Arte -Potere

Forme artistiche, istituzioni, paradigmi interpretativi
a cura di
Marianna Castiglione e Alessandro Poggio
Atti del convegno di studio tenuto a Pisa
Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010

Castiglione-poggio-Prime pagine.indd 2

20/12/12 15.53

sommario

Introduzione 7
Il re e la comunicazione del potere nell’arte siro-ittita (XI-X sec. a.C.)
Stefania Mazzoni

11

Scrittura e potere nella Grecia arcaica: il caso di Creta e Cipro
Albio Cesare Cassio

33

Bacchiads, Cypselids and Archaic Isthmia
K.W. Arafat

45

I signori di Corinto e l’arte della città. La formazione della polis
sotto le dinastie bacchiade e cipselide
Rachele Dubbini

57

Observations on feminity and power in early Greece
Alan Johnston

77

Myth and images on the Acropolis of Athens in the Archaic period
Fabrizio Santi

87

Pittura vascolare e politica ad Atene e in Occidente: vecchie teorie e nuove riflessioni
Monica de Cesare

97

Società, architettura e immagini all’origine dell’arte romana
Gabriele Cifani

129

Oligarchie al potere: gnorimoi e politeia a Taranto
Enzo Lippolis

147

Art and power in Archaic Greek Sicily. Investigating the economic substratum
Franco De Angelis

173

Greek choral lyric poetry and the symbols of power
Herwig Maehler

185

Altari e potere
Clemente Marconi

195

L’artista alla sbarra: il processo a Fidia. Distorsioni storiche, invenzioni letterarie
Eva Falaschi

207

Immagini venatorie e monumenti dinastici: l’Impero Persiano tra centro e periferia
Alessandro Poggio

227

5

SOMMARIO

Lycian dynast, Greek art: the two small friezes of the Nereid Monument at Xanthos
Francis Prost

243

Skopas alla corte macedone? Motivi stilistici skopadei tra Grecia e Macedonia
Gianfranco Adornato

259

Immagini e potere alla corte dei Tolemei
Elena Ghisellini

273

La tomba dei Giulii a Glanum (St. Rémy-de-Provence) in Gallia Narbonensis.
Le ambizioni politiche del programma iconografico
Maurizio Paoletti

301

Modelli urbani per forme di autorappresentazione locale. Il monumento funerario
di un eques pompeianus a Porta di Nocera
Marianna Castiglione

325

L’arte augustea negli studi attuali: una nota
Eugenio Polito

339

Ercole: l’immagine del potere (da Traiano ai Severi)
Michela De Bernardin

347

Signa come segni. Riletture dell’antico per i Barberini
Lucia Faedo

361

Referenze fotografiche e iconografiche

381

Elenco degli autori

387

6

Secondo Sulzer. soprattutto il nesso politica/architettura (cito a mo’ di esempio i lavori di Metzler. in cui non vi era posto per pittura. si è preferito battere un percorso alternativo e di riflettere nuovamente (e diacronicamente) sul binomio arte/potere. paradigmi interpretativi organizzate alla Scuola Normale Superiore (Pisa. ampiamente investigato nei decenni passati. secondo quanto si apprende leggendo la voce Arts nel­l’Encyclopédie. Oltre ai giovani curatori del volume. nei Discours sur les sciences et les arts (1750) l’iconoclasta Rousseau aveva considerato la pittura e la scultura strumenti di corruzione: «Affrettatevi a rovesciare questi anfiteatri. esse diventeranno lo spauracchio dei tiranni». Schwandner. istituzioni. nel 1776 replicava Sulzer con un lungo articolo alla voce Beaux-Arts: le opere d’arte sono qui considerate strumenti di convinzione e macchine per l’elevazione morale. se si pensa ai recenti tagli alla cultura e all’istruzione … Con in mente queste riflessioni sull’arte negli anni immediatamente precedenti e successivi alla Rivoluzione Francese. Boersma. desidero ringraziare i membri del comitato scientifico Elena Ghisellini. occorre che la cura di dirigerne l’utilizzazione e di determinare l’impiego entri nel sistema politico e sia uno degli oggetti centrali dell’amministrazione dello stato: occorre dunque che a questo scopo venga consacrata una parte dei tesori che l’industriosità e il risparmio di un popolo laborioso fornisce ogni anno al sovrano per le spese pubbliche». Questo atteggiamento era in parte condiviso da altri studiosi di quel periodo. Hölscher. spezzate questi marmi. Hoepfner. Precedentemente. 25-27 novembre 2010) e raccolti in questi atti. a cui si aggiungono i contributi archeologici e storico-artistici di Boardman.introduzione «Mettete le arti nelle mani del popolo. Un nodo nevralgico non sfuggito agli autori antichi. cacciate questi schiavi che vi soggiogano e le cui funeste arti vi corrompono». ma solo per le attività meccaniche. alle battute di Aristofane e dei commediografi contro il potere a teatro. Quatremère de Quincy nelle Considérations sur les arts du dessin en France (Paris 1791. 57) tornava a riflettere sulla funzione e sul ruolo dell’arte. bruciate questi quadri. Forme artistiche. Quasi in risposta. scultura e architettura. per la cura di Marianna Castiglione e Alessandro Poggio. Raaflaub. redatta da Diderot nel 1751. Un compito di controllo collettivo talmente delicato da essere svolto sotto una direzione attenta e razionale per evitare deviazioni pericolose. è necessario che le arti «penetrino fin nell’umile capanna del più infimo dei cittadini. in una prospettiva culturale e cronologica ribaltata fanno da controaltare i contributi presentati durante le giornate di studio Arte-Potere. se si pensa agli attacchi di Alceo a Mirsilo e a Pittaco mangiatore di città. Enzo Lippolis e Clemente Marconi per il continuo e insostituibile sup- 7 . Con queste parole. i cui atti sono stati pubblicati nel 2010. un rapporto dialogico e conflittuale. Ma gli esempi e i protagonisti sono molti per essere citati esaustivamente in questa Introduzione. Zanker). Dopo il proficuo confronto durante il convegno Scolpire il marmo. con una precisa funzione politica. agli inviti di Senofonte nello Ierone a utilizzare parte del tesoro per la costruzione di monumenti a favore dei cittadini. dell’opera artistica e del­ l’artista. per tale ragione si rinvia ai singoli contributi in questi atti. Parole che suonano estremamente attuali. all’indomani della Rivoluzione Francese.

Andrea Pantani del­ l’Ufficio Stampa. come la formulazione di percorsi simbolici e visuali. Le intenzioni del potere incontrano i destinatari (osservatori. Francesco Casacci. questa iniziativa. costituiscono i numerosi livelli di lettura e i vari campi di indagine che si è voluto esaminare durante il convegno e nei contributi qui raccolti. pur legate alle esigenze di mercato. passaggi logici. comportamenti e atteggiamenti mentali antichi scevri da sovrastrutture e talora taciuti dalle fonti.introduzione porto. si manifesta attraverso elementi tangibili. Gli autori hanno preso in considerazione diverse forme politiche ed espressioni artistiche nel­l’indagine sull’importanza della committenza nell’arte monumentale e nell’orga- 8 . architettoniche e artistiche. Un grazie speciale alle persone dell’amministrazione della Scuola per la generosa disponibilità in ogni singola fase della preparazione del convegno: Isabella Ricco ed Eleonora Donati. anche durante la fase organizzativa. Un ringraziamento speciale va alla Banca Monte dei Paschi di Siena che ha liberalmente messo a disposizione risorse per il rimborso delle spese dei partecipanti. la diffusione e appropriazione di miti. Ma accanto a queste coordinate spaziali ritroviamo. tenutosi a Pisa dal 25 al 27 novembre 2010 e concepito come momento di confronto tra studiosi che lavorano su cronologie e aree culturali del Mediterraneo diverse. Il potere. elementi di una realtà fluida e tutt’altro che statica. hanno sottolineato l’importanza di dinamiche politico-culturali più ampie. la gestualità ripetuta. che ha reso possibile. con la più ampia visione possibile. Si comprende allora quanta strada abbiano fatto gli studi sul mondo antico da quando fu pubblicato il celebre saggio di Ranuccio Bianchi Bandinelli Roma: l’arte romana nel centro del potere (Milano 1969): qui arte e potere. in cui l’Urbe è sfondo ed essenza allo stesso tempo dell’arte romana. Senza l’aiuto imprescindibile di Luana Cappelli e Aldo Rizzo non avrei potuto risolvere molteplici difficoltà logistiche. Forme artistiche. inserita nelle celebrazioni del bicentenario della fondazione. che costituiscono la memoria collettiva che il potere intende definire. L’incontro si proponeva di indagare le complesse connessioni tra arte e potere nel mondo antico. sino alle officine di produzione. spesso sovrainterpretate secondo categorie anacronistiche. dagli spazi pubblici alla sfera del privato. indicano un quadro monolitico. gli acquirenti e anche i semplici osservatori delle immagini che il potere stesso ha scelto o individuato per la propria esaltazione. ne esprimono e divulgano i valori. Gianfranco Adornato Con poche variazioni questo volume rispecchia il programma del convegno Arte-Potere. infatti. Mi sia consentito di ringraziare la Scuola Normale Superiore. L’affermazione del potere attraverso l’arte si compie a diversi livelli. e la riorganizzazione di eventi culturali di interesse condiviso. istituzioni. che. come già richiamato da Gianfranco Adornato nella sua Introduzione. e non poteva essere altrimenti: analisi come la serie Achaemenid History. Proprio questa poliedricità di fattori. quali il patrocinio di opere urbanistiche. Gli interventi in questo volume contribuiscono a restituire un quadro multiforme del tema. il repertorio delle produzioni artigianali. partecipanti) nei ‘luoghi del Potere’. che implicano l’interazione con gli esecutori. lettori. Parlare del potere delle immagini e dei messaggi del Potere veicolati attraverso le forme artistiche significa ritrovare e mettere a nudo funzioni. formule visive e tradizioni comuni. la dialettica centro/periferia. il grafico Daniele Leccese. ma anche tramite componenti ‘immateriali’. La realtà che emerge dal presente volume è dunque più sfaccettata. Il rapporto tra arte e potere è un tema rilevante nella storia degli studi di antichità. intrecci. paradigmi interpretativi. con la comunicazione verbale e visiva. il coinvolgimento sensoriale. attraverso numerosi punti di vista e differenti metodologie. accoppiati fin dal titolo. contribuendo in maniera significativa alla realizzazione delle giornate di studio e alla pubblicazione di questo volume. per entità politiche più complesse. mostrando che il binomio arte/potere è declinabile in maniera molteplice. e non solo finanziariamente.

Prost. E. Castiglione).W. Cassio). Grecia e Occidente (M. Importazioni. M. Mazzoni. a. Paoletti. sull’autorappresentazione dinastica (A. Polito). M. sulla ricezione più recente del repertorio tradizionale antico (L. Marianna Castiglione Alessandro Poggio 9 . Adornato. ai Severi e la ripresa di immagini dell’arte antica in età moderna. Milano 2010). De Angelis). Maehler. La scelta della diacronia. Faedo). Santi. siamo inoltre grati agli altri membri del comitato scientifico del convegno. Johnston). sul potere sociale della femminilità. Tale prospettiva rivela l’esigenza di un confronto sempre più stretto tra discipline nello studio del mondo antico e stimola la comparazione tra secoli e culture differenti. K. F. R. Cifani. Adornato). C. A questi temi si affianca la volontà di connettere e confrontare diversi luoghi del Mediterraneo e del mondo antico: Cipro e Creta (A. G. dall’XI sec. artistici e di comportamenti socio-culturali presso popoli e in aree differenti gravitanti intorno al bacino del Mediterraneo. Enzo Lippolis e Clemente Marconi. La presenza di richiami e rimandi incrociati. sul ruolo della cultura letteraria nella percezione del rapporto tra arte e politica (H. sui processi economici alla base di fenomeni artistici (F. politici. quello del rapporto tra arte e potere. e questo costituisce – a nostro parere – uno dei valori aggiunti del convegno e di tale volume. Dubbini.introduzione nizzazione urbanistica (S.  De Bernardin). a lungo frequentato e dibattuto. artisti itineranti. Ringraziamo Gianfranco Adornato per il costante supporto durante la preparazione degli atti. Elena Ghisellini. de Ce­­sare). E. Marconi. anche per il presente volume è stato mantenuto semplicemente un ordine diacronico che agevoli una lettura sincronica tra le diverse regioni del Mare nostrum e scoraggi distinzioni disciplinari troppo nette. a Valeria Passerini e alla casa editrice LED. Poggio. Falaschi). consente dunque di elaborare riflessioni originali su di un tema. si tratta di un metodo di indagine adottato alla Scuola Normale Superiore e in parte già sperimentato in maniera fruttuosa in occasione del precedente convegno Scolpire il marmo. come per il convegno. scuole artistiche nel Mediterraneo antico (Atti a cura di G. colto attraverso la documentazione archeologica (A. Anatolia e Macedonia (G. sul legame tra le espressioni funerarie e la struttura sociale (E. consente di cogliere la continuità o discontinuità di processi storici.C. M. Arafat. Ghisellini). sull’uso ‘politico’ dei miti (F. Lippolis. E. che permettono una lettura trasversale attraverso contributi comunque conchiusi in sé. Per questo motivo.

1 11 . archeologicamente nota come Età del Ferro I-II. a. le capitali degli stati che occupano l’area tra Siria settentrionale e Anatolia meridionale sono partecipi di uno sviluppo urbanistico e di una fioritura artistica e artigianale che non hanno precedenti (Fig. 1). le fonti testuali assire registrano i tributi che i re assiri ricevettero dai sovrani dell’area e i ricchi bottini che realizzarono nel corso delle guerre di annessione. Bunnens 2005. L’arte siro-ittita tra continuità e rinnovamento Negli ultimi due secoli del II e nel primo quarto del I millennio a. a capo di questo regno sono infatti sovrani di un ramo della dinastia ittita Il tema è trattato in Mazzoni 2001.C. assumono il controllo politico delle regioni tra Eufrate e costa mediterranea. Karkemish diviene sede di un regno indipendente che mantiene il nome di «Hatti». a prova di una sostanziale continuità politica con la fase precedente. Preziosi corredi di avorio intagliato per mobili e per suppellettili diverse e oggetti in metallo nord-siriani e fenici sono infatti stati rinvenuti nei palazzi assiri. Sugli stimoli della koine assira allo sviluppo dell’orientalizzante. si veda Gunter 2009.) Stefania Mazzoni 1. Tra i diversi generi. e fedelmente rispecchiano quanto elencato dai testi. è indispensabile ricordare che essa emerge nella fase che segue immediatamente il crollo dei grandi imperi dell’Età del Bronzo. si vedano Gilibert 2004. e ai suoi monumenti arcaici celebrativi   1. e ai suoi rilievi storici a carattere narrativo.C. 324-328. come è citato nelle fonti locali e assire. Aro 2009. ha reso possibile la trasmissione di temi e valori ideologici del patrimonio iconografico orientale.Il re e la comunicazione del potere nell’arte siro-ittita (XI-X sec. già sede di un potente governatorato ittita. erede della millenaria tradizione dell’Età del Bronzo e insieme espressione delle nuove tendenze dell’Età del Ferro. intorno al 1200 a. l’arte monumentale e in particolare il rilievo architettonico celebrativo hanno avuto un ruolo preminente in questo sviluppo con la formulazione di un linguaggio artistico originale e coerente. a. Con il venir meno del dominio ittita nell’area.. sia alla nascente arte greca. alcuni centri. specialmente Karkemish. tra IX e VIII sec. Per comprendere lo sviluppo dell’arte monumentale di questa fase.C. offrendo stimoli vivificanti sia alla prima arte monumentale neo-assira. Quest’arte monumentale. dopo Winter 1982. È un processo documentato da diverse fonti: le fonti archeologiche locali danno evidenza di resti monumentali di cittadelle decorate da cicli di rilievi architettonici.C. con le sue immagini rituali e di propaganda. Sul complesso tema del rapporto e della possibile influenza dell’arte siro-ittita sull’arte neo-assira. Sulla diffusione della tecnica del rilievo ortostatico: Lippolis 2011.

6 Harmans¸ah (2011. 4 I rilievi della porta della cittadella di Alaca Höyük e il monumento di Eflatun Pınar possono essere considerati. 276-283. neo-siriana in Matthiae 1997. di caso in caso e in tempi diversi. per opera di John David Hawkins   7. 25-30. 37-44. accesso monumentale alla cittadella di Malatya. Luvii. Allo stesso modo. Assiri. a. che si manterrà con le dinastie successive fino alla conquista assira. 4. è quello che meglio evidenzia il processo di rigenerazione nella continuità delle tradizioni ittita e siriana insieme    5. l’adesione alla tradizione ittita è evidente nella pratica della decorazione monumentale architettonica delle porte. Ehringhaus 2005. 2)   8. discendenti diretti dei re ittiti. i rilievi del Water Gate. 6-11.C. 3)   9. da contatti politici o commerciali. che richiama quella della cittadella di Alaca Höyük. Per le varie denominazioni. databili al­ l’XI sec. e stilisticamente più evoluto. Nei vari cicli decorativi noti è tuttavia evidente. a. 10 Sul ruolo protettivo del re ittita nei rilievi monumentali: Bonatz 2007. che esprimono nell’arte monumentale linguaggi formali e stilistici di assai varia qualità e coerenza    6.. aveva raggiunto un alto livello di maestria tecnica e nuove forme di espressione. esogeni ed endogeni. come atto di autolegittimazione (Fig. 316. specie monumentali. il centro di Malatya sull’alto Eufrate anatolico diviene sede di un regno controllato da un ramo di questa stessa dinastia e ne proviene una serie di rilievi celebrativi con iscrizioni in luvio geroglifico. 2 3 12 . 2. più di altri casi di rilievi rupestri o monumenti diversi. a. Hawkins 2000. A Karkemish. templi e porte adottano il rilievo e la scultura architettonica. i sovrani locali. Harmans¸ah 2011. 7 Si veda il suo corpus delle iscrizioni in luvio geroglifico (Hawkins 2000). gli antecedenti diretti del rilievo architettonico del­l’Età del Ferro.C.C. 282-288. che proprio nell’ultima fase dell’impero ittita. questo nucleo viene rielaborato nei diversi centri artigianali in tempi e modi differenti e ulteriormente rigenerato arricchendolo. siro-ittita in Bonatz 2000 e Gilibert 2011. Nei primi monumenti celebrativi iscritti. È per questo motivo che il termine di arte e periodo siro-ittita. nel XIII sec. promuovono con intenso fervore lo sviluppo urbanistico delle loro capitali e la ricostruzione delle cittadelle del potere. 9 Mazzoni 1997a. tra le diverse denominazioni invalse. Le porte consentono l’ingresso alla cittadella Giusfredi 2010.C. 5 Tardo-ittita in Orthmann 1971. 634-638.Stefania Mazzoni che mantengono il titolo di «Gran Re»   2. anche nella scena dell’omaggio al Dio della Tempesta con il suo carro trainato dal toro che ricorre simile a Malatya (Fig. a. nel cuore dell’altopiano anatolico. 4). Fenici. Sagona Zimanski 2009..Özenir 2004. È importante notare come in questa fase si affermino talune tendenze regionali e come le scuole artistiche esprimano livelli diversi di aderenza al repertorio ittita. I rilievi della Porta dei Leoni. in particolare. Questo periodo iniziale si data oggi con precisione alla seconda metà del XII e all’XI sec. Gilibert 2011. si vedano Bonatz 2000. si impiega il luvio geroglifico. mostrano un repertorio più originale. caratteri pienamente ittiti. che celebra i riti davanti alle divinità. in un’inedita scala monumentale   4. Si vedano Emre 2002. Ciprioti e infine Greci. 14-31. al Dio della Tempesta. Gilibert 2011. In questa prima fase di autonomia. 4 e 10. databili all’XI sec. mostrano nelle immagini del sovrano.    3. e per decorare palazzi. grazie alla ricostruzione delle varie dinastie note dalle fonti. Gilibert 2011. Bachmann . il sovrano è il tramite tra comunità e divinità e assicura con i suoi riti la protezione al paese e alla sua dinastia   10. un genere artistico con il suo apparato iconografico. figg. pure nella varietà stilistica. La frammentazione politica dell’area in piccoli stati regionali nei secoli X-VIII e le diverse storie politiche vissute si riflettono vistosamente nei percorsi culturali e artistici dei diversi centri. che dal­l’Eufrate immette alla città alta.. 73-79. con apporti provenienti da numerosi contesti. anche nell’abbigliamento e nell’impostazione scenica (Fig. neo-ittita in Hawkins 2000. e nella scelta dell’iconografia dell’omaggio del sovrano agli dei e. 282-288. infine dal vario atteggiarsi delle molte componenti sociali e politiche che convivono nell’area. 50-57. tra Aramei. un processo formativo e di sviluppo sostanzialmente comune che documenta un’opera di cosciente ripresa e rielaborazione di un repertorio di immagini e significati simbolici preesistente. 8 Poli 2007. 121-127. 638) titola infatti «A Fragmented Universe» il capitolo sull’Età del Ferro. Ivi. Il processo di riurbanizzazione dell’area e di ristrutturazione delle cittadelle e dei loro monumenti principali si ispira ai canoni monumentali della tradizione ittita. Nei due casi.

a. come il non avere rispettato la regola della minore dimensione del re davanti al dio. ne perpetua la memoria. a.. si pone all’interno della tradizione scultorea ittita.Kohlmeyer 2005. Il rilievo. ovvero quella piana di ‘Amuq con la sua capitale Kunalua (forse Tell Tainat con una monumentale cittadella con palazzi di IX e VIII sec. fu decorato da rilievi in età ittita. presenta rilievi ittiti reimpiegati (il Dio della Tempesta e altri geni compositi. mostrato in atteggiamento di trionfo (Fig. Kohlmeyer 2009. La decorazione delle pareti orientale e meridionale e del basamento settentrionale laterale. Si vedano il confronto operato da Kohlmeyer 2008 e la datazione già proposta da Maz­ zoni 2000. a. Taita si definisce nella sua iscrizione «Re ed eroe della terra di Padasatini». 12 Gonnella . Il tempio fu ricostruito lungo l’arco dell’Età del Bronzo. 14 Abu ‘Assaf 1990. 2011.Khayyata . fu poi rimaneggiato con l’aggiunta di nuove sculture nell’XI secolo e successivamente decorato di nuovo nel X-IX secolo. con la sua lunga iscrizione in luvio geroglifico. e sono dunque il luogo dove vengono compiuti i riti che permettono di suggellare questo patto e di dare in conseguenza visibile e formale legittimazione alla regalità.C. come i recenti scavi e studi di Kay Kohlmeyer hanno potuto chiarire   12. la decorazione di Taita dell’XI sec. regno già noto anche da iscrizioni della regione dell’Oronte medio (Meharde) e basso (Tell Tainat). sono invece illustrazioni integrate nel percorso commemorativo   11. Possiamo. Che questo periodo costituisca un momento nodale nella trasmissione del repertorio iconografico dell’Età del Bronzo lo dimostra la decorazione della cella del tempio del Dio della Tempesta di Aleppo..C. a. La lettura del nome «Padasatini» da parte di Hawkins come «Palistin». Tarhunza. a. le lastre decorate a falsa finestra). nel corso del XIII sec. dalla intrigante assonanza con i Filistei e i Peleset dei Popoli del Mare. e maggiormente la dedica con la sua iscrizione e l’immagine del re in atto di devozione davanti al potente Dio della Tempesta. Gilibert 2011. ma si veda ora più specificatamente. Rilievi più antichi ittiti decoravano peraltro già la cella. sulla base del confronto con i rilievi di Aleppo. come ricostruisce Kohlmeyer. che sarà poi nuovamente decorato nel X sec. 13 . Per gli ultimi risultati degli scavi di Tell Tainat: Harrison 2009. e in alcuni tratti non canonici. Pur con i suoi aspetti formali innovativi.). 13 Per l’iscrizione di Taita: Hawkins 2009.C. apparentemente non autoctona. con il gesto di omaggio secondo la tradizione ittita. si tratta dunque di un’aggiunta a una decorazione più antica. presenti caratteri stilistici recenziori rispetto al rilievo del dio.C. permette oggi di ricostruire per questa fase una nuova entità politica.) istituzionale. presenta il muro di fondo orientale decorato da un contrafforte con il rilievo del sovrano Taita raffigurato nel gesto usuale ittita con la mano chiusa in atto di omaggio davanti al Dio della Tempesta. né apparentemente l’impianto a cella larga. nota anche come Pattina agli Assiri nel IX secolo    13.Il re e la comunicazione del potere nell’arte siro-ittita (XI-X sec. mentre maggiori trasformazioni nel repertorio iconografico e nel riposizionamento della cella lunga con muro di fondo a nord si avranno nella terza e ultima fase del X secolo. e insieme suggella e rende visualmente esplicita e non dubitabile la legittimità di Taita a governare il suo regno davanti al dio tutelare. È stato giustamente notato come il rilievo di Taita.C. a. confermare una prima fase ittita di XIII secolo con le immagini delle divinità sul peribolo esterno posteriore e le lastre con i geni 11 Mazzoni 1997a. grande centro sul corso del fiume Afrin. a. questo regno avrebbe controllato l’area cilicia con la piana dello ‘Amuq e il basso Oronte intorno all’XI sec. 5). forse con ingresso a gomito. La sicura datazione delle fasi del tempio di Aleppo ha permesso di riconsiderare la complessa e non risolta attribuzione cronologica della decorazione monumentale del tempio di ‘Ain Dara. che da nord si immette nello ‘Amuq   14. La cella della fase dell’XI sec. in particolare 97-114. La decorazione delle porte costituisce un esplicito riferimento visuale che rafforza simbolicamente lo spazio delle attività rituali: i rilievi non sono solo una quinta scenica decorativa o il fondale dello spazio rituale del paesaggio urbano.C. commemora il rito certo celebrato da Taita in quel luogo. sul tema della funzione rituale degli spazi e delle decorazioni parietali relative. In un tale scenario politico il restauro e l’abbellimento voluto da Taita del tempio più celebrato della Siria settentrionale assumono allora un chiaro significato politico.C. La ricostruzione dell’XI secolo non innova né la struttura decorativa.

come dimostrano oggi i nuovi scavi sul sito    17. Da questa tradizione discendono direttamente   18 le manifestazioni artistiche della nuova fase dell’XI sec. Orthmann 1993. l’arte ittita abbia conosciuto un’ultima fase di grande sviluppo e di accentuata monumentalità.. 2002b. per la varietà e la monumentalità delle sue manifestazioni. La presenza di un rilievo con i geni della montagna nella vicina Gerçin Tepe (Duru 2004. a. protomi di sfingi e stipiti a figura leonina della cava scultorea di Yesemek (Islahiye) e dai pochi rilievi. Ittita è anche l’impianto scenografico con la sua decorazione plastica e volumetrica che richiama il monumento alla sorgente di Eflatun Pınar. 98. Duru 2004 e 2011. dalla costosa e complessa lavorazione. visto che Zincirli sembra essere stata fondata come capitale di un regno arameo non prima del IX sec. che ci è documentata dai 250 tra rilievi. È possibile che.C. la decorazione dell’anticella a false finestre (Fig. identici nello stile e nelle tecniche. 17 Per uno stipite leonino della stessa cava: Schloen . prodotti della stessa bottega scultorea. forse per la vicina Zincirli Höyük. La cava fu forse abbandonata o comunque le opere non raggiunsero mai la loro destinazione finale. Mazzoni 1984 e 1986-1987. La tendenza a modellare gli spazi urbano e naturale in una scenografia simbolica che si integra funzionalmente ai riti officiati ne costituisce il tratto più originale. a Sıkızlar. con le file di geni e divinità in posizione di Atlante a sostenere il rilievo del sole alato posto a sommità del monumento. che sono opera di dinastie di origine ittita e di nuove componenti non native che adottarono i modelli ittiti come strumento di legittimazione. delle sue funzioni spazio-architettoniche e dei suoi significati ideologici. nella Siria settentrionale   16.1). protomi di sfingi di questa bottega. prima della crisi del XII sec. l’ingresso monumentale con le protomi di sfingi. o i rilievi con gli dei della montagna sono di chiara ispirazione ittita   15. 2002a. a.. 15 16 14 . come la stele della dea Ishtar/Shaushga seminuda. Il rilievo ittita si caratterizza nella sua fase finale. 18 Per la continuità tra fase ittita e siro-ittita: Harmans¸ah 2011. a una seconda fase post-ittita di XI secolo apparterrebbe il plinto esterno con la teoria di leoni e sfingi. nel corso del X sec. o forse per un centro ittita nelle sue vicinanze.C. 636-640. 6). dovevano essere destinate a decorare diverse porte e monumenti di città dell’area.C. a.Stefania Mazzoni compositi del piedistallo interno laterale. 210. a. È chiaro che queste opere.C. la cava probabilmente operò per un breve periodo. con regni autonomi e con dinasti che potessero assicurare la committenza di opere così monumentali. probabilmente al tempo del crollo del dominio ittita e comunque prima che si ricostituisse la geografia politica dell’area. porterebbe a identificare questo sito come il centro preminente della vallata del Karasu tra XIII e XI sec. ma non in posto. probabilmente ricostruito. specie nei centri dell’Anatolia meridionale. tav.Fink 2009. a. dove sono state rinvenute. in una terza fase.C.. Anche in questo sito alcuni rilievi. 60.

La lineare B usata per l’antica amministrazione palaziale era scomparsa da secoli. per così dire. L’idea che tutti ne hanno è che sia ampiamente diffuso nel mondo greco.C. anzi vecchissimo. come spesso succede. dove si usava per il dialetto locale il vecchio. che andava dall’Asia Minore al continente greco vero e proprio. con forme di lettere e convenzioni grafiche spesso fortemente divergenti. le iscrizioni su materiale durevole – pietra o metallo – sono gli unici testi da cui possiamo farci un’idea di come si scriveva in una certa zona un testo greco. Jeffery   1. si usava l’alfabeto. cosa che è sostanzialmente vera. sui quali rimane fondamentale lo studio di Lilian H. le eccezioni sono più interessanti della norma. questo è Jeffery 1990. alle isole dell’Egeo. destinata a durare fino al dominio tolemaico e anche oltre. la diversità dei contenuti: in altre parole. Le ragioni possono essere molto diverse. in alcune zone certi tipi di testo assumono carattere monumentale. a quelle del Ponto e a Cirene. a sua volta derivato dalla lineare A (è interessante notare che la scrittura locale di Cipro. Fino al IV sec. alle colonie dell’Italia meridionale. in altre no. altri tipi sono assenti.C. ma. sistema sillabico. Si veda ora Olivier 2007. importato e modificato a partire da quello fenicio. derivato dalla scrittura che Sir Arthur Evans chiamò ciprominoico. deriva in ultima analisi da una scrittura importata da Creta prima del 1500 a. Per la scrittura su materiale durevole – l’unica che possiamo. ma. cosa ancora più importante. che si era rapidamente differenziato in un numero impressionante di alfabeti locali.SCRITTURA E POTERE NELLA GRECIA ARCAICA: IL CASO DI CRETA E CIPRO Albio Cesare Cassio Proviamo a fotografare rapidamente la situazione della scrittura in Grecia tra il VII e il V sec. Un caso emblematico è quello dell’epigramma funerario in esametri o distici elegiaci. in alcune zone si trovano solo testi di un certo tipo. La lingua era differenziata in numerosissimi dialetti spesso molto diversi tra di loro e gli alfabeti non erano direttamente collegati ai dialetti: due isole vicinissime come Nasso e Paro avevano dialetti molto simili ma in epoca arcaica usavano alfabeti radicalmente diversi. Naturalmente circolavano moltissimi testi di diversa natura su materiale deperibile – pelle di animali o papiro – ma non li abbiamo e possiamo fare solo supposizioni sulla base di altre fonti: notizie di storici o antiquari. 1 2 33 . a C. a. Per esempio in età arcaica e classica è quasi completamente assente da Sparta e dalla Laconia.)    2. L’alfabeto era usato dappertutto tranne che a Cipro. o testi letterari conservati in copie di epoca molto più tarda. In tutto l’amplissimo mondo di lingua greca. toccare con mano – colpiscono non solo le differenze formali nell’uso della scrittura tra zona e zona.

. Gli epigrammi funerari sono assenti anche da Creta. In questo caso la pressione ideologica è evidentissima: il singolo è ritenuto un numero all’interno della collettività. In vari ambiti le leggi hanno per così dire faticato a raggiungere una redazione scritta.3. non si trovi la minima traccia di leggi su pietra o Plu. et non des moindres comme Sparte. e quindi una proibizione esplicita. 27. ma possono prendere un carattere monumentale. 3 4 34 . L’epigramma di Ambracia forse non è un manufatto artistico in senso stretto. di apporre nomi di persona sulle lastre tombali. per una serie di ragioni. Il monumento ha una struttura molto semplice: si tratta di una serie di blocchi di calcare decorate da un toro   4. Invece se diamo un’occhiata a Corinto e alle sue colonie troviamo un mondo completamente diverso: non solo gli epigrammi funerari ci sono. ma è il testo scritto che è monumentale. 1. ma culturalmente sembrano essere mondi che non si toccano. come sappiamo da un aneddoto riportato in (pseudo) Plutarco: Ζευξίδαμοϲ. Apophthegmata laconica 221b.Ruzé 1994. con lettere grandi e molto regolari: in un certo senso è il testo che costituisce il monumento. ma per una ragione molto diversa: finora sull’isola non sono stati trovati epigrammi metrici su pietra o metallo risalenti all’età arcaica o classica. sono ben rappresentati. a. correva una grande iscrizione metrica in alfabeto corinzio arcaico con lettere alte 10 centimetri che commemorava la morte. L’epigramma era di 10 versi (ne sono rimasti 8). l’epoca del semi-mitico Taleta di Gortina. anzi.   6 La perdita della scrittura su materiale deperibile rende aleatori molti ragionamenti. ma è comunque significativo che nell’ VIII sec. le tradizioni poetiche sembrano morire a Creta o comunque non hanno lasciato traccia scritta. di cui parla Plutarco nella Vita di Licurgo    3. quindi gli epigrammi funerari mancano perché mancano tutti gli epigrammi su materiale durevole. Cassio 1994. In linea d’aria Sparta e Corinto non sono poi così lontane. Per tutta la lunghezza del monumento.albio cesare cassio probabilmente da mettere in rapporto con la proibizione. ʻὅτιʼ ἔφη ʻϲυνεθίζεϲθαι <δεῖ˃ ταῖϲ ἀνδραγαθίαιϲ κρεῖττον ἢ ταῖϲ γραφαῖϲ προϲέχεινʼ. […] sans ignorer l’écriture […] n’éprouvent pas le besoin de s’en servir pour codifier les conduites qu’elles attendent de leurs concitoyens […] La coutume suffit. ma in realtà lo scrivere leggi e decreti. mentre quelli funerari sono assenti. mentre in una colonia di Corinto i quattro versi finali di un epigramma sono occupati da nomi di persona. scoperto nei dintorni di Arta (l’antica Ambracia. a. dei quali sono ricordati i nomi.. Forse il caso in assoluto più impressionante è quello dell’epigramma iscritto su un polyandrion. ma sarebbe l’eccezione che conferma la regola. e non deve apparire come individuo. Lyc. per opera di popolazioni indigene.C. risalente alla metà del VI sec. a. a Sparta era probito scrivere sulle lastre tombali i nomi di persona. πυνθανομένου τινὸϲ διὰ τί τοὺϲ περὶ τῆϲ ἀνδρείαϲ νόμουϲ ἀγράφουϲ τηροῦϲι καὶ τοῖϲ νέοιϲ ἀπογραψάμενοι οὐ διδόαϲιν ἀναγινώϲκειν. dei componenti di un’ambasciata mandata da Corinto ad Ambracia. Dopo il VII sec.   5 È ovvio che dietro il comportamento di Sparta c’è di nuovo l’ideologia ‘licurghea’. che è così ovvio per noi. Non solo noi. ma già gli antichi si chiedevano perché a Sparta le leggi rimanessero non scritte.C. spesso la forza di quello che noi chiamiamo diritto consuetudinario (customary law): Certaines cités. 5 Ps. quasi 12 metri e mezzo.C. Uno degli ambiti in cui gli usi dei Greci erano molto diversi da zona a zona era quello delle leggi.-Plu. colonia di Corinto). non lo è stato nel mondo greco fino a una certa epoca. Quindi in Laconia altri tipi di epigrammi. per esempio gli epigrammi dedicatori. con eccezioni rarissime. Non è detto che un giorno non se ne trovi uno. ricco di simbologia. 6 Effenterre . L’introduzione della scrittura alfabetica in Grecia non ha portato a una ‘corsa’ alla scrittura delle leggi. una lunghezza eccezionale per un’iscrizione metrica arcaica: tutto rivela nell’esecuzione di questo monumento una cura meticolosa e quasi maniacale.

13 «The Cretans did not any longer produce impressive works of art. E si può aggiungere dell’altro: i Cretesi non prendono parte alle guerre Persiane. per cui Creta era stata famosa nel periodo geometrico e orientalizzante    12.C. i Cretesi non conoscevano quasi niente di Omero    10. mentre abbiamo due componimenti poetici estremamente significativi. a. n. le città cretesi sembrano concentrare i loro sforzi sulle lotte intestine. 81. Il contrasto maggiore è con Creta. né dalle novità intellettuali provenienti dalla Ionia e dalla Sicilia. Come mai nelle due isole più grandi del mondo greco troviamo una situazione così sbilanciata? In realtà per ragioni diverse Creta e Cipro presentano molti aspetti misteriosi. 10 Pl. Alla fine del VI secolo e agli inizi del V la situazione cambia. a Creta sono stati chiamati dagli archeologi «the silent centuries» o addirittura «the Cretan Dark Ages». but they produced more legal inscriptions than the rest of Greece taken together» (Chaniotis 2005. troviamo però a Creta una quantità impressionante di testi legali   13 – e di testi legali con particolari 7 Rispettivamente CEG 432 e 454. 680c. Ma ci sono altre aree in cui leggi scritte su pietra o bronzo non sono attestate. c’è anche un forte declino nella produzione artistica. inoltre le leggi di Creta sono ampiamente discusse. dove la riforma di Licurgo aveva portato a una proibizione esplicita di scrivere le leggi. l’oinochoe del Dipylon. La più antica legge scritta che abbiamo risale a circa il 650 a.Scrittura e potere nella Grecia arcaica: il caso di Creta e Cipro metallo. 175). nessun autore antico parla di legislatori di Cipro né di leggi specifiche in uso a Cipro. quindi non ci meravigliamo che non siano attestate epigraficamente. 25 («[…] noch sehr viel mehr als Sparta hatte Kreta die fühlung mit der hellenischen cultur verloren. nella letteratura greca classica. Il VI e il V sec. e talvolta le leggi scritte prendono una dimensione monumentale. dove la maggioranza delle iscrizioni di età arcaica e classica. specialmente i bronzi. 35 . e d’altronde non avevano neppure una poesia propria   11. a. le leggi attestate epigraficamente sono abbastanza poche. dass die Kreter noch um 360 den Homer kaum kannten.C.C. È il caso di sottolineare «quasi tutte» perché ci sono numerose eccezioni. quella dei κόϲμοι   8. per l’impressione di generale impoverimento della cultura e dell’arte cretese e isolamento di Creta dai mercati stranieri – anche se talvolta il quadro può essere modificato da nuovi ritrovamenti. 9 Erickson 2004. e spesso mitizzate. 9-17. Platone sapeva che ancora attorno al 360 a. Lg.   7. contengono testi legali. a. Dopo 120 anni è ancora in gran parte valido il breve ed efficacissimo quadro disegnato da Wilamowitz in Aristoteles und Athen: in epoca classica Creta ha perduto ancor più di Sparta il legame con la cultura ellenica. né gli Ateniesi né gli Spartani sono riusciti a trascinarla nella loro sfera di influenza. una delle più interessanti è Cipro. Verso la fine del VII sec.C. e quasi tutte le città importanti cominciano ad avere leggi scritte.Ruzé 1994.C. sie hatten aber auch keine eigene poesie […]»). Una delle più note. Nessun testo greco contenente una vera e propria legge è stato finora trovato sull’isola. 12 Boardman 1978.C.. von der ionischen und sizilischen aufklärung verschont geblieben: Platon wusste. di cui ho già detto. 8 Effenterre .C. e l’isola non è stata toccata né dalla tirannide né dalla democrazia. che sono moltissime. La data fornita da Hansen in quella sede (525-520 a. verso il 620 a. Zaleuco un po’ più tardi. gli axones e le kurbeis. e la cosiddetta coppa di Nestore. è Sparta. 11 Wilamowitz-Moellendorff 1893. come è stato mostrato da Brice Erickson a proposito di Eleutherna   9.C. che potrebbe risalire al 740 a. ed è cretese: è la legge di Dreros. war von der tyrannis und der demokratie. nei giochi panellenici mancano quasi completamente atleti cretesi. welche weder das attische reich noch die lakonische vorherrschaft in ihre kreise gezogen hatten. Ma fino a quasi tutto il VI sec. In questa situazione. che non sembra esattamente florida dal punto di vista culturale.) è notoriamente errata in maniera clamorosa. che regola l’iterazione in carica di una tipica magistratura cretese. A proposito di questa affermazione si può ricordare la mancanza di epigrammi su pietra di cui ho parlato sopra. Dracone ad Atene con le leggi scritte su supporti di legno rotanti. che risale a circa il 725 a. per esempio Caronda. die insel.. e c’è anche dell’altro: diversamente da Sparta e da tante altre aree del mondo greco.C. Cominciamo da Creta. Attorno a quell’epoca cominciamo a sapere di legislatori che operano con leggi scritte.

è stata da sempre esposta a potenti influssi culturali dell’Egitto.C. Supp. εἶτα κατέλυϲαν οἱ Κρῆτεϲ   18) e furono instaurati nelle città dei regimi aristocratici. 1272a. and of ensuring the continuance of male lineages. tanto più che nel caso delle leggi del tempio di Apollo Pythios non c’è indicazione della magistratura che promulga la legge. ricordando innanzitutto che un’iscrizione non è solo un testo. il cosiddetto Grande Codice di Gortina. La scrittura sui muri di un tempio conferisce una specie di sacralità al testo. La mise en page è sicuramente pensata per agevolare un potenziale lettore. ricchissima in particolare grazie al legname delle foreste e alle miniere di rame. il caso più interessante è quello delle leggi iscritte sui muri del tempio di Apollo Pythios a Gortina (tardo VII-VI sec. 182). quindi molto scritto doveva circolare su materiale deperibile   14.): le leggi scritte garantiscono l’eguaglianza tra poveri e ricchi. che si sviluppa su 11 colonne per più di 600 righe di scrittura: un monumento alla regolamentazione della vita sociale da parte di una classe dirigente conservatrice. Secondo Pierre Carlier questo è successo prima dell’VIII sec. 418.). cosa che sembra una banalità ma non lo è affatto. e in molti altri casi esse sono nominate e ben presenti. Le leggi di Creta si trovano su edifici pubblici e in alcuni casi sono iscritte su muri di templi.   20 Creta presenta quindi tra VI e V sec. Fino a un certo punto a Creta c’erano stati dei re (Erodoto racconta un’antica storia riguardante un re Etearchos di Axos   17). 18 Arist. e se il povero ha ragione può avere la meglio sul ricco (γεγραμμένων δὲ τῶν νόμων ὅ τ᾽ ἀϲθενὴϲ / ὁ πλούϲιόϲ τε τὴν δίκην ἴϲην ἔχει. Siamo ovviamente in un mondo profondamente diverso non solo da Creta. L’isola. isolamento culturale non significa mancanza di scrittura. / νικᾶι δ᾽ ὁ μείων τὸν μέγαν δίκαι᾽ ἔχων). 19 Carlier 1984. Ovviamente le magistature c’erano.C. Come ho già detto. E alla base dei testi scritti su pietra o metallo dovevano esserci numerosi testi su materiale deperibile: è stato ampiamente notato che la forma arrotondata di molte lettere dell’alfabeto cretese arcaico mostra che la scrittura epigrafica seguiva il modello di una scrittura libraria. it is a system of protecting privilege. 20 Davies 2005. a. 327. Sulla leggibilità e monumentalità delle leggi di Creta ha detto di recente cose importanti Paula Perlman. Tuttavia. fenomeni abbastanza rilevanti di isolamento culturale.    19. E le leggi cretesi sono profondamente attente a conservare i privilegi di quelle aristocrazie. ma poi l’istituzione regale fu eliminata. in cui parla Teseo (E. 14 15 36 . nuovi inizi per nuovi paragrafi. Il nostro modello di base è sempre l’Atene classica. lettere colorate in rosso con la miltos.C. of safeguarding the ownership and transmission of property. «An inscription is not only a text but an artifact» (Perlman 2004. uno dei massimi specialisti di economia e legislazione greca: Above all. 4. a. a questa ricchezza di testi legali di Creta corrisponde un vuoto nell’altra grande isola.154. queste caratteristiche raggiungono il loro apice nella più lunga e grandiosa iscrizione della Grecia classica. È interessante la breve (e dura) caratterizzazione finale del Grande Codice di Gortina da parte di John Davies.albio cesare cassio caratteristiche di leggibilità e talvolta di monumentalità. 433 ss. 17 Hdt. to be blunt. 21 Famoso da questo punto di vista è un passo delle Supplici di Eruripide. Pol. Cipro. che quindi viene presentata come una specie di «pronunciamento divino»    16. soprattutto per linguisti e storici del diritto che in genere vivono di trascrizioni su carta. ma anche dalla Grecia continentale. 16 Perlman 2004. della Fenicia e dell’Anatolia meridionale (una delle due grandi famiglie sacerdotali Del Corso 2003. Creta dimostra invece che una scrittura accurata e addirittura monumentale può essere utilizzata esclusivamente per scopi interni di regolamentazione della vita civile in una prospettiva nettamente conservatrice. come ci dice Aristotele (βαϲιλεία δὲ πρότερον μὲν ἦν. ma un manufatto   15. che ci fa collegare produzione e diffusione della scrittura con la brillantezza intellettuale e la giustizia sociale   21. / ἔϲτιν δ᾽ ἐνιϲπεῖν τοῖϲιν ἀϲθε­νεϲτέ­ ροιϲ / τὸν εὐτυχοῦντα ταὔθ᾽ ὅταν κλύηι κακῶϲ. a. anche se nuove scoperte hanno riservato e potrebbero riservare delle sorprese. con lettere grandi. indentature e segni divisori.

molto più di Creta. pubblicato nel 2010   25. 1131. e il fenomeno delle iscrizioni digrafe aumenta notevolmente a partire dal IV sec. come a Creta e altrove.2. a. 26 Masson 1983. cominciano ad apparire brevi testi in alfabeto accompagnati da trascrizione in sillabario. scritte in sillabario   27. Iacovou 2008. la stele funeraria di Mutun ‘Astart. e a Cipro su tavolette di calcare.C. I βαϲιλεῖϲ non furono solo greci. «la signora»). dobbiamo fare i conti con il problema della perdita di testi scritti su materiale deperibile. 22 23 37 . A partire dal VI sec..C. Hist. Egiziani e Persiani e durarono fino alla conquista tolemaica dell’isola. Le iscrizioni di Cipro in lingue semitiche sono in accadico.). 325.. 31 Yon 2004. naturalmente. graffiti e leggende monetarie. a. e che spesso contengono contabilità sia in greco che in fenicio (in quest’ultima lingua abbiamo per esempio i conti del tempio di Astarte   31).2) e 10d (= Hsch. che vuol dire etimologicamente «scavare. soprattutto Kition (odierna Larnaka) a partire dalla fine dell’XI sec. Egetmeyer 2010. che provenivano dalla Cilicia   22) e politicamente divisa da tempi immemorabili in numerosi regni i cui re. ugaritico e fenicio (queste ultime soprattutto attestate a Kition   24).C. capo degli scribi   28. e disponevano di vere e proprie organizzazioni di scribi: per esempio abbiamo a Kition. 78-80. n. la grammatica e il corpus delle iscrizioni a cura di Markus Egetmeyer. Come sappiamo da Esichio. vassalli peraltro con notevole autonomia. Le iscrizioni in sillabario sono state edite da Olivier Masson per la prima volta nel 1961 e in una seconda edizione ampliata nel 1983. sia nella produzione artistica che nel gioco politico. che peraltro si chiamava localmente non Afrodite ma Ûάναϲϲα. probabilmente i rapporti tra Greci e Fenici non furono ostili fin dall’inizio. nel IV sec. 57-60. e questa volta bisogna tener conto della presenza sul­ l’isola dei Fenici e dei loro contatti con i Greci. Zournatzi 1996.Scrittura e potere nella Grecia arcaica: il caso di Creta e Cipro di Pafo erano i Ταμιράδαι. a. 29 Dall’antico inglese ceorfan. Esistono poi ad Amatunte iscrizioni in una lingua locale non decifrata. n. tra il V e il IV sec. che etimologicamente significa «spalmatore di pelli»   30. 24 Yon 2004. Questi testi ‘dipinti’ su papiro o pelle sono ovviamente tutti perduti. invece nelle iscrizioni sillabiche di Cipro i verbi che si usano sono o ἀλείφω o ἀλίνω. FGrHist 758 F 10c (= Tac. quelle greche sono in sillabario cipriota fino all’età el­lenistica avanzata. τ 107 Ταμιράδαι· ἱερεῖϲ τινεϲ ἐν Κύπρῳ). Sui regni ciprioti c’è una ricchissima bibliografia: per discussioni recenti si vedano. 27 Ivi. 1078. ma lo divennero a partire dall’epoca della rivolta ionica (499 a. tra gli altri. Anche a Cipro.C. il nome cipriota del maestro di scuola era διφθεραλοιφόϲ. 30 Hsch. Si veda Frisk 1973. Anche i Greci ciprioti scrivevano molto con l’inchiostro. I Fenici sicuramente scrivevano moltissimo con inchiostro su pelle o papiro.C. che vogliono sostanzialmente dire «spalmare» e sono comprensibili solo in un ambito nel quale si stende dell’inchiostro con un pennello su una superficie liscia. incidere» (ha la stessa radice del verbo inglese «to carve»   29) e implica l’incisione in un materiale duro. δ 1992 διφθεραλοιφόϲ· γραμματοδιδάϲκαλοϲ παρὰ Κυπρίοιϲ. Maier 1989. divennero poi nel corso della storia vassalli di Assiri. Da questo momento in poi Cipro comincia ad essere profondamente influenzata dal resto del mondo greco e soprattutto da quello attico. che a un certo punto espande il suo potere fino ad arrivare a dominare la Fenicia – una figura che anticipa per molti versi quella dei sovrani ellenistici. iscrizioni funerarie. 2. Comunque i testi in sillabario che noi possediamo sono in genere brevi e consistono soprattutto in dediche alle divinità (soprattuto Afrodite. tanto che durante il dominio persiano potevano battere moneta con il loro nome   23. In greco il verbo normale per scrivere è γράφω. a.C. i βαϲιλεῖϲ di Cipro. a. 28 RB HSPRM: Yon 2004. 25 Masson 1961 e 1983. ora abbiamo un ottimo lavoro complessivo. dato che i Fenici si insediarono in varie zone del­l’isola. siamo un po’ più fortunati con delle tavolette di calcare su cui si scriveva appunto con un pennello. troviamo personaggi straordinari come il re filelleno e filoateniese Evagora di Salamina.   26.

