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LE PICCOLE COSE

Racconti di Lara Zavatteri

Come le foglie d'autunno cadono e volano via con


il vento, così a volte sono destinate a scomparire
certe storie, ma non sempre. Questo report regala
al lettore alcune storie contenute nel libro, ad
esempio quella dei tre soldati austriaci giunti in
valle per combattere la prima guerra mondiale e
mai più tornati a casa. Una storia come tante
altre, se non che le spoglie dei tre ragazzi
furono trovate oltre ottant'anni dopo in val di
Peio, nel 2004. Erano tutti accanto, uniti anche
nella morte. Da lì ho avuto l'idea di scrivere la
storia di un'amicizia nata da bambini che neppure
la morte è riuscita a spezzare. Sono sepolti nel
piccolo cimitero di San Rocco sopra l'abitato di
Peio, destinati a non avere mai un nome. Per
questo ho immaginato di farli rivivere attraverso
gli occhi di uno dei protagonisti. E ancora
Mitterndorf, campo di prigionia austriaco per la
popolazione di Vermiglio (val di Sole) sempre nel
periodo del primo conflitto mondiale, dove
morirono moltissime persone prima di poter far
ritorno in patria. Qui protagonista da una parte è
l'intera comunità, scossa e disperata per dover
lasciare tutto in pochi giorni e partire per
l'Austria, dall'altra il prete del paese che non
sa se riuscirà ad essere all'altezza di quel
compito: accompagnare la sua gente verso un futuro
incerto. Buona lettura!

Lara Zavatteri
CHI SONO

Mi chiamo Lara Zavatteri, vivo a Mezzana in val di


Sole (Trentino) e sono una giornalista pubblicista
dal 2000.

Scrivo per il settimanale “Vita Trentina” e per


altri siti, inoltre ho realizzato alcuni libri: oltre
a Frammenti nel 2006, “La strada di casa” (editrice
Uni-Service) nel 2007 con il quale ho partecipato
alla Fiera del libro di Torino, la raccolta di
racconti “Le Piccole Cose” (Boopen editore) nel 2008,
“Reset” (Silele editore) nel 2009.

Nel 2010 a seguito di un esperimento in Rete sul


portale www.eventitrentino.it
con le autrici Rossella
Saltini e Rossella Giardina ho pubblicato la raccolta
dei nostri racconti intitolata “Il Blog Novel di
Eventi Trentino” (editrice Uni-Service) mentre un mio
racconto è stato pubblicato dalla casa editrice
Historica nell'antologia “Bassa marea” (volume
secondo). Curo anche il blog di un giovane ingegnere
trentino e una rubrica sui libri su Eventi Trentino.
I TRE KAISERSCHÜTZEN

