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ICEVA Franz Kafka: «Un li-

bro deve essere una scure per il mare ghiacciato
dentro di noi». Credo che la prima domanda che bisognerebbe porsi è la seguente: perché
mai abbiamo mari ghiacciati
dentro di noi? Ci sono molte ragioni e secondo me hanno tutte
a che vedere con la falsità. Le
menzogne che ci sono dette. Le
menzogne alle quali crediamo.
E il linguaggio ingannevole usato per raccontare l’esperienza
umana. Questa corruzione del
linguaggio ci fa diventare, una
volta arrivati all’età adulta, persone disorientate e semicoscienti, forse sensibili, ma non
per questo particolarmente
consapevoli. A New York ho vissuto per un certo periodo in un
palazzo e sul mio stesso pianerottolo abitava una giovane madre con tre figli maschi. Il giorno del compleanno del bambino più piccolo gli hanno organizzato una festa.
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«SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

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d è stata una festa in piena regola. Il bambino era sovraeccitato. Andati via tutti gli ospiti, l’ho sentito piangere e dire a sua madre: «Odio il mio compleanno!». Lei
con gentilezza gli ha detto: «Ma no che non odi il tuo
compleanno. Hai avuto un compleanno fantastico!».
Dentro di me ho pensato: no, quel bambino ha odiato davvero il suo
compleanno. Questo genere di cose accade di continuo. Fin dalla più
tenera età gli adulti ci dicono che quello che diciamo non è vero. Se

diciamo «odio mio fratello» ci dicono: non è vero che odi tuo fratello, tu gli vuoi bene. Invece, in
quel momento preciso, con il trasporto genuino che è tipico dei
bambini, di fatto noi proviamo
odio puro per nostro fratello. Intendiamoci: non sto parlando di
come si allevano i bambini. Sto
parlando di parole, di linguaggio
e di quello che apprendiamo a fare di esso.
Lentamente i bambini capiscono che il linguaggio che ascoltano — e utilizzano — non è rap-

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presentativo di ciò che vivono.
Spesso ho pensato che queste
emozioni sono sradicate da noi a
martellate dall’uso improprio
del linguaggio, da adulti ben intenzionati, al punto che quando
diventiamo adulti noi stessi non
sappiamo nemmeno più che cosa proviamo.
E così, dentro di noi abbiamo
questo mare di ghiaccio. Possiamo addirittura non saperlo. Tuttavia, il lavoro di uno scrittore di
fiction è quello di restituirci quel-

lo stato iniziale, di dirci quelle cose che non si suppone che si debbano dire, di aiutarci a tornare alle emozioni più primitive e assolute che abbiamo vissuto da bam-

bini. Uno scrittore deve scavare
in quei sentimenti che vorremmo non avere. La maggior parte
di noi ci prova, ci prova duramente e in modo mirabile a vivere in

maniera dignitosa, e così dovrebbe essere. Invece abbiamo sentimenti diversi e uno scrittore deve restituirceli e restituirci a essi, in modo veritiero. In quale al-

tro modo un lettore troverà ciò
di cui ha bisogno, quando prende in mano un libro?
E di cosa si ha bisogno, quando si prende in mano un libro? Si

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ha bisogno di qualcosa di sincero, di qualcosa che rammenti,
che insegni di nuovo, così da tornare a sapere che cosa si prova
davvero. E oltre a ciò si ha bisogno di aiuto
per comprendere che cosa
si prova a essere un’altra persona. Senza
questo, la nostra empatia si
appiattirebbe,
o non esisterebbe. Non è
necessario
guardare lontano per rendersi conto di
ciò che accade in questo mondo,
quando la nostra capacità di essere empatici scompare. Per noi
sarebbe facile restare belli comodi all’interno del nostro punto di
vista individuale. Ci è familiare.
È il nostro. È noi. Ma questo significa non doversi assumere la responsabilità degli altri, perché
gli altri non sono del tutto reali
per noi.
Questo è il motivo per il quale,
quando ho scritto *SBHB[[J#VS
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per portare a termine le ricerche
sulla popolazione somala negli
Stati Uniti — così che quella popolazione non rimanesse “al-

