Barbara Spinelli, giurista (Associazione Giuristi Democratici) Maschi, perché uccidete le donne?

Il femminicidio non è un fatto privato, ma riguarda l’intera collettività1.

Ringrazio per l’invito il Sindaco della città di Potenza e Graziella Salvatore. Se oggi noi siamo tutti qui riuniti è perché, davanti a un fatto terribile come l’omicidio di Grazia, la sua famiglia e il Sindaco questa città non hanno scelto la strada facile, del silenzio, dell’indifferenza davanti alla tragedia “privata” di due famiglie, quella di Grazia, assassinata, e quella di Bruno Condelli, che dopo averla uccisa è morto vittima di un incidente durante il suo tentativo di fuga. Nella nostra cultura è profondamente radicato il senso di pietas davanti alla morte violenta, un sentimento che non fa distinzione tra vincitori e vinti. In casi come questi, nelle piccole comunità spesso tende a prevalere la pietas, accompagnata da un senso collettivo di smarrimento, di incredulità, che porta spesso le Istituzioni a scegliere il silenzio, risposte banali di mero cordoglio alle famiglie coinvolte, equiparate nella sofferenza portata dal lutto, la perdita di un figlio. Fa paura interrogarsi su cosa possa determinare un “bravo ragazzo” a massacrare una sua amica e fuggire, cercando l’impunità o la morte. Fa talmente paura, che la soluzione alternativa al silenzio e alla commemorazione è la ricerca di soluzioni irrazionali, ma rassicuranti. Sull’omicidio di Grazia la stampa ha avuto paura di interrogarsi, ed ha scelto la risposta più banale, parlando di follia, di raptus, addirittura di possessione demoniaca. D’altronde, i media nazionali ci hanno abituato a pensare che la violenza maschile sulle donne non sia agita dalle persone “perbene”, ma riguardi sempre e soltanto gli altri, “i cattivi”: lo straniero irregolare, l’alcoolista, la persona con problemi psichiatrici. Come se i “bravi ragazzi”, quelli normali, i nostri figli, fratelli, amici, non potessero commettere violenza, arrivare a tanta ferocia. Fa paura solo pensarlo, figuriamoci scriverlo. E quando succede, quando la violenza nasce tra le mura domestiche, tra “gente perbene”… sono cose che si sanno, ma non si dicono, ottemperando all’antica regola che “i panni sporchi vanno lavati in casa”. Ecco perché sono pregiata di questo invito, felice di poter condividere con voi questo momento e fiera di poter affermare che la famiglia di Grazia ed il Sindaco della città, organizzando questo convegno, hanno fatto una scelta coraggiosa. Hanno deciso di mettere da parte le soluzioni comode e riflettere pubblicamente sulle dinamiche relazionali che hanno reso possibile questo brutale assassinio. Hanno nominato questo atto di violenza con un nome specifico, e dunque attribuendogli un significato preciso: femminicidio. Hanno espresso l’ipotesi che questo atto di violenza brutale possa aver rappresentato il gesto ultimo, dettato dalla volontà di possesso, di uomo Bruno Condelli che non accettava che la sua amica potesse anche non amarlo, non volere da lui quello che lui voleva da lei. Bruno Condelli non ha lasciato possibilità di scelta a Grazia: uccidendola ha sancito che lei avrebbe potuto esistere solo per lui, le ha impedito di sottrarsi, se non con la morte, al suo potere, al suo controllo, al suo desiderio. Questo è femminicidio. Non si può leggere altrimenti quello che è successo a Grazia. Grazia si è ribellata ad una unione che non desiderava e per questo è stata punita. Se Bruno Condelli è stato incapace di reagire in maniera diversa al rifiuto di Grazia, se ne deve assumere la responsabilità la comunità tutta, interrogandosi sulle proprie regole di comportamento, di gestione delle emozioni. Non ci si può mai lavare le mani collettivamente per i crimini di questo tipo commessi da persone che fino al giorno prima erano percepite come “normali”, “rispettabili” e benvolute dalla comunità, scaricando la colpa sul singolo, dissociando l’evento efferato dal ricordo della persona che l’ha compiuto, attribuendolo a fattori meramente casuali e sovrastanti la volontà umana.

