dossier

A destra:
Attivisti
dell'associazione
Peace Now manifestano
per chiedere la fine
dell'occupazione e lo
stop alla costruzione
delle colonie
nei Territori occupati
(foto Olivier Fitoussi/
Flash90)

Le VOCI di dentro
Manuela Borraccino

M

anca solo un anno alle celebrazioni promosse dal governo israeliano per il
cinquantenario della«liberazione» della Giudea e Samaria, l’odierna Cisgiordania, nella Guerra dei Sei giorni del 1967. Una ferita per i palestinesi e per la comunità internazionale, ma non per la leadership israeliana ed i suoi sostenitori.
È questo paradosso ad aver spinto un gruppo di diplomatici e docenti universitari israeliani a dar vita, a fine 2015, al movimento-ombrello internazionale Salva Israele, ferma
l’occupazione, che aspira a coinvolgere la diaspora e «tutti gli uomini e le donne di
buona volontà, ebrei e non ebrei», per porre fine alla «più grande marcia della follia
nella storia di Israele» nelle parole dello storico ed ex ministro degli Esteri Shlomo Ben
Ami. Hanno esplorato per decenni le profonde contraddizioni di Israele. Con le torce
delle scienze sociali, hanno delineato i muri invisibili eretti in 49 anni dalla psicologia
dell’occupazione, che ha profondamente modificato l’identità collettiva del Paese e
la sua cultura politica. Hanno deciso di passare dalle aule universitarie al foro pubblico per spiegare ai loro concittadini come «l’ethos del conflitto» stia conducendo
Israele verso l’abisso. Sono quelle manipolazioni dell’immaginario collettivo, insistono, a far sì che 570 mila coloni non considerino immorale risiedere con la forza in 125
colonie nei Territori palestinesi occupati illegalmente secondo le Risoluzioni internazionali, costati l’equivalente di oltre 100 miliardi di euro. Ai nostri lettori proponiamo
un viaggio alla scoperta delle «voci di dentro», autorevoli e scomode, che chiedono
spazio nel dibattito sociale e politico della complessa e frammentata società israeliana. Uomini e donne che intendono «servire la patria» con le armi della denuncia e
della speranza in un futuro migliore.

MAGGIO-GIUGNO 2016

TERRASANTA 27

L

28 TERRASANTA

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Chiamare le cose
con il loro nome

I

l 26 marzo 2003 l’allora premier
israeliano Ariel Sharon lasciò
attoniti i parlamentari e il pubblico
israeliano quando disse che «non
si potevano tenere tre milioni e
mezzo di palestinesi sotto occupazione» e che «l’occupazione
non poteva durare a tempo indeterminato». A suscitare clamore
non fu l’affermazione in sé, ma il
fatto che per la prima volta il leader del Likud, uno dei principali
artefici della colonizzazione in Cisgiordania e a Gaza, che aveva
sempre citato i Territori come «regioni liberate» del Grande Israele,
usasse la parola «occupazione».
Nel luglio 1967, sei settimane dopo la fine della Guerra dei sei
giorni, una nota riservata del capo
di stato maggiore Yitzhak Rabin al
ministro della Difesa Moshe Dayan
aveva alluso ad «accadimenti nei
territori occupati». Alcuni giorni
dopo una «mano invisibile» sostituì l’aggettivo «occupati» con il
ben più soave «liberati». Da allora
la posizione ufficiale dei governi
israeliani è sempre stata quella di
parlare di territori «contesi» (under
dispute) e non «occupati», sulla
base dell’assunto che i territori
non erano mai stati sotto sovranità
giordana o egiziana.

Siso:«Vogliamo
salvare Israele»
immaginare una società occidentale più razzista di quella israeliana», attaccava l’editorialista
Gideon Levy.
Il tentativo da parte dello stato
maggiore israeliano di minimizzare la sparatoria di Hebron e
l’esplosione di un bus a Gerusalemme che, il 18 aprile scorso, ha
provocato una vittima e 20 feriti
hanno riacceso ancora una volta i
riflettori sulle radici della violen-

za. Ovvero sull’occupazione e su
«quella visione distorta della realtà che sta conducendo gli israeliani al bivio fra la democrazia e
l’aberrazione dell’apartheid»,
dicono i fondatori del movimento
Save Israel Stop the Occupation
(Siso), ovvero «Salva Israele, ferma l’occupazione», nato a fine
2015 da un gruppo di docenti universitari, diplomatici e attivisti
israeliani con il sostegno di perso-

nalità della diaspora e sotto la
guida dello psicologo politico
Daniel Bar-Tal (vedi intervista a p.
33). L’organizzazione-ombrello
annovera personalità di primo
piano nella storia di Israele, fra i
quali lo storico ed ambasciatore
Eli Barnavi, il politologo Menachem Klein, la manager pacifista
Jessica Montell, direttrice generale dal 2001 al 2014 dell’organizzazione israeliana per i diritti umani

B’Tselem. «Il fallimento di innumerevoli iniziative di pace – denunciano – e le continue prevaricazioni dei coloni stanno distruggendo
ogni speranza di futuro fra i palestinesi. Anche gli israeliani sono
angosciati dall’inarrestabile ciclo
di violenze. L’attuale situazione
alimenta ovunque sentimenti
anti-ebraici e danneggia gravemente la posizione di Israele nel
mondo».

Già invisi alla destra al potere,
questi attivisti rivendicano il proprio amor di patria e si definiscono «israeliani ebrei sinceramente
interessati all’esistenza e al benessere dello Stato di Israele». L’idea
di fondo della campagna è che
l’occupazione farà lievitare i costi
esorbitanti, la violenza e l’isolamento di Israele. «La politica del
governo sugli insediamenti – af▲

a sparatoria nella quale, il 24 marzo scorso,
il soldato israeliano
Elor Azaria ha giustiziato un aggressore
palestinese – il 21enne Abdel
Fattah al-Sharif – mentre era già
a terra ferito ha provocato un
dibattito incandescente in Israele
sulle regole di ingaggio dell’esercito contro i «lupi solitari» che da
mesi fanno temere l’esplosione
di una terza intifada. Le polemiche si sono arroventate dopo che
il capo di imputazione è stato
degradato a omicidio colposo e il
tribunale militare ha cercato di
accantonare il processo nel tentativo, secondo alcuni, di creare un
precedente che restringa l’interferenza delle leggi nella condotta
dell’esercito. «Ecco che il soldato
di Hebron è il nuovo Gilad Shalit, il figlio di ogni madre israeliana», titolava sarcasticamente il
quotidiano Haaretz: «È difficile

