Antonio Montanari

Profilo di una crisi.
Galeotto Tarlati, Cardinale ribelle.
Creato Cardinale nel 1378, Galeotto fugge da Urbano VI nel 1386 dopo che il
Papa ha fatto uccidere un Vescovo e cinque Cardinali, e va ad Avignone, da dove
scappa nel settembre 1397 perché privato dei redditi riconosciutigli da Clemente
VII, recandosi a Valence e Vienne, dove muore l'8 febbraio 1398.

Edizione minore, luglio 2016

Premessa
Nella prima versione della biografia che ho dedicato a Galeotto Tarlati di
Pietramala (1356-1398), pubblicata sul web nel maggio 2014, manca
una notizia fondamentale che ho presentato successivamente
(novembre 2015), e che riguarda la fuga di Galeotto da Avignone sul
finire del 1397, prima a Valence e poi a Vienne, dove scompare l'8
febbraio 1398.
Galeotto scappa da Avignone perché quell'ambiente gli era diventato
ostile, di pari passo all'ascesa politica dei Malatesti nel mondo pontificio
romano, quando Pandolfo III (fratello di sua madre Rengarda) è
nominato comandante supremo delle armi della Chiesa, e mentre un
cugino di Pandolfo III, Leale, è vescovo di Rimini (1374-1400).
La fuga da Avignone, ricalca quella precedente di Galeotto stesso da
Urbano VI verso la stessa Avignone, nel settembre 1386.
E sembra completare un doppio profilo, quello biografico di un Cardinale
"ribelle" per restare legato al dettato evangelico; e quello storico
generale, in cui si inserisce il dato personale, per cui abbiamo scelto di
intitolare queste pagine appunto "Profilo di una crisi".
La prima stesura dei miei scritti su Galeotto Tarlati di Pietramala (aprile
2014), conteneva una dedica ad Ezio Raimondi, scomparso il 18 marzo
di quell’anno. Dedica che qui voglio ripetere, unendo il suo ricordo a
quello degli altri miei Maestri all’Ateneo bolognese, come Paolo Rossi,
Gina Fasoli, Giovanni Maria Bertin, Luciano Anceschi, Enzo Melandri.

1. Da Avignone a Costanza
Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398) è nominato Cardinale
diacono l'11 settembre 1378.
Egli vive in uno dei periodi più tragici della storia della Chiesa di Roma,
tra la «cattività avignonese» (1305-1377) ed il «Grande Scisma» (13781417), sfociato nei roghi del Concilio di Costanza (1414-1418), quando,
in nome della Croce, si uccidono Giovanni Huss (1415) e Girolamo da
Praga (1416).
Huss, professore a Praga, è ammazzato nonostante il salvacondotto
imperiale di cui era munito. I particolari dell'esecuzione sono terribili: lo
attaccano ad un palo e gli danno fuoco. I soldati che rinvengono il suo
cuore, lo bruciano separatamente. Suo scolaro era stato Girolamo da
Praga.
Quelle fiamme ricordano quanto accaduto a Roma nel 1354 al corpo di
Cola di Rienzo, eliminato con una stoccata nel ventre. Fu prima mutilato
del capo, poi appeso per i piedi alle forche e colpito per due giorni dalle
sassate di scherno dei giovani, ed infine bruciato dai Giudei davanti al
mausoleo di Augusto [F. Papencordt, «Cola di Rienzo e il suo tempo»,
Pomba, Torino 1844, p. 289].
Nell'esperienza di Galeotto come uomo di Chiesa ed intellettuale
formatosi sui classici della sua biblioteca, c'è un elemento costante, il
suo rimettere in discussione tutto, con uno spirito saldo di ribellione che
lo porta a fuggire prima da Urbano VI verso Avignone, nel settembre
1386; e poi dalla stessa Avignone, nel settembre 1397, verso Valence e
Vienne, dove muore l'8 febbraio 1398.
Papa Urbano VI (Bartolomeo Prignano, successore di Gregorio XI) fa
uccidere il Vescovo dell'Aquila Stefano Sidonio (1385) e cinque Cardinali
(1386): Marino del Giudice, Giovanni d'Amelia, Bartolommeo di
Cogorno, Ludovico Donati e Gentile di Sangro, «personaggi tutti de' più
dotti e cospicui del sacro Collegio», scrive Ludovico Antonio Muratori
[Annali, 8, p. 411]. Un altro Cardinale arrestato, l'inglese Adam Easton,
si salva grazie all'intervento del suo re Riccardo II.
«Cette conduite d'Urbain aliénoit de lui ses plus affidez. Le Cardinal Pile
de Prat Arcivêque de Ravenne, et Gouverner de Corneto, et le Cardinal
Galeot Tarla de Pietra Mala l'abandonnérent alors, pour aller joindre
Clement à Avignon» [J. Lenfant, «Histoire du Concile de Pise», I, Le
Febvre, Utrecht 1731, p. 55].
Proprio con Urbano VI s'inaugura la lunga stagione d'intolleranza che
sfocia nei roghi "conciliari" di cui s'è detto. Urbano VI, Arcivescovo di
Bari, è l'ultimo Pontefice eletto, l'8 aprile 1378, al di fuori del collegio
cardinalizio. Il 24 maggio 1384 da Napoli, dove era giunto a fine
settembre 1383, egli si trasferisce a Nocera, rifugiandosi presso suo
nipote Francesco Prignano detto «Butillo» (che in spagnolo significa
«pallido»).
Urbano VI teme che il re di Napoli Carlo III d'Angiò Durazzo stia
cospirando contro di lui, con l'aiuto dei sei Cardinali già ricordati, che fa
imprigionare l'11 gennaio 1385.
Dopo l'elezione, Urbano VI pronuncia «una furibonda requisitoria contro
la corruzione di Cardinali e di prelati» [F. Gaeta, «Il tramonto del
Medioevo», ne «La crisi del Trecento», Bergamo 2013, pp. 280-397, p.
286]. Li insulta pubblicamente con epiteti violentissimi, e li colpisce
mediante provvedimenti che intaccano i loro privilegi e le loro entrate.
Minaccia di scomunica i simoniaci. Richiama i Vescovi al dovere di
risiedere nelle loro diocesi. Tenta di abbassare l'autorità del collegio
cardinalizio nel governo della Chiesa. Tutti questi «elementi di rottura»
preludono al «Grande Scisma».

Il «soggiorno avignonese» dei Papi dura dal 1305 al 1376, iniziando con
l'elezione dell'Arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got (Clemente V,
1305-1314), rimasto in Francia dove allora si trovava.
Clemente V si fa incoronare il 14 novembre 1305 a Lione, alla presenza
di Filippo il Bello. Soggiorna prima in Guascogna, sua terra d'origine, e
poi dal 1309 ad Avignone, città che apparteneva ai conti di Provenza,
cioè agli Angiò, sovrani di Napoli, città governata allora da Carlo II re di
Sicilia (1248-1309). Ecco perché solitamente si fa iniziare la «cattività
avignonese» nel 1309, saltando la premessa del soggiorno francese di
Clemente V sino a quell'anno.
Sono sei i successori di Clemente V che restano ad Avignone: Giovanni
XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V e Gregorio
XI.
Nel 1334 Giovanni XXII (in carica dal 1316), poco prima di morire il 4
dicembre dello stesso anno, concepisce «il piano di tornare in Italia e
trasferirvi la Curia, se non a Roma, città ritenuta insicura, almeno a
Bologna», riscuotendo l'opposizione sia di guelfi sia di ghibellini [A. M.
Voci, «Il papato avignonese», ne «Il Medioevo. 7», Roma 2009, pp. 98107, pp. 102-103].
Il contesto internazionale europeo, dal settembre 1396 a tutto il 1397, è
caratterizzato dalle missioni politiche a Roma di inviati dei Re di Francia,
Inghilterra, Castiglia, Navarra ed Aragona: «Essi esortarono Bonifacio, e
lo pregarono, che, per far cessar lo scisma, volesse rinunziare a tutt'i
diritti, che pretendeva avere al pontificato; affermando che Benedetto
farebbe il medesimo» [C. Fleury, «Storia ecclesiastica», XIV, Cervone,
Napoli 1771, p. 325].
Bonifacio IX risponde «ch'egli era il vero, e indubitabile Papa, che non ve
n'erano altri, e che non pretendea di rinunziarvi in niuna forma» [ib.].
Nell'aprile 1397 alla Dieta di Francoforte dei Principi di Alemagna, durata
dodici giorni, sono presenti anche «de' Deputati della Università di
Parigi, e degl'Inviati di molti Re e di altri Principi»: «si mandò a
Bonifacio, per esortarlo alla cessione». Bonifacio tiene a bada «gl'Inviati
con le parole, senza dar loro decisiva risposta», anzi cercando di
corromperli «accordando loro contra le regole alcune grazie, che
desideravano essi, e per gli amici loro» [ib.]. Per cui quegli Inviati «non
poterono avanzar nulla per la cessione, ch'era il motivo del loro
viaggio».
Proprio in quel settembre 1397 in cui principia la fuga di Galeotto da
Avignone, il giorno 10 il Re di Castiglia risponde al Re d'Aragona (che gli
aveva mandato due Ambasciatori), di essere favorevole come lo è la
Corte di Parigi, alla via della cessione, «approvata da' cardinali, e
desiderata da' Fedeli», rifiutando «la via del compromesso» che a
Bonifacio poteva apparire non una via di Diritto e di Giustizia, ma una
scelta volontaria.

