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Antonio Montanari

Profilo di una crisi. Edizione maggiore.
Galeotto Tarlati, il Cardinale ribelle
22.07.2016

Creato Cardinale nel 1378, Galeotto fugge da Urbano VI nel
1386 dopo che il Papa ha fatto uccidere un Vescovo e cinque
Cardinali, e va ad Avignone, da dove scappa nel settembre
1397 perché privato dei redditi riconosciutigli da Clemente
VII, recandosi a Valence ed a Vienne, dove muore l'8
febbraio 1398.
Avignone fu detta da Marsilio da Padova «la casa dei
mercanti e l'orribile spelonca dei ladri». Per Francesco
Petrarca era «la novella ed empia Babilonia da cui bisogna
fuggire per salvare l'anima e la poesia».
Diacono, Galeotto ebbe quale vera religione la cultura,
ispirandosi alla lezione intellettuale di Petrarca. Lo testimonia
la sua biblioteca, in cui erano raccolti «molti e rari libri,
generosamente
esibiti»,
come
scriveva
Nicolas
de
Clamanges,
rappresentante
di
spicco
della
cultura
universitaria parigina ed autore del trattato «De ruina et
reparacione Ecclesie».

«La memoria non è un deposito di oggetti e di immagini ma
un processo critico, una volontà di comprendere che sia
giudizio, confronto, conoscenza, valutazione».
Ezio Raimondi

Premessa
Nella prima versione della biografia che ho dedicato a Galeotto Tarlati di
Pietramala (1356-1398), pubblicata sul web nel maggio 2014, manca
una notizia fondamentale che ho presentato successivamente
(novembre 2015), e che riguarda la fuga di Galeotto da Avignone sul
finire del 1397, prima a Valence e poi a Vienne, dove scompare l'8
febbraio 1398.
Galeotto scappa da Avignone perché quell'ambiente gli era diventato
ostile, di pari passo all'ascesa politica dei Malatesti nel mondo pontificio
romano, quando Pandolfo III (fratello di sua madre Rengarda) è
nominato comandante supremo delle armi della Chiesa, e mentre un
cugino di Pandolfo III, Leale, è vescovo di Rimini (1374-1400).
La fuga da Avignone, ricalca quella precedente di Galeotto stesso da
Urbano VI verso la stessa Avignone, nel settembre 1386.
E sembra completare un doppio profilo, quello biografico di un Cardinale
"ribelle" per restare legato al dettato evangelico; e quello storico
generale, in cui si inserisce il dato personale, per cui abbiamo scelto di
intitolare queste pagine appunto «Profilo di una crisi».
La biografia di Galeotto Tarlati di Pietramala richiama i principali aspetti
della situazione politica europea nella seconda metà del XIV secolo, e
rimanda ai fondamentali avvenimenti della Chiesa di Roma e del Papato
di Avignone, sul cui sfondo interagiscono guerre, invasioni e massacri.
La prima stesura dei miei scritti su Galeotto Tarlati di Pietramala (aprile
2014), conteneva una dedica ad Ezio Raimondi, scomparso il 18 marzo
di quell'anno.
Dedica che qui voglio ripetere, unendo il suo ricordo a quello degli altri
miei Maestri all'Ateneo bolognese, come Paolo Rossi, Gina Fasoli,
Giovanni Maria Bertin, Luciano Anceschi, Enzo Melandri.
Era il Magistero bolognese di una grande stagione culturale, nella prima
metà degli anni Sessanta, in cui il nostro desiderio di imparare trovava
la risposta dialettica e dialogica in quei Maestri.
L’argomento di queste mie pagine riguarda l’ultima stagione del
Trecento, la grande e drammatica stagione che avverte gli echi
petrarcheschi, ed intravede le immagini di un umanesimo che, al
contrario della politica e delle armi, intende unire l’Europa, recuperando
l’eredità latina e rilanciandola come occasione di analisi storica e
culturale.
In un antico saggio (1956), che resta fondamentale ancor oggi,
«Quattrocento bolognese: università e umanesimo», Raimondi va alla
ricerca di un’identità specifica dell’umanesimo universitario cittadino,
chiedendosi se esso abbia avuto «una fisionomia problematica più o
meno individuata», e se sia stato «indipendente dagli organismi della
cultura tradizionale».
La risposta che Raimondi offre, va oltre l’aspetto che potremmo definire
enciclopedico (come serie di nozioni nuove da diffondere tra studenti e/o
studiosi), ma soprattutto s’incentra nella questione metodologica che
l’autore compendia in modo aperto, problematico, ovvero non
sentenzioso o dogmatico: «Queste pagine sono nate dal proposito di
dare una risposta» alla domanda sulle caratteristiche dell’umanesimo
universitario bolognese.
Raimondi conclude: «Qualora la prospettiva che è venuta emergendo
corrisponda sul serio a una storia di uomini impegnati e quasi costretti a
vivere nel loro tempo, è doveroso concludere che quell’umanesimo è
esistito…».

Quindi, ecco la lezione di Raimondi, da tener presente quando si legge e
soprattutto si scrive. La documentazione raccolta permette di dare
risposte a domande mai poste in precedenza, ed obbliga a rimettere in
discussione presunte verità pigramente ripetute.
Questo significa soprattutto che nessuno possiede la verità storica in
tasca per grazia divina; e che le prospettive si costruiscono attraverso
ipotesi di lavoro che non sono stravaganze da salotto, ma strumenti
operativi che è facile tralasciare, o vilipendere, se si pretende di
sentenziare soltanto in base a quello che si sa tra le proprie mura
domestiche, con finestre ridicolmente chiuse sul divenire del mondo e
della cultura. [Cfr. E. Raimondi, «I sentieri del lettore, I, Da Dante a
Tasso», a cura di A. Battistini, Bologna 1994, p. 240.]
In un volume di scritti di Ezio Raimondi [«Tra le parole e le cose, ottobre
2014, pp. 218-219»], dove sono raccolti i suoi interventi per la rivista
bolognese «IBC. Informazioni commenti inchieste sui beni culturali», si
legge questo passo (pubblicato nel 2010): «... la memoria non è un
deposito di oggetti e di immagini ma un processo critico, una volontà di
comprendere che sia giudizio, confronto, conoscenza, valutazione. Il
passato rivive perché lo si interroga e lo si indaga, perché le sue tracce
illuminate dalla ricerca della verità giovino a definire il presente e il suo
farsi senso, evento, ragione di vita».
Aggiungo questa citazione per due motivi.
Essa non è strettamente legata al tema di queste pagine, ma rimanda
per contrasto alla città in cui vivo, dove lo studio della Storia non è per
nulla inteso come «confronto».
E poi perché mi conferma nell’opinione sopra espressa su quanti in
questa stessa nostra città pretendono «di sentenziare soltanto in base a
quello che si sa tra le proprie mura domestiche, con finestre
ridicolmente chiuse sul divenire del mondo e della cultura».

1. Da Avignone a Costanza
Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398), nominato Cardinale diacono
l’11 settembre 1378, vive in uno dei periodi più tragici della storia della
Chiesa di Roma, tra la «cattività avignonese» (1305-1377) ed il «Grande
Scisma» (1378-1417), sfociato nei roghi del Concilio di Costanza (14141418), quando, in nome della Croce, si uccidono Giovanni Huss (1415) e
Girolamo da Praga (1416).
Huss, professore a Praga, è eliminato nonostante il salvacondotto
imperiale di cui era munito. I particolari dell’esecuzione sono terribili. Lo
attaccano ad un palo e gli danno fuoco. I soldati che rinvengono il suo
cuore, lo bruciano separatamente. Suo scolaro era stato Girolamo da
Praga. Quelle fiamme ricordano quanto accaduto a Roma nel 1354 al
corpo di Cola di Rienzo, ucciso con una stoccata nel ventre: fu prima
mutilato del capo, poi appeso per i piedi alle forche e colpito per due
giorni dalle sassate di scherno dei giovani, ed infine bruciato dai Giudei
davanti al mausoleo di Augusto [F. Papencordt, «Cola di Rienzo e il suo
tempo», Pomba, Torino 1844, p. 289].
I resti di John Wycliff morto nel 1384, di cui Giovanni Huss è stato il
continuatore, nel 1428 per ordine di Martino V, saranno esumati e
bruciati nella diocesi inglese di Lincoln (retta da Richard Fleming,
fondatore del Lincoln College in Oxford), e le sue ceneri gettate nelle
acque del fiume Clyde in Scozia, in esecuzione di un decreto emanato
quattordici anni prima, dopo che i suoi libri erano stati banditi nel 1403
e bruciati nel 1415 quando lo si dichiarò eretico a Costanza.
Nell’esperienza di Galeotto come uomo di Chiesa ed intellettuale
formatosi sui classici che arricchivano la sua biblioteca, c’è un elemento
costante, il suo rimettere in discussione tutto, con uno spirito saldo di
ribellione che lo porta a fuggire prima da Urbano VI verso Avignone nel
settembre 1386; e poi dalla stessa Avignone, nel settembre 1397, verso
Valence e Vienne, dove muore l'8 febbraio 1398.
Papa Urbano VI (Bartolomeo Prignano, successore di Gregorio XI) fa
uccidere il Vescovo dell’Aquila Stefano Sidonio (1385) e cinque Cardinali
(1386): Marino del Giudice, Giovanni d’Amelia, Bartolommeo di
Cogorno, Ludovico Donati e Gentile di Sangro, «personaggi tutti de’ più
dotti e cospicui del sacro Collegio», scrive Ludovico Antonio Muratori
[«Annali», sub 1385, VIII, Giuntini, Lucca 1763, p. 324]. Un altro
Cardinale arrestato, l’inglese Adam Easton, si salva grazie all’intervento
di Riccardo II re d’Inghilterra.
«Cette conduite d’Urbain aliénoit de lui ses plus affidez. Le Cardinal Pile
de Prat Arcivêque de Ravenne, et Gouverner de Corneto, et le Cardinal
Galeot Tarla de Pietra Mala l’abandonnérent alors, pour aller joindre
Clement à Avignon» [J. Lenfant, «Histoire du Concile de Pise», I, Utrecht
1731, p. 55].
Proprio con Urbano VI s’inaugura la lunga stagione d’intolleranza che
sfocia nei roghi "conciliari" di cui s’è detto. Urbano VI, Arcivescovo di
Bari, è l’ultimo Pontefice eletto, l’8 aprile 1378, al di fuori del collegio
cardinalizio. Il 24 maggio 1384 da Napoli, dove era giunto a fine
settembre 1383, si trasferisce a Nocera, rifugiandosi presso suo nipote
Francesco Prignano detto «Butillo» (che in spagnolo significa «pallido»).
Urbano VI teme che il re di Napoli Carlo III d’Angiò Durazzo stia
cospirando contro di lui, con l’aiuto dei sei Cardinali già ricordati, che fa
imprigionare l’11 gennaio 1385.
Dopo l’elezione, Urbano VI pronuncia «una furibonda requisitoria contro
la corruzione di Cardinali e di prelati» [F. Gaeta, «Il tramonto del
Medioevo», ne «La crisi del Trecento», Bergamo 2013, pp. 280-397, p.

286]. Li insulta pubblicamente con epiteti violentissimi, e colpisce
mediante provvedimenti che intaccano i loro privilegi e le loro entrate.
Minaccia di scomunica i simoniaci. Richiama i Vescovi al dovere di
risiedere nelle loro diocesi. Tenta di abbassare l’autorità del collegio
cardinalizio nel governo della Chiesa. Sono tutti «elementi di rottura»
che preludono al «Grande Scisma».
Il «soggiorno avignonese» dei Papi dura dal 1305 al 1376, iniziando con
l’elezione dell’Arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got (Clemente V,
1305-1314), rimasto in Francia dove allora si trovava.
Clemente V si fa incoronare il 14 novembre 1305 a Lione alla presenza
di Filippo il Bello. Soggiorna prima in Guascogna, sua terra d’origine, e
poi dal 1309 ad Avignone, città che apparteneva ai conti di Provenza,
cioè agli Angiò, sovrani di Napoli, città governata allora da Carlo II re di
Sicilia (1248-1309). Ecco perché solitamente si fa iniziare la «cattività
avignonese» nel 1309, saltando la premessa del soggiorno francese di
Clemente V sino a quell’anno.
Sono sei i successori di Clemente V che restano ad Avignone: Giovanni
XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V e Gregorio
XI.
Nel 1334 Giovanni XXII (in carica dal 1316), poco prima di morire il 4
dicembre dello stesso 1334, concepisce «il piano di tornare in Italia e
trasferirvi la Curia, se non a Roma, città ritenuta insicura, almeno a
Bologna», riscuotendo l’opposizione sia di guelfi sia di ghibellini [A. M.
Voci, «Il papato avignonese», «Il Medioevo. VII», Roma 2009, pp. 98103, pp. 102-103].
Il contesto internazionale europeo, dal settembre 1396 a tutto il 1397, è
caratterizzato dalle missioni politiche a Roma di inviati dei Re di Francia,
Inghilterra, Castiglia, Navarra ed Aragona: «Essi esortarono Bonifacio, e
lo pregarono, che, per far cessar lo scisma, volesse rinunziare a tutt’i
diritti, che pretendeva avere al pontificato; affermando che Benedetto
farebbe il medesimo» [C. Fleury, «Storia ecclesiastica», XIV, Cervone,
Napoli 1771, p. 325].
Bonifacio IX risponde «ch’egli era il vero, e indubitabile Papa, che non ve
n’erano altri, e che non pretendea di rinunziarvi in niuna forma» [ib.].
Nell’aprile 1397 alla Dieta di Francoforte dei Principi di Alemagna, durata
dodici giorni, sono presenti anche «de’ Deputati della Università di
Parigi, e degl’Inviati di molti Re e di altri Principi»: «si mandò a
Bonifacio, per esortarlo alla cessione». Bonifacio tiene a bada «gl’Inviati
con le parole, senza dar loro decisiva risposta», anzi cercando di
corromperli «accordando loro contra le regole alcune grazie, che
desideravano essi, e per gli amici loro» [ib.]. Per cui quegli Inviati «non
poterono avanzar nulla per la cessione, ch’era il motivo del loro
viaggio».
Proprio in quel settembre 1397 in cui principia la fuga di Galeotto da
Avignone, il giorno 10 il Re di Castiglia risponde al Re d’Aragona (che gli
aveva mandato due Ambasciatori), di essere favorevole come lo è la
Corte di Parigi, alla via della cessione, «approvata da’ cardinali, e
desiderata da’ Fedeli», rifiutando «la via del compromesso» che a
Bonifacio poteva apparire non una via di diritto e di giustizia, ma una via
volontaria.

