salire la cascata per
approdare al grande lago sospeso che la
sovrasta. Da foto fatte nel 2012, questo
approdo utilizzato per la tirolese, non emerge
dall'acqua. Sopra il Kraken il fiume, largo e
con una minore pendenza, permette di
camminare in particolare sulla sponda sabbiosa
in sinistra idrografica. Qui in corrispondenza di
una netta curva verso destra si nota in alto sulla
riva opposta un grande arrivo o imbocco di
galleria. Proseguendo sempre sulla sponda
idrografica sinistra si risale a nuoto una zona di
acque abbastanza agitate al limite della
necessità di assicurazione, fino ad arrivare a
Gambero Beach, un grande banco sabbioso.
Da questa zona: Le gallerie di Mulua Rabie, si
è risalito controcorrente installando sicure e
traversi temporanei fino a Mulua Satene e La
spiaggia del Gambero solitario. Sopra questo
punto un grande arrivo concrezionato permette
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di raggiungere un ballatoio alto sopra il fiume che purtroppo più in alto stringe su concrezioni.
Continuando sempre nell'acqua lungo il fiume, si rendono spesso necessari attraversamenti e cambi
di sponda per sfruttare al meglio le zone di acque morte ed i banchi di sabbia che si alzano dal
fondale. La progressione, assicurata in modo dinamico come nel movimento in conserva su
ghiacciaio, prosegue cosi con alcune sporadiche tirolesi fino a Mulua Hainowele. Oltre l'ennesimo
grande arrivo d'acqua dall'alto, su sponda idrografica sinistra, la galleria sul fondo si stringe, in alto
si notano colate concrezionate e lunghi ballatoi sospesi, difficili da raggiungere. In questo tratto di
circa cento metri difficile da risalire, la corrente aumenta sensibilmente: Galleria dei salmoni del
Sapalewa. Dopo un lungo tratto rettilineo il fiume piega bruscamente a sinistra. In questo punto si
raggiunge sempre in sponda idrografica sinistra il banco roccioso del Break Point. Tutta questa
zona di gallerie oltre che della portata risente per la sua percorrenza anche dell'eventuale presenza
di dighe e accumuli di legna e tronchi, capaci di creare non solo gorghi e impedimenti ma vere e
proprie rapide e cascate modificando notevolmente le condizioni di percorrenza delle gallerie.
Confronti con alcune foto del 2012 ci fanno pensare che anche i grandi tronchi di uno o due metri di
diametro si muovano spesso all'interno della grotta.

Gallerie fossili minori & ulteriori possibilità esplorative
Oltre al sistema del Sapalewa, nell'arco di pareti che
descrivono la megadolina del Casuario si possono
identificare numerose cavità fossili. Morfologicamente
appaiono tutte come monconi di antiche gallerie di
grandi dimensioni attualmente in avanzato stato di
senescenza con abbondanti depositi di frana e
concrezionamenti. In molte si identificano inoltre
evidenti erosioni inverse, pendenti e marmitte che
dimostrano un loro antico collegamento con il fiume
Sapalewa o con suoi importanti affluenti. Dal lato sud
della dolina procedendo in senso orario, allo stato
attuale delle esplorazioni abbiamo quindi: Gua Batu
Sori, Il sistema della grotta del cobra di pietra, Gua
Cepet Cepet e infine un pozzo inesplorato quasi sul
fondo. Gua Batu Sori, la grotta del pomeriggio di
pietra, è attualmente composta da una serie di grandi
saloni concamerati tra loro, completamente ricoperti di
abbondanti colate e concrezionamento quasi
completamente fossile. Con uno sviluppo di circa
centocinquanta metri, la grotta che si apre a 410 metri
di quota, potrebbe essere stata in passato parte di una
galleria collegata al sistema prima del totale collasso
della dolina. Da notare come si trovi in asse con
l'ingresso dello Pterodattilo posto sul fondo della
dolina esattamente sull'altro lato. La grotta conosciuta
dagli abitanti della valle del Sapalewa ed in parte
tutt'ora frequentata, rappresenta sicuramente un sito
inserito nel contesto culturale locale. Le concrezioni e
le colate presenti nella parte iniziale appaiono infatti
completamente incise di motivi geometrici, nomi,
lettere e altri elementi non facilmente identificabili. Se
in parte si riconoscono nomi in caratteri latini recenti,
sono molti i nomi incisi profondamente che presentano
20

anche patine di concrezionamente successivo che ne indicano l'antichità. Cosi come i tratti di
calligrafia che sembrano identificare lettere con stili calligrafici ottocenteschi o precedenti. Si
notano quindi in alcune zone motivi simili a disegni geometrici apparentemente antichi, in molti
casi frammentati a causa dello rottura e frammentazione del crostone stalagmitico su cui sono stati
scolpiti. Alcune superfici infine sono completamente incise da profondi tagli ortogonali praticati
probabilmente con colpi di machete. La grotta del cobra di pietra appare invece composta da un
sistema con quattro ingressi che collegano due gallerie tra loro connesse. Le gallerie si aprono ad
ovest della dolina, oltre una costola rocciosa che traforano per sbucare alte, appena a nord della
grotta di Batu Sori. La quota è notevolmente più alta, con gli ingressi più elevati a q.480 e q.525. Lo
sviluppo complessivo attualmente è di circa 400 metri, ma restano diversi rami da vedere meglio.
Anche queste gallerie, di grandi dimensioni, parrebbero essere antiche parti del sistema del
Sapalewa quando questo scorreva a quote più elevate. Continuando verso nord, sulle pareti si apre
la grotta di Cepet Cepet, quasi sulla verticale dell'ingresso dello Pterodattilo, circa 80 metri più in
alto. E' costituita da una galleria fossile chiusa su frana e concrezioni. Dal rilievo sembra essere
sulla verticale del fiume sotterraneo, all'altezza dei traversi di Capo Horn. Il dislivello, considerata
anche l'altezza delle gallerie è minimo, forze poche decine di metri, forse meno. In quella zona nella
galleria attiva si trova un grande arrivo attivo e vicino la risalita del salone del Kakhian che anzi
sembra risalire oltre la quota d'ingresso andando a finire tra le pareti più in alto. L'ultimo ingresso in
zona dolina è rappresentato da un pozzo sul fondo della stessa, abbastanza vicino alla galleria
ventosa che si apre nell'Antro dei pipistrelli. L'intero circo composto dalle pareti della dolina, è
comunque molto alto, oltre cento metri e potrebbe nascondere in quota altri ingressi fossili. Verso
ovest le pareti confinano e si fondono con il Lapiez Arido, la zona di carso a lame che sovrasta il
corso sotterraneo del Sapalewa fino all'area della risorgenza. Qui dalle foto aeree si evidenzia un
ingresso intorno a q.570, ancora da raggiugere, che si trova in pianta abbastanza vicino al corso del
fiume in particolare alla zona del Break Point, un punto dove l'altezza delle gallerie supera i 140
metri. Se collegato con questo ingresso il sistema del Fiume Sapalewa avrebbe un dislivello totale
di circa 370 metri che ne farebbe attualmente la seconda grotta dell'Indonesia per profondità.
Sempre nella zona di montagna che sovrasta il corso del fiume, abbiamo raggiunto due grandi valli
di sprofondamento che potrebbero essere affluenti e collegarsi al ramo principale in corrispondenza
degli arrivi individuati in galleria. In alternativa potrebbe trattarsi come nel caso della grotta del
Cobra di pietra, di vecchi tratti di galleria o della traccia del paleo corso del fiume. Non lontano in
questa zona si apre anche la Gua Patune, una sorta di sotano di sprofondamento che purtroppo
chiude su frana. La parte di montagna che risale verso nord in direzione della cima di Hatu Toi
Siwa resta invece totalmente inesplorata.

L’area di Toi Siwa, compresa tra la
cima del Towile e quella del Nakaela

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Il sistema sotterraneo del Way Hanoea
Come il fiume Sapalewa, anche l'Hanoea lungo il suo corso incontra
numerosi banchi di calcare nei quali ha scavato una serie di trafori.
Con un bacino di circa 50 km2 l'Hanoea nasce dalle cime del Towile
Boi Boi, percorrendo una valle più stretta e isolata di quella del
Sapalewa. Dal punto di vista geologico la situazione del suo bacino
appare più complessa. In parte si sviluppa su impermeabile ed in parte
su terreni calcarei. A monte degli insediamenti costieri non ci sono
centri abitati lungo la sua vallata. Dall'osservazione delle foto aeree e
della cartografia geologica sembra che il fiume attraversi quattro
blocchi realizzando quattro diversi trafori lungo un percorso di circa
dieci chilometri. Di questi trafori è stato raggiunto solo il primo
provenendo da valle. Dal paese di Latuhelo si risale la valle del
fiume, in questo tratto comoda e coltivata con numerosi orti e
giardini, per raggiungere in meno di un’ora il punto di uscita
dell'acqua. A differenza del Sapalewa questa risorgenza attiva si
presenta abbastanza modesta come dimensioni con un entrata di circa
sette metri con una sala occupata da un lago. Superato il lago tramite
un piccolo bypass si riesce a proseguire in una serie di sale tutte
occupate da laghi per uno sviluppo totale di circa cinquanta metri.
L'acqua risale dal fondo dando origine ad una risorgente di tipo
valclusiano che in caso di piena riempie tutta la grotta e fuoriesce con
estrema pressione dall'ingresso. In questo caso l'Hanoea si è infatti
scavato un ringiovanimento attivo, mentre il suo percorso fossile si
trova appena più ad est di questo ingresso, ma molto più in alto.
Poche decine di metri prima di arrivare all'ingresso attivo, sulla destra
idrografica, confluisce una valle secca, larga e cosparsa di grandi
blocchi lavorati dall'acqua. Risalendola di tanto in tanto si notano
pozze e laghetti stagnanti. Proseguendo, in breve la valle si avvicina
alle pareti e comincia ad assumere una struttura a forra, larga circa
venti metri, molto alta e intervallata da laghi marmitta, salti e pozzi
cascata. Risalendo per circa 100-130 metri di dislivello questa
struttura all'improvviso dopo un grande pozzo marmitta la forra si
trasforma in un enorme portale alto oltre ottanta metri e largo circa
venti che si apre sopra una serie di salti. Risalendo ancora si entra in
una enorme galleria cosparsa di grandi blocchi molto simile a quella
del Sapalewa se non per la totale assenza di acqua. Durante
l'esplorazione l'abbiamo percorsa per circa 400-500 metri fino ad una
sala circolare occupata da un grande banco sabbioso, resto e relitto di
una grande marmitta. In alto la galleria prosegue sempre grande sopra
una serie di tre salti. La grotta è percorsa da una forte corrente d'aria.
L'assenza dell'acqua fa chiaramente pensare che l'Hanoea sia stato
catturato più a monte da un ringiovanimento che lo porta poi nel ramo
sifonante della risorgenza. A differenza del Sapalewa che presenta un
dislivello di poche decine di metri tra i due ingressi, il primo traforo
dell'Hanoea sembrerebbe avere un dislivello di circa 200 metri tra il presunto punto di assorbimento
e l'uscita. Il ramo fossile da noi percorso, che in origine sbucava allo stesso livello dell'attuale
risorgenza, si è con il tempo trasformato in una forra a seguito del collasso del soffitto. Attualmente
il suo corso sotterraneo comincia quindi oltre cento metri più in alto. Restano in teoria circa altri
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cento metri di dislivello mentre la distanza totale tra i due ingressi non è certa, ma dovrebbe
aggirarsi intorno a 1,5 chilometri.

L’area del primo traforo dell’Way Hanoea. Il punto di ingresso a monte non è chiaro. Sotto l’area
Hanoea-Towile. Oltre al primo traforo, si nota l’area del secondo-terzo e la zona sommitale del
Towile. Verso la costa si trovano dei di due trafori nel banco di calcari corallini.

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Prossimi obbiettivi a Seram
Una prossima spedizione nell'isola di Seram potrà tentare ragionevolmente i seguenti obbiettivi: la
serie dei quattro trafori dell'Way Hanoea, di cui è stata iniziata l'esplorazione del primo. La grotta si
è dimostrata simile nella struttura al Sapalewa, l'esplorazione si è fermata a circa 400 metri
dall'ingresso, risalendo dall'ingresso basso e fermandosi sotto una serie di tre salti. La prossima
spedizione potrebbe mettere in conto di raggiungere l'ingresso di monte in modo da rendere più
facile l'esplorazione del traforo. La via per questo ingresso come i tempi di percorrenza sono
attualmente ignoti, cosi come il regime idrico interno alla grotta e gli eventuali problemi legati
all'acqua. Considerata la necessità di spostare il campo lungo la valle risalendola, il tempo
necessario per percorrere il fiume e tentare i trafori deve esser ragionevolmente calcolato in almeno
dieci giorni da partenza a ritorno. Un campo base ragionevole potrà essere allestito a monte del
primo traforo. Nell'intera vallata non ci sono insediamenti o villaggi. Ai trafori si aggiunge
sicuramente la grotta segnalata da Kachy, la nostra guida da Latuhelo Gua Latale. Oltre alle serie di
trafori, in base al tipo di terreno trovato si potrà ragionare su una prospezione in quota nell'area del
Towile Boi Boi, ovvero la cima più alta della zona (q.1250 circa) che sembra presentare plateu
sommitali forse carsificati. Tutto da verificare il tempo necessario. I due trafori individuati nell'area
della costa, ovvero Way Mata e Way Nua, possono essere esplorati con base a Taniwell o Latuhelo.
Tempo stimato quattro giorni al massimo. Potrebbero riservare interesse di tipo culturale e cultuale.
Per lo stesso motivo e per la loro vicinanza ai centri abitati potrebbero riservare problematiche di
accessibilità e permesso. Obbiettivo importante potrà essere il raggiungimento dell'inghiottitoio di
Way Nioe e Way Menja ubicati nel massiccio del Cecilia Range alcuni chilometri ad est in zona
Kasieh. I due inghiottitoi potrebbero rappresentare fenomeni differenti rispetto ai trafori, con
strutture più verticali di dislivello ignoto. Oltre ovviamente ad aprire la strada per eventuali altre
zone nel plateu sommitale del Cecilia Range. (q.1400 circa). Calcolare almeno dieci giorni o due
settimane per ottenere risultati partendo dal villaggio di Kasieh sulla costa. Le condizioni logistiche
all'interno sono ignote. Ci dovrebbero essere almeno un paio di villaggi intorno a quota 500-600
nel fondovalle, ma non è noto cosa si possa trovare. Più in alto non c'è nulla. Sulle carte di inizio
'900 si identificano alcuni tracciati di collegamento, piste-sentieri, che in alcuni casi passano in
quota. Anche l'identificazione dell'ingressi di Way Menja è dovuto alla sua vicinanza ad una di
queste piste. Una seconda squadra potrebbe perlustrare l'area di Hatu Kasieh e Hatu Patola con
base nell'omonimo paese ed identificare possibili segmenti fossili di attraversamento forse presenti
nella zona. Anche il fiume Kawa rappresenta un obbiettivo interessante. Benché isolato e scomodo
rispetto al resto, Sachse lo descrive con accuratezza e in quanto a lunghezza del corso sotterraneo
sembra paragonarlo al Sapalewa. Geologicamente attraversa il medesimo blocco in cui si muove il
Way Hanoea, l'avvicinamento però non è chiaro. Possibile risalendo la valle dal paese di Kawa o
scendendo da una zona a monte del villaggio di Riring. La seconda ipotesi appare più realistica.
Difficile stimare un tempo minimo necessario per l'esplorazione. Sicuramente alcuni giorni. L'area
del Sapalewa presenta ancora possibilità esplorative interessanti che potrebbero far crescere e dare
un forma più complessa al sistema. Alcuni potenziali ingressi alti, cosi come le due grandi valli
chiuse identificate dall'alto del Lapiez arido, alcuni imbocchi di gallerie fossili all'ingresso della
risorgenza, sono tutti punti interessanti che potrebbero riservare sorprese. La presenza delle grandi
gallerie fossili sul bordo della megadolina del Casuario, invita ad una perlustrazione più dettagliata
della stessa. Totalmente inesplorata appare l'area dell'Hato Toi Siwa propriamente detto che si
estende più a nord della zona di attraversamento. Non è da escludere in questa zona la presenza di
risorgenze carsiche. Resta problematica la situazione dei lavori di realizzazione della diga, i cui
tempi, esiti e vincoli sono totalmente sconosciuti. Proprio per questa ragione nel caso in cui volesse
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approfondire l'area sarebbe meglio procedere dal versante nord, salendo dall'area di uscita che non
sembra ricadere nella zona dei lavori. Nelle altre zone di Seram si possono attualmente identificare i
seguenti obbiettivi: ripetere il fondo della grotta di Hatu Saka, dove il ramo attivo sembra essere
inesplorato da quota -300 circa. Il potenziale del sistema si aggira intorno ai 900 metri in quanto
sembra legarsi alla sorgente di Es Es praticamente al livello del mare. Questa esplorazione presenta
però alcuni punti importanti da tenere in considerazione. Ovviamente la necessaria quantità di
materiale, almeno 1000 metri di corde e relativi attacchi, una gestione efficace delle previsioni
meteorologiche, un sistema di allerta tra l'esterno e l'interno per evitare il rischio di piena, nonché
adeguate misure preventive contro i rischi legati ad una prolungata esposizione alla nebulizzazione.
Necessario inoltre prendere contatti in anticipo con l'ente Parco per ottenere un permesso in quanto
questa si apre nel perimetro dello stesso e la sua esistenza è ben conosciuta. Proprio per questo
motivo sarebbe auspicabile tentare la discesa con la partecipazione dei gruppi speleologici
indonesiani. Anche i gruppi australiani che la esplorarono a suo tempo, sembrano interessati a
ritornare nell'area. Non è inoltre da sottovalutare il problema del costo di un permesso locale
concesso dal re di Saleman per la frequentazione della zona. Dal punto di vista logistico, l'area del
paese di Saleman è comoda, sia da raggiungere che per alloggiare, anche se appare necessario
montare un campo avanzato direttamente nella valle sospesa in quota. Dall'area costiera sono circa
mille metri di dislivello e vanno calcolate almeno 3-4 ore. Forse passando da sud con una macchina
si potrebbe arrivare in quota abbastanza vicino all'ingresso, ma mancano informazioni. Da segnalare
infine come tutta la zona potrebbe contenere altri fenomeni simili, un pozzo da cento metri sembraa
Dello stesso abbiamo una foto di cento anni fa oltre che ad una descrizione sempre ad opera del colonnello Sachse
(Sachse 1922), che parla del torrente, di portata ignota, che scompare in un pozzo alla base di una parete. Dalla foto non
si capisce la struttura, mentre non sono note ne dimensioni ne profondità del pozzo

In basso carta Olandese del Cecilia Range. In questa zona si trovano alcuni degli
obbiettivi della prossima spedizione. Come al solito la sigla o.l. indica la presenza
di un traforo. In alto l’area di Hatu Saka. A destra il villaggio di Kaniketh alle pendici
del monte Binaja in una foto di inizio ‘900

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Rilievo della grotta di Hatu Saka

Le cime del monte Binaja in una foto di inizio ‘900 presa probabilmente da way fuku. Al centro si distingue
l’altopiano inesplorato già obbiettivo nel 2012, ma che aspetta ancora di essere verificato nelle sue potenzialità.

essere stato visto e non sceso da speleologi australiani appena nord. Sebbene la zona sia stata
in parte esplorata dalla spedizione indonesiana, questa sembra essersi concentrata più sulla parte
bassa dell'area. Di tutte queste esplorazioni e delle relative cavità conosciute esistono comunque
ottimi report per valutare il tutto. Tempo stimato per tentare Hatu Saka, almeno una settimana da
Saleman. Ovviamente nell'isola sono identificabili altri obbiettivi, ma più difficili da definire e
raggiungere. Tra i principali si segnala la valle perduta a sud del villaggio di Huaulu, ed identificare
la sua sorgente sottostante. Si tratta di un obbiettivo di media difficoltà. Attualmente non risulta che
la zona sia stata mai perlustrata, la via da percorrere non è chiara: dal villaggio di Huaulu da nord,
si devono valicare alcune cime e si rende assolutamente necessaria una guida. Da sud il percorso
potrebbe essere più facile, ma resta poco chiaro. Sebbene dalla fotografie aeree allo stato attuale
non si distinguano strutture evidenti o imbocchi, la potenzialità di questa grande valle sospesa è alta
e la sorgente sottostante, segnalata da più autori con una portata di circa 20-30m3 al secondo,
sembra confermarlo. Tempi necessari per tentare di raggiungere l'area e perlustrare in modo efficace
almeno dieci giorni. La logistica prevede ovviamente una totale autonomia. Nell'area del villaggio
di Kaniket, nel Manusela Range,
sotto il fianco nord del Binaya, la
gola misteriosa a forma di imbuto e
la cascata del monte Murukele
potrebbero nascondere fenomeni
importanti. L'isolamento e la
distanza impongono però di
calcolare almeno due settimane di
tempo per una perlustrazione. Più
tempo ancora sarebbe necessario
per verificare le potenzialità
dell'area sommitale. Allo stato
attuale non si identificano nelle
fotografie fenomeni evidenti, ma
come nel caso di Hatu Saka e di
La grande valle perduta. Ogni quadretto sono dieci chilometri.

26

altri, la fitta foresta è in grado di coprire e nascondere anche cose importanti. Sulle cartografie a
250.000 si nota una zona con alcune doline-valli inghiottitoi intorno a quota 2000. Se
geologicamente l'area è buona, allo stesso tempo la logistica appare al momento complicata. Se tutti
questi obbiettivi sono nella fascia nord dell'isola, con un periodo meteorologico buono che ricade
all'incirca tra luglio e settembre, per la fascia sud ovviamente i tempi s'invertono, con una stagione
'secca' invernale (Sachse 1922, p.31). Su questa fascia si mostrano interessanti una serie di enormi
depressioni nell'area di Manusela da raggiungere valicando da catena costiera di sud, lungo il
famoso sentiero noto come scala del dolore. Questa zona dovrebbe essere verificata nelle sue
potenzialità. Allo stato attuale non ci sono certezze.

In alto l’area del Binaja. Da sinistra, una struttura ignota; una depressione
molto profonda non raggiunta; l’altopiano non raggiunto; l’area della cascata
del Murukele

Una
spedizione
leggera
indonesiana ha verificato nel
2013, un piccola zona del
versante sud del Binaja.
Anche di questa è disponibile
un report con la posizione
delle grotte individuate, tutte
di modeste dimensioni e
senza apparenti potenzialità.
Da verificare le grosse
sorgenti che dovrebbero
fuoriuscire alla base in zona
costiera sud. Nella fascia
meridionale dell'isola sono
identificati
tramite
cartografia
olandese
e
riferimenti
bibliografici
(Sachse 1922, Rutten 1919) diversi trafori e fenomeni carsici. La modesta altitudine ed estensione
dei coni e delle fasce carsiche non invita però ad una esplorazione dell'area, che si presenta come la
parte meno abitata di Seram e con evidenti problemi di logistica. Sarebbe interessante anche una
rapida visita all'unica grotta turistica dell'isola, già riconosciuta nella lista catalogo dei geositi,
27

ovvero la grotta di Akoh, presso il villaggio di Temilouw sulla costa ad est di Maschi (Mohd.
Shafeea Leman., Reedman and Chen 2008; p.85). Discorso a parte meritano le numerose
segnalazioni e riferimenti di grotte e siti rupestri di interesse archeologico presenti principalmente
nell'area ovest lungo la costa (Spriggs 1990; Kyle Latinis 2005). Attualmente abbiamo visitato
quelli presenti nelle grotte di Hatusua e Hatuhuran. Le grotte sviluppate nel calcare corallino,
anche se di dimensioni abbastanza modeste, si presentano interessanti anche dal punto di vista
biologico con presenza di una vasta fauna. Nulla sappiamo invece di quelle segnalata sulla penisola
di Hoamoal o all'interno. Relativamente alle isole vicine a Seram, sono segnalate due grotte
nell'isola di Manipa: Air biru cave e Kota cave Interessante a nord l'isola di Boano, chiaramente
formata di calcari corallini, con forme esterne evidenti, ma di cui non abbiamo riscontri diretti.
Stessa situazione per l’isola di Saparua, dove oltre alle segnalazioni archeologiche e alla visita della
grotta pseudo turistica delle Sette principesse non abbiamo informazioni (Price 2011). Totalmente
inesplorato appaiono le zone carsiche della vicina isola di Buru. Qui dalla cartografia si identificano
almeno tre zone principali a diverse altezze, dalla costa alle sommità di quota 2700.
Dello stesso abbiamo una foto di cento anni fa oltre che ad una descrizione sempre ad opera del colonnello Sachse
(Sachse 1922), che parla del torrente, di portata ignota, che scompare in un pozzo alla base di una parete. Dalla foto non
si capisce la struttura, mentre non sono note ne dimensioni ne profondità del pozzo

La zona del Cecilia Range presenta diversi
obbiettivi da raggiungere. Molto interessante
appare la valle sospesa di Way Menja. Si nota
in basso la dicitura O.L. che segnala la
presenza di un corso sotterraneo. Non è
chiara la direzione di drenaggio e la distanza.
Per forma la struttura ricorda la grotta di Hatu
Saka e potrebbe avere uno sviluppo
prevalentemente verticale. La presenza di
questo inghiottitoio nella cartografia antica si
spiega probabilmente con la sua vicinanza alle
piste che corrono sui crinali.