2. Una nomina, due fughe
Ha solo ventidue anni il «protonotario Apostolico» Galeotto Tarlati di
Pietramala quando l'11 settembre 1378 è creato Cardinale diacono da
Urbano VI, su proposta del nonno Galeotto I Malatesti, signore di Rimini,
la cui figlia Rengarda nel 1348 ha sposato Masio Tarlati di Pietramala,
Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347.
L'anno prima della sua nomina a Cardinale, nel 1377, a Cesena, per
volere di Gregorio XI, Pierre Roger de Beaufort (1370-1378, nipote di
Papa Clemente VI [1342-1352]), quattromila cadaveri furono
disseminati nelle strade e nei fossati della città (scrive l'abate Guillaume
Mollat nella sua storia del Papato avignonese, Les Papes d’Avignon,
1305-1378, Parigi 1912, p. 163-164), per opera dei Bretoni guidati dal
terribile Cardinal Roberto da Ginevra, il quale nel 1378 diventa il primo
Antipapa, con il nome di Clemente VII.
Nel 1386 Galeotto fugge da Urbano VI, prima nella Milano di Gian
Galeazzo Visconti (dove la famiglia di sua madre Rengarda Malatesti era
ben conosciuta per legami militari), e poi ad Avignone. Qui nel 1387 è
nominato Anticardinale.
Un figlio di Gian Galeazzo Visconti, Giovanni Maria, nel 1408 sposerà
Antonia Malatesti, figlia di Andrea Malatesti nato da Gentile da Varano e
Galeotto I, il quale da Elisa della Valletta aveva avuto Rengarda, madre
del nostro Cardinal Galeotto. Antonia Malatesti era quindi cugina di
Galeotto.
Antonia passa alla storia per il suo comportamento in occasione
dell'uccisione del marito Giovanni Maria da parte di alcuni nobili di corte:
lei non volle recarsi in Duomo dove era stata trasferita la salma, peraltro
ignorata da tutti. L'unico omaggio al defunto fu quello di «una femina
meretrice» che «tollendo una cesta de rose tutto il coperse».
L'astio di Antonia era una reazione al comportamento di Giovanni Maria,
definito da Carlo Cattaneo «libertino e crudele come Nerone» (cfr.
l'introduzione, p. LXXI, a «Notizie naturali e civili su la Lombardia», I,
Bernardoni, Milano 1844).
Nel 1397 Galeotto si dimette da Cardinale. Nicola di Clamanges (o
Clemanges), che nella celebre «Epistola XII, Mallem tibi laetiora» dà la
notizia della sua scomparsa avvenuta a Vienne, infatti definisce Galeotto
«nuper Cardinalis», cioè «Cardinale sino a qualche tempo addietro».
La lettera è spedita da Avignone «Ad Gontherum Colli, Galliae Regis
secretarium», ovvero Gontier Col, segretario di Carlo VI e di Giovanni,
duca di Berry, ed ambasciatore ad Avignone nella primavera del 1395.
L'avverbio «nuper», semplice ma fondamentale per documentare la
vicenda biografica di Galeotto, è purtroppo sfuggito agli storici moderni
nella ricostruzione della sua figura attraverso l'«Epistola XII»,
considerata fondamentale per delineare la cultura umanistica del nostro
personaggio, con l'accenno alla sua biblioteca, i cui libri «multi erant et
singulariter electi, perlibenter oblatos».
Di fuga di Galeotto da Avignone parla già nel XVI sec. un studioso ed
uomo della Curia di Roma, Girolamo Garimberti (1506-1575), in «Vite,
Overo Fatti Memorabili D'Alcuni Papi, Et Di Tutti I Cardinali Passati»
(Giolito de' Ferrari, Venezia 1567), al cap. XXV, intitolato
significativamente «Della Ingratitudine» (pp. 446-447): «essendo fatto
Cardinale da Urbano, et compreso tra i suoi più confidenti e cari, si trouò
a machinar contra della dignità sua, insieme con alcuni altri Cardinali,
che per questo furono priuati dal Papa; per il che Galeotto insieme con
Pileo de Prati Cardinale se ne fuggì in Auignone; doue da Clemente di
nuouo fu restituito al Cardinalato; si come di nuouo poco dipoi facendo
un'altra ribellione con fuggirsene da Clemente, fu reintegrato da Urbano,

et premiato da lui di quella tanta ingratitudine; della quale meritaua di
esser castigato; et con quella solità seuerità che forse haurebbe, se
Galeotto non l'hauesse preuenuto con la morte nel Monte dell'Auernia,
doue stà sepolto nella Chiesa de Frati Minori».
Quest'altra «ribellione» secondo Garimberti, dunque, non poté
approdare al ritorno a Roma da vivo, per la scomparsa avvenuta, a suo
dire, non a Vienne ma alla Verna, un luogo simbolico per Galeotto
perché è quello della sua sepoltura, dapprima nella cappella «costruita
sulla prima cella di san Francesco» [cfr. A. Giorgi, «Dal primitivo
insediamento alla Verna dell’Osservanza», in «Atti del Convegno di Studi
2011», Firenze 2012, pp. 45-68, p. 52], poi nella «cappella della
Maddalena» che avevano voluto i genitori di suo padre, ovvero Roberto
(Uberto) da Pietramala e Caterina degl'Ubertini.
Questo particolare illumina sopra un altro aspetto: il trasferimento della
salma di Galeotto avvenne, tre giorni dopo la morte, ovvero l'11
febbraio «sur le Rhône jusqu'à Avignon», come leggiamo in una lettera
di Tieri di Benci, socio d'affari di Francesco Datini, grande mercante di
Prato, a Francesco di Marco, imprenditore in una società di lanaioli. «Da
Avignone la salma del cardinale fu portata, per le terre dei Savoia e del
duca di Milano, e per la Romagna, e le terre dei conti Guidi, alla Verna»
[G. Franceschini, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala»,
in «Italia medievale e umanistica», VII, Padova 1964, pp. 375-404, p.
397].

