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Comunicare un’esperienza
La questione decisiva dell’educazione

Appunti da una conversazione di don Julián Carrón con un gruppo di insegnanti di Comunione e Liberazione

Elena Ugolini. L’idea di questo incontro è nata dopo l’Assemblea Responsabili di La Thuile: siamo rimasti tutti colpiti dalla proposta che ci hai fatto e dall’idea che lo scopo dell’educazione sia aiutarci a scoprire “Qualcosa” dentro tutte le cose, aiutarci a scoprire il cuore di tutto. Sono qui presenti le persone del Centro del Cle, che seguono Gs in tutta Italia, e quelle che seguono l’esperienza del Graal, persone che danno la vita per i propri studenti. Il tema del dialogo è come ognuno di noi può essere aiutato a vivere il compito che abbiamo e a fare quel percorso che tu ci indicavi: «Questa è l’educazione! Gesù è venuto al mondo, si è fatto uomo, ci ha attirati a sé, non per tenerci legati a sé, ma per aprirci, per trascinarci al Padre, (…) perché Lui potesse condurci al Padre, al punto di fuga che ci fa respirare in qualsiasi situazione»1. Molti hanno domande: non abbiamo preparato niente, dovremmo esserci preparati tutti. Julián Carrón. La cosa si prospetta interessante, soprattutto se questo momento non è “preparato” nel senso che non è precostituito.

Milano, 29 gennaio 2006

© Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora, 127 - 20131 Milano. Tracce-Litterae Communionis Direttore responsabile: Alberto Savorana

Intervento. Insegno in una classe dello Scientifico a Prato. Ho iniziato l’anno molto colpita da questo testo: Qualcosa dentro qualcosa. Mi sembra però - io insegno italiano e latino - che aiutare i ragazzi alla scoperta di questo «Qualcosa» non sia semplicemente un partire dai testi insegnando la letteratura o insegnando il latino: occorre un’immedesimazione di me con i testi e con quello che insegno. Questo riecheggia quello che diceva don Giussani nel testo di Natale: «La missione è (...) l’immedesimazione con gli altri di questa immedesimazione con Cristo (...) che sono io»2. Questo mi ha rimesso in moto, anche se permane il sentimento che tale immedesimazione sia in fondo impossibile, perché quello che io penso sta sempre nel mezzo. Nella mia scuola, dove insegno da sette anni e ho una stessa

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Carrón. Ti ringrazio, perché questa è una questione assolutamente decisiva. Non so se capite ciò che è in gioco. Lei si rende conto che, in fondo, quello che può trasmettere ai ragazzi - ed è già molto - è la sua immedesimazione con i testi. Noi, cioè, possiamo trasmettere solo la nostra esperienza, quella vibrazione ineffabile e totale davanti alle cose, alle persone o ai testi, che viviamo. Ma proprio questo le sembra impossibile, perché, lo ha detto molto bene, quello che pensa resta sempre nel mezzo: è come se, a un certo punto, uno si rendesse conto che tra l’io e il testo (come tra l’io e l’altro) c’è di mezzo un muro che impedisce che il testo (o l’altro) lo colpisca. Perché accade questo? Perché noi non siamo un io astratto, siamo un io storico, che ha tutto un insieme di preconcetti. Perciò uno si domanda: «Ma questo che ho davanti, per esempio questo testo, mi tocca veramente?». Il problema mi riguardava da vicino quando facevo il professore di Sacra Scrittura, un testo - ne converrete piuttosto importante, così che ho dovuto pensarci a fondo. Tutto il cammino della modernità rispetto alla Sacra Scrittura è stato caratterizzato da questo problema, soprattutto a partire dalla sfida protestante. Faccio un riassunto breve, perché mi interessa aiutare a capire il problema così come tocca tutti e del quale la maggioranza forse non si rende neanche conto. La Chiesa ha sempre detto che occorreva avvicinarsi alla Scrittura nel contesto della tradizione. A un certo momento, appare un novum assoluto: «sola scriptura», cioè Lutero afferma che l’unica possibilità di avvicinarsi alla Scrittura, alla Bibbia, è il puro testo, perché la tradizione non può trasmettere la sua verità; essendo peccatori, non possiamo, non riusciamo a trasmetterla. Dove è rimasta la bellezza dell’origine, la freschezza dell’origine? Solo nella Scrittura, perché, per ispirazione dello Spirito Santo, agli autori sacri è stato dato di trasmettere nel testo quello che Gesù aveva vissuto e testimoniato. Tutto il tentativo della modernità si gioca qui. Inizialmente Lutero pensava che bastasse questo, sola scriptura, la claritas scripturae, per consentire a ognuno, al singolo, di entrare in rapporto immediato e diretto con la bellezza della

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classe da cinque, sono anche un punto di riferimento per tanti aspetti, ma ho sempre come una grande ferita, perché mi sembra che vi sia una impossibilità di immedesimazione con l’altro - come se tutto quello che penso restasse comunque nel mezzo - e di immedesimazione con Cristo.