In basso il traforo del Way Kawa. Ricordato
anche da Sachse nel suo libro, che segnala
come il fiume scompaia all’improvviso. Questo
traforo viene accostato al Sapalewa per
lunghezza. La fascia di calcare in cui si
sviluppa è la stessa dei trafori dell’Hanoea.

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Il traforo del Nioe. Ricordato da Sachse che
realizza anche una foto dell’ingresso, viene
descritto come un pozzo verticale in cui entra il
fiume. La quota stimata in carta ed il probabile
punto d’uscita fanno pensare ad uno sviluppo
prevalentemente verticale.

Relazione tecnica
Scelta e selezione dei materiali
Dal punto di vista tecnico, la spedizione Seram
2015, ha dovuto operare una scelta dei materiale
e soluzioni operative che tenessero conto, da un
lato del numero esiguo dei partecipanti, tre,
dall'altro delle peculiarità delle grotte che ci si
apprestava ad esplorare. Già in fase di
organizzazione si è optato per una spedizione
leggera, capace di movimento rapido ed
indipendente da portatori o altri aiuti esterni.
Questo ha necessariamente limitato il peso del
materiale a circa venti chilogrammi per persona,
a cui andava aggiunto il cibo ed altri materiali
minori da reperire in loco. L'obbiettivo tassativo
era cercare di restare abbondantemente sotto i
trenta chili a persona di materiale trasportato
durante gli spostamenti in foresta. Obbiettivo
pienamente raggiunto. Dal punto di vista
strettamente tecnico-speleologico, la selezione e
scelta dei materiali è stata quindi fondamentale e
minuziosa. Per le corde si è optato per tipologie
differenti da usare in situazioni a maggiore o
minore stress. Si è optato per 200 metri di corda
statiche da 8.5mm con Titan System, ovvero
29

rinforzo di coesione tra anima e calza in kevlar. A
queste si sono aggiunti altri 50 metri di statica da
8mm normale. Inoltre per situazioni differenti si è
deciso di portare anche piccole quantità di corde
da 7.8mm dinamiche; 6mm in kevlar e 5.5mm in
dynema. Il totale di questo materiale sommava a
circa 350 metri a cui sono aggiunti altri 50 metri
di cordino da cordelette. Anche la scelta della
tipologia e quantità degli ancoraggi è stato oggetto
di una attenta riflessione in modo da tarare la
quantità di materiale in modo coerente anche
rispetto alle corde. Considerato la tipologia di
grotta che andavamo ad affrontare e la probabilità
di complessi traversi e artificiali, abbiamo deciso
per il trasporto di un trapano Uneo corredato di tre
batterie da 5Ah l'una. Considerata la necessità di
avere una autonomia di alcune settimane in
foresta, le tre batterie potevano garantirci almeno
cento fori da 6mm o 60-80 da 8mm. Al trapano
abbiamo in ogni caso voluto accoppiare un
tradizionale piantaspit. Gli ancoraggi scelti sono
quindi risultati un mix tra tasselli fix da 8mm in
due misure: corti e normali. Viti multimonti da
8mm (foro da 6mm), spitroc M8. A questa serie di
ancoraggi artificiali, si è voluta abbinare una serie
completa di dodici Nuts, più ovviamente cordini e
fettucce per armi naturali. Oltre alla progressione
verticale, l'acqua ha rappresentato un punto
importante nella scelta dei materiali. Nonostante
la temperatura dell'acqua non rappresenti un
problema da punto di vista termico, la quantità, i
tempi ed in modo particolare la prospettiva di una
progressione quasi totalmente acquatica con
problematiche di galleggiamento e corrente, ci ha
spinto al trasporto di mute e giubbotto salvagente.
Purtroppo la necessità di limitare i pesi e
l'ingombro ci ha obbligato al trasporto di solo due
mute ed un giubbotto. Per completare le note sulle
attrezzature, oltre ai materiali da progressione
personale completi, si segnala come il vestiario
usato in grotta, come in molte analoghe situazioni
tropicali, sia stato il medesimo usato durante gli
spostamenti o le prospezioni in foresta. Discorso a
parte quello dell'illuminazione. Se le dimensioni
delle cavità in esplorazione non rappresentano in
se stesse un punto importante nella scelta delle
luci, la necessità di affrontare continui passaggi di
acqua bianca attraverso la creazione di tirolesi,
traversi da istallare a nuoto, ci ha spinti alla scelta
di un sistema di illuminazione abbastanza potente. Le lampade a led usate, il modello M104 della
Kikko Lamp, della potenza massima di circa 1400 lumen, si sono dimostrate infatti non solo utili
ma in molto casi indispensabili nella scelta dei passaggi in acqua. Dal punto di vista energetico,
30

l’autonomia è stata garantita da due celle fotovoltaiche da 6+6 watt complete di accumulatori da 20
Ah. Il sistema è stato in grado di garantire la carica degli strumenti di misurazione, delle macchine
fotografiche, del tablet ed in parte la ricarica delle luci.
Armo & Progressione tra forre e acqua bianca
Il sistema sotterraneo del fiume Sapalewa, si
presentava già prima delle sua esplorazione, come una
grotta potenzialmente abbastanza orizzontale. Con un
dislivello di poche decine di metri tra i due ingressi,
apparentemente non sembrerebbe presentare tratti
verticali che necessitano di armi e corde. In realtà,
oltre alla presenza di diversi ingressi alti che portano il
dislivello totale del sistema intorno ai 200 metri, è
proprio la galleria orizzontale percorsa dal fiume ad
aver bisogno della maggiore quantità di armi e corde.
Con una portata minima di circa 10 metri cubi al
secondo e degli impulsi di piena che raggiungono
probabilmente i 500-1000 metri cubi al secondo, la
galleria per quanto ampia, si presenta lungo tutto il
suo corso completamente occupata dal fiume. La
corrente rende nella quasi totalità della grotta difficile
se non impensabile una progressione libera e non
assicurata. I pochissimi banchi laterali, in
corrispondenza di alcune curve, si presentano
ovviamente alternati tra una riva e l'altra obbligando a
continui traversi del fiume. Anche i rari ballatoi
percorribili, si trovano spesso ad altezze differenti
lungo le complesse pareti della forra, obbligando ad
arrampicate, discese o traversi per poter essere
raggiunti. Proprio immaginando questi complessi
giochi di corda, avevamo pensato alla necessità di un
trapano per realizzare gli armi in sicurezza e tempi
utili. Una volta sul campo, la prospettiva è mutata. Ai
giochi di corda non si è infatti affiancata la necessità
del trapano, riuscendo al contrario ad utilizzare
principalmente armi naturali su concrezioni, roccia e
tronchi (!) tanto in esterno quanto in grotta, e
In basso la Diga del Castoro, punto di sosta al centro del
ricorrendo molto spesso all'uso dei nut per gli armi più
fiume tra III e IV tirolese
complessi. La roccia sempre di ottima qualità e
resistenza si è presentata quasi sempre abbastanza
lavorata e capace di offrire ottimo materiale d'armo.
Su oltre un chilometro di corde armate nel corso delle
esplorazioni, l'uso del trapano è stato estremamente
ridotto, i fori realizzati sono stati infatti solo 25:
distribuiti tra una manciata di fix da 8mm e una di viti
multimonti da 6mm successivamente recuperate.
Tecnicamente la grotta del fiume Sapalewa, si
contraddistingue per l'enorme portata del fiume stesso,
che obbliga spesso a complesse manovre di corda e ad una discreta acquaticità. Quando la forma
della forra obbliga a percorrere il fondo occupato dal fiume si possono identificare
fondamentalmente due
31

possibili situazioni: la necessità di traversare il
fiume sull'altra sponda per raggiungere un
successivo banco o sponda, oppure la necessità
di procedere nell'acqua lungo la parete
assicurati in corda, installando una serie di
traversi. Una sostanziale differenza va inoltre
prestata se questa manovre vengono eseguite a
corrente oppure controcorrente; ovvero
dall'ingresso di monte verso valle o viceversa.
Sebbene apparentemente simili, ogni situazione
presenta infatti alcune peculiarità, vantaggi,
svantaggi, nonché specifici pericoli. Punto in
comune in tutte queste situazioni è sicuramente
la necessità per tutti di una certa acquaticità e
allenamento in acqua viva da farsi in fiume o
forra. Fondamentale indossare una muta leggera
ed un giubbotto salvagente nonché garantirsi un
adeguato ed efficace sistema di comunicazione
via radio tra chi esegue fuori dall'acqua le
Preparando la tirolese del Kraken
manovre di assicurazione, ed il primo che
procede ad istallare le corde. In questo caso è
scontato dire che le radio dovranno essere rese
impermeabili e provviste di un sistema di
attivazione vocale (voc) e auricolare in modo
da non impegnare minimamente le mani per
attivare la conversazione. Il problema del
rumore del fiume e della possibilità di
comunicare si presenta infatti estremamente
serio e da non sottovalutare. Tecnicamente
durante l'istallazione di una tirolese è
necessario assolutamente procedere assicurati
dal secondo in modo da avere le mani completamente libere. Un sistema di sicura installato in linea
con la traiettoria che si è deciso di percorrere nell'acqua in modo da minimizzare il rischio di attriti
e incastro della corda, ma che permetta anche una efficace possibilità di recupero in caso di
pericolo. Un recupero che procedendo controcorrente deve necessariamente prevedere un sistema di
in stile paranco che permetta di esercitare in tempi rapidi una notevole forza, prestando sempre
attenzione che il tutto possa all'occorrenza svincolarsi ed essere liberato anche sotto tensione. E'
difficile suggerire a priori uno schema unico, in quanto ogni situazione dovrà tenere conto della
forza dell'acqua e della distanza da traversare. Risultano sicuramente utile l'uso di alcuni tipi di
carrucole bloccanti. Una volta scelto attentamente il punto d'approdo dove dirigersi, si dovrà a
priori identificare una traiettoria tenendo in considerazione la direzione e forza della corrente, in
modo da immaginare un arco che sfrutti al massimo la corrente del fiume piuttosto che combatterla.
La lettura della corrente e delle sue geometrie è fondamentale, tanto per la sicurezza della traversata
del primo, quanto per l'istallazione ed il mantenimento della tirolese. Sono da evitare tutti i punti
dove la corda potrebbe impigliarsi, prestando attenzione in particolare ai tronchi sommersi o alle
punte di roccia che si protendono esterne alla parete quando si ha l'impressione che possano essere
vuote sotto il pelo dell'acqua. In entrambe i casi questi ostacoli possono sviluppare infatti pericolose

32

turbolenze e rulli capaci di spingere sotto
l'acqua. Altrettanto pericolosi possono essere i
banchi di legna o altri materiali incastrati o
bloccati nella corrente. Come delle vere e
proprie frane sospese, vanno studiati per intuire
la loro stabilità e l'eventuale rischio che possano
smontarsi e andare alla deriva verso valle. Un
pericolo quello dei tronchi galleggianti che oltre
alle persone potrebbe coinvolgere chiaramente
anche le tirolesi a valle e la loro integrità. Tutta questa fase di osservazione dovrà essere
chiaramente messa in pratica tramite l'uso di luci abbastanza potenti da garantirsi almeno quaranta
cinquanta metri di visibilità.
Una volta percorso il tratto da traversare, la tirolese sarà quindi bloccata e attrezzata in modo da
garantire agli altri un traverso più o meno alto sopra l'acqua. Sicuramente è importante che pur non
essendo una teleferica, la corda sia abbastanza tesa da evitare pericolosi archi o anse. Nel percorrere
questo tratto di corda, ci si assicurerà con almeno due longe, in modo da impedire pericolose
aperture non desiderate sotto corrente e volendo anche usando la maniglia, anche se spesso in
discesa risulta più comodo e veloce mungere la corda con le mani sfruttando proprio la spinta della
corrente per essere rapidamente proiettati sull'altra sponda. L'attenzione deve essere in ogni caso
posta sul tipo di collegamento con la corda. Moschettoni con doppia sicura o altri sistemi difficili da
aprire possono risultare pericolosi in caso si renda necessario un rapido sgancio dalla corda.
Situazione estrema ma sempre possibile, che come nel caso delle forre rende utile avere a portata di
mano sull'imbraco una tronchese da corda o un coltello da forra. Stesso discorso per il croll, che
troppo basso e scomodo da raggiungere è un bloccante assolutamente da non usare in acqua per il
pericolo di bloccare il galleggiamento e la fluttuazione del corpo che si ritrova ad essere spinto
verso il basso. L'utilizzo di ulteriori corde di sicura da accoppiare alla corda guida, se da un lato
aumenta la sicurezza, dall'altro rende necessario ulteriore materiale, addetti alle manovre e rischia di
creare pericolosi grovigli in acqua. In caso di traversi di sicurezza lungo parete, resta invariata la
necessità di una sicura da parte del secondo, mentre può essere comodo eseguire dei rinvii parziali
in puro stile arrampicata, in modo da mantenere in ordine la corda lungo il tracciato. Rinvii che il
secondo trasformerà in ancoraggi e frazionamenti fissi. La lunghezza di traversi e tirolesi dipende
ovviamente tanto dalla dimensioni del fiume, quanto dal tratto di pareti da passare e dalla lunghezza
delle corde a disposizione. Resta fermo che se per le tirolesi di attraversamento, difficilmente
capiterà di traversare fiumi e diagonali superiori ai cinquanta, sessanta metri, per i traversi ci si
dovrà autolimitare anche in quel caso a distanza simili per evitare tutti i rischi delle difficoltà di
comunicazione e collegamento, oltre a quelli legati all'incastro della corda, nonché alla sua
elasticità, difficile da calcolare in discesa nella corrente. Per quanto riguarda il tipo di corda da
utilizzare, chiaramente dipenda dal tipo di attrezzamento che s'intende realizzare. Se si tratta di vere
e proprie teleferiche sospese e tensionate, tutto il sistema dovrà essere dimensionato per quello
sforzo. Al contrario se si tratterà di tirolesi bagnate, lo sforzo a cui sono sottoposte sarà minore,
mentre sarà da tenere sempre in considerazione
il rischio di rapida usura della calza al minimo
punto di contatto con la roccia. Difficile senza
l'applicazione di una cella di carico calcolare lo
sforzo a cui sono sottoposte una volta che vi si
risale controcorrente immersi nell'acqua.
L'impressione soggettiva e lo sforzo provato
risalendo, fanno pensare che la massa d'acqua
che agisce sulla superficie del corpo sia in
grado di produrre una forza e un attrito in
grado di sviluppare un peso uguale se non
superiore a quello sperimentato in gravità. Non
33

è quindi da sottovalutare su piccoli
diametri il rischio di scalzare la corda.
Trattandosi
di
una
prospettiva
idrodinamica, lo sforzo dipende inoltre
molto dal tipo di movimento e dalle
modalità di progressione adottate. La
risalita su questo tipo di tratti attrezzati
merita infatti un discorso a parte.
Escludendo le tirolesi in stile teleferica,
fuori dall'acqua che ovviamente non presentano nessuna particolarità. Al contrario risalire un tratto
attrezzato controcorrente può presentare alcuni rischi e problematiche da non sottovalutare. A
prescindere dalle condizioni con cui si presenta la superficie del fiume, una massa d'acqua di
numerosi metri cubi concentrata su una sezione di dieci quindici metri è sempre in grado di staccare
il corpo da terra costringendolo ad una fluttuazione praticamente orizzontale, in queste condizioni è
del tutto inutile cercare di capire l'altezza del fondale, in quanto in ogni caso ci mancherebbe l'attrito
necessario per restare in piedi. Avendo attrezzato il tratto tanto vale fluttuare orizzontale senza farsi
troppi problemi e senza opporre troppa inutile resistenza. Se si è reso necessario attrezzare un tratto
del genere è perché nuotare non serve a nulla, quindi le gambe possono tranquillamente essere
lasciate libere e rilassate. In risalita il loro movimento non produrrebbe nessun effetto utile. Molto
meglio concentrarsi sulla posizione del corpo che sfruttando anche il giubbotto deve mantenere una
curvatura tale da tenere parte della testa lontana dalla onde, ma cosa più importante deve
comportarsi come uno scafo che viene spinto in alto proprio dalla fusione del movimento dell'acqua
con quello della progressione lungo la corda. Si tratta quindi non solo di un galleggiamento per
spinta operato dai materiali, ma dell'insieme di questo con uno di tipo dinamico generato proprio
dai movimenti a cui è sottoposto tutto il sistema. Se al contrario il corpo assume una diversa
geometria, rischia di venire rapidamente sovrastato dalla massa liquida e spinto sotto nonostante e
anzi proprio a causa del vincolo con la corda. In una tale situazione, molto mutevole in base a come
si sposta e si concentra la spinta della corrente, ci si deve abituare a muoversi con estrema lentezza
e movimenti corti. Una velocità ed uno spostamento doppio in acqua richiede infatti uno sforzo
enormemente superiore al doppio, come ben sa chi naviga in barca.
Dovendo al contrario muoversi tra tirolesi e traversi controcorrente da primi, ovvero risalendo
dall'uscita si può sicuramente ragionare su alcune differenze importanti. Se procedendo a corrente si
deve infatti garantire un efficace sistema di recupero, procedendo controcorrente le manovre
saranno al contrario molto simili a quelle messe in campo nell'assicurazione tra il primo ed il
secondo di cordata, dove la corrente prende il posto delle gravità. Proprio per evitare di ricadere
indietro, dove possibile si creeranno dei veri e propri rinvii che
permettono di non perdere l'intero tratto guadagnato
controcorrente in caso si venisse trascinati indietro, mentre il
secondo opererà manovre di recupero o lasco in base alla
specifiche situazioni. Fondamentale anche in questo caso il
coltello o la tronchese da forra facilmente raggiungibile, anche
perché in questa condizione, conoscendo il tratto di fiume dove
verremo proiettati dalla corrente il rischio sganciandosi è
minore e può essere preso in considerazione se sopravviene un
problema serio. Differenza fondamentale risalendo, siccome si
opera come una e propria cordata, traversi e tirolesi,
potenzialmente possono essere smontate e venire avanti con
l'esplorazione. Una tale scelta, da un lato moltiplica i tempi,
dall'altro minimizza la quantità di materiale. Ovviamente una
tale scelta deve tenere conto degli armi necessari, della
difficoltà nel realizzarli, del loro tipo, e si presta sicuramente
più ad uno stile di armo su naturali che evita l'uso del trapano
34

35

con tutte le complicazioni che implica il gestirlo in acqua. Una soluzione intermedia potrebbe essere
il recupero delle sole corde lasciando i punti d'attacco che rendono più facile anche la successiva
identificazione al ritorno dei punti di traversata. Non è da sottovalutare il disarmo di tirolesi
realizzate in risalita. In questo caso a seconda delle situazioni si dovrà valutare se disarmare in
doppia, lasciando un ancoraggio oppure se ripercorrere il tratto con il capo di monte libero. La
differenza evidente sarà sulla geometria della corda, che nel caso venga liberata, sarà proiettata
molto rapidamente ad arco verso valle. Se questo vuol dire farsi una divertente scivolata tra le onde
o finire una rapida mortale, bisogna deciderlo caso per caso. L'ultima tecnica che abbiamo
sperimentato con soddisfazione risalendo controcorrente viene anch'essa in prestito dall'alpinismo,
ovvero una progressione di sicura in conserva nello stile usato per traversare i ghiacciai crepacciati.
Chiaramente si applica bene a cordate di due persone legate agli estremi di una corda da circa
cinquanta metri. In questo caso la corda di progressione e sicura non è vincolata alla parete, ma al
contrario permette al primo di procedere senza materiale superando i punti difficili di corrente e
identificando il percorso migliore nel fiume fino ad una posizione più o meno comoda,
principalmente una posizione a ridosso di rocce e quindi coperta dalla corrente, che gli permetta di
operare una sicura al secondo. La forza della corrente e il tipo di posizione raggiunta consiglierà di
volta in volta se è necessario creare un armo di sicura o se basta al contrario posizionarsi
incastrandosi tra le rocce per recuperare la corda al secondo. E' chiaramente una soluzione al limite,
ma si applica bene quando la pendenza della galleria diminuisce e con essa la spinta della corrente e
quando si devono percorrere tratti lunghi di situazioni miste. Sicuramente la cordata da due deve
essere estremamente sicura delle proprie capacità, in quanto in situazioni problematiche diventa
molto difficile operare un soccorso. Qualsiasi tecnica si adotti nel risalire controcorrente,
difficilmente si tratterà semplicemente di nuotare, quanto piuttosto di integrare diverse tecniche e
soluzioni per guadagnare più metri possibili con il minor sforzo. Sicuramente si dovrà nuotare
lungo punti fuga che permettano di evitare il confronto diretto con la corrente, difficilmente si potrà
infatti stringere troppo di bolina la propria navigazione. A questo confronto muscolare con la forza
dell'acqua va però abbinata una più furba lettura del tratto di fiume in cui siamo immersi, che
difficilmente si presenterà uniforme, offrendo sicuramente dei punti deboli su una o l'altra sponda.
In questo caso potrebbe essere meglio proprio navigare come si dice di bolina, bordeggiando da un
lato all'altro, sfruttando anche la corrente per traversare indietreggiando, ma per arrivare la da dove
poi potremo risalire con minore sforzo. Osservando il fondo, se l'acqua è abbastanza trasparente, ci
accorgeremo di una geografia fatta di avvallamenti e colline, fondi sabbiosi o rocciosi che possono
essere sfruttati per guadagnare attrito o ridurre il rischio di essere trascinati indietro. Se la tecnica di
assicurazione ricorda l'arrampicata, non c'è motivo per non usare le mani per risalire attraverso
36

questo specchio vivo che ci corre attorno. Risalendo lungo la parete, ancora una volta senza pensare
all'uso delle gambe la situazione per quando ridicola e assurda ricorda molto l'arrampicata. Mentre
la corrente trascinerà gambe e corpo orizzontali, con le mani risaliremo se la parete lo permette,
giocando una specie di arrampicata dove la gravità sembra giocare a rallentatore e dove le soste
saranno rappresentate da tutti i punti coperti di acque morte, dove la corrente diminuisce. Una
progressione strana, dove l'orizzontale diventa l'ostacolo da superare, ma sempre cercando la
complicità dell'attrito e in questo caso della verticalità di qualche capo che sposti la corrente lontano
da noi. In questo tipo di progressione come nell'arrampicata è importante non avere zaini o altro
materiale che impicci e si procederà quindi il più liberi possibili. Proprio pensando al trasporto dei
sacchi un tale sistema permette al primo di creare un punto di recupero sicuro e affrontare passaggi
anche semplici, ma che con il peso del sacco potrebbero risultare impossibili. Qualsiasi tecnica si
decida di affrontare, l'osservazione attenta del tratto di fiume che si vuole affrontare è sicuramente
la cosa più importante. Si deve imparare infatti a decifrare efficacemente tutti i segni che in quel
particolare tratto di fiume, con quella particolare portata d'acqua abbiamo davanti. Schiuma, rapide,
rocce affioranti, rocce sommerse evidenziate dalle gibbosità dell'acqua, zone di acque morte e
calme perché protette da un capo roccioso, punti di turbolenza creati da tronchi sommersi o da
passaggi subacquei del fiume lungo le pareti, marmitte capaci di creare rulli, banchi di sabbia o
fondali che risalgono creando isole camminabili nel mezzo della corrente, sono tutti segni ed
elementi da prendere in considerazione attentamente per progettare un percorso. Cose a parte sono
ovviamente le grandi cateratte, salti e cascate, ma nei grandi fiumi sotterranei non abbondano quasi
mai limitandosi spesso a pochi metri, quasi sempre aggirabili fino a zone di acque più tranquille. E'
chiaro che ogni riflessione e descrizione su un luogo può mutare completamente in funzione della
portata. Sempre in relazione alla portata è difficile stimare quanto una determinata quantità d'acqua
ci potrebbe creare problemi seri. Giocando con portate comprese tra i cinque ed i venti metri cubi si
possono avere le situazioni più varie. Oltre i venti anche senza averne esperienza diretta sono sicuro
che i problemi non manchino. Un semplice restringimento della galleria che da dieci quindici metri
di sezione passa a sette otto può mutare completamente la situazione trasformando una simpatica
nuotata in un muro d'acqua che muggisce. Cosi come una impercettibile mutazione dell'inclinazione
da uno a due o tre gradi cambia completamente trasformando un placido tunnel dell'amore in un
orrido mare in tempesta. In ogni caso l'immagine dell'acqua bianca che schiuma, per quanto

