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' Tutti i d.iriui riservati ISBN HH-HH764-28-3 www.hcvìvinoe-diton:.it info@bcvivinoeditorc.it ©Copyright 2004 Francesco Bev�vino Editore srl- Milano

Tutti i d.iriui riservati

ISBN HH-HH764-28-3

www.hcvìvinoe-diton:.it

info@bcvivinoeditorc.it

©Copyright 2004 Francesco Bev�vino Editore srl- Milano

GOD - Grandi opere e Dizionari Copenina e impagin:J.Zione di _1\lessio Scordamaglia

www. pie kwick. i L mag;l7.Ìne dettroniLU JeJicaro al mondo del libro

Nessuna opera può sorgere senza l'ù1terlocutore e senza l'Altro. Ringrazio mia moglie Gabriella Landini, indi>pensabile copartecipe nella costruzione di Dominio.

TEATRI NO

All'alzarsi del sipario, si vedrà una collina sulla quale è intento ad arare un grassone in abito da dirigente di varie epoche, e dunque con giacca grigio scuro a doppio petto dalla quale spunta l'orlo di un colorato peplo ricamato. In testa, una bombetta ornata da una lunga piuma cangian­ te. Antico e moderno insieme, calza agili scarpe da ginna­ stica. A seguirlo solco per solco, i suoi caudatari, anch'essi pasciuti, vuoi coperti di corazza, vuoi in giacca e cravatta. Ai piedi del colle, transita, solo e magro, un itinerante con un perizoma di pelle. Impugna arco e frecce e si guarda attorno come in cerca di animali da cacciare.

ARATORE (all'itinerante, gridando) 6 dimi, straccione. Io qui sono il signore supremo. Tutto il resto non è che un mio riflesso e un mio strumento. Il tuo scopo è obbedirmi agendo secondo luci­ dità, sempre e ovunque. Non ti è concessa l'ebbrezza né la con­ templazione di sogni segreti e indecifrabili, perché sarai cittadi­ no della città di cui traccio con l'aratro la pianta quadrata. Erigerò un agglomerato di cause concomitanti, nelle quali sarai al sicuro come in fondo a un labirinto. Il filo che unisce i moventi alle conseguenze è inestricabile. Tu, uomo selvatico,

DOMINIO

rassegnati alla mia città. È una calamità che passa di nazione in nazione. Crescerà su se stessa, nessuna forza, né tempesta né nemici potrà mai più cancellarla dalla faccia della terra. Obbedirà alla legge dei numeri, avrà archi di pietra candida e cieli azzurri, scalinate di marmo e finestre di cristallo. Non vi si avrà mai né troppo caldo né troppo freddo. In essa saranno abo­ lite le stagioni. In essa tutto sarà artificiale. Sarà macchina in perenne funzionamento. CAUDATARI Avaro, arruffone, sfruttatore! Te beato! Fortissimo! Bellissimo! Potentissimo! Carogna! Amato! (Si inchinano dejè­ renti. Chiedono) Andiamo a prenderlo per chiuderlo in un

museo? In uno zoo? (Impugnano, frugando nel mucchio ai limiti del campo, lance, scudi, jùcili, mitragliatori, pistole).

ARATORE Dico a te, straccione! Sto costruendo una macchina che, copulando con se stessa, si generi continuamente dalle proprie macerie. Orsù, da bravo, vieni a rendermi omaggio.

ITINERANTE (in pronta foga, blatera quelli che possono interpretarsi soltanto quali insulti e cachinni).

ARATORE (ai caudatarz) Se l'è voluta! Andate, sterminatelo! Trionfi la civiltà e la stanzialità! Occorre sì un sacrificio umano, sia pure di un inferiore, condannato dalla storia, per edificare la città!

CAUDATARI (scendono urlando dal colle, sparando, avventando !ance e giavellotti). ITINERANTE (trafitto, esegue un poco decoroso decesso).

ARATORE Tornate pure, miei prodi. Guardate! ( Traccia, con straor­

dinaria perizia, un elegante spigolo).

CAUDATARI Ma com'è bravo! Ma che bel rettangolo, quadrato, ret­ tilineo, angolo diedro! Da strangolarlo! Evviva, evviva il capo! In attesa che uno lo sopprima, quel porco, e si impossessi dell'ara­ tro! Mai non sia! Tu, eterno capo! Sarai sempre nei nostri cuori, maledetto, fetente, sublime!

INTRODUZIONE

La tripartizione qui proposta non vuole sottolineare una diversità. Potere, religione e guerra sono infatti riconducibili a un nucleo unitario, a una fase del divenire umano nella quale non erano anco­ ra diversificati né diversificabili agli occhi dei loro stessi inventori. Poiché di invenzione si trattò, e fu un processo di lunga durata:

parecchi millenni, quanti ne occorsero perché si verificasse quello che a suo tempo l'antropologo e preistoriologo Gordon Childe (1 892-1 957) ha voluto denominare «rivoluzione neolitica». Un periodo nel corso del quale entro il nucleo unitario di cui si è testé detto (ed evito di definirlo originario per le ragioni che andrò espo­ nendo più avanti) si delineò una diramazione, una ancora impreci­ sa distinzione fra le tre componenti, potere, religione e guerra, che andarono via via specializzandosi, a volte convergendo, altre diver­ gendo e anzi entrando in aperto conflitto tra loro. Contemporaneamente andava prendendo forma quella che oggi usiamo chiamare società, nome collettivo con cui designiamo for­ mazioni di vario tipo e diverso genere, ma aventi tutte in comune la struttura gerarchica, vale a dire la subordinazione dei più ad auto­ rità superiori e a ordinamenti piramidali. La proposta che qui espongo è di distinguerle dai gruppi itineranti preneolitici (ne igno­ riamo l'entità, possiamo solo ipotizzarne la distribuzione, gli spo­ stamenti, le fusioni e le scissioni, e le zone in cui per lo più preferi-

DOMINIO

vano muoversi), privi comunque di strutture gerarchiche, cioè di poteri nell'accezione attuale del termine (più avanti distinguerò tra forme di repressione e instrumenta regni). Ancora oggi gruppi del genere, seppure ridotti a sparuti rappresentanti della tipologia, sono dediti alla caccia e alla raccolta, in quanto esperti nella ricerca, sco­ perta e utilizzazione di ciò che l'ambiente circostante offriva e offre spontaneamente. Le loro tecniche si riducevano e si riducono all'or­ ganizzazione di cacce collettive, alla preparazione dei relativi stru­ mentari, comprese le armi da caccia, alla fabbricazione di oggetti d'uso d'altro genere, in pietra, in legno, in osso oppure derivanti da scheletri di pesci, e alla preparazione del cibo. Tutto lascia supporre che la specializzazione, differenziazione e autonomizzazione dei tre rami del tronco iniziale, potere, religione e guerra, abbia comportato una definizione di ambiti e funzioni sem­ pre più precisi e rigidi, corrispondenti al tracciamento, inizialmente simbolico ma un po' alla volta tradotto in rappresentazione, nel "come se", cioè in concretezza gelosamente affermata, di limiti e confini. È da supporre anche che gli agenti, a questo punto ormai societari, che hanno costituito le categorie - caste, classi, affiliazioni - portatrici del potere nell'accezione attuale siano stati, all'inizio, gli elementi più validi, più robusti, più abili o più autorevoli (distingue­ remo più avanti tra autorevolezza e autorità sia di uomini che di donne) e che siano stati loro assegnati o si siano attribuiti compiti di difesa, di distribuzione più o meno coattiva delle mansioni, determi­ nazione e sistematizzazione delle attività produttive, principalmente agricole, e di fabbricazione di arnesi, strumenti, armi ... A un altro insieme di componenti di quella che a questo punto può senz'altro definirsi società, è ipotizzabile sia stato assegnato o, ancora una volta, sia stato autoattribuito, il compito di interpreta­ re i segni del cielo, della terra, delle acque, della vegetazione, della fauna. A un altro insieme ancora sarebbe stato riservato il compito di dilatare l'ambito dell'intorno, considerato proprietà esclusiva di

DOMINIO vano muoversi), privi comunque di strutture gerarchiche, cioè di poteri nell'accezione attuale del termine (più

lO

INTRODUZIONE

quella particolare versione di società, vale a dire l'attività bellica consistente nella conquista di nuovi territori da sottoporre a sfrut­ tamento e nella sottomissione di altri esseri umani e animali già addomesticati, oppure delle zone di pascolo o predazione di anima­ li ancora selvatici. Questa breve premessa ne comporta, e anzi ne presuppone, un'altra: l'affermazione iniziale e coeva di stanzia mento, agricoltura,

invenzione delle divinità, alle quali va senz'altro aggiunta brama di potere e accettazione del potere stesso da parte dei sudditi.

Contemporaneamente all'affermazione del potere inteso come struttura gerarchica di sopraffazione - a proposito della quale più avanti sarà necessario soffermarsi sul significato di sadismo e maso­ chismo intesi in un'accezione sociologica, non già strettamente ses­ suale - è andata affermandosi l'economia, cioè la produttività agri­ cola e tecnica che esigeva, come ancora oggi, divisione del lavoro, assegnazione prescrittiva delle mansioni, distribuzione programma­ tica di risorse e strumenti. Allo stesso modo, i presunti rapporti con le divinità, una volta affermata la loro "reale" presenza (non dunque una presenza soltan­ to supposta, bensì proclamata, imposta, dogmaticamente prescritti­ va), in altri termini una volta operata la scissione tra aldiqua e aldi­ là, tra mondo delle concretezze terrene e sfera metafisica trascenden­ te, vale a dire zona del sacrum, la scissione in questione non poteva non trasformarsi in religione vera e propria, darsi insomma una struttura, una gerarchia, obbligatorie credenze, un sacerdozio, rego­ le cultuali da seguire con rigida esattezza, un pantheon. A conferma della contemporaneità dell'affermarsi di potere come gerarchia, di religione come strutturazione del sacrum e di guerra, è facile notare che quest'ultima non poteva venire in essere senza il duplice strumentario del potere e della religione. Il primo, perché assegnava ai guerrieri, che in tal modo diventavano soldati obbedienti a comandanti, i mezzi e gli uomini (a volte anche le donne) con cui trasformare la violenza, sempre esistita e inelimina-

DOMINIO

bile in ogni collettività umana, ma non ancora diventata strumen­ to consapevole - cioè grammatica e sintassi della violenza -, in sistematica organizzazione e finalizzazione della violenza stessa; la seconda, la religione, era altrettanto indispensabile in quanto giu­ stificava e legittimava, come del resto accade ancora oggi, l'azione bellica. D'altra parte, il potere non avrebbe avuto stabilità, durata e tra­ smissibilità senza l'opportunità e necessità della guerra e senza la supposta approvazione e autorizzazione della divinità. In altre paro­ le, una volta diramatesi le tre componenti iniziali del dominio, potere, religione e guerra, esse si sono condizionate, rafforzate, con­ validate a vicenda.

Questo libro non aspira alla sistematicità. Il lettore può anzi sal­ tare a piacimento da un paragrafo all'altro, l'autore confidando di

aver messo in opera, più che un testo, una sorta di montaggio (in

senso cinematografico) in cui

tout se tient. Rifuggo dai modi dell'ac­

cademia, e ho cercato di evitare designazioni troppo rigorose, atte­ nendomi, nei limiti del possibile, al presupposto che tutto è simbo­ lico ma, dal momento che un saggio (per restare alla ben nota, tanto deplorevole quanto difficilmente evitabile, classificazione degli

scritti in generi) pertiene alla logico-discorsività, mi è stato gioco­ forza servirmi di rappresentazioni. Con il rischio del letteralismo ma con la cognizione che la Parola, come il simbolismo, punta al silen­ zio, al linguaggio nascosto nel linguaggio. La conseguenza è una frammentazione in paragrafi di varia lunghezza, obbedienti a un ordine fluttuante. Grosso modo, l'esposizione si articola in un Prologo e tre Capitoli, quegli stessi del sottotitolo: potere, religione, guerra, con continui rimandi, e sovrapposizioni, dall'uno all'altro. Vasta parte è riservata, nella struttura generale, al passaggio dal Paleolitico al Neolitico inteso quale universo della legge, della produttività, della tecnologia, della storia: il mondo in cui è prevalso il Discorso con

INTRODUZIONE

l'inerente tentativo di relegare mito e tabù nel ctonico. Il trionfo celebrato di continuo dal Discorso - senza che esso possa togliere di mezzo quello che chiamo residuo indecomponibile, ed è l'ombra del mito - è consistito nello stravolgimento della Parola, ciò che ha fatto dell'uomo d'oggi un parlante che rilutta a essere mitico, e tut­ t'al più ammette che lo siano gli aspiranti alla traduzione dal silen­ zio in parole. Chiamiamoli artisti - per quanto io ignori che cosa si designi con il termine arte.

In questo libro si descrive dunque ciò contro cui il dominio - potere, religione, guerra - si accanisce nel tentativo di nasconderlo, esorcizzarlo, reprimerlo, sopprimerlo. Ma l'uomo non potrebbe vive­

re neppure un giorno senza mito, senza follia, senza abbandono e senza

sogno. Un paragrafo conclusivo di questa breve, nient'affatto siste­ matica esposizione, contrappone l'azione del dominio - cultura della morte - all'altra dimensione che è la possibilità, solo accenna­ ta, solo intravista della gioia (escludendo di poterla tradurre nei tetri ritmi militareschi della marciante Gioia dell'inno conclusivo della Nona di Beethoven).

Parola È senza origine, è originaria. È senza rimando a una real­ tà extralinguistica. Non è inscrivibile nel sistema del signifìcabile e nel principio di padronanza. Non c'è padronanza della parola esercitata attraverso il linguaggio. Non valgono le categorie della logica classica (tempo, spazio, luogo, non-contraddizione).

INTRODUZIONE l'inerente tentativo di relegare mito e tabù nel ctonico. Il trionfo celebrato di continuo dal

Discorso Il Discorso è ciò che inscrive la parola all'interno di un sistema che presume l'esistenza di una causa prima. Si ha così Discorso archeologico, speleologico, sintattico-grammaticale, lette­ rario, editoriale, eccetera. Il Discorso si fonda su alcuni cardini che riguardano il terzo escluso, il principio di non-contraddizione.

DOMINIO

Parola La Parola è mistero, sfugge alla presa, soprattutto a quel­ la, continuamente, testardamente tentata, della linguistica. Poiché non è possibile una padronanza del linguaggio, non abbiamo facol­ tà, capacità, competenza che ci faciliti il percorso, restiamo conse­ gnati al viaggio, impervio, di esistere in combutta con il mito. Che il Discorso si sforza di mettere al bando. E anche per questo il Discorso è una costrizione, una catena di cause ed effetti che pre­ tende di imporre l'adesione a una coerenza precostituita, ricondu­ cibile a un sapere dato in partenza. Il Discorso presuppone un'ori­ gine al di fuori della Parola, nutre la speranza di trovare in un'inva­ riabilità pre-Babele la conferma di una lingua adamitica, il germe iniziale e la scaturigine dell'origine dell'universo dalla quale far dipendere la genealogia del bene e del male, dell'al di qua e dell' aldi­ là, del mondano e del divino. Il Discorso è gnosi, episteme, funera­ ria riduzione all'uno.

Mi rendo tuttavia conto che è difficile intendere che è ciascun atto di parola in quanto tale a essere originario e che il nostro esi­ stere in esso si situa. Essendo impossibile dare in poche righe di aggiunta a un testo (comunque inconduso e inconcludente) una definizione esaustiva del termine Discorso perché riguarda quanto è già stato elaborato in filosofia e nella logica classica, mi limito a pochi accenni, alter­ nando e contrapponendo Parola e Discorso.

Parola Il termine deriva dal greco parabàllo, io lancio; donde parabola, discorso per similitudine: "lancio" parole usate come discorso per avvicinarmi come un bersaglio alla Parola che mi flui­ sce dentro.