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Intervento di Barbara Spinelli al convegno di studio “Femminicidio. Mia per sempre”, in ricordo di Grazia Gioviale, tenutosi a Potenza il 17.10.2009.

In questo caso è successo. Così raccontano il fatto i quotidiani: La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 aprile 2009 “un raptus di follia”, Il Quotidiano della Basilicata, 29 aprile 2009, “Amore e morte. La storia folle di Grazia e Bruno” e ancora “simpatico e bravo uagliò che amava le lolite e non pensava che l’amour fou per una di loro l’avrebbe condotto a toccare gli inferi della convivenza umana” e “per un attimo la follia omicida, scatenata da chissà quale incomprensibile motivo, ha avuto la meglio su quel ragazzo che nessuno mai avrebbe pensato potesse trasformarsi in un assassino”. Anche l’Arcivescovo prende le difese della comunità e della persona: “Io so che non è fatta così la nostra gente. Davvero non si riesce a capire che cosa possa essere successo. Quale ragione possa aver scatenato quello che è accaduto. Credo che, dietro a situazioni di questo genere, non possa esserci che una specie di pazzia.”(La Gazzetta del Mezzogiorno, 30 aprile 2009). Ma, come se non fosse sufficiente una lettura fatalistica dei fatti, Il Quotidiano della Basilicata azzarda anche la lettura paranormale, con un trafiletto indicato come “il precedente”. Titola “Nella stessa abitazione l’aggressione del gatto”, e spiega “questa è una storia in cui le strane coincidenze ci hanno messo lo zampino”. Le strane coincidenze sarebbero che il gatto dei precedenti coinquilini dell’appartamento di Bruno “che da anni viveva insieme ai suoi proprietari senza aver mai mostrato comportamenti violenti” un giorno, “a causa di un improvviso scatto si era avventato contro la padrona, attaccandola al viso (…) forse a causa di un improvviso attacco di gelosia”. Bruno viene descritto come una “persona tranquilla”, con un educazione “all’antica”, “un bravo ragazzo senza troppi grilli per la testa”….forse, dunque, c’era “qualcosa” in quella casa che ha fatto scattare la follia ? Ci si mette anche Don Peppino: “Chissà in questi casi Satana si impossessa della mente e del cuore degli esseri umani fino ad oscurargli completamente senno e sentimenti” (La Nuova, Giovedì 30 aprile 2009). O forse, lei una ragazza con “il corpo di una modella”, lo aveva “provocato” con la sua bellezza. La rappresentazione mediatica dell’omicidio-suicidio come tragedia personale di Bruno e Grazia, determinata dall’ “accecamento” che comporta la passione incontrollata, o da possessione demoniaca che dir si voglia, costituisce un rito catartico, attraverso il quale la comunità si raccoglie intorno al dolore della perdita, alla pietas per i protagonisti della tragedia che vengono visti, entrambi, vittime delle proprie emozioni, del male, del peccato, dissociando in tal modo l’immagine del “se collettivo” della comunità dall’evento criminale nato al suo interno. Si tratta di un meccanismo difensivo che consente di mantenere l’equilibrio sociale. Perché, qualora si fosse letto e rappresentato il gesto di Bruno come un gesto razionale, espressione di una cultura patriarcale, di valori che nascono e sono tollerati in seno alla comunità, la morte di Grazia avrebbe aperto una ferita sociale profonda, un processo di ripensamento collettivo dei valori fondanti le relazioni sociali, il rovesciamento dei clichè convenzionali buoni/cattivi, persone per bene/ criminali. Anche per l’impossibilità a celebrare un processo, di fatto, se non oggi con questo atto pubblico di riflessione, non si è avuto un processo di stigmatizzazione sociale dell’assassinio commesso da Bruno, e questo è soprattutto a causa di come i media hanno rappresentato i fatti. Parlare di Bruno come vittima del demonio, della passione, della magnifica bellezza di Grazia, ha generato empatia nei suoi confronti, ha reso possibile l’immedesimazione dei compaesani negli impulsi che lo hanno spinto ad uccidere, così che la sua morte è stata percepita