2. Una nomina, due fughe
A soli ventidue anni, l’11 settembre 1378, il «protonotario Apostolico»
Galeotto Tarlati di Pietramala è creato Cardinale diacono (ovvero non
sacerdote) da Urbano VI, su proposta del nonno Galeotto I Malatesti,
signore di Rimini, la cui figlia Rengarda nel 1348 ha sposato Masio
Tarlati di Pietramala, Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347.
L’anno prima della sua nomina a Cardinale, nel 1377, a Cesena, per
volere di Gregorio XI, Pierre Roger de Beaufort (1370-1378, nipote di
Papa Clemente VI [1342-1352]), quattromila cadaveri furono
disseminati nelle strade e nei fossati della città (scrive l’abate Guillaume
Mollat nella sua storia del Papato avignonese [«Les Papes d’Avignon,
1305-1378», Parigi 1912], p. 163), per opera dei Bretoni guidati dal
terribile Cardinal Roberto da Ginevra, il quale nel 1378 diventa il primo
Antipapa, con il nome di Clemente VII.
Nel 1386 Galeotto fugge da Urbano VI, prima nella Milano di Gian
Galeazzo Visconti e poi ad Avignone, dove nel 1387 è nominato
Anticardinale.
Un figlio di Gian Galeazzo Visconti, Giovanni Maria, nel 1408 sposerà
Antonia Malatesti, figlia di Andrea Malatesti nato da Gentile da Varano e
Galeotto I, il quale da Elisa della Valletta aveva avuto Rengarda, la
madre del nostro Cardinal Galeotto.
Antonia Malatesti, che era quindi cugina di Galeotto, passa alla storia
per il suo comportamento in occasione dell’uccisione del marito Giovanni
Maria da parte di alcuni nobili di corte: lei non volle recarsi in Duomo
dove era stata trasferita la salma, peraltro ignorata da tutti. L’unico
omaggio al defunto fu quello di «una femina meretrice» che «tollendo
una cesta de rose tutto il coperse», come si legge in un articolo di G.
Barigazzi (in «Storia illustrata», n. 153, VIII, 1970).
L’astio di Antonia era una reazione al comportamento di Giovanni Maria,
definito da Carlo Cattaneo «libe
tino e crudele come Nerone» (cfr. l’introduzione, p. LXXI, a «Notizie
naturali e civili su la Lombardia», I, Bernardoni, Milano 1844).
Nel 1397 Galeotto si dimette da Cardinale. Nicola di Clamanges (o
Clemanges), che nella celebre «Epistola XII, Mallem tibi laetiora» dà la
notizia della sua scomparsa avvenuta a Vienne, infatti definisce Galeotto
«nuper Cardinalis», ovvero Cardinale sino a qualche tempo addietro.
La lettera è spedita da Avignone «Ad Gontherum Colli, Galliae Regis
secretarium», ovvero Gontier Col, segretario di Carlo VI e di Giovanni,
duca di Berry, ed ambasciatore ad Avignone nella primavera del 1395.
Purtroppo l’avverbio «nuper», semplice ma fondamentale per
documentare la vicenda biografica di Galeotto, è sfuggito agli storici
moderni nella ricostruzione della sua figura attraverso l’«Epistola XII»,
considerata fondamentale per delineare la cultura umanistica del
personaggio, con l’accenno alla sua biblioteca, i cui libri «multi erant et
singulariter electi, perlibenter oblatos».
Di fuga di Galeotto da Avignone parla già nel XVI sec. un studioso ed
uomo della Curia di Roma, Girolamo Garimberti (1506-1575), in «Vite,
Overo Fatti Memorabili D’Alcuni Papi, Et Di Tutti I Cardinali Passati»
(Giolito de’ Ferrari, Venezia 1567), al cap. XXV, intitolato
significativamente «Della Ingratitudine» (pp. 446-447): «essendo fatto
Cardinale da Urbano, et compreso tra i suoi più confidenti e cari, si trouò
a machinar contra della dignità sua, insieme con alcuni altri Cardinali,
che per questo furono priuati dal Papa; per il che Galeotto insieme con
Pileo de Prati Cardinale se ne fuggì in Auignone; doue da Clemente di

nuouo fu restituito al Cardinalato; si come di nuouo poco dipoi facendo
un’altra ribellione con fuggirsene da Clemente, fu reintegrato da Urbano,
et premiato da lui di quella tanta ingratitudine; della quale meritaua di
esser castigato; et con quella solità seuerità che forse haurebbe, se
Galeotto non l’hauesse preuenuto con la morte nel Monte dell’Auernia,
doue stà sepolto nella Chiesa de Frati Minori».
Quest’altra «ribellione» secondo Garimberti, dunque, non poté
approdare al ritorno a Roma da vivo, per la scomparsa avvenuta, a suo
dire, non a Vienne ma alla Verna, un luogo simbolico per Galeotto
perché è quello della sua sepoltura, dapprima nella cappella «costruita
sulla prima cella di san Francesco» [cfr. A. Giorgi, «Dal primitivo
insediamento alla Verna dell’Osservanza», in «Atti del Convegno di Studi
2011», Firenze 2012, pp. 45-68, p. 52], poi nella «cappella della
Maddalena» che avevano voluto i genitori di suo padre, ovvero Roberto
(Uberto) da Pietramala e Caterina degl’Ubertini.
Questo particolare illumina sopra un altro aspetto: il trasferimento della
salma di Galeotto avvenne, tre giorni dopo la morte, ovvero l’11
febbraio «sur le Rhône jusqu’à Avignon», come leggiamo in una lettera
di Tieri di Benci, socio d’affari di Francesco Datini, grande mercante di
Prato, a Francesco di Marco, imprenditore in una società di lanaioli.
«Da Avignone la salma del cardinale fu portata, per le terre dei Savoia e
del duca di Milano, e per la Romagna, e le terre dei conti Guidi, alla
Verna» [G. Franceschini, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da
Pietramala», in «Italia medievale e umanistica», VII, Padova 1964, pp.
375-404, p. 397].

3. L’epistola «Ad Romanos»

La notizia della fuga da Avignone che leggiamo in Garimberti, non è però
accettata da Stefano Baluzio (Étienne Baluze, 1630-1718) che nelle sue
«Vitae Paparum Avenionensium» (Muguet, Parigi 1693) osserva: «Illum
Hieronymus Garimbertus, scribit mortuum esse in monte Alvernae in
summis Apennini jugis ibique sepultum in ecclesia fratrum Minorum.
Errat sane dum scribit illum rediisse in gratiam cum Urbano sexto. Nam
id falsum esse manifeste patet ex epistola ejus ad Romanos supra
commemorata, et ex eo quod mortuus est Viennae» [col. 1364].
La falsità della notizia sulla fuga è dedotta in Baluze da quella epistola
«Ad Romanos», di cui lui stesso parla alla col. 1363: Galeotto «scripsit
gravem epistolam ad cives Romanos; in qua eos primo redarguit quod
ipsi fuerint auctores schismatis, deinde hortatur ut eidem Benedicto,
quem multis laudibus ornat, obedientiam prestent».
Se la fuga è del 1397, l’epistola «Ad Romanos» risale però a periodo di
poco anteriore al dicembre 1394 [cfr. E. Ornato, «Jean Muret et ses
amis: Nicolas de Clamanges et Jean de Montreuil», Genève-Paris 1969,
p. 28]. Il titolo completo della lettera è: «Deflet horrendum schisma,
hortaturque eos, ut adhaerendo Benedicto XIII, ipsi finem imponant».
Benedetto XIII è il Cardinale Pietro da Luna, eletto il 28 settembre 1394
con i voti di venti dei ventuno cardinali presenti ad Avignone. Era stato
fatto Cardinale da Gregorio XI nel 1375. Sino al 1390 fu Legato
pontificio nella penisola iberica.
Sul ruolo di Galeotto da Pietramala ad Avignone, è stato osservato che
egli, per quanto fosse giovane, «exerçait une grande influence sur ses
collègues et il avait même essayé de jouer un rôle de modérateur entre
les deux papes» [cfr. B. Galland, «Les papes d’Avignon et la Maison de
Savoie (1309-1409)», École Française de Rome n. 247, Roma, 1998, p.
334. In nota si rimanda a G. Mollat, «Dictionnaire d’histoire et de
géographie ecclésiastique», 19, coll. 759-760].

Circa i rapporti fra Galeotto e Benedetto XIII, leggiamo in Franceschini:
«Lo legava al nuovo pontefice una profonda stima e un’amicizia nata fin
da quando aveva potuto riconoscere nel cardinale de Luna specchiata
rettitudine e profonda cultura e il comune amore per gli studi di umanità
e la ricerca degli antichi testi» [cit., p. 395].
[L’immagine riprodotta è ripresa dal volume «Veterum scriptorum et
monumentorum historicorum, dogmaticorum, moralium, amplissima
collectio», I, Montalant, Parigi 1724, col. 1544.]

4. La lezione umanistica di Petrarca
L’Umanesimo a cui guarda Galeotto è ispirato alla lezione di Francesco
Petrarca. Il quale, in una lettera del 1368 a Urbano V, per esaltare il
primato della cultura letteraria italiana, aveva affermato «oratores et
poetae extra Italiam non quaerantur».
La frase suscita in Francia forti polemiche. Tra il 1369 e il 1372
l’autorevole teologo dello Studio parigino Jean de Hesdin (1320-1412)
compone e diffonde l’epistola «Contra Franciscum Petrarcam»,
consegnata all’umanista italiano soltanto nei primi giorni di gennaio
1373.
Il 1° marzo dello stesso anno è datata da Padova la risposta-invettiva di
Petrarca («Invectiva contra eum qui maledixit Italiae»).
Dopo la morte di Petrarca (1374), il grande Scisma accentua, anche sul
piano politico, la rivalità Italia-Francia, e la querelle intorno alla frase
dell’umanista italiano riprende, trasformata in un topos propagandistico.
Il momento culminante della querelle è nel breve carteggio fra Nicolas
de Clamanges ed il nostro Galeotto, carteggio in parte risalente alla fine
del 1394 o all’inizio del 1395, ma completamente riscritto anzi
«inventato», per così dire (cfr. D. Cecchetti, «Petrarca, Pietramala e
Clamages», Paris 1982, p. 18 et passim), dopo il 1420.
Clamanges controbattendo sdegnosamente alla frase incriminata di
Petrarca, traccerà una breve storia della cultura di area gallo-francese,
dall’antichità classica al XII secolo, per vantarne l’assoluta preminenza
su qualsiasi altra tradizione nazionale».
La lezione umanistica di Galeotto progettava dunque un devoto omaggio
alla genialità di Francesco Petrarca che non poteva non incontrare
l’opposizione più accesa dei suoi amici in Avignone, per una serie di
significativi motivi.
Anzitutto, come sottolinea J. Huizinga [«Autunno del Medioevo», Firenze
1987, p. 449] il preumanesimo di illustri esponenti di quel circolo
avignonese come Montreuil e Col, è legato all’erudizione scolastica
medievale. Poi c’è l’aspetto biografico di Petrarca che non poteva essere
proposto in quella corte, da lui accusata di corruzione nei cosiddetti
«Sonetti babilonesi» (136, 137, 138), come nelle lettere «Sine nomine»
e nelle Egloghe sesta «Pastorum pathos» («Le cure pastorali») e settima
«Grex infectus et suffectus» («Il gregge infetto») [cfr. E. H. Wilkins,
«Vita del Petrarca», Milano 2003, p. 78].
Nell’epistola XVIII (penultima) delle «Sine nomine», si parla di vecchi e
lascivi bambocci che bruciano nella libidine, precipitando in ogni
vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti, degli incesti, degli
adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento della lascivia papale»
[«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»]» [«Sine nomine, Lettere
polemiche e politiche», a cura di U. Dotti, Roma-Bari 1974, pp. 206210].
Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi
riofferte dopo il parto «all’alterna sazietà di chi le usa a suo godimento»,
mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per
rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all’alterna sazietà di chi le usa a suo
godimento».
Sulle «pagine densissime» delle «Sine nomine», leggiamo in Ezio
Raimondi [«Un esercizio satirico ad Avignone» (1956), «I sentieri del
lettore», a c. di A. Battistini, I, Bologna 1994] che esse «sorgono dalla
sofferenza e dalla protesta del cristiano offeso» [p. 133].
La lezione petrarchesca, ha scritto Loredana Chines, «lascia alle
generazioni successive degli umanisti il senso di un dialogo continuo e
proficuo tra un passato da riscoprire e un presente da risanare»

[«L’umanesimo: caratteri generali», pp. 428-440, «Il Medioevo», XI,
Milano 2009, p. 428].
È la lezione che influenza anche Galeotto, al punto di attirargli l’accusa
di non essere un buon cattolico a causa delle sue amicizie culturali,
come si legge in Jean de Launoy (1603-1678), fecondo ed erudito
autore francese [«Opera omnia, Opusculis ineditis...», IV, 2, Fabri,
Barrillot, Bousquet, Ginevra, 1732, p. 62].

5. Notizie dalle corti
Il primo a parlare di un ritorno di Galeotto al Papato romano è, dieci
anni prima di Garimberti nel 1557, Onofrio Panvinio (1529-1568) nella
«Epitome pontificum Romanorum», Strada, Venezia, p. 260.
Secondo Panvinio, che fu agostiniano e lavorò a Roma come
«corrector» e «revisor» di manoscritti presso la Biblioteca Vaticana al
tempo di Pio IV, il Papa Urbano VI aveva restituito il cardinalato a
Galeotto: «Galeottus de Petra Mala [...] cum fido Cardinale Ravennae
fugit, verum non longe post in gratiam sororis suae [...]», moglie del
nipote del Pontefice, ovvero Francesco Frignano.
Di questa moglie del nipote, e sorella del nostro Cardinale, non si hanno
tracce.
Tre sono le sorelle di Galeotto di Pietramala: Elisa morta nel 1366,
Taddea che si sposa nel 1372, e Caterina che s’accasa, forse nel 1393.
Quindi potrebbe Caterina ad esser stata coinvolta nella vita sentimentale
di Francesco «Butillo». Il quale però poi prende per moglie Raimondina
del Tufo, mentre Caterina va a nozze con Nicola Filippo Brancaleoni.
Per Francesco Prignano si legge pure che a Napoli rapì da un monastero
«una Monaca professa, di nobile condizione, e la tenne seco nel suo
appartamento» («Storia universale», XIII, Tasso, Venezia 1834, p.
131).