Discorso Il trasporto di un oggetto, la parola da un ambito lin­ guistico a un altro, da una cultura a un'altra, è possibile. Si chiama traduzione. Permette di fornire oggetti, cioè testi, approvati dal-

INTRODUZIONE

l'editoria e dall'accademia. Il traduttore lavora per la traduzione, in una di quelle attività senza le quali morirebbe di fame.

Parola Persino il bambino traduce. La traduzione è universale e perenne. Il bambino balbetta, e l'informe balbettio dev'essere trasla­ to in termini indicali per rendere possibile la comunicazione in questo o quell'ambito di parlanti. È come se tutti quanti fossimo sulle rive di un fiume nel quale fluiscono le parole; immaginiamo­ ci di essere pescatori sulla sua riva, intenti a trarre le parole, che sono quelle non volute, non programmate, le stesse Parole del sogno (il fiume è a livello inconscio, per usare un termine della psi­ coanalisi), a ripulire le parole e a metterle in circolazione. È questo il principio dello scambio anche economico.

Discorso Ma nel bambino c'è una lingua più profonda, un lin­ guaggio prenatale, tale che i dispersi sulla faccia della terra, costret­ ti dai diversi contesti in cui sono alle prese - baobab anziché quer­ ce, tigri anziché elefanti, mari anziché fiumi - gli esseri umani si sono dati designazioni diverse. Tuttavia, essi tendono a tornare all'origine, cioè a ricuperare una lingua universale con cui comuni­ care a tutti i livelli e ovunque.

Parola Questo significa l'uniformità, l'omologazione, l'identifi­ cazione. Un nome, un codice di riconoscimento per tutti, e depo­ siti di conoscenze accessibili a tutti.

Discorso Ma dicendo "io", io sono in quanto io. A furia di ana­ lizzare si scopriranno le strutture complesse, e in realtà semplicissi­ me, che stanno alla base del linguaggio naturale. Babele, insomma, prima della discesa del dio geloso dell'umana unità, e che ha distrutto uniformità e identità. Il pensiero infatti ha un'esistenza reale anteriore o esteriore alle parole.

DOMINIO

Parola Non ci sono oggetti che non siano stati prima denomi­ nati, inventati verbalmente o figurativamente o musicalmente per­ ché esistano. Noi-Parola muoviamo e trasformiamo il mondo­ Parola dopo averlo istituito. Parliamo perché non parliamo della Parola. La parola-tempo per noi-Parola abitanti della parola-scrittà (essendo impossibile separare la città dalla scrittura e la scrittura dalla città) si svolge linearmente perché la scrittà si svolge linear­ mente. Tempo sintattico, in successione orizzontale o verticale, non paratattico come le figure - in disordine, per noi - spesso sovrap­ poste l'una all'altra, delle grotte e dei ripari sotto roccia, prima della parola-rivoluzione neolitica, della parola-agricoltura, della paro1a­ apotr6paion contro l'abisso, la sylva, la selvaggeria ciclica o addirit­ tura senza topoi, la parola-uomo casualmente itinerante.

Discorso Anche i selvaggi usano i tempi verbali, danno ordine al discorso, distinguono passato, presente e futuro.

Parola La memoria si plasma sull'esempio del passato del verbo­ parola. È il quando questo-questa ha creato il mondo. Non dal nulla, che è parola, ma appunto dalla Parola che si staglia nel tutto-nulla.

Discorso Ma è la psicotecnica (psicoanalisi e psichiatria) che fa risorgere il ricordo.

Parola La psicoanalisi classica (ormai superata) parte dal presup­ posto che il tempo sia una realtà concreta. Lo psicoanalista e più ancora lo psichiatra "classico" è uno storico, cioè un traduttore (per lo più pessimo, dal momento che pretende che il "matto" si espri­ ma secondo i suoi cliché psicotecnici) che aspira al letteralismo.

Discorso La storia serve a orizzontarci nel mondo, e lo storico ricerca attendibili documenti, verbali o d'altro genere, e li presenta parafrasando li.

INTRODUZIONE

Parola La sua attività è quella stessa dell'interprete di sogni. Al quale il sognatore riferisce ciò che ha udito, visto, toccato, gustato, annusato, ma limitandosi - altro non può fare - ai fatti, alla crona­ ca. Manca, in quel suo riferire, la forma, che è irriferibile.

Discorso La funzione del linguaggio fu e sarà sempre la stessa.

Parola Nessuna parola resta inalterata nei tempi da essa stessa istituiti. Nessuna parola, nessuna lettura, nessuna traduzione po­ tranno prescindere da questi presupposti. I sinonimi, intesi come perfetti equivalenti, non esistono.

Discorso Luomo è continuamente alla ricerca del senso, ed è questa la premessa e lo stimolo per una possibile salvezza.

Parola La salvezza, se mai esistesse, sarebbe una rappresentazio­ ne della disperazione. È comprensibile l'esigenza intima di ritrova­ re il nucleo del mondo, ma la condizione in cui viviamo ci rivela che la questione del senso del mondo è negata persino a livello scientifico.

PROLOGO Il mitico e il parlante

Noi siamo Parola. Siamo nella Parola. Parola sono i nostri pen­

sieri, che sono dialoghi con noi stessi; Parola i nostri gesti; Parola tutte le nostre forme di comunicazione interiore (con le varie "per­ sonalità" che ci compongono o scompongono) o esteriore; Parola le figurazioni, i canti, le danze; Parola la scrittura: Parola verbale, dipinta, recitata, eseguita, trasferita, cioè tradotta, dal dialogo inter­ no alla sua ripulitura, correzione, revisione, per essere messa in commercio come rappresentazione figurata o gestuale oppure paro­ la verbale, insomma presentata in maniera accettabile agli altri, a loro volta maschere dell'Alterità.

Scongiuro. A giudizio dei semantologi la parola è sempre usata. Lantisemantologo si avvede di primo acchito (non per niente fabu­ la, scrive, danza, dipinge, compone musica, trova fruttuoso quel­ l'ininterrotto racconto che è il sogno) che è la parola a usare e che sostenere il contrario attiene alla metafisica.

Con la metafisica ha attinenza l'invenzione della città che è, pro­ priamente e innanzitutto, apotropaion, scongiuro contro i metafisici terrori della sylva, il non edificato, il non programmato (e program­ mabile solo in prospettiva), il selvatico, il disordine, il caotico. Che è, dichiaratamente, luogo della sicurezza, ed è il luogo della scrittu-

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

ti, stratificazioni, crescita in senso verticale e dunque verttgme, alloggi da capogiro e luoghi panoramici dai quali si tenta di rico­ struire la topografia urbana: la città è una moltiplicazione dei peri­ coli che vorrebbe escludere. La città che si suppone esorcismo con­ tro l'informe, l'insensato, il proliferante che sgorga improvviso, che fruscia subdolo, che non ha confini; la città chiusa da mura o descritta e iscritta in un pian de ville che è un plan de vie; la città che pretende di rifare il cosmo all'interno di limiti scelti, che si propo­ ne quale riassunto del cosmo, specchio rassicurante del cosmo, è in effetti uno specchio frantumato: mille specchietti, mille cosmi rove­ sciati. Il labirinto con il filo d'Arianna, tale vuole essere la città. Ma

essa non sfugge alla labirinticità; anzi, la moltiplica e la esaspera.

Da Leo n Battista Al berti in poi, l'architetto è un programmato­ re, evoca a sé tutto lo spazio dell'immaginario, assurge a demiurgo della propositività e positività, della preveggenza, veggenza e reg­ genza, è il portatore dell'utopia e del riformismo, ignora ormai il pericolo insito nella creazione parallela a quella originaria. I.:archi­ tetto, una delle ipostasi del codificatore, si immagina titanico, e

titanica vuol essere l'opera

che edifica. I.: architetto-codificatore

continua l'orgoglio del fondatore e del sovrano. La città, luogo della sicurezza, luogo della scrittura, luogo del testo. Scrittà, dunque. Nulla deve sfuggire alla programmazione, e quanto non è program­ mabile viene relegato fuori dalle mura. Il delirio della Sibilla non ha più posto nella città. La forma urbana medievale è caratterizzata dalla cinta di mura: non solo e non tanto per motivi di difesa, quan­

to per bandire da sé, metaforicamente, l'informe.

Per inciso, agricoltura e industria (fatte nascere o sviluppate, e comunque monopolizzate dal potere, impossibili senza il potere, senza la divisione del lavoro) hanno per effetto di far crescere la complicazione in basso, pianura nella quale si è alle prese con innu­ merevoli problemi d'ordine pratico (aratri, fienagione, semine,

PROLOGO - IL MITI CO E JL PARLANTE

vocare !'"esplosione" del potere seguita da un'inarrestabile espansio­ ne. (Si noti che questa ha la tendenza a diffondersi, a "infettare" gli ambiti circostanti. Il potere è diffusionistico, tale per imitazione o imposizione.)

È vano il tentativo di pensare a un al di là della Parola. Ci si imbatte sempre e comunque nella Parola, nostra felicità, nostra libertà, nostra schiavitù, nostro approdo. Il religioso monoteista che cerchi dio si arenerà sulla parola-dio; il buddista che cerca di son­ dare il mistero del samsara, la reincarnazione, la ruota degli esseri, e di superarla attingendo al nirvana, si imbatterà nella parola "essere" con l'aggiunta di sostantivizzazioni, come karma, Grandi Esseri, eccetera, e finirà per trovarsi di fronte a nomi oltre ai quali potrà magari illudersi di andare, ma solo servendosi di una successione di altre parole per giungere all'apparente conclusione della serie - anche se in realtà le parole non hanno numero - cioè alla parola "fine"; e il politeista non potrà andare oltre la sfilata di dèi, semi dei, spiriti che compongono il suo pantheon o il suo Olimpo e che sono nomina insuperabili.

Lo ripeto: è la Parola a istituire gli oggetti fisici (albero, pietra,

nuvola,

strumento..

.), non gli oggetti fisici a replicarsi nella Parola ver­

bale, dipinta, danzata, cantata,

mimata. . .

È un concetto sul quale è

opportuno insistere di continuo perché è centrale nello svolgimento del mio discorso. Il capovolgimento della Parola significò che l'oggetto fisi­

co fu interpretato quale conforma della Parola-usata.

È però innegabile che ben pochi accettano l'inesorabile impos­

aibilità di scoprire quale sia la fonte di luce che, nella caverna della fa vola platonica, proietta ombre sul fondo. Le religioni, al pari della . acienza, vogliono infatti andare al di là: le religioni, descrivendo

  • d ivinità e spiriti e imponendone il culto; la scienza, in primo luogo cosmologia e la cosmografia, pretendono per via unicamente

DOMINIO

razionale - e senza dunque paterne fornire una validazione - di per­ venire al punto zero, il momento del Big Bang che avrebbe dato ori­ g ine all'universo. Le religioni non meno della scienza (in fin dei conti loro legittima rampolla) mirano a definire la creazione, cioè l'edificazione dell'universo a partire dal nulla, per opera di un'enti­ tà estranea - un dio o un gruppo di dèi - o implicita, nel senso che "la creazione è la creazione". Al pari della storia - che più avanti defìniremo - la scienza è genealogica.

«lo Credo in Dio padre onnipotente>>, recita il Credo cristiano. Impossibile, per i postneolitici, concepire una divinità suprema che non sia follocrate.

La speranza che esista una certezza ultima, e che la traduzione sia giustificata e valutata col metro di misura della favolistica inva­ riabilità pre-Babele, è solo paura del labirinto senza via d'uscita che è la Parola. La morte non è che lo spegnersi della parola, e dunque della speranza di accedere all'Alterità che è simboleggiata dall'altro, oggetto animato o inanimato.

Al pari degli antichi stoici, l'odierno semantolo g o ritiene che tutto l'accadere sia preordinato da una provvidenza o da un destino o da una norma, comunque la si voglia definire, e quindi che le soli­ te, magnifiche sorti marcino progressivamente verso lo svelamento definitivo. Il semantologo non si arrende a nessun racconto mitico, lo considera un indovinello, tutt'al più uno strumento, non già una parola che parla e non certo nella forma della logico-discorsività, id est della enunciazione esplicativa; pensa che la Parola (parlata, can­

tata, dipinta

...),

che è il mito, la si possa spiccare dal ramo, che essa

sia ciò che si pensa prima della parola stessa, e dunque che la si possa rigirare tra le mani, farla a fettine, e le fettine metterle sotto la lente del microscopio. Insomma, non sa distaccarsi dal metodo dell'Occidente, della Scuola, del Sapere. E non si accorge che la parola discorsiva è la salma, la spoglia, lo scheletro della Parola che

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

scorre, irrefrenabile, in tutti, in me e in te, la parola che te pensa, che me parla. Anche Benedetto Croce ha anteposto pensiero a parola. Ma la parola è increata. Non ha origine. È essa a creare. Non c'è un al di là della parola: l'al di là avviene in quanto parola. Aggiungo che la Parola nelle sue metamorfosi inventa le proprie trappole e scissioni. Veste i panni della follia, si improvvisa perversione, si atteggia a filo­ sofia, ben sapendo - e lamentando la propria incapacità di uscirne - che sono altrettanti frammenti di essa stessa, della Parola. Ciò che . l'auspicata completezza della parola - quella che è un frammento ·. della parola, il frammento etnografico che descrive e cataloga - chiama "parola poetica delle origini", non sfugge a codeste prevari­ cazioni operate su se stessa dalla Parola impaurita di fronte all'idea del suo stesso spegnersi, cioè della morte, dell'incapacità di desi­ gnarsi, di oggettuarsi. Ed essa si è fatta agricoltura, industria, com- mercio, produzione: per possedere designazioni, per ancorarsi a parole-oggetti. La Parola è pertanto autoinganno, menzogna, sra­ gione, illusione e delusione, perenne fluidità e sfuggevolezza, conti­ nua metamorfosi, ed è per questo che si traduce ben sapendo che nulla è traducibile, che si scrive ben sapendo che nulla è scrivibile. mito. Tutto però si traduce, cioè si fa parola che trasferisce se stes­ sa, restando fluidità e sfumatezza, oppure trasformandosi, masche� randosi da oggetto: per scoprire, subito dopo o a distanza di anni, c h e la sfumatezza di allora non è abbastanza duttile adesso o che quell'oggetto è ormai inservibile. E tutto, per questo, è inesorabil­ mente racconto: avventura della Parola nel suo farsi oggetto o rifiu­ tarsi all' oggettificazione; e la Parola è dunque presenza o assenza, autoaccettazione o autorifiuto. E ciascun oggetto è racconto, trac­ ciato di un nostos, di una fuga della Parola dalla Sirte sciagurata, da ·Scilla e Cariddi, da isole abitate da imprigionanti dee e ninfe, per alla sicurezza banale di ltaca, e poi riprendere al più il mare onde non restare arenata, confitta nella reificazione. c'è un residuo indecomponibile, che nessun tentativo di cri-

PROLOGO -

IL MITI CO E IL PARLANTE

uomini del Paleolitico sulla scorta dei reperti. Ma è un atteggiamento che rischia di incoraggiare l'opinione che all'epoca l'attività spirituale si limitasse alla conservazione e alla trasmissione della tecnologia. Non è comunque ammissibile che l'uomo di allora fosse soltanto homo fober, cioè costruttore di oggetti: doveva, non poteva non essere anche homo ludens, cioè dedito anche ad attività non esclusivamente pratiche, al divertimento di vario genere e ad attività "artistiche': e non poteva non essere anche homo mythologicus, cioè "creatore"- in quanto Parola- del mondo. Stanno a dimostrarlo, se non altro, le figurazioni di vario gene­

re che ha lasciato sulle pareti delle grotte e dei ripari sotto roccia, oltre ai prodotti dell'arte mobiliare. E ci inducono a pensar/o tale le analogie con le culture dei residui popoli cacciatori, che in comune con i nostri antenati hanno per lo meno la tendenza alla rappresentazione pittorica rupestre, molte pratiche fonerarie e il manifèsto uso di strumenti non

dissimili da quelli usati

migliaia di anni fo dai nostri progenitori.