come la giusta punizione per essersi fatto travolgere dalle emozioni. Quello che resta alla comunità, è la compassione per quelle che vengono percepite entrambe come vittime di un tragico destino. Una rappresentazione secondo i canoni della tragedia classica, che riappacifica la comunità intorno al dolore e alla pietas ma che stravolge il senso di quanto accaduto, perché lascia credere che la comunità potentina – a dispetto di tutte le altre realtà italiane- possa essere immune da violenze maschili sulle donne agite da “persone perbene” –operai, stimati professionisti, impiegati- nell’ambito di relazioni sentimentali o amicali con persone conosciute. Prendere atto di questa realtà – sommersa, per scarsità di dati, ma presente, come pure testimoniato sui giornali dalle associazioni antiviolenza locali – era un dovere informativo. Imprescindibile. Non è stato un gesto irrazionale ed estemporaneo, è stato un femminicidio, l’ultimo atto di controllo di Bruno su Grazia e di punizione perché la ragazza non ha voluto ricoprire quel ruolo affettivo che lui aveva scelto per lei, per loro. Questa lettura era dovuta, era l’unica possibile, era necessaria. A leggere i giornali si trovano tracce della possibilità che quell’atto fosse non dico prevedibile, ma quantomeno esito logicamente possibile del comportamento di Bruno nei confronti di Grazia: la madre di Bruno afferma (La Gazzetta del Mezzogiorno,

30 aprile 2009) “Mio figlio era sensibile ma anche possessivo e geloso. Era lui stesso che me lo diceva quando è stato fidanzato con altre ragazze”. Anche se Grazia non era la ragazza di Bruno, era comunque la ragazza bella, gentile e sensibile che gli aveva offerto la sua amicizia, aveva raccolto le sue confidenze, gli sapeva essere vicino. Bruno non è riuscito ad accettare che Grazia potesse essere solo quello per lui, ed evidentemente, se Grazia ha creduto nel potere delle parole per poter far accettare al suo amico la sua scelta di libertà, di autodeterminazione affettiva, di gestione dei propri sentimenti, Bruno invece davanti al no definitivo che Grazia quel giorno era andata forse a chiarirgli, non potendo possedere altrimenti la sua bellezza, il suo amore, l’ha colpita, inseguita, finita. Non un raptus di follia, quanto piuttosto l’incapacità di gestire le proprie emozioni, i propri sentimenti, se non attraverso la violenza, il controllo dapprima psicologico e poi fisico dell’altro/a. La maggior parte delle violenze maschili sulle donne, in Italia, viene agita da “persone perbene” –operai, stimati professionisti, impiegati- nell’ambito di relazioni sentimentali o amicali con persone sconosciute. Ignorare questo dato, e rappresentare ogni singolo assassinio di donna come un raptus, una follia, significa rivitimizzare due volte queste donne e, al contempo, recare offesa a tutte le altre donne uccise “in quanto donne”. Significa altresì contribuire a lasciare impuniti tutti coloro che, nel privato delle loro case, esercitano violenza nei confronti di madri, figlie, mogli, compagne, e contribuire a consolidare lo stereotipo che il maggior problema sociale sia rappresentato dagli stupri delle donne per strada fatti da “poco di buono” italiani o stranieri. Lo ha anticipato il professor D’Orsi nel suo intervento: la violenza non è un fatto di oggi, è antica. Eppure si parla di “emergenza stupri”, come se l’unica forma di violenza contro le donne fosse la violenza sessuale, e come se essa fosse dovuta alla maggiore presenza di immigrati nella nostra società, o al fatto che, sostengono alcuni, non c’è più religione, non c’è più morale. Se ne parla sempre come se fosse un fatto che riguarda gli altri: sono gli altri che uccidono, che picchiano le mogli, che stuprano le figlie. Sono quelli che hanno delle difficoltà finanziarie, sono quelli che hanno dei disturbi psichici, addirittura sono quelli posseduti dal Demonio. Sulla stampa si legge di tutto, la disinformazione non riguarda solo l’assassinio di Grazia. La mistificazione mediatica in tema di violenza sulle