For a recent summary of the problems concerning the chronology of the Bacchiads and Cypselids: Salmon 2003a. Nancy Winter   5 subsequently dated it nearer 660 than 650. top centre). 52-53. so far. I am also very grateful to Elizabeth Gebhard. has pointed out. istituzioni. I am most grateful to Gianfranco Adornato for his kind invitation to take part in the Conference Arte-Potere. 2)   4. A-B. 3 Gebhard 2001. Arafat Excavations by the University of Chicago at the sanctuary of Poseidon at the Isthmus of Corinth were first undertaken in the 1950s. as Elizabeth Gebhard. in all probability the Bacchiads ruled until 657. their average weight of around a gram each characteristic of much of the archaic fineware pottery from Isthmia. we have no definite date for that.W. 43. pls. with the last major campaign in 1989. the director of the excavations. 2 Gebhard . It is also the period which sees the building of the first temple of Poseidon and the institution of the Isthmian games. paradigmi interpretativi. which became part of the athletic periodos along with Olympia. 4 Sturgeon 1987. so the temple was very likely finished before then»   3. Delphi and Nemea. My responsibility is the publication of the pottery from 700-550 BC. whose relevance I will also discuss. then Cypselus and his descendants ruled until ca. 14-16. 2003 b. director of the University of Chicago Isthmia exacavations. for advice on this article. I will consider both the temple and the games in this article. This does not. covering the period from the end of the Geometric style in Corinth until the end of Corinthian figured pottery. which is mostly underneath the Classical temple. and to contribut to the Proceedings. 2003c. This is also the period of the Bacchiads and the Cypselids at Corinth. 1. 13b. The crucial piece is part of the body of a Middle Protocorinthian aryballos dating ca. 1 45 . 35. Forme artistiche. I begin with the archaic temple of Poseidon. In 1989. 1)   2.Hemans 1992. «the terracing between the façade of the temple and the long altar was in place by the mid-7th century. of course. 229. Cypselids and Archaic Isthmia K. 585 or soon after   1. tell us when the temple was completed and.Bacchiads. 5 Winter 2002-2003. However. 690-650 (Fig. Although there has been some disagreement. who published it in 1987 (Fig. pl. One piece of evidence for the date which has often appeared in the scholarly literature about Isthmia is a marble perirrhanterion which has been dated 660-650 by Mary Sturgeon. 1-26. the first definitive evidence for the date of the temple was excavated in the form of a foundation deposit which produced six small fragments of Protocorinthian pottery (Fig. proving that the building of the temple started some time between these dates.

inv. terracotta perirrhanteria were placed at the edges of the sanctuary – Isthmia was a roadside shrine.Hemans 1992. and he seems to be a lone voice. and therefore a generation later than the marble perirrhanterion. Temples are substantial and conspicuous and were put up by the ruling authorities of the state. 214: «[…] the construction of the temple may have marked Kypselos’ rise». and it is indicative of the wealth of the Corinthia that two temples should be put up in such close proximity.g. pl. but without discussion. it seems safe only to conclude that the perirrhanterion was one of the first dedications following the construction of the temple. 3. In truth. fig. indicating the richness of the sanctuary at this time and the investment of the authorities in it. Broneer 1971. 11 Arafat 1999. and 104 note 61. like the temple. 6 7 46 . John Boardman   7 has dissented from Sturgeon and Winter by dating it to the «late 7th century». 13 E. which is in situ near the northeast corner of the archaic temple. reflect the artistic patronage of the rulers of the day. Broneer 1955. one could not do so confidently even if the marble were provably Lakonian. Attractive as it would be to argue for a Lakonian dedicator of the marble perirrhanterion.K. 144-145. except that it gives a terminus post quem for the perirrhanterion. 36-37. and this argument may well be applicable to the temple itself as well    13. From around 580. 51a. personal communication. it was believed that its base. datable to no earlier than the late 7th century   16. Soon after. 584 note 3. Salmon 1984. We cannot know when that occurred. and highly painted. is an exception. 59. in fact sits on a surface dating to the mid-second half of the sixth century (Fig. it would seem odd to place it within. after 657 favours Cypselus. Morgan 1990. 7e. rather than purely votive. The Corinth temple is surely slightly earlier than Isthmia. echoed by Ridgway 1990. Following the 1989 excavations. The origin of the gray-blue marble from which the perirrhanterion is made might tell us something of the dedicator. 53-54. however. the perirrhanterion has often been cited as evidence for a mid-seventh century date for the first temple at Isthmia    8. fig. but it has not been firmly established. 103 note 57. and water bowls would be useful for weary and dusty travellers   11. 189. 16 Isthmia. 424. made of marble.W. 10 E. 132 note 5. isotopic analysis of this and other archaic marble perirrhanteria led Jane Burr Carter to refer to «tentative confirmation of Lakonia as the source»    15. 14 Sturgeon 1987. although there is no archaeological evidence to prove Rolley 1994. both in date and in placement: if it were functional. to conclude that the perirrhanterion. The marble perirrhanterion. Mary Sturgeon observed that «not enough comparative data is yet available to suggest a quarry»   14. calling it «an appropriate gift with which to propitiate the gods at the outset of a new political venture»   12. a rare and very conspicuous dedication. However. IP 324. rather than at the entrance to. Boardman 1978. we cannot make such precise distinctions. Gebhard 1998. dates from the mid-7th century. given the imprecision in the chronology of both of the archaeological evidence and the political events of the mid-7th century. 25-26. then. 59. therefore. It was. The marble perirrhanterion is unusually elaborate – 1 metre 26 centimetres high without the base. In publishing the perirrhanterion in 1987.g. Further study of the Archaic temple in 2009 has confirmed that the base was cut into the existing temple floor   10. Arafat while Claude Rolley   6 places it in the second quarter of the seventh century. 3)   9. 9 Gebhard . so the perirrhanterion cannot be dated by the construction of the temple. 12 Sturgeon 1987. 8 E. 10. the temple. Mary Sturgeon thought the perrirhanterion might be a dedication to celebrate the Cypselids’ coming to power. and that we do no more than speculate as to who dedicated it. but it is worth noting in any case that the earliest securely datable Lakonian ceramic imports at Isthmia are typical Lakonian versions of the Corinthian round aryballos. That must have been as true of Corinth as it was of Isthmia. It seems safest. and most logical. Not surprisingly. 15 Carter 1988. This temple must. Gebhard. Here the exact dating of the perirrhanterion is relevant: a date before 657 suggests the Bacchiads were responsible.

Some of the Isthmia temple’s features show advances on Corinth. 1-4. objects and artists. It is also worth noting that comparable wall-paintings also of the mid-7th century have been found recently at Kalapodi in Phocis   23. This suggests that Isthmia is a deliberate advance on Corinth. 22679. 1889. Amyx 1988. inv. is unlikely to be coincidence – both are illustrations of the flourishing artistic climate of the time. and have been compared stylistically by their excavator with the Chigi vase. It was not just Corinth and Isthmia that were flourishing now – so too was Perachora. inv. Rome. although it is not by him.167. there are preserved some elaborate polychrome paintings on stucco from the temple at Isthmia   19. V. and the temple at Corinth is not surrounded by columns. 42. Kalapodi does not fall within the Corinthian ambit of this period. while the temple at Isthmia was restored with a colonnade by its excavator. certainly Corinthian and arguably of all Greek archaic vase-painting.4-18. The works of and near the Chigi Painter are the peak of archaic vase-painting. such as the Chigi vase in the Villa Giulia in Rome   25 and the same painter’s aryballoi in the British Museum   26 and Berlin   27. That the peak of Corinthian vase-painting should fall in the mid-7th century. with them. Gebhard 2002. Hdt. IP 8450. those at Kalapodi are from a temple (that of Apollo at ancient Abae). It has an elaborate lotus and palmette chain linked by a triple line which is characteristic of the best vases of the period. They show certain features recognizable from contemporary vase-painting. While the most recent research has concluded that there is no preserved paint on the walls of the temple at Corinth    18. Staatliche Museen. Like the Isthmia wall-paintings. Here the dating of the temples and of the political change at Corinth is important. Payne 1933. Another respect in which Isthmia out-does Corinth is polychromy. that the Corinthia was the most active and innovative area of Greece at this time.2. pl. since it is quite possible to see the Corinth temple as Bacchiad and the Isthmia temple as a Cypselid response to it. Broneer 1971. 229. IP 3172 + IP 3260 A-B. pl. 3773. and I believe has a close relationship to the vases of and near the Chigi painter. 650-640. the period of the Isthmia temple. Rhodes 2003. Arafat forthcoming. inv. In the duel. who is publishing the most recent study of the temple    17. pls. indeed a response to Corinth. 91. these were innovative at the time. a view supported by Frederick Hemans. A:9 and A:1. although the latter is not especially close and the style is broadly readily paralleled at this period. 4-6)   24.I. 23:1-3. pls. Giglioli 1925. However. and the use of a brown skin-coloured wash rather than simply black may again indicate a relationship to wall-paintings. and the mane of a horse often compared to those of the Chigi Painter    22. Isthmia Museum. who said that Corinthians despised craftsmen less than did other Greeks. such as the diagonal maeander. a key point in the movement of ships to and from Greece and. pls. Broneer 1971. No wonder. Rhodes (2003. I have restored the figure-drawing as showing a charioteer and horses with a duel behind. Berlin. London. For example. They also give us insights into the major paintings of sites like Isthmia. fig. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. differing from Robinson 1976. Little remains of the wall-paintings which suffered badly in the fire which destroyed the archaic temple ca. 228. so should not be associated with Corinthian rulers. we have a warrior attacking a fallen warrior whose arm is stretched out to touch the ground or perhaps grasping his thrown-away shield. As far as we know. indicating that the Corinthia is leading the Greek world at this point. inv. A-C. and which are currently conserved at the Isthmia Museum. 460-450   21. British Museum. Gebhard 2001. This is a reminder of the tradition of painting associated with Corinth found in Pliny and of Herodotus   20. And both indicate the artistic patronage of Cypselus if we follow the standard chronology for him.Bacchiads. 33-34. then. 92 note 17) disputes that there was a peristyle. Archaeological reports 2006-2007. 47 . It is of the Late Protocorinthian period. 2. 11:1a-b.1 (Macmillan aryballos). Cypselids and Archaic Isthmia this beyond doubt. it is bigger. IP 3290. His other hand 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 Hemans forthcoming. ca. One vase from Isthmia which is representative of the mid-7th century peak of Corinthian vase-painting is a fragmentary alabastron which I am publishing elsewhere (Figs. Oscar Broneer. 50.

It is clear from the previous discussion that art of the highest quality both in ceramics and in painting was to be found at Isthmia in the mid-7th century. Elizabeth Gebhard has recently discussed this in detail   28. the Knielauf. but also of the date of the pottery. the same size as the figures on the Macmillan aryballos. I turn now to the institution of the games at Isthmia. the extent to which the mass of less striking pottery reflects the fortunes of the sanctuary is harder to gauge. or «knee-running». his right leg stretched out behind him. Arafat reaches forward to touch the knee of his attacker in what I take to be a gesture of supplication. not only do we have to be sure of the date of the games. as at so many sites. are two centimetres high. namely the Chigi vase. 4-6. such as strigils and halteres or jumping weights. both for dedications and for dining by the many visitors to Isthmia. and Humfrey Payne’s seminal book Necrocrinthia of 1931 saw many types continuing from Early Corinthian to Middle Corinthian.W. and specifically the founding of the games. closely following the end of the Cypselid tyranny ca. in the case of the stadium. 229-231. One would expect the institution of panhellenic games to be reflected in a rise in pottery at the site. I would be able to document the changing quantities of pottery in each phase and relate them to the events of the period. probably near 550 and possibly even a little later. However. Ideally. Of course. like the charioteer. Secondly. To illustrate this. and I follow her conclusions. perhaps as purely local games. unique in preserved Corinthian vase-painting. well off the ground. Of course. though. 585 and suggesting the games were «instituted to celebrate the new order at Corinth. In view of this. and here there is significant disagreement. That is a problem which is not going to be overcome in the foreseeable future. The double-incised hem and shoulder of the chitoniskos find a parallel in the double incisions of the aulos-player on the Chigi vase. However. they have left no archaeological trace. it is estimated that only 4% of the sanctuary has been excavated. more natural manner. one inscribed   29. In Archaic art. just as the construction of the temple may have marked Cypselos’ rise». and his left leg well forward. the most striking feature of the Isthmia alabastron is the way in which the left-hand figure runs. where the Knielauf pose is also used for the boy with reverted head on the hunt with dogs. 550. Ivi. the left-hand figure is running in a wholly different. The exceptional nature of this pose is pointed up even more by its not being used universally even on the Chigi vase. but. Middle and Late Corinthian I. which one would expect to cause a rise in pottery associated with greater numbers of visitors to the site. Middle Corinthian itself has been dated from 600 or 590 to 575 or 570 by most scholars. figs. a rise in pottery at Isthmia in Middle Corinthian could reflect the institution of the games in 582.K. It is widely agreed that Early and Middle Corinthian overlap by around ten years. The running pose is the only element of the figure-scene on the Isthmia alabastron for which I can find a comparandum only with the Chigi Painter. problems with the absolute chronology of Corinthian pottery make it difficult to relate the pottery at Isthmia precisely to events in the sanctuary’s history. 580 or well into the second quarter of the sixth century. 48 . so our evidence is partial and provisional. the periods which cover the first half of the sixth century – and probably a little later – are Early. The traditional date of the founding of the games – based on Solinus and Josephus of the 3rd and 4th centuries AD respectively – is 582 or 580. Specifically. on the Isthmia alabastron. games may have taken place earlier in a less formal and elaborate guise. However. But Gebhard points out that the archaeological evidence indicates that the first stadium at Isthmia was constructed in the second quarter of the sixth century. pose is ubiquitous and invariably used to denote running. there are two particular problems: first. It is also likely to be significant that the first athletic dedications at Isthmia appear ca. these are not mutually exclusive categories: dining pottery could subsequently be dedicated. if so. The warriors. I know of only one parallel for this pose. If we are trying to assess which phase of pottery best reflects the institution of the games. 28 29 Gebhard 2002. but Keith de Vries’ work at Gordion led him to suggest that it goes as late as 560 and conceivably even later.

portò nel secolo successivo alla litizzazione dei primi edifici templari. per la Will 1955. 4 Sull’elmo corinzio e sulla sua apparizione attorno al 700 a. nel momento in cui Corinto si consolida come un’entità politica autonoma (Dickey 1992. 15-30. tra cui anche i primi esemplari di elmo corinzio. che indicano nei Corinzi di epoca bacchiade gli inventori di diverse technai.C. 138). noto come «proto-corinzio». 1-6. L’adozione di un costume funerario distinto dalle altre comunità greche potrebbe indicare la volontà locale di differenziarsi da esse. Contemporaneamente si assistette allo sviluppo delle arti metallurgiche. sia a Corinto dall’apparizione di officine specializzate   4. a. a. quali il santuario degli inizi del VII sec. decorate con una più vasta gamma di figurazioni rappresentanti temi cari all’aristocrazia: scene di guerra. Salmon 1984. a.C. di inumare i corpi in sarcofagi in pietra (Pfaff 2007.C. originario di Sicione. 116-119). di caccia e di competizione   2. La crescita esponenziale delle esportazioni di ceramica corinzia tra il 750 e il 700 a. e prevalente dal 700 ca. il cui successo portò a una notevole espansione dei traffici commerciali nel Mediterraneo   1. 530-531). nel corso di una generazione si registra il fiorire di nuove forme. 101-117.. nonché Boutade. dette anch’esse «proto-corinzie». a. 1 57 . determinanti per lo sviluppo artistico e tecnico di tutto il mondo ellenico: Plinio il Vecchio riconosce nella città istmica la culla delle arti grafiche e ricorda i Corinzi dai nomi parlanti Euchira. documentata archeologicamente tra l’VIII e il VII sec.I signori di Corinto e l’arte della città La formazione della polis sotto le dinastie bacchiade e cipselide Rachele Dubbini Per l’epoca alto-arcaica in nessuna città del mondo greco si registra uno sviluppo notevole delle technai come a Corinto: alla fine dell’VIII sec. 3 D’altronde la litizzazione delle strutture templari risulta una diretta conseguenza statica all’introduzione del nuovo sistema di coperture fittili (Lippolis . L’abilità degli artigiani corinzi nel­l’estrazione e nella lavorazione del poros sarebbe legata al costume funerario diffusosi durante l’VIII sec.C. Shanks 1999. a. Amyx 1988. mentre l’esperienza raggiunta durante l’VIII sec. a. La fioritura delle arti.C.: Pflug 1988. 2 Shanks 1999. Diopo ed Eugrammo quali maestri dell’arte coroplastica.C. 323-329. è confermata nella sua datazione dalle tradizioni riportate dagli autori antichi.Rocco 2007. Se fino alla fine del secolo gli artigiani corinzi avevano prodotto una serie di forme ceramiche caratterizzate da ornamenti geometrici con rare decorazioni pittoriche figurate. documentato sia nei santuari dalle dediche di offerte votive in bronzo. 50-52 e 73-168.Livadiotti . 81-84). di simposio. nell’estrazione e nella lavorazione della pietra calcarea locale. il poros.C. Alla stessa epoca sono altresì databili le prime coperture fittili a quattro falde.C. nell’agora e quello di Poseidone a Istmia   3. potrebbe d’altronde aver ben spinto i ceramisti locali a cercare nuove forme espressive (Roebuck 1972. l’arte figurativa locale ebbe un deciso impulso grazie alla rielaborazione di motivi decorativi vicino-orientali in un nuovo stile.

sito fino a quel momento pressoché assente sotto questo profilo nel panorama panellenico e tra l’altro quasi per nulla rappresentato nell’epica omerica. 310-312. 13. Il. finora mai proposta dagli studi. già opulento (ἀφνειόν). figlio del vate Polydias. combattente al fianco di Agamennone. Il. non sono tuttavia rare al punto da non poter suggerire una ricomposizione dell’originale quadro storico e spaziale della città. seppur frammentarie. i Bacchiadi avrebbero reagito affidando a Eumelo. 35. è forse possibile rintracciare anche nell’analisi delle linee di sviluppo territoriale del sito di Corinto. Sulla base di questi esempi. 1. 13. l’elaborazione di un’epopea dedicata alla storia della città dalle sue origini. all’interno del cui organico. Le fonti archeologiche sopravvissute. attraverso l’impiego di quanto resta come di indizi che possono suggerire la ricostruzione delle parti distrutte e. per quanto complesso. 53-55 e nota 5. poeta dello stesso genos. 2. l’integrazione di tali indizi con le testimonianze (seppur altrettanto frammentarie) delle più antiche tradizioni locali. Ci si attiene qui alla cronologia alta.Torelli 1986. 7 Hom. Una tale operazione culturale sembra sottintendere una forte volontà rappresentativa sia nei confronti delle altre realtà greche. ormai accettata dalla maggior parte degli studiosi. Sealey 1976. quando possibile. che potrebbe per altro suggerire un’interpolazione successiva del testo: Will 1955. La fase attribuita dalla tradizione storica al potere monocratico di Bacchide e dei suoi discendenti corrisponde archeologicamente a una situazione insediativa costituita da nuclei abitativi dispersi su una superficie piuttosto estesa rispetto alla densità. relativo al racconto della morte del corinzio Eukenore. Debiasi 2004. 5 6 58 . documentabile anche per la successiva dinastia cipselide nella realizzazione di almeno un’altra complessa opera artistica dalla decisa valenza politica: la λάρναξ figurata conosciuta come «arca di Cipselo». cioè di dare forma alla città e di ordinarla. il metodo ermeneutico già utilizzato per la produzione figurativa e letteraria. ricondotti alla terra corinzia   8. Sulla validità delle parole di Tucidide: Will 1955. che lo ricorda con il suo nome soltanto nel catalogo delle navi. Schol. A questo scopo si propone una ricostruzione culturale basata sulla sintesi spaziale dell’abitato corinzio. 9 Da ultimo Cossu 2009 (con bibliografia precedente). cui corrispondono gruppi di sepolture. 10 Sulla discussa cronologia delle dinastie bacchiade e cipselide: Will 1955. in cui il più antico patrimonio mitico sarebbe stato ricostruito in base a una riformulazione oculata delle tradizioni locali.   11. Il. programma figurativo sono rappresentati temi-chiave strettamente connessi al contesto socio-politico della committenza   9. La quantità di dati a disposizione per una fase cronologica così alta e la corrispondenza tra gli indizi archeologici e le fonti antiche inducono a riflettere sulla possibile influenza delle dinastie al potere nel processo di risveglio culturale dell’insediamento corinzio.C. Nat. ma poi Ducat 1961. 239-242. tenendo conto dei dati ormai assimilati dagli studi specialistici e applicando anche all’arte di fare.13. Servais 1969.570. Scettica Bookidis 2003. scoraggiati in parte dalla scarsità di indizi archeologici per le fasi più alte della storia corinzia per effetto della devastazione subita dalla città greca a opera dell’esercito di Lucio Mummio nel 146 a. riunite in nuclei familiari e organizzate lungo i principali assi di comunicazione Plin. Th. Sull’anacronismo dell’epiteto ἀφνειόν.663a-b). secondo una tradizione che voleva la città allora soggetta ai regnanti dell’Argolide   7. ovvero nelle scelte attuate nella costruzione del centro urbano di epoca bacchiade e cipselide. Di fronte alla mancanza di una gloriosa tradizione epicorica che evidenziasse al contrario l’autonomia e il prestigio della stirpe corinzia già in epoca mitica. 228. A Corinto si fa ancora riferimento in un altro passaggio del poema omerico (Hom. sia nella costruzione e nel controllo della memoria sociale collettiva del sito corinzio in via di sviluppo. 251. ma posto sotto la guida di Agamennone. tra l’altro con temi e figure appartenenti a diverse realtà regionali. mentre Tucidide attribuisce al sito bacchiade l’utilizzo di nuove tecniche navali e la costruzione delle prime triremi    6.16 e 35. Sulla definizione in età antica del regno di Agamennone e quindi del ruolo politico di Argo e Micene in epoca eroica: Musti . 363-440. espressione della potenza e dei valori della casata dominante. West 2002. 11 Un tentativo in questo senso si può comunque apprezzare in Williams 1982.Rachele Dubbini produzione di antefisse e di acroteri a Corinto   5. 36-38 e 80.663-672.151-152. l’ideologia del potere corrente   10. Cataudella 1964. 8 Will 1955.

Contemporaneamente si assiste a un rafforzamento dell’agglomerato centrale.C. la Fontana Ciclopica e forse la terrazza presso la Fonte Sacra). costituendosi in una forma apparentemente proto-urbana attorno a un complesso abitativo centrale. con l’abbandono delle necropoli presso l’insediamento intorno al 750 a. 33. dal 750 ca. anticipando di almeno 30 anni quello di Atene e di 50 quello di Argo. 75-77.Livadiotti . 1978. Il sito sembra tuttavia agglomerarsi già in epoca medio-geometrica. Al processo di maggiore articolazione sociale corrisponde l’inizio di una funzionale riorganizzazione degli spazi. de Polignac 2005. a. 106-108). attorno al quale si va accentrando l’insediamento. la cui prima manifestazione è la crescente separazione dello spazio dei vivi da quello dei morti   16: fatta eccezione per alcune tombe di tipo «domestico»   17. 12 13 59 . 14 Williams 1970. fenomeno indicativo della formazione in atto di un sistema unitario e quindi di una maggiore coscienza e organizzazione collettiva: in questo senso cresce l’importanza degli spazi comuni.. 128). come indicherebbe tra l’altro l’utilizzo della «Fonte Sacra» in senso pubblico    15. mentre diminuiscono i beni deposti nelle sepolture (ivi. Sull’uso della Fonte Sacra dall’VIII sec. e la costruzione di un canale a cielo aperto. Al 700 ca. ormai differenziati in aree sepolcrali. che doveva incanalare il corso d’acqua proteggendo la zona circostante da eventuali straripamenti (Williams 1970. 2)   19. 18 Salmon 1984. predisposto presso il sito per facilitare il passaggio tra le alture meridionali e la fertile pianura a nord. Roebuck 1972. Contemporaneamente si registra anche una maggiore ricchezza nei corredi funerari (Dickey 1992. Williams et al. 33. Williams 1995. a.: Williams . lungo la via per Sicione (in proposito. Lo sviluppo del sito sarebbe da mettere in connessione con la crescita della produzione e dello scambio. in concomitanza con l’inaugurazione della zona del «cimitero nord» quale necropoli comune della città nascente. degli inizi dell’età geometrica. 125 e 137-138). in corrispondenza di un uso più estensivo della zona pianeggiante a nord come necropoli: ciò indicherebbe per l’area dell’abitato centrale l’inizio della prevalenza dello spazio dei vivi su quello dei morti (Fig. secondo un processo di specializzazione delle aree abitative che risulta in netto anticipo rispetto ad altre realtà del mondo greco   18. 101. Il canale. in coincidenza con il nuovo ordinamento bacchiade: la comunità cresce in senso urbano e la struttura sociale inizia a non essere più focalizzata sulle singole unità familiari.. 2-4. 7. Questo fu scelto probabilmente tra gli altri in quanto era il luogo di maggior visibilità e con le migliori condizioni di abitabilità rispetto a quelli esistenti in prossimità della pianura coltivabile. 50-53. nonché del numero di artigiani specializzati (Salmon 1984.Fisher 1971. come testimonierebbe il riempimento della scarpata naturale della Peirene. 102). Nonostante il gruppo «familiare» dovesse essere ancora il modello principale di riferimento della storia politica e insediativa del periodo. 6. 35-36.10 m. Lippolis . 25). 185-186. 1973. Salmon 1984. 136). si possono far risalire anche le prime attività (rituali?) presso la sorgente di Kokkinovrysi. a. 1982.Rocco 2007. Roebuck 1972. 19 Hölscher 1998. 16 Hölscher 1998. Salmon 1984.: alla seconda metà dell’VIII sec. largo all’incirca 2. Lang 1996. 5 e 10.I signori di Corinto e l’arte della città viaria   12. Una svolta decisiva nell’assetto dell’insediamento si ha però solo alla metà dell’VIII sec. 93. Williams 1970. Contemporanea­ mente aumentano le offerte ai santuari e cresce la monumentalità degli edifici pubblici (nell’agora di Corinto il canale scoperto. Kopestonsky 2009. Willams 1978. Dickey (1992. fino alla fine del secolo il numero delle sepolture di adulti diminui­ sce sostanzialmente. lo sviluppo del centro urbano di Corinto avrebbe avuto una datazione eccezionalmente alta. La maggiore complessità sociale si riflette anche nei costumi funerari: viene generalizzato l’uso dei sarcofagi in poros (Dickey 1992. a.C. a. si tende generalmente ad attribuire le sepolture non altrimenti databili. 77-78). 77. Williams 1978. 26-27) nota che. l’inumazione LV 13 presso il pozzo O e forse ancora la tomba a pozzo LV 39 nell’area abitativa presso la Fonte Sacra. 250). queste imprese costruttive potrebbero essere interpretate come le prime opere pubbliche attuate all’interno dell’insediamento. 17 Come sarebbe dimostrato in alcuni casi dalla stretta vicinanza tra sepolture e abitazioni: le sepolture del Santuario Sotterraneo accanto al pozzo K. 169. o quella LV 15 in relazione alla struttura precedente l’«Edificio del­l’anfora punica» (Dickey 1992. 30.C. sembra collegato a un muro di contenimento lungo la sponda occidentale del torrente parallela alla via per il Lecheo. 36. a. santuariali e politiche (Fig. 15 Secondo Williams il bisogno di distribuire l’acqua delle fonti corrisponde alla prima centralizzazione dell’abitato in un centro urbano (Williams 1995. 124-125) sfuma la data del 750 fino alla fine del VII sec. realizzato per drenare il flusso delle acque provenienti dagli altipiani maggiori verso le zone pianeggianti settentrionali   13. 33. 78. Morris 1987. Morris (1992.C.C. ma su bisogni comuni.C.C. in virtù della graduale sparizione dei corredi funerari e della predilezione da questo momento in poi per le inumazioni in sarcofagi di pietra. 1)   14.. Bookidis 2003.

nel trasferimento dello spazio privilegiato per l’esibizione e la competizione sociale dal settore funerario a quello sacro. È quindi probabilmente all’Acrocorinto che deve essere attribuito l’appellativo di Helioupolis testimoniato per Corinto da Eust. momento quest’ultimo in cui l’attività cultuale diventa più evidente.2. 1J e 1K. Sul dominio di Elio sull’Acrocorinto: Will 1955. 233-234). Alcune delle tematiche mitiche affrontate nell’epica eumelica sembrano indicare per questo momento storico una rinnovata attenzione soprattutto per l’altura principale del sito: qui il culto di Afrodite. 1I. Si veda Hillgruber 2005. 702-712. Schol. 6.3.39. Si veda Simonsuuri 2002. Byz.S. Nello spazio dell’insediamento. Pi. Apollod.W. Epin. Così anche Alc. fr. assecondando con questo culto le necessità primarie di fertilità e abbondanza di cui gli stessi si fecero sempre garanti nel tempo   21. (Drachmann 1927. 10. il quale inserisce questo episodio tra la partenza di Giasone e quella di Medea. anche in essa è forse possibile vedere un rimando all’occupazione dell’Acrocorinto: nell’atto di scalare un’irta altura trasportando un masso si è creduto di poter riconoscere il ricordo delle fatiche sopportate dai Corinzi al momento della prima fortificazione del sito o più probabilmente dell’azione tracotante attribuita all’eroe per aver cambiato l’ordine naturale delle cose. fr. parrebbe ora istituzionalizzato. il primo ad aver istituito i Giochi Istmici e probabilmente a essersi stanziato sull’Acrocorinto    26.5. Non è d’altronde un caso che Eschilo inserisca il mito di Sisifo nel ciclo prometico (A. 28-30. come d’altronde l’occupazione del sito è documentata da epoca tardo-elladica. Elio avrebbe detenuto il potere sull’Acrocorinto (Paus. sui cui si tornerà fra poco   20. Nonostante nei poemi omerici venga ancora accomunato a Efira. I. Paus. 2.4.570 e St. Bookidis 2003.6. Pi. tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII sec. Arafat. in cambio di informazioni Sul santuario istmico. 248. Schol. L’altura sacra a Elio sarebbe stata infatti resa abitabile grazie alla sorgente d’acqua potabile (la Peirene alta) che l’eroe riuscì a ottenere dal dio-fiume Asopo. In tal senso sembrano parlare il mito sulla sua fondazione da parte dell’eroina locale Medea. 247. 6. In tal senso si può credere che l’impegno del genos aristocratico al potere fosse preminente e non è casuale che in questo momento vengano allestiti alcuni tra i più monumentali santuari del mondo ellenico. ad Il. 24 Secondo D. 23 Blegen et al. 1930.v. 161-166). Hes. area sacra per cui i regnanti corinzi sembrano aver avuto sempre un interesse particolare. fr.1.44. 38A LP. ricordato nell’epica e nella lirica arcaica per aver beffato la morte a vantaggio degli uomini. Essendo la punizione divina attribuita a Sisifo nell’Ade diretta conseguenza del patto stipulato con Asopo. nella tradizione locale Sisifo sembra essere considerato piuttosto il fondatore del sito corinzio. configurandosi in un’area specifica.Rachele Dubbini Nello sviluppo dello spazio sacro e di quello politico. 25 Hom. 364-365) = Theopomp. il quale prima di essere un regnante corinzio è soprattutto un eroe culturale panellenico alla stregua di Prometeo   24.6 testimonia che in effetti secondo i Corinzi il potentato sull’Acrocorinto sarebbe stato ceduto da Elio ad Afrodite. Il.7-8. TrGF III 337 Radt). dove il suo culto sarebbe stato associato a quello di Afrodite (Paus. Particolarmente funzionale alla costruzione dell’identità cittadina sembra essere la figura di Sisifo. 18-19). 13. Il culto di Elio sull’altura sembra essere ancestrale. Schol. s. Paus. Mor. si veda da ultimo il contributo di K. Thgn. Dopo aver relegato Poseidone all’Istmo. Il legame tra l’eroina e Afrodite è quindi confermato sull’arca di Cipselo (Paus.334. e il deciso aumento in epoca geometrica di ceramica potoria. 26 Sulla fondazione dei Giochi Istmici.3 e commento in Cossu 2009. un ruolo centrale viene svolto dall’aristocrazia. 248. Sul rapporto tra Efira e Corinto. Si ricordi che all’Istmo doveva trovarsi anche la sepoltura di Sisifo: Paus.a. «il più scaltro degli uomini»   25. Od. 5. Williams 1986. 2. forse originariamente paredra del dio Sole nelle sue accezioni di divinità urania e tutelare del luogo. si veda Will 1955.C. 18. Pi. 57. 170-172. con bibliografia precedente). e per essere dunque ὃ κέρδιστος γένετ᾿ ἀνδρῶν. figg.3 Sisifo è un indovino che attraverso l’osservazione delle viscere delle vittime «rivela ogni cosa agli uomini». si veda da ultimo Dubbini 2011. fr.18. 22 Plu. 11ab e 16ab West). Tit. West 2002. Κόρινθος (Will 1955. 192). In proposito. 263-267.4. nipote di Elio da parte paterna. oltre alle nuove esigenze del corpo sociale di condivisione comunitaria e di identità rispetto all’abitato. 2.32b (Drachmann 1903. 4. 5. Bookidis 2003. Al dio è concesso ampio spazio proprio nell’opera poetica di Eumelo (Eumel. 4. 119. a.1). e sembra potersi inserire la figura di Afrodite (Williams 1986. Cat. con l’occupazione dell’altura sacra e fino ad allora inaccessibile (Simonsuuri 2002.153. Hist. concentrata presso l’area del santuario   23. 20 21 60 . 3. si datano anche le prime tracce di frequentazione rituale presso il santuario di Demetra e Kore alle pendici settentrionali dell’Acrocorinto. 37-42. cioè quello di Istmia e quello sulla «collina del tempio». 266. con una continuità nelle fasi proto-geometrica e geometrica. in questo volume. FGrHist 115 F 285b.43.2. 2. O. 1.6). e quindi idealmente tramite privilegiato nell’inserimento del nuovo culto nel­ l’area dominata dall’avo divino   22. 2.

in un’area caratterizzata dalla presenza di tombe a camera di epoca micenea. Fab. In base alle conoscenze attuali del sito dell’Acrocorinto. 6. tanto più che le strutture cui si riferisce il geografo non sono state rinvenute e sembrano piuttosto riferirsi alla monumentalizzazione di un eventuale sacello più antico (come suggerirebbe l’utilizzo di marmo bianco per la loro costruzione). 121-126 (ma si veda anche il caso della colonna di Enomao. dalla discussa funzione santuariale   34. ripresa poi da Paus. 52 definisce Sisifo πυκνότατον παλάμαις. Papini 2011. Di Gioia c. In questo senso si può leggere anche il particolare rispetto attribuito a un gruppo di sepolture poste nel cuore dello spazio pubblico.3. 31 Papini 2011.5. 34 Sul santuario di Solygeia: Verdelis 1962. In entrambi i casi risulta comunque confermata la predilizione bacchiade per i luoghi ritenuti di interesse mitistorico. 141. sembra giustificarne l’utilizzo a fini celebrativi della città e della stirpe corinzia in un periodo storico critico per la formazione poliade e di costruzione culturale quale quello affrontato   30. 13. «macchinare. Kühr 2006. Una simile operazione culturale è notoriamente attestata a Tebe. O.). dove sull’acropoli della città resti dei palazzi tardo-elladici continuarono a essere rispettati perché identificati con le rovine della dimora di Cadmo. 24-25. ripresa da Pi.s. Debiasi 2004. 27 61 . 18-19). se non relative forse all’impianto difensivo dell’altura (Carpenter . 60. FGrHist 3 F 119. la cui superiorità nell’uso della metis era riconosciuta in tutto il mondo ellenico. preparare» (Detienne . su cui si rimanda a Dubbini 2010.2. luogo di vari culti connessi all’epopea dei mitici regnanti locali   32. 30 Sulla celebrazione della metis corinzia come qualità propria del luogo e caratterizzante il sito. 13. se non specificatamente al genos al potere. 8. 33 Th. secondo un processo attestato però principalmente per le abitazioni private di uomini illustri    31. 246-248. a. mentre sulla cima della collina viene apprestata una costruzione a megaron. in una dimensione politica desiderosa quanto bisognosa di istituire una relazione tangibile con un passato glorioso non altrimenti testimoniato. in cui l’autore crede che la costruzione absidata sia stata allestita all’epoca della conquista dorica e dedicata al culto di Era in un luogo precedentemente occupato da un abitato miceneo. esprimano anch’esse qualità mentali: da qui sia il termine metis che il verbo medomai.del nome dell’altra grande eroina corinzia di epoca arcaica. 28 Str.42. sito tra l’altro intimamente legato alla Corinto bacchiade. riferite probabilmente ad antenati comuni al nuovo corpo sociale. con menzione dell’eroe (Blegen et al. si veda Lomiento c. Il. Non è quindi un caso che accanto alla fonte venisse riconosciuto il luogo in cui si sarebbe trovato il palazzo del regnante corinzio. Interessante in proposito come le radici me-/med. che di fronte ai resti del Sisypheion non sa dire se si tratti di un luogo di culto (abbandonato?) o dell’antico palazzo reale   29. 116-121. tuttavia proprio l’eccezionalità di questo personaggio. 126130). ritenuto dalla tradizione locale il luogo in cui si sarebbero accampati i Dori invasori di Corinto prima di prendere la città    33. ma nega la funzione sacra del megaron (ivi. Simili attività cultuali su rovine si riscontrano d’altronde anche in Corinzia. Una tradizione completamente diversa sul motivo della punizione divina si trova in Hyg. Si veda Will 1955. O. 40-50 e 91 (sull’istituzione dei primi culti già in epoca proto-corinzia).I signori di Corinto e l’arte della città sul rapimento della figlia Antiope da parte di Zeus   27. ivi. 6.153 = Pherecyd. mentre tracce di abitato sono testimoniate almeno per l’epoca tardo-elladica (Williams 1986. vede nel megaron una costruzione sacra dedicata a Era o a Demetra e disconosce l’esistenza di un culto eroico. Sul legame culturale esistente tra il genos bacchiade e l’area tebana. 32 Su Tebe: Symeonoglou 1985. presso il sito di Solygeia. Hom. Mazarakis Ainian (1997) riconosce l’esistenza di un culto eroico o degli antenati associato alle sepolture micenee (su cui si veda da ultimo Papini 2011. presso le quali dagli inizi del VII sec. Bookidis (2003.53). successivamente trasformato in un santuario dedicato al personaggio eroizzato. al contrario. «il più avveduto in espedienti». 360-361.Bon 1936.C. 1274a-b): Will 1955. si registrano tracce di un’attività rituale legate verosimilmente a un culto eroico o degli antenati. 6-13.1 e Apollod. 2. Medea. con bibliografia precedente). Se è possibile che l’attribuzione dell’antica dimora reale sia da mettere in relazione con una fase matura dell’epoca greca.Vernant 1978. 220-227 e 247-256.s. 26).9.21. sembra quindi confermata archeologicamente dal rinvenimento sull’Acrocorinto di un’iscrizione apparentemente votiva. come sembra indicare Strabone   28. 1930. 4. che al v. 29 L’esistenza di un culto dedicato a Sisifo. 65-67). 30-43). allo stesso modo non si può infatti escludere che nel caso del Sisypheion ruderi dell’Età del Bronzo siano stati rifunzionalizzati in senso sacrale. 250-252). per Corinto non si può immaginare la presenza di rovine altrettanto impressionanti. in caratteri greci ma di tarda epoca romana. Sul mito di Sisifo la testimonianza più completa e antica si trova in Schol. Pol.6. in cui l’eroe veniva venerato come un dio (Pi. testimoniato dall’uso massiccio delle tradizioni beotiche nel poema eumelico Europia e dall’attività legislativa svolta a Tebe dal bacchiade Filolao (Arist. Se è vero che non ci sono elementi certi che consentano una datazione alta dell’heroon.

where the female is virtually absent. with rarer references to the sophie or techne used in the making. 24-28. a social approach seen more in writing than representation. denying any aristocratic birthrights and also Ian Morris’ «middling» way   1. to illustrate the fact that power struggles were frequent and often bloody. with his fascist interpretation of Corinthian society of the seventh century. in the Transactions of the Society of Biblical Archaeology 9 (1893).A. One point there requires particular attention. Shanks worked explicitly with intact pots. that epitomises a totally male view of life. and leads into a topic that I would like to develop. Shanks 1999. while on the level of social relations. The bloodiness of much contemporary art fascinated Michael Shanks   2. chapter 3. Athena Tsingaridou and Brigitta Borell. in a long memoir by E. making it more a written than spoken contribution and including fuller details of the Akropolis cup than could be given at the conference. though we have numerous sources. It may be of interest to investigate the role of the feminine in earlier Greek art in negotiating social power   3. and had children himself. recently deceased. Michael Scott laments their lack regarding one aspect relevant to our theme. more or less contemporary. By ‘art’ I include the broad range of artisanal production with all its blurred edges.Observations on Feminity and Power in Early Greece Alan Johnston There is much about the Archaic Greek world that eludes our knowledge. esp. 3 I have at the back of my mind here. sanctuary organisation. Respectively Scott 2010. The structuring of power within the individual poleis (I use the term loosely to mean micro-region) is one of them. 1-41. though not enough. Samuel Birch. esp. Duplouy 2006. Not quite accurate – Potipha’s wife does get a mention. Alain Duplouy argues for the ever-changing negotiation for such power. some. despite the fact that he was produced. persuasion. kratos is probably the nearest Greek word that would cover the range of the English term. I am responsible for all the final product. one looks in vain for mention of any female. I acknowledge the help of George Kavvadias in the Athens National Museum. from architecture to seal-stones. such as were from time to time ‘signed’ with epoiesen by individuals. 29-40. in a physical sense Bia is an extension of the term. there are indeed more females. Power/Potere is of course more difficult. I do not spend long on definitions – other contributions to this volume tackle many aspects of the range of meaning of our two words. becames a prominent I present here an edited version of the paper given in Pisa in November 2010. 1 2 77 . Wallis Budge on the life of the polymath. as read from the imagery on protocorinthian vases. Peitho. mainly Egyptologist. if one includes fragmentary material the strength of his thesis at very least begins to crumble.

the range of representational art is perhaps less restricted. To return to the mainland. Kourou 2009. with all the concomitant rivalries arising therefrom    7. 2)   6. Her thesis that male divinities came to prominence through greater emphasis being placed on communal activities beyond mere cult is attractive. The females found on them and related pieces are nude or semi-nude. bia. Coldstream 2010. Whitley discusses the increasing significance of the artist who produced the status markers. Males are not absent. One of its lasting threads is the female – first the continuation of representation of the female deity of Minoan art. 160. with the open agora. I mention two commentaries on or around this aspect – Whitley regarding the Dipylon vase as a mnema. mania etc. in rare cases. we might probe a little more broadly into why in the smaller communities of the Greek world there was need to obtain or maintain power by the mediate methods of art. While the reference is more apposite to the modern world. 900-500 BC. I merely observe here that there is a place for females here. but scarcely appear in the types of representations of divine power or heroic strength seen in contemporary Greek art. Throughout the period down to ca. Kourou cites Olympia as a typical location for a social-led cult place. the Dipylon kraters. 1). we are dealing for the most part with large numbers of individual poleis. though most commentators use the terms «aristocrats» and «elites» with unconcerned freedom. Whitley 1991. 28-29. Where does art fit in here? Or indeed femininity? Social power is wielded by those who can impress by word. and we must not forget that the gods were paradigms of violent as well as political power. Crudely speaking it is not the palace but the temple of the main deity. Two other preliminary remarks. one quite in keeping with what may safely be called a social norm – in their major presence at the funeral. Nike. Certainly by 700 BC female mourners are clothed. 6 Kanta 2011. that is the hub of each society. At Olympia the games are the major aspect of the change. 4 5 78 . 7 Morgan 1990. it is asserted that 55% is lost when the speaker is not visible. The kernel of power rests therein. and are usually thought to represent a growing recognition of individual polis communities being the basic social structure in the ever-expanding larger geographic area. but in many ways less predictable than in the much of the rest of the Greek world.Alan Johnston figure in the Classical Greek pantheon of representations. not one where a previously established cult dominated practice. As I note above the role of birth and thereby sex is in dispute in our period. no. and largely from unpublished Cretan sanctuaries. or rather questions. indeed such amphorae were marking the tombs of the female members of the burying clan. ca. We should not forget the power of the spoken word. Ploutos masculine. 22-23. pls. wealth or muscle – often all three. palatial and other. combined often with inscriptions. not humans that guided the particular artistic production. Olympos directs mortal behaviour and mortals construct an Olympos to ensure their own success. she is shown pregnant or in parturition (Fig. temples and mythological narrative are at best very rare. making the artist the main human agency in concretising an ideal social order – with a new social position and a new power (art creating power for the artificer) – and Kourou who concerns herself with the rise of cults for male deities in the early iron age    4. Or another matter involving the feminine: kratos is neuter. There of course it is the power of the gods. now also in his posthumous CVA volume   5. even if the engine that drove such a change remains less clear. feminine. then the Astarte-type figure borrowed from near-eastern production to represent probably both the local Cretan goddess(es) and their votaries. Coldstream published perhaps the latest known of the series (Fig. while the nude female is largely restricted to the votive terracotta figurine. relatively lightly populated. 109. Is grammatical gender environmentally active? On Crete in the period under discussion. 500 BC. few to our knowledge under the tutelage of a single king or emperor as an organisational norm.