Gli sparuti popoli cacciatori e raccoglitori odierni possono essere definiti come popoli preistorici o preneolitici, sopravvissuti fino a oggi senza agricoltura e senza animali domestici foorché cani, anche se esi­ stono casi che sono quasi sempre eccezioni. Così per esempio gli india­ ni Tiglit (costa nordoccidentale dell'America Settentrionale) coltivano o almeno coltivavano fino a tempi recenti il tabacco, considerandolo però non già un alimento o un prodotto commerciale, bensì una droga; e alcuni gruppi di Ainu (isola di Hokkaido nell'arcipelago giapponese) da qualche decennio coltivano il miglio che serve a preparare la birra, anch'essa come tutte le bevande inebrianti da considerare più droga che alimento. Per lo meno questa assenza di agricoltura accomuna i caccia­ tori odierni ai Paleantropi. È dunque lecito, ripetiamo, proporre ana­ logie, pur con il dubbio che si possa riuscire a ricostruire oltre limiti ristretti il modo di vivere (e dunque di pensare) dei nostri antenati.

La Parola paleolitica è stata stravolta, suppostamente spiccata dal ramo, affermata ciò che si presunse esistere prima della Parola, �· e pertanto oggetto da rigirare tra le mani, da fare a pezzi, da reifìca-

DOMINIO

re; e la Parola sarebbe così stata ridotta esclusivamente a verbo, non più invenzione ma creazione in senso teologico - cioè supposta­ mente apparsa dal nulla per intervento esterno dell'ormai concepi­ ta divinità - Cosa con la quale si potesse descrivere e riprodurre l'esistente. La Parola avrebbe così cessato di essere l'istituzione del­ L' albero, del fiume, del giorno e della notte, per diventare supposto specchio, eco, ricalco della realtà.

Perché gli uomini si sono stanziati? Sull'evento consistito nel­ L'assunzione da parte degli uomini del controllo dell'ambiente natu­ rale, atteggiamento che ha cambiato radicalmente La Loro e la nostra posizione nel mondo, sono state avanzate molte ipotesi. Si è tratta­ to di un processo recentissimo se commisurato sulla scala della pre­ senza antropica sulla terra: ha avuto luogo infatti non più di 1 5.000 anni fa, nella cosiddetta Mezzaluna Fertile, la regione del Vicino Oriente che comprende Egitto, Anatolia Meridionale, Palestina, Siria e una parte della zona compresa fra il Tigri e l'Eufrate.

«Il Signore gradì Abele e la sua ojfèrta, ma non gradì Caino e la sua ojfèrta» (Genesi, 4,4-5). Il dio, che è ilpot ere neolitico, apprezza il nomadismo e condanna la stanzialità agricola: Caino ara, stupra la terra (che si vendica dan­

dogli scarsi, fotic ati fru tti),

ma non può non assolverlo perché è lui stes­

so frutto della stanzialità che ha inventato la divinità («Il Signore impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l'avesse incon­ trato» Genesi, 4, 15). E Caino difotto prospera e diviene costruttore di città (Genesi, 4, 17).

Gli aspetti positivi della rivoluzione neolitica. Le risorse diven­

nero regolarmente prodotte anziché restare legate all'aleatorietà della loro spontanea presenza nell'ambiente, e fu dunque possibile accumulare scorte in vista di periodi di scarsa produttività vegetale e animale. Si ebbe pertanto, rispetto al Paleolitico, una disponibili­ tà di quantitativi maggiori di prodotti alimentari.

PROLOGO - IL

MITICO

E IL PARLANTE

I..:allevamento

sistematico degli animali, prescelti inizialmente

specie gregarie e itineranti, assicurò fin dagli esordi del Neolitico certa padronanza dello spazio, ripresa, sviluppata e moltiplica- dalla pastorizia, sinonimo di nomadismo. Alla sylva, come fu poi dai romani la natura selvaggia, si sostituì la crescente v"""'v"'" dei suoli. Ebbe inizio il processo di conquista e coloniz­ R!i!iir.cu. -•v•J•c degli spazi, dapprima i viciniori, successivamente quelli più e, in tempi a noi prossimi, persino oltre mari e oceani.

Il graduale passaggio dai piccoli villaggi del Neolitico iniziale ad ··altri di ben maggiore estensione, alle città e alle conurbazioni, si accompagnò alla sostituzione del mito-tabù con la metafisica (si veda il Glossario). La metafisica consistette essenzialmente, lo ripe­ tiamo, nella convinzione che la Parola potesse diventare sempre usata, anziché essere Parola-in-cui-siamo. La metafisica vuole per principio ignorare che noi siamo mitici e solo secondariamente par­ lanti, come a dire che il perenne scambio che abbiamo con noi stes­ si cioè con l'Alterità - e che precede la comunicazione plurivocale - non è una scelta ma è parte integrante e anzi condizione del nostro esser-ci inteso come parte, frazione, ombra dell'Essere.

La metafisica comportò l'invenzione della scrittura. La Parola usata venne intesa quale cosa, oggetto di scambio e anzi quale esor­ dio e modello iniziale dell'attività economica, dapprima nella forma di scambio, di baratto via via accompagnato da lucro in sostituzio­ ne delle non-regole precedenti, del periodo cioè in cui la comuni­ cazione materiale prendeva la forma di dono senza l'obbligo della reciprocità, anche se questa era ovviamente bene accetta.

Tabù. Il noto antropologo francese Lévi-Strauss vorrebbe ricon­ durre il tabù a un primum, e sarebbe la proibizione dell'incesto a sua volta riconducibile alla necessità dello scambio delle donne. La proibizione dell'incesto sarebbe «una regola di reciprocità», destina-

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

L'incesto è uno dei luoghi deputati del tabù. E tale diventa a posteriori, quando non ci si accontenti di indicarne la presenza, ma 1i voglia sottoporlo a biopsia. Molti sono i luoghi deputati in cui il tabù, il senza tempo, il senza spazio, si manifesta, si evidenzia, mul­ tiforme Proteo senza un'unica faccia. Sono, per esempio, la morte, l 'agonia, lo spargimento di sangue, la guerra, il sacrificio, l'erotismo perché in esso, con esso, ci si "perde", si smarrisce la propria presun­ ta individualità, e senza un nome ci si abbandona alla parola dei c:orpi, non meno molteplice di quella verbale, assai più eloquente di quella di scambio. Tabù è dunque la violenza in ogni sua manifesta­ zione, tabù il grembo materno, visto come luogo del cruento e l acrimante prorompere, è la breccia nel muro dentro la quale forse si celano le penne da restituire alla Fenice: luogo del manifestarsi iniziale della Parola-esserci. E che, in quanto tale, egregiamente simboleggia il nascere e il perire, l'apparire e lo scomparire.

«Tabù. Un sistema di proibizioni religiose e sociali, le più famose e fondamentali delle istituzioni sociali della Polinesia». M. Leach, J. Fried et alii, a cura di, Standard Dictionary of

Folk/ore, New York, 1 949. Impossibile, per gli antropologi, non concepire il tabù come

divieto religioso e sociale.

Se il sovrano arcaico, e come lui il "selvaggio", il "primitivo" - e anche il cosiddetto "pervertito" - praticano e recitano l'incesto, è, nel caso del primo, perché è immune dalle punizioni che il "sacro", il sito dell'introvabile origine, comporta per chi ne sfiora i confini, per chi lo aujhebt, per dirla con Hegel. Nel secondo caso, perché comunque il tabù è per essere superato, sbarra di confine che torna

ad abbattersi

appena si sia compiuto il rite de passage. Il tabù, il sen­

timento del nascere-perire, cioè dell'indescrivibile sgorgare e spro­ fondare della parola - quello che dai greci era denominato il Phanes,

l'Apparso - viene facilmente tramutato, da assenza, in presenza, gli si fa assumere forma di legge, lo si esprime come proibizione o

DOMINIO

divieto. Va detto ancora che il tabù ha ovunque un interprete, ed è il mito, e sono la Sibilla e il suo portavoce.

Il mito è l'altra faccia di un'unica medaglia. Dal punto di vista etimologico, il mito è, sì, racconto, mythos greco, ma il termine deriva, a quanto pare, da una radice indoeuropea, mn, donde memoria, mnemonico, mind inglese, e via dicendo. Il mito-raccon­ to commenta di continuo la continua aurora del tabù, ne decreta il tramonto e ne preannuncia il risorgere. E descrive o rievoca di pre­ ferenza le conseguenze dell'incesto, della guerra, la nascita (l' appa­ rizione, l'Epifania), le avventure del pene e della vulva, il viaggio, il repentaglio. È per questo che tanto spesso assume la forma del mito solare - ma perché tenta di dar voce all'inesprimibile, all'indecidi­ bile, e predilige pertanto quei simboli esteriori che più immediata­ mente corrispondono alla ruota degli esseri-parole vorticante den­ tro di noi.

Al posto del mito-tabù con il Neolitico è intervenuta la prescri­ zione, il divieto, in altre parole la legge. Ogni legge si scriveva e si scrive, dapprima nella specie di semplici simboli, su lastre di pietra, su papiri, su tavolette di legno, cera, argilla, in libri, su fogli e scher­ mi, allo scopo sempre di farne un oggetto fisico.

Lo stanziale del Neolitico si suppose parlante e relegò in una duplice dimensione la Parola-parlato: un mondo estraneo, paradi­ siaco o ctonico, di dèi e demoni dotati di volontà propria e identi­ ficabili appunto con la Parola; e un mondo terreno ma non urilita­ ristico, quello in cui in processo di tempo i posrneolitici avrebbero confinato i cosiddetti artisti.

Il processo di stanziarnento comportò l'invenzione del villaggio e della città, e soprattutto il passaggio dal modulo circolare (ciclici­ tà dei ritmi naturali, forma delle capanne, visione complessiva del

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

·· mondo e dei suoi fenomeni) al modulo, oggi onnidominante, della "quadratità" che, va detto subito, non fu dettato da ragioni di pra­ ticità e comodità, ma fu inevitabile frutto di una diversa visione ·del reale.

Gli svantaggi, a breve, a medio e a lungo termine, del passaggio ·dal Paleolitico alla rivoluzione neolitica. In primo luogo, l'istituzio­ ne della sfera della ratio, ritenuta lo strumento principe dell' affer­ mazione nel mondo, e della sfera ben delimitata - cittadella mura­ ta - del rimosso, dell'inconscio, dell'Es o come si voglia chiamarlo.

..

Il mondo fu "civilizzato" e rimodellato dall'attività e dallo sfrut­ . tamento umani, al punto che oggi nulla più somiglia a ciò che ' d ovette essere un tempo la natura extraumana. Cosa questa che comportò la distruzione sempre più rapida delle foreste, delle sava­ . ne, delle praterie, persino dei deserti e dei mari, per permettere l'in­ . 1taurazione di campi, vie, fabbriche, centri abitati, apertura delle risorse idriche al sistematico sfruttamento ittico, eccetera.

Stanziamento, agricoltura, allevamento, industria e produzione sistematica, vale a dire frammentazione del reale in un'infinità di ! oggetti utilizzabili e contemporanea urbanizzazione, hanno pro­ mosso la moltiplicazione degli esseri umani. Se alla fine del P aleolitico su tutta la terra si contavano forse 200.000 esseri umani, oggi sono più di sei miliardi in rapido avvicinamento ai dieci e forse più, a quello che è generalmente considerato l'estremo limite sop- portabile dalle risorse terrestri.

'

:Lagricoltore e l'allevatore hanno dovuto conquistare il mondo anziché accontentarsi di ciò che veniva loro dato, e praticarono non aoltanto la domesticazione, e dunque sottomissione degli animali, ma anche la schiavitù. Avevano e hanno necessariamente una visio­ ne gerarchica non solo della società, ma anche degli dèi e degli spi-

DOMINIO

riti. Erano e sono dediti a sacrifici, sia cruenti, sia simbolici (messa della religione cristiana), non di rado umani, anche se per lo più animali (ancora oggi, nei templi della dea Kalì in India). Agricoltori e allevatori devono infatti "pagare" il loro stesso esistere agli dèi ai quali si considerano sottomessi, partendo dal presupposto che dal­ l'aldilà vengono vita e morte, buoni raccolti o carestie, pioggia

abbondante o siccità

Anzi, si presume che nell'aldilà si nasca, nel­

... l' aldiqua si viva e nell'aldilà si muoia.

All'inizio, l'agricoltore ha concepito ancora il tempo come cicli­ co (eterno ritorno delle stagioni: non aveva una precisa visione "sto­ rica", di destinazione e di causalità), organizzando comunque le sue attività in base a un rigoroso calendario. La fertilità della terra gli appariva simbolicamente solidale con quella della donna; la donna fu considerata responsabile dell'abbondanza dei raccolti, poiché "conosceva" il "mistero" della creazione in quanto capace di parto­ rire, e dunque di dare insieme vita e morte (il nuovo nato è desti­ nato comunque al decesso) e il nutrimento (latte, attività domesti­ che: la donna prepara da mangiare, custodisce la dispensa). Se in un primo momento si credette che la terra si ingravidasse da sola, per partenogenesi, con l'invenzione dell'aratro il lavoro agricolo venne assimilato all'atto sessuale, e dunque alla fecondazione della terra a opera di agenti esterni.

Il mistero della terra partenogenetica è però restato a lungo, come residuo, nelle società agricole: si conoscono, in tutte le reli­ gioni, decine, centinaia di madri vergini che vengono ingravidate da spiriti, angeli, dei, senza intervento umano (in Grecia, Era con­ cepisce da sola e dà alla luce Efesto e Ares). Suppostamente nato dalla terra, l'uomo morendo tornava alla madre. Sul ritmo delle sta­ gioni, si costruì poi il ritmo dell'eterno ritorno, della continua rige­ nerazione del mondo dopo una catastrofe (morte sotto forma di diluvio, di apocalisse eccetera); il mondo rinascente era considerato

PROLOGO - IL MITlCO E IL PARLANTE

migliore del precedente, la cui rovina era stata generalmente causa­ ta da errori o peccati, commessi dagli uomini o dalle loro proiezio­ ni celesti o sotterranee, dèi superni o inferi.

Nel Neolitico, trionfò il diritto del più forte. Cessò l'uguaglian­ za delle società "selvagge", in cui uomini e donne avevano e hanno uguali diritti; la società divenne maschilista, fallocratica. Ancora, mentre tra i cacciatori le ossa erano considerate il ricettacolo della vita, da quando, nel Neolitico, per gli agricoltori la terra assunse importanza fondamentale (da essa dipendeva la vita della società), f urono le "ossa della terra" a essere considerate l'elemento stabile, eterno, indistruttibile. Le ossa della terra erano le rocce, i massi, e soprattutto le loro repliche erette dall'uomo: i dolmen, i menhir, i 1, betili, i cromlech e, a mano a mano che l'organizzazione sociale ' diveniva più complessa e che le tecniche si perfezionavano, le cosid- 1 dette costruzioni megalitiche.

!:'!

