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<B>Cronica - Vita di Cola di Rienzo</B>

<I>Anonimo Romano</I>
<I>Prologo e primo capitolo, dove se demostra le rascione per le quale questa op
era fatta fu.</I>
Dice lo glorioso dottore missore santo Isidoro, nello livro delle Etimologie, ch
e lo primo omo de Grecia che trovassi lettera fu uno Grieco lo quale abbe nome C
admo. 'Nanti lo tiempo de questo non era lettera. Donne, quanno faceva bisuogno
de fare alcuna cosa memorabile, scrivere non se poteva. Donne le memorie se face
vano con scoiture in sassi e pataffii, li quali se ponevano nelle locora famose
dove demoravano moititudine de iente, overo se ponevano là dove state erano le cos
e fatte: como una granne vattaglia overo vettoria [...] tristezze, disconfitte i
nscolpivano [...] e aitri animali in sassi overo iente armata, in segno de tale
memoria. E queste sassa fonnavano in quelle locora dove le cose fatte erano, in
segno de perpetua memoria. Livro non ne facevano, ché lettera non se trovava appo
li Grieci. E questo muodo servaro li Romani per tutta Italia e in Francia e mass
imamente in Roma; ché, facenno asapere alli loro successori [...] loro fatti, fece
ro arcora triomfali <I>in soli[i]s</I> con vattaglie, uomini armati, cavalli e a
itre cose, como se trova mo' in Persia e in Arimino. Da poi che Cadmo comenzao a
trovare le lettere, la iente comenzao a scrivere le cose e·lli fatti loro per la
devolezza della memoria, e massimamente li fatti avanzarani e mannifichi: como T
ito Livio fece lo livro dello comenzamento de Roma fino allo tiempo de Ottaviano
, como scrisse Lucano li fatti de Cesari, Salustio e moiti aitri scrittori non l
assaro perire la memoria de moite cose antepassate de Roma. Dunqua io, lo quale
[...] mea ientilezza, como piaciuto ène a Dio, aio vedute cose de moita memoria pe
r la loro granne escellenzia de novitate in questo munno, lassaraio passare ques
te cose senza alcuna scrittura? Certo non fora convenevole che de esse remanga t
enebre de ignoranzia per pigrizia de scrivere. Anche ne voglio fare speziale liv
ro e narrazione. L'opera ène granne e bella. Questo affanno prenno per moite casci
one. La prima, che omo trovarao alcuna cosa scritta la quale se revederao avenir
e in simile, donne conoscerao che·llo ditto de Salamone ène vero. Dice Salamone: «Non è
cosa nova sotto lo sole, ché cosa che pare nova stata è». L'aitra cascione de questo ène
che qui se trovarao moito belli e buoni esempî; donne porrao omo alcuna cosa peri
colosa schifare, alcuna porrao eleiere e adoperare, sì che lo leiere de questa ope
ra non passarao senza frutto de utilitate. La terza cascione ène che aio respietto
alla magnificenzia de questa novitate, como de sopra ditto ène; ché cosa de poco es
sere omo non cura, lassala stare, cosa granne scrive. La quarta cascione ène quell
a che mosse Tito Livio. Dice Tito Livio nella prima decada e fao menzione de Ali
santro de Macedonia: quanta iente abbe da pede e da cavallo, quanto tiempo durao
soa signoria, quanto se stese per lo munno. E dice che soa grannezza fu nulla c
osa in comparazione de Romani. Questo dicenno responne ad una questione la quale
omo li potria fare e dicere: «Innello narrare le istorie de Romani como te impacc
i delli fatti de Alisantro?» Responne Tito Livio e dice: «Questo faccio per ponere r
equie allo animo mio». Quasi dica: «Lo animo mio ène stimolato de scrivere questa mate
ria. Voglione toccare. Puoi me se posa consolato lo mio animo». Così dico io: «L'animo
mio stimolato non posa finente dio che io non aio messe in scritto queste belle
cose e novitati le quale vedute aio in mea vita». La quinta cascione ène anche quel
la che scrive Tito Livio nello proemio dello sio livro, nella prima decada. Dice
: «Mentre che sto occupato a scrivere queste cose, so' remoto e non veggo le crude
litati le quale per tanti tiempi la nostra citate hao vedute». Così dico io: «Mentre c
he prenno diletto in questa opera, sto remoto e non sento la guerra e li affanni
li quali curro per lo paese, li quali per la moita tribulazione siento tristi e
miserabili non solamente chi li pate, ma chi li ascoita». Quello che io scrivo sì ène
fermamente vero. E de ciò me sia testimonio Dio e quelli li quali mo' vivo con me
co, ché le infrascritte cose fuoro vere. E io le viddi e sentille: massimamente al
cuna cosa che fu in mio paiese intesi da perzone fidedegne, le quale concordavan
o ad uno. E de ciò io poneraio certi segnali, secunno la materia curze, li quali f

uoro concurrienti con esse cose. Questi segnali farrao lo leiere essere certo e
non suspietto de mio dicere. Anche questa cronica scrivo in vulgare, perché de ess
a pozza trare utilitate onne iente la quale simplicemente leiere sao, como soco
vulgari mercatanti e aitra moita bona iente la quale per lettera non intenne. Du
nqua per commune utilitate e diletto fo questa opera vulgare, benché io l'aia ià fat
ta per lettera con uno latino moito [...] Ma l'opera non ène tanto ordinata né tanto
copiosa como questa. Anche questa opera destinguo per capitoli, perché volenno tr
ovare cobelle, senza affanno se pozza trovare. [...]
<B>Cap. secunno</B>
<I>Como Iacovo de Saviello senatore fu cacciato de Campituoglio per lo puopolo,
e della cavallaria de missore Stefano della Colonna e missore Napolione delli Or
sini.</I>
Dunqua da quale novitate comenzaraio? Io comenzaraio dallo tiempo de Iacovo de S
aviello. Essenno senatore solo per lo re Ruberto, fu cacciato da Campituoglio da
lli scendichi. Li scendichi fuoro Stefano della Colonna, signore de Pelestrina,
e Poncello de missore Orso, signore dello Castiello de Santo Agnilo. Questi se r
edussero nello Arucielo e, sonata la campana, fecero adunare lo puopolo, la moit
a cavallaria armata e li moiti pedoni. Tutta Roma stava armata. Bene me recordo
como per suonno. Io stava in Santa Maria dello Piubico e viddi passare la tracci
a delli cavalieri armati li quali traievano a Campituoglio. Forte ivano regoglio
si. Moiti erano, e bene a cavallo e bene armati. L'uitimo de quelli, se bene me
recordo, portava una iuba de zannato roscio e una scuffia de zannato giallo in c
apo, una mazza a cavallo in mano. Passavano per la strada ritta, per la posana,
donne demorano li ferrari, da canto a casa de Pavolo Iovinale. La traccia era lo
nga. La campana sonava. Lo puopolo se armava. Io stava in Santa Maria dello Piub
ico. A queste cose poneva cura. Iacovo de Saviello senatore stava in Campituogli
o. Erase stecconiato intorno. Non vaize niente sio infortellire, ché sallo su Stef
ano, sio zio, e Poncello scindichi de Roma, e doicemente lo presero per mano e m
iserollo a valle, acciò che non avessi pericolo nella perzona. Fu alcuno che penza
o e disse: «Stefano, como puoi fare tanta onta a tio nepote?» La resposta de Stefano
fu superva, disse: «Con doi denari de cerase lo rappagaraio». Mai questi denari non
se trovaro. Anche comenzo io dallo tiempo che questi doi baroni fuoro fatti cav
alieri per lo puopolo de Roma, bagnati de acqua rosata per li vintiotto Buoni Uo
mini in Santa Maria de l'Arucielo a granne onore. L'uno fu chiamato missore Stef
ano, l'aitro missore Napolione. Granne fu la festa, granne fu l'onore là in Campit
uoglio. Nella piazza de Santa Maria fuoro spase trabacche e paviglioni. Là erano t
romme e ceramelle e onne instrumento. Vedesi rompere de aste, currere de cavalli
e pettorali de sonaglie. Moite erano le banniere. Più erano le reconoscianze. Moi
ta se faceva festa. Moito li fu fatto onore. Nella chiesia de Santa Maria de l'A
rucielo stavano doi lietti, li più onorati. Ben pareva cosa reale. Queste cose me
recordo como per suonno. Currevano anni <I>Domini</I> MCCC [...] li sopraditti c
avalieri bagnati ne iero allo re Ruberto a Napoli, lo quale li cenze la spada; l
a quale cosa moito despiacque allo romano puopolo. Certo da queste cose io non c
omenzo; ca, benché così fosse, io era in tanta tenerezza de etate, che conoscimento
non avea elettivo. Anco voglio comenzare da cosa de più aitezza. Incomenzaremo col
lo nome de Dio dalla sconfitta dello principe della Morea, la quale fu per quest
a via.
<B>Cap. III</B>
<I>Como fu sconfitto lo principe della Morea a porta de Castiello Santo Agnilo,
e como fu trovato Guelfo e Gebellino, e delle connizione de Dante e que fine abb
e soa vita.</I>
Currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXVII, dello mese de settiembro, nella viilia d

e santo Agnilo de vennegne, quanno fatta fu la granne sconfitta per li Romani a
porta de Castiello; la quale fu per questa via. Li elettori dello imperio nella
Alamagna liessero Ludovico duce de Bavaria in imperatore, lo quale non fu obedie
nte a papa Ianni, como se dicerao. Quanno la venuta de questo elietto a Roma fu
intesa, papa Ianni, lo quale era in quello tiempo, e Ruberto re de Apuglia se pr
ovedevano de pararese a soa venuta. Dunqua de loro commannamento missore Ianni d
ella Rascione, principe della Morea, frate dello re Ruberto, e missore Ianni Gai
etano, legato in Toscana, se muossero con iente moita a Roma per fare contrasto
e reparo. La adunanza fu fatta nella citate de Nargne. La iente fu moito bella e
bene acconcia. Setteciento fuoro li cavalieri, pedoni senza fine. Tutti li baro
ni de casa Orsina erano con essi: missore Napolione, cavaliero noviello dello pu
opolo, Bertollo de Francesco dello Monte, nepote dello legato, canfione della pa
rte guelfa, missore Antrea de Campo de Fiore e moiti aitri. La iente ne veniva g
rossa e smesurata per occupare Roma. Romani, in semmiante de fare buono scudo, s
e 'nantipararo e fecero capitanio dello puopolo uno vertuosissimo barone de casa
della Colonna - Sciarra fu sio nome -, lo quale fu delli più dotti e savii de gue
rra che in quello tiempo fussi. 'Nanti che lo legato approssimassi, Sciarra abbe
tutte le fortezze de Roma. Bene abbe Castiello Santo Agnilo. Puoi ordinao lo pu
opolo e fece caporioni. Fece capo vinticinque, tutti romani. Ordinao tutti cones
tavili. Moito li teneva solliciti. Bene guardava le porte. Spesso faceva parlame
nto. Moite spie avea. Iacovo Saviello, Teballo Santo Stati e moita baronia collo
puopolo era. Quanto la venuta dello legato più approssimava, tanto li Romani stav
ano più solliciti. Ecco che la notte della viilia de santo Agnilo fuoro ionti in R
oma. E entraro nella citate Leonina, non per la porta, ché se guardava, ma entraro
per lo muro rotto. Ruppero lo muro quale stao sotto le Incarcerate e, dato quel
lo muro per terra, fecero uno granne guado in fronte allo pozzo e per quella così
fatta via tradussero loro banniere, loro legioni de iente. Entrati, occuparo da
porta de Castiello fi' a Santo Pietro. Tutto era copierto de iente armata. Bene
sonavano tromme e trommette, naccari e cerammelle. Gran festa facevano. Bene scr
issero lettere della entrata de Roma. Fra tanto la porta dello brunzo stava enze
rrata. Quanno Sciarra, lo franco capitanio, sappe che la iente era ionta, non se
dubitao niente, anco se armao e fece sonare la campana a stormo. Mesa notte era
e forza lo primo suonno. Uno vanno con tromme mannao per la terra, che onne per
zona fosse armata, ca·lli nemici erano entrati in Puortica, e che traiessino a Cam
pituoglio. La iente che dormiva subitamente se sviglia. Ciascuno prenne arme. Co
scia abbe nome lo vannitore. La campana sonava terribilemente. La iente trasse a
Campituoglio. Là traie la baronia e·lli populari. Lo buono capitanio parlao e disse
ca venuti erano per entrare in Roma, per mozzare le zinne delli pietti delle do
nne de Roma. Moito inanimao la iente. Poi partìo la iente in doi parte. De l'una p
arte fu capo esso, dell'aitra fu capo Iacovo de Saviello, lo quale fu mannato al
la porta de Santo Ianni, quale se dice porta Maiure. E questo perché sapeva ca que
lla iente se era partuta e veniva da doi porte, parte da porta Castiello, parte
da porta Maiure. Ma non venne così, ca, como Dio voize, fu dato lo dìe de santo Agni
lo. Quelli intesero lo dìe po' santo Agnilo. Donne la cosa venne falluta, ca non v
ennero alle porte ad uno ponto né ad uno dìe. Quanno Iacovo ìo alla porta, non trovao
alcuno. Là se tenne senza alcuno impaccio conestavilito. Dall'aitra parte cavalca
Sciarra con sio confallone. Granne ène la cavallaria. Sette rioni se abiaro denant
i armati. Esmesurato era lo puopolo. Ionze a ponte de Santo Pietro. Io me record
o che in quella notte uno cavalieri romano armato, essenno cavalcato a ponte, odìo
una trommetta de nimici. Volenno fuire tramazzao da cavallo. Lassao lo cavallo
e vennesene a pede. Sacci ca non abbe carestia de paura! Quanno lo puopolo fu io
nto a ponte, allora se faceva dìe. Era la aurora. Allora Sciarra commannao che·lla p
orta dello brunzo fossi operta. La folla era granne. Moito fuoro storditi li nim
ici, vedenno per lo ponte li moiti pennoncielli. Sapeno ca onne pennone avea ven
ticinque uomini. Ora se opere la porta. Lo rione delli Monti vao denanti. Alloca
se lo puopolo per li puortichi, per la piazza de Castiello. Là erano schierati li
sollati e l'aitre iente. Ora vedese currere de cavalli. L'uno lo broccia de sopr
a a l'aitro. Chi dao, chi tolle. Tromme sonavano de·llà e de cà. Granne è lo romore, gra
nne è lo stormo. Chi dao, chi tolle. Sciarra e missore Antrea de Campo de Fiore se
infrontano insiemmori e sì se villaniaro forte. Puoi se ruppero aduosso le aste.

Per tutta piazza de Castiello fi' a Santo Pietro. Ora se delequa lo principe con quella soa iente che potéo cogliere. Quanno se fuoro li cani [. Forte se stracciavano. da Santa Maria i n Trespadina. iovine como acqua. armati. Ora se aiza la terza. Anco là fu u n'aitra novitate. Granne parte dello puopolo passao canto lo fiume. Così se macellavano como le pecora. quanno la iente lassa opera. Sciarra tornao a Campituoglio con granne triomfo.] . A questo romore de doi cani la moita iovinaglia trasse. ché ià lo principe dava a reto. In questo tiempo fuoro fatte quelle maladette parte. Lo puopolo de Roma vao 'nanti e reto como onn a de mare. Venneli denanti e destese la mano per pigliarlo. Lo luoco donne se partiro fu porta Veredara. che non se pote dicere. caddero menati a forza dalli cavalli dello p rincipe. li quali non erano stati 'nanti. fuoro presoni. lo quale ène fatto per defesa de l'uorto. li quali nello stormo erano stati feruti. Non ne voleva la vita l'uno de lo aitro. Coize audacia de vole re prennere per la perzona lo principe. Po ' moiti dìe fuoro trovati uomini muorti per le vigne. Non perciò perdìo vigore lo Romano. Nulla resistenzia faco. da piazza de Santo Spirito. li Rom ani lo àbberano muorto. Moita iente ce fu occisa. Provenzali... Tante fuoro le corpora morte che nude iacevano. tagliati. In presone stettero tanto quanto lo capitan io voize. Allora se fiariao lo puopolo. Là per la folla affocati fuoro cinque pedoni romani. Lo fuire ène granne. Speronao lo destrieri e ruppe la forte s chiera dove stava affasciato lo principe. Là fra que sta iente iaceva lo conte de Santo Severino e moita aitra bona iente: la vista l o mustrava. M oita preda Romani guadagnaro. ora vedese commattere.. Lo principe deo a reto. Bene se ne·llo credeva menare. E se non fusse che Sciarra lo portava in groppa. per tutte puortica. nudi e muorti. Maiure è lo maciello. ca·llo princip e li menao de una mazza de fierro e ferìo lo cavallo. E questo fece per dare uitima sconfitta allo p uopolo de Roma. P arte favorava allo Guelfo. Sciarra della Colonna forte conforta soa ient e e fece una notabile cosa. credennose retornare. Granne fu la tristizia che Roma abbe de così inclito barone . anco erano stati Bianchi e Neri. Infra li quali fu Bertollo capo de parte Orsina. parte allo Gebellino. Là s e pare chi ène figlio de bona mamma. Pugliesi.Cola de madonna Martomea delli Anibal li avea nome . lanciare e prete iettare. dallo lato de Santo Spirito. por tava lo confallone dello puopolo de Roma. l'aitro Gebellino. prese questo c onfallone e iettaolo nello pozzo. che la soa sopravesta cagnao in poca ora. non abbe sufficiente spazio lo sio cavallo. Quella fu la via c he li campao. donne era rotto lo muro. cioène Napoletani. Alquanti baroni romani della parte Orsina. per onne strada iacevano como la semmola seminati. Vedese ferire. Bene debbe lo traditore perdire la vita. nelle capanne e nell i cupi delli arbori. li Romani se allocaro fi' a mesa la piazza . Uno granne omo de Roma . Ben pare che fossi stormo crudele. IIII</B> [<I>De papa Ianni e della venuta dello Bavaro a Roma e della soa partenza e dello antipapa lo quale fece. lo quale avea nome Ianni Manno de Colonna. Ora vedese fuire. Franceschi. Granne sen no lillo fece fare.] <B>Cap.. Intanto se departiero e tornaro a loro iente. capitanio della Chies ia e della parte guelfa. Como ionze allo pozzo lo quale stao in quella piazza denanti alle Incarcerate. Bello pallio mannao a Santo Agnilo Pescivennolo e uno bello calice per merito e onore de questa romana vittoria. ma non respusero le mesure. li qual i fecero resistenzia. e là fu occiso. L'uno abbe nome Guelfo.fu perzona assai ardita. Ma li nimici daienno lato.</I> ] [. La potenzia dello destrieri dello principe fu tanta che recessava a reto Nicola e recessannose a reto Nicola . Una sera. Per la via lo spi rito li avea abannonati. Guelfi e Gebellini. In quello fossato lo ca vallo e esso. Là fu fatta una novitate così. Co menzaro a fuire. Donne li piedi dereto li vennero m eno e cadde in quello fossato lo quale stao in fronte alla porta dello spidale d e Santo Spirito. appriesso allo cenare nella citate de Fiorenza se appicciaro doi cani.Puoi se colpiavano delle spade. Aitra iente non fece defesa. Inchinao soa schiera. dalli Armeni. Uno.

L'oste pranzava. vino. lo quale sparlava contra li baroni de Romagna e dicevali traditori. Moita robba fu guadagnata. Ferrara ène una longa terra. li quali so' nuobili uomini . Senza defesa fu guada gnato uno esmesurato trabocco lo quale aveva nome asino. pe r l'oste fare. è signoriata dalli marchesi da Este. In prima scrisse lette re a missore Malatesta. Lo assedio stette dìe quinnici. Lo legato . vedese fuire . fu sollicito de campare soa perzona. lo pianto fu grannissi mo e·lla tristezze granne. moito amati dalli tiranni de Lommardia. Uno dottore de leie . Puoi toize lo borgo de Ferrara. Alcune perzone fuoro che se appennicaro alle funi delle mole e per l'acqua campavano. li quali se chiamano quelli da Fontana. lo quale non stava volentieri fore de casa. Là trasse lo vescovo de Fiorenza. Nulla provisione li daieva. Per acqua e per terra staieva as sediata. lo quale colli aitri tiranni era lassato. annegao in Po. Anco ce fu la moita sollaria. Venne uno con una accetta e tagliao quella fune. Ora ne soco signori in luoco loro li marchesi da Este. De questa Ferrara so' cacciati alquanti citadini nuobili. perché lo curzo li fu rotto. V</B> <I>Dello mostro che nacque in Roma e dello legato dello papa lo quale fu cacciat o de Bologna.. lo anno settimo dello sio dominio. miglio uno. Questa cita te. Faciemus</I> ». forte ne mormorava. Leva puopolo e caccia dello palazzo della Biada lo menescalco dello legat o e occise alquanti e derobao. con garavellotti in mano. Puoi mise coite grannissime per cogliere moneta. Poca cosa era da fare. Li marchesi de Ferrara respusero allo legato f iorini quattordici milia per anno. L'acqua li fu toita. Lo ponte era legato de stroppe. E questo avenne perché venniero Ferrara a Veneziani.. Lo marchese Rainaldo non demorao. Quanno lo puopolo de Bologna se sentìo agravato sì per le coite sì per la iente morta. Quan ta iente morìo bene puoi sapere. Su nell'ora della terza essìo de Ferrara e deose sopra l'oste. Lo puopolo de Bologna s e recuverao in su lo ponte.] una citate. e iace sopra la ripa de uno nobile e granne fiume l o quale hao nome Po. da priesso a Bologna vinti miglia: Ferrara hao nome. carne inzalata e moite cose. Li signori de Romagna se lassaro prennere de loro spontanea voluntate. Lo carroccio tam e a Bologna tornao.missore Brandelisio de lli Gozadini abbe nome . Lo capitanio dell'oste era lo conte de Arme niac. lo quale vao invierzo Venezi a.<B>Cap. Dentro era fodero de pane. Fece una oste generale e sì·lla mannao sopra Ferrara. Anco ce fu li signori de Romagna. ca·lle pache che se·lli ma nnavano non se·lli daievano. F ece venire da sio paiese cinqueciento iannetti vestuti de giallo con longhe gamm e. vedese strilla e pianto. Lo legato non se dubitao niente. re sponneva: «<I>Bene. dello quale de sopra ditto ène. Ora fu puosto lo assedio allo bello e nobile cast iello dello legato. la quale campava. L a moita iente fu morta e presa. Po' li quattro anni dello tributo. Li Bolognesi traboccavano lo sterco dentro dello c astiello e valestravano. acciò che non tornassino quelli li quali vennut a avevano la loro patria a Veneziani.</I> [. lo legato non li pareva essere signore se non aveva la signoria libera. Anco ce fu lo puopolo de Bologna. Lo conte Armeniac fu presone e revennuto LXXX milia f iorini. Erance da fare uno bottone. Aitro non conteneva se non questo: «<I>Bene. La sentenzia d ella lettera era: perché se era rebellato alla Chiesia romana? Missore Malatesta r escrisse una lettera. La terra era perduta. Vedi se figlio fu de demonio quello omo! Vinti milia perzone pericolaro nella rotta. L'oste dello legato fu potentissima. lo qua le per grannezza soa non curava de fare quella guardia la quale aveva de bisuogn o. Faciemus</I> ». Vedi que doveano penzare quelli che suoglio esse re signori e non haco cobelle! Drento in questa Ferrara ionzero da doi milia var vute. Vedenno lo legato che tutto lo munno se·lli era rebellato . Lo legato li teneva moito poveri. Ora vedese occidere de iente. Cadde in fiume. Quanno ademannavano alcuna grazia. Da l'aitro lato li stao un aitro vraccio de Po. D e colpo abbe tutto lo contado de Ferrara.su nella piazza dello Communo se mosse con una spada in mano. P o' questo lo legato se apparecchiava de fare un'aitra oste moito più pericolosa. Tutta quella iente. li quali non erano pacati. Questi de Fontana pregaro lo legato che li to rnassi in loro casa per anni tre. Quanno la novella fu ionta a Bologna. como ditto ène. Puoi passao lo Po e fece uno ponte de lename a soa posta.

Erano Bergamaschi. Milanesi. VI</B> <I>Como frate Venturino venne a Roma colle palommelle e dello campanile de Santo Pietro lo quale fu arzo. Allo dìe de presente penne nella voit a della Minerva sopre la cappella de missore Latino. Can to le mura ne iva la strada la quale vao alla porta de Fiorenza. dello ordine de santo Domenico. In capo portavano una capelluzza de panno de lino bianca e de so pra portavano una capelluzza de panno de lana biada. Sopra la gonnella portavano uno tabarretto de biado corto fino allo inuocchio. Questa iente. Puoi deruparo a terra quello nobile cas tiello de che ditto ène. Ène de zannato verde. tan to potessino deluviare. De sopra le caize portavano calzaroni de corame fi ' a mesa gamma. Lo legato fece la via delle Alpe con povera compagnia e con poche some. Tutta Roma trasse per odi re soa predica. La lampana cerchiata d'aoro. Ionze a Pisa. dello mese de marzo. La sera cantavano le laode. currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXIV. Viengo a Vitervo. La parte de sopra era bianca. santo Domenico e santo Pietro martire e aitri profeta. Fuoro divisi per le case caritativamente e dato a loro da magnare. lavati piedi. <B>Cap. Uno confallone de zann ato arrecavano. Là predicao. de scienzia e cortesia . Queti stavano. Puoi predicao in Campituoglio. Moita i ente lo sequita. Anco àbbero tutta la carne secca. Una parte f uoro ientili e buoni. Quanno f u ionto. Forte tenevano mente Romani. dottore de Decretali. nello parlatorio. la quale ène de alabastro. In questo tiempo era in Bologna missore Ianni de Antrea.. lo quale donao alla Minerva. Li Fiorentini lo trassero fòra allo castiello. fu receputo in Santo Sisto. In pietto portavano una palomma bianca. da Pisa in Avignone. Nella mano ritta portavano lo vordone. la parte de mieso era roscia. la nobilissima cona dello aitare li frati predicatori de santo Domenico. Quanno questo fu. Ben lo àbberano manicato a dienti se non fussi st ato in balìa de Fiorentini. longa. lo quale avea nome frate Venturino de Bergamo de Lommardia. nella quale dalla fronte po rtavano uno tau. luongo e ampio. E disse che Roma era terra de .</I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXIIII. ma le dieci parte fuoro delle vescovata. opera pi sana. Puoi se muosser o li moiti Fiorentini e presero quello medesimo abito e sequitano frate Venturin o. era che questi portavano una gonnella bianca.se mise in mano de Fiorentini. la quale ardeva ne llo coro dello legato. li quali sonano viole. Quello segnale lassao. Drento stao penta la figura de santa Maria. Questo fu quello lo quale fece lo livro lo quale se dice la Novel la. Ora la fama de frate Venturino de Bergamo forte ventava a Roma. Ponevano cura se pec cava in faizo latino. in quaraiesima un o frate predicatore. la quale teneva in vocca uno ramo de oliva in segno de pace. In gam me portavano caize de bianco. Da Vitervo entrano in Roma. Allora predicao e disse ca sciogliessino le calzamenta del li piedi loro. Moita onta li fecero. lo quale questo frate Venturino li avea dato . ca la terra dove stavano era santa. che passava. Veone in Fiorenza. Tutto lo puopol o de Bologna li gridava e facevanolli le ficora e dicevanolli villania. Comani. L'abito. Bolognesi derobaro tutta ie nte de Lengua de oca. Soa iente moito pareva ordinata e bona. quanto arrecavano abito. Puoi predicao in Santa Maria Minerva lo dìe della Annunziaz ione. De·llà e de cà staco penti agnili . Dicevase ca voleva aconvertire Romani. Bene ivano ad ordine. Moiti ne occisero. Le pecca trice li facevano le ficora e sì·lli gridavano dicennoli moita iniuria. de mese [. Mantovani. Con questa iente frate Venturino descenne per Lommardia predicanno. valore de X milia fiorini. passata mesa gamma. Fiorentini graziosamente recipiero cotale ie nte. commosse con soie predicazioni devote la maiure parte de Lommardia a devozione e penitenza e connusse questa iente in Roma allo perdono.. Bene se aiza vano li panni dereto e mostravanolli lo primo delli Decretali e lo sesto delle C lementine. buono li etto. Fi' dalli fonnamenti trassero le mura. la quale venne con frate Venturino. Aitro non lassaro se non la chiesia. Bresciani. fu innumerabile. omo de tanta escellenzia de senno.] La campana dello legato àbbero li Eremitani. àbbero li frati menori. nella manca li paternos tri. E tanto fu più cosa maravigliosa . fatta moita caritate per tre dìe senza premio.

Puoi se domannao una grazia e uno dono a Roman i. La soa elezzione fu più divina ch e umana. <B>Cap. ro scio. Quanno approssimao a morte. Ma puoi che·lle voce fuo ro tutte dello bianco. Denanti a questo papa Benedetto venne uno monaco de Santo Pavolo d e Roma . sì che chi hao la voce per lo quarto ène nella più infima connizione. E disse ca ciò che avea ditto avea ditto per disputazione fare.moita santitate per le corpora le quale in essa iaccio. E perché ne trovava pochi. Ma Romani so' mala ient e. VII</B> <I>De papa Benedetto e dello tetto de Santo Pietro de Roma lo quale fu renovato. E iva per le corte alle nozze e per le vigne alle calate. Lo papa: «Io dico la cantilena». li tolleva parte delle prebenne e sì·lle pres entava alli sufficienti e buoni. lo quale per la morte dello antecessore si o era elietto abbate. Moito li despiaceva cutale parentezze. vo i devete fare una vostra festa la quale gosta moita moneta. de llo quale ditto ène. d isse: «Santo patre. Moito bene voleva vedere a chi le daieva e voleva vedere de que vita fussi e volevali forte esaminare. Non vao né per Dio né pe r santi. Moito iva cercanno li buoni chierichi sufficien ti. Disse lo elietto: «Le canzoni saccio». Allora li Romani se comenzaro a fare g abe de esso e dissero ca era pascio. Romani non l o volevano odire. Anche in questo tiempo morìo papa Ianni. revocao lo errore de chi diceva c a·lle anime delli beati non veiono Dio de faccia. dentro alla chiesia. Disse lo papa: «Io dico se tu sai toccare l'org ani e·llo leguto». che non voize mai despenzare nelli matrimonii li quali se faco intra li parienti. in servizio de demonio. Quanno li veniva innanti alcuno prelato indegno overo idiota. ca era bello sonatore e cantatore de ballate. Non comparze più. anche ne facevano la caccia. Anche fu omo moito scarzo e retenente dello tesauro della Chiesia. Allora se desperava dell'ira e sì·lli maledisse e disse ca mai non vidde più perverza iente. Respuse quello: «Troppo bene». ma delle beneficia. Questo papa fu omo santissimo e servao questa c onnizione. lo quale essere papa ciascheuno assemmotì: l'abbe per desperato. ca la concordia de tutti fu che fussi papa. Questa pecunia date la a mi. io so' lo elietto de Santo Pavolo de Roma». sì che tutti l'àbbero per desperato. anche se levaro in pede e partirose e lassarolo solo. soa elezzione fu divina. Fu oit ramontano. Disse: «Sai cantare?» Respuse lo elietto: «Sacc io». Quanto ne poteva essere tristo santo Benedetto. Quest o abbe nome lo cardinale bianco e fu omo moito corpulento e grasso e gruosso. sopre la porta maiure della nave maiure. Puoi fece fornire tutto lo tetto de Santo Ianni de Laterani. anche se fao per idolatria. Avea nome lo cardinale bianco quanno fu eletto. lo quale fi' alla .frate Manosella avea nome -. Puoi predicao in Santo Ianni. In questo tiempo uno folgoro ferìo lo campanile de Santo Pietro e tutto lo cucurullo arze. Io la despenzaraio per Dio alli uomini necessitosi. Ora lo papa sao tutt e le connizioni de chi li veo denanti. Le campane non toccao. Lo papa lo privao dello pred icare. perché li cardinali li diero la voce per lo quarto. Questo papa Benedetto reconf ermao tutto lo prociesso lo quale avea fatto lo antecessore sio contra lo Bavaro . Mai non li voize consentire. Così dico Roma ni. Non voleva idiote. vascone e fu monaco bianco de l'ordine de Cistella de santo Bernardo. Moiti ne esaminao es so medesimo. sonanno lo leguto. Ora tutti li cardinali se concordavan o in esso per lo quarto. Allora mutao favella lo papa e disse: «E conveose allo abbate dello venerabile monistero de Santo Pavolo essere buffone? Va' per li fatti tuoi!» Così tornao collo capo lavato. Questo era omo lo quale se delettava de ire per Roma la no tte facenno le matinate. de non convenevile fama. Anche se p artìo de secreto e gìone fòra de Roma. Ionze in Avignone. </I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXIIII quanno fu creato papa Benedetto. Così dicenno non più demoraro. Da vero che·llo ioco de Nagoni non era fatto. li quali non puoco fornire lo tiempo fi' allo sudario vedere». Disse frate Venturino: «Signori. destrenze le grazie a sì e non vole va provedere. non solament e dello tesauro. Disse lo papa : «Sai sonare?» Disse lo eletto: «Saccio». La soa figura de ponto stao in Santo Pietro. quanno lo sio monaco saitava e ballava! Quanno questo elietto fu denanti alla santitate de papa Benedetto. Allora li Romani se ne risero. Moito li onorava.

ca subitamente l a mesa della varva li deventao canuta. Per fare questo tetto fuoro adunati tutti l i savii mastri li quali avere se potiero drento de Roma e fòra. VIII</B> <I>Della cometa la quale apparze nelle parte de Lommardia e della abassazione de missore Mastino tiranno per li Veneziani. lo quale fu de tanta escellenzia. Questo stava suso in uno arcotrave a lavorare.</I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXVII. E questa mutazione fu in una not te. apparze nelle par te de Lommardia una cometa moito splennente e bella e durao dìe tre. Questo nobile trave fu spezzato e de esso fuoro fatte tavole necess arie per la opera novella. l'aitra fu più desposta a salute. Dieci pi edi era gruosso. Puoi fece renovare tutto lo tetto de Santo Pietro Maiur e de Roma de una bella opera nobile e pulita. Dirraio ca quello movim ento fu subito in quella subitezza. Forza lo trave non stava oguale. Con uno secure in mano faceva questo mastro lavorieri lo quale bisognava . Lo mastro stava in pede. Granne paura abbe lo mastro de cad ere a terra esso collo trave. Uno omo stava cavalcato nell'uno capo. in simile cas o. E fon ce trovato scritto de lettere cavate CON. quanno crullava la testa. Suoi capelli erano tanto belli che. Era de abeto como li aitri. Per la g ranne grossezza era tanto durato questo trave. Tutto era affasciato de funi per la moita antiquitate. ca ce fuoro trovati drento sorici esmesuratissimi a nidate e fuoronce tro vate fi' alle martore e. I o non vòizera essere stato uno de quelli. E moiti ientili uomini de Roma ne àbbero tavole da mani care. l'ora.. Deo uno adatto saito e remase puro in pede. quasi dica: «Questo ène de quelli travi li quali puse in questo tetto lo buono Constantino». quanno l'omo stao in luoco moito aito. esce llentissimo falename. Quanno lo tetto viecchio se posava. moito pareva mutato de bionno in canuto. fonc e trovato uno esmesuratissimo trave de mirabile grossezze.. Poco fu che lo mastro non cadde a terra . lo re Carlo li fece tagliare la testa. In questo r esponne Avicenna e dice ca. dello mese de agosto. Quella parte che fu più presso allo pericolo. che più ène. quanno fu deco llato. Una maraviglia voglio contare. lo quale abbe nome Nicola de Agniletto de Vetralla. uno aitro nello aitro. Gustao LXXX milia fiorin i d'aoro. lo ponto nello quale quello tetto fu in tutto fornito. pareva che fili de aoro se movessino atorno ad una colonna d'ariento. E per sio sa pere posava li travi viecchi e tirava li nuovi suso aito.. Intra li quali fu uno delli buoni dello munno. quella recipéo la impressione. li capelli d'aoro fuoro deventati canuti. f atte sì per l'antiquitate sì per fere le quale avevano rosicato e fatta drento avita zione. Lo peso era granne. Da puoi che fu sconfit to alla vittoria e preso ad Astura. E·lla soa paura non potéo nasconnere. Lo trave sbinchiao e nello sbinchiare aizaricao e nello ai zaricare se mosse de luoco e revoltaose..] E imp erciò le membra tremano. Spesse voite da puoi se·lla radeva. perciò non fu canuta. Questo trave ne fu posato e dentro de esso fuoro trovate caverne e cupaine.mitate era descopierto. In quella notte. dello mese [.]. <B>Cap. anche stava pennente .]. Alcuno me pòtera adimannare perché per la paura se fao la canutezze. lo calore della cotica se parte dalla circonferenzia e vao allo spesso de mie so per salvarese. E segno de ciò ène che sente omo quella parte formicolar e. Currevano anni <I>Domini</I> MCCC[ . così la cotica se denuda de sio vigore in tale muodo che lo pelo non recipe la soa tentura. Lo capomastro de tutta l'opera abbe nome mastro Ballo de Colonna. tutta la virt ute se reduce a confortare la virtute animale dello cerebro. pezzuta a muodo de una spada.. Lo trave era puosto su nello mur o aito. Era antiquo quanto che l'alelui a. che non [. più prestamente che se f ussi uno ciello. quanno quella opera fornita fu. Questa cometa pareva che fussi una stella lucentissima più delle aitre. che sappe 'nanti dicere lo dìe. Chi lo vidde non lo pot eva credere. e estenneva dereto a sé una coma destinta. Anco adomannarao al cuno perché questo fu canuto più da uno lato che dall'aitro. perché·sse denudano della virtute regitiva. Spesso diceva ca quella canutezza fu per paura che abbe che non venisse a balle esso e·ll o trave aizaricato. golpi colli loro nidi. la quale demorao in presone. Lo simigliante avenne a Corradino re. In airo puoi desparze. La dimane. E questo moito incontra a quelli li quali usano per mare.. e penneva . Così. Io lo viddi.

smaitati. la Lunisciana. conviti esmesurati. robini e smaralli. anche ène una [. zaffini. Puoi manicava la carne lo venerdìe e·llo sabato e·lla quaraiesima. Mai bene non li prese da puoi. Puoi che insuperbìo . E per fare le fonnamenta guastao una chiesia: Santo Salvato' abbe nome. comenzao a deluviare. vedesi To deschi inchinare.] fatta nella sovrana parte de l' airo. lett erati. spezialmente sopra li principi della terra. Po' la morte de missore Cane della Scala remase un sio nepote : missore Mastino abbe nome. Doi milia cavalieri cavalcavano con esso. iostre e tornii e bello a rmiare. moiti li buffoni. Questo missore Mastino fu cavaliero d ello Bavaro. Abbe Lucca e ingannao Fiorentini. Anche dice ca questa mai non appare. Questa coma stava da uno delli lati. Infra le aitre magnificenzie soie se racconta che L XXX taglieri de credenza abbe una voita che voize pranzare in cammora. Anco sequitao la destruzzione e·lla ruvina de missore Mastino della Scala. cornamuse e naccare s onare. ché·llo man .. più potenzia. Questo missore Mastino della Scala fu delli maiuri tiranni de Lommardia: quello che più citate abbe. Questi vizii lo fecero cadere de sio onorato stato. panni lavorati. E puoi perdìo onne cosa e venne a convenevile stato. Mai non se partiva. saitare.. Granne iustizia faceva. non conosce la frailitate u mana. con uno grannissimo ventre. balasci. a dare a intennere che per fierro de arme avea guadagnato sio reame. Moito commosse la iente a d ammirazione. Drappi franc eschi. e fu mann ato in Venezia. destr ieri da iostra. La soa fama son ava in corte de Roma. danzare. Crema. Ora se mannifica missore Mastino . Parma. E onne ta gliero abbe uno deschetto. muli con some scaricare. Quanno questo abbe fatto. 'naorati portare.la ponta sopra de Verona. Dice Aristotile.. Non curava de scommunicazione. Vedesi levare cappucci de capo. colle spade in mano ivano intorno a soa perzona. crebbe. pontani. ca questa non è verace stella. quann o cavalcava. più commun anze. che·lli teneva con seco e davali granne provisione. perché abbe intenzione de farse incoronare re de Lommardia . Puoi mise pede in T oscana. In Toscana abbe Lucca. più castella. Mastro de guerra. Iudici. In bona fe'. elietti. fece fare palazza esmesurate in Verona. Q uesta corona fece fare. moiti so' li falconi. e fu omo assai savio de testa e iusto signore. che non significhi novitati granni. Lo muodo c he cadde de soa aitezza fu questo. Doi milia fanti da pede armati. donne Fiorentini li ordinaro quella ru vina la quale li venne de sopra. Che avesse detoperate cinquanta poizelle in una quaraiesima se ava ntao. lo quale avea nome missore Alberto della Scala. Brescia . La quale novitate fu per questa via. Un a cosa faceva alli nuobili li quali li davano le citate. va rvuto. finente che n on era signore. que voleva dicere questa novitate. tartareschi [. Puoi fece fare una corona [. lo quale fu tanto potente e tiranno che se voize fare rege de corona. Abbe Verona. derizzavali sopre quaranta trabocchi. Non iva né su né io' .] velluti intagliare. Trevisi. Quanno menaccia va. Moiti erano li baroni. Mentre che soa oste se posava sopra alcuna citate. Puoi menacciava de volere Ferrara e Bologna. così per Lommardia se destese la novella che Padova fu perduta. ca così fu. tromme e cerammelle. peloso. moiti erano li sollati da pede e da cavallo.. Vicenza. Civitale. e faose de materia umida e calla. in presone. l'animi delli tiranni de Lommardia furono forte turvati: bene penza no via de non essere subietti a loro paro. e de fierro la fece de fatto. gloriavase. cantare. De XV grosse citate fu si gnore. nella Metaora . E considerannose essere tanto potente. Fu un omo bruno. Questo missore Alberto fu mannato a reiere Padova.. più grannia. per industria e per sagacitate de sio pietto. Avea un sio frate. Per tutto sio renno ivi securo con aoro in mano. ma ritta se stenneva como fossi una fiamma de fuoco.. virtuosi de onne connizione avea provisione in soa terra. Padova. tutta Verona crullava. Parma venze a forza de guerra. valore de fiorini XX milia. anche comenzao a corromperese de lussuria.] tutta adorn ata de perne. tutta Lommardia tremava. Mentre che sequitao la vertute. Quanno se vidde in tanta aitezza. miedici. onne bello e doice deletto fare. Vedese tributi venire. onne deschetto abbe doi baroni. palafreni. Granne era lo armiare. Non hao simile in Italia. Onne dìe mutava robba. Cinquanta palafreni avea da soa cossa. E sì·lla àb bero Veneziani e presero drento missore Alberto della Scala de Verona. ca. Forte deventa o lussurioso. Quanno questo signore cavalcava. Reggio. Puoi comenzao a desprezzare li tiranni de Lommardia. como ques ta desparze. Non curava de ire a parlamento con essi. Voleva essere signore sì per forza sì per amore. la quale salle su e accennese e dura tan to quanto la materia donne se fao. e commoz ioni de reami e morte e caduta de potienti.

E liberamente fu comenzato a fare lo sale bello e assai buono dello munno. De colpo cavalcao a Verona e parlao con missore Mastino. Granne maraviglia se fao omo de così nova devisanza. como aveva demannato. Quanno Venezian i vederanno che tu farrai lo sale. Non esforze te alcuno. sollati e aitra moita iente abbe con seco. la capella della seta de sotto. Allora Veneziani fecero una ambas ciata preziosa. e gìo per ambasciatore. Con donzielli assai e aitra famiglia passano lo mare. Puoi visitava l' aitro. tu hai nello tio terreno de Padova una villa la qua le se dice Bovolenta. Parevate vedere lo ioco de Testaccia de Roma. e suoi parie nti erano. grannissimi me rcatanti e ricchissime perzone. Questo missore Ubertiello avea una soa bella donna. Tuttavia dice: «O missore Ube rtiello. Moita iente loro trasse a vedere. credennose volare più aito che Dio non consent iva. moito adorna. missore Mastino intenne de fare lo sale nello sio terreno per avere quella pecunia la quale voi avete e to llereve de mano per signoriarve e per abassare vostre saline. Ad onne tratto questo diceva. Intanto. Questa villania dicere no n lassava né per soa ientilezza né per soa onoranza dello consorte né per parentezze né per bene volere né per onestate né per alcuna via Missore Ubertiello de ciò crepava. Dodici maiurienti de Venezia fuoro.nao a muodo reale. moito assettati. Li simiglianti costumi conveniva che avessi lo signore. alli staini fosse fatto uno bello castiello de lename. lo quale dilientemente fosse guardiato per guardia delli salinari. E deoli lo muodo e l'ordine per questa via: «Missore Mastino. l'averai. Lo ri dere non descegneva. c omo l'opera preziosa veniva! Li fatti ivano de ponto.] Marsilio fu un savio cavalieri e moito scaitrito e s ecreto. e disse quella am basciata in quelle paravole. per tutte ore non finava missore Alberto de spaziare e dicere: «O missore Ubertiello.. dicenno che questo non aiano Veneziani per iniuria: con ciò sia cosa che voi usete vostra rascione nettamente. C rese lo tiranno alli fallaci ditti. Entrava nell e monistera delle donne religiose. E deoli ad inte nnere che poteva essere lo più granne omo che fussi mai nella contrada e che potev a domare lo regoglio e·lla grannezze de Veneziani. Puoi usava paravole laide semp re e detoperose. Venivano trottanno l'uno dereto a l 'aitro como fussino miedici. mannuca bene. Antiquamente ce stavano fila e facevacese lo sale. quelli li quali li aveano data la signoria. Ciarloni non guardavano que·sse facessino e dicessino. canto la marina . E quella moneta. Missore Marsilio da Carrara e missore Ubertiello da Carrara era no li maiuri de Padova. la guarnaccia corta fi' a mesa gamma [. che abbe ac ceso lo fuoco tra Veneziani e missore Mastino.] corto fi' allo inuocchio. Questo uosso mise in canna missore Marsilio a missore Mastino. donne serrai maiure allo doppio e·lli puorci venezian i verraco alla vostra mercede. correie smaitate in centa. Missore Alberto avea con seco una compagnia desordinata. Donqua era alcuna bella monaca detuperava. non site cobelle. Missore Ubertiello rideva. tre voite t'aio fatto cocozzo in questa notte». como ordinato era . Mai non finava. Moito bene operat e l'uocchi in li vostri fatti». pa nni devisati de scarlatti e de velluti verdi. non volete perdire le rascioni dello padovano. Deh. e aitri lavorieri forrati de vari. se fai lo sa le in tio terreno.. savii e descreti. Più non disse. Allora incontinente commannao che nella villa de Bovolenta. E fé fare le fila e mise li operari. ma li mutao li ponti. Questo missore Alberto teneva questa via. Assai abbe fatto e ditto.. e in terra ferma montano in l oro piccoli palafrenotti e vengone a Verona. Anche in toa scusa manna là una ambasciata. Bel lissima fu soa compagnia. Tu. Questa Bovolenta se destenne nelli paludi canto la marina. Se queste perdite. informato dello fatto. Fu denanti allo duce e alli maiurienti. baroni.. Nello luoco usato volete fare lo sale in vostro terreno per avere la dovana e·lla granne pecunia per le spese le quale occurreno per li sollati e aitre grannezze fare». nullo te porrao vetare de usare toa rascione. ie nte valorda e sboccata. omo granne. la quale hao la Cammora de Ve nezia per lo sale. Demoravance tre o quattro dìe. e disse: «Signori veneziani. . appistigliati de pistiglioni de ariento 'na orati. ca te aio fatto doi voite revaglio questa notte». Per tutta dìe. P iù non poteva sostenere [. tutti vestuti de una robba. Collo riso passava. Lo frutto della Cammora de Venezia è lo sale. le cappuccia con piccoli pizzi in c apo. overo te farraco tributo de moita moneta over o lo loro sale non tanto valerao. Ora continua missore Albert o lo desordinato favellare e non se ne sao remanere. La gonnella era longa fi' alli piedi. ionze a Venezia missore Marsilio. Ben pargo adornati de straniera devisanza. Conti. ché·lli fece sonare de aitro suon o e deoli aitra sentenzia.