Conobbi Hans che avrò avuto sí e no cinque anni. Era


venuto nella bottega di mio padre, falegname di
professione, accompagnato da un uomo piccolo e robusto,
con dei baffi arricciati all’insù che mi divertirono
molto. Bussarono alla porta mentre mio padre, chino in un
cantuccio, faceva volare trucioli di legno che riempivano
rapidamente il pavimento; siccome era occupato e gli
scocciava molto lasciare un lavoro a metà, mandò me ad
aprire, raccomandandomi di dire “benvenuto” a chi aveva
bussato e di farlo accomodare per capire che cosa
volesse. Io ubbidii, aprii la porta e fuori nevicava
fitto fitto. Un uomo e un bambino piú o meno della mia
età stavano sulla soglia. “Benvenuti” dissi, compiaciuto
per aver pronunciato una parola che mi pareva da adulti,
e l’uomo sorrise mentre mi facevo da parte per farli
passare; il bambino si tolse il berretto di lana che
aveva in testa, colmo di neve, mi guardò solo un attimo
prima di passare oltre. Nella bottega ardeva un grande
fuoco e subito mio padre fece accomodare i due ospiti lí
davanti, su degli sgabelli che aveva intagliato lui
stesso, mentre dava gli ultimi ritocchi ad un piccolo
mobile di cirmolo: come ho già detto, non gli piaceva
lasciare a metà un lavoro. Intanto i due uomini parlavano
di questo e di quello, dicevano che da tanti anni non si
vedeva un inverno come quello; noi bambini stavamo zitti,
seduti davanti al fuoco e io non aprivo bocca perché
avevo sempre un po’ paura degli estranei. Finalmente mio
padre terminò, si alzò dalla panca e avvicinandosi
all’uomo chiese cosa desiderasse. Quest’ultimo rispose
che voleva un paio di pattini per suo figlio, che era poi
il bambino che stava con lui, perché con quel freddo le
sponde dell’Inn e dei buoni tratti anche là dove il fiume
si faceva piú largo sarebbero rimasti gelati per
settimane e lui voleva insegnare a pattinare ad Hans; fu
così che conobbi il suo nome. Mio padre chiese il numero,
poi prese da un gancio appeso al muro i miei pattini, che
usavo dall’anno prima, e li mostrò all’uomo per capire
se, uguali a quelli, gli sarebbero andati a genio. Quello
disse che erano perfetti e a chi appartenevano quei bei
pattini; io allora, per paura che se li portasse via,
dissi che erano i miei e aggiunsi con spavalderia che li
usavo dall’inverno prima, il che era vero, ma in realtà
avevo imparato solo verso la fine della stagione a
mantenermi bene in equilibrio. Allora l’uomo, tutto
contento, rispose che magari potevo uscire qualche volta
con Hans e insegnargli anch’io visto che ormai ero un
esperto: scambiò un’occhiata con mio padre come a dire
che aveva capito che esageravo un poco. Mio padre si
accordò con l’uomo e, prima che riuscissi a dire una
parola, erano già andati via ma in cuor mio speravo che
il bambino tornasse, perché stavo quasi sempre solo. I
ragazzi piú grandi non mi volevano tra i piedi e non
conoscevo bambini simpatici della mia età, così fu con
vera gioia che rividi Hans, credo due settimane dopo,
venuto con il padre a ritirare i pattini: erano riusciti
molto bene, precisi ai miei come disse mio padre, ma a me
sembrava che i miei fossero piú belli anche se piú
consumati. L’uomo chiese se volevo andare con loro, la
mattina dopo, e risposi che sarei andato volentieri se
mio padre mi avesse dato il permesso. Così la mattina
seguente scivolavo sul ghiaccio dell’Inn mentre Hans
cercava di stare in piedi e un po’ mi dispiaceva
umiliarlo a quel modo, e passargli davanti mentre lui
ancora non era capace, ma dopo un po’ tornai lí vicino e
gli mostrai come fare per non cadere; lui naturalmente
cadde lo stesso diverse volte, ma si divertiva a provarci
e suo padre pareva contento che fossimo diventati amici.
Passò così quell’inverno, e fino ad aprile il ghiaccio
non si sciolse e i vecchi seguitavano a dire che un
freddo del genere non lo ricordavano in tutta la loro
vita. In quei mesi Hans era riuscito a mantenere
l’equilibrio abbastanza bene e ormai uscivamo da soli
stando ben attenti a non passare nei punti dove la lastra
di ghiaccio era piú fine. Era accaduto anche un altro
fatto quell’inverno. In una delle nostre uscite notammo
un bambino schizzare via veloce, come mai avremmo creduto
possibile e poi farci il verso mentre tentavamo invano di
stargli dietro. Altre volte si comportò in quella
maniera, e mentre si allontanava sul ghiaccio urlava che
io e Hans eravamo due mocciosi, solo perché, come nel
frattempo avevamo scoperto, aveva un anno piú di noi e
già sapeva leggere perché andava a scuola. Ogni volta ci
sentivamo pieni di rabbia e gridavamo che l’avremmo
riempito di botte, al che quello si voltava ridendo come
un matto. Una domenica stavamo nel solito posto appena
fuori il boschetto di betulle ad allacciarci i pattini
presso una staccionata, quando udimmo delle grida
provenire da poco lontano. Infilammo i pattini il piú in
fretta possibile e intanto la voce seguitava a chiamare
aiuto. Arrivati senza fiato fin dove iniziava il
pericolo, notammo qualcuno con la gamba intrappolata nel
ghiaccio che si muoveva per cercare di tirarsi fuori, ma
piú si divincolava piú il ghiaccio intorno si rompeva e
presto sarebbe caduto tutto nel fiume. “È lui” disse Hans
e infatti era proprio il ragazzino che tanto spesso ci
aveva derisi. Gli passammo vicini, ma non troppo, quasi
contenti che gli fosse capitata quella disgrazia e
intanto, come due schiocchi, facevamo boccacce e
sghignazzi mentre quello affondava sempre piú. Ci
guardava disperato e piangeva forte finché, capita la
gravità della situazione, e mi pare ancora incredibile
pensando che avevamo solo cinque anni, cercammo sulle
sponde qualcosa per afferrarlo, e trovato un grosso
bastone lo trascinammo a fatica fin da lui, che vi si
aggrappò con tutte le forze. Lo issammo fuori con una
fatica che ricordo sproporzionata ai nostri corpi di
bambini, e una volta fuori dissi ad Hans di star lí con
lui mentre io correvo a dire a mio padre quello che era
accaduto. Intanto il bambino non parlava e tremava dal
freddo e prima di correre a dare l’allarme gli tolsi i
guanti zuppi d’acqua e gli infilai i miei; mio padre, con
altri vicini, arrivò dopo un tempo che mi sembrò durare
in eterno, ma forse erano solamente pochi minuti, lo
presero e l’avvolsero in alcune coperte e gli uomini
dissero che eravamo stati davvero coraggiosi e che quel
bambino sarebbe stato bene ma a noi non importavano le
loro lodi tant’era lo spavento preso, quando avevamo
capito che quello sbruffone rischiava di morire davvero
nell’Inn. I giorni passavano e del ragazzino si sapeva
solo che la febbre alta non l’aveva piú abbandonato e i
grandi ne parlavano come “quel povero ragazzo” quasi
fosse stato già morto. Io e Hans volevamo passare a
trovarlo, ma la paura di vederlo in un letto mezzo morto
ci tratteneva, così seguitavamo le nostre scorribande sul
ghiaccio, senza però la gioia di prima, e sempre
speravamo che non morisse visto che l’avevamo tirato
fuori. E alla fine non morì: me lo trovai davanti alla
bottega di mio padre, una domenica che ritornavo dopo la
Messa ed avvicinandomi ebbi un sussulto come avessi visto
uno spettro. Lui, seppur ancora pallido per la malattia,
rise della mia paura, e a me parve che tutto fosse
tornato come prima; in tasca aveva i miei guanti, li
prese e me li passò, poi disse se da lí a qualche tempo a
me a ad Hans sarebbe piaciuto pattinare con lui, ben
vicino alla riva, s’intende. Rimasi sbalordito ma gli
dissi di sí anche per il mio amico, e fu così che
diventammo inseparabili, io, Hans e Joseph, e la madre di
quest’ultimo gli gridava sempre di stare attento al
