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Venezia divinorum

La giornata dopo comincia con la neve. Non proprio neve, si potrebbe dire nevischio, ma comunque cade
in una successione continua. È quasi rilassante vedere la sua caduta. Andiamo a fare colazione. Ci sono
tutti gli altri clienti dell’albergo, hanno l’accento veneto ma non tutti. Ci sono anche stranieri e mi sento
più in sintonia con loro, siamo nella stessa condizione di estranei. Mi conforta un po’. Mangio con gusto
cose che non mangio mai. Burro, marmellata, succo d’arancia. In genere non faccio mai colazione ma in
questo caso ho un immenso piacere.
Finiamo la colazione ed usciamo. Abbiamo gli ombrelli e il freddo è tutto intorno a noi. Il traffico di
gente è aumentato rispetto alla notte. Sembra tutta la stessa gente ma io non ho occhio per le differenze.
Ma a sentirli parlare si capisce chi sono, turisti, maree di turisti, di tutte le genie e corporature. I veneziani
sono di meno, le strade per loro non hanno la stessa attrattiva. Per cercare di orientarci abbiamo una carti-
na però la nostra passeggiata rimane comunque intricata. La cartina quasi vola via per il vento. Io un po'
mi snervo, comincio ad avere repulsione. Francesca invece è tranquilla e cammina seguendo l’istinto. Io la
seguo senza far caso a dove si vada e per quanto mi riguarda possiamo anche perderci. La nostra meta sa-
rebbe S. Marco e pare che ci avviciniamo. C’è gente pitturata sul viso, ci sono pure maschere. Ma questa
gente non è in un numero rilevante.
Il fatto di lasciarmi andare al flusso mi piace. Non c’è bisogno di una meta, tutto è nuovo e tutto può
essere una meta. Non so praticamente niente di Venezia, niente della sua storia o cultura. Non mi sono
mai informato. Ma questo non è un problema. Io non voglio sapere niente, niente di detto o scritto. Tento
di farmi attraversare dalla sua anima. Ancora non ci riesco, ma aspetto, nonostante l’insieme delle cose mi
innervosisca e infiacchisca. Francesca è tutta presa dai suoi pensieri. Mi ascolta con poca attenzione. Sem-
bra attenta a tutt’altro. Forse lei riesce a farsi attraversare dall’anima della città. La invidio ma vorrei pure
parlarle anche se non so di cosa.
Continuiamo a camminare, è l’unica cosa certa. Tutto a me appare uguale, uguale perché nuovo. Solo con
l’esperienza ci si può accorgere delle differenze. Per me è tutto un insieme, un agglomerato. Tutto omoge-
neo e comunque mi affascina. .
Ma il viaggio non lo sta facendo soltanto la mia mente. Pure il mio corpo ne gode qualcosa. Mi guardo
un po’ intorno, da tutti i lati. Cerco qualcosa che mi gratifichi gli occhi. Trovo più interessanti le straniere,
vorrei fermarle e fare conoscenza. Ma Francesca con il suo flusso incessante mi trascina e io non ho molto
tempo di pensare a come gratificare il mio corpo e la mia repressa smania sessuale.
Saliamo su un ponte più grande degli altri. È pure il più famoso, mi pare si chiami Ponte di Rialto. Sta
sopra il canale più largo. È un’attrazione ma a me questo non interessa. Riconosco di non avere alcun
istinto da turista, non mi tocca affatto tutto quello che interessa agli altri. Francesca mi chiede: “E allora
perché sei venuto se non ti interessa quasi niente?”, “Non ti so dire, non lo capisco neanch’io, forse non
sono tagliato per il viaggio. Almeno, la cosa che non voglio è essere un turista, mi pare così banale. Ma cre-
do che questa sia l’unica maniera di viaggiare. O almeno l’unica che mi viene in mente.”
Dopo un po’ che siamo sul ponte Francesca decide che ha freddo. Sotto è vestita solo con una gonna e
delle calze pesanti. “Avrei dovuto mettermi i pantaloni.” Io le do ragione. Mi dice che vorrebbe tornare al-
l’albergo per cambiarsi. Mi dice anche che se voglio posso andare avanti da solo, mi da la cartina e poi mi
raggiunge. Anche con la cartina ho la sicurezza di perdermi e l’idea non mi piace. Perciò le dico che ritorno
con lei all’hotel. .