donne è possibile per la scarsa diffusione dei dati relativi alle violenze, che impedisce la comprensione delle cause del fenomeno. Voi, giovani amiche, amici e parenti di Grazia, che direttamente siete stati colpiti da questa disinformazione su un fatto che vi ha colpiti negli affetti più vicini, avete diritto di sapere. Di essere informati. Di poter formare la vostra opinione a partire da una analisi scientifica del fenomeno, fatta di dati, statistiche, esperienze di chi lavora tutti i giorni con donne che subiscono violenza, dentro e fuori dalle mura domestiche, donne che sono scampate al femminicidio. I dati Eures (2006) ci dicono che la famiglia italiana uccide più della mafia, più della criminalità organizzata straniera e di quella comune. Nonostante da un decennio gli omicidi siano in calo, la percentuale di omicidi di donne per motivi di genere è in aumento. Se nel 1992 rappresentavano il 15,3% degli omicidi totali in Italia, nel 2006 rappresentavano il 26,6%. In Italia, nel 2009, i casi riportati dalla stampa di femminicidio sono stati 119. Dati elaborati dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, evidenziano che solo il 9% degli autori di femminicidio è sconosciuto alla vittima. Ben nel 54% dei casi l’uccisione della donna è maturata nell’ambito di una relazione affettiva e posta in essere dal marito (36%), amante/partner o convivente (18%). Nel 20% dei casi la donna è stata uccisa da un parente, nel 4% da un conoscente. E’ significativo quindi evidenziare che, a differenza di quanto si potrebbe comunemente pensare, il posto più insicuro per la donna è la propria casa, luogo dove matura il 70% dei femminicidi. Il movente principale è rappresentato dalla volontà di controllo della donna all’interno della relazione, anche nel corso di liti o di fasi conflittuali, ma anche dalla gelosia e dal rifiuto di prestazioni sessuali.

Una lettura combinata dei dati Eures-Ansa rivela che su 10 omicidi di donne, 7,5 sono preceduti da maltrattamenti o altre forme di violenza fisica o psicologica.

Il femminicidio è un crimine trasversale: riguarda tutte le classi sociali. Dai dati sopra riportati emerge come, statisticamente, la violenza maschile sulle donne abbia origine nel rapporto di potere che si instaura nell’ambito delle relazioni affettivo/amicali, ma anche sessuali, come dimostra il numero di prostitute stuprate e uccise. Nel momento in cui la donna non rispetta il “ruolo” tradizionale di brava madre, di brava moglie, di oggetto sessuale, nel momento in cui la donna si confronta con il proprio partner, sceglie liberamente come gestire la propria vita, è questo il momento in cui rischia maggiormente che episodi di violenza quotidiana (denigrazione della donna, il convivente che le dice: “Fai schifo, sei un cesso”, lo schiaffo perché non ha messo i calzini al posto giusto, il controllo del denaro per la spesa) possano degenerare in femminicidio. Nel momento in cui la donna si sottrae al controllo dell’uomo all’interno della relazione, ecco che si scardina il meccanismo sociale, la società ideale, quella a cui ci abituano sin da piccole, regalando vestitini rosa alle bambine e azzurri ai maschi, inondandoci di pubblicità in cui la donna è la responsabile in via principale della casa e dei figli, oppure rappresentata come oggetto sessuale, anche per vendere i copertoni di una macchina o una bottiglia di vino. Allora davanti a quella che è stata definita una vera e propria “mattanza”, una strage silenziosa, noi tutti dobbiamo interrogarci se questa è la normalità o se questa concezione patriarcale della donna non ci rende tutti schiave di questa mentalità, anche nel quotidiano delle nostre vite. Su questo, a maggior ragione si devono interrogare le comunità colpite da fatti di cronaca come quello del quale è stata vittima Grazia. Potenza non è indenne dalla violenza domestica. Potenza non è indenne dallo stalking. Anche a Potenza ci sono uomini che ritengono superfluo, nelle relazioni amicali o sentimentali o lavorative che hanno con altre