13 For some related thoughts see Day 2010. extrapolation. see Ka­­ rakasi 2001. the recently unearthed Thera kore (Fig. The context would have given us more – surely the young girl set amid family members in a kin-group cemetery. The type of monument owes much to Egyptian models. informing us that he was archos of the minor polis or dependency of Teichioussa. and two smaller – pieced together from fragments discarded in the wells. It was an age of large figures.Observations on feminity and power in early Greece However.seventh century. 2. presented to the general population by members of the families established in power. 76. their publication was delayed in part because the excavator was reluctant to see that objects dedicated in a Greek sanctuary could have had such an ethnically mongrel pedigree. 600-575 BC (Fig. we still read   9 that the head is such. 570. we can add the overlife-sized bronze tripods which were dedicated in large numbers then and for some time later. But we must no longer believe this is a deity. painted and graffito. of ca. and its new display in the National Museum has prompted a closer look and reassessment (Figs. The three beaten bronze female statues   8 – one large (Fig. For no preserved huge or otherwise expensive artifact in the Greek world can be securely linked to a person of known social status in that world before Chares’ dedication. This fragmentary cup has long been of interest to me because of its inscriptions. The kore is unpublished at the time of writing. they are made up in part of reused sheets from near eastern imported luxury objects. 3). we assume. of perhaps Cretan origin. however they are to be named. what is striking in the lack of mention of any male in the main text. and that in the period concerned size was not initiated by the artist alone. and where indeed all-male activities of the same period are commemorated. 188-191. whose Rezeption is perhaps as interesting as their own life. 7-9). Hera. 10 Sinn 1984. esp.e. or rather intended to be used. I finish with just two illustrations of the fallacy of that statement. is some counterbalance to the thrust of Kourou’s article. «assume» because it is a guess. 6)   12. are remarkable seventh century objects for two main reasons: 1. Whether the cult of Hera at Olympia has a long history is debatable.  1. are not illustrations of it. her relationship with the kouros with whom she was enigmatically buried may be variously judged   13. 5). We have looked at the Dipylon vases of the eighth century. Almost as surprising in the Dorian setting is the discovery of a cult of Achilles on the seashore below   11. but we cannot discern whether Chares or his circle were impressed merely by the appearance of the Egyptian statuary or also by the power structure of the society that produced it – one of the societies that employed local Greek mercenaries in their struggles for such power. mostly male. 153 note 27. despite being clearly asymmetric. in part from purpose-made extra panels of the mid. females were all representations of deities or mythical beings. 4). with one striking exception. circular argument – but one which it difficult to refute. and very plausibly of a sphinx. to Apollo at Didyma. If we regard the statue and its base out of any context. and the head.Matthaiou 2000-2003. 12 Kaltsas 2002. on the sherds Akropolis 1632. 8 9 79 . pl. simply by their trinity. and so the trio are not isolated. ca. I must add that a trio of substantial offerings.60 m. Athens is of course a place where we know all about power politics in the sixth century. One is not new – Phrasikleia (Fig. used. Borell 1998. 11 For the cult see Sigalas . 7-10. of females figures. Olympia of course has also produced an overlife-size limestone head of a female of around ca. but the trio of bronzes. there are four anomalous ladies at Olympia. as argued by Sinn    10. though the clear expression of her childlessness is strongly suggestive of her role. since we can rarely place the dedicators in any historical framework. Behind my remarks is the notion that large art is an expression of large power. Scott 2010. 81. as a burial marker in what is plausibly a Spartan colony. I turn finally to a rather different set of females. i. This is monumentality to impress. It is one of the largest kore figures extant.

The iconography and its detail have also been ably discussed by Eleni Manakidou   15. 65 cm. hence.2 cm wide in a straight line across the top of the chariot frieze. while the average just cited would point to 15-17. with pl. I give a reconstructed profile (Fig. and so we are at the left of the race. The figured frieze is 5. 80. and the rim is simple. Parts of ten are preserved in the extant fragments. Vierneisel . between the handles.5 and 0. his f and g. an adjectival form to describe the team of mares   19. wie man sieht. pl. not now on display and which I have not seen. The lip diameter is ca. while 26 cm is a little above the commonest diameter for LM cups.1-3. and intact. 84. I suspect that the capacity of the Akropolis cup was in fact greater (no profile of the Spina cup is known to me) – around 7 litres. 8a)   17. Handle roots of Little Master cups average 1:3 to 1:3. die vordersten»    18. supplements however are often questionable. The average distance (there is much variation) between the heads of the leading horse of each chariot is 6. The preserved length of the chariot frieze at the top of the three relevant set of fragments is 8. especially the -εθεν terminations suggested for the Lakedaimonian and Boiotian teams. and I merely add a few supplementary remarks: • To the right of the Athenian fragment b (Fig. 82. despite the obvious fact that they do not show the third dimension on the left of fragment e (see below). and so.Alan Johnston It is a remarkable piece. Malagardis indeed takes it as the earliest of her set of «parade» cups. Manakidou 1994. an independent factor in judging its earlier date. hence Ἀθεναία̣[ι. There are probable horses’ heads partly shown below the figure. 84) includes two fragments. It will be noted that the bowl of the Akropolis cup is deeper than the Theran cup. but we must remember the Gigantomachy on the other side (Fig. therefore half the lip circumference is ca. 64-65. It is the size of the cup that to me is the most striking aspect and in that respect of interest for our purposes here. The preserved readings are accurately recorded except in this case. Her Βοιωτ[ος] is also most unlikely. The wall is between 0. as demonstrated most recently by Nassi Malagardis    14.8 (a) + 15. The human figure in the background may well be an official. Therefore the frieze on each side measured ca. to judge from material available.7 as in Graef. pl. though not provable. but they are poor attempts. 14 15 80 . 7) based on the shape of the later. with a slight chamfered edge on the outside. • To the left of fragment e (Fig.5 of the diameter. 173. immediately to the right of the band circling the handle. 19 Manakidou’s treatment of the painted texts. Malagardis 2009. not 7. 51. It is by some way the largest black-figured cup known.3. while they are largely at the scale of 1:1.2 (e) + 15. 13. -ης is suggested as the termination for the most damaged of the texts (ες). with Manakidou.Kaesar 1990. 18 Graef 1909. one supposes. at the top of frieze ca. 51-53 16 The piece is therefore double the size of the 26 cm diameter cups dedicated by Hyblesios at Gravisca and Naukratis (personal measurements). 260 and 270. 52 cm   16. but I have found the drawings therein very reliable. is rather uneven. 8d) there is a curving area of glaze and some surface marks which indicate the proximity of the second handle. following Graef. 110. it is not so for their early exemplars. What is preserved of one handle root of Akropolis 1632 suggests that the roots were at least 10 wide. and Ma­­ na­­kidou’s similar hypothesis.6 cm thick. no. Her ensuing discussion is therefore based on dubious or wrong readings. and not far short of the red-figured Spina masterpiece of the Penthesilea painter. Sellada piece. I reserve my discussion to the side with the chariot race. with use of the third dimension of additional «glaze». as the latter is more shallow. not counting the one behind the Libykai. Graef’s remark «Die athenischen Pferde waren.7 high. «obscured» by the handle. 17 Vian 1988. • The final letter of the inscription here is sufficiently well preserved to read alpha. 8b) there is a more obvious handle attachment. as Manakidou suggests. The sherds are variously burnt. the position of the text seems to be defining the mares pulling the chariots. although in such a context -ιδες is preferable.3 (b) = 39 cm. The original publication (Graef 1909. The feminine plural must be a more likely termination. Manakidou has explored many aspects of the frieze. I measured fragment e as 8. we may assume there were originally eleven chariots.

continued to exist north of the former   6. The Acropolis. However it is only in the seventies of the 6th century BC that the sanctuary of Athena began to be monumentalized through massive building activity. Both Temple H and the oikoi were adorned by a rich carved decoration: the famous poros pediments which. were built as well as Temple H: these have been traditionally interpreted as «treasuries» (thesauroi) or more seldom as dining rooms (hestiatoria).71. although we think that they could have been shrines or small temples for the cults of other deities (Zeus Polieus. surely the most significant enterprise in the sanctuary   5. 49-94. but in the meantime was necessary for the transportation of building materials for the first peripteral temple to Athena. 3 Santi 2010. The construction of a great ramp (80 m long and about 12 m wide) on the western slope of the Acropolis made the performance of the Panathenaic procession possible. as confirmed by ceramic findings and bronze votive offerings   1. who mention an altar (bomos) and a cult statue (agalma) of Athena. 42-126. 7 Ivi. A few other small structures. mainly Glowacki 1998. Athena Nike). This is testified by the tale of Kylon’s failed putsch around the year 637 BC. 12. the so-called «Temple H». which demonstrate the existence of the basic patterns of the ancient Greek sanctuary along with a probable temple to the goddess    3. 45-47. 6 Korres 1997. fig. told by Herodotus. Artemis Brauronia). the so-called oikoi. the temple was situated in the area of the future Parthenon. whereas the Old Athena Temple of the Geometric period. Scholl 2006. 5. the archaios neos. 79-81. the main festivity in honor of the patron goddess Athena. local heroes (Erechtheus. foundation of new cults and enhancement of old ones    4. Sol. Hdt.Myth and images on the Acropolis of Athens in the Archaic period Fabrizio Santi In Athens the second quarter of the 6th century BC is marked by an extremely important event for the history of the archaic polis: the reorganization of the Panathenaea (566 BC). 1 2 87 .10. along with the sculptural groups of felines devouring preys. 227-229. then assumed the role of poliadic sanctuary in the second half of the 7th century BC.1.126. Pandion. 4 Ivi. Thucydides and Plutarchus   2. 80-84. 219-227. See also Santi 2010. Kekrops. 49-51. Pandrosos) and other variants of Athena (Athena Ergane. already a sacred area in the Geometric period. 1. According to the last and most likely hypothesis. worshipped in the sanctuary of the city goddess during the Archaic period   7. 5 On the ramp see Santi 2010. 14 with previous literature. Plu. Th.

because of the presence of the tree sacred to Athena. who informed Herakles about the route to follow in his journey to the Garden of the Hesperides – the subject occurs twice. On the other hand Boardman has subsequently stated that «the Herakles phenomenon in sixth century Athens seems inexplicable in any other terms»   15. Santi 2010. 318-323). for instance. de Cesare. 13 Boardman 1972.e. The same chronological observations are valid for the representations of the apotheosis of the hero as well: the famous Siana cup by the painter Phrynos from Samos in the British Museum at London 88 . The scenes of the struggle with the sea-creature were explained. 15 Boardman 1989. about the «Red pediment» with the struggle against the sea-creature which was displayed also in the «Bluebeard pediment»: ivi. in which he is introduced by Athena. See in this volume the article by M. advancing on a chariot. i.59. about the «Introduction pediment»: ivi. Only in 1987 was Robert Manuel Cook the first scholar to criticize and confute every argument of Boardman’s theory. 10 Boardman 1972. From the second quarter of the 6th century BC. an «amphibious» operation. The most important element that contrasts with the idea of any type of political symbolism is the chronology of the procession scenes with Herakles and Athena. his protecting goddess.Fabrizio Santi display the deeds of Herakles   8. throughout the Archaic age. 11 Hdt. and Hermes to Zeus and Hera in the centre of the gable   9. announcing that the goddess Athena herself was taking Peisistratos back to the Acropolis    12. In 1972 John Boardman proposed the famous interpretation of Herakles as alter ego of Peisistratos: the tyrant. also showing that the procession scenes in the Attic pottery reach their peak at the end of the 6th century BC. once in the pediment of the Temple H. 16 Blok 1990. after the end of tyranny in Athens and at the beginning of democracy    16. was preceded by heralds. 12 Hdt. 159. who. materialized in both cases through the occupation of the Acropolis itself    13. sought an identification with the hero in art and politics through the use of images and actions. Furthermore. historical sources record the famous episode of Phye’s procession. 183-204. the old man of the sea. once in the so-called «Red pediment» – and in his apotheosis. With regard to the beginning of the second period of rule of the tyrant. In recent years the Dutch historian Josine Blok has underlined the chronological difficulties in once again accepting Boardman’s interpretation. which had in the meantime become very widespread in archaeological literature. probably connected to the Kekropids. in the struggle against Nereus. as symbols of Peisistratos’ military victory over Megara and of the conquest of the harbor of Nisea before his first tyranny. evoking him and his adventures. refers to an Athenian myth and to a scene that takes place on the Acropolis. Nevertheless the reasons of his choice as polis hero remain obscure. The hero is represented in the adventure of the Lernaean Hydra. a tall and good-looking woman. according to the scholar. that would have been recalled by the images of the hero wrestling with Nereus   10. 326-327. the apotheosis of the hero should have symbolized the two seizures of power of Peisistratos. Shapiro 1995. 59-60. both in sculpture and ceramography. The club is the main weapon of Herakles and without doubt one of his most recognizable attributes. 14 Cook 1987. This means that an 8 The only exception is the enigmatic «Olive-tree pediment». 10-21. establishing an equation between Mount Olympos and the Acropolis. dressed in an armor. 167-169. 118-124 and 180-182. Herakles assumes a prominent role in Athenian art as main character of the figurative expressions of the polis. which can be dated even earlier than Peisistratos’ second tyranny   14. 172-178. see Kiilerich 1989. 1. 9 For more on the «Hydra pediment»: Santi 2010. 1.60. Boardman’s theory derives from the analysis of some historical data that concern the first two seizures of power of the tyrant: the first was sanctioned by the concession of a group of club-wielding body-guards that always followed him by the Athenian citizenry    11. almost always interpreted by most of scholars as the scene of the ambush of Achilles on Troilus (regarding the interpretations and reconstructions of the pediment proposed in the 20th century see: Santi 2010. The scenes of Herakles and the goddess on the chariot represented on the sixth-century black-figured Attic pottery would recall the mise-en-scène the tyrant used to gain the control of the polis for the second time. 60-63. which probably and more logically. 44.

Particularly interesting is the frieze under the Gigantomachy which bears the representation of a procession with men holding olive branches and animals for the sacrifice   26. 19 Torelli 2007. In comparison to the Getty deinos the iconographical scheme is different and is the one that prevails until the end of the 6th century BC   23: Herakles shoots arrows with his bow standing on his father’s chariot. n. 33-35. 26 Graef . 94. In the Attic pottery the theme appears for the first time on a deinos now in the Getty Museum. 37. while Athena walks ahead. 36-37. 173-174. 9. the participation of Herakles to the battle between Gods and Giants was necessary for the victory of the formers over the children of Gaia    21. 23 Vian 1951. n. 35. a theme that would find a monumental translation in stone in the pediment of the later temple of Athena Polias: according to the myth. 607. See also Santi 2007. NM Acr. that induced him to use images of such a well established and rooted tradition. pl. 78-79. 222. NM Acr. As well as scenes that display the hero fighting against Kyknos. «The continued popularity» – Boardman (1978. 89 . 24 Athens. Santi 2007. On the chronology of the ruling periods of the tyrant in Athens. quite fragmentary. whereas «better established» ones did survive. Herakles and Athena is on a small portion of the vase (Fig. see Sancisi-Weerdenburg 2000. 1)   24. 125. However the latter can be dated back to the decade between 550 and 540 BC. As Mario Torelli has recently pointed out. 648. of an amphora. as an expression of the aristocratic society to which the tyrant belonged. whereas at least four other vases.Myth and images on the Acropolis of Athens in the Archaic period association between the tyrant and Herakles was not as evident and immediate for the ancient observers as Boardman has suggested   17. 198. 33-34 notes 8. 133. 1. the use of the Herakles figure «poggia sul largo consenso popolare (certo preesistente al tiranno) attorno ai valori incarnati dall’eroe»   19. Almost completely neglected after the publication by Botho Graef and Ernst Langlotz. some ceramic shards represent the Gigantomachy. For the four mentioned vases. 84. 20 See Santi 2007. to the left of Zeus holding the thunderbolt   22. pl. n.Langlotz 1925. 413) already bear witness to the existence of this theme around 560 BC. (inv. n. 221. which could allude to the Panathenaic procession   27. 2211.6. trying to move him to take pity on her children through this gesture. 2010. 61. 96. Brandt 2001. 1632. the most significant is certainly the deinos signed by Lydos – moreover one of the two attested signatures of the vase-painter. 94. 2134. but rather than an individual connection to the hero it must be seen as a collective phenomenon    18. dated around 560 BC. The female figure that caresses Zeus’ beard is Gaia. n. It shows a detailed scene with all of the Olympian deities against the Giants: the group of Zeus. However among the vessels with this subject found on the Acropolis. 232) wrote – «need not depend on the continuation of the conditions which inspired them». Pala 2012. see also Santi 2007. 84-85. So for instance on some fragments of a kantharos (Fig. 171. 24-27.Moore 1988. pl. the idea of such political symbolism seems to be alien to the ancient Greek mentality. can be dated to the period between 560 and 550 BC. pls. it is undeniable that Peisistratos showed a strong interest for Herakles and his representations. that in the same years occurred on the vessels dedicated in the sanctuary of Athena. where Herakles attacks a foe with a sword. Moreover. 2)   25. 3). of a column-krater and of a cup (Fig. 10. Die antiken Vasen von der Akropolis zu Athen. see Graef . 17 Boardman assumes that some Herakles stories disappeared after the tyrants. As historical sources demonstrate. 22 Vian .Langlotz 1925. 1632. it has never been linked to the limestone pediments with the deeds of the hero. 106. B 379) as well as a lekythos by Thebes in the National Museum at Athens (inv. before Peisistratos’ firm affirmation of power. back to back with Athena. 56-57. 328-329. 2134. 18 Blok 1990. 25 Athens. 21 Apollod. Geryon or the marine creature   20. An important contribution for a better comprehension of the functions assumed by Herakles in Archaic Athens can be offered by the iconography of the pottery from the Acropolis. found on the Acropolis. 27 Schefold 1978. 69-71. n.

perduto. 1 2 97 . attribuisce a Clistene la responsabilità della creazione di Teseo come eroe nazionale. 6 Brijder 1984. garantita dalla autorevolezza dello studioso inglese. La questione in realtà precede Boardman. Si ricordi inoltre il tentativo di Smith 1929 (ripreso e discusso in Shapiro 1980 e 1989.PITTURA VASCOLARE E POLITICA ad Atene E in OCCIDENTE: VECCHIE TEORIE E NUOVE RIFLESSIONI Monica de Cesare Il dibattito acceso da John Boardman alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso    1 sul rapporto tra pittura vascolare e politica nell’Atene di età arcaica e classica. si vedano anche Boardman 1989a. 116 nota 54). che. e qualche decennio più tardi con Karl Schefold   3. agli inizi del Novecento   2. analogamente Jacoby 1949. 154. 12. riconnessa con la vicenda pisistratea di Pallene (sui cui. Secondo Schefold (1946. 16) di classificare come pro-Alcmeonidi i pittori della cerchia di Andokides e come pro-Pisistratide la bottega di Epiktetos. L’ingresso dirompente. Williams 1983. proposizione subito liquidata da Beazley come «an ingenious flight of fancy» (Beazley 1931b. 1986.Boardman 1957. 19. Angiolillo 1997. 3 Schefold 1946. Pottier 1901. in parallelo con Eracle. 394 nota 23. Osborne 19831984. nel quale un’intera sezione del Convegno è dedicata ai Political and sociological factors as reflected in iconography. di Boardman nella formulazione del riconoscimento di un ruolo della pittura vascolare nella «manipolazione politica del mito»    4. Parke . il famoso «eroe della democrazia ateniese». e vede invece coinvolta in prima istanza la saga di Teseo. attingendo anche alla documentazione vascolare. ispirando la pittura vascolare: si veda Neer 2002. più di recente. nota 1. ciò accade già con Edmond Pottier. sancisce una nuova linea anglosassone di approccio allo studio delle immagini sui vasi. a proposito della figurazione di una coppa di Londra del Pittore di Lysippides. che come è noto ha incentrato la sua disamina principalmente – ma non solo – su Eracle e sui Pisistratidi. appare oggi suscitare nuovi quesiti e rinnovate questioni. variamente sfumato nell’insidiosa marca di propaganda politica. con il suo articolo del 1957 nel Journal of Hellenic Studies. l’assunto di Smith anticipa in qualche modo l’idea di Boardman di Exekias supporter degli Alcmeonidi. 1996. gli Alcmeonidi avrebbero commissionato un poema. che doveva narrare le nuove avventure dell’eroe. alla luce delle più recenti metodiche di approccio alla lettura delle immagini nella Grecia antica. seppur cauto. a firma doppia con Parke    5. 65). Sul rapporto tra produzione ceramica e Pisistratidi si veda poi Kluwe 1967. Ma si veda ancor prima Helbig 1897. Centrale inoltre per la definizione e sanzione di un tale tipo di approccio appare il Symposium tenutosi ad Amsterdam nel 1984 (Ancient Greek and related pottery)   6. 4 L’espressione è in Boardman 1975. 158. 5 Supra. 135-136. 120).

da ultimo. Sono proposte in tal modo interpretazioni in chiave politica di variazioni o innovazioni del repertorio iconografico. a partire dal suo articolo del 1972. connesse con il trionfale ritorno del tiranno dopo il primo esilio (Fig.60. con nuovi spunti esegetici. 1. Tale impostazione metodologica. inoltre Glynn 1981. Boardman 2001. Mackay 2010. con la prima guerra sacra    8. 103. da ultimo. 139. quali la sostituzione di Tritone a Nereo come antagonista di Eracle a partire dalla metà circa del VI sec.C. ancora alla metà circa del secolo. da ultimo. Angiolillo 1997. anche con altri esponenti dell’aristocrazia ateniese.. 2)   14. e passando poi. la nascita e diffusione del tema dell’ingresso di Eracle al­l’Olimpo su carro. 87-88. infra. che riconduce l’associazione a uno dei poemi del ciclo epico. secondo Boardman. interpreta la coppia divina come immagine simbolica dei figli di Pisistrato (così Angiolillo 1997. 15 Infra. 10-11.. Mackay 2010. 69. trasformando l’associazione Atena-Eracle in un’immagine politica in senso più lato. messi in relazione con il rapporto dei Pisistratidi con l’ambiente eleusinio (Fig. a. oltre che con i Pisistratidi. Angiolillo 1997. per un bilancio di tale approccio: Brandt 1997. 7 8 98 . Berlinzani 2002. 12 Hdt. Inoltre. Si vedano Boardman 1972. 17 Numerosi sono i richiami alla cautela nei suoi scritti. si vedano anche Schauenburg 1979. Mackay 2010. 810 ss. secondo il racconto di Erodoto   16. Pipili 1992. nonché dalla registrazione delle varianti iconografiche introdotte nella raffigurazione di un mito.C. Boardman et al. Boardman 1978c. a un parallelo tra i gemelli divini e Achille e Aiace. Santi in questo volume. così. 141. ricondotto alla regolamentazione degli agoni rapsodici nelle Panatenee   13. 835. accompagnato da Atena. Di segno opposto l’interpretazione di Hermary (1978). 131). Si veda anche l’intervento di F. 3)   15 e letto come allusione in chiave anti-tirannica alla vittoria di Pisistrato a Pallene e al suo ritorno ad Atene. Herakles.. 14 Boardman 1975 e 1991. come gli Alcmeonidi. Partendo da analisi statistiche sulla distribuzione cronologica e quantitativa delle pitture vascolari. la sparizione di ogni indicazione di violenza nell’episodio della cattura di Cerbero e l’ingresso di Trittolemo nell’iconografia vascolare a partire dal 540-530 ca.Woodford 1988. 1. l’affermarsi dell’Eracle mousikos a partire dal 530 ca. più acutamente. I Dioscuri. in particolare 816. un significato politico anti-tirannico: di lì a pochi anni infatti i Pisistratidi sarebbero stati cacciati dagli Spartani alleati degli Alcmeonidi. lo studioso testa le fonti storiche relative alle vicende politiche dell’Atene arcaica. a enucleare le strette interconnessioni tra Eracle e i Pisistratidi   10. 61 ss. 1)   12. infra. più di recente. 348. Angiolillo 1997. Si consideri. Nadal 2008. nota 83. Boardman .C. A sostegno della sua tesi Boardman valuta anche l’associazione del tema di Achille e Aiace con quello del ritorno dei Dioscuri. richiamando anche il discusso caso del cavaliere Rampin (su cui peraltro anche Boardman 1978b. 183 ss. 91. 42-43. 9 Boardman 1972 e. 208-209..C. 8 ss. Angiolillo 2009 (con disamina della bibliografia). leggendo la scena come l’introduzione dei Dioscuri all’Olimpo e constatando che le raffigurazioni di apoteosi di Castore e Polluce nella ceramica attica si datano tra il 540 e il 510 a. 13 Boardman 1972. quali in primo luogo l’episodio di Achille e Aiace giocatori di dadi. Sull’introduzione poi del motivo del gorgoneion sullo scudo e sull’egida di Atena alla metà del VI secolo. a.. che. di origine spartana in quanto figli di Tindaro. inoltre. a nostro avviso. sostenendo che l’intento del pittore era quello di rappresentare Aiace come di pari grandezza ad Achille e dunque di celebrare il Salaminio come eroe attico. nel repertorio iconografico da Exekias (Fig. 16 Hdt. Ahlberg-Cornell 1984. collegata con la vittoria di Pisistrato su Megara   11. 1989a. Si arrivano quindi a sondare altri eroi (Aiace in primis) e saghe epiche dipinte sui vasi e del tutto estranee alla tradizione letteraria. sull’anfora Faina da Orvieto di Exekias (significativa la titolatura data alla scena dipinta sul lato B del vaso: «Chariot scene (perhaps Peisistratos)»). a. connettendo la popolarità del tema figurativo della lotta tra Apollo ed Eracle per il possesso del tripode nella seconda metà del VI sec. 1975. Si veda Boardman 1978a. dipinto sul lato B dell’anfora del Vaticano (come su un’altra anfora frammentaria di Exekias: infra.Monica de Cesare aperta naturalmente da Boardman   7. non potevano che avere.C. introdotto. fig.Palagia .. 138. 11 Si vedano anche Boardman 1989b e 1991.63. 140-141 e 383-384. ma con qualche correttivo. Lo studioso in questa sede introduce possibili connessioni dell’iconografia di Eracle. mantenuta da Boardman nei dovuti toni cauti    17 ma spinta faziosamente in alcuni casi verso etichette più estreme sia da oppositori che da soste- Boardman 1984. e ancora. interpretata alla luce del legame tra la dea e Pisistrato: Halm-Tisserant 1986. Mommsen 1980 e 1988 pensa. Peisistratos and sons   9. Icard-Gianolio 1997. nota 83). Parke . a. 72. 10 Una sintesi delle tappe di tale percorso critico in Rosati 2002. 140. 114). come è noto. Si vedano anche Hayashi 1992. 1991.Boardman 1957. 91.1.4-5.. 1990.

in alcune sedi. accanto al gruppo di documenti sinora illustrato e fatto oggetto di analisi da parte di Boardman. Rosati 2002.. Kardara 1951. 106) pensa invece che l’espressione vada letta come «aiutante di Eracle» (per il significato di kore su un vaso di Napoli dello stesso Pittore di Priamo. o infine le integrazioni.. ha suggellato di fatto una procedura che. si sarebbe travestita da Atena guidando il carro sul quale Pisistrato.. 1983. nuora di Pisistrato. secondo il racconto di Erodoto. è stata messa in relazione con il presunto intervento di Borea in favore degli Ateniesi nella battaglia di Capo Artemisio (in sintesi Neer 2002. 29-30. Fink 1960. Osborne 1983-1984. inoltre Williams 1986 e 2009. Osborne. da ultimo. 1993. Moon. con bibliografia di riferimento a nota 101. 1981b. in sintesi. 1994. 90 (con ulteriore bibliografia). Non starò in questa sede a ripercorrere le diverse e articolate argomentazioni addotte da Boardman in una serie di articoli pubblicati tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso e più di recente ancora in The history of Greek vases   20. la donna che. 143 ss. Proverò soltanto a riformulare il problema. è tuttavia necessario precisare e ricordare che. tav. Moon 1983b.5-6. quali quello di Borea e Orizia. vi sono poi quei pochi documenti vascolari (le rare scenes di 18 Beazley 1931a. 1991. 26 Si vedano al riguardo. nelle quali accanto a Eracle e ad Aiace un ruolo primario svolgono anche le tematiche teseiche   26. «figlia di Eracle». Brandt 1997. Friis Johansen 1969. 331. 1989. 809. ovvero la serie di iconografie mitiche con possibili impliciti rimandi alla più o meno contemporanea realtà politica. non partendo da una confutazione. 5. Si vedano inoltre miti di minore popolarità. 1998. 21 Per alcuni richiami specifici. 1996. ABV. 148-151. 115 ss. con esegesi in chiave ‘politica’ anche dell’iscrizione kalos Munichos che compare sul vaso insieme all’altra. che interpreta il soggetto come un tema funzionale 99 . nota 66). ma anche sui fruitori e i possibili destinatari di esse. che riporta nello spazio tra i volti dei due personaggi l’iscrizione Herakleous kore. 1991. e Dios kore. intesa dallo studioso come epiteto della dea. 20 Boardman 2001. rispetto a un’idea della pittura vascolare come strumento diretto di propaganda politica): Shapiro 1980.. Brandt e Rosati   22 –.. 136). Pollitt 1987. avrebbe fatto ritorno ad Atene dopo il primo esilio   19. Massa-Pairault 2007. Laurens 1986. Shapiro 1989. e poi. dopo Schefold 1946. portata all’estremo. 252 ss. alla Angiolillo   25. Boardman . 23 In particolare nello studio dei rapporti tra iconografia vascolare e attività di culto ad Atene sotto i tiranni (ma con presa di distanza. novello Eracle (secondo Boardman). 1994. ma anche a Williams   24 e. Gauer 1980. si aggiunga inoltre. 8. 16-17 e passim.Pittura vascolare e politica ad Atene e in Occidente nitori (che hanno trasformato variamente la marca di riflesso o valenza politica nella pittura vascolare in quella di propaganda e manifesto ideologico). 64 ss. fa di certe figure mitiche una diretta ipostasi di personaggi politici ateniesi e di alcune generiche scene dipinte sui vasi una vera e propria trasposizione metaforica o riecheggiamento diretto di puntuali episodi politici a noi noti dalle fonti. 22 Bažant 1982.. 24 Williams 1983. Per poter avviare tale riformulazione. 109-110. sottintendendo «immagine di»). in particolare 129 ss. 19 Boardman 1972. con il tema di Eracle su carro accompagnato da Atena.9. né proverò a riassumere le nette riserve e le serrate critiche apportate ad alcuni aspetti o all’intera impostazione metodologica dello studioso inglese da alcuni colleghi   21 – a cominciare da Bažant. Shefton 1962. correzioni o varianti interpretative più o meno efficaci o felici proposte da altri studiosi su una più o meno comune linea metodologica con Boardman – penso in primo luogo ai diversi contributi di Shapiro    23. Boardman 1982. per l’ambiente italiano. 162 ss. 154 ss. 1982. 2009. 202 ss.. 1981a. infra. note supra e infra. n. Beazley Addenda 2. Beazley (1931a) leggeva invece la didascalia come frutto dell’erronea contrazione di due differenti espressioni: Herakleous (al genitivo. n. 1992..3. 7.Woodford 1988. in uno stretto intersecarsi del piano mitologico con quello metaforico. Blok 1990. Servadei 2005. Neils 1987. in cui gli Alcmeonidi sono considerati responsabili della diffusione di certi miti eraclidi come simboli politici sia prima dei Pisistratidi che dopo la caduta della tirannide. Cook 1987. 1984. 538. Neer 2002. con illustrazione e discussione delle diverse esegesi del vaso. similmente Angiolillo (1997. 1423. 9. tavv. ma aprendo all’Occidente e cercando di abbracciare un’ottica non unicamente incentrata sui produttori delle immagini. Cook e Block. È esemplare al riguardo il caso della lettura proposta da Boardman della famosa anfora di Oxford del Pittore di Priamo. che a ragione interpreta «Atena (protettrice) di Eracle».. 136-137. epiteto ricorrente in riferimento ad Atena. Shapiro 1982. 25 Angiolillo 1997. un rimando a Phye. Santi 2010. la cui diffusione sui vasi a partire dal 480-470 a. da Cerveteri (Fig. 202 ss. 1996. Angiolillo 1997. Moon (1983b.C. Nadal 2007. Webster 1972.Palagia . inoltre Arafat 2002. sottintendendo. 330 ss. 82 ss. 164 ss. 1992. inoltre. 1)   18. più di recente.

166 nota 6. già al centro dell’attenzione di Beazley 1948 e su cui. Shapiro 1980. a. n. insieme a Okeanos e Nilo nell’ambito della rappresentazione di Eracle nel Giardino delle Esperidi – collegata da Tiverios alla politica espansionistica dell’Atene cimoniana   33 –.C. tav. 201. oltre che nell’autoctonia. Penso ad esempio all’oinochoe di Amburgo della maniera del Pittore di Trittolemo. 166 nota 6. 37 Così Neer 2009.Monica de Cesare Webster)   27. 114 nota 55. hanno indirizzato verso un’interpretazione storicizzante della figurazione. che parla per la figurazione di tale vaso di immagine che esprime i valori caratteristici del V sec.1-2. Si veda infine. 32. Giuman 2007. 66. ricordandone però la connessione anche con gli Eumolpidai). 1. n. 23. Quanto al piatto di Paseas da Chiusi conservato a Oxford (520 a. 31 Neer 2002. 261. 135 ss. Sulla interpretazione delle iscrizioni su tale gruppo di vasi: Webster 1972. 347 nota 148. lo studioso cita a tal proposito anche la famosa coppa del Pittore di Oxford-Brygos. tav. 1061. 22. Inoltre. 32-38. e 667. 32 Cahn 1988. III He. 77. sono Eurimedonte». si sono soffermati Oenbrink 2004 e Schmidt 2009. ARV 2. da Merenda con il nome di Stesagoras   34 (Fig. 7): Walters 1931.103.C. Beazley Addenda 2. Cohen 2010. n. con arciere in costume orientale su cavallo e l’iscrizione Miltiades kalos   36. a.. 174.C. la cui fioritura sui vasi attici (490-450/440 a. tav. all’interesse dei Filaidi nel Nord Egeo. figlio di Megacle che per primo vinse la corsa dei carri a Olimpia nel 592 a. Mackay 2010. 128-129 a proposito dell’immagine del barbaro nell’Atene del secondo quarto del V sec. legandosi al problema del kalos (e dunque alle aristocratiche pratiche simpotiche) e considerando che non necessariamente il nome debba associarsi alla figura dipinta dal ceramografo    37. anfora del Gruppo delle Tre linee con Eracle su carro: ABV. è opportuno aggiungere quella serie di testimonianze nelle quali la scrittura. da lui identificati con i combattenti nella battaglia di Platea. con richiamo alla tesi di Slater 1999 sul kalos come strumento di pubblicità per un membro di una famiglia cliente e protettrice di una bottega. 100 . Fig.) è stata rapportata alle relazioni tra Atene e Egina (Arafat 1990. come il piccolo gruppo di raffigurazioni dei tirannicidi (Figg. 33 Tiverios 1991. 88. hydria della maniera del Pittore di Lysippides con donne alla fontana (Fig. tavv. 353. n. sul­ l’Hipparchos kalos. Beazley Para. Cromey 1991. come per esempio la famosa pisside del 540-530 a. 9. 577 (con rimandi interni).. 384-386. ABV. Mackay 2010. Beazley Addenda 2... da ultimo. 9-11)   28 e anche la singolare immagine di Creso sulla pira dell’anfora del Louvre di Myson (500-490 a. 153. e 353.5. a completamento del quadro. 157. 321. 7)   38. con la raffigurazione della lotta tra Greci e Persiani.3 e 91. Cromey 1991. 433 nota 128. (Fig. 36 Beazley 1927. con la raffigurazione di un auriga denominato Alkmeon. Mommsen 2002. o a quei vasi con iscrizioni che riportano nomi riconducibili a uomini politici noti dalle fonti. Si vedano inoltre Arafat 2002.C.. con la personificazione dello Strimone.C. 6). si veda anche Boardman 1972.). da ultimo. Sui problemi poi di cronologia dell’Onetorides kalos che compare su tre vasi di Exekias (tra cui sull’anfora del Vaticano con Achille e Aiace giocatori di dadi). 35 Sulla discussa identificazione di tale personaggio: Immerwahr 1972. Neer 2009. 238.. 1. nn. il vincitore olimpico figlio di Cimone. 4)   30. 78 ss.1-4. 815. 61-62. 27 Webster 1972. Mommsen e Mackay   35. questo costituisce un caso ancora diverso. n. Neer 2009. Beazley Addenda 2. 55 (con ulteriore bibliografia). 184. 166 nota 6. ricollegato all’Alkmeone. Fig. con la raffigurazione di un Greco che si appresta a sodomizzare un Persiano. 154. 86.)   32. 120-121 e 193.C. tavv. 28 Si tratta di nove vasi in tutto (infra). da ultimo. è stata ora espunta dalla produzione di tale ceramografo: Mackay 2010.C. Devambez 1954. 206. Laurens 1989. almeno all’apparenza. 188. 41. Denoyelle 1994. che parla di «gift to a member of the Philaid family». Shapiro 1992. 5). 32. 164 ss. a. Kilmer 2002. 460 ca. 34 Già attribuita a Exekias (ARV 2. I. 38 Anfora di Psiax con Eracle su carro: ABV. al quale si associa l’iscrizione kubade esteka Eurumedon eimi («sto chinato. riassumibili nell’anti-Medismo e nei privilegi maschili. 1699 e con più cautela Beazley Para. 107-108. Tiverios 1991. 144 e 1169. Beazley Addenda 2. Immerwahr 1990. Fig. 30 Schauenburg 1975. che la considera una «special commission». n.C. 61). tav. Arafat 2002. nei quali il collegamento con temi politici risulta forse più esplicito e immediato. n. 294. Analogo l’indirizzo interpretativo esercitato sull’anfora di Monaco dall’Italia meridionale. Cahn 1994. o al caso ben più problematico dell’anfora del Pittore di Copenhagen (480-470 a. le iscrizioni.1. con menzione di Hdt. secondo Immerwahr. 68. 401. Shapiro 1981b. 6.. 110 ss. 168-169. 337.. 4. che è necessario ricomporre. 1989.C. X3.C... n. Pinney 1984. 182. Beazley Addenda 2. Weiss 1994. 206-207. 74 ss. 6. 1986. 16)   29. 80 (con bibliografia). Moore 1980. Lullies 1956.1. 2002. 29 ARV 2. a. 101-104. o ancora il tema dell’inseguimento di Egina da parte di Zeus.: ABV. n. con rimando alla nota vittoria di Cimone. come espressione del trionfo sui barbari   31. si vedano anche Cromey 1991. come anche l’iscrizione Hippokrates kalos su tre vasi del penultimo decennio del VI sec.

Winter 2009. Cifani 2008. architettura e immagini all’origine dell’arte romana Gabriele Cifani Nel 1895 Gustave Le Bon. Le Bon 1905. nel suo celebre lavoro Psychologie des foules. Menichetti 1994. […] Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle equivale a conoscere l’arte di governarle. Torelli 1992 e 1997. Per l’età regia. Boardman 1994. A partire dagli anni Novanta del Novecento alcune ricerche hanno ribadito il significato politico dell’evidenza artistica della Roma più antica. questo assunto ci sembra oramai talmente consolidato che anche studi recenti hanno focalizzato l’attenzione sul potere delle immagini in sé   2. 6 Cristofani 1990a e 1992.   1 Il potere politico necessita pertanto delle immagini per la loro forza di comunicazione collettiva. 333-337. 4 Per esempio: Pollitt 1993. non si lasciano impressionare che dalle immagini. Per comprendere a pieno tali manifestazioni occorre pertanto inquadrare preliminarmente il contesto storico e sociale della Roma arcaica. Freedberg 1989. affermava: Le folle non potendo pensare che per immagini. 273. tuttavia. lo scetticismo che ha accompagnato per anni lo studio delle prime manifestazioni artistiche a Roma ha portato spesso a ignorarle o considerarle manifestazioni di arte etrusca   4. 5 Da ultimo Zanker 2008. mentre il complesso e plurisecolare rapporto di interazione tra mondo romano e italico con la cultura greca viene ancora inquadrato come un fenomeno di acculturamento degli ultimi tre secoli della Repubblica   5. 19 ss. per la storia dell’arte romana l’interesse verso il contesto storico sociale e quindi politico sembra maturare progressivamente nel corso del Novecento fino a consolidarsi verso la fine degli anni Sessanta con la fondamentale monografia di Ranuccio Bianchi Bandinelli L’arte romana nel centro del potere. 43 ss. 1 2 129 . Bianchi Bandinelli 1967 e 1969. Hölscher 1994. 217-218. 176. Lo studio del rapporto tra arte. società e potere risulta pertanto ancora più prezioso per le prime fasi della storia romana. dove la distinzione tra arte plebea e arte aulica. aprendo importanti prospettive di studio    6.Società. venne riformulata come chiave di lettura per la comprensione dell’arte nella società romana   3. 3 Rodenwaldt 1940. 165 ss. già teorizzata su un piano stilistico da Rodenwaldt sul finire degli anni Trenta.

7.7. i legami con Cuma   15 e quindi il primo trattato romano-cartaginese   16.35. corrispondente nel­la prima età regia all’ager romanus antiquus di circa 150 kmq. la richiesta di oracolo a Delfi   14.63. Fulminante 2003 (con bibliografia). 43.H. Ampolo 1981a. Gabii e Suessa Pometia    17. 16 Plb. Un ulteriore aspetto è quello dell’egemonia romana sulle popolazioni latine che si delinea sul finire del VI sec.22. D.Campanini 2003. 210-214. Per un’interpretazione critica delle fonti sulla politica estera dei Tarquini: Mele 1987.Torelli 2007. appare l’elevata mobilità sociale della sua comunità. conseguenza non secondaria di tale supremazia nel Lazio sarebbe stata anche la possibilità di disporre di ingenti bottini di guerra legati alla conquista di grandi città. con pochi oggetti.56. spesso miniaturizzati. L’esistenza di norme limitanti il lusso privato trova infatti contemporanei paralleli nel mondo greco arcaico e incontra singolari ricorsi storici finanche nella dialettica sociale interna ai comuni medievali italiani   9. attestata. 9 Colonna 1977. a. L’età dei Tarquini si caratterizza. anche dalle iscrizioni graffite su vasellame in lingua etrusca e in alfabeto greco. per quella di Gabii: Liv. Per un aggiornamento topografico sul Lazio meridionale: Palombi 2010 (con bibliografia). corrispondente ad almeno 820 kmq. adombrata dalle fonti letterarie.Nizzo . e una verosimile proiezione di Roma a livello extraregionale. 17 Per la conquista di Apiolae: Liv. 3. 1. a.Taloni 2009 (con bibliografia). Il mutamento sociale ed economico di epoca arcaica non può dunque non aver interagito con analoghe modifiche sul piano politico e culturale.56.3 e 2. Carandini 1997. già caratterizzato nell’VIII e VII sec. a. 1. a. con le deduzioni delle colonie di Signia    11 e Circei   12. Caratteristica della Roma di VI sec. e su una comunità maggiormente stratificata   18. sulla legislazione suntuaria nel medioevo: Muzzarelli . Per comprendere un tale drastico cambiamento è necessario pensare a norme antisuntuarie che su un piano politico implicano una volontà di eliminare uno dei principali strumenti di autorappresentazione aristocratica: il lusso funerario. espressione di una potente classe aristocratica non dissimile dalle vicine città etrusche    8.3. sulle forme di legittimizzazione e trasmissione del potere regale: Cannadine . in particolare con le notizie sulla frequentazione e amicizia con i Focei all’epoca dei Tarquini    13. 1. per un passaggio tra un tipo di potere politico e­spresso dalla locale società aristocratica su un territorio relativamente esiguo. come una comunità urbana notevolmente avanzata e con una continuità insediativa su ampia scala che risale già alla metà dell’VIII sec.3.5. a un nuovo potere su una regione mol­ to più ampia. 4.   7. Cornell 1995. 1.56. segno evidente di comunità alloglotte presenti nella città    10.7. 14 Liv. ricordati dalle fonti letterarie con le notizie sulla conquista dei centri latini di Apiolae.5.53. Bandelli 1995.C. a. 15 Liv. per quella di Suessa Pometia: Liv. Bartoloni . infatti.4. sui cambiamenti culturali di questa fase: Torelli 2010 (con bi­bliografia).21. Chiabà 2006 (con bibliografia). 7 8 130 . in grado di imporre e far rispettare tali regole anche ai segmenti sociali più influenti del corpo civico.Price 1987.4. 2. si presenta ora estremamente sobrio. Il costume funerario latino.C. 10 Ampolo 1981b. ma il dato archeologico forse più sorprendente per questa epoca è rappresentato da una singolare evidenza negativa: quella dei corredi funerari. La principale implicazione politica che ne deriva è il ruolo crescente di un potere centrale interno alla comunità.C. 18 Gros . da ricchi corredi.55. È utile richiamare in tal senso la distinzione operata da Max Weber tra potere dinastico e potere carismatico: il potere a carattere dinastico è fondato su una tradizione ed è esemplificato in primis dai poteri aristocratici.C. 13 Iust. 221-231 e 238-242.21. 11 Liv. oltre che dalle fonti letterarie. 12 Liv. il potere carismatico riveste invece un carattere straordinario e necessita di una progressiva legittimazione   19. 105 (con bibliografia).Gabriele Cifani Le ricerche archeologiche più recenti hanno rivelato la Roma del VI sec. 1.C. Cornell 1995. Alessandri 2009 (con bibliografia). 19 Weber 1995. 157-159. 1.