È diffusa la convinzione che il passaggio dalla vita itinerante ( caccia e raccolta) allo stanziamento abbia comportato un progres- 10. Rifugiati in vari angoli del globo, ancora oggi sussistono gruppi

i solati e minacciati che vivono secondo il ritmo delle stagioni, in una condizione atemporale rispetto alla cronologia misurata dagli orologi. Vivevano e vivono meglio o peggio degli stanziali? I caccia­ tori hanno opposto ferma resistenza ai tentativi, ripetuti costante-

••"'"'nr..

nei millenni dagli agricoltori, di "civilizzarli" o di sopprimer­

fisicamente o almeno cancellare la loro cultura. Questi gruppi si unud.va.uu e si rifiutano di cambiare il proprio sistema di vita, e le •*RIOill ne sono evidenti: l'attività venatoria e la raccolta assicurava­ loro tutto il cibo (animali terrestri e marini, frutti e radici) di cui tvl'·v<�no bisogno, consentendo loro di vivere in modo ideale in pie­ gruppi uniti da intimi rapporti. Il cacciatore era ed è libero dal della routine, e le sue attività quotidiane sono eccitanti. Va a solo quando ha bisogno di cibo: e perché sgobbare nei campi

DOMINIO

per ricavarne messi, quando le donne possono estrarre dal terreno ignami e altri rizomi?

L'agricoltura ha comportato nuovi rapporti umani che hanno alterato l'an tichissimo equilibrio tra uomo e natura e tra i membri dei gruppi. Non si può certo parlare di un'insufftcicnza di capacità intellettuali che avrebbe impedito ai cacciatori di far proprio quel­ lo che ben merita il nome di "nuovo mito". si può proporre l'immagine del buon selvaggio, puro e innocente. Anche tra i cac­ ciatori avevano e hanno corso la violenza e la crudeltà, anche la loro esistenza è lungi dall'essere paradisiaca. D'altra parte, com'è com­ provato dalle testimonianze pittoriche e plastiche che hanno lascia­ to, i paleolitici, itineranti, non-agricoltori, avevano e hanno capaci­ tà espressive e, più genericamente intellettuali, non inferiori alle nostre. Conclusioni? Difficile trame. A mio giudizio, tuttavia, il Neolitico di cui siamo gli eredi ha comportato un'enorme, irrime­ diabile perdita del bene più prezioso per l'essere umano: la piena disponibilità delle proprie capacità, insomma una cospicua diminu­ zione della libertà. Lumanità postneolitica ha costruito opere immani, ma ha migliorato davvero la propria condizione esistenzia­ le? Ha acquisito dimensioni morali, creative, espressive, che giusti­ fichino la terribile dipendenza dalla tecnologia che devasta il mondo e minaccia la sua stessa sopravvivenza?

È inutile chiedersi se, dal punto di vista materiale, fosse meglio la vita dei cacciatori paleolitici rispetto all'odierna esistenza urba­ nizzata. Importa piuttosto dire che la mutazione verificatasi nel Neolitico non riguardò soltanto la produzione di sussistenza e le conseguenti trasformazioni e antropizzazioni dell'ambiente, ma coinvolse tutte le manifestazioni della vita umana, dalle materiali alle simboliche.

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36

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PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE relative manifestazioni: difficoltà resa maggiore, e forse insuperabi­ le,

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

relative manifestazioni: difficoltà resa maggiore, e forse insuperabi­ le, dal fatto che la neolitizzazione delle varie regioni del mondo ha avuto luogo in maniera assai complessa e discontinua. Se infatti si ebbero dapp rima cambiamenti decisivi localizzati in alcuni, limita­ ti centri di irradiazione, in seguito si verificarono acquisizioni simi­ li in zone anche molto lontane dai focolai promotori.

Il Neolitico fu, in sintesi, l'introduzione, in parte spontanea­ mente accettata, in parte imposta, di una nuova dimensione miti­ ca, e poi la negazione-superamento di ogni visione mitica in nome della ratio e del cogito. Tutti gli elementi e i principi provenienti da luoghi spesso remoti, agricoltura, allevamento, nuovi procedimenti {levigazione della pietra, ceramica, invenzione della possibilità di servirsi dei metalli, organizzazione sistematica della produzione eccetera) sono apparsi ovunque in rispondenza al trionfo di una nuova Weftanschauung. E ovunque si verificò - si ripeté, modifican­ dosi in combinazioni con preesistenze culturali e locali e stilemi autonomi - la rivoluzione simbolica, la transazione dalla Parola­ mito alla Parola-parlante.

Se è possibile seguire il decorso della neolitizzazione secondaria (cioè dei meccanismi di diffusione delle idee del Neolitico iniziale) almeno in Europa, non altrettanto si può dire dell'origine della rivoluzione neolitica. Converrà dunque soffermarsi sulle ipotesi avanzate in merito.

Mentre il cacciatore si sente parte integrante dell'intorno, e non cOpera una netta distinzione tra sé e la natura, il postneolitico tende \l farsi rigidamente pratico, a rinunciare ai rituali con cui il caccia­ tore chiede scusa all'ambiente di cui è parte integrante per averne ucciso un componente (così, per esempio, i pigmei depongono fo glie e fronde sugli animali uccisi): non si considera più partecipe · el mondo , ma suo legittimo proprietario e sfruttatore; ha impara-

DOMINIO

to a misurare meticolosamente il tempo, lo spazio e le cose, a costruire macchine e ordigni di distruzione di massa; mira alla con­ quista degli astri e a bruciare più ossigeno di quanto possa essere sostituito dalla vita vegetale; e soprattutto, lavora, produce, accu­ mula, prol ifica, desertifica, inquina.

Tra i modelli proposti per spiegare il sorgere del Neol itico, a pre­ dominare in larga misura è quello materialista, la cui forza è legata alla possibilità che esso offre di formulare domande senza per lo piLl fornire risposte. È un modello che può sintetizzarsi nella domanda:

che cosa ha spinto l'uomo a cessare di dipendere dalle aleatorietà

della caccia e della raccolta per affidarsi, ai fini della sopravvivenza, all'agri col tura, ali ' allevamento, alla produzione tecnologica?

È implicita, nella domanda precedente, una concezione del la

cultura come insieme di mezzi materiali usati per adattarsi all'am­

biente. In altre parole, le mutazioni culturali in generale, e più strettamente sociali, sarebbero immediatamente connesse alle tra­ sformazioni che hanno luogo nella natura oltre che, beninteso, ai cambiamenti che si verificano al livello della nostra biologia e dun­ que dei nostri bisogni alimentari. Com'è ovvio, questa spiegazione sottovaluta l'apporto della cultura umana non materiale (quella non pertinente agli oggetti d'uso, secondo la definizione dell'an­ tropologia) e in particolare la capacità inventiva; e fa dell'essere umano e delle sue esplicazioni un mero effetto di realtà che subi­ sce, sia pure adattandovisi e in parte plasmandole, attenuandole, deviandole. Lipotesi può sembrare giustificata dalla constatazione che circa 20.000 anni fa si verificò un miglioramento delle condi­ zioni climatiche in tutta l'Europa: a causa del crescente riscalda­ mento generale, si verificarono migrazioni di varie specie di anima­ li verso zone più fredde, con conseguente spostamento dei caccia­ tori che inseguivano gli armenti.

PROLOGO -

IL MITICO E IL PARLANTE

L'ipotesi però non risponde a due domande: perché la trasfor­ mazione ebbe luogo solo in una zona limitatissima del nuovo con­ testo climatico, precisamente la Mezzaluna Fertile già designata in precedenza? E ancora: come si spiega che il passaggio da cereali sel­ vatici a cereali coltivati nella Mezzaluna Fertile, dal Mar Morto all'Altipiano iranico, abbia avuto luogo successivamente agli stanzia­ menti e persino alla fondazione di villaggi, come Gerico e altri? Gli

stanziamenti precedettero infatti le invenzioni delle fonti alimen­

tari, vegetali e animali, destinate ad assicurare la sopravvivenza.

Villaggi di cacciatori-raccoglitori sono comprovatamente sorti nella valle del Giordano almeno 2000 anni prima di ogni forma di agricoltura e di allevamento. Un villaggio di cacciatori-raccoglitori è stato individuato nel 1 955 a Mahalla appunto nella valle del Giordano; i suoi abitanti non erano dediti all'agricoltura e non pra­ ticavano nessuna forma di allevamento. D'altra parte, è assai proba­ bile che gruppi di itineranti si stanziassero, almeno provvisoria­ mente, all'imboccatura di grotte e in ripari sottoroccia, e sono stati infatti rinvenute tracce di opere di sistemazione di questi ricoveri, come muretti di protezione all'ingresso delle grotte oppure rozze forme di lastricatura o l'apertura di sentieri che conducevano alle dimore provvisorie.

La scoperta si deve a Bar Yosef, O.

Natufìan

Culture

in

the

Levant,

e Valla, F.R., lnternational

a cura di, The Monographs. . .

,

Archaeological Seri es, l, An n Arbor 1 991.

La conclusione inevitabile è che quella che è stata giustamente definita rivoluzione dei simboli ha preceduto l'inizio dell'economia agricola, e ancora che le trasformazioni culturali non rientrano nelle cosiddette sovrastrutture derivanti dai mutamenti economici, come vorrebbe invece la ben nota vulgata marxista. L'idea dello stanzia­ mento è insomma sorta e si è imposta prima che lo stanziamento si accompagnasse alle altre manifestazioni dianzi indicate, le quali

PROLOGO -

IL

MITICO

E IL PARLANTE

sione al destino, una hybris che si tradusse in nuove concezwm cosmologiche e nell'affermazione del dominio dell'uomo sul mondo. La curvilinearità ha correlazione immediata con la proliferazione, con la maternità, con la placenta, con le cavità del corpo della donna. La rettilinearità, ha correlazione con la virilità, con il phallus.

Parlando specificamente di religioni, vedremo come la donna sia stata correlata direttamente alla morte; se i paleolitici a volte davano sepoltura ai cadaveri, non di rado accompagnandoli con conchiglie e altri ornamenti e coprendoli a volte con cumuli di pie­ tre, a contrassegnare il sito dell'inumazione, ciò non significa però che immaginassero una vita dell'aldilà, e ancora oggi non mancano popolazioni "primitive", come i nomadi Masai viventi tra Kenya e Tanzania, che riservano la copertura di cumuli di pietra a salme di uomini particolarmente degni di nota e dunque di essere designati con memoriali, mentre gli altri defunti vengono gettati nella savana a nutrire gli animali saprofaghi. I neolitici invece istituirono regola­ ri culti della morte; sono note così le tombe in foggia di vulve: serie di pietre che convergono, in guisa di simboliche gambe, verso un'apertura, scavata per esempio sul declivio di una collina e che ha palesemente la forma di un'apertura vaginale. Un'altra invenzione neolitica è il dolmen, sepolcreto consistente di cavità fatte di lastre di pietra verticali sovrastate da una o più lastre orizzontali; sulla superficie delle pareti interne compaiono assai spesso incisioni che sono simboli femminili (seni, vulve schematiche, gli occhi della "dea degli occhi" di cui parleremo a proposito di religione).

Tombe 'a cortile" (Neolitico irlandese: Ballyglass, Contea di Mayo; Creevykell, Sligo, tra V e VI millennio a. C.), 'a corpo di madre" (Sardegna, San Andrea Priu, Bonova, 4000 a. C.), 'a lungo tumulo" (Lepenski Vir, nei pressi di Belgrado, 6000 a. C. circa), eccetera.

Mentre le forme irregolari e quelle sferiche sono frequentissime in natura, la pietra cubica o rettangolare è tale soltanto se la si lavo-

DOMIN[Q

ra. Quadrato, rettangolo, forme cuspidali, blocchi squadrati sono frutto di imposizione della ragione umana alla natura informe. Il q uadrato, il rettangolo, lo spigolo designano pertanto il frutto del lavoro, la real izzazione, l'opu s. Come si è già detto, la curva è fem­ minile, il diritto e l'angoloso sono maschili, evidente riflesso della virilizzazione del mondo. Ne consegue che la tana o la capanna con­ sistente in uno scavo nel terreno coperto da ramaglie o pelli, oppu­ re semplicemente frutto di un accumulo di vegetal i, agli occhi dei neolitici dovevano apparire atteggiamenti primitivi, espressione di un legame immediato, ormai ritenuto sorpassato, con la natura.

La forma circolare cessò di rispondere alla funzione simbolica dell'abitare ormai divenuta tutt'uno con il dominio del mondo. Al bisogno basilare, quello di avere un riparo, quello che abbiamo defi­ nito nuovo mito neolitico rispose imponendo una forma nuova, artificiale, frutto di concettualizzazione. E se in un primo momen­ to gli stanziati si accontentarono di addossare una struttura di pie­ tre o legno alle pareti preesistenti del ricovero scavato nella terra, successivamente la copertura venne estesa a rivestire e celare l'inte­ ra cavità.

Per la prima volta al mondo, l'architettura delle forme rettango­ lari comparve nel periodo detto Mureybetiano del "nucleo levanti­ no", cioè la zona dell'Eufrate, verso il 9000 a.C. Luomo ormai sedentario aveva abbandonato la cavità dei primordi e la rotondità materna dei suoi antichi ricoveri, affermando al loro posto la coscienza della propria capacità di dominio del mondo, in rispon­ denza a una simbologia decisamente virilizzante.

Durante il Neolitico, a partire da circa 5000 anni fa per l'Europa e in altre regioni del mondo tra loro coerenti e comunicanti, emer­ sero edifici di tipo megalitico (Spagna, Bretagna, Gran Bretagna, Irlanda, Sardegna, Corsica, Portogallo, Italia peninsulare, Nord-

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

africa, Caucaso, India) quali i dolmen, i menhir, i cromlech, gli alli­ neamenti (tipici quelli di Carnac in Bretagna) e altre costruzioni litiche elementari che non esauriscono, riducendolo alla sola dimensione architettonica o plastica, il significato del fenomeno. È giocoforza porsi in una prospettiva più radicale dell'analisi storico­ descrittiva, facendo ricorso ai parametri essenziali ed esistenziali del pensiero arcaico. Termine che va inteso nell'accezione di arché, forma primigenia, quello che costituisce l'ambito neomitico, cioè neo li ti co, dell'eterno ritorno.

Per i gruppi di cacciatori, l'osso simboleggiava e tuttora simbo­ leggia l'essenza della vita e insieme il legame più evidente con l'ani­ malità, unico tangibile elemento, provvisoriamente stabile, che riveli la Carne. Lanimale è in un certo senso oggetto di invidia in quanto è la "verità", cioè non muore perché non ha coscienza della morte e, in epoca postpaleolitica, nel Neolitico, è l'iniziale veicolo verso la sacralità, intermediario con l'informe.

L immediatezza del rapporto privilegiato che il cacciatore istitui­ sce con la bestia, si traduce, nelle società stanziali del Neolitico, nel­ l'immediatezza della pietra. La cratofania litica, la manifestazione di forza del masso con la sua durezza, permanenza, scabrosità, sosti­ tuisce la partecipazione all'essere tramite gli ossami. Non è che si cessi di onorare lo scheletro (anzi, le pratiche funerarie diventano sempre più numerose ed estensive), ma è con la terra, sorgente di vita (agricoltura, pastorizia, cicli stagionali), che si istituisce il rap­ porto privilegiato, tuttavia dominandola e pagandole il prezzo, per l'abuso che se ne fa, con sacrifici di animali per lo più domesticati (già domati), e non di rado di esseri umani.

La pietra si impone con la sua inerzia, le sue proporzioni, la sua estraneità all'umano. Ma le si impone il dominio umano: la si svel­ le, cioè la si toglie all'informe; la si drizza, cioè si partecipa dell'in-

DOMIN[O

forme e insieme lo si domina; la si contempla e adora, cioè si scopre la ma qualità di appartenenza all'alterità; la si lavora, cioè se ne rico­ nosce il si gn ifìcato di simbolo del divenire terrestre e umano; la si integra in complessi, cioè si scopre quel qualcos'altro che la pietra incorpora ed esprime come elemento, come fonte della forma, come struttura elementare, come luogo dell'architettura, esempio dell'edi­ ficio cosmico a somigliama del quale si membra il villaggio e cresce l'edificio terreno. In questa prospettiva, la pietra appare organica non meno dell'ossame; il villaggio si struttura come corpo, o meglio come scheletro, e i suoi limiti e i suoi centri sono stabiliti da luoghi

di pietra (mura, nuraghe, poi fortezza, paiano

...),

oggetti sacri che

incorporano e rivelano l'aldilà con la fimna, con la forza, con l'im­ ponenza, con la duttil ità e con la durezza: un aldilà dal quale si ottie­ ne il "permesso" di imporre alla pietra l'umana superiorità.