donne, rispettarne la dignità e la libertà di scelta, anche quando in contrasto con i loro desideri. Si dice: “Ah, ma io non sono mai stata stuprata, io non sono mai stata picchiata”. Ci sono forme di violenza più sottili che quotidianamente subiamo tutte e ci limitano nelle nostre vite, e bisogna essere capaci di riconoscerle, perché riconoscere queste forme di violenza nelle relazioni consente poi di evitare di arrivare all’atto ultimo. È stato necessario coniare questo nuovo termine “femminicidio” proprio per dare un nome a un crimine che altrimenti la maggior parte delle volte non veniva percepito come tale, nella sua specificità di violenza di genere. Si parlò di femicide, Femmicidio, per nominare l’assassinio di genere, l’uccisione della donna come atto ultimo di controllo, così come lo stupro era stato letto come un atto di possesso, di esercizio di potere sul corpo della donna. Grazie a Diana Russell, ed all’introduzione della categoria del femmicidio nelle ricerche criminologiche, si posero le basi delle nostre rivendicazioni di oggi. Infatti, mentre le femministe erano concentrate nella denuncia del terrorismo sessista degli stupri, le uccisioni di donne passavano inosservate, catalogate da quel termine asessuato, omicidio, nonostante le violenze domestiche che li precedevano, ieri come oggi, ed il movente sessista che le determinava. Le femministe all’epoca avevano già sviscerato tutto sulle donne che uccidono i figli e gli uomini, ma del contrario ancora non avevano preso atto. Parlare di femminicidio, degli uomini che uccidono le donne “in quanto donne”, raccogliere i dati in un’ottica di genere, ed attraverso i dati rendere manifesta questa realtà, disegnare il patriarcato e dare un nome ai suoi crimini, a tutti i crimini commessi in suo nome contro le donne “in quanto donne”, non ha per nulla significato vittimizzare le donne, anzi, al contrario, ha consentito alle donne di dare un nome alla realtà, di appropriarsi di categorie e concetti da sempre descritti dagli uomini, in maniera neutrale e parziale. L’analisi con il tempo si è ampliata, ed alcune studiose latino americane hanno specificato le teorie sul Femmicidio, affermando che in realtà spesso l’uccisione della donna è solo l’atto ultimo di una serie di violenze che la donna subisce nel corso della vita, e che molto spesso, pur non togliendole fisicamente la vita, le tolgono la libertà. Riprendendo la teoria elaborata da Diana Russell, Marcela Lagarde ha individuato

come Femminicidio «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». Parlare di femminicidio, ed analizzare la realtà sulla base di questa categoria, ha consentito di evidenziare la matrice misogina e sessista che caratterizza molti dei crimini contro le donne, anche di quelli che prima facie non appaiono come tali: il che significa rendere evidente una realtà negata in quanto non conosciuta e non detta. Questo ha consentito tanto negli Stati Uniti quanto in Canada ed in Gran Bretagna di aprire, con venti anni di anticipo rispetto a noi, un ragionamento critico femminista sul fatto che le donne non muoiono per caso, per malattia, per incidenti, ma per mano degli uomini, con la complicità ed il silenzio delle istituzioni. Pensare che la violenza sulle donne si possa ridurre alla mera violenza sessuale, come ancora oggi spesso si sente dire, o alla violenza fisica di un uomo su una donna, è riduttivo: bisogna riconoscere la violenza contro le donne “in quanto donne” in ognuna delle forme in cui si manifesta, trovare il filo rosso che unisce lo stupro alla molestia sul luogo di lavoro, all’esclusione dalla politica, alla scala di cristallo, alla denigrazione psicologica. E’ indispensabile cogliere il nesso comune in tutti quegli atti posti in essere contro la donna in quanto donna, così come si coglie il razzismo degli atti contro i migranti in quanto tali, ed è necessario dare un nome a questi atti per rendere percepibile a tutte e tutti la matrice comune che li lega, perché per decostruire il linguaggio e le