La datazione del circuito difensivo.Torelli 2007.C. fossero i fastosi corredi funerari. uno tra i maggiori nel mondo mediterraneo arcaico (ca. Cornell 1995. 15-34 (con biblio- 22 Per un rapporto tra le superfici difese degli abitati. 23 Per un computo della forza lavoro necessaria ai programmi edilizi di epoca arcaica a Roma: Cifani 2010. che richiede più moderne forme di autorappresentazione e un diverso rapporto con il corpo civico. 26 Per un’ampia disamina del fenomeno: Arvanitis 2008 (con bibliografia). si vedano già le pioneristiche osservazioni di Beloch 1886. Estesi lavori di drenaggio caratterizzano il nuovo paesaggio urbano della Roma tra VI e V sec. Il rapporto tra arte e potere può inquadrarsi innanzitutto a livello di urbanistica e architettura.. possono inquadrarsi. a. Acquedotti. Al pari dell’architettura templare i grandi lavori di idraulica attuati a Roma a partire dal VI sec. codificato da nuovi rituali. 168-175.   25. soprattutto i tiranni. 24 Sulla tradizione relativa alle riforme militari attribuite a Servio Tullio: Thomsen 1980. alcuni addirittura a carattere principesco. come corrispettivo della riforma militare serviana. in particolare i Pisistratidi o anche Policrate di Samo. 281-298 (con bibliografia). invece. esse rappresentano. Un altro settore privilegiato tra le opere pubbliche per la ricerca del consenso politico e il consolidamento del potere centrale è quello della gestione delle acque mediante bonifiche e opere idrauliche. 472 ss. si inseriscono. ma che evidentemente rea­lizzano servizi ritenuti di vitale importanza dal corpo civico e come tali strumento di consenso pubblico   26. in un quadro di sviluppo delle infrastrutture pubbliche nelle principali poleis del Mediterraneo. in base a dati stratigrafici e topografici. insieme ad altre opere monumentali dell’epoca.C. Da ultimo Martínez Pinna 2009 (con bibliografia). In una prospettiva di politica estera non può sfuggire che tale trasformazione avvenga alla vigilia di una serie di conquiste militari condotte da Roma nella bassa e media valle del Tevere e.C. 20 21 grafia). 181-187. In un ambito di politica interna le mura possono invece inquadrarsi in un disegno antieversivo. 426 ettari e 11 km di lunghezza). si rimanda a Cifani 2008. Smith 2006. appare un tratto comune dei maggiori insediamenti urbani di età arcaica. cisterne pubbliche e collettori sono infatti opere correlate ai vasti ceti urbani che si identificano in un servizio pubblico.Società. testimonia l’ampia forza lavoro disponibile nella comunità urbana   23. Ne consegue un nuovo tipo di regalità. favorito dalla concentrazione di potere e manodopera da parte di figure tiranniche. piuttosto che a compagini aristocratiche.C. a. nell’ambito di un potere carismatico. Viceversa. Gros . in particolare quella di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo. basato anche su forme di legittimazione da parte di una comunità urbana sempre più complessa e articolata sul piano sociale   20. Per il dibattito sull’evidenza archeologica: Stary 1981. 307-323 (con bibliografia). infatti. il potere politico dei Tarquini si esprime in primis nella riformulazione dell’immagine della città. a. di cui sono espressione la nuova linea di fortificazioni in opera quadrata e le bonifiche interne all’abitato   21. tra cui la dislocazione dei sepolcreti arcaici e medio-repubblicani rispetto alle mura (Figg. la difesa comune della città incentrata sulle quattro tribù urbane (ma includente anche la zona extrapomeriale dell’Aventino) e coordinata sul nuovo esercito organizzato per classi. ma l’interesse specifico rivolto alle opere idriche. D’Agostino 1996. inclini a erogare servizi all’interno delle proprie ristrette clientele. Sul rapporto tra lavori pubblici e tirannidi antiche e moderne: Bodei Giglioni 1974. come adombrate dalle fonti letterarie. architettura e immagini all’origine dell’arte romana Possiamo osservare come uno dei mezzi di autorappresentazione del potere delle aristocrazie latine tra VIII e VII sec. le figure ‘tiranniche’ che popolano l’età arcaica a Roma. a. anche come nuova categoria edilizia. Promotori di tali iniziative nel mondo greco appaiono. 131 . dunque. quindi Ampolo 1980. 1-2)   22. va inquadrata nella seconda metà del VI sec. analogamente al­l’allargamento della tecnica oplitica avvenuto negli stessi anni in Grecia    24. 25 Per un’analisi di dettaglio. infatti. 106 (con bibliografia). Analogamente a coeve figure tiranniche greche.

Starr 1992. traggono origine dal medesimo contesto culturale: regimi tirannici. per esempio. È. Le diverse forme di gestione della polis. 1 2 147 . molto difficile distinguere tra le diverse forme sulla base di indicatori esclusivamente archeologici. Donlan 1999. Si veda anche il contributo di M. su cui si può consultare una vasta bibliografia. esse in genere sembrano essere state percepite come congiunture denotate da una minore visibilità a livello collettivo. gestioni oligarchiche diverse. infatti. come il mito di Teseo. Lo stesso concetto Boersma 1970. tra documentazione archeologica ed eventi politici noti. in molti casi. secondo uno schema proposto da Johannes Boersma per Atene   1. In questo modo. 3 Manca spesso un riferimento concreto all’analisi storica del fenomeno. è possibile attestare l’esistenza di un rapporto. le proposte avanzate non sono state supportate da un’analisi adeguata oppure le testimonianze disponibili sono risultate insufficienti o ambigue. Stahl 1987. il contrasto e l’avvicendamento nella gestione dello stato sono diventati spesso un vero e proprio modello interpretativo dei diversi interventi urbanistici e costruttivi. sulla quale si confrontino. Nicholson 2005. In questo caso. Archeologia e forme espressive di aristocrazie. però. consapevolezza sempre aristocratica ed esperienze di tipo democratico dipendono da una cultura comune elaborata in ambienti aristocratici   3. de Cesare in questo volume. come di alcune tendenze manifestate dalla produzione artistica e artigianale   2. per esempio. quindi. La decisione di costruire un nuovo edificio templare o un altro elemento dell’arredo urbano in molti casi è stata collegata allo sviluppo di uno specifico regime di governo e l’abbandono di un cantiere o di un progetto allo stabilirsi di condizioni avverse. Se si considerano più in particolare le strutture politiche di tipo oligarchico. Se a volte. anche se non sempre diretto. al contrario. come può risultare fuorviante spiegare alcune situazioni monumentali e di scavo attraverso le notizie fornite dalle fonti. oligarchie e tirannidi La competizione politica all’interno delle comunità greche è stata spesso considerata responsabile di cambiamenti di indirizzo nella scelta delle opere pubbliche o di carattere collettivo da realizzare. più spesso è apparso manifesto il contrario. comunque. si può fare riferimento al ruolo attribuito ad alcuni temi della ceramografia attica dell’età della tirannide. Arnheim 1977.Oligarchie al potere: ‘gnorimoi’ e ‘politeia’ a Taranto Enzo Lippolis 1. a titolo indicativo si ricorda Shapiro 1989 o il più recente Angiolillo 1997. alla tirannide e ad altre forme di potere fondate su personalità eccellenti è stata attribuita una volontà espressiva maggiore e di conseguenza una più chiara riconoscibilità archeologica.

Approfondendone l’esame. come della consapevolezza di gruppo. l’altra metà con ceramica attica. o se invece siano stati comuni a fasce più estese della comunità. 4 5 148 . si confronti Masiello 1997. Catalogo 1994 e 1997. infatti. mostra sempre l’esistenza di contesti e fisionomie diverse. di maggiore importanza Lo Porto 1967.Dell’Aglio 2003. 1997a. 1). Lippolis 1991. 7 Sulla necropoli di Taranto in età arcaica sono numerose le edizioni disponibili. in seguito si trasforma in un simbolo espressivo dei ceti urbanizzati. Maruggi 1994.enzo lippolis di ‘aristocrazia’ è spesso impiegato nella bibliografia archeologica nel senso generico di «classe emergente» o in riferimento ai comportamenti dominanti delle comunità più fortemente urbanizzate.   6. È necessario. singoli contesti o analisi più estese.Garraffo . È in corso l’ambiziosa operazione di una ricostruzione planimetrica complessiva di questo spazio funerario. e il loro montaggio sulla base cartografica. risulta già evidente. purtroppo non esaurienti rispetto al materiale ancora inedito (soprattutto della seconda metà del VI secolo e a causa dei continui rinvenimenti nella necropoli urbana): una bibliografia aggiornata al 1994 in Dell’Aglio 1994. Neeft 1994. quindi. 1997. mostrando scelte condivise. che possa definire modi e forme possibili di una ricostruzione sociale basata sulle testimonianze materiali e sui contesti. spesso indipendenti dall’affermazione di uno specifico regime politico. Lippolis . e presenta la possibilità di un confronto tra ricostruzione archeologica e informazioni letterarie sulla storia della comunità   5. Tra i modelli di comportamento che possono essere oggetto di analisi. attraverso l’elaborazione di specifiche varianti com­portamentali. mentre di quelle della fase successiva alla metà del VI secolo restano ancora molti contesti inediti   7. divenendo elemento distintivo della differenziazione sociale. In questo senso si è avviato un percorso di ricerca di cui si possono iniziare a discutere alcuni risultati. Museo. una metà quasi esatta ha restituito corredi con ceramica corinzia prevalente. Il censimento delle deposizioni con materiale corinzio può considerarsi abbastanza esauriente. esaminando un caso specifico e testimonianze concrete. per il periodo in esame. però. Cité. interrogarsi piuttosto sulla diffusione sociale dei modelli culturali esaminati. la città offre. nel caso di Taranto. anche la pratica del banchetto e/o del simposio offre nel tempo un’ampia diffusione e la capacità di assumere un valore rappresentativo che può essere trasversale rispetto a diverse classi sociali    4.Nafissi 1995. In questo modo si può scoprire che la condivisione culturale rivelata dalle testimonianze materiali può essere prevalente rispetto ai segnali delle eventuali divisioni politiche. infatti. soprattutto grazie alla conoscenza delle sue necropoli e di alcune aree di culto. si riscontra una forte variabilità: gestita a livello privato o formalizzata come occasione pubblica. I dati disponibili su Taranto possono permettere di studiare questo livello di dettaglio del problema. ormai completata. rispondono a precisi criteri di uso e di pianificazione dello spazio. Valenza Mele 1991. Su Taranto. se possano essere considerati effettivamente distintivi di ambiti politici e classi differenti. che nell’arco di un secolo hanno esplorato molte aree dell’esteso sepolcreto formatosi all’interno delle mura di età classica.C. per fornire un’immagine complessiva della distribuzione delle sepolture e del sistema di aggregazione tra le tombe. Catalogo 1994. nella prospettiva di un dibattito più ampio. quindi. 6 Di queste. per nuclei di sepolture. che queste ultime. L’interesse della situazione tarantina deriva soprattutto dal carattere estensivo degli scavi condotti. anche se con gradi e declinazioni diverse. a. 2. ma legate ai valori comuni di una stessa identità collettiva. con l’informatizzazione di circa un migliaio di planimetrie di scavo (Fig. probabilmente sin da età arcaica. Espressioni funerarie e struttura sociale a Taranto Della necropoli urbana di Taranto sinora sono state pubblicate oltre 960 sepolture con corredo per il periodo compreso tra il VII e la metà del V sec. in origine costituisce un tratto distintivo dei gruppi dominanti. Se. però. si confrontino Moretti 1971. 1997b. Lippolis . Murray 1990 e 2010. un interessante campione di studio. 1997.

però. per fare un esempio del tutto orientativo. Pur senza approfondire il problema con metodi quantitativi più specifici. Per impiegare un termine di paragone concreto.Oligarchie al potere: ‘gnorimoi’ e ‘politeia’ a Taranto Anche considerando il carattere incompleto del campione disponibile e la dispersione di una parte significativa della documentazione. se non attraverso un esame contestuale delle tombe e delle reciproche relazioni. appare evidente un deciso incremento delle esigenze rappresentative della classe sociale che utilizza la necropoli urbana. il fenomeno della crescita qualitativa e numerica degli oggetti di corredo è considerato generalmente un indice importante per definire il processo di arricchimento della classe emergente.777 tra il 550 e il 525 (Fig.000 individui complessivi. documentando un incremento quantitativo continuo nel tempo. a partire dal 575 circa. quindi. rapportare in termini proporzionali il nucleo ‘funerario’ archeologicamente visibile rispetto all’intera compagine sociale. al fine di ottenere una base statistica idonea. che in queste deposizioni appare l’esito di un intervento consapevole (Fig. Se si esamina più in dettaglio l’evoluzione di questo costume negli anni compresi tra il 575 e il 525 a. Tale profilo può trovare naturalmente numerose conferme in una tendenza comune anche ad altri insediamenti analoghi.085 nel periodo 575-550 a 11. (Fig. anche se se si fosse conservata meno della metà delle sepolture effettive. è necessario considerare attentamente lo stesso uso della ‘sepoltura formale’. 2). ma l’interesse del caso tarantino risiede nella possibilità di operare ulteriori considerazioni. di cui rimane traccia solo parziale nelle deposizioni esterne. inoltre. In particolare. È difficile effettuare un calcolo demografico preciso. 3). dal momento che la media di oggetti per deposizione passa da 6. emerge subito che a Taranto. sottolineato anche dall’uso praticamente esclusivo di oggetti di importazione. un valore calcolato certamente per difetto. Il sistema elaborato in questi decenni presenta però un’inversione di tendenza già verso il 525: da questo momento. A Taranto. è l’uso degli oggetti di accompagnamento a costituire un sistema di comunicazione. non è possibile. Questo processo si attua attraverso l’iterazione delle forme. Una popolazione media di circa 5. poiché la quantità di oggetti deposti inizia a diminuire. forniti sia dai dati disponibili sui corredi. fondata sui dati provenienti dai singoli ‘plot’ funerari. spesso difficilmente riconoscibili. se testimoni i comportamenti di uno specifico gruppo sociale o se attesti un processo di inurbamento ancora limitato rispetto al sistema di popolamento complessivo della chora. in un arco di tempo di 250 anni difficilmente conterebbe un numero inferiore a 30/40. a. 4). ricavato dal confronto con altre situazioni analoghe. ha un valore solo indicativo. l’esibizione della ricchezza per mezzo della quantità degli oggetti e una serie di comportamenti rituali. 8 9 149 . partendo dagli aspetti qualitativi della documentazione.C. continuerebbe a essere evidente il carattere molto limitato di questo nucleo rispetto al sistema complessivo della polis. nella composizione del corredo prevale la deposizione di vasi legati al consumo del vino e al modello del servizio da banchetto. quello proposto. il migliaio di tombe recensito non può essere naturalmente indicativo della dimensione demografica dell’insediamento. anche se la documentazione funeraria non può essere letta come un riflesso diretto della situazione sociale effettiva. infatti. comunque. si registra un fenomeno diverso.000 persone. si può verificare una progressione quasi geometrica nell’accrescimento dei corredi funerari. esibiti come simboli di prestigio sociale e di affinità culturale con la madrepatria. comunque. come per esempio propone Morris (1987. divenendo un marcatore di differenze di diritti. Come è stato messo in evidenza per Atene da Ian Morris    8. È stato possibile ricostruire lo sviluppo di questa pratica rituale.   10. 10 Lippolis 1997a e 1997b. risultando certamente inferiore a ogni sua presumibile ricostruzione. Non disponendo di alcun elemento utile a stabilire la demografia complessiva dell’insediamento. quindi. manifestazione che può variare nel tempo e dipendere da situazioni sociali diverse. le sepolture urbane possono testimoniare solo una parte della comunità. in particolare 72-96) per Atene. a partire dal primo quarto del VII sec. sia dalla tipologia delle sepolture. la minoranza che sfrutta la necropoli urbana potrebbe corrispondere a un gruppo di 150/200 individui di media per generazione   9. la media degli elementi di corredo si riduce della metà rispetto alla Morris 1987.C. è difficile definire nel caso di Taranto se il numero ridotto delle tombe riconosciute sia collegato a specifiche condizioni di privilegio sociale.

C. 14 In questo senso Moretti (1971. 46-48. per il corredo: Lippolis 1991.Dell’Aglio 2003. 2. n. 15 Lippolis 1991 e 1997a. la frequente collocazione dei sarcofagi contro le pareti e la disposizione fuori asse della porta. integralmente realizzati in blocchi che rivestono le pareti dello scavo praticato nel banco di arenaria. Queste sepolture eccellenti. 288-304. disposte al centro del vano. scavata tra il 1917 e il 1921 (Fig. come alabastra e strigili. indicano in maniera chiara l’origine del modello nella sala monumentale da banchetto destinata agli uomini. e la parte restante del gruppo..enzo lippolis fase precedente e decresce fino a un valore di 5. con scelte opposte a quelle della parte restante dei fruitori delle sepolture formali della necropoli cittadina. Anfore panatenaiche e altri segni della cultura atletica. uno destinato ad accogliere i sarcofagi di tre individui. 288-304 (E. 6). in conclusione. da ultimo. n. che si tratti di sepolture esclusivamente maschili è confermato dalla messa in scena del rituale funerario e dai corredi deposti. Lippolis). sono note sette tombe a camera. enfatizzato invece nella maniera più visibile nel caso delle tombe a camera. leggere una maggiore articolazione della comunità tarantina: all’interno del popolamento complessivo si distingue un ceto inurbato. 133. quando è presente. quello delle tombe a camera. Catalogo 1997. Valenza Mele 1991. che porta alle estreme conseguenze tale esigenza rappresentativa. che invece sembra rinunciare progressivamente al rituale funerario come occasione di esibizione economica e di ruolo. ma sempre in un numero dispari. che cura la visibilità funeraria attraverso comportamenti variabili nel tempo. Maruggi 1994. quindi. 86. sono stati considerati dal primo editore di questi monumenti. adottando tombe a camera e ricchi corredi. 8). Il fenomeno prosegue ancora nei decenni successivi. 11 12 150 . il segno tangibile di vittorie effettivamente conseguite nelle grandi celebrazioni internazionali di Atene: i defunti. Per il momento. in un numero variabile da 1 a 4 (Fig. Il caso meglio noto è quello della tomba a camera di via F. a partire dal 525 circa. tomba B. molto ridotte nel numero e del tutto eccezionali per l’impegno architettonico e per la presenza di corredi funerari di ricchezza e qualità inconsueti fino a questo momento. Lippolis 1991. Crispi. 7)   12. nonostante l’impossibilità a compiere analisi antropometriche. a. 3. sepolti con un corredo di 64 oggetti (Fig. 5). Si riconoscono due gruppi principali. Tale differenza si rivela soprattutto nelle scelte mostrate dai corredi di accompagnamento. a. Lo Porto 1967. Lippolis). in sostanza. Questa situazione sembra l’effetto di una forte divaricazione all’interno della classe urbana emergente. tomba n. che vedono però la comparsa di un nuovo modello funerario. ma anche nel panorama complessivo della cultura greca contemporanea. l’altro predisposto per sette inumati. sia nelle regioni della madrepatria    11. risultano in controtendenza rispetto al decremento generale nella composizione del corredo. Lippolis .Boardman 1971. ipogei in parte scavati nella friabile roccia tarantina e in parte costruiti in opera quadrata o. inoltre. che nella prassi funeraria della maggior parte delle famiglie perdono il tradizionale ruolo emblematico. Forma. Si compongono sempre di un’unica camera spesso accessibile da un dromos e presentano una notevole cura architettonica (Fig.652. 13 In generale Lippolis 1997a. Felice Lo Porto. tra il 500 e il 475. rappresentano una novità non solo nel­l’ambito della tradizione locale. 81 (E. Infatti. al suo interno si distingue una élite molto ristretta. sulla tipologia: Maruggi 1997. tutti databili tra la fine del VI e il primo venticinquennio del V sec. in alcuni casi. È possibile.C. che esprime un forte impegno rappresentativo. apparterrebbero alla generazione degli olimpionici tarantini attestati tra il 520 e i primi decenni del V sec. di chiara matrice aristocratica   14. sia nelle aree coloniali di Occidente. Successive riflessioni sul modello architettonico della tomba conducevano a identificare nella sala da banchetto maschile della casa aristocratica la fonte tipologica e ideale della costruzione prescelta per la sepoltura   15. 101. con una marcata distinzione tra un nucleo più ristretto. riscoperta e resa visitabile di recente   13. in particolare nelle colonne doriche non scanalate che sostengono le coperture in lastre. allestimento. Kurtz . che ha restituito sette sarcofagi e sei inumati. 39-40) confermava e spiegava ulteriormente la proposta di Lo Porto. Catalogo 1997. Tali espressioni monumentali.

2008. the net needs to be cast widely in our definitions and to discuss art. 4 Compare with Whitley 2001. seventh. Picard et al. 1 173 . I have little to add to the excellent recent work by two contributors to this volume on these very questions   1. For anyone who knows anything about Archaic Greek Sicily. any doubt about the validity of Richard Seaford’s recent invitation for «[…] further research designed to integrate economics into the study of culture»    3. as the contents of this volume amply demonstrate. Fruitful avenues of inquiry can emerge when Of the many recent works by these two scholars. reference will be made to it. xxiii. This paper will not proceed in the usual scholarly way of talking per se about the final artistic products and the reasons for these outlays of wealth and power. it is certainly more difficult to find consensus on what constitutes art. 317. given the concept’s aesthetic nature. this paper will focus on the challenging and no less important issue of the growth and development of Greek Sicily’s economies for the entire Archaic period. and early sixth centuries.Art and power in Archaic Greek Sicily Investigating the economic substratum Franco De Angelis The relationship between art and power can be approached in a variety of ways. Therefore. 3 Seaford 2004. economies that underpinned all art and power in Sicily. one cannot but be impressed by Greek Sicily’s material achievements and by the states and individuals who undertook them in this period.Collin-Bouffier 2007. as opposed to power. Adornato 2008. Brunet . From antiquity to today. and elsewhere too for that matter   2. of the two variables being examined in this conference. Instead. 2007. While it might seem that the sources for Archaic Greek Sicily’s economics are notoriously scarce. 2 This article stems from a nearly completed book project on the social and economic history of Archaic and Classical Greek Sicily for Oxford University Press. The approach adopted here is summed up by the subtitle of this paper and will thus entail Investigating the economic substratum of this relationship. or at least there should no longer be. from the appearance of the first monumental temples in and around the mid-sixth century to the Battle of Himera in 480 BC. as part of material culture and the material development of societies and economies    4. Bresson 2007-2008 (though see 2007). note in particular for the present purpose: Marconi 2006. 5 Baslez et al. and not just its last seventy years. however defined. Moreover. On a couple of occasions here. the situation is perhaps not as off-putting as some scholars may suppose. as in a recent series of French books where the Archaic period and Sicily hardly get mentioned   5. especially for the eighth. For there cannot be. the relationship between art and power is especially evident during the last seventy years of this period.

one must investigate its origins    11. and one is free to speculate in another direction. Despite what Sarah Humphreys argued in 1965. Was the second half of the sixth century the first true period of art and power in Archaic Greek Sicily? Two underlying assumptions seem to be operating in the minds of scholars who adhere to this view that the Archaic western Greeks did not develop socially and economically until the second half of the sixth century BC. The humbler colonists may have been happy to gain a peasant’s holding. Some support for this alternative may be seen in the recent discovery that the cemeteries of Megara Hyblaea reveal no significant class distinctions before the middle of the sixth century. When exactly this commercial potential came into being is encountered in Valentina Hinz’s study of the cults of the Demeter and Kore among the western Greeks: namely that their cults took off only with the agricultural prosperity of the second half of the sixth century    9. 38. quite typical is the statement made by two towering figures of western Greek urbanism. Dieter Mertens and Emanuele Greco: «[…] it is now generally held that the commercial potential of the early colonies was somewhat limited»    8. the efforts will be well spent. if we seek to understand better the relationship between art and power. Both assumptions are problematic. and the second concerns the nature of our sources and in particular our favouring of literary sources. Scholars of this persuasion believe that the western Greeks grew and developed socially and economically only in the second half of the sixth century BC – in other words. But the argument remains necessarily speculative. therefore. which is especially concerned with discerning the factors behind the material development of newly established societies. depending on the polis in question. to understand a phenomenon in its developed form. that overpopulation and escaping political turmoil led Greeks in their thousands to leave their 6 Archaic economics are barely discussed in. Quite possibly. up to two hundred or so years after being first established. I have challenged this position elsewhere in connection with Megara Hyblaia (De An­­ ge­­lis 2003. 10 Arist. The first concerns the reasons for which these poleis were established. for instance.   7 For the economic side of the argument. 51). 174 . we would still need to combine them with economic theory to conjure up. whether they realize it or not. the possible economic scenarios that gave rise to our empirical evidence. see recently Bookidis 2008. 104. It is only in doing so that we can gain a better understanding of the economies on which later Sicilian Greek art and power ultimately rested. Even if our written and archaeological sources for Archaic Greek Sicily were more plentiful than they currently are. that people who had chosen or had been forced to migrate because of an inequitable condition were not likely to have slavishly repeated that condition when they had a free hand. and done so through a very indirect and distant lens. on understanding the origins and early development of Sicilian Greek economics. that was the pattern most likely to have been reproduced in the new world. Pol. Let us take the first of the two underlying assumptions. 223-224. That this approach of combining our sources with theory has not generally been done in discussions of the economics of the Archaic western Greeks as a whole can be seen in one strand of current scholarship that dominates thinking about their growth and development. 11 For a case study which. since the world from which the colonists came was one of inequality of property and of a monopoly of political power by the landed aristocracy.Greco 1996. conceding the larger claims of their betters. from the standpoint of religion. most scholars still clearly subscribe to the view. For challenges to this view. so to speak. As Aristotle observed in the Politics    10. Much hinges. Moses Finley’s view is symptomatic of the social side of this standpoint: Most modern historians […] argue that. 245. 8 Mertens . which we may take as our starting point   6. puts this approach into practice. 1252a24-25.franco de angelis inspiration is sought from the field of frontier economics. Lamboley 1996. 9 Hinz 1998. although not quoting Aristotle. 7 Finley 1979. see Usner 1992.

Ancient Greece. for what he is worth on this point. In other words. 13 In addition to my own study on the question (De Angelis 2002). Sicily. as we will see further in a moment   19. 20-33 and 128-138. 18 Note how Compernolle (1992. In my view. We have every reason to doubt that economic simplification also occurred. 489. Morris 2007. 14 Full discussion is contained in chapters 2 and 3 of my book project referred to above in note 2. The systematic study of settlement and social developments is a first step in undermining these viewpoints. 239. Any attempt to find similarities between the democratic frontiers of modern times and ancient Greek Sicily is wholly misguided. one should avoid basing phases of economic growth and development on the literary sources. and that is a view supported recently by specialists   13. The apparent homogeneity of the early settlements masks real differences in privilege and power»    16. 250-275. Much the same view is expressed in Shipley 2005. 283. Yet distinctions between the aristocrats and their followers must have been present from the beginning. we can trace the steady and upward output in private and public building in the seventh and sixth centuries BC whose origins are to be placed in the realm of economic prosperity in these communities. See also 1997. 17 Strabo (9. revealing that this is much too simplistic an assessment of the evidence   14. leading to the emphasis on the family farm within a relatively homogeneous and egalitarian society in the new world   15. Humphreys argued for the inclusion of trade. in light of the general silence of the literary sources until the late sixth and early fifth centuries BC for grain export (and not to mention the difficulties of obtaining physical evidence for grain production and consumption without targeted research initiatives). In an article entitled The simplification of Europe overseas. It is our duty as responsible historians to challenge ourselves to investigate early economic developments in a less simplistic and straightforward way   18. The idea that no social hierarchy existed until the second half of the sixth century BC can also be summarily dismissed. Hall 2007. At Megara Hyblaia and Selinous. and it is probably misleading to describe the earliest social and economic conditions in our poleis through this dichotomy. 15 Harris 1977.3-4). 349-350. Osborne 2007. that a distinction between «trading» and «agricultural» cities cannot easily be made. and as a result the dearth of literary evidence has tended to cause scholars to think that this or that phenomenon. Ross Holloway has judged the matter correctly in saying that «Aside from a few such episodes [of stasis and tyranny] we know next to nothing of the growing pains of the Greek cities of Sicily. is the only ancient source to mention the occurrence of trade between Italy and Greece before 550 BC. 65) cites this very passage of Strabo (9. only began shortly before it appears in our literary sources   17. and with time the disparities simply grew worse. which contains numerous supporting opinions in scholarship up to the year 2000.Nielsen . Morel 2007. like economic prosperity. without taking into account the material development of Sicily in the decades before then. It follows. for instance. therefore. 55.Ampolo 2004. Nothing assures us that the ‘shares’ of the colonists were equal. 175 . and his article may be taken as a transition in thinking toward a broader range of reasons behind the foundation of settlements abroad. and of economics more generally. 174. as observed by Moses Finley quoted above. 114-117. Waters (1974) includes the role of trade. he argued that cheap land and poor agricultural markets did much to eliminate most of the social hierarchy of the European countryside. Here we may draw on the work of the distinguished Canadian historical geographer Cole Harris for comparative insight.3-4) while calling for the development of an archaeology of agriculture for Archaic Akragas. had elites in the same way as modern Europe did when settlers went overseas. See. 12 Humphreys 1965. There is ample material and written evidence to show that both trade and agriculture were going concerns of Sicilian Greek poleis – they looked inward to their territories and outward to the wider world at one and the same time. 19 De Angelis 2003. The favoured type of evidence in most historical accounts is literary. as a prime motivation. and other regions settled by them in the Archaic period    12. for instance. But Archaic Greek Sicily as a whole was hardly a homogeneous and egalitarian society. The process may now be viewed as complete.Art and power in Archaic Greek Sicily homes for southern Italy. see since then Fischer-Hansen . This quotation also has a bearing on the second underlying assumption. 16 Ross Holloway 1991.

everybody knew that he had composed magnificent victory odes for Hieron and Theron. Generally. Pindar and Bacchylides. and that both of them had been their guests in Sicily. the rulers of Syracuse and Akragas. in Ptolemaic Ale­xandria. Vita Ambrosiana (Scholia vetera in Pindari carmina I. The nature of their relationship with those rulers. | λαγέταν γάρ τοι τύραννον δέρκεται | […] ὁ μέγας πότμος. musicians. the relationship between writers. | παρὰ τυραννίδι. were commissioned by rulers of wealthy poleis to compose songs of praise (epinikia) for their victories with chariots or race horses at the great panhellenic festivals of Olympia and Delphi. «tyrants» or kings. And yet. has been a matter of debate. or the wise men»: ἐν πάντα δὲ νόμον εὐθύγλωσσος ἀνὴρ προφέρει.20-22 Dr. he replied: «Because I want to live for myself. 3. artists. in Versailles under Louis XIV. Pindar also made two victory odes for Arkesilas. | χὤταν πόλιν οἱ σοφοὶ τηρέωντι. be it one-man-rule (τυραννίς) or when the impetuous crowd rules the city. 2.   1 So the poet wanted to keep his distance.86-88) he says that «a straight-speaking man comes to the fore under any regime. «a ruler who leads his people»: τὶν δὲ μοῖρ᾿ εὐδαιμονίας ἕπεται. Simonides.84-86) he addresses Hieron as λαγέταν τύραννον. In Pythian 2 (P.). actors. 1 185 . 3. in Augustan Rome. as Simonides also did. Let us begin with Pindar. to preserve his independence. How then could anyone portray him as unwilling to visit his powerful patrons in Sicily? And anyway. orators and philosophers with those in power has always had its ups and downs over the centuries.Greek choral lyric poetry and the symbols of power Herwig Maehler Three Greek poets of lyric choral songs. There is a strange anecdote about him: when asked why he was unwilling to visit the Sicilian tyrants when Simonides had already left for Sicily. what does «tyrant» mean in the 5 th century? The terms τύραννος and τυραννίς occur in three of Pindar’s victory odes. the last king of Cyrene. the dictators of the 20th century. and one for Theron’s brother Xenokrates. οὐκ ἄλλῳ. and their attitudes towards modern tyrants. Here τύραννος evidently has no negative connotation. poets. not for someone else»: Ἐπερωτηθεὶς … διὰ τί Σιμωνίδης πρὸς τοὺς τυράννους ἀπεδήμησεν εἰς Σικελίαν. In Pythian 3 (P. χὠπόταν ὁ λάβρος στρατός. αὐτὸς δὲ οὐ θέλει· ὅτι βούλομαι ἐμαυτῷ ζῆν. became very problematical indeed.

the achievements that are «common». Ἱέρων. whom my craft can adorn with fame-giving intricacies of song […]. especially 19-22) has done much to elucidate the structure and meaning of this ode. the citizens who will avoid arrogance and excesses (ὕβριν) as exemplified by Agamemnon. Klytaimestra and Aigisthos – the αἶσα τυραννίδων. to mean that Pindar is trying to defend himself against accusations by his fellow-citizens that he is an «agent». The highest peaks are occupied by kings. essentially the same already in 1901. and to the ξυναὶ ἀρεταί. 263. Pythian 11 (P.50-58) tells the story of the murder of Kassandra and Agamemnon by Klytaimestra and of Orestes’ late revenge on his mother and Aigisthos. 1-26. after the famous opening Ἄριστον μὲν ὕδωρ. This is followed by a second praise for young Thrasydaios’s victory at Delphi and by another sequence of statements: θεόθεν ἐραίμαν καλῶν | δυνατὰ μαιόμενος ἐν ἁλικίᾳ. conducting himself in peace and avoiding terrible excess. | <ἀλλ᾿> εἴ τις ἄκρον ἑλὼν | ἡσυχᾷ τε νεμόμενος αἰνὰν ὕβριν | ἀπέφυγεν. May I desire good things from the gods. striving only for what is within my reach at my time of life (δυνατὰ ἐν … ἁλικίᾳ). 1290 f. achievable (δυνατὰ) for the middle class. by Wilamowitz   2 and most of his followers. The third passage comes in Pythian 11 (P. one can see clearly that αἶσα τυραννίδων is the negative counterpart to τὰ μέσα. 11. democracy. this passage is the earliest distinction found in European literature of the three main types of rule – monarchy. a typical result of taking a Pindaric statement out of its context    3.Herwig Maehler Here. Since in the city’s affairs I find that the middle course brings longer-lasting prosperity. I strive for successes that serve the common good (ξυναὶ ἀρεταί). μέλανος ἂν ἐσχατιὰν | καλλίονα θανάτου <στείχοι> γλυκυτάτᾳ γενεᾷ | εὐώνυμον κτεανῶν κρατίσταν χάριν πορῶν. | θεὸς ἐπίτροπος τεαῖσι μήδεται | ἔχων τοῦτο κᾶδος.103-114) of the chariot-race between Pelops and Oinomaos. he may reach a better destination in dark death. leaving to his cherished descendants the best of all possessions – the joy of a good name. 1. I am certain that there is no host today more acquainted with beautiful things (ἴδριν τε καλῶν) or more established in his power. Young (1968. | μερίμναισιν […]. But what does he say about them in the odes that celebrate their chariot victories at Delphi and Olympia? Olympian 1 (O.115). 11. aristocracy – which later became a major topic for debate in political theory from Plato and Aristotle onwards. quickly turns to Hieron to whose rich house the poets come to offer the finest of their art (μουσικᾶς ἄωτον). the fate of tyrants. 2 3 186 .52-53). the term is neutral. a partisan of the Sicilian tyrants – as if Pindar were a double-tongued opportunist who speaks differently in Syracuse and at home in Thebes. he holds a rightful sceptre (θεμιστεῖον […] σκᾶπτον) in sheep-rich Sicily. τὸ δ᾿ ἔσχατον κορυφοῦται βασιλεῦσι. This is quite absurd. But if a man has attained the heights. μέμφομ᾿ αἶσαν τυραννίδων· | ξυναῖσι δ᾿ ἄμφ᾿ ἀρεταῖς τέταμαι· φθονεροὶ δ᾿ ἀμύνονται. 1. for since in the city’s affairs I find that the middle course brings longerlasting prosperity. too. I disapprove of the state of a tyrant (αἶσαν τυραννίδων). is what happened to all of them. μέμφομ᾿ αἶσαν τυραννίδων. The centre-piece is the story (O. Wilamowitz-Moellendorff 1922. «the middle course». I disapprove of the state of a tyrant. Reading the statement about τυραννίδες in its context and observing how the argument develops in a sequence of contrasting stages so typical of choral lyric poetry. for thus the envious are kept at bay. where Pindar says: τῶν γὰρ ἀνὰ πόλιν εὑρίσκων τὰ μέσα μακροτέρῳ | ὄλβῳ τεθαλότα. So we conclude that none of Pindar’s statements about tyrants are likely to express his personal attitude towards the rulers of Syracuse and Akragas. This passage has been taken. after which the ode focuses on Hieron again: πέποιθα δὲ ξένον | μή τιν᾿ ἀμφότερα καλῶν τε ἴδριν † ἅμα καὶ δύναμιν κυριώτερον | τῶν γε νῦν κλυταῖσι δαιδαλωσέμεν ὕμνων πτυχαῖς. | τῶν γὰρ ἀνὰ πόλιν εὑρίσκων τὰ μέσα μακροτέρῳ | ὄλβῳ τεθαλότα.

by honouring his people turn them towards harmonious peace» – by honouring the people. not by oppression and violence: (Ζεῦ τέλειε.86): νώμα δικαίῳ πηδαλίῳ στρατόν.) […] σύν τοι τίν κεν ἁγητὴρ ἀνήρ. the young Deinomenes. so maybe Hieron really was a connoisseur of poetry. 4 187 . | υἱῷ τ᾿ ἐπιτελλόμενος. a sweet-gifted adornment of the Muses correctly. δᾶμον γεραίρων τράποι σύμφωνον ἐς ἡσυχίαν. which may also be implied in καλῶν τε ἴδριν. if any mortal on earth now can.3-6) says explicitly to Hieron: γνώσηι μὲν [ἰ]οστεφάνω̣ν | Μοισᾶν γλυκ[ύ]δωρον ἄγαλ ̣μ ̣α. This is confirmed by Olympian 6 (O. to be expected in any praise of a wealthy ruler in the sports-crazy Greek world of the fifth century.         See Harrell 2002. 1. Pythian 1 (P. τῶν γε νῦν | αἴ τις ἐπιχθονίων. 3. open-handed to the good. He governs the Syracusans as king. οὐ φθονέων ἀγαθοῖς. «With Zeus’ support».93-94) where it is said that τὰν (Ὀρτυγίαν) Ἱέρων καθαρῷ σπᾶπτῳ διέπων. 443. Steer your people with the rudder of justice. «knowledgeable in beautiful things» – καλά can mean victories but also victory songs (I. And some lines further on (P. «may the ruler who advises his son well. statements like these are. not through a violent coup but having been installed there by his brother Gelon. and an admired father to strangers (or ‘guests’.69-70) celebrates Hieron’s victory with the quadriga at Delphi in 470 BC and at the same time his son.70-71): ὃς Συρακόσσαισι νέμει βασιλεύς. gentle to his fellow-citizens. the former Katane. because he had indeed won the most prestigious victory at Olympia.   4 Now. and he was the rightful ruler of Syracuse. says Pindar. Hieron rules Ortygia with pure sceptre. | ἄρτια μηδόμενος. Similarly in Pythian 3 (P. devising proper plans. so Pindar apparently saw Hieron’s rule as a kind of «guided democracy». | πραῢς ἀστοῖς. Bacchylides (5.45-46): ἐπεὶ κούφα δόσις ἀνδρὶ σοφῷ | ἀντὶ μόχθων παντοδαπῶν ἔπος εἰπόντ᾿ ἀγαθὸν ξυνὸν ὀρθῶσαι καλόν. 1. at any rate not as a dictatorship or tyranny in the modern sense. like Pindar). the only thing that goes beyond this is the reference to poets. 6. of course.Greek choral lyric poetry and the symbols of power So at the beginning and again at the end Hieron is praised with superlatives – and yet without exaggeration. You will assess. 1. ξείνοις δὲ θαυμαστὸς πατήρ. | ὀρθῶς. whom he had installed as regent in Aitna.

quello dell’Olympieion di Agrigento. Höcker . Zachos 2003 e 2007. tra il 29 e il 27 a. su templi. che contiene gli atti di un colloquio dell’Archäologische Bauforschung tenutosi a Berlino nel 2002    3. e non da ultimo una posizione eminente e se possibile in asso- Murray . e avere potere comunicativo. o città    2. sono frequenti i commenti in letteratura sul loro carattere strumentale. funzionale al desiderio di rappresentazione dei committenti. il pregio dei materiali. edifici per spettacoli e dimore imperiali.Altari e Potere Clemente Marconi Malgrado l’uso del plurale nel titolo. discussi solo en passant – Dieter Mertens per l’altare di Ierone II a Siracusa e Hermann Kienast per l’altare dell’Heraion di Samo – e solo in quanto complementi di edifici templari o programmi edilizi più ampi. però. l’attenzione è interamente concentrata. esaminando il rapporto tra questa eccezionale struttura e la tirannide di Terone di Agrigento. Esemplare. 1 2 195 . 3 Schwandner . mentre nessun articolo è dedicato in maniera specifica agli altari.C. nell’analisi del rapporto tra architettura e potere.Prayon 2002. la complessità della decorazione. dedicato a un tema analogo a quello dibattuto nel convegno in Normale. desidero richiamare l’attenzione su un problema più generale: quello del particolare rapporto tra altari e potere nel mondo greco e romano. Con l’uso del plurale nel titolo.Rheidt 2004. in questo mio contributo mi concentrerò di fatto su un so­lo altare.Petsas 1989. Si tratta di un rapporto ben evidente. fortificazioni. la sofisticazione della decorazione. In genere. come temi architettonici. e non ultimo. governanti. al riguardo. Questo genere di approccio ci ricorda come l’indagine moderna sul rapporto tra architettura e potere nel mondo antico sia stata fortemente condizionata dall’esperienza dell’uso del­l’architettura da parte dei regimi totalitari del XX secolo   4. Si veda in generale.   1.Pavlidis 2010. gli altari vengono molto spesso lasciati al margine. l’enfaticità della collocazione. come dimostrano casi eclatanti quali l’altare monumentale eretto da Ottaviano sulla terrazza superiore del monumento commemorativo della battaglia di Azio presso Nicopoli. In questo volume. quali l’eccezionalità delle dimensioni. un edificio debba corrispondere a certi requisiti. Per questo genere di altari. però. fossero essi sacerdoti. più di recente. Zachos . può considerarsi il volume su Macht der Architektur – Architektur der Macht edito da Ernst-Ludwig Schwandner e Klaus Rheidt. Derivata da quell’esperienza è l’aspettativa che per essere strumento di potere. 4 Hoffmann 2004. 543-549 (con bibliografia). che si impongono per la monumentalità delle dimensioni.

nel quale si sottolinea la funzione del nostro altare di impressionare anche attraverso la celebrazione della cerimonia sacrificale. lo scavo è rimasto inedito e l’unico rilievo della struttura resta quello dell’architetto Domenico Roccella – eseguito subito dopo gli scavi. 133. verso la fine dell’Ottocento. e della quale gli altari sono il centro focale privilegiato. e con il loro rapporto con il potere. Per questo. 66. l’estremità meridionale dell’edificio era già stata messa in vista. una tesi di Ph. Marconi 1929. il nostro altare sembra avvolto dal silenzio. riscoperto di recente da Alberto Distefano dell’Università di Palermo. che è poi stato usato come base per la pianta delle rovine edita da Joseph De Waele nel 1980   8. 178. tav. specie data l’enorme riduzione del significato dell’altare nel rituale religioso moderno che ci è stata consegnata dall’eredità cristiana   5. Lippolis . e del significato ideologico di questo colossale edificio in relazione alla tirannide emmenide    6. struttura e funzione. Vanaria 1992. 22. n.Rocco 2007. Il nostro altare è collocato a una distanza di ca. e una serie di blocchi parallelepipedi su cui tornerò in seguito erano già stati rimessi in opera. inedito e custodito presso la Soprintendenza di Agrigento. quasi impossibile per noi oggi da rintracciare sul terreno. Anche di qui sembra derivare la tendenza a non confrontarsi sistematicamente con il potere di comunicazione degli altari. e dal­l’altro per la loro estrema variabilità in termini di morfologia. 265. Hellmann 2006.Livadiotti .D. fig. e sul lato N era presente un fienile. all’interno dell’edificio). nella quale non una riga è dedicata all’altare. 8 De Waele 1980. Questa scarsa considerazione per gli altari porta con sé la scarsa attenzione per come il potere investa non solo nello spettacolo dell’architettura. Un caso esemplare di trascuratezza è offerto da Broucke 1996. Per il resto. il monumento era ancora per buona parte coperto dalla terra. Cultrera 1936. e anche perché le discussioni su uno dei più importanti altari nel mondo greco non ammontano a più di una pagina a stampa. Edsman 1995. però. Tuttavia. Vonderstein 2006. nonostante i molti studiosi che in anni passati e recenti si sono occupati del Tempio di Zeus Olympios. derivante dal loro essere strumenti essenziali per la celebrazione dell’atto cultuale. 199-201. l’altare era stato già parzialmente scavato: da chi e quando non è al momento dato stabilire. questo altare non è mai stato oggetto di un’analisi sistematica. Purtroppo. appunto. che nel mondo antico si segnalano da un lato per la loro moltitudine e ubiquità. e di alcuni commenti di Pietro Griffo: di fatto. 112. 23. 5 6 196 . Di qui. Al tempo della prima analisi sistematica della struttura a opera di Robert Koldewey e Otto Puchstein. 1): al momento della sua costruzione.Rocco 2007. interpretando l’insieme architettonico dell’Olympieion come una grandiosa scenografia per la celebrazione del potere attraverso la pratica religiosa   7. per questo lavoro si dispone solo di una menzione molto breve per opera dello stesso Cultrera. Mertens 2006. De Waele 1980. 2. questa struttura rappresentava l’altare di maggiori dimensioni mai costruito nel mondo greco. 222-227 (con bibliografia). 2-3). 13. 7 Lippolis . in una ricerca di dottorato dedicata all’altare –. 154-155. la tendenza a trascurare gli altari. Questa lunga premessa serve a inquadrare il paradosso dell’altare del Tempio di Zeus Olympios ad Agrigento (Fig. Griffo 1946. Monica Livadiotti e Giorgio Rocco. Una significativa eccezione è rappresentata più di recente dal volume sull’architettura greca di Enzo Lippolis. più di recente. 398-401. Questo va sottolineato con forza per il mondo antico. Griffo 1997. e ne condivide l’orientamento verso E (Figg. 11.Livadiotti . Horn 1936. chiaramente concepito per grandiosi sacrifici nei quali si celebrava e consolidava la signoria di Terone su Agrigento. 50 m dal Tempio di Zeus Olympios. svoltosi nel giugno del 1934. Al tempo di Koldewey e Puchstein. I resti dell’altare furono messi alla luce integralmente con uno scavo diretto da Giuseppe Cultrera. Per il resto. di 501 pagine interamente dedicata al Tempio di Zeus Olympios (e a una problematica proposta di ricostruzione della posizione degli Atlanti. Questa la principale bibliografia sull’altare del Tempio di Zeus Olympios ad Agrigento: Koldewey Puchstein 1899. 401. Si veda in generale.Clemente Marconi ciazione con altre strutture marcate da altrettanta eccezionalità. mancando dell’altare ogni menzione sia in Serradifalco che tra le carte della Commissione di Antichità e Belle Arti. ma anche in quello del rituale religioso: una dimensione effimera. è necessario preliminarmente soffermarsi su questa struttura. 531-532. malgrado la sua eccezionale importanza sia come edificio che come centro dell’azione rituale.