La pietra protegge contro il mondo esterno, predoni e animali, ma soprattutto contro la morte, in pari tempo richiamando all'ine­ vitabile caduta nell'indifferenziato; simbolo di incorruttibilità, e dunque anche scongiuro. Le pietre funerarie divengono case della morte, ospitano gli spiriti degli antenati in esse "pietrificati", tengo­ no lontani gli spiriti estranei, esercitano influssi benefici o malefici sui campi e i pascoli, sulla fertilità animale e umana (pietre fertiliz­ zanti dell'Armenia; cippi di guardia ai campi: Giano era all'origine un cippo, un betilo, un menhir, informe e insieme itifallico, espres­ sione di dominio virile) .

La pietra, la roccia, il dolmen, la stele-divin ità e ogni altra espressione lirica si affermano dunque come ierofanie, rivelatrici di un'empatia con l'irraggiungibile Essere. Si noti che la pietra è sem­ pre reimpiegata dal Neolitico, è realtà appartenente alla montagna e pertanto sempre elemento della struttura del cosmo. Pietre sacre sono per il Neolitico già quelle conformazioni naturali che rivelano assetti spaziali di eccezione, in quanto trasfigurano, esprimono,

PROLOGO -

IL

MITICO E IL PARLANTE

significano con straordinaria pregnanza. Rifare la dimensione tellu­ rica è la norma dei costruttori megalitici: i templi-montagna (Messico, Pen1, Egitto, eccetera), la fortezza-collina (la Saxahuaman di Cuzco), la roccia intera inserita, previo sbozzamento, nel colosso architettonico (tempio della valle della piramide di Cheops in Egitto), le imponenti terrazze agricole incaiche, insieme luogo di difesa e monumento.

Di grande momento è la differenza delle strutture artificiali neo­ litiche con la non-architettura dei gruppi venatori, con le grotte del Paleolitico e i loro spettacolosi affreschi. Mentre queste rispondono a un principio paratattico, l'edificio neolitico, pur rispondendo tut­ tora alla tendenza a cogliere la spontaneità e immediatezza del materiale lapideo, tende però a inserirlo in una razionalità geome­ trica, quella della vittoria sull'informe.

Per quanto la terra sia pur sempre equiparata a un ventre mater­ no da cui nascono gli uomini, il ricorso alla pietra contiene un ele­ mento di artificialità: la montagna è riprodotta, la grotta rifatta (dolmen, allée couverte eccetera). La pietra è sempre lavorata, è sfi­ d ta, e in pari tempo onorata e ornata, a sottolinearne, sì, la digni­ e la forza, ma tanto più la vittoria riportata dall'uomo sulla sua possanza. La pietra del Neolitico è domata, è l'equivalente liteo del­ l' agricoltura e dell'allevamento degli animali.

Un progresso. Vero o presunto? Il criterio determinante della neolitizzazione sarebbe, secondo Gordon Childe, la produzione di sussistenza che, continuando ad aumentare e a sostituirsi alla non­ produzione, avrebbe enormemente accresciuto la potenza dell'uma­ nità, culminante nei risultati della nostra modernità. Si sarebbe cioè verificato un continuo progresso, dovuto essen­ zialmente alla convinzione che l'aumento della produttività fosse e sia tuttora destinato a migliorare le condizioni di vita, aprendo la

DOMINIO

porta a ulteriori avanzamenti. Si tratterebbe dunque di un processo unidirezìonale, una freccia temporale rettilinea.

preistoriologi sono ragioni del "progresso"

1

in

larga misura portati a ricondurre le

(cioè, ripetiamo, la concezione della tem­

poralità rettilinea, preceduta dall'invenzione di tempo e spazio) a

interpretazioni

biologistiche. Non potendo d'altra parte negare

l' incidenza di cam biamenti d'ordine simbolico, molti autori, soprattutto di scuola inglese e americana, hanno tentato di attri­ buire lo stanziamento a una tendenza insita nell'uomo, l'innato

rifiuto del "selvatico" e dell'imprevedibilità a tlVore appunto della domesti cità: il desiderio di intimità, di home, di focolare domesti­ co. Il controllo della Aora c della fauna sarebbe da interpretare, in questa luce, come un ampliamento della casa, una sua proiezione all'esterno.

Hodder,

1., The Domestication in fùro p e, Londra, 1 990;

 

Watkins,

T,

The origins

of House and Home,

in

World

Archaeology, n. 2 I /3.

Laspirazione all'intimità della home andrebbe vista quale un movimento di ritiro, una seclusione dal la quale si uscirebbe soltan­ to perché costretti da eventi esterni, catastrofi naturali, alterazioni

climatiche, epidemie, guerre,

invasioni. ..

Soprattutto queste due

ultime rispondono però a istanze espansionistiche, a manifestazio­

ni di estroversione, non certo di riduzione spazio-temporale.

Bisogna dunque supporre l'intervento di atteggiamenti nuovi e diversi, gli unici capaci di spiegare la dilatazione, non di rado violen­ ta, degli stanziamenti locali e di loro aggregati. Non sono infatti rile­ vabili tracce documentarie di aumenti delle tensioni sociali all'inter­ no degli stanziamenti iniziali, tali da avere indotto una parte delle società (ripetiamo: non più gruppi) a cercare fortuna altrove. Né d'al­ tra parte nel Neolitico sembra si siano verificate penurie o carestie tali

da causare scissioni di vasto momento delle popolazioni locali.

PROLOGO - IL MITlCO E [L PARLANTE

Le riprove ne sono fornite dai cosiddetti kiokkenmoddigen, ter­ mine di origine olandese con cui vengono designati gli accumuli, le di5cariche soprattutto di avanzi alimentari, reperibili presso molti se non tutti gli stanziamenti neolitici. La diffusione di piante alimen­ tari domesticate è continuata in mi5ura via via crescente per miglia­

ia d' an n i; un po' alla v o l t a le colture si sono estese e moltiplicate

coprendo, ben al di là delle zone di origine dell'agricoltura, cioè la Mezzaluna Fertile, altre zone vicine e via via sempre più lontane, prima nel Vicino Oriente, poi nel Sinai, nel Sahara settentrionale, in tutta la Mesopotamia, quindi in zone dell'Europa a partire dal sud per risalire fìno agli estremi limiti del continente, e ancora in Asia e nel le Americhe (trasmissione per "racconti", per "sentito dire", o trasmigrazion i per lo Stretto di Bering, un tempo coperto da terre?).

La trasformazione avviata dal Neolitico fu di enorme entità. Non si trattò solo di aggiungere nuovi elementi a quelli preesisten­ ti: l'invenzione dell'agricoltura si accompagnò, con ogni evidenza, non solo alla costruzione di villaggi, ma anche e soprattutto all' as­ segnazione di coltivi, all'introduzione di nuovi strumentari e nuove tecnologie; vennero costituiti depositi e ricoveri - granai, fienili, stalle - prima inesistenti.

Soprattutto si verificò, non già una mutazione religiosa, cosa che presupporrebbe la preesistenza di manifestazioni di culto del sacrum già in epoca paleolitica, bensl l'invenzione della divinità.

Lipotesi di una presunta religiosità del Paleolitico appare assai

poco convincente - non sono immaginabili culti che non risponda­ no a ordini e a strutture sintattiche, in pieno contrasto dunque con le figurazioni parietali, che come si è detto sono sempre paratatti­ che. È tuttavia possibile proporre, per esse, una visione ispiratrice mitica, di racconto per episodi svolgendosi lungo tutta la grotta, suddivisi in zone come altrettanti capitoli: vicende di "personaggi"

DOMlNIO

che possono essere mammut, uro, cacciatori, que11i che po�sono

essere in terpretati come sciamani, cioè persone capaci di immedesi­

marsi con gli animal i.

Il Neolitico fu un nuovo modo di concepire il rapporto dell'uo­ mo con il mondo, con la vita e con la morte. Se, come si è detto,

nel Paleolitico a volte particolari defunti erano

cons iderati degni di

essere ricordati, è però impossibile parlare di culto dei morti, di obbedienza a pratiche e costumanze rigorose e cogenti, queste sì legate a una visione rel igiosa, all'i nvenzione di una sfera superiore, inattingibile all'uomo o con cui si potessero stabil ire contatti di tipo particolare, mediante particolari culti, con pregh iere c con l'istitu­ zione di intere categorie di persone incaricate di mettersi in contat­ to con divinità e spiriti.

La diffusione neolitica non fu l'improvvisa risposta a nuove

necessità, a stati di crisi, a contingenze favorevoli, ma fu un feno­

meno

che

si

tradusse

in

un'inconciliabile contraddizione con

i

modi di vivere del Paleolitico, anzi fatti oggetti di esclusione, perse­ cuzione, aperta condanna, in primo luogo quella dell'itineranza con tutto ciò che essa comportava.

Neolitico:

una dieta diversa.

Mentre i paleolitici avevano a

disposizione enormi riserve di "carne itinerante" (le mandrie in

continuo spostamento) , di esemplari della fauna ittica (pesci, mam­

miferi acquatici, molluschi

di alghe e di piante selvatiche (frut­

ti, ignami, rizomi d'ogni

) i neolitici passarono a un'ali­

mentazione in cui prevalevano i cereali e altre piante eduli, mentre le riserve di carne e di prodotti ittici erano regolamentare dalle

norme di distribuzione e assegnazione locali. Sotto il profilo quan­ titativo, l'alimentazione neolitica certamente non subì diminuzioni rispetto alla paleolitica, ed è anzi probabile che la disponibilità di cibo in generale sia aumentata, grazie anche e forse soprattutto

PROLOGO - IL M!TrCO E !L PARLANTE

all' invenzione della ceramica, e quindi all'introduzione di recipien­ ti per la conservazione delle cibarie.

Si ebbe però un cospicuo cambiamento qualitativo, e lo dimo­ strano i resti ossei degli agricoltori, allevatori, pastori, edificatori, guerrieri neolitici. Da un'alimentazione nel Paleolitico basata in larga misura su fonti di proteine animali e vegetali, queste ricavate da pian te e rizomi spontanei, si passò a un maggior consumo di vegetali coltivati, certamente più ricchi di proteine di quelli selvati­ ci ma usati in larga misura anche, e soprattutto, a vicariare la minor disponibilità di proteine animali.

La suddivisione dei territori in spazi di proprietà di singoli o di comunità e la sempre più frequente permanenza in centri abitativi impedivano od ostacolavano in larga misura l'accesso ad altre fonti, ed è probabile che le percentuali di animali ancora oggetto di caccia fossero controllate e sottoposte a regolamentazioni di accesso e usu­ frutto. Lo stesso evidentemente valeva per fiumi, laghi, torrenti, spiagge marine. La ricerca degli alimenti divenne pertanto un'indu­ stria rispondente a precisi ordinamenti gerarchici. Basti pensare allo sfruttamento degli animali domestici: la proprietà di greggi e armen­ ti anch'essi residenziali, cioè tenuti allo stato brado o in recinti, nei pressi dei villaggi, limitava drasticamente il prelievo di capi e soprat­ tutto impediva che venissero uccisi come bestie oggetto di caccia.

Facile supporre che si siano imposti nuovi atteggiamenti nei confronti di oggetti, animali, dimore, campi, boschi, acque, e in primo luogo una possessività sempre più esasperata, simultanea­ mente alla divisione via via più netta tra abbienti e non abbienti, tra ricchi (possessori di mandrie, greggi, coltivi) e poveri: due cate­ gorie che è impossibile reperire ancora oggi tra i residui gruppi "primitivi". Non esistono Pigmei ricchi e Pigmei poveri, dal momento che non ci sono zone di foresta, corsi d'acqua, pascoli di

DOMINIO animali selvatici, zone prevalentemente battute da predatori che siano rivendicati da questo o quel gruppo,

DOMINIO

animali selvatici, zone prevalentemente battute da predatori che siano rivendicati da questo o quel gruppo, del resto poco più che singole famiglie.

Le conseguenze a livello somatico furono notevoli. Come risul­ ta dalla documentazione ossea, per esempio dal confronto con i resti paleolitici del sito di Logerie Basse in Dordogna, la struttura scheletrica degli stanziali è più piccola, e sono frequenti le lesioni ossee frutto di lavoro: l'agricoltore deve spesso mettersi in ginocchio e deve frequentemente restare curvo per seminare o raccogliere, donde lesioni articolari e deformazioni degli arti e della spina dor­ sale. Anche la muscolatura evidentemente si ridusse, tant'è che le inserzioni dei tendini alle ossa appaiono di dimensioni assai mino­ ri. Si ricordi che il cacciatore era in continuo movimento, e ancora oggi è ben diversa la forza e la robustezza di un pigmeo o di un inuit rispetto ai suoi contemporanei stanziali, sebbene questi siano per lo più di statura maggiore.

Va sfatata la leggenda che i cacciatori-raccoglitori vivessero e vivano meno a lungo dei loro contemporanei stanziali: gli scheletri di paleolitici rinvenuti qua e là appartenevano molto spesso ad adulti, non di rado ultraottantenni, e con minore frequenza a bam­ bini o adolescenti .

Nel Neolitico si verificò una trasformazione a livello psichico, anche se è pensabile che molte innovazioni del Neolitico siano state frutto del caso anziché di volontaria programmazione. Per ripren­ dere quanto si è detto prima a proposito della Parola divenuta par­ lata, non è da escludere che qualcuno ne abbia tentato un po' per gioco un rovesciamento, quasi a scoprire cos'era che reggeva la Parola stessa, in rispondenza a una visione neolitica generale consi­ stente nel tentativo di risalire alle origini. La Parola, che aveva inventato l'agricoltura, cioè la sottrazione alla natura di una porzio-

PROLOGO -

IL

MITICO

E IL PARLANTE

ne del suolo, minima all'inizio ma comunque inevitabilmente ordi­ nata, strutturata, comportava una frammentazione, il che equivale a dire: riduzione del pezzo di terra a un insieme di oggetti.

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE ne del suolo, minima all'inizio ma comunque inevitabilmente ordi­

Sovvertire la Parola può darsi che abbia significato, se si vuole tentare una sorta di anamnesi della preistoria, la presunta rivelazio­ ne a se stessa quale insieme di oggetti, di singoli suoni, come alcun­ ché di composito, contenente un inizio, una parte mediana e una conclusione. La Parola sarebbe stata dunque grammaticalizzata, e la fine che conteneva in sé può darsi sia apparsa proveniente dall'ester­ no della Parola stessa. (Ma è una pura ipotesi, e già formulandola mi rendo conto della sua labilità.)

 

Sembrerebbe che la morte quale spegnersi della Parola nel Neo­ litico sia stata comunque considerata di provenienza esterna, esatta­ mente come l'attacco di animali selvatici alla parcella di suolo sot­ tratta alla sylva, come l'invasione di cinghiali, di uccelli, di insetti. E non può darsi che la trasformazione della Parola in parlata sia consi­ stita nella sua interpretazione come alcunché di composito? Non più considerata intatta, unitaria, insondabile, semplicemente presente, comparsa, Phanes, tale per cui il suo spegnersi era implicito, endoge­ no, fu forse immaginata soggetta all'azione disgregatrice di forze esterne? E se così si spiegasse per esempio la costruzione di mura di difesa attorno a villaggi in zone in cui non esistevano altre società

capaci di muovere guerra, come nel caso della cultura di Kirokitia a Cipro? Parola-villaggio minacciata da parole fantasmatiche?