Vidde lo grannissi mo confallone de Santo Marco de Venezia. Onneuno se sforza [. Per la terra iva trastul lanno. E presero esso con soa baronia e sì·llo manna ro in presone a Venezia. senza umanitate. cappe alamann e forrate de vari. e là fu enzerr ato con una chiave. ribeche e aitri ins trumenti moito facevano doice sonare. vidde che nella piazza iogneva g ranne stuolo. lo quale hao auta gola de vederte». Non curano de valestra né de menacce. Tornao missore Alberto e misese nella cammora de missore Marsilio. Maravigliaose forte e disse a missore M arsilio: «Que iente ène questa?» A ciò respuse missore Marsilio e disse: «Questo ène missore Pietro Roscio. non se despogliaro loro larghi tabarretti. Ora vedesi vivanne venire. tal mottiava . in veduta de tutta la corte per là venuta. li quali tutti a dodic i fuoro puosti ad una tavola in pede della sala. Moito vaco des tri per la sala. e là fu occiso. e occiselo su sopra le s cale dello vescovato. A questa ammasciata respuse lo Mastino e disse: «Verrete crai a pranzare in mea corte con meco e là averete la resposta». Granne era lo ridere che omo faceva de essi. <I>Omnis armatorum eius multitudo pugnans resistebat ad portam</I>. lo scannao. Lo sale ène de Veneziani. Como missore Alberto accapitao in capo della strada. viole. Puoi se ne iro li dodici ambasciatori denanti a missore Mastino. forrate de frigolane endisine de sopra. De fare cutale sale te conveo remanere. cor reie in centa con spranche d'ariento 'naorato. desperato. Ora ne veo per la st rada alla piazza lo capitanio de Veneziani con moita grossa pedonaglia e cavalla ria. E presero Veneziani guardia delle por te de Padova. in piedi de caize. Sotto lo ca pitale dello lietto de questo vescovo fu trovato uno spiecchio de acciaro con mo . Così fu fatto. A soa veduta cosa nulla era celata. <I>Sine mora</I> iescono fòra e faco terribile guerra a quello della Scala. Deh. né aitre vascella. Cavalcava uno bello palafreno. granne masnate de iente. Alla prima tavola aitre scudelle non ce fuoro. Una vastoncella in mano teneva.. Lance e saiette volavano. Allora apparze q uella cometa della quale de sopra ditto ène. vestuto con solo un guarnello. Nulla resistenzia fao. Leguti. Ià l'ora de terza era. Naturalmente la favella de Veneziani è reg ogliosa. più aito che tu tta l'aitra baronia. Co sì stavano assemmoti como fussino Patarini overo scommunicati. vastardo de missore Cane. e mise drento missore Pietro Roscio senza colpo de spada. Tutta la iente li r esguardava como alocchi. imperciò che portavano cotte de nuobili pan ni. e così regoglioso. parlaro a missore Mastino e dissero: «M issore Mastino. cappucci alle gote con fresi de aoro intorno alle spalle. Disse missore Alberto: «Moreraio io?» Disse missore Marsilio: «No. Prese per forza Monsilice. Torna in reto. Lo sequente dìe lo convit o fu apparecchiato grannissimo. con soie mano occise lo vescovo de Verona. Tal cantava. Albuino. cornamuse. A questo convito Veneziani vennero. Vao missore Pietro Roscio ardenno e consumanno le terre. Co sì li guardava omo fitto como fussino lopi. Non per tanto lassano Veneziani de fare la dura guerra . Missore Mastino consideranno la soa desaventura. se non de buono arie nto..Quanno li ambasciatori fuoro entrati in Verona. quanto ène cosa orribile! Allora missore Pietro Roscio con soie bel le masnate se tenne secreto e queto de fòra ad una porta la quale se dice porta de ponte Cuorvo. Onne perzona se·lli rebella. Lavate che àbbero le mano. Questa porta de ponte Cuorvo avea in guardia missore Marsilio da Carrara. lo quale era de soa iente. an che con essi se misero a tavola. mentre che la vattaglia era alla porta de Santa Croce.] Non se lassano dallo muro cacciare. Moito cavalcano adatti per la citate. tal ballava. strette alla catalana. E questo perché l'abito loro era moito d evisato dallo abito delli cortisciani. Cavalieri a speroni de aoro servivano denanti. se non vòi turbare li uomini de Venezia e se vòi re manere nuostro amico». accompagnato con solo missore Marsilio. Odìo tromme e ceramelle. E là stette. Mustrano de avere core. non ène de Padovani. Tutta soa nobilitate de corte ved eva. In esso ponto missore Alberto se era levato da dormire . Veneziani la piazza presero e toizero l'arme e·lli cavalli a t utta la forestaria de missore Alberto. In quella sala fu apparecchiato per più de ottocie nto perzone. Allora perdìo la citate de Brescia. Stava missore Mastino in capo della sala. lo Communo de Venezia te prega che non te vogli perdere Venezia per lo sale e non vogli fare quello che tuoi antecessori non fecero e quello che non è stato fatto in nostri dìe. Lo romore era granne. Su ne lla mesa terza lo fattore de missore Marsilio operze la porta e abassao li ponti . tutta Verona curre a vederli. servuto a tavola como re. Po' le v ivanne viengo buffoni riccamente vestuti. E là stette fi' che la guerra fu finita. Va' in la mea cammora». Bene pareva in paradiso demorare.

le quale buttaro XXIIII migliara de fiorini. che in soa veteranezza non morisse granne signore de Verona e de Vicenza. cavalli. E per quella mala recoita sequitao la fam e sì orribile che forte cosa pare a contare. chi ne aveva. In quello monimento non ce stao inscritto né Dio né santi. per avere de llo pane. Moita iente manicava li cavoli cuotti senza pane. moiti catarri nelle iente. e dati per poca cosa. Verona e Vicenza li lassaro per l'amore de Dio e per misericor dia. perché se affocavano per la soperchia umiditate. Per la quale co sa Romani fuoro turbati. 'nant i volevano perdire la vita. Tagliavano la gramiccia e·lle radicine delli car di marini e cocevanolle colla mentella e manicavanolle. l o secunno. E per tre vernate dur ao tanta neve. Ma infinite femine fuoro le quale iettaro lor o onore per avere dello pane. Donn e sequitao sterilitate e mala recoita. Ora è tornato lo Mastino della Scala de granne aitezze ad umile stato. Li grani e onne legume che fuoro seminati fuoro perduti . e collo perire remediavano la fame. e un aitro demonio li dava una cortellata in pi etto. Cu rrevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXVIII. senza pane. Granne era la pecunia che se numerava per poca de annona avere. cani. che esmesuratamente coperiva le citate. Omo de guerra fece fare in soa vita uno m onimento de marmo. L'opera de Veneziani co n questo tiranno fu como l'opera de Romani. Li patti fuoro questi: lo primo. Nello manico era una figura. della quale de sopra ditto ène. Chi abbe grano abbe tutte le adornamenta delle donne. nello quale stava pento un nimico de D io. lo quale abracciava uno omo. Anche le estate erano um ide. con quelli nuobili li quali tenevano p resoni. in quello luoco nello quale esso relevata avea la feruta.ite divise carattere. Anche fu tale patre che onne dimane a ciasc heduno delli figli una rapa per manicare in semmiante de pane daieva. Puoi li fu trovato un livricciuolo. Fuoro v ennute palazza. Uitimamente missore Mastino era stanco né poteva più. Venne a pa ce con Veneziani e a patti. Questo fece miss ore Mastino avenno paura che·llo vescovo non li togliessi la signoria. como Tito Livio dice. Lo grano fu vennuto in Roma XXI libre de provesini lo ruio. Li c ampi non fuoro lavorati. che Veneziani voizero Trevisi. Donne abolveano lo cappuccio inn anti delli occhi per non vedere loro morte e sì se iettavano nello fiume de Tevere e là affocati perivano. <B>Cap. In bona fe'. Deh. como Padova e Civitale. non se potevano procurare. lo terzo. Moita iente vennéo soa franchia per lo pane. possessioni de campi e vigne. anche ce stao inscu ite cacciascioni. sì che omo non poteva essire fòra de casa a fare sio mestieri e procaccio. astori e aitre paganie. Moite case. Beneventani sparzero aduosso alli ambasciatori la orina. IX</B> <I>Della aspera e crudele fame e della vattaglia de Parabianco in Lommardia e delli novielli delle vestimenta muodi. In quello tiempo io me retrovai in Bologn a e vedeva che quelli delle ville venivano in citate a comparare dello pane dell a gabella. fu uno anno moito umido. como tornavano tristi. Le donne pusero ioso delle alegrezze e·lle cegnimenta e·l le adornamenta. li quali mannaro la ambasciata a Ben evento. quanno non ne portavano! Manicava la ient . che mannao le robbe dello Communo de Venezia. Anche ivano per li campi mennicanno le rape e manicavanolle.</I> Po' questa cometa. sì che convenne che per la fatica de Veneziani missore Mastino li donassi Trevisi. là dove posano le d onne. dove fu sepellito. La povera iente manicava li cardi cu otti collo sale e l'erve porcine. Allora Venezian i li remannaro missore Alberto. Non perciò in tanta umilitate. Incresceme d e contare tante tristezze. che esso fece refut anza della moneta la quale avea in Verona. Questa fame fu per tutto l o munno generale. La lettera diceva: «Questo ène Fi orone». A tutta questa guerra Fiorentini tennero mano e fecero con loro denari q uello aiutorio che bastao. moiti tetti i n Bologna caddero per lo granne peso che·lla neve faceva. presure perzone. moito piovoso. De vino fu bona derrata. La guerra d urao bene anni doi. Le aitre terre. e per essi fu destrutta la provincia de Sannio e fu sui ugata allo Communo de Roma. a credere. che vivere in fame. vedenno la fame la quale sì terribilmente bussava. in casa de frati minori. lo frate. Anche mani cavano la carne. remasero a puopolo. questo n on viddi avenire in quello tiempo. la quale avevano despesa Veneziani. Scrive Tito Livio che nello tiempo fu un a fame nella contrada de Roma sì terribile che moita iente. Abunnaro moite reume. per onne robba fiorini doi milia.

Ma lo buono e cortese Dio non voize così.missore Manfredo de Lando avea nome -. capora e vientri. se appese per la canna. iettao nello trave de mieso dello tetto. <I>Corvinam servant pauperes famelici</I>. Lo iovedìe la iente veniva con otto livre. Tanta fu la fava. questi sollati. domannanno dello grano. incontrao un aitro mir acolo. manicassino allo piacere. se non fusse stata una nave de grano la quale succurze . in Lommardia . con una nave de grano. Lo martedìe venne la iente con sei livre. anche lo sang ue delli animali. Questo fu ricco massaro. Puoi dava uno panetto per om o. de dìe non volevano essere conosciute. Ora vedesi traiere d e iente affamata. saputo de guerra. Era lo tiempo de maio. per la vergogna non volevano apparere. Là se ne sparzero. onne massaro m annava uno vanno. ricchezze moita: fanti. Moite perzone iva no gridanno de notte: «Pane. Questo Ianni per contr ario mannao lo vanno. Ora passao la caresti a e venne lo tiempo della leta fertilitate. citati no de Piacenza . fecero la granne compagnia. como io intesi da perzone fidedegne. Doi miracoli granni inc ontraro in tiempo de così fatta carestia. Puoi che Veneziani àbbero ottenuta la vittoria sop ra missore Mastino della Scala de Verona e àbbero Trevisi e sì cassaro tutti li soll ati da pede e da cavallo. Quanno venne lo tiempo che la fava era verde in erva. fantesche assai. pozzi pieni de grano. quanno fu la orri bile sconfitta in Lommardia. vuovi. E moite perzone fuoro trovate morte de fame. currevano anni <I>Domini</I> MCCCXXXVII I[I]. che nulla perzona montassi in soa fava. iumente. Nella contrada de Roma. E avenno la mente più a l'avarizia che alla pietate. Puoi fu vattuta. Per tutto dìe là demoravano a manicare. Cavalieri a speroni de aoro ce er . Lo patrone a cavallo in so a iumenta bene li visitava onne dìe e sì·lli salutava. tutta Roma periva. L'oste pusero in qu ello campitiello. ché·llo sabato ionze uno cavalieri. iente molestiosa. femine e uomini e zitielli.e pera secche e tritate. E fu lo primo che a Santo Spirito de Roma donasse massaria de vestiame. fra Como e Milano. La fava de questo castiello fu carpita. che la fava dao suso. L o grano valeva livre cinque. peco ra. la quale da quelle gamme fu coi ta. uno capestro e là. Loro capo e connuttore era uno famoso Todesco . Li poveri a Roma tornaro. Nella citate de Roma. Respuse lo nobile: «Sei livre voglio della corva». che onne chivielli isse a sio campo de fava. nelli quali cosa nulla de frutto era. L'aitro dìe lo grano fu a livre quattro. nelli campi de Parabianco. forte fu turvato. Quello ne domannava nove. Innella citate de Piacenza. t utta la poveraglia de Roma. com o nello Vagnelio dice.per mare da Pisa venne -. pane». Essenno questa terribile carestia. In quello muodo consolava li bisognosi. E considerao la moita moneta la quale de quello grano àbb era auta. Ora vedesi fava abunnare. Mentre che li fusti se battevano. campi seminati. Puro favellao e disse: «Ah i grano mio. In questo tiempo. in uno castiello lo quale se dice Castiglione delli Alberteschi. Allora tornava. io so' destrutto». misticate colla farina. De notte ivano. Dio immise la soa granne abunnanzia e frutto in quelli fu sti. prode de perzona. che parze veracemente che la fava delli aitri castellani se partisse delle p roprie are e venisse nella ara dove li fusti se vattevano. Q uello li remannao senza grano e disse: «Sette livre ne voglio».Malerva av ea nome -. Con granne tristezze fé tornare lo puopolo e·lla carovana a casa a sostenere fame . Lo lunedìe fue che tutta Piacenza curze a soa casa. la prima domenica de quaraiesima. dello mese de frebaro. fu uno nobile omo de casa delli Visconti de Castiello Nuovo lo quale se trovav a da vinti milia corve de grano. Figlioli non avea. Questo mio grano mai non venno. i n mieso dello sio grano. Lo venardìe quelli ne venne ro con nove livre de bolognini. Tutte queste cose Dio li consentìo. In questo Castiglione fu uno che abbe nome Ianni Macellaro. Così Dio liberamente mu strao che bene li piace la elemosina de buono core nello bisuogno e che esso cor tesia fao a chi soveo alle necessitati aitrui e che per uno ne renne ciento. Quanno lo nobile delli Visconti v idde questo. Quello disse: «Otto livre ne voglio». E incontinente tornao a casa e entrao in quello l uoco dove sio grano era. ne fuiro per le castella . La qu ale novitate fu per questa via. aitro non spa ragnassi che li fusti delle fave. Lo iniquo omo favellao e disse così: «Tornete a casa . se de esso non aio dieci liv re». partennose e non avenno suollo. sopra lo sio grano. La fava comenzava ad ingranare. se avessi allargata la mano alli necessitosi. Li fusti della fava de questo buo no omo fuoro puosti nella ara. Puoi li diceva che manicassino bene e portassino della fava a casa a loro piacere. Lo terzo dìe fu a livre tre. consideranno che erano perzone d e alcuno lenaio. Lo mercordìe tornao la iente per grano con sette livre.

Le arme e le soprainsegne sta vano imbrattate. Bergamaschi. Como la novella ionze della s confitta. Poca resistenzia abbe. Bergamaschi. Erano da tre milia cavalieri e da quattro milia pedoni. Tornao in Milano con triomfo e granne danno. fu ionta questa brigata. Lo luoco ène granne e ricco. Tre dìe duraro questi tumuiti. Ordinatamente passa per lo padovano. Trentini. <I>Nullo contradicente</I>. Granne era la guardia la quale dìe e notte se faceva. Una notte fu tanta la stanchezze delli uomini dell'oste de missore Azo. luoco de frati bianchi de sant o Bennardo. L'una parte e l'aitra se acconcia.ano assai. ch e più de setteciento ne fuoro scannati dormenno. capo della iente. puoi a Bergamo. Granne era la turba. sio quinato. Fece granne promissioni allo Malerva e quetamente mosse soie masnate. Mortale ène quella vattaglia. Quarantaquattro c entinara de uomini fuoro occisi. La prima cosa. In quella vattaglia fu sconfitt o missore Lucchino. per mesa Lommardia. allora dechiarato fu che missore Lodrisi voleva tornare in casa per forza. Puoi sollicitao tutti li suoi parienti. Allora la dimane non fu demoranza nulla. ne vennero fra Milano e Brescia. senza li moiti feruti. Là li trassero per succurzo suoi amici. zio de missore Azo. li quali da puoi fuoro c apora de compagnia. che non lassava fare vattaglia ordinata. senza li affocati in fiume e nelli gorgi della neve: Comasini. senza aitra innumerabile iente la quale sequitava. masnadieri. Granne capestro ène la moneta. In quella resistenzia fu occiso missore Ianni dello Fiesco de Genova. Stava reservato alli bisuogni dere to un sio parente. Spesse voite se battevano questi uosti insiemmora. E passaro ad uno luoco lo quale hao nome la C olomma de Chiaravalle. ave nno questa compagnia e aitro sio esfuorzo. con cinque ciento Borgognoni de bona taglia in soa compagnia. fant i. così essìo fòra de Milano con cinqueciento Borgognoni e con CCCC Todeschi e ionze alli campi de Parabianco. Tutto dìe durao la vattaglia. Granne suono fao. Tutto lo campo de Parabianco stao pieno de commattenti. chi de là. Uno cacciato d a Milano . sopra la guadagna dello s pogliare. senza li aitri pe . e in precio li donao dieci fiaschi pieni de ducati. e preso per la perzona e fu vincitore missore Lodrisi con sio capitanio. missore Ianni dello Fiesco de Genova. Granne era lo infango. Allora prestamente sonao soi e tromme e deose sopra ad essi. spade e mazz e. E deo per terra lo confal lone de missore Lodrisi e de Malerva e prese missore Lodrisi per la perzona. pr ovise como stava l'oste e vidde che la iente della compagnia non stava ordinata. Così fece. tutto lo campo fu vento sen za aitra contradizzione. raccoize tutti quelli li quali fu iti erano dello stormo. Currevano anni <I>Domini</I> MCCC XXXVIII[I]. Là. Fi' allo inuocchio o mo se affonnava nella neve. In campo iaccio doi uosti. Non fina de mannare lettere e ambasciatori. La secunna cosa. ca. Mentre questa granne moititudine per la contr ada passava. suoi benvoglienti. li quali per lo impedimento della neve non potevano la voita dare. anche stava sparza per lo campo. alla Colomma. da pede la maiure parte. Lo tiempo era de vierno e era quella nev e granne con quella umiditate della quale ditto ène de sopra. Erance lo conte Olando e lo conte Guarnieri. Ora vedi como succurz e la ventura a missore Lucchino! Stava drento da Milano missore Azo armato con t utto lo puopolo. como d itto de sopra ène. In mieso de questi doi uosti staco li campi de una villa la quale se dice Parabianco. Per via nulla voleva essire. Puoi sollicitao tutti suoi amici. Trentasei cen tinara de cavalli fuoro stempanati. La banniera dell'una parte e de ll'aitra era lo campo bianco e·llo serpente nero.missore Lodrisi Visconte avea nome . stenne paviglioni. lo Malerva. quarantaquattro centinara de perzone moriero. in semmiante de presentarli bu ono vino de Malvascia. Così li aionze ad uno. Puoi sollicita lo puopolo de Milano. lo quale aveva in canna uno omo nudo. Vedese tromme sonare. chi de qua. Comani. Vedese ferire de lance. Lodesani. La m aiure parte erano villani. de fòra alli maiuri campi. quella de missore Lodrisi e quella de missore Azo Visconte. vedese guarnire de capitanii. Questo missore Azo subit amente sollicitao tutte le citati de Lommardia le quale stavano suiette a Milano . Puo i trasse fòra sio granne esfuorzo de cavalieri e de pedoni e puseli in campo. Puoi che là. c anto lo veronese. Puoi che fu f atto presone missore Lodrisi e fu rotta soa schiera. iente de villa. quelli che potéo. Ora se fiero insiemmora. compusese con Malerva e ordinao che non commattessi. Là se posaro. Puoi tornano a loro paviglioni. Allora missore Azo Visc onte era signore de Milano e della casa delli Visconti. La terza cosa. Là era no Bresciani.penzao de tornare in Milano. dello mese de frebaro. E era sì esmesuratamen te granne la neve. forte tremavano le citati. Trentini.

Coll'aoro in mano iva l'omo franco. e non se renneva securo senza essi. Alli Borgognoni fu data paca doppia e granni doni. Li parienti de questo malefattore parlaro con missore Bruzo e dissero così: «Miss ore Bruzo. in effetto no? Che vòi che qui nnici milia fiorini pesino più che·llo elmo mio. sì che soa terra era franca. ma fu renchiuso in perpetuo carcere in un cast iello lo quale se dice Santo Columbano. lo quale pesa più che·lla mea signoria? . Scrive Valerio Massimo c he Massinissa fu rege de Numidia e fu moito amico e fidele serviziale dello puop olo de Roma. ca questa cosa nova non ène. lo quale non conosce libertate. De tale guardi a canina nullo se maravigli. Quanno missore Lucchino staieva in pede. sio zio. sio amico. Questo odenno lo patre. non sao mantenere fidelitate. In mieso dello palazzo avea una forte torre. Lo ca ne. Missore Lodrisi la vita non perdìo. magnare.. tale uno cimiero e alcuno menava ronzino. Brescia. Anche questo missore Lu cchino fu omo moito iusto. E non abbe remissione né per puerizia né per caritate dello patre. A questo missore Bruzo donao la signoria de Lodi. benché avessi guardie de pedoni e de cavalieri. nullo parla. Io ne viddi venire de questi bene da doiciento cinquanta a pede. è fidele a sio patrone». Lode. L'elmo era moito forbito e relucente. a ti bisognano denari. che vole essere libero naturalmente. Quanno l'elmo fu venu to. era salvo . gruos si como lioni. cantare. che non se trovava in terreno chi se crullasse. Nullo se crulla. A quella citatella lo mannao a r egnare. Questo missore Lucchino. Eranonce scritte lettere de aoro. Mai non perdonava. Piace nza. secunno le connizione. De sopre era uno bello cimiero. Fu preso e devease decollar e. Disse: «Dunqua noi in apparenzia la iustizia portemo. secunno la fallenza puniva. lo quale era conest avile. lanuti como pecora. Ec co quinnici milia fiorini apparecchiati». securo e temuto. Perdiero arme e cavall i. sì se inninocchiao e do mannao grazia. derannolo per terra. Accadde che uno ientile omo occise un aitro. Nulla perzona a l 'uscio se poteva accostare. disse: «Bruzo. L'uocchi avevano rosci e terribili. perché aveva feruto un sio cane lo quale li aveva abaiato. de vel luto vermiglio copierto. se allo malefattore salvava la vita. La guardia soa erano doi cani alani granni e terribili. tale una targetta. Là dato li fu onne diletto lo quale demann ava: de sonare. staieva a tavola. Tale avea sp eroni alla correia. Avevano le carra piene de q ueste corpora morte e sì·lle traievano dello campo e sì·lle portavano a loro sepoiture. nientedemeno abbe una speziale e nova guardia con seco. Quanno missore Lucchino se posava in quella cammo ra. Bergamo. l'aitr o dalla parte manca. Quanno missore Lucchino manicava sol o. Questi do i cani alani sempre lo sequitavano per la corte. deo de cenno a un sio donziello. Alla porta stava la guardia. ca se per ventura lo signore un poco guardasse alcuno con malo esgu ardo. Sempre circondavano la torre. lo quale abbe la maiure parte de Lommardia: Parma.. Denanti alla torre stava la granne sala. Poteva guadagnare quinnici milia fiorini. benché guardie avessi de u omini da pede e da cavallo a muodo regale. L'aitra guardia stava alla porta generale della corte nello te rrio. Fu denanti allo patre. Fu omo severo senza alcuna pietate. ora a l'aitro. Crema e Civitale. Né per aoro né per ariento lassava de fare iustizia. signore de Milano. missore Lu cchino. perché esso era povero cavalieri. morìo e succedéo innella signoria missore Lucchino. Non perda la perzona lo presonieri vuostro. Alcuna voita fu demannato questo perché faceva.] in tanta pace e iustizia. granni quarti de carne dao ora a l'uno. Le lettere fuoro lesse. né per moneta. salvo che essire non poteva de pres one. Abbe uno sio figlio vastardo: missore Bruzo avea nome. lieii queste lettere». Questo re Massinissa sempre avea in guardia de soa perzona doi gran ni cani. E visse in signoria anni [. L'aitra guardia staieva nella piazza. sùbito li cani li forano sopra in canna.ricolati delle ferute. Vedesi caricare che·sse faceva. Secunno lo peccato. Questo fu de tanta cr udelitate che fece manicare alli suoi cani uno guarzone todesco lo quale li avev a presentate cerase. Ora comenza a signoriare mis sore Lucchino Visconte. Cavalcao da Lode a Milano. Quelli sollati della compagnia fuoro tutti derobati. l'uno dalla parte ritta. Pochi dìe stette che missore Azo Visconte. per li quali era signore. Maler va fu lassato. sopra tut to questo avesse la bona amicizia de Romani. li cani staievano descioiti. Dicevano: «Iustizia». che li portassi dalla cammora un sio el mo. la moita baronia li faceva intorno piazza con silenzio per temenza delli cani. granni mastini. avesse lo potente e ricco reame de Numidia. Milano. Questo odenno missore Bruzo de colpo fu mollato. de femine. dentro dalla t orre era una spaziosa cammora. Respuse e disse : «L'omo. li cani tuttavia con esso.

ca·sse accostavano allo vero. ma stava muto. In questo tiempo comenzao la iente esmesuratamente a mutare abi to. da onne canto me staco panni messi ad aoro. Allora lo filosofo lo toccava in la spalla e disse: «Di' ca bene dico. la quale in questo filosofo se trovava. Re sse anni [. da lato.. ca. salvo non fusse Spagnuolo overo omo de penitenza. Q ui me voglio un poco stennere. Lo re aveva una varva moito nera. fortemente stette turbato e regoglioso e disse: «Questo perché hai fatto?» Respuse lo filosofo e disse: «D e sotto. Parev a uno varvassore. li quali por tano la varva. cercava lo luoco dove potessi sputare. Fore conveniva che uscissi. le banne fi' nelle ionte delle spalle. E se questa non fai.. como prudente perzona. Moiti panni tartareschi là sparzi erano. overo cosa nulla. overo poco. che a deletto portano capelletto in capo per granne autoritate.] comenzaro a portare panni stretti alla catalana e collati. scarzella in centa. li quali tappiti erano de pura e netta seta.] e in soa signoria morìo e rassenao la bacchetta megliore e maiure c he non la prese. Questo re moito cercava de avere compagnia de uomini virtuosi. Donne lo re spesse fi ate diceva: «Bene dicesti. Lo filosof o. Piaceme». Fermaose lo savio filosofo e sputao in mieso della varva dello re. Mentre che·sse manicava. Ora se questi. anche se radevano le perzone la varva e portavano vestimenta larghe e oneste. In capo della sala stava una tavola piccola. Le tavole messe atorn o atorno. allo quale convito fu tutta soa baron ia. Quanno lo re se sentìo ciò. recìperano quello che recipéo lo re. Comenzaro a fare li pizzi delli cappucci luon ghi [. Guardava lo filosofo intorno allo muro e per terr a. Granne capitagna ène la varva. fu granne e larga. chi non portassi c apelletto in capo. Chi porta varva ène temuto. Vedi nova devisanza! E che più ène. onne cosa era coperta de nuobili tappiti. non ène tenuto cobelle. Denanti a questo tiempo queste cose non erano. Moito voleva che issi omo netto in sio terreno. sca rzella a muodo de pellegrino. Più tenere non lo potev a. como ditto ène. anche dilient emente domannava lo filosofo che li rennessi rascione de certi dubii. Non vede luoco da ciò. fatto a stelle d'aoro. In soa corte accadde un granne f ilosofo. io la farraio de ti». la longhezza fi' a mieso lo pietto. Le mura intorno erano ammantate de celoni riccament e lavorati a babuini messi a seta ed aoro filato. La sala.. A quest e paravole lo re non responneva. lo re non perdeva tiempo. Viengo li serviziali. dove lo magnare se faceva.. Ora ène mutata connizione. Moito amao lo puopolo menuto.</I> . de sopre. <B>Cap. Allora voize lo filosofo lo capo e ab be veduta la faccia dello re. sì de vestimenta sì della perzona. portare sca rzelle alle correie e in capo portare capelletti sopre lo cappuccio. granne e larga. ca omo deo sputare nello più laido luoco». delicato portano manicare. Soie resposte fortemente cadevano nello animo dello re. Perciò ce aio sputato. Lo cielo de sopra era de corti na. sufficientemente responneva. Puoi portav ano varve granne e foite. Tutto lo palmento della sala era copierto de tappiti. salvo questa toa varva: è lo più laido luoco che nce sia. Voleva lo re c he quello convito solenne fussi. fora stato auto in sospietto de essere omo de pessima rascione. Invitaolo ad uno solenne convito de diverzi civi delicati e buoni. Considerao lo filosofo che quella varva fussi lo più brutto luoc o de quella sala e più atto a recipere lo sio sputo. la scienz ia. Infra tanto allo filosofo venne voluntate de sp utare. Di' ca te piace». In uno paiese fu uno rege lo quale moito onorava li filosofi e l'uomini li quali soco savii e dico bone paravole. la vertute. como bene iannetti e Spagnuoli voco sequitare. A questa tavola sedevano lo re e lo filosofo soli. varva foita a muodo de eremitano. Ora vole lo re onorare la bontate. varva foita. E se alcuna perzona avessi portata varva. staiessino a lato a questo filosofo.Va' e torna a Lode e fa' la iustizia. X</B> <I>Della morte dello re Ruberto e della venuta che fece la reina de Ongaria a Ro ma. Teneva in vocca una granne spurgata una ora grossa. Moito fu alegro lo re della presenzia de questo buono omo e tanto maiur emente quanto questo filosofo aveva buono aspietto e pienamente responneva ad on ne questione che ad esso se faceva. Non ce ène luoco alcuno laido da sputare potere.

Vedi crudelitate! Per passare tiempo sei milia perzone mo riero de fame. E che più. subitamente la tempestate desiettao lo navili . Disse ca era ingannato dalli suoi a rti. Abbe galee e mise in esse forza da sei milia perzone. E fu sotterrato onorabilemente n ella citate de Napoli. Nullo li visitao. né avere fodero poteva. che per tutta Puglia. esso cercava de torn are. Dunqua io lo voglio mantenere per iustizia». Questo re. noi sim o condescesi a toa voluntate a bona fede. accett e e ronche. A questi fora stato de bisu ogno la cappa de santo Alberto. fussi chiamato re de Ongaria. Abbe questo re un sio figlio lo quale fu duca de Calavria . Anche portavano in mano una ma zza de leno per defennerse dalli cani. fu subitamente presa una donna la quale ne iva a marito. Davas e a mesura. donne puoi fu coronato esso. Fu omo moito iustiziale e diceva: «Lo re Carlo. Vedi crudeli tate che li convenne usare per scampare con soa oste. dove non s e trova remissione. a chi spettava la corona. condescese al la iustizia contra soa voluntate. iettao suoi arti. <I>Eade m actio prava fuit et studiosa</I>. Fu cita to a corte dello re in Napoli. Questo re fu tanto industrioso che forza de imperio in soa vita non se potéo ac costare a sio renno. Li fierri se fece mettere alle gamm e. Lo pane aveano poco. Iace nello luoco dove duormo suoi antece ssori. e·llo stuolo se calao a Tr apani. L'omicidiario la testa perdìo. le pene perzonale con vertiva in pecuniarie. ché·lla troppo granne iustizia. e spezialmente fu es pierto nella arte della medicina. Anch e questo re fu conte de Provenza e fu omo granne litterato. Sio stare non era utile. Armao sio navilio per passare a recuperare la Cecil ia. se faceva mestieri. In terra de nemici li conveniva morire de fame. ma tornare non poteva. e così fu. Per la cui morte lo renno de Puglia fu desolato. Questo re. incontinente entrao q uella presone donne questo era stato essito. voize reacquistare la Ceci lia. conoscenno la voluntate dello figlio. como abbe receputa la corona. Da puoi se fece v enire denanti lo duca sio figlio. Quanno lo patre sentìo questo. Esso anche ordinao che Carlo sio frate consobr ino. La moneta pacata fu. la quale sio patre per lussuria perduta avea. la quale galea se chiamava la g alea roscia. perché lo mare era turvato. L'omo tratto dallo dubioso luoco e fu mes so in un aitro libero e largo. La promessa adempita era. Questo odenno lo re fu forte turvato. la sorte della geomanzia. Ora ne vao lo navilio. fra mare. nuostro visavo. né conoscevano arme. Anche questa tale usanza in parte se serv a. tutta Terra de Lavoro. Alcuna cos a avaro voleva vedere como soa moneta despenneva. Là fu tenuto in presone e fu connannato alla testa. e deoli ferramenta da tagliare lena. e mannaoli a quella isola sotto spezie de lena fare. Mancata che abbe lo re questa soa oste de queste perzone. La fortuna no·lli lassava partire. Forte se studiava lo duca de servare somma iustizia. Là li lassaro senza pane. De là non vole iessire. facennose alcuna curreria. Li legni tornaro. Là moriero de pura fame. Questo re Ruberto fu omo che mantenne sio reame in tanta pace . Respuse: «Io so' la triste C ecilia». ché lo connannao in qui nnici milia once. Procacciava dello tornar e. Qu esto re Ruberto fu omo moito savio. Penzao de mancare iente. responneva e diceva: «Cinqueciento carlini so' perdu ti». Là a Trapani. Como le navi fuoro descioite. granne tempestate faceva. tutta Calavria e Abruzzo la iente delle ville arme non portava. e tanto savio che per sio sapere acquistao l a corona. ca non dovea essere re. Miserabilemente stava como volessi perdere la perzona. como de sopra ditto ène. Ciento milia perzone abbe. quanno li iogneva la novella che diceva: «Cinqueciento dell'oste toa soco perduti nella vattaglia». non li lassav a portare foraggio. acquistao e mant enne questo reame per prodezze. mio avo per larghezze. ène pessima crudelitate». perché·lli bastasse più lo pane che avea. Puoi che li sei milia fuoro portati là. una isoletta con selve. la quale se li faceva tavola. 'Nanti che issi.Anni <I>Domini</I> currevano MCCCXLII[I] quanno finìo li suoi dìe lo inclito e glori oso omo Ruberto rege de Cecilia e de Ierusalem. Era drento. Questo re sempre teneva galea apparecc hiata per fuire in Provenza. Granne fisico fone e filosofo fone. Quanno lo duca questo sentìo. Fuolli respuost o che dovea prennere la Cecilia. forza da longa dall'oste miglia dieci. Granne bussa. Granne esfuorzo de iente fece . Accadde che uno barone dello renno occise uno cavalieri. nullo li confortao. allo quale disse queste paravole: «Duca. fuoro lassati. como Aristotile dice. como ioso se dicerao. in Santa Chiara. Fu demannata como avessi nome. Doi imperatori consumao drento le mura de Roma: como fu Err igo conte de Luzoinborgo e Lodovico duce de Baviera. Puoi lo re commutao la sentenzia in pecunia de perzonale. per tornare a casa . mio patre per sapienzia.

lo dìe se fac eva. tale tagliare. Per la importunitate delli petitori se abivacciao la reina e convenneli partire. sùbito se mise sotto la tavola. aizao la voce e disse: «Ahi pazzo. haime trovata drento la Boemia quell a bona spada la quale me promettesti?» Respuse Feliciano e disse: «No. penzava li fatti de sio reame. Deo licenzia lo re che Feliciano entrasse. Mentre che iva de segnale a segnale. La r . Avea un sio ogliardino allato dello palazzo e là sempre stava a valestrare. mode re. che lo ponte se refaceva con alcuno aiuto. La novella fu così. Disse Elisabetta: «Non se conveo che marito aia quella a chi sotto ombra d e re è tuoito sio onore». M entre che valestrava. E mozzaolille un o barone de Ongaria: Feliciano abbe nome. Lo cunato dello re <I>carnaliter illam mediante regina cognovit</I>. Volete che aia tale fierro. Era l'aurora. cavalca e vattene. Lo re levao l'uocchi per guardare alla accia de questo fierro. Conubbe ca re Rube rto. Allora Feliciano abassava la mano e lassao cadere de fortuna. cunato de re Ruberto.o là e cà. Lo cavallo bene te portarao». Mai non gìo più in armata. Venne lo tiempo che·llo patre la retrasse dallo servizio della reina e disse ca·lla voleva ma ritare. Questa reina veniva sopra una carretta. Entra Feliciano l'oste e passa onne iente. Feliciano abbe una f iglia. e visitaolo e là recipéo per la reina Iuvanna e per li conti dello renno quelle onoranze le quale diceraio là dove se tocca della morte de re Antrea. Moito la onoraro le donne de Roma. sio cunato. Tutta notte viddero li pericoli de mare. La reina li donao tanta moneta. quale hao questa mea cortellessa?» E ditto questo. né per mare né per te rra. que farrete a mio frate?» Lo re abbe misericordia e non curao ca quelle dodici galee erano perdute. Lo re era in una o ste. aizao la cortellessa sopra lo capo dello re più de doi piedi. Partìose e gìo a Nap oli a visitare sio figlio re Antrea. Don Federico. In sio palazzo entrao. Passa lo steccato intorno allo r e e ionze allo paviglione regale. Tutte guardavano ad essa. puoi tanto più che tornao a Napoli. e aitri servizi ali. In questo tiempo. cavalieri. Lo re. temenno e tremanno. currevano anni <I>Domini</I> MCCCXLIII. a parlare collo re. Lo re stava a tavola e pranzava esso e·lla reina e sio figlio Lodovico. sio frate. lo quale era confessore dello re. auto commiato. Io la trovara io. commetteva li fatti e·lle cose le quali devea. In quello stante. Quanno lo re lo vidde. Più non disse. se levao da l ietto e fecese alli balconi e guardanno vidde insegne regale. Là. fu lo primo che·lli domannassi elemosina per acconciare ponte Muolli. Lo re con soie galee se trasse alquanto a reto. 'nanti la porta dello paviglione. Questa donna avea mozze quattro deta della soa mano ritta. Non entrare. fece soa croce. disse allo figlio: «Sta' qui. Moito ammirava l'abito de Romane. ciò conoscenno. lo quale era in etate de infanzia. Ìo lo colpo per partire la testa dell o re in doi parte. che non bastava lo sio dare. Se odissi romo re. Lo frate no·llo intese. nome Elisabetta. Anche ne gìo con un sio iovinetto figlio. Questo odenno Feliciano fu turbato. sio miserere. Frate Acuto. Donne fuoro fatte le cosse nove e·lla torre e forano f atte le arcora. De soie mano non potevano campare. donn e è pericolo de morte de doi perzone. Nella aitra carretta venivano aitre damiscelle con veli ongareschi e con coronette d' aoro puro in capo. Intra tanto le guardie nunziaro allo re che Feliciano era venuto . <I>Nam pauperes habent mores corvinos. dava le resposte e·lle odienzie alle iente. Imbrattao la porta. Pregote che me assolvi». la quale per compagnia della reina usava in corte regale . disse: «Ahi re. ex citato per tale romore. in su la mesa terza. per violenzia de fortuna vennero in puorto de Messina. Entra Feliciano. dove lo re stava. Puoi incomenzao a muitiplicare l a poveraglia de Roma e tanto era lo petire. Otto contesse sedevano con essa. Quattro palafreni t iravano quella. Rustici montani mores habent lupinos</I>. se non avessi auto impedimento. lo quale venne per la Cecilia recup erare. La reina sequitao lo re e. era iettato per la fortuna. Dodici legni. e abbe assoluto de quello che non intenneva. Cinquanta cavalieri a speroni d'aoro intorno. lo quale non mustrava opera de mercatanti. piecaose in terra e sì se confessao e di sse: «Io dego condescennere ad uno caso collo megliore cavalieri dello munno. F eliciano. venne a Roma a visitare le corpora delli santi e·lle basiliche sante la reina de Ongari a. uno fraticiello de Ascisci lo quale fece lo spidale della Croce a Santa Maria Rotonna. Lo romore delli marinari era granne. acquet ao la fortuna. lo quale era per terra. trovao uno frate. matre de Lodovico re de Ongaria e de Antrea re de Puglia. Stette dìe tre in Roma e visitao tutte le santuarie e fece granni doni a tutte le chiesie.

como granne romore faco! Haco ignegni da aizare scale. Non più consideranno lo re Alfonso la nobilitate e·lla potenzia de Picazzo. fu pentuto. penzao de fare la vennetta sopre li Cris tiani e sopra lo re Alfonzo. li quali servivano. lo quale avea nome Picazzo.</I> MCCC[. fodero de pane e aitro arnese da gue rra. Fuoro da quattrociento milia perzone da vattaglia. Continuamente resse la f rontiera contra delli Saracini. Grossa era la iente. nato de una cita te che se dice Trebesten. Abbe nome donno Alfonzo.. dove moriero sessanta mili a Mori.a fare lo passaio e·lla granne armata per prennere terre de Cristiani e occupare e destruiere le chiesie de Cristo e relevare tiemp i a Macometto. bevo. asini. Loro ta mmuri sonano. Impuina mano a soa spada e senza misericordia li partìo la testa dallo vusto. Abbe ordinato collo loro papa. Lo romore granne. lena e erva. Arabi. deliverao de perdonarli la vita. Queste fuoro le ienerazioni commosse a questa adunanza per lo passo fare de cà da mare. se voleva recipere lo battesimo e pren nere soa figlia per moglie. guerra drento nella Spagna. colle co rtella da servire occisero Feliciano.eina parao la mano. mul i.Partia. Lo primo fu lo re dello Garbo. de mese de [. Loro campo. Patre e figlio morìo in uno ponto per la lengua de Elisabetta. Quello cuorpo fu iettato fra li cani. Non dubitano. Questo fiume desparte Taliffa da Sibilia. <I>Duce Deo</I> Cristiani f uoro vincitori.. La cosa era nova. avea nome Cornacervina. ma quanno sentìo la forza pa ssata de Saracini. ab unnevole de acqua. Dulciani. Niente tarda. La quale novitate fu per questa via.]. lo re de Marocco. e lo re de Granata. cioène prieiti. Questo re Alfonzo fu moito vittorioso. In una rotta sconfisse uno grannissimo duca de S aracini. Così fu fatto. lo quale avea nome Salim re de Bellamarina. Le cose fuoro promesse e venivano ad effetto. sentenno occiso lo bello sio figli o Picazzo per la mano dello re Alfonzo. le quale sùbito caddero in terra . arme. Saracini neri. Questi quat tro regi con tanta iente muossero e passaro lo mare e liberamente se posaro in t erra ferma. Questo iovin e Picazzo avea una sia matre reina: la Ricciaferra avea nome. Li donzielli. Questi fuoro li regi de Saracinia. La Ricciaferra ave a un re per marito.. quanno fu fatta la gra nne e orribile vattaglia infra Cristiani e Saracini. campo spazioso. siervi. che fecessi uno commannamento generale e indulgenzia per tutta Saraci nia . Media. e così fece. figlio dello re Duranno re de Castelle. Turchia . sì se rebellao e mosse. E perché ciò fare non se poteva senza granne esfuorzo. <B>Cap. nello terreno della citate de Sibilia. Da vero che in q . Sei iornate de terreno occuparo de Cristiani con cavalli.. da iet tare macine. e dicono che quella ène cammora loro. Puoi curzero sopra lo figlio e sì·llo occisero . ché sio reame ène drento della Spagna. La iente fu adunata grannissima da pede e da cava llo. camielli. e portano lettere espresse da parte de Galiffa loro papa che·sse fa ccia lo passo sopra Cristiani. Lo fierro coize quattro deta. Vero ène che·llo re de Granata non venne con questi. femine infinite. soldano de B abillonia. Per fermo assedio fare portano ignegni e trabocchetta. lo re de Bellamarina. Questa Ricciaferra. Quattro f uoro li regi de corona li quali questa iente guidavano. Francamente passano e pono l'oste sopra una citate de Spagna la quale se di ce Taliffa. in aitro nome de Trebesten. Alquanto magnano. Uno nobile e glorioso re fu in Spag na. lo quale in quello tiempo avea nome Galiffa de Baldali. Deh. Questo Picazzo a vea uno uocchio. penzao de fare lo passaio sopre la Cristianitate. Per tutta Saracinia vanno predicanno li alfaquecqui. Desprezzanno lo battesimo e lo cristianesimo sputao orribilmente nella conca. Saracini fuoro sconfitti in Spagna in uno campo lo quale se dice Cornacervina. ca·llo fortificava uno fiume lo quale se dice Rigo Salato. XI</B> <I>Della sconfitta de Spagna e della toita della Zinzera e dello assedio de Iuba ltare. Parti.] anni <I>Domini</I> currevano. Quanno Picazzo venne alla fonte dello battesimo. e sì·llo prese per la perzona. Fuoro tutte con mazze in mano e fionne: Perziani. Nelli lati e spaziosi campi dest ienno li paviglioni e iaccio in campo. Questo vedenno lo buono re Alfonzo fu turvato. A nostri dìi megliore non fu. dove posaro. La reina ne perdìo mesa mano. anche forte.

la citate reale.uesto campo non forano venuti né potuti venire per la stretta valle la quale passa ro canto la costa. li doiciento remanessino a guardare lo passo. como ditto ène. Spene abbe in Dio. Lo primo aiutorio fu quello de papa Benedetto: setteciento uomini d'arme de buono apparecchio. Imprimam ente mannao li setteciento cavalieri papali crociati a passare lo fiume. Forte se morm orava la iente de tanta tardanza. Lo quarto aiutorio fu lo re de Puortogallo con quinnici milia cavalieri spagn uoli. la quale avevano pass ata per forza de moneta. Dicese che madonna santa Maria fussi nata in ques ta citate. se non uno conf allone collo campo bianco e·lla croce vermiglia. Non se poteva recuperare. quanno lo stormo oderao. alfanic he e confalloni. cavalli gruossi. non più. lo quale non li fallìo. Esse fòra vigorosamente. currienti cavalli e dardi in mano. lo guado rompere. deliverao iessire fòra alla vattaglia e cercare soa ventura. La moneta non bastava. don Dionisi de Lisvona can to mare. De·llà da Salato stao Cornacervina. dove staco trabacche e paviglioni. Con esso fuoro quelli de Tolosa. assoluti de pena e de co lpa. adorni. Lo quinto fu esso re Alfonzo. re de Puortogallo. Manna alli regi li quali staco intorno ad esso. bona targia in vrac cio. Ben chiama tutta la Spagna. con trenta milia cavalieri buoni. Lo secunno aiutorio fu lo re de Navarra con quelli de Pampalona. re de Cas tiello. Lo terzo aiutorio fu lo re de Aragona con cinque milia cavalieri fra Provenzani e Franceschi. Su la croce era lo crucifisso. vennero crociati. Da lo lato ritto de l'oste stavano le montagne de Ilerda. Anche ce fu don Dionisi sio zio con quelli della citate de Lisvon a. iente assai. bene armati. la quale era v enuta a servire. como ditto ène. In soa compagni a abbe cavalieri dieci milia. Todeschi e Fran ceschi. non dottao. La fame e·llo caro era granne in Sibilia. con cinque milia cavalieri adorni. aitro non fa cessino. La iente. Q uesti regi non fecero resposta. Doiciento se ponessino dal lo lato della currente dell'acqua a sostenere la forza dello fiume. Lo re Alfonzo tenne questa via. e vennero nelli campi de Cornacervina. Non era piccolo pericolo passare lo fiume. Lo pas so dello fiume curatamente se guardava. cioène a sio zio. La montagna era in sia balìa . Ora non dorme lo re Alfonzo. ma cavalcaro de sùbito con loro espediti cavalieri e pedoni. anche sta va con una badascia . A questa iente aitro confallone dato non fu. pedoni sen za fine. se non fussi che nella entrata dello paiese se pattiaro con u n granne e potente barone dello reame: don Ianni Manuelle avea nome. Dallo lato manco stava no le pianure spaziose. lo quale con soa reina stare non voleva. Po ' li setteciento crociati sequitao esso re Alfonzo a cavallo in uno cavallo ferr ante liardo. Manna comman namenta espresse a tutti suoi baroni che sequitinolo. allo re de Aragona. lo fiume lo quale se dice Sa lato. A don Ianni Manuello fao c ommannamento tanto che non se parta. Denanti aveano lo fiume e·lli nimici. In questa forma soa iente conestavilìo. De licenzia dello re Alfonzo don Ianni Manuello c oncedéo lo passo a Saracini. la veglia terra. perché·lli concedessi lo passo. Manna per succurzo allo papa. non poteva tanto demorare. perché reprenneva lo re. buono capiello de acciaro in testa. Dicese che fussi lo più bello e megliore dello munno. Anche menao pedon i vinti milia. con cavalli spagnuoli de quell i de Castiglia. anche stea e chiuda la essuta e fera dereto . Derizzaro trabocchi e fecero ignegni da pone re scale. con rote e funi. lo re Alfonzo era in Sibilia c on soa baronia. Era questo don Ianni in errore collo re Alfonzo. fossi lo primo lo re con soa . como ditto ène.madonna Leonora avea nome -. e così fu. che. Dereto li stava una stretta valle. ché no·lli favellava e derobare f aceva. De sopre dalla valle staievano le montagn e le quale teneva don Ianni Manuello. lucente zagaglia in mano. li quali se contano li più nuobili destrieri che siano. fra soa iente e l'oste de Saracini. Quanno lo buono re Alfonzo s e sentìo sopre l'oste e·llo esfuorzo granne. che·lla pedona glia potessi passare. Questo don Ianni Manuelle era delle più potente colonne de Spagna. represo da suoi baroni. Trenta milia cavalieri abbe de buono guarnimento. Tutti fuor o destrieri eletti. ciento milia de pedoni . con moiti tammuri. se non se succurreva. Allora lo re Alfonzo. Anche venne con pedo ni vinti milia. rotto lo passo. Mustrano lo loro buono volere e forza. L'oste stette ben mesi tre. e là stavano ad oste a fermo assedio. Era in mieso. como io' diceremo. tagliente guisarina da lato. Ben se sollicita lo re. Mentre che lo assedio era sopra Taliffa. anche se puse alla frontier a in Sibilia. allo re de Navarra. Taliffa se perdeva in tut to. A questo d on Ianni Manuello donaro li Saracini granne quantitate de doppie de aoro. Trecien to rompessino lo passo e commattessino colle guardie.