6. I giuochi del potere
Clamanges, autore della «Epistola XII, Mallem tibi laetiora», era
divenuto segretario di Papa Benedetto XIII su raccomandazione dello
stesso Galeotto. Con cui aveva mantenuto particolari rapporti di
amicizia.
Galeotto «lo accolse con ogni sorta di amorevolezze, gli mostrò la sua
biblioteca e lo fece padrone di usarne, e lo presentò al papa e agli altri
cardinali», si legge in un volume fiorentino del 1890 [cfr.: G. Voigt, D.
Valbusa, G. Zippel, «Il risorgimento dell’antichità classica. Il primo
secolo dell’ umanismo», II, Firenze 1890, pp. 340-341].
Questa frequentazione permetteva a Nicola di Clamanges di conoscere
tutti i risvolti, anche i più segreti, della vita di Galeotto. E di
interpretarne pure le intenzioni eventualmente non espresse per non
nuocere ai propri progetti.
Perché nel settembre 1397 Galeotto si allontana da Avignone?
Quello è un particolare momento non soltanto della storia generale del
regno di Francia, quando Carlo VI (in carica dal 1380) cerca di chiudere
il Grande Scisma che durerà sino al 1417; ma pure della biografia di
Galeotto, privato dei redditi della località di Noves già riconosciutigli dal
Papa Clemente VII, per colpa di Gilles Bellemère (1342-1407),
esponente di spicco della corte di Avignone, di cui diventa vescovo nel
1392, come si legge in un testo di Henri Gilles [«La vie et les œuvres de
Gilles Bellemère», Bibliotheque de L'Ecole des Chartes, CXXIV, Paris
1966, p. 116-117].
Di Clemente VII, Bellemère fu anche ambasciatore presso Carlo VI.
Divenne famoso grazie ai suoi «Commentari» al «Decretum Gratiani» o
«Corpus iuris canonici» (XII sec.), editi nel 1548.
«Un homme fort près de ses intérêts», lo definisce Henri Gilles.
Bellemère era in contatto con gli intellettuali umanisti di Avignone,
quindi pure con lo stesso Galeotto che di quel gruppo era il protettore
(Coville, p. 406). E Galeotto deve aver considerato il gesto di Bellemère
un tradimento pieno di pericoli per il suo futuro.
La questione si trascina dal marzo 1394 all’agosto 1397. Quando
Galeotto protesta perché privato dei redditi di Noves. Ma fa altrettanto,
e soprattutto «bien fort», lo stesso Bellemère scrivendo persino un
trattato per dimostrare in punta di Diritto romano «la justesse de ses
prétentions». Per rafforzare «son droit sur Noves», il Bellemère invita
«les habitants à prêter un serment public d’obéissance à sa personne, à
son église et à sa cour de Noves» [H. Gilles, pp. 117-118].
Siamo proprio alla vigilia della partenza di Galeotto di Pietramala da
Avignone per Valence.
Gilles Bellemère era stato preso a servizio dal Cardinale Pierre Roger de
Beaufort, futuro Gregorio XI, «en qualité de chapelain et de commensal»
(cappellano e famiglio), all’inizio del 1367 ad Avignone. Dove arriva al
momento in cui «la cour pontificale faisait ses préparatifs de départ»
verso Roma [H. Gilles, pp. 38-39].
Urbano V parte da Avignone venerdì 30 aprile, e passa a Marsiglia dove
s’imbarca per il Lazio, giungendo al porto di Corneto in Maremma,
accompagnato da sette Cardinali.
Altri quattro Cardinali seguono il diverso itinerario «flaminio», che ha
un’indubbia valenza politica: provenendo da Modena, passano per Rimini
tra 11 e 25 giugno 1367.

Sono Pierre de Monteruc (11 giugno), e Stefano Aubert (18 giugno), due
cugini, figli di fratelli di papa Innocenzo VI (Étienne Aubert, 1282-1362),
che viaggiano separatamente.
Assieme invece giungono il 25 giugno altri due cugini, Nicole de Besse,
Cardinale di Limoges, ed il nostro Pierre Roger de Beaufort, un cui zio fu
Clemente VI, Pierre Roger, quarto papa d’Avignone, dal 1342 al 1352.
[H. Gilles a p. 39 in nota 5 rimanda a «Cronache Malatestiane dei secoli
XIV e XV», tomo XV, 2 di «Rerum Italicarum Scriptores», a cura di A. F.
Massèra, Bologna 1922, p. 29].
Pandolfo II, figlio di Malatesta Antico, il 16 ottobre 1367 partecipa con lo
zio Galeotto I (il nonno del nostro Cardinal Galeotto), a Roma, al corteo
per il rientro di Papa Urbano V.
Circa la città di Vienne, va ricordato che suo Arcivescovo era Thibaud de
Rougement, nominato da Benedetto XIII il 17 settembre 1395. Resta a
Vienne sino al 1405, quando è trasferito dal Papa a Besançon, dopo che
le truppe di Thibaud hanno avuto pesanti scontri (con vari castelli
bruciati), durante la guerra tra lo stesso Thibaud ed i fratelli Guy et Jean
de Torchefelon che avevano rifiutato di rendergli omaggio.
Thibaud de Rougement nel 1398 provoca un grave scontro con gli
ufficiali reali di Santa Colomba, colpendo con interdetto e scomunica
questo antico sobborgo di Vienne. Ne nasce una forte tensione che
arriva a coinvolgere Papa e Re.
Le fonti storiche riferiscono di «aspri conflitti» sorti fra Thibaud (che
aveva anche il titolo di Conte di Vienne) e Charles de Bouville,
governatore del Delfinato, per i «diritti temporali» che gli sono restituiti
soltanto nel 1401, dopo un intervento regio dell’agosto 1399.
Il 23 gennaio 1397, a Parigi, Thibaud battezza Luigi, figlio del re di
Francia Carlo VI e della regina Isabella, figlia di Stefano II, duca di
Baviera, e di Taddea Visconti di Milano (figlia di Barnabo).
L’anno prima Carlo VI ha concordato con Riccardo II d’Inghilterra le
nozze di quest’ultimo con la propria figlia Isabella di Valois, una bambina
che nel 1400 resta vedova ad appena dieci anni d’età.

7. Notizie italiane
Nel frattempo è nata (1396) la lega di Carlo VI con Firenze, Ferrara,
Mantova e Padova contro i Visconti.
Capitano è nominato Carlo Malatesti (fratello di Rengarda, la madre del
nostro Cardinale), che nel 1397 a Mantova fa rimuovere un’antica statua
di Virgilio, con un gesto ritenuto da Coluccio Salutati oltraggioso verso la
poesia, e da Pier Paolo Vergerio indegno d’un principe che pretenda di
amare gli studi e la storia.
Quello di Carlo è soltanto un atto politico per segnalarsi al potere
ecclesiastico, «credendo un delitto che i cristiani venerassero un uomo
non cristiano», come si legge nella biografia di Vittorino da Feltre scritta
(1474 ca.) dal suo allievo mantovano Francesco Prendilacqua [«De vita
Victorini Feltrensis», Typiis Seminarii, Patavii 1774, p. 93].
Circa i Visconti, abbiamo ricordato che Galeotto Tarlati nella sua fuga dal
Papa romano Urbano VI aveva trovato rifugio proprio a Milano presso
Gian Galeazzo Visconti. Ed al Visconti Galeotto resta legato, se nel 1390
da Avignone gli scrive auspicando che il vessillo della vipera sventoli
sulle sponde dell’Arno, e nel 1391 gli indirizza «una lettera tutta
vibrante d’odio contro Firenze» scrive Francesco Novati [«Due lettere del
cardinale di Pietramala a Gian Galeazzo Visconti (1390-91)», Archivio
storico lombardo, 43, 1916, pp. 185-191, pp. 185-186].
Il nome di Carlo Malatesta va infine legato alle nozze fra la sua nipote
Antonia e Giovanni Maria Visconti.
Galeotto «combattendo Firenze colla penna intendeva venir in soccorso
de’ congiunti suoi che l’assalivano colla spada», commenta Novati [p.
187].
«Florentiam ipsam, valido exercitu circumdate»: è l’invito (anzi una
specie di ordine di etica politica, più che un piano di strategia militare),
che la penna di Galeotto indirizza al Visconti nella prima lettera: «Illa,
illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt
fraudes, unde armorum gentibus subvenitur: nichil erit impossibile eis,
dum eorum ager sine hoste erit, dum nudus agricola solvet ad occasum
boves quos ad solis ortum ligaverat; dum lanarum colos trahent ruricole
mulieres; dum lucrum diei avarus sed quietus mercator numerabit ad
vesperum» [pp. 189-190].
Nella seconda lettera, Galeotto ribadisce che è necessario attaccare la
Toscana: «in Tusciam cum reliquis est vertenda manus. Illic bellum
extinguatur ubi ortum habuit; illic victoria habeatur, ubi sunt hostes; illic
pena infligatur, ubi scelera sunt patrata» [pp. 190-191].
La cronaca politica resta sullo sfondo del giudizio che Francesco Novati
compone di Galeotto («Adorno di belle doti morali ed intellettuali»),
partendo proprio da quelle due lettere del 1390-91, le quali a suo parere
dimostrano «come i contemporanei avessero ragione di lodar l’ingegno e
la dottrina del porporato aretino» [p. 188].
Novati osserva pure che la lettera del 1391 era anche vibrante «di gioia
per la morte» del conte Giovanni d’Armagnac, ucciso alle porte
d’Alessandria mentre combatteva ingaggiato dal doge di Genova
«ond’annientare la potenza di Gian Galeazzo Visconti» [p. 185].
Sulla scorta di una nota di Novati [p. 185, nota 2], troviamo nelle
«Memorie spettanti alla storia di Milano» (curate da Giorgio Giulini
(1714-1780), vol. V, Colombo, Milano 1856, p. 764): «Alcuni scrittori,
col nostro annalista milanese, dicono ch’egli [Giovanni d’Armagnac] era
ferito; ma i cronisti di Piacenza e di Bergamo, e l’Estense, più

giustamente affermano che la grande stanchezza e il caldo sofferto in
quel cocentissimo giorno lo ridussero a morire».
Novati aggiunge: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza
quartiere, cercando d’annichilirne la potenza, come aveva distrutta a
poco a poco quella de’ Guidi, degli Ubaldini e di tant’altri signorotti
minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l’implacabile
avversaria, i Tarlati davan senz’esitare l’aiuto loro a tutti i nemici di lei;
in tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere
durante il secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora
di fronte i signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il
Visconti s’era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva
ritrovato ne’ Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli
quanto più la caduta d’Arezzo nelle granfie de’ fiorentini aveva
esasperato il loro aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [ib., pp. 186187].
Novati [p. 186, nota 2] riporta una lettera di Coluccio Salutati
(Cancelliere della Repubblica di Firenze dal 1375 al 1406), in cui il
comportamento antifiorentino dei Tarlati di Petramala è deriso con un
gioco di parole sul cognome: Tarlati si dice degli alberi putrefatti, e
Petramala deriva da «pietra» che sta a signifcare durezza ed
ostinazione. Essi, conclude Salutati, «sunt turbatores pacis, insidiatores
viarum, mercatorum spoliatores, peregrinorum homicidae et infames
latronum principes et fautores».
Su Galeotto, prosegue Novati: «Urbano VI l’avea creato Cardinale
diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco. Scoppiato lo scisma, il
feroce pontefice lo prese in sospetto; credette, a ragione ovvero a torto
non sapremmo decidere, che avesse preso parte al complotto ordito in
Genova per sottrarre a morte i cardinali che egli voleva sacrificare alla
propria vendtta; ed il Tarlati in pericolo di finir male dové cercare
scampo nella fuga. Recossi allora a Pavia, quindi ad Avignone, dove
rinnegando il passato riconobbe come vero pontefice l’antipapa
Clemente. Ripagato da costui colla dignità cardinalizia di S. Giorgio in
Velabro, Galeotto non lasciò più la Francia, donde continuò, fin che gli
durò la vita, a tramare insidie contro i suoi nemici maggiori: Firenze ed
Urbano» [pp. 187-188].
Novati scrive anche: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza
quartiere, cercando d’annichilirne la potenza, come aveva distrutta a
poco a poco quella de’ Guidi, degli Ubaldini e di tant’altri signorotti
minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l’implacabile
avversaria, i Tarlati davan sen’esitare l’aiuto loro a tutti i nemici di lei; in
tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere durante il
secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora di fronte i
signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il Visconti
s’era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva ritrovato ne’
Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli quanto più la
caduta d’Arezzo nelle granfie de’ fiorentini aveva esasperato il loro
aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [pp. 186-187].
Se quella lettera di Galeotto diretta al Visconti di Milano, è «tutta
vibrante d’odio contro Firenze», come scrive Novati, è perché in essa si
proiettano ricordi di famiglia, e s’affacciano motivazioni legate ad una
concezione della vita politica tipicamente medievale, in quanto avversa
alla gente «nova» che vi stava emergendo.
Non c’è quindi nell’atteggiamento politico di Galeotto verso Firenze
soltanto una chiave autobiografica, ma anche il riflesso di quelle
concezioni di cui parla il già ricordato Huizinga nel suo celebre saggio
«L’autunno del Medioevo», laddove spiega che «il concetto della

divisione della società in classi pervade fino in fondo, nel Medioevo, tutte
le considerazioni teologiche e politiche» [p. 74].
C’è anche in Galeotto la concezione gerarchica della società che Huizinga
descrive nel terzo capitolo del suo saggio, dove ricorda l’attribuzione alla
nobiltà del compito di difendere il mondo, di promuovere la virtù e
mantenere la giustizia [p. 82].
Firenze era la città che aveva soffocato a mano armata il tumulto dei
Ciompi (agosto 1378).
Chiesa ed aristocrazia in Italia avevano vivo il ricordo di quanto
accaduto a Parigi nel 1358, con la salita al potere di un mercante,
Étienne Marcel, grazie all’azione della borghesia cittadina che così si
contrapponeva alla politica monarchica e della nobiltà che la sosteneva.
E con l’uccisione dello stesso Marcel, che aveva tentato di collegare la
rivoluzione parigina con la rivolta nelle campagne, guidata da un vecchio
soldato (Charles Guillaume, sconfitto e ghigliottinato), e soffocata nel
sangue.
Nota. Galeotto, il politico.
Abbiamo letto in Novati su Galeotto: «Urbano VI l’avea creato Cardinale
diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco…» [pp. 187-188].
Novati come fonti cita L. Cardella, «Memorie storiche de’ Cardinali della
Santa Romana Chiesa», II, Pagliarini, Roma 1793 e N. Valois, «La
France et le Grand Schisme d’Occident», II, Paris 1896.
Sull’intervento di Giovanni d’Armagnac, cfr. A. Antonielli, F. Novati, «Un
frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo
Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti
contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913,
Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
Giovanni d’Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con
la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è «tagliato a pezzi
dalle truppe viscontee».
Circa Giovanni d’Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice
d’Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal
1382. L’anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o
de Foix, nato nel 1365.
«Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi
l’indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la
Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d’Armagnac.
Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era
figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il
comandante conte d’Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti,
figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie
Beatrice d’Armagnac»: cfr. P. Verri, «Storia di Milano» I, Marelli, Milano
1783, p. 412.
Tra le genti d’arme assoldate nel 1388 c’è un Giantedesco da
Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato
capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo
della Quercia nel Duomo di Siena.
In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che
genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs
petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt
fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non
soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma
incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia
ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e
non ereditato, ma su quello che scaturisce dall’esercizio del potere e
delle armi che lo sorreggono.

Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle
città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello
scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.
Nota bibliografica.
La lettera di C. Salutati è presente alle pp. 190-191 di P. Durrieu, «La
prise d’Arezzo par Enguerrand VII, sire de Coucy, en 1384»,
Bibliothèque de l’école des chartes, 1880, tome 41, pp. 161-194; ed alle
pp. 233-234 di U. Pasqui, «Documenti per la storia della città di Arezzo
nel medio evo», III, Firenze 1937.

8. La visita a Valence
Galeotto di Pietramala resta per più di tre mesi a Valence [cfr. R. Brun,
«Annales avignonnaises de 1382 à 1410 extraites des archives de
Datini, dans Mémoires de l’Institut historique de Provence, p. 40]. Il
Vescovo di Valence è dal 1390 Jean Gérard de Poitiers (ca. 1368-1452),
succeduto a Amedeo di Saluzzo (1361-28.6.1419).
Amedeo di Saluzzo era legato a Galeotto di Pietramala dallo stesso
interesse verso la cultura, appartenendo a quel «cenacolo umanistico
formato dai chierici ed intellettuali, i quali ruotavano attorno a
Benedetto XIII ed alla sua celebrata biblioteca ricca di opere giuridiche e
stupefacente per i testimoni della classicità che vi venivano custoditi»
[cfr. A. Bartocci, «Il cardinale Bonifacio Ammannati legista avignonese
ed un suo opuscolo contra Bartolum sulla capacità successoria dei Frati
Minori», «Rivista internazionale di Diritto Comune», 17, Roma 2006, pp.
251-297, p. 267].
Coville osserva: «le cardinal qui à Avignon attirait le plus volontieri
écrivains et humanistes était Galeotto» [cfr. A. Coville, «La vie
intellectuelle dans les domaines d’Anjou-Provence de 1380 à 1435»,
Parigi 1941, p. 403].
Degli episcopati di Valence e di Die, Amedeo di Saluzzo è
amministratore tra novembre 1383 e giugno 1388. Il 23 dicembre 1383
Amedeo è creato Anticardinale da Clemente VII, il cui padre era cugino
della madre di Amedeo, Beatrice, figlia di Ugo conte di Ginevra [cfr. P.
Rosso, «Cultura e devozione fra Piemonte e Provenza. Il testamento del
cardinale Amedeo di Saluzzo (1362-1419)», Cuneo 2007, p. 13].
Il nuovo Antipapa Benedetto XIII (eletto il 28 settembre 1394) invia poi
Amedeo di Saluzzo in legazione a Ferdinando re di Aragona.
Successivamente (1390) Amedeo lascia il partito di Benedetto XIII e
s’accosta a quello di Bonifacio IX (eletto nel 1389), il quale lo nomina
cancelliere della Chiesa di Roma. Nel 1403 Amedeo diventa Camerlengo
e Protodiacono del Sacro Collegio.
Insomma, l’itinerario di Amedeo di Saluzzo rassomiglia molto a quello di
Galeotto di Pietramala. Il quale propone pubblicamente il percorso di
risoluzione dei contrasti tra Roma ed Avignone, con la «via cessationis»
o «via cessionis», consistente nelle dimissioni del Pontefice di Avignone,
quel Benedetto XIII presso cui si era rifugiato lo stesso Galeotto.
Poi Galeotto giustifica lo stesso Pontefice per la sua risposta negativa
alla sua proposta, contenuta nella già ricordata epistola «Ad Romanos»
del 1394.
Va ricordato pure il ruolo del re di Francia Carlo VI che intendeva
riunificare la cristianità come scrive Franco Gaeta, op. cit.], partendo
proprio dalla «via cessionis» della rinuncia di entrambi i Papi. Il rifiuto
che esprimono, porta la Francia a sottrarsi (1407) alla loro obbedienza,
e provocano la crisi dell’autorità papale, poi risolta soltanto al Concilio di
Costanza.
Il soggiorno di Galeotto a Valence va collegato anche a quanto si
prepara appunto in Francia, ricordando che la corona «fece deliberare la
sottrazione d’obbedienza dall’assemblea del clero tenutasi a Parigi tra il
maggio e l’agosto 1398» [Rosso, op. cit., p. 18].
Scomparso Clemente VII il 16 settembre 1394, Galeotto da Pietramala si
trova al conclave per l’elezione (28 settembre) del nuovo Antipapa
Benedetto XIII, l’aragonese Pedro Martínez de Luna (1328-1423).
Poco dopo, comunque prima di dicembre [Ornato, op. cit., p. 28],
Galeotto «scripsit gravem epistolam ad cives Romanos; in qua eos
primo redarguit quod ipsi fuerint auctores schismatis, deinde hortatur ut

eidem Benedicto, quem multis laudibus ornat, obedientiam prestent»,
come leggiamo in Stefano Baluzio [op. cit., col. 1363].
Riproduciamo qualche brano di questa epistola «Ad Romanos» [col.
1544].
«Tempus est jam, si Deus adjuverit, fugare tantam pestem. et tartari
claudere portas, ne schismaticorum spiritus repleautur in posterum,
faucesquae satanae insatiabiles stringere, ne christiano cibo quotidie
epuletur. In hoc vos meditar decet, in hoc animi vires colligere, in hoc
omnis vestra debet esse intentio, ut ecclesiam resarcitam Domino
praesentetis, quam sic inconsulte, dividere non puduit».
Come agire?
«Schisma in potestate nostra creare, nutrire ac fovere possumus, illud
autem tollere, cum velimus, non est nostrum.»
Poi Galeotto parla di Benedetto XIII, «qui potens est et vult omnes
nostros morbos curare, sed illos praesertim qui schismatis putredine
catholica corpora corruperunt». Ai Romani dice: «Audite, quaeso,
monita sua sancta, salubres eius preces esaudite».
Infine Galeotto tesse un incondizionato elogio di Benedetto XIII: «Ejus
mores et
integritatem, benignitatem, mansuetudinem, caritatem,
pietatem, sinceritatem, aliis forte in populis predicare non incongruum,
vobis autem jam diu persuasum esse scio. Nostis hominem et ejus
virtutes».
Benedetto XIII ha scelto di riunire la Chiesa, per presentarla a Dio tutta
risarcita, lui che la trovò così lacerata: «optat interimere schisma, et
jam foedam belluam mactare sua manu». Per questo vi incita, ed
implora il vostro aiuto. Partendo da ciò, Galeotto prega i Romani di
appoggiare Benedetto «ad candidam ecclesiae unionem».
Come si è visto, le speranze di Galeotto vanno deluse, perché Benedetto
XIII cambia opinione.

9. Vienne, 8 febbraio 1398
A Vienne Galeotto di Pietramala muore l’8 febbraio 1398. Come abbiamo
già visto, lo racconta Nicolas de Clamanges nell’epistola XII «Mallem tibi
laetiora», composta ad Avignone.
Clamanges ha la prova che Galeotto si trovasse a Vienne: è una lettera
del Cardinale stesso, inviatagli da quella città. In questa epistola XII,
Clamanges ricorda che Galeotto fu per lui un protettore, un aiuto, un
intercessore ed un procuratore. Ciò significa anche che il nostro
Cardinale trovava ampio ascolto presso la Corte pontificia.
Nell’epistola XII di Nicolas de Clamanges, come abbiamo già scritto, la
notizia delle dimissioni di Galeotto è data attraverso un semplice
avverbio, «nuper», legato alla parola Cardinale, con cui si documenta la
completa rottura tra il Nostro e l’ambiente ecclesiastico avignonese.
Ciò ci permette di parlare di una sua nuova fuga, questa volta dalla sede
di Avignone. Dove aveva trovato rifugio quando si era allontanato da
Urbano VI, autore dei sei omicidi ricordati.
Le fonti storiche moderne hanno sottolineato l’importanza dell’epistola
XII di Clamanges soltanto per quanto riguarda la cultura umanistica di
Galeotto, la cui biblioteca era molto ricca di libri rari. Ma questo piccolo
ed importante dettaglio del «nuper Cardinalis», sinora dimenticato,
rivela qualcosa di ancora più importante, appunto la definitiva crisi dei
rapporti di Galeotto con l’Antipapa.
Tornato semplice diacono, come era stato sino al 1378, Galeotto chiude
la sua vita inevitabilmente pensando a quella terra toscana da cui
provenivano i suoi antenati che tanto erano legati al movimento
francescano.
La chiesa principale della Verna è fondata nel 1348 da Tarlato, conte di
Chiusi, fratello di Guido, Vescovo di Arezzo; e da sua moglie Giovanna
Aldobrandeschi di Santa Fiora. Guido Vescovo è cugino di Roberto
Tarlati, nonno paterno di Galeotto.
Discepolo di San Francesco fu un beato Angelo Tarlati, patrizio aretino,
scomparso nel 1254. C’è poi un altro beato, Benedetto Sinigardi, patrizio
aretino, figlio di Sinigardo Sinigardi e di una Elisabetta Tarlati di
Pietramala (forse figlia di una figlia di Guido nato nel 1140).
Su questo beato Benedetto Sinigardi, P. Girolamo Golubovich o. f. m. ha
scritto: «il Santo Patriarca Francesco, trovandosi in detto anno [1211] in
Arezzo, diede l’abito al giovane Sinigardi», che era nato attorno al 1190
[cfr. «Vita et miracula B. Benedicti Sinigardi», Quaracchi 1905, p. 11].
Nel 1216 o nel 1217 «Benedetto fu destinato dal Capitolo generale e da
S. Francesco a primo Ministro provinciale della Marca Anconitana. Egli
non doveva avere allora più di 27 anni d’età; ma all’età forse immatura,
suppliva certo la virtù provetta» [ib.]. Poi, non prima del 1221, fu terzo
Ministro provinciale della Terra Santa e di tutto l’Oriente, riorganizzando
la Provincia minoritica [ib.].
Tutto questo "retroscena" francescano si collega al fatto che Galeotto è
stato sepolto a La Verna. Dapprima nella cappella della Maddalena
(voluta dai genitori di suo padre, Roberto di Pietramala e Caterina
degl’Ubertini), e successivamente in quella che lui stesso s’era fatto
costruire, nella seconda cappella a sinistra della chiesa maggiore, e che
ancor oggi è detta «cappella del cardinale».
Il discorso sui Francescani non può dimenticare un fatto che riguarda il
1379, quando quelli scismatici nel loro Anticapitolo generale di Napoli,
convocato da frate Leonardo da Giffone, ovvero Leonardo de Rossi

(1335-1407), già fatto Cardinale dall’Antipapa il 18 dicembre 1378, lo
appoggiano.
Rossi è poi arrestato dal Legato Apostolico Cardinal de Sangro, e sconta
cinque anni di durissimo carcere ad Aversa, prima di fuggire ad
Avignone, dove è ben accolto. Poi volta le spalle all’antipapa Benedetto
XIII per la sua ostinazione e pertinacia, scrivendo contro di lui un
trattato, in cui lo considera un eretico.
Per completare il quadro politico locale di quel tempo, ricordiamo che
Guido fu scomunicato e deposto da Vescovo d’Arezzo ad Avignone il 17
aprile 1326, per la sua politica quale «Tiranno e Signore» (così lo
chiama Giovanni Villani) della stessa città d’Arezzo, dal 14 aprile 1321
alla morte (avvenuta il 21 ottobre 1327).
Guido e tutti gli altri Tarlati non furono molto amati ai loro tempi, come
non sono stati amati da studiosi del secolo scorso, che si sono occupati
di loro, ricostruendo confusamente un albero genealogico che addirittura
attribuisce al nostro Cardinal Galeotto ben tre inesistenti figli illegittimi,
Tommaso, Betto e Guido: cfr. il cit. testo di Pasqui, «Documenti per la
storia della città di Arezzo nel Medio Evo, III», p. 394.
Pasqui tuttavia definisce Galeotto «uomo intelligente ed autorevole» [p.
XIV] .
Galeotto, se divenne Cardinale grazie al nonno Galeotto I, nell’ultimo
periodo del suo soggiorno avignonese dovette subire le amare
conseguenze del ruolo di primo piano che i suoi parenti Malatesti
svolgevano nella Chiesa di Roma.
Proprio nel 1397 Papa Bonifacio IX conferisce a Pandolfo III (fratello di
Rengarda, la mamma del nostro Cardinale), l’incarico di Comandante
supremo della Chiesa nonché quello di Rettore del Ducato di Spoleto.
Il circolo alquanto vizioso tra vita politica e vita della Chiesa, si chiude
per il Nostro con una specie di assedio che lo incatena ad un ruolo di
imputato per colpe non sue, mentre le tensioni tra Avignone e Parigi
provocano scintille.
Su questo sfondo avviene quanto Clamanges riassume con quel «nuper
Cardinalis», ovvero una storia non scritta che s’inserisce nel profilo della
crisi che coinvolge tutte le istituzioni, religiose e politiche, mettendole in
conflitto fra loro.