SCHEDA

Nella foto: militari israeliani nei pressi del valico
di Erez, Striscia di Gaza (foto Edi Israel/Flash90)

dossier

dossier

«L’occupazione
distrugge
la democrazia
israeliana, alimenta lo
spargimento di sangue
e rappresenta un costo
insostenibile per
lo Stato: aiutateci a
fermarla» chiedono
i fondatori del
movimento Salva
Israele – Ferma
l’occupazione (Siso)

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TERRASANTA 29

IL LIBRO

dossier

Il «disastro» dell’occupazione

30 TERRASANTA

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stenitori e raccogliere milioni di
firme per una petizione al governo israeliano.
Come mobilitare la maggioranza
silenziosa di israeliani che è contro l’occupazione ma non è mai
entrata in azione per far sentire la
propria voce? Il fatto è che molti
dei fondatori di Siso da anni analizzano gli effetti socio-psicologici, economici e politici dell’occupazione sullo Stato ebraico. «Dalle nostre analisi della società israeliana – spiega lo psicologo politico Eran Halperin, preside della
facoltà di Psicologia del Centro
interdisciplinare di Herzliya e
membro di Siso – emerge come la
soluzione del conflitto israelopalestinese sia divenuta estremamente difficile a causa delle barriere socio-psicologiche costruite
nel corso degli anni, e che sono
divenute ostacoli ancora più insormontabili dei veri punti di
disaccordo fra le parti che sono le

colonie, Gerusalemme, i confini,
la terra, i rifugiati».
Per anni, tra gli altri, Halperin
ha affidato le diagnosi sul malessere che affligge la società
occupante a riviste accademiche
come il Journal of Peace Research,
la Social Issues and Policy Review,
ai rapporti della International
Society of Political Psicology o del
Tami Steinmetz Center for Peace
Research di Tel Aviv. La prima di
queste barriere, la più importante, è il rifiuto della maggioranza
degli ebrei israeliani a rinunciare a quelli che considerano i
propri territori «in Giudea e Samaria» per poter risolvere il
conflitto: corrisponde infatti
all’odierna Cisgiordania la «Terra promessa» assegnata da Dio
nella Bibbia al popolo di Israele.
Le altre otto principali barriere,
come argomentano nei loro saggi, compongono un repertorio di
convinzioni puntellato con tena-

Nella foto: muratori palestinesi al lavoro nei cantieri
edili di Ma’ale Adumin, interamente abitata da coloni
ebrei (foto Pierre Terdjman/Flash90)

cia martellante negli ultimi
vent’anni dalla classe politica e
dai media: «Esse riguardano –
spiega Halperin – la giustezza
dei propri obiettivi; la sicurezza
personale e nazionale (pensiamo
all’insistenza di Netanyahu sul
mantra della bitachon, la sicurezza); la delegittimazione dell’avversario (ripetono che “non c’è
un interlocutore per la pace”); il
rafforzamento dell’identità collettiva e del senso di appartenenza al gruppo (la costruzione
dell’autostima collettiva è vitale
per i coloni per perpetuare l’occupazione); la vittimizzazione
del proprio gruppo, anche attraverso la strumentalizzazione
della Shoah; il monopolio del
patriottismo in mano ai falchi;
l’appello all’unità nazionale di
fronte alla minaccia esterna; l’anelito generico per la pace, ma
senza l’assunzione dei sacrifici
necessari per ottenerla».

Un caso emblematico del clima di
intolleranza verso chiunque critichi l’occupazione è quello di un
altro dei fondatori del movimento Siso, un pezzo da novanta
delle istituzioni israeliane come
l’ex direttore generale del ministero degli Esteri Alon Liel, attaccato dal governo per il suo appoggio a Breaking the silence, l’associazione di ex soldati – a sua
volta al centro di una violenta
campagna di delegittimazione –
che dal 2004 raccoglie le testimonianze dei militari sulle violenze
compiute in Cisgiordania (pubblicate nel best-seller internazionale La nostra cruda logica, Donzelli 2016): Liel è stato definito un
«traditore» per aver loro suggerito di cercare appoggio all’estero
per fare pressione sul governo
sulla necessità del ritiro dai Territori occupati.
La sindrome da accerchiamento
che affligge il Paese del resto,

osserva Danny Rubinstein, è anche il frutto della strumentalizzazione della storia del popolo ebraico: «La ghettizzazione ebraica per molte generazioni e il lungo isolamento di Israele – rimarca
il grande giornalista israeliano,
autore con Dan Caspi di un saggio sul Muro dell’Informazione (cfr
intervista p. 40) – a volte hanno
portato a ignorare l’altro, le sue
angosce e i suoi dolori. Il terribile
trauma della Shoah ha addirittura
rafforzato tali tendenze. Le paure, vere o false, della distruzione
dello Stato ebraico hanno generato un’immagine angosciante del
nemico. Questo timore ha funzionato come collante per la società
israeliana. A volte in Israele la
demonizzazione del nemico è
divenuta una necessità».
Per porre fine all’occupazione,
insomma, l’intervento politico e
militare non basta: è indispensa▲

fermano i promotori – viola non
solo il diritto internazionale ma
anche le leggi israeliane, minando
così le fondamenta democratiche
sulle quali sono basate. Se questa
tendenza non viene bloccata in
fretta, vedremo presto l’emersione di uno Stato bi-nazionale de
facto contraddistinto dall’apartheid, all’interno del quale una
popolazione ebraica dominerà
l’intera popolazione palestinese
residente fra il Mediterraneo e il
fiume Giordano». Per questo il
movimento si rivolge a chiunque
«fra ebrei e non ebrei» voglia porre fine all’occupazione e creda
«nel diritto ad esistere dello Stato
di Israele». Sulla base dello slogan
Piantiamo migliaia di alberi punta
ad unire individui e organizzazioni sotto un unico cartello.
Chiede di organizzare eventi
sull’occupazione in vista del 5
giugno 2017 e continuare a informare il pubblico finché il governo
israeliano accetti di «realizzare la
soluzione dei due Stati, oppure di
garantire per il 2017 uguali diritti
per tutti i residenti israeliani e
palestinesi tra il Giordano e il
Mediterraneo».
Il movimento, che ha ottenuto
l’adesione del Forum delle 30 ong
pacifiste israeliane e l’endorsement
del premio Nobel per l’economia
(2012) Daniel Kahneman, sta cercando il sostegno di personalità
della scienza, della cultura e delle organizzazioni progressiste
della diaspora. E cerca soprattutto generosi sponsor che devolvano fondi, tempo ed energie ad
organizzare eventi, reclutare so-

iene considerato il primo tentativo
condotto a livello accademico di analizzare gli effetti «devastanti» dell’occupazione sulla società israeliana e di rivelare
uno dei segreti meglio custoditi dello
Stato ebraico, ovvero i costi del mantenimento delle colonie. The Impacts of lasting occupation a cura di Daniel Bar-Tal
e Izhak Schnell (Oxford University Press,
dicembre 2014, pp. 592), un’analisi condotta con estremo rigore scientifico da
venti studiosi israeliani sulle conseguenze di un fenomeno che sta diventando
uno dei tratti fondanti di Israele, è l’esito di anni di monitoraggio dell’impatto dell’occupazione dal punto di vista politico, economico, demografico, della psicologia di massa. Il
libro spiega con grande efficacia come la psicologia dell’occupazione e le idee che la sottendono abbiano corrotto la
società israeliana fino a deviare il suo sviluppo democratico
e ad imporre un’ideologia di destra che intende eliminare dal
Paese tutto ciò «che non è ebraico».