70 m.5 m rappresentava il più grande altare costruito in età arcaica nell’intero mondo greco. 197 . riscoperto anch’esso di recente da Distefano. Ciò è seriamente indiziato dal rinvenimento. impostati di testa come fossero piediritti. che formano il vespaio di fondazione in corrispondenza dell’accesso sul lato W. restituito conseguentemente a un’altezza di quasi due metri rispetto al piano di calpestio attuale. menzionato da Griffo. per il quale non è 9 Sul quale si vedano soprattutto Puchstein 1896 e Koldewey . però. la lunghezza e la larghezza possono essere stabilite con buona approssimazione: con una lunghezza di quasi 54 m   10 e una lunghezza di quasi 16 m   11. 369-372. associato al nome di Rhoikos e oggi datato al 550 ca.Puchstein 1899.5 × 36. con le sue misure di 16. di testa e di taglio. e la loro funzione di supporto del pavimento deve considerarsi. Soprattutto. 10 De Waele 1980: 53. collocato sulla fronte e in asse con il colossale diptero. Lehmler 2005. negli scavi Cultrera. 12 Si veda più di recente Kienast 2004. della prothysis e dell’altare vero e proprio. Vonderstein 2006. 1. In più. di un frammento di sima con testa leonina. Questi blocchi. otto in tutto. che. per un edificio come quello agrigentino. il nostro altare superava di gran lunga l’altare dell’Heraion di Samo. pur non raggiungendo le dimensioni di larghezza del tempio. e interpretati come fondazioni del pavimento dell’altare. La presenza di una sima lascia pensare a un altare di altezza considerevole. il nostro è uno dei più grandi altari mai costruiti nell’intero mondo greco. ipotetica. sono stati generalmente considerati in situ in bibliografia. in Sicilia. Si rimanda inoltre ai più recenti Parisi Presicce 2004. l’Olympieion di Agrigento non poteva vantare il primato in dimensioni nell’architettura templare nel mondo greco (risultando leggermente inferiore rispetto sia all’Heraion di Samo che all’Artemision di Efeso). Per dare a Terone quel che è di Terone. chiaramente concepito in competizione con l’altrettanto colossale Tempio G di Selinunte. comparabile all’altare di Ierone II a Siracusa   9. e che conferiscono la caratteristica conformazione a labirinto ai resti dell’edificio. appena menzionato e imparentato con il complesso dell’Olympieion tramite le figure di A­tlanti ai lati. Il luogo di provenienza di questi blocchi rimane ignoto. Non è però con il confronto con un altare più recente. 72. 70-74. sopra le assise trasversali del vespaio di fondazione si osservano una serie di blocchi parallelepipedi (lunghi ca. che noi possiamo apprezzare meglio il significato dell’altare dell’Olympieion all’epoca della sua costruzione: mi riferisco al grandioso altare dell’Heraion di Samo (l’ottavo della serie.97 m. però. abbastanza spesse e formate da due assise di blocchi disposti. formando assieme al diptero un insieme straordinario   12. Veit 2009. In più è evidente che i blocchi sono stati messi in opera sopra quanto restava delle assise del vespaio di fondazione dopo la spoliazione post-antica dell’altare. e S. Questo ci riconduce al paradosso al quale facevo riferimento all’inizio: al momento della sua costruzione. è possibile che la nostra struttura fosse di dimensioni più monumentali di quanto fin qui immaginato. e infine (3) parte delle fondazioni della scalea monumentale sul lato W.C. Se le dimensioni di altezza dell’altare non sono oggi determinabili con certezza. che le dimensioni in altezza di questi blocchi sono troppo irregolari per restituite un pavimento di altezza omogenea per tutta la lunghezza dell’edificio. ma del quale esiste un disegno nell’archivio della Soprintendenza. nel migliore dei casi. 135-145. È bene precisare. a. (2) una serie di assise trasversali. rispettivamente. Ciò che rimane oggi sono: (1) parte delle fondazioni dei muri perimetrali sui lati N (dove si conserva anche parte del toichobate). è che l’altezza di questi blocchi non può essere utilizzata per dedurre l’altezza originaria del nostro edificio: anche in considerazione della notevole larghezza dell’altare in relazione alla lunghezza. 137-141. Ciò che più mi preme sottolineare qui.). E. oggi irrecuperabile. ma l’altare sì. secondo solo. di una calcarenite più scura di quella utilizzata per il resto dell’altare. e particolarmente elaborato quanto a elevato. 11 Ivi: 15. è essenziale il confronto con l’altare dell’Heraion di Samo per comprendere appieno il significato dell’altare dell’Olympieion: raggiungendo in dimensioni la larghezza del tempio.Altari e Potere Ogni discussione sull’altare deve partire da una constatazione: l’intero elevato dell’edificio e buona parte delle fondazioni sono stati spoliati in epoca post-antica.34 m). al colossale altare di Ierone II a Siracusa. ma con un altare più antico.

Clemente Marconi

documentata alcuna traccia di altare monumentale – il che lascia supporre strutture effimere
per l’esecuzione dei sacrifici – era proprio l’insieme monumentale di altare e tempio a fare la
differenza, e alimentare l’orgoglio.
Nel parlare di associazione di altare e tempio, devo a questo punto porre enfasi su un dato rimarchevole, già osservato in letteratura, più di recente da De Waele, Maria Grazia Vanaria
e Mertens. Mi riferisco alla quasi perfetta corrispondenza di dimensioni tra la lunghezza della
fronte del tempio, ca. 56 m   13, la lunghezza dell’altare, ca. 54 m   14, e la distanza della fronte W
di quest’ultimo rispetto alla fronte E del tempio stesso, ca. 50 m    15.
Grazie a questa corrispondenza di misure, l’area tra il tempio e l’altare, ciò che siamo
ora abituati a chiamare lo spazio sacrificale – ovvero, stando a Vitruvio    16, l’area in cui i fedeli
erano riuniti, volgendo le spalle all’immagine della divinità custodita entro il tempio, mentre
dinanzi a loro, con lo sguardo rivolto a E era il sacerdote officiante il sacrificio – assumeva le
forme di un enorme quadrato, da presumere funzionale a grandi celebrazioni coinvolgenti un
largo numero di persone e di animali. Non per un caso, per il nostro altare, come per quello di
Ierone II a Siracusa, ampie ecatombi sono state evocate più volte in letteratura, anche se manca
una conferma più propriamente archeologica. Con ciò mi riferisco alla presenza di anelli in
ferro per tenere gli animali – come documentato per esempio a Dion o a Klaros    17 – o a resti
faunistici che consentano all’analisi archeozoologica di identificare le specie animali oggetto di
sacrificio. Tutto questo per auspicare future analisi archeologiche mirate nell’area del nostro
altare, che possano contribuire a chiarire aspetti essenziali della pratica rituale.
Attenendosi alla morfologia, ovvero a forma e dimensioni di tempio e altare, e a forma e
dimensioni dello spazio sacrificale, emergono dati interessanti, specie per quello che riguarda
la posizione dell’altare dell’Olympieion nel contesto locale agrigentino   18.
L’altare dell’Olympieion è del tipo rettangolare monumentale con gradini, corrispondente al Tipo «Stepped Monumental Altar» di Constantine Yavis   19 e al Tipo VII di David Rupp   20.
La funzione di questo tipo di altare era sia di bomos, per lo sgozzamento dell’animale sacrificale, che di eschara, per l’arrostimento delle carni sacrificali. Si tratta di una tipologia che in
Sicilia trova la prima manifestazione significativa verso la metà del VI sec. a.C., a Siracusa, con
l’altare scavato da Paolo Orsi nell’area del cosiddetto Athenaion   21. Subito dopo la metà del
VI sec. a.C., questo tipo di altare trova un’applicazione sistematica a Selinunte, in particolare
nel grande santuario urbano sull’acropoli. Qui, davanti al Tempio C, si costruisce un grande
altare in asse con il tempio, lasciando un ampio spazio sacrificale fra le due strutture    22. L’altare
davanti al Tempio C di Selinunte ha fatto chiaramente da modello, pochi anni più tardi, per
l’altare posto di fronte al Tempio A – cosiddetto di Eracle – ad Agrigento (26,30 × 11,30 m,
con spazio sacrificale lungo 40 m), dove per la prima volta in questa città sembra sperimentarsi
su grande scala la soluzione con l’altare posto in asse dinanzi al tempio   23. Questa influenza di
Selinunte su Agrigento al chiudere del VI sec. a.C. non sorprende, essendo altresì rilevabile in
relazione sia alla monetazione che all’architettura, compreso lo stesso Tempio A.

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Koldewey - Puchstein 1899: 56,30 m.
De Waele 1980: 53,97 m.
Ivi: 50,08 m.
Vitr. 4.9.
Si veda più di recente Hellmann 2006, 137.
Per quanto segue si veda soprattutto Vanaria 1992.
Yavis 1949.
Rupp 1974.
Orsi 1918, 433-454, 708-715.
Gàbrici 1929, 80.
Vanaria 1992, 13, n. 24.

198

L’artista alla sbarra:
il processo a Fidia
Distorsioni storiche, invenzioni letterarie
Eva Falaschi

Uno degli episodi antichi più celebri, in cui arte e potere appaiono indissolubilmente legati
tra loro, è connesso alla realizzazione dell’Acropoli di Atene e ha come protagonisti lo statista
Pericle e il più grande scultore dell’epoca, Fidia. Come momento culminante – e politicamente rilevante per l’intera città – del rapporto tra i due personaggi gli autori antichi pongono
il processo cui Fidia sarebbe andato incontro per aver sottratto materiale prezioso destinato
alla realizzazione dell’Athena Parthenos e nel quale sarebbe stato coinvolto per ragioni esclusivamente politiche, in quanto amico di Pericle. Ripercorrere oggi questi eventi, in cui l’arte
assume un significato politico molto forte, risulta tuttavia difficile per la scarsa affidabilità delle
fonti disponibili o per lo sfortunato modo di trasmissione delle medesime. Proprio per questo,
a partire dall’uscita nel 1827 dello scritto De Phidiae vita et operibus di Karl Otfried Müller    1 –
col quale prese avvio uno studio scientifico della questione – storici, filologi e archeologi hanno
alimentato un dibattito ricco e controverso sul processo a Fidia, senza giungere tuttavia a conclusioni condivise. L’interesse degli studiosi si è concentrato soprattutto sul problema storico,
nel tentativo di stabilire che cosa sia accaduto a Fidia nel V sec. a.C., dopo la realizzazione
del­l’Athena Parthenos. Questo intervento intende al contrario soffermarsi sull’aspetto storicistico della questione, ovvero su ciò che, a partire dai fatti storici, è stato inventato nei secoli
successivi: l’intento è quello di cercare di ricostruire la fortuna e la ricezione dell’episodio in
epoca romana e di individuare allo stesso tempo il filtro attraverso il quale è necessario vagliare
le testimonianze degli antichi per risalire fino al V sec. a.C.
Nelle fonti Fidia viene coinvolto in due processi, uno svoltosi ad Atene e legato alla sottrazione di materiali destinati all’Athena Parthenos, l’altro a Olimpia e relativo alla statua crisoelefantina di Zeus. Uno dei testimoni del processo ateniese è Eforo, il cui racconto è noto
tramite un resoconto di Diodoro Siculo   2: nel riferire le cause della guerra del Peloponneso
secondo Eforo, Diodoro riporta la notizia di una serie di processi intentati contro gli amici
di Pericle – tra cui Fidia – dagli avversari politici dello statista; per sfuggire agli attacchi e per
evitare di rendere conto del suo operato, Pericle avrebbe fatto allora scoppiare la guerra.

Ringrazio Gianfranco Adornato, Elena Ghisellini, Enzo Lippolis e Clemente Marconi per avermi gentilmente
invitato a partecipare al convegno.
Müller 1827.
D.S. 12.39 ss. Per il testo si veda l’Appendice.

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207

Eva Falaschi

La lettura più coerente dei fatti riferiti da Diodoro sembra essere quella secondo cui il
racconto non comprende l’intero svolgimento del procedimento giuridico istituito contro Fidia, ma descrive solo la fase che potremmo definire pre-processuale   3: la μήνυσις da parte dei
collaboratori dell’artista presso l’Altare dei Dodici Dei   4 e la successiva riunione dell’ἐκκλησία,
in cui gli Ateniesi furono chiamati a decidere, secondo le leggi attiche, sulla validità dell’accusa e sul procedimento giuridico da intraprendere. Durante l’assemblea, i nemici di Pericle
formularono un’accusa di ἱεροσυλία nei confronti di Pericle e spinsero il popolo a esprimersi
in favore dell’incarcerazione di Fidia, probabilmente in attesa del processo. Sembra difficile,
infatti, leggere nell’incarcerazione la pena a cui l’artista venne condannato: la prigione era effettivamente una delle punizioni previste per il reato di furto   5, ma, dal momento che Diodoro
afferma chiaramente che fu l’assemblea del popolo a prendere la decisione di incarcerare l’artista, se considerassimo la prigione una pena, saremmo costretti a supporre l’utilizzo del procedimento di εἰσαγγελία; per quanto ne sappiamo, questo, infatti, era l’unico tipo di processo
nel quale l’assemblea poteva emettere una sentenza   6. Tale ipotesi risulta, tuttavia, piuttosto
improbabile perché l’εἰσαγγελία era riservata ai casi di alto tradimento, corruzione e attentato
alla democrazia ed era utilizzata in particolar modo contro strateghi e politici: sembra, dunque,
poco verisimile che Fidia sia stato trascinato in un processo di questo tipo, partendo da un’accusa di furto   7. D’altra parte, l’esclusivo riferimento alla fase pre-processuale si spiegherebbe
bene col fatto che il racconto del processo viene inserito da Diodoro – e così doveva essere già
in Eforo   8 – all’interno del resoconto relativo alle cause della guerra del Peloponneso: ciò che
interessa, dunque, non è l’esito del processo fidiaco, ma il fatto che, in seguito alla formulazione dell’accusa contro l’artista, Pericle avesse deciso di far scoppiare la guerra    9.
La versione eforea dei fatti è alla base anche del resoconto del processo presente nella
Vita di Pericle di Plutarco   10, sebbene sia difficile capire come il biografo l’abbia recepita e
manipolata   11. Di fatto, Plutarco segue la medesima sequenza degli eventi proposta da Diodoro:
la denuncia presso l’Altare dei Dodici Dei (Μένωνά τινα τῶν Φειδίου συνεργῶν πείσαντες ἱκέτην
ἐν ἀγορᾷ καθίζουσιν)   12, la riunione dell’ἐκκλησία (προσδεξαμένου δὲ τοῦ δήμου τὸν ἄνθρωπον καὶ
γενομένης ἐν ἐκκλησίᾳ διώξεως)   13 e la conseguente incarcerazione di Fidia (ὁ μὲν οὖν Φειδίας
εἰς τὸ δεσμωτήριον ἀπαχθεὶς)   14. Aggiunge, tuttavia, alcuni particolari relativi allo svolgimento

3
Sono di questo parere Donnay 1968, 22-23; Mansfeld 1980, 23 e 27-28; Davison 2009, II, 760 (ma in
II 949 la sua posizione non risulta molto chiara).
4
È stato Wycherley (1957, 121) a identificare per primo l’altare degli dei di cui parla Diodoro ( ἐπὶ τὸν
τῶν θεῶν βωμόν) con l’Altare dei Dodici Dei presente nell’agora di Atene. Sull’Altare dei Dodici Dei si vedano
Crosby 1949; Thompson 1952; Wycherley 1957, 119-122; Thompson - Wycherley 1972, 129-136; Gadbery 1992.
Si rimanda anche al contributo di Clemente Marconi nel presente volume.
5
Harrison 1971, 177.
6
Hansen 1975, 37.
7
L’opinione degli studiosi sul tipo di processo intentato contro Fidia non è unanime: Stadter (1989, 291)
e Davison (2009, II, 949) pensano a un procedimento di εἰσαγγελία di fronte all’assemblea, ma Hansen (1975) non
include il processo di Fidia nella lista dei casi di εἰσαγγελία noti. Si veda anche Macdowell 1978, 149, che esprime
dubbi sul tipo di procedimento utilizzato nei confronti dell’artista: sulla base delle poche informazioni possedute
sul processo stesso e della scarsa conoscenza delle procedure adottate per i reati di furto relativi a beni destinati ai
templi (su questo si veda Cohen 1983), è infatti impossibile dire quale sia stato il procedimento realmente adottato. Rimane comunque difficile poter parlare di una εἰσαγγελία. Sui procedimenti di εἰσαγγελία e μήνυσις si vedano
Harrison 1971, 50-59; Hansen 1975; Macdowell 1978, 181 ss.
8
Diodoro afferma, infatti, di trarre dalla Storia universale di Eforo l’intero passo relativo alle cause della
guerra del Peloponneso (D.S. 12.41.1). Ovviamente, non conoscendo in maniera diretta il passo della Storia universale utilizzato da Diodoro Siculo, non si potrà mai avere la certezza che Eforo non includesse nel suo racconto
anche il resoconto della fase processuale o altri particolari sulla vicenda, poi taciuti da Diodoro. Tuttavia, gli elementi qui addotti rendono bene conto di questa eventuale mancanza nel racconto eforeo/diodoreo, rendendola di
fatto probabile.
9
FGrHist 328 F 121, 487 (text).
10
Plu. Per. 31. Per il testo si veda l’Appendice.
11
Sulle fonti di Plutarco: Stadter 1989, 286 ss.; Davison 2009, II, 949.
12
Plu. Per. 31.2.
13
Plu. Per. 31.3.
14
Plu. Per. 31.5.

208

Scott . sviluppando quegli elementi che in tale racconto rimanevano secondari rispetto alla denuncia del comportamento ignobile di Pericle. Davison 2009. e la morte in carcere dell’artista. κλοπαὶ μὲν οὐκ ἠλέγχοντο). col termine δίωξις voglia solo dire che venne presentata davanti all’assemblea un’accusa formale contro Fidia (Donnay 1968. il particolare della morte in prigione e la menzione del decreto di Glaucone. 32. 16 Solitamente si ritiene che la fonte in questione sia la Συναγωγὴ ψηφισμάτων di Cratero. al contrario.g. 949. assente nel racconto di Diodoro. s.7.39. anche laddove il biografo sembra seguire la versione eforea dei fatti.S. nonché l’impressione che venga descritto un intero processo. è possibile che Plutarco. ovvero l’accusa. 17 Su Glaucone e il decreto da lui presentato si vedano Gomme 1956. 8. Plutarco. 217) e «il processo si svolse in pubblico» (Magnino 1992. Mansfeld 1980. Per descrivere i fatti avvenuti nell’assemblea. Il confronto tra il passo plutarcheo e il brano di Diodoro permette di comprendere come. 31. Plutarco ricorre al termine δίωξις (Plu. II. infatti. infatti. che costui nutriva nei confronti dello statista   20: le sue aggiunte sono in qualche modo volte a minare dal­ l’interno la versione eforea. Per. in chiusura del racconto. infine. 31.v. 12. Schodorf 1904. 21 D. con cui l’autore della μήνυσις era stato ricompensato dall’assemblea. Davison 2009. nelle pagine plutarchee diventano amici intimi (φίλος δὲ τῷ Περικλεῖ γενόμενος 15 Così Stadter 1989. 119-120. sul significato e l’uso del termine δίωξις: Liddell . II. De Herodoti malignitate. sul piano giuridico. ἐπισταμένου καὶ συνεργοῦντος τοῦ ἐπιμελητοῦ Περικλέους)   21. Per. 951. 291-292. l’autore della denuncia riceveva una ricompensa   17.2. 79). Περικλῆς δὲ ὁ Ξανθίππου καθεσταμένος ἦν ἐπιμελητής … ἔφασαν πολλὰ τῶν ἱερῶν χρημάτων ἔχοντα Φειδίαν δείξειν. 213 ss. Per. non è dimostrabile. l’azione penale durante un processo (Antiph. 20 Si veda Mansfeld 1980. relativa solo alla fase pre-processuale. 22-23. accusa dalla quale il biografo prende anche altrove le distanze. p. 185 nota 1. D. invenzioni letterarie del­l’assemblea: parla dell’impossibilità di provare il furto. Plutarco si rifiuti di accogliere questa versione diffamatoria dei fatti e affermi che «la verità rimane tuttavia oscura» ( τὸ δ’ ἀληθὲς ἄδηλον. 19 Plu. A stabilire l’effettiva condanna di Fidia non può contribuire nemmeno la testimonianza di Filocoro (FGrHist 328 F 121). bollandola come una calunnia   19. Plu. 208 e nota 7). seguendo Eforo. 31. l’innocenza di Fidia. dà molto più risalto al complotto ordito dai nemici dello statista e soprattutto all’invidia degli Ateniesi. che risulta poco chiara su questo punto: si veda infra. 31 il sostantivo indichi che il processo avvenne in assemblea: si vedano e. infine. Per. 31 e 47) oppure che il biografo fraintenda la sua fonte e pensi effettivamente a un processo davanti all’assemblea. Il risultato è un resoconto confuso. δίωξις. nel quale lo stratego invitava gli accusatori a pesare l’oro della statua. 856a. Mansfeld 1980. In questa nuova interpretazione dei fatti non passa inosservata anche la nuova definizione dei rapporti tra Fidia e Pericle: se in Diodoro i due risultano legati da un rapporto professionale e di complicità nel furto ( τὸ τῆς Ἀθηνᾶς ἄγαλμα Φειδίας μὲν κατεσκεύαζε. Mansfeld 1980. le traduzioni «il processo si svolse davanti all’assemblea» (Santoni 1991. 6. nasca principalmente dall’unione di fonti di natura diversa: la tradizione eforea. Si veda anche come. 18 Plu. i fatti. 71. 25-27.50.Jones. Liddel 2010. Erdas 2002. Di fatto. 287. 209 . Plu. altri testimoni per quel che riguarda la descrizione dello svolgimento dell’assemblea. la quale non include prudentemente il passo in questione tra i frammenti di Cratero: la derivazione del decreto citato da Plutarco dall’opera di quest’ultimo. Per.8 e 32. Tale interpretazione implicherebbe però un procedimento di εἰσαγγελία: dal momento che questo non corrisponde a ciò che sappiamo sull’εἰσαγγελία (supra. Sebbene si sia voluto dire che Plutarco descriva un procedimento di εἰσαγγελία di fronte all’assemblea   15. Su Cratero. e mette in luce. dal quale è difficile ricostruire. Distorsioni storiche. Si vedano Frost 1964b. di un intervento di Pericle in favore di Fidia. Questo si nota già in apertura del racconto. il decreto citato da Plutarco rimane dunque la prova più evidente di questa presunta condanna. Inserisce. adotti in realtà un punto di vista profondamente diverso. Anche nell’esposizione dei fatti traspare il giudizio del biografo e l’ammirazione.6). infatti.4). 27-28. Davison 2009. per quanto possibile. II. 45. p. 10.L’artista alla sbarra: il processo a Fidia. evidente in tutta la Vita di Pericle. una fonte documentaria   16 che riportava il decreto di Glaucone e che implicava il processo e la condanna dello scultore: solo nel caso di una condanna. Stadter 1989. solitamente utilizzato per indicare la «prosecution». 951.1. quando Plutarco presenta la notizia eforea come la peggiore accusa pronunciata contro Pericle in relazione alla guerra del Peloponneso (ἡ δὲ χειρίστη μὲν αἰτία πασῶν)   18. 296. Per questo spesso si ritiene che in Plu. e del ruolo giocato nella decisione dell’assemblea dallo φθόνος che l’artista aveva attirato su di sé soprattutto a causa dell’aggiunta dei ritratti sullo scudo della Parthenos.3: γενομένης ἐν ἐκκλησίᾳ διώξεως. Stadter 1989. 25-26. sembra più plausibile ipotizzare che la confusione del racconto.

296 ss. De invidia et odio. Eckstein 1962.6. ἐπὶ τούτῳ δὲ φθονοῦνται (Plu. 71. la seconda da Plutarco e Dione Crisostomo   31.. infatti. ad Atene esistevano ritratti individuali simili a quelli in questione. 2. ma solo avvalorarla qualora anche l’analisi delle fonti giunga alle medesime conclusioni. Ovviamente. l’aneddoto assume un nuovo significato: non è più un positivo termine di paragone. De Orat. Questa aggiunta sembra legata al fatto che entrambi gli autori mettono in relazione la storia dei ritratti con quella del processo. Plu. 816d (il politico deve cercare con il suo comportamento di smorzare l’invidia nei suoi confronti). Il risultato è un resoconto dei fatti in cui si riesce a distinguere con chiarezza la cifra dell’autore e della sua epoca. ma bisogna ammettere che in questo particolare caso le nostre conoscenze non permettono di arrivare a un simile esito: al contrario. estranea. all’interno del nascente interesse per le biografie dei personaggi illustri   26. attribuendogli comunque un significato sempre positivo   30.234-235. e. che parlano del solo ritratto di Fidia e lo usano come metafora o come exemplum. concludendone che l’aneddoto deve essere nato nel III sec. ma è la causa dello φθόνος degli Ateniesi nei confronti dell’artista. Si è a lungo discusso sull’attendibilità e sull’origine delle notizie aggiunte da Plutarco in relazione all’assemblea. De tranquillitate animi. soprattutto per quel che riguarda l’aneddoto dei ritratti. 399b. lasciano seri dubbi sull’attendibilità della notizia.17. 261-262. Plu. tra gli altri. 29 Ps. 103 e 106 ss. A favore della presenza dei ritratti sullo scudo. 529b (il filosofo estirpa l’invidia dall’anima di un giovane). tanto da attraversare l’intera produzione del Cheronese   23 e da diventare l’oggetto di uno degli opuscoli morali. 85-87. entrambi vittime dell’invidia degli Ateniesi. da Müller-Strübing 1882. Praecepta gerendae reipublicae. 950. Max. 25 Preisshofen 1974. Morris 1992.14. Per. Animine an corporis affectiones sint peiores.6. Hafner 1956. Mu. 45.Eva Falaschi καὶ μέγιστον παρ᾿ αὐτῷ δυνηθείς)   22. 501b (l’invidia viene nominata insieme ad altre passioni negative).73. più in generale. E. Preisshofen individua due tradizioni del racconto. 459b. Il ragionamento di Di Cesare è debole in quanto la sua dimostrazione parte semplicemente dall’assunto che le fonti abbiano ragione.10. 812d. 26 La falsità della notizia relativa ai ritratti è stata ribadita. 1. a quanto pare. È sullo φθόνος che si regge la nuova messa in scena del processo proposta da Plutarco ed è sullo φθόνος che il biografo basa la sua linea di difesa nei confronti dell’artista e del suo ἐπιστάτης. 481d. 462c. inoltre. 8. mentre rimangono completamente offuscati i dati storici. 212. 846a e Ampel. Di Cesare 2006. 537c). 27 Cic. da Valerio Massimo   28 e dall’autore del De mundo pseudo-aristotelico   29. 24 Plu. II.C. Ausc.. a. Nel pensiero plutarcheo. Kienast 1953. quest’ultimo cerca di dimostrare l’attendibilità della notizia sul piano archeologico.-Arist. la sua visione del mondo e della storia. 455c. Orat. In altre parole. De vitioso pudore. Harrison 1981. ma in linea con quella che era la sua visione di Pericle e dell’Atene periclea.C.34. De fraterno amore. Quomodo adulator ab amico internoscatur. è possibile che dietro a un aneddoto si nasconda un nucleo di verità. Himmelmann 1994. Un valido studio di Felix Preisshofen   25 sulle fonti relative a questo racconto ha messo in luce in maniera assai convincente come non sia possibile rintracciare le origini della storia prima dell’Ellenismo. 294. 22 23 210 . la prima testimoniata principalmente da Cicerone   27. 536f-538e. Floren 1978. Davison 2009. Presso Plutarco e Dione. Podlecki 1998. 12. senza considerare la natura e le caratteristiche dei testi stessi: dimostrare da un punto di vista artistico che nel V secolo il ritratto di Fidia potrebbe essere esistito non significa provare che la notizia relativa allo scudo sia vera. l’unica possibile forse per chi ad Atene aveva ammirato fin da giovane i monumenti dell’Acropoli e non poteva pensare che le calunnie gettate contro gli artefici di quelle meraviglie potessero essere vere. i quali fanno riferimento anche a un ritratto di Pericle. 28 Val. in cui risultava coinvolto anche lo statista ateniese. Stadter 1989. lo φθόνος occupa un ruolo importante. a.2.Chr. De invidia et odio. 8. In questo opuscolo Plutarco definisce l’invidia come un sentimento ingiusto che gli uomini provano nei confronti di chi è fortunato: Ἔτι τοίνυν τὸ μὲν φθονεῖν πρὸς οὐδένα γίνεται δικαίως – οὐδεὶς γὰρ ἀδικεῖ τῷ εὐτυχεῖν. 61e. 31 D. 468b. Tusc. 475e. De Mir. De cohibenda ira. rispetto al racconto diodoreo cambia completamente la percezione dei fatti: Plutarco colora il processo di una patina nuova.g. il De invidia et odio   24. 30 Si vedano anche Ps. alla sua fonte.15. affermando che nel V sec.-Arist. Nel processo a Fidia diventa la principale chiave di lettura dei fatti. 31.

che però non sostituiva le molteplici realtà politico-amministrative esistenti. Cyr. nelle iscrizioni persiane le enumerazioni di terre e popoli compresi nei domini del Gran Re seguono una precisa gerarchia.Immagini venatorie e monumenti dinastici: l’Impero Persiano tra centro e periferia Alessandro Poggio Nel caso dell’Impero Persiano i ben noti concetti di «centro» e «periferia» sono connessi al­ l’ideo­logia stessa del potere: come è stato messo in luce da Bruce Lincoln. In che modo dunque le immagini venatorie esprimevano un’ideologia del potere in età persiana? Si possono individuare delle differenze tra il centro e la periferia dell’Impero? L’analisi di diverse fonti antiche permette di affermare che la caccia occupava un ruolo importante nell’ambito dell’ideologia regale persiana. Infatti. Questo dichiara l’iscrizione sulla tomba di Dario I a Naqsh-i Rustam. che governò tra il 521 e il 486 a. e delle sue rappresentazioni. Clemente Marconi. in stretta associazione con la guerra: Senofonte riconosce più volte la propedeuticità dell’attività venatoria a quella bellica pure in ambito persiano   4. 242-244. 5 La tomba di Dario I. sono un buon cavaliere. in cui la Persia emerge come vero e proprio centro dell’Impero   1. Ho inoltre potuto discutere in maniera proficua di questo contributo con Marianna Castiglione ed Eva Falaschi. un ambito periferico ben documentato e particolarmente significativo. sembrano essere le fonti persiane. Il ruolo di rilievo di questa regione era accompagnato da una struttura ramificata in tutti i territori. Come cavaliere. concentrandomi su due poli dell’Impero Achemenide. Felix Pirson. 74-76). il «centro del potere». 4 Si veda. Come spadista sono un buono spadista. Francesco De Angelis. Christine Özgan. a livello periferico il controllo del potere centrale era garantito dal sistema satrapico. come le diverse dinastie a capo di territori compresi nei possedimenti imperiali   2. intesa come attività dalla forte valenza simbolica.C. 1 2 227 . Sul re cacciatore: Briant 1996. viene datata alla prima metà del suo regno (Root 1979. sia a Sono molto grato a Gianfranco Adornato. che mantenevano tuttavia una certa flessibilità amministrativa. Meno esplicite. In questa sede mi occuperò della caccia. sono un buon arciere sia a piedi sia a cavallo. X. 22-25. in cui è il sovrano stesso a parlare    5: «Addestrato sono io nella mano e nel piede. Giovanni Salmeri. per esempio.34‑36.. con riflessi anche sull’ambito figurativo   3. invece. Anna Lucia D’Agata. 3 Per le dinamiche tra centro e periferia nell’Impero Persiano: Root 1991. 59-62. Come arciere. Questa organizzazione permetteva la sopravvivenza delle diverse tradizioni culturali all’interno del vasto dominio del Gran Re. Salvatore Settis e Paul Zanker per i loro preziosi suggerimenti. Lincoln 2007. Per la struttura amministrativa dell’Impero Persiano: Wiesehöfer 2010. Dusinberre 2003. Briant 1987. e la Licia.1. la Persia. Stefania Mazzoni. 8.

a. 52-53. È però possibile che l’abilità venatoria fosse compresa nel formulario stereotipato di componimenti encomiastici in memoria di personaggi di rango regale. infatti. fatta eccezione per i già menzionati rilievi di lotte corpo a corpo. il cosiddetto «eroe regale». diventai il migliore cavaliere e arciere. 256-257. di passaggi che mettevano in comunicazione i grandi ambienti nel Palazzo di Dario. appunto. Gharib 1968). in cui un personaggio. Qui la caccia trova posto in un elenco di doti (X. identificato dalla titolatura contenuta nell’iscrizione trilingue e dalla presenza della divinità. Si veda anche l’iscrizione di Serse rinvenuta presso Persepoli (XPl § 9. Mi limito ora a poche riflessioni generali. 81. nella caccia) che rispecchia la sequenza in Strabone.Alessandro Poggio piedi. 283 nota 144. Ovviamente. autori del IV sec. An. questi rilievi. posti a decorazione di stipiti.9. ed. sappiamo che PFS 51 fu utilizzato più volte come sigillo personale da Irdabama. al contrario. Fra le testimonianze palaziali. 7 Str. Le impressioni del sigillo PFS 51. 3-7. 1.C. Tuttavia. in cui le prede sono sia reali che fantastiche. 1. associa chiaramente la caccia al Gran Re persiano: Dario I in persona. 226-227. una donna persiana di rango regale della corte di Dario I   9. 220-221) è invece prudente sulla rappresentazione di cacce regali in materiali deperibili. 400). in Pagliaro . infatti. nel tiro con l’arco e il giavellotto. fronteggia animali reali e fantastici in una lotta corpo a corpo (Fig. 228 .3. 2009. 10 Per una recente discussione sul sigillo e la bibliografia aggiornata: Merrillees 2005. un valore particolare. La somiglianza fra le testimonianze di Onesicrito e di Senofonte. poi. 24. Strabone. Briant (1996. 126) propende per Dario III. 6 DNb § 8h (ed. 119. Cito solo alcuni degli esemplari più significativi. L’attività venatoria non è qui esplicitamente menzionata. per il caso dell’accesso al vestibolo ovest nel Palazzo di Dario: Root 1979. prevalgono immagini di dignitari. ma l’avvicina al ritratto di Ciro il Giovane in X. 35). Più problematica appare. la situazione dell’arte monumentale.. a. Più esplicite sul valore dell’attività venatoria per l’ideologia regale sono alcune testimonianze figurative strettamente connesse al potere persiano. 102. La continuità d’uso del manufatto alla corte persiana e il suo impiego da parte di una persona che presumibilmente non praticò mai la caccia sono indicativi del significato simbolico dell’attività venatoria. 235-236. avevano valore apotropaico più che di rappresentazione di imprese venatorie effettive    11. 16. 12 Nieswandt (1995. poiché in questo ambito le testimonianze sono lacunose. databile alla seconda metà del VII sec. di soggetto bellico: Garrison 1991. 136-137. di cui spesso sono arrivate a noi solo le impronte. non ci sono pervenute scene di caccia di carattere narrativo. Un sigillo dall’Egitto. 9 La pratica della continuità d’uso dinastica di sigilli più antichi non era isolata in ambito persiano (Garrison 2011. che rimandavano a un passato eroico. rimandando ad altra sede per ulteriori considerazioni.C. adorno di una corona. nella caccia ero superiore. con tutta evidenza indispensabili sia per la guerra che per la caccia. Radt 2005. Gli studiosi per lo più identificano la tomba con quella di Dario I (Asheri 1983. cita l’epitafio sulla tomba di Dario riportato da Onesicrito. 102-103. 285). 2011. può indurre pertanto a ipotizzare la presenza di una tradizione encomiastica persiana in cui trovava posto anche la caccia.C.Bausani 1968. Anche Wiesehöfer (2010. e. che entrarono in contatto con il mondo persiano. In base alle testimonianze che ci sono pervenute. 2)   10. afferma che la caccia era esclusa dai programmi figurativi di Persepoli. Biffi 2005. guardie e sudditi che portano i tributi. in particolare i sigilli. Kent 1953).: «Ero amico per gli amici. 15. ma le capacità appena elencate costituiscono una formula ricorrente delle virtù regali e aristocratiche persiane. An. L’esplicita menzione della caccia nell’epitafio di Onesicrito costituisce un’importante differenza rispetto all’iscrizione di Dario I a Naqsh-i Rustam. 8 Per considerazioni su questo sigillo e sul suo rapporto con PFS 93*. Il valore apotropaico di questi rilievi può essere suggerito dalla localizzazione degli accessi che decoravano: si trattava.8 (= FGrHist 134 F 35). pure la specie cacciata sottolinea il carattere regale della rappresentazione: per il legame tra il leone e la regalità si veda Cassin 1981.9. Calmeyer (1991. a. come noto. Asheri 1983. Per il resto. sia a cavallo»   6. n. 1)   8. nel cosiddetto Harem di Serse e nella Sala del Trono con vani laterali (Schmidt 1953. infine. è rappresentato nell’atto di colpire con le frecce un leone. trad. rappresentano un cavaliere. Allsen (2006. Briant 2003. non assimilabile propriamente alla caccia. ero capace di compiere ogni impresa»    7. intento a inseguire due quadrupedi (Fig. 11 Root 1979. ma solo alcune di tipo iconico.5-6: abilità nell’equitazione. invece. 257. 3). è difficile trarre considerazioni conclusive    12. con bibliografia sul dibattito) sostiene che scene di caccia dovevano essere rappresentate nei palazzi achemenidi su supporto tessile. in cui è protagonista l’eroe regale. storico di Alessandro vissuto nel IV sec. Su questi manufatti si individuano rappresentazioni di cacce associate a figure di rango regale. 24) attribuisce a queste scene. mentre ne ha già abbattuto un esemplare (Fig. 81).

analizzare quale fosse il ruolo della caccia sulla stessa tipologia monumentale in alcuni contesti del Mediterraneo orientale. invece. 80. 190-191). 17 Per la datazione della Tomba di Isinda e altre considerazioni: Colas-Rannou 2009. è il caso dei monumenti funerari reali nell’area di Persepoli. Marksteiner 2002. Un’altra caccia al leone compare sulla parete meridionale della tomba di Kızılbel. risalente al terzo quarto del VI sec. a offrire un numero rilevante di testimonianze funerarie riferibili a diverse fasi del periodo persiano. L’immagine esprime nell’insieme un messaggio di ordine caratterizzato da una forte gerarchia. che segnò un cambiamento rispetto alle tipologie delle tombe di Pasargadae e di Takht-i Rustam. Per una riflessione sulle tombe reali persiane dal punto di vista della tipologia e delle pratiche funerarie: Jacobs 2010. La caccia compare infatti non solo sui cosiddetti sigilli «greco-persiani».Immagini venatorie e monumenti dinastici: l’Impero Persiano tra centro e periferia Più sicuro. non è però espressa attraverso la violenza   15. 153-161. che tiene un arco. è una tipologia privilegiata per l’autorappresentazione del defunto. 236. Il problema è ancora più interessante se si considera che la tomba. allora. riferibili alle fasi precedenti (Schmidt 1970. Poco possiamo dire in merito ai contesti palaziali del Mediterraneo orientale di età persiana e alla loro decorazione. 16 Cohen 2010. 110-118. invece. Per un caso di decorazione si considerino i rilievi in stile persepolitano di Meydancıkkale.C. in cui la sottomissione dei vari popoli. ma anche sui monumenti funerari dinastici dove è associata alla guerra    16. 4)   13. 116-124) e oggetto di ampio dibattito nel corso dei decenni. 279-282. Su Takht-i Rustam si veda Bessac . In base alle fonti che ho citato. insieme al rilievo ospitato a Vienna. contemporanea alle prime realizzazioni di Dario I: sul lato meridionale fu scolpita una scena di caccia a cervidi secondo stilemi ionici. si veda anche Borchhardt 1968. simboleggiata dal sole alato. in ambito funerario l’esclusione della caccia insieme alla guerra appare netta: la povertà di immagini di caccia nell’arte monumentale persiana.Boucharlat 2010. riferibili a quest’area e tuttavia difficilmente attribuibili a figure di rango regale. dove i tipi rimasero sostanzialmente immutati nel corso dei decenni   14. 107. Kelainai . potrebbe stupire l’assenza su questi monumenti di un’esplicita rappresentazione sia di scene belliche che venatorie. a differenza dei complessi palaziali. Mildenberg 1993. anche se l’iconografia è completamente diversa da quella adottata sui rilievi da Xanthos (Mellink 1998. appartenga a un fregio di tema venatorio dal palazzo di età ecatomnide (Pedersen 2009. Su queste tombe le personificazioni dei popoli che facevano parte dell’Impero Persiano sorreggono una piattaforma in forma di seggio. 329-330. attraverso la decorazione figurata. 56-58. Infatti. eccettuate minime variazioni (Fig. una zona periferica dal punto di vista della Persia. Sulla Tomba del Leone da Xanthos. affiancata da una scena bellica dal forte valore iconico. L’apparato figurativo delle tombe reali persiane è improntato pertanto a un linguaggio propagandistico cristallizzato. non può essere attribuita semplicemente a ragioni di conservazione. sulla sommità il re. Calmeyer 2009. come si osserva anche sulla monetazione centrale persiana. è stato rinvenuto un rilievo con una scena di caccia: Pedersen non esclude che questa scultura. È utile. caratterizzate. che consistono in tombe rupestri con il medesimo programma decorativo ripetuto di volta in volta.C. 15 Per alcune osservazioni sul significato dell’immagine dei popoli che sostengono il sovrano: Root 1979. da valenze peculiari.Apameia Kibotos. si veda Gates 2002. 13 Il modello fu fornito dal sepolcro di Dario I a Naqsh-i Rustam. se possibile. di raffigurazioni di un’attività che altre testimonianze pongono in connessione alla regalità persiana a mio parere deve essere messa in risalto e. ponendosi in stretto rapporto con la divinità. 3-51. Sui complessi palaziali del Vicino Oriente e dell’Anatolia si vedano Marksteiner 2002. Pertanto. Tutto attorno sono raffigurati dignitari e guardie. Per quanto riguarda questi ultimi casi. in cui il guerriero sovrasta un cumulo di nemici (Fig. però. 35-41. 116-118. 84-87. Rudolph 2003. identificati da iscrizioni. sui rilievi delle tombe della dinastia achemenide. 14 Root 1979. 5)   17. Per una storia degli studi sulla categoria di «arte greco-persiana». Nel VI sec. che sorgerebbe sul sito del Palazzo di Mausolo. tra le diverse regioni del Mediterraneo orientale. nella Cilicia Tracheia (Davesne 1998). è la Licia. Nel castello di Bodrum. a. l’assenza. 229 . Si pensi al linguaggio funerario articolato della tomba di Isinda. a. che presenta una situazione opposta. il duello di carattere ‘eroico’ tra il cacciatore e il leone rappresenta un unicum nel panorama licio (Fig. Poggio 2010. compie un rito davanti a un altare con il fuoco. 81-97.. risalente ad Adolf Furtwängler (1900. dunque. si alternano scene venatorie di carattere narrativo e iconico. 18-20). 6)   18. 37-38). i cui rilievi mostrano lotte con esseri animali. 18 Sulla Tomba del Leone: Akurgal 1941. Draycott 2007. spiegata.

based on a chief’s charisma. Greek art: the two small friezes of the Nereid Monument at Xanthos Francis Prost Relations between Art and Power in Antiquity have been better understood as soon as it was understood they were not uniform. monarchical pomp. Senhaji for the English translation. because ancient images are not present in the contemporary consciences in such a powerful and steady way as are some of the contemporary political regimes   4. has incidentally thought of solving one of the paradoxes of ancient art thanks to this form of political expression: the figurative decorations are often not visible and their message is barely understandable to the eyes of an audience too little educated to read it or even look at it. this pomp demonstrates the splendor and natural grandeur of power. Zanker 1987. about propaganda. see Gourevitch 1981. 3-30. a global effect is enough in and of itself. the monarchical pomp. This very flexible form has however not been enough to exhaust the political manifestations in ancient art. even if confusedly. and even through silent impregnation. and I thank very much L. but that they declined many modalities depending on their historical context. and a third way. relations between art and power have been thought of in a pragmatic rather than semantic context. the monarchical pomp does not need to be readable. which is supposed to be convinced beforehand. that is to say that the monarchical pomp contains a dimension less informative than expressive.Lycian dynast. 4 In general. Settis 1991. also see 1990. 186-198. historians acknowledge three major forms of political expression in figurative arts: propaganda. Therefore. 7-26. D’Almeida 1995. without worrying about the audience. 3 Veyne 2002. historians have privileged the second form. Their effect on the audience is strong nonetheless: images have a collective and hierarchical reach that induce in people’s minds. In the wake of the works by Paul Zanker   1 about Augustan art. by Salvatore Settis   2 or also by Paul Veyne   3. it seems a priori to be in inadequacy with most of the realities of the Roman or Greek worlds. which implies an effort of explanation. The first is about coordinating a visual strategy and a rhetorical power capable of winning the adhesion of an audience and lead them to think or act according to a certain way: if the 20th century has known many avatars of this phenomenon. 206-226. 1 2 243 . which seemed to allow a more precise and contextualized approach of relations between art and power in Antiquity: with all of its monuments and its visual effects. We never read about the will of conquering an opinion. Veyne. in his profound analysis. also see 2000. Thereby. an ethnical or political identity. and unlike propaganda.

is to secure the justification of the obedience due to the chief. but on the great man’s charisma. while in fact images also participate in its construction. 6 About the architecture of the building. based not on propaganda or monarchical pomp. especially in the Roman world. depending on whether the institutions seem to be sufficient or not. or whether the holders of the political power have or don’t have the capacity and the means to establish their authority on them. 310-311. is inspired by two traditions. the superior layers of which were made of marble. etc. around 380 or soon after. the Nereid Monument appears as a peripteral Ionic temple. On a stylobate formed with a cornice with two ranks of ovolo. with its four columns on the short sides and six on the long sides. For long periods of time in antiquity. decidedly too anachronistic.Demargne 1969. In fact. securing a link between power and transcendence. several cases have been the subjects of punctual studies: for instance. Various solutions were proposed for this problem. even without claiming to be a patriotic and republican mission as Augustus did. The Nereid Monument (Fig. in the case of Augustus. 226-232. imposing it to individuals placed under its tutorship. But this need of legitimization shows manifestations that can be more or less bright. but can be opposed at any moment and needs to be constantly reinvented   5. Any kind of power beseeches a title.Francis Prost Zanker described. Hellmann 2006. a real Roman revolution. were built three of the four sides Relations between images and legitimacy of power in Antiquity have been the subject of many recent studies. who were so eager to secure their legitimacy through the support of an efficient and competitive picturization? Haven’t these images helped invent new forms of power which. but is it a good reason to classify all political manifestation in visual arts as simply belonging to the field of pomp. since it considers that this legitimacy was acquired beforehand and always has been. was defended in 2010 at the University Paris 1. Lycian and Greek. holders of this power have had to build a visual argumentation for legitimization. 7 About the sculpted decoration. built on the edge of an overhung terrace above the gate of the city. one more time essentially dedicated to the Roman world: Deniaux 2000 and Molin 2001. see Childs . and to considerations of extra-juridical facts. command respect of their subjects. by R. Probably built   6 in the first quarter of the 4th century. nor were they there only as pomp that would automatically have shown the princeps as holding exceptional power – which was precisely what Augustus was denying. on the two superior layers of the podium. if these useful categories allow a refinement of the analyses. such as seniority and valor. The sculpted decoration was especially remarkable for its wealth    7. This ability to invent isn’t taken into account in the notion of monarchical pomp. which it combines in a particularly successful creation. raised on a high foundation. Augustus built a charismatic power around his personality. Several recent conferences have proposed studies of cases. to a purely rational translation. about the elaboration of the political legitimacy at the end of the Roman Republic: La construction du pouvoir personnel durant les années 44-29: processus de légitimation. based on a consensual origin of power. do they then encompass all ancient phenomena? It is probably right to set aside the notion of propaganda. However. It was composed of two friezes of uneven height. and to give to the Augustan age only the credit of a construction sui generis in which images would have allowed the invention of a new Rome around its leader? Couldn’t analyses of this type also be conducted for some of the dynasts of the Classical or Hellenistic periods.Demargne 1989. Rolley 1999. see Coupel . 1) seems to be an excellent visual example of this rhetoric in action. were nonetheless based on the exaltation of a chief with remarkable virtues? Finally. Official images of Augustan art did not seek to conquer the opinion of a plebs already largely convinced. A recent thesis. Alexander the Great with Stewart 1993. The strength of images thus enabled the installation of a political legitimacy of a new kind. Laignoux. the problem of defining power and its legitimacy appears: the function of images. directly or indirectly. as this power does not define itself in an essentialist manner and is not set as a given. highlighting the restoration of the Republic and the continuity of the institutions. and the one by Sauron 2000. The famous tomb at Xanthos. we can also mention the book by Hölscher 1984. a sort of third way. through their very existence. ranging from a purely religious interpretation. For the Classical and Hellenistic Greek world. In addition to the works already referenced. yet unpublished. 5 244 .

last great dynast of Lycia. 2. like many Lycian dynasts. and lead to imagine a more specifically Lycian identity of the statues. for example. first of all. 211-291. Thanks to several inscriptions found in the sanctuary of Leto and brilliantly commented by Louis Robert and Jean Bousquet   10. assuring that they are real representations of Lycian cities    15. The big encrusted enamel figures that give life to the intercolumniations are conventionally known as Nereids. have no parallel in the Greek world. 159-162. 285-298. 10 Robert 1978. 14 See Metzger 1963. amongst all cities of Lycia. 15 Childs 1978. They are nonetheless a demonstration of power with high symbolic value. The architectural quality and the geographic importance of the walls measuring almost 2 km in circumference. brought out by the Harpagid dynasty. the themes celebrating the glory of the great man that are evoked in the architectural decoration of the monument    9. The large frieze of the podium especially takes after Greek models but depicts episodes.Demargne 1989. as a reference to the creatures of the Greek mythology. but also of Persians. 71-80. Dynasts of Xanthos. Three clues enable us to spot the regal attribution. 57-113. have emitted abundant coinage   12. Keen 1998. Furthermore. particularly developed. Bousquet 1975. The building was probably destined to receive the remains of Arbinas. to underline their character. show scenes of a city being seized linked with oriental iconography. gives the city a powerful monarchical dimension. the center of its power   11. starting with the various sea animals adorning the stone under their feet. 138-150. chap. see Marksteiner 2002. We presently don’t have any positive evidence of this connection between Arbinas and the Nereid Monument. 1. after a recent excavation held in the western walls. as well as a low relief that might have been part of a missing pillar come in addition to them. The friezes of the podium of the Nereid Monument. has the tallest and most numerous funerary pillars   17. The first is the coinage. 155-188. 16 Marksteiner 1997. and in the intercolumniations. Robinson 1995. 277-299. but several iconographical clues. Arbinas is. at last. at least at the middle of the 6th century. the city’s rampart is largely represented and precisely figured and Thomas Marksteiner has insisted on the «propagandist» character of these low reliefs   16. Childs . 138-142. Metzger: see des Courtils et al. made of a base topped with a monolith At last.the two small friezes of the Nereid Monument at Xanthos of the tomb. in particular 286-293. have led Jacques des Courtils. chap. The recent prospections led in this zone of the Lycian Acropolis mostly confirm the hypotheses of H. like several other Lycian funerary reliefs. 404 and note 212 for anterior bibliography. as his offerings show. 355-359. 13 Metzger 1963. stood eleven female statues known as Nereids. the content of which we constantly hesitate to read as mythological or as historical. the chronology of the building and the date of death of the dynast. placing Arbinas’ power in the wake of a tradition. He belongs to the Harpagid dynasty. 11 About this subject. Of course. des Courtils 1994. These massive constructions. The sculpted pediments were topped by figurative acroteria. while the archaeological data allows the reconstitution of the framework of the political landscape in which the Nereid Monument was raised at the entrance of the city of Xanthos. 12 Mørkholm .Zahle 1972. they could be local nymphs associated with water (the Eliyãna)   8. 17 About the significance of funerary pillars in Lycia and for a synthetic approach. we can indeed measure a little better the historical situation of this monarch. see des Courtils 2002. 8 9 245 . who was particularly conscious about parading his Greek culture. The rampart of Xanthos. Only a beam of converging clues has allowed the defense of such a hypothesis. or the strong impregnation of Greek elements matching with the Hellenistic culture of Arbinas. They contain specific details. which seems to have made Xanthos. notably tombs of Lycian type. There are five of them. and even Lycians. extraordinary and refined since the birth of the city    14. The second clue is given by the walls and «palace» of Xanthos    13. A third clue reinforces the heritage of Arbinas: Xanthos. an heir. 1992. and a sarcophagus set on a pillar. these coinages are irregularly spaced in time and their quantity is variable and probably reserved for a local and military use. 2010. because of the presence of Greeks.

the small friezes of the building are often mentioned. Demargne 1958. the listing of sciences and virtues – among which the equestrian art. southern side of frieze 3. others are focusing on Greek culture under a new light: the submission and exceptional offerings to the gods. But Arbinas isn’t just an heir. as opposed to the two friezes of the podium. like the one praising the completion of «massacres». about which historians   20 have formulated many a witty hypothesis. The Nereid Monument. subject to a more immediate reach.E and 4. which is expected on such a building. and by the very low relief technique used. placed on the four facades.Francis Prost pillar weighing tens of tons. 23 The small friezes are the ones of the entablature (= frieze 3) and of the cella (= frieze 4) of the Nereid Monument. commonly known to archaeologists as «the Roman agorà»   19. they embody the dynastic and glorious traditions of the masters of Xanthos. On the northern side. were supporting a funerary chamber where the deceased sovereign kept dominating the living provided that the hypothesis that these monuments were made by the successive Harpagids is correct   18. About the attribution of pillars to the different dynasts of Xanthos. don’t seem to have received the same care as the friezes of the podium. found in the sanctuary of Leto. these architectural decorations. the lack of iconographical research (BM 890. This low visibility. 18 53-63. des Courtils 2003. For our subject. Tlos should doubtlessly be added to the list. see the debate between Herrenschmidt 1985. he conquered three fortresses in a month. Bousquet 1975. takes meaning in these perspectives. because of the strong gradient of the field. 138-150. on the southern side of frieze 3). 3-48. which we follow hereafter. Because of their dimensions and of their inferior esthetic quality. In both poems. BM 908. Xanthos. and Bousquet 1992. wherever he might have been. If the character’s value at war is particularly exalted in the inscriptions and if some formulae. this whole ensemble was located more than 7 m high while on the southern side. For a more precise description of the blocks of these small friezes. like an Alexander before his time. 155-188. 4. see Childs . are painting a portrait of Arbinas which isn’t only in the straight wake of his predecessors but that brings novelty and builds a different rhetoric of political legitimization   22. if really the tomb of this great dynast. apart from the two friezes of the podium representing the battle and seizing of the city scenes. see Keen 1992. These friezes have often been judged negatively: the repetition of the motives. also accentuated by the Ionic columns and the statues of Nereids. See mostly Robert 1978. to see it in a complete and distinct way. the indetermination of the subject on some sides (northern side of frieze 3. 21 Bousquet 1992. they appear to be a deed of arms founding the glory of the dynast: at age twenty. the small friezes are unquestionably the most interesting. this height was even greater. chap. At first sight. southern side of frieze 4). to the extent that these conquests seem to unify under the authority of a single monarch the whole of the occidental Lycian cities in the immediate vicinity of the Xanthian valley. located on a very high place of the building. the young Arbinas was left aside in the city of Caunos.F. the monument also has a third frieze on its architrave and a fourth on the upper part of the wall of the funerary chamber   23. 22 About the dynastic ideology appearing in the inscriptions connected with Arbinas and about whether it should be read or not in an «Iranianizing» light. 45-49. the physical beauty. Indeed. are truly of oriental inspiration.Demargne 1989. All confined on the fringes of the great square. He is also a conqueror. 125-134. 181. eastern side of frieze 4) and also the presence of large empty space between relief figures are often noted while several blocs might testify to a certain degree of achievement (BM 894. probably forbade the observer. Because of dark familial quarrels. 19 20 246 . These conquests are sung of with force and in an almost identical manner in the poem by Symmachos of Pellena and in the one by the pedotribe of the great base in honor of Arbinas. Pinara and Telmessos    21. before proceeding to the conquest of occidental Lycia and impose himself as the monarch of the whole region.