10. Vecchio mondo, nuove idee
Per tornare al quadro generale del tempo, va ricordato che allora si
diffondono le idee di Marsilio da Padova che, nel «Defensor Pacis»
(composto a Parigi nel 1324), attacca alle fondamenta l’origine divina
del Primato di Pietro, oltre a tutta la struttura gerarchica della Chiesa,
parlando di «sovranità popolare» e di «Stato di diritto».
Marsilio (che era stato Rettore dell’Università parigina tra 1312 e 1314)
fa «una grande battaglia per la libertà civile dello Stato» ed «una
strenua difesa di quel piano di civile convivenza umana ove le differenze
delle fedi, i contrasti delle ideologie e delle credenze debbono cedere
dinnanzi alla sovranità della legge "umana" ed all’uguale diritto di tutti i
cittadini», come scrive Cesare Vasoli, nell’introduzione alla sua
traduzione del «Defensor Pacis» [Torino 1960, p. 77].
Nel 1407, osserva R. Sabbadini [«Le scoperte dei codici latini e greci ne’
secoli XIV e XV», Firenze 1914, p. 74] «alcuni mesi prima che
scoppiasse la nuova bufera con la scomunica lanciata da Benedetto XIII
contro il re di Francia», Nicolas de Clamanges si allontana dalla Curia
avignonese, «ritirandosi per alcuni mesi a Genova», e vivendo un
«periodo di solitudine e scoramento», simile a quello del suo antico
protettore, Galeotto di Pietramala.
Andandosene da Avignone, Galeotto segue l’esempio del collega di fuga
da Urbano VI nel 1385, ovvero di Pileo da Prata che nel 1389 appoggia il
Papa romano Bonifacio IX, il quale gli affida nuovamente l’Arcidiocesi di
Ravenna dove era stato destinato già nel 1370.
Stefano Baluzio (1630-1718) sostiene il contrario: cioé Galeotto non
ebbe la stessa «leggerezza» del collega Arcivescovo di Ravenna dal
1370 («Vitae Paparum avenionensium», a cura di G. Mollat, Parigi 1927,
I, col. 1364).
Secondo l’abate Eugenio Gamurrini (1620-1692), il Cardinal Galeotto,
«era ornato di una finissima prudenza e di un coraggio insuperabile, per
il che si era reso in posto di gran stima e desiderabile a tutti i Principi»
(cfr. «Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane et umbre», I,
Onofri, Firenze, 1668, p. 197).
Galeotto giunge a Vienne in un momento particolare della storia politicoreligiosa di questa città.
Nell’estate del 1395 muore l’Arcivescovo Humbert III [cfr. M. Mermet,
«Histoire de la ville de Vienne de l’an 1040 à 1801», Parigi 1854, p.
184]. Gli abitanti di Vienne erano esenti dai tributi, ed il delfino aveva
mantenuto i loro privilegi e le loro immunità [ib., p. 183], ma il 22
maggio 1390, il giudice maggiore di Vienna Antoine Tholosani emise una
sentenza definitiva interamente favorevole alla Chiesa [cfr. pure F. Z.
Collombet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, Parigi, 1847, p.
356].
Negli antefatti (1339) è coinvolto anche il Cardinale "Gocio de Batagliis
d’Aréminie" [ib. p. 156] quale inviato pontificio per conoscere i fatti,
onde risolvere le situazioni di contrasto tra potere politico e Papato
avignonese. Il quale si esprime il 20 novembre 1340 [p. 157] con una
multa al Delfino, da pagare alla Camera apostolica. E con l’ordine che
Arcivescovo e Capitolo esercitassero la giurisdizione come un tempo.
Clemente VI, succeduto a Benedetto XII, fa assolvere il delfino [p. 162].
Il 2 settembre 1344 Clemente VI annulla il giuramento di fedeltà degli
abitanti di Vienne prestato il 22 agosto 1338 [p. 165].
Il 29 marzo 1349 Humbert cede puramente e semplicemente i suoi Stati
a Carlo, figlio del duca di Normandia, a condizione che assumessero lui

ed i suoi successori il titolo di «delfino» [p. 166]. Schiavo dei Papi, egli
sottopose a loro non soltanto i suoi progetti ma pure i suoi atti
amministrativi. Il Papa avignonese lo porta a poco a poco a spogliarsi
d’una sovranità che avrebbe poi rimpianto [pp. 166-167]. Anche se il
delfino sperava di salire in alto nelle dignità ecclesiastiche. Ma poi si
sposa con Jeanne de Bourbon [p. 168].
Nel 1389 Carlo VI andando da Parigi ad Avignone si ferma a Vienne,
desiderando d’esser considerato come vicario dell’impero [p. 179].
Ritorniamo a Thibaud de Rougement che, come si è già visto, nel 1398
provoca un grave scontro con gli ufficiali reali di Santa Colomba,
colpendo con interdetto e scomunica questo antico sobborgo di Vienne
[p. 195]. Ne nasce una forte tensione che arriva a coinvolgere Papa e
Re. [Cfr. pure M. C. Charvet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne»,
Lyon 1761, p. 341.]
Thibaud de Rougement, nominato da Benedetto XIII Arcivescovo di
Vienne il 17 settembre 1395, entra solennemente nella città l’8
dicembre dello stesso anno. Resta a Vienne sino al 1405, quando è
trasferito dal Papa a Besançon, dopo che le truppe di Thibaud hanno
avuto pesanti scontri (con vari castelli bruciati), durante la guerra tra lo
stesso Thibaud ed i fratelli Guy et Jean de Torchefelon che avevano
rifiutato di rendergli omaggio.
Le fonti storiche riferiscono di «aspri conflitti» sorti fra Thibaud (che
aveva anche il titolo di Conte di Vienne) e Charles de Bouville,
governatore del Delfinato, per i «diritti temporali» che gli sono restituiti
soltanto nel 1401, dopo un intervento regio dell’agosto 1399. [Cfr. A.
Devaux, «Essai sur la langue vulgaire du Dauphiné septentrional au
moyen âge», Genève 1968, p. 82.]
Thibaud accusa gli ufficiali regi di averlo privato della sua giurisdizione
temporale, e li scomunica.
Thibaud è protagonista nel 1402 di un terribile scontro con Guy e Jean
de Torchefelon, su cui rimandiamo a questa scheda.
«Thibaud de Rougemont, prince-archevêque de Vienne de 1395 à 1405,
devenu ensuite archevêque de Besançon (1405). Famille illustre dans le
comté de Bourgogne. En 1382, le dauphin Charles II devient roi sous le
nom de Charles VI. Par un arrêt de 1400, il rétablit l’archevêque
Thibault et son chapitre dans leurs prérogatives temporelles sur Vienne.
En 1402 les archevêques de Vienne deviennent abbés perpétuels de
l’ordre de Saint-Chef et seigneurs du bourg et de ses dépendances, le
château de Saint-Chef est pris et ruiné dans la guerre acharnée que se
font Thibaud de Rougemont et les frères Guy et Jean de Torchefelon,
ceux-ci ayant refusé de faire hommage à l’archevêque de leur château
de Montcarra. Le fougueux prélat attaque brusquement ce château et le
brûle. Les Torchefelon prennent et incendient celui de Saint-Chef, en
font autant de celui de Seysseul et ravagent tous les environs. Lorsque
le gouverneur du Dauphiné intervient pour chercher à arrêter ces
désordres scandaleux, Thibaud excommunie les officiers du roi. L’année
suivante, les Torchefelon brûlent le château de Mantaille. Les troupes de
l’archevêque incendient à leur tour le château de Torchefelon. Le pape
Benoît XIII saisit avec empressement l’occasion de transférer de
Rougemont à Besançon.»
[Fonte: http://empireromaineuropeen.over-blog.org/2015/04/histoiredu-dauphine-archeveche-de-vienne-comte-du-viennois-eveche-degrenoble-comte-de-grenoble-vicomte-de-briancon.html]

11. Il ricordo di Cola di Rienzo
L’epistola di Galeotto «Ad Romanos» (1394) nasce dalla speranza che il
popolo dell’Urbe possa cacciare il suo Papa, per sottomettere l’intera
cristianità a quello di Avignone.
Il fallimento delle missioni diplomatiche ad Avignone (1397) farà
cambiare idea a Galeotto, assieme alla presa d’atto della sua situazione
personale, con la privazione dei redditi della località di Noves
riconosciutigli dal Papa Clemente VII.
Nell’epistola «Ad Romanos» si proietta il ricordo storico di quanto
accaduto tra 1353 e 1354, durante la cosiddetta «cattività avignonese»
(1305-1377).
Innocenzo VI (Étienne Aubert), eletto il 18 dicembre 1352, dopo che ha
inviato in Italia il Cardinale Egidio Albornoz per la restaurazione del
potere ecclesiastico, utilizza Cola di Rienzo per cacciare il nuovo Tribuno
Francesco Baroncelli (appartenente ad una famiglia popolana), e lo fa
Senatore.
Ma una rivolta aristocratica, attraverso una sommossa popolare, fa
crollare il governo di Cola che, fuggendo travestito da carbonaro, è
catturato ed ucciso (8 ottobre 1354).
Tutta la vicenda politica di Cola di Rienzo è avvolta nelle trame politicoreligiose. Se nel 1342 è ambasciatore ad Avignone del Governo popolare
romano presso Papa Clemente VI; nel luglio 1351, rifugiatosi presso
Carlo IV di Boemia a Praga perché cacciato da Roma grazie ad una
sommossa popolare, è prelevato e condotto ad Avignone da tre messi
papali, dopo che era stato dichiarato eretico per inobbedienza alle cose
di Chiesa.
La sua nomina a Senatore ed il suo diventare strumento della politica
ecclesiastica, decretano il fallimento del mito popolare di Cola di Rienzo.
Alla vicenda di Cola è legato anche Francesco Petrarca, per la sua lettera
(anch’essa intitolabile «Ad Romanos») spedita da Avignone («Sine
nomine», IV,10 agosto 1352) in cui si elogia il di lui tentativo di salvare
la repubblica, spaventando i malvagi e dando ai buoni liete speranze.
Mentre pendeva sul capo di Cola la minaccia di morte sul rogo in quanto
eretico, Petrarca (che aveva conosciuto Cola ad Avignone nel 1342,
quando Cola agiva quale ambasciatore del Governo popolare romano),
scrive ai cittadini dell’Urbe perché intervenissero con decisione e senza
paura in favore del loro concittadino [Dotti, p. 266].
Di questo intervento Galeotto aveva ben presente il peso ed il
significato, mentre pure lui si rivolgeva «Ad Romanos», perché
prestassero obbedienza a Benedetto XIII.
D’altra parte non poteva ignorare il quadro che Francesco Petrarca
aveva tracciato della stessa Avignone, definendola luogo di corruzione,
in cui Satana sedeva «arbitro tre le ragazze e quei vecchi decrepiti»
(«Sine nomine», XVIII), e dove avveniva di tutto per «il divertimento
della lascivia papale» che creava una prostituzione oscena perché
nascosta dietro il paravento della Religione.
Petrarca accusa la corte papale d’Avignone di corruzione anche nei
cosiddetti «Sonetti babilonesi» (136, 137, 138) e nelle egloghe sesta e
settima [Wilkins, p. 78]. Nell’epistola XVIII (penultima) delle «Sine
nomine», si parla di vecchi e lascivi bambocci che bruciano nella libidine,
precipitando in ogni vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti,
degli incesti, degli adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento
della lascivia papale» [«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»]» [Dotti,
pp. 206-210].

Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi
riofferte dopo il parto «all’alterna sazietà di chi le usa a suo godimento»,
mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per
rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all’alterna sazietà di chi le usa a suo
godimento».

Documenti.
Dall’epistola XVIII delle «Sine nomine» di F. Petrarca.
«Tam calidi tamque precipites in Venerem senes sunt. Tanta eos etatis
et status et virium cepit oblivio. Sic in libidines inardescunt, sic in omne
ruunt dedecus quasi omnis eorum gloria non in cruce Cristi sit, sed in
commessationibus et ebrietatibus et que has sequuntur in cubilibus
impudicitiis. Sic fugientem manu retrahunt iuventam atque hoc unum
senectutis ultime lucrum putant, ea facere que iuvenes non auderent.
Hos animos et hos nervos tribuit hinc Bacchus indomitus, hinc
orientalium vis Baccharum. O ligustici et campani palmites, o dulces
arundines et indice nigrantes arbustule ad honestas delitias et
comoditates hominum create, in quos usus et quantam animarum
pernitiem clademque vertimini! Spectat hec Satan ridens atque in pari
tripudio delectatus interque decrepitos ac puellas arbiter sedens stupet
plus illos agere quam se hortari; ac ne quis rebus torpor obrepat, ipse
interim et seniles lumbos stimulis incitat et cecum peregrinis follibus
ignem ciet, unde feda passim oriuntur incendia. Mitto stupra, raptus,
incestus, adulteria, qui iam pontificalis lascivie ludi sunt. Mitto raptarum
viros, ne mutire audeant, non tantum avitis laribus, sed finibus patriis
exturbatos, queque contumeliarum gravissima est, et violatas coniuges
et externo semine gravidas rursus accipere ac post partum reddere ad
alternam satietatem abutentium coactos. Que omnia non unus ego, sed
vulgus novit et si taceat, quamvis, ne id ipsum taceat, iam maior est
indignatio quam metus et minacem libidinem vicit dolor. Hec, inquam,
universa pretereo. Malo quidem te hodie ad risum quam ad iracundiam
provocare. Ira enim que ulcisci nequit in se flectitur et in dominum suum
sevit.»