Le rapide del Kraken - Sapalewa

37

scenografica e terrificante possa apparire, non
corrisponde sempre alle situazioni peggiori. Anche in
apparente calma una massa di dieci metri cubi che
spinge non è facile da contrastare. In tutto questo
discorso non devono essere dimenticati i materiali ed il
loro trasporto, ma più ancora l'attenzione da prestare in
una situazione dove gli oggetti non restano mai dove
cadono, dove i nodi dei sacchi si sciolgono e dove i
moschettoni tendono ad aprirsi come per magia. In
queste condizioni non è esagerato assicurare ogni cosa
con tre agganci diversi in modo da rendere
l'eventualità molto improbabile. In quanto ad
impermeabilità, è scontato dire che vanno evitate il più
possibile tutte le cose che si possano rovinare in acqua.
Per strumenti, materiale fotografico e cibo l'unica
soluzione che ritengo realmente efficace, sono i bidoni
stagni con guarnizioni ben controllate. Se i sacchi
stagni, le vesciche di gomma o i semplici sacchi di
plastica chiusi possono sembrare sufficienti, non
bisogna dimenticare che le condizioni a cui sono
sottoposti variano continuamente. Se scendendo a
corrente appaiono trattenere l'aria ed essere ermetici,
non è dato sapere come si comporteranno al ritorno
quanto, controcorrente l'acqua eserciterà su di loro una
pressione non indifferente in tutto simile a quelle che
potrebbero sperimentare in immersione. Stesso
discorso vale per le macchine fotografiche
impermeabili che in queste condizioni rischiano
seriamente l'allagamento se non garantite per una
pressione di almeno dieci metri. Tra le problematiche
di salute legate a questo tipo di progressione, oltre ai
vari e diversi modi per cercare di annegare o alle
sindromi da nebulizzazione se uno decide
furbescamente di dormire accanto ad una cascata, tutte
cose da evitare e che rimandano alla necessità di avere
una buona acquaticità, due sono gli aspetti da tenere in
considerazione. Il primo ancora evidente riguarda il
freddo e l'isolamento termico. Grazie al cielo i posti
dove si gioca in questo modo sono quasi tutti tra i
tropici e l'equatore, con temperature dell'acqua dai 18
ai 23 gradi. In ogni caso tra sforzo e tempo dopo una
decina di ore trascorse completamente a mollo il fresco
si sente anche a queste temperature. Se non si
immagina di passare un paio di giorni a nuotare può
comunque bastare una buona muta umida da surf da
3mm, che garantisce allo stesso tempo movimento e
protezione. L'ultimo degli aspetti, solo apparentemente
marginale, riguarda lo stato dei piedi. Sottoposta a
molte ore di acqua dolce la pelle dei piedi tende
naturalmente a rovinarsi. Una prolungata lisi del derma
consuma alla lunga gli strati creando zone più sensibile
alle piccole abrasioni che diventano via per piccole
La tirolese del Kraken

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infezioni. In particolare l'immersione prolungata nell'acqua corrente di un fiume, li espone
all'abrasione provocata dai granelli di sabbie portati in sospensione dalla corrente, che in un modo o
nell'altro trovano sempre la via per entrare negli scarponi con o senza calzari in neoprene. Questa
ripetuta abrasione può portare anche in pochi giorni a zone arrossate che rapidamente ulcerano,
degenerano in micosi e s'infettano con la medesima acqua. Quelli che a prima vista sembrano
taglietti o piccole vesciche sono in realtà veri e propri buchi nel derma, che se non trattati finiscono
per mettere a nudo la carne sottostante con conseguenze tanto inaspettate quanto serie. Un piede
cosi conciato diventa rapidamente una brutta bistecca rossa gonfia e dolorante all'inverosimile, con
cui risulta molto difficile camminare e che porta facilmente anche stati febbrili. Il tutto può avvenire
con estrema facilità e senza accorgersene. L'unica soluzione è di tipo preventivo. Assicurarsi di
avere i piedi asciutti durante la notte è già qualcosa ma non basta. E' necessario infatti curare
preventivamente la pelle tutti i giorni con l'applicazione di ossido di zinco in pomata, che evita o
quantomeno rallenta il processo di lisi. In caso di ulcerazioni, l'unica cura è il tempo, ovvero la
ricostruzione a tempo suo dello strato protettivo di pelle che si è consumato. Quindi riposo e bagni
in acqua salata che evita il diffondersi di micosi e infezioni. Praticamente tocca trasferirsi al mare.
Le esplorazioni negli anni '80 del secolo scorso delle grandi river cave della Nuova Guinea ha
scritto pagine epiche nella storia della speleologia. Non meno epici sono stati i mezzi e le tecniche
inventate o tentate per affrontare questi luoghi. Dal lancio dell'arpione a mano, fino all'uso di spara
arpioni pneumatici già in uso in ambito militare, per passare alla creazione di prue e miniscafi in
resina da impugnare, oggetti che diventeranno gli antenati degli attuali Hydrospeed, ne sono state
provate di tutti i tipi. Traversi e tirolesi in ogni caso devono essere pensati e costruiti sfruttando al
massimo la spinta della corrente muovendosi in una deriva controllata in diagonale. Il sistema
classico sviluppato e usato dai francesi durante le esplorazioni degli anni '80 prevedeva una
manovra nota come Ferry Trail. Una volta identificato il punto dove traversare, il sistema prevede il
tentativo di creare una linea di progressione ancorando tramite un arpione o rampino, una cordelette
di piccolo diametro, 4mm, del tipo per esempio di cordini galleggianti usati in forra. Una volta
creata questa linea guida, la si fisserà lunga una direttrice diagonale attraverso il fiume, con la punta
d'arrivo a valle nel verso della corrente. La cordelette rappresenta quindi il vettore risultante che si
vuole ottenere. Il primo ad attraversare utilizza quindi un sistema di galleggiamento: un canotto, una
grande camera d'aria, oppure una scafo galleggiante sul tipo dell'Hydrospeed. Questo scafo è
collegato alla cordelette d'attraversamento un moschettone libero di scorrere lungo la linea guida, e
collegato ad un sistema di eventuale recupero. Chi attraversa e lo scafo non hanno tra loro un
collegamento fisso. Lo scafo o il canotto è solo impugnato.

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Chi attraversa al contrario è assicurato in corda, ma non in rilascio controllato da monte, bensì in
lasco a valle del punto di imbarco. Il meccanismo del ferry trail è semplice. Sulla linea guida scorre
l'elemento galleggiante impugnato dal traversatore. Il canotto è vincolato alla linea, l'uomo è
assicurato ad una corda seria, ma la sicura è posta a valle, in modo da non doverlo recuperare,
quanto guidare nuovamente verso riva, trainandolo come una barca a rimorchio e non contrastando
la corrente. In caso di caduta viene quindi ritirato a riva nuovamente in diagonale ma verso la base.
Al contrario se la linea tiene, il ferry verrà spinto rapidamente sull'altra sponda grazie all'insieme
del galleggiamento e della spinta dell'acqua. In ogni caso va fatta una valutazione del
parallelogramma delle forze agenti sia in andata che in un eventuale ritorno. Questo sistema vuole
sfruttare proprio la spinta dell'acqua per evitare di sommare in verso contrario movimento e spinta
della corrente, una situazione che in effetti se non gestita bene può portare ad essere spinti sotto
l'acqua. Tutto va quindi calcolato per evitare che la forza risultante dai due vettori, corrente e
recupero o risalita spingano sotto l'acqua come abbiamo potuto sperimentare. Ovviamente non è
sempre possibile installare una linea in diagonale di attraversamento e sicura. Nel caso sperimentato
di sponde sempre verticali, il punto d'attraversamento era spesso necessariamente ortogonale alla
corrente. Inoltre il sistema prevede la creazione di una linea guida ancorata ad un rampino,
condizione non sempre facile sempre in ragione del tipo di sponda e della sua distanza. Dal punto di
vista del sistema di galleggiamento-guida, storicamente dopo i primi tentativi fatti con canotti i
francesi svilupparono una serie di prototipi che saranno poi il modello dell'idrospeed, ovvero delle
prue galleggianti sagomate in modo da poter alloggiare tanto le mani su maniglia quanto parte del
capo. La scafo costruito e riempito di materiali con forte spinta positiva (polistirolo schiume
poliuretaniche ecc.) ha quindi la funzione di spinta in alto della testa e protezione. Un simile oggetto
se da un lato ha indubbi vantaggi in situazione complesse, dall'altro si presenta sicuramente
ingombrante e impegnativo nel trasporto. Una possibile variante può essere l'uso di una camera
d'aria oppure di una più piccola tavoletta galleggiante opportunamente modificata e resa più
galleggiante mediante schiume poliuretaniche. Il pericolo di opporsi alla corrente e della
conseguente spinta risultante che porta verso il fondo, nella nostra esperienza può comunque essere
efficacemente contrastata tanto da un corretto movimento nell'acqua, quanto dall'uso del giubbetto
di galleggiamento che permette di restare sufficientemente sopra le onde. Anche in questo caso
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tipologie differenti di giubbetti con spinte positive differenti possono permettere condizioni di
sicurezza efficaci. Personalmente prima di partire abbiamo provato in Italia alcune di queste
tecniche, senza però ottenere un rapporto soddisfacente tra peso, impegno e risultati. Per ora non
abbiamo quindi un riscontro diretto sul campo, ne in questa esplorazione ne abbiamo sentito
seriamente la mancanza. I fiumi sotterranei da esplorare nel mondo sono però ancora tanti, ed i più
grandi ancora aspettano, quindi non è per niente escluso che nel momento in cui qualcuno si troverà
ad affrontarli, si debbano pensare ed inventare nuove e fantasiose tecniche. Un discorso a parte è
chiaramente quello relativo alla prevenzione o gestione del rischio di piene. Qui le situazioni
possono essere molteplici e le decisioni da prendere sempre complesse e da valutare di volta in
volta coscienti dei rischi. Fiumi sotterranei di questa portata, oltre a svilupparsi nella quasi totalità
in aree tropicali con intense precipitazioni, si trovano spesso ad avere anche vasti bacini idrografici,
tanto carsici quanto impermeabili, che spesso si allontanano molto dal punto di esplorazione.
Questo rende difficile valutare le condizioni meteorologiche che a distanza magari di dieci o venti
chilometri o ad altitudini differenti possono variare enormemente. A prescindere dalla stagione
prescelta e dalla sua stabilità, sempre molto effimera nelle aree equatoriali in generale, e comunque
da studiare con molta attenzione, mutamenti di quota possono instaurare microclimi di tipo pluviale
in grado di riversare quantità mostruose di acqua concentrata anche su tempi minimi. Vere e proprie
onde di piena che in un tempo difficile da stimare si riverseranno nella grotta. In questo senso sono
molti gli aneddoti in ambito internazionale e molte le esplorazioni interrotte proprio per la difficoltà
a garantirsi un efficace sistema di osservazione allerta e sicurezza. Proprio la conformazione di
molte strutture che si presentano per lunghi tratti come veri e propri tubi, rende nonostante le
dimensioni, in molti casi difficile trovare anche punti sicuri dove attendere e mettersi in sicurezza.
Sempre in questa prospettiva anche la tipologia delle tirolesi dovrà tenere in considerazione i tempi
della punte esplorative e quanti giorni queste si protrarranno. Se punte rapide si possono permettere
tirolesi e traversi acquatici, tempi più lunghi obbligano necessariamente a pensare le corde ben fuori
dall'acqua, tanto per evitare le oscillazioni del materiale, capaci di distruggere tanto le corde quanto
i materiali metallici, ma anche in ragione dei tronchi che eventuali piene possano trascinarsi dentro
e capaci chiaramente di strappare qualsiasi corda incontrino. Quanto fuori e quanto alte è tutto un
altro discorso.

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Elenco completo materiali
L’elenco è comprensivo del materiale collettivo e personale dei tre partecipanti alla spedizione. I
pesi complessivi sono risultati compresi intorno ai 20-22 kg a persona escluso il cibo. In questo
stile, una squadra più numerosa si potrà permettere maggiori materiali collettivi nell'ordine di circa
10 kg a persona. Ovvero ogni partecipante può ragionevolmente contare di poter trasportare circa
10 chili di materiale collettivo comune, tra corde logistica o altro, a cui aggiungere circa 10 kg di
materiale personale per arrivare ad un peso trasportato dall'Italia di circa 22-23 kg totali. Questa
prospettiva di spedizione light, in stile alpino, garantisce una completa mobilità, permette di
abbassare decisamente i costi e negli anni si è dimostrata estremamente positiva. Ovviamente i
materiali per una prossima spedizione saranno tarati anche in funzione degli obbiettivi prefissati. In
questa prospettiva una fondamentale differenza sarà la necessità di mettere in conto una maggiore
quantità di corda in prospettiva dell'esplorazione della grotta Hatu Saka.

Corde:
150 metri 8,5 Courant
50 metri 8,5 Courant
30 metri 8 statica Beal
30 metri dinamica Beal 7.8
25 metri kevlar 6
30 metri dynema 5
15 metri statica 8
50 metri cordino 2mm
fettucce e cordini:
2 dynema lunghe
1 dynema corta
3 cordini kevlar
2 fettucce nilon lunghe
1 fettuccia tubolare lunga
1 cordino dinamico 7mm
materiale personale e da progressione:
2 luci Kikkolamp con 4 batterie da due celle 1 batteria 4 celle
1 luce Myo xp
3 luci Tikka piccole
3 attrezzature personali da progressione complete più casco
2 mute 3mm complete
1 giubbotto di salvataggio

Materiale d'armo:
1 proteggicorda lungo Beal
1 rinvio lungo con due moschettoni a ghiera
1 serie completa di nuts (12 pezzi) con moschettone a ghiera di trasporto
1 ancoretta sky hook
1 staffa da risalita
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1 martello
1 piantaspit
1 trapano Uneo con 3 batterie ioni di litio da 5ah
2 serie di punte 6mm 8mm
25 viti multimonti da 6mm corte e lunghe
25 fix corti 8mm
20 fix lunghi 8mm
10 spit roc 8mm
1 carrucola normale
1 carrucola bloccante
2 bloccanti duck
1 bloccante t.block
5 moschettoni wild spirit petzl light
10 moschettoni ovali ghiera in lega
2 maillon ovali in lega
10 maillon piccoli Camp
10 maillon minuscoli Camp
5 moschettoni piccoli a ghiera
30 placchette Petzl lega
1 discensore a 8

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Materiale da campo e logistica:
1 tenda Expe Ferrino
3 sacchi a pelo
3 materassini
1 sacca medicinali
1 sacca minuterie per riparazioni
vestiti personali piu scarponi e ciabatte (vestiti da esterno, notte e grotta)
1 machete
3 coltelli piccoli personali
1 amaca da foresta con zanzariera
1 telotermico
4 sacchi di plastica da 120litri
1 sacco speleo forato grosso 50l
4 sacchi stagni per trasporto materiale in acqua varie misure
1 fornello a benzina Markil con bombola 0,7l
1 gavetta completa di pentola 1,5l più coperchio e padella più bicchiere metallico 1l
2 set di posate
1 tanica pieghevole 15l
2 filtri personali per acqua
2 pannelli fotovoltaici 5+5watt
2 accumulatori ioni di litio 20ah con uscita usb
1 caricabatterie AA via usb
3 serie di bastoncini

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Materiale documentazione e rilievo
2 bussole
1 clinometro
1 gps
1 metro laser 50m
1 telemetro laser 800m
1 tablet Asus 10 pollici con cartografia e documentazione e custodia stagna da trasporto
1 custodia impermeabile con documenti e documentazione cartacea
1 dizionario inglese-indonesia caricato su telefono off-line
1 telefono con scheda Sim indonesiana abilitata al traffico dati
2 altimetri
4 radio uhf con cuffie
1 macchina fotografica Nixon subacquea
1 macchina fotografica Sony con due obbiettivi 16mm 18-50mm
1 cavalletto piccolo
1 quaderno da rilievo
1 custodia portadocumenti
1 telecamera digitale piccola
1 steady stabilizzatore d immagini

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Analisi e criticità dei materiali5:
Ó Il cavalletto piccolo si è rivelato non all'altezza. Assolutamente necessario un cavalletto
standard capace di sopportare macchina fotografiche di media taglia
Ó Per illuminare punti e volte è mancata una luce a led concentrata, utile anche per pennellare
le foto. Luce di profondità stile illuminatore. Prendere in considerazione anche l’uso dei
radio flash. Ovviamente tutto deve essere reso impermeabile.
Ó Sarebbe utile accoppiare un semplice puntatore laser ottico al telemetro e o agli strumenti
per riuscire ad identificare punti molto lontani (oltre cento metri) verificando ovviamente
l'eventuale disturbo dello strumento. L’utilizzo del Disto X o sistemi simili integrati se da un
lato rende rapido ed efficace il rilievo, in queste condizioni di acqua appare estremamente
precario e quindi sconsigliabile, facendo preferire un sistema di strumentazione tradizionale
completo in grado di operare in qualsiasi condizione di acqua.
Ó Sarebbe utile uniformare le luci della squadra, una terza Kikko sarebbe stata molto utile sia
in progressione che in fotografia.
Ó In ambienti acquatici di questo tipo i sacchi stagni non bastano per il trasporto di materiali
delicati. Rischio concreto di allagamento. Si rende necessario almeno un bidone stagno
piccolo per strumenti elettrici radio e macchine fotografiche.
Ó I pannelli fotovoltaici sono sottodimensionati per riuscire a caricare gli accumulatori delle
lampade in un tempo utile, con un sole non costante in ambiente coperto come la foresta.
Ó Le amache da foresta possono essere molto utili in bivacchi rapidi visto anche le condizioni
meteo favorevoli e abbastanza stabili nel periodo estivo.
Ó Assolutamente necessario verificare spesso la taratura delle bussole elettroniche compresa
quella del gps.
Ó Le mute da 3mm stile surf sono perfette, sarebbe stata utile una terza. Valutare il giubotto
personale anche se per la progressione uno per il primo è stato sufficiente a garantire una
adeguata sicurezza.
Ó Valido il trattamento a talco e ossido di zinco anche se prestare comunque attenzione allo
stato dei piedi e alle micosi dopo molti giorni in acqua.
Ó Anche i vestiti leggeri interno-esterno si sono dimostrati adeguati al tipo di grotte trovare e
alla temperatura interna.
Ó Molto utili e versatili la serie di nuts e le fettucce per i naturali.
Ó Nelle grotte esplorate si sono rivelate eccessive la quantità di placchette portate avendo
lavorato il più delle volte su naturali. In questa prospettiva anche il numero dei fix e delle
viti è risultato sovradimensionato, come le tre batterie quasi cariche a fine spedizione. Fori
realizzati circa 25 tra fix e viti. Fix lasciati 10 corti il resto a multimonti.
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Le riflessioni sono riferite ad una prossima spedizione in zona che debba affrontare condizioni simili.

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Ó Le corde in pezzatura e dimensioni sono risultate adeguate, salvo avere maggiore quantità di
cordini piccoli da usare nei traversi in acqua per non sprecare le corde utili. Quindi cordini
dinamici del 6mm o dinema del 5 o kevlar del 6 che rappresentano un ottimo rapporto peso
utilità in ambienti di questo genere. La corda da 8,5 è perfetta come corda da progressione.

Materiali da aggiungere
Ó Corde da 8.5 in quantità sufficiente, nel caso del tentativo di Hatu Saka almeno 600 metri.
Ó Cordelette galleggianti da usare sia nei traversi che nell'allestimento delle tirolese, diametro
4mm lunghezza almeno 100 metri.
Ó Bobina di kevlar da 6mm, almeno una da 100 metri.
Ó Rampino da tirolese, semplice a tre punte in stile skyhoook, da lancio a mano. Attrezzo da
autocostruire.
Ó Tavoletta da galleggiamento riempita di schiuma poliuretanica espansa, da modificare in
stile Hydrospeed. Attrezzo da autocostruire con punti ancoraggio-assicurazione e maniglie
da impugnatura. Da utilizzare come propulsore galleggiante nelle eventuali manovre di
ferry-trail.
Ó Per l'esplorazione di Hatu Saka, è da mettere in conto un sistema che possa efficacemente
proteggere dalla eccessiva nebulizzazione che si concentra lungo il pozzo. Oltre ad un
artigianale respirazione attraverso tessuto e maglia, è da prendere in considerazione l'uso di
maschere o spayhood, ovvero cappucci antinebulizzazione usati in ambito nautico per
evitare le sindromi da affogamento per inalazione di micro-gocce.

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Diario di spedizione seram 2015
Lunedi 3 agosto:
Siamo di nuovo di partenza; ieri sera il viaggio in treno con
due zaini non prometteva nulla di buono. Oltre quaranta chili
non si muovono facilmente. C'è stato bisogno di sei ore di
negoziazione per ridurre tutto a dimensioni umane. E'
incredibile la quantità di cose che si ritiene ingiustamente
necessarie. Anche oggi la giornata passa tra sistemazione
bagagli, pranzi di saluto, ricerca dell'ultima punta e scrittura di
mail. C'è parecchia gente che ci attende: Yunus, Amor e
Akhamd.

Mercoledì 5
Sosta a Giakarta per incontrare Yunus, tutto procede secondo i
piani. Abbiamo le nostre lettere di referenza da parte del
Ministero dell'Energia e delle risorse minerarie.

6 giovedi
Dopo la giornata di sosta a Giakarta dove ci siamo fatti diversi nuovi amici, abbiamo rapidamente
ripreso la via verso est arrivando ben cotti nell'alba di Ambon. Il cielo ci accoglie nuvoloso e
piovoso, la città in compenso è sempre simpatica. Ritroviamo il vecchio Hotel Beta, con le sue
camere all'ultimo piano, scomodo ma in compenso economico e vicino al centro. Ci dirigiamo
rapidamente alla polizia, appena dopo la cattedrale, dopo riusciamo a fare i nostri ambiti Surat
Jalan. Fototessera, qualche migliaio di rupie, una lettura alla nostra lettera di presentazione e
facciamo una lista di paesi dove intendiamo recarci. La burocrazia indonesiana è però sempre in
agguato, e sebbene la lettera l'abbiamo praticamente scritta noi, per loro è quasi una sorta di
contratto di lavoro, da rispettare, e cosi desistiamo nel far inserire altre destinazioni non previste.
Questa volta voglio proprio vederla la biblioteca del vescovo, e faccio bene. Accolti dal simpatico
padre Teo, dagli uffici pieni di grafici di battesimi e cresime ci dirigiamo nei locali della biblioteca.
Anche qui la nostra lettera, santo Yunus, ci rende facile spiegare cosa cerchiamo e cosi una brava
bibliotecaria ci porta almeno quattro libri su west seram. Nell'ombra del Nunusaka, un Roy Ellen, e
poi due vecchi volumi esplorativi che attirano la mia attenzione. Scopriamo cosi la gloriosa
spedizione Sachse nell'isola di Seram pubblicata nel 1922 con in copertina un bel fiume sotterraneo,
un apposito paragrafo su fiumi che scompaiono e tante belle foto del Sapalewa e dei suoi fratelli.
Ecco spiegata la conoscenza antica, e le voci contemporanee. Ora siamo entrati anche noi in questa
storia. In teoria ad Ambon dovremmo incontrare Amor, l'amico di Yek, compriamo anche una
scheda telefonica indonesiana e proviamo a contattarlo. Ci risponde un paio di volte e poi scompare
nel nulla e non riusciamo più a trovarlo. Finisce cosi la nostra speranza di una spedizione
internazionale. Giro in città, dove inutilmente cerchiamo di recuperare una birra. Posto sbagliato per
farsi una bevuta.
7 venerdì
Dopo un rapido ragionamento decidiamo di fare la spesa a Piru cosi dopo aver lasciato altro
materiale in albergo, decidiamo di partire all'indomani sul presto. Tanto ormai non si dorme più.
Bemo, autobus traghetto e ancora autobus, saltiamo Piru e con lei anche la spesa e per le tre del
pomeriggio siamo catapultati sulla costa nord a Taniwell. Il tempo sembra buono, il fiume è basso e
la polizia dopo un inizio sospettoso ci concede fiducia. Per l'albergo troviamo alloggio in ottime
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stanze accanto al negozio dove avevamo fatto spesa nel 2012; troviamo cosi anche il tempo per un
bagno al mare al tramonto.
Sabato 8
La giornata inizia presto con le ultime spese, poi un ottimo passaggio su un camion in direzione
Buria, forse quotidiano, ci porta intorno alle undici all’imbocco del nostro sentiero. Della diga per
ora nessuna traccia. Sonny sta bene ma non riusciamo ad incontrarlo, peccato. Anche il re di
Taniwell lo saltiamo, si vede che manca una componente locale al nostro gruppo. Purtroppo con
tutta la buona volontà la nostra scarsa conoscenza della lingua non ci aiuta a tessere relazioni.
All'una siamo dove dovrebbe partire il sentiero, che infatti parte con tanto di cippo di cemento...
segni della fine? Il cartello dei lavori però è scomparso. Per tutti siamo quelli che vanno a fare foto
a Gua Sapalewa. Ho l'impressione che rispetto all'altra volta il discorso grotte sia più diffuso. Che
sia stata la nostra presenza, i giapponesi due anni fa, altri curiosi, chissà, che davvero la grotta non
si stia trasformando in una attrattiva. Questa volta la strada per scendere al fiume è quasi un sentiero
normale. Si segue bene e ci porta comodamente sulla sponda. Meno comodi sono i nostri bagagli,
carichi nonostante un altro deposito di materiale lasciato a Taniwell. Portatori nessuno quindi tra
cibo e resto siamo muli. Seguiamo il fiume per un chilometro di divertente bagno e attraversamenti,
la corrente tira ma niente a che vedere con l'altra volta. Alla fine dietro l'ultima curva ecco il fiume
che scompare nella montagna. È già pomeriggio inoltrato ed è ora di montare il campo, in teoria
presso la grotta di Batu Sori per sfruttare l'acqua delle vaschette interne. Prima però tocca trovarla.
Mentre la prima parte del sentiero è bello, ad un certo punto smarriamo la traccia, a nulla valgono i
numerosi alberi segnavia con tacche e incisioni. I punti gps ci parlano di duecento metri, peccato
che nel mezzo ci sia una dolina grande come una valle, profonda come un pozzo e infestata di
foresta. Lasciati zaini Lisa e Fabio, con Pacu passiamo due ore a giocare con la foresta per
attraversare un postaccio dove l'altra volta avevo proprio giurato di non voler andare. Non tutto è
negativo, scopriamo infatti sul fondo della dolina un pozzo e una grande parete su cui si aprono due
enormi portali, mai neanche immaginati. Il tempo è poco e quindi risaliamo a Batu Sori che però ci
fa lo scherzo di essere asciutta. Niente acqua in casa. Il tempo bello che stiamo gustando ci ha tolto
l'acqua comoda. Da oggi la nostra acqua da bere sarà il Sapalewa. Per radio comunichiamo agli altri
di cominciare pure a montare il campo.