3. L’epistola «Ad Romanos»
La notizia della fuga da Avignone che leggiamo in Garimberti, non è però
accettata da Stefano Baluzio (Étienne Baluze, 1630-1718) che nelle sue
«Vitae Paparum Avenionensium» (Muguet, Parigi 1693) osserva: «Illum
Hieronymus Garimbertus, scribit mortuum esse in monte Alvernae in
summis Apennini jugis ibique sepultum in ecclesia fratrum Minorum.
Errat sane dum scribit illum rediisse in gratiam cum Urbano sexto. Nam
id falsum esse manifeste patet ex epistola ejus ad Romanos supra
commemorata, et ex eo quod mortuus est Viennae» (col. 1364).
La falsità della notizia sulla fuga è dedotta in Baluze da quella epistola
«Ad Romanos», di cui lui stesso parla alla col. 1363: Galeotto «scripsit
gravem epistolam ad cives Romanos; in qua eos primo redarguit quod
ipsi fuerint auctores schismatis, deinde hortatur ut eidem Benedicto,
quem multis laudibus ornat, obedientiam prestent».
Se la fuga è del 1397, l'epistola «Ad Romanos» risale però a periodo di
poco anteriore al dicembre 1394 [cfr. E. Ornato, «Jean Muret et ses
amis: Nicolas de Clamanges et Jean de Montreuil», Genève-Paris 1969,
p. 28].
Il titolo completo della lettera è: «Deflet horrendum schisma,
hortaturque eos, ut adhaerendo Benedicto XIII, ipsi finem imponant».
Benedetto XIII è il Cardinale Pietro da Luna, eletto il 28 settembre 1394
con i voti di venti dei ventuno cardinali presenti ad Avignone. Era stato
fatto Cardinale da Gregorio XI nel 1375. Sino al 1390 fu Legato
pontificio nella penisola iberica.
Sul ruolo di Galeotto da Pietramala ad Avignone, è stato osservato che
egli, per quanto fosse giovane, «exerçait une grande influence sur ses
collègues et il avait même essayé de jouer un rôle de modérateur entre
les deux papes» [cfr. B. Galland, «Les papes d'Avignon et la Maison de
Savoie (1309-1409)», École Française de Rome n. 247, Roma, 1998, p.
334. In nota si rimanda a G. Mollat, «Dictionnaire d'histoire et de
géographie ecclésiastique», 19, coll. 759-760].
Circa i rapporti fra Galeotto e Benedetto XIII, leggiamo in Franceschini:
«Lo legava al nuovo pontefice una profonda stima e un'amicizia nata fin
da quando aveva potuto riconoscere nel cardinale de Luna specchiata
rettitudine e profonda cultura e il comune amore per gli studi di umanità
e la ricerca degli antichi testi» [cit., p. 395].

4. La lezione umanistica di Petrarca
L'Umanesimo a cui guarda Galeotto è ispirato alla lezione di Francesco
Petrarca. Il quale, in una lettera del 1368 a Urbano V, per esaltare il
primato della cultura letteraria italiana, aveva affermato «oratores et
poetae extra Italiam non quaerantur».
La frase suscita in Francia forti polemiche. Tra il 1369 e il 1372
l'autorevole teologo dello Studio parigino Jean de Hesdin (1320-1412)
compone e diffonde l'epistola «Contra Franciscum Petrarcam»,
consegnata all'umanista italiano soltanto nei primi giorni di gennaio
1373. Il 1° marzo dello stesso anno è datata da Padova la rispostainvettiva di Petrarca, «Invectiva contra eum qui maledixit Italiae».
Dopo la morte di Petrarca (1374), il «Grande Scisma» accentua, anche
sul piano politico, la rivalità Italia-Francia, e la querelle intorno alla frase
dell'umanista italiano riprende, trasformata in un topos propagandistico.
Il momento culminante della querelle è nel breve carteggio fra Nicolas
de Clamanges ed il nostro Galeotto, carteggio in parte risalente alla fine
del 1394 o all'inizio del 1395, ma completamente riscritto (anzi
«inventato», per così dire: cfr. D. Cecchetti, «Petrarca, Pietramala e
Clamages», Paris 1982, p. 18 et passim), dopo il 1420.
Clamanges controbattendo sdegnosamente alla frase incriminata di
Petrarca, traccerà una breve storia della cultura di area gallo-francese,
dall'antichità classica al XII secolo, per vantarne l'assoluta preminenza
su qualsiasi altra tradizione nazionale.
La lezione umanistica di Galeotto progettava dunque un devoto omaggio
alla genialità di Francesco Petrarca che non poteva non incontrare
l'opposizione più accesa dei suoi amici in Avignone, per una serie di
significativi motivi.
Anzitutto, come sottolinea Huizinga [«Autunno del Medioevo», Firenze
1987, p. 449], il preumanesimo di illustri esponenti di quel circolo
avignonese come Montreuil e Col, è legato all'erudizione scolastica
medievale. Poi c'è l'aspetto biografico di Petrarca che non poteva essere
proposto in quella corte, da lui accusata di corruzione nei cosiddetti
«Sonetti babilonesi» (nn. 136, 137, 138), come nelle lettere «Sine
nomine» e nelle Egloghe sesta «Pastorum pathos» («Le cure pastorali»)
e settima «Grex infectus et suffectus» («Il gregge infetto») [cfr. E. H.
Wilkins, «Vita del Petrarca», Milano 2003, p. 78].
Nell'epistola XVIII (penultima) delle «Sine nomine», si parla di vecchi e
lascivi bambocci che bruciano nella libidine, precipitando in ogni
vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti, degli incesti, degli
adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento della lascivia papale»
(«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»)» [cfr. «Sine nomine, Lettere
polemiche e politiche», a cura di U. Dotti, Roma 1974, pp. 206-210].
Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi
riofferte dopo il parto «all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento»,
mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per
rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all'alterna sazietà di chi le usa a suo
godimento».
Sulle «pagine densissime» delle «Sine nomine», leggiamo in Ezio
Raimondi [«Un esercizio satirico ad Avignone» (1956), «I sentieri del
lettore», a c. di A. Battistini, I, Bologna 1994] che esse «sorgono dalla
sofferenza e dalla protesta del cristiano offeso» [p. 133].

5. Notizie dalle corti
Il primo a parlare di un ritorno di Galeotto al Papato romano è, dieci
anni prima di Garimberti nel 1557, Onofrio Panvinio (1529-1568) nella
«Epitome pontificum Romanorum» [Strada, Venezia, p. 260].
Secondo Panvinio, che fu agostiniano e lavorò a Roma quale «corrector
et revisor» di manoscritti presso la Biblioteca Vaticana al tempo di Pio IV
(1559-1565), il Papa Urbano VI aveva restituito il cardinalato a
Galeotto: «Galeottus de Petra Mala [...] cum fido Cardinale Ravennae
fugit, verum non longe post in gratiam sororis suae [...]», moglie del
nipote del Pontefice, ovvero Francesco Frignano.
Di questa moglie del nipote, e sorella del nostro Cardinale, non si hanno
tracce.
Tre sono le sorelle di Galeotto di Pietramala: Elisa morta nel 1366,
Taddea che si sposa nel 1372, e Caterina che s'accasa, forse nel 1393.
Quindi potrebbe Caterina esser stata coinvolta nella vita sentimentale di
Francesco «Butillo». Il quale però poi prende in moglie Raimondina del
Tufo, mentre Caterina va a nozze con Nicola Filippo Brancaleoni.
Per Francesco Prignano si trova pure che rapì da un monastero di Napoli
«una Monaca professa, di nobile condizione, e la tenne seco nel suo
appartamento» [J. Hardion, «Storia universale», XIII, Tasso, Venezia
1834, p. 210].