ghiaccio quando s’andava fuori e quando quell’inverno fu
terminato iniziarono le scuole, e insieme al nostro
antico nemico imparammo anche noi a leggere e scrivere e
far di conto, anche se ormai da un pezzo Joseph non ci
prendeva piú in giro. Nella nostra classe stava appeso il
ritratto di un vecchio, un tal signore baffuto che un
tempo, ricordavano i piú vecchi che passavano dalla
bottega, era stato un bell’uomo anche se niente a
paragone dell’imperatrice. Era il Kaiser Franz Joseph e
mio padre diceva che bisognava rispettarlo perché in
tanti anni di regno era stato capace di amministrare gli
immensi confini dell’impero, diventando addirittura amico
e re degli ungheresi che prima lo odiavano. “Ma quello è
merito della nostra compianta imperatrice” commentava mio
padre, accarezzando un suo piccolo ritratto che
conservava accanto a quello di mia madre, morta nel
mettermi al mondo. Quando raccontavo queste storie ad
Hans lui diceva di sapere già ogni cosa, ed era vero
perché leggeva tanti libri quanti io immaginavo di non
riuscire a leggerne in tutta la mia vita. Suo padre era
uno speziale e quando andava fuori città a qualche fiera
tornava sempre con dei libri per Hans; lui prima li
leggeva da solo, poi ne portava uno alle nostre riunioni
segrete nei boschi, e mentre io e Joseph ascoltavamo
rapiti, lui recitava con aria solenne i versi e i
racconti che tanto amava. La nostra infanzia trascorse
così, tra letture fantastiche e bagni nell’Inn in estate,
i pattini quando tornava il freddo inverno, la nostra
adolescenza alla ricerca di qualche ragazzina che non ci
detestasse. Avevamo quattordici anni quando scoppiò la
guerra ed esultanti corremmo per le strade, tutte piene
di gente in subbuglio occupata a leggere le ultime
notizie dai giornali, sperando di essere chiamati anche
noi al fronte anche se tutti dicevano che eravamo troppo
giovani e mio padre in particolare lo sottolineava, come
a farsi coraggio e convincersi che non avrebbe perso
anche me, che ero l’unica cosa che gli restava. Lo
ripetevano anche le sorelle Von Lichem, che di tanto in
tanto uscivano con noi e che già noialtri consideravamo
nostre fidanzate. E invece la guerra ci portò via, da lí
a qualche anno, anche se davvero eravamo troppo giovani.
Io e Hans ci eravamo appena diplomati (Joseph aveva
terminato gli studi l’anno prima) che la guerra ci tolse
da tutto quanto avevamo di piú caro. Noi speravamo ancora
di tornare a casa ornati di medaglie, fosse anche senza
un braccio ma fieri combattenti della Patria.
Progettavamo la nostra partenza in ogni dettaglio, quasi
giocassimo ancora a costruire fortini sugli alberi e con
la fantasia c’immaginavamo audaci ed invincibili nella
battaglia. Ma una cosa non avevamo previsto e la
scoprimmo il giorno fissato per la partenza mentre dal
nostro scompartimento guardavamo muti l’Inn scorrere poco
lontano dai binari del treno e le montagne di Innsbruck
si allontanavano ad ogni sbuffo e i volti dei nostri
cari, anche di mio padre che a furia di lavorare il legno
aveva mani ruvide e nodose e delle sorelle Von Lichem con
i fazzoletti in mano, diventavano sempre piú piccoli e
sfocati finché scomparvero del tutto, ed era il dolore
che sempre procura una separazione. Vedevo gli amici
fissare pensosi le sponde del fiume ed ero sicuro che,
come me, ripensavano ai nostri giochi d’infanzia e con la
mente già tornavano a quei posti, quei luoghi in cui,
insieme, avevamo passato intere giornate senza sospettare
che un giorno li avremmo lasciati e già il rimpianto
prendeva il posto dell’iniziale ardore. Accadeva davvero
e davvero potevamo morire: solo in quel momento ce ne
rendemmo conto sul serio. Il conflitto era già iniziato
da tre anni quando arrivammo in quella valle e per la
prima volta salimmo sulle sue alte cime, costantemente
innevate; siccome avevamo qualche cognizione di medicina,
ci affidarono al reparto sanità. Non starò qui a
raccontare quanti fratelli cercammo di salvare con i
pochi farmaci e le misere bende che avevamo a
disposizione, né quanti spirarono nell’infermeria
improvvisata che noi, con altri due medici veri, avevamo
scavato nel ghiaccio, basti dire che furono talmente
tanti che dopo un po’ dimenticavo i loro volti e perdevo
ogni fisionomia, ed alla fine ognuno pareva sempre la
stessa persona. Avevamo rifugi nelle caverne e baracche
dove si tentava di non morire di freddo e Joseph disse
che a confronto di quelle bufere il freddo dell’Inn gli
sembrava quasi caldo. Hans s’era portato dei libri ed
alla sera, quando anche gli italiani riposavano, leggeva
per i nostri commilitoni, che come noi anni prima
restavano affascinati da quel suo particolare modo di
raccontare. Di giorno si rinforzavano i forti, si
scaricavano le teleferiche che trasportavano cibo e altro
di cui lassú c’era bisogno e quando, dopo il sempre
faticoso cammino nella neve, ci si avvicinava ai presidi
degli alpini, allora infuriava la battaglia e senza
rendercene conto in un attimo piovevano morti da ogni
dove e da una parte e dall’altra si udiva il grido dei
soldati e piú di tutti quelli di chi stava per morire.
Nessuno di noi tre lo ammise, ma fummo contenti di essere
in quel reparto, noi con la nostra smania di combattere,
con i nostri progetti di gloria, perché trovarsi davanti
un uomo e sparargli così, senza sapere neppure chi fosse,
per i nostri compagni dev’essere stato terribile e anche
se, dopo, festeggiavano la vittoria e cantavano allegri
nelle baracche, in fondo c’era lo strazio per aver
ammazzato degli uomini; udii anche gli alpini, una volta
che la notte era calma e chiara e pensai che anche da
loro esisteva chi si lavava le mani del sangue altrui con
profondo disgusto per ciò che aveva compiuto. Era dura
lassú, con i piedi sprofondati nella neve, pensare alle
nostre case riscaldate da un fuoco scoppiettante, e
sempre il pensiero tornava a chi avevamo lasciato con una
nostalgia che ammorbidiva anche i dissapori ed i litigi
che c’erano stati. Noi tre non facevamo che aiutare i
medici nel loro lavoro, che il piú delle volte consisteva
nel somministrare quel poco di morfina che avevamo a chi
era stato colpito da una granata o una scheggia o da un
colpo partito dal fucile nemico e aspettavamo con loro la
morte mentre parlavano ad una madre lontana. Ci
guardavamo negli occhi seduti uno accanto all’altro fuori
dall’infermeria, e senza parlare ognuno sapeva che
nell’altro ogni entusiasmo per la guerra s’era spento.
Nei momenti di calma parlavamo di ciò che avremmo fatto
tornati ad Innsbruck e mentre io e Joseph pensavamo di
metter su una fabbrica di pattini da ghiaccio Hans stava
sempre sul vago, diceva che piú di tutto gli sarebbe
piaciuto scrivere, e infatti ogni giorno, la sera, si
metteva seduto ad una specie di rozzo tavolino di legno e
scriveva lunghe lettere al padre e poi annotava le sue
impressioni su un taccuino di pelle che non ha mai voluto
mostrarci. Ridevamo, anche, ricordando gli scherzi e i
nostri giochi nell’Inn, certe estati afose che nel
pomeriggio ci riempivano di sonnolenza ed il mese di
settembre, quando da noi già comincia a rinfrescare. E
venne settembre anche sulle cime. Da settimane il comando
preparava un’offensiva per sorprendere gli alpini e
riprenderci punta San Matteo, un’impresa tanto ardita da
sembrare impossibile anche ai nostri tenenti, ma era in
gioco l’onore della Patria e, dicevano, si doveva tentare
il tutto per tutto. Il giorno prima, mentre, solo,
guardavo la valle sottostante ed i miei occhi
incontrarono la luce accecante del sole, un alito gelido