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9 domenica
La giornata comincia lenta e tranquilla ci sta anche visto il lunghissimo spostamento, se non fosse
per l'imprevisto in agguato. Già mi preparo zaino e materiale, quando Lisa ci presenta il più
inaspettato dei problemi. Con il suo telefono in mano legge un messaggio che ha ricevuto dalla
famiglia circa un grave incidente e la necessità di rientrare al più presto. Il caffé mi resta di traverso.
Non sappiamo bene cosa pensare. In meno di mezzora la cosa prende però forma, come sia se vuole
tornare indietro prima lo fa e meglio è. Cosi cambio di zaino e di programma, e visto che di tornare
da sola in foresta non se ne parla con Fabio riparto per accompagnare entrambe sulla strada. Noi
cresciamo in peso e diminuiamo in numero. Spedizione da tre. Fabio passerà la notte a Taniwell per
mettere Lisa sull'autobus, mentre io raggiungo Pacu nel primo pomeriggio.
10 lunedi
Prima giornata di esplorazioni, ci buttiamo sulla grotta del pipistrello giallo. Scoprendo subito
l'uscita della gran galleria che rappresenta probabilmente il vecchio corso del fiume. Su un ballatoio
Pacu individua un galleria in discesa che ci porta su meandri ventosi fino al fiume attivo sulla riva
destra dell'ingresso. Da qui scendiamo verso il fiume e attrezziamo un traverso di sessanta metri
fino ad un terrazzo da cui calarsi nell'acqua. Una serie di gallerie laterali ci portano ad altri ingressi
bassi e laterali sul fiume. Nella galleria fossile alta individuiamo anche un pozzo alto che aumenta il
dislivello di circa venti metri.
11 martedi
Torniamo al traverso che sostituiamo con kevlar e dynema. Fabio fa una serie di riprese. Scendiamo
sul fiume e iniziamo a tentare l'acqua con il sistema dell'uomo in rilascio controllato con carrucola.
Faccio io il primo traverso nell'acqua. La corrente si gestisce e arrivo rapidamente su una grande
spiaggia. Gli altri seguono sul traverso. Dalla spiaggia Pacu parte per il secondo traverso tirolese di
circa 60 metri fino ad una rapida di tronchi e roccia. La prima cateratta. Fabio decide di fermarsi
sulla spiaggia e fa contatto radio. Io seguo Pacu e arriviamo sulla sponda destra, da dove si risale
per almeno un centinaio di metri la riva, poi uno slargo a destra porta in una enorme sala in salita
che rimonta per cinquanta metri fino ad arrivare su un ballatoio in corrispondenza di una brusca
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curva a gomito del fiume. Da qui riprendiamo a scendere verso l'acqua attrezzando una calata di
circa venti metri che atterra sull'acqua. Da questo punto una nuova tirolese fatta sempre da Pacu ci
porta prima sulla Diga dei castori, grande intrigo di enormi tronchi incastrati di traverso nel fiume
che creano rapide e gorghi, e quindi continuando di nuovo sulla sponda destra in un tratto di galleria
abbastanza stretta con forte corrente. Tirolese del granchio. Nella curva si vedono gli imbocchi di
due vecchi bypass del fiume o arrivi. I tronchi alti oltre trenta metri sopra l'acqua testimoniano
piene spaventose. Dalla galleria del pesce gatto contempliamo la fine delle corde e non possiamo
che tornare indietro rilevando e disarmando fino al traverso. Sulla via del disarmo purtroppo
perdiamo una corda delle buone, una ottanta da 8,5. mentre la trasporto agganciata alla seconda
tirolese la corrente riesce ad aprire il moschettone e se la porta via senza speranza di recupero.
12 mercoledi
Giornata di riposo e bucato al fiume. Mentre facciamo il bagno arriva una coppia di cacciatori di
Buria armati di fucili. Nel pomeriggio prendiamo le posizioni dei diversi ingressi e facciamo un giro
a Batu Sori per foto e riprese. Controlliamo anche la grotta di Cepe Cepe che chiude, e perlustriamo
sul filo della parete tra Cepe e Batusori. Ormai a sera tracciamo la pista da Cepe per la grotta dello
Pterodattilo, che si rivela essere proprio sotto il campo.
13 giovedi
Torniamo al Sapalewa per finire il rilievo ed il disarmo. Fotografie e riprese. Identificato il ballatoio
sulla sponda sinistra da dove Sachs ha fatto le foto interne nel 1915. Nel tratto discendente che
collega la grotta del pipistrello al Sapalewa scopriamo ed esploriamo un ramo che porta ad un
nuovo ingresso fossile. Lo sviluppo totale è di circa 1200 metri. Il dislivello circa 140. A Sera si
festeggiano questi primi risultati con riso e spaghetti di riso e per dolce ciambelle calde per tutti!

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14 venerdi
Partiamo per esplorare la megadolina dello Pterodattilo passando questa volta direttamente dal
campo che dista solo cento metri, ed identificando proprio una vecchia via di discesa. Sul fondo si
aprono i due ingressi sovrapposti, di dimensioni ciclopiche. Dal basso esce una corrente d'aria
furiosa, ed entrando in breve ci affacciamo sul fiume che viene intercettato trasversalmente dalla
galleria. Prima di scendere decidiamo di tentare l'ingresso fossile che raggiungo con un traverso su
parete esterna. Purtroppo dopo poco si affaccia ancora più in alto sul fiume. Con il telemetro
prendiamo volte di oltre cento metri. Torniamo quindi al fossile e scendiamo con calata fino
all'acqua. Siamo chiaramente a valle della galleria del pesce gatto poche decine di metri di
separano dal punto raggiunto da monte. A monte riusciamo a prendere tiri di oltre settanta metri di
telemetro, forse il punto dove ci siamo fermati è proprio dietro la curva. In avanti invece la galleria
prosegue allargandosi. Ci fermiamo. Praticamente la grande dolina dello pterodattilo è un salone
collassato o enorme sinkhole di circa 350 metri di diametro e oltre cento di profondità, attraverso
cui in passato passava il fiume, come testimoniano le tracce d erosione inversa sulle pareti, i
pinnacoli residui e le enormi concrezioni piegate a vento. In alto, sopra la strada olandese, anche
Cepe Cepe e Batusori rappresentano tracce di antichi livelli fossili ormai scollegati dal sistema i cui
imbocchi sulla parete sud testimoniano il punto di passaggio del fiume. Praticamente il Sapalewa ci
passa sotto il campo, a neanche troppa distanza considerata la quota e l'ampiezza delle gallerie.

15 sabato
Da questa mattina si sentono rumori lontani di motosega. Ogni tanto anche qualche schianto;
qualcuno sta tagliando alberi in direzione della strada. Oggi ci giochiamo tutti i materiali. Con
giubbotto e mute partiamo dal bordo. Attrezzo un primo traverso di circa cinquanta metri
procedendo lungo parete e armando in naturale. In alcuni tratti la corrente è forte. Cominciamo a
capire come sfruttare pareti, curve, banchi di sabbia e morte del fiume per procedere con maggiore
comodità e sicurezza. La corrente comincia a fare meno paura o forse è anche meno violenta
scendendo. La pendenza si potrebbe aggirare tra uno e due gradi ma è difficile prendere una misura
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certa in acqua. Pacu prosegue il traverso per altri trenta metri fino ad una grande cascata. La
seconda cataratta. Ormai ci restano solo i trenta metri di kevlar ed i trenta di dynema. Avanziamo
sui banchi laterali per alcune centinaia di metri, fino ad arrivare in corrispondenza di un enorme
salone alto sul lato destro. Pacu risale in libera un lungo camino e attrezza il kevlar, risaliamo quindi
su una enorme colata che scende dall'alto, il telemetro misura oltre cento metri. Proseguo in salita
su frana, recuperiamo il kevlar e attrezzo una salita. Raggiungiamo cosi la sommità del salone dei
tre allegri casuari. Il salone prosegue in alto, noi facciamo un ometto di pietra e ci fermiamo.
Iniziamo il rilievo e disarmiamo scendendo in doppia fino al Pacu step. Qui sfruttando i banchi alti
continuiamo verso valle saltando quasi duecento metri di fiume. Attrezziamo quindi una calata con
il solito kevlar e raggiungiamo l'acqua. Qui la corrente sebbene forte è gestibile. Cominciamo a
sfruttare i banchi per traversare il fiume e con dynema Pacu attrezza l'ultima tirolese fino alla
spiaggia del Break Point. La galleria prosegue dritta, in alto un tronco è sospeso a quasi quaranta
metri. Per come siamo abituati ora senza corde il fiume fa ancora paura, non ce la sentiamo
minimamente di proseguire in discesa con il rischio di non riuscire a risalire. Iniziamo il rilievo e
disarmiamo. Uscendo Fabio più volte finisce sotto l'acqua mentre risale i traversi, in particolare al
Capo del naufragio. Qui la corrente particolarmente violenta ci allaga i sacchi stagni con gli
strumenti e le radio. La bussola perde la lente di lettura. Il Sapalewa continua ad esigere pegno e si
difende bene. Il cibo comincia a scarseggiare. Zuppe e biscotti cominciano a finire. Dobbiamo
decidere quanto restare ancora prima di fare ritorno a Taniwel per le provviste e come organizzare le
prossime punte. Considerato che per ora l’obbiettivo principale resta il Sapalewa, si decide che
conviene tornare sulla costa tra un paio di giorni per organizzare un campo sull’altro lato della
montagna. La risorgenza da qui dista pochi chilometri in linea d’aria, ma tra i bagagli pesanti ed il
cibo scarso conviene pensare prima ad ritorno sulla costa.
16 domenica
Il tempo continua ad essere incredibilmente bello e sereno. Non fa neanche troppo caldo. Giornata
di prospezione, decidiamo di raggiungere la zona di lapiez scoperto a cavallo del Toi Siwa, dista
circa un chilometro, ma impieghiamo diverse ore per arrivarci. Sulla sommità, esposte al sole, molte
piante mostrano i segni di una lunga stagione secca. Per esplorare non potevamo chiedere di meglio.
Sopra Batusori scopriamo prima una grottina di cinquanta metri e appena sopra un enorme portale
in stile Sapalewa. Ormai è chiaro che si tratta di un ulteriore livello fossile. Una forte corrente d'aria
ci fa sognare ancora una volta il fiume e vista la quota di oltre 520, grandi profondità. La mancanza
di attrezzature ci impedisce di scendere sul fondo della grande galleria cinquanta sessanta metri più
in basso dell'ingresso. Raggiungiamo la sommità del cono. Il lapiez in stile lame e pinnacoli è
abbastanza ostile. Raggiungiamo il punto previsto in una desolata distesa di rocce nere riarse e
franose. Dall'alto si vede la valle di uscita del fiume. Sulla destra verso il Towile quella che sulle
foto sembrava una valle si rivela essere una serie di sprofondi verticali. Una struttura simile ad una
faglia, profonda ma sinuosa borda il cono. Ci fa pensare quasi ad una forra, che si tratti di una
ennesima antica traccia del corso del Sapalewa? Oppure una valle sospesa che termina su pozzo?
Discenderlo ora non è possibile ma ormai è abbastanza certo che almeno altri quattro punti
abbastanza vicini nascondono grandi ingressi. Come hanno dimostrato gli ultimi due portali, anche
ingressi alti oltre cinquanta metri sono praticamente invisibili sia in carta che in foto aeree e anche
sul terreno finché non ci arrivi davanti. La foresta copre e nasconde tutto benissimo. La discesa ci
impegna per l'intero pomeriggio obbligandoci a diverse doppie per risolvere le numerose pareti che
praticamente circondano il cono. Sulla via del ritorno ci ritroviamo davanti ad un altro ingresso di
dimensioni imponenti molto simile a quello della mattina, ma non è lo stesso. Accanto un altro più
piccolo con luce in fondo. Esploriamo sia il primo che il secondo. Il secondo sbuca sull'altro lato di
una costola rocciosa, mentre il primo si collega alla grotta della mattina per poi sbucare in parete
probabilmente sopra Batusori. In tutto fanno altri quattro cinquecento metri di grotta. Purtroppo
l'aria non sembra essere quella del fiume e cosi forse per ora sfumano i sogni di un collegamento
che dia nuova profondità al sistema.

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17 lunedi
Giornata di ritorno a Taniwell. Smontiamo tutto e ci apprestiamo a tornare sulla strada. Appena
arriviamo sul fiume scopriamo l’origine dei rumori dei giorni scorsi. E’ arrivata una squadra di
topografi indonesiani, con teodolite e stadia stanno prendendo misure di dettaglio del fondo della
valle. I progetti della diga sembrano purtroppo andare avanti. Hanno costruito un campo appena
sopra il fiume. Li salutiamo cordialmente anche se tra silenzio e pensieri siamo tristi per il destino
che sembra attendere il Sapalewa. Aspettando il camion delle tre andiamo a fare un salto a Buria.
Posto simpatico con i soliti negozi in stile Taniwell solo tutto molto più caro, solo la benzina costa
14 mila invece che 10. Torniamo a sera nel nostro albergo senza problemi.
18 martedi
Giornata di sistemazione. Ritroviamo Sonny e organizziamo per il giorno seguente una quattro
giorni all'uscita di valle. Per non perdere l’abitudine ci facciamo una bella camminata lungo la
spiaggia da Taniwel fino alla foce del Sapalewa. Il tempo continua ad essere bello e stabile.
Purtroppo il problema dei rifiuti sulla costa attorno al paese di Taniwel e non solo comincia ad
essere abbastanza grave.
19 mercoledi
Partiamo in macchina fino al ponte. Il fiume è basso anche qui. Dalle stime che abbiamo fatto i
giorni scorsi ci saranno circa dieci metri cubi al secondo. L'acqua è bella e trasparente invita al
bagno e noi ci riproviamo da valle. L'acqua è di meno ma il sentiero non cambia. Praticamente
facciamo la stessa strada con le sue belle salite. Questa volta prendiamo la traccia e impariamo la
strada. Al ritorno torneremo da soli. Lungo la strada una squadra di boscaioli sta tagliando tavole da
spedire a valle via fiume. A pomeriggio arriviamo davanti all'uscita. Immagine già nella memoria
ma sempre impressionante anche se questa volta ci sono parecchie spiagge dove camminare e tutto
è molto meno tetro. La galleria ha i toni verdi della foresta che entrano come una scheggia di
smeraldo sotto la montagna. Allestiamo il campo vicino al piccolo torrente, a pochi minuti
dall'ingresso fossile. Accanto a noi un gruppo di cacciatori di Riring e Buria bivaccano con lance e
fucili. Sono a caccia di cervi e stanno mettendo le trappole lungo le piste.

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20 giovedi
Oggi proviamo a risalire la corrente. Novelli salmoni del Sapalewa arriviamo rapidamente alla
cascata mangiaspeleo. Il Kraken il mostro di rabbia e schiuma che ci aveva terrorizzato tre anni fa.
Una cosa urlante che sbavava schizzi a cento metri. Oggi è di buon umore, urla ma con dolcezza e
l'idea di traversare il fiume non appare come un suicidio, ma quasi come un bel bagno. Allestiamo
la prima tirolese in quella stessa marmitta in cui sono in posa da tre anni in quella maledetta foto
che mi ha stregato. È ora di rompere l'incantesimo e rimettere in moto le lancette. Un fix basta per
non perdere la corda, una muta e un giubbotto basta per non perdere uno speleo. E cosi alla faccia di
balestre arpioni e altre diavolerie, in men che non si dica da una riva mi ritrovo sull'altra sponda. La
corda è tesa la via è aperta. Risaliamo facilmente la cascata sul fianco sinistro e ci ritroviamo alti,
sette otto metri forse dieci sopra il traverso. Qui il fiume precipita per quanto in magra rombando
dal lago sospeso. Tronchi enormi si accalcano e incastrano come ponti. E noi li usiamo camminando
tra scivoli in tek e passerelle in mogano sopra un acqua che ancora riflette la luce del sole anche se
siamo ad oltre duecento metri dall'ingresso. Cominciamo a camminare giriamo l'angolo e la grotta
ci presenta le sue enormi gallerie. In questi giorni abbiamo pensato a che tecnica usare in risalita. In
fondo alla peggio ci sputerà fuori. Cosi intanto cominciamo a camminare, nuotare, arrampicare
controcorrente, lungo parete. A tratti si cammina a tratti ti ritrovi orizzontale nell'acqua quasi
arrampicando a rallentatore, alla ricerca di appigli per doppiare l'ennesimo capo in cerca di acque
calme. Cominciamo a conoscere il fiume, ormai i segnali sono essenziali, calma, acque morte,
corrente, banchi... la luce pompata al massimo fa la differenza. Vedere avanti venti trenta metri,
vedere il fondo sotto l'acqua ci permette d immaginare la forza della corrente. Cominciamo cosi a
spostarci da un lato all'altro del fiume cercando e immaginando i suoi punti deboli. Sono avanti
armo e fisso la corda sui tronchi, agli speroni, do il libera e Pacu risale con il sacco. Camminiamo
cosi mezzo chilometro, fino alla spiaggia. Miami beach o Gambero Point ci accoglie. Sosta e
frontiera il Sapalewa è ormai un lungomare dove gustare le gallette dell'esploratore e lasciare un bel
deposito di materiale. E sulla spiaggia prende corpo una nuova tecnica di risalita delle gallerie
allagate. La tecnica della squadra salmoni. Risalita in doppia con una sola corda di sicura.
Allestiamo l'ultimo traverso e poi decidiamo che è ora di legarsi in conserva. Un mare in tempesta
come un ghiacciaio liquido. Il primo al secondo, ad elastico, ogni marmitta e ogni morta diventa un
terrazzo di sosta e sicura. La corrente del tempo come la gravità, ogni turbolenza diventa riparo per
eluderla, dimensione orizzontale e oasi in un deserto verticale. Luogo senza tempo nel mezzo del
fluire della corrente. Cosi risaliamo un chilometro, fuori dal tempo e dalla corrente, gabbando
entrambe per la sola gloria dello spazio che si espande attorno a noi. Fino alla sorgente del tempo,

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In perlustrazione lungo le falesie di calcare corallino sulla costa nord ovest.

alla testata della galleria dei salmoni, la dove un grande tronco ci ricorda che tempo e spazio
viaggiano insieme e che il nostro trucco non può durare per sempre. Li incontriamo il passato
prossimo il nostro vecchio e nuovo Break Point, li finisce il nostro viaggio controcorrente attraverso
il cielo di pietra della montagna. Li il grande fiume ridendo ci conferma che siamo passati, abbiamo
traversato la montagna e che è ora di dare il giusto verso allo scorrere della corrente. Una nuova
tecnica di grotta vuole una nuova tecnica di rilievo e cosi visto l'ambiente acquatico rileviamo ad
elastico con tratte di cinquanta metri. La corrente ci rapisce, il soffitto scorre sopra le nostre teste
mentre lo illuminiamo. Onirico.
21 venerdi
Giro fotografico e fine rilievo. Il tempo a tratti si fa nuvoloso e prova anche a piovere.
22 sabato
Giornata di viaggio per il ritorno a Taniwell. Il viaggio d ritorno procede comodo e tranquillo, con il
sentiero quasi sempre ben visibile e comunque tracciato in gps.
23 domenica
Giornata di riposo a Taniwell, mettiamo in scena una proiezione nel mega schermo di casa tra
fotografie e riprese, ottenendo anche un discreto successo. La grotta all'interno non è conosciuta, si
conferma che all'interno non si entra neanche con l'acqua bassa di settembre al massimo
all'ingresso. La notizia del nostro attraversamento fa il giro del paese. Attorno sulle montagne il
tempo sta cambiando. Le nebbie e le nuvole avvolgono il Toi Siwa ed i suoi fratelli. Il clima è
decisamente più tetro. Con un tempo del genere non so come sarebbero potute andare le nostre
nuotate nel Sapalewa.
24 lunedi
Organizziamo un giro in barca verso la costa ad occidente di Taniwell. Il costo non è per niente
economico ma è un bel giro. In tutti i casi di grotte da quelle parti non se ne vedono. Tutta costa
abbastanza bassa sia nel calcare massiccio che in quello corallino, solco di battuta delle onde spesso
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concrezionato tipo sottoroccia ma privo di ogni prosecuzione. Ci fermiamo in una spiaggia da dove
si vede un ingresso promettente ma si rivela un nicchione di pochi metri. La spiaggia dove si vedeva
una uscita d'acqua è la foce dell'Way Lamasi, un bel torrente cristallino che riversa in mare forse
300/400 litri al secondo scorrendo tra banchi di calcare corallino, ma non sembra generare grotte.
Dalle carte geologiche antiche il torrente sembra attraversare il massiccio calcareo. Due pescatori
sulla spiaggia ci accompagnano ad alcuni ripari sotto roccia e nella zona non conoscono altro. Ci
segnalano due grotte. Proseguiamo verso ovest fino alla laguna anche qui i pescatori locali non
conoscono grotte ne a mare ne all'interno. Doppiamo l'ultimo capo prima di Kawa, ma le scogliere
si presentano sempre basse con frequenti fratture tettoniche di piccole dimensioni e danno adito solo
a piccolo grotte marine generate dal moto ondoso. Tutte simili si presentano come piccoli meandri
frattura di larghezza di circa un metro e poco sviluppo. Ci dirigiamo verso il punto segnato come
possibile ingresso a pozzo, ma scopriamo essere solo un lago temporaneo originatosi sul fondo di
una dolina. Il massiccio calcareo a circa 150 metri di quota si presenta compatto e privo di
particolari forme carsiche, solo qualche sporadica frattura mostra il calcare corallino. Mentre i
solchi di battuta del livello marino si susseguono verticalmente ogni ventri trenta metri,
testimoniando l'emersione del banco ed il mutamento del livello marino.

25 martedi
Organizziamo per una puntata di un giorno sull'Hanoea. Abbiamo preso contatti tramite la famiglia
dell'albergo e oltre ad arrangiare un trasporto ed un ritorno per Latuhelo, caro, ci troveranno una
guida per il primo traforo. Non dovrebbe essercene bisogno ma prendere contatti per il futuro è cosa
buona. Arriviamo in paese e siamo presentati ad un notabile locale, forse ex militare, forse il re
locale non è chiaro ma il personaggio è simpatico e affabile. Si dimostra interessato alle carte e
decido di lasciargli un paio di copie con anche i miei riferimenti, ci presentiamo tramite le referenze
di Yunus e la cosa permette di spiegare bene la nostra attività e presenza. Ci presenta una guida
Kachy, sullo stile Sonny, simpatico e silenzioso, che rapidamente ci porta all'ingresso dell'Haneao.
Il sentiero è ben tracciato e comodo, la valle completamente piatta è molto lavorata con piantagioni
di cacao garofani e palmerie. Il fiume ha comunque una discreta portata, difficile da stimare forse
un paio di cubi al secondo. Poco prima dell'ingresso il fiume si divide con una valle secca che
s'innesta sulla sinistra. L'acqua fuoriesce tutta da un ingresso di dimensioni abbastanza modeste,
sette per cinque sei, che immette in una sala con lago sifonante. Un paio di bypass permettono di
passare su altri laghi e laghetti ma tutti chiusi. L'acqua sembra uscire da una condotta profonda,
mentre la roccia erosa e tagliente all'inverosimile appare fratturata e tritata dalle piene. Rileviamo e
fotografiamo i laghi, quindi Kachy ci porta su quella che lui chiama la seconda grotta, lungo la valle
secca, che si rivela essere una lunga forra che risale ripidamente verso la montagna. L'acqua esce a
quota 60 circa, mentre la forra sale a salti e pozzi rapidamente di oltre cento metri portandoci a
quota 180 circa. In fondo si intravede una grande frattura. Kachy non c è mai stato e visto che
bisogna arrampicare e non poco siamo in due a percorrere la via fino all'infinito ed oltre. La forra si
rivela essere praticamente una parte di galleria sfondata. Quando ci troviamo finalmente davanti
all'ingresso della grotta capiamo le vere dimensioni del posto. Grotta e forra sono ancora attive
nonostante la quota come dimostrano numerosi laghetti, e funzionano da troppo pieno durante la
stagione delle piogge quando l'acqua risale di oltre cento metri il livello attuale. La grotta attiva che
sputa con una tale pressione deve essere uno spettacolo impressionante, ed ecco spiegata erosione e
fratturazione. Dopo l'ennesima risalita entriamo in galleria e percorriamo tre quattrocento metri
enormi, stile Sapalewa senza fiume. Alta forse cento metri la galleria a sesto acuto come solo
possono essere e resistere gallerie di queste dimensioni, appare larga una ventina di metri in media,
dritta, fino ad un ennesimo pozzo cascata di una quindicina di metri sopra il quale la galleria
continua. Noi per mancanza di tempo invece ci arrestiamo qui, con la speranza di tornare presto per
percorrere completamente l'Hanoea, questo fiume incredibile con i suoi quattro trafori. Se questo
che abbiamo visto e iniziato è lo stile ci sarà da divertirsi.