Chi dao. teste fennere. Saracini. XL milia li presoni. Dieci miglia da longa fu odito. subitamente li venne meno lo core e·lla vertute. e resisto forte e pienamente. a gran pena intesa. Così curre lo sangue como rigo de acqua. lo splennore delle lance e delle insegn e. Rompo l'acqua e passano. Là erano la maiure parte Turchi. lata uno. perché la iente saracina sentìo don Ianni Manuello. Ora vedesi lo bello commattere e·llo delettevole armiare che·lli iannetti fa cevano. Dallo lato manco. li quali lo glorioso martirio recipiero.. Questi dardi lanciavano. e tra ssese sio capiello de capo e scoperze la fronte e mustrao una sanice rotonna in mieso della fronte. usati dello passo. Quanno li dardi mancavano. Questi fuoro li primi 'nanti all 'aitra iente. Non è speranza se non nelle gamme. A una forza tutto lo stuolo de Cristiani fu puosto de·llà dallo fiume. A queste cose lo re n on fu."Dae. dere to. aizare de spade. la perfida iente. Su in quelle coste rembombava lo crudele romore. fu mannato lo re de Navarra con dieci milia cavalieri. Io ademannai uno pellegrin o spagnuolo se de questa rotta alcuna cosa sapeva. Così ne venne la lettera a Roma a missore Stefano della Colonna be rbentana. Un aitro. lo quale simi lemente adimannai. Ora se voitano.iente alla vattaglia. donzielli dello re Alfonzo. Questa sì ène la nobile sconfitta de Spagna. Questa fu la schiera grossa. con cinque milia pedoni. Prie nno loro arme. so·lla quale da capo a pe de se coperivano. Durao la vat taglia fi' alla nona. ca·sse aiutavano. che voce umana nulla se intenneva. Granne ène lo pianto e·llo guamentare. L'ora era s u la terza. Anche stavano canto l'acqua e manicavano e godev ano. Currevano per lo campo commattenno. Coglie sio dardo e destramente lo lancia denanti. Questo ène lo iocare della iannettia. aitro no. Nullo ce peri colao nello passo. e disse ca quello fu colpo de preta. Terribile cosa è loro fuire. li setteciento cavalieri i onzero allo fiume. li quali erano sopranamente a cavallo. granne stormo facevano. mazze e fionne. Alle mano soco. staffe corte [. chi tolle. se non l'arcivescovo e li doi cavalieri. odi gr idare. Moita iente pericolaro. Non puoco r esistere. Le prete. le entrate e·lle descese. Una targetta in vracc io portavano longa doi piedi. abasso. ferenno e lancianno. Passato lo stuolo. Vedese iett are de lance. passa l'aitro. non dottava per la granne loro moititudine. vrecce de fiume. de pie na mano fioccavano como neve. Vedese travoccare da cavallo. in capo scuffi a de fierro. Granne tagliare se fao de quella canaglia della iente sarac ina. lo iannetto currenno con sio curzieri se piecava fino a terra. Dato l'ordine e·llo nome. dae. Tre cavalieri. Questi iannetti soco li scoperitori regali. Po ' queste iente sequitao lo re de Puortogallo con quaranta milia pedoni e tutto l 'aitro esfuorzo a sostenere le spalle. Odese romore da parte in par te. LX m ilia corpora de Saracini fuoro morte.] vestimento de lino incerato. Non era chi li potessi adetare. infra moite poche memorabile. lo q uale della montagna descenneva per ferire dereto e per lo passo parare. Questo ìo dallo lato della montagna a ponere li impedimenti e occupare li passi e·lle selle. Quanno f u questo sentuto e conubbero la fumiera.. arcora. Passa uno. perché Saracin i per la montagna non avessino valore né redutto né fuga. Tutti fuoro rotti. li quali aitro non aveano se non fionne e prete. Quello disse ca nce fu. innella pianura. saiette e sbi edi pietti passare. Là se pare chi ène figlio de bona mamma. tanta era la loro velocitate e leierezze. Questa fu loro bell a conestavilia. Commattéo . dae" odivi. dacose alla fuga. Non vaize reparo. Ora iogne la cavallaria. Poco vale lo reparo. né·lle sentìo. più no. Ora vedesi tromme e instrumenti sonare. Odi pianto. Passano li cavalli sopra le corpora. Dallo aitro lato dereto don Ianni Manuelle devea ferire colli montanari. scoperze lo capo de sio cappuccio e mustraome tre sanici de c olpo de spada e una nella fronte de preta. Ora vedesi occidere. coperta de lino. In mano portavano dardi. A cuorpo a cuorpo se affrontano. Chi ne leva uno p iùne non ne vole. loro cembali sonavano. Là in quello passo fuoro martiri gloriosi de Cristo. Granne ène loro leierezze. Alla fine se levano su. fuoro li primi che l'acqua passaro: uno arci vescovo e doi cavalieri a speroni de aoro. Puoi bene sapere ca se maniavano Sara cini. Fugo senz a alcuna remissione. per granne ferire su nelle teste armate. in aito secunno soa voluntate. uomini li quali sapevano la contrada. Tamanto è lo strillare. Là nello passare fuoro presi dalli perfidi Saracini e prestamente lo ro teste dallo vusto fuoro troncate. Po' lo re Alfonzo sequitao lo re de Aragona con cinque mil ia cavalieri e pedoni vinti milia. perché lo Saracino non potessi dare la fuga né destennersi per li campi. saiette volare. per lo poco dubio lo quale avea nella soa forte schiera. ora v edesi maciello fare.

ornati de prete preziose. Era la donna grassa e grossa. nero lo voit o. Bastaro doi paravole. Quella Ziziria fisse lo Cristiano. Così fece como avessi auto senno umano.. che milli muli ne fuoro fatigati a portare arme e ai tro arnese. Quelle l oro ossa fuoro adunate in uno campo e de esse fatta fu una grannissima montagna. e aranno trova teste. dubitao de nunziare la mala novella. Puoi fu inzalata e messa in una cassa piena de aloè e fu posta per dignitate in una aita torre. trovao la reina. fu liberata. Sei dìe durao la incaiza. Fine allo dìe de oie dura. cioène lo paviglione dello r e. Torna in reto e per lo ca mpo fao granne male. e per soa bellezza e suoi costumi era concubina de re. Intanto daose la iente alla guadagna dello robare. nelle vraccia e in canna avea cierchi de aoro purissimo smai tati. Po' la partenza dello re la reina fece destennere pan ni bianchi de seta in terra. Uno cavalieri spa gnuolo . Po' questo lo re Alfonzo fece tollere lo tesauro dello re fuito . ca·lla ventura ène de donno Alfonzo». Là ess a sedeva con cinquanta soie soffragane concubine dello sio re. La incaiza durao dìe sei. Più non disse. Anche più.] de aoro longa fi' alli piedi.Serafin avea nome . E moita aitra iente da pede e da cavallo con granne fortezze. Quanno lo re Alfonzo allo paviglione regale fu ion to. Arcilasso la donna avea esmattata. armato e bene a cavallo con una lancia in mano c urreva per lo campo. barretta de aoro in capo con prete preziose. nata de una villa la quale hao nome Obeda. la reina. salle a cavallo. Da oitra in parte la passao. Erance una la quale era cristian a . Denanti a questi iv ano assai cembali sonanti e aitri strumenti senza fine. guardiana della reina. che·llo ferrante dello re Alfonzo. Puro la manifestao alla reina. Vestuto de una [. lassase e deoli de una lanci a. como fao la spinosa alli cani. Lo re iocava a scacchi.più gr anne che li aitri tre piedi. como non te temperasti a tio furore? La mea vittoria era doppia». Quanno lo re int ese che·lla reina era morta per le mano de Arcilasso. vraccia e ossa assai. più non odìo. che durao alcuno spazio de dìe che·lli viannanti sequitavano per loro mestieri. le quale piagnevano e guardavano quello cuorpo.puoi che la novitate pervenne alla forte schiera e·llo dubio fu palesato. LX milia fuoro le corpora delli Saracini morte. lo re de Bellamarina. pe r le selve trovavano a pede delli arbori ossa iacere in forma de omo lo quale do . mai non posao . da puoi che fune in quello campo. como se dicerao. lucienti. a cui era fidata la perzona dello re. Delli suoi uocchi fontana de lacrime descenneva. E disse: «Su re.Arcilasso avea nome -. Anche p iù. Questo o denno fu turbato. prenne lo camino de casa soa. Credere no n se pò. Disse ca quelle doppie non erano la quarta parte. le tre parte ne erano furate per la iente. Lo sesto dìe trovaro una citate canto mare che·lli recipéo: Ziziria hao nome. No·lle poco capare. Rompe e passa onne para per forza della nobilita te de soa cavallaria. della c ui bellezza alcuna cosa ditto ène. ché oie in questi dìe vao lo aratore e ara lo cam po. Mossese la reina: Ricciaferra av ea nome. fu forte dolente e disse: «Ahi Arcilasso. Nelle gamme. Lassao onne co sa desperata. Regale pareva la forza e lo suono. mai non fu potuto tenere. Contra voluntate delli circustanti allo freno portao lo re nello paviglione dello re de Bellamarina e là restette de furiare. Parlao e disse allo re che avessi mercede. armati alla imperiale. Sei dìe durao la fuga. ves tuti de iube de sannato sopre ponte de ballacchino. Era into rno affasciato da sette milia Turchi con vastoni de fierro inaorati in mano. Più denanti vaco dieci milia iannetti currenno e sparienno da onne lato dardi. De colpo l'abbe morta.. Questo Serafin. Là fece ponere tutta la moneta e·lle gioie regale. sì granne ène lo fioccare delli dardi. Quanno questo Spagnuolo vidde la reina sedere in figura d e tristizia (puro la soa vista dignitate mustrava). longhe le gamme. Anche ivano aitri cavalieri con lance. In mano teo una mazza de fierro 'nao rata. Puoi fece atti de tristezze sopre la donna. macro. Passa denanti allo re. b acchetta d'aoro in mano. con sole armature lo sequita. .avea nome Maria -. Lassao Ricciaferra. Maria de Obeda. Una maraviglia fu. Nulla perzona ad essi se accosta. Stava i n guardia della porta dello regale paviglione uno omo . Non era muodo allo macellare. gamme. con fierri lati. la soa donna. A questo muodo ne vao fuienno dello stor mo Salim. Ora tornemo alla incaiza de Saracini. Puoi lo cuorpo de questa donna revennéo allo marito infinita quant itate de moneta. Questa donna de commannamento dello re fu operta . Occurzeli la reina. la quale morta iaceva e in mieso de soie soffragane stava. In sio furore entrao lo Alfanic. Questa Maria f u schiava.]. tutto nervoso. lo quale fu doppie [.. vestuto de uno perponto de iuba de seta. Così iace seminata la i ente morta como le pecora.

Per tutta Spagna fuoro v ennuti colla corona in capo. la decima parte de queste doppie d'aoro. bene convenevile. salvo uno solo. Così ionzero in Avignone qu esti vinti Mori. ché delle arme de questi io viddi per questa via. Era de panno de lino attorniato de corame ros cio con corde de seta invernicate d'aoro. Non era troppo granne né troppo lata. trabacche. Lo pomo era luongo como uno prungo piano. Questo era ché Mori se metto le monete e loro doppie d'aoro in vocca. li quali fine nello dìe de oie staco siervi de Spagnuoli. Anche ce soco de quelli siervi. Lo paviglione avea nom e Alfanic. lo spirito e·ll a vita in un tiempo li abannonava.]. e·lla coccia volava in terra. Per la mutazione dello paiese e per la perduta licenzia tutti m oriero. lo quale portao nello stormo. l'ilzo como mesa luna. Infra le gote vedeva omo resplennere aoro. Onne artificio faco. li quali confalloni <I>una</I> collo granne confallone sio regale fuoro appesi nella cappella de papa Benedetto dello palazzo papale de Avignone. Anco ce fu guadagnata la moita robba: denari. camielli. anno <I>Domini</I> MCCC [. ca stanchi erano. arano. lo re de Granata per tema de sio reame deventao tributario a re de Castelle. Anche li mannao vinti de quelli Saracini presonieri con quelle arme. Allora chi questo tro vava percoteva la zucca dello capo con preta e bastoni. Anche li mannao lo confallone reale collo quale abbe la vittoria. Fatta che fu questa sconfitta. Puoi ce fuoro trovati li tesauri regali. Queste erano le promissioni dello soldano Galiffa de Baldali in so a lettera. cucinano e aitri mestieri secunno le connizioni. Vaize da ciento sessanta mil ia fiorini. como se dicera o. Drento dallo Alfanic fu trovata la Ricciaferra. tanto arnese. Treciento cammore avea. muli. arme. <I>Hortos et vineas colunt dominorum precepto solo vic tu contenti</I>. Lo viannante alegro la moneta prenneva. la quarta parte. Milli e doiciento muli portaro quelle. ves timenta. Queste doppie lucevano como aoro. XL milia corpora de Saracini fuoro presi. como ditto ène. Onne servizio faco a Spagnuoli loro signori. Puoi li commannava che tutta Cristianitate sterminassino e occupassin o lo munno. filano. Puoi prometteva sette mogliere vergine nello santo par adiso. vascella de metallo de rame. lo quale era vi vo allora. e trassila fòra dello fodero. como se posavano.Galiff a de Baldali aveva nome -. tiesso. Nella citate de Tivoli venne Carlo imperatore.. in forma de mie so stuocco. La iente era moita. ma. sio successore. l'ilzo e·l . guarnimenti regali de panni tartareschi e ballacchini ornati con aoro e prete preziose. Puoi li prometteva de farli stare abbracciati con santo Macometto e con s anto Elinason. Io stava in una pontica. Era la spada como le nostre soco. tanto forag[g]io.rmissi. Questo teneva una spada sotto vraccio. fatta allo muodo genovese. Dissi io: «Vòi tu vennere questa spad a?». la quale fu vennuta a sio marito moito aoro inzalata in una cassa. drent o de diverzi colori. Nello fastigio de sopre. Non se pote quello lavoriero contare. con quelli cavalli colli quali fuoro presi. Anche ce fu trovato in quello Alfanic arme assai. donziello dello papa. como le nostre. Io pozzo dicere in bona fede con veritate. poca cosa meno ch e·lle patelle dello calice dello aitare. Anche fra quello tesauro fu trovata la le ttera della indulgenzia. Mai non vedesti più mirabile né più bella co sa. Così remanevano quelle ossa senza carne. Allo dìe de mo' non ce staco. De questo tesauro lo buono re Alfonzo mannao in Avignone a papa Benedetto. nella quale prometteva a chi moriva in questo passo l a resurezzione a terzo dìe. Infiniti ne fuoro vennuti como se venno le crape. la quale li avea conceduta lo loro granne papa . Questo era che·lli feruti essivano dallo stormo e posavanose a pede delli arbori per accogliere lena. sì che spartiva le ganghe. lo donao e mannao a Filippo de Valosi re de Francia per lo moito bene che li voi ze. là dove venne uno a comparare cann ele de cera e confietti e spezie. Puoi li prometteva de satollareli de latte e de caso e lagane e v uturo e mele. tutto stava puosto a lune. Anche li mannao lo bello cavallo ferrante lo quale l o re cavalcao nella vattaglia. Fi' alli dìe nuostri vive. cavalli. mesa spada. somari. dalla parte de fòra. Lo pomo era tutto inaorato e lavorato a igli e fiori. con que llo abito. le tre furate erano. e era la maiure parte 'naorato lo fierro. Anche li mannao vinti confalloni presi nella rotta de Turchi e Medi. arnesi.. chi le despese che quelle doppie erano d'aoro e erano in forma de piattielli de ariento. e fuoro doppie. maschi e femine. Disseme chi le vidde. la reina morta per Arcilasso. lo quale ferrante papa Chimento. Estima quanta fu la iente! Lo re A lfonzo abbe lo paviglione regale con tutto quello drento. paviglion i. Granne fu l o guadagno de questo stormo. Zappano. e. lo quale se fece devoto cristiano.

Tutta Genova curre e descegne allo puorto a vedere le galee venute. In questo castiello Macometto scrisse la soa leie e deola a Saracini e fe ce lo livro lo quale se dice Alcorano. Fatta questa sconfitta e raccuoito lo campo e licenziati li regi e li aitri aiu torii. luongo. Vero è che·lle maniche erano longhe fi' all e deta della mano. Sopre de questo castiello puse l'oste lo re e iurao per la maiestate de sio reame e per l'aitezza de soa corona mai da qu ello assedio non partire finente che quello castiello non avea. Iubaltare lo castiello hao nome. Ficcao sio stenn . Fuoro da cavallo. li quali erano m ale vestuti. Anco fao iente de sio paiese. benché assai bona sia. su lo passo dello puorto. non se ne trovassi simile. lo quale fu tanto che ène inestimabi le. e fu creato papa Chimento. e menao con seco otto de q uelli Turchi. calzament a como noi. Puoi che·llo re abbe venta la Ginzera. Moito li molesta. Puoi entraro lo puorto e pusero se ad ordine. Forte aveano guadagnato. Questa citat e assediao lo buono re Alfonzo per mare e per terra. De gialle schiavine loro cuorpo era ammantato. Questa era delle megliori e delle più nobile e più ricche de speziaria. copierto de panno de lino bianco. bene a dobati e riccamente. La moita iente fao intorno ro ta a questi mori. E ciò fermao con sacramento. Prese chi voize. Lo paese hao nome Gigizia. Vero è che in mieso avea uno pizzo ritto. De loro terreno vole. La ponta dello lato ritto se iettava dalla spalla manca e quel la della manca se iettava dalla spalla ritta. fuoro uomini bianchi e belli como noi. No·lli intenneva la iente. Aduosso portavano uno fa rsetto de panno de lino bianco como noi. nelli confini de Saracinia. Era una nobile citate canto mare. La moita iente se foice. La iente che intorno stava disse: «Perché?» Respuse e disse: «Questa spada fu guadagnata nella rotta de Spagna. Quanno aiognevano Genova. Era cristiano e nutricato in Genova. In quella citate entra o lo re Alfonzo e soa iente. Queste galee tornaro a Genova. nello granne stormo q uanno fu sconfitto lo re de Bellamarina dallo re de Castiglia. non abbe bisuogno de tanta moititudine de iente. In capo portavano uno capiello fi' alle recchie co mo mitra de papa. Non la dera per moneta alcuna». la quale avea nome la Gin zera. Io me nce retrova i. occise chi·lli parze e cacciaone tut ta la perfida iente. ronzini como noi. Staievano li sei Mori miserabilemente timorosi fra tanta iente. Fra li aitri licenziati fuoro trenta cuorpi de galee de Genovesi. aizavano la faccia e resguardavano. Credevano che Genova fussi tutta la fortezze e b ellezze de Cristiani. lo quale fu delli crociati. e abbe assediato lo bello e nobile castiello. sonaro tromme e naccari e cer amelle. Lo assedio fu durissimo. Quella citate fi' allo dìe de oie serve a Crist o glorioso e benedetto. bene vestuti. Quann o fuoro nello entrare dello puorto. Dicev a la iente: «Que dico questi?» Responneva: «Questi dico così:"Non è maraviglia se noi Sara cini simo sconfitti e perdienti. E fuoronce edificate chiesie. le quale li aveano bene servuto. Po' questo donno Alfonzo non posa. La vaina era curata con tenere de fierro bene lavorato e·llo caspie llo con correie moito adorne. Licenziao li sollati.lo pomo tutto. aiola cara troppo. le belle edificia e palazza aitissime le quale staco intorno al lo puorto de Genova. Sopre lo farsetto portavano uno manto de panno de lino como p iviale da preite. uit ima fortezze de Saracini. Lo paiese hao nome Al cacuc. como am maravigliassino. lo monaco nero. Troppo imperiale faco suono e alegrezze. ca nce ène stata sopre tutta Cristianitate e Geno va"». Respuse lo buono omo e disse: «Io non la voglio vennere. lo re Alfonzo non posa. Latina lengua sapeva. Mustravano ca erano presonieri. né la dera per cinquanta fiorini». Era là uno siervo de Genovesi lo qua le fu saracino. Moito letamente dao in terra tutto lo stuolo. Intanto m orìo papa Benedetto. Fierri tenevano in g amma. allora volveano le facce maravigliannose a quelle palazza dello puorto de Genova. Parevame che·lla spada non era sempia como le nostre . In questo potemo conoscere che loro avitazioni non soco così delicati como li nuostri. Granne spesa avea fatta. Moito moito favellavano e po' lo favellare voitavano loro capora. sottile como f ussi cuollo de gruva. Anche fece iente de sio reame e de crociata e seq uitao la iniqua iente perfida. seta e panni de Tuniso che in Saracinia fussi. lo bianco. Ci ento trentacinque galee abbe per mare e per terra iente infinita da pede e da ca vallo. Dunque. sei de quelli Mori. Toize tutto loro arnese. Durao lo assedio mesi diciotto e fu auta per fame. Fra le aitre cose per novitate pus ero nello puorto. Desidera omo vedere la iente della strania fede. Ora poni cura alla novella. Anche ne venne della Gizer a lo vescovo de Peroscia. Quella citate empìo de Cristiani. locora de reli giosi e fonne fatte doi vescovata. como usanza ène.

Là. lo fece fare su lo vi vo sasso. da parte de Dio e dello puopolo de Roma. Io demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della fisica. benché uno figlio ne abbe. della qua le avea figlioli e figlie. Senza essa non poteva stare. ca esso non amava la soa reina. <B>Cap. Così lo santo patre non lo molestava. così lo cucurullo dello campanile de Santo Pietro Maiure fu abrusciato. In prima fu monaco nero de santo Benedetto. puoi fu fatto vescovo. anche l'àbbera desiderato. puoi fu fatto abbate. Questa fortezze se crese recuperare donno Alfonzo per assedio. E·llo re per la epistola li respuse doicemente. puoi arcivescovo de Ruen. Su in quella preta l'aquile faco lo nido. lo più glorioso. Era granni ssimo teologo e fu bellissimo sermocinatore. Una sola cosa abbe reprensibile. io lasso stare. tutto Parisci concurreva a vedere esso. Mai non fu veduta sì piacevole fortezza. Picazzo. Hao nome Iubaltare. Como questo papa creato fu. Nella destesa d ella pianura hao la meschita. che·lli piacessi de venire a visitare la sede dello sio vescovato de Roma . conventu ale. como bello fu sermocinatore! Omo gallico moito largifluo. ma non li venne fatto. pochi ne vieng o a numero de ciento. ca soprave nne la granne e orribile mortalitate. Onne vertute abbe. Donne li convenne. sottopriore. conte de Brenna. duca . né con essa voleva s tare. uno fulguro nello campanile de Santo Pietro Maiure de Roma deo e arze tutto lo cucurullo. generale remissione de peccat i. Que abbe a dicere? Ca se grado se tro vasse alcuno maiure. anche per una ambasciata. Drento dallo muro hao una fontana de moita abunnanzia. morire nello tiempo della granne mortalitate in Sibilia.donna Leonora ave va nome . Puoi l'aitezza veo abassanno alla piana. tu tta fiata che io staiessi senza essa io non pòtera vivere». Anche teneva una soa badascia . fu creato papa. Fu nell'ora de vespero. più iusto. XII</B> <I>Como fu cacciato de Fiorenza lo duca de Atena. A questo papa venne l'ambasciata de Roma moito onorabile. se piace a voi che io mora e non viva più. puoi fu decano. Questo re donno Alfonzo f u lo più nobile. canto la pianura. Questo papa Chimento fu monaco nero e fu perzona de tanta sufficienzia che non avea paro. Anche lo pregaro che·lli concedessi la indulgenzia generale dello iubileo. Per moite voite lo papa sì·llo ammonìo e sì·llo scommunicao. de chi ditto ène. Non voleva che soa vita fine breve avessi. delle connizioni dello quale iubileo i nfra se dicerao. puoi. Non abbe defetto alcuno. Deh. In tiempo de questo papa. quanno odìo questa nov ella contare nella stazzone dello rettore de medicina da uno delli bidielli.</I> Anni <I>Domini</I> MCCCXLII. e disse: «Santo patre. iettas se via.la quale amava sopra tutte cose. Currevano anni <I>Domini</I> MCCCXLII quanno pap a Benedetto lo bianco morìo e fu elietto papa Chimento sesto. da si' che in Studio fu era tant a soa larghezza. della quale se dicerao. fu cacciato de Fiorenza missore Gottifredo. puoi fu priore. pena e colpa alli pentuti e confiessi. como ditto ène. ène menato uno muro f ortissimo con spessi torricielli. Capo loro fu Stefano della Colonna e·llo commannatore de Santo Spirito. e provao per dodici rascioni che esso era tenuto de venire a visitare lo sio vescovato. Ène lo castiello bellissimo e fortissimo. Quanto allo secunno. che t ornassi ciento anni a numero de cinquanta. donna Leonora. in dìe de santa Anna. uitimo. la citate romana. puoi cardinale de titolo de santo Nereo e Achilleo. che allo despennere no·lli iognevano soie prevenne. concedéo lo quinquagesimo iubileo in Roma. e ferìolo con una ia nnuglia nella inguinaglia. Cristiani per loro negligenzia la perdiero. Stao in una penna de preta viva aitissima. perché la etate ène breve. Lì puse l'oste e guardie credennosello pren nere per fame.ardo in terra. più pietoso re che mai fusse in Spagna. Serrato era allo torno. levato campo. e como morìo papa Benedetto e fu creato papa Chimento. Voleva che questa soa badascia. la quale era sio confuorto. E imprimame nte provao che·lla petizione loro era iusta. Quanno esso teneva catreda per serm ocinare overo desputare. Questi dodici ambasciatori lo pregaro. anni <I>Domini</I> MCCCXLII[I]. A questi ambasciatori a po' dìe lo papa respuse. quanno li calonic i in coro cantavano lo offizio. la citate regale. Haoce arbori de onne rascione. dodici perzone: sei seco lari. sei clerici. Questo abbe t utti li gradi de dignitate. Sem pre mai Spagnuoli lo piagneraco.

Ora comenza a reiere lo duca. là dove era perpetualmente deputato. torri de lename spessi. Fiorentini. Ritto per lo camino ne veo. Ora vedesi le granne e ricche ambasciate che li venivano per tutta Toscana. Le cascioni perché fu cacciato fuoro queste. conte de Brenna. Quanno manicava. De notte Pisani fecero uno fossato esmesuratamen te luongo e largo fra lo Serchio e·lla citate de Lucca. multi capiuntur. longhezze [. questo sio figlio . Multi cadunt. ché missore Malatesta ionze la sera con fodero e con granne iente ad uno fiume. Respuse lo re e disse: «Noi bene vorr amo che Gottifredo da tanto fussi».. iente da cavallo numero [. lo quale gìo allo re Ruberto in Napoli. capitanio de Fiorentini. ma semplice. per ripam fluminis ascendens.. Sallìo a cavallo con soa iente.. fecero la gabella che se chiama Seca. sio parente. Puoi che abbe receputa la signoria. l iberamente significao in diverzi paesi la soa gloria.. Quanno missore Gottifredo abbe recepute lettere. deditque circuitum mil iaribus decem ferme. La prima cosa che fecessi fu che esso trasse de presone misso re Pietro Zaccone delli Tarlati. Vulterra e Prato. duca essere voleva de Toscana. Tum vero.]. da cinqueciento cavalieri. lo quale se diceva conservatore.] Intorno all'oste fecero fossati e steccata. iovine de dodici anni. Anche fecero una cosa notabile. dura miglia dieci. A ciò respuse lo re Filippo e disse: «Piaceme ass ai». p er mantenere lo assedio. lo duca Gottifredo. Annunziao lo cavalieri allo re la nobile signoria de sio parente. vedennosi così confusi. Que sto missore Guiglielmo era uno roscio venenoso. non potens transire ex impedimento valli. La q uale novitate fu per questa via.] Allora. Durao lo assedio mesi [.. e folli fatta moita onta e moito desp iacere e detuperio e danno. Fi' allo dìe presente la tiengo. fecero i ntorno a Lucca uno esmesurato e memorabile assedio.. con grascia. San Mi niato. Omnis eo rum copia militibus preda fuit. ibique improvise pisanum exercitum invasit. Quanno la matina missore M alatesta.] senza tumuito. Fra li quali mannao uno ve scovo de Francia a Filippo re in Parisci.. senza impedimento. Disse lo re: «Di' a G ottifredo conte de Brenna che Filippo de Valosi lo prega che esso se studii de e ssere signore delle coraiora delle iente e non delli torri». e fuoro muorti uomini e loro carne fu manicata. Anche non era de questa vita passato. Apparecchiavase tutta Toscana avere. con salmaria e granne arnese. missore Guiglielmo de Ascisci. Lo vescovo disse como lo duca avea la signoria de Fiorenza. recipéo la signoria perpetuale. miratus stupefactu sque retrocessit meavitque. Anche carvoniaro e stecconiaro la strada la quale vao da Pisa a Lucca. Avea uno sio figlio cavalieri. signore perpetuale de Fiorenza. e non lassaro succurrere missore Malatesta. della casa de Francia.. ca hao serrate le porte vecchie e fatte le nove. e sì·llo liberao de cattivitate. turbati de questo mercato. signore de Arezzo.</I> Alla fine Pisani venzero Lucca per forza de fame. In breve sconfiss ero Fiorentini e levaroli de campo. transi vit aquam diluculo. Puoi domannao: «Dove posa lo duca? Posa in Santa Croce?» Respuse lo cavalieri e disse: «No.. puoi fu de Fiorenza detoperosamente caccia to.] Tutto questo lavoriero fu espedito in notte una.. Renna la onoranza allo puopo lo». duca de A tena. Pisani. Vix Malatesta cum aliquibus evasit. Quanno l'omo era posato dello martorio. Con Pisani stette queto. lo quale se dice Serchio.. Resse assa i aspero e bona spene a Fiorentini daieva. Fortemente guida. fessi Florentini terga deder unt. e sopre le novelle porte hao fatte belle torre e aite». latezze [ . faceva denanzi a sé senza misericordia martoriare le perzone e facevale smembrare e morire dello martorio. Questo duca fu signore mesi dieci. sì che molesta de·llà non se sentiva. Va' e dilli che repona li pri ori de Fiorenza in sio palazzo e in soa nobilitate. iente da pede numero [. appresso a Lucca. de chi ditto ène de sopre. Anche posa nello bello palazzo delli Anz iani». Avea con seco uno officiale. moito agnelica c reatura. In prima usava grannissima crudel itate. imperciò che era omo savio e potente. chiamaro per capitanio de guerra e signore missore Gottifredo. Abbe Pistoia. <I>paratis omnibus copiis tam ad pugnam quam etiam ad grasciam. E questo fecero perché liberamente omo isse a l'oste c on fodero e con arnese. facta resistenzia factoque ingenti Florentinorum impetu. Fiorentini compararo Lucca da missore Mastino d ella Scala e entraro in possessione. Cavalieri e iudice era. de concor dia dello Consiglio. ]. Entra nella citate de Fiorenza e a pacifico [.. In Arezzo mise la signoria.de Atena. Puoi domannao e disse: «Hao fatta novitate alcuna Gottifredo lo duca?» Respuse lo vescovo e disse: «Hao mutate le porte. Senza remedio occideva la iente. L'aitra ambasciata fe ce uno cavalieri. forte fu alegro. Lo re scrullao la testa e disse: «Non fao bene.

Mai non vedesti sì diabolico spirito. veniva lo preite a cavallo in una mula con chierica rasa. a l'arme! Puopolo. Moiti fuoro li aitri . lo p uopolo commatte lo palazzo. Puoi se gridarao:"Puopolo. po' esso. lo quale fu delli più avanzarani populari de Fiorenza per soa ricchezza. fu occiso. Avealo redutto in stato. occ ide senza misericordia. Lo corazzaro fu per la canna appeso. Mentre c he le leierete. in viaii. Erano fatti quattro Anziani populari. Questo fu ià sio compagnone in arme. lo forte castiell o fra Genova e Marzilia. Onne moneta de iente struieva e cons umava onne perzona. Secretamente cercano via de darela per terra. Uno sabato. donne moiti ne moriero. da vespero. puopolo!"». Allo torno le strade fuoro sbancate de banche de macellari. Più era questo sottile nella gabella che non fu Aristotile nel la filosofia. Puoi . Lassao perdere Lucca e l'onore de Fiorenza non recuperava. La moglie lo sapeva da una femina de preite. con guanti de camoscio in mano. Dallo aitro verrao uno con uno stuocco. Meglio veniva de morire che morire de fe tore. Ad onne Anziano ne fu presentata una parte. Per la cui introduzzione onne guadagno. Fort e faceva murare drento dalla citate. Non potevano campare. li qua li teneva missore Mastino per la compara de Lucca.lo faceva sostenere e diceva: «Deh. Peio era lo patre che Dionisi tira nno de Cecilia. Treciento milia fiori ni ne fuoro tratti. La prim a festa che venne. onne capitagna entrava in Communo. Per questo li mercatanti se reputavano deserti. Puoi se apparecchiava a fare uno nobile castiello. Sentuto che fu da lle guardie. Non vaize loro reparo. «Quanno?» «Lo dìe de santo Iacovo». Suoi sollati facevano li moiti deviti per Fiorenza. Fu partuto in quattro parte.solo. li quali fuoro per mare derobati a Monaco. né co n acqua né con aitro argumento. Esso ne mannava tutta la moneta in sio paiese. non recoglieva. Lo corazzaro fu tenagliato per Fiorenza con tenaglie refocate. appresso dello palazzo de priori fu fatta una meschi a. in grazia soa e de Fiorentini. armao tutta soa forestaria e in mieso de doi suoi nepoti a be llo galoppo tutta Fiorenza curze. Dallo lato starrao uno con uno spontone. Lo primo che questa coniurazione fece sentire fu uno cor azzaro. currevano anni <I>Domini</I> MCCCXLII[I]. anche li lass ava stare senza menzione. non li vaize sio defennere. Li staii. No·llillo sa ppe provare. «In que muodo?» «Quanno c per la terra. Lassano li cavalli nello piazzale dello palazzo delli priori e per le valestra tutti ne entraro lo palazzo. Sere Errigo Fegi avea nome. verrao uno e stennerao sio arco turchesco e percoteraote de una frezza. che là donne esso traieva lo fiorino aitri non poteva traiere lo vaco dello miglio. Queste connizioni consideranno li citatini de Fiorenza forte se duoglio della s ignoria. li buoni populari de Fiorenza vestuti con vari e con panni onorati appiccava denanti alle loro case. Fatto dìe. Sopre Pisa non faceva cosa nulla de novit ate. appenne. Disse lo duca: «Questo da chi sai?» Di sse lo corazzaro: «Da mea mogliera». Vaco sonanno tromme e trommet te. armato de tutte arme. Fuoro alle mano lo puopolo colli sollati. verrao uno currieri contrafatto e porierao a voi lettere. Ora cresce l'opera dello castiello. Tutta la porta fiariava e fu consumata. Quattordici centinara de perzone se rench iusero in quello bello palazzo. Male se pò per la granne fo restaria la quale avea. Doiciento fiorini avea seco. Puoi questo signore usava moita avarizia. La notte lo primo che·nne escìo de palazzo fu uno iudice sommoniaco . Subitamente voce veo: «A l'arme. puopolo!» Tutto lo puopolo de Fiorenza fu armato. E che più. Puoi questo duca usava moita lentezza in fatti de Fiorentini. Li sollati fuoro perdienti. Appiccao Nardo de Cenne va scellaro. Lo palazzo delli priori voleva comprennere. La femina dello preite venne e·llo preite e stette presente lo corazzaro. ad onne tratto prestava allo Communo ciento milia fiorini. Lo d uca: «Da chi?» «Dallo puopolo». con corona de oliva in capo. ma era stato anticament e cacciato perpetuale per le soie faizitate e inganni. dalli un aitro crullo per mio amore! Aizalo su !» A moiti questo fece. li quali fussino sopre tutte cose. Aveva con s eco uno pessimo e crudele omo. Tutta la moneta traieva de mano alli mercatanti. Questo sere Errigo Fegi era sopre la gabella e era tanto sottile spirito in trovare moneta. Alla fine lo fetore dello sterco e della orina granne era. Ora procede lo crudele conservatore e taglia teste. como cenava. Tutta dìe devisava gabelle. Granne mormorazione faco li sollati allo duca. Onne iente temeva de tale ioco. lo quale gìo allo duca. Denanti a sé menava li nuobili de Fiorenza desar mati. fiorentino de nativitate. e disse: «Voi devete essere muorto».mi ssore Simone de Norcia avea nome . Iettano fuoco alla porta. Alquanti dìe se tenne lo duca renchiuso con soa iente in quello palazzo. no n pacavano. In qu .

tutto derobato.. cioè Filadelfia. muorto lo figlio. Puoi lo menao in sio contado e sì·ll i fece renunzare la signoria de Fiorenza. Granne destra zio li zitielli facevano de lui. nello quale stormo Iuvanni re de Franci a fu presone. Queste tre parti della terra divide lo mare. XIII</B> <I>Della crociata la quale fu fatta in Turchia alle Esmirre. doi suoi granni bar oni e parienti. Io non voglio p iù messa cantare». de sio palazzo de notte con da c inquanta perzone. Sacci ca forte aveano patiti questi. La prima hao nome Esmirre. Sapemo che la terra abitabile se divide in tre parte: Asia. bene conosce soa morte. In questa Asia ène una provincia piccola e moito bella e opulenta infra le aitre. La carne soa e dello figlio fu port ata per Fiorenza e fu vennuta a peso e fu arrostita. lo stato pacifico e communo. Allora cavalcao lo duca e venne a Bolo gna poveramente. Ciò vedenno lo duca. dove nato fu lo soprano miedico Galieno. La settima. là dove stao la tomma dello biato santo Ianni vagnelista. como se dicerao. Ma allo dìe de oie per li peccati nuostri so' de infideli le sei. que Turchia ène la prima dell e aitre provincie de Asia e ène confinata con noi. Uno calice d'ariento avea 'naorato in mano colla osti a. Così lo tagliano como foglia menutelle. Missore Ianni de Braio e missore Caucassaso. Milli vocconi ne fuoro fatti. E veo tanto a dicere Aito L uoco quanto che aito favellare. fuoro a fierro muorti. Da Bologna se partìo e gìone in sio paiese. fugìo e aizao la più corta. quelli de fòra lo tir avano. granne abbe danno. Tal fine abbe lo duca de Atena signore de Fiorenza. Lo duca ne gìo in Francia. la quale crociata commosse tutta Cristianitate. Lo puopolo stao fore allo palazzo. Puoi chiamano che volevano lo conservatore in mano. Era grasso e gruoss o più che uno terribile puorco. La terza citate hao nome Pergamo. lo crudele missore Guigli elmo de Ascisci.] Questo duc a de Atena fu occiso in quella vattaglia. fu p reso in abito de frate bianco umiliato e sì fu spogliato nudo. a muodo de una mesa croce. in sio paiese. crudamente grid a. Granne detoperio abbe. Missore Ceretieri delli Visdomini. Volve la testa e d ice: «Ahi patre. Hao sette citati. Più de CCCC perzone de suoi sollati ce fuoro mo rte e derobate. Africa e Europa. lo sottile gabellieri. Sacci ca questo iovinetto despiacere allo preite fece. Male volentieri veniva. Currevano anni <I>Domini</I> MCCC[. armato. ma quelli de drento lo premevano. da longa dalla veglia citate miglia cin que. Uno preite fu lo primo c he·lli smembrao lo vraccio colla spalla e disse: «Ecco la mea parte. Como fu alla porta.esto se tratta patti. Questo fu lo dìe de santa Anna. là dove santo Ianni scrisse la Pocalissi. bene conosce la poca pietate dello patre. Fu sparato e fu appeso per li piedi. ca·llo conte Simone de Casentino collo Communo de Siena trattao li patti e sì·llo trasse. Quanno lo iovinetto figlio <I>patris precepto</I> vao denanti. comman nao che missore Guiglielmo essissi fòra. Serve a Cristo . L a settima hao nome Pamfilia. Po' lo figlio veo lo patre moito onor atamente vestuto con vari. sio co nsiglieri. Alla fine morìo nella vattaglia la quale fu fatta fr a lo re de Francia e·llo re de Egnilterra. la novella fu per questa via. Poni cura que fece lo crudele patre per v olere campare. appriesso della porta. f u receputo dallo irato puopolo nelle ponte delle spade. Voize che sio figlio issi denanzi da esso per mitigare. ché santo Ianni aitamente parlao in soie profezie. La sesta hao nome Frigia. Queste sette citate fuoro de Cristiani e fuoro fatt e bone vescovata ordinate per lo biato santo Ianni vagnelista. Sere Errigo Fegi. la ira dello puopolo sopre de si. como l'aino allo maciello. Questa stao canto mare nella ponta della terra e ène citate destrutt a nella piana e ènese redutta nello monte. salva la perzona. iettavanolli prete e loto e percoteanollo con b astoni. La quinta hao nome Filadelfia. tal mozza. dove me manni?» Dice lo patre: «Va' securamente». che per aitra via non poteva campare. La q uarta hao nome Efeso. Allo duca non fu fatto male nella perzona. Fiorenza fu retornata a puopolo.</I> Quanno fu fatta la crociata sopre la Turchia ad uno luoco oitra mare lo quale se dice Esmirre. lo quale iace in mieso. la quale hao nome Turchia. ène de C ristiani. Ène spartuta un poco dalle aitre per uno vraccio de mare. <B>Cap. La secunna hao nome Aito Luoco. e fu chi ne manicao.. quanno recipeano cutale mesure. Tal taglia .

. Tre dìe stett e con non poca suspizione. Dodici fuoro le galee. t erra. Levata l'oste de campo. e info derao Pera. Non voize avere speranza in solo lo finire per mare. Quanto volevano aizare lo peda g[g]io. Entra in mare. Non d emorao niente. era loro connuttore . vigne.. nome Fiore de Belgioia. lo secunno avea nome Cherubino. Tutta la contrada dello mare guardiava in servizio de Parialoco. consider anno l'onta de suoi citadini. Questi passaieri e gabellieri non reguardava no alcuno. E coglievase lo passaio in quella ponta dove oie Veneziani haco edificata la citate delle Esmirre. Granne onore renne a sio signore. lo mercata le. La prima cosa forniero fortemente la ponta delle Esmirre. Puoi fu fatto intorno a questo murato. prete della ruvina delle antique case. lo patriarca. veneziano. Forte se vergognava essere assediato con tanta bona iente. No·lli poteva campare. Conubbe che·lla ponta delle Esmirre era guarnita.. nella isola de Chio. Non ce pot eva arrivare. omo mannifico. pusero li fonn amenti con loro mano. non troppo. Granne era la b aronia de missore Martino. Per onne via la volevano. Là cresco li arbori delle lacrime. esse fòra de Negroponte don Manuello. Vedesi capanne fare. Là allocaro la iente. Armao soie g alee con suoi valestrieri e bella oste e destra iovinaglia. Onne Veneziano se reputava sforzato per questi passai eri.glorioso. Puoi li toizero Metellina. Non valeva rechiamo che facessino a Morbasciano. frate de santo Francesco. quanta ne ène. Non sao qual via prenna per campare. Sio figlio avea nome Catacucino. spezialmente li mercatanti de Venezia. Sequita li T urchi. Quanno questi Turchi sentiero l'armata de Veneziani che·sse accostava. Le valestra e·lle frecce iettavano. lo terzo avea nom e Orcano. la quale se dice isola de Cervia. . Lo patr iarca con uno nobile cavalieri francesco. Stava l'oste sopra Negroponte. Guard ava invierzo lo mare. Accadde che Turchi tuolzero a Genovesi una terra canto mare. Puoi questo Parialoc o donao a missore Martino per soa spenzaria una isola moito bella e nobile. Questo Morbasciano faceva cogliere lo passaio e la gabella delle mercatantie l e quale passavano per mare canto sio terreno. Accadde che in quella [. Lo puorto non potevano entrare. Tal fao vidanna. Lo luoco era forte. che là non potessino Veneziani allo puorto fare capo. Per la moita iente Negropont e affamava. Anche renchi usero drento acqua doice.] patriarca abbe sio consiglio. Nella ponta della provincia de Turchia signoriavano tre grannissimi baroni. Missore Martino. lo vittorioso e franco capitanio.don Manuello Camorsino avea nome -. Puoi li assediaro per mare e per terra la citate d e Pera. la piazza.. una fossa moito esmesuratamente larga. viva fontana. sì che. con cavalier i e pedoni. Là se posao. più no·llo poteva patere. ] Veneziani. Onne perzona mura caice. anche lo danno. viddero navi che apparevano per mare. nella pianura c anto mare dove fu la citate antica. Po' alcuno tiempo. Era in Negroponte lo patriarca de Ierusalem . Frati carnali erano. la quale se dice Fo gliara Vecchia. Allora con tutta soa iente se posao dodici miglia da longa ad una isola che stao in mare. Navi e iente avea a sio piacere. lo quale era nobile e valente mastro de guerra. Allora fecero una moito bella ordinanza de galee e vaco inver' le Esmirre per av erle. tanto lo aizavano. tal venne. de g ranne frutto. Vao per mare. lo cagno della moneta. Questi signoriavano la citate delle Esmirre e Aito Luoco e moite terre . Fece fare in torno a questo luoco uno cegnimento de muro de preta. la quale stao dalli confini de Atena in Grecia. Questo Parialoco avea moito granne fede a uno Cristiano lo quale avea nome missore Martino Zaccaria de Genova. levarose de campo e tornaro a reto alle loro citate. Là demora con soa famiglia e masnata granne e manente. puro che vista aia de muro. olive. e moito danno li fece. de granne senn o e onesta vita. lo confallone de Santo Marco de Ven ezia. Puoi vetao che nullo mercatante turco usassi in sio terreno. Allora de queste galee se partiro alquante e esfilatose luongo luongo canto mare a mano manca ivano queste galee caricate de tavole e portavano castella de lename [. Intorno intorno guastava lo paiese. quanno era bisuogno. Non era via de entrare. De quella isola veo la mastice. delli quali la mastice se fao. carne secca e vino. tal compara. L o primo avea nome Morbasciano. arbori fruttevili. p er più fortezze. Fecero allo murato solo una porta inver' la Turchia. cioène l'isola de Chio. E cuoizero tanto terreno quanto fussi una p iccola citatella. Non avea muro. Po·lli tre dìe galee de Veneziani e de Genovesi ionzero. e leva dell'oste Turchi. Fecelo sio armiraglio d e mare. serrano le strade. con vettuaglia de biscuotto e fava. Missore Pietro Zeno. dove fu lo Studio. Nella contrada de Romania era uno imperatore de Constantinopoli lo qu ale avea nome Parialoco.

