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La

Resistenza
batteri resistenti

UN POST PER

ROSSO MALPELO

SETTEMBRE 2016

dei

I.
Quest’estate, durante le vacanze, privo di televisione e di connessione costante ad Internet,
mi sono finalmente dedicato alla lettura. Tra i libri letti ce n’era uno che avevo in canna da un po’,
ovvero “HHhH”, un acronimo che tradotto in italiano dal tedesco fa: “Il cervello di Himmler si
chiama Heydrich”. L’autore è un francese, Laurent Binet, e il testo è un ibrido tra il romanzo
storico, una vera e propria opera storiografica ben documentata da innumerevoli fonti e il racconto
giornalistico.
L’opera narra la storia dell’attentato, dall’esito semifallimentare e dalle conseguenze
drammatiche, al ‘boia di Praga’ Reynard Heydrich, governatore del Protettorato di Boemia e
Moravia e braccio destro di Himmler, il Reichsführer delle SS.
Tuttavia, a me, leggendo quel testo dove si descrive lo scenario in cui Hitler decise di
invadere la Cecoslovacchia e poi tutto il corollario delle peculiarità politiche, geografiche ed etniche
della Boemia - Moravia e della Slovacchia e, ancora, i retroscena della preparazione dell’operazione
‘Antropoide’(il nome in codice dell’attentato ad Heydrich deciso in Gran Bretagna), le biografie dei
due eroi (nel vero senso della parola), uno ceco ed uno slovacco, che parteciparono all’operazione,
e, last but not least, la biografia del criminale Heydrich, dunque, di tutto questo sforzo, lodevole, di
Binet per ricostruire quella vicenda (su cui in realtà sono stati scritti numerosi libri, rigorosi testi
storici e fantasiose ricostruzioni, e partoriti vari film, di cui uno in uscita a breve), mi ha colpito
soprattutto il fatto che Heydrich, investito indirettamente dall’esplosione di una bomba a mano
lanciata da uno dei due attentatori (dopo che all’attentatore principale, colui che avrebbe dovuto
uccidere il gerarca nazista, si era inceppato lo Sten, il mitra di fabbricazione anglosassone), era
rimasto ferito in modo non grave ma che tali ferite erano state infettate (probabilmente dai crini di
cavallo con cui era imbottita la tappezzeria dell’auto) e che grazie al fatto che i tedeschi non
disponessero della penicillina ‘il boia di Praga’, ci lasciò le penne.
Un amico a cui raccontavo tale fatto mi ha chiesto se gli inglesi, invece, disponessero della
penicillina. Da quel che avevo letto nel libro di Binet mi era sembrato di capire che la privazione di
quel farmaco fondamentale colpisse soprattutto i tedeschi, ed avevo risposto superficialmente che sì
gli inglesi ne disponevano, al contrario dei tedeschi. Ma, in effetti, non ne ero sicuro. Quindi ci sono
stato a pensare e mi è venuta in mente un’altra storia.
Nel film capolavoro di Orson Welles “Il terzo uomo” (1949), tratto dal romanzo di Graham
Greene, il cattivo Harry Lime, trafficava in penicillina, speculava cioè su un farmaco ‘salva vita’ di
importanza fondamentale, in una Vienna spettrale, devastata dalla Seconda Guerra mondiale. Al
solito, al centro della trama del racconto di Greene c’è il gioco di specchi in cui il male e il bene si
fronteggiano, senza però alcuna contrapposizione manichea. Le due forze ancestrali, come avviene
nell’intimo di qualsiasi uomo, anzi, si compenetrano e si confondono, lasciandoci sgomenti. Al di là
di Greene e dell’amore che ho nutrito per i suoi libri, però, mi sentivo confortato dal fatto che la
trama del romanzo si svolgeva nell’immediato dopoguerra (il libro uscì nel ’49) e, dunque, la
penicillina era pienamente utilizzata anche se, per le particolari condizioni di penuria, tipiche delle
fasi belliche e post belliche, era oggetto di speculazioni illegali. Forse, quindi, anche se d’impeto
avevo dato la risposta giusta.
Invece, leggendo qui e lì mi sono reso conto che così non è. La storia della penicillina arriva
ad una svolta proprio quando Heydrich, ‘la bestia bionda’, quello che aveva mandato al massacro
centinaia di migliaia di uomini, stava per schiattare di setticemia.
Fu un ricercatore inglese Alexander Fleming a scoprire per caso (come lui stesso ammise) la
muffa miracolosa e ad intuirne le potenzialità antibatteriche già negli anni Venti. Tuttavia, ad un
certo punto, mollò la ricerca poiché non riuscì a svilupparla fino a capire come fare a determinare
una concentrazione tale di penicillina da risultare efficace nel contrastare le infezioni batteriche
sugli uomini. Circa venti anni dopo altri due ricercatori, uno australiano e un altro tedesco di