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26 mercoledi
Partiamo presto da Taniwell per rientrare verso Piru dove pensiamo di sostare forse una notte,
magari per fare una visita al complesso di grotte archeologiche di Hatusua venti chilometri ad est
sulla strada del porto. Il tempo continua ad essere bello, salvo la nuvolaglia degli ultimi giorni, ma
in tutti i casi non ha praticamente mai piovuto. Per questa parte dell'isola i mesi di luglio e agosto
appaiono ottimali. A Piru troviamo un albergo onesto appena ad ovest della stazione degli autobus,
sulla via principale. Rispetto ai giorni a nostra disposizione e agli obiettivi alla nostra portata ci
siamo sicuramente bruciati tre giorni buoni a disposizione. Potevamo senza problema impostate un
campo di tre quattro giorni sull'Hanoea e portare probabilmente a termine il primo traforo.
Purtroppo le cose sono come arrivano e come squadra dei salmoni del Sapalewa decidiamo di non
tirare troppo la corda alla fortuna e che forse sia meglio finirla in gloria cosi, anche se con l'amaro
di una esplorazione fantastica a portata di mano da dover lasciare in sospeso.
27 giovedi
Visita del complesso di grotte e siti archeologici lungo le scogliere ed i banchi di calcare corallino
di Hatusua e Hatuhuran. Da Piru scendiamo lungo la costa sud sulle tracce di Wallace. A tratti
emergono blocchi di calcare corallino e seguendo le indicazioni bibliografiche di un paio di
archeologi raggiungiamo una serie di grottine lungo un antico solco di battigia. Cinque sei ingressi,
forse molti di più, tra la vegetazione rada e le palme. Dentro come da programma è facile
identificare cocci e resti più o meno antichi. Si tratta quasi sempre di piccole camere o
concamerazioni, spesso in avanzato stato di crollo. Dentro gli animali non mancano. A differenza
delle grotte nelle montagne, qui è tutto un muoversi di grossi granchi, paguri e rane. Ma dove ci
sono rane ci sono sempre serpenti e questa volta non fa eccezione. Siamo arrivati qui praticamente
in ciabatte e pantaloni corti. Sapendo che si trattava di grotte semplici non abbiamo portato neanche
il casco. Il problema si pone dopo aver incontrato i primi due enormi serpenti che si inseguono
insinuandosi sul soffitto nei mille fori del calcare e passandomi praticamente sopra la testa. A questo
punto l’aria si fa tesa e sempre in ciabatte e pantaloni corti decidiamo che forse anche se sembra
continuare per noi oggi le grotte di Hatusua potrebbe anche chiudere qui. Non sazi di calcare
corallino puntiamo sul promontorio di Hatuhuran, dove dovrebbe trovarsi un altro importante sito
archeologico. L’ingresso è bello, anche grande e scende rapidamente con una bella galleria.
Praticamente siamo sul mare e infatti in breve troviamo il meandro che prosegue allagato come
giustamente ci avevano anticipato i due abitanti del posto che ci mostrano l’ingresso. Ovviamente
dopo un mese a nuotare non possiamo mica farci spaventare da una pozza di acqua ferma: pensiamo
o almeno penso io. E così in mutande decido che possa valere la pena fare anche questo bagno.
Peccato che questa volta invece di nuotare manca poco finisca sepolto nelle sabbie mobili. Quando
il fango supera la coscia per avvicinarsi alla pancia, decido che forse è il caso di far chiudere qui
anche Hatuhuran. Una volta fuori una saggia riunione plenaria decide a maggioranza assoluta che la
giornata debba chiudersi attorno ad un tavolo pieno di birre.

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28 venerdi
Relax
29 sabato
Partenza per Ambon
30 domenica
Relax
31 lunedi
Partenza da Ambon nella notte
1 martedi
Arrivo a Giakarta in mattinata e partenza per l'Italia in serata
2 mercoledi
Arrivo in Italia

Il Sapalewa finisce la sua corsa unendosi alle onde del mare

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Infornazioni varie, meteo, alimentazione, salute…
Condizioni Meteorologiche
Le condizioni meteorologiche trovate sulla costa nord di west Seram sono risultate ottime per
l'intero mese. Non ha mai piovuto, quasi sempre sereno, con temperature intorno ai trenta gradi
diurni e i venti notturni a quota 400 slm. Da informazioni locali, la stagione è secca almeno tra
luglio e agosto con settembre che funge da cerniera verso le piogge di ottobre. Condizioni
confermate anche dalle statistiche pluviometriche. Anche sulla costa sud i pochi giorni passati sono
risultati buoni. Le condizioni del mare al contrario sono mosse sul versante sud con vento teso e
forte da sud. Il livello dei fiumi è basso, in magra quasi assoluta, con un minimo forse in settembre.
Terreno secco. Le condizioni trovate appaiono enormemente più positive di quelle sperimentate nel
2012 nel mese di giugno. A prescindere da una certa variabilità annuale l'estate appare quindi la
stagione giusta per portare avanti le esplorazioni nell'area. Discorso a parte ovviamente per la zona
delle catene centrali, che sperimentando entrambe i monsoni, sviluppa un clima equatoriale di tipo
prettamente pluviale, con precipitazioni diffuse nell'arco dell'intero anno e temperature anche rigide
in quota. Resta ferma l'importanza di impostare la scelta degli obbiettivi e del conseguente periodo
in particolare in relazione al regime dei fiumi. Oltre alle evidenti problematiche legate alla
percorrenza dei grandi fiumi sotterranei, non è assolutamente da sottovalutare la situazione dei
fiumi in esterno. Forti precipitazioni possono rendere velocemente impraticabile una valle o anche
semplicemente l'attraversamento di un fiume. A questo durante la stagione piovosa si aggiunge il
disagio dei bivacchi da dover realizzare necessariamente su strutture e piattaforme rialzate e delle
zone infestate da sanguisughe.
Collegamento telefonico e web
Nella zona in oggetto esiste una buona copertura di telefonia mobile almeno nell'area costiera
garantita da numerosi ripetitori a terra. È quindi ragionevole mantenere un collegamento telefonico
e internet anche per verificare le condizioni meteo e garantire la sicurezza generale. Il telefono
provvisto di una sim e numero indonesiano permette quindi una essenziale navigazione internet e
comunicazione via sms e whatsup. Con dieci euro di carica si può garantire adeguata
comunicazione. Nella spedizione del 2012 verificammo la possibilità di collegamenti abbastanza
stabili dalle sommità della catena centrale, sempre sfruttando la vicinanza in linea d'aria dei
ripetitori costieri. Le cose ovviamente cambiano completamente quando si entra in valli strette e
coperte.
Stato di salute
Lo stato di salute generale e è stato buono durante l'intero periodo. Nessun disturbo particolare
febbri o altro da segnalare. La gestione dell'acqua pur utilizzando esclusivamente quella proveniente
dal Sapalewa è risultata priva di problemi. Nessun disturbo gastroenterico da segnalare. Nessun
problema serio con animali o insetti, tranne eruzioni cutanee da pulci tipo trombicole con
formazione di bolle e prurito. Da non sottovalutare come fastidio. Cura semplice a base di acqua e
bagni di mare. Da prestare invece una certa attenzione alle vespe, particolarmente aggressive e
dolorose. Pochi i serpenti visti durante l'intero mese. Solo tre tutti in esterno, piccoli e neri. Niente
in grotta salvo ad Hatuhuran nei calcari corallini sulla costa sud. Durante la progressione in foreste
è necessario prestare attenzione alle palme spinose. In grotta sono presenti enormi quantità di guano
che non ha però creato problemi legati all'istoplasma o ad altre infezioni. In tutti i casi è buona
regola usare i guanti. La ripetuta progressione in acqua obbliga inoltre a prestare attenzione al
rischio di micosi e lisi del derma dei piedi. Piccole abrasioni o il semplice continuo sfregamento di
sabbie e acqua sulla pelle bagnata tanto dei piedi quanto delle mani, può rapidamente produrre
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situazioni d'infezione anche grave. Unico trattamento efficace, prestare massima cura ad asciugare
la pelle ogni volta che è possibile e idratarla con applicazioni di pomate a base di ossido di zinco.
Queste condizioni positive non devono comunque far dimenticare la necessità di una buona
copertura vaccinale. Restano quindi più che raccomandate le coperture su tetano-difterite,
poliomelite, tifo, e epatite A. Ulteriori vaccinazioni con buona efficacia sono epatite B ed encefalite
giapponese, anche se meno facili da contrarre. La copertura e profilassi per la malaria è controversa.
La situazione in indonesia è varia e mutevole. Storicamente nell'isola di Seram la malaria non
appare diffusa, ma negli ultimi anni pare in aumento come abbiamo verificato direttamente nel 2012
con casi presenti in diversi villaggi anche in quota. Proprio gli obbiettivi e la stagione faranno
propendere per una eventuale profilassi. La zona di west Seram è ovviamente tutta su bassa quota in
zone potenzialmente a rischio. Nel 2015 abbiamo tutti seguito una profilassi preventiva a base di
Mefluochina (Lariam) proseguita anche al ritorno. A seguito del trattamento non è stata registrata
nessuna sintomatologia grave se non lievi e passeggeri stati depressivi, presenti tra gli effetti
collaterali del farmaco. Stesso discorso da farsi ovviamente sulla dotazione di medicinali a
disposizione. Sebbene anche a Taniwel siano disponibili farmaci generici compresi antibiotici e
antidolorifici è buona cosa avere nel bagaglio una trousse completa da campo con prodotti di cui
tutti i componenti della spedizione conoscono l’uso ed il dosaggio per le differenti patologie. Nel
nostro caso la trousse medica comprendeva: materiali da medicazione, compresse di garze sterili,
bende e bendaggi. Materiale da disinfezione: mercurocromo, perossido d’idrogeno, cloruchina.
Antibiotici ad ampio spettro amplimicina, antibiotici intestinali binixin. Antispastici: placil e malox.
Antipiretici, aspirina e novalgina. Antidolorifici: ketoprofene, toradol. Pomate antibiotiche cutanee.
Completa il set, un termometro e una serie di strumenti chirurgici: pinze di varia misura, bisturi e
aghi con filo da sutura.

Alimentazione
Sull’alimentazione non c’è molto da dire. Tutto dipende ovviamente da ciò che si trova e da quanto
si decide di poter trasportare. Se fino ad Ambon si può praticamente reperire quasi qualsiasi
prodotto alimentare, permettendosi gusti internazionali, già a Piru la disponibilità di prodotti scende
molto, mentre a Taniwel la disponibilità si riduce ad un magro paniere che consente comunque una
buona alimentazione anche se abbastanza monotona. Ovviamente si tratta di trasportare prodotti
non deperibili, quindi la carne ragionevolmente ridotta ai primi giorni, cosi come le uova che con il
caldo deperiscono molto rapidamente. Frutta e verdura sono ampiamente disponibili, cosi come
riso, spaghetti di riso e in alcuni casi anche pasta di grano. Le zuppe di spaghetti di riso, in porzioni
liofilizzate rappresentano un ottimo compromesso tra costo, rapidità di cottura e sapore. Olio,
pomodoro e odori permettono di variare i sughi, cosi come l’aggiunta di tonno o sardine in scatola.
Biscotti e gallette più o meno dolci si trovano praticamente ovunque e permettono una buona
integrazione. Farina e lievito di birra secco si trova facilmente e permette di produrre pane, focacce
e ciambelle fresche in foresta. Anche la marmellata insieme con te, caffè ed eventuale latte in
polvere garantisce un buon apporto calorico. Nel complesso l’alimentazione tenuta durante le
settimane d’esplorazione è stata sicuramente ipocalorica rispetto alle necessità energetiche,
probabilmente nell’ordine di 1500-1800 Kcal. giornaliere, ma ha comunque permesso buone
prestazioni ed un buono stato generale. A fine mese abbiamo tutti registrato una discreta perdita di
peso variabile tra i cinque e gli otto chili.

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Bilancio dei costi e spese
Nonostante la distanza ed il gran numero di trasporti necessari la spedizione Seram 2015 si è
rivelata ampiamente sostenibile dal punto di vista economico. I costi maggiori ovviamente sono
rappresentati dal doppio spostamento aereo necessario per avvicinarsi a Seram. Ovvero ItaliaGiakarta Giakarta-Ambon. Sulla tratta intercontinentale è possibile ottenere un prezzo intorno o
anche inferiore ai 500 euro su diversi vettori se il biglietto viene comprato con sufficiente anticipo.
Al più tardi intorno al mese di aprile per l'estate. Nel 2012 comprammo viaggiammo a circa 530
euro a/r. Il trasporto interno, utilizzando una delle diverse compagnie low cost che servono
l'arcipelago, è possibile ottenerlo per circa 100 euro a tratta. Vanno quindi calcolati altri 200 euro
circa. Sempre a patto di comprare il biglietto con sufficiente anticipo. Al di fuori di questi costi di
trasporto, restano fissi circa 50 euro a persona tra visto Indonesiano a Giakarta e Surat Jalan ad
Ambon. Seguono alcune notti necessariamente da passare in albergo nelle principali città per
sbrigare le pratiche minime e le tappe di spostamento. Al costo medio di circa 6-8 euro a notte a
persona. I trasporti interni, ovvero il traghetto per arrivare a Seram, diversi autobus e altro sono
quantificabili in circa 30-40 euro a persona. Il mangiare per il periodo in foresta è irrisorio come
costo: la spesa fatta a Taniwel per un periodo di dieci giorni è risultata costare l’equivalente di venti
euro. Il mangiare in ristorante in città è mediamente economico. Vanno inoltre aggiunti i costi a
giornata per le guide e gli eventuali portatori, e le ultime necessità come machete, teli ecc. tutte cose
recuperabili facilmente tanto a Piru quanto a Taniwel. Gli ultimi articoli di elettronica o accessori
per computer si trovano a Piru, cosi come diverse banche e Atm, mentre l’ultima connessione
pubblica ad internet sicura ad Ambon. Abbastanza costosi sono invece gli eventuali spostamenti da
arrangiare con macchine in affitto. In sintesi come costi totali di spedizione se prenotati con anticipo
i voli si può ragionevolmente stimare di potersi tenere sotto i mille euro a persona. Questo è
ovviamente calcolato sulla base di una serie di obbiettivi esplorativi posti sulla costa nord dell'isola
di Seram. Compresi tra l'area del Parco di Manusela e west Seram e con il cambio euro/rupia
compreso tra 14-16.000 rupie per euro (2015). Durante la spedizione è stata tenuta una cassa
comune di 250 euro a persona per l'intero mese. Questa è risultata sufficiente permettendo anche
numerosi extra in barche e trasporti. Un numero maggiore di persone potrebbe permettere di
abbassare ulteriormente i costi.

Surat Jalan
Fondamentale per l’area di West Seram il possesso del permesso di viaggio da richiedere e ottenere
presso la polizia di Ambon. Vero e proprio documento di viaggi individuale, deve recare l’intera
lista dei luoghi e dei villaggi che si intende visitare, preferibilmente nell’ordine giusto. Il
documento, che necessita anche di una fototessera, deve essere inoltre fotocopiato in numero
sufficiente da essere distribuito a tutte le autorità incontrate sul proprio percorso. Ovviamente per
luoghi attualmente abbastanza fuori dai percorsi turistici, la concessione dello stesso è a giudizio
insindacabile delle autorità, cosi come la permanenza nei diversi luoghi al momento dell’arrivo,
cosa che obbliga ad accompagnare il documento con altre eventuali referenze utili.

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Rilievo del Sapalewa Underground River

64

Sapalewa Blues
Stiamo

scendendo. Tre piccole figure si
spostano lungo un filo sulla parete. Ieri
abbiamo tracciato la via lungo il grande
traverso. Fino all'ultimo siamo stati incerti
su quale sponda potesse portarci più avanti
prima di toccare l'acqua. Sull'altra riva di
questa enorme gola un comodo ballatoio
sembra volerti portare avanti nel buio: è un
trucco una via senza uscita. All'improvviso
il fiume decide di dirigersi verso destra e la
cengia si trasforma in una parete
strapiombante. Trenta, quaranta metri più
in basso solo acqua scura che corrre. E' il lato interno della curva, il lato ripido del fiume, dove la
corrente ti stringe con forza tra gorghi e mulinelli. Con Pacu decidiamo di tentare dalla parte
opposta, almeno qui sotto emergono alcuni banchi rocciosi dove fare sosta e pensare come
organizzare la nostra navigazione. Abbiamo poche corde, dopo quelle usate per scendere
dall'ingresso alto e quelle messe sul traverso, ce ne restano forse duecento metri. Pochi. Dietro alle
nostre spalle la luce entra potentemente da un portale alto oltre cento metri mentre le rondini
riempiono l'aria di suoni che si mischiano alla voce del fiume. Il rumore ci circonda in una
penombra che incanta e allo stesso tempo inquieta. Ieri siamo usciti dal meandro stretto e
silenzioso, finendo all’improvviso in un nuovo mondo. Dal ballatoio affacciato sull'enorme forra
tutto ci è apparso all'improvviso di dimensioni eccessive, non umane, lontane dalla nostra misura,
spaesante. Mentre scendiamo sospesi sulla corda da otto millimetri, legata e fissata a grandi anelli di
roccia, ci pervade una impressione di estraneità a questi luoghi. Pacu sta armando una calata di una
quindicina di metri attraverso un foro: una specie di porta, una turbolenza scavata nel soffitto, eco e
impronta di tempi lontani, di quando il fiume passava quassù. Tutta la roccia che ci circonda parla
di questo fiume e del suo tempo infinito. Il pavimento appare come un mare congelato, una foresta
di onde di pietra. Sul fondo una lingua d'acqua liquida e viva scivola verso il buio. "Scendi
dolcemente su queste corde mi raccomando!" Le corde sono delicate, ma la realtà e che non
sappiamo bene a chi sia rivolto questo invito, quasi che non volessimo farci notare per non svegliare
la grotta. Muoverci piano, con circospezione, non è solo paura di sbagliare qualcosa è timore per
una misura che non sappiamo decrivere.
Suoni, acqua, spazi, tutto appare fuso in
qualcosa fuori scala, incapace di trovare
nei nostri ricordi un confronto o una
analogia attraverso cui potersi conoscere.
Fabio ha tirato fuori la telecamera e mi
sta filmando mentre percorro il traverso.
Qui oggi abbiamo sostituito le corde per
poter usare le buone più avanti: risultato
ora su questa lungo passaggio ci sono
cordini in kevlar e dynema sottili come
lacci da scarpe. Più che una esplorazione
è una partita a scacchi o forse a risiko,

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un gioco di strategia e tattica. Siamo pochi e abbiamo pochi mezzi, potremo sperare di vincere solo
giocando bene. Il traverso è facile, come molte cose nella vita è più spaventoso visto da lontano che
a camminarci sopra, ma in tutti i casi non ammette errori. Una sponda, una parete, una spiaggia di
pietra, non sappiamo bene come definirlo. E un luogo antico dove una volta passava turbinando il
fiume. Attorno a noi, sotto i nostri piedi, marmitte erosioni lame e pinnacoli, tutto racconta la trama
del tempo. Sopra di noi le salangane urlano saettando in tutte le direzioni. Vere padrone del
vestibolo, scivolano tra pareti e acqua in migliaia di geometrie. Si contendono lo spazio con i
pipistrelli che invece attendono sulla volta l'arrivo dell'oscurità. Anche loro sono legioni. Quando
alziamo lo sguardo verso la sommità della galleria, il riflesso dei loro occhi ci guarda. Oscillano
come lucciole inchiodate al soffitto. Un cielo stellato. A tratti infastiditi dalla nostra presenza
oscillano come un onda. Allora il soffitto sembra smontarsi e precipitare in un rombo di vento, ma
invece di cadere vola e si disperde in infinite macchie oscure che fuggono avanti nell'oscurità. Ieri,
quando siamo scesi per la prima volta nella grande galleria, dall'alto del pozzo spergiuravamo a noi
stessi di sentire il muggito del fiume: "Sento il rumore dell'acqua! Siamo nella galleria! Senti il
vento che risale!". Alla base nessun fiume, ma solo il vento di
migliaia di ali, capace di inondare una galleria alta quasi cento
metri, un turbine, di voci e movimenti. Oggi invece siamo sul
fiume vero, quello di acqua e schiuma che scende verso
Taniwell, verso il mare. Il fiume di Hatu Toi Siwa, il fiume
scavato dagli spiriti con nove colpi di Parang, nove colpi di
machete nella montagna. Uno dei luoghi d'origine dei Patasiwa
che oggi abitano Riring o Buria. Tre anni fa vidi per la prima
volta l'ingresso di questo fiume. Il punto dove il Sapalewa
decide di scomparire sottoterra. Cento anni fa allo stesso
ingresso si affacciò il colonnello Sachsse. Ne rimase
affascinato. Nelle sue parole, traspare un piacere quasi sensuale
Il fiume Sapalewa nel 1920
nel contemplare il rombo del fiume, che scompare precipitando
nel buio. Una voluttà mista ad un senso di repulsione e orrore. Incise il suo sguardo su una, due, tre
grandi lastre ricoperte di solfuro d'argento, non andò oltre e
tornò al suo lavoro di militare. Sedare le rivolte e pacificare
Seram sotto il dominio coloniale olandese. Mentre scendo verso
l'acqua, mi chiedo se anche lui si domandò cosa potesse esserci
dietro quella curva, la dove l'oscurità riempie la galleria.
Entrambe sappiamo benissimo ieri come oggi, dove finisca
questo fiume, dove esca nuovamente alla luce, eppure quei
chilometri di mistero e di oscurità che percorre sotto la
montagna sono riusciti a portarmi nuovamente in questo luogo.
Quei pochi chilometri di roccia e acqua sono sicuramente
potenti se sono riusciti a farci volare per dodicimila chilometri
e obbligarci a giocare qui il loro gioco. Tanti volte nel corso
Colonnello Sachse e la sua squadra di rilevamento 1915
degli anni, mentre esploravo grotte tra le montagne dei Lepini o
quelle della Sierra de Agalta, mi sono domandato quanto libera
e personale fosse la scelta di andare e tornare in un luogo, in
una determinata grotta, proseguendo fino all'assurdo quel
meandro piuttosto che quella strettoia. O se piuttosto fosse una
strana simbiosi: una relazione amorosa, un discorso reciproco
che una volta iniziato deve proseguire. Una specie di
turbolenza, una singolarità alla cui attrazione è difficile
sfuggire e che vuole essere percorsa. Se le grotte sono capaci di
agire e deformare in qualche modo la nostra volontà razionale,
forse alcune grotte lo sono più di altre o forse agiscono
L’ingresso del Sapalewa nel 1915
misteriose affinità elettive. Comunque funzioni, io da tre anni
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ho in mente le condizioni ed il modo per riuscire a percorrere quella manciata di chilometri di
oscurita e questa potrebbe essere la volta buona.