percorse tutto il mio essere. Non era il solito freddo
provato tutti i giorni a quelle quote, che ormai
conoscevo bene, era qualcosa di diverso, una paura che mi
accompagnò per tutta la notte. Il giorno successivo,
prima dell’alba, scalavamo la parete vetrata ancora
illuminata dai fili argentei della luna, mentre gli
italiani dormivano nei loro accampamenti ignari d’ogni
cosa: da lassú, nelle loro caverne di neve simili in
tutto alle nostre, s’erano illusi di aver eretto un
baluardo alla gloria italiana. Io avevo perso i guanti,
Joseph con un sorriso mi passò un paio dei suoi. Tutto si
compì rapidamente: i primi caddero subito, forse ancora
addormentati neppure se ne accorsero; altri tentarono di
fuggire lanciandosi velocemente giú per i pendii ma
furono decimati dai colpi della mitragliatrice e subito
la neve divenne rosso sangue, altri ancora si arresero e
divennero nostri prigionieri. Mentre infuriava la
battaglia, guardandomi intorno vidi parecchi dei nostri
riversi a terra ormai privi di vita, ma non c’era tempo
per pensare o per piangere, solo per andare avanti,
sempre avanti, difendersi alla bell’e meglio, recuperare
i feriti accasciati sotto la pioggia scintillante. Trovai
ancora vivo con una pallottola nella gamba Karl, un
ragazzo del mio quartiere di Innsbruck e lo caricai su
una barella improvvisata, portandolo verso una grande
roccia che fece da scudo ed in quella fui raggiunto dai
miei amici, anch’essi con due compagni feriti ma ancora
in vita. Li lasciammo lí alle cure dei medici e per tre
volte ancora affrontammo l’inferno per cercare di salvare
chi ancora aveva speranza, mentre i colpi rimbombavano in
testa, sui costoni delle vette, echeggiavano nell’aria.
Sotto un monticello di neve scorgemmo muoversi una mano:
apparteneva ad un nostro commilitone, uno di quelli che
con la guerra speravano di fare carriera e che noi tre
detestavamo. Tuttavia non potevamo lasciarlo lí sotto, ed
insieme, procedendo carponi, lo raggiungemmo togliendo la
neve e, sempre in quella posizione, lo trascinammo con
gli altri. L’avevamo appena consegnato nelle mani dei due
dottori, quando quel refolo di vento mi raggiunse di
nuovo, e credo accadde contemporaneamente anche agli
altri perché rabbrividirono entrambi. Per la prima volta
dopo quei mesi di freddo intenso percepii un gran calore
che partiva dal torace e saliva su, insieme a un boato di
vento da togliere il fiato; volavo e insieme a me
volavano i miei amici e pensavo che era ben strano volare
senza ali tra gli sbuffi di neve e intanto il vento non
smetteva di soffiare, finché si stancò e ci fece cadere
all’indietro, con un botto, uno sopra l’altro, ad
osservare a testa in giú i soldati che continuavano ad
ammazzarsi e guardavamo con lo stupore di chi, ancora,
non ha capito. Ad Hans scivolò fuori dalla giubba il
taccuino di pelle, allungò una mano per prenderlo ma
quello scivolò piú giú, non tanto lontano ma abbastanza
per non essere piú ripreso. Joseph si sforzava di dire
qualcosa, vedevo la sua bocca contorcersi per far
affiorare delle parole e piangeva nello sforzo di
esprimere quei suoi ultimi pensieri che invece si
cristallizzarono per sempre sulle sue labbra: pensava
forse a sua madre che sempre gli raccomandava di stare
attento al ghiaccio. Io stavo lí, stretto ai loro corpi,
con occhi sbarrati vedevo continuare la battaglia ed
infine esultare i nostri commilitoni per una vittoria di
cui ormai non m’importava piú. Poco prima uno dei medici
aveva tentato di raggiungerci, ma una scarica di
mitraglia degli alpini lo aveva fermato, così ci
lasciarono lí, insieme come lo eravamo sempre stati e
vedemmo sbiadire con il tempo le parole contenute nel
taccuino di Hans, le pagine girate dal vento, a volte
strappate, e le divise di cui tanto andavamo fieri si
dissolsero poco alla volta lasciandoci quasi nudi, finché
la neve e poi il ghiaccio, quel ghiaccio un tempo amico
che ci aveva fatti conoscere sull’Inn, coprì i nostri
corpi. A me dispiaceva soprattutto per mio padre, che
sarebbe rimasto là, nella bottega, ad aspettare invano un
figlio disperso chissà dove e avrebbe lavorato tanto per
soffrire meno, e le sue mani sarebbero diventate ruvide
come carta vetrata e l’impossibilità di lenire almeno un
poco il suo dolore fu il mio piú grande rimpianto. Ora i
nostri nomi non importano piú. Sepolti nel ghiaccio per
tanto tempo, perfino noi li abbiamo quasi dimenticati:
siamo diventati dei numeri, tre croci in piú di quella
guerra e null’altro. Per lunghi anni abbiamo atteso di
rivedere la luce del sole, che filtrava appena sotto la
spessa coltre di ghiaccio e neve, di sentire ancora la
brezza del vento accarezzarci la pelle e respirare gli
odori agrodolci della primavera sulle cime. Per piú di
ottant’anni gli animali che si spingono fin quassú sulle
crode piú impervie sono stati i nostri unici compagni:
gli stambecchi, qualche marmotta, l’aquila reale che
volando sopra i nostri corpi ci fissava con occhi
stranamente pietosi, per una come lei abituata a non
avere pietà se vuole sopravvivere. I primi tempi anche
lei volteggiava vicino a noi tentando di beccarci,
l’ombra delle sue grandi ali s’avvicinava minacciosa
mentre noi, inerti, aspettavamo la sua discesa sui nostri
corpi per straziarci, con la disperazione di chi non può
difendersi in alcun modo e sa che solo un colpo di
fortuna o la misericordia di Dio potranno evitare la
sciagura. I primi tempi, dicevo, la signora delle cime
tentò di portare al nido dal suo aquilotto pezzi di noi,
ma sempre qualcosa le impediva di afferrarci con i suoi
artigli, fosse un improvviso colpo di vento o un
movimento di vita piú a valle che attirava la sua
attenzione ed allora sospiravamo in silenzio di sollievo
e intanto faceva sempre piú freddo su quel lembo di
montagna. Anche adesso, ora che riposiamo nella terra e
non piú nel ghiaccio, continuiamo a sentire freddo: è il
freddo del non aver avuto la possibilità di dire addio
alle nostre madri, ai padri, alle morose che ci
aspettavano a casa, è il freddo di aver perso la
giovinezza e la vita ancor prima che cominciassero
davvero e forse è ancora il freddo del ghiacciaio che
avvinghia le nostre ossa e non vuole lasciarci andare,
anche se noi ormai siamo lontani dal suo abbraccio
gelido. Un colpo di piccone ci ha fatto rivedere quel
luogo e tutto era cambiato: non piú alpini, non piú
Kaiserschützen né cannoni, né teleferiche e grida e
ordini o camminamenti nella neve, solo silenzio. Mentre
ci toglievano a forza dal ghiaccio intravidi un pezzetto,
piccolissimo, del taccuino di Hans, tanto minuscolo da
risultare invisibile agli occhi degli uomini che
lavoravano per portarci via dalla montagna, ma io lo
scorsi, e da quant’era rovinato e stinto capii che molti
e molti anni erano passati da quel settembre e che
nessuno costruiva piú pattini di legno nella bottega di
Innsbruck. Ho rivisto, dopo averli unicamente sentiti
accanto a me per tanto tempo, i miei amici: Hans aveva
ancora la mano protesa verso il taccuino, Joseph la bocca
aperta, forse per sussurrare un addio. Ho sentito quegli
uomini stupirsi dei miei occhi spalancati: ma è così
quando la morte ti passa accanto e ti afferra prima che
tu abbia il tempo di accorgertene. Adesso siamo qui,
vicini, in un pezzo di terra che non è la nostra terra e
di notte sentiamo ancora lo scricchiolio del ghiaccio
nelle ossa e nessuno sa chi siamo veramente e perciò
abbiamo solo una croce di legno ciascuno, senza alcun
nome scritto sopra. Ma noi li conosciamo: Louis, Hans e
Joseph, fratelli nella vita e nella morte.
MITTERNDORF