Non vi fate sedurre: l non esiste ritorno. l Il giorno sta alle

l�

porte, l già è vento di notte. l Altro mattino

non verrà. l

Non vi lasciate illudere l che è poco, la vita. l Bevetela a gran sorsi, l non vi sarà bastata l quando dovrete perder/a. l Non vi date conforto: l vi resta poco tempo. l Chi è disfat­ to, marcisca. l La vita è più grande: l nulla sarà più vostro.

DOMINIO

) Non vi fote sedurre l da schiavitù e da piaghe: l che cosa vi può ancora spaventare? l Morite con tutte le bestie e non c'è niente, dopo.

Bertolt Brechc Contro la seduzione, in Libro di devozioni domestiche (1927).

l: isola di Cipro dista dalla costa meridionale della Turchia circa cento chilometri. l 0.000 o 1 2.000 anni fa un gruppo umano si insediò in una terra in mezzo al mare che ospitava punti o pochi altri esseri umani e in cui non si trovavano animali feroci. Pure, i fondatori del sito di Kirokitia eressero capanne a pianta circolare, isolate dal mondo esterno da un robusto muro di difesa rettilineo. Ma difesa da che cosa? l kirokitiani avevano portato con sé dalla ter­ raferma asiatica di provenienza alcuni animali già domesticati, ovini

e bovini, oltre a cani che, discendenti da lupi, avevano scelto di con­ vivere già con cacciatori paleolitici. Evidentemente i kirokitiani

immaginavano

pericoli

di

carattere

metafisica,

provenienti

da

quella che per i latini sarebbe divenuta, come si è già detto, la sylva,

il mondo extraumano. Labitato murato, dunque, come apotropa­ ion, scongiuro contro l'ignoto. Un atteggiamento mentale che in epoche successive, per esempio in Grecia, produsse mostri marini (sirene, pistridi, orche), mostri volanti (arpie), spiriti infernali. In altre parole, i kirokitiani avevano compiuto quello che a mio pare­ re è il fondamento stesso del Neolitico e di tutta la società moder­ na: il tentativo, lo ripeto, di impossessarsi della Parola, e l'angoscia derivante dall'impossibilità di compiere questo gesto, un po' alla volta apparso blasfemo. La Parola dal Neolitico è stata concepita come avente un'origine, e quest'origine era il mondo del sacrum; e trafficare con la Parola non poteva che essere considerato un atto di ribellione al divino.

Le religioni permettono, anzi sollecitano, gli stati di abbandono mistico, di presunta uscita-da-sé (dell'anima). E l'abbandono nella spe-

PROLOGO -

IL MITI CO E IL PARLANTE

cie di totale obbedienza (La Kadavergehorsamheit, L'ubbidienza del cadavere, richiesta daLLa tradizione militare prussiana) è una regola fondamentale di ogni esercito. In altri contesti, tuttavia, Lo stato di ek-stasis, di abbandono, di ebbrezza, può apparire riprovevole, e oggi viene injàtti condannato nella specie delL'uso di droghe, deLLa foLLia, deLLa "perversione'; di tutte quelle "tecniche" che permettono il "contatto '; e le quali troppo spesso sono scambiate per ciò che conta davvero: così, si discetta sul suicidio (cause, statistiche, condizionamenti psicologici e ambientali, eccetera), senza rendersi conto che l'atto violento è un pretesto, un mezzo, una via la quale conduce al Luogo senza rappresentazioni, senza sensazioni, senza volontà.

«Linconscio non conosce il tempo e non conosce la morte». Sigmund Freud

IL POTERE E IL SUO DESTINO

Il potere cresce sulla radice della violenza esattamente come

l'albero della religione sul rizoma del mito. Per capire come possa essersi imposto il potere (non è un gioco di parole: sarebbe impossibile dirlo in altri termini) non resta che ricorrere a ipotesi e probabilità. Se è vero che la sostanza di quello che vien detto progresso è consistita nel rovesciamento e nella scomposizione della Parola, resterebbe da stabilire perché il potere si sia manifestato in certe forme anziché in altre. Parlando di inven­ zione, non si vuole escludere la possibilità che gli inventori abbiano tratto spunti da osservazioni del mondo circostante. Può darsi per esempio che la continua vicinanza e familiarità con animali dome­ sticati sia stata fonte di continue scoperte e sorprese: i neolitici si sarebbero per esempio avveduti che tra molti tipi di animali sussi­ stevano precise strutture gerarchiche. Tra i volatili, per esempio,

DOMINIO

non di rado vige il cosiddetto "ordine della beccatà', e molti qua­ drupedi , oltre a formare comunità simili a organismi compatti, soli­ dali, seguono un capobranco, maschio o femmina che sia.

Com'è ovvio, affrontando queste problematiche, non solo è necessario rifarsi a ipotesi spesso non documentabili, ma si deve tener conto della necessità di servirsi di termini attinenti a realtà odierne, senza poter attingere a un bagaglio linguistico ormai scom­ parso come sono scomparsi i nostri progenitori neolitici, e tanto più i paleolitici, spariti senza lasciare documenti, evidenze concrete al di là di immagini che comunque in parte almeno ci permettono di risalire alla loro "mentalità".

A parte ilfotto che il ricorso alpa ragone con i "primitivi"per esem­ plificare la vita del Paleolitico è sempre aleatorio, già riforsi alle lingue parlate dai "primitivi" odierni è follace: quanto ne sappiamo, ci deri­ va sempre e soltanto da registrazioni e interpretazioni di studiosi, inter­ preti, esploratori occidentalizzanti, che le "leggono " nei termini delle loro strutture sintattiche e grammaticali: traduzioni, dunque, sempre incerte e contestabili.

Per l'uomo del Paleolitico, la natura era palesemente spettacolo, e bisonti, stambecchi, orsi, leoni, mammut, l ungi dall'essere sem­ plicemente prede, erano forme rilevabili, desumibili, distinguibili dall'intorno, che il paleolitico riproduceva sulle pareti delle grotte e che quindi gli "dicevano", avevano cioè una significanza non mino­ re di ogni altra esplicitazione della Parola: la parola, voglio dire, si inscriveva immediatamente nel mito, concetto sul quale è necessa­ rio soffermarsi ancora, dicendo subito che il linguaggio del potere è il Discorso, presunto esautoratore del mito e negatore della dimensione poietica, dell'invenzione fine a se stessa, sotto il profilo utilitaristico inutile come sempre l'arte. Nelle figurazioni paleolitiche, nelle grotte o nei ripari sottoroc-

PROLOGO - IL MITICO E IL PARLANTE

eia, non c'è gerarchia. La cavalla gravida non è sottomessa allo stambecco o all'orso speleo. Il Neolitico, invece, ha messo in scena fin dal VII millennio a.C. il toro enorme dell'affresco di çatal Hiiyiik in Turchia, circondato da uomini aranti e danzanti, e a Kasar el Ahram, nel Sahara, ha rappresentato un uomo in posizio­ ne di arante davanti a un poderoso bovide divinizzato.

Il tabù si colloca alla presunta sorgente, tale perché invisibile, insituabile, del fiume di parole che ci sembra, e che anzi sentiamo scorrere dentro di noi. Il divieto, la legge, interviene successivamen­ te. Sostituisce il tabù. Tutte le parole-culture, dalle più antiche a noi note alle odierne, hanno conosciuto l'orrore e il disgusto, e insieme 'l la meraviglia, per ciò che è o crediamo che sia (che parliamo sia) la morte. Cinumazione, il bruciamento o l'esposizione o il divoramen­ to dei cadaveri umani testimoniano di un atteggiamento "sacrale" ­ uso sempre questa parola per evitare gli equivoci insiti nel termine "religioso" - rispetto ai resti inanimati dei propri simili.

La parola-esistenza oscilla così di continuo tra sacro e profano, fra l'attrazione per l'immondo, il nauseante, il terribile, il tremen­ dum, e il mondo in cui si costruiscono-parlano oggetti che sono, in primo luogo, scongiuri contro il soffio imprevedibile, ora gelido, ora infuocato, che alita da mille spiracoli, da boschi, acque, pozzi, città, vicoli, angoli bui, stanze, camini, finestre, fogne, lavandini, da noi stessi e dagli animali, dalle macchine e dal cielo stellato, dai fiori e dalle tempeste, dalle rupi e dalle acque.

È assurda la domanda che suona: che cos'è il tabù? Ed è mal posta perché presuppone un oggetto della conoscenza, appunto il tabù, e un soggetto, segnatamente quello dell'uomo moderno, che del tabù si sarebbe sbarazzato o starebbe liberandosene o per lo meno potrebbe contemplare il fenomeno dal di fuori, con scienti­ fico distacco. Né l'ostacolo viene superato con il tentativo, compiu-

PROLOGO -

IL MITICO E IL PARLANTE

es p rimersi». La folla cosmopolita di Gerusalemme «SÌ radunò e rima­

se sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la sua propria lingua ... Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l'un l'altro: "Che significa questo?': Altri invece li deridevano e dicevano: "Si sono ubriacati di

vin dolce"». Racconto travestito di religiosità, che è l'opposto e la negazione di sacrum, della felicità di essere parlati. Ma la Sibilla, è notorio, era ormai relegata fuori dalle mura, ormai si cercavano spiegazioni della sua "ebbrezza", si voleva dar ragione della sua "fol­ lià'. Ecco, la fatica dello scrittore è in quest'attesa, come è dello scultore nero africano o del boscimano del Kalahari.

Ci sono lingue in cui la differenza tra io (Ich) ed Es, è meno sen­ tita che in quelle occidentali: tanto per darne un esempio, quelle del gruppo africano kwa della sottofamiglia detta sudanese occidentale della famiglia linguistica nigero-congolese. Per gli Ewe, il soggetto, l'Ich che va ad attingere l'acqua, non è immobile. Gli Ewe non sanno, ma sanno, che il soggetto è una degradazione dell'oggetto.

La Parola, in Occidente "timorosa" di non avere radici nella fat­ tualità da essa stessa istituita più di quanto avvenga in altri ambiti e continenti, ha fatto del soggetto un'entità immutabile. E il sog­ getto-verbo-oggetto è la triade che domina la nostra concezione del

' mondo, la trinità religiosa e sociale. Il soggetto è ciò che nell'India

vedi ca sarebbe stato il brahmano, il verbo la seconda

casta, l' ogget­

to la casta inferiore, il lavoratore, il sudra figlio dei piedi di Brahma,

il fango dell'inferiorità. Il soggetto muove e determina; è, nel gioco degli scacchi, lo shah, il re. La parola ewe, meno presuntuosa, non gli concede questo privilegio. Laddove da noi il re resta sempre re, tra gli Ewe se accende il fuoco diventa accendifuoco-regale: lo iato tra soggetto e oggetto è assai ridotto.

POTERE

RELIGIONE

GUERRA

Solo per comodità di esposizione, ho distinto i paragrafi dedicati esplicitamente al potere da quelli riservati alla guerra e alla religione. Ma potere, guerra e religione sono accidenti della sinonimia: differen­ ziazioni legalistiche, e infotti gli addetti all'una e all'altra funzione rivendicano - e difèndono con ogni mezzo - un proprio monopolio.

È un'illusione che la cultura abbia un senso. La cultura-mito cresce su se stessa, coerente solo con se stessa, secondo la propria interna necessità. Si riferisce unicamente a se stessa, all'iniziale visione e rappresentazione del mondo. Non c'è nessuna ragione perché l'albero si chiami albero; ma i nomi istituiscono il mondo. I.:illusione è di credere che l'aldiqua abbia un senso, che i segni di cui è composto si riferiscano ad alcunché di concreto - non il gene­ rico reale, bensl le "cose". Ciò che vale anche per l'aldilà, del pari supposto. La cultura-mito si fonda sul nulla - o sul reale, che è effetto del linguaggio. È per questo che la mathesis costituisce il culmine dell'interpretazione del mondo fondata sul Sapere, cioè sull'attribuzione di un senso, cioè sulla metafisica; ed è per questo che la cultura, coerente con se stessa, esclude e mette al bando tutto ciò che con essa non è coerente.

DOMINIO

l n una cultura in cu1 l'accento cada sull' onirico anziché sulla lucidità della veglia, la minaccia è rappresentata da un eccesso di ratio, laddove gli "spiriti" sono (anche) rassicuranti; nella cultura postneolitica, che redime le tenebre, che s'aggrappa al giorno, la sovranità spetta alla ratio. Ne consegue che il Testo può rivelare la propria inconsistenza, dimostrarsi prolegomeno "a ogni futura metafisica che vorrà porsi come scienzà', col ricondursi, svelando­ lo, al nulla sotteso alla cultura-mito; ma il Testo di per sé è cieco e sordo. È figlio della cultura che "rimanda a qualcosa", che rinvia il Logos alla Verità, è chiuso in questo cerchio che si salda su se stes­ so, serpe che si morde la coda. Deve cedere il passo alla follia e alla poesia per infrangere la corazza che lo serra. Deve rassegnarsi ad assistere da spettatore alla calata agli inferi: di per sé, ne è incapace.

Per i pigmei Bambuti del Congo la foresta non è luogo di terrori. È l'antenato-antenata, !turi, di cui sono parte integrante, non già tene­ brosa sylva da cui scindersi timorosi e angosciati.

È certo più rassicurante ritenere che il senso abbia un' equivalen­ za. E, fedele a questo scongiuro, lo psichiatra e lo psicoanalista rifiu­ tano il nonsenso proposto loro dal matto e intravisto dal nevrotico, che ne è affascinato ma ne rilutta.

Uno degli equivoci in cui più di frequente si incorre è di mette­ re sempre la violenza sotto segno negativo. In effetti, la si condanna ma assai spesso la si subisce senza riconoscerla. Questo avviene per­ ché l'Occidente soprattutto ma, anche se in misura minore, ogni società gerarchica, opera una distinzione tra Bene e Male, tra Giorno e Notte, Luce e Tenebre. La desacralizzazione del mondo comporta che, negato il carattere di consumazione, di pericolosità, del sacro, si attribuisca in esclusiva la violenza al potere e al destino, a salvaguar­ darsene delegando la propria difesa a sovrani, sacerdoti, governanti, cioè al potere stesso. Il suddito è così privato dell'accesso alla violen­ za; ma alienazione significa appunto esclusione dall'universo che è

POTERE HLLJC(l)

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indicato e descritto dal mito ridotto a racconto, l'universo dell'aldi­ là, la sfera del sacro, della violenza, dell'ebbrezza, del presunto usci­ re da sé. Tutto è simbolico, ma quasi tutto può tradursi in rappre­ sentazione, a volte rassicurante, altre fantasmatica e orripilante.

La differenza tra quanto qui si dice e le concezioni psicoanaliti­ che e, in generale, biologistiche (antropologiche), consiste in que­ sto: di fronte alle stesse evidenze, agli stessi "fatti", io mi limito a registrarli, a tentarne una descrizione diciamo fenomenologica, il più possibile "neutrale", mentre le scienze umane ne danno subito un'interpretazione, li collocano immediatamente, col semplice prenderli in considerazione e catalogarli, nel contesto di una visio­ ne metafisica, li riconducono cioè a un primum, a un pregiudizio di fondo, quello dell'uomo "naturale". Deriva da questo la confusio­ ne, reperibile forse anche in Freud, tra violenza e odio.

Riappropriarsi della violenza è un atto rivoluzionario - il pre­ supposto stesso della rivoluzione. La coscienza orripilata dimentica o ignora che il potere è un "gioco" il cui rischio è obbligatoriamen­ te condiviso dai sudditi persuasi di fare, così, il proprio tornaconto e di servire il Bene, ma in effetti sedotti dalla sovranità, ipotesi e adito della sacralità, e dalla prospettiva della violenza resa lecita, giustificata dal "sollevamento", l'Aujhebung, del tabù - battaglia, massacro, atto di coraggio, audacia, avventura, cameratismo, uscita

dai limiti angusti del quotidiano mobilitazione.