1-2) – all’ingresso del temenos. 3 Per una discussione sulle statue criselefantine in generale. Anche queste. le donne. le statue degli Argeadi sarebbero state realizzate in materiale lapideo (probabilmente in marmo).Zschietzschmann 1944. che riferisce di sculture in avorio e oro. Enzo Lippolis ed Eugenio Polito durante la sessione del convegno. i tre gradini del crepidoma. nove semicolonne di ordine corinzio facevano da contorno al basamento semicircolare su cui erano le statue. Hans Rupprecht Goette. vicino al pritaneo   2 –. Si tratta di una tholos circondata da un peristilio di diciotto colonne ioniche.Skopas alla corte macedone? Motivi stilistici skopadei tra Grecia e Macedonia Gianfranco Adornato 1. Alessandro Poggio e Andrew Stewart. di alcune specifiche questioni ho discusso.   1 Giunto nel santuario di Zeus a Olimpia. Sull’anonimo architetto del ‘Philippeion’ All’interno dell’Altis si trova il Metroon. Questo edificio si trova in direzione dell’uscita dalla parte del pritaneo. opera di Leochares. insieme a quella di Aminta. con Beryl Barr-Sharrar. enumera le statue in oro e avorio   3 conservate all’interno dell’edificio circolare – Aminta. Lapatin 2001.20. che ringrazio sentitamente. stando all’analisi degli alloggiamenti sulla faccia superiore delle basi. 5. 213220). Dal sito non provengono frammenti relativi al gruppo scultoreo. Paus. 391-396. Olimpiade ed Euridice – e ricorda il nome dell’artista che realizzò le statue criselefantine degli Argeadi: Leochares di Atene   4.9-10. 282-284. Secondo Schultz (2007. padre di Filippo. sulla sinistra. La stesura finale di questo lavoro si è arricchita dei proficui commenti e suggerimenti di Lucia Faedo. la sima con le antefisse. sul muro interno della cella. successivamente. il pavimento della cella. Kenneth Lapatin. Gli scavi tedeschi condotti sul sito di Olimpia hanno messo in luce parti consistenti dell’alzato e del basamento circolare. Schultz 2007. Elena Ghisellini. Vi sono dentro statue di Filippo e di Alessandro. Stewart 1990. Filippo e Alessandro. come pure un edificio rotondo detto Philippeion. Pausania descrive dettagliatamente la posizione e l’architettura del Philippeion (Figg. Vorster 2004. 523-529. Los Angeles (gennaio-giugno 2012). diversamente da quanto indicato dal Periegeta. Schultz 2007. Sara Palaskas. 4 Sulla figura di Leochares. è costruito in mattoni cotti ed è cinto di colonne. 1 2 259 . Gabriella Cirucci. sulla sommità del Philippeion c’è un papavero di bronzo che funge da collegamento per le travi. l’ambulacro e la base sono in marmo pario. Questa ricerca è stata portata a termine grazie alla Fellowship del Getty Research Institute. sono criselefantine al pari delle statue di Olimpiade e di Euridice. nell’ambito del progetto «Artistic Practice». Fu eretto da Filippo dopo che la Grecia cedette a Cheronea. Muller-Dufeu 2002. Schleif .

l’ipotesi di un Leochares architetto e scultore dell’intero monumento argeade non sembra completamente soddisfacente: alcuni dettagli tecnici. opera di Policleto il Giovane della metà del IV sec.: per esempio. realizzato intorno alla metà del IV sec.gianfranco adornato Sulla cronologia della costruzione. viene fornita dal Periegeta circa il geniale architetto che adottò una forma architettonica così particolare. 3) e i motivi decorativi dell’Eretteo di Atene   7: il carattere attico e classicheggiante di alcune parti dell’edificio di Olimpia. sua guardia del corpo   5.C. 8 IG XIV 1253: si tratta dell’unico caso in cui l’artista si ‘firma’ Athenaios. è collegato alla provenienza stessa dell’artista Leochares    8. tra cui Briasside. e in particolare quelle del Mausoleo ad Alicarnasso. Già Schleif . Weickert 1913. 8. Lippolis . Alessandro.. come la modanatura della base interna e l’uso della mezza colonna. invitano a guardare in altra direzione. l’uso dei dentelli insieme al fregio ionico nel Philippeion trova la sua origine proprio nel Mausoleo di Alicarnasso   9. 7 Schultz 2007. 305-314. Lontano da Atene. Nat. Questi motivi suggeriscono la presenza di uno scultore-architetto di origine ateniese al lavoro al Philippeion. Scopas. 11 Paus. sui rapporti tra Atene e la Macedonia. Ritengo altamente probabile. opera di Theodoros di Focea.C. una tipologia a metà tra l’heroon e il theatron. Per una panoramica. secondo lo studioso. Nonostante il legame formale individuato tra i motivi decorativi architettonici di Atene (Eretteo). insieme ad altri artisti. Vicino alla cerchia artistica di Leochares. a. Lo studioso ha inoltre riportato alcune novità dell’edificio di Olimpia alle sperimentazioni formali adottate in Caria durante l’erezione del monumento all’Ecatomnide Mausolo. Timotheos e Prassitele   12. Al contrario.45. Barr-Sharrar .C. lo stesso Leochares. as- Sulla cronologia del monumento da ultimo Schultz 2007. ma anche il monumento di Lisicrate ad Atene del 334 a.C. Bryaxis. anche Skopas aveva lavorato alla Meraviglia di Alicarnasso.Clemmensen 1924. Sul tempio di Tegea. 13: Namque singulis frontibus singuli artefices sumpserunt certatim partes ad ornandum et probandum Leochares.. il confronto stilistico-formale individuato tra le modanature della base delle statue (Fig. a meridie Timotheus. oltre che una dedica per una vittoria bellica e un ex-voto a Zeus Olimpio   6. Il confronto tra le modanature delle basi del Philippeion e quelle dell’Eretteo era stato proposto da Shoe 1936. Pl..Berchmans . Nessuna informazione. e nell’Asklepieion di Epidauro. invece. Già agli inizi del Novecento.30-31: Scopas habuit aemulos eadem aetate Bryaxim et Timotheum et Leocharen … pariter caelavere Mausoleum … ab oriente caelavit Scopas.C. a septentrione Bryaxis. Aminta. proprio sulla base del confronto tra i caratteri formali delle modanature dei monumenti in esame. 7. con esperienza nel grande cantiere della Caria: «[…] this description. Leochares di Atene avrebbe quindi ideato l’architettura del Philippeion e scolpito in marmo le figure di Filippo II. una sorta di recinto sacro per le opere d’arte. praef.4-5. della Caria (Mausoleo ad Alicarnasso) e di Olimpia (Philippeion). 12 Vitr.C.Borza 1982. Miller (1973) aveva avanzato l’ipotesi che l’architetto del Philippeion fosse un Macedone piuttosto che un Ateniese. Norman 1984. è possibile inferire dalla notizia di Pausania e da altre relative alla dinastia argeade che l’edificio circolare fu realizzato tra il 338 a. un edificio a pianta circolare. anno dell’assassinio di Filippo II da parte di Pausania. 10 Schultz 2007. 36. 209-210. The archaeology independently supports (but. 380-370 a. 50) optavano per un architetto attico. 9 Si veda l’analisi di Jeppesen 2002. Praxiteles. of course corresponds perfectly with what is known of the career of Leochares. Dugas . il Mausoleo. Peter Schultz molto cautamente ha avanzato la proposta che Leochares potesse essere stato l’artefice della tholos: a sostegno di questa ipotesi gioca. la coeva rotonda dell’Afrodite Cnidia. nonnulli etiam putant Timotheum …. e il 336 a.Rocco 2011. a. anno della vittoria su Atene e Tebe nella piana beotica di Cheronea. di cui conosciamo grazie al racconto di Pausania il nome dell’architetto-scultore: Skopas di Paros.. La tipologia architettonica richiama molto da vicino le tholoi nel santuario di Atena Pronaia a Delfi. 5 6 260 . strettissime somiglianze tecnico-formali erano state notate tra la modanatura della base del Philippeion e quella del tempio di Atena Alea a Tegea   11. naturally.. ab occasu Leochares.Zschietzschmann (1944. Olimpia ed Euridice. soprattutto le basi. does not absolutely confirm) Pausanias’ identification of the Athenian master as the sculptor of the Argead Dynasts»   10. Prima di questa impresa edilizia. Grazie allo studio sistematico delle parti superstiti del Philippeion.

Skopas alla corte macedone?

sociato a Pytheos (o Pythis) e Satyros, e del tempio a Tegea, legato al nome di Skopas, che uno
dei collaboratori più stretti e di primo piano nella bottega della tomba di Mausolo dovette giocare un ruolo decisivo nella trasmissione e trasmigrazione di certi motivi formali e decorativi.
Da Alicarnasso a Tegea, dal Mausoleo al tempio di Atena Alea, inquadrabile grazie alle recenti
indagini sul sito con buona approssimazione intorno al 340 a.C.   13, immediatamente dopo la
realizzazione e la conclusione del cantiere cario.
Il tempio skopadeo di Atena Alea a Tegea presenta, a sua volta, numerose e strette analogie, da un punto di vista architettonico e formale, con il Philippeion di Olimpia: il kyma riverso
sul toichobate, l’uso della mezza colonna (rispettivamente, nella cella del tempio e sul muro
interno del Philippeion) (Figg. 4-5), l’uso del capitello corinzio.
Si tratta di motivi-spia, che consentono di individuare – come anche nel precedente caso analizzato tra il monumento di Alicarnasso e il tempio di Tegea – contatti, dipendenze,
sovrapposizioni tra artisti, maestranze, scalpellini, all’opera in alcune città del Peloponneso –
nello specifico Olimpia e Tegea – nel corso della seconda metà del IV sec. a.C. Facendo perno
sulle peculiarità stilistiche e formali del tempio di Atena Alea a Tegea, di cui le fonti letterarie trasmettono il nome dell’architetto, e sulle somiglianze tra i motivi architettonici di questo
tempio con il Mausoleo di Alicarnasso (dove Skopas prese parte al cantiere e alla decorazione
scultorea) e il Philippeion, si deduce che la portata del magistero artistico di Skopas e dei suoi
collaboratori andò oltre i confini geografici propriamente intesi. L’ampio raggio d’influenza –
dal­l’Asia Minore al Peloponneso – e la mappa di distribuzione geografica di questi monumenti
consentono di gettare luce sul fenomeno delle botteghe itineranti nel Mediterraneo antico nel
IV sec. a.C. e di valutare in pieno la consistenza e l’impatto, anche in termini di tecnica e di
stile, che ebbe l’operato di Skopas   14.

2. Avori, mosaici e affreschi in Macedonia
Dopo aver messo in evidenza l’ampia diffusione di specifici motivi decorativi architettonici
riferibili alla pratica artistica di Skopas e della sua bottega in alcune delle principali poleis del­
l’Asia Minore e del Peloponneso, vorrei spostarmi in Macedonia per analizzare in dettaglio
e valutare l’influsso stilistico-formale skopadeo su alcune opere d’arte, eterogenee quanto a
tipologia e materiali   15. Sotto questo punto di vista, l’affresco sulla facciata e gli avori rinvenuti
al­l’interno della tomba II di Vergina, insieme alla produzione musiva di Pella, costituiscono

Sulla cronologia del monumento: Norman 1984; sull’architettura: Pakkanen 1998.
Sulle maestranze itineranti si vedano i contributi in Adornato 2010. Sulla pervasività e diffusione dei
motivi stilistici skopadei, anche nella statuaria a tutto tondo nel Peloponneso, vale la pena menzionare una testa
in marmo pario da Sparta (Boston, Museum of Fine Arts, inv. 52.1741), databile intorno al 330 a.C. e interpretata ora come un ritratto di Alessandro Magno (Sjöqvist 1953; Bieber 1964, 52), ora come Eracle con leonte
(Comstock - Vermeule 1976, 80-81, cat. 126). Questa scultura trova confronto con la testa in marmo di Alessandro-Herakles dall’Acropoli di Atene (Atene, Museo Archeologico Nazionale), su cui Bieber 1964, 52. Nell’ampio
modellato del volto, nella definizione dell’area oculare con la palpebra cascante sull’occhio e nelle labbra piccole
e schiuse è possibile riconoscere un motivo-firma assai peculiare riconducibile a Skopas, piuttosto che al sicionio
Lisippo. La testa da Sparta risulta infatti stilisticamente affine alla testa «Aberdeen», su cui Stewart 1977, 105; per
questa segnalazione desidero ringraziare Elena Ghisellini. A mio avviso, pertanto, da un punto di vista stilisticoformale la testa da Sparta dovrebbe aggiungersi al corpus skopadeo. Sulla diffusione di motivi stilistici skopadei in
Egitto si vedano le puntuali analisi in Ghisellini c.s.
15
Alcuni di questi materiali provengono dalle tombe reali di Vergina, su cui da anni si è acceso un dibattito sulla cronologia delle sepolture e sull’attribuzione di queste a personaggi della dinastia Argeade. La storia è
troppo nota per essere riportata in dettaglio, ma alcuni punti salienti della scoperta e successiva polemica vanno
qui ricordati. Nel 1977 fu scoperto un grande tumulo con tre tombe: la I – una tomba a cista, depredata in antico – è nota come «tomba di Persefone» per il soggetto dell’affresco raffigurante il ratto della divinità; la tomba II
è una tomba a camera, con un ricco corredo funerario, e contiene i resti cremati di un personaggio maschile di
media età nella camera principale e quelli di una giovane donna nell’anticamera; la tomba III contiene una singola
deposizione: il defunto è un adolescente cremato, i cui resti sono stati deposti in un’hydria d’argento. Per una
panoramica Andronikos 1984.
13
14

261

gianfranco adornato

un ottimo caso di studio per indagare la portata della diffusione di motivi stilistici tipicamente
skopadei in quest’area.
Il celebre fregio con «caccia multipla» (Fig. 6) unico nel suo genere, contiene più scene
paratatticamente disposte: consiste di tre cacciatori a cavallo, sette cacciatori appiedati, cinque/sei bestie (una coppia di cervi, un cinghiale, un leone e un orso, forse due) e nove cani.
Cruccio degli archeologi è stato individuare luoghi fisici raffigurati nell’affresco e personaggi
storici di queste cacce reali, sulla base di testimonianze letterarie    16.
Non percorrerò questa strada; vorrei invece concentrarmi su alcuni elementi specifici della raffigurazione pittorica. In particolare, alcuni schemi iconografici dei cacciatori riprendono
pedissequamente quello che è definito il «doppio contrapposto», tipico della produzione scultorea di Skopas, come si ricava dal confronto con alcune copie romane riconducibili all’artista
pario. Certamente il motivo-firma del «doppio contrapposto», non è caratteristico di Leochares, a cui sono attribuiti l’Apollo del Belvedere (Fig. 7) e il Ganimede Vaticano (Fig. 8), né di
Lisippo.
Vale la pena sottolineare la stretta affinità nello stile e nella composizione formale tra
alcune raffigurazioni su mosaico da Pella, come la caccia al leone dalla Casa di Dioniso o la
caccia al cervo opera di Gnosis dalla Casa del Ratto di Elena (Figg. 9-10), generalmente datate intorno al 330 a.C.   17, e la decorazione pittorica della tomba II, che potrebbe spiegarsi
ipotizzando un modello grafico comune, profondamente influenzato dal repertorio skopadeo,
riprodotto in differenti tecniche e media   18. Oltre allo schema iconografico skopadeo, i personaggi sull’affresco e sui mosaici ripropongono peculiarità formali tipici del linguaggio artistico
di Skopas, vale a dire la struttura squadrata del volto, l’andamento della palpebra, le narici
dilatate, la bocca dischiusa.
Proseguendo con l’analisi della documentazione artistica dalla tomba II, vorrei prendere
in esame le testine in avorio realizzate per il letto funebre depositato nella camera funeraria.
Questa classe di materiale non è stata oggetto di studio dettagliato che ne definisse la cronologia e i caratteri stilistici. In questa sede, vorrei tentare di precisarne la datazione e lo stile, dal
momento che questi avori sono stati genericamente ricondotti all’attività artistica di Leochares
di Atene e collegati alle statue criselefantine esposte nel Philippeion   19.
Considerate teste-ritratto degli Argeadi, queste testine eburnee presentano spiccati tratti
stilistici e formali, fino a oggi completamente trascurati   20. Al contrario, ritengo che, se si tralascia la questione dell’identificabilità delle teste-ritratto, i preziosi avori conservano spiccati
elementi formali riconducibili sotto l’etichetta di «skopadeo» (Fig. 11). Andrew Stewart nella
monografia dedicata a Skopas elenca le caratteristiche precipue del corpus scultoreo attribuito
al­l’artista, a cominciare dalle sculture frontonali del tempio di Atena Alea a Tegea: i volti hanno
una struttura quadrata e ampia, gli occhi sono infossati nell’arcata oculare, le palpebre sono enfiate e ricadono sulla porzione esterna dell’occhio, le labbra sono piccole ma carnose e aperte,
il naso è lungo con le narici divaricate, il collo è robusto, la testa è girata verso un lato e rivolta
leggermente verso l’alto   21. Se si confrontano, allora, le teste d’avorio con le teste superstiti del
frontone tegeate (Fig. 12), risulterà evidente lo stretto legame formale tra le due classi di materiale, nonostante le ridotte misure degli avori e la distanza tra le due località.

16
Tripodi 1998, 56-62; Borza - Palagia 2007, 90-103; Ignatiadou 2002 [2010]; per un approccio più cauto
Cohen 2010.
17
Pella, Casa I 1 (caccia al leone); Casa I 5 (caccia al cervo); Dunbabin 1999, 10-14.
18
Su questo aspetto, Adornato c.s.: il caso del disegno di una testa dai caratteri stilistici spiccatamente
skopadei risulta utile per comprendere la diffusione di questi stilemi in Egitto agli inizi del periodo imperiale. Su
questo aspetto, anche Ghisellini c.s.
19
Schultz 2007.
20
Andronikos (1984, 123-136) propendeva per delle teste-ritratto. Secondo Gill (2008), questa classe di
materiale non aiuterebbe a districarsi nella complessa disputa circa la cronologia della tomba e del suo occupante
e non apporterebbe nessuna novità di rilievo: «[…] the connection between these putative portraits and the
chryselephantine images created for the Philippeion at Olympia after 338 B.C. has rightly been seen as tenuous
and certainly does not provide any clear chronological guide».
21
Fondamentale l’analisi stilistica in Stewart 1977.

262

Immagini e potere
alla corte dei Tolemei
Elena Ghisellini

Nel 306/305 a.C. Tolemeo figlio di Lagos viene proclamato dall’esercito basileus dell’Egitto. Sin
dalla morte di Alessandro Magno egli esercita sul paese un dominio acquisito con la conquista
militare e quindi privo di fondamento giuridico-istituzionale. Se la popolazione egiziana può
riconoscere in lui il nuovo faraone, deputato a ristabilire e garantire l’ordine cosmico (Maat), è
necessario legittimare e consolidare il suo potere presso la popolazione greca e macedone, minoritaria ma dominante nella struttura politico-sociale del paese. A tal fine si orchestra un’accorta
strategia propagandistica, che si affida anche alle immagini come efficace strumento di comunicazione e diffusione dei temi chiave dell’ideologia regale. La decodificazione di tale linguaggio
visuale, articolato e complesso, è stata avviata da tempo e si sono già definiti validi paradigmi interpretativi dei singoli fenomeni. In questa sede si cercherà soltanto di ripercorrere sinteticamente le principali tappe di sviluppo del discorso visuale che i Tolemei elaborano in funzione dei
sudditi greci, concentrando l’attenzione sul III sec. a.C., che segna l’apogeo della potenza lagide.
Tolemeo I Soter, soprattutto nei primi anni di governo, incentra la sua propaganda politica sulla figura di Alessandro, del quale si presenta come erede legittimo, anche in virtù di un
fittizio legame di sangue, divulgato da una leggenda che lo voleva figlio naturale di Filippo II    1.
Nel 321 a.C. Tolemeo si appropria del corpo del Macedone e lo trasferisce in Egitto; probabilmente nello stesso anno istituisce ad Alessandria il culto di Alessandro ktistes. L’atto ha un
riflesso immediato sulle monete (Fig. 1), che ora mostrano sul D./ la testa di Alessandro con
exuviae di elefante, allusive alla spedizione indiana, benda frontale dionisiaca che funge da diadema, corno di Ammone sulla tempia, egida intorno al collo   2. Degno di nota è il cumulo degli
attributi divini, una peculiarità iconografica che si incontrerà più volte nei ritratti dei Tolemei    3.
Il passo decisivo si compie nel 305/304 a.C. con l’emissione di una nuova serie di monete d’oro, sul cui D./ Tolemeo fa porre, primo fra i diadochi, il proprio ritratto (Fig. 2), associandolo
con l’immagine di Alessandro su quadriga di elefanti riprodotta sul R./    4. L’effigie del Soter
restituisce con prepotente caratterizzazione individuale la fisionomia di un uomo anziano, con

Paus. 1.6.2; Curt. 9.8.22. Si veda Kosmetatou 2004, 241 s. Sui provvedimenti adottati da Tolemeo I Soter
per legittimare il proprio potere: Bingen 2007, 15 ss.
2
Mørkholm 1991, 63 ss.; Le Rider - Callatäy 2006, fig. 31; Reden 2007, 31 ss.; Lorber 2011, 298 ss.,
figg. 2-3.
3
Kyrieleis 1975, 148; 2005, 239 s.; Grimm 1978; Bergmann 1998, 19 ss.; Thomas 2001, 4 ss. e 30 ss.
4
Kyrieleis 1975, 4 ss., tav. 1.2; Brown 1995, 15 ss. e 28 ss.; Lichocka 2003; Le Rider - Callatäy 2006,
fig. 33; Reden 2007, 39 ss.; Lorber 2011, 306 ss., figg. 4-5.
1

273

che deriva dalla tradizione argeade e richiama il concetto che i re traggono origine da Zeus./ la testa di Zeus Ammon. al centro si innalzava un gruppo monumentale che rappresentava Tyche. fiancheggiata da Nikai. che è destinata a diventare il simbolo del dominio tolemaico. 37./ dell’aquila stante sul fulmine (Fig. 514 s. L’aquila.. di cui il Soter è erede diretto. 10 ss. il pathos dell’espressione sono elementi deliberatamente mutuati dal ritratto di Alessandro. 243 ss.201d-e. ma redatta verosimilmente da Nikolaos di Myra (430-500 ca../ delle emissioni di oro e di argento. in posizione elevata si ergeva un simulacro del Soter.Elena Ghisellini lineamenti vistosamente irregolari. Il rapporto privilegiato fra Tolemeo I e Alessandro costituiva parte integrante dell’elaborato programma figurativo del Tychaion di Alessandria   6. Un’analoga associazione concettuale fra Tolemeo I. ricostruibile nelle grandi linee grazie a una ekphrasis di epoca tarda. 5 274 . Il gruppo centrale inaugura la predilezione alessandrina per un ricercato linguaggio allegorico. 7 Ps. documentando la volontà dei successori di riallacciarsi al fondatore della casata e di sottolineare in tal modo la continuità della dinastia e la stabilità del regno./ delle monete: Thomas 2001. l’Accademia e soprattutto il Liceo. Ghisellini 1999. Progymn. Risponde alle stesse finalità la persistenza sul R..). 3). introdotta nel 300 a.C. T 95. 6 Da ultimo: Hebert 1983. nel santuario si custodivano inoltre le leggi della città. nell’atto di incoronare Ge. 8 Ath. 88.-Lib. palese riferimento alla discendenza del sovrano da Herakles e da Zeus stesso. d. Il tipo del Soter si ripete inalterato per tutta la durata del regno lagide sul D. 58 ss.. Stewart 1993. L’insieme si completava con le statue-ritratto di un filosofo e di un astronomo (?) e con le effigi bronzee dei sovrani più illustri. Alessandro e le aspirazioni egemoniche dei Lagidi si ritrova nella descrizione della pompe organizzata dal Philadelphos.2-8. l’assenza della barba. Si delinea così un motivo basilare dell’ideologia tolemaica: la volontà di Le Rider . Nel ciclo originario risulta evidente la preminenza accordata a Tolemeo I. Schmidt 2004. raffigurando metaforicamente il dominio universale che Tyche-Fortuna ha concesso ad Alessandro. contenenti gli agalmata dei Dodici Dei e una statua di Charis. Nel ritratto si assommano perciò realismo e idealizzazione con l’intento di cogliere la presenza fisica e la forza carismatica del condottiero spregiudicato che ha ottenuto il potere con le armi e di esaltare nel contempo le qualità sovraumane e l’ascendenza divina che quel potere legittimano.. che a sua volta incoronava Alessandro. 97 ss. 43-46. che egli fonda nell’area dei Basileia avvalendosi della consulenza di Demetrio di Falero e prendendo a modello le più prestigiose scuole filosofiche ateniesi. 99 s. Grimm 1998. che sembra rivestire il ruolo di intermediario dell’azione divina. essendo presentato come dispensatore della prosperità elargita dagli dei patroni della polis (la sua effigie reca infatti «i prodotti di cui la città si nutre») e come garante della giustizia e dell’armonia all’interno del corpo civico. Prioux 2007. La politica culturale del Soter ruota intorno alla istituzione del Mouseion. nel corso della quale sfilano i simulacri di Alessandro e del Soter.C. in quanto per lo meno le statue dei sovrani devono essere state aggiunte nel corso del tempo. sulle quali i Tolemei ambiscono a estendere la propria supremazia    8. compare anche sul R. è sufficiente ricordare che lo spazio era articolato in emicicli. il ciclo scultoreo ospitato nel temenos non può appartenere integralmente alla sua fase iniziale. che potrebbe essere stato oggetto di trasformazioni nel corso dei secoli. L’istallazione del Tychaion deve risalire alle prime fasi di vita della città ed è stata diversamente attribuita ad Alessandro. Sull’aquila sul R. di cui Alessandro era stato dichiarato figlio   5. dai quali sprigiona un’incontenibile energia vitale. dell’Asia Minore e delle isole già soggette alla dominazione persiana. 25. Pfrommer 2001. al Soter o a Tolemeo II Philadelphos. che riproducono sul D. forse dotato di una cornucopia. componendo nella stesura finale una galleria di ritratti dinastici. Foerster VIII 529-531. Nel contempo la folta chioma leonina. e 383 s. il carro è seguito dalle personificazioni di città della Ionia. figg. Senza entrare nel merito della discussa ricostruzione dell’edificio. cui pure rimanda il motivo dell’egida fermata intorno al collo con un nodo erculeo./ delle monete di bronzo.. Reden 2007. 5. con l’annessa biblioteca. 70. 243 ss. tramandataci sotto il nome di Libanios   7. incise su stele di bronzo. 215 s.. che è affiancato dalle statue di Areté e di Corinto.Callatäy 2006. Kosmetatou 2004.

Pfrommer 2004. 44 s. 32.. la cui mole gigantesca vuole dare la misura della sconfinata ricchezza del basileus.111-126. Vivide descrizioni letterarie    17 ci permettono di saggiare l’entusiastica ammirazione destata nei sudditi dalla magnificenza dei palazzi. Queyrel 2010. della sua estensione viene progressivamente invasa dai Basileia. Amedick 2005. pietre pregiate. quel primato in ogni campo del sapere che era stato della gloriosa città ellenica. Müller 2009. circa diventa capitale dell’Egitto. 11. Il desiderio di riallacciarsi alla tradizione culturale ateniese ha un’eloquente traduzione visiva: dal 315/314 a. Capriotti Vittozzi 2000-2001.. sul R. destinata a essere posta nel tempio dedicatole dal Philadelphos    11. Nat. nel corso della quale sfilano una statua semovente di Nysa. Sul Faro. anche nello stile di impronta arcaistica. Si vedano Hesberg 1987.148. immersi entro parchi e giardini lussureggianti   16.. discussione del tipo in Lorber 2011.28-32. Grimm 1998. 3. come nel caso del rhyton a forma di Bes. Pfrommer 1999. Auson.497d-e. 39 e 42 s. Un’ampia porzione del tessuto urbano. oro. padiglioni. gemme. 1. cominciato nel 297 a.. 4)   9. che ricorre sin dall’età arcaica come emblema delle anfore panatenaiche. 304 ss. 43 ss.Afrodite Zephyritis   15. mentre i Tritoni angolari che suonano conchiglie sono atti a provocare stupore e meraviglia    10. 28. il tipo della Promachos. avorio.C. in sostituzione dello Zeus in trono proprio della monetazione di Alessandro. da ultimo: Pensabene 2007. 5. 14 Ath. un messaggio che si indirizza all’elemento greco della popolazione con lo scopo di suscitare il consenso verso un regime che vuole accreditarsi come difensore degli antichi valori. ma di impatto più immediato: così nel caso del Faro. o addirittura a un terzo. 16 Sui Basileia. 9 10 275 ./ delle tetradracme di argento compare. 19 Lucan.C. 17 Theoc. Pugliara 2003. Mos. 10. da ultimo: Grimm 1998. Si tratta di una citazione dotta. creato dal celebre meccanico Ktesibios e dedicato nel tempio di Arsinoe . da cui sgorgano sorgenti di latte e vino. pari a un quarto. 11 Plin. 34.. la cui presenza segna a fondo il pae­ saggio della città. Herond. che si dispiegano in una successione ininterrotta di palazzi. Un esempio eclatante è offerto dalla statua di ferro di Arsinoe II. 12 Plin. in grado di generare forti emozioni collettive e di convincere lo spettatore che tutto è possibile per il dinasta.78-86 e 100-130. Nat. che si alza per versare una libagione   13. e lo struttura in funzione di uno stile di vita lussuoso.52. rifulgente di marmi.200c. Non soltanto il potere si appropria di uno spazio enorme. Pugliara 2003. edifici di culto.1. un’Athena stante con lancia e scudo nell’atto di proteggere l’aquila sul fulmine (Fig. fig. Il Faro rimarrà nei secoli il simbolo di Alessandria. 11 ss. rischiarata anche dal suggestivo fulgore di una seconda effigie della regina realizzata in topazio   12. 17. 13 Ath. Coarelli 2005. peristili. avrebbe dovuto librarsi in volo nella penombra della cella. Diod. e un antro roccioso. come il teatro e lo stadio. La figura riprende.. Sull’Arsinoeion e le statue di Arsinoe II: Ghisellini 1998.Immagini e potere alla corte dei Tolemei raccogliere l’eredità di Atene e di assegnare ad Alessandria.. ma anche e soprattutto residenza del sovrano.8-9. 51.4. Non di rado gli automata sono frutto dell’ingegnosità degli scienziati attivi nel Mouseion. per l’attrazione esercitata da un magnete inserito nel soffitto voltato. costruiti a gara dai successivi sovrani   18. grazie all’evergetismo del re. finanziatore dell’impresa edilizia. che. Sul nesso fra automata e ricerca scientifica nel Mouseion: Cappozzo 2003. trasformando di fatto i Quartieri Reali in una città dentro la città. L’immagine stessa della città viene quindi forgiata come manifestazione tangibile dell’opulenza e del fasto del dinasta. che si apriva a suon di musica per versare vino. 37. può dirsi uno dei tratti dominanti del sistema di comunicazione ideato alla corte lagide. 17.C. sottilmente evocativa.198f. tappeti intessuti di porpora    19. 311-317. 187 s. Soluzioni spettacolari sono fra le attrattive della pompe di Tolemeo II. 5. fig.. 76 s. 18 Str. 15 Ath. 282 s. e dalla sontuosità e raffinatezza del loro allestimento. 15.Callatäy 2006. e si levano in volo uccelli di specie diverse   14. ma ingloba all’interno di esso edifici tradizionalmente riservati ad attività civiche collettive. Più spesso la costruzione del consenso si affida a mezzi meno sofisticati. McKenzie 2007. ninfei. dalla cui munificenza scaturiscono il benessere e la felicità del Le Rider . che dal 320 a.108. fontane. La ricerca di effetti sensazionali.

Sul concetto di tryphe: Tondriau 1948. Anche l’interminabile sfilata di animali esotici. e 189 ss. 26 ss.. le Nikai che avanzano alla testa del corteo di Dionysos. è tramato sull’esibizione del lusso. Dunand 2006. 62 ss. Il messaggio così trasmesso acquisisce speciale pregnanza dall’essere rivolto non soltanto alla popolazione greca dell’Egitto. 59 ss. prototipo divino della tryphe.C. che viene esaltato nella sua duplice natura di dispensatore di prosperità e di conquistatore dell’Oriente   23.. dalla quale si cerca di ottenere sostegno e fedeltà. che prefigura l’analogo trionfo di Alessandro. sapesse abilmente avvalersi tanto della comunicazione verbale.. quanto del linguaggio visuale per propagare il programma ideologico concepito dall’ambiente di corte.. 159 ss. 24 Bing 2005. Caneva 2010.. Goukowski 1992. Sul discusso problema della datazione della processione. 188 ss. 30 ss.Elena Ghisellini regno. che trovano fondamento concreto nella potenza militare del regno. promotore di una sagace politica di patrocinio di tutte le arti. e lo sfoggio di prodotti rari e costosi. Weber 1993. Heinen 1978. dell’Arabia. 361 ss. 1983. nei Lithika di Posidippo   24. 83 s. in onore del Soter divinizzato   21. 121 ss. generosità verso i sudditi   28. 153 ss. rivelano la natura divina di un individuo e lo rendono degno di governare: valore militare. testimoniata dall’impressionante parata di truppe di fanteria e cavalleria che chiude la processione. ricchezza. trasmessoci da Ateneo   22. nella profusione delle pietre preziose.197c-203b... 17. celebrano l’estensione del dominio tolemaico. 26 Theoc. 2006. Dissociano la processione dai Ptolemaieia: Fraser 1972. 159 ss.. festa penteterica e isolimpica istituita nel 279/278 a. segno della sua immensa potenza. come si ricava dall’accurato resoconto di Kallixeinos di Rodi. 5. 175 nota 3. i Theoi Soteres e Alessandro. secondo l’ideale omerico. L’evocazione del ritorno trionfale di Dionysos dall’India. Il motivo delle ambizioni territoriali dei Lagidi torna con insistenza nella poesia contemporanea. o 271/270 a. 204 ss. 176 ss. Prioux 2008. Wikander 1992. secondo quel concetto di tryphe che costituisce uno dei principali fili conduttori dell’ideologia e della propaganda lagide   20. La più grandiosa messa in scena del concetto di tryphe si attua nella processione che si svolge ad Alessandria al tempo del Philadelphos. dall’apparato simbolico della processione: alla virtù guerriera del monarca alludono la parata dell’esercito. 26 ss. 120 ss... 28 Sull’idea di regalità elaborata dagli ambienti filosofici greci nell’età di Alessandro Magno: Virgilio 1998. 27 Theoc. 182 ss. e 302 ss. Thompson 2000. delle armature. Queyrel 2010. Walbank 1996.. all’ostentazione della ricchezza del sovrano. Del.. la personificazione di Areté posta accanto alla statua del Soter.... verosimilmente come momento culminante della celebrazione dei Ptolemaieia.95-129. Hölbl 1994. frutto di un commercio a vasto raggio. che viene ostentato nello stupefacente dispiegamento di oggetti di oro e di argento. Köhler 1996. Pfrommer 1999.C. pietas. Coarelli 1990. 20 21 276 . nell’Inno a Delos di Callimaco   25 e specialmente nell’Encomio di Tolemeo di Teocrito   26. Dionysos. 35 ss. a dimostrazione di come il dinasta. nello sfarzo dei costumi. la cerimonia è un inno alla eusebeia del re verso tutti gli dei e verso i suoi antenati.C. Grimm 1998. proietta nel mito le pretese egemoniche dei Tolemei. Si confrontino Samuel 1993. 51 ss. 107 ss. Tutto è sapientemente orchestrato in funzione della glorificazione della famiglia lagide e del suo antenato e protettore. ma anche a un pubblico internazionale. 23 Su questo aspetto si veda in particolare Müller 2009.86-94. 231 s.C. ai quali sono consacrati specifici cortei. 181 s. si vedano soprattutto Foertmeyer 1988.. originari della Scizia. 22 Ath. L’intero allestimento della pompe.. dei gioielli. 166-170. Sulla pompe si ricordano soltanto alcuni contributi recenti: Dunand 1981.. Hazzard 2000. Nell’Encomio teocriteo   27 il Philadelphos è lodato per quelle virtù che. dell’Africa. che è simbolo per eccellenza dell’abbondanza elargita ai sudditi. Queyrel 2010. esplicitata dalla doppia cornucopia.. 2003. dell’India. 25 Call. 275/274 a. con perspicuo parallelismo. 273 ss. I. presentando Alessandria come la metropoli ove affluiscono i tesori dell’intera oikoumene. Caneva 2010. si abbina il richiamo alla sua liberalità. 17. per la quale si sono proposti gli anni 279/278 a. Müller 2009. Rice 1983. Le stesse virtù sono magnificate. formato da delegati provenienti da diverse regioni del bacino del Mediterraneo.

1961-1964. poi noto come l’ospedale psichiatrico che accolse un paziente celebre.La tomba dei Giulii a Glanum (St. 152-164. 647-670. 65. 1-2) partendo da questa dichiarazione che dinanzi a una storia degli studi lunga. Marianna Castiglione. Per la storia degli studi: Espérandieu 1907. 2 Deloche 1892. Espérandieu 1925. Gros 1986. in primo piano. Giordanengo 1979. Sui più recenti restauri al mausoleo dei Giulii: de Chaisemartin 2007. Rolland 1969. a Nostradamus che era di Saint-Rémy. la cui presenza s’impone con una tale forza che nessuno si preoccupa di domandarsi perché siano là. isolati dal loro contesto ma conosciuti da sempre. dove il mausoleo. 92-98. 10-15. 107-121. si confrontino più in generale Leroy 1929. IV (atto di donazione dell’aprile 1080) Supra ecclesiam Sancti Petri quae dicitur ad Mausoleum.Gazenbeek 1999. Rolland 1969. Tomba o cenotafio? Nel 1986 Pierre Gros esaminava le numerose questioni poste dal mausoleo dei Giulii a Glanum (Saint-Rémy-de-Provence) (Figg. Questo testo anticipa molto sinteticamente il tema di una ricerca più ampia. in questa ideale summa di antichità c’è posto perfino per la «statua femminile» estrapolata dal noto rilievo ora a Monaco 1 301 . È questo un importante filone di ricerche che. Cesare Letta e Licia Luschi: a tutti il mio sincero ringraziamento. fatta eccezione per qualche integrazione bibliografica. suona realmente provocatoria: […] il Mausoleo dei Giulii è l’esempio stesso di quei monumenti. 114. 276-285. Dopo quelle medievali di XI e XII secolo relative a un’ecclesia Sancti Petri quae dicitur ad Mausoleum e al vicino monastero Sancti Pauli Mausolei o de Mausoleo   2. n. ormai pressoché conclusa. Alessandro Cristofori. Gateau . Il primo motivo sono le menzioni e le descrizioni del mausoleo: numerose e precoci. assume una posizione di grande rilievo (n. e conserva la forma discorsiva della relazione presentata al convegno di Pisa (2010). si registra uno straordinario infittirsi di citazioni dagli inizi del Cinquecento in poi (da Andreas Alciatus. 90-91 e 108-109. n. 3 Jirat-Wasiutyn´ski 1993. 10. pur esulando dal Per i loro suggerimenti e la paziente collaborazione sono debitore nei confronti di Gianfranco Adornato. 4 Numerose citazioni sono raccolte in Rolland 1969. nonché spesso autorevole. 1) ed è considerato d’importanza pari al Colosseo e al Partenone. App. Vincent Van Gogh   3. Rémy-de-Provence) in Gallia Narbonensis Le ambizioni politiche del programma iconografico Maurizio Paoletti 1. 114. 88. 32* Le mausolée ou cénotaphe des Iulii (con ampia bibliografia). Di particolare interesse è l’incisione scelta da Jacob Spon per aprire le sue Recherches curieuses d’antiquité (1683). n. 246-252 e 252-254 (dibattito).   1 Almeno tre buone ragioni spingono a concordare con questo giudizio e ad accettarne pienamente l’invito. 93-94. a Jacob Spon)   4.

la cui trattazione resta ancora sostanzialmente valida. Cartilio Poplicola a Ostia – ritenuto spesso (ma erroneamente) un cenotafio –. 11. quale definizione tra quelle in uso è da preferire? Dobbiamo mantenere il nome di mausoleo. n. Sebbene sia probabile che nella Gallia Narbonensis restassero in vigore anche leggi e norme locali antecedenti la creazione della provincia. Marcadé 1971. 302 . sarebbe più corretto ricorrere alla definizione di monumentum in accordo con quanto prevedeva e prescriveva la legislazione funeraria romana. Kleiner 1971. che vi aveva atteso per anni con la collaborazione del disegnatore Julien Bruchet. LXXI ad ed. praet.12.24. Balland 1971. 105-126. confluita e codificata in numerosi passi del Digesto dove si distingue con chiarezza tra monumentum e sepulcrum   10. 6 Kleiner 1973a. si richiama a un rescritto adrianeo che certamente non introduceva un’innovazione giuridica rispetto alla legislazione in vigore.Vauthey 1970. ma nel complesso i giudizi furono molto positivi e rispettosi nei confronti di Rolland. mentre identificano nel monumentum quella parte di esso che svolge la funzione di specifico apparato decorativo o di complemento strutturale (dalle statue fino alle costruzioni annesse alla tomba)   13. Quest’esempio e almeno altri tre passi del Digesto   12 attribuiscono il carattere di res religiosa / locus religiosus al sepulcrum. Debergh 1971. 24. 165. perché richiamando a confronto il monumento di C. si confronti 26 nota 19. 163-180 (con bibliografia). 662 nota 7.). Dig.). 2006. 1973) difendendo la stessa tesi più volte   6.2 (Ulpianus l. va tenuto presente perché le descrizioni antiquarie. che non esamina neppure la questione perché «the absence of a burial chamber classifies the ‘mausoleum’ as a cenotaph».37 (Macer l. 7 Gros 1990. 513515. nota 10. 5 Rolland 1969. inoltre si veda supra. Personalmente ritengo che per il mausoleo di Glanum. Vauthey . 2) e per un dettaglio architettonico dell’arco di Saint-Rémy (n. Audin 1971. Pubblicata al termine della carriera di Rolland. concludeva che monumentum est. La questione giuridica è complessa. Faider-Feytmans 1971. 1973b. la monografia fu oggetto di qualche critica per la presentazione piuttosto asettica e per il disequilibrio tra l’ampia storia degli studi e il più sintetico esame storico-artistico del monumento. 27 nota 24. tavola di frontespizio e l’Explication. I ad XX hered.7. Strong 1974.maurizio paoletti tema qui trattato. di Baviera (n. 13 Calabi Limentani 1958. Gros 2006. Rivet 1972.7. 112113 e fig. 271-274. 652-655. un «authentique savant» e un «fouilleur hereux. 68. 232-234. 112 nota 1. 10 Ducos 1995. non esclude la possibilità che entrambi siano edificati su una semplice urna funeraria   8. de Laet 1971.11. 661-696. 520-521. 385. piuttosto che alle categorie moderne. dalla moglie Diane Kleiner è poi divulgata anche a livello manualistico: Kleiner 1992. 381-383. Questa breve rassegna può chiudersi con la recente ricerca di Cecilia Ricci dall’esplicito titolo Qui non riposa (2006). Sul significato in quest’ambito delle pratiche rituali: Paoletti 1992. 90-93. 135-144 con specifico esame giuridico (e bibliografia). 94 note 50-51. 43. Sul rapporto tra memoria privata e memoria pubblica: Ricci 2010. [1-2]. 11. 412. Sul locus religiosus: De Visscher 1963. Sulla funzione commemorativa del monumentum: Lavagne 1987. 489-490. 109. che inserisce il mausoleo dei Giulii nell’elenco dei 127 cenotafi superstiti (o noti da fonti epigrafiche e letterarie) a riprova di una communis opinio diffusa e raramente contestata   9. cui andava il merito d’aver riscoperto Glanum e salvaguardato «Les Antiques»: Chevallier 1970. Inoltre. quod memoriae servandae gratia existat   11. passionné des antiquités de Provence» (Marcadé). 8 Hesberg 1994. dove è giustamente riaffermata la destinazione sepolcrale del monumento di C.5. XVIII ad ed. mentre Gros è ricorso alla formula del «cenotafio onorifico» per spiegare l’orgogliosa celebrazione della propria ascesa familiare da parte dei Giulii domi nobiles   7. Gabelmann 1972. nonostante l’assenza di una camera sepolcrale e.2. 12 Dig. La stessa definizione è adoperata in Kleiner 1977.2 (Ulpianus l. e successivamente quelle settecentesche. 47. 43-63. Soltanto Henner von Hesberg sembra assumere una posizione più prudente. offrono non trascurabili notizie sul contesto topografico dell’edificio. si confrontino Gros 1981. 76. 114-115. 109-110.). ma netta nei suoi termini essenziali: Ulpiano dichiarava che sepulcrum est ubi corpus ossave hominis condita sunt e. di quelle deposizioni ricercate con tanta ostinazione da Henri Rolland. secondo un’interpretazione corrente – e ormai prevalente – che ha numerosi e importanti esponenti? Fred Kleiner intitolò così la sua dissertazione (The Glanum cenotaph. 11): si veda Spon 1683. Cartilio Poplicola. 9 Ricci 2006. 207. 369-372. cui peraltro si deve l’editio moderna del monumento   5? Oppure dobbiamo riconoscere nella sua elaborata struttura architettonica un cenotafio. 107. il diritto romano rappresenta un solido riferimento cui ancorare tutte le nostre moderne teorizzazioni. 99. 11 Dig. Dig. dopo aver citato altra autorevole dottrina. 1980. all’esterno. 442. 159-165. 190-191. molto esplicito sull’associazione di monumento e sepolcro.