Erano tornati da poco dalla funzione della sera. In ogni


casa del paese era grande l’incredulità per le parole
pronunciate dal prete poco tempo prima, talmente
spaventose che nessuno dei partecipanti alla messa
inizialmente le aveva credute vere: tanti avevano pensato
ad uno scherzo, avevano trattenuto un sorriso; altri
osservavano don Giovanni per capire se, per caso, non
avesse alzato un po’ il gomito. Anche il parroco
guardandosi in giro ad un certo punto s’era accorto di
non essere preso sul serio e allora, con un tono che non
ammetteva repliche, aveva ripetuto per filo e per segno
le indicazioni della Luogotenenza e con le lacrime agli
occhi, perché sapeva bene di dover andar via anche lui,
aveva concluso la messa con un: “Facciamoci coraggio,
fratelli. Dio non ci abbandonerà”, ma la voce gli tremava
in gola e tradiva tutta la sua disperazione. Intorno la
gente si accalcava per andargli vicino, chiedere se era
tutto vero e se veramente sarebbero stati costretti ad
abbandonare ogni cosa. E a tutti il povero sacerdote
rispondeva che sì, era vero, che gli austriaci avevano
ordinato di evacuare il paese, che c’era poco tempo e che
altro non sapeva. Ed era vero: a lui non era stato
comunicato nulla di piú e per quanto si sforzasse di
rincuorare gli altri, lui per primo aveva bisogno di un
poco di speranza. Ma dove trovarla, dove, tra quella
gente impazzita che lo assale di domande, urla che dal
paese non se ne andrà a costo di lasciarci la pelle? Alla
fine era riuscito a far sgomberare la chiesa stracolma,
dove all’ultimo erano entrati anche quelli che prima
stavano in osteria e che non partecipavano mai alla
messa, aveva ripetuto un’ultima volta le norme stabilite
per la partenza dal paese: portare con sé non piú di
cinque chilogrammi di effetti personali, cercando di
privilegiare il cibo ed i vestiti (per quanto una
fotografia o un oggetto caro possano costituire un cibo
per l’anima ben piú importanti) e scrivere sulle valigie
l’indirizzo di Salisburgo. “Ma dov’è che andremo, don
Giovanni?” gli chiese una vecchina che tremava tutta, e
alla sola idea di abbandonare il paese si sentiva morire.
“Non lo so, Maria, non lo so. Ma io sarò con voi”. Erano
state quelle ultime parole a risollevare per un attimo il
morale ai presenti: “Se il signor parroco viene con noi”
pensarono “vuol dire che non saremo del tutto soli ad
affrontare il nostro destino”. Aveva spento le candele
votive mentre anche gli ultimi fedeli s’incamminavano
verso casa, chiuso a chiave le porte della chiesa. Mentre
si avviava verso la canonica lí vicina, sentiva ancora il
brusio degli abitanti che per le vie parlavano della
tragedia che li aveva colpiti, i pianti e la rabbia di
molti. Andavano verso casa, a consolarsi l’un l’altro:
solo lui restava solo, senza un volto amico cui
rivolgersi per alleviare le proprie pene. Non c’era piú
neppure la perpetua, morta mesi prima e fino a quel
momento don Giovanni non aveva ancora trovato una
sostituta. “Pazienza” si disse “ormai non servirà piú”.
Prese posto al piccolo tavolo della cucina, con il volto
tra le mani. Era arrivato in quella comunità sette anni
prima, giovane sacerdote pieno d’entusiasmo, e si era
innamorato del paesino tra le montagne, dell’aria pura
che si respirava a quell’altitudine, dei boschi e delle
acque limpide dei suoi torrenti; gli era piaciuta anche
la gente. Un po’ chiusa all’inizio, ma semplice e
diretta, in definitiva: buona. Era gente abituata a
lavorare tanto, chi nei campi, nelle stalle e sulle
malghe che punteggiavano le cime, chi nei boschi a
tagliare la legna, persone che avevano poco tempo per
discutere di sofismi o filosofie e quel poco che dicevano
era quasi sempre legato alle attività pratiche cui si
dedicavano giorno e notte, alla famiglia, alla fede. Sì,
perché in quel luogo don Giovanni aveva trovato buoni
cristiani, che non dimenticavano di andare a messa la
domenica o di fare un’offerta alla Madonna o accendere un
cero quando le loro preghiere venivano ascoltate;
soprattutto, comprendevano appieno il significato del
termine solidarietà, e quando uno di loro aveva bisogno
d’aiuto mettevano da parte i rancori o le inimicizie che
inevitabilmente esistevano tra le famiglie o tra i
singoli individui, e cercavano di rendersi utili. Si era
integrato perfettamente, tanto che ormai gli sembrava
quasi di esser nato in quel luogo e di ogni uomo, donna o
bambino poteva ricordare un fatto, un episodio che
l’avevano visto protagonista e parlava perfettamente il
dialetto della zona, mentre aveva quasi scordato il suo.
Dal canto loro gli abitanti vedevano nella sua figura
timida ed al tempo stesso risoluta una sorta di mite
protettore d’anime e gli si rivolgevano per ogni
sciocchezza per avere un consiglio. Come quella volta in
cui Giacomo gli aveva mostrato le patate del campo appena
zappate fuori dal terreno, mezze marce, e gli aveva
domandato se per caso quello fosse un castigo di Dio per
essersi addormentato la domenica delle Palme, o quella
volta che i bambini del catechismo, per fargli uno
scherzo, l’avevano chiuso nel confessionale o quando,
anni prima, un incendio aveva danneggiato gravemente un
casolare isolato dal paese e don Giovanni aveva ospitato
in canonica quella famiglia per tre mesi. Eppure,
nonostante l’affetto che la gente gli dimostrava, il
prete aveva costantemente il timore di non essere
all’altezza di certe situazioni, di sbagliare in qualcosa
e di non essere un buon sacerdote per i suoi
parrocchiani. A questo pensava quella sera don Giovanni,
dopo aver dato l’annuncio dell’imminente partenza dal
paese verso l’Austria. Il primo gruppo sarebbe partito
due giorni dopo e lui aveva deciso di andare con quegli
sfollati; gli altri li avrebbero seguiti a distanza di
pochi giorni. Per quanto tempo sarebbero stati via,
lontani dal paese? Dove li avrebbe mandati il governo
austriaco, in quel momento impegnato con le sue compagnie
di soldati proprio su quelle cime che a don Giovanni
piacevano tanto? Erano interrogativi cui per il momento
era impossibile dare una risposta. Nessuno riuscì a
dormire quella notte; le fiammelle delle candele accese
illuminarono le finestre di bagliori di luce: pregarono
tutti chiedendo alla Madonna di restare in paese, di non
dover lasciare i muri della casa in cui avevano gioito e
sofferto, dove erano nati i loro figli, dove i vecchi
volevano morire nel loro letto, e le strade dove
correvano i bambini e le fontane dove al mattino le donne
cantavano lavando i panni e la piazza della chiesa dove
si parlava del piú e del meno e dove iniziavano le
processioni di maggio, ed i ponti sopra i torrenti
scroscianti e i prati dove era faticoso tagliare l’erba
con il caldo dell’estate ma era bello fermarsi all’ombra,
alla fine, e bere insieme un bicchiere di vino. E
chiesero di non dover lasciare gli animali che, quasi
consapevoli che qualcosa di terribile stava per accadere
si agitavano inquieti nella stalla, e il cimitero dove
riposavano per sempre i loro morti. Perfino i sassi dei
muretti a secco costruiti a margine delle viuzze strette
e ripide e le viole del pensiero che sbucavano qua e là
tra le crepe costituivano motivo di nostalgia e
rimpianto, e addirittura i lunghi e freddi inverni di cui
tanto si erano lamentati parevano ora insostituibili e
belli ai loro occhi. Fino all’ultimo la gente portò lumi
nella chiesetta tanto che l’altare maggiore splendeva
rischiarato da centinaia di luci. Furono suppliche non
ascoltate o, semplicemente, ascoltate ma non esaudite per
misteriose ragioni. Due giorni dopo, infatti, il primo
gruppo era radunato in piazza e c’era voluto un bel po’
perché tutti gli abitanti della frazione fossero pronti.
Ognuno aveva lasciato libere le bestie, carezzandole
un’ultima volta, e tutti sfioravano piano le casette
chiuse e ormai disabitate e quando per caso un pezzetto
d’intonaco cadeva loro in mano, lo riponevano in tasca
come il piú prezioso dei tesori e non staccavano gli
occhi dal loro piccolo mondo fino a quando l’abitazione
non scompariva alla loro vista dietro una curva, un
pendio, ed allora le lacrime trattenute fino a quel
momento esplodevano senza sosta, e tutti, chiusi nel loro
personale dolore, condividevano la medesima angoscia. Don
Giovanni aveva fatto lo stesso chiudendo la porta della
canonica e, per ultima, la chiesa. Aveva soffiato sui
lumi accesi, li aveva spenti uno ad uno senza fretta, si
era inginocchiato nel primo banco di fronte alla statua
di Santo Stefano e singhiozzando aveva rivolto un’ultima
preghiera; non per restare, stavolta, ma per tornare
presto a casa. Poi aveva preso i suoi paramenti sacri, il
breviario, il calice per le ostie da distribuire durante
la Messa, ed era arrivato in piazza accolto dai suoi. Che
spettacolo gli si presentò! Quella brava gente, di solito
tanto dignitosa e composta nel mostrare i propri
sentimenti, stava ammassata in un blocco, quasi a ergersi
in un muro di difesa, ognuno con la sua valigia sotto
braccio e un’espressione desolata dipinta in viso. Quanto
avrebbe voluto sacrificarsi al loro posto, essere
martirizzato come il povero Santo Stefano, piuttosto che
vederli ridotti in quello stato! Si avvicinò e subito la
muraglia si divise per lasciarlo passare, per richiudersi
istantaneamente dopo il suo passaggio: intorno stavano
militari e gendarmi a controllare le operazioni di
sgombero, e chi si preparava a sfollare, anche i bambini,
li fissava con occhi torvi, in un muto rimprovero. “Dove
ci porteranno, don Giovanni? Non hanno voluto dirci
niente” chiedevano indicando i militari e don Giovanni
poteva solo rispondere come la sera dell’annuncio, cioè
spiegando che anche lui non conosceva la loro
destinazione ma che “ovunque andremo, Cristo sarà con
noi”. Stavolta però le parole non ebbero lo stesso
effetto della volta precedente, anche se nel pronunciarle
il sacerdote aveva sorriso, aveva stretto mani, asciugato
qualche lacrima: pazzi di dolore per essere strappati
dalle proprie radici come piantine brutalmente tolte dal
terreno, a nessuno era di gran conforto sapere che Cristo
li seguiva in quell’odissea. Quelli del gruppo destinato
a partire tre giorni piú tardi non si erano fatti vedere,
giú nella piazza: stavano sui balconi, alle finestre,
avevano deciso di salutare così gli amici che partivano,
come temessero di abbandonare le case prima del tempo e
volessero godere di ogni minuto, ogni attimo in più di
quell’intimità domestica ed allo stesso tempo guardavano
incuriositi la folla radunata, pronta all’addio,
consapevoli che di lí a poco sarebbe toccato anche a
loro. Gli altri, in attesa di un ordine per intraprendere
il lungo cammino, si accorgevano appena di ciò che
accadeva loro intorno, e udivano solo voci spezzate e
lamenti: ma se avessero notato la gente del paese
affacciata alle finestre, ne avrebbero provato invidia.
Un’invidia effimera, è vero, per un privilegio destinato