con questa caccia alle Esmirre. ferr ati delli piedi denanti. lo Malerva . Erance lo sufficiente conestavile todesco. Li fao troppo g ranne paura. Entra in mare missore Pietro Zeno de Venezia e v ao attornianno tutta la Turchia. Quanno Morbasciano abbe saputo che·lla ponta delle Esmirre aveano vent a Veneziani. Loro vill e erano arze. missore Martino Zacca ria guerrea per mare e quanno l'uno per mare. moito fortemente lato . l'aitro per terra. Ferivano soie galee dalla proda nello ventre delli legni de Turchi e affonnavanolli in mare. Granne danno faco. missore Pietro Zeno. Ora ne torna lo franco guerriero. mannao soie ambasciate per tutta Turchia. Tutta Turchia curre allo reparo. fiero de sùbito furiosamente. lo quale po' la sconfitta de Parabianco nelli campi de Milano per voto era ven uto a servire con vinticinque cavalieri a soie spese uno anno. secura non veniva. bene armati ed assettati. ca volemo la croce e ess ere cristiani». La adunanza se fao de Turchi alle fortezze della montagna invierzo Aito Luoco. Nell'uno stava lo ameli dello mare. lo simile faco . perché curzali de Turchi anche giravano lo mare. ingessata. Non ne campao anima vivente. In vracc io una rotella lavorata atorno a muodo de uno grannissimo taglieri. Puoi che saputo fu che·llo luoco delle Esmirre era fonnato. de chi de sopra ditto ène. Deh. fugo voitannose. Avea nome Mostafà. Parevano daini alesant rini. Li doi legni fuoro intorniati e presi. Defetto infra li Cristiani fu che non aveano iente da cavallo. salvo non fussi per badalucco fare. Curro Cristiani. vestimenta bianch e de panno de lino. quelli de Malvasia. E conoscenno che preda portavano disse: «E pateremo tanto detoperio ?» Dodici galee avea. Ora se comenza la dura e aspe ra guerra per terra e per mare. Erano quelli legni non granni. ad uno ad uno se legavano in canna con una corda. Missore Pietro Zeno de Venezia e missore Mart ino Zaccaria de Genova erano doi franchi capitanii. como fecessino reverenzia. Onneuno inc rocicchiava le mano allo pietto e inchinavanose. Così le ionze como fao lo sparvie ri la quaglia. conubbe la soa ventura. In capo capielli bianchi collo pizzo luongo a muodo dello cuollo de cicogna. Queste doi non fuoro sfonnate. predano. quan to granne male con loro frezzate facevano! De quelle frezze era alcuna nella qua le stava avvolto uno filo d'aoro. Quanno missore Pietro vidde questi legni da longa. allora la gra scia veo dalle avitazioni intorno. Moito danno f acevano. Va o pericolanno tutte quelle locora de Turchi. Mentre questo Mostafà stava in presone. coperte de sannati e de ballacchini. Puoi cavalcava missore Pietro Zeno per terra e fao granne danno. Parze meglio servareli vivi. Imbuscanose. vestiame e aitro arnese. macri e bruni. alcuno era 'naorato. larghe le maniche e longhe. Non li puoto resistere le fortezze de sopre ad Aito Luoco. una lettera in soa le ngua li venne da una soa donna. loro usanza. che veo a dicere mastro e signore. Erano presi da Turchi e derobati. dereto desferrati. stavròs». robbano. Avevano loro ronzini piccoli. Quanno missore Pietro Zeno cavalca per terra. Quanno se traievano li Turchi delli loro legni. Tre ne fuoro aff onnati in pelago con ciò che drento era. Più 'nanti non viengo. Là dove sio stuolo se p osa non hao reparo. sufficienti ad onne fatto. Anche gr an parte de loro portava lance con uno fierro pulitissimo. Questi Griech i erano delle ville canto la marina. Curro Turchi. quelle castellanze. Varve avevano foite e luonghi capelli. larghe. Nulla deffer enzia ène dalle cotte delli chierici. Cinque legni de Turchia currevano la marina e menavano Griechi e Greche. e di cevano: «Ano stavròs. Se apparecchiano de resistere Turchi. Drento nella lettera era uno cierro de capelli m oito bionni. Viengo con fodero quelli de Modone. pecora. Aiza le vele de soie galee allo viento. l uonghi como doi aste. Q uesti soco loro pavesi.metteva lo mare intorno allo luoco. li qu ali avevano presi con loro bieni. perché non fecer o alcuna resistenzia. quelli de Corone. ché la freccia dignitate avea. Da lato portavano arcora e turcassi con frezze. lavorate con bel li lavorieri. Poca iente da cavallo con essi era . lo pietto tagliente. e non haco ponta e soco alcuna cosa piecate dallo lommo. corte a mesa gamma. Se alcuna nave veniva per mare con grascia. Ora vedesi onne dìe currerie fare. M oito bene li vedeva omo descegnere e sallire per la montagna l'uno po' l'aitro a filo a filo. Arde le terre canto mare. Così currevano. La maiure parte de questi Turchi portavano. Anche ce erano fr a essi moiti armati con iubbe doppie de panno incerato. quelli de Fogliara e quelli de Filadelfia. quasi veo a dicere: «Perdonetece. quelli de Patrasso. Puoi li venne alle mano una bella caienza e nova pescascione . Da lato portavano spade turchesche moito fornite. tempestano e pe ricolano Turchia. moito currienti. Erance missore No . piccole teste.

como puoi credere. Non era coita drento dal lo cegnimento. Credevanose sequitare chi non iva denanzi. Po' la destruzzione era remasa campestre. Se nza romore fuoro intorniati. Erance uno nobilissimo barone de Francia: Fiore de Belgioia avea nome. Portarone le arme loro e li belli adorn amenti. Disse questo. na scuosti fra li arbori. no·lli vaize loro de fesa. Quel li cani turchi le loro teste ne portaro. missore Nolfo de Cipri. In questa chiesia entrao lo patriarca colli sopraditti baroni in numero de quaranta. frate minore. Era una chiesia antiquissima. Anche ne menaro li loro destrieri. <I> Ad presulem tamen plangibilior casus fuit. A cavallo in uno potente destrieri ben pareva barone. tutto lavorato a seta e aoro fino filato. adornati. Como iessiro. falle e maniche. Puoi là fu cel ebrata la messa con grannissima solennitate. cioène missore Pietro Zeno. missore Pietro Zeno. perché la cosa non era penzata. Sentìo lo patriarca che la iente de Turchi era moitiplicata in tanto che credeva essere assaitato drento dallo sio redutto. Loro teste subitamente fuoro partite dallo vust o. anche f are resistenzia a muodo de uomini costanti. Bene aveano sentito lo romore delli Turchi. e in longa contrad a. Nam eques insuper . Con lacrime. Dicesi che·llo biato santo Ianni la edificao. la treuna. Alcuno me dice per aitra via.in virum sacrum sceleratas primum manus iniecit clavaque ferrea ictus ictibus . In doi muodi rasciona la iente de q uesta novitate. non armati c osì sufficientemente como se deo. Ammirano le mura. Era dello mese de iennaro. Sequita po' esso missore Pietro Zeno de Venez ia e missore Martino Zaccaria de Genova. Erano quelle locora non domestiche. Po' questo se armao de tutte arme: corazze. ma non credevano che tanto da pries so fussino li aguaiti e·lle poste fra essi. fu cantata la messa con moita solennitate. e ciò fermao per sacra mento. mi ssore Martino Zaccaria. Quanno li tre. Auto consiglio colli maiuri della Cristianitate. sacciate che nella mea gamma ritta aio una sanice». fonnamenti de case e de torri. e entraro nella chiesia de Santo Ianni e là. tutti cavalie ri a speroni d'aoro. fu deliverato de non mostrarese timorosi. Lo puopolo buono piezzo po' essi tenne dalla parte destra. fuoro alquanto delongati. Alcuno dice: mentre che lo patriarca colli quaranta sopraditti c antava la messa. locora senza vie. In mano una spada nuda lucen te teneva. se retrovaro soli senza sequito nello laberinto delle deserte case. una varvuta in testa. la qua le hao nome Santo Ianni. Quanto più vaco meno trovano. Fiore de Belgioia de Francia. perzone de gran fatto. Erance lo patriarca. Tre baroni recipero lo santo martirio e fuoro fatti cavalieri de Cristo. Lo loro essire alla vattaglia fu senza provisione. Questa c hiesia era da doi valestrate longa dallo muro noviello. Questo Fiore de Belgioia se trovao a fonnare le mur a collo patriarca. Questa chie sia fu lo vescovato de quella terra 'nanti che fussi destrutta la citate. Ma lerva conestavile lo Alemanno. missore Manuell o Camorsino de Venezia. lo nepote dello re de Cipri. De ciò abbe ferma fed e. non tennero la deritta v ia. Le corpora nude in terra lassaro. li Turchi venivano in granne moititudine queti per la costa. lo qua le se dice piviale. anche dechinaro alla sinistra per la più largura. Né suc curzo non àbbero. nella chiesia de S anto Ianni fore le Esmirre. Dao de speroni e vao allo martirio de buono core. adornato de perne e prete preziose. mentre che se avitava da Cristiani. Puoi fece la croce e deo soa benedizzione a tutto quello puopolo. La iente non era conestavilita. che nello dìe de santo Antonio de iennaro. mentre la mess a se cantava. como ditto ène. No·lli vaize scrullare loro spade. la quale era perduta. mis sore Martino Zaccaria. Puoi disse: «Forza che Dio me volessi visitare. cossali de fierro tutti lavorati. como se conveo a così aito prelato. lo patriarca. in dìe della festivitate de santo Antonio. Là de sùbito se descopre la posta de Turchi. Po' la me ssa lo patriarca predicao moito bene e confortao li Cristiani a persequitare la iente infidele e recuperare le terre de Cristiani e liberare le chiesie sette de mano de cani. e ène verisimile. perché·lla iente da pede era alcuna cosa lontana. Da quinnici milia Cristiani erano da pede.lfo. devozione e alegrezze pregano Dio che così succeda in tutta Turchia. anno <I>Domini</I> MCCCXLV. con cinquanta uomini da cavallo. presero li sopraditti quaranta e là sì·lli occisero e decapitaroli. ché soa chiesia haco recuperata. Pedoni ce erano da quinnici milia. Moito rengraziano Dio de tanto beneficio. Fuoro in terra da cavallo. De sopre dalle arme se iettao uno ricco manto vescovile. la a itezza e benedico Dio e santo Ianni. locora da intanare iente. armati. Disse ca·llo vidde perzonalmente.Dardo nomen erat . ché haco recuperata la chiesia de Cristiani. anche paurose per li m oiti impedimenti de mura rotte.

Anche servavano aitra connizione. Alla fine Cristi ani non potevano più sostenere. Como fuoro alli discopierti campi. adorno como reale. voizese lo Turco scorticato e con doi ma no faceva le ficora alli Cristiani.cumulans moribundum semianimemque pontificem leva tenuit arreptoque gladio caput obtruncat. dalfino de Vienna. non fu castiello. vedesi cavalli currere. Fu deliverato che tutta loro potenzia ponessino in ven nicare l'onta de loro citatino. Fiore de Belgioia. fu passato da doi frezze e sì morìo. sì rotonne che bastara che fossi stato de agos to. frat i. perché fuoro trovate le corpora dalla codata dello stuolo. da Ancona a Negroponte. chi fu scorticato. P renne lo confallone della croce e con soa cavallaria passa la Provenza. Granne commozione fu fatta. Tal venne possessione. lavorate de nobile maiesterio. Commannao a missore Guido. ferire de spade. Ora esse fòra pienamente la iente. morìo. nepote dello re de Cipri. Puoi che f u nello securo (vedere bene se poteva). vao in corte de Roma. tale arnese. Iesse fore missore Nolfo. Vao la novella all a citate de Venezia. Daco la voita in reto e tornano alle Esmirre. la vao cercanno. Vivo fu scorticato dalli cani. chi fu decollato. Veo in I talia. chi no n. vao per tutta Cristianitate. nepote dello re de Cipri. vao dena nti allo papa e alli cardinali. moit i ne fuoro presoni. Chi fu arzo po co da longa dalle Esmirre. Con una spada in mano defennennose muorto cadde fra quella canaglia. Tutto dìe le nave de V eneziani questa iente portavano. de ta le cinqueciento. ca senza capo tanto puopolo bene non stava. Questo così grasso scorticaro vivo e·llo cuoro lassaro c adere ioso como le brache e lassarolo. Moito st avano conti per le piazze con così fatto vestimento. de tale milli. lo quale tutte queste cose vidde. parzeli meglio dare a tanta moititudi ne capo. gìo umilemente. Non ce se trova reparo. Granne è la tristezza. chi se moriva deritto ne iva al li piedi de Dio non piecanno né da lato manco né da lato ritto. Allora vao la voce per tutta Cristianitate della crociata fa re: remissione de pena e de colpa a chi serviva. Movese chi hao la moneta. Nella Cristianitate non fu citate. Moita iente de·llà e de cà cade. L'ambasciata de Veneziani fu denanti allo papa in Avignone e domannaoli umilemente la crociat a sopra Turchi. Infiniti <I>tamen</I> n e fuoro muorti delli Turchi. Ora se chiudo Cristiani nelle Esmirre. De tale citate doiciento. fra li quali ne fu alcuno moito grasso. Alegramente vao a prennere la corona. granne è lo pi anto. Iesse fòra Malerv a lo Todesco. Tutte le strade vedevi renova re de così fatta iente. Caminante onne perzona arriva ad Ancona. puoi se vestivano lo sopraditto abito. presi e scorticati. Sperona sio destriero. Iesse fòra alli nu di campi lo adorno cavalieri francesco. Moiti Cristiani moriero. della rotta de Cristiani. che questo peso portassi. Malerva lo Todes co fu presone vivo. iettare de lance. nudatumque cadaver ad terram prolapsum dimisit venerabilemque calvar iam ornato involvens pallio ad suos abiit</I>. che li odiosi rennevano fe rma pace. De sopre aveano croci rosce de panno roscio. Dopo essi tutto l'aitr o puopolo. che moiti Turchi fuoro presi. Tale vao mennicanno per Dio per poterse connucere alla front aglia. adorno con arme smait ate. Obedìo lo dalfino allo santo patre. Forte se dole la corte della acerva morte dello patriarca. Arriva ad Ancona. prieiti. Nella escita fu saputa la morte dello patriarca e delli doi canfioni. vedesi vol are de frecce. Per lo camino soa moglie. la so a donna. anche per vencere la pontaglia e tenere le Esmir re a mano potente. Non haco caporale. Considera quanta moititudine fu! Anche se vestiv ano cutale camise bianche. Quanta moneta guadagnavano quelle navi! Quanto . Missore No lfo. né servato l'ordine lo quale se devea se rvare. se non che sola tanto la voce mosse la iente. Scoita bella novella! Disseme u no. Intanto alle Esmirre iogne lo granne puopolo. Là entra in mare e passa alle Esmirre. Papa Chimento recipéo graziosamente questi ambasciatori e offerze soa voluntate bona. Predicata non fu que sta crociata per li puosti dalla Chiesia. Ciascheuno otta de morire. chiuse le porte delle Esmirre e data l'acqua intorno. de tale treciento. Como fu lassato. Uno granne Consiglio fu fatto in Venezia fr a li maiurienti e·llo duce. moiti ne fuoro coronati dello santo martirio. non communanza che n on ne venissi la moita iente. Quanno papa Chimento vidde tant a commozione e che retenere non se poteva. Fiore de Belgioia non voize campare. lo buono conestavile da sessanta cavalieri. E così abbe fine lo occider e. femine. Questo fare non se poteva senza vraccio papale. e mi sero lo mare intorno alle fosse e salvarose dallo furore de quelli cani li quali venivano taglianno e occidenno Cristiani e prennenno. maiure la vergogna de tornare. Ora se apparecchia la moita iente a volere morire per Dio: uomini.

Questo Filippo veramente abbe lo seno della croce nella spalla ritta. La iente ne venne moita de Roma. ca era stato allo suollo in L ommardia. Veo la bella e onorata iente de Filadelfia bene a cavallo. Comenzao a reiere lo reame bene e saviamente. né per interpr ete. Questo re Filippo in soa veteranezze non se trovao erede maschio. E così morìo e passao de questa vita. la quale deo per mogliera ad Adoard o re de Egnilterra. Demannavano le Esmirre interamente. Deciotto [. compusese collo papa e sì se fece incoronare. non più. allo monte de Carsis. non voize lassare sio reame senza governatore. tutta la moneta che avevano li era toita per le guardie de Veneziani. Odita che abbe la ambasci ata. Fu uno re de Francia moito sapio e buon o e iusto lo quale abbe nome Filippo lo buono. Partìose dalle Esmirre e tornao in sio paiese. Viengo quelli de Modo ne. Quanno la ambasciata fu ionta. Quinnici m ilia Cristiani ve·sse retrovaro ad uno ponto. La cascione della guerra fra lo re de Francia e·llo re de Egnilterra fu questa e aitra non. de Piccardia. como ionz e. Po' questo comenzao la cosa a dechin are. La qua le novitate fu per questa via. compusese col li baroni dello reame. Er a in Francia uno nobile conte. bene armata. ova e spezie e risi. Non ce r emase citate. Anche era lo più savio.</I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCC[. Gran parte se mette in mare e torna. Fatte queste nove e secure mura. Gran parte ne veo. La ambasciata ne gìo ad Aito Luoco da parte de Veneziani per la triegua. Trenta cavalieri avea. Forte erano cercati. Onne cosa li commise in mano. e fine allo dìe de oie là tiengo quella terra. E sì tene va in mano uno cucchiaro d'aoro e fortemente devorava.. La iente infermava forte. noi non dubitamo». quelli de Malvasia . quelli de Corone. Lassao lo re questo conte de Valosi sio fattore e despenzatore de tutt o lo reame. non senza dan no. La carestia ce era granne. Quanno questo re Filippo ven ne a morte. vestuto de bisso moito nob ilemente lavorato a seta. Grasso era tanto esmesuratamente che pareva votticiello lo sio ventre. de Francia. la polvere sì granne che fi' a mesa gamma l'omo se ficca va nella polvere. vedenno che dello re non era figlio maschio.. sca itrito de senno de tutta Francia. e fu sconfitto Filippo de Valosi re de Francia e fu vincitore Adoardo re de Egnilterra. non avenno figlio.scorticavano! De uno vile bagattino non facevano cortesia. ma fra l'aitre paravole disse: «Noi sapemo b ene che per certo lo dalfino sopra noi veo. Rema se Filippo de Valosi. Moiti Turchi fuoro presi. Ques to era sio parente. li quali demorano fra la iente cristiana.] durao questo assedio e questa pontaglia..] quanno fu fatta la orribile sconfitta in Francia. Anche era prode. Fu onto e sac . Sola una figlia avea. saputo. così fece enzerrare le porte e teneva la iente a freno. Lo dalfino fonnao aitre mura più larghe con torri e con porte e fossati de bona e ferma preta. e disse: «Soco Guelfo e Gebellino». De colpo. Là Veneziani pusero loro g uardiani. no·lli lassava avere libe rtate dello iessire. Intanto ionze lo da lfino de Vienna nelle Esmirre. lo dalfino non abbe più luoco. Lo mastro dello spidale de Rodi vetava che·lle navi de Veneziani n on venissino. Questo cutale fine abbe la c ruciata alle Esmirre. de Valosi conte. della Alamagna. latte de miennole. là dove morze lo re de Boemia e·llo re de Francia fu sconfitto dallo re de Egnilterra. Piacque intanto a Veneziani de fare alcuna triegua fine che lo dalfino venut o fussi. E vedenno ch e non avea contrario. Lo callo era granne. Anche iocava collo lione sì domesticamente co mo alcuno iocara con uno cacciulino. anche mannava lo fodero e·lle arme alli Turchi. quelli de Patrasso. XIIII</B> <I>Della sconfitta de Francia. non perciò della vera linea. quelli de Fogliara. lucent e. Aitra cosa nulla de novitate fatta per esso non fu. In que sto mieso moiti badalucchi fuoro fatti per la libertate dello ire. La reina Isabella era chiamata. anche in lengua latina. da priesso a Parisci a otto leuce. Quanno la iente se partiva. non se levao suso da sio pranzo. Morbasciano i aceva in terra appoiato sopra lo sinistro vraccio e sì pranzava. Denanti li venivano scudella de preta storiate.. <B>Cap. Dissero l i ambasciatori: «Quali soco questi vuostri amici?» Respuse Morbasciano. piene de vidanna con zuccaro. Mentre che durano doi nuostri prospe rosi amici. Donne la iente se tu rbava. Poca iente remane va. Presure currerie fuoro fatte. morivane como le pecora. lo quale avea nome Filippo.

la prima co sa notabile che lo re Adoardo facessi fu che tutto sio navilio fece tornare in E gnilterra.Salluppo avea nome . Puoi assediao una for te terra la quale era capo de quelli paiesi .e sì·lla prese pe r forza e tennela per si. Quanno questa i ente ionta fu e l'oste allocata. non più. descenne per Egnilterra e con sio navilio regale passa lo mare e venne in te rra ferma. De ciò dubitao soa iente e dimannao: «Questo perché?» Respuse lo re e disse: «I o non voglio che aiate speranza nello tornare. Forte cavalc a dìe quinnici. Anche a bbe Ludovico conte de Flandria. nelli campi piani. erano passati dìe t renta. Là fu sio figlio Adoardetto. piene de ciò che faceva mestieri a l'os te. da puoi che abbe inteso lo commannamento de sio patre. tutta iente regale prese arme. la baratta era fornita. quanno ionze. Puoi scrisse allo re Filippo che·llo aspettassi e che voleva essere con esso a campo alla vattaglia. Abbe da d odici milia pedoni. Lo numero de soa iente fu diciotto milia uo mini da cavallo. Ben sapeva che s oa baronia avea tratti li Englesi e allocatili in mieso de Francia. iurao per la maies tate de sio renno mai non dare posa a Franceschi fi' che non racquistava lo ream e lo quale decadeva a soa matre. Non potéo essere alla sembiaglia. sia granne os te. considerati famigli. Puoi se ne venne descennenno per la costa de Normannia . E fu tanta la moititudine. Siate prodi». non più. Non potéo a sio patre dare succurzo.rato in Ruen e sio figlio Ianni fu duca de Normannia. nello terreno de Francia. Fra queste doi terre. Moiti abbe conti e baroni e iente assai. lo quale era cacciato de sio reame. trenta milia arcieri da pede.con milli Todeschi. Questo conubbero allo . de ciò doma nnassi lo termine. Quanno la novella fu saputa in Parisci che·lli Englesi aveano puosto campo. fi glio de Errigo imperatore. odiero le campane de San Dionisi de Francia e·lle campane de Santa Maria delle Sciampelle che alla squilla sonavano. allocao tutta la soa iente e puse soa oste. Là fu la reina. usa l'arco e stao per arcieri. ben sapeva che suoi baroni non li erano leali. Anche abbe missore Ottone de Oria e missore Carlo delli Grimaldi con cinque milia valestri eri genovesi. Da puoi che Adoardo re de Egnilterra sappe che Filippo avea presa la corona de Francia. Anche odiero tutti li matutini dell i religiosi e delle capelle che dereto li sequitano. poco li valeva los enghe. Lo re Filippo. quanto esso mannassi per sio figlio Ianni. Nulla demoranza fece. Là fu lo re Adoardo . Anche abbe lo re de Maiorica . Ianni re de Maiorica. Stava e prenneva suollo. cavalieri e b aroni assai. L'alba dell o dìe se fece. Ludovico conte de Flandria e tu tta l'aitra baronia. Terreno curze da più de doiciento miglia e veo ardenno e refoca nno ville e castella. Piacque allo re Filippo che lo re de Boemia fussi capitanio general e e iessissi fòra allo reparo. Ora tornemo alla materia.Ia nni nome -. e così fu. senza reparo. ca. a pede a lla costa de Carsia. la quale stao in una adatta veduta.Ianni abbe nome . conti. poco li valeva papa con soa corte. Là. Da l'aitro lato stao una villa de più de quattro milia perzon e la quale hao nome Albavilla. sopra uno fiume. Poco li valeva l'ambasciate. Abbe lo re de Boemia . Nello iessire fòra li Englesi guardavano da longa per la stra da ritta de Parisci. lo quale era cacciato de sio contado. li quali se accostaro a Parisci e a San Dionisi. Solamente ne portao l'arme e·lli cavalli. canto la marina. Carrette aveano da tre milia. Ora ne veo lo re de Egnil terra con sio sfuorzo e ionze de notte in una valle larghissima la quale stao ap priesso de Parisci otto leghe. Guardanno li Englesi se ntiero lo traiere fòra e la venuta de Franceschi allo campo. stava soa potentissima oste. Ène usanza de Englesi che onne famiglio della casa hao un arco. Allora mosse sio stuolo. Dao p er terra fortezze e torri. Ianni duca de Normannia stava in Vascogna ad ost e sopra un castiello lo quale hao nome Arpiglione. chi ad esso contrastava. Quella valle iace fra uno castiello lo quale se d ice Monte de Carsia. Trabacche e paviglioni e onne guarnimento abannonao in campo. predanno e occidenno. fanti . avenno promesso de es sere allo campo. Abbe da ciento milia cavalieri. notte era e era l'ora che sonava la squilla. Lo re Filippo domannao termine dìe quinnici. Iesse fòra de Parisci Ianni re de Boemia. Mo ssese con soa granne iente. che l'armatura fu vennuta dociento fiorini. P uro se fornisce de iente assai e bona. Li currieri che 'nanti curzero e·lli spioni. Moita iente prenneva e derobava. Da longa mustra al lo re Filippo lo granne danno che faceva. cuochi e tutta iente. Non vaize sio forte cavalcare. posati in terra ferma. Quanno lassa sio offizio. Troppo se do le che vede suoi nimici liberamente vagare per tutta la Francia. Puoi che li Englesi àbbero passato lo mare. Questo re Ianni se delettava de ire a suollo. Non trova reparo. prence de Gales.

Ad onne barile deo doi valestrieri. Traievano crudamente . Per le granne freddure in quello p aiese lo settiembro lo grano se matura. Puoi fuoro moite particulare vattaglie. con tre milia cavalieri. Lo re de Egnilterra partire s e vorrao. Quanno intese così fatta conestavilia . Quanno volevano caricare le valestra. Puoi ce fece carvonara cupe. fao per essi». Folli respuosto e ditto che sopra l i Englesi stava l'airo pulito como zaffino. Questo fatto. Era stata una poca de pioverella. Essìo fòra de Parisci lo re de Boemia allo campo e pusese non moito da lon ga dalli Englesi. Là in quella selvotta e fra lo grano nascu se e allocao dieci milia arcieri de Egnilterra da pede. L'ambasciatori dissero così: «Re Filippo. Questa fu la prima vattaglia. Questo attorniamento era fatto alla rotonna. ché senza danno non è. Allora commannao che·lle vattaglie ordinate curressino. da onne parte chiuso. Puoi attorniao queste catene colle carre tte le quale aveano menate. Averemo de esso mercato». Onne Englese avea opera. Dubitao e ruppe voce e disse: «Ahi Dio. Non vedeva bene. con pali de fierro moito spessi. lo quale non era m etuto. Que paravole li ambasciatori non celaro allo re de Boemia. quanno piaccia alla aitezza vostra. ché·lli Eng lesi aveano occupato lo colle e puosti li impedimenti fra lo grano. a muodo de uno fierro de cavallo. salvo che denanti li lassao uno granne guado. Lo re Filippo fu forte turvato e fra le aitre paravole disse così: «Veome v oluntate de annegare nella acqua de Secana. Po' questi milli reservaose con tutta l'aitra cav allaria drento da l'oste. quanno lo megliore capitanio dello m unno hao paura». Bene pareva una bona citate murata. Allora lo re de Boemia disse così: «Oie bene se parerao ca io non aio paura. De sabato fu. Dunqua se pu sero in un aitro monticiello da longa. là dove lo luo co era debile. Puoi prestamente. La prima cosa. Questa fu soa conestavilia. Non potevano ficcare lo pede in terra. le più principale. Questa fu soa bella ordinanza. drento dalle catene. sio figlio. Puoi puse fòra della soa oste cinqueciento cavalieri de buono appriesto. molle. aiutame». l'aitra dallo lato manco. La prima vattaglia fu de misso re Ottone de Oria e missore Carlo delli Grimaldi. Questa fu la terza vattaglia. a dìe tre. ca non potevano caricare le valestra. perché non aveano receputa la paca. Allora operze la vista Adoardo e conub be infallibilemente che vattaglia non poteva schifare. la adosa non sia. mettevano un pede nella staffa. subitamente disse: «Noi simo perdienti. Ma le tre fuoro le famose. Meglio veo che staiamo fermi alli passi. ma non venne fatto. alli dìe tre de se ttiembro. capitanii de cinque milia Geno vesi. fra poca de ora. La secunna fu lo re de Maiorica collo conte de Flandr ia. confortao li suoi e accommannaose a Dio e disse: «Ahi sir Dio. Erance anco lo grano. Englesi perdire non puoco senza nuostro granne danno». Puoi ordinao soa iente così. Dereto a questi cinqueciento puse doi ale. ciascheuna de cinqueciento buoni cavalieri. sopra Franceschi stava lo tiempo att o a piovia. Dunqua morano Genovesi». Lo pede sfuiva. Dallo lato sinistro. E considerata la moititud ine de Franceschi. La terra era infusa. Allora disse: «La vattaglia non fao per noi. nella costa de Carsì. Puoi sopravenne una sciagura. Loro capitanio fu Adoa rdo principe de Gales. Anche bene se parerao ca·llo commattere ène più pascia che ardire». defienni e aiuta la rascione». Puoi fu ess o re de Boemia con milli Todeschi e quattro milia Franceschi e sio figlio Carlo appriesso. anche delle banniere le quale f acevano alli ragi dello sole che nasceva. Po' questi cinqueciento ne puse milli. ficcati in terra . Quanno se partirao. Puse l'una carretta allato a l'aitra e·lli tomoni aiza o deritti in airo. 'Nanti questo curzo (alquanto era) avea ordinate nove vatta glie. numero de cinque milia. valestrieri da pede. La prima vattaglia che venissi allo campo la dimane tiempori fo li va lestrieri genovesi. non è maraviglia che affrissese un poco. utilita te nulla. iettaranno aste senza fierro. a muodo de porta. Questo dice nno Franceschi se muossero a furore contra li loro sollati. ché non vales travano. sì staievano le carrette sp esse. Allora se levao un bisbiglio infra li Franceschi e dubitavano che·lli Genovesi fussino t raditori. d imannao della conestavilia dello re Adoardo. Dicevano: «Questi non valestraraco e s e valestraraco. Là era un poco de selvotta. Puoi puse ad onne carret ta un barile pieno de saiette. fece attorniare soa o ste con bone catene de fierro. Era dello mese de settiembro. l'una da llo lato ritto. era un a montatella. A questi fu commannato che montassin o nella costa de Carsia per soprastare alli Englesi. per fare l'entrate e·lle iessute. noi li serremo dereto alle spalle. Puoi demannao que tiempo fussi. Era lo re de Boemia pullino. Puoi mannao la ambasciata allo re Filippo in Parisci.scianniare delli elmi lucienti e delli cimieri.

Volenno tornare a sio reame. E quelli denanzi tornaro alli mi lli. Non se fora mossa senza granne cascione. Accostao sio cavallo quetamen te e abracciao Adoardo prence de Gales. e fu sconfitto e sì·lli fu tagliata la testa. che a questo simo connutti. tal tolle. Mentre queste cose se facevano. le ponte delle vattaglie Ianni re de Maiorica a Adoardo duca de Gales. donne l'oste fu moito mancata. Respuosto li fu che nello campo non era remasa perzona vivente ai tra che solo esso con soa iente. speronato. Lo re I anni de Maiorica in questo stormo non se morìo. Li Englesi se fiongano. li arcieri englesi descennevano dalla cost a infra lo grano e non finavano de iettare frezze infra la cavallaria. Soavemente aizao la voce e disse: «Ahi conte Lanc ione. Questo odenno lo re Filippo li perdonao e de esso non voize venn etta. Allora Adoardetto. Voize la testa de sio destrieri e con quella medesima mazza tanto colp iao lo conte de Flandria vecchiarello. lo re de Maiorica. Puoi che que ste vattaglie fuoro infugate. in luoco dello feruto remettevano lo sano . Solo granne danno faceva. Per gran pesce prennere l'amo iettao. lo vidde e conubbe. Mormoraose missore Ottone allo re della morte de soa iente. domestico. lo quale. In luoco loro venne la mitate delli milli li quali staievano alla terza vattaglia. Que fu la più famosa? U na industria servano li Englesi da cavallo. Lo prence de Gales avea speronato lo sio cavallo moito drento dalli nimici. como ditto ène . trad itore de sio frate. Onne iente pericolavano. Puoi commutavano. disse queste paravole forte iratamente: «Ahi conte Valentino. Intanto moite fuoro le vattaglie e le belle conestavilie. Nella adosa fu sì granne lo strilla re. Lassao lo freno e·lle catenelle de Adoardetto e muorto cadde in terra de sio cavallo. e vedenno che Adoardetto era perduto. Questa novitate vidde Ludovico conte de Flandria.de spade e de lance. ma fu feruto nella faccia. era cacciato de sio contado. la quale teneva in mano. s empre stava ferma in sio luoco. Allora se ferma e fortemente lo traieva della sc hiera e connucevalo in soa libera balìa. che non dicessi lo vero. gìo denanti allo re Filippo e disse ca avea muorto sio frate per vennett a de sio signore e dello tradimento lo quale esso fece. Tal dao. In questa vattaglia fu una tale novitate. Era om o veglio. Più non potéo celare la soa voglia. Uno conte. Li cavalli cado muorti. Mentre che così lo conte Valentino menava l o figlio dello re de Egnilterra. Quella vattaglia fu perduta. sì granne lo romore e·llo scuoppio delle aste. da". La guerra era venta dove l'hai fatta perduta». omo da pede. Li Englesi stav . sguainao un sio stuocco e sì·llo impontao nello ven tre allo conte Lancione e sì·llo passao oitra in parte. tromme. Ora se avegìo le frontiere. da. in luoco dello stanco mettevano lo fiesco. Puoi lo prese per le catenelle della cor azza e disse: «Tu si' mio presone». questa non è leanza né bontate la quale devete servare alla corona. Non fu alcuno della compagnia dello conte de Flandria tanto ardito che ne fa cessi fiato. anche se fionga e aizao una soa mazza de fierro inaorata. che·llo occise. vedenno tanta crudelitate. che parze che doi montagne se urt assino insiemmora. ché·lli cinqueciento della ala ritta vennero alla fronte denanti. la quale ià avea comenzato ad affi accare. lo quale respuse e disse: «Non avemo bis uogno de pedoni. Moito c rudamente esso morìo in sio paiese. Cresese forte avere guadagnato. Cinque milia Geno vesi fuoro occisi ad una ora. lo re de Boemia demannao alli suoi a que partuto s tava lo campo. l o quale se appellava lo conte Valentino. cornamuse ass ai. legato como pecorella. Questa fu la prima varatta. sì che lo conte Lancione. lo quale era f rate carnale allo re Filippo. Conubbe che·llo tradimento era in mieso della baronia de Francia. lo conte Valentino perdìo vigore. e questo provao per bona testimonianza. la grossa regale. i n luoco dello muorto ponevano lo vivo. <I>nimirum</I> alegro tornao alla soa schiera. Genovesi fuoro tutti occisi fi' ad uno. La iente feruta dao allo torna re. E spessianno li colpi uno dopo l'aitro. E così commutavano l'ala manca. non voize odire più. La schiera guardiadereto. sopravenne lo conte de Lancione. de vile le naio. O cruda cosa. lo quale occise lo conte Lancione. commattéo con sio c unato. stava a suollo in Parisci per gran tiempo. Quanno vedevano l'omo loro muorto. Iente avemo assai». là nello campo morìo. Solo uno destretto famiglio sio. Nello lato manco sfon navano li cavalli. como si' tu tanto ardito de menare in presone mio cusino?» E questo dicenno non aspettao re sposta nulla. Sonano instrumenti. Amava moito lo re Filippo e sio onore. Stienno l 'arcora e saiettano:"Da. che per dicere lo vero e reprennere lo male fatto deggia omo peri re. perzona bona e onesta. Tutti Franceschi erano attriti. Quanno lo conte Lancione odìo questo. Questo famiglio. e ferìo lo conte Valentino nella testa.

con loro stennardo ritto levato. allora le ale . non descesero da cavallo. le locora erano secure de agu aito. Allora lo re fece venire denant i a sé alquanti baroni. Lo campo remase alli Englesi. li quali erano li maiuri de Luzoinborgo e dello reame de B oemia. Vanno e tornano a reto. Li Englesi staco fuorti. Respusero li doi baroni: «Prodezze non bis ogna. A llora li suoi baroni li fuoro intorno e presero lo cavallo per lo freno e voitar o la testa inver' de Parisci e sì·llo strascinaro a malo sio talento fine in Parisci . accostannosi alla frontiera da costa. Aloisi conte de Flandria e aitri baroni assai. e là se posao. Allora lo re de Boe mia commannao che se apparecchiassino a ferire doi grannissimi baroni. se fecessi m estieri. Alla fine la s chiera dello re de Boemia fu attrita. Intanto parlao e disse: «Mor amo con esso». allora una parte ordinata se deo alla robarìa. non demoraro più. che·lli cinqueciento cavalieri denanti refiescaro colli milli dereto. e sì·lli commannao che a sio figlio Carlo fussino obedienti como alla perzona soa e che·llo devessino onorare como re e signore. Stava Carlo figlio dello re Ianni da longa alquanto. lo forte castiello canto la mar . Li Englesi non se diero alla robba. da ciasche parte. capitanio generale della oste. Moiti fuoro li presoni. l a secunna. Lassaose fare doice forza e fece lo meglio e mustrao lo animo de volere fare. Puoi commannao alli conti. Dissero li conti: «Che guadagni tu della toa morte e della nos tra?» Respuse lo re: «Per bona fede. senza util e. da lato e da costato. che·llo mettessino tanto innanti e drento fra li Englesi. che. ca·lli Englesi stavano più fuorti che mai. Allora se fiero senza misericordia. Allora abassaro l'aste e speronaro li destrier i. Po' questo li Englesi cuoizero lo campo e tutto lo ro arnese assettaro nelle carrette e. La maiure parte dello cuorpo dello re de Boemia fu portata: gran p arte ne era guasta. Loro camino fu a Calese. A tanta iente è pazzia lo ire». Li milli Todeschi ne fuoro portati in Parisci con carrette. Lo re de Boemia fu attorniato denanti. fa' ciò che a te piace». Iam o a morire ad onore». le quale aveano preso campo. La prima schiera fu milli Todeschi de Luzoinborgo. feriero dalli lati da costa. uno nobile cavaliero francesco lo quale portava la banniera dello re. ca non simo cobelle appo·lli nimici». Moiti Englesi moriero. Sessanta milia uomini muorti in campo. in spettaculo de onne iente. senza le aitre milli e trec iento banniere prese nella rotta. Li milli Todeschi non diero le spalle. Cade in prima missore Haun dello Tornello. anche fecero bona resistenz ia. Lo sio ire era temerario. a spo gliare le corpora morte. Anche li commannao che·llo salva ssino fòra dello stormo. Quanno li Todeschi se fuoro aduosso colli Englesi nelle prime frontiere. non potéo tenere le lacrime. Dissero così: «Que vòi fare tu? Tutta iente francesca ène sbarat tata. Queste corpora ne iessiro nude de campo a Parisci alla sepoi tura. allo arnese guadagnato. lo conte de Lancione de Valosi. Lo cavallo dello re c adde. fermi. Allora sonaro le tromme e·lle cornamuse da parte in parte. Po' essi sequitavano quattro milia Franceschi. Milli e cinqueciento para de speroni d'aoro se trovaro li Englesi guadagnati. Bene da tre dìe po' la sconfitta non se trassero arme da duosso. Noi non simo saiza. R espuse lo re: «Dunqua voi non site li figli de quelli doi miei amici li quali fuor o li più prodi che fussino in la Alamagna». Non se partìo stennardo regale de campo. Ira. li quali erano nelle fronte de nanti. Puoi che viddero che omo nullo contradiceva. Ià moveva soie banniere per ire. Como pecorella abassaro le loro voci e dissero: «Re. anche demorao dìe quattro in piana terra. A questo li doi baroni fuoro conventi. Puoi incatenaose in mieso delli doi baroni s opraditti e legaro le catene delle corazze. tristezze e furore lo menavano. Respuse lo re: «Io voglio che ne iamo. ca·lle doi ale delli cinqueciento e cinqueciento fecero allargare e pre nnere campo a destri ed a sinistri. Ora non è chi tenga campo per lo re de Francia. fatta ordinata compagnia. Sio figlio Carlo se servao dereto. como se trita poca saiza da granne pistell o. iente da bene. Muorto lo re de Boemia. L'aitra iente non fu coita allora. li quali erano suoi collaterali. questo che dico io lo dico perché me credo pugnar e per la veritate». Non se mosse alcuno della gua rdia. lo tornare non se potessi. Ecco quella nobilissima sconfitta fatta in Francia alla villa de Carsia. Lo re tramazzao e fu muorto dalli cavalli [delli] doi baroni allato ad ess o. B orgognoni e Piccardi. dato che non avessino né re né confallone. Bo emii e ientili uomini de Praga.ano fuorti e rigidi. Anche fecero una cosa moito notabil e. Quanno intese sio patre essere muorto e sconfitto. uno onore. Questo fu quasi delli primi collo re scavalc ato e muorto. Li Englesi servaro doi viziose industrie: la prima. perché fussi a loro commune una morte.

perché nullo potessi offennere soa iente. Puoi circonnao l'oste soa con un aitro fossato grannissimo e con tavole lo arm ao. alla vat taglia. ca quello che io me guadagno colla spada in mano non bisogna che me sia d onato». per assediarlo. Mai non passao lo Tevere sì pessimamente suoi tiermini. como fao la spinosa. E fece uno fossato terribile da si' allo castiello . Quelli non se volevano rennere. Pescat ori soco. Calese con aoro. Sfonnaola e sì·lla affonnao in mare.</I> Granne circuito avemo fatto. Una piommata essìo de Calese e coize una nave granne e bona. La fame consumava Calesani. non alla toa». XV</B> <I>Dello grannissimo diluvio e piena de acqua. Ora stao lo assedio. Calesani for te se defennevano. Lo primo dìe che l'opera de Calese ène fornita io iesseraio fòra allo campo».. durao lo crescere dell'acqua la quale terribile .ina. mala iente. Iettavano in mare. forza da dìe otto. deo licenzia a Calesani che pro vedessino ad onne loro fatto e salute. moito paiese stranio avemo cercato. Respuse Adoardo: «Vergogna non ène. Non lassare per ciò. O ra ène anche tiempo convenevile de tornare a casa. mai tanto danno non fece. spinga rde e aitre orribile cose da pericolare lo castiello e·lli avitatori. derobatori de mare. Calesani demannaro mercede allo re de Egnilterra. D iceva lo re: «Como averaio mercede. che pochi. Non pò passare. la Turchia e·lla Francia. Respuse Adoardo: «Io iesseraio fòra alla mea petizione. Lo re voleva tutti Calesani occidere. che succurressi. Anche essi avevano trabocchi e tormenti da commattere in terr a. panni e animali remase alli Englesi. anche nulli.. ca staco canto mare. e fu per sio crescere de acqua uno diluvio mortifero e maraviglioso in tale muodo. Per m are abbe navi che guardavano li passi. Lo m io stare non è senza utile. ca io non staio indarno. non granne. Que sti non se movevano da assedio.]. Io staio in campo. Per terra esso sì·llo assediao. tanta robavano. aitro no. Quello castiello fu empito de Engle si. Ià mancata era la vivanna nello castiello e anche nello oste. non se pò accostare per le moite frezz e. Lo re de Francia cavalcao con do iciento milia perzone. Nell'oste comenzava la iente p overa a manicare li cavalli. Ietta prete de trabocco. Calesani stavano perfidi. Era tornato sio figlio Ianni. Allora lo re Filippo. parze che·lle fontane dello abisso fussino operte per vomacare acqua. se recordassino essere stato lo simile. Allora lo re Adoardo là ne gìo e assediao quello castiello de Calese mesi tredici per mare e per terra. fideli allo re de Francia. La fame era granne. Ma puoi nello autunno. Bombarde. Allora lo re Filippo mannao per Adoardo. Tu non si' ardito iessire f ore alla vattaglia». con licenzia de Ad oardo mannaro lettere allo re. Diceremo in prima dello granne diluvio lo quale fu in Roma. Ietta fuoco nella terra. ma per la pregaria instantissima della reina e de alquanti mastri in teologia lo re li perdonao. in terra. <B>Cap. a riento. che me haco fatto despennere tutto mio ariento ?» Le porte fuoro aperte. Respuse Adoardo: «Non bisogna che tu me lo doni. tutte le scommove. duca de Normannia. Da mo' sia tio». che iessissi fòra allo campo. che non potessino avere né entrata né iessuta . Non fina notte e dìe. Io intenno mo' sopra Calese. costretti per la fame. Al lora comenzao lo Tevere a crescere e non descresceva niente. Quanno l 'oste dello re se approssimao a Calese. Cercato avemo la Lommardia e·lla Spagna. Deo la voita in reto e tornao in Parisci. I essiro Calesani de Calese con una gonnella per omo. Innelli dìe fra Onnia santi e Natale. moito tiempo simo iti spierzi. de pontificato de papa Chimento sesto. Respuse lo re Filippo: «Calese te don o io. Quanta iente pass ava per mare de Egnilterra in Francia. comenzanno dalla festa de On niasanti. Tornemo in Italia. Calesani. Respuse lo re Filippo: «Granne vergogna ène. Bene serve alla corona de Egnilterra fi' allo dìe de mode. recoite le uve. Ià Calesani aveano incomenzato a iettare li suorti che l'uno manicassi l'aitro. Ora ionta macin e e palle de piommo su nelle porte. Mai tanta acqua non abunnao nello Tevere. tornemo alle magnifiche e inaudite novitate le quali per noviello haco tutta Italia cercata. trovao l'oste dello re Adoardo forte cur ata sì de fossati sì de tavolati. Currevano anni <I>Domini</I> MCCC[. Nella citate de Roma crebbe lo fiume lo quale se dice Teve re. Tutta la state passata operze Dio le cataratte dello cielo e mannao acqua spessa e foita. non potenno passare. Tutte le infragne.

E scarp orìo li arbori da radicina. trovao la casa piena de acqua e·lli crastati aff ocati notavano. Granne tiempo lo Tevere stette enfiato. XVI</B> <I>Della galea sorrenata e derobata in piaia romana. quanno ìo la dimane. dello me se de noviembro. in mieso dello quale pareva stare quello munistero. La notte crebbe lo fiume e stesese tanto che occupao quella casa. Da puoi. e dico brevemente. gìo colla sannolella. Soli sette cuolli se pareno non occupati dalla acqua. che tutto lo lu oco e·lla chiesia notava nell'acqua. da casa delli Vaiani. le vigne e·lle seminata. Danniao lo territorio de Roma più de dociento migliara de fiorini. né a pede né a cavallo. Allora fuoro le mole perdute. Questi so' li tie rmini e·lli confini de tale diluvio in Roma. entrao la porta dello ponte. la quale ène de metallo. se iva nella acqua fi' alli guazzaroni dello cavallo. alli dìe quattro. lo quale stao a Santo Antrea de Colonna. cinque dìe durao la piena. non fece innanti. anni <I>Domini</I> MCCC[. Crescente lo fiume. <I>Item</I> entrao lo monistero de Sa nto Iacovo de Settignano per la via de Tristevere in tale muodo.</I> . animali. <B>Cap. l'acqua cre bbe. Mancanno lo fiume. Granne tiempo piobbe. cessaoli in una casa tanto da longa che li pareva impossibile che·llo fiume entras si in quella. mole. li forni guasti. Lo sesto dìe stette. Anche ruppe le catene e·lli ignegni delli mulinari e menaone da cinque bone mole. Tutta la pianura de Ro ma nota. brevemente onne pianura la quale iace canto lo fiume. Anche ent rao lo monistero e·lla chiesia delle monache de Santo Silviestro dello Capo. l'acqua mancao. Allora empìo tutta la pianura la quale iace intorno alla citate de Roma. banche. lo luoco non se posseva passare se non colla sannolella.. votti pieni de vino e vuoiti. tavole. E fu tale che prese la votte piena de vino e fu chi prese la cassa ne lla quale era pecunia. navi. Lo ponte fu per terra. <I>Item</I> a Santo Trifo exuberao fi' allo aitare e empìo la chiesia. e occupao tutto lo coro collo aitare. E fu chi vidde che per lo fiume notava una casa de leno d e tavole de quelle ville. e anche innumerabile. Anche p areva a quelli che staievano nello monte de Santo Vrancazio che da pede fossi un laco terribile. Lì non se potéo cocere p ane granne tiempo.. Q uanno iva l'omo a ponte per la strada ritta. Nella citate de Fiorenza. la quale vao alla piazza delli Iudiei da priesso a l'arco lo quale vao alla piazza delli Savielli. a veva uno tronco de crastati in una casa canto fiume. aitre moite deslocate recuperate a granne p ena. Anche per l'acqua venivano arbori. Li pozzi se empiero de acqua. <I>Item</I> lo campo dell'Austa tutto stava pieno . puoi la maiure parte drent o e de fore. Maraviglia ène e cosa mai non odita da Romano. la quale veniva per la porta de Civita Leonina canto lo Castiell o. E chi voize ire alle donne. Fi' allo quinto dìe crebbe. Puoi che comenzao a crescere.]. Queste cose. case. E deo per terra muri e case. Pisciainsanti. Anche la on na della acqua. In prima. Anche porta dello Puopolo notava per tale via. per lo granne diluvio fu poco meno sommerza la citate de Fiorenza. la quale hao nome Ostiense. Parte de queste cose se pre nnevano. nella quale fu odito un guarzone che stava nella cola e vagiva. Anche occup ao li confini e·lla chiesia de Santo Pavolo Maiure. Con ciò sia cosa che tanta abunnanzia d'acqua occupassi tutto lo spazio de Santo Spirito e·lla piazza dello Castiello e·lle case de Puortica. le quale connusse allo mare. uno macellaro de Roma. e sallìo alla porta secunna dello ponte. E sorrenao le vigne de creta. la piazz a de Santa Maria Rotonna era tanto piena che per nulla via per essa se poteva ir e. imprimamente se commattéo coll'onna la quale veniva da Santo Spirito. le qu ale violentemente avea tratto lo furore della acqua.mente iessiva li usati tiermini dello lietto dello sio canale. Affocao vestiame. Anche in Colonna perve nne l'acqua fi' allo Folserace. perché pareva uno laco. Lo settimo descrebbe e tor nao lo fiume da puoi a sio lietto usato. anche porte. Anche nella contrada de Santo Agnilo Pescivennolo venne l 'acqua fi' alla contrada delli Iudiei. furava lo curzo dell'acqua e menao vuovi collo arato e colla gomera. Vedenno lo fiume crescere. parte ne erano portate a mare. Questa soperchia acqua consumao e defoc ao tutti li coiti e·lli seminati che trovao. anche tutte le vigne in porta de Santo Pietro. la quale ène de leno. che per nul lo modo ad essa se poteva ire. Pisciainsanti. li camp i collo seminato. Anche occupao tutte le vigne nello territorio della porta de S anto Pavolo. dove st ao la granne colonna.