6. I giuochi del potere
Clamanges, autore della «Epistola XII, Mallem tibi laetiora», era
divenuto segretario di Papa Benedetto XIII su raccomandazione dello
stesso Galeotto. Con cui aveva mantenuto particolari rapporti di
amicizia. Galeotto «lo accolse con ogni sorta di amorevolezze, gli mostrò
la sua biblioteca e lo fece padrone di usarne, e lo presentò al papa e agli
altri cardinali», si legge in un volume fiorentino del 1890 [cfr. G. Voigt,
D. Valbusa, G. Zippel, «Il risorgimento dell'antichità classica: ovvero, Il
primo secolo dell'umanismo», Volume 2, G. C. Sansoni, Firenze 1890
[pp. 340-341]
Questa frequentazione permetteva a Nicola di Clamanges di conoscere
tutti i risvolti, anche i più segreti, della vita di Galeotto. E di
interpretarne pure le intenzioni eventualmente non espresse per non
nuocere ai propri progetti.
Perché nel settembre 1397 Galeotto si allontana da Avignone?
Quello è un particolare momento non soltanto della storia generale del
regno di Francia, quando Carlo VI (in carica dal 1380) cerca di chiudere
il «Grande Scisma» che durerà sino al 1417; ma pure della biografia di
Galeotto, privato dei redditi della località di Noves già riconosciutigli dal
Papa Clemente VII, per colpa di Gilles Bellemère (1342-1407),
esponente di spicco della corte di Avignone, di cui diventa vescovo nel
1392 (come si legge in un testo di Henri Gilles, «La vie et les œuvres de
Gilles Bellemère», Bibliotheque de L'Ecole des Chartes, CXXIV, Paris
1966, p. 116-117).
Di Clemente VII, Bellemère fu anche ambasciatore presso Carlo VI.
Divenne famoso grazie ai suoi «Commentari» al «Decretum Gratiani» o
«Corpus iuris canonici» (XII sec.), editi nel 1548-49, Senneton frères,
Lugduni.
«Un homme fort près de ses intérêts», lo definisce Henri Gilles.
Bellemère era in contatto con gli intellettuali umanisti di Avignone,
quindi pure con lo stesso Galeotto che di quel gruppo era il protettore
[A. Coville, «La vie intellectuelle dans les domaines d'Anjou-Provence de
1380 à 1435», Parigi 1941, p. 406]. E Galeotto deve aver considerato il
gesto di Bellemère un tradimento pieno di pericoli per il suo futuro.
La questione si trascina dal marzo 1394 all'agosto 1397, quando
Galeotto protesta perché privato dei redditi di Noves.
Ma fa altrettanto, e soprattutto «bien fort», lo stesso Bellemère
scrivendo persino un trattato per dimostrare in punta di Diritto romano
«la justesse de ses prétentions». Per rafforzare «son droit sur Noves», il
Bellemère invita «les habitants à prêter un serment public d'obéissance
à sa personne, à son église et à sa cour de Noves» [H. Gilles, pp. 117118].
Siamo proprio alla vigilia della partenza di Galeotto di Pietramala da
Avignone per Valence.
Gilles Bellemère era stato preso a servizio dal cardinale Pierre Roger de
Beaufort, futuro Gregorio XI, «en qualité de chapelain et de commensal»
(cappellano e famiglio), all'inizio del 1367 ad Avignone. Dove arriva al
momento in cui «la cour pontificale faisait ses préparatifs de départ»
verso Roma [Gilles, pp. 38-39].
Urbano V parte da Avignone venerdì 30 aprile, e passa a Marsiglia dove
s'imbarca per il Lazio, giungendo al porto di Corneto in Maremma,
accompagnato da sette Cardinali.
Altri quattro Cardinali seguono invece l'itinerario «flaminio», che ha
un'indubbia valenza politica: provenendo da Modena, passano per Rimini
tra 11 e 25 giugno 1367.

Sono Pierre de Monteruc (11 giugno), e Stefano Aubert (18 giugno), due
cugini, figli di fratelli di papa Innocenzo VI (Étienne Aubert, 1282-1362),
che viaggiano separatamente.
Assieme invece giungono il 25 giugno altri due cugini, Nicole de Besse,
cardinale di Limoges, ed il nostro Pierre Roger de Beaufort, un cui zio fu
Clemente VI, Pierre Roger, quarto papa d'Avignone, dal 1342 al 1352.
Pandolfo II, figlio di Malatesta Antico, il 16 ottobre 1367 a Roma
partecipa con lo zio Galeotto I (il nonno del nostro Cardinal Galeotto), al
corteo per il rientro di Papa Urbano V.
Circa la città di Vienne, va ricordato che suo Arcivescovo era Thibaud de
Rougement, nominato da Benedetto XIII il 17 settembre 1395. Resta a
Vienne sino al 1405, quando è trasferito dal Papa a Besançon, dopo che
le truppe di Thibaud hanno avuto pesanti scontri (con vari castelli
bruciati), durante la guerra tra lo stesso Thibaud ed i fratelli Guy et Jean
de Torchefelon che avevano rifiutato di rendergli omaggio.
Thibaud de Rougement nel 1398 provoca un grave scontro con gli
ufficiali reali di Santa Colomba, colpendo con interdetto e scomunica
questo antico sobborgo di Vienne. Ne nasce una forte tensione che
arriva a coinvolgere Papa e Re.
Le fonti storiche riferiscono di «aspri conflitti» sorti fra Thibaud (che
aveva anche il titolo di Conte di Vienne) e Charles de Bouville,
governatore del Delfinato, per i «diritti temporali» che gli sono restituiti
soltanto nel 1401, dopo un intervento regio dell'agosto 1399.
Il 23 gennaio 1397, a Parigi, l'Arcivescovo Thibaud battezza Luigi, figlio
del re di Francia Carlo VI e della regina Isabella, figlia di Stefano II, duca
di Baviera, e di Taddea Visconti di Milano (figlia di Barnabo).

7. Notizie italiane
Nel frattempo è nata (1396) la lega di Carlo VI con Firenze, Ferrara,
Mantova e Padova contro i Visconti.
Capitano è nominato Carlo Malatesti (fratello di Rengarda, la madre del
nostro Cardinale), che nel 1397 a Mantova fa rimuovere un'antica statua
di Virgilio, con un gesto ritenuto da Coluccio Salutati oltraggioso verso la
poesia, e da Pier Paolo Vergerio indegno d'un principe che pretenda di
amare gli studi e la storia.
Quello di Carlo è soltanto un atto politico per segnalarsi al potere
ecclesiastico, «credendo un delitto che i cristiani venerassero un uomo
non cristiano», come si legge nella biografia di Vittorino da Feltre scritta
(1474 ca.) dal suo allievo mantovano Francesco Prendilacqua («De vita
Victorini Feltrensis», Typiis Seminarii, Patavii 1774, p. 93).
Circa i Visconti, abbiamo ricordato che Galeotto Tarlati nella sua fuga dal
Papa romano Urbano VI aveva trovato rifugio proprio a Milano presso
Gian Galeazzo Visconti. Ed al Visconti Galeotto resta legato, se nel 1390
da Avignone gli scrive auspicando che il vessillo della vipera sventoli
sulle sponde dell'Arno, e nel 1391 gli indirizza «una lettera tutta
vibrante d'odio contro Firenze» scrive Francesco Novati [«Due lettere del
cardinale di Pietramala a Gian Galeazzo Visconti (1390-91)», Archivio
storico lombardo, a. XLIII, 1916, 1-2, ser. V, fasc. IX-X, pp. 185-191,
pp. 185-186].
Il nome di Carlo Malatesta va infine legato alle nozze fra la sua nipote
Antonia e Giovanni Maria Visconti.
Galeotto «combattendo Firenze colla penna intendeva venir in soccorso
de' congiunti suoi che l'assalivano colla spada», commenta Novati [p.
187].
«Florentiam ipsam, valido exercitu circumdate»: è l'invito (anzi una
specie di ordine di etica politica, più che un piano di strategia militare),
che la penna di Galeotto indirizza al Visconti nella prima lettera: «Illa,
illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt
fraudes, unde armorum gentibus subvenitur: nichil erit impossibile eis,
dum eorum ager sine hoste erit, dum nudus agricola solvet ad occasum
boves quos ad solis ortum ligaverat; dum lanarum colos trahent ruricole
mulieres; dum lucrum diei avarus sed quietus mercator numerabit ad
vesperum» [Novati, pp. 189-190].
Nella seconda lettera, Galeotto ribadisce che è necessario attaccare la
Toscana: «in Tusciam cum reliquis est vertenda manus. Illic bellum
extinguatur ubi ortum habuit; illic victoria habeatur, ubi sunt hostes; illic
pena infligatur, ubi scelera sunt patrata» [Novati, pp. 190-191].
La cronaca politica resta sullo sfondo del giudizio che Francesco Novati
compone di Galeotto («Adorno di belle doti morali ed intellettuali»),
partendo proprio da quelle due lettere del 1390-91, le quali a suo parere
dimostrano «come i contemporanei avessero ragione di lodar l'ingegno e
la dottrina del porporato aretino» [p. 188].
Novati osserva pure che la lettera del 1391 era anche vibrante «di gioia
per la morte» del conte Giovanni d'Armagnac, ucciso alle porte
d'Alessandria mentre combatteva ingaggiato dal doge di Genova
«ond'annientare la potenza di Gian Galeazzo Visconti» [p. 185].
Sulla scorta di una nota di Novati [p. 185, n. 2], troviamo nelle
«Memorie spettanti alla storia di Milano» (curate da Giorgio Giulini
[1714-1780], vol. 5, Colombo, Milano 1856, p. 764): «Alcuni scrittori,
col nostro annalista milanese, dicono ch'egli [Giovanni d'Armagnac] era
ferito; ma i cronisti di Piacenza e di Bergamo, e l'Estense, più
giustamente affermano che la grande stanchezza e il caldo sofferto in
quel cocentissimo giorno lo ridussero a morire».