Il banco di rocce emerge appena dall'acqua,
non è proprio una spiaggia, ma è abbastanza
per ospitarci tutti e tre e fare il punto della
situazione. Grazie al traverso abbiamo
evitato la prima parte del fiume. L'acqua è
molta meno di tre anni fa. Allora stimammo
una creatura di oltre cinquanta metri cubi al
secondo che ruggiva scura tra le rocce. Oggi
al contrario qui appare brillante nei riflessi
verdi che si porta dietro dalla foresta.
L'acqua è trasparente, illuminando al
massimo in alcuni punti si vede il fondale.
Ma la sua calma è apparenza. Nella parte che abbiamo evitato, un poco più stretta, l'acqua salta e
muggisce. Qui s'intuiscono le linee della corrente, la sua forza, il suo peso. Qualche giorno fa, di
fuori abbiamo stimanto dieci, dodici metri cubi al secondo, meglio di tre anni fa per me che l'ho
visto cattivo. Per Fabio e Pacu che lo vedono per la prima volta è abbastanza grande anche così.
Davanti a noi una curva impedisce di sapere cosa ci aspetta tra qualche decina di metri. Di
traversare sull'altro lato non se ne parla. Inutile e pericoloso, l'altra sponda è verticale come quella
dove siamo e in più la corrente si concentra alla sua base. Non è più possibile usare trucchi per
evitare di bagnarci i piedi. Siamo sulla soglia tra due colonne: Finisterrae. Da qui in avanti si
giocherà con l'acqua. Siamo venuti qui per questo ed è ora di capire se siamo realmente capaci di
farlo. Considerato quanta montagna attraversa, il fiume potrebbe percorrere tre o quattro chilometri
prima di uscire sull'altro lato. Proprio pensando a centinaia di metri di tirolesi e traversi nell'acqua,
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avevo stimato che sarebbe stato necessario almeno un chilometro di corde. Purtroppo siamo
solamente in tre a giocare e una tale quantità di materiale non abbiamo potuto proprio permetterci di
portarlo.
***

L'acqua ha molte facce e possiede un carattere mutevole. Fredda, calda, chiara, invitante, fangosa,
silenziosa, spumeggiante, stagnante, profonda, vaporosa, pesante, lenta, veloce, sensuale, mortale,
sterminata, claustrofobica. Difficile chiuderla in una formula di tre lettere o in una parola di cinque.
In tre abbiamo un giubbotto salvagente e due mute. Oggi le mute sono rimaste al campo mentre a
tenere alto il morale del primo che andrà a tendere i traversi abbiamo solo il giubbotto. Sono
parecchi anni che ho in mente di confrontarmi con qualcosa del genere. Nuotare in grotta su fiumi o
laghi più o meno profondi è una cosa, ma nuotare con una corrente come questa è un altro paio di
maniche. Il problema non è tanto affogare, quanto riuscire a tornare indietro. Stiamo scendendo a
corrente, andare avanti è fin troppo facile, talmente facile che si rischia di non riuscire più a risalire
la galleria. Scherzando abbiamo pensato tante volte di andare avanti fino ad uscire dall'altra parte,
senza preoccuparsi di dover tornare indietro dalla grotta. Sull'altro lato l'ingresso esiste, l'abbiamo
visto. Ma se nel mezzo la grotta decidesse di sifonare? Oppure se una frana o una rapida più grande
ci sbarrasse la strada? A quel punto comincerebbero i problemi seri. Per ora non è tempo di tagliarci
i ponti alle spalle e le corde qui ci servono tutte per poter risalire la corrente, se stasera vogliamo
uscire. Il primo traverso lo provo io: me lo regalo come onere e onore allo stesso tempo. Ci saranno
occasioni per darsi il cambio e alternarsi nei numeri del circo acquatico. Svuotiamo i sacchi e
recuperiamo gli attacchi e la corda. Come ci si comporta per dare corda in un traverso acquatico?
Anche su questo al campo abbiamo ragionato, ma qui si tratta di fare esperienza provando e
sperando di non sbagliare troppo. Tutto quello che si poteva leggere al riguardo lo abbiamo letto,
eppure mentre mi metto il giubbotto c'è tutta la perplessità della prima volta. Troviamo un punto
comodo sulla scogliera e montiamo un mezzo paranco con carrucola e bloccante. L’idea è che Pacu
e Fabio possano darmi corda, ma all'occorrenza recuperarmi in modo efficace. Non sappiamo bene
quanto potrebbe tirare la corrente e quanta fatica potrebbero fare per tirarmi indietro in caso di
necessità. Con il tempo ho scoperto che quando mi capita di provare in grotta qualcosa di strano: un
sifone in apnea, una brutta frana o altre amenità, accelero i tempi in modo da ritrovarmi nel mezzo
del guado prima che i pensieri giochino a farmi cambiare idea. Siamo in tre sulla riva di questo
fiume, di fuori c'è solo foresta e nessuno ci aspetta o ci verrebbe a cercare se avessimo problemi.
Forse se vogliamo andare avanti non è il caso di pensarci troppo. Il tempo di provare la radio
montata sul casco, accendere al massimo la luce e sono già con l'acqua alla pancia. L'acqua è fresca
ma non fredda, sarà la tensione ma anche senza muta in maniche corte si sta bene. La corrente qui
ancora non si sente sono coperto dalle rocce. Comincio a camminare nell'acqua alta, due bracciate,
in alcuni punti si tocca ancora, procedo lungo il bordo della parete, fino a girare l'angolo. Il rumore
del fiume copre ormai completamente le nostre voci, le radio si dimostrano non solo utili ma
necessarie. Per ora sembra tutto molto facile, il timore cede il posto all'entusiasmo, almeno questo
passaggio è realmente facile, girato l'angolo a poche decine di metri vedo un banco di sabbia sulla
mia stessa sponda, lo posso raggiungere facilmente con qualche bracciata. Dico a Pacu di mollare la
corda e tra urla di entusiasmo gli faccio capire anche senza radio che per ora si esplora!

La spiaggia è bella, saremo a circa trecento metri dall'ingresso, la luce qui arriva a malapena. Una
volta fissata la corda gli altri arrivano comodamente seguendo il traverso. L'acqua attorno corre, ma
seguendo un filo sembra quasi di poterla domesticare. Gli strumenti ed i materiali ci seguono nei
sacchi stagni. Con questi primi traversi è andata via un altra corda da cinquanta metri. Ci resta una
lunga centocinquanta da otto millimetri. Con questa non riusciremo sicuramente ad uscire dall'altra
parte della montagna, ma forse riusciremo a fare abbastanza strada da immergersi nell'oscurità
totale. Davanti a noi il fiume procede enorme e dritto per almeno cinquanta sessanta metri.
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Illuminiamo al massimo con oltre mille lumen gli ambienti sempre enormi. Sul fondo si intravede a
destra una sponda, altre rocce a pelo dell'acqua, un posto forse buono per sbarcare. Un posto buono,
ma su quelle rocce bisogno arrivarci. Dietro di noi, sull'altra sponda il pilastro da cui precipitava il
ballatoio di destra. Alla sua base la corrente scorre rapida e poco invitante.

Questo primo piccolo successo sul fiume c'ha dato la spinta che ci serviva. C'è entusiasmo.
Attreziamo rapidamente un nuovo attacco per la corda di sicura. Pacu si mette il giubotto e si
prepara per questa nuova tirolese. Questa volta dovrà prima seguire il corso del fiume per alcune
decine di metri e quindi traversarlo sulla destra visto che sull’altro lato quel poco che si vede non
sembra molto invitante. Anche Pacu è impaziente di confrontarsi con l'acqua e riusciamo a
collezionare due false partenze. Mentre lui parte lanciato in stile libero io non riesco a stargli dietro
con la corda e trattenendolo finisce per descrivere un arco nel fiume che lo riporta verso la spiaggia.
La terza è quella buona. Corda praticamente libera lo vedo scomparire silenzioso e veloce verso il
fondo del fiume. Ogni tanto la radio gracchia qualcosa, per ora tutto bene. La luce si allontana
sempre di più, un puntino tra le rapide. Dalla spiaggia Fabio filma tutta la scena, per illuminare tutto
ci vorrebbero dei fari da stadio. Mi ritrovo a pensare come poteva essere questo posto la scorsa
volta, con cinque volte più acqua. Se adesso il rumore e assordante cosa poteva essere allora?
Sicuramente questa spiaggia non esisteva. Pacu intanto sul fondo della galleria ci comunica che ha
raggiunto le rocce e sta cercando un punto dove fissare la corda. Fabio decide di restare sulla
spiaggia, resteremo in contatto con lui via radio in caso di necessità. Recupero il materiale minimo,
la piccola macchina fotografica stagna, gli strumenti da rilievo e mi butto sulla tirolese. Assicurato
con la longe e tirandomi con la maniglia scendo rapido la corrente. Sono senza giubotto e la
differenza nel galleggiamento si sente. Il corpo trascinato dalla corrente scivola orizzontale, la
faccia nell'acqua, le mani si tirano lungo la corda, il respiro ritma attraverso il naso. La corda a
metà della tirolese si è impigliata sotto una lama di roccia. Devo cercare sotto l'acqua come
disincagliarla, altrimenti oltre a portarmi nella direzione sbagliata, rischia di rovinarsi molto
rapidamente. C'è acqua che corre tutto intorno a me, appena mi blocco per cercare sotto l'acqua il
punto devo si incastrata il corpo stesso fa da diga e crea un esplosione di onde e spruzzi. In un
attimo mi è chiaro come la corda tanto comoda per tornare indietro e traversare il fiume se finisce
incastrata nel posto sbagliato diventa una faccenda molto seria. La libero e proseguo fino alla
sponda. L'approdo non è male, la corda è fissata ad uno degli enormi tronchi che si ammucchiano
sulle rocce, la tendiamo al massimo per evitare che la corrente la trascini e la incastri nuovamente.
Sull'altro lato il fiume precipita in un imbuto attraverso una serie di rapide, attorno è solo schiuma
bianca e rumore. I tronchi attorno ci parlano di portate enormi che risalgono e sommergono queste
effimere rive trascinando con loro qualsiasi cosa. Ci guardiamo, guardiamo la nostra corda che
oscilla tesa sul pelo dell'acqua, siamo contenti che fuori sia sereno.
***
Oltre i tronchi accatastati, sopra i blocchi, la sponda sembra continuare. Tagliamo la corda che resta
e risaliamo un vero e proprio cimitero di enormi tronchi trasportati dalle piene. Più avanti il fiume
piega verso sinistra. La sponda dove siamo sembra essere quella giusta. Quando superiamo alberi di
oltre due metri di diametro portati venti o trenta metri sopra il livello del fiume cominciamo a capire
che le piene da queste parti devono essere qualcosa di mostruoso. La galleria qui è larga quasi trenta
metri e alta oltre sessanta: pensarla piena per metà di acqua ci sembra qualcosa di folle. Sopra di noi
la sala prosegue verso l'alto perdendosi nel buio tra blocchi e concrezioni. Da quassù possiamo
vedere la grande curva a gomito: lontano ad oltre centocinquanta metri si vede la luce di Fabio sulla
spiaggia, sull'altro lato il fiume prosegue nell'oscurità più totale. La sponda davanti a noi sembra il
pilastro di una smisurata cattedrale fatta di archi e volte. Quassù appollaiati sulla parete siamo due
puntini perduti nel frastuono. Passando alti abbiamo guadagnato diverse decine di metri, abbiamo
superato le rapide e adesso vediamo chiaramente l'altro ramo del fiume. Adesso dobbiamo scendere.
Davanti a noi il terrazzo dove stiamo camminando termina bruscamente e precipita di nuovo verso
69

il basso. Comunichiamo a Fabio che va tutto bene e che decidiamo di proseguire con gli ultimi
ottanta metri di corda. Radio e corda mi appaiono come fragili legami con l'esterno, piccoli trucchi
per ricordare la strada di casa. Troviamo un punto buono per scendere e fissiamo la corda. Saranno
una ventina di metri, frazioniamo su alcune lame e ci ritroviamo nuovamente sul fiume, appena
sopra il pelo dell'acqua. Sponde non ce ne sono, da qui ancora una volta non si cammina. Davanti,
ad una ventina di metri da noi nel mezzo dell'acqua, una catasta di tronchi enormi si alza tra rapide
e gorghi. In parte il fiume vi scorre in mezzo, in parte vi passa sotto. Siamo perplessi. Come questa
mattina, ci ritroviamo davanti a qualcosa di nuovo e imprevisto. Per proseguire dobbiamo
raggiungere quei tronchi e fare sosta sopra di loro. Ma come si sale al volo su una catasta di tronchi
in mezzo ad un fiume? Quando in Italia ragionavamo sui sistemi per traversare e raggiungere la riva
opposta avevamo provato di tutto. Dopo aver letto delle epiche epslorazioni in Nuova Britannia,
anche noi avevamo provato a costruirci arpioni e spara arpioni per lanciare la corda sull'altra riva.
Dai lanci a mano alle prove con la balestra avevamo passato diversi giorni cercando di mettere a
punto un sistema efficace. Purtroppo senza troppo successo. Forse ora un arpione da lanciare verso i
tronchi però avrebbe potuto funzionare e rimpiango di non avere con me almeno un rampino da
lanciare. Pacu ha ancora il giubbotto indossato e decide di provare. Attrezzo un punto di sicura e ci
prepariamo a questo nuovo bagno acrobatico. Scrutiamo l'acqua, cerchiamo di capire la forma della
corrente. Cominciamo a capire che il fiume possiede le sue geometrie e provare a capirle potrebbe
essere una buona idea. Davanti a noi, lungo la parete, una serie di turbolenze ci parlano di posti che
sarebbe meglio evitare. Rocce, curve, capi che si protendono, turbolenze, tronchi sommersi, banchi
di sabbia ed acque morte, compongono un mosaico di forme e volumi. Il fiume c'appare come un
disegno complesso, una ragnatela di forze in movimento immobile. Se vogliamo andare avanti
dobbiamo imparare le sue regole, dobbiamo imparare a vederlo e ad ascoltare le sue forze. Pacu
decide una traiettoria per raggiungere in diagonale i tronchi ed inizia a nuotare. Questa volta non
abbiamo le radio per comunicare. Non pensavamo di dividerci ed una è restata a Fabio. Solo nel
mezzo del fiume sono incerto sulla quantità di corda da dare. Se poca lo bloccherei nella spinta, se
troppa rischierebbe di finire incastrata in qualche tronco. Sono attimi in cui mi domando se non
sitamo esagerando, se non stiamo rischiando troppo. Se dovessi all'improvviso recuperarlo non sono
sicuro di cosa potrebbe succedere. Lo vedo nuotare tra la corrente verso i tronchi, cercare di
rallentare per evitare di essere trascinato avanti, afferra un ramo e si arrampica bloccandosi con le
gambe. Siamo ancora abbastanza vicini, forse una ventina di metri ci separano e riusciamo a
sentirci. E’ una situazione grottesca.

Appeso a testa in giù Pacu abbranca mani e piedi l'estremità di un enorme tronco. Sotto di lui
l'acqua turbina. Nel frastuono delle rapide ridiamo della situazione assurda, sperando che non
diventi grave. Entrambe con le luci al massimo della potenza riusciamo almeno ad avere abbastanza
chiaro il quadro della situazione. Distinguiamo chiaramente dove vogliamo andare ed i punti da
evitare, mentre nuotiamo possiamo programmare i metri successivi e prevedere cosa succederà. E'
un gioco abbastanza rapido da giocare e qualche secondo fa molta differenza. Mi ritrovo a pensare
alle esplorazioni fatte nelle grotte di Naré o Minye alla luce della carburo o di un paio di elettriche
buone per illuminare la cantina di casa. Se noi siamo smarriti ed

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intimoriti davanti a questa
dimensione liquida, alla sua
imprevedibilità, alla difficoltà
di decifrare la superficie,
distinguere il facile dal
pericoloso, il divertente dal
mortale, faccio fatica ad
immaginere cosa voglia dire
fare le stesse cose con un lume
capace di andare appena oltre il
proprio naso, Adesso comincio
a capire il timore e la paura
giustificata di quei primi
esploratori
davanti
alla
muraglia liquida. Noi non abbiamo rampini, mezzi scafi o altre diavoleria, ma per ora la luce ci
ripaga ampiamente. Il tempo di questi pensieri e Pacu riesce a risalire il tronco, si raddrizza è al
sicuro, nel bel mezzo del fiume su una catasta di tronchi, ma al sicuro. Ridiamo ed esultiamo da un
lato all'altro delle acque. Ci sembra ormai d'avere ingranato il verso giusto. Sappiamo già cosa fare;
recuperare tutta la corda avanzata, fissare la tirolese, chiudere bene il sacco stagno, tutto appare
ormai già quasi routine. Mi aggancio e mi lascio trasportare verso i tronchi. La corrente in alcuni
punti è forte, l'acqua è alta si galleggia, si è sballottati, forse senza la protezione della corda il fiume
riuscirebbe a spingermi sotto i tronchi, in quel caso potrebbe finire male. Monto anch'io a cavallo
dei tronchi, su quella che ormai è la diga dei castori. Siamo euforici. Il posto è quanto mai precario,
dobbiamo stare attenti a dove mettiamo ogni cosa. Tutto deve viaggiare sempre agganciato,
assicurato, legato. Rumore, buio e acqua lavorano per farci perdere ogni oggetto che abbiamo con
noi. Sacchi corde, moschettoni, un attimo di distrazione e tutto potrebbe finire nella corrente ed
essere trascinato via senza nessuna possibilità di recuperarlo. Dalla nostra postazione il fiume
davanti a noi si apre diritto. Scorre rapido e incassato. Ormai sappiamo riconoscere i segni della
corrente, le sue scie e le sue onde, e davanti a noi non c'aspettano acque calme. La corda comincia
a scarseggiare, ne restano forse una trentina di metri. Sulla sponda destra non troppo lontano
scorgiamo alcune rocce buone. E' ancora Pacu a tentare, ormai ha preso gusto al gioco, ci sentimo
tranquilli. Dopo l'arrivo sui tronchi non ci sembra di poterci stupire oltre. La corrente questa volta è
comoda e lo spinge facilmente sulla sponda. Abbiamo preso il ritmo, potremmo presuguire così fino
all'altro lato della montagna, potremmo andare avanti all'infinito, se solo non finissero le corde.
L'ultima che abbiamo basta appena per arrivare sulla sponda e bloccare la tirolese. Da un capo
all'altro ci urliamo per sovrastare il frastuono della corrente. Fortunatamente ci capiamo al volo
anche senza sentirci. Maniglia e longe e anch'io mi ritrovo sulla nuova sponda. La corrente attorno è
forte, qui il fiume sembra stringersi un poco. Ma è quel poco che basta renderlo ancora più cattivo.
Senza corda qui non si va da nessuna parte. Sulle pareti granchi e pesci gatto se ne stanno incuranti
di noi e della forza del fiume. Strisciano lungo le pareti, ogni tanto vengono presi da un turbine e
spostati un poco piu in la. Non ci sono dubbi che loro conoscano il fiume molto meglio di noi.
Andiamo avanti gli ultimi metri, ormai abbiamo in mano la fine della corda, davanti con il telemetro

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misuriamo oltre sessanta metri nella stessa direzione. Siamo lontani dall'uscita ma siamo entusiasti.
Quando siamo entrati questa mattina onestamente non speravamo potesse andare cosi bene. Poche
ore fa avevamo timore e paura di traversare, cercavamo ancora trucchi e sistemi per tenerci lontani
dall'acqua, mentre ora ci ritroviamo a urlare come matti tra la rapide. Ancora una volta ci stupiamo
di come cose luoghi ed esperienze sconosciute possano mutare d'aspetto e diventare rapidamente
familiari e accoglienti. Ad ogni sosta la frontiera si trasforma come per magia in una casa
accogliente, mentre l'ignoto e la paura sembrano fuggire in avanti nel buio. Ormai sono diverse ore
che abbiamo lasciato Fabio, il collegamento radio qui è difficile, per tranquillizzarlo dobbiamo
tornare al cimitero dei tronchi. Proviamo alcune riprese e qualche fotografia, ma mezzi e tempi non
giocano a nostro favore. Ci vengono in mente pose e riprese meravigliose che purtroppo non
riusciremo mai a fare. Mentre veniamo sbattuti dalla corrente mi vengono alla mente le immagini
che tante volte ho guardato con invidia: I quaranta ruggenti, Armageddon, Apocalypse Now,
l'Olandese volante. Nomi e luoghi spersi nel sottosuolo, posti battuti dall'acqua come mari in
tempesta, dove piccole figure appese al soffitto, o legate ad una tirolese testimoniavano tutta
l'inutile eppure grandiosa curiosità umana. Quella curiosità che spinge l'uomo ad esplorare e
percorrere luoghi sconosciuti. Penso a quelle immagini, le confronto mentalmente con il posto dove
siamo ora, con Pacu troviamo il tempo e la voglia di confrontarci, e con un pizzico d'orgoglio
giungiamo alla conclusione che si, siamo in un posto ed in una situazione in tutto e per tutto simile
a quei luoghi mitici che tante volte abbiamo sognato.
***

Al campo non abbiamo altre corde, oltre questo punto da qui non possiamo andare. E' ora quindi di
smontare la nostra effimera strada attraverso le onde. Le corde vengono via con noi. Forse se
avessimo dovuto lasciarle per diversi giorni sarebbe stato un problema. A pelo dell'acqua,
continuamente mosse dalla corrente, con molta probabiltià un modo per rovinarsi l'avrebbero
trovato. Allora sarebbe stato necessario fare tirolesi sospese, alte, fuori dall'acqua. Per oggi è andata
cosi. Con il disarmo faremo anche il rilievo. Tiri diritti di laser e telemetro, distanze da brivido prese
in una singola battuta. Mentre segno le misure e provo ad immaginare la forma della galleria penso
a quanta arroganza ci vuole per pensare di disegnare con poche linee un posto del genere. Forse un
luogo come questo sarebbe più adatto ad un pittore che ad un geometra. Qui c'è forza, potenza,
movimento, tutte cose che nel disegno scompariranno per lasciare spazio a vettori e quadretti.

Fino ad ora siamo andati spinti dalla corrente. Adesso è il momento di vedere se le corde lasciate
funzionano per tornare indietro, adesso è il momento di risalire la corrente. Monto la maniglia e
comincio a salire. La spingo avanti, la corda si tende, oscilla, rimbalza sopra e sotto l'acqua.
Capisco in fretta che le gambe non servono, muoverle è del tutto inutile, meglio lasciarle oscillare
libere alla corrente. La forza dell'acqua spinge il corpo orizzontale, che come una bandiera oscilla e
cerca di issarsi lungo la corda. Il croll non lo posso usare, troppo basso sul ventre mi spingerebbe
sotto, ma la maniglia da sola non basta. Non
resta che usare le mani. A tratti sembra
impossibile risalire: la massa d'acqua si mostra
con tutto il suo peso, te lo scarica addosso, ti
schiaccia. Non è come risalire un pozzo dove la
gravità è il nemico da vincere, qui è come
muoversi in un solido, compenetrarsi, scavarsi
una via in un altro elemento. Un elemento che
ha le sue regole. Risalire verso i tronchi si
dimostra più faticoso del previsto, sono venti o
trenta metri, ma sembrano lunghissimi.
Scopriamo subito di doverli percorrere a passi
72

molto brevi. Se provi a spostarti per tratti più lunghi, il corpo viene sopraffatto dall'acqua, spinto
sotto insieme alla corda, sembra muoversi come un aereo in picchiata verso il basso. Allora senza
accorgertene ti ritrovi con onde e marosi che ti sovrastano e la corda sembra diventare un ancora
che voglia trascinarti a fondo. Attorno nulla di solido, solo il buio. Scopriamo rapidamente come in
questi luoghi il confine fra divertimento e tragedia possa essere estremamente labile e sottile. Pochi
secondi possono bastare per passare dall'uno all'altra. Per risalire la corrente del tempo ci vuole
pazienza. Mentre mi muovo pochi centimentri alla volta, il corpo comincia a prendere le sembianze
di uno scafo, più che galleggiare, cabra spinto in alto dalla stessa corrente che vi scorre sotto. I
muscoli e gli arti lasciati liberi di oscillare alla corrente, mi trascino lungo la corda, strada, vettore e
unico punto di attrito utile. Qui la gravità non vale, qui valgono altre regole. La diga dei castori è
già un luogo famigliare, e già casa e quando vi approdo provo a fare alcune riprese. Probabilmente
non vedremo mai più questi luoghi. La loro vita è per noi quasi quella di un sogno. Dai tronchi solo
una breve tirolese ci separa dalla parete e dalla sponda solida. Li potremo comunicare con Fabio. Li
ormai ci sentiamo già fuori, in posti dove non può succederci niente. Scendo nell'acqua e nuoto
verso la sponda, seguo la corda, sono quasi arrivato, quando corda e corpo mi tirano verso il basso.
Pacu aveva visto un mulinello lungo questa parete, io non vi avevo fatto troppo caso. Ora con la
testa sotto l'acqua, le cose cambiano. L'impressione è buffa e straniante allo stesso tempo. Abbiamo
giocato fino ad ora, sono sorpreso, ormai una pericolosa sicurezza mi aveva fatto credere che non
pottesse succedere nulla. Eppure è un attimo; le onde si frangono controcorrente sopra di me, mi
sembra un tempo lunghissimo, durante il quale sento l'acqua, sopra la testa, sulla bocca, nel naso.
Non sono onde di mare, non hanno un ritmo a cui adattarsi, sono le onde di una corrente che scorre
da secoli. Se queste cominciano a passarmi sopra la testa ci prendono gusto e non smettono mica. Io
invece sotto l'acqua non ci posso restare per troppo tempo. Sono pensieri confusi e veloci allo stesso
tempo. Realizzo che nonostante sia attaccato alla corda se non mi invento qualcosa ci potrei anche
affogare attaccato alla corda. Se il gorgo è generato dalla vicinanza della parete, almeno la parete è
abbastanza vicina da potermi essere utile. Cosi lanciando una mano fuori dall'acqua trovo la parete
al suo posto, pronta a darmi un aiuto e un poco di attrito per tirarmi fuori dall'impiccio. Il tutto è
stato un attimo neanche una manciata di secondi. Sbuffo e tossisco, mi tiro avanti, ancora alcuni
metri e sono fuori. Se scendere ha le sue regole, il risalire ne ha altre tutte sue ed abbiamo appena
cominciato ad impararle.

Se le tirolesi sono le nostre verticali, i nostri pozzi, luoghi densi di forze e di sforzi ormai siamo in
vista dell'uscita penso mentre mi avvicino alla spiaggia dove Fabio ci aspetta. Pacu sta disarmando
dientro di me, io porto una corda appesa all'imbrago. Come trasportare i materiali nella corrente è
stato oggetto di lunga riflessione. Il sacco sulle spalle ti spinge verso il basso, ma anche appeso
sotto l'imbrago è rischioso. Se si dovesse incastrare nell'acqua sarebbero problemi seri. Non resta
che spingerlo sulla corda, mentre i materiali più piccoli li abbiamo appesi all'imbrago. Ma anche in
questo caso abbiamo ancora molto da imparare. In questa tirolese l’ultimo tratto è il peggiore, la
corrente tira e spinge, spingo avanti il sacco, al lato la corda oscilla e ruota. Pochi metri e l'acqua
diventa uno specchio calmo e tranquillo. Ormai si cammina. Esco sulla spiaggia spingo fuori il
sacco, cerco la corda che avevo appesa all'imbrago, ma non trovo nulla. Un attimo di smarrimento,
poi capisco che l'acqua deve aver aperto il moschettone trascinandola via. Pacu è sull'altro lato, gli
urlo che abbiamo perso la corda, nella vana speranza che vedendola passare possa recuperarla.
Senza radio è impossibile comunicare, riprovo due, tre volte, ormai è chiaro che la corda è andata.
Ormai sta già viaggiando lontano, avanti ad esplorare senza di noi le gallerie di questo fiume senza
stelle.