Allora se fece dìe. La oscuritate orribile. A l'uiti mo li fu tagliata la testa in Roma. como se dicerao. recuveranno nello Tevere de Roma. <B>Cap. XVIII</B> <I>Delli granni fatti li quali fece Cola de Rienzi. Voitano li marinari suoi artificii e ignegni. XVII</B> [<I>De Leonardo de Orvieto tenagliato per Roma.. Lo romore fu sentito allo castiello de Puorto e ad Ostia. nello luoco che iace fra Uostia e Puorto. li qua li ne ivano a Napoli. uomini e femine. Mai non vedesti sì pena de inferno.. che maiesterio de marinari perdiva onne rascione. dello mese de [. in lo Tever e. In quella venne vivate de Provenzani. Ass enava una soa proverbia antica: «Chi pericola in mare pericoli in terra». puoi che la foce era passata.. Là iace uno malo passo. Allora se mosse una pes tilenzia de viento. Salvaro lo patrone. Lo legno s'era sorrenato nella rena. e fu omo de masnata e deventao virtuosissimo capitanio e fecese o mo de granne fatto e de granne valore e fu capo della Granne Compagnia.. li quali panni se vennéo e non ne voize rennere cobelle alli perdienti.] quanno so rrenao una galea de mercatantia in piaia romana. Li vienti erano tanto co ntrarii. passa lo mare de Genova. Daco la voita per entrare la fo ce de Tevere. salvo che de tornare allo puorto de Civitavecchia. L'onna buttava e moveva lo le gno da lato in lato. Mercatanti dello renno venivano da ponente e av eano caricata in Marzilia e in Avignone una galea de panni franceschi. li marinari e·lle vivate con lo ro robba. Vennero sannolari de Puorto e portaro quel le vivate per denari in terra. Lo dìe succurze con soa chiarezza. como se dicerao. fi' alla scarzella dell i fiorini. no n se moveva. Lo quale entrao in terra romana moito de tene rissima etate. Passa Marzilia. Li usati marinar i de Genova e de Cecilia quello passo schifano. Per la qua l cosa e per alcuno aitro excesso Martino de Puorto fu appeso per la canna. Puoi ne veo a Piommino. de canzare i n piaia romana e fuire lo pericolo. A quanto pericolo passao in quella entrata! Ora ne veo la galea pe r lo fiume. Lo mare bussava senza misericordia. Era nello castiello de Puorto uno n obile romano: Martino de Puorto avea nome.].. Puoi ne passa a Pisa. lo legno staieva. Lo patrone. In quella galea venne la moneta e·lli riennita de Provenza. La m ercantia era de Napoletani e Ischiani.] <B>Cap. volevano entrare in casa. Movese la galea e forte leva in aito le v ele allo viento. credennose essere salvi. Sola la perzona campao. In quella venne uno feriero de Santo Ianni: avea nome frate Monreale. lo quale fu tribuno de Roma . L'acqua hao là poco de fonno. La notte era forza me sa. In quella veniva sacca de pepe e de cennamo e de cannella. ponevano la nave in salvo. Ciascheuno crede morire. Anche più che 'nanti sostenne de essere scommunicato. fra Puorto e Ostia. Anche lo fiume tem pestate avea. La mercatantia remase nello legno. Allora descesero marinari alquan ti per sapere la cascione della demoranza della nave e viddero che·llo legno tocca va terra. puoi che l'ira dello mare non li appoteva. passa Monaco.]. la quale veniva alla reina Iuvanna de soa contrada. Passata che a bbe la piaia de Civitavecchia. Quello Martino abbe suoi fattori e fe ce tutta quella galea sgommorare e trarne la mercatantia de panni e de speziarie . e non valeva aiutare con pali né premere con vraccia. Lo legno era della reina Iuvanna. Caddero là in quell o malo passo dove ène poca de acqua. Forte e duro pareva alli mar inari e alle vivate tornare in reto e tanta via perdire. Allora la triste zze delli marinari e dello patrone fu granne. moito iovinetto. Nullo remedio era. a dìe [. che de volere rennere l'aitruio. Arrivao con fortuna in piaia romana e perdìo là in quello pericolo onne sio arnese. li comiti e·lli marinari erano d'Ischia. Piango le vivate. Così fu fatt o. Non tennero lo pieno canale. Se a Civitavecchia torn avano. In quella venne panni de valore de vi nti milia fiorini... La novella fu per questa via.</I> ] [.Currevano anni <I>Domini</I> MCCC[.. Pareva che·llo volessi revoitare sottosopra. Quanno lo legno fu in mieso dello can ale dello Tevere. Ma non gìo così. Fu deliverato de tenere mesa via. cavalieri a speroni d'aoro. provenzan o de Narba. Puoi ne veo a Civitavecchia.

Questo fu notaro. Era pento uno grannissimo mare. e disse: «Non site buoni citatini voi. forte turvato. che sapessi leiere li antiqui p ataffii. Moito concipéo lo papa contra li potienti. Non era aitri che esso. Tutta dìe se speculava nelli intagli de marmo li qual i iaccio intorno a Roma. perduti li tomoni. Fu da soa ioventutine nutricato de latte de eloquenzia. Con sio iuppariello aduosso stava allo sole como biscia. sfessa la gonnella da pietto. Puoi ammonìo li offic iali e·lli rettori che devessino provedere allo buono stato della loro romana cita te. venne in tanta desgrazia. Moito mira papa Chimento lo bello stile della lengua de Cola. Stav a inninocchiata. Ciasche dìe vedere lo vole. essi voco che la lor o citate iaccia desolata. abbe grazia e beneficia assai . la crudelitate e la iniustizia delli potienti .</I> Cola de Rienzi fu de vasso lenaio. La soa d iceria fu sì avanzarana e bella che sùbito abbe 'namorato papa Chimento. la secunna Cartaine. dalla parte de sotto. loro vele cadute. centa de cengolo de tristezze . megliore rettorico. La prima avea nome Babillonia. la quale visse de lavare panni e acqua portare. Puoi. All ora se destenne Cola e dice ca·lli baroni de Roma so' derobatori de strade: essi c onsiento li omicidii. sotto lo tempio delli Iudei. in forma de precare che sio pericolo non fussi. Una lettera iessiva fra queste morte femine e diceva così: «Sopra onne signoria fosti in aitura. nell'acqua stavano quattro nave affonnate. la quale per pericola re stava. dereto a Santo Tomao. In questa nave.augusto. P uoi se levao uno lo quale era scrivisenato . Tornao in grazia. Nello parete fòra sopra la Cammora penze una similitudine in questa forma. Quanno la luculenta diceria fu fornita. Chi lo puse in basso. lo quale ave a nome Antreuozzo de Normanno. Penzao longamano derizzare la citate de Roma male guidata. e deoli una sonante gotata. Dallo lato manco stavano doi isole. in tant a povertate. Puoi che fu tornato de c orte. comenzao a usare sio offizio cortesemente. che poca defferenzia era de ire allo spidale. dove staievano tutti li consiglieri. Deh. Nella aitra isola staie vano quattro femine colle mano alle gote e alli inuocchi con atto de moita trist . fra li dienti menacciava. Lo soprascritto diceva: «Questa ène Roma». In mieso de questo mare stava una nave poco men o che soffocata. allora cammorlengo. la quarta Ierusalem. fu fatto notaro della Cammora de Roma. Moito li delettava le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare. levaose uno de Colonna. quello lo aizao: missore Ianni della Colonna lo remise denanti allo papa. A Roma tornao moito alegro. Lo patre fu tavernaro. In ciascheuna stava una f emina affocata e morta. buono gramatico. Penzao longamano vennicare lo sangue de sio frate. abbe nome Rienzi. autorista buono. Fu nato nello rione della Regola. Atorno a questa nave. li quali ve rodete lo sangue della povera iente e non la volete aiutare». como volessi piagnere. Queste figure de marmo iustamente interpretava. senza vela. a petiz ione de missore Ianni della Colonna cardinale. Questo fine abbe soa diceria.e feceli la coda. le robbarie. onne male. Seneca e Tulio e Valerio Massimo. Anco secunnario lo preditto Cola a mmonìo li rettori e·llo puopolo allo bene fare per una similitudine la quale fece pe gnere nello palazzo de Campituoglio 'nanti lo mercato. senza tomone. La m atre abbe nome Matalena. como spesso diceva: «Dove soco questi buoni Romani? Dove ène lor o summa iustizia? Pòterame trovare in tiempo che questi fussino!» Era bello omo e in soa vocca sempre riso appareva in qualche muodo fantastico. la t erza Troia. Imperciò se levao in pede una fiata nello assettamento de Roma. In una isoletta stava una femina che sedeva vergognosa. stava una femina vedova vestuta de nero. Deh. le onne orribile. como e quanto era veloce leitore! Moito usava T ito Livio. sciliati li capelli. e diceva la lettera: «Questa ène Italia». fra li mulinari. A ccadde che un sio frate fu occiso e non fu fatta vennetta de sia morte. in tanta infirmitate. Tutte scritture antiche vulgarizzava. Sio avitazio fu canto fiume. Lo soprascritto diceva: «Queste citati per la ini ustizia pericolaro e vennero meno».Tomao de Fortifiocca avea nome . rotti li arbori. Per sio procaccio gìo in Avignone per im basciatore a papa Chimento de parte delli tredici Buoni Uomini de Roma. li adulterii. Non lo p otéo aiutare. Vedeva pericolare tanto Communo e non se trovava uno buono citatino che·llo vole ssi aiutare. nella s trada che vao alla Regola. Ora aspettamo qui la toa rottura». Favellava questa e diceva così: «Tol lesti la balìa ad onne terra e sola me tenesti per sorella». e bene vedeva e conosceva le ro bbarie delli cani de Campituoglio. incrociava le mano piecate allo pietto per pietate.

Sallìo in sio pulpito Cola de Rienzi fra tanta bona iente. Le vostre terre non se arano. gatti e crape e scigne. moita aitra iente de autoritate. Le mano destenneva a cielo como orassi. dis se: «Signori. Puoi se stese più innanti e disse: «Romani. che la penna devea essere d'ariento. anco p otessi disfare citate e refare. Puoi concluse e disse: «Pregove che la pace con voi aiate». tanta era la maiestate dello puopolo de Roma. bella diceria. como volessi. Nella rota dello capelletto stavano corone de aoro. sequaci delli nuobili». La lettera diceva: «Questi soco li mali consiglier i. ca se la ient e che verrao allo iubileo ve trova desforniti. La l ettera diceva: «Questi soco li faizi officiali. onne perzona se maravigliava. fra le qua le ne stava denanti una la quale era partuta per mieso. Ora per mare vai abannona ta». riei rettori». Puoi disse: «Vedete quanta era la mannificenzia dello senato. Quanno la iente vidde questa similitudine de tale f igura. anche p otessi promovere uomini a stato de duca e de regi e deponere e degradare. Tutte queste cose consentìo lo puopolo de Roma a Vespasiano imperatore in quella fermezz a che avea consentuto a Tiberio Cesari. Po' queste paravole disse: «Signori. iudici e notari». anche che potessi mancare e accrescere lo oglia rdino de Roma. Là. se non solo esso.ezze. Vestuta era de bianco. e dava no aiutorio alla nave che pericolassi. Lo sio vierzo diceva così: «O summo patre. N ome avea Fede Cristiana. le prete ne portaraco de Roma per raia de fame. la quale nullo sapeva leiere né in terpretare. Per bona fede che·llo iubileo se a pprossima. Audacemente sallìo. vo i non avete pace. In prima. Le prete a tanta moititudine non bastaraco». iudici e decretalisti. Non moito tiempo passao che ammonìo lo puopolo per uno bello sermone vulgare lo quale fece in Santo Ianni de Laterani. che Vespasiano potessi fare a sio benepiacito leie e confederazione co n quale iente o puopolo volessi. anco potessi guastare lietti de fiumi e trasmuta rli aitrove. anco soa penna era de fino ariento. duca e signor mi o. saccio ca m oita iente me teo in vocca per questo che dico e faccio. dragoni e golpi. Prudenza e For tezze. e dicevano così: «D'onne virtute fosti accompagnata. Dalla parte de sopra del lo capelletto veniva una spada d'ariento nuda. Intorno a quella tavola fece pegnere figure. Ora l'avemo perduta». dove starraio io?» Nello lato ritto della parte de sopra staievan o quattro ordini de diverzi animali colle scelle. Dall'uno lato stava santo Pietro. e disse ca Roma iaceva abattuta in terra e non poteva ved ere dove iacessi. In questa isoletta stava una femina inninocchiata. in mieso del la chiesia. non usava p enna de oca. e soffiavano como fussino vienti li quali facessino tempestate allo mare. L'uocchi erano lo papa e lo imperatore. che allo imperatore da va la autoritate. e questo perché? Per la i nvidia. Diceva che tanta era la nobilit ate de sio officio. Lessa questa carta. nello muro. Quanno Cola de Rienzi scriveva. Ma rengrazio Dio che tre cose consumano li medesimi. micidiari. Dalla parte ritta stava una isoletta. lo quale era delli più scaitriti e mannifichi de Roma. Nella parte de sopra staieva l o cielo. potessi dare contado più e meno. adulteratori e spogliatori». E congregao mo iti potienti de Roma. anche potessi imponere gravezze e deponere allo benepiacito. In capo aveva uno c apelletto bianco. e la sia ponta feriva in quella c orona e sì·lla partiva per mieso. fece sio bello s ermone. cioène Temperanza. Vestuto era con una guarnaccia e cappa alamanna e cappuccio alle gote de fino panno bianco. Fatto silenzio. Doi spade li iessivano dalla vocca. ca la autorita te dava allo imperio». fece ficcare una granne e mannifica tavola de metallo con lettere antique scritta. Lo quarto ordine s tavano liepori. de là e de cà. In mieso stava la maiestate divina como venissi allo iudicio. como lo senato romano concedeva la autoritate a Vespasiano imperatore. Lo primo ordine erano lioni. se Roma pere. Lo terzo ordine stavano pecoroni. Queste erano quattro virtù cardinale. fece fare uno parlatorio de tavole e fece fare gradi de lename assai aiti per sedere. Puoi fece leiere una carta nella quale erano scritti li cap itoli colla autoritate che·llo puopolo de Roma concedeva a Vespasiano imperatore. E fece ponere ornamenta de tappiti e de celoni. Iustizia. La lettera diceva: «Questi soco li popular i. Dereto dallo coro. latroni. e tenevano cuorni alla vocca. Anche ce fuoro moit i uomini savii. dall'ait ro santo Pavolo ad orazione. puorci e caprioli. ca li erano cavati li uocchi fòra dello capo. Voi non site proveduti della annona e delle vettuaglie. questi capitoli. lopi e orzi. cioène Italia. La lettera diceva: «Questi so' li potienti baroni. La prima ène la lussu . li quali aveva Roma perduti per la iniquitate de loro cita tini. fra li quali fu Stefano della Colonna e Ianni Colonna sio figlio. Lo secunno ordine erano cani.

Da la parte ritta. Anco in quella medesima fiamma staieva un a donna moito veterana. Puoi disse «Della m oneta non dubitete. li q uali viengo per merito delle loro anime alle sante chiesie. la servitute e·llo pericolo nello quale iaceva la citate de Roma. Fece pegnere nello muro de Santo Agnilo Pescivennolo. comenzanno con sollanieri. Alcuno diceva: «Granne cosa ène questa e granne significaz ione hao». discreti e buoni uomini. Puoi staieva pento como de cielo cadevano moiti falconi e cadevano muorti in mieso de quella ardentissima fiamma . quanno ivano fòra a lavorare. li baroni ne prennevano festa de sio favellare. e per la granne caliditate le doi parte de questa veglia erano annerite. La soa cappa era de scarlatto vermigli o. ca la Cammora de Roma hao moite riennite inestimabile. non erano defesi. Fra li quali esso fu levato in piedi e recitao piagn enno la miseria. delli quali alcu ni parevano miesi vivi. e ciò sao lo vicario sio». lo fume e·lla fiamma dello quale se stennevano f i' allo cielo. dove? su nella porta de Roma. Reci tao la fidele subiezzione delle terre circustante perduta. lo quale Romani solevano avere. Puoi disse: «Signori. e donavala ad uno minimo celletto como pa ssaro. con Ianni Colonna. la quale teneva n ello sio pizzo una corona de mortella.]. la secunna lo fuoco. E diceva: «Io serraio granne sign ore o imperatore. Li lavoratori. De ciò li baroni crepavano delle risa. La iente che conflueva in Santo Agnilo resguardava queste figure. alcuni muorti. Uitimamente adunao questa bona i ente e matura nello Monte de Aventino e in uno luoco secreto. Li pellegrini. In pr ima. <I>Item</I> de sale ciento milia fiorini. per lo focatico pacano per fumante quattro [. Anco moite cose recitao. comenzanno dallo ponte Ce perano fi' allo ponte della Paglia. Puoi disse: «Allo presente comenzaremo con quattro milia fiorini.. Puoi deliverao de intenner e allo buono stato. Fatto lo sermone e desceso. Le piccole zitelle se furavano e menavanose a desonore. Abbe con essi consiglio e rascionao dello stato della citate. da t utta iente fu pienamente laodato. non credi ate che questo non sia de licenzia e voluntate dello papa. dalla quale chiesia iess iva uno agnilo armato. le vergine se detoperavan o. Nella aitezza dello campanile staievano santo Pietro e santo Pavolo como venissino da cielo. agnilo. signorile. Anche per lo passo delle vestie e per connannazioni ciento milia fi orini». succurri alla albergatrice nostra». Po' queste cose 'nanti disse la salluta soa e·llo stato della citate e·llo ieneroso reimento pe r questo muodo. Puoi concluse e disse ca se conveniva servare pace e iustizia. e puoi cacciava quelli falconi da cielo. Questa scritta fu post a la prima dìe de quaraiesima nella porta de Santo Iuorio della Chiavica. la citate de Roma stava in grannissima travaglia. la terza ène la invidia». donne piagnevano. Colla mano manca prenneva questa donna veglia per la mano. lo quale è l uoco famoso a tutto lo munno. Dove era luoco. Queste cose dicenno p iagneva e piagnere faceva cordogliosamente la iente. Anco era nella aitezza dello cielo una bella palomma bianca. Anco fra essi fuoro c avalerotti e de buono lenaio.ria. nello aitr o cantone. la terza parte remasa era illesa. Da onne parte se derobava. Quello appenneraio. Per queste paravole accese li animi delli c ongregati. moiti descreti e ricchi mercatanti. vestuto de bianco. Montava ciento milia fiorini. era una chiesia con uno campanile aitissimo. Moiti dicevano ca era vanitate e ridevano. Face vanollo sallire in pede e sì·llo facevano sermonare. Non ce era reparo. e dicevano così: «Ag nilo. perché la voleva liberare da pericolo. Anche 'nanti disse la salluta soa per questa via. e de ciò ad onneuno deo sacramento nelle lettere. Rettori non avea. Nello cantone della parte man ca stava uno fuoco moito ardente. De sotto a queste figure st aieva scritto così: «Veo lo tiempo della granne iustizia e ià taci fi' allo tiempo». quello decollaraio». Anco recitao lo stato pacifico. Onne dìe se commatteva. La moglie era toita allo marito nello proprio lietto. una figura così fatta. Tutti questi baroni persequitaraio. Alcuni dicevano: «Con aitro se vòlzera rettificare lo stat o de Roma. In mano portava una spada nuda. In questo fuoco staievano moiti populari e regi. Puo' que sto adunao moiti Romani populari. ca moiti tiranni faco violenzia nelli bieni della Chiesia».. che con figure». La cetola diceva così: «In brev e tiempo li Romani tornaraco allo loro antico buono stato». In questi dìi usanno alli magnari colli signori de Roma. Anche li puorti de Roma e·lle rocche de Roma ciento mi lia fiorini. Tutti li iudicava. Fatto questo . li quali h ao mannati missore lo papa. Quello piccolo celletto portava quella corona e ponevala in capo della veglia donna. ma . erano derobati. Là fu deliverato de intennere allo buono stato. Scrisse una cetola e ficcaola nella porta de Santo Iuorio della Chiavica.

che quanno alcuno accusa e non provassi l'accusa. con po . Era in fine dello m ese de abrile. Puoi che queste cose. Lo secunno . Moititudine de guarzoni lo sequitavano tutti gridanti. le quale staco nello destretto della citate de Roma. Anco li diero licenzia de punire. Puoi disse ca esso per amore dello papa e per salvezza dello pu opolo de Roma esponeva soa perzona in pericolo. tutti levaro voce in aito e con g ranne letizia voizero che remanessi là signore <I>una</I> collo vicario dello papa . ma vaia in Commu no. Decimo. Iesse fòra bene e p alese. lo portava. anco siano spediti fi' alli XV dìe. de ponere tiermini alle terre. Non ce era aitra salvez za se non che ciascheuno se defenneva con parienti e con amici. nullo freno. Decimoquinto. le quale perché moito piacevano allo puopolo. Lo quinto. occidere. Lo primo c onfallone fu grannissimo. che qualunche perzona occideva alcuno. se despennano allo buono stato. su l'ora de mesa terza iessìo fòra della preditta c hiesia. Li prieiti staievano per male fare. che·lle citate e·lle terre. con lettere de aoro. Lo sesto. lo quale staieva in Corneto nella milizia per grano. Onne lascivia. Decimoterzio. figlio de Cecco Mancino. e sallìo lo palazzo d e Campituoglio anno <I>Domini</I> MCCCXLVI[I]. che in ciasche rione de Roma siano auti ciento pedoni e vinticinq ue cavalieri per communo suollo. se non per lo rettore dello puopolo. Conte. benché n on senza paura. Non ce era più remedio. Onne dìe se faceva adunanza de armati. lo buono dicitore. odìo trenta messe dello Spirito Santo nella chiesia de Santo Agnilo Pescivennolo. nello quale staieva Roma e sedeva in doi lioni. che li piaiti non se proluonghino. Là. e che deiano fare la grascia so pena de mille marc he d'ariento. che in ciasche rione de Roma sia uno granaro e che se proveda dello grano per lo tiempo lo quale deo venire. lo quale più poteva colla spada. Questo era lo confall one della libertate. che se a lcuno Romano fussi occiso nella vattaglia per servizio de Communo. Allora Cola de Rienzi la prima dìe mannao lo vanno a suono de tromm a che ciasche omo senza arme venisse allo buono stato allo suono della campana. Deci moquarto. ma solo lo capo era descopierto. e vaone <I>una</I> collo vicario dello papa. sì in perzona sì in pecunia. Ora prenne audacia Cola de Rienzi. aiano lo reimento dallo puopolo de Roma. che li denari.erano scannati e derobati. de perdonare. li ponti. Cola Guallato. nulla iustizia. che li baroni deiano tenere le strade secure e non recipere li latroni e li malefattori. l a lesse brevemente. e se fussi cavalieri aia ciento fiorini. Denanti da sé faceva portare da tre buoni uomini della ditta coniurazione tre confalloni. e sì parlao e fece una bellissima diceria della miseria e della servitute dello puopolo de Roma. nello quale staieva santo Pavolo colla spada in mano. Aveva in sio sussidio forza da ci ento uomini armati. Decimoprimo. che della Cammora de Roma . Nello terzo s taieva santo Pietro colli chiavi della concordia e della pace. Lo terzo. che nelli paludi e nelli staini romani e nelle piaie romane de mare sia mantenuto continuamente un legno per guardia delli mercatanti. daienno ad essi uno pavese de valore de cinque carlini de ariento e convenevile stipennio. Anco portava un a itro lo confallone lo quale fu de santo Iuorio cavalieri. pervennero alle recchie de missore St efano della Colonna. Anco li die ro mero e libero imperio quanto se poteva stennere lo puopolo de Roma. che della pecunia dello Communo se faccia aiutorio al li monisteri. Nono. armato de tutte arme. le quale in Roma fatte erano. che nulla casa de Roma sia data per terra per alcuna cascione. Lo sequente dìe là. esso sia occiso. se fussi pedo ne aia ciento livre de provisione. le porte e·lle fortezze non deiano essere guardate per alcuno barone. Ottavo. Questo portava Stefanello. nulla exceptuazione fatta. colla corona del la iustizia. dello Communo. Adunata grannissima moititudine de iente. Lo quarto. Questi fuoro alquanti suoi capitoli: Lo primo. Perché era veterano fu p ortato in una cassetta su in una asta. sostenga quella pena la quale devessi patere lo accusato. Missore Stefa no della Colonna era ito colla milizia in Corneto per grano. Moite aitre cose in quella carta erano scritt e. de promovere a stato . in mano teneva lo munno e la palma. sallìo in parlatorio . che nullo nobile pozza avere alcuna fortellezze. roscio. le orfane e·lle vedove aiano aiutorio. che·lle rocche roman e. notaro. Lo secunno er a bianco. de fare leie e patti colli puopoli. Li nuobili e li baroni in Roma non staievano. Puoi fece leiere una carta nella quale erano li ordinamenti dello buono stato. li quali viengo d ello focatico e dello sale e delli puorti e delli passaii e delle connannazioni. Quello più avea rascione. ditto Magnacuccia. Decimosecunno. da mesa notte. o nne male. se fossi necessario. Settimo. Onne perzona periva .

micidiari. e tenere le strade secure. Questo ène lo ordine lo quale là se se rvava. E mo' prenne uno e mo' prenne un aitro. Allora missore Stefano cavalcao in sio cavallo. nulla misericordia. in tale muodo che decapitao un monaco de Santo Anestasi. Venne quello lo quale era dell'uocchio privato. Soa faccia era terribi le e·llo sio aspietto. Puoi. Puoi destese soa facci a se li piaceva de trarli l'uocchio. malefattori. Quanno Cola de Rienzi intese che la coniura delli baroni non venne ad effetto per la discordia loro. puoi Iordano. In questo tiempo orribile paura entrao l'animi d elli latroni. allo buono stato. Tutti li riei iudica crudelemente. Vidde che·lla rascione se renneva ad on ne iente. figlio de mis sore Stefano. Puo' queste cose ordinao la casa della iustizia e del la pace e ficcao in essa lo confallone de Santo Pavolo. A tanta iente dava resposta. Non iamo più lontan o: tutti li baroni li iuraro obedienzia con paura. Allora Cola de Rienzi mannao com mannamenti a tutti li baroni de Roma che se partissino e issino a loro castella. Lo tribuno li iessìo denanti armato. puoi missore Stefano. Delle cose civile se renneva rascione espeditamente. Tutto lo puopolo traieva con furore. perzona infamata. Allora queste cose comenzaro a piacere e le arme comenzaro a cessare. e·llo offeso dava integra pace. Allora Cola de Rienzi fece suoi o fficiali. So lo con uno fante da pede ne fuìo fòra de Roma. per ordine in stato de reposato animo. Venne e fu connutto nelle scale de Campi tuoglio. Fr ancesco de Saviello fu sio speziale signore: nientedemeno venne ad iurare subiez zione. e offierzer o le loro proprie perzone e·lle castella e·lli vassalli in sussidio della citate. e puse in essa iustissimi populari. secretamente fuiva. Alla mala iente pareva che essi devessino essere presi nelle loro case p roprie e essere menati allo martirio. Brevemente. adulteratori e de onne perzona de mala fam a. aitro e tanto quello che patuto aveva ne faceva a q uello lo quale fatto aveva. Puoi li m ercatanti. ca fu mosso de pietate. li quali fuoro sopra la pace. allora li citao e mannaoli lo editt o. Allora se basavano in vocca. Allora li signori voizero fare un a loro coniurazione contra lo tribuno e·llo buono stato: non fuoro in concordia. Moito era lo puopolo lo quale in Campituoglio staieva. ma sì·lli remise soa iniuria. E puoi parlao al lo puopolo. senza arme. io lo farraio iett are dalle finestre de Campituoglio». Pi agneva lo malefattore e pregava per Dio che·lli perdonassi. Le vestimenta prime de llo tribuno fuoro de una infiammata como fussi scarlatto. Puoi vennero li notari e fecero lo medesimo. Teméo e forte se maravigliao de sì foita moititudine. Lo primo che venne allo commannamento fu Stefano della Colonna. Lo sequente dìe. De nanti allo figlio e allo nepote lamentanza fao. ciasch euno iurao allo buono stato communo. e de fare la grascia. puoi Ianni Colonna. e sì·llo fece iurare sopra lo cuorpo de Cristo e sopra lo Vagnelio de non venire contra allo t ribuno e alli Romani. Allora non li cecao l' uocchio. la matina per tiempo. Ionto nella piazza de S anto Marciello. e in quello parlamento se fece confermare e fece fermare tutti suoi fatti. Dunqua fugo li riei più là assai che non so' l . Uno cecao l'uocchio ad un aitro. e non fraudare lo bene dello Communo. Gran ne se apparecchiava pericolo. Entrao lo palazzo con pochi. e domannao de grazia dallo puopolo che esso e·llo vicario dello papa fussin o chiamati tribuni dello puopolo e liberatori. secunno la connizione della iniuria. Intanto se servava con crudelitate. a questo mozza lo capo senza misericordia. l a cosa non venne fatta. Missore Stefano la cetola prese e sì·lla sciliao e fec ene milli piezzi e disse: «Se questo pascio me fao poca de ira. e non rec ettare latroni né le perzone de mala connizione. Stava inninocchiato. li buoni uomini pacieri. Lo sequente dìe li fuoro rennuti tutti li pon ti li quali staco nello circuito della citate. Quanno Cola de Rienzi questo intese. A gran pena se fisse poco in Santo Lo rienzo fòra le mura per poco de pane manicare. Doi inimicati venivano e davano le piarie della pace fare. Vaone a Pellestrina lo veterano. questo appenne. se·lli fussi piaciuto. nello quale stava la spa da nuda e la palma della vittoria. Data licenzia a Stefano. espedita mente fece sonare la campana a stormo. la quale cosa subitamente fatta fu. Po' alquanti dìe vennero li iudici della citate e iuraro fidelitate e off ierzero allo buono stato. e comparere armato e senza ar me ad onne soa petizione. Cola de Rienzi mannao a missore Stefano lo editto e commannamento ch e se dovessi partire de Roma. venne missore Ranallo delli O rsini. a pena àbbera omo creso che aves si capo. Ciasche diffamata perzona iessiva fòra della citate nascostamente. anche de favorare alli orfani e a lli pupilli. disse ca queste cose non li piacevano.ca compagnia senza demoranza ne cavalcao e venne a Roma.

pacifico. nello palazzo canto lo fiume de Ripa Armea. e fecelo menare a Campituoglio. Po' la soa tornata lo currieri d isse: «Questa verga aio portata piubicamente per le selve. Questo omo così nobile. Puoi che là a Campituoglio fu lo barone latrone connutto. fu fatto inninocchiare nelle scale canto lo lione. perché male se sappe retenere. piene le gamme e·llo cuollo sottile e·lla faccia macra. Allora lo tribuno fece uno sio generale Consiglio. Questo fu signore del lo castiello de Puorto. per terrore de tutta l'aitra iente fece pigliare nella propria casa. perché avea derobata la galea sorrenata. Campagna. lo quale soleva essere dubioso. e scrisse lettere l uculentissime alle citati e alle communitati de Toscana. In questo tiempo nella citate de Roma nat o fu uno mostro. Canzoni vulgari e vier zi per lettera de suoi fatti fatti fuoro. Maretima. In questo tiempo era in Roma uno iovin e potente e nobile perzona: nome sio era Martino de Puorto. Nella contrada de Camigliano de una femina pedonessa nacque uno infante muorto. Puoi li confortava e diceva che se alegrassino e daiessino grazie e laode a Dio de tanto e tale beneficio. anche della santa romana repiubica liberatore illustre». Uno currieri sio fiorentino fu mannato in Avi gnone allo papa e a missore Ianni della Colonna cardinale. la sete grannissima. Cadde in pessima infirmitate e incurabile. Li pellegrini comenzaro a fare loro cerca per le santuarie. delli quali avea bisuogno a rascionare cose utile allo buono stato nella sinodo romana. suoi antecessori la dignitate dello senato per più fiate àbbero. all i marchesi de Ferrara. la soa cappa alla cincillonia fatta. le vigne. Ma l'uno maiure era che l'aitro e pareva che lo menore avanzassi lo maiure. liberate da latroni». Menato così mannifico omo alle forche. lo quale avea doi capora. De questo Martino feci menzione sopra della galea sorrenata. Anche pessimamente se temperava dallo sopierchio civo. Alle forche lo connannao. Una notte e doi dìe pennéo nelle forche. a missore Lucchino tiranno de Milana. In queste lettere dechiarao lo stato buono. sotto spezie de securitate infermo a mort e. Tanto muitiplicaro questi suoi currieri. alli regali de Napoli. era libero. allo duca de Venezia. quattro mano. Non speravano salute in alcuno. Lassavano le c ase. Legu to da sonare pareva. lo quale era stato elietto imperatore. li quali non cessavano dì e notte scrivere lettere. allo santo patre papa Chimento. Li mercatanti comen zaro a spessiare li procacci e camini. Puoi petiva che·lli mannassi no sintichi sufficienti. lo quale comenzao aveva. Como votticiello parev a. nello piano de Campituoglio fu appeso. como ditto de sopra ène. Arme nulla portavano. Là odìo la sentenzia de sia morte. li qual i portavano le soie lettere. La bona iente. madonna Mascia delli Alberteschi. Guidardoni tollevano. de pace e de iustizia tribuno. Allora li vuovi comenzaro ad arare. li campi. Soa vita era venuta a tirannia. Sonao la campana a stormo. la quale moito era bella e era stata vedova. Sio ventre era pieno de acqua. Puoi ad esso comenzaro a concurrere buf foni assai e cavalieri de corte. como liberata da servitute. valore de fiorini trenta. Soa nobilitate bruttava per tirannie. Non fece demoranza. sonettatori e cantatori. Migliara de perzone se soco inninocchiate denanti da essa e basatola con lacrime per ale grezza delle strade sanate. Reportao la vastoncel la de leno de finissimo ariento maitata coll'arme dello puopolo de Roma e dello papa e dello tribuno. Ià per li tiempi passati sta to era senatore.i confini della contrada de Roma. né·lli . era forz a ora de nona. A pena lo lassao confessare perfettamente allo preite. L i miedici dico retruopico. a Ludovico duca de Bavari a. In questo tiempo paura e timore assalìo li tiranni. Fu Martino desmantato. de libertate. per le strade. le moglie e·lli figli. Prese per moglie una nobilissima femina. latronie. In queste lettere proponeva lo sio nome per mannifico titulo in questa f orma: «Nicola severo e pietoso. non senza ammirazione della iente. como fus sino doi appiccati dallo pietto. nello luoco usato . quattro piedi. M oiti erano li più famosi de terra de Roma. nelle ma no della soa donna. Ro magna. E legatoli le m ano dereto. Dechiarava como lo viaio de Roma. portavano in mano vastoncelle de leno pente inarien tate. iusto. perché erano receputi graziosamente e granni onori onne omo a loro faceva. Lo puopolo fu adun ato. Anche aveva lo tribuno li moiti scrittori e moiti dittatori. Lommardia. Stavase in soa casa quetamente renchiuso e facevase medicar e dalli fisichi. Li currieri. Stette con quest a nova soa donna forza un mese. Soa donna d a longa per li balconi lo poteva vedere. se alegrava. nepote dello cardina le de Ceccano e de missore Iacovo Gaietano cardinale. perché in esse non se trovava latrone. Allora le selve se comenzaro ad al egrare. che de essi numero granne era.

Tutta quest a iente passava con silenzio. la più corta. La fama de sì virtuoso omo per tutto lo munno se destenne. Naccari d'ariento so nanti onesto e mannifico suono facevano. In capo dello stennardo era una palomma bianca d'ariento. Puoi venivano li vannitori. Un aitro dìe cavalcao per pranzo a Santo Pietro Maiure de Roma. Cavalcao con granne appriesto de cavalieri. omo de puopolo. Non ardisce alcun o arme portare. lassavano le som e nelle strade piubiche. infres ate de aoro filato. Aitri per pietate ne lacrimava. le quale sostenevano le sacca della moneta. Ora comenza la iustizia a prennere vigore. scrivisenato e onne officiale. Allora le str ade fuoro aperte. pacieri e scintichi. li quali sapevano le loro inique operazioni. Voize questo omo ire alla festa como l'aitri. Po' questi sequitava la compagnia de moita ient e desarmata. cammorlenghi. compagni e de moita iente onesta. notari. Puo' esso <I>immediate</I> veniva Cecco de Alesso e portav ali sopre capo uno stennardo a muodo regale. Onne cosa guardiava lo tribuno. Per la alegrezze de così esce llente fatto piangono alcuni con alegrezze e pregano Dio che fortifichi lo sio c ore e·llo intellietto in questo proponimento. de consiglieri. cioène de velluto mieso verde. Denanti allo sio c avallo li ivano li ciento iurati da pede armati dello rione della Regola. Tutta la intenzione dello tribuno pr imamente fu de esterminare li tiranni e confonnerelli in tale via che de essi no n se trovassi pianta. lo quale portava la coppa d'ariento inaorato in mano collo dono a muodo de senatore. Sio aspietto era bello e terribile forte. Appeso che fu Mar tino. forrato de varo. Nella mano ritta portava una verga de acciaro po lita. Puo' questi sequitava Ianni de Allo. la strada spaziosa e libera. onne perzona salutanno. Dallo lato ritto e manco aveva con seco da pede cinquanta vassalli de Vitorchiano. la quale devea ire a ponere campo sopre lo profietto. Po' qu esto sequitava uno omo lo quale per tutta la via veniva iettanno e sparienno pec unia a muodo imperiale: Liello Migliaro sio nome fu. De colpo le porte e·lle tavolata fuoro date per terra. lucente. Questa cosa spaventao li animi delli potienti. A quello modo resse Roma e moit i in simile pena dannao. con cutale gloria passao lo ponte de Santo Pietro. iudici.iovao la nobilitate né·lla parentezze delli Orsini. Sedeva in uno destrieri granne. Notte e dìe caminavano liberamente li viatori. li fideli. adornata e bella. Fu uno Bolognese lo quale fu uno delli schiavi del lo soldano de Babillonia. Nullo omo fao ad aitri iniuria. Po' questi veniva uno omo solo lo quale portava in mano una spada nuda in segno de iustizia: Buccio. Tutta la Cristianitate fu commoss a como se levassi da dormire. quanno fu mannato alli regali de Napoli. sì de potienti. sì de ricchi. da l'aitro: «<I> Spiritus Sanctus</I> ». Puoi sequitavano quattro menescalchi colli loro cavalcanti usati. Drento della crocetta staieva lo leno della c roce. Questo fu l'ordine de soa bella cavalcata. Sopra lo capo sio portava lo confallone. lo quale respuse e dubitanno diss e: «Maumet e santo Elinason aiutino Ierusalem». Po' questi sequitava lo ordine delli officiali. Po' questi sequitava lo tribuno sol o. bene le retrovavano sane e salve. in mieso staieva uno sole de aoro splennente e atorno staievano le stel le de ariento. Bene parevano orzi vestuti e armati. Po' questi venivano li tr ommatori. Con cutale triomfo. mieso giallo. fu. La prima iente che venissi fu una milizia de iente armata da c avallo. Nella soa summitate era uno melo de ariento 'naorato. In quello stennardo era lo campo de bianco. Allora fu mercato nel la gota uno lo quale avea nome Tortora (era delli suoi currieri). figlio de Iubileo. li calon ici de Santo Pietro con tutto lo chiericato li iessiro incontra vestuti e parati . e sopra lo pomo staieva una crocetta de aoro. Tutta Roma a Santo Ianni vao la dimane. dicevano: «<I>Deus</I> ». La soa ita fu per questa via. li quali portavano le some. vestuto de seta. Puo' questo venivano li sollati da cavallo. Da l'uno lato erano lettere smaitate. la qual e portava in vocca una corona de oliva. Li vetturali. forrate de zannato. cioène la Saracinia. Lo primo che potéo aizare. De·llà e de cà aveva doi perzone. Puoi che fu ionto alle scale de Santo Pietro. La fama de tale fatto spaventao li mannifichi in tale muodo che a pena avevano fede de sé medesimi. Uomini e femine lo trassero a vedere. ne venne a Roma. colli sbiedi in mano. ca ncellieri. in quelli dìe fu una festa de santo Ianni de iugno. Vestuto era de bianche vestimenta de seta. li quali venivano sonanno colle tromme d'ariento. Sedeva sopra uno destrie ri bianco. aitri ne te meva. perché avea rece puta pecunia senza licenzia. Questo disse che allo granne Racham ditto fu che nella citate de Roma se era lev ato un omo de granne iustizia. Lo signore non se accotiava de t occare lo sio servo.

fecero trabocchi e manganelle. e che non voleva rennere lo altruio. E abbe in quella o ste li moiti aiutorii. Tutta Toscana avea ià mannate le immasciarie. quanno lo callo stao infervente. alli desolati. La asinella fu in quella notte arza. Bene pargo baroni. era mesa state de luglio. Puoi fecero una asinella de leno e connusserolla fi' alla p orta della rocca. cavalli copertati. allora se apparecchia de movere guerra a più potienti perzone .colle cotte bianche solennemente. Quelli della rocca misticaro zolfo. e deoli per consiglieri Iordano delli Orsini. E commannao che fussino priesti ad onne suono de campana e feceselli iurare fidelitate. ci oène la rocca de Respampano. Moito fu bell a oste. e deoli suollo. àbbero arzo lo lavoro e·llo lino fi' in Vitervo. Ora comenzano a spessiare le immasciate delle terre e delli nuobili. secunno che de sopra ditto ène. E fece prennere Pietro de Agabito per la perzona. E commannao che tutte le steccata delli rench iostri delli baroni de Roma issero per terra. Deh. Coizero dunqua l o cienzo antico dello puopolo de Roma. de Nargnesi. lena. Moito spe ssiavano loro prete. Erance una forte rocca. Per mille voite citato non voize comparere. La dimane fu trovata cenere. e fu fatto. Lo chiericato preditto li r accommannao li bieni de Santo Pietro. doicemen te obediscono. Dallo principio questo omo faceva vita assai temperata . Allora determinao l'oste sopra quello. In questa os te fuoro Cornetani con tutto loro sfuorzo e Manfredo loro signore. Fuoro pedoni MCCC. benché com enzassi. Anco ordinao li ped oni puro adorni. e onne dìe la moneta vene a Roma per tale v ia. Allora lo tribuno determinao a questa oste ire perzona lmente e mustrare tutta soa potenzia con cavalieri e pedoni e depopulare le vign . Alla loro matre e donna Roma umile reverenzia faco. E posero campo sopre la citate de Vetralla e stiettero in assedio dìi sessanta. mastri de guerra. le terre e le communanze. bene armati. Allora ordinao la milizia d elli cavalieri de Roma per questo ordine. e appellaolo Ianni de Vico. Puoi che li Romani àbbero consumato e guasto onne campo . L'uno avea nome Tomao Fortifiocca. Volenn ola Romani prennere per arte de guerra. li cavalieri CCCLX. colla croce e collo oncienzo. No·llo créseri: li vassalli de Antioccia pacaro. lo quale era stato in quello anno senatore. Inninocchiato denanti allo aitare deo soa offerta. Solo Ianni da Vico profietto. trementina e aitre cose. Prestamente li vassalli delli baroni pacano uno carlino per fumante. arme adornate nove. perché de essi voleva reedificare e racconciare lo palazzo de Campituoglio. Apparecchiavanose a qu esta paca le citate. Intanto ordinao alquanti suoi fattori e mannaoli coglienno lo focatico. como granne paura fecero a Vitervesi! Donne fu auta Vetralla per bona vol untate delli avitatori. Lo sequente dìe deo odienzia alle vedove. Quella rocca non fu auta. Questi doi erano moito potienti populari. lo fece menare a corte dall i suoi menescalchi. E fece prennere doi scrivisenato e feceli mitrare como faizarii e connannaoli in granne pecunia. Fuoronce le m asnate de Peroscini. al li orfani. Per ciasche rione de Roma ordinao pedo ni e cavalieri trenta. Allora deo contra esso profiett o la sentenzia e privaolo in piubico parlamento della soa dignitate e disse ca e ra occiditore dello sio frate. e a pede. tavole e lename fussi portato a Campituoglio alle spese delli baroni. e deoli suollo. mille livre per uno. e deoli li confalloni. de Todini. ma lo palazzo non fu acconcio. E feceli capitanio sopra Cola Orsino guarzone. pece e u oglio. tiranno de Vitervo. Puoi fece stecconiare lo palazzo de Campituoglio fr a le colonne e chiuselo de lename. li q uali appese. el ietti iovini. Manna sio editto intorno e cita tutti potienti nelle finaite de Roma. como fussi latrone. Puoi connannao ciascheuno lo quale era stato senatore in ciento fio rini. baroni de Roma assai. l'aitro avea nome Poncelletto della Cammora. e fu fatto. Puoi comenzao a muitiplicare vite e cene e conviti e crapule de divierzi civi e vini e de moiti confietti. signore de Castiell o Santo Agnilo. non vole obed ire. Recipéo per ciasche barone ciento fiorini. che increscimento e fatiga fosse contare pecunia de tanta iente. fazzioso. le quale staco nella Toscana infe riore e in Campagna e in Maretima. Puoi che·llo editto abbe mannato a tutti li baroni e alle citate intorno. Puoi che·llo tribuno se vidde armato de così fatta milizia. Allora in casa de missore Stefano della Colonna prese latroni. Vennero cantann o"<I>Veni Creator Spiritus</I>" fi' alle scale e sì·llo recipiero con granne letizia . E currevano onne pianura fi' in Vitervo ardenno e derobanno . e iettaro questa mistura sopra lo edificio . e divise li confalloni secunno li segnal i delli rioni. La notte se fece. potente e onorata. Anco commannao che que lli travi. Ciasche cavalieri avea destrieri e ronzin o.