Novati aggiunge: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza
quartiere, cercando d'annichilirne la potenza, come aveva distrutta a
poco a poco quella de' Guidi, degli Ubaldini e di tant'altri signorotti
minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l'implacabile
avversaria, i Tarlati davan senz'esitare l'aiuto loro a tutti i nemici di lei;
in tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere
durante il secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora
di fronte i signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il
Visconti s'era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva
ritrovato ne' Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli
quanto più la caduta d'Arezzo nelle granfie de' fiorentini aveva
esasperato il loro aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [pp. 186187].
Novati [p. 186, nota 2] riporta poi una lettera di Coluccio Salutati
(Cancelliere della Repubblica di Firenze dal 1375 al 1406), in cui il
comportamento antifiorentino dei Tarlati di Petramala è deriso con un
gioco di parole sul cognome: Tarlati si dice degli alberi putrefatti, e
Petramala deriva da «pietra» che sta a signifcare durezza ed
ostinazione.
Essi, conclude Salutati, «sunt turbatores pacis, insidiatores viarum,
mercatorum spoliatores, peregrinorum homicidae et infames latronum
principes et fautores».
Su Galeotto, prosegue Novati: «Urbano VI l'avea creato Cardinale
diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco. Scoppiato lo scisma, il
feroce pontefice lo prese in sospetto; credette, a ragione ovvero a torto
non sapremmo decidere, che avesse preso parte al complotto ordito in
Genova per sottrarre a morte i cardinali che egli voleva sacrificare alla
propria vendtta; ed il Tarlati in pericolo di finir male dové cercare
scampo nella fuga. Recossi allora a Pavia, quindi ad Avignone, dove
rinnegando il passato riconobbe come vero pontefice l'antipapa
Clemente. Ripagato da costui colla dignità cardinalizia di S. Giorgio in
Velabro, Galeotto non lasciò più la Francia, donde continuò, fin che gli
durò la vita, a tramare insidie contro i suoi nemici maggiori: Firenze ed
Urbano» [pp. 187-188].
Novati scrive anche: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza
quartiere, cercando d'annichilirne la potenza, come aveva distrutta a
poco a poco quella de' Guidi, degli Ubaldini e di tant'altri signorotti
minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l'implacabile
avversaria, i Tarlati davan sen'esitare l'aiuto loro a tutti i nemici di lei; in
tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere durante il
secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora di fronte i
signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il Visconti
s'era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva ritrovato ne'
Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli quanto più la
caduta d'Arezzo nelle granfie de' fiorentini aveva esasperato il loro
aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [pp. 186-187].
Se quella lettera di Galeotto [cfr. la nostra «Nota al testo»], diretta al
Visconti di Milano, è «tutta vibrante d'odio contro Firenze», come scrive
Novati, è perché in essa si proiettano ricordi di famiglia, e s'affacciano
motivazioni legate ad una concezione della vita politica tipicamente
medievale, in quanto avversa alla gente «nova» che vi stava
emergendo.
Non c'è quindi nell'atteggiamento politico di Galeotto verso Firenze
soltanto una chiave autobiografica, ma anche il riflesso di quelle
concezioni di cui parla Huizinga nel suo celebre saggio «L'autunno del
Medioevo» [Firenze 1987, p. 74], laddove spiega che «il concetto della
divisione della società in classi pervade fino in fondo, nel Medioevo, tutte
le considerazioni teologiche e politiche».

C'è pure in Galeotto la concezione gerarchica della società che Huizinga
descrive nel terzo capitolo del suo saggio, dove ricorda l'attribuzione alla
nobiltà del compito di difendere il mondo, di promuovere la virtù e
mantenere la giustizia [p. 82].
Firenze era la città che aveva soffocato a mano armata il tumulto dei
Ciompi nell’agosto 1378. Chiesa ed aristocrazia in Italia avevano vivo il
ricordo di quanto accaduto a Parigi nel 1358, con la salita al potere di un
mercante, Étienne Marcel, grazie all'azione della borghesia cittadina che
così si contrapponeva alla politica monarchica e della nobiltà che la
sosteneva. E con l'uccisione dello stesso Marcel, che aveva tentato di
collegare la rivoluzione parigina con la rivolta nelle campagne, guidata
da un vecchio soldato (Charles Guillaume, sconfitto e ghigliottinato), e
soffocata nel sangue.
Nota. Galeotto, il politico.
Abbiamo letto in Novati su Galeotto: «Urbano VI l’avea creato Cardinale
diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco…» [pp. 187-188].
Novati come fonti cita L. Cardella, «Memorie storiche de’ Cardinali della
Santa Romana Chiesa», II, Pagliarini, Roma 1793 e N. Valois, «La
France et le Grand Schisme d'Occident», II, Paris 1896.
Sull’intervento di Giovanni d’Armagnac, cfr. A. Antonielli, F. Novati, «Un
frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo
Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti
contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913,
Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
Giovanni d’Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con
la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è «tagliato a pezzi
dalle truppe viscontee».
Circa Giovanni d’Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice
d'Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal
1382. L’anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o
de Foix, nato nel 1365.
«Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi
l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la
Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac.
Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era
figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il
comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti,
figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie
Beatrice d'Armagnac»: cfr. P. Verri, «Storia di Milano» I, Marelli, Milano
1783, p. 412.
Tra le genti d’arme assoldate nel 1388 c’è un Giantedesco da
Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato
capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo
della Quercia nel Duomo di Siena.
In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che
genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs
petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt
fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non
soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma
incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia
ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e
non ereditato, ma su quello che scaturisce dall'esercizio del potere e
delle armi che lo sorreggono.
Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle
città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello
scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.

Nota bibliografica.
F. Novati, «Due lettere del cardinale di Pietramala a Gian Galeazzo
Visconti (1390-91)», Archivio storico lombardo, 43, 1916, pp. 185-191.
(a. XLIII, 1916, 1-2, ser. V, fasc. IX-X)
La lettera di C. Salutati è presente alle pp. 190-191 di P. Durrieu, «La
prise d'Arezzo par Enguerrand VII, sire de Coucy, en 1384»,
Bibliothèque de l'école des chartes, 1880, tome 41, pp. 161-194; ed alle
pp. 233-234 di U. Pasqui, «Documenti per la storia della città di Arezzo
nel medio evo», III, Firenze 1937.

