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Email Oroscopo Meteo Archivio Venezia, domenica 23 febbraio 2003, S. Policarpo CRONACA DI VENEZIA E MESTRE

Il prof che ha schedato Venezia

Fabio Carrera, docente a Boston, ha creato il Venice Project Center Un capitale di migliaia di dati: dai canali all'arte. Cento progetti
di Alessandra Carini

L'ultimo progetto che ha messo in piedi con i suoi ricercatori negli Stati Uniti Fabio Carrera, 42 anni veneziano trasferito negli Usa Insegna a è uno di quelli che Boston, ma ha uno studio anche a Cannaregio potrebbero essere preziosi per Venezia. Si tratta di un tentativo di creare un sistema di trascrizione elettronica dei manoscritti contenuti negli archivi. Il sistema, battezzato Trascription Assistent System, dovrebbe consentire agli studiosi di leggere e lavorare sui manoscritti senza danneggiarli memorizzando le intepretazioni date ai segni in modo da creare una memoria che possa aiutare gli studiosi nelle loro ricerche e far progredire la conoscenza degli stessi manoscritti. Se una ricerca di questo genere vi sembra troppo specialistica ed elitaria per una città che merita sì indagini storiche ma che ha anche mille problemi Un canale veneziano Carrera ha censito tutti i canali del centro del presente, non avete storico I suoi studi sono stati utilizzati da Insula che l'imbarazzo della scelta, perché fin dalla fine degli anni Ottanta Fabio Carrera ha creato un centro di elaborazione di progetti e di ricerche sulla città, il Venice Project Center, che è stato prezioso in molti casi. L'indagine dettagliata sullo stato dei canali di Venezia, condotta in collaborazione con l'Unesco, è stata utilizzata da Insula per i lavori di questi anni e dall'Unesco come rapporto conoscitivo insieme ad un'altra indagine sullo stato della laguna. L'indagine sul moto ondoso e gli effetti sui canali ha costituito la base del piano del Comune sulla razionalizzazione del trasporto merci. L'università dove insegna, il Worcester Polytechnic Institute, nel Massachusetts, non solo gli ha conferito più volte premi per le ricerche, ma anche ha scritto sul giornale, un articolo dal titolo: What Boston can learn from Venice.Come dire: la lezione che Venezia può dare a Boston. Uno così in altri Paesi avrebbe spazio e corteggiatori, per la capacità di maneggiare dati, computer e la tenacia nel costruire le sue indagini (anche National Geographic ha girato un video sulle sue ricerche). Tanto più a Venezia che è all'eterna ricerca di vagheggiati futuri informatici. Ma in Italia, si