dossier

V

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TERRASANTA 31

LE REAZIONI

dossier

M

Colloquio con Daniel Bar-Tal, fondatore di Salva Israele, ferma
l’occupazione. «Una via d’uscita al conflitto esiste: dobbiamo
far capire agli israeliani che la sicurezza e la prosperità di Israele,
ed il suo ruolo tra le Nazioni, dipendono dalla fine dell'occupazione»

Nella foto: Attivisti di un partito della destra israeliana
(foto Hadas Parush/Flash90)

Un altro blogger americano accusa i membri di essere «antisionisti», facendo eco a quanti hanno definito «traditori» gli ambasciatori e membri di Siso Alon Liel e Ilan Baruch, rei di chiedere
da anni ai governi stranieri di riconoscere lo Stato palestinese
per fare pressioni su Israele per una soluzione al conflitto.
Che la strada sia tutta in salita per il movimento lo dimostra
anche la freddezza con cui è stato accolto dagli stessi movimenti pacifisti israeliani che, a quanto si apprende da fonti
autorevoli, temono che lo stesso ricorso alla parola «occupazione» fin dal nome possa allontanare eventuali sostenitori.
Peace Now, ad esempio, ha definito l’iniziativa di Siso «benedetta e importante», ma non aderisce alla campagna perché
ha altri progetti per il 5 giugno 2017. JStreet, la potente organizzazione liberal degli ebrei americani, non ha ancora formalmente aderito perché il movimento «è ai suoi primi passi»
secondo quanto dichiarato da uno dei dirigenti, Yael Patir.

Nella foto: Una donna palestinese
e una ebrea partecipano insieme ad una
manifestazione promossa dall'associazione
Combattenti per la pace e dalle famiglie
che hanno avuto vittime nel conflitto in atto.
Dal dolore può nascere la solidarietà
(foto Tomer Neuberg/Flash90)

bile l’erosione dei meccanismi
psicologici costruiti in questi
anni. Perché quei meccanismi
stanno provocando prezzi altissimi da pagare. «Primo: le giustificazioni addotte per i comportamenti violenti, proprio per ridurre il senso di colpa e la dissonanza cognitiva – dice Halperin –
stanno portando all’affermazione di una cultura che giustifica
l’uso della forza per raggiungere
obiettivi personali e collettivi.
Secondo: una cultura di dominio
su un altro popolo porta al declino del valore della vita umana e
di conseguenza ad un aumento
(e accresciuta tolleranza) di violenza interpersonale all’interno
della società. Terzo: la diminuzione del valore della vita associata ai processi collettivi di rimozione e di negazione porta a
trascurare i bisogni dei più deboli. Quarto: il bisogno di giustificare l’occupazione e mantenere
l’autostima porta al disprezzo
per la legge nei Territori occupati». Questo, avvertono, è quanto
sta avvenendo oggi. «Negli ultimi anni – chiosa Halperin – si è
assistito alla mancata applicazione delle sanzioni contro le continue violazioni delle leggi nei
Territori, ai tentativi delle autorità di minimizzare le azioni dei
più radicali o addirittura coprirle. È ovvio che queste condotte
civiche e governative lanciano
una vera minaccia allo Stato di
diritto». E lambiscono altri ambiti della vita pubblica a livello
individuale, comunitario e di
leadership politica.

oralistici, elitari, bigotti. Gli epiteti lanciati contro il movimento Salva Israele, ferma l’occupazione (Siso) non si
sono fatti attendere e non si fermano alla stampa in ebraico.
In un articolo intitolato «Salvare Israele. Da chi?» apparso su
un sito della comunità ebraica americana,The Algemeiner,
l’autore Eytan Meir (che si firma come dirigente del movimento sionista ultranazionalista Im Irtzu), attacca uno dei fondatori di Siso, il giornalista e saggista Akiva Eldar, e riferisce che
«malgrado l’alto profilo dei suoi membri, il movimento non è
riuscito a conquistare il sostegno dei partiti di sinistra in Israele», tanto che «l’Unione sionista ha rispedito al mittente l’offerta di coinvolgimento».
«Con il suo approccio di superiorità morale – scrive – a Siso e
ai suoi partner non importa che il loro tentativo bigotto di imporre una politica potenzialmente letale ad Israele sia stato
ampiamente rigettato dal pubblico israeliano, compresi i loro
presunti alleati politici».

Israele possiede
le chiavi della pace

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TERRASANTA 33

dossier

«Siete bigotti e lontani dal Paese reale»,
piovono le critiche contro il movimento

CHI È

Nella foto:AUna
donna
palestinese
sinistra:
Daniel
Bar-Tal

dossier

Dalla Polonia all’Università di Tel Avive una ebrea
nelpartecipano
suo studio in
di Tel Aviv, Israele
uno dei massimi esperti di Psicologia politica del mondo,
insignito con numerosi premi internazionali per i suoi
studi sulle infrastrutture socio-psicologiche nei conflitti, sull’educazione alla pace e per aver trasformato i suoi contributi
in progetti di cooperazione israelo-palestinese. Nato a Stalinabad (l'attuale Dushanbe, capitale del Tagikistan) nel 1946,
Daniel Bar-Tal ha vissuto l’infanzia in Polonia e nel 1957 è
arrivato in Israele. Dopo la laurea in Psicologia all’Università
di Tel Aviv, ha conseguito il dottorato all’Università di Pittsburgh (Usa) e dal 1975 ha insegnato all’Università di Tel Aviv. Ha
scritto una ventina di libri e oltre 200 articoli specialistici
sulle barriere socio-psicologiche dei conflitti e sul loro superamento. Dal 2000 al 2005 è stato direttore dell’Istituto di ricerca Walter Lebach per la coesistenza tra arabi ed ebrei;
dal 2001 al 2005 è stato condirettore del Palestine Israel
Journal; dal 1999 al 2001 è stato presidente della Società
internazionale di psicologia politica.