Scrittura. Non si rendeva conto che quando leggeva la Scrittura, la leggeva egli stesso nel solco e nel contesto della tradizione, poiché accettava per esempio i grandi Concili del quarto secolo: Nicea, Calcedonia, ecc. Ora, quando dalla Riforma si passa all’Illuminismo, quel sola scriptura diventa sola ratio. Siamo, infatti, nel clima del razionalismo, la ragione diventa misura, e tutti cercano di avvicinarsi alla Scrittura con questo nuovo criterio: la ragione come misura. «Non abbiamo bisogno di niente, abbiamo un solo ultimo criterio: la ragione». Solo un metodo nato da «questa» ragione è allora ritenuto abbastanza scientifico per cogliere veramente quello che è successo all’origine dell’avvenimento cristiano, senza l’influsso della tradizione - poiché la tradizione è stata fatta dai cristiani, che in fondo hanno trasmesso quello che avevano in testa -. Se l’unica autorità riconosciuta diventa la ragione, una ragione come misura, si può accettare solo quello che proviene da un metodo impostato secondo questo concetto di ragione. Così, con tutti i metodi letterari, filologici, archeologici, ecc., si è cercato di controllare l’influsso della tradizione e di arrivare veramente al testo. Appaiono storicamente a questo punto tutti coloro che cercano di scrivere la vita di Gesù secondo tale nuovo concetto di ragione e il metodo storico-critico conseguente. Siamo così a Schweitzer - citato nella Scuola di comunità -, che fa il resoconto di tutta questa ricerca. Quello che da essa viene fuori è tuttavia che ognuno, con lo stesso metodo, che doveva essere il metodo «scientifico» e «obiettivo», arriva a una immagine diversa di Gesù. Il tentativo di evitare il soggettivismo e di arrivare a un risultato oggettivo è fatto fuori dalla stessa ricerca, senza alcuna interferenza di Roma, del Sant’Uffizio: la stessa ricerca deve arrendersi all’evidenza che non è in grado di arrivare a un’immagine di Gesù assolutamente scientifica e oggettiva. Ognuno, con lo stesso metodo, arriva a conclusioni diverse. Questo vuol dire che, quello che si voleva controllare, di fatto non è possibile controllarlo, perché c’è sempre il soggetto che usa il metodo e in fondo è soltanto questa disposizione del soggetto a determinare il metodo. È il problema dell’ermeneutica moderna, come sapete meglio di me. L’ermeneutica è il riconoscimento dell’importanza del soggetto nel rapportarsi al testo: non posso prescindere dal soggetto nel rapporto col testo, la presenza del soggetto è ineliminabile. Ecco allora la domanda posta da lei all’inizio: se io non la posso eliminare - perché appartengo a una tradizione, perché il soggetto che usa il metodo appartiene a una

tradizione, così che ha tutto un insieme di cose che determinano il suo modo di rapportarsi al testo -, quando leggo la Scrittura, leggo solo qualcosa che ho già dentro di me? Posso attraversare il muro di questi preconcetti o, quando leggo, ritrovo soltanto quello che ho dentro? È il problema di quella impossibilità di cui lei ha parlato. Quando leggiamo la Scrittura alla mattina o quando facciamo silenzio, ascoltiamo qualcosa di più di quello che abbiamo dentro o in fondo ascoltiamo noi stessi? Oggi assistiamo spesso alle conseguenze grossolane di questo problema, quando non è adeguatamente colto e affrontato. Quante volte in Chiesa viene letto il racconto del Natale, la nascita di Gesù, un evento storico, e sentiamo parlare un minuto dell’evento e venti minuti della solidarietà o della povertà? Perché? Perché il cristianesimo è stato ridotto a etica. Il testo in realtà diviene pretesto per dire quello che uno ha dentro. Quello che è successo, di cui il testo rende conto, è in realtà l’occasione per parlare di un’altra cosa. In fondo, il testo è come se fosse impossibile raggiungerlo; è come se fosse impossibile lasciarsi colpire da esso; si dice quello che si ha già in testa. Potrei aver letto il testo del Natale o un testo indù, o il giornale, alla fine è lo stesso, perché in fondo dico quello che avevo già in mente. Ma, se è impossibile entrare in rapporto col testo, è tutto inutile. Ratzinger, in un articolo famoso, poneva la questione: alla fine, quando noi ascoltiamo la Scrittura, ascoltiamo qualcosa al di fuori di noi stessi? Questo è il grave problema, che ci rimanda alla vera questione: siccome io ho influsso sul testo, la reale questione è chi ha influsso sul mio soggetto in modo tale da aprirlo al testo. E qui ci viene incontro di nuovo il problema della tradizione. Senza un avvenimento presente che apra la ragione, che faccia un buco nel muro e apra la ragione in modo tale da farla entrare nell’evento di cui parla il testo, non capiamo. È vero quello che veniva accusato prima: è impossibile immedesimarsi col testo, se uno non partecipa all’avvenimento presente che gli consente di fare l’esperienza che poi ritrova nel testo. Dal punto di vista dell’educazione, questo è decisivo: o noi partecipiamo a un evento presente che continuamente, permanentemente, ci apre e riapre ogni volta di nuovo - un evento che riguarda la totalità dell’io, in modo da poter trasmettere all’altro quella commozione ineffabile e totale che viviamo -, o non c’è niente da fare, trasmettiamo soltanto noi stessi e i nostri pregiudizi. Solo partecipando all’esperienza umana di cui parla il testo, io posso trasmetterla. La trasmetto, non soltanto per-