73

Fotografie

Meandro lungo la Via del Fiume: Sapalewa

Sosta sui tronchi durante una tirolese: Gallerie dei Salmoni del Sapalewa

La parte alta delle gallerie di Smeraldo

Grande arrivo nell’area di Mulua Satene: Sapalewa

Uovo di Casuario, nei pressi della omoniama dolina

Panorama verso la valle del Sapalewa dal Lapiez arido

Grotta di Hatusua

Ingresso di Hatuhuran

Salone iniziale della Gua Batu Sori

Grande arrivo nelle gallerie di Gambero Beach

L’ingresso del Way Hanoea

Le gallerie di Gambero Beach

Tirolese presso il Break Point

La corrente verso la cascata del Kraken

Il Break Point nel momento della congiunzione

74

75

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77

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79

80

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82

Gruppo

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84

85

Lista delle grotte esplorate:
Nell’isola di Seram attualmente si contano oltre cento cavità conosciuta ed in parte esplorate e
documentate. Questo primo embrione di catasto che stiamo provvedendo a curare e aggiornare,
risulta dall’intreccio dalle informazioni raccolte negli anni dalle differenti spedizioni che hanno
pubblicato i propri report. Allo stato attuale delle conoscenze nell’isola si apre la grotta più
profonda dell’arcipelago, Hatu Saka, con buone possibilità di approfondimento. Con l’esplorazione
del Sapalewa, attualmente la più lunga grotta dell’isola e uno dei fiumi sotterranei più grandi del
pianeta, la zona ha aumentato il suo valore come area carsica di primaria importanza. Le grotte
esplorate nella spedizione del 2015 si trovano tutte nell’area nord di west Seram con eccezione dei
sistemi di Hatuhuran e Hatusua che si sviluppano nei calcari corallini della costa sud di west Seram.
Tutte le posizioni sono state prese su base GPS, in datum WGS84 ed espresse in coordinate
chilometriche UTM ed in parte verificate con il confronto trigonometrico su base cartografica.
Nonostante alcuni punti siano stati presi più volte, a causa della copertura della foresta della
posizione spesso sotto parete nonché delle enormi dimesioni degli ingressi, è ragionevole aspettarsi
in alcuni casi un errore anche di alcune decine di metri. Le quote sono state prese sia con sistema
GPS che su base barometrica, tarando l’altimetro su punti noti. Nonostante queste ripetute
misurazioni si riscontra in alcuni casi una certa variabilità dell’ordine di 10-20 metri che obbliga a
tenere in considerazione un errore di questa entità. Durante i rilievi sono stati usati un longimetro
laser con portata 50 metri e un telemetro laser con portata massima 800 metri. Bussola e clinometro
Sunto con sensibilità 1°.

Sistema sapalewa – Hato Toi Siwa
Attualmente il sistema del Sapalewa conta nove ingressi per uno sviluppo rilevato di circa 3.7
chilometri su circa 4 di esplorato per un dislivello totale di circa 200 metri. Alcune diramazioni per
uno sviluppo di alcune centinaia di metri sono state esplorate ma non rilevate.
Sink-alto
Sink
Uscita nascosta
Antro dei pipistrelli
Gua kelelawar hijau
Pozzo alto
Ingresso dello pterodattilo
Uscita delle gallerie del leviatano
Uscita attiva spring
Pozzo al fondo del casuario

q.344
q.280
q.330
q.360
q.413
q.430
q.300
q.300
q.220
q.360

52M
52M
52M
52M
52M
52M
52M
52M
52M
52M

441299
441213
441151
441052
440989
440950
440838
440058
440018
440882

9676886
9676876
9676924
9676819
9676958
9676880
9676923
9677860
9677956
9676890

Inesplorato
86

Grotte nell’area della megadolina del Casuario:
Questi ingressi si aprono nell’area sovrastante il Sapalewa e fanno morfologicamente parte del
sistema sebbene attualmente siano isolate come monconi fossili. Tra queste il sistema delle gallerie
del Cobra di Pietra è attualmente quello più sviluppato. Solo parzialmente esplorato questo insieme
di gallerie presenta almeno quattro ingressi per uno sviluppo totale di oltre 400 metri su un
dislivello di 80 metri circa.
Grotta del cobra di pietra
Uscita I° del cobra di pietra
Uscita II° del cobra di pietra
Entrata alta del Sapalewa(1)

q.480 52M
q.460 52M
q.450 52M
q.530 52M

440586
440627
440679
440507

9676710
9676754
9676999
9676726

(1)Enorme portale di dimensioni sapalewa che scende di oltre cinquanta metri per cento di sviluppo
solo vista soffia mostruosamente. Pacu entrando dal cobra di pietra dice di essere arrivato sotto
questo ingresso, che quindi sarebbe un sistema di quattro ingressi collegati tra loro che sbucano in
parete. Questo spiegherebbe il vento. E’ stata però solo vista in modo estremamente veloce e non
rilevata. Non è da escludere un possibile collegamento con l’attivo sottostante. In ogni caso è parte
storica del sistema.

Sempre nella dolina si aprono altre due cavità:
Gua Batu Sori

q.422 52M 440692

9676736

200 +15 -10

Grotta fossile, conosciuta da tutti, posta a fianco dell’antica strada olandese, composta da una serie
di grandi sale riccamente concrezionate probabilmente si tratta di un moncone dell’antico corso del
fiume. Nella grotta si trovano numerose incisioni di varia età. Alcune sicuramente antiche.
Gua cepet cepet

q.414 52M

440743

9676975

70 -8

Grotta fossile simile alla Batu Sori, ma piu piccola. Confrontando i rilievi si sviluppa quasi sulla
verticale di uno dei grandi arrivi presenti nella galleria del Sapalewa.

Ingressi in quota non esplorati. Nell’area di montagna sovrastante sono identificati ma non
esplorati una serie di ingressi probabilmente in relazione con il sistema.
Ingresso alto da raggiungere
Valle perduta
Seconda valle perduta
Gua Patune

q.570
q.?
q.570?
q.440

52M 440399
52M 440189
52M 440269
52M 439775

9676873
9676746
9677092
9677227

88 -35

Entrambe le valli perdute si presentano dall’alto come strutture a forra con pareti verticali molto
profonde, la prima sembra essere chiusa, mentre la seconda è un circo aperto verso valle. Piu che
fratture sembrano essere tracce di un passato corso fluviale a forra del sapalewa.
87

Nell’area del Way Hanoea sono state esplorate due cavità: la risorgente attiva del fiume e l’uscita
fossile. Se la prima termina su sifone, la seconda è ancora inesplorata. Segnalata inoltre una cavità
non raggiunta.
Gua Way Hanoea 1
Gua Hanoea spring
Gua Natale

q.245 52 M 425886
q.80 52 M 425978
q.350 52 M 425561

9680353
9680314
9681026

>400 >+50 continua
60
0
inesplorata

Sempre nell’area costiera di west Seram, per completezza d’informazione sono da aggiungere le
cavità scoperte ed in parte esplorate durante la spedizione del 2012 tra i coni di Hatu Kasieh e Hatu
Patola, nei pressi del villaggio di Kasieh. Questa zona per quanto minore merita sicuramente un
approfondimento.
Gua Hatu Patola
Gua Toke – Hatu Kasieh
Gua Puhon – Hatu Kasieh
Gua Tana – Hatu Kasieh

q.248 52M
q.90 52M
q.62 52M
q.63 52M

453009
449306
449143
449100

9684232
9683982
9684038
9684045

80 -30
10
63 250

-10

Sulla costa sud di west Seram sono presenti una serie di piccole bancate di calcari corallini del
quaternario. In queste bancate si sviluppano una serie di piccole cavità, attualmente di scarso
sviluppo. Alcune di queste sono ricordate in bibliografia come importanti siti archeologici
identificati e studiati dagli anni ’70 del secolo scorso. In particolare rivestono importanza per lo
studio etnoarcheologico dell’industria ceramica e delle rotte commerciali che hanno interessato
Seram in una prospettiva storica, i complessi di Hatusua e Hatuhuran (Sprigg; Latinis). Il
complesso delle grotte di Hatuhuran, si sviluppa nella bancata di calcare corallino che ricopre
l’omonimo capo e tutta l’area costiera almeno fino ad Hatusua. Secondo le descrizioni in
bibliografia dovrebbe essere costituita da diversi ingressi, quello a cui si riferisce il punto è
composto da una grande galleria a meandro, largo circa tre metri, alto sei-sette, che scende per una
trentina di metri fino ad una zona allagata composta da una grande sala e alcuni diverticoli.
Sviluppo circa cinquanta metri. Il sito di Hatusua si sviluppa con una serie d’ingressi e
concamerazioni che si aprono sulla bancata di calcare corallino. Abbiamo contato almeno cinquesei ingressi su un fronte di circa cento metri. Almeno uno si sviluppa apparentemente come una
antica risorgenza con una galleria che prosegue non esplorata. L’ambiente si presta bene ai rettili in
quanto realmente pieno di animali: granchi, paguri anche di grandi dimensioni, rane ecc. lo sviluppo
supera i cinquanta metri.

Complesso delle grotte di Hatu Huran q.10 52M 426052
Complesso delle grotte di Hatu Sua
q.17 52M 426106

9631902
9632757

50
>50

-10
+2

88

Ulate Ina: storia e cultura nella valle del Sapalewa
Seram, la più grande delle isole
delle Molucche si trova da sempre
immersa in una aura di mistero.
Scarsamente popolata e marcata da
imponenti catene montuose è restata
relativamente marginale e inesplorata
durante buona parte dell’occupazione
coloniale olandese. Ancora oggi
Seram appare più come un luogo
dell’immaginazione piuttosto che un
luogo fisico6. Nonostante si trovi a
poche ore di barca dalla capitale
regionale Ambon, le sue montagne
sono immaginate come popolate di spiriti e fantasmi (Valeri 2000). Gli Ambonesi parlano della loro
grande e montuosa vicina, con un misto di rispetto e paura (Bartels 1977, 1994). Secondo la
tradizione, è definita come Nusa Ina, ovvero l’Isola Madre. Luogo d’origine e sorgente dell’adat le
pratiche e le leggi consuetudinarie capaci di regolare la vita sociale e le alleanze. Una narrazione
degli Alune, raccolta dall’etnografo Adolf Jensen a Riring negli anni ’30 del secolo scorso, racconta
come nel passato Seram insieme a Ambon e alle altre isole vicine di Saparua, Haruku e Nusalaut,
formasse una sola isola dove la guerra era continua. Cosi gli abitanti di Ambon decisero di tagliare
una parte di terra, la legarono con capelli umani e la trascinarono fino a dove si trova attualmente.
Più tardi anche quelli di Saparua, Haruku e Nusalaut fecero lo stesso separandosi dall’isola madre,
ma riconoscendo tutti come una volta fossero parte di Seram e come tutti fossero discendenti da una
unica umanità originata dall’isola stessa (Jensen 1939). A causa della sua reputazione di
inaccessibilità, Seram è stata per secoli rifugio di comunità di pirati, dissidenti e gruppi separatisti
provenienti dalle isole vicine. Mercanti e immigrati da Sulawesi e Giava si insediarono lungo le sue
coste. In tempi precoloniali, West Seram era una zona scarsamente popolata, localizzata alla
periferia delle grandi rotte commerciali controllate dai sultanati delle Molucche settentrionali7.
Anche la tradizione orale dei popoli Alune e Wemale, che ancora occupano le highland occidentali,
ricordano numerosi movimenti di popolazione legati a malattie o guerre. Questo stato di cose ha
giustificato le campagne militari di pacificazione e la riconfigurazione amministrativa che ebbe
luogo all’inizio del 20° secolo (Sachse 1907, 1922) ed è continuata anche durante l’epoca post
coloniale. Come risultato di questo complesso stato di cose, la regione ha sperimentato grandi
cambiamenti di potere e controllo durante gli ultimi cento anni. Le ultime quattro o cinque
generazioni di abitanti hanno sperimentato uno stato di guerra, guerriglia, attività militari e
occupazione, nonché una drastica modernizzazione e le controverse politiche di riallocazione. In
questa prospettiva, i gruppi che vivono nell’interno, raramente riescono a tracciare una propria
storia che vada oltre i cento anni. Fino a tempi recenti, i gruppi insediati nelle montagna erano
6

Sede del Nunusaka Seram evoca l’immagine di luogo misterioso, fonte di vita e di fertilità. Questo nonostante l’isola si ponga da sempre sulle rotte
di commercio dell’arcipelago capaci di collegare la Cina con la Nuova Guinea da tempi immemorabili. Rotte commerciali di cui si hanno tracce tanto
archeologiche quanto narrative nei miti e nei ritrovamenti di merci e di mercanzie cinesi che entrano nell’economia rituale non solo degli abitanti
della costa, ma anche delle montagne sotto forma di piatti e porcellane cinesi, gong o altro pagati come prezzo delle spose o per altre funzioni. Le
Molucche diventano nei racconti arabi di Simbad La terra delle molte cose: “Jazirat al Mulk”
7
Almeno fino dal 14°secolo I sultanati di Ternate Bacan e Tidore stabilirono alleanze con i gruppi costieri nel nord e nel sud. Anche la porte
occidentale di Seram finì in queste rotte commerciali come piccoli produttori di chiodi di garofano, principalmente nella penisola di Huamual e come
esportatori di sago. Nella prima metà del 17° secolo, Luhu, vassallo di Tidore a Huamual, divenne un importante centro commerciale e produttore di
chiodi di garofano. Tra il 17° ed il 19° secolo l’intervento della Compagnia delle Indie Orientali (VOC) e la seguente riorganizzazione ad opera del
potere coloniale cambierà progressivamente la situazione sulle coste di Seram, anche se le zone montuose della parte occidentale e centrale rimasero
isolate e politicamente indipendenti fino alla fine del 19°secolo. In questo periodo le prime notizie parlano della progressiva perdita di autonomia e
dei cambiamenti di alleanze di alcune comunità. Un rapporto quello tra insediamenti costieri e interni, da sempre legato da relazioni commerciali, ma
allo stesso tempo ricco di tensioni, in un continuo stato di guerra a bassa intensità.

89

La posizione della montagna di Ulate Ina presso le sorgenti del
Sapalewa, come disegnata in una carta di inizio ‘900.

essenzialmente
basati
sulla
coltivazione di orti in foresta,
caccia e raccolta dei prodotti
spontanei e intrattenevano scambi
commerciali a corto raggio con
gli insediamenti costieri. Le
diverse popolazioni sulla fascia
costiera erano invece impegnati
in agricoltura sedentaria, pesca,
commerci
o
legate
all’amministrazione
militare.
Sotto l’influsso delle migrazioni,
la popolazione costiera si costituì
come
una
maggioranza
mussulmana, con alcuni insediamenti cristiani, mentre gli abitanti dell’interno furono
progressivamente convertiti dalle missioni protestanti olandesi-ambonesi che penetrarono
all’interno all’inizio del 20° secolo. Seram è attualmente divisa in tre unità amministrative, West,
Central and East Seram. L’area di West Seram8, comprende praticamente una regione che in passato
si autodefiniva Wele Telu Batai, ovvero Le valli dei tre grandi fiumi (Boulan 1999 p.157-161). Wele
Telu Batai prende infatti il suo nome dai tre fiumi che si dipartono da Ulateina la montagna madre
(ulate: montagna; ina: mother), un area montuosa centrale nella parte occidentale dell’isola. Il
fiume Eti scorre verso ovest dall’area centrale verso il mare, il Tala verso sud, mentre il Sapalewa
scorre verso la costa nord. Il confine tradizionale orientale di Wele Telu Batai, corrisponde
all’antica divisione dell’isola tra gruppi che si definiscono Patasiwa (gruppi di nove) che abitano
l’area occidentale, e quelli che si definiscono Patalima (gruppi di cinque) ad oriente (Tavern 1918)9.
Gli abitanti delle aree interne di west seram storicamente si definiscono Siwa neri, (Patasiwa
Hitam), tra loro in passato legati attraverso l’appartenenza ad una società segreta maschile il
Kakehan (Sachse 1922; p.109), mentre gli insediamenti costieri si definivano Siwa Bianchi
(Patasiwa Putih). A loro volta gli abitanti delle montagne di Wele Telu si dividono ancora oggi in
due gruppi linguistici: gli Wemale ad est e gli Alune ad ovest. In questa complessa segmentazione
in particolare le grandi vallate dei fiumi hanno da sempre costituito una unità di riferimento sociale
importante, definite come batai10. Fino all’inizio del 20° secolo, nelle montagne era frequente uno
stato di guerra a bassa intensità, legato anche alla pratica della caccia delle teste. In questa
complessa situazione identitaria in un clima di reciproco sospetto caratterizzato da complesse
alleanze a geometria variabile, s’inserisce la percezione ancora oggi attiva, di una comune origine e
8
La reggenza occidentale di Seram, copre un area di 85,953 km2, comprendendo 79,005 km2 di mare e 6948 km2 di terra. La popolazione totale è
178.020 abitanti. L’area è localizzata tra 2°55’ e 3°30’ di latitudine sud e 127°55’ di longitudine est. Confina con il mare di Seram a nord ed il mare di
Banda a sud. La reggenza di Maluku centrale fa da confine est, mentre il mare di Buru funge da confine occidentale. L’amministrazione centrale è
localizzata nella città di Piru il cui nome antico è Hatu Telu, ovvero Tre pietre. Durante il periodo coloniale Piru è stato il centro delle forze militari
olandesi per l’intera isola. Seram occidentale è composta da 11 sottodistretti: Kairatu, Seram Barat, Taniwel, Huamual, Belakang (Waisala), Amalatu,
Inamosol, Kairatu Barat, Huamual, Kepulauan Manipa, Taniwel Timur e Elpaputih. Questa zona è storicamente famosa per la guerra di Huamual,
durante la quale gli abitanti della penisola di Huamual, combatterono per cercare di cacciare gli invasori europei in una lunga guerra tra il 1631 ed il
1655. Fino all’inizio del 1600, prima dell’arrivo degli europei, la parte occidentale di Seram era una colonia del Sultanato di Ternate e centro di
commercio delle spezie. Alberi di chiodi di garofano erano stati piantati dal sultano di Ternate a Huamual, Hiti e Buru. Durante il periodo olandese, le
piantagioni di Huamual furono distrutte e ripiantate nelle isole di Saparua, Haruku e Ambon in modo da mantenere il monopolio e garantirsi allo
stesso tempo la produzione da inviare sui mercati europei. Dal 16° secolo, mercanti portoghesi e spagnoli e più tardi olandesi e inglesi nel 17° e 18°
secolo, arrivarono in queste isole alla ricerca di spezie, principalmente chiodi di garofano e noce moscata. Volendo monopolizzare il commercio di
queste spezie, gli olandesi della Compagnia delle Indie (VOC) che successero ai primi colonizzatori, mantennero il controllo ed il dominio dei
territori e delle rotte commerciali attraverso le Molucche per oltre 350 anni. Prima dell’indipendenza dell’Indonesia, Piru è stato il centro delle forze
militari olandesi. Per questo motivo la città si è sviluppata come centro del governo locale. Anche il vicino villaggio di Riring sulle montagne nella
valle del Sapalewa, lungo la strada che collegava Piru con la costa nord di Taniwel è stato un ampiamente frequentato come luogo di svago durante il
dominio olandese. Questo spiega facilmente perchè dopo le ultime guerre di resistenza e rivolte avvenute all’inizio del ‘900, Riring sia stato scelto
come base per le ricerche eseguite nel 1937-38 dalla famosa spedizione Frobenius durante la quale l’etnografo Adolf Jensen raccolse la grande
quantità di materiale orale sulla mitologia Alune.
9
Una divisione sociale abbastanza complessa attualmente ancora attiva e riconosciuta come tale. Questo confine è stato mantenuto anche durante
l’amministrazione coloniale.
10
Al giorno d’oggi i tre subdistretti amministrativi i Kecamatan di Seram Barat, Kairatu e Taniwel, corrispondono ampiamente alla tradizionale
divisione politica di questi tre batai, ognuno dei quali raggruppa gli insediamenti montani e costieri di ogni valle. Nelle highlands, la moderna desa
corrisponde alla tradizionale unità territoriale dell’hena, alcune delle quali hanno potere rituale o politico nella batai della propria vallata.

90

di una fratellanza di fondo che permetta di limitare la frammentazione o unirsi davanti ad un nemico
comune. L’idea di una origine comune si cala quindi nello spazio e nel territorio, legandosi
strettamente con l’immagine della montagna madre centrale – Ulateina- e dell’albero cosmico di
Banjan che vi cresce: il Nunusaku. Una percezione questa che si spande su tutta west Seram
coinvolgendo anche gli insediamenti costieri. Secondo questa tradizione Seram, è l’isola madre
proprio in quanto sede del Nunusaku, l’invisibile e gigantesco albero di Banjan, da cui discende
l’intera umanità che si pone a centro metafisico dell’intera regione. Albero che cresce sulla
montagna di Ulate Ima proprio alle sorgenti dei tre fiumi che definiscono Wele Telu. Il Nunusaku
che allunga i suoi rami fino al cielo (Lanite) mentre le sue radici affondano nella Terra (Tapele), è
quindi considerato anche la sorgente dei tre fiumi. Questa sorta di albero cosmico è quindi percepito
come capace di estendersi sulle tre differenti vallate (batai) abbracciando e legando a se la totalità
degli abitanti. “Nunusaku sama ite”: il Nunusaku ci ha distribuito. “Sama ite Wele Telu”: nelle
valle dei tre fiumi. Questo definisce quindi anche le periodiche assemblee degli anziani chiamate
Nili (Boulan 1999, 162). Questa organizzazione federative, ha permesso e permette in parte ancora
oggi le relazioni in una società fortemente eterogenea. Nili Ela, anche chiamata Saniri Ela (Sachse
1922; pp.137-138: Boulan 1998; pp.71-87), la grande assemblea di Wele Telu Batai, appare una
istituzione complessa, che ha attraversato tutto il periodo coloniale mutando anche profondamente
(Knaap 1993) le sue strutture proprio in relazione e rispetto alla presenza olandese (Boulan 1998;
pp.29-68). Una struttura che però ha tramato l’identità e la percezione del territorio e dei suoi
abitanti. Abolita in teoria dal governo olandese nel 1914, ha continuato ad operare in segreto
almeno fino alla metà del 20° secolo e per la regione del Sapalewa almeno fino al 1950 (Boulan
1998; p.71). Una struttura assembleare che riunisce e costruisce le differenti identità, creando di
volta in volta identità collettive legata alla vallata o all’intera regione, e che possiede una sua rete di
dignitari e luoghi preposti alle assemblee. In questa complessa relazione tra territorio e identità lo
spazio si carica di valenze e significati complessi ed in continua mutazione, costruendosi come una
topografia mitico rituale in cui i luoghi delle origini s’incarnano in spazi reali (Boulan 1998; pp.91131). Sebbene l’area di Ulate Ina non sia propriamente una zona carsica, la complessa geologia
della zona, fa si che tutti i fiumi che si dipartono da quella zona incontrino aree interessate dal
carsismo. Fenomeni a volte maestosi che non sono passati inosservati nel corso dei secoli ma che al
contrario hanno assunto un ruolo e un significato ben preciso nella vita sociale e culturale di chi vi
abitava. E’ il caso proprio del grande traforo del fiume
Sapalewa con i vicini villaggi di Buria, Riring e Lowe
Sapalewa, area cosi importante nella struttura delle alleanze
nonché della resistenza alla regola coloniale (Sachse 1922).
Qui dove nel 191411 abbiamo l’ultimo dei tentativi di
ribellione alle sempre più stringenti regole amministrative
imposte dall’amministrazione coloniale, proprio il
colonnello Sachse12, inviato per reprimere queste rivolte,

11
La proibizione del Kakhian diventa la miccia per l’ultima grande ribellione delle valli del Sapalewa e dell’Eti nel 1914 -16 (Boulan 1998, p.59)
12
In particolare per Sachse è proprio il Kakian da eliminare in quanto capace di operare una efficace alleanza e resistenza al dominio olandese nelle
highlands di Wele Telu Batai. Viene infatti considerato il motore delle rivolte nonché barbaro legame con la caccia alle teste che mette in pericolo
anche gli insediamenti costieri. Proprio tra i due libri scritti da Sachse (1907-1922) le cose cambiano da uno stato di non controllo dell’area in
particolare del Sapalewa e di Buria e degli altri villaggi della zona ad una situazione di totale controllo e sottomissione. Da un controllo periferico
della costa proprio su indicazione dell’allora tenente Sachse nel 1904 si passa ad una politica di controllo totale dell’interno con la creazione di
pattuglie, vie, avamposti e brigate incaricate di presidiare le montagne. Ottenuto l’insediamento militare a Piru, Sachse marcia lungo il fiume Eti e
quindi il Tala, raggiungendo l’area delle sorgenti del Sapalewa e quindi intercettando le piste per Buria che si trova progressivamente ad essere
accerchiata. La valle del Sapalewa da fortezza si trasforma in prigione e trappola. Una volta controllate le piste e gli insediamenti la supremazia sulla
resistenza Alune, diventa facile. La prima campagna di Sachse è del 1904 funziona ed è punitiva contro i villaggi Rumsual e Buria, in seguito la sua
visione non è appoggiata dall’amministrazione e porta alla sua sostituzione per alcuni anni. La rimozione delle guarnigioni porta ad una nuova
autonomia dei villaggi, che pochi anni dopo riporta Sachse ed i suoi metodi al potere portando le sue pattuglie a percorrere e perlustrare Wele Telu da
nord a sud.Dopo le rivolte del 1914-16, (Sachse 1922 pp.184-191) terminate probabilmente anche in relazione all’arrivo delle terribili epidemie di
influenza spagnola, l’isola è considerata definitivamente pacificata ed hanno quindi inizio le grandi campagne cartografiche e geologiche che
porteranno alla creazione delle carte topografiche in scala 1:100.000 (1917-19) nonché della cartografia geologica ad opera di Rutten (1917-1918) e
del censimento dei trafori stessi, poi riportati da Sachse nel suo libro del 1922, testimoniando purtroppo una relazione diretta tra conoscenza
geografica e dominio coloniale.