H

34 TERRASANTA

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dell’Idf (acronimo che indica l’esercito israeliano – ndr) eravamo
pronti ad aprire il fuoco. E in effetti, non appena l’esercito siriano
sparò, l’artiglieria israeliana rispose mitragliando pesantemente
le postazioni siriane. Un’ora dopo
ascoltai il resoconto sulla radio
pubblica militare, Kol Israel, che
descriveva un attacco siriano contro innocenti contadini israeliani
che aravano il proprio campo.
Quello fu uno dei momenti di
svolta della mia vita: mi resi conto
che i media mentono per impartire una narrativa ufficiale, che
non sempre corrisponde a quanto
è realmente accaduto. Ma altrettanto importante fu il fatto che,
malgrado fossimo così tanti ad
aver assistito a quell’episodio,
nessuno parlò di com’era andata
e ci imponemmo l’autocensura.
Soltanto molti anni dopo Moshe
Dayan ruppe il silenzio e in un’intervista del 1976, pubblicata nel
‘97 su Yedioth Ahronot, rivelò la
verità su questi scontri, uno degli
aspetti della guerra con la Siria
negli anni Sessanta».

L’autocensura, tema di uno dei
suoi ultimi saggi, è una pratica
sociale fortemente presente in Israele, come dimostrano le denunce di Breaking the silence ed il
fatto che sia divenuta «la più odiata associazione pacifista israeliana» perché viola uno dei tabù
di Israele, ovvero la messa in discussione della condotta dell’esercito: dalla distruzione di 418
villaggi palestinesi nella guerra
del 1948 alle torture praticate
nelle carceri israeliane denunciate nel 1987 dal giudice della Corte Suprema Moshe Landau, essa
è stata ampiamente utilizzata
all’interno delle istituzioni. Ma è
solo uno dei fattori che alimentano le barriere socio-psicologiche
che negli ultimi anni hanno bloccato il processo di pace. «Non è
che le stesse barriere non operino
tra i palestinesi – spiega – ma
quello che offriamo al pubblico è
la nostra profonda conoscenza
della società israeliana ebraica e
la nostra visione che, sebbene
entrambe le parti condividano
delle responsabilità per il lungo

protrarsi del conflitto, a partire
dagli anni 2000 le chiavi e il potere per risolverlo pacificamente
si trovano prevalentemente nelle
mani di Israele. È Israele che occupa la Cisgiordania e che ha
sparso insediamenti ebraici per
tutto il territorio, con tutto ciò
che ne consegue».
Dopo decenni di propaganda,
afferma, gli ostacoli sono più radicati e pervasivi di quanto si
pensi. «Le società immerse in
conflitti inconciliabili – spiega –
sviluppano una narrativa del
conflitto e una narrativa della
memoria collettiva che fanno da
prisma attraverso il quale viene
letta la realtà e fanno da cuscinetto alle nuove informazioni necessarie per costruire un altro repertorio di idee che conduca al processo di pace. La base di questa
ideologia risiede nella convinzione che la Cisgiordania appartenga a Israele, e dunque nel rifiuto
di smantellare le colonie. Il problema oggi è che queste narrative
sono divenute egemoniche: e
mentre sono funzionali durante

il conflitto quando non ci sono
segnali di distensione, esse divengono ostacoli al processo di
pace quando si affaccia la possibilità di una soluzione». Con i
loro meccanismi, spiega Bar-Tal,
le barriere socio-psicologiche
costituiscono dei «potenti inibitori del processo di pace» perché
«impediscono di accogliere informazioni alternative che potrebbero illuminare il conflitto,
l’avversario, la propria società, in
un modo che potrebbe far avanzare nuove idee sulla necessità di
fare la pace».
Ma non tutto è perduto. Perché,
come l’esperienza dimostra nei
conflitti risolti con un accordo, le
società in guerra che sperimentano un certo grado di democrazia
e di libertà di espressione sviluppano anche una «contro-narrativa»: «una narrativa alternativa a
sostegno della pace che nega e
sfida l’ethos del conflitto». «In Israele – ricorda il nostro interlocutore – questa contro-narrativa
si è affacciata alla fine degli anni
Settanta con la visita del presi-

dente egiziano Anwar Sadat, e si
era rafforzata con la leadership di
Yitzhak Rabin. Il suo assassinio e
l’ascesa di Benjamin Netanyahu,
col fallimento degli Accordi di
Oslo e la Seconda intifada, ne
hanno segnato il declino. Però
questa narrativa a favore della
pace non è scomparsa: queste idee sono vive, radicate nei circoli intellettuali e nella cultura, in
aperta competizione con le narrative ufficiali presentate dal
governo e dai mass media».
Perciò superare lo stallo è possibile. «A mio avviso – chiosa BarTal – queste idee devono essere
sollevate anche quando le condizioni non sono mature per la
pace. La marcia inizia con pochi
sostenitori che vengono visti al
massimo come degli ingenui,
più spesso come dei traditori,
che danneggiano il patriottismo
e ostacolano la causa del gruppo
dominante. Ma con la loro insistenza e sacrificio queste idee
possono esser diffuse, fino a
venire accolte e adottate dalle
istituzioni. Il gruppo di innovatori può anche ispirare un analogo processo nella società
dell’avversario. All’inizio questi
gruppi certamente agiscono
controcorrente, ma col tempo le
condizioni cambiano e la loro
rigida adesione alla causa della
pace può fare da piattaforma
per un movimento ed un cambiamento che alla fine dischiude
la possibilità di lanciare una
vera campagna per risolvere il
conflitto pacificamente».