Anco ne fao menzione frate Martino nella soa cr onica. Dunqua bene fu vero lo suonno de Mierol o che da cielo li veniva la corona de fiori. nello quale disse che Ianni de Vico voleva obedire allo puo polo de Roma. cioène Stefano della Colonna e missore Iordano de Marini. Puoi perzonalmente venne a Roma. Lo profiet to in prima mannao li immasciatori. Favellava allo puop olo lo tribuno in parlatorio. Borgognoni e Sanzonesi e Italiani. Infermao. E de ciò fao fede lo biato santo Gregorio nello Dialogo. lo quale staieva in Constantinopoli. sì che rigo d e sangue abunnao. alegramente passao. Aquileia e aitre. Venne lo sequente dìe allo tribuno colle novelle dell a pace e disse: «Tuolli la rocca de Respampano. In capo dell a strada apparze frate Acuto vestuto de bianco. e in tiempo della notte che se d ice aurora. Ora ascoita novitate delle sonnora. che mai non finava de dicere salmi. Uno fraticiel lo. viole. lo quale fece lo spid ale della Croce de Santa Maria Rotonna. Dorm enno questo frate Mierolo infermo sonnaose che una bella corona de variati fiori descegneva da cielo e posavase nello sio capo. colli rami della oliva in mano. Dell e prime terre che trovassi fu Aqulieia. incoronato de rami de oliva. rassenata fu alli fattori e al lo scindico de Roma la rocca de Respampano. Depopul ao moite citate. fu santa e bona perzona. la quale disfece. li s piriti staco temperati. pedoni sei milla. Era ora non a. salvo quanno manicava e dormiva. spezialmente in perzone temperate.e de Vitervo. a cavallo in un sio asiniello co pierto de bianco. Ecco che te·lla renno". siano moiti delusioni de demonia. uno odore suavissimo. Mentre che dorm iva. Questo suonno disse alli monaci. Primo suonno era. I n soa compagnia avea forza da sessanta. una no tte se sonnao che lo arco de Attila vedeva rotto in doi parte. incontinente penzao de obedire. lassame». Dunque Attila re como sconfitto retornao in sio paiese e aduna o grannissima iente de Ongari e de Daziani e tornava per entrare in Italia. Lo tribuno fece uno parlamento. lo quale aveva nome frate Acuto de Ascisci spidalieri. E così fu fatto. Questo Attila fu granne rege e fu gran ne tiranno. Io te la renno». Ora voglio un poco iessire dalla materia. La oste fu tornata incoronata de rami de oliva. A ciò responno e dico: bene che moiti suonni siano v anitati. Da longa lo vidde lo tribuno e disse alli su oi cubiculari: «Ecco lo suonno de questa notte». Papa Lione santissimo . li quali fiori puo' li anni XIIII r enniero odore drento alla fossa. 'nanti che lo profietto se partissi de Roma e 'nanti che lo esercito de Vetralla se venissi. Dice che Marziale imperatore. e così fu lo vero. Quanno lo profietto questo sentìo. Pòtera alcuno adomann are se·llo suonno pò essere vero. quanno se parte la notte dallo dìe. Allora lo renvestiva della prefettura e disse che renneva li bieni dello puopolo. nientedemeno moiti suonni se trova om o veri como Dio li inspirassi. Allora gridai». dove non abunn ano fumositate per crapula e per desusato civo. dello quale de sopre feci menzione nella renovazione de ponte Muolli. ché lo cerebro stao purificato. E dicenno questo in questo suonno me prese per la mano. Como interpretassi sio suonno in bona parte. Occise Bella frate sio e fu sconfitto da Fran ceschi. fuoro adunati uomini e femine de Roma. Questo trattao la concord ia fra Romani e·llo profietto. Tutta la strada de mercato piena era. Como fu cavata. In questa oste de Vetralla lo Roman o abbe mille perzone da cavallo. Questo suonno né più né meno devenne como fu. D ice santo Gregorio che nello monistero sio fu uno monaco de santa vita e bona lo quale aveva nome Mierolo. e puoi lo profietto fu lassato. igli e moiti fiori. que nov itate ène? Volete cobelle?» Allora lo tribuno era resvigliato. Estimao Marziale che Attila fussi muorto. Questo Mierolo fra le moite virtute aveva questa. P o' li anni XIIII de soa morte un aitro monaco cavava la sepoitura per uno muorto in quello luoco dove Mierolo stava sepellito. Entrao in Campituoglio e posese sotto le vraccia dello tribuno. I n questo tiempo erano in destretto alquanti baroni (de Campituoglio non se potev ano partire). Tutta Pannonia e Bulgaria gìo profonnenno. comenzao fortemente a gridare per suonno e diceva: «Lassame. favellao e disse: «Mode io me sonnava che uno frate bianco veniva a mine e diceva:"Tuolli la toa rocca de Respampano. P er vederlo moita iente se fioccava. perché. Venne e morìo. Avea arcieri assai. como fussino state in quell a fossa rose. subitamente de qu ello luoco iessìo una fraganzia. A questo favellare li servitori della Cammora curzero e dissero: «Signore nuostro. Allora fuoro inzerrate le porte de Campi tuoglio e. Nella quale sconfitta fu muorto lo re de Borgogna e fuoronce muorti ciento ottanta milia capora d'uomini. da mieso dìe. sonata la campana. La notte denanti allo dìe dello accordo lo tribuno dormiva in un sio oniesto e triomfale lietto.

non vede quello che la preta iettao. ène più forte che quanno ène sparza. morìo in Pannonia. lo quale li menacciava. ché. Soie menacce erano in lengua greca . intentorosi. le cose soco varie e moite. Questo non fora per aitro se non per la mutazione che fa l'airo continuato da cuorpo a cuorpo. In alcuno se move ventositate overo alcuno piccolo ventariello e pareli vedere che tutte le vento ra tempiestino. pes ca. L'airo mutato da parte in parte perveo allo sentimento umano e delli aitri animali. senza lo quale viver e non se pote. In prima suppone lo filosofo che questa differenzia si a fra lo vigliare e·llo dormire. donne se era partito da Roma. la rocca de Civitavecchia canto mare . in tale specie o simile. donne soco più temperati a comprennere. per ché l'airo ène refratto da omo in omo. li passi e·lli ponti de Roma in tutto. Ottavia no e Antonio lo sequitavano como nemico capitale. Pregaolo che se iessissi fòra de Italia. E ciò sottilemente dem ustra per una cutale via. In alcuno abunna poca de collora e pareli ve dere saiette volare per lo cielo. La secunna cosa presuppon e Aristotile ène questa. comprenno l'ira dello omo sopr a de sé secunno alcuna specie. ché per la morte de Attila l'airo mutao nello emisperio de parte in parte l'airo senza contradizzione. Anco quello medesimo suonno vidde la dimane. Pone un aitro esempio: «Alcuno ietta la preta nello laco. Allora prese core e ordinao Ianni . Messo a lietto. nello capit olo della divinazione nello suonno. Abbe allora alle soie mano le for tellezze. Dunqua non fu inconveniente se quello imperator e vidde in suonno l'arco de Attila rotto. lo Piglio in Campagna e Puorto canto Tevere. donne se scrive ch e cinqueciento miglia lo avoitore curre alle corpora morte. move l'aitra parte vicina in muodo de rota e tante ro te fao quanto dura la potenzia dello vraccio. Nello vigliare li spiriti so' despierzi. La favella umana vao da omo in omo. Per doi voite a tale suonno se svigliao. Li spiriti infiammati mutano l'ai ro secunno qualitate de quella collora accesa. La cascione de ciò sì ène che nello sopore tutti li spiriti staco insi emmora redutti drento alla fantasia ed alla imaginativa. Ora voglio tornare alla materia. L'airo ène in mieso de noi. e quanno la virt ute stao unita. incontinente li fu rassenato in Maretima lo forte e opulente castiello de Cere. Anco n e fao menzione Valerio Massimo dello suonno de Cassio Parmese. Questo Cassio una notte se red usse in una piccola fortezza. li spiriti se·lli infiammano aduosso. Puoi che l o profietto obedìo e assenao la rocca de Respampano. Alla terza se fece venire lo lume e c ommannao che li suoi servienti lo guardassino. perché soco adunati. Movese e veone a pregare che n on ietti prete più». mossa una parte. e sì fu preso Cassio e sì li fu tronco lo capo. Vitorchiano da priesso de Vitervo. e così fu. e così fu. donne Marziale estimao che Attila fusse muorto. Nello vigliare granni movimenti pargo allo imagin are piccoli. vidde in suonno uno omo terribile con una faccia scura. e piccola cosa li move. focora. como incontra che·lla camarda e·lle morte corpora iettano vapori corrotti p er lo airo e perveo allo odorato delli lopi e delli avoitori. Aristotile lo filosofo de ciò fao menzione e spez iale trattato in un sio livro lo quale hao nome De Suonno e Vigilia. como è delle densitati delle forme che apparo nello spiecchi o». ma anco se muta l'airo per lo volere. lo quale se retro vao ad occidere Iulio Cesari. Così. soco più potienti in soa operazione. mele e cennamo. nello dormire li movimenti e·lle cose piccole pargo granne. L'airo mutato se continua colla p erzona che deve essere offesa. anco. quanno uno vole occidere un aitro. la favella. puoi Monticielli da priesso a Tivoli. sì che pervenne all o spirito dello imperatore dormente. Como se partìo de Italia per tornare in soa contrada. dice Aristotile. iva fuienno. Questa ène la rascione natur ale la quale adduce lo filosofo. Nella perzona che offesa deo essere staco li spir iti temperati secunno la connizione dello suonno. fiamme e tempestate. Dice Aristotile e quelli li quali sequitano la soa opinione che·llo suonno pote essere vero naturalmente. L'airo se muta e move secunno le mutazioni le quale l'uomini faco. Como inco ntra che in alcuna perzona poca de flemma dolce li destilla per la vocca e parel i assaiare zuccaro. Le legione de Ottaviano e l'oste de Antonio li fu sopra. Dice: «Ciò che noi operamo ène per l'airo. Con osce che omo li fao impaccio allo pesce prennere.in quello tiempo viveva. La notte de soa mo rte apparze in suonno a Marziale imperatore in Constantinopoli in Grecia l'arco de Attila rotto. le operazione umane mutano l'a iro. Stao lo pescatore con sio amo. Ora v ole Aristotile che non solamente li effetti delle cose mutino l'airo. li penzamenti dello omo. La preta move l'acqua. ma vede li cierchi che l'acqua fao. L'acqua. Ià avemo che li spiriti nella notte staco solliciti.

de Arezzo. missore Filippino de Gonzaga de Mantova. fuìo e aizao de la più corta longa da terra de Roma. Ciò fu missore Tadeo delli Pepoli de Bolog na. Anco li scrisse missore Aloisi. Lo profietto in segno de vera obedienzia mannao Francesco sio figlio per staio. E fece officiali e renovao de essi onne rascione. Veneziani scrissero lettere seiellate collo seiello pennente de piommo. colla soa Iudea. Le fantes che colli sottili pannicielli 'nanti allo visaio li facevano viento e industrios amente rostavano. Nello soprascritto diceva: «Allo ami co nuostro carissimo». de Tivoli. Nello mercato la moita iente curre. moito onoratamente accompagnato. li quali de Ro ma soco sempre stati stranieri. De citate e terre moito lontane ven nero a Roma perzone le quale accusaro. de Ascisci. m annao una lettera. nelle quale offierzero allo buono s tato le perzone loro e·llo avere. como staievano paurosi! A vea questo una soa moglie moito iovine e bella. mentre sedeva.Colonna capitanio contra quelli de Campagna. In tiempo de tanta prosp eritate. ià imp eratore. quelli de Malieti. specialmente c ontra lo conte de Fonni. Venne la vener abile ammasciata e triomfale de Fiorentini. lo granne tiranno de Milana. missore Malatesta de Arimino e moiti ait ri tiranni. dalli granni prelati. de Spoleti. La maiure parte del li tiranni de Lommardia lo desprezzaro. benc hé de Avignone. de Tode. che soa faccia non fossi offesa da mosca. Allora Cola de Buccio de Braccia. Tutta Roma staieva leta. de Amelia. belli e facunni parlatori. Varvieri fu e fu fatto granne signore e fu chiamato Ianni Roscio. Le citati de Campagna. pareva tornare alli anni megliori passati. in Romagna mi ssore Francesco delli Ordelaffi de Forlì. ricchissimo usuraro. Nella citate de Peroscia fu occuitamente occiso uno Iudio. quanno iva a Santo Pie tro. Sì non volenno essere sotto la Chiesia lo puopolo de Gaieta colla am masciaria mannao dieci milia fiorini e offierzerose. licenziao lo vicario dello papa. Questo amm asciatore. li signori de Carrara de Padova. lo marchese Obizo de Ferrara. uno potente che abita sopre le montagne de Riete. de Riete. Avea una soa sorella vedova. Todino de Antonio. nella quale confortao lo tribuno a bene fare e allo buono sta to e ammaiestravalo che cautamente sapessi domare li baroni. . Moiti offesi tiranniati delle citate de Toscana vennero a Roma e pr egavano per Dio che·lli remettessi in loro case. Tutte queste citati e communanze se offierze ro allo buono stato. Iva a cavallo forte accompagnato da citatini romani. Avea un sio zio: Ian ni Varvieri avea nome. Da Ludovico re de Ongaria veniva una grossa ammasciata e onorata. uomini de sapienzia. cavalieri. de Pistoia. sio colle ga. Le case abannonate se racconciavano. Per lo tiempo la esecuzione fu trat tata a Roma. lo quale fu uno oitramontano. missore Mastino della Scala de Verona. la quale. re de Puglia. disse che lo papa con tutti li cardinali forte d ubitaro. rideva. Delle patricie la sequitavano. e quelli che appellaro e quelli che fuoro puniti no·llo pòtieri credere. de Te rani. Queste e moiti aitri uomini de spettata bontate. facevano le ammasciarie. iudici. Deh. Ludovico duce de Bavaria. lo quale Ianni e li Campanini obediero. e aitr i regali. iva accompagnata da iovini armati. Ad onne iente bene prometteva. Or a spessiano li forestieri e·lli alberghi so' repieni per la folla della moita fore staria. granne decretalista e vescovo de Vitervo. principe de Taranto. Li signori della Montagna. de Senesi. le terre dello Patrimonio se renniero. Ianni Gaietano. tutti se rappresentano. Allora fama e pa ura de sì buono reimento passao in onne terra. de Fu ligni. ché non voleva morire scommunicato. Ià ven nero li preventori delli ambasciatori e pregavano che·llo tribuno collo puopolo de Roma provedessi sopre la vennetta la quale se dovessi fare della cruda morte la quale fece lo re Antrea. Puoi fece in Campituoglio una moito bella cappella renchiusa con fierri s tainati. Dello regno de Pugli a li scrisse lo duca de Durazzo e offerivase. fatta laida e vituperosa resposta. li quali. oneste. Allora mannao uno ammasciatore allo papa significanno questo stato. avessi le moite lettere e·lle moite ambasciate . se fussino rebelli. auto più maturo consiglio . fi' dalla Alamagna mannao secreti ammasciatori e pregava per Dio che·llo accordassi colla Chiesia. tutti li baroni in pede rit ti colle vraccia piecate e colli cappucci tratti. de Velletri. apparecchiavano de mannare sollenni ambasciate. lo ducato. mercatanti. Ora te conto le ammasciate ornate le quale ad esso venivano. volenno essere solo signore. lo quale dalli baroni era stato appeso. puoi che fu tornato. perzone posa te. Là drento faceva cantare solenne messa con cantori assai e moita illumina ria. Missore Lucchino. Puoi se faceva stare denanti a sé. Tutti li suoi pari enti ivano a pari. la quale voize maritare a barone de castella.

Convenne che Iudiei recurress ino a Romani. Da moiti prelati lettere abbe speciali che sapessi suiere le zinne della santa Chiesia como de pietosa e dolce matre. Nettamente ciasche arte dicev a la veritate. Ditte queste paravole. Dalla reina Iuvanna. Là. Ora Filippo de Vallois. Ora te voglio contare alcun a cosa della iustizia la quale questo faceva. vestute de ricchi verdi forrati de vari con cappe alamanne. li quali demannano iustizi a della morte dello aitro innocente re Antrea». Non avevano foraggio. Quanno li tre ammasciatori fuoro denanti allo tribuno. era furata. A queste paravole lo tribu no senza provisione alcuna respuse per questa via. lo ammasciatore fece fine. nello livro de Maccabei. la quale avea lassata fòra. volennoli dare resposta. mastro in teologia. Puoi se deste se e disse como loro signore se alegrava moito de sì fatto stato. lo tribuno era caduto de sio dominio. moita scienzia sao. L'oste diceva: «Non me assenasti cappa». che·lla resposta dello tribuno responneva alla proposta e ambedoi erano de un tie sto. Allora se fece ponere in capo la corona tribunale. Erano questi preventori della ambasciata doi perzone assai notabile. questa ène de crapa. Non la pozzo reavere. dalla quale medesima la tribuness a ne abbe cinqueciento fiorini e iole. Li campi non fuoro coitivati. levato da cena non p otéo trovare la cappa. ma era como lettera de mercatanti. Lassai mea cappa de fore dallo albergo. Ora me ène furata. Anco vennero e adomann aro grano per la carestia che aveano. lo monaco ne gìo denanti allo tribuno e disse: «Missore. Dallo santo patre apostolico lettere abbe che facessi bene. La lettera era scritta in vulgare . lo stato era rotto. a voi darremo resposta». Puoi se offerìo. colli quali auto consiglio. In quello stante li fece tagliare e cosire ri . Li regali de Iudea forte re sistenzia fecero. Credeva che vostra signor ia me·lla conservassi. uno cavalieri a speroni d'aoro. Quanno lo tribuno intese loro ammasciata. ca volevano aiuto e succurzo. lo quale veniva ad ardere e refocare lo reame de Pugl ia. Romani respusero in una lettera. L'opera fu così. In prima propuse così: «<I>Sit pr ocul a vobis arma et gladius. Fatto era de alquanti iustizia. Non valenno lo turba re a trovare la cappa. Nella mano ritta teneva uno melo d'ariento colla croce. abbe lettere graziose. io m e pusi a cena. La guerra fu granne. Puoi disse: «Avemo alquan ti populari. Allora dicevano nettamente: «Questa carne ène de peco. Puoi domannava che Romani fussino <I>una</I> con esso a contr ariare allo re de Ongaria. po' vespero. subitamente esbauttìo sì forte che brevemente non sapeva que dicere. ca penzao in sio animo: «Moito ène savio omo questo tribuno. mastro in t eologia. Quanno lo frate. Allora favellao e di sse: «Iudicaraio la rotonnitate delle terre in iustizia e li puopoli in ogualitate». moglie dello re Antrea. non era pomposa. Terra marique sit pax</I> ». moita memoria e prodezza hao».como se dicerao puoi. De ciò lo frate esbaottìo. Era dìe sabato. Quanno la lettera fu ionta in Roma. della quale io farraio menzio ne. re de Francia. All'ope ra della annona li Romani caricaro le navi de grano e·lla moneta misero nelli sacc hi. uno arcivescovo dello ordine de santo Francesco. Confesso che quelli che in Roma ve nno carne o pesce siano li peiori uomini dello munno. scrissero che essi ortavano non essere guerr a in loro paese de Iudea e che pace li donassi Dio per terra e per mare. cancellieri d e Roma. l'abbe in soie mano. Tre fuo ro li ammasciatori. colli quali avevano lega. some e aitro arnese. Fra li aitri ambasciatori uno monaco nero della citate de Castiel lo venne a Roma. infelice re. Puoi lo conforta va. In gonnella ne vado leieri a muodo de sparvieri». Albergao in Campo de Fiore. ché me hao respuosto per lo tiesto della Abibia in quella colonna dove stava la mea pro posta. lettera manna per uno arcieri. menaoli su nello parla torio denanti a tutto lo puopolo. e sì mannaro lo grano e remannaro in reto la moneta. queste paravole abbe intese. Venne a Roma l'ammasciata dello principe de Taranto. poco da longa l'uno dall'aitro. uno iudice con bella compagnia. Certo moito sao. lo arcivesc ovo propuse queste paravole: «<I>Misit viros renovare amicitiam</I> ». Questo pesce ène buono. La cascione dello sio sbaottimento fu questa. donne fu ass enata alli signori de Castiello Santo Agnilo. A ciò respuse lo tribuno e disse: «T oa cappa salva ène». La carestia era granne per la contrada. Donne mannaro a Roma li ammasciatori per renovare questa amistanza. In ciò adussero navi e addussero moneta assa i. quest a ène sediticcia. Mannao per panni. Voglio alcuna cosa breviare delle magnifiche respos te le quale daieva. Ien te straniera per forza entraro nello reame de Iudea. Monaco sacrato so'. onne iente suoglio imbratt are. Abbe lo monaco alquan te paravole coll'oste. questo ène rio». Disse puoi: «Questi soco li ambasciatori delli Ongari. e Agnilo Malabranca.

E po' lo offi cio entrao nello vagno e vagnaose nella conca dello imperatore Constantino. baroni. Be·lli fu tuoito uno mulo e una soma de uoglio. Moito fece la iente favellare. la q uale ène de preziosissimo paragone. Nello terreno dello castiello de Crapanica fu derobato uno vetturale. Delle citate vicine a questa festa vennero li abitato ri. Là compìo tutta quell a notte. che più è. Puoi veniva lo tribuno e·llo vicar io dello papa allato. mannao per lo u oglio e per lo mulo fiorini trenta e quattrociento fiorini pacao per connannazio ne. Dormenno in s io albergo de notte un aitro currieri lo ammazzao e toizeli soa moneta. Essenno lo malefattore preso. E ad onne sala appare cchiao lo cellaro de vino nello cantone. E fuoro stese queste menze per tutta la sala dello viecchio palazzo de Constantino e dello papa e lo palazzo nuovo. foresi a pettorale de sonaglie. li veterani e·lle poizelle. Denanti alla donna venivano doi assettati i ovini. senza contradizzione. currevano iocanno. Quelli della reina dicevano ca in la rei na non fu alcuna colpa della morte de sio marito. Uno citatino de Roma. Anco uno currieri li portao lettere. Puoi che onne iente fu p artuta. sallìo nella cappella de Bonifazio papa. favellao allo puopolo e d isse: «Sacciate ca questa notte me dego fare cavalieri. Non fu orrore. Ora era de nona. Adirati trassero le spade. alli uomini in terra». Ora torna lo monaco moito contento a llo albergo e disse: «Io non aio perduta cosa alcuna. Li abocati da parte dello re de Ongaria e·lli abocati da parte della reina Iuva nna comparzero denanti alla banca dello iudice dello tribuno e questionavano. La sera. Ora te voglio contare como fu fatto cavalieri a granne onore. e se·lla ruvina soa maturata non fus si. subitamente una parte dello lietto cadde in terra <I> . ne traieva più de milli fiorini. Doi perzone àbbero paravole . L'aitra parte se mormorava del la iniuria e con instanzia domannava vennetta. non arme. inzaganata de aoro filato. ché male guardao lo paiese. Puoi se adormìo in uno venerabile lietto e iacque in quello luoco che se dice li fonti de Santo Ianni. comenzao a desiderare l'onoranza della cavallaria. Sopra lo capo un aitro li portava uno pennone. fra notte e dìe. Tromme d'ariento senza numero ora vedesi trommare. In mano portava un a verga de acciaro. maschi e femine. de cui era la signoria dello castiello. missore Vico Scuotto cavalieri. ne vaco a Santo Ianni. Como venne lo t ribuno a sallire a lietto. con ba nniere. Denanzi allo tribuno veniva uno lo quale portava in mano u na spada nuda. Allora venne la moita cavallaria de diverze nazione de ien te. li cenze la sp ada. Tutti se apparecchiano sopra li porticali per la festa vedere e nelle vie piubiche per v edere questo triomfo. Lo notaro dello tribuno scrisse li confini dello luoco. Puoi ques to granne suono venne la moglie a pede colla soa matre. ca oderete cose le quale piaceraco a Dio in cielo. Lo lietto e·lla lettiera nuovi erano. Stupore ène questo a dicere. La grannezza de questa festa fu per questa via. li quali portavano in mano uno nobilissimo freno de cavallo tutto 'naorat o. Facevano granne festa. fra li quali Peroscini e Cornetani fuoro li più avanzar ani. Anche più bella questione della morte de re Antrea se devolveva a Rom a. vestuti de zannato.cca cappa de quello panno de quello colore. In prima apparecchiao alle nozze tutto lo palazzo dello papa con onne circustanzia de Santo Ianni in Laterano e per moiti dìi denanzi fec e le menze da magnare delle tavole e dello lename delli renchiostri delli baroni de Roma. chi miesi cannoni. Chi sona tromme. Le abocazioni dell'una parte e de lla aitra se mettevano in livro. E fuoro rotti li muri delle sale donne venivano scaloni de leno allo sco pierto per ascio de portare la cucina la quale là se coceva. Era vestuto con una g onnella bianca de seta <I>miri candoris</I>. In tanta moititudi ne da onne parte era letizia. Onneuno vao in soa via. reieva. Ora ne viengo buffoni senza fi ne. Li abocati dello re domannavano iustizia. chi cerammelle. Crai tornarete. allora fu celebrato uno solenne officio per lo chiericato. populari. sì che stupore pareva a chi lo consi derava. fu sotterrato vivo e de sopra da esso in una fossa fu mess o lo occiso. Moiti notabili erano in soa compagnia. Puoi che lo tribuno vidde che onne cosa li succedeva prospera e che pacificamente. Moite oneste donne la ac compagnavano per volerli compiacere. Per bona fede lo conte Bertuollo. Ecco la mea cappa». Ora odi maraviglia. Tutta Roma. vedove e maritate. Doi voite iettaro loro vestimenta de seta. Questa fu cosa magna de non poco onore. 'Nanti che colpo menassino le tornaro in loro guain e. chi cornamuse. drento dallo circuito delle colonne. Era la viilia de santo Pietro in Vincol a. Po' questi venne gran nume ro de iocatori da cavallo. Dunqua fu fatto caval ieri bagnato nella notte de santa Maria de mieso agosto.

con speroni d' aoro. non apparato de ornamento. Puoi fece m enare Pietro de Agabito. e de ciò pregao lo notaro che ne traiessi piubico instrumento. commann ao missore Nicola che tromme. Non sentiva. La moglie colle donne manicao nella sala dello palazzo nuovo dello papa. portava liberamente. Tutti li zitielli. Non ce fu ordine alcuno. moito ne stette la iente sospesa e dubiosa. Abbati. Mentre che l o notaro gridanno ad aita voce queste protestazioni allo puopolo faceva. Voglio vedere che rascione haco nella elezzione». Chi voleva portare lo refudio. lo quale era senatore. tale disse che era fantastico. como cavalieri. Anco citao lo Bavaro. questo è mio». Là se cantava s olennissima messa. cavalca missore Nicola de Rienzi a Campituoglio. per canali de piommo ordinati iessìo vino roscio per froscia ritta e per la manca iessìo acqua e cadeva indeficientemente in la conca piena. Ora ne vaco allo solennissim o pranzo de varietate de moiti civi e nuobili vini signori e donne assai. Tutta quella sala fu piena de menze. Iocao e saitao. e su nella cima staieva una palommella de perne. A tale convito fuoro li ammasciatori li quali ad esso erano venuti de diverze pa rte. chierichi. prestamente fuoro apparecchiate lettere e currieri e fuoro messi in via. Anche se fece uno capelletto tutto de perne. Uno dìe convitao a pranzo missore Stefa no della Colonna lo vegliardo. Confietti de divisate manere. Puoi citao li elettor i dello imperio in la Alamagna e disse: «Voglio che questi vengano a Roma. Mentre lo manicare se faceva. Tutta Roma.et sic in nocte silenti mansit</I>. cit atini e stranieri. crapetti. cavalieri. figlio dello conte Vertollo. fu uno vestuto de cuoro de vove. Stava como leno idiota. Non ce mancao cantore. Anco retenne lo prosperoso iovine I anni Colonna. Anco questi doi senatori fece mena re a Campituoglio como fussino latroncielli. Anco fece menare per forza Lubertiello. trommette. senza li aitri buffoni moiti. li quali avevano sete. lo quale alli pochi dìi avea fatto capitanio sopra Campagna. Abbe un sio notaro e per sentenzia piubica se protestao e disse ca quest e cose non se facevano de soa voluntate. Intienni una cosa notabile. Retenne lo conte Vertollo. faose letizia. con granne cavallaria. della cui bontate ditto ène de sopre. Faose granne festa. moito bello. mercatanti e aitra ie nte assai. pazzo. Fatta tale citazione. Continuamente in quello dìe. per le nare dello cavallo de Constantino. anco missore Ranallo delli Orsini de Mar ini. signore de Iennazzano. Era là presente a queste cose lo vicario dello p apa. lo tribuno se fece 'nanti allo puopolo. questo è mio. naccari e ceramelle sonassino. Staieva missore Nicola como cavalieri ornato nella cappella de Bonifazio papa sopra la piazza con solenne compagnia. fasani. Non lassaraio quello che ordinao nella soa sallu ta. passato alcuno tiempo. Pu oi citao lo colleio delli cardinali. ma stupefatto de questa novitate contr adisse. anco li baroni e foresi e citadini per vedere missore Nicola de Rienzi cavalieri. ne vao a Santo Ianni. Non abbe Luca de Saviello né Stefano della Colonna né missore Iordano de . così lo fece menare per forza in Campituoglio e là lo retenne. puoi devenne in vil itate. vestuto de scarlatto c on vari. Fatta la dimane. Retenne Cola Orsino. missore Orso de Vicovaro delli Orsini e moiti aitri delli granni baro ni de Roma.menza papale ène nella sala de Santo Ianni. levase su lo tribuno vestut o de scarlatto con vari. lo quale era de brunzo. ca trovava scritto che. signore dello Castiello Santo Agnilo. Como fu ora d e pranzo. mise gran voce e disse: «Noi citemo missore papa Chimento che a Roma venga alla soa sede». Chi voize stare allo pranzo stet te. Vove pareva. centa la spada per missore Vico Scuotto. lo pesce delicato. Viziosa buffonia! Fatta questa cosa. anco senza soa coscienzia e licenzia de papa. Funce abunnanzia de storione. lo quale fu prepuosto de Marzigl ia e allora era senatore de Roma. dalla dimane nell'al va fi' a nona. Fu tale che lo repres e de audacia. con festa veveva no. staievano allo torno. Anco re tenne Iordano delli Orsini dello Monte. Mentre che tale solennitate se celebrava. Puoi che palesato fu che vagnato era nella conca de Constantino e che citato avea lo papa. Sedéo mi ssore Nicola e·llo vicario dello papa soli alla tavola marmorea . Puo' questo trasse fòra del la vaina la soa spada e ferìo lo aitare intorno in tre parte dello munno e disse: «Q uesto è mio. onne cavallaria. la elezzione recadeva a Romani. Questi divierzi vizii lo fecero tramazzare e c onnusserollo in perdimento per questa via. Lo maiure suono celava l o minore. la messa e soa solennitate finita fu. la vecchia. che per lo maiure suono la voce dello notaro non se intennessi. In questo pranzo fu maiure carestia de acqua che de vino. Fece una cassa con uno forame de sopre quanno in prezzo. Fornito lo pranzo. Le corna in capo avea.

Puoi e ssivano fòra de Marini e onne dìe predavano li campi de Roma. Lo tri buno. non sape vano que·sse fare. Questo fatto moi to despiacque alli descreti. toccava la porta. Ora se fao dìe . Le guardie non lo scoita vano. che ciò non sappe vetare. mutato dello sio proponimento. Fortificano Marini e renovano lo fossato intorno. Puoi li fece pranzare con esso e cavalcao per Ro ma e menaoselli dereto. Era ora de ter za. né soie c ose aveva despenzate. puorci. Lo tribuno avea deliverato de troncare la testa ad onneuno nello parlatorio pe r liberare del tutto lo puopolo de Roma. Ora vedese per Roma sciliare de g ote. Diceva che non era apparecchiato. ad alcuni per pranzare. Vengote a dicere in que muodo fu assediato lo castiello de Marini. che se levassino a penitenza e prenn essero lo cuorpo de Cristo. As pettao fi' che lo castiello fu forte guarnito. presa la ponta della nobile guarnaccia dello tribuno : «Per ti. Commannao che lo parlatorio fussi parat o de panni de seta de colori rosci e bianchi. Fra tanto Colonnesi e·lli signor i de Marini. Missore Stefano lo veterano fu renchiuso in quella sala do ve se fao lo assettamento. Allo mes saio fuoro fatte non meno de tre ferute in capo. pu oi culo stregnere. E deo a ciascheuno una bella robba forrata de varo. perché la dimane per tiempo avevano manic ate le ficora fiesche. Li sopraditti baroni abbe in sia destretta presone lo tribuno. Puoi li lassao ire in loro viaii salvi. Ciò fece in segnale de s angue. Ad uno ad uno inchinaro lo capo allo puopolo. fora più convenevole che portassi vestimenta oneste de vizuoco. iumente. là fra le vigne de Marini. Mustrano ca voco rebellare. Sonava no le tromme como se volessino iustiziare li baroni denanti allo puopolo. guarnito de saiette. Annava de là e de cà. alcuni fece profietti sopra la annona. tristi. fortificavano le loro fortellezz e. non se potiero communicare. Puoi mannao lo confessor e. non queste pompose».Marini. Puoi che li baroni fuoro lassati. missore Ranallo e missore Iordano. Puo' fece sonare la campana e adunao lo puopolo. e pacificaoli collo p uopolo. Perciò peio ne fao missore Iordano. lename e v ino. Dopo tutti missore Stefano. E io li dico questo proverbio: «Chi vole pedere. e tenneli sotto spezie de tradimento. Non se parao allo principio. a ciasche barone. Tanta fu la pascia dello tribuno. deventaro sì ielati che non potevano favellare. Fonnaose nello paternostro:"<I>Dimitte nobis debita</I>". Intanto alcuni citatini romani consideranno lo iudicio che questo voleva fare. fatigase la natica». pregava le guardie che·lli operissino. La sera era. Alla fi ne ruppero lo tribuno in soa opinione e levarolo de proponimento. alcuni duca de Toscana. sotto gu ardia. Allora missore Stefano lo veglio mosse una questione: quale era meglio ad u n rettore de puopolo. Tutti li baroni como dannati. tribuno. Rancore e paura nasco. cioène uno frate minore. dannoli ad intennere ca se voleva c onsigliare con essi. Quanno li baroni sentiero tale novella <I>una</I> co llo stormo della campana. Disse la iente: «Questo hao acceso lo fuoco e·lla fiamm a la quale non porrao spegnere». Fra tanto questo tribuno deventao iniquo. Folli mannato lo editto che comparessi. non curaro de compagn ia. Puoi scusao li ba roni e disse ca volevano essere in servizio dello puopolo. Vacone fòra de Roma alle loro fortellezze. Secretamente faco una iura. impedimentierolo con paravole dolci e losenghevile. Tutto connucevano a Marini. adorna. Curreva fi' a porta de Santo Ianni e . Puoi commannao che fussino penti missore Ranallo e missore Iordano 'nanti allo palazzo de Campituoglio como cavalieri. l'essere prodigo overo avaro? Moito fu desputato sopra ciò. sallìo nella aringhiera e fece uno bello serm one. Tutta la notte stette senza lietto. descesero ioso allo parlatorio. li populari romani moito biasimavano la malizia delli nuobili e magnificavano la bontate dello trib uno. Fece stregnere tutti li nuobili e fec eli aiognere guardie. Fra dienti menacciavano. Venuta la sera. Questo oden no Cola de Rienzi fu turbato. Puoi che lo castiello de Marini bene fu inforzato. Un'aitra voita lo trib uno li citao e commannao che venissino a Roma a pede sotto pena dello sio furore . Menano uno forte steccato de doppie lena. pecora . La maiure parte se umiliao e prese penitenza e communione. Miss ore Ranallo delli Orsini e alcuno aitro. E ciò dicenno li mostrao la ponta della guarnaccia. Alcuni de loro fece patriz ii. uno conf allone tutto de spiche de aoro. Onne perzona lagnata strilla. collo capo de sotto retrosi e·lli piedi d e sopra. Menavano vuovi. Moita iente de esso se mormorava. e fatto fu. alcuni duca d e Campagna. vettuaglia e mura. lance e uomini. Missore Stefano della Colonna non se voize confessare né communicare. Non era ac cottiante alcuno comenzare la varatta con Romani. la rebellione se scoperze. Crudele cosa fatta li fu in tutta quella notte senza pietate.

Puoi guastao l a mola. Tutta Roma iaceva là. Pe r tale crudelitate li Romani fuoro più irati. Ora te vengo a contare como Colonnesi fuoro sc onfitti in Roma. case e uo mini. lo quale fu figlio de tribuno. Valle ène sotto una selva. parlao allo puopolo e confortaolo e fra le moite paravole disse: «Sacciate ca in questa notte me ène apparzo santo Martino. Fuoro pe doni da vinti milia. cavalieri da ottociento. Apparecchiava picchioni e aitri instrumenti. matto. armenti de vestie. Deo la voita in reto lo tribuno e fao guerra con tra Marini. e <I>instanti</I> fuoro dati per terra l i muri intorno. dove se era redu tta la fantaria. L'uva era matura. Questo legato infestava tuttavia con lettere che·llo t ribuno tornassi a Roma. scaizaro la nobile selva non toccata fi' a quello tiempo. E per espugnare quella torre avea fatto fare doi castella de le name. f atto lo guasto. Marini contra Romani. guastaro tutto ciò che era intorno allo casti ello de Marini. tenne a si e stette queto. Non se schifao de ardere una nobile donna vedova veterana in una torre. Quanno fu pervenuto allo legato. ca·lli voleva alcuna cosa rascionare. Entrao la sacristia e sopra tutte le arme se vestìo la dalmatica de sta ti de imperatore. grossa e potente. Avea scale e artificii de lename. sonao soa campana a stormo. fant astico pareva. arbori. Arze la castelluzza. Granne bisbiglio per la citate era. Non pare opera da gabe. La iente la pistav a. Adunao lo puopolo tutto armato. le quale se voitavano sopra rote. e disseme:"Non dubitare. perché le lettere dello legato infrettavano. legato era de papa. Una dimane tiempori. Que ve piace de commannare?» Respuse lo legato: «Noa avemo alcune info rmazioni de nuostro signore lo papa». Allora lo tribuno adunao tutto lo puopolo armato e trasse fòra l'oste de Roma e iessìo fòra sopre lo castiello de Marini e locao sio esercito in uno luoco lo quale se dice la Maccantregola. Per forza voco tornare a Roma.prenneva uomini e femine. Li Colonnesi fecero la adunata in Pellestrina. Tagliaro vigne. soa corona in capo. Quanno lo tribuno ciò odìo. Sùbito la prese. Tutto depopularo lo sio terreno. In questi dìi sopravenne a Roma uno car dinale. lo frate. facciove asapere ca in questa notte me apparze santo Bonifazio papa e disseme che oie in questo dìe farremo vennetta delli suoi nimici colonnesi. che impacciava l'oste. Curreva de·llà una acquicella. ca·lli volevano aperi re la porta. Non prenne va civo né dormiva. Ricco ène quello vestimento. Tutta ène de menute perne lavorata. Era lo tiempo forte corocciato e p iovoso per tale via. che venissi con iente. una dimane per tiempo levao campo e annao sopra la castelluzza. Puoi trassero delli arnari pre da secunno che se potéo. La matina per tiempo deo per terra le belle palazza in pede de pon te de Santo Pietro. L'aitra dimane sequente. Moito haco conceputo contra missore Ranallo e missore Iordano. Era allora le vennegne. Con cutale veste s opra l'arme a muodo de Cesari sallìo lo palazzo dello papa con tromme sonanti e fu denanti allo legato.Lorienzo hao nome . in fronte de Santo Cieizo. Li cavalerotti de Roma scris sero lettere a Stefano della Colonna. Non li lassava fare guasto alcuno. A lla fine. Puoi mosse tutta soa oste e tornao a Roma. Onne cosa ne porta a Marini. arzero mole. poco da longa da Marini. La perverza mente de Romani f u contra Colonnesi. li quali sì laidamente vituperaro la Chiesia de Dio». E per tornare a Roma daievano dolce resposta ca volevano venire alle loro case. De questa adun anza lo tribuno forte spaventao e deventao como fussi infermo. La guerra era forte. in spazio forze da otto dìi. Terribile. Ardeva terre. pedoni quattro milia. longa dallo castiello forza un miglio. de pedoni e de cavalieri. Allora lo tribuno. Lo tribuno non pacava li solla ti como soleva. Assett ato parlao e disse: «Signori. Per anni quello castiello non fu tale né tanto. numero de settecient o cavalieri. ne passao de·llà dallo Tevere e entrao nella citate de Nepe e c urreva de·llà e de cà ardenno e predanno. Onne cosa guasta ro. Puoi ne ìo con soa cavallaria a San to Pietro. Ià voleva commattere la rocca e la torre rotonna. Quella dalmatica se viesto li imperatori quanno se incoronano. Granne apparecchio se fao in Pellestrina. iettao una voce assa i aita e disse: «Que informazioni so' queste?» Quanno lo legato odìo sì rampognosa respo sta. In quella acquicella v agnao doi cani e disse ca erano Ranallo e Iordano cani cavalieri. ca tu occiderai li nimici de Dio"». soa bacchetta in mano. Puoi disse: «Aio uno figlio . Li citatini de Roma parevano forte affanna ti della fatica e dello desciascio e dello danno. L'oste fu bella. parlao lo tribuno e disse: «Mannas tivo per noa. Missor e Ranallo. 'nanti alla sconfitta forze tre dìi. Mai no n vedesti sì belli ignegni. Moite amm asciate recipéo in quello luoco.que verrà con meco alla vattaglia contra li traditor . de notte mo ito tiempori. Moiti baroni s o' nella iura con essi.

E ditto questo. Petruccio Fraiapane fu lo connuttore. Vennero a consiglio de que devessino fare.Pavolo Bussa avea nome lo buono valestrieri . e deo lo nome"Spirito Santo cavalieri". Granne ène la confusione dello strillare. capitanio de tutta l'oste generale. Ciò fatto. partiteve. che nullo ferisse sotto pena dello pede. como ionze là denanti a tutti. lo quale era stato prepuosto de Marzilia. Iettao la chiave. Da XV baronetti de Toscana aveva con seco menati. perché Stefano era infestato da un vom aco e tremava como fronne. Denanti a sé mannao cinqueci ento some de grano per grascia. se ne vaco a porta Santo Lorienzo. Como fu ionto. e dare la voita a mano ritta. La porta ritta fu operta. diero la voita a mano ritta e senza lesione alcuna tornaro. Sonate le tromm e alla porta. Era allora l'alva dello dìe. li fu tuoito le arme a si e alli suoi compagni. Vengo per lo buono stato». Adduceva queste rascioni: «Io so' citatino d e Roma. Sapevano che lo puopolo forte irato era e corocciato. A queste paravole respuse la guardia della port a . signore de Iennazzano. Ianni sio figlio. ordinati venire fi' alla porta denanti de Roma. senza romore. Per paura de tale suonno se voleva da l'oste assentare. Voglio a casa mea tornare. e ordinao le vattaglie e fece li capitanii delle vattag lie. Ià ne erano venute doi vattaglie. Delli baroni fuoro collo puopolo Iordano del li Orsini. Lo tribuno mannao per lo profietto. quetamente. In seg no che voi non pozzate entrare ecco che ietto la chiave de fòra». solo con un fante. ceramelle e naccari.i dello puopolo e contra li periuri». Io so' venuto de nuovo qua con miei c ompagni. fece sonare trom me. Cola Orsino de Castiello Santo Agnilo. Uno van no fu 'nanti messo. Ora ne veniva la terza schiera. Quanno li baroni. le sonante tromme e aitri instrumenti. Ques ti nuobili primi feritori 'nanti ivano ad onne moititudine uno buono spazio. Lubertiello figlio dello conte Vertollo . bene viddero che entrare non potevano. sì della ped onaglia sì della cavallaria. Le guardie so' mutate. Li Romani drento dalla porta. Non co noscete quanta ira hane lo puopolo de voi che turbate lo buono stato? Non odite la campana? Pregove per Dio. moiti aitri. Era lo tiempo rencrescevile per la piovia e per lo aspero freddo. Colonnesi se muossero con granne esfu orzo da Monimento dalla mesa notte e connusserose allo munistero de Santo Lorien zo fòra le mura. anco serraco occisi e sepelliti nello Monimento». missore Iorda no de Marini. Quella fu la prima voita que arme portao. Adunarose li baroni. Malabranca cancellieri della P oscina. Anco perché Stefano della Colonna. Donne ène vero segnale che non solamente serraco sconfitti. erance la nobile iente. E fece uno parlamento lo tribun o allo puopolo. Ora torno alla vattaglia. Pietro de Agabito . Erase sforzato de co mpiacere a Romani. essenno un poco affannato. Non vogliate essere a tanto male. fatte tre schiere. Cola de Buccio de Braccia. la prima cosa. Puoi fu messo in presone esso e·llo figlio. la quale hao nome porta Tevertina. Deliveraro de partirese ad onore. Granne romore fao lo ferire d elle accette. tornare a casa con granne onor e. colle legione. La porta ène inzerrata. . In questa era la moititudine della cavallaria.e disse: «Quella guardia che chi amate qua non stao. la prima e·lla secunna. non avenno la chiave. Così fu fatto. Voi non potete entrare qua per via alcuna. ordinati da pede e da cavallo. como se conveo a profietto. Anco avea menato sio figlio Francesco. fu invitato a pranzo. nello quale disse lo tribuno: «Non ve maravigliate che io tengo in presone lo profietto. Non se voleva trovare alla rotta. Lo ar nese e·lli cavalli li fu tuoito e dati per Romani. Matteo figlio dello cancellieri. avessino recitate tutte queste cose. sonnato se aveva de vedere la soa donna vedova che piagneva e sciliavase. Li primi feritori f uoro da otto nuobili baroni. Anc o odivano sonare la campana a stormo. Portava lo confallon e della Chiesia e dello puopolo. ca esso era venuto per ferire da costa e per sconfiere lo puopolo de Roma». staienno in consiglio. Stefano della Colonna. Puoi disse: «Sapemo per le spie nostre ca ques ta iente ène venuta e posata appriesso alla citate a quattro miglia in uno luoco c he se dice Monimento. Sedenno. Lo profietto volenno o bedire venne con ciento cavalieri per essere alla vattaglia in servizio de Roman i. per forza opierzero la porta per iessire alla varatta. e cadde in una pescolla d'acqua la quale staieva de fòra per lo malo tiempo che er a. Non voglio lassare lo muodo che servao lo tribuno dello profietto 'nanti la sconfitta. a cavallo a un p alafreno ne gìo alla porta de Roma e comenzao a chiamare ad aita voce la guardia a nome. Pregava che operissi la porta. Pietro de Agabito. eranonce li prodi e bene a cavallo e tutta la fortezza. Sciarretta della Colonna e moiti aitri. fra li quali fu lo desventurato Ianni Colonna.

Ianni Colonna. iettava caici. Lo sio figlio Ianni abbe sole doi ferute nello pettignone e nello pietto. Fonneruglia de Treio fu lo primo che lo colpiao. Adorno como barone. De tiempo caliginoso fu fatto sereno e alegro. Lo amore dello figlio lo convenze. Lo destrieri lo trasportao in una grotta poco più de·llà dalla porta. Fuoro de muorti in poco de spazio da dodici. Missore Iordano le vao la fronnosa. Era caduto da cavallo. Non per t anto questo Ianni Colonna fu sequitato dalli suoi amatori. varva non avea messa. Fugìose in una vigna vicina. Perciò speronao e solo la porta entrao e vidde che lo sio figlio iaceva in mie so de moiti in terra li quali lo occidevano fra la grotta e·llo pantano della acqu a. Intanto Stefan o della Colonna in tanta moititudine la quale ordinatamente veniva denanti alla porta teneramente domannao dello sio figlio Ianni. calvo. quelli li quali fuoro senatori illustri si' ad ora nona. In prima li tuoizero soa moneta. in veduta delli passanti e de onne puopolo. Mai ve stute non se aveva arme se non allora. approssimannosi alla porta. Similemente torna o a reto tutto lo puopolo fuienno quasi per spazio de mesa valestrata. Non fu chi daiessi colpo. grasso. cadde per terra. e sì spesso che. senza leie. Fra lo naso e·lli uocchi avea una feruta e sì terribile op ertura. Calvo era e veterano. Ora vedi maraviglia! Incon tinente lo tiempo pestilenziale. Erano suoi capelli caricati de loto. en trao la porta della citate. Là iacque nudo in veduta ad onne puopolo. Anco fu più la soa desaventura. Alla supina iacevano. forte currenno non se retenne. Non aveva uno delli piedi. Non vaize lo pregare. temenno della soa perzona. morìo. Non fece para vola alcuna. Non pareva omo da guerra. anco tornao e entrao la porta se per via alcuna poteva lo sio figli o liberare. De ciò. cerca a chi dea morte. anco remase solo là com o fussi chiamato allo iudicio. a chi passava. sì de pedoni sì de cavalieri. ca conubbe che muorto era. venne d e sopra dallo torriciello una grossa macina e percosse esso nelle spalle e·llo cav allo nella groppa. Respuosto li fu: «Noi non sapem o que aia fatto. Appriesso da ess o in quella vigna iaceva un aitro barone delli signori de Bellovedere. Iace nudo. como granne paura fece allo puopolo! Allora den anti a esso deo la voita a finire tutta la cavallaria de Roma. speronao lo sio destriero. Deh. Non poteva liberam ente annare. non se retenne fi' a Marini. Da vero c he·llo stennardo dello tribuno gìo per terra. Que vaio più di cenno? Là fu denudato e. Ora iesse lo puopolo furioso senza ordine. iessìo la porta. estimao che suoi amici av essino muosso drento romore e che avessino rotta la porta per forza. Sconfitta fu onne moititudine. lo tribuno fece sonare soie tromme d e ariento e con granne gloria e triomfo recoize lo campo e pusese in capo la soa corona de ariento de fronni de oliva e tornao con tutto lo puopolo triomfante a Santa Maria dell'Arucielo e là rassenao la verga dello acciaro e·lla corona della o . supino. muorto. Tornava in reto tristo. A pena se poteva conoscere. Ora lo sequitano le lance lanciate de·llà e de cà. Scontraro li iovini Pietro de Agabito della Colonna che dereto fu prepuosto de Marzilia. Questo cons iderato Ianni Colonna sùbito se imbraccia lo pavesotto con una lancia alla cossa. Moite ferute avea. Lo cavallo. Nello iessire che faceva della porta. puoi li tuoizero la vita. La soa fama sonava per onne terra de vertute e de gloria. datoli tre ferute. Non se voitavano capo dereto. Allora Romani presero vigore intennenno che esso era solo. Aba ttuti fuoro li nimici e iacquero muorti in terra. perché la terra era scivolente. non potennose mantenere a cavallo. Veo lo puopolo senza rascione e sì·llo occide in fronte della porta. in uno monteruozzo canto allo muro della citate drento dalla porta. se comenzao a reschiarare. Lo tribuno sbaottito staieva colli uoc chi aizati a cielo. Pregava per Dio che perdonassino. considerao lo non ordinato aperire. Aitra paravola non disse se non questa: «Ahi Dio.la manca remase enzerrata. Non se approssimao. lassano l'arme de·llà e de cà senza ordine con granne p aura. che pareva lo guado delle gote dello lopo. domannava allo puopolo mise ricordia e adiurava per Dio che soie armature no·lli dispogliassino. conoscenno sia desaventura. Lo sole dai eva lucienti raii. Stette in quel la vigna nudo. Allora sospettao Stefano che avessi entrata la por ta. dove sia ito». feru to nello pietto de lancia. feruto. tornao a reto. haime tu tra duto?» Puoi che·lla vittoria fu per lo puopolo. In quella grotta fu scavalcato da cavallo e. in mieso alla str ada. Tutta l'aitra moititud ine. Iovine era de bona industria. dallo lato manco entranno la porta. Intenneva a campare l a perzona. considerao lo romore drento. turvato. in quello luoco dove stao la maine nello parete. fu smarrito. puoi lo desarmaro. La mente razio nale lo abannonao. muorto. lo quale chierico fu.