...

-, che è il nucleo irradiante della

Il potere sussiste a patto che si riconosca il principio della sepa­ razione e la possibilità dell'immedesimazione. Al sacro si applicano così le maschere degli dèi; è proibito farsi tomba vivente: l'unico sepolcro ammesso è quello freddo e morto dell'inumazione alla quale nulla è sottratto; è la terra a consumare ogni resto, muscoli, ossa, cervello, cuore, fegato; oppure è la fiamma, purificatrice per

DOMINIO

eccellenza. Chi si identifica con la morte viene dichiarato necro­ mante - e messo a morte. Eppure, è il potere la morte. Il potere non tollera la chiaroveggenza estatica od orgiastica. Ma, per ciò stesso, spalanca r abisso dell'alienazione: ogni atto che si discosti dalla norma imposta dal potere ne diviene la negazione, e dunque se ne porta dietro la scoria, La lebbra; ogni atto di devianza è un atto non permesso, una rottura di bando, e dunque limitato, specializzato, soffocato: alienato.

Dalla parte del potente. Messo di fronte all'impossibilità di " impadronirmi" dell'altro per mezzo dell'amore, in altre parole di assumere come mia la coscienza altrui una volta superata la soglia del mio essere oggetto ai suoi occhi, sono prontamente indotto, incappando in un interlocutore muto, al tentativo di trasformare questi in oggetto. Presumo cioè di mantenere intatta la mia singo­ larità, apponendola alla sua e schiacciandola. Affermo così la mia libertà a ogni costo. Non tento di far miei gli occhi altrui, di far mia la libertà dell'altro; non seguo la direzione indicatami dallo sguardo altrui, e dalla quale potrei forse arguire come dovrei fare per impossessarmi a mia volta del mio essere, manifestato all'altro ma celato a me; erigo anzi, per così dire, un blocco stradale, il "di qui non si passà'. Mi chiudo in un guscio, mi isolo, rifiuto l'altrui giudizio, non ammetto di adeguarmi a esso. Il mio programma diviene insomma quello di possedere l'altro, di obbligarlo a rico­ noscere la mia libertà. Posso impormi all'altro con l'autorità o la forza: posso indurlo a scorgere in me la condizione della sua (par­ ziale) libertà. Egli non mi rivela la sua libertà più di quanto non faccia la pianta, il sasso. È il simbolo, il prolungamento della mia libertà: ma il suo essere - la sua libertà - mi sfuggono. Mi ritrovo solo, ma è un prezzo da nulla rispetto alla moltiplicazione di me stesso che ricavo dal rispecchiarmi in molti altri, quelli che mi con­ feriscono il mio esser-ci. In molte leggende, il sovrano si annoia in fondo ai suoi palazzi,

POTERE Hl' l iCIO>JL

POTERE Hl' l iCIO>JL e nessun buffone, saltimbanco, menestrello, è in grado di farlo ride­ re;

e nessun buffone, saltimbanco, menestrello, è in grado di farlo ride­ re; a costoro, il sovrano fa tagliare la testa. Sono i suoi sudditi, i suoi oggetti; egli esige da loro una certa libertà, sì, ma collaterale e corol­ laria: siano liberi di scegliere il mezzo per farlo divertire, ma obbli­ gati a operare la scelta. Di fronte al sovrano, sta così il buffone, tre­ mante all'idea di non riuscire nel suo obbligatorio intento. È morta la sua spontaneità; e il sovrano, semmai ride, lo fa per un caso stra­ no e imprevedibile, non perché divertito da una costrizione. Il sovrano, infatti, esige l'amore dei suoi sudditi, segno della sua tota­ le vittoria; ma, si noti, i sudditi sono obbligati (persuasi, convinti,

resi consenzienti, impauriti, ricattati

...)

ad amarlo. In caso contra­

rio, il sovrano insisterà nel tentativo di affermare la propria condi­ zione privilegiata, di trovare la libertà altrui passando per la porta dell'oggetto in cui l'altro si è trasformato. Vuole anche la leggenda che, se il sovrano incappasse nel caso che lo fa divertire, nella per­ sona che non ha paura di lui e agisce in piena spontaneità, nella situazione non voluta, non programmata, in qualcosa insomma che finalmente equivalga alla rivelazione della libertà, il regno diverreb­ be un paradiso sul cui trono siede l'amore.

Un principe era pieno d'irritazione per non essersi mai adoperato ad altro che alla perfezione di generosità volgari. Prevedeva stupefacen-

  • 1 ti rivoluzioni dell'amore e sospettava le sue donne di essere capaci di meglio che di quella compiacenza abbellita di cielo e di fasto. Egli vole­ va vedere la verità, l'ora del desiderio e della soddisfozione essenziali. Fosse o no aberrazione di pietà, egli volle. Possedeva almeno un potere assai vasto. Tutte le donne che l'avevano conosciuto forano assassinate: che sac­ cheggio, nel giardino della Bellezza!

Rimbaud

Lungo la strada che porta alla condizione del sovrano (e alla isti­ tuzione del rapporto padrone-servo), si danno stadi intermedi, in

ho la possibilità di unirmi, di fondermi e con-fondermi. Vedo la mia esistenza riflessa. Assieme all'altro,

ho la possibilità di unirmi, di fondermi e con-fondermi. Vedo la mia esistenza riflessa. Assieme all'altro, nell'amore, sfuggo alla distruttività - la quale tuttavia è implicita nell'altro che mi svela anche la mia finitezza in quanto riflette la mia esistenza. L: altro con­ tiene l'immagine della mia morte. L: altro è la mia (possibile) salvez­ za ma anche la mia (ineluttabile) perdizione. Tuttavia, l'altro si col­ loca nel tempo e nello spazio, è un esser-ci (l'esser qui e ora) dietro il quale si suppone che baleni l'Essere. L altro è l'accenno al trapas­ so del tempo nell'Atemporale; per usare i termini del pensiero bud­ dista: dall'esistente nello spazio - tempo alla Buddità o Corpo di potenzialità assoluta. Ai miei occhi, è come se questo Corpo di potenzialità assoluta non sapesse ritrovare se stesso se non attraver­ so il farsi diverso da sé, diventando spazio-tempo per poi annullare tale dicotomia e risorgere uno e intatto nella sua immobile, inalte­ rata e inalterabile luminosità. l:Alterità, cioè, deve farsi altro per riuscirmi percepibile. Sicché, nel momento stesso in cui io mi ripo­ so nell'altro, ho la sensazione di una minaccia: la fusione è precaria, , la fine dell'amore e la morte stanno all'agguato. Lamore non mi assicura il paradiso, non mi garantisce l'eternità. Il flusso indistinto si impossessa, prima o poi, della creatura, anzi è dentro di essa, nascere è cominciare a perire. Lamore è moltiplicazione; dall'amo­ re, nell'amore, si suppone che abbia origine la proliferazione umana. Latto sessuale non è che la condizione fisica - e spesso riprovata e rinnegata - della proliferazione. Si concepisce "nell'amo­ re". Ma la gara con la morte è perduta in partenza.

Il cadavere è un veicolo, non è l'Alterità. Ad esempio, il Libro

tibetano dei morti prescrive che nello stato di bardo, cioè di "esisten­ za intermedià', il lama, con le parole sussurrate all'orecchio del moribondo o del già morto, può evocare nel suo principio coscien­ te le istruzioni e le esperienze avute in vita, da mettere a profitto in , quel momento di rischio enorme e decisivo. Il bardo, che secondo , certe dottrine dura poche ore, per altri tre giorni e mezzo o addirit-

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tura quarantanove, è un temporaneo sopravvivere alla morte: una luce abbagliante splende, per brevi istanti, dinanzi al principio cosciente, il quale o la riconosce per quella che è, e il velo della maya, il mondo con le sue varie apparenze, si dissipa di colpo, o non la riconosce, e allora può soccorrere la recitazione del trattato, che aiuta la "trasferenza" del principio cosciente, cioè il passaggio da un piano di esistenza a un altro (bhavasankrati), e l'illusione dell'io si dissolve nella luce incolore, impassibile, immobile, della coscien­ za essenziale; oppure, il riconoscimento non avviene: la creatura appartiene agli "infimi", destinati al processo samsarico a meno che il divenire, grazie a una ulteriore manifestazione della luce (che avviene quando il principio cosciente, pur restando in una lucidità serena non turbata dai sensi in quel momento inoperosi, esce dal corpo e lo guarda) non sia riassorbito dall'essere.

In Tibet, il cadavere veniva bruciato o abbandonato agli uccelli da preda. Il decesso era inteso come l'inizio di una nuova vita o come definitiva scomparsa dell'effimera personalità. A trasmigrare dal corpo non era e non è l'anima, che per i buddisti non esiste, ma la coscienza, sintesi dell'essere psico-fisico, il centro morale della persona, che ha come supporto il respiro: un'entità morale, una sostanza rarefatta, capace di agire a distanza. Qualcosa di fisico, dunque, che può entrare, come un fluido, nel corpo altrui, sosti­ tuendo una personalità con un'altra. È nel cadavere, feretro di se stesso, che si gioca la sorte finale: nirvana o samsara. Ma anche nel­ l' antico Egitto la carne era un veicolo: essenziale al perdurare del soffio vitale, il ka, la forza generatrice e conservatrice che, dopo il decesso, riassorbiva la vita in se stessa, ed era dunque concepita come l'energia costitutiva (con l'andar dei secoli sempre più indivi­ dualizzata e spiritualizzata) di una numinosità onnicomprensiva.

Il cadavere è sempre un luogo deputato, mai un ammasso infor­ me. Può essere la soglia per la sopravvivenza individuale, vale a dire

POTERE

RFJ

POTERE RFJ della medesima creatura che continua a esistere nell'aldilà con le stesse parvenze e lo

della medesima creatura che continua a esistere nell'aldilà con le stesse parvenze e lo stesso nome. Era la concezione egizia, e ne con­ seguiva la necessità di preservare il cadavere dalla corruzione: l'inte­ grità del corpo era necessaria alla continuazione della vita nell'oltre­ tomba. Essa implicava che l'accesso all'aldilà fosse una chiave in mano ai potenti; il cadavere veniva imbalsamato ad libitum, e qua­ lora i sacerdoti o la corte rifiutassero l'autorizzazione, il defunto era condannato alla vera e definitiva morte.

Anche i paleolitici seppellivano a volte i defonti. E il cannibale che divora la salma ne riconosce, per ciò stesso, la diversità dall'oggetto ina­ nimato.

Nelle esperienze mistiche e vitali, come fa notare Volhard, «le ragioni vengono sempre dopo»: prima parla quello che, con termi­ ne ambiguo, si usa definire il subconscio. È necessario insistere sul rapporto con la morte, perché altrimenti sfuggirebbe il rapporto tra erotismo e violenza, che finora abbiamo solo sfiorato, e la cosiddet­ ta perversione apparirebbe in una prospettiva distorta, sì da dar ragione a coloro che ne affermano I' esistenza autonoma, come di un'entità maligna, e a coloro che vi scorgono uno stato di incapaci­ tà e insufficienza (incapacità di amare secondo Ludwig Binswanger e Medard Boss). Volhard, Ewald, Kannibalismus, Stoccarda, 1936 (trad. it. Ilcan­ nibalismo, Torino, 1 949) .

Binswanger, Ludwig, Grundformen und Erkenntnis menschlichen

Daseins, Zurigo, 1 942.

Boss, Medard, Sinn und Gestalt der sexuellen Perversionen,

Zurigo, 195 1.

È indispensabile indicare, sia pure per approssimazione, il signi­ ficato di "darsi in olocausto" ovvero di "darsi come cibo", dell'incor­ porazione cruenta. Le "ragioni" (sacrificio come redenzione: colui che si offre per salvare vite o anime altrui) vengono, ripetiamo,

DOMINIO

dopo. basta l'osservazione che la civiltà, sostituendosi alla cultu­ ra, ha permesso di partecipare della carica emozionale connessa all'immagine del darsi in pasto, con maggiore pacatezza e distacco, attraverso l'immedesimazione con vivande (pane, carne dell'agnel­ lo) e bevande (vino o altri liquidi inebrianti); non è la stessa cosa: il barbaro, si spiega, offre semplicemente in pasto quel poco che ha, quel possibile cibo con cui già siamo immediatamente immedesi­ mati, e cioè il proprio corpo. Non basta, per la semplice ragione che città e villaggi sono costel­ lati di monumenti ai caduti in guerra. Il cannibalismo è passato in

retaggio agli insaziabili poteri, e per essi alla Patria. Il potere si è

impossessato dell' immedesimazione-cibo. Non è dunque che presso i "primitivi" le cose, non essendo filtrate da remare sociali, vadano più per le spicce. Il potere esige da noi, all'occorrenza (del potere stesso), la consumazione totale; il "primitivo" la esige da se stesso. È avvenuto uno spostamento di sede: dall'interiorità alla delega.

«Il sacerdote era coadiuvato, nel corso dei sacrifici umani, da quat­ tro vecchi chiamati Chac in onore del Dio della Pioggia (a rievocazio­ ne del ruolo sacrifica/e della divinità [del periodo Classico] della piog­ gia, Xib Chac) i quali immobilizzavano le braccia e le gambe della vit­ tima mentre il petto veniva aperto da un altro individuo che portava il titolo di Nachom (quello stesso del capo in guerra)».

Michael E. Coe, The Maya, Londra, 1 993 (trad. it., l Maya, Roma, 1 998).

Che cosa significa dunque darsi come cibo? Che cosa significa olocausto? E c'è un rapporto tra questo e l'amore? Ci si dà, insom­ ma, ai corpi amati? La risposta al quesito è, ai fini dei nostri assunti, importantissi­ ma. La cosiddetta perversione a nostro giudizio attiene alla sfera del sacrificio, imposto o subito. Incomprensibile, pertanto, per la coscienza accecata dai fantasmi egoici. Essere consumato significa precipitarsi nell'oceano dell'esistere, nell'assoluto, per illusorio che

POTERE Rl l
POTERE
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sia, nel comune denominatore della vita: la condizione dell'Alterità, l'immersione nella voluttà dello "stato secondo", nell'indifferenza al singolo, al concreto, al divenire individuale; significa accedere all'estasi definitiva, alla vertigine senza scampo, senza ritorni, cade­ re vittima del fascino senza volto, dello sguardo vuoto di cui si tro­ vano le immagini, ad esempio, nelle grotticelle funebri artificiali sarde, le domus de janas (case delle fate) risalenti alla prima età énea.

Sono consapevolezze che non sfoggono, anche se non le articola esplicitamente, al mobilitatore, al produttore di soldati obbedienti.

«il dovere di uccidere

risulta come importante elemento costituti­

... vo delle comunità virili cui spettava il diritto di partecipare al banchet­

to di vittoria e di mangiare carne umana» [Gli eserciti sono appun­

to comunità virili che a volte accettano "personale" femminile a patto, beninteso, che si comporti in maniera "virilmente" accettabi­ le] . Ewald Volhard, Il cannibalismo, Torino, 1 949.

Essere divorati da un proprio simile, ed essere divoratori della vittima, significa pertanto erompere, con un atto di violenza, dalla corazza di angoscia che serra l'esistenza intellettiva del singolo, del­ l'individuo limitato e finito. Significa affrontare l'illimitato. Significa compiere, con un taglio netto del nodo gordiano, quell'at­ to - il solo - che permette di varcare l'abisso che, nelle società gerarchiche, sembra separare vittima da carnefice, cristallizzandone perennemente i ruoli e facendoli apparire inconciliabili. Si tratta di optare per il rischio estremo o per l'accettazione della sorte impo­ sta; le società gerarchiche sono quelle in cui il rischio è, in apparen­ za, cancellato: per paterne raccogliere la sfida, in esse occorre il con­ senso dei poteri.