pratiche maschili e patriarcali ne va evidenziata la natura misogina e sessista, non solo quando vengono riprodotte dall’uomo in quanto tale ma anche e soprattutto quando attraversano la cultura, i luoghi comuni, la comunicazione, la politica, le istituzioni. Tutti questi atti, allo stesso modo, rappresentano forme diverse di esercizio di potere maschile sulla donna. Queste forme di controllo sociale annientano l’identità privata e pubblica della donna, limitandone la sfera di autodeterminazione sotto molteplici punti di vista (giuridicamente, politicamente, socialmente). Queste forme di violenza, quando poste in essere dai singoli, tanto più sono cruente e frequenti, quanto più la società condivide una concezione patriarcale del ruolo della donna. I dati ci sconfessano quello che i media ci raccontano. I media ci raccontano che la violenza è etnica, che è sulle strade, che viene fatta in luoghi degradati e da uomini sconosciuti, e se viene fatta in case, è fatta in preda a raptus di follia o possessioni demoniache. Io devo dire che sono rimasta tremendamente esterrefatta quando ho letto l’interpretazione che è stata data all’omicidio di Grazia. Patetico pensare che possa essere stato un raptus, che possa essere stata veramente posseduto dal demonio. Patetico anche pensare che Grazia è stata uccisa perché è bella. Grazia è stata uccisa perché ha detto no. Questo è il vero motivo, e va detto, ce lo dobbiamo riconoscere, perché la maggior parte degli omicidi vengono fatti da persone per bene, ma questo non toglie che l’atto che abbiano compiuto sia un atto criminale, frutto di una scelta razionale. I dati li abbiamo visti. Le violenze fisiche, verbali, psicologiche, economiche sono perpetrate dall’uomo comune nelle relazioni quotidiane. Uomini perbene, stimati professionisti, operai, ragionieri, contadini, avvocati, medici che sono cittadini modello, amiconi, ma tra le pareti di casa picchiano, maltrattano, sviliscono le mogli, assillano quelle che trovano il coraggio di lasciarli, le uccidono per vendetta, insieme ai figli. Poi, incapaci di gestire le conseguenze dell’atto commesso, si suicidano o tentano il suicidio (nel 2009, 41%), o cercano l’impunità, occultando il cadavere (nel 2009, 19 %),o dandosi alla fuga (nel 2009, 17%). Ci riguarda ? Si. Se ascoltiamo attraverso le pareti i segni di queste storie e restiamo indifferenti, o cerchiamo giustificazione alla violenza, siamo complici di una cultura che uccide. Siamo noi che dobbiamo reagire per primi alla battuta sessista sul lavoro, a chi svilisce le nostre qualità in quanto donne, al marito che per strada tira uno schiaffo alla moglie. Siamo noi i primi a dover dire a un amico che non è normale far girare le foto scattate col telefonino alla ex perché lei lo ha lasciato per un altro. Siamo noi i primi a doverci indignare davanti a chi usa violenza per reagire all’onore ferito. E, se non si riconosce che è un problema culturale, che è necessario partire da qui, da luoghi comuni, dagli stereotipi, per modificare le relazioni tra noi, questi fatti continueranno a succedere. Non si deve aspettare l’intervento dello Stato, l’intervento che cade dall’alto, è troppo tardi: siamo noi che

nel nostro quotidiano dobbiamo reagire per modificare le relazioni di comportamento tra di noi, tra uomini e donne, e decostruire gli stereotipi che rinchiudono le donne in ruoli opprimenti, giudicandole male quando vogliono liberarsene ed autodeterminarsi. Perché siamo in grado di reagire anche con ferocia all’ubriaco che palpa il sedere sull’autobus, ma non siamo in grado di fare altrettanto se si tratta di allusioni sessuali e insistenti molestie da parte di un amico di famiglia, di un collega di lavoro? Se non si accetta che l’uomo per bene, il nostro amico non riesca a rispettare quella che è la nostra sfera di libertà, di autonomia, ma nel suo agire debba essere condizionato dai suoi desideri di possesso, di realizzazione amorosa, di conquista, perdendo di vista i nostri, senza trovare una relazione, senza riuscire