ché leggo il testo, ma perché c’è un avvenimento presente che mi consente di fare quell’esperienza, che mi permette di entrare nel significato del testo e comprenderlo. L’unica possibilità è avere col testo quella sintonia umana che me lo fa capire, altrimenti lo riduco, come succede la maggior parte delle volte, alla mia misura, ai miei pregiudizi, a quello che ho in testa. La questione decisiva dell’educazione è allora partecipare ad un luogo assolutamente vivo, dove ciò di cui parliamo accade; altrimenti potete fare tutti gli sforzi che volete, ma trasmetterete solo quello che avete in testa. Mi sono dilungato un po’, ma è importantissimo capire questo: la maggioranza non si rende nemmeno conto del problema e quindi del bisogno che ha di partecipare ad un luogo dove quello che diciamo riaccade in continuazione. Intervento. Insegno in una scuola superiore statale, che, negli ultimi anni, è stata travolta dai vari tentativi di riforma. All’inizio siamo diventati scuola pilota della riforma Berlinguer e abbiamo cambiato tutto; poi, dall’anno scorso, siamo diventati scuola pilota della riforma Moratti; adesso, preparandoci a quello che alcuni suppongono sarà il nuovo governo, stiamo togliendo tutti i riferimenti a «la riforma Moratti», per essere pronti a quello che accadrà. Tutte queste trasformazioni sono state spesso subite dai miei colleghi, per cui c’è un clima di scetticismo: anche l’impeto dei miei colleghi di sinistra, che avevano fatto propria la riforma Berlinguer, quando è caduto il governo e hanno visto la sconfitta politica, si è trasformato in un totale disimpegno. L’idea è: non vale la pena impegnarsi. Un mio collega dice sempre che solo io penso che quella sia una scuola, mentre in realtà è un parco giochi per adolescenti apatici, per cui non vale la pena fare qualcosa. Questa è la situazione in cui vivo e di cui mi sono tante volte lamentata. I miei amici mi hanno sempre detto: «Stai lì», e io mi domandavo che cosa ci stavo a fare, per fare che cosa. Per di più sono capitata a insegnare italiano in un liceo della comunicazione e del marketing, non sapendo nemmeno che cosa vogliano dire queste parole. Mi sono trovata spiazzata: «Ma che cosa sono qui a fare? Non so neppure che cos’è una strategia di marketing, tutta la scuola è piegata solo sulla questione economica e io non c’entro niente». Invece, proprio questo non c’entrarci niente mi ha fatto capire che il problema fondamentale era: chi sono io. Chi sono io dentro queste materie così nuove e così strane che mi hanno costret-

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ta a un cambiamento? Ho cominciato a prendere sul serio quello che avevo davanti, ho chiesto a chi ne sapeva più di me, ho chiesto agli amici, ho cercato di andare al fondo di quello che veramente avevo di fronte. Sono diventata quasi una esperta di marketing, comunque ho cominciato a fare cose per le quali provavo un gusto, e ho trascinato anche colleghi e studenti, facendo progetti interessanti, almeno come prospettiva. Che cosa ho capito? Che parlando di marketing non si poteva non parlare di educazione e che prendere sul serio quel pezzo di realtà, che mi era così estranea, mi ha suscitato la domanda: «Perché?», «Chi sono io?», «Perché insegno?». La conseguenza è stata che un gruppetto di miei colleghi ha cominciato a leggere con me Il rischio educativo. Prendere sul serio la riforma vuol dire questo? Carrón. Prendere sul serio la riforma è prendere sul serio il tuo io nella scuola, altrimenti la scuola diventa la tua tomba, con Berlinguer o senza. Alla fine, di quello che hai raccontato, qual è stato il punto decisivo? La tenacia di rimanere, per quello che vivevi con noi nel movimento. Ma la decisione nessuno ce la risparmia, come non è stata risparmiata a te: hai dovuto fare i conti con quella situazione. Uno può dire: «Non c’è niente da fare, ho tutte le ragioni per andarmene». Puoi sentirti giustificata nel tuo disimpegno per mille ragioni, anche decidendo una cosa assolutamente irragionevole (perché tu sei chiamata lì). La questione è se quella circostanza della tua vita diventa l’occasione per andare fino al fondo di te stessa, del reale. Soltanto quando uno si apre a questo, comincia a muoversi, la sua ragione comincia a muoversi in un modo assolutamente diverso. Uno comincia a chiedere a chiunque e a scoprire delle cose che diventano interessanti. Chi non accetta questa sfida del reale è sconfitto. Non mi interessa adesso l’aspetto morale, mi interessa che di fatto uno può essere in una circostanza senza nessuna apertura a verificare qual è la vittoria di Cristo che passa attraverso il suo sì, che lo impegna lì dov’è. Starci non è per niente automatico, a noi non viene risparmiata la libertà di accettare e di decidere. Occorre fare tutto il percorso nei particolari fino ad arrivare lì, e allora uno vede che tutto nella scuola dipende dal fatto che ci siano dei professori che non si arrendono, pur con mille giustificazioni, di fronte a quello che si trovano davanti. Questa è la sfida, per noi e per gli altri. La questione, in fondo, è se vince anche in noi lo scetticismo

che vediamo in giro oppure no. Il tema della lotta è la verifica della fede, cioè se c’è qualcosa, oggi, nel reale, che ci consente di ripartire in continuazione, qualsiasi sia la circostanza, oppure se le circostanze sono più potenti di Cristo, se l’impossibilità di cui si parlava prima è più potente della potenza di Cristo che ci riapre. La sfida non è rappresentata soltanto dalla scuola, che è un particolare della vita; per un altro sarà il lavoro o la malattia: è lì dove noi facciamo veramente la verifica di chi è Cristo. Questo, in ogni circostanza, ha il suo percorso e nessuno lo può saltare: soltanto se uno lo accetta, vede quello che hai visto tu, e può guardare ai ragazzi che ha davanti con una speranza negli occhi. Ma deve essere una speranza che è in te. Se non è in te, poverini! Alla fine io auguro agli studenti di incontrare delle persone che vivono una speranza, perché il problema dei ragazzi è il problema nostro. Intervento. Sono di Pesaro e insegno in una scuola superiore statale. Chiedo: come aiutare i ragazzi ad arrivare sino al giudizio, senza fermarsi al fare? Faccio un esempio. Subito dopo il gesto del Banco Alimentare abbiamo fatto una Scuola di comunità. Pur essendo i ragazzi tutti molto contenti di averlo fatto, c’era una evidente difficoltà a dare le ragioni di quel gesto e a dire perché erano contenti di averlo fatto. D’altro canto, siccome io non avevo potuto farlo, ho capito che non averlo fatto non mi mancava, non era un di meno per me, perché in quel momento io stavo giudicando il gesto, e ho capito che la cosa importante non era fare materialmente il gesto, ma giudicarlo. Percepisco questo giudicare molto vicino alla parola educare, proprio perché aiutare un ragazzo ad arrivare fino a dire Cristo, che è l’unico nome che rende ragione di tutti fattori della realtà (alla fine, anche l’esperienza del Banco Alimentare ci ha aiutato ad arrivare fino a quel nome), significa aiutarlo a giudicare. Ti chiedo un aiuto su questo. L’altra osservazione riguarda l’organizzazione. Nel testo Qualcosa dentro qualcosa si dice che l’avvenimento non è una organizzazione. Allora l’organizzazione non è necessaria? Carrón. Il giudizio è il tentativo di paragone di tutto quanto viviamo con il cuore: aiutare a far emergere, in quel fare, il perché sono stati contenti è già un inizio di giudizio. Poi, pian piano, se siamo attenti, li accompagniamo, come hai detto, e uno arriva fino a dire il Suo nome. La questione è che il Suo nome devono vederlo all’inter-