17 Le notizie sulla scoperta sono in Salviat 1972. a matita e inchiostro di China.. databile alla metà del I sec. Le urne dei familiari erano collocate all’interno della cella sepolcrale mentre altre 11 cremazioni. 515-516 e fig. specialmente 268 e 280-282 (con bibliografia). con la Vue des antiquités de S. tomba) appare elaborato – sul piano dell’ideologia funeraria – in funzione dell’immagine sociale che il defunto ebbe in vita e che il gruppo familiare vuole ostentare e confermare post mortem   16. 267-282. Il diritto funerario romano. Alle indispensabili e complete indicazioni onomastiche non può sostituirsi la dedica che menziona soltanto i nomi dei discendenti. specialmente 77. D’altra parte è la stessa epigrafe di dedica a dichiarare che il monumento fu Gros 2006. 2. al tempo stesso. Fragonard (1760) e nell’incisione del­l’abbé Lamy (1777). dove il totale spianamento del terreno ha messo in vista le fondazioni del monumentum degli Iuliei e del vicinissimo arco onorario eliminando anche la strada su cui quest’ultimo sorgeva    18 (Fig. in grado di spostarsi secondo le esigenze della committenza locale e di istruire nel gusto e nella tecnica lapicida gli scalpellini e gli scultori provinciali. Quando l’organizzazione della necropoli e la disponibilità finanziaria del defunto o dei suoi eredi lo permettevano. d. 19 e tavv. e il I sec. 16 Blaizot .La tomba dei Giulii a Glanum (St. Non mi è possibile discutere in maniera puntuale le motivazioni più generali a sostegno di questa tesi. in un ossuario.-H. con una particolare diffusione in Cisalpina – dall’Emilia al Veneto –.C. e che è accolta con favore anche al di là delle Alpi    14. 47-128. Hesberg 2006. ma le vorrei almeno elencare: 1. Départment Estampes et Photographie). che prevedeva una precisa demarcazione del sepulcrum. costruito sulla cremazione del primo defunto. 1977. L’assise di fondazione dell’arco è già visibile nel noto disegno di J. Sarà sufficiente ricordare per il loro valore esemplificativo la «Tour de l’Horloge» di Aquae Sextiae (Aix-en-Provence).C. ora distrutta. i confini di proprietà erano segnati anche da cippi in fronte e in agro oppure delimitati da un recinto. 150 (con bibliografia). 14 15 303 . Si confrontino Rolland 1969. Un approfondito riesame del mausoleo in Demougin 1998. 3. 2. Le pratiche funerarie che comportano nella Gallia meridionale. che è ben attestata in Italia tra la fine della Repubblica e gli inizi del I sec. 18 Molto eloquente al riguardo è l’inedito acquarello. La profonda trasformazione del quadro topografico nell’area di «Les Antiques». l’assoluta prevalenza della cremazione sull’inumazione. ma l’intero processo del rituale (funerale. Paris. d. 2..Sintès 1994. 11-39. a. a. 19 Supra. i nomi dei defunti fossero indicati sul segnacolo delle loro tombe. 148-149. tra la metà del I sec. 3). Per supplire alla lacuna onomastica la sola soluzione che mi pare possibile intravedere è che. si confronti Kleiner 1989. nota 17. 55-77.   15. Heijmans . Rémy-de-Provence) in Gallia Narbonensis Ne consegue – questo è il terzo e ultimo punto – che il monumentum segnala concretamente.C. 6-8. e il mausoleo di Ugernum (Beaucaire). I casi conosciuti in Gallia Narbonensis testimoniano l’attività di un atelier di formazione e forse al suo inizio di provenienza italica. all’interno dell’area sepolcrale poi contrassegnata dal monumentum. d. persuasivamente datato al 20-10 ca. Ad allontanare definitivamente la possibilità che il monumentum di Glanum sia un cenotafio sono però soprattutto due osservazioni molto più specifiche: 1. 5. Rémy opera di Meunier (1792. centro assai vicino a Glanum. forse riferibili a liberti e libertae. erano disposte nello spazio del recinto funerario   17. inoltre Verzár Bass 2006. L’omissione diviene incomprensibile specialmente se gli Iuliei onorati e commemorati a Glanum dai loro discendenti ed eredi. L’assenza dei nomi per i due defunti che sono ricordati solo in forma indiretta. n. Non sono sufficienti a colmare questo vuoto tantomeno le due statue di togati. Musée de l’Arles. un praefectus fabrum originario della stessa colonia romana.C. Roth Congès 1987. 399-415 e 453-454 (bibliografia). del messaggio ideologico trasmesso da un’élite pienamente romanizzata è dato. 13-14 e tavv. Bibliothèque Nationale de France. che di fatto restano anonime. dal mausoleo a forma di tempietto. I residui della pira sono deposti in una semplice fossa terragna o.Bonnet 2010. la tomba dei Giulii. Un caso esemplare di queste pratiche e. corredo. semplici fosse terragne contenenti i resti della cremazione   19. erano morti altrove e verosimilmente in occasioni diverse. nella necropoli di Arelate (Arles).. 2 e 5. la tipologia architettonica del mausoleo a edicola su podio. come è più naturale che sia.C. più raramente. 333-341. 144. 191-194.

Sull’aspetto di tali segnacoli lapidei – sicuramente piuttosto semplici – non siamo in grado di avanzare ipotesi. LXXIV. offre preziose informazioni sulla struttura di questo grande mausoleo. una lastra a bassorilievo con 8 soldati a ranghi serrati. de celui qui existe»   24.C. 275. 256-259 e tav. CIL XII 1018 (con bibliografia). dunque dopo un intervallo non trascurabile di tempo – due generazioni – dalla morte del primo defunto.Salviat 2011. e l’ancor più celebre conte di Caylus. Invece su una seconda via d’accesso a Glanum (quella che da sud-est attraversava lo stretto vallone di Saint-Clair) si trovava un altro mausoleo. il fondatore del museo di Avignone. ma che Rolland credette ancora d’in­dividuare sul terreno   21. si confronti Lantier 1947. 64. nelle sue immediate vicinanze fu rinvenuta la piccola e modesta stele funeraria. Gateau Gazenbeek 1999. beninteso con diversi presupposti. per la perfetta corrispondenza nei dettagli dell’abbigliamento militare e delle armi dei soldati). che L. oggi scomparso. resta il fatto che entrambi i monumenti funerari riflettono l’agiatezza economica. Millin 1807-1811. 189-204 (con cronologia della lastra di Glanum prossima ai rilievi dell’arco di Orange. III. 24* Vallon de Saint-Clair (con bibliografia completa). Le piccole dimensioni del­l’abitato di Glanum. 23 Espérandieu 1907. 10. La tomba dei Giulii non era affatto isolata. Delestre . Se si escludono il Recueil d’antiquités di Caylus (1767) e altre quasi dimenticate opere a stampa   22. d. vari elementi architettonici con modanature e molte rovine del basamento ancora in situ. 226. il quale per monumentalità e caratteristiche di committenza non sembra molto dissimile da quello degli Iuliei. 10-11 e fig. 404 e fig. 7846 e tav. 20 304 . riducono la distanza tra i due monumenti. n. faisant partie d’un tombeau ruiné. 24 Lavagne 1995. che si oppongono topograficamente. Su questo «mausolée inconnu» ha richiamato l’attenzione un eccellente dossier riunito da Henri Lavagne a partire dal­l’autopsia e dalle precise osservazioni di Calvet raccolte nel suo manoscritto sotto il titolo «Bas-relief trouvé à Saint-Rémy. a poche centinaia di metri.. il tema militare del suo fregio è d’immediata lettura e sembra facilmente comprensibile. Rolland 1944. Il soggetto allusivo ad eventi bellici forse contemporanei indica il riemergere di motivazioni ideologiche analoghe a quelle espresse. n. VII (1767). 31* Près des Antiques.1. n.. Calvet ne aveva visto all’epoca e descritto una statua di togato e una statua femminile velata. 270-271. n. settecenteschi e ottocenteschi che hanno modificato irrimediabilmente l’aspetto dell’area di «Les Antiques» e che impediscono di individuare sul terreno persino la strada proveniente dall’oppidum di Glanum: ovviamente una Gräberstrasse. 191. esattamente sul limite pomeriale secondo Rolland e non lontano comunque dall’innesto stradale con l’importante Via Domizia. Musée gallo-romain)   23. in parata (Lyon-Fourvière. n. Ma pur evitando qualsiasi confronto. 107. Valerio aveva posto sulla tomba della moglie Quarta (CIL XII 1018)   20. di cui è superstite. Glanum. 22 Caylus 1752-1767. Una fitta corrispondenza tra Esprit Calvet. la tomba dei Giulii precede chiaramente (di due o più generazioni) il secondo mausoleo. Secondo notizie settecentesche. intercorsa negli anni 1763-1764. VII.maurizio paoletti realizzato dai nipoti. 130. il prestigio e certamente anche le vicende personali di un’ambiziosa élite locale che tra l’età augustea e i primi decenni dell’Impero s’impegna nell’ostentare e riaffermare con vigore il proprio status sociale nel quadro cittadino. inoltre.C.Gazenbeek 1999. I. Ma è del tutto probabile che siano andati distrutti durante i grandi la­vori di spianamento cinquecenteschi. (con datazione al I-II sec. al momento. peu differant par sa forme. una documentazione molto dispersa e disomogenea rende difficoltoso cogliere l’aspetto architettonico di questo anonimo mausoleo databile non oltre i primi decenni del I sec. dall’apparato decorativo della tomba dei Giulii. Se la dispersione pressocché completa degli elementi architettonici e scultorei lascia aperte molte possibilità circa l’aspetto reale del mausoleo.). 21 Gateau . d. Posta a nord dell’oppidum di Glanum. tra le fonti secondarie segnalo Papon 1787. databile forse in età augustea.

Maiuri 1960. Myriam Pilutti Namer e Alessandro Poggio. 1 2 325 . Ringrazio. rivestito in origine di intonaco bianco con una fascia rossa alle estremità. presentava una decorazione a finto bugnato a imitazione del I stile (Figg. per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti. La tomba. raramente impiegato nella colonia. mentre la fronte. dei cui consigli e incoraggiamenti si è giovato tale lavoro. 2-4). Sono estremamente grata a Gianfranco Adornato. Devo molto agli insegnamenti di Paul Zanker. Su questi si trova una cornice con gola rovescia e listello cui si raccorda un dado in opera incerta di calcare del Sarno e lava trachitica con angolari in laterizi. infine. Oplontis e Pompei stessa con il sud. coperti rispettivamente da intonaco rosso e bianco. eretta. tale complesso funerario monumentale è annoverato tra i più importanti del centro campano. a Lucia Faedo e Maurizio Paoletti. e ai proficui scambi di idee avuti con Elisabeth Deniaux durante il mio soggiorno parigino. una tomba di prima età imperiale posta nella necropoli suburbana di Porta di Nocera a Pompei. inquadrata da lesene corinzie in stucco. alludendo al marmo. Al momento dello scavo anche il corpo del podio era interamente rivestito di intonaco bianco che. nel fervore degli sterri avviati sotto la direzione di Amedeo Maiuri (Fig.De Caro 1983a e 1983b. Herculaneum. di cui non si può definire il coronamento. dove si pensa abbia trovato sepoltura un maggior numero di personaggi dell’élite locale. prende il nome di 13ES per la sua localizzazione nel settore sud-orientale (Fig. 1)   1. è stata messa in luce e liberata dai resti del materiale piroclastico nel settembre del 1955. Come noto. attraverso Nuceria Alfaterna. nella numerazione attribuita da Antonio d’Ambrosio e Stefano De Caro nell’editio princeps della necropoli. lungo la direttrice stradale che metteva in comunicazione i centri costieri di Cumae. ne impreziosiva la vista: le pareti secondarie erano lisce. Si compone di uno zoccolo in opera incerta di lava con ammorsature in laterizi. su cui si impostano due gradini di uguale struttura. Puteoli. Il monumentum è posto nelle immediate vicinanze della porta urbica e. d’Ambrosio .Modelli urbani per forme di autorappresentazione locale Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera Marianna Castiglione Scopo di questo contributo è la riflessione sul rapporto tra arte e potere e sul ruolo dell’imitatio Urbis nella periferia tramite l’analisi di un singolo caso in uno specifico contesto. per l’opportunità di presentare un contributo negli atti del convegno. secondo soltanto a quello presso Porta di Ercolano. come di consueto nei sepolcreti di città romane o romanizzate. da cui ho costantemente ricevuto sollecitazioni per nuovi spunti di indagine. gli amici e colleghi Antonino Meo. Neapolis. 2)   2. 177-178.

Franzoni 1987. Le lacune dell’intonaco di rivestimento permettono di apprezzare. un’anomalia costruttiva che può essere spiegata come esito di un restauro antico. Sogliano 1937. da inquadrare entro il primo quarto del I sec. per la prima volta. tenendo in considerazione il restauro operato post 62 d. la scelta di non impiegare il solo opus testaceum per il ripristino del monumento. con particolare attenzione alla rispettiva resistenza. è una scelta autorappresentativa comune nei sepolcri romani sia del ceto medio – Sui materiali da costruzione a Pompei. Facchinetti 2003a (relativamente all’ambito funerario). 14EN). osservando la diversa tecnica muraria – fasce alterne di opera testacea e incerta – e i differenti materiali in essa adoperati (oltre alla lava trachitica e al calcare sarnense si utilizzano qui cruma lavica e tufo nocerino). d. una esatta cronotipologia delle tecniche murarie. 6 Sull’inutilità di operare equivalenze tra le tipologie funerarie adottate e le classi sociali: Eck 1998. la lava e il calcare sedimentario. dove ha una percentuale di diffusione del 32%. ritrovandosi in numerosi centri della Penisola. Diversamente dai fregi d’armi con intento ornamentale. per l’analisi diastratica dell’intero complesso funerario e per la definizione dello status del defunto in particolare   6. confermano. da van Buren 1959. tecnica muraria. 3 326 . se­guito a uno dei numerosi terremoti che colpirono Pompei. può invece far ipotizzare un rifacimento attuato in seguito a un terremoto precedente tale data. per esempio. perché facilmente reperibili. d. Per una sintesi sulle raffigurazioni di armi: Polito 1998 e 2011. la tomba a podio. comuni nel linguaggio artistico greco. Se il repertorio di segni che rimandano al mondo del lavoro. Il raffronto tipologico e stilistico. testimoniata anche in questo monumento: la lava veniva posta nella parte bassa della struttura. molto comune in età romana. come appesi alla parete fron­tale della tomba   8. si trovano confronti stringenti per cronologia. 5 Per una sintesi delle tipologie funerarie romane a Pompei e per la loro incidenza percentuale: d’Ambrosio 1998.Van Wonterghem 1990. 4 Adam 2008. Devijver . sulla loro reperibilità e messa in opera: Carrington 1933. Benché non si possa definire. in assenza dell’iscrizione. ormai quasi completamente scomparsa. così come in altre necropoli della stessa Pompei.C. probabilmente sormontato da un secondo ordine architettonico. per una datazione al secondo quarto del I sec. risalire all’identità del titolare del sepolcro attraverso l’analisi della tipologia monumentale scelta. Rebecchi 1978.C. Per la necropoli posta lungo la strada uscente da Porta di Ercolano: Kockel 1983. che risulta dall’analisi dei rapporti tra le strutture murarie della tomba e quelle delle costruzioni immediatamente adiacenti. a. poi. Quello che invece può essere utile per ottenere informazioni sul proprietario e che connota la tomba come un unicum nel panorama sepolcrale pompeiano è l’insolita decorazione in stucco posta al centro della facciata: una panoplia. e dai semplici rilievi sepolcrali con scudi rotondi e una o due lance incrociate sul retro.C. italico e romano. la loro messa in opera congiunta iniziò tra la fine del II e l’inizio del I sec. Wallat 1993.C. si rimarrebbe immediatamente delusi: il tipo architettonico adottato. come pure dalle murature pertinenti a queste ultime e ai monumenti contigui. De Maria 1983. Se si volesse.    4. 8 Sulle rappresentazioni di mestieri in età romana si veda Zimmer 1982. sul monumento pompeiano ven­gono dettagliatamente raffigurati tutti gli strumenti del mestiere. laddove sia generica e diffusa. densità e peso. Gli editori. Dobbins 2008.marianna castiglione I materiali utilizzati. sono comuni in città. Si tratta del­l’ulteriore conferma che la tipologia da sola. rivestimento e apparato decorativo del prospetto    5. per Pompei. Adam 2008. tipica muratura di rivestimento delle costruzioni e dei restauri databili dopo il 62 d. La generale buona conservazione del rivestimento al momento della scoperta ha fatto propendere. 7 Su tali raffigurazioni si vedano. insieme alla cronologia relativa. sullo spigolo nord-oc­ ci­dentale. infatti. 109. non può essere utilizzata. indicano come probabile causa della distruzione e del successivo rifacimento il terremoto del 62 d.C. una datazione leggermente più alta.C. 6)   7. che si mostrava all’antico osservatore come una Berufsdarstellung (Fig. è. però.. e da circoscrivere verosimilmente all’età augustea. La foto della panoplia ancora vi­si­ bi­le è stata pubblicata. grazie alla perizia tecnica e alla specializzazione delle maestranze. il calcare per lo più in quella superiore    3. poi. Dessales 2011. così come a Porta di Ercolano (N42). pur allusivi al rango del defunto (Fig. A Porta di Nocera (10EN. a partire dall’età tardo-repubblicana. 5).

presenta arcate sopraciliari fortemente inarcate. a sinistra un pugnale. al fenomeno del colonato e alla presenza dei veterani a Pompei. 40. inframmezzate da elementi circolari. sembra emergere da un insieme di foglie di medie dimensioni.14) e per i Galli (D. che richiamano una realizzazione in metallo sbalzato. Gall. La figura. esibiti simmetricamente ai lati dello scudo si notano a destra un gladio nel fodero. 15 La realizzazione ‘metallica’ delle foglie rimanda alle corone d’oro. e cingulum   11. probabile allusione a una vittoria militare che vide il defunto tra i protagonisti   15. che esibivano fasces e sella curulis. maturo. originariamente formate da foglie di alloro. ma complementare all’iscrizione attualmente mancante. 337R00). caratteristica di tale arma. Parla di intento «retrospettivo» e «prospettivo» dell’arte funeraria Panofsky 2011. che.De Caro 1983b. una 9 Sul rapporto tra il messaggio epigrafico e quello artistico delle tombe. 7). Gli oggetti. databile in un periodo immediatamente successivo alla scoperta della tomba e necessaria per l’analisi puntuale e ravvicinata dei particolari.S. di cui una ricade sulla gota. che in assenza di una conferma epigrafica sono l’unico indizio rimasto in nostro possesso sull’identità del proprietario del sepolcro. scheda della tomba) hanno proposto di identificare il pugnale con un parazonium. forse per il contrarsi del viso. citato su concessione della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. 5. leggermente incavati e di dimensioni ridotte rispetto alle proporzioni generali. connesso. è connotato da una capigliatura con lunghe ciocche ondulate e scomposte. probabilmente un ufficiale di cavalleria. e infine un pilum   12. con la fascia esterna nera a simulare la pelle e l’umbone in stucco bianco a rilievo   10. Oggi come nel passato.   13 L’uomo. che non riuscì a risalire ulteriormente prima della sua morte. attributi della regione in cui dovette vivere questo barbaro vinto. La decodificazione delle immagini suggerisce innanzitutto che il titolare del sepolcro era un eques. L’assenza di una lama ricurva. si veda Franzoni 1997.C.28). mentre nel Diario di Scavo del 5 settembre 1955 si parla di una sica. Il volto. che inquadrano gli occhi espressivamente diretti verso l’alto. svincolate dall’appartenenza a un fregio continuo e aventi una funzione rappresentativa e non più soltanto decorativa. Si confronti Facchinetti 2003b. dunque. ma anche il particolare dell’umbone configurato al centro dello scudo (Fig. però. e folti baffi. Quello che rende unico il monumentum pompeiano. lanceolate con nervature marcate. 12 Polito (1998. 5. non è solo la decorazione nel suo insieme. Per la forma del pugio. anch’esso con fodero. Intorno al collo l’uomo reca un elemento identificato da alcuni con un torques. non più apprezzabili dal vivo. se decise di esibire con orgoglio e in maniera definitiva simili indicatori della posizione raggiunta. reca al centro una parma dipinta di rosso. 11 Gli editori (d’Ambrosio . appena aperta. 14 La connotazione dei barbari attraverso i capelli lunghi e i baffi ha un riscontro letterario per i Britanni (Caes.Modelli urbani per forme di autorappresentazione locale si pensi alle scene di genere o agli attrezzi del mestiere –. 10 Per questo genere di arma si veda Polito 1998. a puntale sferico. Si tratta verosimilmente di ramoscelli di alloro con bacche. 157-158) identifica quest’ultima arma come una lancia. 41-45. La decorazione. qui non accessoria. presentano in maniera retrospettiva il defunto e il suo status dinanzi e all’interno della società   9. il cui movimento rivela un atteggiamento di indomita resistenza. con ogni probabilità. che già nella Grecia classica. e afferma che si trova sottoposta allo scudo. rivela una certa vigoria fisica. rifiutando il pilum. non altrettanto frequente è la volontà di mostrare un insieme di armi disposte paratatticamente. vivacemente volto verso sinistra. ma soprattutto in età ellenistica. che inquadrano la bocca nitidamente delineata. si riesce a distinguere il busto di un captivus barbaro. venivano inviate in dono al vincitore dagli 327 . e dunque un appartenente al primo gradino della scala sociale. 145. su cui può leggersi uno spasmo di dolore   14. Dalla documentazione dell’Archivio fotografico. munito del relativo cingulum. in atto di sofferenza e dietro il capo rami di piante. il cui collo nerboruto. però. fa escludere quest’ultima ipotesi. così descritto nel Diario di Scavo: La parte centrale [scil. a volte rivela delle consapevoli esagerazioni della realtà per il tentativo arbitrario del committente di elevarsi socialmente: Cébeillac-Gervasoni 2003.. dello scudo] invece è dipinta in rosso ed al posto dell’umbone vi è incastonata a rilievo la testa di un barbaro. d. Tramite gli elementi pertinenti al mondo militare era esplicitato il mezzo della propria promozione sociale. a differenza del primo. sia dei magistrati. che rimanda a esempi originali databili entro il I sec. 13 Giornale degli Scavi del 05/09/1955 (foto 336R00.

per quanto concerne il genere artistico.16-17). che alludevano certamente anche all’oro che avrebbe arricchito l’erario di Roma (si confrontino a riguardo Künzl 1988. sono due lastre fittili di rivestimento. 20 Della presenza a Pompei di modelli e maestranze urbane impiegati nella costruzione di monumenti pubblici sono testimonianze tangibili. protomi animali e teste di creature mostruose o divinità come emblemata. 247). Ulteriori confronti.5. Germ.10 e 6. altresì.2 e 4). i Romani e i barbari possedevano scudi recanti Gorgoneia. 4. La presenza di un umbone configurato. 76. percepibile con un’osservazione ravvicinata. un grande clipeo con un Gorgoneion come episema (Pellino 2006. abbandonando la possibilità di individuarne dei paralleli. 8)   18. che riecheggiano soluzioni simili adotatte nel Foro di Augusto (La Rocca 1993. il sepolcro di Eumachia). nel Foro Romano presso le tabernae novae della Basilica Emilia. Gall. evocativi dei territori lontani dove si svolsero le battaglie dei Romani. in posizione araldica. per esempio.21. una testa di Medusa. Allo stesso modo. ancora nella città vesuviana. con le imagines clipeatae della decorazione in stucco nella lunetta orientale dell’apoditerium maschile delle Terme Stabiane (VII 1.266. datata tra il 70 e il 79 d. alleati oppure da popoli. ma anche quelle derivanti da una circolazione più ampia: alcuni monumenti della necropoli (la nota tomba dei Flavii. fittili. Gasparini 2009. con fattezze caricaturali.1. 21 L’influsso dell’arte ellenistica attuatosi. oltre a simboleggiare la vittoria e il prestigio del singolo trionfatore. 35. Agli occhi dei contemporanei non si trattava di una scelta inusuale. 5. 233-234). XII). 17. Esse erano esibite nei cortei trionfali e. La testa. mostrano infatti aspetti diversi di elaborazione di tipologie architettoniche urbane    20. MANN. n.8). per esempio. inv. a questo punto. 6. Per i Britanni: Caes. che pone la testa del barbaro tra datteri e rami di palma. ancora una volta. 190-191. rinvenuto nel Quadriportico dei Teatri (VIII 7. Si ritiene. 18 Un esempio coevo alla raffigurazione in stucco è lo scudo in bronzo con agemine in rame e argento. per esprimere la propria fedeltà o manifestare la loro sottomissione. a proposito dei Germani o dei popoli della Britannia   16. però. Orat. rinvenute nella Casa del Criptoportico (I 6. L’immaginario di cui gli abitanti di Pompei disponevano non comprendeva solamente figure e forme circoscritte all’area cittadina.25. 51-52. Plin. che presentano due figure di Amazzoni o Arimaspi a rilievo che reggono. Inst. la figura di un barbaro   17. 19 Per le imagines clipeatae delle Terme Stabiane: Sanpaolo 1996. si trovano confronti di scudi. Per una sintesi delle principali decorazioni configurate degli scudi: Polito 1998. così come alcune caratteristiche del Foro. la decorazione della tomba 13ES di Porta di Nocera si ispira alla tradizione ellenistica non direttamente e per se. dipinti o in metallo. Tac. 2.C. testimonia un’acribia disegnativa e una resa calligrafica rara per un supporto in stucco di piccole dimensioni. proprio la testa del barbaro al centro dello scudo. con il suo abbandono all’indietro. 5669 (d’Ambrosio 2003. che differiscono sia per la cronologia che per il livello sociale.marianna castiglione più attenta osservazione. la tecnica produttiva e la stessa realtà materiale. Östenberg 2009. 16 Per i Germani: Caes. ha fatto sì che in letteratura si parlasse dunque di un unicum. gli elementi della mimica facciale così come i particolari della capigliatura. datati alla prima età augustea. 42. Quint. di poter difficilmente accettare l’ipotesi di Varone (1993. recava dipinta. 56-58). non era una novità: le fonti letterarie ricordano che almeno uno tra gli scudi sottratti da Mario ai Cimbri e collocati. dunque. come Cesare e poi anche Tacito riferiscono.7 e tav. 17 Cic.38. città. capo di abbigliamento delle popolazioni barbariche. Nella stessa Pompei. Ci si chiede. che i combattenti presso i Greci. quale sia e se si possa rintracciare il modello citato consapevolmente dal committente. rivela che si tratta probabilmente della schematizzazione di una pelle di animale annodata per le zampe. 119-127). poiché le fonti scritte e la documentazione archeologica attestano. perciò.14. tramite la mediazione urbana fa riflettere.3. Gall. La mancanza di confronti puntuali per la decorazione pompeiana. 50). erano veri e propri trofei di proprietà pubblica. per fare soltanto un esempio. che costituisce una variante iconografica che avrà una successiva fortuna. con il più comune Gorgoneion apotropaico al posto dell’umbo (Fig. a memoria imperitura della sua vittoria. per umbone. La particolarità della tomba in esame è. 41. 245. potrebbe riecheggiare forme espressive pa­tetiche di lontana ascendenza ellenistica. però. Nat. che reca una superficie decorata a foglie di olivo e. le forme e le decorazioni del Capitolium (Zevi 1996. per lo specifico caso dell’umbo qui trattato.    19. e la stessa progettazione e costruzione degli archi onorari (Gasparini 2009). VII. che rimanda a un modello colto: il forte chiaroscuro. ma tramite il modello dei clipei figurati rintracciabili nell’Urbe    21. sulla circolazione di modelli e sull’adozione di un repertorio comune nel- 328 . 126-127) e del Tempio di Apollo (Pesando 2006. Buccino 2008. regnanti o stati assoggettati.

3 Fra i lavori recenti si possono vedere Haselberger 2007 e 2008. Nella dinamica fra committenza. iconografie e stili. con la sua ossessionante teoria di clipei e cariatidi. in particolare Schneider 2008b. La ricerca moderna ha sviscerato in ogni modo l’arte augustea in quanto esempio principe di arte politica. sono stati – certo non a caso – scelti come sedi romane di una mostra che mette a confronto monumenti imperiali romani e cinesi. La Curia e il Palazzo Venezia. Dopo la lunga eclissi postbellica. 1 2 339 . Hesberg . in quanto principali poli d’interesse sui quali si sono elaborati nel tempo i paradigmi interpretativi del potere imperiale e delle sue manifestazioni esteriori (apparato. l’ennesimo. destinato a Arweiler . appare ai più pacifico e indiscutibile. all’operato del suo fondatore Augusto. nel quale si è affrontata la concezione del potere di ogni epoca. tanto che proporre qui un sunto illustrato dei principali monumenti.Xu Pingfang 2010.L’arte augustea negli studi attuali: Una nota Eugenio Polito Chiunque voglia focalizzare il rapporto fra arte e potere. in un accostamento d’impatto immediato che pare non aver bisogno di prove e verifiche. insegne. prima di fare tappa in Italia. anche se è stato in realtà oggetto di approfonditi studi comparatistici    2. con tutto il loro portato storico sostanzialmente intatto. sono stati illustrati in copertina dalla ricostruzione del portico del Foro di Augusto. resa ancor più perentoria e soffocante dalla cecità degli specchi dell’attico in cui i clipei sono inquadrati    1. rituali. gli studi più importanti di quegli anni ricostruivano un sistema di creazione delle immagini e dei monumenti dalla forte connotazione ideologica. elaborazione intellettuale e maestranze si sarebbero definiti i termini del linguaggio architettonico e figurativo del tempo.Gauly 2008. qualunque epoca si trovi ad affrontare. non potrà fare a meno di riferirsi in ultima analisi all’impero romano e. il rinnovato entusiasmo per l’arte augustea degli anni Ottanta ha prodotto una serie di indagini fondamentali: pur mettendo già allora in guardia dal rischio di trasporre all’antico categorie moderne come quella di propaganda. monumenti e immagini celebrative). Sull’approccio comparatistico: Mutschler . basato sul cosciente utilizzo di tipi architettonici e decorativi.Mittag 2008. in modo particolare. De Caro . luoghi entrambi legati per vie diverse al simbolismo e all’ostentazione del potere. Ancora di recente. appare veramente superfluo   3. la mostra è stata allestita a Pechino.Zanker 2009 (vari contributi). Heilmeyer 2010. gli atti di un convegno dal significativo titolo di Machtfragen. Che la concezione dell’impero romano nascente sia stata tradotta in monumenti e immagini con essa coerenti e a essa funzionali. Schneider 2008a e 2008b.

con visioni assai articolate e sfaccettate. si veda anche Landwehr 1998. Nel frattempo.Eugenio Polito costituire poi per secoli la base dell’immaginario imperiale   4. 10 Veyne 2002. questo si sarebbe rivolto esclusivamente al passato di Roma. 8 Hölscher 2000. ma solo al complesso di valori ormai stabilmente collegato alle varie forme e iconografie. benché. non quindi a modelli greci storicamente determinati. Zanker 1987. 5 In questo senso è importante l’evoluzione ravvisabile nella raccolta di saggi di Zanker 2002. con esplicito riferimento alla teoria weberiana del potere. proponendo una visione di essa in contrasto con quella predominante fino a pochi anni fa: a essere posta in dubbio. Tali orientamenti non sono esclusivamente centrati sull’arte augustea e trovano le loro radici in più ampi processi di ripensamento sulla cultura figurativa di età classica: mentre si mettono sempre più frequentemente alla prova le relazioni fra testo e immagine. Alcuni studi degli ultimi anni hanno però rimesso più o meno esplicitamente in discussione quanto pareva acquisito sull’arte augustea. nella scelta di modelli classici non vi sarebbe nessun concreto riferimento al periodo classico in quanto tale. 270. Le pubblicazioni sull’età augustea si susseguono ancora oggi incessantemente. proseguendo spesso sulle basi gettate nei decenni precedenti. Comune a queste impostazioni è una visione sempre più sincronica. come quasi sempre Di grande influenza. Un orientamento di crescente rilevanza nel panorama scientifico attuale è poi quello. dedicato al «sistema semantico» dell’arte romana   7. svelando la labilità di ogni rapporto fra queste due sfere. Allo stesso tempo. Se i mutamenti di rotta appaiono di portata generale. gravitas. per il rapporto fra artisti e committenza si veda anche Saladino 1998.Zanker 2005. 7 Hölscher 1987. si veda anche Kaiser Augustus. 4 340 . per una revisione della questione e una dossografia. 2005. in cui i fenomeni storico-culturali vengono descritti in termini di continuità e mutamento. Decisivo è stato certo l’influsso delle posizioni di Paul Veyne: questi spiega l’apparente problema dell’invisibilità di molti monumenti antichi nel dettaglio con la formula dell’apparato monarchico. Altrove. come poche altre legata tradizionalmente a una visione politica. che avrebbe posto come esigenza primaria la creazione di monumenti celebrativi a prescindere dalla loro reale leggibilità   10. Hölscher . capace di esprimere pressoché esclusivamente valori etici basilari (pietas. non solo di età imperiale: in questo caso la dimensione storica appare del tutto in secondo piano   9. tradizionalmente ricercata nella dinamica fra committenza e realizzazione dell’opera. Un filone ci pare meriti particolare attenzione per le conseguenze che l’impostazione proposta finisce per causare: partendo dai principi enunciati in un importante e influente saggio di qualche anno fa.. come noto. definito un quadro armonicamente postmoderno da Hölscher 2000. tesa a riconoscere fatti strutturali a prescindere dalla loro genesi storica. 242 s. 21-23. Tonio Hölscher ha proposto recentemente di interpretare l’universo figurativo di età augustea come una sorta di sistema chiuso. alle pagine di Hölscher 2000 e di La Rocca 2004. certo è però che essi hanno avuto e stanno avendo effetti particolarmente dirompenti sull’idea stessa di arte augustea. si confutano le ipotesi di una coerenza programmatica nella concezione di monumenti e immagini ‘ufficiali’. una radicale revisione ha riguardato categorie euristiche invalse nell’uso ed essenziali per le interpretazioni tradizionali dell’arte augustea. prevalente nell’ambito anglosassone. nello spirito dei «cultural studies»   6: la realtà monumentale e l’immaginario vi compaiono però solo come un aspetto del quadro complessivo. Se interesse storico c’era. più di recente si veda Wallace-Hadrill 2008. segno dell’immutato fascino esercitato dal momento fondativo dell’impero romano e dal suo protagonista in tempi di prolungata crisi di ideologie e punti di riferimento storici e culturali.Hölscher 2007. privilegiando la prospettiva della fruizione e della funzione delle immagini nei contesti «di vita»   5. 2009a. lo stesso Hölscher abbozza una teoria del decor come motore ultimo dell’arte antica. un’ampia corrente di studi ha posto in secondo piano l’aspetto politico-ideologico dell’arte romana. 9 Hölscher 2004. per il quale trasformazione culturale e identità sono poli costanti della riflessione. Rimando. o del tutto accantonata. 6 Per gli studi augustei l’avvio è probabilmente da individuarsi nel noto saggio di Galinsky 1996. dignitas) sfruttando un rigido repertorio di immagini dai significati «precaricati»   8. 243. è la dimensione storica delle scelte monumentali e artistiche dell’impero nascente. Per una visione d’insieme si vedano Neudecker .

12 Va. che critica il concetto di classicismo e lo dice «irreführend». ci pare che proprio l’adozione di un sistema intellettualistico di utilizzo delle immagini. e continuava «Unter Archäologen ist ein gewisser Überdruß an Augustus unverkennbar»    13. al contrario. e comunque presso il grande pubblico. quello semiotico. Cain 1995. 13 Hölscher 2000. Già oltre dieci anni fa Tonio Hölscher si domandava «Wie soll es weiter gehen?».Zanker 1970-1971. il classicismo. Una simile posizione implica difficoltà di non poco peso. il meccanismo evocativo innescato con l’utilizzo di forme e immagini di ascendenza classica. anche segnalato l’equilibrato tentativo di messa a punto di Eugenio La Rocca. 268 s. cui si sarebbe attinto come da un campionario. come si esprimeva lo stesso studioso tedesco    14. Per l’impostazione del dibattito è ancora importante Flashar 1979. 341 . l’eclettismo. so­no stati dichiarati volta a volta inesistenti o fuorvianti   11. garantisca della competenza e della piena comprensione dello strumento usato da parte di committenti. 77. non rinuncia a considerare l’aspetto formale come significativo nella trasformazione della cultura del primo impero: La Rocca 2002 e 2004. In un successivo contributo. però.Dräger 1994. Del resto. dal debole fondamento teoretico: così l’arte neoattica. in presenza di strumenti iconografici e formali già precostituiti. richiamati tradizionalmente come elementi caratteristici dell’epoca che c’interessa. Che ben presto. 14 Hölscher 2004. non può non essere stato presente nei suoi termini storico-ideologici a chi lo applicava. eventuali intermediari intellettuali e maestranze: di tale strumento non si sarebbero altrimenti comprese e sfruttate appieno le potenzialità. gli articolati progetti augustei venissero recepiti solo per il loro valore ideologico romano e delle forme greche non risultasse che una generica eco nei nuovi contesti in cui si copiavano fabbriche e immagini augustee è ugualmente certo: ma ciò non sarebbe avvenuto senza il complesso lavoro di selezione e adeguamento di forme e immagini avvenuto nei grandi cantieri augustei. dominata dal già ricordato principio regolatore del decor. l’approccio politico. come sostiene Hölscher.L’arte augustea negli studi attuali: una nota accade fra archeologi. 243. Già in precedenza si era fatta giustizia dell’arte neoattica: Cain . Hölscher proponeva un’analisi metodologica dettagliata. meglio direi. scartando via via. negli studi più recenti l’aspetto stilistico-formale è pressoché scomparso dalla discussione    12. e con varie motivazioni. pur cogliendo tutta la labilità del classicismo in quanto categoria interpretativa. In età augustea un simile meccanismo viene senza dubbio utilizzato e sviluppato in modo intensivo e con inedita coerenza: non si vede però la ragione di considerare un tale processo come il risultato di una riflessione circoscritta al contesto di applicazione.). quello socioantropologico. di ascendenza ellenistica. Preisshofen . è fuor di dubbio: ma il modo con cui tali messaggi venivano costruiti. emerso dal nulla e sufficiente a se stesso. che. si confronti a proposito Elsner 2005. finendo per elaborare una teoria della presenza o. Un esempio fra tutti: il passaggio da una valutazione estetica a una connotazione etica delle forme artistiche è stato da tempo riconosciuto come fenomeno elaborato nel corso del periodo ellenistico    15. conduce inevitabilmente a estrapolare il momento augusteo dal contesto storico in cui esso si situa e a considerarlo come privo di precedenti. ormai svincolato dai contesti storici di provenienza dei singoli elementi e caricato di valori etici già definiti. cui si poteva liberamente attingere. Nell’indagare l’universo monumentale e figurativo di età classica in questi termini consisterebbe il compito della generazione dei nipoti di Bianchi Bandinelli. 15 Si vedano ancora Schweitzer 1932. dell’immanenza delle immagini negli spazi antichi. da ultimo La Rocca 2004. Nell’accogliere questi nuovi orientamenti della ricerca. mi pare emerga un rischio da calcolare. Che l’obiettivo ultimo di monumenti come l’ara Pacis o il Foro di Augusto fosse trasmettere contenuti romani per un pubblico romano. Trattare il complesso delle forme architettoniche e artistiche utilizzate nel periodo augusteo come un repertorio preesistente. 11 Per esempio Hölscher (2000.

caso unico per la produzione antica. Non è ovviamente mia intenzione presentare in questa sede una disamina completa dei casi in cui l’immagine del dio divenne a tutti gli effetti ‘immagine del potere’. in sé coerente e. Hölscher. problematico definire chi prendesse decisioni a riguardo. Ampolo. Jaczynowska 1981. emanati a nome dei vari imperatori. 2 Alföldi 1956. Ringrazio. Per una trattazione di sintesi generale di Eracle/Ercole quale Vorbild des Herrschers ricordo: Derichs 1951. pertanto. Per noi moderni è. epigrafiche e iconografiche. C. concentrarmi su un tipo specifico di fonte storica estremamente significativa per questo studio: le monete. a Roma. Se durante la tarda età repubblicana i tresviri monetales avevano ricoperto una posizione di rilievo Ringrazio gli organizzatori del Convegno e in particolare Gianfranco Adornato per il gentile invito a partecipare ai lavori. costituiscono un corpus ricchissimo. Letta e P. T.Ercole: l’immagine del potere (da Traiano ai Severi) Michela De Bernardin 1. lo sfruttamento in senso ‘autorappresentativo’ dell’iconografia di Ercole da parte di uomini di potere. un certo numero di immagini e di schemi compositivi si presentavano già disponibili all’uso. Premessa Dedicandomi ormai da qualche anno allo studio della figura di Eracle/Ercole nel mondo greco-romano e interessandomi nello specifico al fenomeno della imitatio Herculis. le serie monetali insieme ai medaglioni sono a mio parere la massima espressione di tale abitudine. maggiormente rispondenti alle necessità del momento. Tipi e legende vennero a formare un sistema di comunicazione ben codificato grazie al quale. in particolare. a seconda dell’occasione da celebrare o del concetto da trasmettere. le emissioni imperiali. né analizzare nel complesso le abbondanti fonti letterarie. pressoché completo di documenti ufficiali. András Alföldi in un articolo del 1956 definì «visual way of thinking» la consuetudine di Greci e Romani a leggere e interpretare in modo articolato messaggi visivi altamente simbolici   2. come ulteriore spunto di riflessione. arricchendola di consigli e spunti di riflessione. invece. inoltre. Zanker per aver seguito in questi anni la mia ricerca. Queste. Palagia 1986 e Huttner 1997. oppure se ne creavano di nuovi. La bibliografia relativa a Eracle/Ercole e alle problematiche connesse all’imitatio risulta pressoché sterminata. tuttavia. Oggetto principale di questo intervento sarà. infatti. 1 347 . credo che un Convegno il cui titolo coniuga insieme i termini arte e potere sia il contesto ideale per proporre. alcuni risultati preliminari della mia indagine corrente    1. Beaujeu 1955. perciò richiamerò in nota solamente le pubblicazioni più significative e di puntuale interesse per l’argomentazione. 64. C. Vorrei.

esaminerò in maniera più approfondita il caso di Traiano. D’altronde. perciò. era norma che testi informativi o normativi venissero riprodotti identici nelle iscrizioni pubbliche da un capo al­l’altro dell’impero. si confronti. Crawford 1983. per esempio. intervenendo direttamente nella scelta dei tipi monetali e firmando le emissioni. indipendentemente dalla capacità di interpretazione del tipo e della legenda da parte dell’eventuale destinatario. sottolineato che l’atto stesso di batter moneta era innanzitutto. 4849. alcune emissioni costituiscono richiami puntuali alla sua attività edilizia. in effetti. la zecca imperiale di Roma emise per la Calabria 2000. Sebbene costui non potesse. Per la monetazione di tarda età repubblicana . Hölscher 1994. 6 Per la lunga querelle iniziata con Charlesworth (1938) sull’uso propagandistico della moneta da parte dell’imperatore: Howgego 1995. Dalle testimonianze epigrafiche e da alcuni passi di Cassio Dione   4 si deduce. venir personalmente coinvolto con regolarità nella fase di ideazione dei coni. emanazione dell’imperatore il cui nome compariva al D. analogamente./. 7 In generale per la monetazione da Traiano ad Antonino Pio: Strack 1931. credo sia comunque lecito parlare di uno strumento (non l’unico e non il più incisivo) per rafforzare il consenso nei confronti del princeps. 71-74. 49-63. mentre altre presentano degli elementi troppo peculiari per non adombrare la personalità del singolo Augusto. A tal proposito. 54. con il principato dovettero subire un notevole ridimensionamento. Utili sono anche Belloni 1974. vorrei mostrarne la rilevanza proprio nello studio del rapporto tra i vari imperatori e la figura di Ercole. 95-104. 2. Va. una fondamentale espressione di autorità e una delle prime forme di potere rivendicate dai nuovi imperatori. è in realtà un falso problema rispetto all’interpretazione delle monete in sé. dal momento che queste insieme ai medaglioni   5 assumevano innegabilmente il valore di documenti ufficiali. 10191021 (sebbene nel complesso troppo negazionista. resta da chiedersi quale fosse il ruolo giocato dall’imperatore e/o da quei collaboratori cui erano note le linee di pensiero del princeps. Derichs 1951. averne ben chiara l’importanza   6. anche. però.C. esplicitamente proposto quale modello del ‘buon sovrano’ e punto di riferimento dell’imperatore nelle sue fatiche di governo. le monete diffondevano in modo diretto e relativamente semplice messaggi ideologici condivisi e promossi dal princeps. persistendo ancora nel corso del III sec. Ercole nella monetazione traianea Posta questa necessaria premessa. I tresviri continuarono dunque a venir nominati e a svolgere entro certi limiti la loro funzione di pubblici magistrati nel processo che portava all’emissione delle monete imperiali. 1933. confrontandolo via via con quello dei successori   7.prima età augustea: soprattutto Zanker 1987. Si confronti per esempio CIL XIV 3593 e si veda D. Barello 2006. inoltre. i medaglioni erano indirizzati a un ‘pubblico’ differente rispetto alle monete di normale circolazione (si veda. 70-71 (posizione moderata e condivisibile). 199-200.6. 3 4 348 . Contestualmente. tanto più che a partire dal 4 a. Belloni 1976 e 1993). 5 Coniati in piccolo numero. 107. Se fosse il princeps a suggerire determinati soggetti. o non fossero piuttosto i funzionari della zecca a proporli. d. che molto frequentemente trova spazio sui rovesci monetali.C. Con l’età di Traiano si apre un periodo di devozione molto intensa nei confronti di Ercole. bellica o civile. si constata la definitiva scomparsa dei loro nomi dalle monete in circolazione   3. 85-88.26.C. Nonostante il termine propaganda non sia del tutto corretto per descrivere questo fenomeno dell’antichità. che la carica come tale non venne affatto soppressa. Garzón Blanco 1988. Si tendeva così a creare una prospettiva unitaria rispetto alla quale leggere l’operato imperiale. La commemorazione di alcuni eventi importanti e l’accostamento di determinate figure divine al profilo imperiale erano parte integrante di tale procedimento di informazione ‘persuasiva’. ben disposti a cogliere e anticipare i suoi desiderata. che dovevano. 1937. Tella 2002).Michela De Bernardin nel­l’organizzazione della zecca di stato. a sottolineare l’interesse per le monete imperiali in quanto riflesso di valori celebrati dal princeps.