NOTE
La biblioteca di Galeotto.
Cfr. J. Perarnau I Espelt, «Cent vint anys d’aportacions al coneixement
de la biblioteca papal de Peníscola», «Arxiu de textos catalans antics»,
Institut d’Estudis Catalans, 6, Barcelona 1987, pp. 315-338, p. 317.
Questo ms. (Parigi, Biblioteca Nazionale) è un trattato mistico, il «Liber
soliloquiorum animae penitentis ad Deum», eseguito tra il 1387 e il
1398: cfr. E. Castelnuovo, Avignone, «Enciclopedia dell’ Arte Medievale»
(1991), ad vocem. Esso è cit. tra i testi «qui solebant esse in camera
Cervi volantis, nunc vero sunt in magna libraria turris» del «Cabinet de
travail» di Benedetto XIII, come risulta dall’inventario M. Faucon, La
librairie des papes d’Avignon, sa formation, sa compositions, ses
catalogues (1316-1420), d’après les registres de comptes et
d’inventaires des Archives vaticanes, Paris, 1886-1887, t. II, p. 27-31.
Esso risulta «copertus de sinerisio colore»: cfr. il cit. testo di PommerolMonfrin, «La Bibliothèque pontificale à Avignon et à Peñiscola», I, Rome,
1991, pp. 127, 322.
Cfr. Emile-A. Van Moe, «Deux manuscrits de la bibliothèque de Benoît
XIII», Bibliothèque de l’école des chartes, 1940, 101. pp. 218-220, p.
219: «C’est un traité ascétique demeuré anonyme et dont nous ne
connaissons pas d’autre exemplaire: "Liber soliloquiorum animae
penitentis ad Deum pro impetranda de peccatis venia et gratia
lacrymarum". Ce qui fait le mérite, qu’on n’a pas encore signalé, de
notre ms., ce sont les initiales historiées qui commencent chacune de
ses parties. Au fol. 5, on voit Madeleine aux pieds du Christ. A côté
d’elle, un personnage en chape rouge peut parfaitement être reconnu,
grâce au chapeau rouge placé à côté de lui: c’est le cardinal de
Pietramala. On peut penser qu’il s’agit d’un véritable portrait». Dalla
scheda relativa al «Liber Soliloquiorum Animae Paenitentis» della
Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Paris,
riporto: «Au f. 1, blason peint: d’azur à six carreaux d’or, trois, deux et
un, avec la note suivante de la main de Baluze: "Insignia Galeotti Tarlati
de Petramala, facti cardinalis ab Urbano VI, anno 1378"; au début de
nombreux cahiers subsiste la mention contemporaine: "Pro domino
cardinali de Petramala"». Per la provenienza si precisa: «Petramala,
Galeotus Tarlatus de; Benedict XIII, Antipope; Fuxo, Petrus de; College
de Foix; Colbert, Jean Baptiste; Bibliothèque nationale de France».
Cfr. «mirabileweb.it», sito promosso dalla Società Internazionale per lo
Studio del Medioevo Latino e dalla Fondazione Ezio Franceschini.
A proposito di Galland, «Les papes d’Avignon et la Maison de Savoie
(1309-1409)», già cit., quel testo prosegue: «Ces deux cardinaux se
trouvèrent complètement déconcertés lorsqu’éclata la rupture entre
Urbain VI et Charles de Duras à la fin de 1384. En effet, le pape de
Rome, désormais plein de méfiance pour son entourage, se laissa aller à
des manifestations de fureur et à des gestes d’une rare violence: il fit
torturer et emprisonner les six cardinaux qui l’avaient accompagnés à
Naples. Pileo et Galeotto étaient de ceux qui pouvaient redouter le
même sort: en effet, le cardinal de Ravenne s’était compromis en
essayant de réconcilier Urbani VI avec Duras, et on pouvait reprocher à
Pietramala ses ouvertures en faveur des clémentins. Dès 1385, Pileo se
joignit à d’autres cardinaux pour dénoncer la violence du pape dans un
long manifeste adressé au clergé de Rome 121. C’était la rupture: elle
fut consommée l’année suivante. Pileo et Galeotto décidèrent ensemble
de fuir l’Italie. Ils se réfugièrent d’abord à Pavie chez Gian Galeazzo
Visconti et publièrent un nouveau manifeste contre le pape qui les avait

créés (8 août 1386). Enfin, en 1387, ils se rendirent à Avignon et firent
leur soumission à Clément VII». («Les cardinaux de Ravenne et de
Pietramala, ayant intercédé en faveur de leurs collègues prisonniers, se
crurent menacés à leur tour, et prirent la fuite»: cfr. N. Valois, La France
et le grand schisme d’Occident, II, Picard, Paris 1896, p. 118. Sul ruolo
di Galeotto, cfr. qui pure p. 187, alla nota 3, dove si definisce
«piccante» l’episodio che vede il nostro Cardinale della corte d’Avignone
complimentarsi con Gian Galeazzo Visconti per la sua vittoria: «à vrai
dire», osserva Valois, questo Tarlati si rallegrava della sconfitta di
Firenze con una lettera datata Avignone, 17 agosto 1391. Nel 1386
Galeotto Tarlati era scappato a Milano presso Gian Galeazzo Visconti,
come si vedrà infra, fuggendo da Urbano VI, prima di recarsi ad
Avignone.
Abbiamo già visto che nel 1379 i Francescani scismatici nel loro
Anticapitolo generale di Napoli, convocato da frate Leonardo da Giffone,
ovvero Leonardo de Rossi (1335-1407), già fatto Cardinale dall’Antipapa
il 18 dicembre 1378, lo appoggiano. Rossi è poi arrestato dal Legato
Apostolico Cardinal de Sangro, e sconta cinque anni di durissimo carcere
ad Aversa, prima di fuggire ad Avignone, dove è ben accolto. Poi volta le
spalle all’antipapa Benedetto XIII per la sua ostinazione e pertinacia,
scrivendo contro di lui un trattato, con cui lo considera un eretico.
NOTE BIBLIOGRAFICHE GENERALI
R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410 extraites des archives
de Datini, dans Mémoires de l’Institut historique de Provence.
R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des archives
de Datini», «Mémoires de l’Institut historique de Provence», 12 ,
Marsiglia 1935.
H. Gilles, «La vie et les œuvres de Gilles Bellemère», Bibliotheque de
L’Ecole des Chartes, CXXIV, Paris 1966. (Alle pp. 117-118, si richiama
un documento, il G 449, n° 1, custodito presso «Archives
départementales de Vaucluse et de Haute-Loire», e si cita da M. Mielly,
«Trois fiefs de Vévêché d’Avignon: Noves, Agel et Verquîères des
origines à 1481, Uzès, 1942, p. 260-261.)
A. Bartocci, «Il cardinale Bonifacio Ammannati legista avignonese ed un
suo opuscolo contra Bartolum sulla capacità successoria dei Frati
Minori», «Rivista internazionale di Diritto Comune», 17, Roma 2006, pp.
251-297, p. 267.
Sul ruolo culturale di Amedeo di Saluzzo, cfr. P. Rosso, «Cultura e
devozione fra Piemonte e Provenza. Il testamento del cardinale Amedeo
di Saluzzo (1362-1419)», Cuneo 2007,
«Le spoglie del Tarlati furono successivamente traslate nella cappella di
San Pietro d’Alcantara, anche detta del Cardinale, posta sopra
l’originaria ‘cella del faggio’, odierna cappella della Maddalena», si legge
in nota ad un saggio di M. Mussolin, «Deserti e crudi sassi: mito, vita
religiosa e architetture alla Verna dalle origini al primo Quattrocento»
pp. 117-136, in «Altro monte non ha più santo il mondo», a cura di N.
Baldini, Firenze 2012, p. 125, nota 19.
In F. Gonzaga, «De origine Seraphicae religionis Franciscanae eiusque
progressibus», ex typographia Dominici Basae, Roma 1587, p. 235, si
legge che le ceneri dell’illustrissimo Cardinale Galeotto furono poste in
una cappella voluta da Caterina da Pietramala, consorte di Roberto,
all’inizio del XIV sec., nel luogo dove era stata la prima cella di san
Francesco: «Id sacellum, quod passim Cardinalis Cardinalis dicitur, fuit
prima beati Francisci cellula».

Che Roberto sia il nonno di Galeotto è attestato da un documento che si
legge in L. Tonini, «Rimini nella Signoria de’ Malatesti», Albertini, Rimini
1880, IV, 2, p. 173, e richiamato in IV, 1, p. 260.
Su Roberto da Pietramala, cfr. sub 1347 in «Cronache Malatestiane dei
secoli XIV e XV», tomo XV, 2 delle «Rerum Italicarum Scriptores», a
cura di A. F. Massèra, Bologna 1922, p. 16.
La cappella fu dedicata a Santa Maria Maddalena, come scrive padre
Francesco da Menabbio nel «Compendio delle maraviglie del sacro
monte della Verna», Ad istanza di Niccolò Taglini, Venezia 1694, p. 25.
Esistono altre edizioni del volume, «in Fiorenza, per Pietro Nesti al
Sole», 1636, e quella veneziana del 1782, in cui alle pp. 38-39
troviamo: «Dicesi ancora la Cappella del Cardinale, perché in essa
riposano l’ossa dell’Eminentissimo Galeotto degl’Ubertini d’Arezzo, Conte
di Pietra Mala, e Cardinale di S. Chiesa, il quale morì in Avignone nel
tempo dello Scisma, che accadde sotto Urbano VI e le sue ossa furono
quassù portate, e sepolte in detta Cappella conforme egli aveva
ordinato, per la singolare divozione, che portava a S. Francesco». Il
passo con «Galeotto degl’Ubertini» suggerisce, ci sembra ovviamente, il
cognome della nonna Caterina.
(Questo stesso testo è nell’edizione fiorentina, presso la Stamperia
granducale, 1856, pp. 29-30.)
Della cappella voluta da Roberto da Pietramala e da sua moglie
Caterina, si parla pure in B. Mazzara, «Leggendario francescano», III,
Poletti, Venezia 1689, p. 70. Cfr. pure G. Rondinelli, «Relazione sopra lo
stato antico e moderno della città d’Arezzo ecc.», Bellotti, Arezzo 1755,
p. 48.
Circa il 1386, in L. Maimbourg, «Histoire du grand schisme d’Occident»,
Mabre-Cramoisy, Parigi 1686, p. 218, si parla di Urbano VI e
dell’uccisione dei sei cardinali: qualunque sia stato di modo di farli
morire, diversi secondo le fonti, resta il fatto che questa serie di omicidi
«est assez conforme à son humeur, plûtost cruelle que severe, qui le
rendit extrêmement odieux à ceux- mêmes qui étoient ses plus affidez.
En effet, deux des Cardinaux qui l’avoient le mieux servi, Piles de Prate
Arcivêque de Ravenne, & Galeot Tarlat de Pietra-mala, redoutant cét
esprit vindicativ, s’allerent rendre au Pape Clement, qui les mit au
nombre de ses Cardinaux».
Sull’intervento di Giovanni d’Armagnac, cfr. A. Antonielli – F. Novati.
«Un frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo
Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti
contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913,
Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
Giovanni d’Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con
la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è "tagliato a pezzi
dalle truppe viscontee".
Circa Giovanni d’Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice
d’Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal
1382. L’anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o
de Foix, nato nel 1365.
«Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi
l’indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la
Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d’Armagnac.
Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era
figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il
comandante conte d’Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti,
figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie
Beatrice d’Armagnac.» [P. Verri, «Storia di Milano», I, Marelli, Milano
1783, p. 412]

In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che
genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs
petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt
fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non
soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma
incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia
ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e
non ereditato, ma fondata su quello che scaturisce dall’esercizio del
potere e delle armi che lo sorreggono.
Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle
città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello
scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.
Tra le genti d’arme assoldate nel 1388 c’è un Giantedesco da
Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato
capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo
della Quercia nel Duomo di Siena.
«Ebbe tre figli illegittimi», conclude la nota biografica del Cardinal
Galeotto di Pietramala che illustra la genealogia del nostro personaggio
nel cit. volume di Ubaldo Pasqui (p. 394).
Si tratta di una notizia falsa. Questi tre figli «naturali» sono fratelli di
Marco, figlio di un altro Galeotto Tarlati, cit. appunto a p. 58 del suo
stesso lavoro, nel terzo volume dove appare la falsa genealogia. Un
Galeotto che è anteriore al nostro cardinale, e che fu signore di San
Niccola e di Soci, come leggiamo a p. 375 (cap. 6) della «Storia delle
repubbliche italiane dei secoli di mezzo», di J. C. L. Sismondo Sismondi,
I, Storm-Armiens, Lugano 1838 (cfr. anche p. 413, tomo VI, dell’ed.
italiana 1818, s.l.).
I nomi di questi tre inesistenti figli illegittimi del Cardinale sono riportati
nella genealogia dello stesso, di p. 390: Tommaso, Betto, Guido.
Tra parentesi.
Tommaso rimanda al nonno del Cardinale, detto Masio o Magio.
Betto, ovvero Benedetto, richiama Benedetto Sinigardi (1190-1282),
figlio di una Elisabetta Tarlati, compagno di San Francesco e poi
proclamato beato. Da ricordare pure che si rinnova anche un nome
celebre nella storia della letteratura, perché ad un Tommaso di
Pietramala, Cino da Pistoia indirizzò la canzone Lo gran disio che mi
stringe cotanto, chiedone la sua protezione in qualità di capitano del
popolo della sua città. Siamo nel 1303. Il testo della parte della canzone
di Cino da Pistoia che ci interessa, è il seguente: «Canzone, vanne così
chiusa chiusa / entro ‘n Pistoia, a quel di Pietramala, / e giungi da
quell’ala, / da la qual sai che ‘l nostro segnor usa; / poi dì, se v’è ‘l
diritto segno, in agio: / "Guardami, come déi, da cor malvagio"».
Sull’argomento, cfr. M. Barbi, «Studi danteschi», V, 1922, p. 120; S.
Ferrara, «La poésie politique de Cino da Pistoia», in «La poésie politique
dans l’Italie médieval», a cura di A. Fontes Baratto, M. Marietti, C.
Perrus, Parigi 2005, pp. 215-256, p. 232.
Infine Guido ricorda il Vescovo Guido Tarlati, Signore di Arezzo dal 14
aprile 1321 alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1327.
Nota bibliografica, su altri volumi consultati:
L. Mayeul Chaudon, «Nuovo dizionario istorico», XXVI, Morelli, Napoli
1794
F.-Z. Collombet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, Lecoffre,
Parigi 1847

Bernardo da Decimo, Secoli serafici, Viviani, Firenze 1757, pp. 68-69
Su Petrarca, cfr. pure J. Spicka, «La sentina dei vizi: poetica e motivi del
Liber sine nomine di Petrarca», «Critica letteraria», 146, a. 38, fasc. 1,
Napoli 2010, pp. 3-20.
Per Onofrio Panvinio, si veda in «Dizionario Biografico degli Italiani», 81
(2014), la voce redatta da Stefan Bauer.