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tra”. Dovevo fare in modo che il
personaggio di Abdikarim risultasse quanto più veritiero e autentico possibile.
La mia speranza è che quando
voi, lettori, leggerete .JDIJBNP
-VDZ#BSUPO riusciate a capire
che cosa vuol dire essere poveri

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come è stata lei da bambina, riusciate a provare compassione
per Lucy, ascoltiate le sue osservazioni sul mondo, e siate d’accordo con esse o anche in disaccordo ma in ogni caso coinvolti.
Quando un lettore mi dice «dopo
aver letto di Olive Kitteridge capisco meglio mia suocera», sono
contenta. Talvolta parlano di
“mia madre”. E spesso i lettori
mi dicono — con orgoglio — «sono Olive». Ciò mi rende felice.
Sento di aver fatto il mio lavoro.
Ho aiutato a rompere quel mare di ghiaccio dentro di noi. Ho
scritto di una donna che non si è
comportata sempre bene, in passato, proprio come noi tutti non
ci comportiamo sempre bene.

Ho scritto di una donna che ha
pensieri che a quanto sembra sono condivisi da molte persone. E
a questo punto vorrei aggiungere che — per me — una delle gioie della scrittura è che quando
scrivo non giudico i miei personaggi. Altri li giudicheranno, forse, e sta bene. Ma i miei personaggi sono completamente liberi dal mio giudizio. Lascio che si
comportino male quanto vogliono, e che siano ciò che sono. Lascio che si amino, in modo imperfetto, come noi tutti amiamo in
modo imperfetto. A me interessa soltanto raccontare tutti i livelli diversi ai quali vivono le persone, perché noi viviamo tutti a
livelli diversi. Non mi interessa il
bene o il male, materia del melodramma. Ciò che mi sta a cuore
sono le innumerevoli grinze che
abbiamo dentro, le pieghe della
nostra anima. A me interessa far
sì che capiamo chi siamo. Così facendo, la mia speranza è che,
per tutto il tempo in cui il lettore
si trova nel mondo dei miei libri,
magari non si senta così solo.
Io sono come Lucy Barton. Lei
dice: scriverò e così la gente non
si sentirà sola! Anch’io voglio farlo. Ma voglio spingermi oltre Lucy. Io voglio aiutare le persone a
capire un po’ meglio le loro madri e i loro padri o i loro vicini di
casa o le persone dalla pelle di colore diverso o di religione diversa. Voglio dare al lettore — fosse
pure per un istante — una prospettiva più ampia del mondo,
così che possa sentirsi più grande e non più piccolo, come così
tante persone tendono a fare.
Quando mia figlia era bambina, amava tantissimo i suoi pupazzi di peluche. Un giorno mi
ha accompagnato in camera sua
tenendomi per mano con la sua
manina umida. Aveva allineato
tutti i suoi peluche in fila. Mi ha
guardato con orgoglio e mi ha
detto: «Questi sono i miei amici».
Ho ripensato spesso a quelle
sue parole. Esprimono ciò che io
sento nei confronti della maggior parte dei libri di casa mia, di
tutti i personaggi inventati che
mi hanno osservata nelle varie
fasi della mia vita. Spero che anche voi proverete ciò nei riguardi di Lucy Barton e Bob Burgess
e Olive ed Henry Kitteridge, personaggi inventati che, come i peluche di mia figlia, in qualche occasione per noi sono più reali di
coloro accanto ai quali camminiamo. Sono personaggi che ci
perdonano mentre noi perdoniamo loro.
Questi sono i nostri amici. Noi
abbiamo bisogno di loro, perché
la vita, in qualche caso, comporta grande solitudine. Ma va bene
così, è la vita. E noi abbiamo i nostri amici. 

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