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no dell’esperienza che hanno fatto, non come aggiunta. Altrimenti è un dualismo. Come possiamo aiutarli? Li aiutiamo solo se non consentiamo loro che possano raccontare qualcosa che è accaduto senza arrivare al giudizio. Tante volte i ragazzi raccontano e basta, cioè restano alla prima parte di quello che chiamiamo esperienza: hanno fatto la prova. Ma se non arrivano al giudizio non imparano. Il nostro tentativo è teso a far sì che arrivare al giudizio diventi per loro sempre più familiare. Occorre un adulto che costantemente spinga in quella direzione. Secondo: l’organizzazione di per sé non si contrappone all’avvenimento, perché in un certo modo tutto quanto viviamo ha più o meno un ordine. La questione è come uno vive all’interno di questa organizzazione. La scuola è una organizzazione: la questione è come uno è vivo dentro l’organizzazione, se cioè lui per primo sta sperimentando un avvenimento in atto, che è quello che gli consente di vivere lì ed è in grado di coinvolgere gli altri, oppure no. Senza questo, vince l’organizzazione a scapito dell’avvenimento. Intervento. Lei prima aveva detto che non le era mancato il fare perché era importante il giudizio. Noi diciamo che bisogna fare per capire… Carrón. Immagino che non cercasse una giustificazione per il nonfare; immagino che fosse stata impossibilitata a partecipare. In questo senso, non possiamo giustificare il non-fare, perché evidentemente se uno non partecipa al fare, che è la possibilità di avere noi stessi esperienza delle cose, è difficile accompagnare i ragazzi. Una tantum va bene, ma se i ragazzi vedono che noi guardiamo i tori dal sedere, seduti sulla sedia, capite che non è il massimo. Intervento. Vengo da Roma. Vorrei raccontare una cosa che mi è capitata di recente. Durante le vacanze invernali di Gs c’è stata una giornata perfetta. Mattina bellissima, pomeriggio bellissimo, serata, la più bella sicuramente in dieci anni. Eppure la sera sono andata a letto con una profonda tristezza, quasi uno sgomento. Sentivo che c’era una nota stonata e non riuscivo a capire che cosa fosse, perché mai veramente avevamo passato una giornata più bella e i ragazzi erano tutti contentissimi. Dal dialogo tra di noi insegnanti e da alcune cose che mi sono riletta quella notte, ho capito che la cosa

che mancava era il fatto che io, in fondo, non credevo che Cristo fosse veramente presente. Ero tutta tesa a che i particolari andassero bene, ma a quella cosa non mi arrendevo; e non arrendendomi, c’era quasi una conseguenza immediata, cioè che i ragazzi dovevo convincerli, come dovessi spiegare loro un pensiero, e non invece introdurli a un fatto che sorprendeva anche me. In questo i ragazzi mi superavano da tutte le parti. Quando mi sono accorta di ciò, tutta la mia vita è cambiata, anche dopo il rientro a Roma. La realtà è tornata ad essere drammatica, mentre prima era liscia, senza appigli. Sembra una banalità, però mi sono accorta che, alla fin fine, sino ad allora non ci credevo fino in fondo: la faccia degli alunni è drammatica perché Cristo è veramente presente. Volevo sapere se questa scoperta, che sembra scontata, perché ce lo diciamo sempre, è quello che tu intendi quando dici che don Giussani vince il dualismo e che, se non si parte da questo contraccolpo, la sua eredità è un sentimento. Carrón. Si può vivere una giornata e vincere il dualismo, se non si fa fuori quella tristezza, in nome di una organizzazione che magari è stata perfetta, se non si fa fuori l’io. Questo è ciò che ti ha consentito quella nota stonata, la tristezza in una giornata così, ed è stato il punto di partenza, nella tua esperienza, per fare un passo, per sperimentare la vittoria sul dualismo. Il dualismo è stato vinto grazie al fatto che tu non hai potuto evitare di ammettere che quanto avevi vissuto non faceva fuori la tristezza: questo introduce una dinamica che, se uno è leale, arriva fino a dove sei arrivata tu. Lo dico sempre, per me è stato decisivo fare i conti con il reale, con tutto quanto accade, anche con ciò che mancava, perché questa è la possibilità di un passo in avanti. Il problema non è non sbagliare, ma la lealtà con quello che viene fuori dall’esperienza, non far fuori quello che emerge con chiarezza nella esperienza. Il vero lavoro è il lavoro dentro il lavoro, è il lavoro che noi facciamo con noi stessi dentro quello che facciamo. Allora, continueremo con tutte le difficoltà che abbiamo adesso, ma ogni volta saremo più entusiasti di quello che facciamo, pur con tutti i guai del percorso, perché vedremo la vittoria sul dualismo nel reale. Ogni volta comprenderemo di più, saremo più in grado di stare con tutto noi stessi nelle circostanze. Questo è quello che ti consente di fare un cammino ed è quello che in fondo tu comunichi ai tuoi studenti.