a studiato in lungo
e in largo perché alcuni conflitti restano «inconciliabili»
mentre in altri, dal
Sudafrica all’Irlanda del nord, i
protagonisti sono riusciti a scardinare le dinamiche di odio, paure, recriminazioni che hanno fatto
sì che «dalla Seconda guerra
mondiale ad oggi soltanto 144
conflitti su 352 si siano conclusi
con accordi di pace». Oggi il professor Daniel Bar-Tal, 70 anni,
docente emerito di Psicologia
politica all’Università di Tel Aviv,
ha intrapreso con il movimento
Salva Israele, ferma l’occupazione lo
sforzo titanico di convincere la
maggioranza degli israeliani che
l’occupazione «indebolisce il tessuto morale e democratico di Israele e sta creando una spaccatura
interna senza precedenti».
Bar-Tal è arrivato in Israele a 11
anni, nel 1957. A 19 era sotto le
armi. Fu allora, racconta, che sperimentò per la prima volta l’esperienza dell’autocensura e i suoi
effetti nella costruzione della
«narrativa del conflitto», una versione auto-referenziale nel narrare la realtà israelo-palestinese che
giustifica la continuazione dello
scontro. «Nel 1965 mi trovavo con
altre dozzine di soldati ad Almagor, un insediamento al confine
con la Siria. Nella lotta con la Siria
sulle zone demilitarizzate, uno
dei nostri soldati alla guida di un
trattore corazzato entrò in un
campo conteso, sapendo che una
volta superata una certa linea i
siriani avrebbero sparato. Noi

dossier

È

MAGGIO-GIUGNO 2016

TERRASANTA 35

dossier

Il mantenimento del controllo militare nei Territori palestinesi
costa ormai più di 6 miliardi di euro all’anno, denuncia il ricercatore
Shir Hever. Non un vantaggio ma un peso per l’economia israeliana,
che potrebbe sicuramente impiegare diversamente queste risorse

Il conflitto in Medio Oriente
mostra quanto questo sia un
processo difficile, al quale si
oppongono testardamente vari
gruppi che hanno interesse a
continuarlo. «Indubbiamente
esistono gruppi di interesse politici, militari ed economici che
giocano un ruolo non secondario nella continuazione del conflitto – ammette lo studioso –
ma io credo che il vero ostacolo
siano gli investimenti ideologici, visto che agli israeliani vengono inculcate fin dalla più tenera età idee argomentate, sistematiche, coerenti e interconnesse sul perché perseguire obiettivi nazionali inverosimili e come
disprezzare gli obiettivi dell’altro popolo; perché non fidarsi,
disumanizzare e odiare l’avversario; viceversa glorificare il
proprio gruppo e vedersi come
l’unica vittima del conflitto; poi
ignorare, negare e rimuovere il
36 TERRASANTA

MAGGIO-GIUGNO 2016

dolore dell’altro e concentrarsi
solo sul proprio, omettendo dal
proprio patrimonio di convinzioni qualsiasi considerazione
empatica e morale che possa
intaccare la visione del conflitto.
Questa ideologia viene sostenuta da media e istituzioni che
cercano di censurare tutti quelli
che forniscono delle visioni alternative. Ma la determinazione
della minoranza, il suo coinvolgimento e attivismo con idee
innovative può superare la tendenza dell’essere umano a rimanere nei sentieri conosciuti di
pensieri e azione, per superare
le minacce, i pericoli e costruire
un mondo libero dalla violenza
e dalla distruzione».
Come mobilitare i rassegnati e
convincere i più riluttanti? «La
maggior parte dei membri di una
società – rimarca Bar-Tal – non
viene persuasa da argomenti di
tipo morale, come la giustizia,

l’uguaglianza o l’empatia: vengono piuttosto persuasi da argomentazioni utilitaristiche che
sottolineano i costi che una società dovrà sostenere se il conflitto
continua e/o i vantaggi che può
guadagnare se risolve il conflitto.
Nel nostro caso, il principio della
soluzione dei due Stati è stato
accettato soprattutto a causa della “minaccia demografica”: essa
implica che il tasso di crescita più
alto dei palestinesi in Israele e nei
Territori presto porterà alla formazione di una maggioranza
palestinese. È stata questa considerazione a portare esponenti
del Likud noti come falchi, come
l’ex premier Ehud Olmert e l’ex
ministro Tzipi Livni, ad accettare
l’idea di sostenere dei compromessi. Oggi dobbiamo puntare
sui costi delle colonie e sulla
progressiva distruzione della
democrazia in Israele se continua
l’occupazione».

dell’occupazione, ovvero da
quello che viene speso dallo
Stato per controllare militarmente i territori», rimarca il ricercatore economico Shir Hever, uno dei maggiori esperti

del tema. «Ma l’esercito e il
ministero della Difesa hanno
secretato questi dati sotto il
pretesto della “sicurezza nazionale”, rendendo impossibile un


È

da decenni il segreto più gelosamente
custodito dallo Stato di Israele. «Non
si può separare il
costo delle colonie dal costo

dossier

Il caro prezzo
dell’occupazione

Nella foto: una panoramica
dell'insediamento di Ma'ale Adumin,
nei Territori occupati. In lontananza,
il deserto di Giuda e la valle del Giordano,
(foto Yonatan Sindel/Flash90)

Nella foto: lavoratori palestinesi
dei Territori in attesa di superare
i controlli del check-point di Ramallah
(foto Yonatan Sindel/Flash90)
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SCHEDA

dossier
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41 anni, di almeno 381 miliardi
di shekel, ovvero 88 miliardi di
euro. «Quel che è certo – afferma
Hever – è che continuando di
questo passo, ad un ritmo di
26,3 miliardi di shekel all’anno
che è l’ultima stima disponibile
per il 2008 (oltre 6 miliardi di
euro) e considerando che il numero dei coloni aumenta del 7
per cento all’anno dal 1991, nel
2038 più del 50 per cento del
bilancio annuale verrebbe speso
per mantenere l'occupazione».
Al 2014, secondo gli ultimi dati
disponibili del World Factbook
della Cia, c’erano 423 insediamenti nei Territori occupati: 42
colonie sulle Alture del Golan
(contese con la Siria), 212 colonie e 134 insediamenti in Cisgiordania per un totale di circa
320 mila persone, oltre a 35 colonie nei sobborghi di Gerusalemme est (annessa nel 1967)
dove vivono altre 211.640 persone. I coloni rappresentano circa
l’8 per cento della popolazione
israeliana.
«Nei primi vent’anni – afferma
Hever – il controllo dei Territori
è stato raggiunto con sforzi minimi, ma negli anni Ottanta l’espansione delle colonie è divenuta un salasso crescente per il bilancio statale, e dopo l’intifada
dell’87 Israele ha dovuto dispiegare molti più soldati, installare
check-point e presidi militari. La
terza fase, con la seconda intifada
dall’ottobre 2000, ha causato una
delle più gravi recessioni per Israele: si è vista la privatizzazione dei servizi di sicurezza e un

forte intervento dello Stato sia
per domare la resistenza palestinese che per espandere le colonie. Senza contare che la nostra
economia ha evidentemente perso moltissimo in seguito alle
sofferenze causate dalla resistenza palestinese, ed a causa dei finanziamenti clandestini dati ai
coloni per decenni abbiamo assistito al progressivo deterioramento dello Stato di diritto in Israele e della trasparenza del
governo».
É vero, concede Hever, che quella israeliana è un’economia altamente avanzata di libero mercato, basata sull’esportazione
dell’high-tech, taglio dei diamanti e prodotti farmaceutici e che
tra il 2004 e il 2013 la crescita è
stata in media del 5 per cento
all’anno. Ma negli ultimi due
anni, a causa del conflitto e del
calo di investimenti, la crescita
annuale si è fermata al 2,6 per
cento. Per quanto Israele goda
anche di una serie di vantaggi
dallo sfruttamento dei Territori,
ormai un numero crescente di
economisti avverte che la spesa
pubblica per mantenere l’esercito in Cisgiordania e per portare
avanti le attività che l’occupazione comporta, insieme alla
costruzione e alla difesa delle
colonie, esige un tributo talmente alto da parte dello Stato che
questo macigno potrebbe minare alle fondamenta la crescita economica israeliana nei prossimi anni ed allargare la forbice
nella distribuzione del reddito
nazionale.