Il ritorno non è meno difficile dell’andata. Ci fermiamo spesso a controllare la cartina. Facciamo alcuni
giri a vuoto, tutto un andare avanti e indietro e io impazzisco e maledico questa fogna di città. Comunque
dopo un po’ si trova la strada giusta. Rientriamo nell’hotel e andiamo in camera. “A me andrebbe di ripo-
sare un po’, sono stanco,” dico io come un lamento. Per Francesca va bene. Poi propone di fumare la salvia
che abbiamo comprato prima di partire. Io dico di si. Allora mi metto a preparare la bonga a Francesca per-
ché sembra impaziente di fumare. Quindi fuma affacciata alla finestra per non creare troppa puzza nella
stanza. Se ne rientra e si siede sul suo letto. Mi dice che non le ha dato un buon effetto, non è soddisfat-
ta. Allora mi metto a preparare per me. Me ne vado alla finestra e comincio a fumare. Prima accumulo il
fumo, poi faccio l’ultimo tiro forte. Solo che sbaglio, non trattengo il fumo. L’effetto che ne viene è sca-
dente. Sento solo qualche pizzico sulle braccia e nient’altro. L’altra volta che avevo fumato la salvia mi era
piaciuto di più, avevo la sensibilità leggermente più fluida, le sensazioni erano nuove e strane. Quindi non
mi sento soddisfatto e voglio riprovare. Preparo un’altra bonga e questa volta la fumo per bene. Chiudo la
finestra e mi metto sul letto. Adesso è diverso, sembra la giusta sensazione. Ma questa è l’ultima cosa che
penso e che so di aver pensato. Poi diventa tutto sfasato, non vedo più la mia realtà. I suoni sono ripetuti,
non controllo più le orecchie, fanno quello che vogliono. Perdo il controllo di tutto ed è terrificante, di-
mentico le cose e il tempo e lo spazio è come se si frantumassero. Le immagini mi si schiacciano sul viso
in continuazione e niente vuole stare fermo. È come un fotogramma ripetuto che mi schiaffeggia. E io non
so come fermare il giro, è tutta una giostra. Io sono terrorizzato perché penso di essere rimasto bloccato in
questo posto e non so come ci sono arrivato. Credo di vedere delle gondole rosse e mi pare che ci siano al-
tre persone. Su una delle gondole c’è una dama settecentesca e non so chi è e credo che mi rida addosso.
Ho la strana sensazione che sia tutta una pubblicità di supermercato. Faccio di tutto per liberarmi, altri-
menti so che o impazzirò o morirò del tutto. Però continua, continua il vortice, non ricordo ma forse era
pieno di immagini tremolanti, di linee fumose senza una sostanza, e tutto era flusso e corrente. Io sono
terrorizzato. Grido basta o almeno mi pare di gridarlo. Poi comincia a liberarmisi la vista. Rivedo France-
sca che mi guarda strano. Mi tende la mano e io con grande sforzo la afferro, per cercare di fermare me e il
vortice che mi ha preso. Lei cerca di parlarmi ma non riesco a sopportarlo. Ascoltare mi rende pazzo. Però
le tengo la mano e tento di contenere le sensazioni. I sensi sembra che ritornino al loro posto. Provo a par-
lare per spiegare l’esplosione che mi ha preso ma ho problemi ad articolare le parole, incespico sulla lingua.
Non provo nessun dolore fisico, c’è solo la confusione più assoluta e violenta. Mi prende pure un caldo
soffocante, cerco di togliermi i vestiti. Provo a distendermi sul letto ma non posso stare fermo. Comunque
la violenza si affievolisce e prendo a calmarmi. Vedo tutto come mi ricordavo e mi viene in mente che ave-
vo fumato. L’avevo completamente dimenticato.
Adesso mi prende l’urgente bisogno di spiegare, di provare a descrivere. Cerco di dire a parole ma capisco
che è inadeguato. Mi faccio confuso, appassionato, devo riuscire a far capire cosa mi è successo. .
“Il mio buon senso mi dice di non toccare più la salvia,” dico a Francesca, “e sarei anche più tranquillo
se non la toccassi neanche tu.” È vera preoccupazione, non voglio che lei provi lo stesso. Quasi le imploro
di buttare la salvia rimasta, non voglio che si tocchi più.
Continuo a parlare ed è piacevole sentire che l’effetto se ne sta andando. Adesso sono libero e sano,
quasi felice. Francesca da parte sua mi dice cosa ha visto dall’esterno ed è curioso non saperne niente. Dice
che si sentiva un po’ in colpa perché non riusciva ad aiutarmi. E io le sono comunque grato. Per adesso
preferisco starmene in stanza, non voglio uscire, ho paura delle mie possibili reazioni all’aperto. Passano
un po’ di minuti e alla fine ritorno normale e tranquillo. Dico di uscire ed usciamo a respirare l’aria.

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