8. La visita a Valence
Galeotto di Pietramala resta per più di tre mesi a Valence [R. Brun,
«Annales avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des archives de
Datini», «Mémoires de l'Institut historique de Provence», 12 , Marsiglia
1935, p. 40]. Il Vescovo di Valence è dal 1390 Jean Gérard de Poitiers
(ca. 1368-1452), succeduto a Amedeo di Saluzzo (1361-28.6.1419).
Amedeo di Saluzzo era legato a Galeotto di Pietramala dallo stesso
interesse verso la cultura, appartenendo a quel «cenacolo umanistico
formato dai chierici ed intellettuali, i quali ruotavano attorno a
Benedetto XIII ed alla sua celebrata biblioteca ricca di opere giuridiche e
stupefacente per i testimoni della classicità che vi venivano custoditi»
[A. Bartocci, Il cardinale Bonifacio Ammannati legista avignonese ed un
suo opuscolo contra Bartolum sulla capacità successoria dei Frati Minori,
«Rivista internazionale di Diritto Comune», 17, Roma 2006, pp. 251297, p. 267].
Coville osserva: «le cardinal qui à Avignon attirait le plus volontieri
écrivains et humanistes était Galeotto» [«La vie intellectuelle…», 1941,
p. 403].
Degli episcopati di Valence e di Die, Amedeo di Saluzzo è
amministratore tra novembre 1383 e giugno 1388. Il 23 dicembre 1383
Amedeo è creato Anticardinale da Clemente VII, il cui padre era cugino
della madre di Amedeo, Beatrice, figlia di Ugo conte di Ginevra [P.
Rosso, «Cultura e devozione fra Piemonte e Provenza. Il testamento del
cardinale Amedeo di Saluzzo (1362-1419)», Cuneo 2007 Rosso, p. 13].
Il nuovo Antipapa Benedetto XIII, eletto il 28 settembre 1394, invia poi
Amedeo di Saluzzo in legazione a Ferdinando re di Aragona.
Successivamente (1390) Amedeo lascia il partito di Benedetto XIII e
s'accosta a quello di Bonifacio IX (eletto nel 1389), il quale lo nomina
cancelliere della Chiesa di Roma. Nel 1403 Amedeo diventa Camerlengo
e Protodiacono del Sacro Collegio.
Insomma, l'itinerario di Amedeo di Saluzzo rassomiglia molto a quello di
Galeotto di Pietramala. Il quale, come abbiamo già visto, con l'epistola
«Ad Romanos» (1394) propone pubblicamente il percorso di risoluzione
dei contrasti tra Roma ed Avignone, con la «via cessationis» o «via
cessionis», consistente nelle dimissioni del Pontefice di Avignone, quel
Benedetto XIII presso cui si era rifugiato lo stesso Galeotto.
Poi Galeotto giustifica lo stesso Pontefice per la sua risposta negativa
alla sua proposta contenuta nell'epistola «Ad Romanos».
Va ricordato pure il ruolo del re di Francia Carlo VI che intendeva
riunificare la cristianità (come scrive Franco Gaeta, «Il tramonto del
Medioevo», cit., pp. 289-291), partendo proprio dalla «via cessionis»
della rinuncia di entrambi i Papi. Il rifiuto che esprimono, porta la
Francia a sottrarsi (1407) alla loro obbedienza, e provocano la crisi
dell'autorità papale, poi risolta soltanto al Concilio di Costanza.
Il soggiorno di Galeotto a Valence va collegato anche a quanto si
prepara appunto in Francia: la corona «fece deliberare la sottrazione
d'obbedienza dall'assemblea del clero tenutasi a Parigi tra il maggio e
l'agosto 1398» [Rosso, p. 18].
Scomparso Clemente VII il 16 settembre 1394, Galeotto da Pietramala si
trova (il 28 settembre) al conclave per l'elezione del nuovo Antipapa
Benedetto XIII, l'aragonese Pedro Martínez de Luna (1328-1423).
Poco dopo, comunque prima di dicembre [Ornato, p. 28], Galeotto
«scripsit gravem epistolam ad cives Romanos; in qua eos primo
redarguit quod ipsi fuerint auctores schismatis, deinde hortatur ut eidem
Benedicto, quem multis laudibus ornat, obedientiam prestent», come
leggiamo in Stefano Baluzio [col. 1363].

Riproduciamo qualche brano di questa epistola «Ad Romanos» [Baluzio,
col. 1544; «Haec epistola habetur in codice 822 Bibliothecae
Colbertinae», col. 1363].
«Tempus est jam, si Deus adjuverit, fugare tantam pestem. et tartari
claudere portas, ne schismaticorum spiritus repleautur in posterum,
faucesquae satanae insatiabiles stringere, ne christiano cibo quotidie
epuletur. In hoc vos meditar decet, in hoc animi vires colligere, in hoc
omnis vestra debet esse intentio, ut ecclesiam resarcitam Domino
praesentetis, quam sic inconsulte, dividere non puduit».
Come agire?
«Schisma in potestate nostra creare, nutrire ac fovere possumus, illud
autem tollere, cum velimus, non est nostrum.»
Poi Galeotto parla di Benedetto XIII, «qui potens est et vult omnes
nostros morbos curare, sed illos praesertim qui schismatis putredine
catholica corpora corruperunt». Ai Romani dice: «Audite, quaeso,
monita sua sancta, salubres eius preces esaudite».
Infine Galeotto tesse un incondizionato elogio di Benedetto XIII: «Ejus
mores et integritatem, benignitatem, mansuetudinem, caritatem,
pietatem, sinceritatem, aliis forte in populis predicare non incongruum,
vobis autem jam diu persuasum esse scio. Nostis hominem et ejus
virtutes».
Benedetto XIII ha scelto di riunire la Chiesa, per presentarla a Dio tutta
risarcita, lui che la trovò così lacerata: «optat interimere schisma, et
jam foedam belluam mactare sua manu». Per questo vi incita, ed
implora il vostro aiuto. Partendo da ciò, Galeotto prega i Romani di
appoggiare Benedetto «ad candidam ecclesiae unionem».
Come si è visto, le speranze di Galeotto vanno deluse perché Benedetto
XIII cambia opinione.

9. Vienne, 8 febbraio 1398
A Vienne Galeotto di Pietramala muore l'8 febbraio 1398. Come abbiamo
già visto, lo racconta Nicolas de Clamanges nell'epistola XII «Mallem tibi
laetiora», composta ad Avignone.
Clamanges ha la prova che Galeotto si trovasse a Vienne: è una lettera
del Cardinale stesso, inviatagli da quella città.
In questa epistola XII, Clamanges ricorda che Galeotto fu per lui un
protettore, un aiuto, un intercessore ed un procuratore. Ciò significa
anche che il nostro Cardinale trovava ampio ascolto presso la Corte
pontificia.
Nell'epistola XII di Nicolas de Clamanges, come abbiamo già scritto, la
notizia delle dimissioni di Galeotto è data attraverso un semplice
avverbio, «nuper», legato alla parola Cardinale, con cui si documenta la
completa rottura tra il Nostro e l'ambiente ecclesiastico avignonese.
Ciò ci permette di parlare di una sua nuova fuga, questa volta dalla sede
di Avignone. Dove aveva trovato rifugio quando si era allontanato da
Urbano VI, autore dei sei omicidi ricordati.
Le fonti storiche moderne hanno sottolineato l'importanza dell'epistola
XII di Clamanges soltanto per quanto riguarda la cultura umanistica di
Galeotto, la cui biblioteca era molto ricca di libri rari. Questo piccolo ed
importante dettaglio del «nuper Cardinalis», sinora dimenticato, rivela
qualcosa di ancora più importante, appunto la definitiva crisi dei rapporti
di Galeotto con l'Antipapa d’Avignone.
Tornato semplice diacono, come era stato sino al 1378, Galeotto chiude
la sua vita inevitabilmente pensando a quella terra toscana da cui
provenivano i suoi antenati che tanto erano legati al movimento
francescano.
La chiesa principale della Verna è fondata nel 1348 da Tarlato, conte di
Chiusi, fratello di Guido, Vescovo di Arezzo; e da sua moglie Giovanna
Aldobrandeschi di Santa Fiora. Guido Vescovo è cugino di Roberto
Tarlati, nonno paterno del nostro Galeotto.
Discepolo di San Francesco fu un beato Angelo Tarlati, patrizio aretino,
scomparso nel 1254. C'è poi un altro beato, Benedetto Sinigardi, patrizio
aretino, figlio di Sinigardo Sinigardi e di una Elisabetta Tarlati di
Pietramala (forse figlia di una figlia di Guido nato nel 1140).
Su questo beato Benedetto Sinigardi, P. Girolamo Golubovich o. f. m. ha
scritto: «il Santo Patriarca Francesco, trovandosi in detto anno [1211] in
Arezzo, diede l'abito al giovane Sinigardi», che era nato attorno al 1190
(«Vita et miracula B. Benedicti Sinigardi de Aretio», Typ. collegii S.
Bonaventurae, Quaracchi 1905, p. 11).
Nel 1216 o nel 1217 «Benedetto fu destinato dal Capitolo generale e da
S. Francesco a primo Ministro provinciale della Marca Anconitana. Egli
non doveva avere allora più di 27 anni d'età; ma all'età forse immatura,
suppliva certo la virtù provetta» [ib.]. Poi, non prima del 1221, fu terzo
Ministro provinciale della Terra Santa e di tutto l'Oriente, riorganizzando
la Provincia minoritica [ib.].
Tutto questo "retroscena" francescano si collega al fatto che Galeotto è
stato sepolto a La Verna. Dapprima nella cappella della Maddalena
(voluta dai genitori di suo padre, Roberto di Pietramala e Caterina
degl'Ubertini); e successivamente in quella che lui stesso s'era fatto
costruire, nella seconda cappella a sinistra della chiesa maggiore, e che
ancor oggi è detta «cappella del cardinale».
Il discorso sui Francescani non può dimenticare un fatto che riguarda il
1379, quando quelli scismatici nel loro Anticapitolo generale di Napoli,
convocato da frate Leonardo da Giffone, ovvero Leonardo de Rossi
(1335-1407), già fatto Cardinale dall'Antipapa il 18 dicembre 1378, lo