Francesco Petrarca, Cola di Rienzo e la Chiesa di Avignone
Di Cola di Rienzo parliamo nella pagina «L’epistola "Ad Romanos" del
1394: il modello di Francesco Petrarca».
Altra nostra pagina su Cola, è quella dedicata alla sua morte violenta,
«Il ricordo di Cola di Rienzo».
Qui riproduciano alcune citazioni dal volume di E. Dupré-Theseider, «I
papi di Avignone e la questione Romana», Firenze 1939.
[p. 83] «Abbiamo nominato dianzi Francesco Petrarca. Sappiamo che la
Curia avignonese non ebbe più aspro e tenace avversario di lui, che
adunò ed espresse in modo specialmente incisivo la massima parte delle
accuse che da parte italiana si movevano al sistema avignonese. [...]
importante è per noi il contributo positivo che il poeta arrecò alla
soluzione della «questione romana».
[p. 84] «Egli fu in relazione personale con quasi tutti i papi avignonesi.
[...] Di tale sua favorevole posizione egli non mancò di valersi, e non
tanto per ricavarne vantaggi personali, quanto per combattere una
nobile lotta in prò del ritorno a Roma, lotta che, iniziata verso il 1334,
durerà per quasi un quarantennio, senza tregua, e sarà condotta con
tutte le armi che l’arte e l’amor di patria offrivano al poeta.
Scrivendo a Benedetto XII, egli fa parlare la città stessa, in sembianza di
matrona, stanca e negletta al punto che deve nominarsi, affinché il papa
la riconosca: ohimè, che non era così un tempo, quando ambedue i suoi
sposi la accompagnavano! Se il pontefice ha espresso un giorno il
desiderio che la sua salma sia tumulata in Vaticano, perché non traduce
in atto ancor da vivo tale suo lodevole proponimento? Anche a Clemente
VI Roma parla in figura di sposa abbandonata, esalta le glorie sue
antiche e piange le presenti miserie. Ha ricevuto or ora un annuncio che
l’ha riempita di gioia: la promessa concessione del Giubileo. Potrà essa
allora, abbracciando tutti i suoi figli, contemplare in essi i lineamenti
dello sposo e padre assente!
Siamo negli anni in cui il Petrarca si incontra in Avignone con un altro
"fedele di Roma"»: Cola di Rienzo, e la questione romana entra in una
nuova fase».
[p. 88] «Sul finire del 1342 giungeva in Curia la consueta ambasceria
dei Romani, che veniva ad offrire al nuovo papa la signoria sulla città,
rinnovando, come sempre in quella occasione, le più calde preghiere
perché il sovrano ritornasse alla sua legittima sede.»
Clemente VI, «buon parlatore ed esperto di scappatoie diplomatiche,
[...] in sostanza, non promise nulla.»
[p. 89] «Un oscuro scrivano, tale Nicola di Lorenzo, detto al modo
dialettale Cola di Rienzo [...] davanti al papa ed al consesso dei
cardinali, ripetè anch’egli il fervido appello per il ritorno a Roma e per la
concessione del Giubileo, ed in più portò al papa le lamentele del popolo
di Roma contro i baroni, "derobbatori de strada", e causa principale per
cui la città giaceva desolata. Lo ascoltò il papa con interesse e diletto di
conoscitore, perché Cola parlava assai bene, con copia di citazioni
classiche e sacre, con mirabile oratoria. Ma nemmeno l’appassionata
eloquenza di Cola potè convincere il papa al grande passo».

[p. 98] Il 1° agosto 1347 Cola conferisce in modo solenne la
cittadinanza romana a tutta l’Italia.
[p. 102] «Cola di Rienzo si trovò prestissimo, quasi senza volerlo, spinto
nella posizione estrema di ribelle contro l’autorità delle somme chiavi, ed
obbligato ad affrontare la realtà che, in modo veramente
incomprensibile, aveva misconosciuta. Costretto a prender posizione,
egli dovette fatalmente rivolgersi contro la Curia ed il papa, di cui
tuttavia continuava a professarsi figlio devoto; e riprendere l’accusa
municipale romana, aver il Papato avignonese causato la rovina della
città con la sua ostinata assenza.»
[pp. 103-104] «Cola di Rienzo - nel luglio del 1350 - si presenta in
Praga a Carlo IV, e gli comunica un vaticinio di carattere spiritualistico,
relativo agli eventi immediatamente futuri, il quale era ricavato dalle
letture fatte sulla Maiella e specialmente dai colloqui con il misterioso
frate Angelo. Come leggiamo in una fonte non italiana, Cola aveva detto
al re che entro un anno e mezzo vi sarebbe stata una grande
persecuzione del clero, per cui il papa stesso avrebbe corso grave
pericolo, e molti cardinali sarebbero periti. Poi sarebbe succeduto un
altro papa "pauper", che avrebbe ricondotto la sede in Roma, dove
avrebbe edificato un tempio in onore dello Spirito Santo. Sarebbe
conseguita la conversione di tutti gli infedeli, in modo che dopo quindici
anni vi sarebbe stato "unus papa et una fides", ed il pontefice, il re ed il
tribuno insieme avrebbero costituito in terra quasi una immagine della
Trinità!»
[p. 107] «Cola distrusse con le sue stesse mani ciò che aveva edificato.»
[pp. 139-140] «Se Cola di Rienzo, riecheggiando Sant’Agostino, aveva
scritto "noi lavoriamo come quelli che sono posti sul confine della sesta
età, e già il sesto angiolo previsto da Giovanni ha posto la bocca alla
tromba della quale in breve s’udirà il clangore ed il terribile suono",
anche Petrarca partecipava della credenza che l’ultima età del mondo
fosse ormai cominciata. "Piangemmo l’anno 1348 [quello della peste] di
questa ultima età, ma ora sappiamo che quello non era se non l’inizio
dell’età del pianto" [Seniles, III, 1].
La morte violenta di Cola, narrata in F. Papencordt, «Cola di Rienzo e il
suo tempo», Pomba, Torino 1844, p. 289:
«Fu condotto al luogo detto del lione, ove i condannati ascoltavano la
sentenza e là stette alcun tempo senza che alcuno il toccasse; finché
Cecco del Vecchio diedegli una stoccata nel ventre; il notaro Treio gli
spaccò il cranio; e allora addosso l’un dopo l’altro. Quantunque al primo
colpo morisse, s’infierì atrocemente contro il cadavere; annodatigli i
piedi, lo trascinarono sino in piazza di San Marcello, presso alle case dei
Colonna; ove, tutto sconcio dalle ferite e mutilato del capo, fu appeso
pei piedi alle forche. Pendette due giorni e una notte, fra gli scherni dei
ragazzi che vi gettavano pietre; sinché per ordine di Giugurta e di
Sciarretta Colonna, tratto al Campo dell’Austa, davanti al mausoleo di
Augusto, venne bruciato dai Giudei ad un fuoco di cardi secchi. L’avere
di Cola fu derubato dal popolo, assieme alle armi ed ai cavalli dei
forestieri; in camera sua fu trovata una lista di cittadini, ai quali
proporzionatamente voleva imporre una contribuzione di 400, 100, 50 e
10 fiorini d’oro...»

Dal cit. «I papi di Avignone e la questione Romana» di Dupré-Theseider
[p. 212]: «Grandi signori, i cardinali della corte di Avignone! Abitava
ognuno in un proprio castello entro la città, la cosidetta "livrea" (o
librata, perché destinata, «livrèe», al loro servizio), che a volte occupava
il posto di una cinquantina delle piccole case dei cittadini avignonesi.
La citazione di Carlo Cattaneo è presa dal suo «Notizie naturali e civili su
la Lombardia» (1844), Milano 2001, p. 102, partendo da un articolo di
Giuseppe Barigazzi, apparso nel 1970 in «Storia illustrata» n. 153. Da
cui ricaviamo il brano seguente (presente in http://www.superstoria.it).
Carlo Malatesta, ex generale di Gian Galeazzo, chiamato da Giovanni
Maria a riordinare l’amministrazione dello Stato, gli lascerà alcuni
consigli nei quali non fa mistero della sua preoccupazione per la crudeltà
del sovrano. "La crudeltà" gli dice "è sempre odiosa, indecente e non di
rado
funesta... Meglio è perdonare
che distruggere... Non
s’intraprendano guerre senza necessità... Sia inviolabile nel mantenere
la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si diano al merito,
non mai al prezzo...". Mai niente fu più inutile di questi consigli. Carlo
Malatesta partiva da Milano nel 1408; vi era arrivato nel 1406, in piena
peste. Durante il suo governatorato, il duca aveva sposato una sua
nipote, Antonia. Giovanni Maria lo aveva chiamato dopo essersi liberato
della soffocante stretta di Antonio e Francesco Visconti, due "faziosi
mestatori" che un giorno erano con lui e l’altro contro di lui come
quando, subodorando la vendetta per la morte della reggente, pur di
rimanere al potere si schierano con i figli di Bernabò, i grandi nemici del
duca, e costrinsero il sovrano a cedere Bergamo e la Ghiara d’Adda a
Mastino, che di Bernabò era figlio legittimo; Brescia, la Val Camonica, e
la Riviera di Salò a Giovanni, detto il Piccinino, figlio di Carlo e quindi
nipote di Bernabò; e a dare in feudo ad Estorre, figlio naturale di
Bernabò, i feudi di Martinengo e di Marengo. A vent’anni di distanza
dunque Giovanni Maria cominciava a pagare il conto aperto da suo padre
con il colpo di stato del 6 maggio 1385 allorché si era impadronito della
signoria attirando in un tranello Bernabò e i sui due figli maggiori,
Rodolfo e Ludovico cioè lo zio-suocero e i cugini-cognati.

Documenti.
Appendice
Galeotto Tarlati, la fuga da Avignone.
Aggiorniamo la biografia di Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398),
pubblicata nel 2014, "Tra la Croce e la spada. Galeotto di
Pietramala, cardinale, e la Chiesa di fine Trecento". Si tratta di un
particolare importante per quella biografia, e per comprendere la
figura del nostro Cardinale "malatesiano".
Rimini, 8 luglio 2016
Nel 1397 Galeotto fugge da Avignone, soggiorna per alcuni mesi a
Valence e poi si reca a Vienne, città "ad Rhodanum fluvium sita", nel
Delfinato, dove scompare l’8 febbraio 1398.
Nicolas de Clamanges, nella celebre epistola XII "Malle tibi laetiora"
(diretta "Ad Gontherum Colli, Galliae Regis secretarium", ovvero Gontier
Col, segretario di Carlo VI e di Giovanni, duca di Berry, e nella
primavera del 1395 ambasciatore ad Avignone), in cui leggiamo la
notizia della scomparsa "clarissimi viri et optimi Galeoti de Petra Mala",
ci precisa che Galeotto era stato Cardinale "nuper", ovvero "nei tempi
andati" ("Sacrosanctae nuper Romanae Ecclesiae Diacon Cardinalis").
Il che significa che si era dimesso da ciò che Nicolas stesso definisce
come "il vertice pesante di una eminente carica" ("in praecipui honoris
arduo culmine positus").
Questo passo dell’epistola XII documenta il contrasto fra Galeotto ed il
Papato di Avignone, autorizzandoci a parlare di una fuga del nostro
Cardinale da quella Corte pontificia.
Nicolas de Clamanges come Rettore dell’Università di Parigi fu in
rapporto diretto con Regno e Papato: scrive infatti una lettera al Re
Carlo VI, due a Papa Clemente VII, due ai Cardinali d’Avignone ed una a
papa Benedetto XIII, come leggiamo in un testo di tesi di laurea del
1849, presentata da Alexis Descazals.
Il quale annota: "ses avis et ses conseils furent appréciés à Paris comme
à Avignone. Benoît XIII fut même tellemet charmé de Clémangis, qu’il
se décida à l’appeller après bien des hésitations, accepta ce poste
important dans l’espoir d’être utile à l’Église; mais ses espérances furent
déçues. Eloigné des conseils secrets de la papauté par ceux auxquels
trop de franchise aurait pu nuire, il se vit forcé de résigner ses fonctions
en 1397".
Il viaggio di Galeotto a Valence e Vienne (una città in grave crisi politicoreligiosa), avviene in un particolare momento della storia del regno di
Francia, quando Carlo VI (in carica dal 1380) cerca di chiudere il Grande
Scisma.
A Parigi nel 1324 Marsilio da Padova (Rettore dell’Università parigina tra
1312 e 1314), ha composto il "Defensor Pacis", opera in cui si nega ogni
potere giurisdizionale o politico alla gerarchia ecclesiastica. Per Marsilio,
il vero "Defensor Pacis" era il potere politico dell’imperatore, non quello
religioso del Papa.
Il 23 ottobre 1327 Giovanni XXII condanna l’opera di Marsilio, per
cinque tesi in essa sostenute, ed ordina (invano) il suo arresto.
Questo sfondo politico è molto anteriore, ma sembra condizionare anche
la scelta di Galeotto di andarsene da Avignone alla fine del secolo, se
stringe rapporti con l’ambiente umanistico di Parigi di cui fa parte
Nicolas de Clamanges. Il quale redige le nove epistole ufficiali
dell’Università di Parigi, che aveva affrontato la questione della fine dello
Scisma.

Di quelle epistole c’è un significativo apprezzamento sullo stile, da parte
di Galeotto di Pietramala, "Cardinale letterato" come lo si definisce ancor
oggi (cfr. Jean-Claude Polet, "Patrimoine littéraire européen,VI,
Prémices de l’humanisme, 1400 - 1515", Bruxelles 1995, p. 154).
Circa la fuga a Valence e Vienne, cfr. H. Gilles, "La vie et les œuvres de
Gilles Bellemère", Bibliotheque de L’Ecole des Chartes, CXXIV, Paris
1966, pp. 30-136, 116-117.
Gilles Bellemère (1342-1407) fu esponente di spicco della corte di
Avignone, non soltanto quale vescovo di questa città dal 1392, ma
soprattutto come figura "celebre tra i Giuriconsuti (...) per le dottissime
decisioni, consigli e letture da lui date alla luce", secondo quanto
leggiamo nella "Istoria della città d’Avignone, II", di S. Fantoni
Castrucci, Hertz, Venezia, 1678, p. 323, nota 55.
Nel lavoro di Gilles, si legge che egli fu "un homme fort près de ses
intérêts". Papa Clemente VII aveva autorizzato Galeotto di Pietramala a
percepire i redditi della località di Noves. Successivamente, proprio per
colpa di Gilles Bellemère, i settecento fiorini che gli spettavano gli furono
tolti: "Le droit du cardinal de Petramala sur Noves devenait donc caduc".
Circa Vienne, cfr. F. Orlendi, "Orbis sacer et profanus illustratus",
Paperini, Firenze 1728, p. 425.
Di Vienne si parla anche nell’elenco dei Cardinali, con succinte
annotazioni biografiche, che eleggono Benedetto XIII (28 settembre
1394) in B. von Langen-Monheim, "Die Informatio seriosa Papst
Benedikts XIII. von 1399", p. 205 (web 2005), con l’indicazione della
data "circa 1396".
La morte avviene l’8 febbraio 1398 non ad Avignone, ma a Vienne città
"ad Rhodanum fluvium sita", nel Delfinato, secondo Stefano Baluzio
(Étienne Baluze, 1630-1718).
C’è chi parla della stessa Avignone; e chi riporta invece il nome di Assisi.
Per Avignone, cfr. S. Fantoni Castrucci, "Istoria d’Avignone e del
Contado Venesino", I, Hertz, Venezia 1678, p. 288. Qui si aggiunge la
notizia (vera) che il suo cadavere fu traportato nella Chiesa dei Padri
Minori "nell’Alvernia".
A p. 290 si precisa che l’abitazione da Pietramala ad Avignone, posta
nella parrocchia di S. Desiderio ("la Casa e Torre dietro il Monastero di
S. Chiara"), fu comprata da Lorenzo di Fortias, ed era allora posseduta
dai Fortias signori di Monreale. (Fortias ovvero Fortià.) La chiesa di
Santa Chiara è famosa perché sui suoi gradini Laura apparve a Petrarca
per la prima volta nell’aprile 1327.
Per Assisi, cfr. L. Cardella, "Memorie storiche de’ Cardinali della Santa
Romana Chiesa", II, Pagliarini, Roma 1793, p. 286. Si veda pure Giorgio
V. Buonaccorsi, "Antichità ed eccellenza del Protonotariato Appostolico
Partecipante", Benedetti, Faenza 1751, p. 103, dove il luogo di Assisi è
messo come notizia principale, con l’aggiunta che Galeotto fosse
ritornato all’ubbidienza di Urbano VI, e da lui perdonato.
Circa la data della morte, ce la indica Carla Bozzolo, nel saggio
introduttivo (pp. 17-179) al volume "Un traducteur et un humaniste de
l’époque de Charles VI, Laurent de Premierfait", Sorbona, Parigi 2004.
Qui, a p. 20, tale data è appunto l’8 febbraio 1398. Essa è ricavata,
secondo quanto leggiamo nella nota 16, dal lavoro di R. Brun, "Annales
Avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des Archives de Datini,
Mémoires de l’Institut Historique de Provence", 14 (1937), pp. 5-57, p.
40.