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Intervento. Vengo da Pesaro. Volevo dire che, stando con i ragazzi di Gs, mi colpisce il rischio che lo stare tanto tempo insieme diventi un valore di per sé, cioè che il motivo della loro unità a loro non interessi; come se, nell’esempio del mazzo di fiori che tu hai riproposto, uno dicesse che il mazzo di fiori è molto bello, ma non si chiedesse mai chi lo ha mandato. D’altro canto, con alcuni amici adulti accade il contrario: il tema dell’unità è molto chiaro teoricamente, ossia la presenza di Gesù è affermata, però nello stare insieme certe questioni scottanti o molto personali non vengono toccate, è come se i nodi più personali fossero fuori dal rapporto e, se uno tenta di metterli a tema, c’è un immediato ritrarsi. Devo dire che di fronte a questo, io certe volte ho scelto di non insistere: quando ho visto che le persone si sono tirate indietro davanti a questioni decisive, mi sono tirata indietro anch’io. Siccome sto parlando di persone di cui sono amica, la cosa non mi lascia tranquilla, perché mi sembra che il mio stare in certi rapporti sia inadeguato. Volevo un aiuto. Carrón. Tu puoi tirarti indietro quanto vuoi, ma non puoi tirarti indietro da te stessa. Tu devi decidere su di te. Se gli altri si buttano dal ponte, tu cosa fai, gli vai dietro? Devi decidere su questo. Non vuol dire che tu cerchi di imporre niente a nessuno, nemmeno però che gli altri ti impongano il silenzio su certe cose, o impediscano che tu viva certe cose. Se gli altri non si decidono, non puoi lasciare passare il tempo, perdere il tempo della vita; devi decidere adesso, nel presente, nel reale, sul tuo rapporto con il Mistero. Io do agli altri tutto il tempo di cui hanno bisogno, ma intanto vado avanti: «Se volete venire, venite, altrimenti arrangiatevi», nel senso che la modalità con cui io posso aiutarli è vivere davanti a loro. Le posizioni di cui hai parlato, una che riduce e una che dice Gesù, ma in fondo lo fa fuori, sono bruciate soltanto esponendo se stessi, essendo se stessi, non tirandosi indietro. La questione è una esperienza di libertà nel reale, al di là di quanto possono dire gli altri; una esperienza che, come vedete, è un bene molto scarso. Intervento. Insegno in un istituto professionale statale. Mi accorgo che, più si va avanti nel cammino, più la questione educativa si fa vertiginosa e l’aspetto del rischio rilevante. Anzi, viene fuori che è il modo con cui Dio ci converte a Lui, alla Sua presenza come Mistero, e non come piano nostro. Un aspetto che ultimamente mi provoca è

che questa questione implica, come mi sembra dire Il rischio educativo, un “trapassare” l’accento con cui uno percepisce le cose per fare emergere la realtà, quindi la verità, perché soltanto l’emergere della realtà può risvegliare l’io come oggettiva curiosità del vero. Mi sono sentita improvvisamente richiamata a questo perché, dopo tanti anni che avevo la responsabilità ultima di Gs, mi sono trovata affiancata da un’altra persona e mi sono accorta del fatto che, pur animati da intenzioni buone, noi rischiamo di tenere tutto talmente in mano da scivolare in una impostura che si traduce poi in atteggiamenti, formule, modalità. Per fortuna che Dio nella sua misericordia continua ad essere Dio. La questione che volevo porre riguarda questo “trapassare” l’accento: perché è anche evidente il fatto che uno non può vivere pienamente se è in una sospensione o in un dubbio su di sé. Mi ha sempre colpito e sorpreso il fatto che don Giussani si sia donato a noi, abbia riversato tutta la sua vita nella nostra, fino alla sensibilità particolare che lo ha caratterizzato, senza renderci schiavi di questa sua percezione. Mi sono resa conto che, se noi non giochiamo la coscienza che ci è stata data e che non è nostra, lì dove Dio ci chiama, è allora che rendiamo gli altri e noi stessi schiavi della nostra provvisoria percezione della realtà, della nostra misura, mentre invece trapassare l’accento vuol dire giocare la coscienza di un altro dentro le cose. Questo salva e potenzia il nostro io, altrimenti ci si inaridisce, si perde il gusto della verità, della alterità anche propria. Giocare il nostro io secondo la coscienza di don Giussani è l’unica possibilità che il nostro io diventi cammino per altri. Carrón. L’unica questione, se ho capito bene, è come arrivare a sapere qual è la coscienza di don Giussani in modo tale che non sia ideologico questo “trapassare”. Tu puoi soltanto “trapassare” questo accento partecipando a un luogo dove puoi fare esperienza di quello di cui faceva esperienza don Giussani, in modo tale che non trasmetti solo concetti di don Giussani, ma quella commozione che don Giussani ha vissuto. Benedetto XVI, nella enciclica, dice ad un certo momento una cosa molto bella (è proprio quello che noi abbiamo imparato da don Giussani): «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito»3. La novità «non consiste in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma dram-