appoggiano. Rossi è poi arrestato dal Legato Apostolico Cardinal de
Sangro, e sconta cinque anni di durissimo carcere ad Aversa, prima di
fuggire ad Avignone, dove è ben accolto. Poi volta le spalle all'antipapa
Benedetto XIII per la sua ostinazione e pertinacia, scrivendo contro di
lui un trattato, in cui lo considera un eretico. [Cfr. Bernardo da Decimo,
«Secoli
serafici
ovvero
Compendio
cronologico
della
storia
francescana…», Viviani, Firenze 1757, pp. 68-69.]
Per completare il quadro politico locale di quel tempo, ricordiamo che
Guido fu scomunicato e deposto da Vescovo d'Arezzo ad Avignone il 17
aprile 1326, per la sua politica quale «Tiranno e Signore» (così lo
chiama Giovanni Villani, «Cronica», III, Coen, Firenze 1845, p. 17) della
stessa città d'Arezzo, dal 14 aprile 1321 alla morte (avvenuta il 21
ottobre 1327).
Guido e tutti gli altri Tarlati non furono molto amati ai loro tempi, come
non sono stati amati da studiosi del secolo scorso, che si sono occupati
di loro, ricostruendo confusamente un albero genealogico che addirittura
attribuisce al nostro Cardinal Galeotto ben tre inesistenti figli illegittimi
[cfr. U. Pasqui, «Documenti per la storia della città di Arezzo nel medio
evo», III, Firenze 1937, p. 394].
Galeotto, se divenne Cardinale grazie al nonno Galeotto I, nell'ultimo
periodo del suo soggiorno avignonese dovette subire le amare
conseguenze del ruolo di primo piano che i suoi parenti Malatesti
svolgevano nella Chiesa di Roma.
Proprio nel 1397 Papa Bonifacio IX conferisce a Pandolfo III (fratello di
Rengarda, la mamma del nostro Cardinale), l'incarico di Comandante
supremo della Chiesa nonché quello di Rettore del Ducato di Spoleto.
Il circolo alquanto vizioso tra vita politica e vita della Chiesa, si chiude
per il Nostro con una specie di assedio che lo incatena ad un ruolo di
imputato per colpe non sue, mentre le tensioni tra Avignone e Parigi
provocano scintille.
Su questo sfondo avviene quanto Clamanges riassume con quel «nuper
Cardinalis», ovvero una storia non scritta che s'inserisce nel profilo della
crisi che coinvolge tutte le istituzioni, religiose e politiche, mettendole in
conflitto fra loro.

10. Vecchio mondo, nuove idee
Per tornare al quadro generale del tempo, va ricordato che allora si
diffondono le idee di Marsilio da Padova che, nel «Defensor Pacis»
(composto a Parigi nel 1324), attacca alle fondamenta l'origine divina
del Primato di Pietro, oltre a tutta la struttura gerarchica della Chiesa,
parlando di «sovranità popolare» e di «Stato di diritto».
Marsilio (che era stato Rettore dell'Università parigina tra 1312 e 1314)
fa «una grande battaglia per la libertà civile dello Stato» ed «una
strenua difesa di quel piano di civile convivenza umana ove le differenze
delle fedi, i contrasti delle ideologie e delle credenze debbono cedere
dinnanzi alla sovranità della legge "umana" ed all'uguale diritto di tutti i
cittadini», come scrive Cesare Vasoli, nell'introduzione alla sua
traduzione del «Defensor Pacis» [Torino 1960, p. 77].
Nel 1407, osserva R. Sabbadini [«Le scoperte dei codici latini e greci ne'
secoli XIV e XV», Firenze 1914, p. 74] «alcuni mesi prima che
scoppiasse la nuova bufera con la scomunica lanciata da Benedetto XIII
contro il re di Francia», Nicolas de Clamanges si allontana dalla Curia
avignonese, «ritirandosi per alcuni mesi a Genova», e vivendo un
«periodo di solitudine e scoramento», simile a quello del suo antico
protettore, Galeotto di Pietramala.
Andandosene da Avignone, Galeotto segue l'esempio del collega di fuga
da Urbano VI nel 1385, ovvero di Pileo da Prata che nel 1389 appoggia il
Papa romano Bonifacio IX, il quale gli affida nuovamente l'Arcidiocesi di
Ravenna dove era stato destinato già nel 1370.
Stefano Baluzio (1630-1718) sostiene il contrario: cioé Galeotto non
ebbe la stessa «leggerezza» del collega Arcivescovo di Ravenna dal
1370 («Vitae Paparum avenionensium», a cura di G. Mollat, Parigi 1927,
I, col. 1364).
Secondo l'abate Eugenio Gamurrini (1620-1692), il Cardinal Galeotto,
«era ornato di una finissima prudenza e di un coraggio insuperabile, per
il che si era reso in posto di gran stima e desiderabile a tutti i Principi»
(«Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane et umbre», I, Onofri,
Firenze, 1668, p. 197).
Galeotto giunge a Vienne in un momento particolare della storia politicoreligiosa di questa città. Nell'estate del 1395 muore l'Arcivescovo
Humbert III [M. Mermet, «Histoire de la ville de Vienne de l'an 1040 à
1801», Parigi 1853, p. 184].
Gli abitanti di Vienne erano esenti dai tributi, ed il delfino aveva
mantenuto i loro privilegi e le loro immunità [ib., p. 183], ma il 22
maggio 1390, il giudice maggiore di Vienna Antoine Tholosani emise una
sentenza definitiva interamente favorevole alla Chiesa [cfr. pure F. Z.
Collombet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, Parigi, 1847, p.
356].
Negli antefatti (1339) è coinvolto anche il Cardinale "Gocio de Batagliis
d'Aréminie" [p. 156] quale inviato pontificio per conoscere i fatti, onde
risolvere le situazioni di contrasto tra potere politico e Papato
avignonese. Il quale si esprime il 20 novembre 1340 [p. 157] con una
multa al Delfino, da pagare alla Camera apostolica. E con l'ordine che
Arcivescovo e Capitolo esercitassero la giurisdizione come un tempo.
Clemente VI, succeduto a Benedetto XII, fa assolvere il delfino [p. 162].
Il 2 settembre 1344 Clemente VI annulla il giuramento di fedeltà degli
abitanti di Vienne prestato il 22 agosto 1338 [p. 165].
Il 29 marzo 1349 Humbert cede puramente e semplicemente i suoi Stati
a Carlo, figlio del duca di Normandia, a condizione che assumessero lui
ed i suoi successori il titolo di "delfino" [p. 166].