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sa, (e Venezia non fa eccezione) chi sta fuori è perduto, indipendentemente dalla qualità di quello che fa. Così il Venice Project Center è negli Stati Uniti e Carrera, qui, ha una stanza a Cannaregio con un computer nel mezzo che ne è il vero protagonista e tonnellate di carte con le ricerche che fanno da contorno. Un ufficio dove viene ogni tre mesi per organizzare il suo lavoro. «In fondo non posso certo lamentarmi» dice. «Ho trovato un modo per lavorare tra la mia città e gli Stati Uniti in un campo che mi affascina, quello della conoscenza delle città». Che vuol dire conoscere le città? «Nelle città di oggi - ma il discorso vale soprattutto per Venezia - spesso manca un'infrastruttura che è indispensabile, ma poco apprezzata: la conoscenza. Senza dati, informazioni, studi dei flussi, e senza un lavoro continuo di monitoraggio non si può né capire, né intervenire, né pianificare in modo efficiente. Non si può governare bene il presente e tantomeno indirizzare il cambiamento futuro. Ed è esattamente quello che mi piace fare e che mi ha portato al dottorato». Com'è arrivato negli Usa? «All'inizio grazie al mio amore per la pallacanestro. Ero abbastanza bravo, giocavo a Sant'Elena, vicino a via Garibaldi dove mio padre aveva un negozio di ferramenta. Dopo un campo estivo di pallacanestro in America, mi hanno invitato lì e ho fatto la quarta e la quinta scientifico. Poi mi sono laureato in ingeneria elettronica e ho preso un master in informatica. Ma ho sempre fatto avanti e indietro con Venezia, perché è la mia città e ci sono affezionato: mio figlio Nicolò è nato qui. Per un periodo ci sono anche tornato a vivere per assistere mio padre che si era ammalato. Poi perché ho voluto restituire quello che la fortuna mi aveva regalato. Per questo ho deciso di mettere in piedi, insieme all'Università dove insegno, il WPI, questo Venice Project Center, che mi ha consentito di specializzarmi in quello che è la mia passione l' Urban Studies and Planning sul quale sto facendo un Phd al Mit». Cosa ha fatto questo centro? «Abbiamo elaborato metodi ricerca e sviluppato soluzioni tecnologiche per mettere insieme le informazioni e facilitarne l'accesso e l'utilizzo in modo che possano essere di supporto alle decisioni per la città specie sugli aspetti del territorio che cambiano molto lentamente e che quindi si prestano ad essere censiti». Qualche esempio? «Per lo studio sui canali abbiamo fatto un lavoro da certosini: abbiamo studiato le correnti, la biologia, abbiamo fatto un catalogo di tutte le fognature, le foto, i danni alle sponde provocati dal moto ondoso con tanto di foto. Abbiamo tutto su computer usando il Geographic Information System in maniera che sia consultabile. Insomma un lavoro che si è rivelato utilissimo per molti enti e fondamentale per molti lavori di manutenzione». Chi fa questi lavori? «I "certosini" sono soprattutto studenti: a centinaia vengono qui d'estate dalla fine degli anni Ottanta a fare le ricerche e a completare quello che un documentario del National Geographic ha definito una "epica rassegna delle infrastrutture veneziane"». Quali sono i terreni battuti dalle ricerche? «Soprattutto l'ambiente in tutti i suoi aspetti e conservazione dei beni culturali. Abbiamo censito tutta l'arte che c'è a Venezia all'aperto, con il suo stato, i danni, l'ordine in cui dovrebbe essere restaurata, i possibili deterioramenti ed è tutto su computer e catalogato con migliaia di infomazioni. Faremo lo stesso per i palazzi. I 100 progetti completati su Venezia, per i quali, spesso, abbiamo preso premi, spaziano dal sistema lagunare, all'impatto degli stranieri sull'offerta di case, al riciclo dei rifiuti, fino all'ipotesi di usare la corrente creata dai batteri e dall'inquinamento dei canali per costruire muri di difesa delle sponde erose». Prego? «E' uno studio per ora solo di laboratorio, basato però su ricerche già sperimentate di microbiologia, che sfruttano l'energia elettrica creata dai sedimenti e dall'inquinamento dei canali per aggregare sedimenti intorno a una rete e formare muretti in cemento armato naturale». Che cosa fate con queste informazioni? «Le mettiamo a disposizione e in parte cerchiamo di sperimentarne l'efficacia». Ma lei pensa che Venezia sia afflitta da problemi più difficili da risolvere rispetto a quelli di altre città? «Direi di no. La città fisica ha problemi grandi ma non più complicati di altre. Si

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tratta di imparare a conoscerli e trovare delle soluzioni. Quello che crea più danni è la negligenza da parte degli amministratori. Basta vedere che cos'è successo nel passato con l'abbandono dello scavo dei rii, o le esitazioni nella razionalizzazione del trasporto merci, che se fosse applicato ridurrebbe di molto il moto ondoso e risolverebbe anche alcuni problemi dello smaltimento dei rifiuti». E la città «dinamica»? «Venezia deve trovare un'alternativa alla monocultura turistica, che distorce tutto e rende difficile qualsiasi altra prospettiva. Si parla di città dell'immateriale, ma non vedo che cosa si faccia per realizzarla o per attrarre qui queste attività. Chi come me si occupa di scienza e conoscenza non ha incentivi da parte del Comune per crescere e diventare una realtà economica che produca qui nuovi posti di lavoro. E' paradossale che con gli studenti americani siamo riusciti a fare qui, usando giugno e luglio, molti lavori. Le università veneziane, con migliaia di studenti, sono una risorsa che la città deve imparare ad usare. Solo così si potrà veramente fare tesoro del patrimonio intellettuale che Venezia ha la fortuna di continuare ad attrarre da ogni parte del mondo e legare il nome della città anche alla tecnologia oltre che al turismo».

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