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matica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta»4. La questione è proprio questa: anche tu, questa impostazione di don Giussani puoi trasmetterla non come una nozione astratta, ma partecipando alla stessa esperienza cui lui ci ha introdotto, in modo tale però che questa esperienza non sarebbe la stessa se tu non avessi partecipato alla sua. A me viene sempre in mente quella frase che don Giussani dice in Un caffé in compagnia: «Uno sguardo che dà forma allo sguardo»5. Noi ci siamo incontrati con uno sguardo: lo sguardo di Cristo che ha dato forma allo sguardo di don Giussani. La questione è che questo sguardo incontrato in don Giussani deve dare forma al nostro sguardo, in modo tale che le persone, incontrandosi con esso, incontrino quello sguardo cui don Giussani ci ha introdotto. Per questo non può accadere come dicevi tu una sospensione, non c’è, non può esserci, altrimenti non trasmettiamo nulla. Quello che ha introdotto Gesù è questo momento drammatico. «Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, non riceviamo il cristianesimo come un discorso, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione»6. Nel darsi di Cristo, noi veniamo coinvolti; nel darsi di don Giussani noi siamo stati coinvolti; non vediamo le cose dall’esterno, ma partecipiamo all’evento che genera il nostro io, siamo «presi». È tutto qui: noi a un certo punto siamo stati presi da qualcosa d’altro, «presi da questa presenza, da ciò che è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto»7. Non è una sospensione, è l’essere presi da qualcosa d’altro e, per essere presi, bisogna che questo qualcosa sia presente, reale: nessuna attrattiva può prendermi, se non è un avvenimento presente. Chi dice che questo è astratto, non ha capito, perché questa modalità con cui il Mistero si immedesima con il nostro niente, questa «tenerezza», dice don Giussani, «è un milione di volte più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna». Altro che astratto, altro che sospensione, è essere coinvolti nella sua donazione, come dice il Papa. «Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza»8. È guardando l’esperienza che comprendiamo le parole. Ritornando alla questione dell’inizio, non è ragionando, con i giochi dei miei pensieri, ma partecipando alla esperienza e guardando questa esperienza, che capisco le parole: «Guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare. (...) Bisogna guardare questa parola - tenerezza - all’interno della

coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo “Tu che sei me”»9. Partecipare a quello che ci ha detto Giussani è partecipare a questo; se restano soltanto le parole, noi con le parole tradiamo quello che abbiamo incontrato, perché con don Giussani possiamo fare quello che i protestanti hanno fatto con la Scrittura: parole, parole, parole. Occorre partecipare a quello che dicono le parole, perché quello che dicono le parole è un avvenimento che si è insediato in me. Questa è l’unica possibilità di trasmettere quello che ci diciamo, nella scuola e ovunque. Senza questo, prima di tutto uno non respira nella situazione, e poi non si muove. Invece questo ci consente una apertura a 360 gradi a qualsiasi mossa, degli altri o nostra, senza paura, senza preconcetti o schematismi, perché tutto diventa occasione di verifica. Uno che vive l’esperienza di questo avvenimento può andare ovunque, perché tutto il buio intorno non può far fuori la luce che ha dentro. Questa è la questione: l’educazione è proprio trasmettere quello «che si è insediato in noi, questo “Tu che sei me”». Altro che schiavi delle misure! Intervento. Sono di Varese e insegno tecnica a Tradate. La scuola è proprio lì, dove ci sono i famosi boschi. Volevo raccontare due cose e fare due domande. La prima cosa che mi colpisce nella mia esperienza educativa è che il desiderio dei miei alunni è esattamente come il mio e ognuno di loro ne attende il compimento esattamente come me. Non c’è nessuno, neppure il più svogliato, il più distratto, di cui non potrei dire questo. Ogni giorno ho dei riscontri. Quest’anno ho rischiato di più. Ho proposto loro di partecipare al gesto del Banco Alimentare con me, e il loro giudizio è venuto fuori. Hanno detto: «È stato bello, perché vivere il tempo con un ideale dà una soddisfazione, una utilità, che non avevamo mai sperimentato». Li ho invitati a venire a Brescia a vedere la mostra di Van Gogh, insieme ai miei amici della Fraternità, ed è emerso lo stupore per una amicizia. «Si vede che voi siete amici per sempre». È evidente che abbiamo incontrato qualcosa che è per tutti. Non si può misurare: «È per me, ma non è per lui; è per me, ma non è per loro». A me sembra che non ci sia sufficiente coscienza di questo. Ti chiedo: come non perdere di vista questo orizzonte e questa responsabilità, che è totale? La seconda cosa. Al ritorno dalle vacanze invernali abbiamo fatto un raggio. Gli interventi sono stati sorprendenti. Molti si

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Carrón. Due risposte brevissime. È vero che noi non siamo coscienti, e questo è parte del lavoro che dobbiamo fare: tutti noi ci siamo imbattuti nell’annuncio cristiano, in quella tenerezza del Mistero che fa dire alla Madonna, commossa, che Dio ha guardato il niente della sua serva e a don Giussani, duemila anni dopo, che la tenerezza del Mistero è mille volte più potente dell’abbraccio dell’uomo alla sua donna. Ma noi ne diveniamo coscienti solo partecipando a questo evento. Se sono parole, neanche noi siamo trascinati. Se non partecipiamo a questo evento, neanche noi possiamo renderci conto. Questa, amici, è la sfida. La seconda domanda è della stessa natura: come possiamo tenere desta una proposta che sia totale? Solo se noi cerchiamo di dare una risposta totale. Come può uno andare a Venezia insieme ai ragazzi e fare una proposta dove tutto ha un significato? Se si è preparato cercando di dare una ragione a tutto, per una consapevolezza che ha. Che questo diventi familiare nel nostro modo di porci nel quotidiano è l’unica possibilità di fare ai ragazzi una proposta totalizzante. Vuol dire che è in noi che deve essere vinto il dualismo! Noi non decidiamo a tavolino quali sono le cose importanti, ma viviamo noi stessi tutto il reale cercando il significato. Questa è la sfida. Non è che don Giussani si alzasse la mattina e programmasse: il suo era un modo di porsi nel reale, non “spiegava” le cose, le viveva davanti a noi. Bisogna che noi viviamo davanti ai ragazzi le cose: questo accento passa attraverso di noi, attraverso l’umano. La novità che Cristo ha introdotto, come è arrivata a noi attraverso l’umano, così passa agli altri attraverso la nostra umanità, cioè la nostra capacità di risposta a questo coinvolgersi con noi del Mistero attraverso uno che ci viene incontro. Il Papa ha un’altra