a superare questo schema se non con la violenza verso il nostro rifiuto, se non con il ricatto, con strategie di terrore, se noi non partiamo da questo, dall’analizzare le relazioni tra noi, non si potrà mai porre fine alla violenza sulle donne. La violenza sulle donne non è una questione morale, non può essere consentito un approccio morale, neanche da parte dei media. Non si deve cadere nella facile via del pettegolezzo, facendo le pulci alla vita della donna: era troppo libera, era troppo bella, ma forse chissà cosa deve aver fatto per scatenare un gesto così terribile…. Qual è l’atto che giustifica levare la vita a una persona? Non esiste. Non esiste. E non esiste mentalità, non esiste comportamento, non esiste carattere che debba giustificare questo. Dobbiamo partire da questo punto di vista, se vogliamo iniziare un’analisi effettiva. Altrimenti, arriviamo a giustificare il delitto d’onore. Non è forse un delitto d’onore quello commesso da un uomo che si sente rifiutato, che vede lesa la propria dignità da un diniego, da un abbandono, e non trova altra strada se non punire/controllare la donna fisicamente con l’atto più brutale, ammazzandola, uccidendola per aver scelto di dirgli di no? In tal senso, quello nei confronti di Grazia da parte della stampa, è stato un vero e proprio femminicidio simbolico. E’ contro il femminicidio simbolico che le Istituzioni e la collettività sono chiamate a lottare. Non servono i taxi rosa, i parcheggi rosa, se prima non si cambia la mentalità degli uomini. Anche degli uomini che lavorano nelle forze dell’ordine. Molto spesso mi viene raccontato di donne che vanno in caserma raccontando che il marito le picchia tutti i giorni. Da parte dell’agente ci dovrebbe essere capacità di ascolto, una persona in grado di riconoscere che questi fatti rappresentano dei reati, e il grado di rischio che la donna corre rientrando a casa e continuando ad essere soggetta a quella situazione. Invece, capita che la donna venga respinta con frasi di rito: “Mah, cerchi di fare la pace”. E’ la donna stessa che si convince che tutto sommato, non è vittima di un reato, e nessuna può aiutarla a uscire da quella situazione. Alle volta addirittura quando la donna trova il coraggio di chiedere l’intervento della volante, gli agenti vedono tracce di sangue in casa, una colluttazione forte, un fatto di reato grave, ma la donna non vuole denunciare, anche in questi casi cercano di comporre pacificamente quella situazione pensando che sono panni che si devono lavare in famiglia, evitando così la denuncia e dissuadendo la donna dal richiamare, esponendola dunque a rischio di femminicidio lasciandola in quella situazione senza neanche aver fatto capire al marito la gravità del gesto che aveva commesso. Ecco perché in questi casi la formazione, l’informazione delle forze dell’ordine è proprio uno dei primi passi per far emergere episodi di violenza domestica. In Emilia Romagna ci sono anche dei Pronto Soccorso Rosa, dove immediatamente la donna trova a disposizione anche un’accoglienza di tipo psicologico. Serve ascolto e accoglienza per far sì che le donne denuncino episodi di violenza domestica, di stalking. L’omertà, un atteggiamento inquisitore o giudicante nei confronti della vittima, fa si che essa si chiuda nel silenzio. Non è caso che nella mia regione, la regione in cui c’è il più alto numero di centri antiviolenza sul territorio, ci sia anche il più alto numero di denunce di violenza sulle donne. Il sommerso diminuisce. La donna se vuole uscire da una situazione traumatica, grave, come quella della violenza in famiglia, deve avere un punto di riferimento sul territorio, che non sia solo un luogo fisico di accoglienza, perché non è sufficiente se poi a livello culturale trova un muro respingente. È possibile prevenire il femminicidio incidendo culturalmente sulle relazioni, diffondendo una cultura del rispetto della Persona e della sua dignità in quanto tale, al di là del suo sesso, del suo status sociale e dell’origine di appartenenza.