Schiavo dei Papi, egli sottopose a loro non soltanto i suoi progetti ma
pure i suoi atti amministrativi. Il Papa avignonese lo porta a poco a poco
a spogliarsi d'una sovranità che avrebbe poi rimpianto [pp. 166-167].
Anche se il delfino sperava di salire in alto nelle dignità ecclesiastiche.
Ma poi si sposa con Jeanne de Bourbon [p. 168].
Nel 1389 Carlo VI andando da Parigi ad Avignone si ferma a Vienne,
desiderando d'esser considerato come vicario dell'impero [p. 179].
Ritorniamo a Thibaud de Rougement che, come si è già visto, nel 1398
provoca un grave scontro con gli ufficiali reali di Santa Colomba,
colpendo con interdetto e scomunica questo antico sobborgo di Vienne
[p. 195]. Ne nasce una forte tensione che arriva a coinvolgere Papa e
Re. [Cfr. pure «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, p. 341.]
Thibaud de Rougement, nominato da Benedetto XIII Arcivescovo di
Vienne il 17 settembre 1395, entra solennemente nella città l'8
dicembre dello stesso anno. Resta a Vienne sino al 1405, quando è
trasferito dal Papa a Besançon, dopo che le truppe di Thibaud hanno
avuto pesanti scontri (con vari castelli bruciati), durante la guerra tra lo
stesso Thibaud ed i fratelli Guy et Jean de Torchefelon che avevano
rifiutato di rendergli omaggio.
Le fonti storiche riferiscono di «aspri conflitti» sorti fra Thibaud (che
aveva anche il titolo di Conte di Vienne) e Charles de Bouville,
governatore del Delfinato, per i "diritti temporali" che gli sono restituiti
soltanto nel 1401, dopo un intervento regio dell'agosto 1399. [Cfr. A.
Devaux, «Essai sur la langue vulgaire du Dauphiné septentrional au
moyen âge», Parigi-Lione 1892, p. 82]
Thibaud accusa gli ufficiali regi di averlo privato della sua giurisdizione
temporale, e li scomunica.
Thibaud è protagonista nel 1402 di un terribile scontro con Guy e Jean
de Torchefelon, su cui rimandiamo a questa scheda, tratta da
«http://empireromaineuropeen.over-blog.org».
Thibaud de Rougemont, prince-archevêque de Vienne de 1395 à 1405,
devenu ensuite archevêque de Besançon (1405)
Famille illustre dans le comté de Bourgogne. En 1382, le dauphin
Charles II devient roi sous le nom de Charles VI. Par un arrêt de 1400, il
rétablit l'archevêque Thibault et son chapitre dans leurs prérogatives
temporelles sur Vienne. En 1402 les archevêques de Vienne deviennent
abbés perpétuels de l'ordre de Saint-Chef et seigneurs du bourg et de
ses dépendances, le château de Saint-Chef est pris et ruiné dans la
guerre acharnée que se font Thibaud de Rougemont et les frères Guy et
Jean de Torchefelon, ceux-ci ayant refusé de faire hommage à
l'archevêque de leur château de Montcarra. Le fougueux prélat attaque
brusquement ce château et le brûle. Les Torchefelon prennent et
incendient celui de Saint-Chef, en font autant de celui de Seysseul et
ravagent tous les environs. Lorsque le gouverneur du Dauphiné
intervient pour chercher à arrêter ces désordres scandaleux, Thibaud
excommunie les officiers du roi. L'année suivante, les Torchefelon
brûlent le château de Mantaille. Les troupes de l'archevêque incendient
à leur tour le château de Torchefelon. Le pape Benoît XIII saisit avec
empressement l'occasion de transférer de Rougemont à Besançon.

11. Il ricordo di Cola di Rienzo
L'epistola di Galeotto «Ad Romanos» (1394) nasce dalla speranza che il
popolo dell'Urbe possa cacciare il suo Papa, per sottomettere l'intera
cristianità a quello di Avignone.
Il fallimento delle missioni diplomatiche ad Avignone (1397) farà
cambiare idea a Galeotto, assieme alla presa d'atto della sua situazione
personale, con la privazione dei redditi della località di Noves
riconosciutigli dal Papa Clemente VII.
Nell'epistola «Ad Romanos» si proietta il ricordo storico di quanto
accaduto tra 1353 e 1354, durante la cosiddetta «cattività avignonese»
(1305-1377).
Innocenzo VI (Étienne Aubert), eletto il 18 dicembre 1352, dopo che ha
inviato in Italia il Cardinale Egidio Albornoz per la restaurazione del
potere ecclesiastico, utilizza Cola di Rienzo per cacciare il nuovo Tribuno
Francesco Baroncelli (originario di una famiglia popolana), e lo fa
Senatore. Ma una rivolta aristocratica, attraverso una sommossa
popolare, fa crollare il governo di Cola che, fuggendo travestito da
carbonaro, è catturato ed ucciso (8 ottobre 1354).
Tutta la vicenda politica di Cola di Rienzo è avvolta nelle trame politicoreligiose. Se nel 1342 è ambasciatore ad Avignone del Governo popolare
romano presso Papa Clemente VI; nel luglio 1351, rifugiatosi presso
Carlo IV di Boemia a Praga perché cacciato da Roma grazie ad una
sommossa popolare, è prelevato e condotto ad Avignone da tre messi
papali, dopo che era stato dichiarato eretico per inobbedienza alle cose
di Chiesa.
La sua nomina a Senatore ed il suo diventare strumento della politica
ecclesiastica, decretano il fallimento del mito popolare di Cola di Rienzo.
Alla vicenda di Cola è legato anche Francesco Petrarca, per la sua lettera
(anch'essa intitolabile «Ad Romanos») spedita da Avignone («Sine
nomine», IV, 10 agosto 1352) in cui si elogia il di lui tentativo di salvare
la repubblica, spaventando i malvagi e dando ai buoni liete speranze.
Mentre pendeva sul capo di Cola la minaccia di morte sul rogo in quanto
eretico, Petrarca (che aveva conosciuto Cola ad Avignone nel 1342,
quando Cola agiva quale ambasciatore del Governo popolare romano),
scrive ai cittadini dell'Urbe perché intervenissero con decisione e senza
paura in favore del loro concittadino (cfr. «Sine nomine, Lettere
polemiche e politiche», a cura di U. Dotti, cit., p. 266).
Di questo intervento Galeotto aveva ben presente il peso ed il
significato, mentre pure lui si rivolgeva «Ad Romanos», perché
prestassero obbedienza a Benedetto XIII.
D'altra parte Galeotto non poteva ignorare il quadro che Francesco
Petrarca aveva tracciato della stessa Avignone, definendola luogo di
corruzione, in cui Satana sedeva «arbitro tre le ragazze e quei vecchi
decrepiti» («Sine nomine», XVIII), e dove avveniva di tutto per «il
divertimento della lascivia papale» che creava una prostituzione oscena
perché nascosta dietro il paravento della Religione.
Petrarca accusa la corte papale d'Avignone di corruzione anche nei
cosiddetti «Sonetti babilonesi» (136, 137, 138) e nelle egloghe sesta e
settima (Wilkins, «Vita del Petrarca», cit., p. 78).
Nell'epistola XVIII (penultima) delle «Sine nomine», si parla di vecchi e
lascivi bambocci che bruciano nella libidine, precipitando in ogni
vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti, degli incesti, degli
adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento della lascivia papale»
[«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»]» (Dotti, cit., pp. 206-210).
Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi
riofferte dopo il parto «all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento»,

mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per
rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all'alterna sazietà di chi le usa a suo
godimento».

Rimini, giovedì, 14 luglio 2016