Gli archivi sono quelli di Francesco di Marco Datini, grande mercante di
Prato, che ad Avignone aveva come rappresentante Boninsegna di
Matteo: cfr. ib., p. 35. A p. 40 del testo di Brun si legge che Pietramala
"est mort à Vienne, près de Lyon. Il y a plus de trois mois, il était allé
demeurer à Valence, puis il se rendit à Vienne et c’est là qu’il est mort".
Torniamo a Baluzio, che è autore delle "Vitae Paparum Avenoniensium".
Nel cui vol. I, col. 1364, si legge che il Cardinale Galeotto "obiit Viennae
ad Rhodanum ex morbo calcoli; ut docet, qui tum erat apud Avenionem,
Nicolaus de Clemangiis epist. 12 in qua illum mirifico laudat".
L’epistola XII di Nicola de Clemagiis, intitolata "Mallem tibi laetiora", è
leggibile nella di lui biografia, "Vita Nicolai de Clemangiis", 1696,
Francoforte e Lipsia 1697, contenuta nel primo tomo di "Rerum Concilii
Oecumenici Constantiensis", Genschi, Francoforte e Lipsia 1697, p. 75.
Dove, in nota, è riprodotto il testo latino completo ("mihi tamen pia
dignatione amicissimus erat").
La si trova pure a p. 49, in N. De Clemangiis, "Opera omnia, apud
Iohannem Balduinum", Lugduni 1613. Si tratta della lettera cit. supra
("ut docet, qui tum erat apud Avenionem, Nicolaus de Clemangiis epist.
12 in qua illum mirifico laudat"). A p. 50, si legge: "Obijt autem Viennae
[...] qua ex urbe, ad me nuperrime egregiam pulcherrimamque
Epistolam transmiserat [...]".
L’Epistola XII è diretta "Ad Gontherum Colli, Galliae Regis secretarium".
L’epistola è integralmente riprodotta in N. de Clemangiis, Opusculum de
ruina Ecclesiae, Tipis Löwianis, Posinii 1785, in nota alle pp. 126-127,
richiamando nel testo Galeotto da Pietramala, morto "calculo Viennae"
(p. 126).
Baluzio smentisce ogni altra notizia relativa ad Assisi od Avignone. E si
ricorda essere falsa la versione di Gerolamo Garimberti, "La prima parte
delle vite, overo fatti memorabili d’alcuni papi, et di tutti i Cardinali
passati", Giolito de’ Ferrari, 1517, pp. 446-447. Dove prima si legge che
Galeotto era tra i più confidenti e cari del Papa, e "si trovò a machinar
contra della dignità sua, insieme con altri Cardinali", per cui se ne fuggì
da Roma in Avignone. E poi troviamo che Galeotto scappa, "facendo
un’altra ribellione" per la quale meritava di esser castigato, se la morte
"nel Monte dell’Avernia" non l’avesse impedito.
Baluzio demolisce questa seconda parte della versione dei fatti:
Garimberti erra "dum scribit illum redisse in gratiam com Urbano sexto.
Nam id falsum esse manifeste patet ex epistola ejus ad Romanos supra
commemorata".
A proposito di questa epistola, ricordiamo: scomparso Clemente VII il 16
settembre 1394, Galeotto da Pietramala si trova al conclave per
l’elezione del nuovo Antipapa (avvenuta il 28 dello stesso mese di
settembre), Benedetto XIII, l’aragonese Pedro Martínez de Luna (13281423). Poco dopo, Galeotto "scripsit gravem epistolam ad cives
Romanos; in qua eos primo redarguit quod ipsi fuerint auctores
schismatis, deinde hortatur ut eidem Benedicto, quem multis laudibus
ornat, obedientiam prestent", come leggiamo in Stefano Baluzio (col.
1363).
Il titolo della lettera dice tutto: "Deflet horrendum schisma, hortaturque
eos, ut adhaerendo Benedicto XIII, ipsi finem imponant".
Giuseppe de Novaes (autore di "Elementi della storia de’ sommi
pontefici", IV, Rossi, Siena 1803, p. 245) parla pure lui di Vienne, ma
non cita la fonte, appunto Baluzio.

Baluzio, per provare che Galeotto è morto a Vienne, cita l’epistola XII di
Nicola de Clemangis "de morte Galeoti de Petra Mala Cardinalis".
Sulla morte a Vienne, cfr. A. Coville, La vie intellectuelle dans les
domaines d’Anjou-Provence de 1380 à 1435, Parigi 1941, p. 406. Come
fonte si cita F. Novati, Due lettere del cardinale di Pietramala a Gian
Galeazzo Visconti (1390-91), Archivio storico lombardo, 1916, p. 188,
nota 2. Ma qui non si trova nulla al riguardo (si parla invece della morte
del conte d’Armagnac). La morte a Vienne per calcoli è ricordata in una
lettera di Nicolai de Clemangiis, Opera omnia, Lugduni Batavor,
XDCXIII, Ep. XII, p. 50 ("obiit autem Viennae, calculo, ut aiunt"), cit. a
p. 58, nota 58 di R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci ne’
secoli 14 e 15, Sansoni, Firenze 1905. Cfr. anche D. Cecchetti, Petrarca,
Pietramala e Clamanges, Parigi 1982, p. 178, dove è riportata la stessa
lettera.
A Coville ("La vie intellectuelle", p. 406) si deve questa analisi: "Un
événement montre bien qu’il y avait sous la protection du Cardinal une
sorte de groupe littéraire", in cui figurano ad Avignone Giovanni Moccia,
napoletano, segretario del Cardinale Giacomo Orsini, Jean Muret,
Laurent de Premierfait, ed a Parigi Jean de Montreuil e Gontier Col.
Quell’avvenimento, scrive Coville, è la morte a Vienne dello stesso
Cardinal Galeotto di Petramala: "Nicolas de Clamanges exprime tout son
chagrin. Muret et Moccia ne sont pas moins dèsolés. Tous les trois se
sont mis à composer des épitaphes, qu’ils soumettent aux amis de
Paris".
Galeotto Tarlati scompare non nel 1396, come si legge solitamente, ma
l’8 febbraio 1398.
La precisazione si deve a Carla Bozzolo, nel saggio introduttivo (pp. 17179) al volume "Un traducteur et un humaniste de l’époque de Charles
VI, Laurent de Premierfait", Sorbona, Parigi 2004. Qui, a p. 20, tale data
non è appunto il 1396 ma l’8 febbraio 1398.
Essa è ricavata, secondo quanto leggiamo nella nota 16, dal lavoro di R.
Brun, "Annales Avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des Archives de
Datini", Mémoires de l’Institut Historique de Provence, 14 (1937), pp. 557, p. 40.
Gli archivi sono quelli di Francesco di Marco Datini, grande mercante di
Prato, che ad Avignone aveva come rappresentante Boninsegna di
Matteo: cfr. ib., p. 35. A p. 40 del testo di Brun si legge che Pietramala
"est mort à Vienne, près de Lyon. Il y a plus de trois mois, il était allé
demeurer à Valence, puis il se rendit à Vienne et c’est là qu’il est mort.
On l’a apporté ici par eau. C’était un grand ami de maître Naddino".
Su maestro Naddino (Nandino, ? Nadino da Prato ma recte Nardino da
Firenze), citiamo da J. Hayez, "Veramente io spero farci bene...".
Expérience de migrant et pratique de l’amitié dans la correspondance de
Maestro Naddino d’Aldobrandino Bovattieri médecin toscan d’Avignon
(1385-1407), Bibliothèque de l’École des Chaters, 2001, 159, 2, pp.
413-539, p. 447: "Au cours de l’année 1388, maestro Naddino s’attira
les faveurs de trois autres prélats italiens, Tommaso Ammannati, Pileo
da Prata, Cardinal "de Ravenne", et Galeotto Tarlati da Pietramala. Ces
deux derniers, transfuges récents du camp d’Urbain VI, lui accordèrent
l’un et l’autre une pension de 30 florins".
In nota 179 della stessa p. 447, si aggiunge che alla morte di Galeotto
"maestro Naddino, pour qui il était un "molto grande amicho", viendra
de Carpentras rendre les honneurs à son corps transporté sur le Rhône
jusqu’à Avignon". La figura di Naddino è al centro del saggio di R. Brun,
Naddino de Prato, médecin de la cour pontificale, Mélanges
d’archéologie et d’histoire, 40, 1923, pp. 219-236.

A p. 225 si cita Galeotto, da una lettera di Naddino: "Il Cardinale da
Pietramala, s’aspetta a questi di, e credo governare l’ostallo suo, come il
suo camarlingo m’a detto per sua parte. Credo far bene a tempo...". La
cit. è in Hayez cit., pp. 507-508, n. 17, da busta n. 1091, 133431.
Il termine "ostallo" rimanda a "stallo" ovvero "dimora", da cui "ostello",
attestato anche nel Vocabolario della Crusca (Turbini, Venezia 1680, p.
824).
Circa lo stile di Naddino, valga come exemplum l’incipit della lettera che
qui c’interessa: "Charissimo fratello magiore, io non v’ò scripto più tenpo
fa perché ben due mesi sono stato tra due pensieri, o del venire di costà
o mandare per la donna".
A p. 224 Naddino ricorda di aver tra i suoi clienti ("m’à preso per suo
medico e null’altro vuole") anche "Messer di Ravenna" ovvero Pileo
arcivescovo di Ravenna (come si precisa ib. in nota 4). Circa la ricordata
città di Valence ("il était allé demeurer à Valence"), va aggiunto che dal
1390 (al 1448) il suo vescovo è Jean II de Poitiers (cfr. J.-J. Latouille,
"Histoire de l’université de Valence (1452-2000)", Parigi 2012, cfr. p.
18). Jean II de Poitiers succede a suo fratello Charles il 7 settembre
1390 all’età di ventidue anni (cfr. E. H. J. Wallet, "Description du pavé
de l’ancienne cathédrale de Saint-Omer", St. Omer, 1847, p. 104).
Perché Galeotto se ne va da Avignone prima a Valence e poi a Vienne?
La risposta è in un testo, apparso a Parigi nel 1966, su Gilles Bellemère
(1342-1407), esponente di spicco della corte di Avignone, non soltanto
quale vescovo di questa città dal 1392, ma soprattutto come figura
"celebre tra i Giuriconsuti (...) per le dottissime decisioni, consigli e
letture da lui date alla luce", come si legge nella "Istoria della città
d’Avignone, II", di S. Fantoni Castrucci, Hertz, Venezia, 1678, p. 323,
nota 55.
Nel testo parigino del 1966 (H. Gilles, "La vie et les œuvres de Gilles
Bellemère", Bibliotheque de L’Ecole des Chartes, CXXIV, pp. 30-136,
116-117) si legge che egli fu "un homme fort près de ses intérêts". Papa
Clemente VII aveva autorizzato Galeotto di Pietramala a percepire i
redditi della località di Noves. Successivamente, proprio per colpa di
Gilles Bellemère, i settecento fiorini che gli spettavano gli furono tolti:
"Le droit du cardinal de Petramala sur Noves devenait donc caduc",
scrive Gilles.
Su Jean de Launoy, cfr.:
Alfred Coville, "Le Traité de la ruine de l’Eglise (De corruptu ecclesie
statu) de Nicolas de Clamanges, et la traduction française de 1564",
Parigi 1936;
Robert Boussat, "A. Coville. Le Traité de la ruine de l’Eglise de Nicolas de
Clamanges et la traduction française de 1564", in "Bibliothèque de
l’école des chartes", 1938, tomo 99, pp. 371-372.
J. Lenfant, Histoire du concile de Constance, I, Humbert, Amsterdam
1727.
Circa il debutto avignonese e la cit. da "B. Galland, 1998", cfr. B.
Galland, "Les papes d’Avignon et la Maison de Savoie (1309-1409)",
École Française de Rome n. 247, Roma, 1998, p. 335, testo e nota 123.
Per Nicolas de Clamanges, cfr. Alexis Descazals, "La traité de Nic.
Clemangis intitulé: De Corrupto statu ecclesiae", 1849, pp. 8-9, nota 1
p. 8.
Su Gontier Col, cfr. C. Bozzolo, "L’humaniste Gantier Col et Boccace", in
"Tableaux Vivant", Lovanio 2002, pp. 15-22. (Qui si sottolinea il ruolo di
primo piano avuto da Col sia in ambito umanistico sia nell’ambiente
politico.)

Cfr. pure A. Coville, "Gontier et Pierre Col et l’humanisme en France au
temps de Charles VI", Parigi 1934, ove alle pp. 167-186 si tratta di
Galeotto: a pag. 171 si legge che Clamanges arriva ad Avignone alla fine
del 1397 come segretario di Benedetto XIII: "Galeotto fu son patron". A
Col è dedicato il cap. IX, pp. 187-190.
Nell’immagine di copertina, il rogo di Huss, dalla «Spiezer Cronik» di
Schilling il Vecchio (1485).