è. 17 Si veda Pensa 1978. il tipo compare contemporaneamente anche su alcuni denari (BMCRE n. 93 (quin.).5.: BMCRE nn. 204. anzi l’iconografia è relativamente comune e ravvicinabile a quella del cosiddetto «Ercole Borghese»   20. 28-30. Senza l’inserimento di una legenda chiarificatrice. Qui il dio viene presentato nudo. Il particolare del piedistallo ha indotto gli studiosi a pensare che le monete riproducano una statua. a distinguere il volto senza barba del giovane dio.C.C.Palagia .: BMCRE 51 (†). 86-92 (den. 54). 18 Negli esemplari migliori delle emissioni traianee si riesce. dovremmo piuttosto immaginarlo simile all’Ercole visibile sugli aurei coniati tra il 119 e il 122 d. disposte ai suoi lati all’interno della struttura   17. sostanzialmente differenti.30-31.C. con la clava nella mano destra e i pomi nella sinistra. 16 BMCRE nn. e noto tramite copie e varianti romane (Boardman . e. 13 Oria Segura 2002. Il tipo traianeo e quello adrianeo sono. L’imperatore. 98-99.: Cohen n. e 749. infatti.C. Il conio traianeo non ha di fatto alcun elemento che rimandi specificatamente al sito spagnolo. 56-58. la BMCRE nn. oltre agli eventuali ex-voto   13. Già a partire dal 100 d. 81-85 (aur. 146. 274-276. con ponderazione opposta. 112-113 (la moneta di Traiano si riferirebbe non alla statua di culto. portato a interpretare tale revival traianeo della figura di Ercole proprio in connessione con l’antico santuario gaditano. Philostr. in particolare mancando il secondo sia della base che della leonte ed essendo glabro il primo. Il tipo è ripetuto su aurei.   9. per fonderla con quella del dio ‘romano’ dell’Ara Maxima   11. a. difficile sostenere che rimandino alla medesima statua di culto ipoteticamente presente a Gades    19. erede del culto del Melqart fenicio-punico. Nella destra tiene la clava rivolta a terra. la sinistra è piegata e portata lievemente in avanti). ma a una importante statua di «Ercole Gaditano» elevata nel santuario) e 138-139. Il tipo è ripetuto anche su una serie di quadranti non databili (BMCRE nn. all’interno di quella che sembra un’edicola con tetto piatto. che non vi fossero simulacri di divinità nel tempio di Gades    12. infine. Verso la fine del IV sec. Bonnet 1988. la destra pare lievemente piegata e portata in avanti).C. avrebbe così inteso introdurre a Roma l’immagine del dio ‘spagnolo’. 213-214 e 230. lo stesso tipo compare. 97-127).C. sempre databili al 119-122 d. 81-83. tuttavia. 12 Sil. dunque.. VA 5. 19 Oria Segura 2002. 746. 1058-1059). 382 (con legenda Optimo Principi). In altre emissioni auree. a. tradizionalmente l’ultima delle sue imprese.Woodford 1988. 3. García y Bellido 1963. n.C. Denari del 103111 d. n.C.C. contra García y Bellido 1963. Garzón Blanco 1988. qualora accettassimo l’esistenza di una statua di culto e/o di un tipo specifico di «Ercole Gaditano». annodata sul petto. poi. dal successore Adriano   15. quelle relative ad alcune delle sue imprese. 59). a partire dal 112 d. senza la legenda e visto più frontalmente. 257.: BMCRE 213 (*). stante (sulla gamba destra. visto frontalmente e collocato su una sorta di base circolare    8. La legenda dichiara Herc(vli) Gadit(ano). 14 Mierse 2004 (tentativo di ricostruzione del santuario sulla base delle fonti scritte e delle labili tracce archeologiche. Beaujeu 1955. 11 Ibidem. le uniche raffigurazioni di Ercole dovevano essere.C. su rari assi databili tra il 112 e il 114 d. L’origine spagnola del princeps ha. Le fonti scritte a nostra disposizione sostengono. nella mano sinistra il dio mostra con ogni probabilità uno dei pomi rubati nel giardino delle Esperidi. D’altra parte.. ai lati sono una figura virile barbata recumbente e una prua di nave. In alcune varianti Ercole è accompagnato da due figure femminili. da una scalinata d’accesso   16. del 112-117 d. su serie di denari circolanti tra il 103 e il 111 d. 20 Tipo scultoreo creato in Grecia attorno alla metà del IV sec. compaiono degli aurei che presentano Ercole nudo stante (sulla gamba sinistra. caratterizzata da due o quattro colonne e. 636-637. dipinte o scolpite sulle porte del tempio (Silio Italico) o su uno degli altari (Filostrato)    14. talvolta. nato a Italica non troppo distante da Gades. mentre la leonte.). denari e quinari del 101-102 d. in particolare 99. Assi del 112-114 d. 377). perciò. infatti. 225-226. 8 9 349 . 10 Strack 1931.. n. volto a destra. Emissione del 101-102 d. 95-104. scende dal capo lungo il braccio sinistro per venire raccolta sull’avambraccio. diversi bronzetti italici mostrano un’iconografia simile (Schwarz 1990. Mettinger 2004 (culto aniconico a Gades).).Ercole: l’immagine del potere (da Traiano ai Severi) prima volta svariate serie monetali con l’immagine del dio. Palagia 1986. secondo la ricostruzione di Paul Strack si tratterebbe di quella cultuale dell’Hercules Gaditanus   10. per una descrizione precisa delle varianti del tipo. 15 BMCRE nn. 305.C. barbato il secondo   18.C.C. 226. Jaczynowska 1981.

qualora si supponga che l’Ercole sulle monete coincida con la statua realmente presente nel tempio. MC 1265 (II sec. insufficienti per riconoscere in questo tipo numismatico un’iconografia fissa. pur intendendo esplicitamente riferirsi a Gades.C. 164. 38-40). evidenti difficoltà di identificazione. 46). chiamata al tempo di Strabone Didyme (Str. 10). 142-143: le monete raffigurerebbero il naiskos di rito greco-romano inglobato nel santuario di Gades.Michela De Bernardin corretta identificazione della statua risulta fortemente preclusa. Palazzo dei Conservatori. è fortemente incerta (si veda Mierse 2004). n. 215-216 nota 18) ricorda che tra il 100 e il 104 d. 29 Questo tipo di Ercole (con l’aggiunta della leonte abbandonata sull’avambraccio sinistro) è presente anche su un medaglione di Adriano raffigurante il dio proprio nel giardino delle Esperidi (Gnecchi II. da cui. 99100. 24 Roma. anche. nondimeno. 26 García y Bellido 1963. Meglio pensare che si tratti di raffigurazioni ‘attributive’ analoghe a quella di Oceano: potrebbero essere due Esperidi poste al fianco di Ercole. è l’interpretazione del­ l’edicola con tetto piatto come naiskos (per il culto greco-romano) del santuario di Gades   26. il quale reca già in mano i loro pomi    29. 37-38: l’aspetto orientaleggiante della struttura sulle monete (tetto piatto. solo la presenza sul campo monetale della legenda. 25 Oria Segura (1996. 27 Pensa 1978. 1993. Ciò comporta. 28 Poco plausibile è la soluzione di García y Bellido (1963. tuttavia. si accedeva all’immagine di culto. ma credendo fossero raffigurate delle divinità realmente onorate nel santuario. non essendo testimoniato per Gades il culto di alcuna triade divina   28. Galinier 1998. Gangloff 2009. 23 Si veda. 40. le pensava dee protettrici di Gades. su cui si impronterebbe quella del nostro santuario.5. presentano altri problemi che ostacolano l’identificazione con la statua di culto. però. a. 145): le due figure femminili sarebbero allegorie delle due popolazioni che abitavano Gades. della prua di nave e della figura maschile recumbente (facilmente riconoscibile come Oceano) rende perspicua la localizzazione gaditana cui l’emissione si riferisce. danneggiata nell’incendio del 64 d. dell’Ercole-Melqart di Gades   25. 1094. 22 Se mancano prove tangibili della corrispondenza tra questa iconografia e quella dell’«Ercole Gaditano». In alternativa.C. Montero Díaz 2000. ben pochi sono i dati a disposizione per la ricostruzione dell’edificio gaditano e la stessa architettura dei templi fenici. 350 . Già Strack (1933. la statua di culto del santuario. Di conseguenza. Pensa 1978.: questa potrebbe essere stata l’occasione per la dedica di una nuova statua del dio. Gli scarsi dati archeologici disponibili sono. L’autrice sostiene comunque che le monete adrianee riproducano una statua (forse quella di culto) del santuario di Gades (ivi. inoltre.. invece. È possibile che questo bronzo dorato fosse la statua di culto dell’aedes Aemiliana Herculis nel Foro Boario (si veda per esempio Ritter 1995. Traiano restaurò l’area del Foro Boario. abbondantemente diffusi in tutto il mondo romano   23 con repliche e varianti. Hekster 2005. tipo di decorazione architettonica) avvalorerebbe l’ipotesi della riproduzione dell’edicola del santuario di Gades con la statua del dio. Le monete di Adriano. Discutibile. 124-125 nota 4. anche le due figure femminili che l’accompagnano su alcune varianti dovrebbero essere considerate statue di divinità. cultuale. Infine.). non si può    21 ragionevolmente inferire che si tratti di una scultura raffigurante l’«Ercole Gaditano»    22. fra cui spicca il grande bronzo dorato del Palazzo dei Conservatori rinvenuto nel Foro Boario (imberbe e con ponderazione opposta rispetto alla nostra moneta)   24.C. tramite una scalinata. 215-216 nota 18. rimane però la possibilità che sia da riconoscervi una statua di Ercole eretta dallo stesso devoto Traiano.C. L’immagine adrianea del dio pare anch’essa basata su modelli greci di fine V-IV sec. In realtà.3). con Strack. piuttosto che a Gades. inv. a. proponeva si trattasse di divinità del culto fenicio. opterei per una collocazione a Roma. o come riproduzione fedele della struttura di stampo fenicio-punico dello stesso santuario    27. A ragione Hekster (2005. 3. 9. 86) intendeva le due figure femminili quali Esperidi. al contrario. 30) definisce l’iconografia di «Ercole Gaditano» in epoca imperiale «escasa y problemática». Musei Capitolini. 21 Si vedano anche Belloni 1974. tanto meno vi si può vedere.

3 Tezi 1642. 36-37 e 488-489. Faedo 2001.Frangenbeg 2005. è un rilievo con un leone. 193-207. a ornamento dello scalone. oltre a Haskell 1987. l’autore fa evocare l’opposta qualità morale del Pontefice. 1) – un modesto coperchio di sarcofago ora a Wisbeck – gli offre lo spunto per presentare la statua del Fauno voluttuosamente immerso nel sonno (Fig. capace di riconoscere e amare la vera bellezza nella virtù   3. Dalla vicina statua di Narciso.Frangenberg 2005. 74-74. secondo una modalità di fruizione allora assai comune    2. presso l’accesso del­l’appartamento del piano nobile. in posizione di grande evidenza. già rimarcata da von Pastor    1. Aedes Barberinae. L’immagine Pastor 1931. 99-100. 36 e 484-487. 920. Faedo . quindi. e può arrivare. 182-185. commissionato a Maderno poco dopo l’ascesa di Maffeo Barberini al soglio pontificio. Prima di soffermarmi su alcuni dati inediti. come una preda. 8: Fumaroli 1980. al pari del bottino dei cacciatori che nel rilievo appariva adagiato sul pianale del carro. allora inteso come Apollo/Sole – per esempio da Ripa – mentre accanto. non di rado impiegata dal Pontefice e dai nipoti come dono diplomatico. 205-213. 1994. Sul pianerottolo una nicchia accoglie la statua di Apollo uccisore di Pitone. il messaggio affidato durante il pontificato di Urbano VIII all’apparato di statue antiche collocato. in particolare per la Sala Ovale 38-52.Frangenbeg 2005. Papa Urbano VIII e la sua famiglia durante il papato. Per la statua: Sickel 2007. 2002. Nella descrizione del nuovo Palazzo di famiglia. Herklotz 2010. Faedo . secondo quanto ho potuto ricostruire qualche anno fa    5. credo sia necessario accennare brevemente ad alcuni dei casi che ho già presentato. 1 2 361 . le antichità conservate nel Palazzo Barberini alle Quattro Fontane hanno di frequente catalizzato messaggi allegorici e apologetici diretti ai colti osservatori contemporanei. giovane ucciso dalla malsana attrazione per una bellezza ingannevole. Herklotz 2010. La descrizione di un piccolo rilievo con scena di caccia (Fig. secondo un elaborato programma iconografico. Schütze 1998. 4 Tezi 1642. 2). Girolamo Tezi non si limita a interpretare i busti antichi di uomini e donne illustri. 184-185. Faedo . 540-541. lussamente edita nel 1642.‘Signa’ come segni Riletture dell’antico per i Barberini Lucia Faedo In sintonia con la straordinaria quantità di scritti panegiristici composti per Maffeo Barberini. preso da un monumento funerario. a leggere nella figura sensuale e inerme del dormiente un’allusione alle passioni dominate dalla virtù    4. uno spazio che aveva una funzione rilevante nel cerimoniale delle corti principesche. 5 Faedo 2001. 93. come esempi di vizi e di virtù. Su Aedes Barberinae e Tezi. in quegli anni esposti nella Sala Ovale. Ben più complesso era.

ora al Museo Nazionale Romano. una con una sfera in mano.Lucia Faedo del dio evocava l’astro protettore del Pontefice e nel rilievo si vedeva allora la costellazione del Leone. professore di retorica al Collegio Romano. nella sua Roma vetus ac recens aveva rimarcato la connessione topografica esistente tra il Palazzo dei Barberini e il primo luogo di culto di Giove a Roma. nominato prefetto di Roma e allora principale abitatore del Palazzo   6. il quadro propagandistico e il contesto da me ricostruiti sono stati ripresi da Herklotz 2010. 150-152. che si diceva fondato da Numa: «At Capitolium Vetus. questa era in cielo al momento della nascita e poi dell’assunzione delle cariche. poeta e tragediografo. Ma nel Seicento un pubblico mediamente colto aveva ben presente anche l’identificazione tra la costellazione della Vergine e la dea giusta Astrea fuggita dalla terra con la fine dell’età dell’oro. il Palazzo Borghese in campo Marzio è cantato da Gregorio Porzio come posto tra il Mausoleo di Augusto e quello di Adriano. ubi Barberinarum Aedium horti. lo stesso Cardinal Aldobrandini sottolineò la prossimità tra la sua villa tuscolana e l’antica residenza di Lucullo. allusioni a Giove e alla sua nutrice Amaltea. Durante il pontificato l’arredo di statue che affiancava l’ingresso all’appartamento si completava con due statue femminili. in una nuova età del regno di Saturno. et floreum Capitolium»   11. 8 Ivi. l’altra con un mazzo di spighe. 529. 152-155. 260. 13 Lavagne 1993. ma anche antiquario e studioso della topografia romana. possa essere ascritta anche l’idea sottesa da questo arredo di statue che monumentalizzava l’accesso all’appartamento principale del Palazzo   10. andata perduta. I casi sono molteplici: nei versi di Orsi la Villa Peretti appartenuta alla famiglia di Sisto V è vista incombere sulle Terme di Diocleziano. Nel 1638 Alessandro Donati. composto dal poeta di corte Francesco Bracciolini. sia per Urbano sia per il principe Taddeo. il Capitolium Vetus. l’unico dei nipoti destinato a continuare il casato. in Colle erat. 388. 755. 10 Ivi. sulla carta astrologica di Urbano VIII e di Taddeo: Scott 1991. un ritrovamento che attrasse allora non solo l’attenzione degli antiquari. rappresentare la costellazione della Vergine. La rilettura dell’antichità in funzione celebrativa arrivò a coinvolgere addirittura nel suo insieme la nuova fastosa residenza. 11 Donati 1639. cantata dai poeti di corte come nutrice del principe Taddeo e dotata di un ruolo preminente tra le nove sorelle   7. Gli scritti celebrativi delle residenze di famiglie papali tra metà Cinquecento e metà Seicento mostrano come il motivo della dimora che convive con illustri rovine della Roma antica sia stato un topos letterario con un suo forte potere di suggestione   12. un tema topico nella propaganda papale   9. che collaborò anche alla stesura del programma della volta affrescata da Pietro da Cortona. In questo contesto la statua con le spighe intendeva. quod e Florae Circo spectabatur. Ma nel caso di Palazzo Barberini la relazione con il principale tempio di Roma arcaica si caricò di significati che travalicano il consueto messaggio di mero prestigio: quest’associazione fu interpretata come segno profetico del volere divino che aveva designato Maffeo/Urbano al sommo sacerdozio e tutta la sua famiglia al governo della Chiesa. traendone conferme per la topografia del luogo. e anche nello scalone l’immagine della costellazione poteva richiamare nell’osservatore Astrea e il suo ritorno. la cui iconografia come ninfa che stringe una o più spighe è ampiamente attestata fin dal Medioevo   8. preposta allo studio delle stelle. 146-148. mi hanno indotto a ipotizzare che al poeta. 75-87. 388. 9 Ivi. 3). 12 Faedo 2007. scoperto nei lavori per la costruzione del Palazzo. fatta costruire dai Barberini sulle pendici del Quirinale. per la presenza di alcune caprette. 159-162. 164-166. Alcune peculiari e significative concordanze con il poema encomiastico L’Elettione di Urbano VIII. Donati nel lacerto antico aveva voluto vedere. nella prima si vedeva allora la musa Urania. ritengo. Faedo 2001. 6 7 362 . Ce ne parla lo stesso Donati in un’operina dedicata a un perduto frammento di pittura antica con un paesaggio (Fig. ma anche l’interesse di Poussin e Rubens   13. l’edificio raffigurato nel dipinto fu Faedo 2001. Per l’interpretazione: Faedo 2007.

sapiente e saggio. 388. 21 Per queste sculture: Faedo 2008. il quale ricollega motivatamente lo scritto di Holstenius alla riedizione di Aedes Barberinae progettata nel 1646. L’obelisco. ora a Villa Albani (Fig. una grande statua. che la ricorda anche nel paragrafo dedicato alle guglie. anche se non sappiamo con precisione quale fosse la loro collocazione: una statua di Antinosiris da Villa Adriana ora nei Musei Vaticani. Rossini 1693. fig.‘Signa’ come segni invece poi interpretato correttamente come un ninfeo da Holstenius. 113. 388. che traboccavano di piante rare ed erano affidati alla maestria di Giovan Battista Ferrari. 129. realizzato per la tomba di Antinoo. 276. 529. Herklotz 1999. D’Onofrio 1992. 20 Le vicende del monolite – trasportato a Palazzo Barberini nel dicembre 1632. 97. oggetto di enfatiche interpretazioni celebrative   17. 324. Già nel 1646. il Cardinal Francesco. 358. 16 Connors . Per il cenno in Winckelmann: Raspi Serra 2002. e reimpiegato poi nel Circo Variano – sono ben note.Sgalambro 2007. pur lasciato a giacere in un angolo del cortile per oltre un secolo. 74. 15 Bellori 1664. non fu considerato un elemento secondario nell’arredo dei fastosi e sterminati giardini. Per una recente proposta ricostruttiva della tomba di Antinoo: Mari . indicata come il principale motivo di interesse dei giardini Barberini ancora nel 1676 nella guida di Roma edita da Connors e Rice.Niccolò 1988. Vedremo tra poco come il tema della sapienza sia una costante di grande rilievo nella propaganda barberiniana e come in Numa si possa vedere quasi un’immagine figurale del Pontefice. Faedo 2007. 302-306 e 435-442. Kansteiner 2003. 19 Donati 1639. Faedo 2009. Ho potuto già osservare come il rapporto topografico del Palazzo alle Quattro Fontane col Capitolium Vetus non sia stato un tema secondario nell’apologia del Pontefice e dei suoi congiunti. forse una copia dell’opera di Holstenius    16. 17 Herklotz 2007. n. vedendovi un’ape: entrambi ovviamente colsero nella presenza dell’animale araldico della famiglia un auspicio profetico. che era appartenuta già al precedente proprietario del terreno. per l’operina di Holstenius: Lavagne 1993. pio. per la sua classificazione come Dioniso arcaistico: Bol 1992. tavv. e anche diversi decenni dopo questa pregnante lettura allusiva venne di nuovo ripresa da Bellori nei Vestigi della pittura antica   15. dove ancora alla metà del Settecento Winckelmann la vide e la descrisse   18. Nel 1632 il Cardinal Francesco fece trasportare nei giardini. 409. 8. 530-532. 100. progettava di affidare a Holstenius una ristampa di Aedes Baeberinae. il cui autore anonimo ci informa anche di aver avuto in dono dal Cardinal Francesco Barberini una stampa con l’affresco del Ninfeo. 206. sappiamo inoltre che erano esposte nel parco altre sculture egizie ed egittizzanti di considerevole effetto visivo. 137. di provenienza tiburtina   21. in cui era la statua di Numa. 260. proprio questa coincidenza di siti è. Donati non aveva mancato di ricordare che il re romano. 3-22. reimpiegato già sulla spina del circo Variano e ora sul Pincio (Fig. questa. durante l’esilio in Francia seguito alla morte di Urbano VIII. fig. infatti. n. accresciuta proprio dell’illustrazione dell’affresco con il Ninfeo. si vedano Iversen 1968. 97. l’illustre editore di Stefano di Bisanzio.6. 193. 261-263. proteso a risollevare con ogni mezzo il prestigio della famiglia. aveva nei pressi di questo tempio anche la sua residenza   19. 49-51. 22 Totti 1638. al servizio del Cardinal Nepote Francesco Barberini in qualità di bibliotecario    14. Herklotz 2010. ce lo mostrano già nelle loro guide Totti e Rossini. anche un obelisco frammentario. però. 18 Per la statua: Nicolò . 363 .Rice 1990. 267-271. fraintese l’immagine di uno scudo appeso a una colonna. 388. Herklotz 2010. Solinas .Solinas 1987. 273. con l’attenzione che riservano al monolite egizio    22. Un appunto di Cassiano dal Pozzo e un disegno realizzato per il suo Museo Cartaceo ci mostrano quella che allora si riteneva un’immagine di Numa – una grande statua arcaistica. 161-173. con ben mag- 14 Holstenius 1676. 13-16. 86: Faedo 2007. 59. e. LXXVI. Faedo 2007. dagli inventari. con una identificazione dei pezzi antichi che coincide solo in parte con quella contemporaneamente proposta da Herklotz 2010. 8082. il Cardinal Pio da Carpi. 3-5. Waddy 1990. Whitehouse 2001. fig. un grande rilievo in granito dall’Iseo del Campo Marzio. Meyer 1994. 4) – collocata proprio nei giardini del Palazzo. fondatore del Capitolium Vetus. 5)   20. andata perduta. Come Donati anche Holstenius. 755. sembrerebbe essere stato un telamone del tipo dei cosiddetti Cioci dei Musei Vaticani.

anche un allestimento progettato. dunque. dal suo esilio francese   25. e Stolzenberg 2004. 262. per questi. Francesco Barberini commissionò. non trascurò di commissionare anche a Montagna e Lagi i disegni che servirono come base per la tavola dell’Oedypus illustrativa del monumento. resti dell’apprestamento per la base sono stati individuati dalla Magnanimi nel giardino. in un ampio spazio aperto antistante alla facciata occidentale   29. Claridge 1993. Per il capitolo dell’Oedipus Aegyptiacus di Kircher dedicato a questo manufatto e ai suoi geroglifici: Kircher 1654. un dato di fatto sfuggito a chi finora si è occupato di questi problemi. che riguarda la Porta del Giardino alle Quattro Fontane»   28. Patricia Waddy ha mostrato che. e Rivosecchi 1982. 7). c. 28 Si veda BAV. 1926. fo. Barb. il fatto che il prefatore si riferisca al Cardinale usando verbi al passato fa pensare che egli scriva dopo la morte di Francesco Barberini nel 1679. 24 Si vedano. 5170. il vecchio Cardinale mise mano ai lavori per un’adeguata collocazione dell’obelisco. nn. agevolò il trasferimento a Roma del gesuita tedesco e lo sostenne economicamente perché continuasse i suoi studi sulla scrittura egizia. 56-65. anche. oltre ai cenni in Godwin 1979. cinto da mura. 6). 40. con il problema del modello nel Polifilo. un anno prima della morte. originata dalla sua possibilità di inserimento nell’articolato programma decorativo della fastosa residenza. che sappiamo non aver avuto poi una realizzazione. 17. discutendo anche con il suo antiquario. 130. Per l’Oedipus Aegyptiacus si vedano. 27 Waddy 1990. disegni che furono duplicati anche per il Museo Cartaceo di Cassiano Dal Pozzo   24. Waddy 1990. Jenkins 1989. 261-262 e nota 391 (con bibliografia precedente). Il Cardinal Francesco Barberini. spezzato in tre frammenti. 29 Waddy 1990. a questa idea. che sarebbe stato suggerito o da Kircher o da Pompeo Colonna. ma è pure mostrato a giacere. che.Lucia Faedo gior autorevolezza. rinunciando però all’idea di caricarne un pachiderma. Che allora Francesco Barberini fosse orientato a innalzare l’obelisco in quest’area del giardino. 262 nota 392. Oedypus Aegyptiacus (Fig. a Giuseppe Giorgetti e Lorenzo Ottone un basamento per l’obelisco. 86. nel 1678. sembra confermarlo la prefazione anonima a uno scritto latino di Marzio Milesi sull’obelisco. oltre a un’immagine semplificata del cortile. realizzato nel 1667 da Paglia: Calvesi 1989. Findeln 2004. nel 1699. volle dare del monolite una duplice raffigurazione: questo vi appare svettare su un alto basamento proprio davanti alla facciata meridionale. 99-113. alla nota 17. E all’obelisco Holstenius avrebbe dovuto dare il giusto rilievo nella riedizione di Aedes Barberinae che il Cardinal Francesco progettava nel 1646. in particolare Siebert 2004. Un quarto di secolo dopo l’arrivo dell’obelisco a Palazzo. di fronte al ponte. 49) sottolinea le sollecitazioni di Peiresc al Cardinale perché agevoli le ricerche del gesuita (si veda in proposito anche la bibliografia citata alla nota seguente). Gutknecht 2003. fatto costruire in quegli anni l’appartamento al piano terreno dell’ala meridionale per fare spazio alle opere d’arte ereditate dal fratello minore. tav. che credo meriti invece di essere sottolineato. Vent’anni dopo. Athanasius Kircher. 302-318. 83. 68-73. Herklotz 1992b. Campbell ritiene che i disegni del Museo Cartaceo siano copie autografe degli stessi artisti che hanno disegnato l’obelisco per le ricerche di Kircher. l’ipotesi di farlo issare sul dorso di un elefante di granito o di bronzo. 42. Calvesi 1989. 87-92. Bredekamp 2004. non lontano dal nuovo ponte che consentiva di accedere al parco direttamente dall’ala meridionale del Palazzo   27. Su Kircher si vedano almeno Leinkauf 1993. 23 364 . resi più comodamente accessibili i giardini con il viale carrabile e il «ponte rui­ nante». 174-175. 3-52. in un’incisione che riproduce Palazzo Barberini visto da sud-ovest. su cui tornerò. Per l’obelisco di Piazza della Minerva. fig. occasio et origo»   23. Specchi (Fig. n. L’incisione raffigura. 25 Si veda la bibliografia citata supra. montato su un elefante. 288-291. Rowland 2000. asserendo che il Cardinale aveva in «animo di farlo innalzare innanzi al Ponte Levatore del suo Palazzo. Lo Sardo 2001. 173. 754-756. ornato di rilievi all’antica. che nella summa dei suoi studi sui geroglifici. Pur se fu lasciato a giacere nel cortile per decenni l’obelisco giunse al Palazzo per una decisione ben motivata. 135. 271-302. volle presentarlo come «totius huius praesentis operis prima […] causa. 101. sappiamo che il Cardinale non lo aveva dimenticato e vagliava ancora le proposte per rimetterlo in piedi. Fletcher 2011. Herklotz 1999. 26 Per il progetto e i disegni si vedano Golzio 1971. Herklotz (1999. 131. in cui erano stati depositati i frammenti del monolite. Leonardo Agostini. sollecitato da Peiresc. Lat. Godwin 2009. Campbell 2004. verso il 1658. sono stati riferiti alcuni disegni berniniani   26. Vent’anni dopo. D’Onofrio 1992.

Fig. 11. Da Woolley 1921. 2. Fig. Courtesy of Isthmia excavations. La formazione della polis sotto le dinastie bacchiade e cipselide Rachele Dubbini Figg. 1-4. Courtesy of Isthmia excavations.referenze fotografiche e iconografiche Il re e la comunicazione del potere nell’arte siro-ittita (XI-X sec. tav. Fig. Courtesy of Isthmia excavations. Fig. Modificato da Woolley 1952. 3. A. Stenzel.43b. Cypselids and Archaic Isthmia K. Fig. Fig.W. 41a. Courtesy of Isthmia excavations. B. Photo: author. B. Fig. Fig. Fig. Fig. Fig. D-DAI-IST 4652. 381 . tav.W. 7.30a. Modificato da Orthmann 1971. 3b. 12. Photo: M. tav. 1. 15. 4-5. 5.37a. fig. 3a. tav. Neeft. Fig. Da Woolley 1921. Da Hogarth 1914. Modificato da Woolley 1952. tav. Figs. B. Bootsman.1b. Drawing: E. Modificato da Woolley 1952. 8. Fig. Bpk / Vorderasiatisches Museum. 13. SMB / G. Bacchiads. 6. Martelli. Da Mazzoni 2005. 6. 7. 10. Disegno di S.13d. tav. Foto: autrice. 8. B. 41f. Fig. 1-2. Da Mazzoni 2005. 3. a. 14.) Stefania Mazzoni Fig. Fig. Drawing: C. 9. Arafat Figs. tav. Kohlmeyer. 4.C. Besi. Rielaborazione grafica dell’autrice. 24b. Photo: author. Fig. fig. Fig. tav. Per gentile concessione di K. I signori di Corinto e l’arte della città. Modificato da Orthmann 1971.

Lewandowski. 11. tav. Soprintendenza Beni Archeologici Etruria Meridionale. 2. Fig. © Museum of Fine Arts. neg. Deutsches Archäologisches Institut. 8. 33. 7. 6.Langlotz 1925. 7. From Borell . Fig. 57.677). Fig. From Graef .Langlotz 1925. 4. Photo: author. Fig. Fig. 10. 17. Courtesy of the National Museum of Athens. 54. 3. Roma (nn. 9. s. 84. Fig. Courtesy of Athanasia Kanda. pl. © Ashmolean Museum. Drawings: from Graef 1909. 4. Fig.Rittig 1998. Fig. Fig. Myth and images on the Acropolis of Athens in the Archaic period Fabrizio Santi Fig. 9. Rielaborazione da Cifani 2008. From Graef . 5. Jeffery. Figg. Roma (n. 1-2. Da Cifani 2008. Museo Archeologico Regionale. Fig. Società. Rielaborazione da Winter 2009. Da Mommsen 2002. Da LIMC. Musei Vaticani. Fig. tav. Fig.676 e 57. Fig. pl. V. 8. 2. Courtesy of Giorgos Despinis. Boston. 4. Oxford 1960. Fig. architettura e immagini all’origine dell’arte romana Gabriele Cifani Figg. Figg. 1990. 3-6. Foto: Schwanke. 2592. Fig. Rielaborazione da Colonna 2000. 16. 5. Paris / H.REFERENZE FOTOGRAFICHE E ICONOGRAFICHE Observations on feminity and power in early Greece Alan Johnston Fig. Pittura vascolare e politica ad Atene e in Occidente: vecchie teorie e nuove riflessioni Monica de Cesare Figg. Fig. pl. 101. Fig. 12-15. Courtesy of the Trustees of the British Museum. 94. pl. Foto: Sansaini. Athens. Herakles. pl. 3. pl. 1. 1. 84. Fig. Fig. 1. From L.H. negg. Museum fuer Kunst und Gewerbe Hamburg. Deutsches Archäologisches Institut. From Graef . 90. Fig. 3. 13.2.29. © Réunion des musées nationaux.Langlotz 1925. Fig. Rielaborazione da Cristofani 1990a. Würzburg. From Graef . Profile: author. Fig. 3. 84. 2. 6. 382 . Roma. Palermo. Fig. © Martin von Wagner Museum der Universität. University of Oxford. 9.Langlotz 1925. 8. 7-8. Fig. 14. Courtesy of the German Archaeological Institute. Fig. The local scripts of Archaic Greece.3297). n. © The Trustees of the British Museum. pl.v.

LXXV. 16. Museo Archeologico Nazionale di Taranto. 1. Fig. Figg.3. Skopas alla corte macedone? Motivi stilistici skopadei tra Grecia e Macedonia Gianfranco Adornato Fig. Fig. 7. Art and power in Archaic Greek Sicily. Foto: H. Modificato da Andronikos 1984. 15. 8. 1. 4. 1. Schiele 1981). 3. © Vancouver Public Library VPL 13185 (used with permission). 1. © From Childs . © With the courtesy of the British Museum. tav. D-DAI-ATH-1971/256. Courtesy http://www. 14.A. Fig.com. tav. 3.REFERENZE FOTOGRAFICHE E ICONOGRAFICHE Oligarchie al potere: gnorimoi e politeia a Taranto Enzo Lippolis Figg. Fig. 383 . 1. 13. Da Dugas . Courtesy of the Persepolis Fortification Archive Project. Photo: J. 2. 2. 9. Courtesy of the Oriental Institute of the University of Chicago. 311. pl. Da Lippolis . 3-12. Wagner. 2. D-DAI-ATH-Olympia. Rilievo di scavo: arch. n. 17. Da Dugas . Altari e potere Clemente Marconi Fig. Greek choral lyric poetry and the symbols of power Herwig Maehler Fig. 5. Passarelli. fig. Schiele 1967). Fig. Courtesy Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig (ex-Sammlung Moretti. D-DAI-IST R 19. Fig. 5. Brock. 250). Fig. Elaborazioni dell’autore. © The Trustees of the British Museum. Fig.732 (W. Modificato da De Waele 1980. Foto: autore. Investigating the economic substratum Franco De Angelis Fig. Fig.Puchstein 1899. Greek art: the two small friezes of the Nereid Monument at Xanthos Francis Prost Figs.Demargne 1989. Lycian dynast. Immagini venatorie e monumenti dinastici: l’Impero Persiano tra centro e periferia Alessandro Poggio Fig. LXV. D-DAI-IST 67/21 (W. Foto: Tsimas. Fig.10a. 2. 9. Da Koldewey . Fig.Berchmans . 2. 6-8. Fig. Figg.Clemmensen 1924. 6. Photo: author.Clemmensen 1924.timelineauctions. 6. Figg. 3-4. 2.Berchmans .Rocco 2011. 1-5. Fig. 1. G. 135.

16. Figg. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera Marianna Castiglione Fig. 3. 8. concesso in licenza ad Alinari. Fig.V. 3. Su concessione del S. 4-9. Fig. Le ambizioni politiche del programma iconografico Maurizio Paoletti Figg. 14. 13. Rielaborazione grafica dell’autrice. Firenze. © The Trustees of the British Museum. 8. 10. DAI Athen. Lewandowski. Signa come segni. 11. D-DAI-KAI-F-11082. Foto: autore.REFERENZE FOTOGRAFICHE E ICONOGRAFICHE Figg. © DeA Picture Library. 10-12. Modelli urbani per forme di autorappresentazione locale. negg. Johannes. La tomba dei Giulii a Glanum (St. 11. © Archivi Alinari. Fig. Biblioteca Universitaria. 9. Figg. su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. 12a-b. Fig. D-DAI-KAI-F-9235. Benevento. Fig. Figg.Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. Ne è vietata l’ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo. 20. 7-8. Fig. 10. Foto: D. della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. © Hirmer Fotoarchiv. Foto: autrice. 18. 6.13. 14. D-DAI-KAI-F-11231. 6. Fig. Da Rolland 1969. 1-2.Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. D-DAI-ATH-Konstantinopel 46. Ancient Art and Architecture Collection Ltd. neg. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali . 9. Foto: autrice. Ronan / Heritage Images. Fig.Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre). Foto: E. All rights reserved. Fig. 19. 5. Fig. 17. Da Spinazzola 1928. Pisa. Foto: H. 3. 8. 13. 21. 7. Riletture dell’antico per i Barberini Lucia Faedo Figg. 2.A. 9. © Hellenic Ministry of Culture and Tourism / Archaeological Receipts Fund. © The Trustees of the British Museum. 1-2. © Archivi Alinari . 15.Archivio Anderson. Da d’Ambrosio 2004. Se ne vieta l’ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo e in qualsiasi modo. 1.Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Fig. Immagini e potere alla corte dei Tolemei Elena Ghisellini Figg. Fig. 4-5. © 2012 Scala. Fig.R. 2. © RMN / H. Rémy-de-Provence) in Gallia Narbonensis. Su concessione del Museo del Sannio. 12.Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia . Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali . Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali . Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali . © Bibliothèque Nationale de France.2. DAI Kairo. Czakó. Firenze. / The Bridgeman Art Library / Archivi Alinari. Figg. 14. Foto: A. 3. 4. Fig. 7. Lewandowski. 384 . S. 13.-M. 1. Firenze. Fig.I. Da Tezi 1642.

Pisa. Foto: autrice. Seventeenth century Roman palaces. 11. Waddy. Fig.2. 13. da P. 7.N. 6. 1990. 5. Giacomo de Rossi. New York. Da Faedo . 9. Fig. Fig. Courtesy of Warburg Library. Battista Falda nuovamente dati alle stampe con direttione e cura di Gio. Ne è vietata l’ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo. da Kircher 1654. su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. MIT Press. Figg.REFERENZE FOTOGRAFICHE E ICONOGRAFICHE Fig. Fig. Da Li giardini di Roma con le loro piante alzate e vedute in prospettiva disegnate ed intagliate da Gio. N. 10. Fig. Fig. 4. Her Majesty Queen Elizabeth II. The Royal Collection © 2011.Frangenberg 2005. Biblioteca Universitaria. 385 . Roma 1680. 12. Da Panvinio 1642. Rielaborazione da Campitelli 2003.d. Courtesy of the MIT Press.

ubc. 5 .uk A.Dipartimento di Storia Via Columbia. Italia monica. Cifani Università degli Studi di Roma «Tor Vergata» . Adornato Scuola Normale Superiore Piazza dei Cavalieri.it K.it M.Vancouver. 7 .Dipartimento di Scienze dell’Antichità Piazzale Aldo Moro.decesare@unipa. 7 .adornato@sns.it G. Castiglione Scuola Normale Superiore Piazza dei Cavalieri.Department of Classical. Near Eastern.Department of Classics Strand .C. 107 . Cassio Università degli Studi di Roma «La Sapienza» .ac.let.it 387 . 1866 Main Mall . Italia cfngrl00@uniroma2. 12 . Italia m. Dubbini Via Filippo Turati. Arafat King’s College London . Italia cassioac@cisadu2.56126 Pisa.56126 Pisa. and Religious Studies BUCH C227.00185 Roma.elenco degli autori G.90128 Palermo.W.00186 Roma. 1 .London WC2R 2LS. Italia g.56126 Pisa. De Bernardin Scuola Normale Superiore Piazza dei Cavalieri.00133 Roma.uniroma1.arafat@kcl.it R.it F. Ed.it M.ca M. de Cesare Università degli Studi di Palermo . Italia rchldubbini@yahoo. 7 .debernardin@sns.Dipartimento di Beni culturali Viale delle Scienze. De Angelis University of British Columbia . Italia marianna. British Columbia.castiglione@sns. UK karim. Canada V6T 1Z1 angelis@mail.

Italia paolettimaurizio@yahoo.santi@libero.Dipartimento di Studi Umanistici.it A. Mazzoni Università degli Studi di Firenze Piazza Brunelleschi 4 .it H. cubo 21B .87036 Arcavacata di Rende (CS).maehler@virgin. Italia e.edu S.it E.75006 Paris. 1 .uk E. Polito Università di Cassino .it F. France francis.56126 Pisa.03043 Cassino (FR). Floor 1 . Falaschi Scuola Normale Superiore Piazza dei Cavalieri.ghisellini@uniroma2.Institut d’Art et d’Archéologie 3 Rue Michelet . sez. UK tcfaawj@ucl.56126 Pisa.it E. Johnston University College London .00186 Roma. Poggio Scuola Normale Superiore Piazza dei Cavalieri. Italia enzo.prost@univ-paris1. di Archeologia e Storia delle Arti Via Pietro Bucci.00133 Roma. NY US 10021 cm135@nyu. Santi Università degli Studi di Roma «La Sapienza» . 7 . Faedo Università di Pisa . Italia elena.Dipartimento di Scienze dell’Antichità Piazzale Aldo Moro. Italia e.Facoltà di Lettere e Filosofia Via Zamosch.it M.Institute of Archaeology London WC1E 6BT.Dipartimento di Scienze dell’Antichità Piazzale Aldo Moro. Ghisellini Università degli Studi di Roma «Tor Vergata» . Italia faedo@arch.polito@unicas. Österreich hgt.50121 Firenze.56126 Pisa.00186 Roma.1080 Wien. 5 .com A. Marconi Institute of Fine Arts 1 East 78th Street.falaschi@sns.ac.net C.Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere Via Galvani.it 388 . Prost Université Paris 1-Panthéon Sorbonne . 5 . 43 .unipi. Maehler Zeltgasse 6/12 . Italia fab.New York. 7 .com E. Lippolis Università degli Studi di Roma «La Sapienza» .elenco degli autori L.fr F. Italia stefania. Italia poggio.alessandro@gmail.mazzoni@unifi.lippolis@uniroma1. Paoletti Università della Calabria .Dipartimento di Antichità e Tradizione Classica Via Columbia. 1 .

Fig. rilievi nella cella del tempio del Dio della Tempesta. 24 . rilievi nell’anticella. 6 – ‘Ain Dara. 5 – Aleppo.Stefania Mazzoni Fig.

5 – Late Protocorinthian alabastron. Isthmia. Fig. Museum. Museum. 3 – Base of marble perirrhanterion in situ on the temple floor. Cypselids and Archaic Isthmia Fig. 6 – Late Protocorinthian alabastron (reconstruction). Museum. Isthmia. Fig. Fig.Bacchiads. 4 – Late Protocorinthian alabastron. Isthmia. 53 .

From Olympia. 5 – Overlife-size kore statue. Thera. 600 BC. ca. Fig. 625 BC. ca. Athens. Fig. 4 – So-called «Hera head». National Museum. 84 . 530 BC. 7 – Akropolis 1632 cup (reconstructed profile). 6 – Phrasikleia base. ca. Fig. From the Sellada cemetery.Alan Johnston Fig.

Martin von Wagner Museum der Universität. 50321. inv. Fig. 113 . 10 – Frammento di skyphos attico a figure rosse. Würzburg. inv.Pittura vascolare e politica ad Atene e in Occidente Fig. Da Vulci. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. British Museum. 9 – Stamnos attico a figure rosse. Roma. Fig. maniera del Pittore di Lysippides. 515 (lato A e B). Pittore di Syriskos. 8 – Hydria attica a figure nere. Da Gela. inv. B 332. Londra.

Private collection. ca. 475 BC. 1 – Tetradrachm ΑΙΤΝΑΙΟΝ. 2 – Tetradrachm ΡΕΓΙΝΟΝ. Fig. 192 . Private collection.Herwig Maehler Fig.

Istanbul. 236 . dettaglio. Londra.1020.Alessandro Poggio Fig. 1848. Londra. Da Xanthos. zoccolo. n. 8 – Monumento delle Nereidi. 9 – Sarcofago delle Piangenti. Fig. Da Sidone. reg. 368. Fig. reg. British Museum. Museo Archeologico. 1848. lato B. 7 – Monumento delle Nereidi. facciata est. facciata est. Da Xanthos. n.113. British Museum. inv. architrave. architrave.115.1020.

Da Pelinna. Parigi. Fig. Fig. 13 – Gorytos. inv. Musée du Louvre. 14 – Stele funeraria con cavaliere. Atene. dalla camera funeraria della tomba II di Vergina. Museo Archeologico. 12a-b – Sculture frontonali dal Tempio di Atena Alea a Tegea. 270 . MA836. 179 e 180. Vergina. inv.gianfranco adornato Fig. Museo Archeologico Nazionale.

Londra. Fig. 288 . 11 – Statuette di bronzo raffiguranti Tolemeo II e Arsinoe II./: doppia cornucopia. 9 – Moneta di oro. British Museum. R. Londra. inv.Elena Ghisellini Fig./: ritratto di Arsinoe II. D. Londra. 38442-38443. Fig. British Museum. British Museum. 10 – Moneta di oro.

317 . Bruchet). Fig. rilievo sul podio (lato sud) della tomba dei Giulii (disegno J. 10 – La Vittoria ‘tropaiophoros’ assiste allo scontro tra Achille e Pentesilea. 7 – La caccia e la morte di Meleagro. Fig. Bruchet). Fig.La tomba dei Giulii a Glanum (St. rilievo sul podio (lato est) della tomba dei Giulii (disegno J. 8 – Il combattimento tra Achille e Pentesilea e le nozze di Peleo e Teti. dettaglio del rilievo sul podio (lato est) della tomba dei Giulii. rilievo sul podio (lato ovest) della tomba dei Giulii (disegno J. 9 – Achille guida l’attacco dei Greci e il recupero del corpo di Patroclo. Bruchet). Rémy-de-Provence) in Gallia Narbonensis Fig.

Lucia Faedo Fig. Fig. Print and Drawings. Londra. inv. 370 . 39. Le Lorrain). 00. 3 – Ninfeo Barberino (disegno di Cl. British Musem.7. Disegno. Londra. 4 – Statua detta di Numa. Windsor Royal Library.