Intervento. Sono un medico e insegno in un istituto professionale per odontotecnici a Napoli. Prima di fare la domanda volevo leggere la lettera che un mio ex-alunno mi ha mandato quattro giorni fa, dal carcere dove adesso è rinchiuso. M. viveva nei vicoli di Napoli e conosceva solo la legge della strada. Di notte andava a dormire dai nonni, non ha mai conosciuto il padre e la madre lo ha abbandonato all’età di tre anni. Quando ha quindici anni, mentre frequenta il primo anno di un istituto professionale di Napoli, dove l’anno prima era stato bocciato, viene arrestato come complice di uno zio in una rapina. Viene posto agli arresti domiciliari con la possibilità di frequentare la scuola. Il giudice minorile parla con il preside della scuola per individuare un luogo educativo per il ragazzo. Il preside, che non conosce l’esperienza del movimento, riferisce per sentito dire che esiste, nel centro storico di Napoli, una sede frequentata da vari alunni del suo istituto e dove, pur non sapendo perché, tutti coloro che frequentano questo luogo sono felici di andarci. Allora il giudice mi contatta raccontandomi brevemente la storia di M. e mi chiede se posso prendermi cura di questo ragazzo, facendogli frequentare la nostra sede. Invito M. in sede per la prima volta e lui si sente come a casa. Da quel giorno non c’è un incontro dove M. non sia presente. Dopo circa tre mesi che ci frequenta, ci chiede se può partecipare agli Esercizi spirituali di Gs, ma c’è il grosso problema che non può allontanarsi da Napoli, essendo in libertà vigilata. Il giudice, riconoscendo gli evidenti progressi fatti dal ragazzo, lo premia facendolo venire con noi a Rimini. A quegli Esercizi, tra gli ottomila ragazzi, era l’unico in libertà vigilata. Dopo la chiusura della scuola, per timore che potesse di nuovo perdersi per strada, lo invito a condividere con me tutta l’estate. Dopo altri quattro anni che frequenta Gs, riesce a prendere la maturità professionale. Si iscrive all’università e tutto sembra andare per il meglio. Invece M., in un momento di difficoltà, ha di nuovo problemi con la giustizia e viene arrestato. Questa volta, poiché è maggiorenne, viene rinchiuso in un carcere per adulti. Da questo luogo drammatico mi scrive questa lettera: «Caro Prof., chi vi scrive è il vostro ex-alunno, il quale non si è

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potrebbero riassumere così: «La vacanza è stata bella e vera, perché tutto quello che mi è stato proposto aveva una ragione chiara e abbracciava tutta la giornata e tutta la realtà. Normalmente invece la vita è frammentata, per cui c’è un tempo per la preghiera, un tempo per la comunità, un tempo per la vacanza, un tempo per la morosa, magari per fare le feste e ubriacarsi e tutto ciò sembra non c’entrare». La conseguenza della frammentazione è che uno finisce per non stimare la nostra esperienza come una cosa che vale per tutta la vita, totalizzante. Anche qui, allora: come tener desta una proposta che sia totale, totalizzante, senza accontentarsi di avere lì dei ragazzi per vivere magari certi momenti insieme?

espressione geniale: «Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro attraverso uomini nei quali Egli traspare»10. Il problema è se Egli traspare attraverso noi.

dimenticato di un grandissimo e stimabile amico che porta e porterà per sempre nel suo cuore. Sono stato rinchiuso in queste quattro mura che per me in questo momento rappresentano l’inferno vero e proprio. Sono tre mesi che sono rinchiuso in questo luogo dove tutte le cose sembra che non ci siano. Quello che mi dà forza è la fede, che, vi giuro, non mi è mai mancata. Infatti, quando sono molto triste, per potercela fare, mi basta pensare alla nostra amicizia, ai momenti meravigliosi trascorsi insieme a tutti i nostri amici della sede. Tutte le sere sto recitando una preghiera e non vi nascondo che su queste quattro righe stanno cadendo lacrime di dolore e di gioia che non posso veramente trattenere. Ciò che mi sostiene è la forza del cuore che tiene dentro tutte le persone care fino alla morte. Anche se in questo momento non sono libero, posso dirvi che tutto l’amore che mi avete trasmesso in Comunione e Liberazione sarà sempre dentro di me. Ringrazio Dio che sia per me oggi possibile scrivere queste cose anche se il mondo mi considera poco più di un criminale. Ringrazio il Signore per avermi accolto nelle sue braccia e che posso sentirmi amato attraverso dei volti precisi che con le loro presenze mi hanno trasmesso delle gioie eterne. Non potete immaginare come mi mancano i bei momenti vissuti in Cl dove tutto e tutti corrispondevano al mio cuore. Con questa lettera voglio affermare che i miei desideri belli sono tanti e non sono cambiati dentro di me, ma, anzi, questa mia detenzione ha rinforzato la mia voglia di essere felice per poter cambiare radicalmente la mia vita. Potrei dimenticare tutto nella mia vita, ma ciò che non potrò mai dimenticare è, in un incontro della sede, uno che dice: “Ama veramente chi dice all’altro tu non puoi morire”». La mia domanda è molto semplice: che cosa chiede tutto questo al mio cuore? Carrón. Dimmelo tu. A te che cosa chiede? Che contraccolpo hai avuto da una cosa simile? Non pensare che ti risponda io. Intervento. Penso che sia una cosa dell’altro mondo. È talmente enorme, che domando: che cosa mi chiede? Carrón. Tu che cosa hai sentito che ti chiedeva? Intervento. Io ho sentito prima di tutto la gratitudine di apparte-