calcolo accurato di quanto denaro Israele spende attualmente per l’occupazione. In realtà i
fondi sono stati stanziati clandestinamente per due motivi:
evitare l’indignazione pubblica
in Israele per il favoritismo del
quale godono i coloni ed evitare la gogna all’estero per le
violazioni del diritto internazionale».
Hever lavora per l’Alternative
Information Center, un’organizzazione non governativa israelo-palestinese con sede a Gerusalemme fondata nel 1984 per
«promuovere la giustizia, l’uguaglianza e la pace basata sul
diritto internazionale» fra israeliani e palestinesi e per divulgare informazioni sugli effetti
dell’occupazione. A partire dal
saggio The Political Economy of
Israel’s Occupation: Repression
beyond Exploitation (pp. 240, Pluto Press 2010) e nei successivi
aggiornamenti, l’economista
spiega come siano distribuiti ai
coloni dei sussidi che il resto
degli israeliani non riceve e come cercare cifre sul costo delle
colonie voglia dire innanzitutto
tentare di ricostruire un puzzle
di dati disaggregati con il rischio di commettere errori, come ben sanno gli economisti che
da decenni si scontrano contro
quello che viene definito, in italiano, «un muro di omertà».
Nel 2008 il sociologo Shlomo
Swirki, del Centro Adva di Tel
Aviv, aveva avanzato l’ipotesi
approssimativa di un costo che
era stato fino ad allora, nei primi

D

a anni analizzano come sia stata resa legittima per la psiche collettiva l’occupazione dei Territori palestinesi. Amiram Raviv,
docente emerito di Psicologia all’Università di Tel Aviv, spiega come per una società occupante come quella israeliana nel tempo «la sfida psicologica centrale diventi quella del mantenimento
dell’autostima di fronte agli effetti negativi di una
condotta contraria ai valori della modernità e condannata a livello internazionale: tutto questo crea quello
chiamiamo “dissonanza cognitiva” fra il bisogno di
conservare un’immagine positiva di sé e le critiche
esterne. A livello collettivo, il primo effetto
è quello del rafforzamento dell’identità e
Nella foto: Gerusalemme,
del senso di apparteun colono in preghiera al
nenza al gruppo. Il
Muro occidentale f(foto
secondo è la ricerca
Mendy Hechtman/
di giustificazioni: ad
Flash90)
esempio si dice che
l’occupazione corregge un’ingiustizia
storica, o che è dettata dalla mancanza di
alternative».
«La realtà dell’occupazione – aggiunge
Keren Sharvit, docente di Psicologia all’Università di
Haifa – costringe l’occupante ad affrontare l’ansia
suscitata da comportamenti che violano norme e
valori convenzionali. Abbiamo distinto cinque meccanismi di difesa. I primi due sono la rimozione e la
negazione (un processo ritenuto più vicino alle soglie
della coscienza): con essi le informazioni che minacciano l’autostima collettiva vengono soppresse e
costrette a rimanere nell’inconscio, cosicché le persone possano dire che qualcosa “non esiste, non è
accaduto”. Nel caso di Israele, entrambi hanno
portato la società a riorganizzare la memoria collettiva e visione della realtà in modo da evitare di vedere
la verità. Lasciare nell’inconscio le violazioni dei diritti umani perpetrate contro i palestinesi ha fatto sì
che non si arrivasse a sperimentare sensi di colpa

dossier

Dentro la psiche: i coloni
sul lettino dell'analista
nei loro confronti. Così per anni abbiamo sentito ripetere che l’occupazione era una cosa giusta, o necessaria, o persino negare che avvenisse. L’intervista del
1969 al Sunday Times in cui Golda Meir disse che “i
palestinesi non esistono”, così negando che avessero una propria identità nazionale, ha alimentato la
retorica israeliana all’estero per molti anni».
Il terzo meccanismo di difesa è quello dell’atteggiamento «evitante». «In tal caso gli individui – spiega
Sharvit – evitano di ricevere informazioni su argomenti che suscitano ansia o dilemmi morali, e questo è
un meccanismo attivo da molti anni nel contesto
dell’occupazione.
Molti israeliani evitano di esporsi alle
cronache dei media
che descrivono la situazione nei Territori
e le sofferenze dei
palestinesi; i media
d’altra parte emarginano certe notizie
con il pretesto che “il
pubblico non è interessato”».
E ancora: il processo
di proiezione appare
«quando gli individui
non riescono ad accettare la propria aggressività e
la attribuiscono all’avversario, come si vede con il
razzismo implicito nell’occupazione israeliana: attribuire le ostilità al gruppo degli occupati fa in modo
che la società occupante veda le proprie azioni aggressive come auto-difesa». Non mancano infine
meccanismi di razionalizzazione: «La caratteristica
di queste spiegazioni è che si basano su premesse
sbagliate. Un esempio – chiosa Raviv – è l’affermazione che l’occupazione abbia fornito ai palestinesi
opportunità di sviluppo sociale ed economico. Cosa
del tutto infondata, perché basata sull’assunto che i
palestinesi abbiano approfittato dell’occupazione e
che preferiscano il progresso economico sotto il regime israeliano anziché l’indipendenza politica: ciò
è contraddetto dalla realtà del conflitto».
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pazienti arabe ed israeliane, parlava ebraico ed era diventato un
volto noto su Channel 10 nella
copertura dell’ennesima campagna militare contro Gaza. Fino al
16 gennaio 2009, due giorni prima del cessate il fuoco, quando
una granata lanciata da un carro
armato israeliano uccise sul colpo
tre sue figlie di 22, 15 e 14 anni.
«Ci fu una sorta di gara fra corrispondenti militari e commentatori, prima nel lanciare messaggi

confusi per dimostrare che no,
non poteva essere stato l’Idf, l’esercito israeliano, ad uccidere le
ragazze» ricorda a Terrasanta Dan
Caspi, 71 anni, firma di punta e
oggi blogger del quotidiano Haaretz. «Poi, una volta appurata la
verità, si cercò di minimizzare
l’accaduto e non se ne parlò più.
Quello – rimarca – fu uno degli
episodi in cui il Muro dell’informazione che domina i media israeliani toccò l’apice dell’efficacia».