C’è bisogno di ripensare alle relazioni, e vanno ripensate a partire dal basso, non possiamo aspettare che cambi governo, che qualcuno ci dica che le donne sono tutte perbene, che ne va rispettata la dignità. È un cambiamento che deve partire da noi, noi dobbiamo dare il buon esempio. Non ci si deve considerare nel ruolo di padri, di fratelli, le relazioni, vanno ripensate, va decostruito il sentimento di tutela, di protezione, di possesso verso le “proprie” donne. Ogni donna deve essere lasciata libera di costruire la propria identità e scegliere le proprie relazioni. Se si vuole eliminare davvero la violenza sulle donne, occorre ripensarci in una prospettiva di genere. Non si può più tacere davanti a questi episodi, non si può cercare una giustificazione quando ci colpiscono da vicino. E’ vero, è difficile decostruire stereotipi che sono profondamente radicati. La potestà maritale è un istituto abrogato nel 1975, l’attenuante per l’omicidio d’onore solo nel 1981. Nonostante le modifiche legislative, la mentalità patriarcale sottesa a quelle leggi è ancora diffusa, è ancora causa della maggior parte dei crimini consumati nei confronti delle donne. Non è solo l’uomo che uccide, è l’ideologia patriarcale che uccide, riprodotta da uomini, donne, e istituzioni, e parlare di femminicidio implica questo, implica riconoscere la pervasività del patriarcato, ed opporvisi in tutte le sue forme. E’ difficile far passare questo concetto, soprattutto quando la violenza “istituzionale”non ha quelle forme macabre e manifeste che assume in certi paesi, ma è più sottile. Sta a noi, studiose, femministe, donne che le lavorano con le donne, rendere visibili questi microsistemi di potere che tagliano fuori la donna dai meccanismi decisionali, politici, comunicativi, di vita, di autodeterminazione, e agire come soggetti per riappropriarcene, la forza per fare questo ce l’abbiamo e le conquiste ottenute nel tempo ne sono prova. Secondo Focault attraverso la creazione del sapere, l’impossessamento della episteme, si rendono visibili i meccanismi di potere repressivo che sono esercitati in maniera dissimulata” dai vari apparati sui corpi delle donne, ovvero si rende visibile l’invisibilità stessa del potere. Femminicidio sta diventando una parola d’ordine anche per le non “addette ai lavori”, per le donne comuni che con uno slogan semplice, chiaro e diretto, vogliono denunciare il sessismo e la misoginia insite in tante pratiche maschili, la violenza simbolica esercitata dal patriarcato. La prospettiva androcentrica e patriarcale che pervade la cultura maschile e le istituzioni, ancora oggi consente che la donna venga socialmente in rilevanza solo in nome della funzione sociale che riveste, rendendola “oggetto di disciplina”, in conformità al ruolo che dalla società le è assegnato “per sua natura” in funzione dell’uomo: quella di “madre” o di “moglie”. L’espressione a livello sociale e istituzionale della weltanschaung androcentrica comporta un nonriconoscimento della soggettività giuridica della donna: per dirla con Agamben essa viene declassata a “non persona” ed in quanto tale diviene “uccidibile”: ovvero la sua vita diventa un bene “fruibile”, i suoi diritti diventano “relativi” e possono essere oggetto di ponderazione con altri beni socialmente rilevanti, quali appunto la tutela della famiglia, la morale sociale, ecc. Da qui l’importanza di parlare di femminicidio, per sottolineare come sia la disparità di potere e la violenza del dominio materiale e simbolico patriarcale a generare la violenza: lottare contro il femminicidio significa lottare per modificare le relazioni di potere tra uomo e donna. Una delle grandi sfide del femminismo è ancora quella di valorizzare la differenza, denunciando la necessaria omologazione al maschile che la società oggi richiede come condizione per accedere agli spazi pubblici di potere: tale lotta si esprime non solo promuovendo un’etica della cura ma anche e soprattutto reclamando la trasformazione delle norme e dei ruoli sociali connotati genericamente, “una trasformazione che non sia basata sull’eliminazione del maschile o del femminile, quanto piuttosto sulla fusione di entrambi per convertirli semplicemente in possibilità umane.” E’ ora di agire sinergicamente su più livelli per cambiare questa mentalità. Ogni donna, da potenziale vittima deve divenire agente del cambiamento, ogni uomo, da potenziale aggressore deve ripensarsi, dimettere dinamiche di controllo, di oppressione nei confronti della donna.

Il seminario di oggi rappresenta solo la prima tappa , un segno tangibile di impegno sociale per promuovere la denuncia contro il femminicidio: non si tratta solo di rivendicare giustizia, di lottare per l’affermazione dei propri diritti, si tratta di qualcosa di estremamente più significativo, le donne scendono in campo per chiedere alla società ed alle istituzioni di ripensarsi. Se una comunità colpita da fatti come quello del quale è stata vittima Grazia riesce a trasformare la tragedia in un atto di rinascita, allora davvero sarà ancora possibile credere al superamento della società patriarcale, alla costruzione di un patto sociale di mutuo riconoscimento tra i generi, come soluzione conciliativa a secoli di oppressione e indifferenza per la condizione femminile.

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