Puoi voize commattere Spoleti e no·ll o potéo avere. non soco degni de essere sepelliti». Puoi deo la voita in Campagna a Montecasino. la opinione mea non è che tu dei posa né a ti né alli tuoi cavalieri. era ora tarda. Passemone a Roma. lo megliore che mai fusse nello munno: Aniballo de Cartaine abbe nome. Scrive lo faconno recitatore Tito Livio che de Africa se mosse uno capitanio. ca soco periuri. ma non sai usare la vettor ia». li quali appellava"sacra milizia". Lo tribuno le fece cacciare e non voize c he·lli fussi fatto onore né esequio e disse: «Se me faco poco de ira quelle tre corpor a maladette. Aniballo vitto rioso staieva forte alegro. che mai non levava capo. canto Pav ia. Sonanno le tromme. E trasse la spada e sì·lla forviva colle vesti menta soie e disse: «Aio mozzato recchia da tale capo che non lo potéo tagliare papa o imperatore». Fec ese 'nanti Maharbal e disse queste paravole: «Aniballo. Fo nce guadagnata robba infinita. Respuse Maharbal e disse : «Aniballo. Dunque lo posare non fao per ti. tu sai con tuoi ignegni vencere. per li populari fu capitanio Terenzio Varro. Moriero nce tribuni e bona iente assai. cavalli e arme. E là sconfisse lo puopolo de Roma. non li dare posa. lo quale l'anno passato era stato consolo. e disseli: «Vogliove dare la paca doppi a. Emilio Pavolo. Morieronce quarantaquattro migliara de pedoni. Qui voglio un poco delongare dalla materia. Allora queste tre corpora fuoro secretamente de notte portate nella chiesia de Santo Silviestro dello Capo e là senza ululato fuor o sepellite dalle monache. facciole iettare nello catafosso delli appesi. sc onfisse doi osti. Ora allo preposito. Po' questo parlao allo puopolo in parlatorio e disse ca vol eva convertere la spada nella guaina. Li capitanii fuoro doi: per li nuob ili fu capitanio Emilio Pavolo. Muovi tuoi cavalieri e toie masnate. Staieva fra questi principi uno prodissimo omo. Fatta cotale sconfitta. prenneva lo castiello de Marini e desert ava in tutto missore Iordano. alli qu ali decadeva». Roma fu terribilemente vedovata. Puoi passao l'Alpi de cà in Pedemonti e venne in Lommardia.liva alla Vergine Maria. nella cappella de Colonnesi. Menao seco un sio figlio Lorienzo. c a liberao Romani da servitute e retrasse lo imperio de mano de Africani. Rom a trovaremo desfornita colle porte aperte. ma la notte h ao consiglio. Vengate con meco». A queste paravole Anibal lo respuse e disse: «Maharbal. avessi cavalcato a Marini. calava lo sole. Dunque dice Tito Livio: «Quella demoranza fu salutifera allo puopolo de Roma. Puoi ne venne in Toscana e là. Vòi tu sapere que hai guadagnato oie in ques ta sconfitta? De qui a cinque dìi tu vincitore manicarai e farrai festa in Campitu oglio se senza demoranza esequisci la toa fortuna. Dieci milia fuoro li presonieri. aoro e ariento. Nello . Po' li tre ann i fuoro mutati li capitanii. e·llo puopolo de Roma fora remaso in libertate senza tribulazione. Aniballo. Lo sapere e·lla industria de Aniballo fu tanta che levao questi doi capitanii dalli p iedi loro e connusseli con onne loro potenzia de cavalieri e de pedoni fi' in Pu glia ad uno fiume lo quale se dice Volturno. Morìoce Servilio. Li principi dell'oste soa li fecero intorno rota e f acevanolli festa e alegrezza dello triomfo che avea in tale dìe. cioè sopra le corpora de Stefano. Ianni e Pietro de Agabito. lo quale avea nome Maharbal. e là sconfisse Sempronio consolo de Roma ad uno fiume che se dice Tesino. Vengote a dicere como lo tribuno cadde d alla soa signoria. Puoi li domannaro de grazia che quella notte e·llo dìe sequente daiessi posa a si e alla soa cavallar ia. Serrai signore a queto. La dimane po' la sconfitta fuoro chiamati tutti li cavalieri romani. Vennero le contesse con moiti tudine de donne scapigliate per ululare de sopra li muorti. Fabio fu casso. Questo era duca e connucitore della cavallaria. Denanti a quella venerabile maine appese la bacchetta e·l la corona in casa delli frati minori. Li freni e·lle cope rte delli cavalli de Romani erano tutte de aoro lavorate. Questo Aniballo rupp e la pace a Romani e desfece la citate de Sagonza in Spagna a despietto e onta d ello senato de Roma. Quelle tre corpora fuoro portate in Santa Maria delli frati. Da puoi mai non portao bastone né corona né co nfallone sopra capo. Meglio è che Ro mani dicano:"Aniballo è venuto" che:"Aniballo deo venire"». Fuoronce muorti otta nta senatori. copie rti de palii de aoro. io moito laodo la toa bona voluntate. allo laco de Peroscia. Là morìo uno delli imperatori. Non sapeva alcuno que volessi fare. e là li venne alla front iera Fabio lo saputo con granne oste e tennelo ad abaio anni tre. gìo a q uello luoco dove fu fatta la sconfitta. M orieronce otto milia e ottociento cavalieri. Vogliomene alquanto penzare e consigliare». sconfisse lo esercito de Roma e tagliao la testa a Fiaminio consolo. se Cola de Rienzi tribuno avessi sequitata la s oa vittoria. perché erano lassi e stanchi.

consideranno la campana de Santo Agnilo Pescivenno lo sonare. como promesso aveva. tornao a Campituoglio e disse: «Iate la via vostra. Anco penzero Cecco Man cino. Pi agneva e·llo miserabile puopolo. La iente ne sparlava e diceva ca soa arroganzia era non poca. lo maledisse e iudicaolo per eretico. la quale cosa non era. Sbaottito e annullato lo sio core. sospirava forte tutto raffredato. Lo tribuno sùbito mannao per defesa una banniera da cavallo là a quella sbarr a. perché non era sano della perzona. La m oglie se partìo in abito de frate minore dello palazzo dell'Alli. Puoi Cola de Rie . Uno Iudio la sonava. Esso fu lo capo della rottura drento de Roma. commattenno cadde muorto. Onne dìe nasceva uno romore. De tale lettere messive che fuoro trovate no·llo créseri. e non tanti tanti ivano a corte per la rascione como solevano. Opera commune ène quella che avemo fatta. Da puoi mai non voizero arme portare. piagnevano anco li aitri che con esso staievano. lo quale rennéo la rocca de Civitavecchia. Lo legato cardinale . fece scavalca re lo figlio e asperzeli sopra l'acqua dello sangue de Stefano in quella pescoll a e disse: «Serrai cavalieri della vittoria». piagnenno e sospiranno fece uno sermone allo puopolo lo quale là se trovao e disse ca esso avea bene riesso e per la invidia la iente non se contentava de esso. perché nullo se palesao rebello. voleva pecunia per sollati. Estimava che in mieso la citate li fussino puosti li ag uaiti. renchiuso. Non ce traieva alcuno a rompere questa s barra. Ià comenzao a tollere delle abadie. Sì spesso non faceva parlamento per la pau ra che avea dello furore dello puopolo. Ionto. Questo paladino demorava in Roma. Allor a comenzao terribilemente deventare iniquo e lassare le vestimenta della onestat e. accompagnato da armati <I>triumphal iter descendit</I> e gìo a Castiello Santo Agnilo. ma stettero dìi tre 'nanti che volessino tornare a Roma per la paura. Que vaio più dicenno? Con ciò sia cosa che non fussi omo de tanta virtute che volessi morire in servizio dello puopolo. perché soie grannie e boga nze non potevano patere li regali de Napoli. anco st ordienti. Lo puopolo male se contentava. feru to de lancia. Non era chi se leva ssi contra lo puopolo. Era lo tiempo dello autunno. non avea virtute per uno piccolo guarzone. Allora li puopoli lo comenzaro ad abannonare e·lli baroni . Se crese essere occiso. A pena poteva favellare. meglio dormiva. Avemo tutti sire romani.luoco dove fu muorto Stefano remase una pescolla de acqua. Lo cardinale legato entrao in Roma e procedeva contra esso e dannao la maiure parte delli suoi fatti e disse ca era eretico. Là stette celato. Maravigliatisi tutti li aitri. paladino de Aitamura . <I>Cum familia sua degebat Rome</I> . Allora impuse l a data dello sale. Questo ditto forte turbao l'animo delli cav alieri. conte de Minorvino. e prenneva e derobava la iente. Li baroni sapevano cota le caduta. E prese colore e carne e meglio manicava . Quanno lo tribuno sappe che Scarpetta era muorto e che·llo puopolo n on traieva allo sio stormare. Allora lo tribuno comenzao ad acqu istare odio. Nientedemeno missore Iordano de M arini non cessava de infestare onne dìe. La cammora soa fu trovata piena de moiti ornament i. Ià mustrava de volere tiranniare p er forza. demoraro con paura. A chi l'aveva imponevali silenzio. non sapeva que se facessi . ma solo era raffredato. sallìo a cavallo e sonan no tromme de ariento. La sbarra fu iettata sotto l'arco de Salvatore in Pesoli. Uno conestavile. t enne in staio lo figlio. Li massari delle terre non portavan o lo grano a Roma. A noi e a voi spettao pugnare per la patria». Allora lassao lo profietto. De presur e se mormorava. là dopo le vennegne. Missore lo conte paladino in quello tiempo fece iettare una sbarra in Colonna. sio notaro e cancellieri. Penzero Conte sio nepote. lo quale avea nome Scarpetta. Una notte e uno dìe sonao a stormo la campana de Santo Ag nilo Pescivennolo. dello quale de sopra ditto ène. Vestiva panni como fussi uno asiano tiranno. Li senatori fatti po' lo tribuno riessero d ebilemente e penzero lo tribuno collo capo de sotto e colli piedi de sopra a muo do de cavalieri nello muro dello palazzo de Campituoglio. Questo fatto. Quanno lo tribun o scenneva de soa grannezza. cioène con Luca Saviello. Puoi compu se colli signori. Lo grano era car o. e davali in tutto favore. Missore Iordano predava. Queste paravole piagnenno quanno abbe ditte. commannao che·lli conestavili da cavallo ferissino lo figlio piattoni co lle spade là dallo lommo. con insegne imperiale. Sciarretta della Colonna. piagneva. P uoi che tornaro. Ià prenneva chi pecunia aveva e tollev ala. «Ora nello settimo mese descenno de mio dominio». Questo tolleva la pecunia a chi l'av eva. Era in quello tiempo in Roma uno c onte cacciato dallo regno: aveva nome missore Ianni Pepino. Allora le strade fuoro chiuse. valeva lo ruio sette livre de provesini.

. XIX</B> [<I>Della morte de Antreasso re de Puglia. Delle mano de regali campare non potevi. La lettera diceva così: «Missore Ianni P ipino cavalieri. 'Nanti che fussi appeso moito se reparava con sio f avellare.. Lo paladino.</I> ] [. Ecco li fatti primi de Cola de Rienzi.] <B>Cap. Se dato è per lo mio male fare che io mora. La resposta delli regali fu questa: «Per le toie stomacarie lo re Ruberto te i mpresonao in perpetuo carcere. Lo re Antrea te liberao.] <B>Cap. como se toccarao nello capitolo de soa tornata in Italia.. Moneta faiza fatta non aio.. lo quale ruppe Roma e·llo buono stato. lo quale fu decollato.] <B>Cap.</I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCCL quanno papa Chimento concedéo alli Romani la un iversale induglienzia de pena e de colpa per uno anno. derobavi. tagliateme la te sta». fonne amaramente muorto. In capo li fu posta una mitra de carta a muodo de corona. la cita te regale. Puoi ne gìo allo papa in Avignone e là sappe sì fare che fu revocato sio pr ociesso e fu fatto senatore de Roma per lo papa. XXI</B> [<I>Della crudele mortalitate per tutto lo munno e delle scale de Santa Maria de l'Arucielo.. como hao meritato». <B>Cap. Tu li tollesti lo sio buono stato.] <B>Cap.nzi nascosamente ne gìo in Boemia allo imperatore Carlo e stette in Praga. de Aitamura paladino. lo quale se fece chiamare tribuno augusto.XXII</B> [<I>Dello terratriemulo lo quale fu in Italia.. lo quale fu appeso. Dunqua in quello anno sen . e como fu comenzata a fare de tal morte iustizia. XXIII</B> <I>Dello quinquagesimo iubileo in Roma e della tornata la quale fece lo re de Ongaria in Roma e in Puglia. Tornasti in grazia delli regali. Dunqua degna cosa ène che toa vita fine aia laida e vituperosa. conte de Minorbino. né dego portare mitra. la quale avea nome Aitamura.</I> ] [. <I>digno Dei iudicio</I> finao male e vitu perosamente morìo. diceva: «Non so' de lenaio de essere appeso.</I> ] [. in una soa terra donne era paladino. signore de Vari. libe ratore dello puopolo de Roma». Re de Puglia te facevi. Puo' fatto questo anni otto. fu appeso per la canna in Puglia. predavi. Puoi fu occiso per lo puopolo e fattone granne iudicio. como se dicerao. e venne a Roma e fece cose memo rabile e granne. Sola Roma te recipéo e sì te salvao.. Puoi te facesti c apo de granne compagnia. XX</B> [<I>Della venuta dello re de Ongaria in Italia e della morte dello duca de Durazzo.</I> ] [.. Arcieri e robatori in toie terre allocavi. Tutto lo rea me consumavi.

Questo cardinale legato. panziere. cassaone e impresonaone. chi lo capo. Le prete fioc cavano. A suono de tromme de ariento veniva in chiesia e tornava in palazzo. Lo cardi nale abbe granne feltrenga. Questo legato voize fare la cerca quinnici dìi e guadagnare la anima como l'aitri. De tale vidanna stordìo lo cardinale. Questo legato fec e preclare cose. se questo non faceva. prienni». Sopre tutto vedeva. clinora de acciaro. ca erano li gruossi cavalli delli conestavili li quali aveva spar zi per le citate. A questa induglienzia fu lo cardinale de Bologna su lo mare. Questo voize revisitare lo tesauro de Santo Pietro. tiranno de Lommardia. lo quale teneva colli muli per la salmaria. Ma ved i que l'incontrao. e donao uno a Santo Ianni e [un] aitro a Santa Maria M aiure. la terza. la secunna. menati a mano. l'aitro lo percosse su nello capiello e sì se ficcao drento. cardinale legato in Roma per lo papa per correiere lo puopolo e per ministerio delli pellegrini. fu ionto in Roma. de sùbito iessìo de una casella per la finestrella della Incarcerata da lato a Santo Lorienzo doi verruti. ivano denanti allo arcivesco vo. Haco li Romani s omma povertate e granne regoglio». muosso de Avignone. que pomp a. li succurze. Mos sese da Santo Pietro e ivase a Santo Pavolo. favellao e disse: «Arcivescovo. la quarta voglio tacere. A questo romore traie la iente con vastoni e st anche. Roma non àbbera potut o reiere tanto. Mentre che passao per la strada che vao dalli Armeni a Santo Spirito. pavesi. Chi lo mira. Lo romore era terribile. Non sapeva per che cascion e questo fussi. Stenneva la mano e faceva semmiante che cessass ino de tale furore. Lì concedeva la remissione delli quinnici in uno dìe p er la tanta iente che era in Roma. Grid avano come se fao allo Patarino. La porta serrata era. chi li tocca lo pelo. Ben pare che per forza vog liano tollere la fortezza. Staieva là un famiglio dello legato. Alle represe aionze le menacce. Granne cosa fao intorno all o palazzo la iente vana. ca. Curri de·llà. Allo palazzo se fao lo granne commattere. fu moit o pomposo. Missore Ianni Visconte a rcivescovo de Milana. ma ène ca voglio che saccia lo patre santo ca esso hao sotto de si uno chieric hetto lo quale pò qualche cosa». ca esso fu de Campagna. li quali fuoro valestrati per occidere lo legato. valestre. che esso fu guercio. lanciate como acqua ventosa. rompo lo s teccato e tiengo dereto allo famigliaccio. de principi e cose. La iente non voize più odire. cavalcava uno dìe lo legato per fare la cerca. non fora iusto arciprete. granne è l o romore. Iettavano prete su allo palazzo. descenneva in Lommardia. pieno de vanagloria. Facoli rosta int orno. A questo arcivescovo non era possibile de avere que sti destrieri. La iente trasse uno dìe a questo camiello per vederlo nello renchiostro a pede dello palazzo. e fonce missore Ani ballo de Ceccano. Dalla piazza de Santo Pietro traio quelli de Puortica armati de tutte arm e. venne a descordia con Romani per questa via.za impedimento alcuno venne a Roma tutta la Cristianitate. rep renneva la iente. commannatore de Santo Spirit o. Fece cavalieri. Se fisse la traccia della famiglia. posao nello palazzo dello papa e comenzao a provedere dello stato de Roma e delli pell egrini. questa non ène pom pa. Questo diceva messa pontificalemente con tutte cerimonie como pa pa. Alla fine frate Ianni de Lucca. àbberase preso de stare in Avignone. legato de Lommardia. curri de cà per trovare chi av . Onne omo torna a casa. Ditta messa. Quanno lo legato vidde questo. que vanagloria è questa?» Respuse lo arcivescovo e disse: «Legato. scritta che abbe soa famiglia. scudi. Granne ène lo cifolare. Davase delle mano per lo visaio e diceva: «Questo que vole dicere? Que aio io fatto? Per que tanto detoperio me se fao? Vedi como date cascione vo i Romani che·llo patre santo venga a Roma! In questa terra lo papa non fora signor e. Esso ficcao in Santo Pietro quelli doi belli panni li quali sta co dallo lato dello coro. Non me cresi venire a badaluccare. Onne perzona fece partire fòra d ello steccato. Aizava e abassava lo termine delli dìi. ionto in Roma. Questo dava assoluzio ni e penitenzie de province e de citate. Staieva su alli balconi de sopre. verruti e lance. stordìo. Parzeli male de tanta licenzia. L'uno no·llo toccao e ne gìo in aria vano. E·llo cavalcano. Quanno lo legato sentìo ciò. Cin que destrieri copierti de scarlatto. Lo romore ène granne: «Prienni. Avea un sio camiello. li iessìo innanti per farli onore. in quello luoco che stao in mieso fra Santo L orienzo delli Pesci e Santo Agnilo delle Scale. curze e sì racquetao li irrazionabili citatini. Prenne prete a piena mano. missore Aniballo. deo dignitati e officia. maravigliaose e abbe paura. Questo missore Aniballo abbe in sé quattro proprietati non laudabili: la p rima. Puoi che lo legato. chi li bennardi. Ora lo voco fare annare. Questo punìo penitenz ieri. Questo cardinale.

Camina in soa legazione. scrisse lettere in corte allo san to patre. De notte passao de questa vita. Lo primo luoco che trov ao fu la villa de Santo Iuorio. lassate le valestra. Venne a un castiello non moito da longa. ca li votti tutti erano venenati per la Gran Compa gnia che curreva lo paiese. crudo. Quello more. Questo non è verisimile. Lo cardinale. che tutto lo arnese li fu levato dalli baroni della contrata. Voize la usanza servare. toizeli acqua e fuoco. Empiuto che àbbero de latte uno granne catino de ariento. Passaone a Montecasino e venne a Santo Iermano. Gìo denanti a missore Aniba llo. levao la fronnosa. Era delli buoni vevitori che avessi la Chiesia de Dio. bebbe e bene. Tutta la famiglia morìo. Non saccio de chi vennet ta fare». Trovaose a Roma a queste cose lo cardinale de Santo Gri sogano. La notte fatta. cena. Sùbito tutta la fami glia infermao. Po·lle vidanne per refiescare d e consiglio de doi suoi presienti miedici. mastro Guido da Prato e mastro Matteo da Vitervo. ven uto lo latte. Maidisse e scommunicao Cola de Rienzi e chi avea frode. mai non disse chi fuoro quelli valestrieri. uno delli doi. quanta pena devea avere. Non tr ovava posa. Lo sequente dìe mossese d a Santo Iermano. perché aveva sete. e de quelli per refiescare manicao. Fra le aitre cose li fuoro presentati moiti buoni vini in fiaschi. De questi divierzi vini lo cardinale. Doi valestre trovate fuoro. La casetta gìo per terra pianata. <I>Iustus pro peccatore</I> lo preite fu preso e messo allo tormento. E privao li colpevoli delli officii e beneficii e dignitate. In quello castiello posao. comenza a manicare. omo de Francia. lo fervente callo. Como usanza ène. Curzero nella casetta donne erano venuti li ver ruti. lo quale iva in desperzione. Così fu desperduta. Questo dicenno non pò soa ira temperare. c'a cavallo non poteva più ire. non fuoro conosciuti. ché omo non ne cam . E drento della lettera mise lo verruto. Moita tristizia abbe la soa com pagnia. mai non fu potuto sapere chi fussino quelli. infusi nello aceto. acciò che lo papa ne avessi compassione. Civo corruttivile. Crepava de dolore. fece piccola iornata. questo more. de commanna mento delli miedici ditti. Avea la casetta l'uscio dereto. alla cena. Omo de Campagna voize vedere la unive rza soa famiglia. In nullo aitro puse la colpa. Là posao. Puoi per satisfazione deo una terribile sentenzia e maidizzione contra chi avea peccato contra esso. morìo. dove recitao sio infortunio. Puoi me haco valestrato. La dimane se levao sv ogliato per lo poco spazio de tiempo che avea cavalcato. vennesi alla cena. Estimao e abbe ferma opinio ne che Cola de Rienzi tribuno fussi stato quello. puoi la edificassi de nuovo». Allora se torna a casa lo legato. la secunna. e annullao onne sio fatto e deoli onne maidizzione che potéo. po' lo latte venne ro cetruoli. callo per lo cavalcare. Granne ora po' lo pasto. Non ce lassao a fare cobelle per confonnere suoi nimici. Era dello mese de lu glio. gìo a posare. Posato non magnao la sera. Stao lieto e de bona aira. Con venne ca de la famiglia isse fi' allo campo alle precoia e là mognessi le pecora. Pazzo fora chi volessi venena re sio vino. Grann e ora passata aspettao. Pres ene pieno ventre. Ciò ditto. per doi ca scioni: la prima. Meglio me fora essere in Avignone piccolo pievano che in Roma granne prelato. sopra lo latte se pone con suo cucchiaro. granne barone. mentre questo latte se pone e ène monto. Spontaneo se parte de Roma lo legato. Staieva infiammato. Omo pomposo che cercava g loria vedeva che non era reputato. Voglio dicere como lo legato morìo. como se dicerao. Allora. una postica. n on dormìo. como le pecorella abannonate dallo pastore. Oitra per Campagna visitao Ceccano. Da quello tiempo innanti semp re portao lo legato sotto lo capiello una cervelliera de fierro e aduosso bone c orazzine sotto la cappa. appellannolo patarino e fantastico. Là posao. soleva manicare latte fiesco pecorino. la soa contrata. Vatteva le mano e diceva: «Dove so' io venuto? A Roma deserta. como era valestrato e voluto occidere. Hacome co mmattuto a casa nello palazzo. granne prelato. che·llo nepote dello cardinale. Per consolarelo queste paravole disse: «Chi volessi rettificare Roma convénnera che tutta la guastassi. Per quella postica li valestr ieri. A questo missore Aniballo de commannamento dello papa l i convenne assentare fòra de Roma e gire a Napoli a provedere sopra la desolazione dello regno de Puglia. Fece granne scutrinio delli malef attori. Dice omo c a questi vini fuoro venenati.ea voluto occidere lo cardinale. li presienti li currevano da onne part e. Nella casetta non fu trovata perzona a lcuna. Fu allora alla tavola in sala. Lo civo li stava nello stomaco. Misticarose colla moita iente foita per la perdonanza. Omo decretalista sapeva qua nto granne era lo errore. indigesto. Non trovao posa alcuna. como era commattuto. se erano partuti.

specialemente li cavalli dello senatore. li onori. XXV</B> [<I>Como le campane de Santo Pietro de Roma arzero e como perdìo lo papa la signoria dello senato e como papa Chimento morìo. legato cardinale. Descenneva per li gradi per montare a cavallo. La cascione de ta nta severitate fu ca questi doi senatori vivevano como tiranni. Non fu allocato. po' esso li nepoti e tutta la famiglia. Iettano prete all o palazzo. Più prete e sassi li fioccano de sopra como fr onni che cascano delli arbori lo autunno. <B>Cap. onne pe rzona torna a casa. renchiuso in soa tomma. XXIIII</B> [<I>Como Peroscini assediaro Bettona e desficcaro la terra da fonnamenti e tagli aro la testa a missore Crispolto traditore. supino. <I>Non remansit canis mingens ad parietem</I>.] <B>Cap. fu creato papa Innocenzio. puopolo!» Alla quale voce Romani curro de·llà e de cà como demonia. La vacuitate dello ventre fu empita de cera munna. Messo in una cassa sopra de un mulo como fussi una soma. preite seculare. . Là fu iettato. iettanno sassi sopra lo capo como a santo Stefano. Omo pomposo. e così imboccato remase. Allora lo puopolo senza misericordia e leie in quello luoco li compìo li dìi. chi a Vitervo. le granne casamenta.pao. anco fu ietta to sì che cadde in bocconi.</I> ] [. l'aitro nepote. i ace solo in abito de povertate. Muorto che fu.. Non fece motto alcuno. metto a roba. lassato. Armaose de tutte arme. la Marca de Ancona e Romagna. allapidannolo co mo cane. né soie ricchezze vaizero che uno vile omo se faticassi a destennere quello cuorpo <I>secundum debitam fig uram</I>. Grasso era drento como fussi vitiello lattante. senza ululato. nello iubileo. le onorabile compagnie. Venuto in Sant o Pietro senza compagnia. deformis pil eo per posticam palatii obvoluta facie transivit ad domum</I>. aito prelato ch e desiderava la moneta. chi a Roma. Lo cuorpo fu inonto de aloè e vestuto in abito de frate menore. Missore Ianni.. que ène lo onore. Lo cuorpo dello legato fu opierto. anno <I>Domini</I> MCCCL. de quaraiesima. Ecco la novitate: lo legato dello papa morìo in viaio nella villa de Santo Iuorio. speroni in pede como baro ne. Lo strillare e·llo furore se co nverte nello desventurato senatore. Considera dunqua que ène la vita umana. chi li promette. Como papa Innocenzio fu creato. L evaose una voce subitamente per mercato in Roma: «Puopolo.. non li vastava coperirese de sotto soie arme. Curreva anno <I>Domini</I> MCCCLIII.</I> Muorto papa Chimento. senza chierico fu operta semplicemente la soa sepoitura della soa cappella. Ià erano infamati. Là lo conte passao de questa vita scommunicato. Dio li mustrao granne vennetta de quelli che·lli avevano tuoito lo sena to. Stordito lo senatore per li moiti colpi. Pu ro abbe potestate de ire in pede allo palazzo dove stao la maine de santa Maria. elmo relucente in testa. lo quale fu ditto cardinale de Chiaramonte. Chi li dao. accesi de pessimo furore. penzao dello campare e de salvarese alla casa. de sabato de frebaro. <I>qua venerat via Romam rediit</I>. per recuperare lo Patrim onio. XXVI</B> <I>Como lo senatore fu allapidato da Romani e delli magnifichi fatti li quali fe ce missore Egidio Conchese de Spagna. Chi morìo per le terre de Campagna. que ène la gloria dello munno. Là da priesso per lo moito fioccare de prete la virtute li venne meno.</I> ] [. <I>Senator collega turpiter per funem demissus.] <B>Cap. Quanno lo cont e Bertollo delli Orsini sentìo lo romore. dello abito de santo Pietro. morìo in Santo Spirito de Roma..

ché grano mannavano per mare fòra de Roma. Era lo grano carissimo. La canaglia non
comportava la fame e·llo deiuno. Non sao temere lo puopolo affamato. Non aspetta c
he dichi: «Fa' questo». Questa connizione hao la carestia, che moiti potienti hao pe
rterrata. Anco pòtera essere la cascione che Dio non consente che·lle cose della Chi
esia siano violate. De ciò favellava Valerio Massimo. Dao lo esempio de Dionisio t
iranno de Cecilia, lo quale tagliava li capelli e·lle varve de auro le quale aveva
no li suoi diei, e diceva ca·lli diei non deveano avere similitudine de becchi var
vati. De questa onta la quale fece a suoi diei fu punito, ca in soa vita visse c
on paura e po' la morte soa sio figlio venne in tanta miseria, che viveva de ins
egnare li guarzoni lo alfabeto. Forza più non sapeva. Vedi maraviglia! Saputa che
fu la morte dello senatore lapidato, la carestia de sùbito cessao per lo paiese in
torno e fu convenevole derrata de grano. Questo papa Innocenzio la prima cosa ch
e se puse in core fu che·lli tiranni restituissero l'altruio, li bieni della Chies
ia li quali avevano usurpati e sforzati. A ciò esequire mannao sio legato in Itali
a missore Egidio Conchese de Spagna, cardinale. Questo don Gilio quanto fussi su
fficiente guerrieri l'opere soie lo demustravano. Esso fu in prima cavalieri a s
peroni d'aoro. Puoi fu arcidiacono de Conche. E fu de tanta industria, che fu fa
tto confallonieri dello re de Castelle. Esso perzonalemente se trovao alla rotta
de Taliffa in Spagna, como de sopra ditto ène. Desceso lo legato don Gilio in lo
Patrimonio, venne a Montefiascone. Aitro non trovao se non Montefiascone. Acquap
ennente, Bolsena, tutte le aitre terre teneva occupate Ianni de Vico, profietto
de Vitervo. Anco teneva Terani, Amelia, Nargne, Orvieto, Vitervo, Marta, Canino.
Era magno. Bussava per corrompere Peroscia. Lo legato, trovanno sì poche terre, f
orte li parze. Nientedemeno voize parlamentare collo profietto. Mannao per esso
e fuoro insiemmora. Avea lo profietto in sé una mala natura, che ciò che omo li adim
annava de sùbito li ammetteva e diceva. «Fatto serrà. Ben ce piace». Alla fine non serva
va le promesse. Quanto più te prometteva, peio tenevi. Per la moita usanza questa
connizione servao allo legato. Non se ne sappe astenere. Como fuoro insiemmori,
lo legato disse: «Profietto, que vòi tu?» Lo profietto disse: «Ciò che piace a ti». Lo legat
o disse: «Voglio che rienni alla Chiesia lo sio e tienghiti lo tio». Lo profietto di
sse: «Vogliolo fare volentieri. So' contento». E in ciò puse lo sio seiello in la cart
a colli capitoli scritti. Deo la voita in reto a Vitervo. Delle promesse niente
servava. Diceva: «Io non ne voglio fare cobelle». Aiogneva: «Lo legato hao cinquanta p
rieiti fra compagni e cappellani. Li miei regazzi bastano a contrastare alli pri
eiti suoi». Questa paravola non se potéo celare, che non pervenisse alle recchie del
lo legato. A ciò respuse lo legato e disse: «Bene se vederao che miei prieiti serrac
o più valorosi che·llo profietto con suoi regazzi». Puoi che lo legato conubbe l'animo
dello profietto indurato, vidde la perverza mente ostinata, crociata non li ban
nìo sopra (no·lli pareva da tanto), ma abbe lo aiutorio della lega de Toscana, de Pe
roscia, de Fiorenza e Siena. Fece granne oste, in la quale fu esso perzonalmente
. In quella oste fu Cola de Rienzi cavalieri, lo quale veniva assoluto de Avigno
ne dallo papa, como s'è ditto. Poco curò lo profietto de oste de sollati. Allora ies
sìo fòra lo puopolo de Roma. Ianni conte de Vallemontone fu lo capitanio. Comenzao a
fare lo guasto. Uno terzieri de Vitervo guastaro, vigne, oliveta e arbori. Onne
cosa metto in ruvina. La iente sparlava dello profietto. Ranieri de Bussa lo mo
lestava. Lo profietto, como tiranno dubitanno de suoi citatini, viddese male par
ato. <I>Deliberato consilio saniori</I>, mise lo capo in vraccio e in gremmio de
lla Chiesia rennenno lo altruio. Rennéo Vitervo, Orvieto, Marta e Canino. Remasero
lli soie castella nettamente. Remaseli anco Corneto, Civitavecchia e Respampano.
Po' non moito tiempo Iordano delli Orsini li tolle Corneto in mieso dìe. Lamentao
se lo profietto allo legato e disse ca era ingannato, perché era cacciato de Viter
vo. Respuse lo legato e disse: «Profietto, tu non pati tuorto». Mustraoli la cetola
colli patti seiellata. La cetola diceva: «Io voglio restituire lo altruio e tenere
lo mio proprio». Ciò odito, lo profietto stette queto. In questo Vitervo lo legato
fonnao uno bellissimo castiello casato, fornito con moiti torri, palazza e casam
enta per fermamento e fortezza della Chiesia de Roma. Lo quale castiello stao e
cresce fi' alli nuostri dìi. Iace alla porta che vao a Montefiascone. Acqua suffic
iente e fosse piene d'acqua stao intorno. Espedita la opera dello Patrimonio, lo
legato alquanto demorao in Orvieto. Reconciliao Orvieto e·llo paiese, lo quale mo
ito era corrotto. Puoi abbe Nargne, puoi Amelia. Puoi ne vao a maiure cose fare,

ad espedire li fatti della Marca, ad abassare l'arroganzia delli Malatesta. Era
missore Malatesta uno delli più savii guerrieri de Romagna. Tiranno potente moite
citate e castella signoriava. La maiure parte della Marca de Ancona teneva sì per
amore sì per forza. Aveva sio frate, missore Galeotto. Sempre questo mannava alle
frontaglie. Teneva Ancona, la nobile citate. Como missore Galeotto sentìo lo lega
to approssimare nella contrata, granne moititudine, più de tre milia cavalieri, ad
unao. Iessìo fòra de Ancona. Venne a Racanati incontra allo legato. Era con missore
Galeotto Gentile da Mogliano da Fermo con moiti aitri caporali della Marca. Mann
ao allora dicenno allo legato che soa venuta non era utile, non poteva colli Mal
atesti balanciare o guadagnare. Lo legato a queste paravole respuse, scrisse in
una carta sole queste paravole: «Da buoni guerrieri buoni pattieri, da buoni patti
eri buoni guerrieri». Respuse missore Galeotto: «Di' allo legato: tanta iente non pe
ricoli. Io voglio commattere collo legato in campo a solo a solo». Lo legato respu
se: «Va' di': eccome proprio nello campo. Là la voglio proprio con esso, perzona a p
erzona. Non se parta». Respuse missore Galeotto: «Va' di' a monsignore lo legato ca
io non la voglio da perzona a perzona con esso, ca, se io lo vencessi, ià io pèrdera
; ché lui ène omo veterano, prelato, atto a sola paternitate». Trovaose allora collo l
egato uno gentilotto della Marca: Nicola da Buscareto aveva nome. Questo Nicola
da Buscareto, essenno presente a queste ammasciate, disse: «Signore lo legato, e n
on conoscete la rottura delli Malatesta? Non te accuorii ca nelle paravole soie
missore Galeotto è rotto e perduto? Non te pò contrastare. Noi avemo vento. Legato,
infesta e non finare de turvare li Malatesta de Rimino; ché Galeotto ià ène convento,
lo core li manca. Questo me demustra lo sio favellare». Per le paravole de Nicola
da Buscareto lo legato fu acceso de persequitare li Malatesti. Avea con seco lo
legato bona iente assai, moiti caporali, partisciani della Marca, missore Lomo d
a Esi, Iumentaro dalla Pira, lo signore de Cagli, missore Redolfo de Camerino, E
smeduccio de Santo Severino. Anco avea la nobile iente todesca che·lli donao lo im
peratore. Era per quelli dìi in Roma Carlo imperatore, de cui se dicerao. Avea pre
sa la corona. Tutta Toscana, Lommardia e Romagna, Alamagna li fece omaio. A ques
to imperatore lo legato domannao sussidio. Lo imperatore li mannao li cavalieri
li quali mannati li aveva lo Communo de Peroscia e de Fiorenza. Anco baroni dell
a Alamagna moito provati missore Carlo li mannao. Intanto lo legato con soa ient
e se era assemmiato in campo. Missore Galeotto Malatesta redutto se era in una f
orte terra, la quale se dice Paturno, fra Macerata e Ancona, quanno ecco sùbito ch
e dereto li veniva la nobile iente imperiale, Todeschi e Toscani, conti della Al
amagna, usati a guerra, moiti cimieri, loro cornamuse sonanno, loro naccari. De
caminare non avevano posato. Como missore Galeotto sentìo lo aiutorio allo legato
venire, perdìo la mente e·lla virtute. Non se poteva aiutare. Chiamaose vento, confe
ssaose presone, domannao mercede allo legato. Lo legato lo abbe nelle soie mano
presone con tutta iente soa. Missore Malatesta per recomparare lo frate fece obe
dienzia allo legato. Rennéoli liberamente la citate de Ancona e tutte le terre che
teneva in la Marca. Rennéoli quelle che teneva in Romagna. Allora la Chiesia guad
agnòe la nobile citate de Ancona, terra portuosa, collo mare, colle mercatantie, c
olli moiti provienti. Là fece doi bellissime rocche fi' in lo dìe de oie. Puoi fece
uno sio nepote marchese e mannaolo a Macerata per correttore della Marca. Puoi c
onnescese e descretamente provedéo alli Malatesti, che potessino vivere onorata e
ientilemente de loro frutto. Lassaoli quattro bone e famose citate, Arimino, Fan
o, Pesaro e Fossambruno, quattro notabile e poterose terre. Puoi li fece capitan
ii della Chiesia contra alli rebelli. Po' queste cose movèose a maiuri fatti e mov
imenti fare. Era in Romagna un perfido cane patarino, rebello della santa Chiesi
a. Trenta anni stato era scommunicato, interditto sio paiese senza messa cantare
. Moite terre teneva occupate della Chiesia, la citate de Forlì, la citate de Cese
na, Forlimpuopolo, Castrocaro, Brettonoro, Imola e Giazolo. Tutte queste teneva
e tiranniava, senza moite aitre castella e communanze le quale erano de paiesani
. Era questo Francesco omo desperato. Avea odio insanabile a prelati, recordanno
se che ià fu male trattato dallo legato antico, missore Bettrannio dello Poietto,
cardinale de Uostia, como de sopra ditto ène. Non voleva <I>de cetero</I> vivere a
descrezione de prieiti. Staieva perfido, tiranno ostinato. Questo Francesco, qu
anno sentìo le campane sonare alla scommunicazione, de sùbito fece sonare le aitre c
ampane e scommunicao lo papa e·lli cardinali. E che peio fu, fece ardere e papa e

cardinali in piazza, li quali erano pieni de carta e de fieno. Staienno a rascio
nare colli ientili amici suoi diceva: «Ecco ca simo scommunicati. Non per tanto lo
pane, la carne, lo vino che bevemo non ce sao buono, non ce fao prode». Delli pri
eiti e delli religiosi tenne questa via. Fatta la scommunicazione per lo vescovo
, lo vescovo, receputa alcuna iniuria, vituperosamente se assentao. Allora lo ca
pitanio costrenze la clericia a celebrare. Celebrano li moiti essenno interditti
, quattordici chierici religiosi, sette seculari. Otto, li quali non voizero cel
ebrare, recipero lo santo martirio. Sette ne fuoro appesi per la canna, sette ne
fuoro scorticati. Era incarnato con Forlivesi, amato caramente. Demostrava muod
i como de pietosa caritate. Maritava orfane, allocava poizelle, soveniva a pover
a iente de soa amistate. Vengo alla guerra. Don Gilio Conchese de Spagna fece si
o fonnamento e residenzia in Ancona. E per avere più fortezza bannìo la crociata. Io
la odìi predicare. Remissione de pena e colpa a chi prenneva la croce o chi facev
a aiutorio. Ora ne veo lo legato sopra allo cane capitanio de Forlì, Francesco del
li Ordelaffi. 'Nanti che lo campo fusse puosto, apparecchiaose tutte cose necess
arie all'oste. Lo legato mannao vescovi e cavalieri e aitra iente bona, che pred
icassino lo capitanio che non volessi perseverare in tale errore. La predicazion
e quetamente odìo. La notte iessiva fòra de Forlì e predava terre della Chiesia. Menav
a preda e presoni. Aitra resposta non faceva. Lo legato, conoscenno lo animo ind
urato de Francesco delli Ordelaffi, puse lo campo sopra la citate de Cesena. Li
Malatesti erano caporali e connuttori dell'oste. Dodici milia fuoro li crociati,
trenta milia li sollati. Doi uosti fuoro, onneuno per sé. Fece l'oste granne guas
to e dannaio. A suono de trommetta tre milia guastatori con banniere se ponevano
e levavano dallo guasto. <I>Res digna memoratu</I>. Intanto lo santo patre mann
ao lettere espresse, che don Gilio tornassi in Provenza. La cascione fu che·llo co
nte de Savoia con granne compagnia, da tre milia varvute, iva guastanno tutta la
Provenza. Prenneva terre, derobava e revennevase l'uomini. 'Nanti che don Gilio
se partissi, venne un aitro legato, omo de Francia, abbate de Borgogna, prevenn
ato de granne frutto, moito potente e sufficiente perzona. Aveva lo capitanio un
sio figlio, nome missore Ianni. Avevane un aitro, nome missore Ludovico. Questo
gito denanti a sio patre, umilemente lo pregava e disse: «Patre, per Dio, te piac
cia de non volere contennere colla Chiesia e non volere contrastare a Dio. Facci
amo le commannamenta, siamo obedienti. So' certo ca lo legato ène descreto. Como b
ene hao trattato li Malatesti, così bene trattarao noi. Tanto ce lassarao, che ben
e onoratamente poteremo vivere». Alle paravole umile lo supervo patre disse: «Tu fus
ti biscione overo me fusti scagnato alli fonti». Lo figlio, sentenno la subitezza
dello patre, partivase denanti, dava la voita. Allora lo patre li iettao dereto
un cortiello luongo, nudo, e ferìolo nelli reni; della quale feruta Ludovico sio f
iglio morìo 'nanti mesa notte. Mentre che lo legato abbate se assediava alla guerr
a, missore Egidio non lassava que fare. Forte guerria sopra Cesena. Lassao tre b
attifuolli, dieci miglia da longa ciascuno. Li legati tornaro ad Arimino. In Ces
ena staieva madonna Cia, la moglie dello capitanio de Forlì, con suoi nepoti e con
granne forestaria drento dalla rocca. A questa madonna Cia lo capitanio scrisse
una lettera. La lettera diceva così: «Cia, aiate bona e sollicita cura della citate
de Cesena». Madonna Cia respuse in questa forma: «Signore mio, piacciave de avere b
ona cura de Forlì, ca io averaio bona cura de Cesena». Iterato lo capitanio scrisse
un'aitra lettera. La sentenzia era questa: «Cia, de nuostro commannamento fa' che
tagli la testa a quattro populari de Cesena, cioène Ianni Zaganella, Iacovo delli
Vastardi, Palazzino e Vertonuccio, uomini guelfi delli quali avemo suspizione». La
donna, receputa la lettera, non curze sùbito alla sentenzia, anco esquisitissima
con diligenzia spiao della connizione de questi quattro citatini e trovao che er
ano bone e fidele perzone. Specialemente la donna abbe consiglio de doi fideliss
imi amici dello marito, cioène Scaraglino, nobile omo, e Iuorio delli Tumberti. A
questi mustra la lettera. La resposta de questi fu questa: «Madonna, noi non vedem
o cascione per la quale questi deano perdere la vita. Non sentimo che aitra novi
tate movano. Se questi perdissino la vita, fora pericolo che lo puopolo se desde
gnassi. Passa dunque per mo' de questo iudicio fare. Noi intanto starremo attent
erosi e porremo cura alli atti e muodi loro. Quanno vedessamo alcuno male semmia
nte, li 'nanti farremo, comprenneremoli e con manifesto iudicio loro torremo la
perzona». La donna assentìo allo consiglio delli doi nuobili fideli de sio marito. S

Inninocchiate 'nanti allo legato demannavano mercede. e là se sostenne. in la torre sopra la porta soco renchiusi nuostri mariti. Ora stao a ssediata madonna Cia in la rocca. iettano drento fuoco . feceli decollare. passava per la contra da con granne compagnia. maritata ad uno granne marchisciano. È luoco alquant o aito. Fatta la cavata s otto la cisterna. non stea in mano altruie como presoniera. la cisterna fu rotta. Là. ora in reto. Una dimane. Messo fuoco alli pontielli. Respusero le donne: «Legato. per dare core alli citatini. fratelli e parienti. hao drento granne avitazio de parziali. Primo ordinao l'oste granne e copiosa. Inninocchiata parlao e disse: «Patre e sign ore mio. Datali la porta della Troia. <I>Postera die. levano trabocchi. Lo legato abbe alle soie man o madonna Cia con un sio figlio e doi suoi nepoti. <I>Inscius legatus< /I> della cascione de sì amaro pianto domannao perché questo facevano. Puoi mannaro doi iumentari alli Ongari c he staievano a Savignano nello vattifolle. l'acqua fu perduta. Dodici milia fiorini gostao lo dìe li sollati. sfesse dallo pietto. don Gilio. Tre milia fiorini gostava lo dìe li mastri delle cavate e delli t rabocchi e delli aitri artificii. Donne pe r Dio te pregamo che tardi de mettere fuoco in li pontielli». Con un sio ronzinetto cavalcava per la terra. che·lla terra staieva sbarrata. piacciate che così fatta donna. la quale era mannata in Ancona in guardia. una soa fi gliola. Era drento l'acqua. Quello cass aro parte della citate ène e forte murato intorno. fa' la voluntate della santa Chiesia». colla moita potenzia. Era drento la mastra torre sopra la porta dello cassaro. Non entraro in Cesena. Commann ao lo legato la cavata. sappe che se levava puopolo. Iacovo delli Vastardi curre colla vicinanza a lla porta. E che peio fu. Faco badalucchi. tremava. la quale se dice porta della Troia. ca era rotta nello animo. soprastao alla citate che iace piana. la torre c adde con parte dello girone. Allora questi quattro tiengo nuovo trattato. Allora fu rennuto lo castiello Fiumone. Lo legato. iettano prete e sassi assai. Messo fuoco nella torre. ma ivano intorno alla citate. luce orta</I>. la porta del la terra presa. <I>Quodfactum maritus improbavit</I>. Madonna Cia irata de ciò non sapeva que·sse fare. donna nobile. lo palazzo e·lla torre. <I>Celeriter illi vadunt</I>. sollati da cavallo e da pede. lo legato sopra la citate de Forlì. Se la torre cade. opera faticosa de moita spesa e longa. Allora lo guado fu libero per entrare. Piagnenno. de quali più dubitava. como la cosa era recente. venivano volanno. madonna matrema. Puoi ionze la cavata sotto la mastra torre della piazza. Vertonuccio e Palazzi no fecero puopolo e sbarraro la citate. l'uomini so' perduti. Recusao madonna Cia essere li berata. Quanno madonna Cia odìo lo romore. L o legato entrao in Cesena e mantenne la terra per la Chiesia. l'opera dell a cavata e·llo appuosto dello assedio. Ma ciò f are non se poteva. Hao drento la piazza dello Comm uno. la torre con gr anne romore e ruvina cadde. iente veloc e. lo puopolo armato. La cavata è fornita. entrano in Cesena. temenno la subitezza de sio marito. Non faco utilitate alcuna. Pre se delli citatini che·lli parze drento dello cassaro. Lo legato sùbito conub be che madonna Cia dubitava de si. Intanto saputo che fu dell a presonia de madonna Cia. Questo è lo muodo ch e la citate de Cesena in Romagna fu guadagnata. Ianni Zaganella deo l'ordine intra li amici suoi . colle vraccia piecate. ma de piano consenzo. e misel i in quella torre sopra la porta e disse: «Se la torre cade. Pregote. attesi a guerra. e sì·lla prese. Ora se para. sùbito fece armare soa fore staria. A queste paravol . Questo trattato fu de secreto e de secreto fu rev elato a questi quattro.oprastettese de novitate fare. cada sopre de voi». ora inn anti. anco con instanzia pregao che·lla Chie sia la servassi. Non per ciò ch e alcuno entrassi con furore. La torre staieva in pontielli. Ora se fao la cavata alla torre sopra la porta donne era la entrata in lo cassaro. Iuorio dell i Tumberti e Scaraglino. veniva per vedere la connizione de Cesena. li torri rencastellati. Abbe trattato e a s oie mano abbe li Cesenati messi nella torre. Commannao che curressino la citate. Allora da cinqueciento donne de Cesena iess iro fòra scapigliate. li quali staievano in Savignano in lo vattifolle. Ciò vedenno madonna Cia se retrass e a reto soa forestaria e renchiusese nello cassaro. penzano de revoitare la citate sottosopra. lamentanno facevano granne r omore. Li Mal atesti faco aspero vattagliare alla rocca. nella calata dello sole. li cavalieri venivano in succurzo allo puopolo. Irata madonna Cia de questa perden za convertìo la sia ira in li doi consiglieri amicissimi dello marito. questo e quello sollicitava. ottociento arcieri de Ongaria. venne denanti allo pa tre lacrimanno. ecco li Malatesti venire collo granne succurzo.