a dissolversi in brevissimo tempo, ma avrebbero dato
qualunque cosa per dormire ancora una notte, una sola,
nel proprio letto. Poi l’ordine giunse e la lunga fila di
persone, scortata dai militari, abbandonò il paese con
passi pesanti e lenti, per prolungare anche solo di un
secondo la permanenza su quel suolo. Sudavano sotto i
panni che avevano indossato: per portare via di nascosto
un po’ piú di roba sotto l’abito estivo avevano messo
camicie invernali, qualche maglione, mutande di lana,
conciando così anche i bambini, e fuori c’era il caldo
d’agosto. Un po’ alla volta sul corteo scese il silenzio
e giunti dinanzi al camposanto tutti tacquero e fecero il
segno della croce, salutando i propri cari: ogni famiglia
il giorno prima aveva portato fiori freschi sulle tombe,
ben sapendo che da quel momento in poi nessuno si sarebbe
piú curato dei morti. Alcuni vecchi e diversi ammalati
stavano nei carri della Croce Rossa e tenevano gli occhi
bene aperti e si sporgevano per vedere l’ultimo lembo di
Vermiglio mentre si allontanavano. Erano ormai alla fine
del paese. Ignorando gli ordini dei gendarmi che li
spronavano a proseguire, la processione si arrestò di
colpo e grandi e piccoli si girarono come per tornare
indietro: ma indietro non si poteva tornare. Allora
rimasero lí, muti, uno accanto all’altro, ad osservare
quei tetti e quelle strade tanto familiari, e la cima
della Presanella, e con il cuore salutarono tutto quanto
avevano di piú caro. Don Giovanni, in mezzo a loro, non
parlava, incapace di articolare una sillaba, ma con il
solo sguardo cercava d’infondere speranza nella sua
gente, la speranza di dire arrivederci e non addio.
Camminarono per i venti chilometri che li separavano
dalla ferrovia e gli unici rumori erano i continui
lamenti di chi non si rassegnava, le domande sulla
destinazione di quel viaggio che la gente sussurrava di
tanto in tanto e che nessuno osava porre ai soldati;
intanto da ogni casa dei paesi della valle al loro
passaggio si levavano mani in segno di saluto ed occhi
che vedevano passare la mesta sfilata e provavano pena
per loro. Il piccolo popolo in marcia procedeva
meccanicamente; le madri si stringevano ai padri, ai
figli, ai nonni come a farsi forza a vicenda, e si
consolavano un poco pensando che pur avendo lasciato il
paese, erano essi stessi ancora un paese. I valligiani ai
bordi della strada offrivano latte per i piú piccoli, del
pane, qualche biscotto per il viaggio ed era tutto ciò
che potevano fare per aiutare quelle povere anime. I
gendarmi li scortavano senza una parola, impassibili alle
loro sofferenze ma don Giovanni, che stava proprio vicino
a uno di loro, notò che l’uomo teneva la testa bassa,
quasi si vergognasse dell’ignobile compito che era tenuto
a svolgere e per la prima volta dalla sera dell’annuncio
sperò di nuovo in un pizzico di benevolenza da parte dei
soldati dell’imperatore. “Chissà che cosa ci aspetta”
pensava “forse non sarà così terribile” e mentre pensava
un bambino di forse tre anni cadde a terra davanti a lui,
esausto per quella marcia troppo lunga per le sue
gambette. La madre non aveva potuto portarlo in braccio:
con una mano stringeva la valigia, con l’altra il bambino
piú piccolo, di pochi mesi. Don Giovanni si avvicinò al
bimbo e, fatto un cenno alla madre, si offrì di portarlo
lui fino in stazione ed il bambino s’addormentò non
appena appoggiò il capo sulla sua spalla. Notando lo
sconforto sempre maggiore della sua gente, prese a
recitare qualche preghiera, e subito un coro di voci si
unì alla sua e a quel punto sembrava davvero una
processione religiosa, di quelle che tante volte aveva
celebrato a Vermiglio. Cercava di fare del suo meglio,
don Giovanni, sempre roso, comunque, dalla paura di
essere inadatto a gestire quella situazione: non sapeva
bene che cosa dire, forse quel gregge di uomini si
aspettava delle parole diverse di conforto, voleva una
presenza piú coraggiosa della sua. È vero, quello era un
gregge, tuttavia lui non si sentiva il buon pastore ma un
pastore e basta, cercava di essere una guida senza sapere
se fosse stato fino a quel momento (e a maggior ragione,
se lo sarebbe stato in seguito) una buona guida.
Finalmente giunsero alla stazione, dove una folla li
attendeva per porgere ancora dei viveri e per rincuorarli
e, ad essere sinceri, era gente che suscitava quasi odio
piú che riconoscenza, perché restavano mentre gli altri
partivano. Salirono lentamente sulle carrozze, in realtà
spogli vagoni riempiti di paglia, e c’era chi sperava in
un guasto, almeno in un ritardo: ma il treno partì in
perfetto orario. Stanca, la comunità dell’esodo lasciava
scivolare lo sguardo sul paesaggio fuori del finestrino e
attraverso gli occhi gonfi di lacrime vedeva scorrere i
paesi del fondovalle tanto noti, i frutteti con le mele
che neanche un mese dopo sarebbero state colte, il fiume
che gorgogliando, scorreva piú in basso e la spuma bianca
creata dall’acqua tra i sassi, visibile anche a distanza,
i contadini che falciavano il fieno sotto il sole e,
nell’udire il fischio del treno, si toglievano il
cappello come si fa quando passa qualcuno di importante,
o quando qualcuno muore. Ed era infatti come se la morte
stessa viaggiasse su quel treno, perché nessuno sentiva
piú appartenergli la vita. Don Giovanni cercava
disperatamente di riportare alla mente le impressioni di
quando, anni prima, era arrivato in valle per la prima
volta; gli era sembrato un posto primitivo e soffocante,
chiuso tra una corona di montagne con i paesi in basso
come in una ciotola e la gente gli era parsa schiva e
taciturna. Erano impressioni svanite nel giro di qualche
giorno e in quel momento il sacerdote vedeva allontanarsi
sempre piú la valle e la rimpiangeva come fosse stata il
Paradiso Terrestre. Infine, anche l’ultimo paesino
scomparve e tanti furono i sospiri e i pianti e il prete,
che pure aveva molta voglia di piangere, si trattenne per
far intendere alla gente che la disperazione non si era
impadronita anche del suo essere; una bugia, certo,
necessaria però al fine di sostenere almeno un poco il
morale degli sfollati. Anche la vecchina che tremava
continuamente notando la sua fermezza smise per un attimo
di tremare, ed una flebile speranza si fece spazio nei
cuori di tutti. Intanto il viaggio proseguiva e solamente
quando, il pomeriggio del giorno dopo, il treno si
arrestò per farli scendere, su un cartello in legno
lessero il nome della località: Mitterndorf. Pioveva ed
il cielo plumbeo, unito all’insonnia della notte ed alla
fame (i soldati avevano distribuito solo pane duro ed
acqua) contribuì ulteriormente a svelare alla popolazione
tutta la miseria della loro nuova sistemazione: davanti a
loro si estendeva un campo costellato da un’infinità di
baracche di legno. Non esistevano finestre e l’acqua
piovana penetrava nelle baracche inzuppandole mentre il
terreno era ridotto a fanghiglia dove le scarpe
sprofondavano ad ogni passo. “Mio Dio! Sarà questo il
posto dove dovremo vivere?” chiedevano costernati i
profughi, mentre i soldati facevano segno di entrare
nelle baracche, tre o quattro famiglie in ognuna, e di
prepararsi un giaciglio con la paglia ammucchiata in
fondo al campo. A piccoli gruppi, esitando, entrarono
nelle casupole, con i bambini che piangevano, i vecchi
che ripensavano alla legna che l’inverno prima
scoppiettava nel focolare della loro casa ormai
abbandonata, incapaci di credere alla loro sorte; dentro
non c’era nulla, neppure un letto, un tavolino, solo le
pareti nude di legno, umide d’acqua. Non avevano dove
dormire, di che mangiare, non sapevano come e dove
lavarsi. Allora in ogni baracca del campo le urla si
mischiarono alle imprecazioni, e neppure don Giovanni si
azzardò a riprendere chi bestemmiava. Nella mente di
ognuno un pensiero: come sopravviveremo? I soldati
stavano ai margini del campo, in nessun modo cercavano di
aiutare i profughi e di spiegare loro almeno
l’essenziale: avrebbero imparato tutto da soli, in quei
lunghi mesi di prigionia. La rabbia di don Giovanni fu
grande, specialmente verso quel militare che aveva
camminato accanto a lui e che gli era sembrato un
brav’uomo, nonostante tutto. Il sacerdote si era
sistemato in una baracca all’incirca a metà campo, con la
famiglia del bambino che aveva tenuto in braccio ed altri
tre nuclei che comprendevano due vecchi malati. Ancora
una volta riuscì a dominarsi, uscì dalla baracca e chiamò
a raccolta la folla, organizzando uomini e donne che
avevano il compito di trasportare la paglia che sarebbe
servita da giaciglio e di coprire con vestiti e materiali
di fortuna le finestre delle baracche. Ci vollero ore
prima di dotare ogni baracca di un letto di paglia,
anch’essa mezza fradicia, per famiglia, e pochi furono i
fortunati a dormire al riparo dalla pioggia. Ma quella
prima notte sul suolo austriaco nessuno riuscì a dormire,
come già era accaduto le sere precedenti, e chi non aveva
le finestre coperte scorgeva lo scintillio delle stelle,
e anche quelle gli sembravano diverse dalle stelle che
splendevano nel cielo a Vermiglio. In quei primi giorni,
per non cedere alla malinconia, tutta la popolazione si
attivò per organizzare il campo delle baracche, dove
mancava tutto, anche l’acqua. Un gruppo di donne scorse
poco lontano un fiume delle cui acque, a volte anche un
poco torbide, furono riempiti dei secchi e portati nelle
baracche e dove la gente si recava a lavarsi per
togliersi di dosso il puzzo e la stanchezza di quel
viaggio; un po’ alla volta furono coperte altre finestre
ma si scoprì ben presto che in quel modo la pioggia non
entrava ma così isolate le baracche diventavano dei forni
con il caldo soffocante di quell’estate. Dopo queste
occupazioni però, restava tutto il resto della giornata
per pensare e la voglia di vivere si stava spegnendo un
po’ alla volta, come un lumino. I soldati distribuivano i
pasti due volte al giorno: una scodella di minestra e un
pezzo di pane che consentivano appena di sopravvivere.
Dopo la cena la popolazione si riuniva al centro del
campo, insieme a don Giovanni che confinato in quel luogo
sentiva tutta la propria impotenza, mentre nel frattempo
era arrivato anche l’altro gruppo degli sfollati, non
meno spaventato di chi l’aveva preceduto. Erano appunto
riuniti nello spiazzo fuori della baracca del parroco,
circa dieci giorni dopo la partenza dal paese, quando
riemerse la voglia di essere di nuovo una comunità
attiva, abbandonando l’atteggiamento disfattista e
rassegnato in cui si erano crogiolati per giorni, quasi
incapaci di risvegliarsi da quello che sembrava un brutto
sogno. Non erano certo facce allegre quelle che si
presentarono a don Giovanni, ma lui notò
quell’impercettibile cambiamento: erano stanchi di
gironzolare per il campo e non fare nulla, aspettando il
giorno in cui, forse, avrebbero lasciato quella vita e
non sarebbero piú stati prigionieri.