91

registra un mito di fondazione della
grotta stessa che si lega strettamente
all’identità Pata Siwa e ai luoghi
d’origine dei villaggi:
“Nei tempi antichi la valle del fiume
Sapalewa formava un grande lago. La
montagna di Toi Siwa aveva tagliato il
suo corso impedendo all'acqua di
arrivare al mare. In cima a questa
grande roccia era posta un tempo
lontano l'antico paese di Taniwel. Un
giorno gli abitanti sentirono un rumore
provenire dalle profondità del lago. Era come un ripetuto bussare, un verso come di trapano e sega,
e con sgomento videro il livello dell'acqua che aumentava rapidamente. Quando ormai il villaggio
era minacciato dall'acqua, decisero di fare un offerta. Sacrificarono nel lago un pollo, poi un cane
e infine un maiale per placare la rabbia degli spiriti. Ma questi animali ogni volta tornavano
indietro; gli spiriti sembravano non accontentarsi di queste offerte. Volevano di più. Allora decisero
di offrire e sacrificare una anziana donna e la condussero all'acqua. Ma anche la vecchia ritornò
dal lago. Ma questa volta la donna raccontò che gli spiriti chiedevano uno scalpello con il quale
avrebbero potuto scavare la roccia e far passare l'acqua. Gli abitanti del villaggio decisero allora
di gettare un parang (machete) nelle acque del lago. Poco dopo si udirono provenire dalle
profondità della montagna nove scoppi fragorosi e allora lo specchio del lago cadde nelle
profondità per scomparire per sempre. Il Sapalewa aveva scavato una via d'uscita attraverso Toi
Siwa. Con il passare del tempo, l'antico luogo dove sorgeva il paese è stato abbandonato e una
parte dei suoi abitanti hanno deciso di vivere a Riring dove si trovano ancora oggi, mentre i
restanti si spostarono verso il mare dove ancora oggi si trova Taniwel. Nel luogo dove prima si
trovava il lago, adesso si apriva una grande grotta, li in una cavità tra le rocce gli abitanti
trovarono un Serasa Mangkok un bracciale, e una ciotola, dono degli spiriti agli abitanti, che
ancora oggi li conservano e li hanno sotto la loro protezione.(Sachse 1922, 27)”13
L’Hatu, la montagna di Toi Siwa, la grande roccia tabulare che con la sua presenza apparentemente
estranea si staglia ed emerge nel paesaggio, diventa il punto d’origine dei Pata Siwa che abitano la
valle del basso Sapalewa, mentre
gli spiriti stessi colpiscono la
roccia nove volte per aprire un via
verso la costa. Il toponimo Toi
Siwa, che si ritrova attestato
almeno dalla metà ‘800 si pone
quindi come uno dei molteplici
luoghi mitici di fondazione
cosmologica di una umanità che
migra e si spande dalla sorgente di
Ulate Ina14. La grande roccia,
ostacolo imprevisto sul corso del
fiume sembra somigliare su scala
differente alle Astane. Le pietra di
Sopra – Gua Batu sori, incisioni geometriche sulle concrezioni
In alto – Dignitari del Saniri del Sapalewa – Taniwel – inizio ‘900
fondazione
che
trovano
Pagina seguente – Gua Batu sori, incisioni, scritte e antropomorfo

13

Traduzione dell’autore
Hatu Toi Siwa è uno dei luogo dei canti dei Siwa. Uno dei luoghi da cui i PataSiwa discendono: dalle cime del BuiBui dalle montagne, dalle
sorgenti, verso le valli. Luogo donato da Samai l’antenato proveniente da Ulate Ima e Manusa, ai PataSiwa distribuiti lungo il corso del Sapalewa ed
in particolare agli Alune. Nei pressi di Manusa lungo il Sapalewa esiste anche un Metu Siwa, luogo delle nove porte, sotto forma di una formazione
rocciosa nei pressi del fiume, forse degli archi o qualcosa del genere.

14

92

storicamente spazio in ogni villaggio. Pietre sacrali, trasportate dagli antenati15, estranee al contesto,
poste proprio nella loro alterità a fondazione dell’abitato. Elementi di un megalitismo diffuso in
tutto l’arcipelago che fa del rapporto con la pietra e la sua manipolazione un tratto fondante
dell’umano. Una topografia ancora tutta da esplorare tanto nei suoi aspetti storici quanto in quelli
contemporanei ma che non può non aver avuto relazione e rapporti con i molti aspetti del carsismo
e delle sue manifestazioni. In questa prospettiva, tra le numerose grotte minori presenti nell’area
esplorata, in molti casi usate come ripari durante le spedizioni di caccia, spicca in particolare la
grotta di Batu Sori. Conosciuta da tutti gli abitanti della vallata, la grotta, costituita da una serie di
grandi sale fossili, si presenta in buona parte ricoperta di incisioni di vario tipo ed epoca scolpite
sulle grandi concrezioni fossili. La grotta, che allo stato attuale appare sconosciuta in bibliografia, si
presenta come un sito estremamente interessante, testimone di una lunga continuità di
frequentazione. Se la sua ubicazione sul tracciato dell’antica strada olandese che percorreva la
vallata del Sapalewa, l’ha sicuramente resa un punto di passaggio in anni recenti, come
testimoniano le molte scritte in caratteri latini in cui si leggono numerosi nomi, allo stesso tempo
sono presenti motivi e disegni difficili da identificare e datare. La stessa datazione della strada che
vi passa accanto, costituita da una grandi massicciata di pietre a secco non è chiara. Facendo
riferimento alle descrizioni di Sachse, potrebbe trattarsi di una delle opere messe in atto all’inizio
del 20° secolo per mettere in campo un maggiore controllo da parte olandese sull’interno
dell’isola16(Sachse 1922; p.27, pp.131-132: Boulan 1998; p.55). Infrastrutture che diventarono la
base per le operazioni militari di controllo e riorganizzazione dei villaggi. Nelle incisioni presenti in
grotta si distinguono chiaramente differenti orizzonti temporali: accanto a grafie e stili forse di fine
‘800 in cui si riconoscono i nomi probabilmente di funzionari, esploratori o militari, si individuano
numerosi motivi geometrici incisi con strumenti metallici, probabilmente parang. Se alcuni
ricordano le modalità di segnare i percorsi e le piste sugli alberi, altri sembrano tracciare anche
disegni più complessi.
Purtroppo proprio questi
ultimi appaiono essere
stati incisi su crostoni
stalagmitici fossili, in
avanzato
stato
di
disfacimento. In molti
casi ormai i disegni sono
ridotti in frammenti.
Questo porta a pensare
che si possa trattare di
incisioni
decisamente
più antiche della altre,
anche
se
ormai
purtroppo quasi perdute.
La stessa evoluzione
della grotta che negli
ultimi
secoli
è
15

Gli antenati s’incarnano nel paesaggio attraverso le proprie impronte e tracce lasciate nel cammino verso il presente. Hatu Toi Siwa è uno di questi
luoghi. Una topogenia che diviene viaggio mitico rituale: La’wai ovvero memoria dei luoghi. Anche le cime BouBou sono luoghi di celebrazione del
cammino degli antenati che si dipartono dalle sorgenti cosi forse come la grotta Gua Latale, nonché l’area di Nuniali e della sua cascata presso la
costa. Tutto il paesaggio di Wele Telu è imbevuto di topogenia identitaria e come tale esprime forse il più forte dei legami tra luoghi e abitanti che
proprio l’idea di geoparco vuole promuovere e proteggere.
16
Sachse parla di 700 chilometri di strade costruite tra il 1907 ed il 1909 attraverso il lavoro obbligato dei villaggi. Negli stessi anni si procede ad
una sistematica requisizione delle armi. Uno stato di soggiogazione propedeutico alle campagne di tassazione individuale, vaccinazione ecc. in un
progressivo e sempre più intrusivo dominio. Nel 1910 west Seram viene dichiarata pacificata aprendo la via ad insegnanti e predicatori. A causa della
sua posizione remota l’area del Sapalewa sarà l’ultima a cadere sotto il controllo coloniale. Ma anche qui nel 1910 gli effetti dei cambiamenti sono
evidenti: Roumasal riallocata vicino a Riring, Buria ricostruita vicino alla nuova strada, posti di bivacco per le guarnigioni sono costruiti
ovunque.Altre strade furono costruite dopo il 1916 durante le operazioni di mappatura seguite alla totale apertura e pacificazione dell’area (Sachse
1922, pp.169-191)

93

sicuramente andata incontro ad una progressiva fossilizzazione, porta ad immaginare come alcune
di queste incisioni fossero state fatte in origine su concrezioni attive.
Attualmente la presenza di acqua all’interno
è limitata alla stagione delle piogge, nella
misura di alcune vasche che si riempiono per
pochi centimetri. Sempre nella medesima
zona è però presente una vasca attualmente
vuota, i cui bordi appaiono totalmente incisi
e lavorati. Allo stato attuale appare difficile
proporre ipotesi sull’uso storico di un tale
sito, che può aver avuto anche differenti
funzioni, compresa quello di ricovero
durante le battute di caccia e più tardi anche
In alto - Il colonnello Sachse, esploratore ma anche
di appoggio per le guarnigioni militari. Non
responsabile della ‘pacificazione’ dell’isola all’inizio del ‘900
In basso – una delle sale della Gua Batu Sori
è però da escludere che si possa storicamente
mettere in relazione anche con le topografie
mitico rituali nonché con assemblee legate alle alleanze tra i villaggi della valle del Sapalewa. Tra i
frammenti di incisioni e disegni, ci è sembrato di poter identificare alcuni tratti antropomorfi che
potrebbero rinviare al motivo dell’albero delle teste. Un pattern diffuso in alcune zone
dell’arcipelago, e rappresentato sia su pietra che su tessuto, legato proprio alla pratica delle caccia
delle teste. Allo stato attuale si tratta però di una semplice ipotesi tutta da verificare. Purtroppo la
mancanza di tempo ci ha impedito di impostare anche una minima ricerca etnografica in grado di
raccogliere proprio le narrazioni locali attorno a questa grotta ben conosciuta nell’intera. vallata.
Tutta da verificare inoltre la presenza di eventuali record archeologici. Da notare come nelle altre
grotte della zona le incisioni siano del tutto assenti. Tanto nelle parti attive legate al Sapalewa,
quanto nelle altre gallerie fossili vicine. Benché si tratti di luoghi evidentemente frequentati, tanto
per la raccolta di nidi o miele, quanto come ripari di caccia, tanto in grotta come nei ripari
sottoroccia non si rinvengono tracce di incisioni ma solo sporadiche scritte in nerofumo quasi
sempre recenti, da mettere in relazione con le battute di caccia.

94

L’unico altro sito dove sono abbiamo trovato segni
di un nome, è l’uscita del Sapalewa, su una
concrezione nel ballatoio d’ingresso. Il nome di
difficile lettura è scritto in caratteri latini e può
riferirsi all’inizio del ‘900. Sempre nella stessa zona
della risorgenza del Sapalewa, nella terra lungo una
traccia sono stati casualmente identificati e raccolti
alcuni
frammenti
di
ceramiche
smaltata,
probabilmente di provenienza cinese, nonché alcuni
frammenti di vetro. Sempre dal punto di vista
culturale appaiono di estremo interesse per future
ricerche, le numerose grotte presenti nell’area costiera di Kasieh: ovvero nell’Hatu Kasieh, Hatu
Sawele e Hatu Patola. Questi coni dalla forma inconfondibile e chiamati nelle carte olandesi
Grande Dromedario e Piccolo Dromedario, contengono infatti numerose grotte fossili ben
conosciute dagli abitanti della zona. Cosi come i trafori costieri ancora inesplorati attorno al
villaggio di Nuniali.

In basso il Saniri della valle del Sapalewa presso Taniwel – inizio ‘900
A destra due cacciatori di Buria – inizio ‘900

95

Geositi e proposta per un geoparco a West Seram
La repubblica di Indonesia è da molti anni attivamente impegnata nella ricognizione e definizione
del suo patrimonio geologico. Un progetto complesso di mappatura e documentazione delle
molteplici peculiarità geologiche presenti nell’arcipelago e teso alla creazione di dossier e proposte
per la creazione di nuovi Geoparchi riconosciuti a livello internazionale sotto l’egida dell’Unesco
(Mohd. Shafeea Leman., Reedman and Chen 2008). Uno strumento quello del Geoparco che si
propone tanto in una prospettiva di protezione ambientale, quanto di sviluppo sociale delle
comunità che proprio in quel determinato ambiente vivono. Attualmente in Indonesia sono in via di
riconoscimento diversi siti a Giava, Sulawesi e nel Kalimantan tutti caratterizzati dalla importanza
rivestita dai fenomeni carsici e storico archeologici presenti. In questa prospettiva anche la nostra
spedizione di ricerca si è messa al servizio della documentazione di questo vasto patrimonio,
collaborando con il Ministero delle risorse energetiche e minerarie nella persona del Dr. Yunus
Kusamahbrata, quale rappresentante per l’Indonesia dei progetti di candidatura Unesco per i
Geoparchi. Un processo chiaramente lungo e complesso, ma che parte sicuramente dal
riconoscimento e documentazione delle peculiarità di una zona. Alla luce delle nostre attuali
conoscenze sull’area carsica di West Seram, ci sentiamo di poter affermare che questa zona
contiene già in se il potenziale di unicità e peculiarità richiesto proprio dal processo di candidatura a
patrimonio geologico di rilevanza globale. La presenza di almeno dodici importanti trafori
idrogeologici su una superficie relativamente limitata caratterizza infatti il carsismo di questa zona
conferendogli già una notevole peculiarità. A questo dato si deve aggiungere che almeno nel caso
del Sapalewa e dell’Hanoea, solo parzialmente esplorato, ci troviamo davanti a fenomeni di
rilevanza non solo nazionale ma globale. Come già descritto, il traforo del fiume Sapalewa si pone
infatti tra i primi dieci fiumi sotterranei del pianeta per portata. Nonostante la sua esplorazione non
sia ancora conclusa si pone con i suoi quasi quattro chilometri di lunghezza come la grotta più
sviluppata dell’isola di Seram, nonché tra le prime sia per sviluppo che per profondità a livello
nazionale. Una grotta che aldilà dei numeri si presenta come un fenomeno realmente grandioso,
caratterizzato al suo interno da ambienti di estrema bellezza nonché importanza geologica e
biologica. Le dimensioni maestose delle sue gallerie, alte
anche 140 metri, fanno di questa cavità un unico di livello
globale. Nonostante non siano stati realizzati dei transect
biologici, tanto l’area esterna di Hatu Toi Siwa, quanto gli
ambienti interni della grotta si presentano come
ecosistemi ecologici di estremo valore. La presenza di
esemplari di casuario, cervi e cuscus, solo per citare
alcune specie, fanno dell’area un hotspot biologico di
primaria importanza, mentre nello specifico degli
ecosistemi ipogei, oltre alle presenza di enormi roost di
chirotteri nelle grandi gallerie del sistema è da segnalare
la presenza di una abbondante fauna acquatica da
verificare che potrebbe portare alla scoperta di nuove
varietà o anche specie endemiche. Tutto questo porta a
raccomandare quindi a questo riguardo un sopralluogo
biologico. Un sopraluogo tanto più necessario nel
momento in cui la valle del Sapalewa e la sua grotta
appaiono oggi interessati dal progetto di una diga per la
produzione di energia idroelettrica. Fermo restando
l’importanza di uno sviluppo locale e di infrastrutture
96

moderne, riteniamo infatti necessario valutare
ampiamente l’impatto che queste potranno avere su una
zona di estremo valore tanto estetico quanto ambientale.
Una zona unica che potrebbe proprio nella integrazione
in una cornice legata ai Geoparchi svilupparsi anche dal
punto di vista turistico come attrattiva di primaria
importanza. Riteniamo infatti che il grande traforo del
Sapalewa si presti a diventare un attrattiva di primaria
importanza a livello nazionale contribuendo a creare le
basi per uno sviluppo delle risorse locali anche in chiave
ecoturistica. A questi indubbi valori naturalistici, è da
aggiungere sicuramente il valore che l’intera zona
riveste dal punto di vista storico-sociale nella ambito
della storia delle Molucche. Tanto nell’ambito della
storia coloniale, quanto in quella degli studi etnoantropologici, west Seram figura come uno spazio di
altissimo valore. La zona e infatti all’origine di una
identità legata alla montagna mitica di Ulate Ina e al
Nunusaku che travalica infatti i confini dell’isola per
estendersi all’intera area delle Molucche. La valle del
Sapalewa diventa in questa prospettiva un luogo dove
paesaggio e identità si fondono strettamente. Percorsi Grotta inesplorata presso il fiume Eti – Sachse
rituali e luoghi di fondazione legati alla cultura Alune 1992
tramano lo spazio creando un legame stretto e profondo
con i luoghi. La visione della cultura e della società impostata sulla tradizione storica di Wele Telu
Batai, la confederazione dei tre fiumi e della sua triplice alleanza delle tre vallate, spingono proprio
per un riconoscimento della peculiarità di queste, in cui l’area del Sapalewa si arricchisce
ulteriormente grazie alle sue peculiarità geologica. La sacralità insita nella tripartizione dello spazio
e nella montagna madre ripropongono proprio la relazione tra albero e fiume, tra segmentazione
dello spazio e dei lignaggi. Un processo capace di creare una complessa topografia mitico sacrale in
grado di tramare e significare lo spazio. In questa prospettiva i fenomeni carsici si caricano quindi
di valori non solo geologici ma umani toutcourt. Uno spazio quindi caratterizzato da una visione
olistica del reale, già caratteristica propria della prospettiva di sviluppo e della mission dei
Geoparchi.
Per questi motivi, allo stato attuale delle conoscenze proponiamo alle autorità competenti di
considerare il riconoscimento dell’area di Hatu Toi Siwa e della zona interessata dal
fenomeno carsico del Sapalewa Underground river quale geosito di primaria importanza e
valore. Come tale proponiamo che siano prese in esame adeguate misure per una sua
salvaguardia e gestione in una prospettiva di partecipazione attiva quale patrimonio collettivo
delle comunità della vallata del Sapalewa.
Proponiamo inoltre che l’intera zona interessata dagli oltre dodici grandi trafori, ad oggi
completamente inesplorati, sia presa in considerazione quale area da inserire in un processo
di costruzione di un dossier di candidatura quale Geoparco, caratterizzato proprio dalla
densità e grandiosità del fenomeno carsico in oggetto e dalla peculiare fusione tra valori
storici e naturali che vi si condensano nonché dal loro valore ancora attuale a livello sociale
per le comunità presenti.

97

Grotte di Hatusua e Hatuhuran Le grotte sviluppate nei calcari corallini si caratterizzano per la
presenza di importanti siti archeologici nonché per una
esuberante presenza di fauna interna.

98

English ABSTRACT – SERAM 2015 REPORT
This report describes the results achieved by the author during the speleological expedition on the
mountains in West Seram (Indonesia). The expedition was focused on several unexplored
underground rivers well known in the area since the time of the Dutch colonists. Dutch colonists
used to report on their maps the acronym O.L., Onderaardesche Loop (which meant Underground
River). It is just the first step of a wide global project which will involve the research of the biggest
underground rivers reported or potentially present in the planet (mainly Indonesia, Laos, Myanmar
and Papua).
The main subject of this expedition was the Sapalewa river, the biggest underground river (for
capacity) found in West Seram during the preliminary excursion conducted in 2012, where more
than 10 underground rivers were found in the area. The Sapalewa river showed an estimated
capacity of 50 cube meters per second in June 2012 and an average capacity of 10 cube meters per
second calculated on the basis of the basin. In August 2015 the explorers concentrated their
researches in the Hatu Toi Siwa mountain area where the Sapalewa river flow underground. The
underground Sapalewa flows down for 3.7 km entirely explored with 200 meters of difference in
altitude between the entrance and the exit. Additionally, three caves connected in the past with the
river but now fossilized have been explored for another kilometer totally. Finally also the great
sinkhole of the Cassowary just above the underground river represents an important element for the
full explanation of the karst system evolution in the area.
After that, the exploration of another important underground river in the area, the Way Hanoe, was
conducted for half a kilometer. It will be necessarily prosecuted during the next campaign in West
Seram.
In the North coast the cliffs made of coralline limestone have been explored. Also in the South coast
some caves known as archeological sites have been visited. Totally the first Seram expedition
closed with about 6 kilometers of explored caves and many questions. Here below is a detailed list.

99

9 Sapalewa – Hato Toi Siwa system:
• High Sink
q.344 52M 441299 9676886
• Sink
q.280 52M 441213 9676876
• Hidden exit
q.330 52M 441151 9676924
• Bats cave
q.360 52M 441052 9676819
• Gua kelelawar hijau q.413 52M 440989 9676958
• High well
q.430 52M 440950 9676880
• Pterodatyl entrance q.300 52M 440838 9676923
• Leviathan tunnel exit q.300 52M 440058 9677860
• Spring active exit
q.220 52M 440018 9677956
• Well at the Cassowary bottom q.360 52M 440882 9676890, unexplored
9 Caves in the great sinkhole of the Cassowary:
• Cave of the stoned cobra
q.480 52M 440586 9676710
• First exit of the stoned cobra
q.460 52M 440627 9676754
• Second exit of the stoned cobra q.450 52M 440679 9676999
• Sapalewa high entrance
q.530 52M 440507 9676726
• Gua cepet cepet
q.414 52M 440743 9676975 (70, -8)
• Gua Batu Sori
q.422 52M 440692 9676736 (200, +15, -10), with
ancient findings and incisions
9 Unexplored holes or caves observed in the higher part of the Hato Toi Siwa mountain:
• Highest entrance q.570 52M 440399 9676873, not reached
• Lost valley
q.?
52M 440189 9676746
• Second lost valley q.570? 52M 440269 9677092
• Gua Patune
q.440 52M 439775 9677227 (88, -35)
9 Caves in the Way Hanoea area:
• Gua Way Hanoea 1 q.245 52M 425886 9680353 (>400, >+50), to be continued
• Gua Hanoea spring q.80 52M 425978 9680314 (60, 0)
• Gua Natale
q.350 52M 425561 9681026, unexplored
9 Caves in West Seram, explored in 2012 (between Hatu Kasieh and Hatu Patola cones, near
Kasieh village):
• Gua Hatu Patola
q.248 52M 453009 9684232
• Gua Toke – Hatu Kasieh
q.90 52M 449306 9683982 (80, -30)
q.62 52M 449143 9684038 (10)
• Gua Puhon – Hatu Kasieh
• Gua Tana – Hatu Kasieh
q.63 52M 449100 9684045 (63, 250, -10)
9 Little marine caves in the coralline limestone:
• Cave system of Hatu Huran q.10 52M 426052 9631902 (50, -10)
• Cave system of Hatu Sua
q.17 52M 426106 9632757 (>50, +2)
The report is completed by a full review on the speleological explorations occurred in Seram during
the last twenty years and historic notes about the area.
100

101

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I. Zulkifli, Buku informasi. Balai Taman Nasional Manusela, Ambon, 2011

Dignitari del villaggio di Manusa - inizio ‘900

Dignitari del villaggio di Riring – inizio ‘900

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Ulate ina è la montagna madre, il luogo sacro di Wele Telu Batai, ieri
confederazione dei tre fiumi, oggi provincia di West Seram. Da Ulateina
sgorgano i grandi fiumi e discendono gli antenati dell'umanità. Qui in un
luogo invisibile e nascosto, cresce il Nunusaku, l'enorme albero di Banjan
che abbraccia e unisce l'intera umanità. Le sue radici affondano nella terra
mentre le fronde raggiungono il cielo. Da

Ulateima

nasce il

Sapalewa,

l'Hanoea e gli altri grandi fiumi che viaggiano tra il cielo e la terra in una
notte senza stelle.

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