origine, entrambi operanti in Gran Bretagna, pubblicarono nel 1940, sulla rivista Lancet, il risultato
del loro lavoro: l’estrazione e la purificazione della penicillina. Fleming si unì ai due per migliorare
la ricerca e renderla disponibile su larga scala. La prima volta che la penicillina venne utilizzata
sull'uomo, in una terapia sperimentale, era il 12 febbraio del 1941, ad Oxford ma in quel caso lì,
ancora non era un trionfo; mancava poco. Heydrich morì a Praga il 4 giugno del 1942. Appena in
tempo.
Ci si chiede se gli effetti terapeutici di quella scoperta fossero stati diffusi solo un decennio
prima e Heydrich fosse sopravvissuto grazie alle cure mediche, il nazismo avrebbe fatto più danni?
È difficile pensarlo perché la concentrazione e la determinazione con cui il nazismo pianificò la sua
azione omicida e devastatrice, impegnando in quell’opera nefasta quasi l’intera popolazione
tedesca, non era certo questione di un solo uomo, anche se particolarmente efferato, anche se più
che di uomo, nel caso di Heydrich, si potrebbe parlare giustappunto di 'antropoide'.
Mai come nel caso del nazismo, nella Storia, vengono tirate in ballo le categorie di bene e di
male (si pensi ad Hanna Arendt e al suo “La banalità del male’). Nel caso di Heydrich ed alle
conseguenze devastanti che ebbe il suo attentato in molti pensarono che non ne era valsa la pena,
dato che i torturati, gli uccisi, i deportati, in connessione alla furia selvaggia dei nazisti scatenatasi
dopo l’attentato, furono centinaia. A quanto sembra quelle conseguenze furono prese in
considerazione e si decise di compiere lo stesso l'attentato. Come fare a valutare sino in fondo, in
casi estremi - come l'abbattersi devastante della violenza del Terzo Reich - se un atto resistenziale di
forte impatto simbolico come l'attentato al delfino di Himmler, fosse un bene nonostante le
conseguenze drammatiche scaturite da quell’atto resistenziale?
Conseguenze che vanno ricordate, a cominciare dalla strage efferata che ebbe luogo nel
villaggio di Lidice (a circa venti chilometri da Praga), raso al suolo il 10 giugno del 1940 perché per
una soffiata, peraltro erronea, era stato ritenuto uno dei focolai di resistenza da cui erano partiti gli
attentatori. Centonovantadue uomini, oltre i quindici anni, furono fucilati a gruppi di dieci;
centonovantotto donne deportate, di cui trentotto ritenute idonee per essere sottoposte ad
'esperimenti medici' ad Auschwitz; dei novantanove bambini, dagli uno ai quattordici anni, della
sfortunata Lidice, ottantadue furono gasati nel campo di Chelmno e diciassette, secondo
l'insondabile follia nazista, furono giudicati idonei per la 'germanizzazione' (ovviamente non ebrei).
Per non parlare della fine di tutti quelli che direttamente o indirettamente aiutarono il commando
degli attentatori, inclusa la stessa rete dei resistenti cechi, fino al vescovo ortodosso, torturato e poi
fucilato, perché ritenuto responsabile di complicità con gli attentatori che avevano trovato rifugio in
un luogo di culto ricadente nella sua diocesi; la chiesa dove il commando, prima di morire con le
armi in pugno, tenne in scacco per delle ore centinaia di SS.
II.
La penicillina non è l’unica muffa dalla quale sono derivate terapie antibiotiche, si pensi alla
streptomicina utilizzata per contrastare la tubercolosi, malattia temibile e causa, in tutti i tempi, di
diffusa mortalità. La tubercolosi, ovvero ‘il mal sottile’, è stata oggetto anche di grandi opere
letterarie, si pensi alla Montagna incantata di Thomas Mann ambientato interamente in un
sanatorio, oppure alla poesia di Leopardi A Silvia in cui la giovinetta venne da chiuso morbo
combattuta e vinta e si potrebbero citare ancora la tosse di Mimì nella Boheme, Balzac, Tolstoj,
oppure le traversie legate al ‘mal sottile’ della pittrice sudamericana Frida Khalo, già prive di
qualsiasi connotazione romantica ed oggetto di rappresentazione simbolica di una assurda
sofferenza, e, in ultimo, Dicerie dell’untore di Gesulado Bufalino in cui viene narrato l’amore
struggente e senza speranza tra due tisici insieme alla dissoluzione di un’epoca. Si potrebbe dire, e
senza rimpianto, che le terapie antibiotiche posero fine ad un genere letterario che aveva origine dal
bacillo di Koch. Anche in questo caso la malattia (‘il male’) sembra, per paradosso, aver generato ‘il
bene’, ossia l’arte.

Consideriamo, con ampia libertà, alcune condizioni: a) il rapporto dell’uomo con la malattia,
e quindi con la sofferenza e la morte, (si ri/leggano le pagine di Mann ne La Montagna incantata in
cui nelle descrizioni dei dialoghi interiori del giovane protagonista Hans Castorp si vedono
emergere, come in una rassegna, i volti e le vite degli ospiti tra i quali aleggia, senza che se ne possa
afferrare il senso, una girandola di morte e guarigione), b) le dinamiche del caso (fortuita è la
scoperta della penicillina di Fleming) che operano senza limiti e sembrano, talvolta, governare la
Storia come nella vicenda dell’attentato ad Heydrich, c) oppure il rapporto, come lo definiva
Simone Weil, tra il bene e la necessità, sia nel dilemma della scelta che porterà a compiere
l’attentato ad Heydrich e a decidere di sopportarne le conseguenze, sia nei nodi esistenziali delle
vite singole (come nei racconti di Graham Greene, in cui i protagonisti vivono costantemente sul
doppio crinale dell’esistenza: il prete alcolizzato, il doppiogiochista, la spia, etc.). Da questo breve
elenco di condizioni sembrerebbe emergere un fattore unificante: la ‘costante del caos’ in cui si
esercita la vita e si producono fenomeni paradossali e contraddittori: sia gli anticorpi sia la
resistenza (questa volta con la ‘r’ minuscola) alle terapie antibiotiche dovuta a nuovi ceppi batterici
mutanti, come nelle nuove forme tubercolari resistenti alle terapie. Un fenomeno che ha portato ad
una nuova impennata di epidemie per le quali ci si chiede se si genererà, in corrispondenza, nuova
linfa per un’arte, ancora una volta, splendidamente decadente o, magari, di matrice insurrezionale e
‘resistente’.

08 Settembre 2016

Rosso Malpelo

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