“Che cosa possiamo fare, don Giovanni? Vogliamo lavorare


ma qui non sappiamo da dove cominciare” disse l’uomo che
il sacerdote aveva ospitato dopo l’incendio a Vermiglio.
Si capiva che tutti erano ansiosi di darsi da fare in
qualche modo, e don Giovanni sapeva che il lavoro, e
soprattutto la stanchezza che procura, era l’unico modo
per frenare i ricordi e costringere la mente a
concentrarsi su qualcosa di diverso che non fossero le
case spoglie e le poche ricchezze murate nelle pareti
lasciate senza custodia. Anche lui, del resto, non faceva
altro che pensare alla chiesa, chiusa e, magari,
saccheggiata dagli austriaci e al povero Santo Stefano
forse già estratto dalla sua nicchia e fatto rotolare
chissà dove per divertimento dei militari. Se lo
raffigurava perfino, mutilato e scrostato, riverso sui
ciottoli di qualche stradina sottostante la chiesa,
coperto dai sassi che secoli prima erano serviti a
martirizzarlo; allora sentiva dentro come un fremito ed
un dispiacere tale che doveva allontanare al piú presto
quei pensieri. Con nuova forza si rivolse alla gente che
aspettava ansiosa una risposta.

“Cari fratelli e sorelle” iniziò “è vero, dobbiamo


rimboccarci le maniche per non impazzire. Qui, come avete
visto, manca tutto…ma noi siamo ancora un paese, anche se
privato di case, e mura, e prati e come tale dovremmo
vivere fino al giorno in cui la liberazione verrà, perché
sono sicuro che quel giorno arriverà. Siete falegnami,
boscaioli, calzolai, sarte…avrete di certo con voi, nelle
valigie, ago e filo, forbici, e attrezzi e quanto serve
per questi lavori. C’è bisogno di tutto, più che mai
della fede. Per questo domenica celebrerò la messa, qui,
in questo spiazzo…poi si vedrà”.

Don Giovanni aveva parlato spinto dall’impulso ed a


discorso finito, quando attorno a lui la gente pareva
animata da un nuovo scopo e qualcuno era già corso a
svuotare la propria valigia e mettersi all’opera, un
lieve rossore gli colorò le guance. Timoroso di essersi
infervorato troppo e di aver dato troppa speranza ai
compaesani, non si accorse neppure dei benefici che le
sue parole erano riuscite ad apportare nell’animo dei
presenti. Così il campo gradualmente si trasformò: vi
regnavano ancora la fame, le malattie e la tristezza, ma
sorsero spazi dove si fabbricavano e si riparavano le
scarpe, si cucivano vestiti, si segavano le assi per
aggiustare le baracche. Furono attività dapprima svolte
dove capitava, poi, grazie all’interessamento di don
Giovanni presso i soldati, in apposite baracche, in
seguito retribuite con un magro stipendio da parte dei
militari stessi, che si rivolgevano agli artigiani per
questo o quel lavoro o per far cucire una giacca; anche
la messa, dopo l’iniziale celebrazione sul piazzale, fu
officiata in un edificio apposito, dove comunque il prete
si era rifiutato di lasciare i paramenti sacri e quello
che aveva portato via: li teneva con sé nella baracca,
per paura di qualche furto da parte dei militari. Si
organizzò una scuola per i bambini con un corpo docente,
persino un teatro che portava in scena commedie
dialettali capaci di strappare qualche sorriso al
pubblico. Nonostante questo, nessuno era riuscito a
raggiungere l’obiettivo di accantonare per un poco il
pensiero del paese, per soffrire meno, e ogni legno,
sasso e filo d’erba che capitava sotto agli occhi degli
sfollati ricordava loro le case, i muretti a secco e i
prati di Vermiglio, e tutti soffrivano in ugual modo come
fosse sempre il primo giorno. Don Giovanni era accanto a
ognuno e li ascoltava come faceva quand’era in valle ma
la sera mangiava in fretta e se ne andava al fiume e,
sicuro di non essere visto da nessuno, pregava Dio di
liberarlo da quel peso. “Come posso io confortare questa
gente ancora per i mesi, o per gli anni che verranno”
pensava “quando sono io ad aver bisogno per primo di una
spalla su cui piangere, quando sono io il primo a
dubitare che per noi ci sarà un futuro fuori da qui?”.
Quanto sentiva la necessità di parlare con qualcuno, di
ricevere una parola di speranza…ma non poteva certo
chiederla ai suoi parrocchiani, che si aspettavano
proprio da lui le parole giuste per tirare avanti, che
mai avrebbero immaginato i tormenti della sua anima. Si
rendeva conto delle condizioni spaventose in cui versava
il campo, a cominciare dalla carenza di cibo che rendeva
uomini e donne sempre piú deboli ed emaciati, alle cure
mediche pressoché inesistenti, tuttavia cercava di non
far trasparire le sue preoccupazioni agli occhi degli
altri. Non era trascorso un mese e mezzo dall’arrivo al
campo che si registrò la prima vittima, una bambina di
neppure un anno morta dopo aver contratto la tubercolosi.
Grande fu lo sconcerto fra la comunità ed immenso il
dolore per aver perso quella piccola vita; era stata
ricoverata alla modesta infermeria solo una settimana
prima, ma non c’erano medicinali adatti a curarla e la
piccola si era spenta senza che fosse stato possibile
fare alcun tentativo per salvarla. Al dolore dei genitori
si unì lo sdegno della popolazione nell’apprendere che i
soldati volevano tumulare il corpo a diversi chilometri
dal campo, nel cimitero d’un borgo abbandonato, “al fine
di evitare la diffusione di epidemie” dissero.