Carrón. Occorre guardare in continuazione un fatto così, lasciarsi colpire. Come dice don Giussani: non si impara «ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza». Quando diciamo che l’incontro è un punto di non ritorno, che non è qualcosa di sentimentale, ma un giudizio, non raccontiamo storie. Più andiamo avanti nella vita e più vediamo che questo incontro non si riduce, ma si rende evidente. Questa lettera dimostra qual è l’accento unico della verità di Cristo: uno può fare quello che vuole, ma non se lo dimentica più. Poi c’è la lealtà con quell’evento, che resta una questione aperta. Ma la vera questione è: chi è Cristo, che una volta che uno lo sperimenta, ne tocca il mantello, non può più dimenticarselo? La questione decisiva è proprio questa: chi è Cristo? È la speranza per lui e per tutti. Intervento. Insegno in una scuola media statale. I ragazzi con cui ho a che fare sono piccoli, però quando faccio loro la proposta sono subito colpiti e aderiscono. Dopo un po’, è come se si affievolisse questa adesione. Questa esperienza pone questioni su cui vorrei essere aiutato. La prima: mi viene da pensare che li lego a me e non a qualcosa d’altro, perché se si annoiano significa che hanno incontrato qualcosa di finito e non qualcosa che corrisponde al cuore. Evidentemente, ed è l’ordine del giorno di oggi, è un giudizio su di me, su come io sto rispondendo a Cristo quando sono con loro. La seconda questione è che, quando è così, diventano importanti le cose da fare e da dire, naturalmente alzando sempre il livello, perché se non è l’esperienza di Cristo che si sta facendo, allora si deve sempre stupirli con effetti speciali e questo diventa angosciante, anche perché il mondo ha molte più armi rispetto a noi da questo punto di vista. La terza questione è che spesso quel fatto che accade significa che c’è la tentazione di ridurre l’avvenimento di Cristo a uno schema. Volevo leggere in proposito un brano di “Viterbo”, che mi ha colpito molto, per essere aiutato a capirlo di più. Don Giussani dice: «Il movimento è nato da una presenza che si imponeva e portava alla vita la provocazione di una promessa da seguire. Ma poi abbiamo affidato la continuità di questo inizio ai discorsi e alle iniziative, alle riunioni e alle cose da fare. Non l’abbiamo affidato alla nostra vita,

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nere a una cosa così grande. Non l’ho capita fino in fondo, però sono grato, perché è una cosa dell’altro mondo.

Carrón. Questo dobbiamo leggerlo tutti i giorni, perché è tutto lì. Intervento. La cosa che mi aiuta a non fermarmi a questo è l’unità con le persone… Carrón. L’unica cosa che non ti ferma è «cercare ogni giorno il volto dei santi», cioè coloro che, siano dove siano, ci risvegliano in continuazione. Questa è l’unica speranza, perché attraverso coloro nei quali Egli traspare, noi partecipiamo all’avvenimento di Cristo e perciò siamo in grado, per l’avvenimento in cui siamo coinvolti, di diventare una presenza e non soltanto un insieme di attività. Per questo non ci fa paura che si affievolisca la loro adesione un istante dopo la proposta, perché sono poveretti come noi e hanno bisogno in continuazione di una proposta stabile. Guardate quanti sorrisi deve fare la mamma per destare il primo sorriso del bambino! Il tu del bambino lo desta un io che ha questa capacità di tenerezza. La questione è se noi, proprio per il fatto di essere coinvolti nella tenerezza del Mistero, possiamo vivere così, coinvolti nella vita dei ragazzi, fino a quando, per stare all’immagine, si desta il sorriso del bambino. Questo vuol dire che noi partecipiamo alla stessa passione che ha portato Cristo a diventare carne e sangue. Noi possiamo aspettare tutto il tempo proprio perché già adesso abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere ed essere contenti; possiamo aspettare certi, senza bisogno di effetti speciali: non c’è effetto più speciale di questa presenza che mette in moto più che mai il dramma dell’io. È questo che mi ha testimoniato don Giussani e che mi colpiva rileggendo l’omelia del Papa al funerale, quando diceva che don Giussani (è quello che anche tu dicevi adesso) «non ha cercato di legare le persone a sé, ma a Cristo, e in questo modo ha guadagnato i cuori». Il criterio di giudizio infatti è il cuore e noi non lo accontentiamo con gli effetti speciali; non tratteniamo gli altri legandoli a noi stessi, ma all’Unico che corrisponde al loro cuore, e questo non lo decidiamo noi, neanche con gli effetti speciali: è quello che il cuore riconosce come corrispondente.
(Alcuni brani sono pubblicati su Tracce-Litterae Communionis, n. 3, marzo 2006)

J. Carrón, Qualcosa dentro qualcosa, supplemento a Litterae Communionis Tracce, n. 8, settembre 2005, p. 24. 2 L. Giussani, «Il Natale: mistero della tenerezza di Dio», Litterae Communionis - Tracce, n. 11, dicembre 2005, p. 4. 3 Benedetto XVI, Deus caritas est, 12. 4 Ibidem. 5 Cfr. L. Giussani, Un caffè in compagnia, Rizzoli 2004, pp. 63-64. 6 Benedetto XVI, Deus…, op. cit., 13. 7 L. Giussani, «Il Natale…, op. cit. p. 4. 8 Ibidem. 9 Ibidem. 10 Benedetto XVI, Deus..., op. cit., 17. 11 L. Giussani, Il rischio educativo, Sei 1995, p. 63.

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così che l’inizio ha cessato molto presto di essere verità offerta alla nostra persona ed è divenuto spunto di una associazione, di una realtà su cui scaricare la responsabilità del proprio lavoro e dalla quale pretendere la risoluzione delle cose»11.

Note