Docente emerito di Comunicazione all’Università Ben Gurion, del
Neghev, Dan Caspi ha ricoperto
molti ruoli pubblici sia come consulente di programmi educativi
televisivi che come membro
dell’Autorità per le telecomunicazioni israeliana. Ha scritto decine
di saggi sulle minoranze non ebraiche e sul sistema dei media in
Israele. Il suo è perciò uno sguardo d’eccezione su quello che, con
Danny Rubinstein, ha definito «il

Muro dell’informazione» che separa gli israeliani dai palestinesi.
«Nel corso del lungo conflitto arabo-israeliano – afferma – la costruzione della barriera di separazione tra Israele e i Territori palestinesi è stata preceduta da sforzi
congiunti per costruire un altro
Muro, un muro che fermasse il
flusso di informazione sui palestinesi e influenzasse la gestione del
conflitto: si può dire che, paradossalmente, più si accorciava la distanza fisica fra gli avversari e più
alti diventavano i muri di reciproca ignoranza. L’informazione di
parte fornisce le basi per impressioni erronee, equivoci, ed anche
per la continuazione del conflitto». I media israeliani, afferma,
esercitando il loro ruolo di fonte
di informazione primaria per i
cittadini hanno costantemente
puntellato questo Muro. «Si può
dire che abbiano applicato al conflitto con i palestinesi la strategia
di qualsiasi confronto armato:
meno c’è conoscenza e dimestichezza con l’avversario, la sua
lingua e la sua cultura, e più è
conveniente alimentare sentimenti ostili e motivazioni a proseguire
il conflitto».
«Negli ultimi anni, e soprattutto
durante la Seconda intifada (20002004) – aggiunge – il pubblico israeliano si è trincerato dietro
questo Muro dell’informazione:
stampa, tv, new media, condividono grosse responsabilità per il
suo mantenimento e per come
una società introversa si è ritirata
nel suo guscio con una scarsa
conoscenza di quanto avveniva

oltre la barriera. Ogni muro ha i
suoi guardiani: il Muro dell’informazione aveva bisogno di
supervisori che controllassero il
flusso e soprattutto la qualità
dell’informazione disponibile al
pubblico sui palestinesi. Oggi ogni testata ha il suo desk di Cronache arabe con almeno un caposervizio, un redattore e un commentatore. Ottengono le notizie da
fonti dei servizi, che forniscono
loro dei briefing su cosa accade
oltre il muro, e perché. Solo pochi
cronisti, come Gideon Levy o Amira Hass di Haaretz o Ohad
Nemo di Channel 2 osano andare
personalmente al di là del muro.
Ma dubito che il pubblico sia interessato ai loro reportage». Quel
che è certo è che, come confermano i dati sui flussi delle testate
online in lingue straniere, la maggioranza degli israeliani tende a
non esporsi alla lettura dei siti in
inglese di Haaretz, Al Monitor o +
972 Magazine che sfidano con le
loro inchieste ed editoriali la narrativa del conflitto propugnata
da Netanyahu.
«Quasi tutti i media israeliani poi,
ad eccezione di Haaretz – aggiunge Caspi – pubblicano i comunicati del governo nascondendo al
pubblico qualsiasi cosa accada
dietro il muro. Chiunque osi esprimere disaccordo con il governo viene considerato di sinistra,
non patriota e talvolta persino
antisemita». C’è da chiedersi,
chiosa Caspi, quale piega avrebbe
preso il conflitto se un Muro informativo non fosse stato eretto
tra occupante e occupato.

I

l dottor Ezzedin Abu AlAish era stato una fonte
preziosa per i media israeliani durante i 21 giorni
dell’Operazione Piombo
Fuso, che a cavallo del 2009 mise
a ferro e fuoco la Striscia di Gaza
provocando 1.320 vittime palestinesi e 13 israeliane. Ginecologo
del campo profughi di Jebaliya,
nella Striscia di Gaza, il dottor
Abu Al-Aish si era formato negli
ospedali israeliani, dove curava

Nella foto: Tel Aviv, la lettura
di un quotidiano in un caffè
del centro (foto Danielle Shitrit/
Flash90)

dossier

dossier

Una breccia nel muro
dell’informazione

«Il conflitto araboisraeliano si è sempre
combattuto su due
fronti: quello dei campi
di battaglia e quello
della propaganda. I
media israeliani hanno
fatto di tutto per
separare ebrei ed arabi,
bloccando le
informazioni su quel
che avviene tra i
palestinesi e così
perpetuando reciproci
stereotipi» dice Dan
Caspi, guru della
comunicazione in
Israele. Ma c’è
comunque chi cerca di
sottrarsi alla
narrazione dominante