“Non lasciatela portare via da quelli!” gridavano “Avremo


almeno il diritto di stare vicino ai nostri morti”.

“Ci parlerò io” aveva promesso il prete, ed era riuscito


–cedendo loro il piccolo libro di preghiere regalatogli
dai genitori con mille sacrifici in occasione della sua
ordinazione, splendidamente ornato da miniature che
valeva una piccola fortuna ed aveva conservato per le
emergenze- a convincere i soldati a recintare un terreno
fuori dal perimetro delle baracche, ma comunque vicino
rispetto al cimitero del villaggio. A parte i malati e i
vecchi, tutti parteciparono alla cerimonia funebre e
quando la piccola bara, costruita dai falegnami, fu
calata nella fossa, ognuno pensò che era solamente la
prima bambina che non sarebbe cresciuta tra le montagne,
ed avevano ragione. Nei mesi successivi il terreno
consacrato dal sacerdote si riempì rapidamente di croci:
non si salvò neppure il bambino che don Giovanni aveva
portato in braccio il giorno dell’esodo ed in generale i
piú piccoli e gli anziani non riuscirono a contrastare le
malattie infettive che si spargevano veloci come il vento
tra le baracche. Don Giovanni provava un’angoscia tanto
forte che si stupiva non poco nel constatare che gli
altri non la notassero minimamente; cominciava seriamente
a dubitare dell’esistenza di un Dio, perché non
comprendeva più i suoi disegni. A che cosa dovevano
servire tutte quelle morti? Perché, se da qualche parte
esisteva Dio, permetteva che tanta gente soffrisse in
quella maniera? Un giorno, turbato da questi quesiti,
aveva addirittura pensato di rinunciare alla sua missione
per essere solo un uomo tra gli uomini e mai piú un
prete, ma proprio in quel momento l’avevano chiamato per
battezzare un nuovo nato e lui aveva dimenticato i suoi
propositi. C’era anche la vita nel campo, d’accordo, ma
erano talmente tanti i morti che si faticava a gioire per
una nascita perché non c’era di che mangiare, e spesso i
neonati morivano dopo pochi giorni: per questo il
sacerdote li battezzava appena venuti al mondo. Così era
trascorso il primo anno, e poi il secondo, durante il
quale se ne andarono anche i due malati della sua
baracca. I bambini andavano a scuola, erano stati
celebrati anche dei matrimoni, ma i superstiti di quella
strage restavano prigionieri ed anelavano sempre piú il
ritorno a casa. Don Giovanni aveva organizzato il campo,
mantenuto i rapporti con gli austriaci, era stato la
roccia cui rivolgersi per ogni dispiacere, ogni lacrima
versata, ed era grande l’affetto che la gente nutriva per
lui, eppure nessuno si era mai accorto della sua
solitudine. Grazie al rispetto guadagnato nei confronti
di un militare austriaco, il parroco aveva saputo che
erano in corso trattative per il rimpatrio, ma non
essendo verificabile la notizia, aveva deciso di non
comunicare la novità agli sfollati per non illuderli
inutilmente. Non aveva trovato risposte ai suoi dubbi
sulla fede, aveva semplicemente continuato il suo compito
rendendosi conto che, nonostante le numerose perdite, la
piccola comunità era sopravvissuta, e in questo
inconsciamente vedeva una specie di grazia divina. Circa
un mese piú tardi, il soldato austriaco gli comunicò la
tanto attesa notizia; don Giovanni, che come tutti gli
altri aveva aspettato con ansia quel giorno, era felice
per loro. Sapeva di essere malato gravemente e che non
avrebbe rivisto la chiesetta e la cima della Presanella,
ne verificato se Santo Stefano stava ancora al suo posto
oppure no. Cercava di fingere come meglio poteva, non
voleva occupare un letto nell’infermeria già sovraccarica
di malati e così si trascinò fino alla domenica
successiva, quando, febbricitante, annunciò l’ormai
prossima partenza dal campo. Ed accadde allora come la
sera dell’annuncio, quando non avevano creduto alle sue
parole o non volevano crederle, ma allora erano parole di
dolore e non di gioia come in quel momento. E come allora
il prete aveva dovuto ripetere la notizia, e solo dopo
dalla moltitudine che affollava la chiesa si erano levate
grida e pianti e la gente correva ad abbracciarsi e
cantava allegra per le strade del campo le canzoni della
montagna, come non succedeva da anni. Lui aveva chiuso la
chiesa, ancora portando con sé il breviario ed il resto
ed era tornato alla baracca buttandosi subito sul suo
giaciglio. Un’ora dopo, quando le famiglie che vivevano
con lui rientrarono ebbre di felicità, lo trovarono
delirante: chiamarono a raccolta l’intero campo, lo
trasportarono immediatamente all’infermeria. Il prete
bofonchiava frasi senza senso su una statua e dei sassi,
scottava ormai come la brace. L’infermiera, una donna del
paese che aveva visto molti casi di quel genere, capì
subito di che cosa si trattava: tifo. Lo adagiarono in un
letto in fondo alla corsia, mentre l’infermiera preparava
l’occorrente per far scendere un po’ la febbre, ed era
tutto quello che poteva fare per lui. La gente accorreva
per assistere il sacerdote e per tutti era impensabile
perdere l’unico punto di riferimento che avevano avuto in
quella drammatica esperienza; lo vegliarono a turno in
quei giorni, mentre contemporaneamente preparavano di
nuovo le valigie. Chiedevano all’infermiera se fosse il
caso di portarlo via con loro oppure se era possibile
restare con lui fino alla guarigione e tornare poi
insieme a Vermiglio, ma quella scrollava il capo come a
dire che erano discorsi inutili. Don Giovanni aprì gli
occhi solo il giorno prima della partenza, quando già un
gruppo di uomini aveva deciso di restare per non
lasciarlo solo e nel vedere tutta la sua gente radunata
attorno a lui, e pronta a restare in quell’inferno solo
per lui, capì finalmente di essere stato un buon pastore
e non un pastore e basta, e con questa contentezza e
l’augurio appena sussurrato di un buon ritorno chiuse gli
occhi per sempre. La scomparsa del parroco, ma prima di
tutto di un buon amico per ognuno, attenuò di molto la
gioia del ritorno; furono costretti a lasciarlo lí,
infine, a seppellirlo in quel cimitero invaso di croci, e
recitarono a turno la messa perché non c’era più colui
che doveva celebrarla, ed al passaggio della bara anche i
militari che non avevano mai mostrato un briciolo di
umanità per gli sfollati si tolsero il cappello. Poi, era
il momento di andare. Guardarono un’ultima volta il campo
dove avevano vissuto quei lunghi anni, e quasi ogni
famiglia se ne andava lasciando nella terra qualcuno e
quando finalmente rividero le loro case, rivolsero a
questi il loro pensiero. Il paese, occupato fino a poco
tempo prima dai soldati austriaci, era distrutto, non
trovarono piú le poche ricchezze murate nelle pareti.
Anche la chiesa era stata danneggiata, all’interno
mancava quasi tutto: restava, muta nella sua nicchia,
solo la statua di Santo Stefano. Chi aveva sentito le
parole apparentemente incomprensibili di don Giovanni
mentre veniva accompagnato all’infermeria, riuscì in quel
momento a comprenderle e sorrise, perché qualcosa del
paese si era salvato: avrebbero trovato da lí la forza di
ricominciare.
Questi e altri racconti li potrete leggere ne
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Lara Zavatteri

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