Tandem cum magn o sui detrimento et regni evasit. in piazza de Castiello. Gìo como fraticiello iacenno per le mo ntagne de Maiella con romiti e perzone de penitenza. De notte se partìo e gìo luongo tiempo venale. lo primo dìe de agosto. forza tornarete all i primi vuostri peccati. Viddela e conubbe che poco l'avevano onorata li valordi. Dicete che se io avessi auto in presone esso. inninocchiato parl ao prontamente. arbori e oliveta. deliverao de partirese e ire denanti allo papa. Oramai lo tengo per una vestia pazza.. uno ag nilo armato coll'arme de Roma.</I> <B>Cap. Dio ve reciperao nella soa citate». Remase lo legato noviel lo. sopra lo lione e sopra lo dragone. La croce ène de panno. La guerra durao anni moiti. libertate Roma e·llo destretto. quanno Cola de R ienzi tornao a Roma e fu receputo solennissimamente. figlioto e nepoteti». nepote de Enrico imperatore. morate. ad onne ora. Ciò ditto. Là. così se delequao como fao la poca neve a fervente sole.] ductusque in Angliam sub custodia annis ferme duobus. decapitare e aghiadiare. lo quale diceva queste paravole: «Voi portete la croce.</I> Currevano anni <I>Domini</I> MCCCLIII[I]. Abbi la obedienzia della Toscana. Una sera venne Cola de Rienzi secretamente des conosciuto per vedere la figura 'nanti soa partenza. e fu predicata la croce per tutta Itali a. li valordi de Roma li iet taro sopra lo loto per destrazio. Mode novamente che curre anno <I>Domini</I> MCCCLVII[I]. Per moiti anni vannìo la crociata. como esso ave auto le cose mie». Questo fierro li poneva sotto alla pianta delli piedi e così li lassava derobati ire. e trovaolo in una citate l a quale se appella Praga. dicenno così: «Capitanio. Como la compagnia sentìo approssimare don Gilio alle finait e. Su la croce st aieva una palommella. rienni quello che tio non è. novellamente elietto imperatore pe r lo papa: «Serenissimo principe. iust izia. Anni fuoro sette. XXVII</B> <I>Como missore Nicola de Rienzi tornao in Roma e reassonse lo dominio con moite alegrezze e como fu occiso per lo puopolo de Roma crudamente. li quali per meritare erano iti a commattere contra de quelli scismat ici. Allora era apparecchiato un fierro c annente in forma de croce. Iva forte devisato per paura delli potienti de Roma. tenagliare. tre dìi passati so' che io l'àbbera appeso per la canna. Li piedi teneva questo agnilo sopra lo aspido e lo vasalis chio. io so' quello Cola allo quale Dio deo grazia de potere governare in pace. don Gilio. In questo assedio sopra Forlì fuoro presi assai voite delli crociati. Bussava ad onne ponto . A queste paravole lo capitanio deo questa resposta: «Dicete allo legato ca io credeva che fussi savio omo. Pento che fu. nella c itate de Tivoli fu predicata. de iennaro. La novella fu per questa via. Anco perdìo Bertonoro. Li crociati presi erano menati denanti a Francesco. 'Nanti la soa partita fece pegnere nello muro de Santa Maria Matalena. Questo legato fece l'oste pentolosa sopra de Forlì.] abbate de Borgogna. nello forte. Per questa guerra mantenere fu predicata la crociata moite fia te. li faceva scorticare. Allora ordinao che una lampana li ardessi denanti uno anno. Lo panno se infracida. Po' la presa de Cesena lo legato mannao allo capitanio. lo quale teneva in mano una croce. denanti alla maiestate imperiale. suoi consuorti. della cui venuta se dicerao. iurati con esso. Campagna e . Io vo glio che portate croce che non se infracidi». Mozzava lo grano e tagliava le vigne. allo quale è conceduta la gloria de tutto lo munno . Meglio ène che in questa tenerezza.e lo capitanio aitra resposta non deo.. Alla fine a voce de puopolo fu occiso. Puoi che Cola de Rienzi cadde dallo si o dominio. lo legato antico. alli quali disse ques te paravole: «Site venuti per guadagnare l'anima. se p artìo e gìone in Provenza. In durato lo animo de sì perverzo eretico patarino.. missore [. Queste fuoro soie paravole e sio loculento sermone denanti a Car lo re de Boemia. Per questa fervente guerra lo capitanio perdìo Favenza e·lli Manfredi . Allora se restrenze dren to a Forlì. se non che prese questa soa figlia per le trecce e con un cortiello li partìo la testa dallo vusto. de diverzi martirii morire. mentre site contriti. appenn ere. Se ve lasso.. Alla fine se abiao in Boemi a allo imperatore Carlo. <I>His ferme diebus Iohannes rex Francie captus es t a filio regis Anglie bello magis tumultuario quam militari apud villam que dic itur [. Moiti aitri crociati prese. Io te renno toa donna.

soie storie de Roma. Curala de tanta infirmitate. p er la supervia me haco cacciato de mio dominio. Diceva assai. A voi confugo. Vit a assai sufficiente della scudella dello papa. Deveva venire in Italia uno legato. La catena era legata su alla voita dell a torre. persi' lo legato. cercano l'anima mea. Fu renchiuso in una torre grossa e larga. como sopra narrato ène. granne partita de Romani trasse a vedere Cola de Rienzi: uomini populari. Alla fine condescese alla volu ntate soa. don Gilio Conchese. In presone non stet te. diceva: «Io voluntario vaio. Delle prime te rre che se renniero alla Chiesia fu Toscanella. Non volevano che issi. Li potienti me persequitano. Granne coda de populari se strascinava dereto. tanto l'ap presciava la rechiesa delli citatini de Roma. maiure proferte. sio Tito Liv io. E per tale via ionze in Avignone lo primo dìe de agosto. disse che non dubitassi de alcuno. benedetto e assoluto. Là staieva Cola vestuto de panni mezzani. Alle ale vostre recurro. favore e forza. e fu assoluto. Fuoro esam inati suoi fatti e fu trovato fidele cristiano. A tutti responneva. Per tutta la via li fuoro fatti solienni onori. Forte ène visitato. omo fraile. che stupore era a dic ere. fuoro Romani. dicevano ca lo volevano salvare de mano dello papa. Assai vino. Prennevanollo. como ditto ène. Vedi la profezia de frate A gnilo de Mente de Cielo nelle montagne de Maiella. la quale naturalemente affettav a. Quanno iessìo de presone fu lo primo dìe de ago sto. Una iusta catena teneva in gamma. Dicevano: «Torna alla toa Roma. Abibia e aitri livri assai. che per Dio se daieva. Nello ire che faceva per tutte le terre se levavano puopoli e. cardinale de Spagna . Credome essere salvato. Non solamente in l'ost e. Forte li pareva che campata avessi la vita infra tanti potienti. Ver me so'. Quanno ionze in Praga fu lo primo dìe de agosto. Apparecchiavase e scriveva sia famiglia. E venne in grazia dello papa e fu scapulato. maraviglianno l'accompagnavano. E ciò è verisimile. assai viva nna li era data. Avea vestimenta assai iuste e oneste. quelli Boemi e Schiavoni.Maretima. Non me lassarete perire in mano de tir anni. Sinne signore. poche attese. Cola de Rienzi se retrovao a prennere la terra per la Chiesia. Portava in mano lo vastone de fierro. anco in Montefiascone aveva tamanta rechiesa de Romani. Favellava cose maravigliose. Non finava de studiare. Quanno li puopoli vedevano esso. Non voco essere puniti. l o quale per mea umilitate convertiei in vastone de leno. e retrovaose a tutti quelli fatti de arme da cavali eri. se voi non me mannete per forza. Onne Romano ad esso fao capo. Vostra spada deo limare li tiranni. Moito li contrastao lo imperatore che non isse. ca imperatore site. Po' alcuno tiempo domannao in grazia allo imperatore de ire in Avignone e comparere denanti allo papa e mostrare como non era eretico né patarino . Carlo destese la mano e recipéolo graziosam ente. Scusavase ca non era patarino . Diceva Cola de Rienzi: «Serenissimo principe. io voluntario vaio denant i allo santo patre. Noa te darremo sobalimento. fatt o grege con romore. Allora fu revocato lo prociesso e·lla sentenzia de don Bruno e dello cardinale de Ceccano. No n dubitare. sotto alla cui ombra e scudo omo deo essere salvo. Puoi se retrov ao nello assedio de Vitervo. Per maraviglia lo vedevano. Lengua deserta faceva stordire quel li Todeschi. Refrenai le arroganzie delli potienti e purgai moite cose inique. E collo legato passao la Provenza e venne a Montefiascone per recuperare lo Patrimonio. Aveva livri assai. site innocente dell o sacramento». non me lassarete affocare nello laco della iniustizia. Aveva tame ordinato che . granne lengue e core. imperciò Dio me hao volut o castigare. Cola de Rienzi con questo legato iessìo de Avignone purgato. Rengraziavali e così passava de citate in citate. ma con compagnia assai onorata sotto qualche guardia. Disse che l'aquila occiderao li cornacchioni». Tornata l'oste. non costretto». De vostr o lenaio so'. Queste ves siche li populari de Roma li daievano: non li daievano denaro uno. Mai non fusti tanto demannato né amato quanto allo presente». A queste paravole lo papa stette queto. anco per la gloria. Demorao per lo spazio de tiempo alcuno. Non li deo denaro uno. Voleva stare alla esaminazi one. Ionto in Avignone parla denanti allo papa. pianta como l'aitri. Per la invidia. e·llo cassaro fu vennuto per monet a. Onne iente faceva maravigliare. né incurreva la sentenzia dello cardinale don Bruno. Puoi che abbe parlato. figlio vastardo de Enrico imperatore lo prode. Abafava onne perzona. Alla sopraditta depop ulazione de Vitervo. Desputava con mastri in teologia . penzava de fare alcuno fonnamento donne potessi avere iente e sussidio per Ro ma entrare. Per queste pa ravole mosso Cola de Rienzi. li venivano denanti. Dissene collo legato. Dunque. Credo che me defennerete. buono cavallo.

<I>Sumpto cibo</I>. perzona letterata. Da Communo de Peroscia non potéo otte nere uno cortonese. e esso promise de rennerelli. A ciò fare bisognava m oneta. Mistica soie storie de Tito Livio. meglio prometteva. infresata de aoro fino. Nientemeno fate voi e facciate bene. guarnacc ia e cappa de scarlatto forrata de varo. convenne f are bona custodia delle cose de sio Communo. <I>Incalescente vino</I>. Allora caval cao e venne a Peroscia. assai communanze mise a ro ba e portaone le femine. doi milia perzone. Fra Monreale. Penzano de fare cose magne. La soa moneta deo alli mercatanti e commannao all i frati che avessino fra loro pace. Avea tanta moneta. Questi erano frati carnali dello prodo fra Monreale. Grann e e importavile peso ène quello che vòi fornire. 'Nanti tame che missore Arimbaldo assenassi questa moneta a Cola de Rienzi. Missore Arimbaldo senza Cola de Rienzi non sao demorare: con e sso stao. Uno civo prienno. non fecessino contenzione. io tollo quattro milia fiorini dello puosto e con potenzia armata me camino a Roma». In Toscana revennéo Siena. Opere la fonte de sio sapere. e farraio le cose magnific he. con milli. miss ore Bettrone. Lo tenore de soa scritt ura era questo: «Granne ora me aio penzato sopra la opera la quale intienni. A tre milia fiorini sallìo la mastice. d ella cui prodezza se dicerao. Deh. la quale me promette missore Nicola de Rienzi cavalieri. Gìo fra Monreale aitrove per ait ri suoi mestieri fare. Prese per forza Montefilaterano e Filino. La mente non ce vao. più aio guadagnato io in uno dìe che voi in tutto tiempo de vostra vita. scrivateme. La sentenzia era questa: «Onorato fratello. dottore de leie. Arze le terre e derobaole. Anco dello mercatante toize dello puosto quattro milia fiorini e d eoli a Cola de Rienzi. lessa la lettera de sio frate. ché. Ma perché li consiglieri staco a scinnicato. Se ve scontrasse alcuna cosa sinistra. qu elle che apparenza avevano. voizene avere licenzia de sio maiure frate. chiamato dallo puopolo. frate Monreale. Verraio con succur zo. omo sollicito e prodo. Bene parlava. in uno lietto posano. Io aio acquistato la signori a de Roma. fu lieto assai. Lo fantastico piace allo fantastico. cavalieri de Narba in Provenza . como bene parlava! Tutta soa virtute opere in lo rascionare. omo iovine. Questa soa provisione non li vastava a fare sollati. Ammira la magnitudine delli virtuosi Romani. derizzare Roma e farla tornare in pristino sio. Così se face vano leccare como lo mele. Senza sollati non se pò fare. Maravigliaose dello bello parlare. puoi che·lli ave va allocati. Arezzo e moite terre . M annaoli una lettera. Nello animo mio bene non cape che t e venga fatto. tribuno. Connusse questi doi suoi fratelli in Peroscia e feceli dare provisione dallo Communo. che onne omo abafa soa bella diceria. missor e Arimbaldo. Quanno piacerao alla vostra fraternitate. abiaose allo sio ostieri e v oize con esso pranzare. Fra Monrea le fu a fare la guerra dello re de Ongaria. mette mano Cola de Rienzi a favellar e della potenzia de Romani. vis itato da Romani. intenneva de servire allo abito sio. rescrisse. che poteva sufficientemente vivere ad on ore senza ire più sollato. Assai avevano quelli consiglieri le recchie attent e ad odire per la doicezza delle paravole che se lassavano ascoitare. e missore Bettrone. Fiorenza. Dice soie cose de Bibia. e per presure voite fu nello Consiglio. Missore Ar imbaldo. Credo che lo penzieri non verrao fallat o.dallo Communo de Peroscia avessi alcuna provisione. donne poteva iustamente viv ere con onore. con esso vao. receputa la lettera. Vego ca collo aiutorio dello ignegno vuostro lo mio stato non serrao rotto. Mise in ordine collo tribuno dello caminare. leva de piedi onne omo. dove moriero più de settecie nto villani. a despietto dello frate. Questo avea acquistata de moita pecunia per le rob barie. adobaose a senno dello savio sio ornatamente: gonnella. Non dubitete. Puoi che Cola de Rienzi sentìo demorare in Peroscia missore Arimbaldo de Narba. Revennéo li uomini e portaone le donne. be ne diceva. arze e refocao moite. vestìose riccame nte de più robbe. per le prede. La rascione me·llo contradice. Guastao moite terre in Puglia. Puoi che Cola de Rienzi abbe li quattro milia fiorini. Imprimamente hai guardia che·lli quattro milia fiorini non s e perdano. monta lo animo in aitezze. Fecese p romettere tre milia fiorini. Puoi fu capo della Granne Compagnia. Tu e tio frate ameteve e onoreteve. Teo la mano alla gota e ascoita con silenzio Missore Ari mbaldo. Era feriero de Santo Ianni. quante bisognaraco. B isogna in ciò moneta per incomenzare. e per merito promise farlo citatino de Roma e granne capitanio onorato. E sì de ponto dice. non fate romore». La pecunia partiva fra suoi compagni. Puoi ne passao nella Marca e consumao li Malatesti. Retrovarose allora in Peroscia doi iovini provenzali. frati carnali. pistiglioni de .

famme senatore de Roma. Fanti con duridai ne de·llà e de cà. Lo messaio trovao li conestavili e disse così: «Prennete suollo p er doi mesi. Apparecchiavase de ferventeme nte guidare. cantanno"<I>Benedictus qui venis!</I>" Alla fine tornaro a casa e lassarolo solo colli discipuli nella piazza. Allora la soa venuta fu sentuta a Roma. ma per la potenzia dello virtuo so Dio era tornato in soa sede senatore per la vocca de papa. non haco paro».aoro. povero. Maravigliase lo legato e deo alquanto fede alle soie paravole. Da vero questa fu la resposta dell i Todeschi. como fecero li Iudiei a Cristo. Così adorno ne tornao a Montefiascone denanti allo legato. Per tutta piazza de Castiello. passa valli e monti e locora pericolose. como fussi Scipione Africano. Li baroni staievano alla guattata. Tutti ne serraco nimici. con famiglie e cose. Delle soie cose che perdìo le moite li fuoro rassenate. como gìo Nabuccodonosor. Allora parlao Cola e disse: «Legato. A queste paravole li conest avili fuoro in consiglio. Assenavano tre cascioni. Ies sìoli lo puopolo con granne letizia. Questa iente da cavallo abbe. che siento onne malizia. viziosi. Lo s equente dìe Cola de Rienzi abbe alcuno ammasciatore delle vicinanze intorno. Como se allocano fra Italiani deventano mastri coduti. e fu vera. Senza reparo ionze ad O rte. De moravano in Peroscia per trovare suollo. ca·lli despiace mo'. Non fu chi li proferissi uno povero magnare. Chi vorrao torna re tornarao. la soa vocca lo poteva sufficiente fare. Dunqua a chi serviremo noa?» La terza: «Li potienti de Roma non voco lo stato d e questo omo. arroganti. Averete suollo in perpetuo. Soleva essere sobrio. Pareva che per la letizia tutta Roma se operissi. anno <I>Domini</I> MCCCLIII[I]. per l o ponte. chi vorrao remanere remanerao». Deh. de ornamento de ao ro e de ariento. Mannao commannamenti e lettere per le terre e·ll o destretto de soa felice tornata. Vole che ciascuno se apparecchi a buono stato . Capezziava. puri . supervi. La cavallaria de Roma li iessìo denanti fi' a Monte Malo colle frasche delle olive in mano in segno de vettoria e pace. Allora fece capitanii de guerra missore Bet trone e missore Arimbaldo de Narba e donaoli lo confallone de Roma. Non che esso fussi sufficiente. Aionze che intenneva rett ificare e relevare lo stato de Roma. cavallo ornato. Menava per compagn ia missore Bettrone e missore Arimbaldo de Narba fratelli. de vile connizione. Li potienti staievano alla guattata. doiciento cinquanta varvute. como dicessi: «Chi so' io? Io chi so'?» Puoi se rizzava nelle ponte delli piedi. Fuoro fatti arc hi triomfali. Abbe anco da ciento fanti toscani mas nadieri con corazzine da suollo. Era questo omo fortemente mutato dalli primi suoi muodi. Tornaremo lo buono o mo in soa casa. ora se ab assava. Recepate per uno la paca. Mai non [fu] tanta pompa. Menava lo capo 'nanti e reto. Guadagnaremo la perdonanza. da sedici banniere. Granne festa li Roman i li fecero. La secunna: «Questo ène omo popularo. famiglia vestuta n ova. La sentenzia delli Todeschi fu de non ire. De noviello missore Malatesta de Arimino aveva cassati li sollati suoi. per la strada fuoro fatte arcora de drappi de donne. Abbe anco alquanti Peroscini. Con questo onore fu menato fi' allo palazzo d e Campituoglio. Puro non li deo denaro uno. A potere venire a Roma bisognava iente. Scorgamolo in Roma. a que reiessiva. Da Orte se mosse e ionze a Roma. quanno entrao in Ierusalem a cavall o nella asina. ora se aizava. Per bene pare che voglia per tirannia guidare. nobile e bella brigata. bona iente. Lo stormo dello triomfo era granne. Non averao da pac are. forrati de panze de vari . Fece cavalie ri uno Cecco de Peroscia sio consigliero e vestìolo de aoro. senza fraude. speroni de aoro. Soco Todeschi como descengo dalla Alamagna semplici. faceva dell'altiero. Quelli lo onoraro destennennoli 'nanti panni e frasche de oliva. Là fece sio bello e luculento parlare e disse ca sette anni era it o spierzo fòra de soa casa. Romani se apparecchiavano a receper elo con letizia. Stava supervo. . Moite banniere. Connucerete m issore Nicola de Rienzi a Roma. Entrao la porta de Castiello. Con questa iente descen ne per Toscana. Mustravase gruosso con sio c appuccio in canna de scarlatto. Le sedici ban niere presero suollo da Cola de Rienzi. spada ornata in centa. como bene responneva! Dava resposte e promissioni. La prima: «Romani soco mala iente. Io vaio e parote la via». Granne ène la a legrezza e·llo favore dello puopolo. Per questa iente avere mannao Cola de R ienzi sio messaio. Lo legato lo fece senatore e mannaolo via. con cappa de scarlatto. La annata a Roma non fao per noa». senatore per lo papa». Quanno fu denanti allo legato. figli de buoni uomini. Alli Todeschi respuse uno conestavile borgognone e diss e: «Prennamo questi denari novielli sollacciati per uno mese. Dunqua questo suollo n on prennamo. Questa sentenzia venze.

Questi ammasciatori Stefane llo retenne e alcuni de essi mise in oscuritate. Là posa o. Cercato che abbe moito la iente dello tribuno. Sùbito se mutava nella faccia. venne alla citate de Tivoli. Dunqua preg . Ora deventato destemperatissimo vevitore. ché loro arme staievano in pegno. Li capitanii allora li du naro milli fiorini. Forte cosa! Quel lo stennardo non era lucente como era prima. Aveva li uocchi bianchi: tratto tratto se·lli arroscia vano como sangue. per Stefanello serpente venenoso. tale armato. cornamuse e trommette assai. Non valeva più la fuga. Orribile cosa era potere patere de vederlo. La bona iente de Roma vederao che voi forestieri d unate. fiacco. Disse como era ito venale anni sette. ca volevano la paca. Mutavase de opinione. Averemo denari a furore». Ad onne ora confettava e veveva. non lass ato guidare per la tirannia de Colonnesi. Li arcieri e·lli fanti de Pellestrina dotti de guerra per moite fiate descretamente avevano connutta la pr eda e nascostala in una selva. Lo sequente dìe curze li campi de Roma con suoi arcieri e briganti. ché per la loro supervia terra de Roma vive in povertate. che devessi obedire li comm annamenti dello santo senato. che iace fra Tivoli e Pellestrina. Dicev a che nella presone era stato accalmato. astinente. Puoi aionze e di sse: «Voglio fare l'oste sopra Pellestrina e farli lo guasto generale. La notte saviamente quella preda trassero da Pa ntano e salvarola in Pellestrina. Era vivace de scrivere. cinqueciento per uno. staieva miserabile. Tutto lo vestiame ne menava. La trat ta fu vana. li sollati se mormorava no. Troppo veveva. Mannao suoi editti. Non trovaro né omo né vestia né arcieri. la novella ionze che le vestie de Romani erano tratte da Pan tano e connutte in Pellestrina. Li conestavili todeschi demannavano moneta. Allora lo tribuno cavalcao con suoi pochi famigli. sùbito suoi uocchi se·lli infiammavano. summamente usav a lo vino. como fu in grazia de Carlo imperatore . Lo consolo adunao li baroni de Roma. li quali li aveva fatti capitanii de guerra generali. Quattro dìi in Tivoli stette. Serrao pronta a dunare. Allora lo tribuno irato disse: «Que iova de ire de là e de cà per locora senza vie? Non voglio più scelmire cosa della Colonna. Le aitre contrade vivo in ricchezza. C osì voi doi comenzete a dunare. via de Pellestrina. Tempe rava lo grieco collo fiaiano. venuti missore Bettrone e missore Arimbald o. secunno che lo tiempo pateva. Alle man o voglio essere». Anco li trasse uno dente e conn annaoli in quattrociento fiorini. Stato che fu nello palazzo de Campituoglio. Redutto s'è ora in Pellestrina allo forte. in doi vorze. triomfale a muodo de uno abbate asiano. La mormoranza ne venne allo tribuno della preda de Romani che se ne iva. perché la notte era. sotto pena de soa ira. Alla fantaria deo mesa paca de moneta de tevertini. Non ce servava ordine né tiempo. che iustamente la milizia fu pacata. Tutto er a pieno de carni lucienti como pagone. Là se tennero queti. Li sollati lo sequ itaro. Per quello duno fu adunata tanta moneta. Solo iessìo la porta. Lo romore se levao per Roma. le moite b anniere. Ad onne ora era dello v evere più fiesco. Quella pecunia lo tribun o compartio alli sollati. Venuto lo stuolo de suoi sollati. per locora salvatiche. Casa maladetta. Fra li aitri rechiese Stefano de lla Colonna in Pellestrina. Aveva una ventresca tonna. roscio. Pu oi adunao puopolo nella piazza de Santo Lorienzo de Tivoli e fece soa bella dice ria. Espeditamente fe ce venire da Roma la romana cavallaria. Curzero da porta Maiu re. tale no. Disse como fu in grazia dello papa a de spietto de Colonnesi suoi nemici. Abbe missore Bettrone e missore Arimbaldo e di sseli: «Trovo scritto nelle storie romane che non era moneta in Communo de Roma pe r sollati. Così se mutava sio intellietto como fuoco. Questo Stefanello remase piccolo guarzone po' la mor te dello patre Stefano e de Ianni Colonna sio frate. Buc cio de Iubileo e Ianni Cafariello. Vedi bella lercia ria che fece alli suoi capitanii. Dunque intenneva de desertare casa della Colonna e farli peio che que llo che prima li fece aitra voita. A questo Stefanello mannao doi citatini de Roma. varva longa. Anco era deventato gruosso sterminatame nte. Staieva sio stennardo in Tivoli con soa arme d e azule a sole de aoro e stelle de ariento e coll'arma de Roma. disse:"Noa che avemo li offizii e·lle dignitate siamo li primi a dunare quello che ciascheuno pò de bona voluntate". inutile. la malvascia colla rebola. deserte. ionc o vallico. dìi quatt ro. non dai eva le code allo viento regoglioso. non trovanno cosa alcuna. <I>per avia</I>. Moite scuse trovao. Mo' era per lo papa senatore de Roma. lo cui aiutorio de prossimo aspettava.temperato. la quale se chiama Pantano. tutti li sollati da cavallo e·lli fanti ma snadieri. lo più aito. Fatta la dimane. como ditto ène. mannao per la obedienzia a tutti li baroni. per ammasciatori.

Subitamente se mettevano dentro in Pellestrina. vinti milia fiorini e moneta e iente quanta li piace. como ci . Lo puopolo de Roma vìssera in pace reposato». li quali staievano a vedere que ne iessiva. e·lle masna te delle communanze intorno e della badia de Farfa. Non remase aitro che la parte de sopra. e de Campagna e della Montag na. Spesso anco. desdegnato con mormorazione disse: «Ià ve aio bene ditto che voi rustichi villan i site.. Ve deva la traccia longa delli vetturali che venivano con fodere in Pellestrina. Voi site zitielli iovini. doi miglia da longa dalla citate. non se pòterano pigliare li passi. La secunna cascione fu che·lla fan te de missore [. Aizava la testa e resguardava lo a ito colle. Allora lo tribuno disse queste paravole: «Mai non te lento fi' che non te c onsumo. mosse tutta so a cavallaria e·llo puopolo de Tivoli con grascia e con arnese ad oste. Tanta è la salvatichezza de quest o luoco. Quelli uomini portano f arina e grascia per infoderare la terra che non affamassi». La vita mea sempre fu con trivulazioni.. puoi tornava alli pascoli. Là posao dìi doi. fu lo puopolo de Tivoli e de Velletri. Io non sostènnera allo presente questo af fanno. Fastidio me era lo vivere . ad ora se voitava ad essi.] [. Non ve mormorete. continuo guardanno e non movenno lo penzieri sio da Pellestrina. lassi ire mi. fu comenzato lo guasto e fu depopulato tutto lo ogliardino de Pellestrina. perché alli dìi otto l'oste se partìo. e considerava per quale muodo potessi confonnere e derovinare quelle edificia. meno che·l lo terzo. Puoi se moss e lo sequente dìe e fu sopra Pellestrina con tutto sio sfuorzo.] «Sostenga qui uno o doi de noi. che me hai connutto qui in questo laberinto. Aio revennute le citati de Toscana.. Al lora domannava quelli li quali staievano seco e diceva: «Quelli somarieri que voco dicere?» Responnevano quelli che con esso staievano: «Senatore. Pellestrina. messali la taglia. in tanta necessitate ce soven gate.. tutto lo piano fi' alla citate. Allora disse: «Io so' stato capo della Gran Compagnia. Solo esso Cola de Rienzi de continuo aveva l'uocchi sopra Pellestrina. Omo so'. non ce volevano op erare. Non levava lo sguardo de·llà. benché nostra desaventura sia per toa colpa. lo forte castiello. con some.. redutto in restretto fra suoi fratelli. missor e Arimbaldo. Conubbe che morire li conveniva. che quelle entrate de sopra e quelle iessite non se·lli puoco vetare.o voi Tevertini che de buono core ce accompagnete. anno <I>Domini</I> MCCCLIII[I]. in questa terra liberamente entrava senza contradizzione. Non perciò questo lasso. Queste paravole diceva: «Doici frati. Ma non era così. So' contento. Voi non morerete. Fatta la notte. ciasche perzona cobelle faceva. e gìone a Cas tiglione de Santa Perzeta. che questo vestiame sì liberamente non issi a pastura e quelli non portassino fodere?» Responnevano li meno liali Ro mani e dicevano: «Tanta è la fortura delli monti de Pellestrina. Là fuoro milli cavalieri fra Romani e sollati. ché io moro volentieri. ca moro in quella terra dove morìo lo biat o santo Pietro e santo Pavolo. de mese [. Per tale via fuoro auti so spietti che·lla baratta non se levassi nell'oste. parl ava. Voleteme ponere allo tormento. E così ordinao tutti su oi fatti. vedeva che per la parte de sopra vestiame veniva d a pascere e entrava la porta de sopra per abbeverare. Quello poco non fu depopulato. che nulla oste là pòtera demorare». Puosto lo assedio. intro li ceppi. Io moro e de mea mor te non dubito. derupate terre e presa la iente». Questa diceria fu fatta nello parapietto delli Palloni.]. Ià fora deruvinata. che Velletrani erano odiosi con Tever tini. e per t utta notte abbe con seco uno frate lo quale lo confessava. Odenno lo mormuorito de suoi fratelli.. Allora responneva e di ceva: «Diceteme. Allora fu tornato nello luoco delli suoi fratelli. E perché so' cavalieri. Non vedete che io so' cavalieri? Como è in voi tanta villania?» Puro un poco fu aizato. La prima.. Là se adunao la iente tutta. dìe [. Anco vedeva da l'aitra porta de sopra entrare uomini con salmarie. non ve dogliate de me. Anco era la cruditate dell i baroni de Roma. Allo secunno dìe che l'oste posta fu. non dubitete. Io li farr aio venire dieci milia. E ques ta partenza fu per doi cascioni. Quanno vidde la cor da. preso da primo suonno fra Monreale fu menato allo tormento. quello vestiame veo da pascere e torna in Pellestrina a l'acqua per vevere. De h.] Assediao Pellestrina e allocao lo tribuno l 'oste a Santa Maria della Villa. Domannao penitenza. non avete provate le onne della ventura. Diceva: «Questo è quello mon te lo quale me conveo appianare». Fatta questa diceria. E se io po' la sconfitta de Colonnesi a porta de Santo Lori enzo avessi cavalcato collo puopolo de Roma. non ce abannonete». De morire non dubitava. faccialo per Dio!» A queste paravole non trovava tutore alcuno.. lo sequente dìe mosse la fantaria forestiera. so' voluto vivere ad onore.

Teneva la croce in mano. como ditto ène de sopra della galea sorrenata.ello fui ingannato. non staiate turbati della morte de questo omo. per tutta la strada non finav a volverse de là e de cà. Moro per la vo stra povertate e per le mie ricchezze. Esso vo leva le grazie fare. muorti e pres i uomini e donne. Alle gote teneva uno cappuccio de scuro con uno freso d e aoro. Tre fraticielli con esso staievano. Da Cesari in cà mai non fu alcu no megliore. Le mano legat e larghe. inninocchiase in terra. Le caize in gamma de scuro. La moneta soa. como consentite mea morte? Ma i non ve feci offesa. Fece capitanio dello puopolo lo savio e saputo gu errieri Liccardo Imprennente delli Aniballi. Omo operativo. signore de Monte delli Compatri. ruppe in piaia roma na. Nostra briga bene connuceremo a buono fine colla grazia de Dio. in le catene. le vaca nette se serva per si. da pede e da cavallo. Allora lo tribuno adunao lo puop olo. fra quali era lo sio miedico de piaghe. parlava e diceva: «Ahi Romani. Così fu fatto. quelli che remanere voizero. Forte se maniava de quello che pote va. Abiato allo piano. Questa citate intenneva de relevare». odita la mort e de sio signore. Per que ste paravole Romani fuoro alquanto acquetati. L 'aitri liberamente lassao tornare. Parlava e diceva: «Romani. Spesse voi te così dicenno. como l'aitri uomini so' traduto. Trasse lo cappu ccio e iettaolo. Allora stordìo for te e levaose sùbito in piedi como perzona smarrita. lo dìe se fece. Questo ène quello lo quale. Pu oi diceva: «Dove so' io cuoito? Per bona fe' diece tanta iente me aio veduta denan ti e più che questa non è». sa nta iustizia». missore Bettrone. là dove fuoro le fonnamenta della torre. favellao e disse: «Non stao bene». Puoi diceva: «Tristo questo male tradit ore po' la mea morte!» Nella sentenzia fuoro mentovate le forche. Hao derobato citate e castella. Questo li trovao la ionta. Pochi peli della varva remasero nello ceppo. Mi . lo quale. li cavalli. Puoi che fu nello piano. Fece colla mano una croce sopra lo ceppo e basaola. La matina voize odire la messa. Allo presente era venuto per t urbare nuostro stato e non relevarelo. Voleva depopulare Campagna e terra de Roma. li Romani ne staievano forte afferrati. Fra tanto una espressa lettera e c ommannamento venne dallo legato che missore Arimbaldo li fussi mannato sano e sa lvo. Connutto fra Monreale nelle scale allo lione. Toscana e alla Marca». Voitaose invierzo oriente e raccommannao se a Dio. La mea vita senza trivolazione non è stata». Ma allo p resente farremo como fao lo trescatore dello grano: la spulla e·lle scorze voite m anna allo viento. Fecero fede che connannato era alla testa. fatta la rota intorno. tutta no. ma la vostra povertate e·lle mee ricchezze me faco morire». Posta che li fu la mannara in cuollo. Aduosso teneva uno iuppariello de velluto bruno. triomfatore. la cui fama sonao per tutta Italia de virtute e de gloria. Fui buono allo munno. Della moneta de fra Monreale abbe lo tribuno gran parte. Così noi avemo dannato questo fai zo omo. Descento era senza alcuno cegnimento. Allora era seco moita bona iente. como fui io che me feci fare obedienzia alla Puglia. Recoize arcieri in granne quantitate. Dio me averao misericordia. All'ora de mesa terza fu sonata la campana e fu adunato lo puo polo. perché non servava fede a sio amico. Cercava de essere libero signore. Voi iovini site: temete. Allora quelli che stavano into rno lo confortaro che non dubitassi. doi milia femine manna cattive. e specialemente non dubito p erché venni con intenzione de bene fare. ca non avete con osciuto que ène la fortuna. staieva inninocchiato denant i a madonna santa Maria. Fu tumulato in Santa Maria de l'Arucielo lo escellente omo fra Monreale. con fortuna arrivato. De ciò fu contento. Remase sio frate. allo primo colpo stoizao in là. In la c itate de Tivoli staieva uno domestico sio de sio lenaio. cosito de fila de auro. Pareva che atorno allo cuollo avessi una zagan ella de seta roscia. Da trec iento uomini da cavallo aveva. Puosto lo fierro. favellao e disse: «Signori. Allora li nuobili de Roma se guardavano da esso como da traditore. Mentre ch e odiva la sentenzia. sottile guerrieri. stette queto. lo residuo de I talia. ché èn e stato lo peiore omo dello munno. A peta a peta la croce basava. iniustamente moro. ionto lo capo collo vusto. perché missore Ianni de Cas tiello ne abbe la maiure parte. le arme terremo per fare nostra briga». lo sequente dìe de dolore morìo senza remedio. Puoi diceva: «So' alegro de morire là dove morìo Pietro e Pavolo . Frati minori tuoizero sio cuorpo in una cassa. Moite cose diceva. Puoi se inninocchiao in terra. Muorto questo valen te omo. Puoi se levao e disse: «Io non staio bene». e odìola staienno sca izo a nude gamme. Allora Cola de Rienzi paca o li sollati espeditamente. serraio buono denanti a Dio. basao lo ceppo e disse: «Dio te salvi. Pregove che ve amete e siate valorosi allo munno.

Onne cosa penza per sollati. Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. l'ordine da fare cose e·lli fatti prestamente. Aveva lo tribuno fatta una gabella de vino e de aitre cose. corazza e falle e gammi . Queti non osava no favellare. sa lvo quelli li quali ditti soco. A queste c ose lo tribuno reparo non fece. Non resta se non piubicarla in Consiglio». Sapevase fare amare da sollat i. Staievano Romani como pecorella. <I> Repente</I> prese uno citatino de Roma nobile assai. Tenevali in spene. uomini e femine e zitielli. ora sgavazzava. f ecese voglia e disse: «Non irao così. Como lo diceva così veniva. Perciò a fortezza de si sollao cinquanta pedoni romani per ciasche rione. Anc o da prima diceva: «Essi dico:"Viva lo puopolo". Omo virtuoso. In la Colonna teneva masnata de fanti e de arcieri. e anco noi lo dicemo. non se guarnìo de iente. Non li lassava cogliere cielo. Anco stregneva soa vita e soa famiglia in le spese. Non sonao la campana. dereto e denanti. Staieva Cola de Ri enzi la dimane in sio lietto. Anco stregneva lo sale per più moneta avere. la iente cresceva. Solo esso con tre pe rzone remase. Allora lassao Liccardo lo predare e·llo sollicito guerriare. Miei scritti sollati so'. Demannava alli tre que era da fare. Romani se·l lo comportavano per avere stato. conosceva li tiempi. Subitamente veo voce gridanno: «Viva lo puopolo. Solo esso por tava lo penzieri de Romani. nullo consiliatore contradicente. Coize sei denari per soma de vino. Desarmato voitava la mano. La voce ingrossava. Daieva lo muodo. per provedere. priesti ad onne stormo. Quanno vidde lo tribuno puro lo tumuito dello puopolo crescere. intorniano lo palazzo da onne lato. viva lo puopolo». Se reservao in Roma. Non fuoro tutti li rioni. Volenno remediare. fra li quali fu Locciolo Pellicciaro. dicenno: «Mora lo traditore che hao fatta la gabella. Coglievase la moita moneta. specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. mora!» Terribile ène loro furore. freddi. Mai suoi off iciali staievano lienti. in Campituoglio. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Como se ionzero insiemmori. Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri. Mai non fu veduto tale omo. Puseli nome"sus sidio". Sempre bussava. quelli proprio che scritti aveva in sio sussidio. G ranne penzieri aveva de procacciare moneta per sollati. salvo lo prode guer rieri Liccardo. Noi per aiz are lo puopolo qui simo. sempre scriveva alli officiali. A questa voce la iente traie per le strade de·llà e de cà. mora!» Ora se fionga la ioventute senza rascione . In Tivoli teneva lo menescalco. La lettera dello papa della m ea confirmazione venuta ène. In Frascati teneva masnata de f anti e de arcieri. Restretto se era a pover a spesa. Prenneva questo e quello. saputa : nome avea Pannalfuccio de Guido. dicenno: «Quello vestiame venga cà». In Castig lione de Santa Perzeta mise masnata de fanti. Più vedeva esso stanno in Campituoglio che suoi offici ali nelle locora puosti. Della c ui morte tutta Roma fu turbata. non facevano cosa notabile. revennevali. de chiudere li passi donn e se facevano le offese. <I>Novissime</I> cassa o Liccardo della capitania e fece aitri capitanii. lo quale non se infegneva. omo mastro ch e sapeva li passi e·lle locora. Le pache non li dava. Così temevano questo tribuno como demonio. Iudici. Avease lavata la faccia de grieco. A buono fine la guerra veniva. la varvuta in testa. viddese abannonato e non proved uto. La guerra menava a buono fine. Prometteva onne dìe. Puoi se deo a prenn ere la iente. Nelle capocroce de m ercato accapitao iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che v eniva da Colonna e da Treio. per vedere que era da fare. Iettavano prete. E sì·lli troncao la testa senza misericordia e cascione alcuna. Era obedito de voglia.</I> Ora lacrimava. p er tutta Campagna li persequitava. de prennere uomini e spie. dubitao forte. notari. onne denaro voleva per pache. <I>In loco consilii obtin ebat omnem suam voluntatem. per la fede mea». fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Notte e dìe faceva predare Colonnesi. Mai non finava. Questa fu la soa sconfittura. faco strep ito e romore. così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi. a dìi otto. Dicevano l'Ongari: «Mai non fu veduto tale capitanio sì va loroso». forte se dubitava. assai desiderava la signoria de llo puopolo. perzona sufficiente. Quanno a l'u itimo vidde che·lla voce terminava a male. Allora se aionze lo moito puopolo. Lo mormuorito quetamente pe r Roma sonava. Ora voglio contare la morte dello trib uno. Ipso instanti ride ns plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat. Consumava Stef anello e Colonnesi e Pellestrinesi. mormorannose debitam ente de sì ingrato omo. tanta inerata ei varietas et mobilitas voluntatis. sio parente. Era dello mese de settiembro.se le masnate intorno alle terre de Pellestrina.

Delli presonieri dubitava. Ad esso non poteva alcuno venire. vedevano tutto. con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto». Pu oi se mise in capo una coitra de lietto e così devisato ne veo ioso. Erano ' naorati: non pareva opera de riballo. Dubitava che non lo occidessi con soie mano. deoli d e mano e disse: «Non ire. valestravano. essolo ioso dereto». Preso per le vrac . fatto allo muodo pastorale campanino. La iente aveva l'animo suso allo pal azzo. De sopra nella sala remase Locciolo P ellicciaro. a ch i fatta aveva tanta iniuria. lo puopolo cresciuto. Ià li Romani aveano iettato fuoco nella pri ma porta. Puoi se volvea allo tribuno. Forficaose la varva e tenzese la faccia de tenta nera. uoglio e pece. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti. Lo dìe cresceva. «Mora lo traditore!» chiam a. <I>Sine dubio</I> che se lo avessino scoitato li àbbera rotti e mutati d e opinione. Allora. Iettavano prete. Favellava campanino e diceva: «Suso. perché anco stava presone missore Bettrone de Narba. La porta ardeva. como fu scopierto. cercao e trovao lo muodo e·lla via. Destenneva la mano. de fermo non moriva. ché fu arza la sala. Amo voi. Entrato là. lo quale mai non trovao cap o. Puoi che deliverao per meglio de volere vivere per qualunche via potéo. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio de capo. uno se·lli affece denanti e sì·llo reaffigurao. Davali la via e l'ordine. Venze la voluntate de volere campare e vivere. Fuoco non lo toccao. Allora abbe tovagl ie de tavola e legaose in centa e fecese despozzare ioso nello scopierto denanti alla presone. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra. Orribile era lo strillare. Solo Locciolo se·llo avessi confo rtato. Peio fao la iente senza intellietto. Questa fu l'uitima soa opinione. muodo vituperoso e de poco animo. confortavalo e diceva che non dubitassi. misticar ese colli aitri e campare. allo volere altruio. L a secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename a piezzo a piezzo. Passava la uitima porta. colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese da missore Bettrone per cascione de più securitate. Conosc eva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao lo tribuno devisato passare per quello fuoco. Curro con fuoco per ardere la port a. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. ca dereto veniva. passa l'uitima porta liberamente. Passa la port a la quale fiariava. Locc iolo Pellicciaro confuse la libertate dello puopolo. La secunna opinione fu de volere campare l a perzona e non morire. Omo era como tutti li aitri. Misticaose colli aitri. Nella presone erano li presonieri. Non potenno più sostenere. Aitra via non trovav a. lo ponte della scala cadde a poca d'ora. l'arme delli citatini de Roma. de volere morire ad onore armato colle arme. ca voleva f avellare. overo granne vattaglia stata fora. le voluntate mutate per la diverz itate. lena. Ma Romani non lo volevano odire. e se occidete me. Solo per quello omo poteva trovare libertate. ora se traieva la varvuta. Non poteva dare più la voita. Questo era che abbe da vero doi opinioni. Nullo remed io era se non de stare alla misericordia. l'arme puse io' in tutto. parzese lo trib uno manifestamente: mostrao ca esso era. La prima op inione soa. lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti co n mano. Dunque se spogliao le insegne della baronia. suso a gliu tradet ore!» Se le uitime scale passava era campato. l'opera era svaragliata. Staienno allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria. che alli balconi non potéo durare. e massimam ente che se pareva allo splennore che daieva li vraccialetti che teneva. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Esso lo dereto. penzao per aitra via campare.ere. Lo solaro della loia fiariava. tolle uno tabarro d e vile panno. Desform ato desformava la favella. Ma Locci olo li tolle la speranza. passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava. Non vaize questi muodi tenere. ora se·lla metteva. Dolore ène de recordare. e issino der eto allo palazzo. Uno v erruto li coize la mano. Tolle li chiav i e tenneli a sé. Facevano c omo li puorci. Quello vile tabarro vestìo. Mostrava le lettere dello auro. faceva semmiante che tacessino. Locciolo lo occise. Ecco che io so' citatino e popul aro como voi. temeva dello morire. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato da ambedoi le mano. Lo tribuno desperato se mise a pericolo della fortuna. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Era là da priesso una caselluccia dove dormiva lo portanaro. quasi venissi a dicere: «Parlare non me lassate. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. occidete voi che romani site». Onne omo fora tornato a casa. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece alli balconi della sala de sopra maiure.

Là pennéo dìi doi. Nullo motto faceva. da cinquanta fiorini. lo terz o. In cammora soa fu trovato uno spiecchio d e acciaro moito polito con carattere e figure assai. Le vraccia teneva piecate. dove esso sentenziato aitri aveva. Vogliome stennere sopra questa materia. vegliardo!» Allora Papirio se desdegnao. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello. per avere più fodero. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell'Austa. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. Fuoro lassati nudi sì quelli che se trovaro a Roma. colle bacc hette in mano. <B>Cap. Le mazza de fòra grasse. fuoro in consiglio. Questo fu lo primo.XXVIII</B> [<I>Della venuta de Carlo imperatore a Roma e della soa coronazione . Forte adorno staieva denanti la soa casa. colle caize de biada a muodo de barone. <I>cum pretexta. Venne uno co n una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Alla perdonanza li pareva de stare. perché lo Francesco non li favel lava con reverenzia. afforosi. lo voito nero como fornaro. sì quelli che staieva no de fore per le fortezze a guerriare. In esso silenzio mosse la faccia. adorni de prete preziose e de aoro. Per la paura Romani se erano redutti là. chi de consolo. Perdiero caval li e arme. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. colli musacchini inaorati. Tante ferute aveva. curzero a v edere como cosa nova. e non teméo de morire per salvare la onoranza della maiestate soa. Li vetera ni ne iro alle case. Grasso era orribilemente. Nullo omo era ardito toccarelo. lo secunno ordine. cum trabea in dutus</I>. pareva criviello. Alla prima morìo. da ciento fiorini. Anco li fuoro trovati pugillari dove aveva scritti R omani. notte una. Così fu. Destese la bacchetta e ferìo lo Fr ancesco nello capo. la coita che voleva mettere. Quanno questo omo fu occiso currevano anni <I>Domini</I> MCCCLIII[I]. per salvare la ioventute. guardao de·llà e de cà. In quello fuoco de lli cardi fu messo. pena non sentìo. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica . Là add utto. deliveraro de mannare fòra li veterani. l'aitro e li aitri lo percuoto. bianc o como latte insanguinato. lo quale voize essere campione de Romani. Li veterani. Attizzavano li cardi perché ardessi. Lo buono Romano dunqua non voize morire colla coitra in capo como Cola de R ienzi morìo. Fra li Franceschi per carnario muorti serremo senza dubio. Chi li dao. Meglio ène che moramo in abit o de virtute che de miseria. Tale se vestìo a muodo de pontefice.cia. 'nanti che issiro fòra de Tarpeia. Uno Francesco prese la varva a questo Papirio e disse: «Ahi vegliardo. affociti. lo quarto. lo quinto. Ciascheuno se adobao con quelli ornamenti li quali avevano auti nelle onoranze delli offizii. Per questa via fu strascinato fi' a Santo Marcie llo. alli o tto dìi de settiembro in ora della terza. Là stette per meno de ora. ma tutta soa forestaria fu derobata de tutto arnese. ciento perzone da quattrociento fiorini. lo quale se fece tribuno augusto de Roma. Franceschi entraro in Roma e assediaro Tarpeia. che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. liberamente fu addutto per tutte le scale senza offesa fi' allo luoco dello lione. lo monte de Campituoglio. s cortellavanollo. como l'abito sio mustrava. fu fatto uno silenzio. Dissero così: «Noi gimo alle case nostre. como perzone inutile. Questa fine abbe Cola de Rienzi. In quello spiecchio costreg neva lo spirito de Fiorone. chi li promette. dove li aitri la sentenzia vodo. Li zitielli li iettavano le prete. Allora l'uno. tale a muo do de senatore. St aievano là li Iudiei forte affaccennati. Allo ra Cecco dello Viecchio impuinao mano a uno stuocco e deoli nello ventre. strascinavanollo. Così fu. La matina li Franceschi se maravigliaro de tale novitate. da dieci fiori ni. Onneuno se vesta le ornamenta soie». ciento perzone da cinquecie nto fiorini. la varva tonnita. Allocarose nelli facistuori adornati. Era grasso. Puoi che viddero che in Tarpeia non era suffici enzia de fodero. Erano remase le cocce per la via donne era strascinato. in iuppariello de seta verde . Onneuno ne·sse iocava. Fra li aitri uno aveva nome P apirio. Non solamente questo fu muorto in furore de puopolo. Dierolo in terra. Tanta era la soa grassezza. Capo non aveva. Così lo passavano como fussi criviello. No n era luoco senza feruta. Lo primo ordine. <I>Immediate</I> puo' esso secunnao lo ventre de Treio notaro e de oli la spada in capo. scento. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititu dine: non ne remase uno.

..] .</I> ] [.e della soa partenza alla Alamagna.