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TERRASANTA 41

dossier

ANALISI

La violenza non paga,
ma attrae i più giovani

P

ersino il ministro dell’Agricoltura israeliano a organizzazioni internazionali, il 64 per cento è per
Uri Ariel, membro della destra nazionalista, una resistenza popolare non-violenta, il 46 per cento è
di recente ha definito le condizioni dei pale- a favore dello smantellamento dell’Autorità palestinese
stinesi ai check point «una disgrazia e una anche perché viene ritenuta corrotta dal 79 per cento
vergogna per Israele», chiedendo al premier Benjamin degli interpellati. Il 65 per cento dei residenti in CisgiorNetanyahu che conceda almeno la costruzione di un dania ed il 75 per cento nella Striscia di Gaza si dichiaporto e di impianti di desalinizzazione nella Striscia di rano convinti che l’eventuale sviluppo di questi attacchi
Gaza. Dal primo omicidio dell’ottobre 2015 al 25 aprile solitari in un’intifada organizzata potrebbe aiutare i
2016, le aggressioni perpetrate a colpi di coltello o a palestinesi a raggiungere gli obiettivi nazionali più effibordo di autovetture usate come arieti hanno provoca- cacemente dei negoziati. Oltre 9 intervistati su 10 ritento la morte di 31 israeliani e 212 palestinesi (i due terzi gono che Israele non rispetti gli Accordi di Oslo e il 63
degli assalitori sono stati giustiziati durante gli attacchi). per cento chiede di abbandonarli.
Quanto ai mezzi per ragSecondo dati forniti dallo
giungere uno Stato palestiShin Bet (il servizio di sinese accanto a quello ecurezza interna israeliabraico, per il 42 per cento
no), in più del 50 per cenlo strumento più efficace è
to dei casi gli aggressori
la lotta armata, per il 29
avevano meno di vent’anper cento è il negoziato e
ni, per il 12 per cento si
per il 24 per cento è la retrattava di ragazze: giosistenza non violenta. Il 61
vanissimi nati in seguito
per cento dei palestinesi
al fallimento degli Accorritiene però che a causa
di di Oslo, che non hanno
dell’espansione delle coloconosciuto altro che l’avnie la soluzione dei due
vitamento del conflitto.
Nella foto: episodi di violenza
Stati non sia più realistica
Da un sondaggio con- nei sobborghi di Betlemme (foto Flash90)
e il 74 per cento considera
dotto a fine marzo dal
le possibilità di creare uno
Centro palestinese per la
politica e i sondaggi (Palestinian Center for Policy and Stato palestinese accanto a Israele nei prossimi cinque
Survey Research, Pcpsr), il maggiore istituto demosco- anni «scarse se non inesistenti». Nonostante tutto ciò,
pico palestinese, si evince come il 51 per cento dei solo il 29 per cento è a favore, a fronte di un 70 per
palestinesi sostenga la soluzione dei due Stati (era il cento contrario, alla soluzione di un unico Stato bi-na45 per cento a dicembre), con una maggioranza fra gli zionale nel quale arabi ed ebrei godano degli stessi
ultracinquantenni (il 61 per cento) rispetto alla cosid- diritti. Il 65 per cento del campione continua a chiedere
detta «generazione Oslo» di giovani fra i 18 e i 22 anni le dimissioni del presidente Abu Mazen; in eventuali
che ci crede di meno (il 42 per cento). Il sondaggio ri- elezioni presidenziali, il leader di Hamas Ismail Haniyeh
vincerebbe con il 52 per cento contro il 41 per cento di
vela anche come sia calata dal 67 per cento (di dicembre) al 58 per cento la quota di palestinesi favorevole Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Ma se la competizione
alle aggressioni a colpi di coltello, probabilmente per si svolgesse fra Haniyeh e Marwan Barghouti, il 57enne
averne constatato l’inefficacia, ma resta a favore degli esponente di Fatah rinchiuso in un carcere israeliano
attacchi il 62 per cento dei giovani fra i 18 e i 22 anni dal 2002, dove sta scontando cinque ergastoli per il suo
rispetto al 55 per cento degli adulti. In assenza di ne- coinvolgimento negli attentati della Seconda intifada, il
goziati di pace, il 56 per cento sostiene il ritorno ad 57 per cento dei palestinesi voterebbe per Barghouti
un’intifada armata, il 77 per cento appoggia il ricorso ed il leader di Hamas si fermerebbe al 39 per cento.

42 TERRASANTA

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i giorni

maronita, armeno e melchita)
hanno aderito ad una raccolta di
firme per chiedere la fine dell’embargo: «In questi cinque anni le
sanzioni alla Siria hanno contribuito a distruggere la società siriana
condannandola alla fame, alle epidemie, alla miseria – recita l’appello –, favorendo l’attivismo delle milizie combattenti integraliste
e terroriste che oggi colpiscono
anche in Europa. E si aggiungono
a una guerra, che ha già comportato 250 mila morti e sei milioni di
profughi. La situazione in Siria è
disperata. (…) Così ci rivolgiamo

ai parlamentari e ai sindaci di ogni Paese affinché l’iniquità delle
sanzioni alla Siria sia resa nota ai
cittadini dell’Unione Europea (oggi assolutamente ignari) e diventi,
finalmente, oggetto di un serio
dibattito e di conseguenti deliberazioni». La raccolta firme si trova
sul sito change.org
Intanto, venerdì 13 maggio, nella
parrocchia latina di san Francesco si è svolta, presenti vescovi,
sacerdoti e fedeli, «la solenne
consacrazione della Siria e, in
particolare di Aleppo, al Cuore
immacolato di Maria.

Se la crisi umanitaria ad Aleppo è
drammatica, anche nel resto della
Siria è preoccupante. Oltre alla
guerra, la crisi è causata anche
dall’embargo imposto al Paese
dalla comunità internazionale fino dall’inizio del conflitto, nel
2011; la popolazione soffre la
mancanza di molti generi necessari, a partire dalle medicine. Per
questo il 16 maggio alcune importanti personalità della Chiesa siriana e del Medio Oriente, tra cui
diversi vescovi di Aleppo (mons.
Georges Abou Khazen, vicario apostolico dei Latini, e i vescovi

Rose nel deserto
di Manuela Borraccino

Le donne fanno pace, sfida (in rosa) al governo israeliano

I

l nostro obiettivo è quello di mobilitare l’opinione
pubblica e i rappresentanti del governo per arrivare ad una soluzione concordata fra le parti per la
fine al conflitto, con un’enfasi sul coinvolgimento
delle donne e della società civile in questo processo» spiega Shiri Levinas, specialista in soluzione dei
conflitti e dottore di ricerca all’Università Ben Gurion.
«Il 51 per cento della popolazione di questo Paese
non può accettare che le donne non siano coinvolte nei negoziati di pace»: è questo che due anni fa
l’ha portata a fondare con l’attivista emigrata dalla
Francia Marie-Lyne Smajda l’organizzazione femminista israeliana Nashim Ossot Shalom, «Le donne
fanno pace» o Women Wage Peace come recita il
nome della pagina Facebook seguita dopo due
anni da una comunità di 17 mila sostenitori e da 8
mila membri effettivi, il 10 per cento dei quali uomini.
Incontri con diplomatici e parlamentari stranieri, una

20 TERRASANTA

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marcia nei pressi di Gaza, uno sciopero della fame
condotto a«staffetta»: le attività dell’associazione restano aperte alla creatività delle partecipanti. «Se
vogliamo vedere un cambiamento nella coscienza
pubblica in Israele e tradurlo in azione con una soluzione concordata e non violenta – dice la Levinas –
abbiamo bisogno di offrire nuovi concetti al pubblico
israeliano più vasto possibile. Per questo andiamo
oltre la tradizionale ideologia della sinistra, e chiediamo alle israeliane: “Come vorresti che fosse la realtà
di questo Paese? E cosa sei disposta a fare per ottenerla?”. Così abbiamo raggiunto una parte della popolazione che finora non era mai entrata in azione per
promuovere la pace, come le elettrici di destra che
vivono nelle città periferiche, le israeliane russofone o
degli insediamenti, le arabe israeliane. Non solleviamo il tema dell’occupazione, ma è ovvio che la fine
all’occupazione sarà il risultato della nostra azione».