E i poteri proteggono i sudditi, così sostengono, dal rischio. I compiti sono pertanto divisi: da un lato i poteri-carnefici in poten­ za, dall'altro i sudditi-vittime in potenza. Per uscire dalla condizio­ ne di vittima, non resta allora che correre incontro all'angoscia

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suprema, che scegliere la furia, che rompere i lacci dell'incantesimo in cui il potere tiene prigionieri i sudditi. Questi possono farlo a diversi livelli; con il suicidio, con la cosiddetta follia, riducendosi al rango di "barboni" e ratés, con il crimine, con il masochismo ...

In quest'ultimo caso almeno, con quella che merita il nome di "corsa in avanti". Non è che il ribelle-masochista non tema la sof­ ferenza o ne ricavi piacere: ma essa diventa, paradossalmente, il

mezzo della sua vittoria. Tuttavia, richiamando su di sé l'ira dei car­

nefìci, il ribelle-masochista riconosce de foctu la

separazione gerar­

chica dei due ambiti: la sua è una provocazione, non un atto egua­

litario; e del resto, nella società gerarchica parte non indifferente della violenza è consumata nello sforzo di opposizione al potere; è pertanto limitata (mentre è illimitata quella cui fa ricorso il potere) e vuole giustifìcazioni: diventa gioco solo al di là dei pretesti che offre a se stessa.

«Il momento è vicino in cui sarà fotta la luce, ed io potrò mostrar­ le che io sono tra que' martiri che nelle grandi occasioni dei popoli sono

necessari». Tito Speri,

uno dei martiri

all'amico Pilati, 1 853.

di Belfiore, in

una lettera

Atto egualitario è quello per cui divoro il nemico o la vittima consenziente, sapendo che a ogni istante posso divenire la vittima consenziente, il nemico catturato e divorato. È un rapporto di reci­ procità che cessa nel momento in cui ammetto che qualcuno o qualcosa mi rappresenti: nel momento in cui cesso dall'atteggia­ mento mitico, cioè dal riconoscimento dell'Alterità, che è quanto dire la sfera del sacro, e trasformo il numinoso in religioso: in cui antropomorfizzo - credo insomma di poter cartografare e addirit­ tura conquistare - l'indicibile, e poi lo storicizzo.

Avviene nel momento in cui la vittima si riduce a una sola, esemplare di tutte le altre, in cui il regime rappresentativo si incar-

POTERE RLLJCIO''..:!

(,!
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na ad esempio nel Cristo, e questi è immaginato come storico, come uomo-evento che chiude definitivamente l'era dell'intercambiabili­ tà di vittima e carnefice, e in cui a sua volta il carnefice, lungi dal­ l'essere anonimo e collettivo (l'intera tribù), diviene un uomo­ Giuda, un giudice, un soldato - sul quale sono lecite indagini "sto­

riche". In quel momento accetto definitivamente la gerarchia.

O altri l'accettano per me, che io lo voglia (e li deleghi) o meno,

e mi obbligano a sottostare alla regola della scissione dei due ambi­

ti. Mi costringono alla sfida ai poteri, qualora io non intenda rasse­ gnarmi a questa limitazione. La cosiddetta perversione sessuale è il rifiuto, alienato, del mondo della limitazione alienante. Ma non può non essere alienato.

Conosciuti a Roma fin dal !X secolo, gli agnus Dei (medagliette ovali

  • di cera, recanti sulla foccia l'impronta dell'agnello, simbolo del Cristo, e

sul rovescio un'effigie di santo) ebbero origine dall'uso di rompere in pezzi, il sabato santo, il cero pasquale dell'anno precedente e di distri­ buirli come oggetto di devozione sacramentale ai fedeli. «Ecce agnus

Dei, ecce qui tollit peccatum mundi». (Vangelo di Giovanni 1 ,29).

Il potere come dolce carnefice. Nella sua doppia natura, il pote­ re legittima, concede, tollera, proibisce, educa, nutre, legifera, decreta, bandisce, accoglie, purifica, maledice, scomunica, santifica, accende roghi, edifica carceri, inaugura campi di concentramento, grazia, libera, assolve. Al suddito è prescritto senza che glielo si dica esplicitamente - fa presto a rendersene conto - il masochismo, d'al­ tra parte deplorato dal potere che lo considera una perversione. Come sono simili, nel mondo postneolitico, e soprattutto in Occidente, l'amore e la guerra! Marte e Venere, e loro figlia è Armonia, il perno, la sintesi della triade hegeliana e marxista.

«Un mondo razionale e

pratico. ..

in cui gli oggetti - materiali e

umani - che servono ai piaceri sono strumenti senza mistero».

Simone de Beauvoir, Faut-il bruler Sade?, Parigi 1955.

DOMINIO

(("Quel che Dio ha congiunto, l'uomo non separi'� Io sono il mari­ to, e tutta l'isola è mia legittima moglie; io sono la testa ed essa è il mio

corpo>> (Giacomo I re d'Inghilterra [1 566-1 625]).

Il focus in cui l' indissolubilità di potere e religione si manifesta con La massima evidenza è il sovrano - il capo in generale - come immagine della divinità, suo rappresentante in terra. Principio basi­ lare della religione come del potere è l'accesso al palcoscenico della

storia: i

Loro rappresentanti si fon no sul proscenio. La rappresentanza

politica come la religiosa sono diramazioni del modello archetipo che sottende entrambe, la sovranità divina. Il dominio, ogni domi­ nio, è regale, e la regalità è sempre per grazia della divinità o del suo equivalente nella presunta laicizzazione del potere: la natura che apparentemente detta la supremazia del "meritevole" o del più adat­ to secondo le varie vulgate darwiniane e biologistiche. Il capo reci­ ta la parte del dio.

Non può esserci potere che non si incarni. Il corpo rappresenta­ to nel Neolitico è un corpo politico, risponde a un ordinamento, quello che la psicoanalisi chiama "organizzazione genitale" o "geni­ talità": ordinamento che si esplica nella concentrazione della sessua­ lità in una sola parte del corpo, gli organi genitali. È stato così anche nel Paleolitico? Può darsi, ma è impossibile provarlo. Va comunque detto che presso i cosiddetti primitivi si compiono rituali della separazione: il nesso tra l'adolescente e la madre viene scisso, ed è scissione dell'esserci dall'ambiente. (Forse è questa l'esca da cui è derivata la concezione religiosa dell'esserci come anima divisa dal corpo.) È il trauma della nascita ripetuta simbolicamen­ te. Liniziazione è rinascita che annulla la nascita dalla madre "vera".

«Il regno di Dio è uno stato civile,

in

cui Dio stesso è sovrano in

virtù prima dell'antico e poi del nuovo patto, e nel quale egli regna tra­

mite il suo vicario o luogotenente».

Thomas Hobbes, Il Leviatano, cap. XXXV .

POTERE

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Il capo-sovrano, sacerdote, presidente, tiranno, despota, mana­

ger, comandante

- è eretto. Rex erectus est. Il corpo politico, che

... è sessuale, si drizza in una sua parte, che ciò avvenga "spontanea­ mente" (scelta, elezione) o per via di "maneggi" (eccitazione indot­ ta, corpo voyeuristico che contempla se stesso, con se stesso copu­ la). Il suddito voyeur ha piaceri orgasmici, pronto tuttavia a deca­ pitare - a castrare - il suo sovrano, obbedendo a segni celesti indi­ catigli-impostigli dalla stessa sovranità.

Il re viene consacrato con f'unzione rituale che ha probabilmente preceduto le sue fonzioni pratiche nella vita profona. Significa, in tutte le religioni, il passaggio del soggetto da una condizione a un'altra. E gli dèi sono ovunque ghiotti di sostanze grasse, liquide o semisolide. (A loro spettano le carni più grasse, bruciate sugli altari sacrificali, il cui Jùmo ascende alle loro nari).

Il cronista gallois Giraldus Cambrensis fornisce interessanti indi­ cazioni circa le modalità dell'elezione dei sovrani in ambito celtico:

«Tutta la popolazione essendosi radunata nello stesso luogo, si con­ duce nel centro dell'assemblea una giumenta bianca. Ed ecco che colui [il sovrano da eleggere] , lungi dall'elevarsi alla dignità di prin­ cipe, si abbassa all'obbrobrio della bestia: non quale un re, bensì quale un fuorilegge. Perché s'avanza al cospetto di tutti a guisa di bestia e, con non minore sfacciataggine che ignoranza, si esibisce a guida di animale in calore. [Dopo il congiungimento] , la giumenta viene subito uccisa e cotta a pezzi nell'acqua, e al sovrano si prepa­ ra in quest'acqua un bagno. Egli vi si immerge, mangia i pezzi di carne che gli vengono offerti, circondato dal suo popolo che con lui se ne ciba. Del brodo in cui si lava, non già con un recipiente né con la mano, ma direttamente con la bocca tutt'attorno a sé sorbe e trangugia. Secondo tale rito, non però secondo dignità, eccone consacrate regalità e autorità>>.

Giraldo il Gallese (Cambria era detto il Galles), teologo e cronista (l 147-1223), jù vescovo di Menevia.

DOMINIO

È stata avanzata, da Raymond Christinger, l'ipotesi che questo testo inequivocabile getti luce su un'incisione (circa cm 28 x 1 8) della Valcamonica, precisamente di Coren del Valento, forse del terzo mil­ lennio a. C. , che rappresenta l'unione di un uomo con una giumen­ ta. Luomo avvicina il membro eretto al posteriore della bestia che tocca con una mano, alzando l'altra al cielo con tre dita tese. Ora, l'unione del re con una dea o con il rappresentante di un altro mondo - spesso, a p punto, una bestia -, lo ha per millenni collocato ipso facto in una posizione chiave, intermedia tra il suo popolo e il mondo invisibile: il congiungimento con un animale gli conferiva potenza, legittimità, statuto di intermediario tra l'aldiqua e l'aldilà.

La piattaforma di sostegno del tempio di Matageshwara a Khajuraho, nello stato indiano del Madhya Pradesh, è ornata da una serie di rajfìgurazioni tra cui spicca l'immagine di un personaggio di dimensioni maggiori degli altri, intento a congiungersi con un equide, probabilmente una cavalla, anche in questo caso simbolo di regalità e di dominio sulla natura. (Il complesso templare di Khajuraho, opera della dinastia Chandella, jù costruito nellXI secolo d. C.).

Mai si danno dominatori, sovrani, grandi capi, sommi sacerdo­ ti che rinuncino al serraglio in cui sono rinchiuse belve, come le zeribà dei potentati orientali e africani, a sottolineare il loro domi­ nio sulla natura bruta; e siccome nel processo di virilizzazione del mondo (ne parleremo più diffusamente nei paragrafi sulla religio­ ne) gli uomini provvidero a domesticare, forse prima degli animali, le donne, era coerente che i dominatori istituissero serragli anche per le concubine, cioè le donne con cui dedicarsi a piacimento e a capriccio al concubito, l'unione carnale.

Il potere è il sacrum. E il sacrum ha un duplice volto: terribili­ tà e dolcezza. Così il potere si propone come redentore, bonario padre, tenera madre fallica. La rappresentazione che offre di sé è,

POTERE

POTERE lCJO::-.:L CL'UHC\ non già quella di una giustapposizione di cose separate, ma del due-in-uno, è

lCJO::-.:L CL'UHC\

non già quella di una giustapposizione di cose separate, ma del due-in-uno, è l'oggetto combinato, la sconfitta del terzo escluso ­ ma anche l'unico caso in cui il terzo escluso è accettato nell'univer­ so della discorsività, per il quale è uno dei principi fondamentali (stando a esso, un giudizio affermativo e uno negativo non posso­ no essere contemporaneamente veri). Il sacrum - e il potere - fanno infatti eccezione. Dal sacrum provengono vita e morte, dal­ l' albero dell'aldilà ruscella il miei � ma anche il ciclone e la pestilen­ za, e le religioni insegnano che la madre partorisce il figlio a caval­ lo di una tomba.

Il dio supremo o unico, che è sempre fallocratico - menhir, betilo, fàllo di pietra, sintesi di ogni regalità - e che è rappresenta­ to da un finga in India, dal palo custode dei campi a Roma, dal cro­ cifisso drizzato nel cristianesimo, è però anche una vagina. E il cer­ chio della tana, la casa di Adamo in paradiso, è diventato il quadra­ to della domus neolitica e della urbs che è sempre quadratità mate­ rializzata, letteralizzata (fra gli etruschi, il mondo dei defunti, il cimitero, ideale continuazione del luogo dei viventi, sta ai piedi del colle ed è circolare: presunta sede della rinascita, luogo di supremo valore, cronico residuo della femminilità non soggiogata dal fallo). Duplicità che sfugge - deve sfuggire - al suddito-credente. È il mistero, al quale gli è lecito affacciarsi sbigottito: sfugge alla sua ragione, deve meravigliarlo e sgomentarlo.

«lxchel, dea della luna nella mitologia maya, era temuta, insieme

al serpente del cielo, come responsabile di disastrose inondazioni e delle tempeste tropicali. Pure, era considerata la protettrice delle donne durante il parto e delle tessitrici. Era assai vicina a Ixtah, la dea del suicidio, che pendeva da un albero in stato di parziale decomposizione.

Il suicidio era considerato un modo dignitoso

di accedere al paradiso, e

Ixtah accompagnava le anime di coloro che morivano impiccati verso l'eterno riposo sotto l'albero del mondo Yaxche, dove radunava anche le

POTERE

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«Lo scrittore Cipani

lo trovò insieme a due moretti che aveva por­

... tato con sé in Italia e ci rifèrisce questa scena commovente. - Vedete là - disse Monsignor Comboni additando i due moretti ­

allorché li ho raccolti, sapete, erano selvaggi».

Bice Foresi, Missionari in Africa, La Scuola, Brescia, s.d. Con l'osservanza delle norme (lavoro e obbedienza), il suddito oppone una barriera al sacro, alla rovina. Questa gli piomba addos­ so ogni qualvolta egli si ribelli alla regola; la sua porzione di diritti è proporzionale alla sua libertà, cioè alla capacità - acquisita a prio­ ri, conferita o conquistata per mezzo di particolari imprese, che sono di per sé altrettanti riti d'iniziazione - di trattare col sacro. Il mondo è insomma immaginato come un edificio costruito obbe­ dendo a precise regole d'ordine razionale, in cui esista però - come

si favoleggia in tutto il mondo - un locale segreto, nel quale sia

contenuto l'innominabile. Chi sa come ci si deve comportare col divino, saprà usare coi dovuti criteri la chiave che dà accesso alla stanza; chi ignori quest'arte, può provocare con la sua curiosità la fuoriuscita dell'innominabile, ciò che può significare la distruzione sua e di molti altri.

Lo schiavo, fatto pngwniero in guerra, ha dimostrato di non saper maneggiare la violenza: gli dèi non sono dalla sua, ed egli può essere quindi privato dei diritti; accanto alla sua utilità, ciò spiega perché lo schiavo, dono degli dèi, possa essere trattato come un oggetto: l'uomo vale in quanto abbia la capacità di imporsi al sacro, di dettar regole al sacro; è vero, lo schiavo lavora: ma egli non crea, cioè non si impone al sacro, non si sostituisce alla Creazione; lo schiavo esegue, non comanda, non organizza, non programma il lavoro. Il suo valore è quindi puramente fisico, egli vale né più né meno del manzo, del bufalo, dell'asino. La donna, che assicura la sopravvivenza della tribù; che partorendo crea; che getta, con il pro­ rompere del figlio dal suo utero, il ponte tra il non essere e l'essere, vale sempre più dello schiavo, e anche nelle società in cui la supre-

DOMINIO

mazia maschile è più accentuata, gode pur sempre di un certo rispetto e di determinati privilegi; schiava o libera, nel momento delle doglie è tabù.

«La nostra condanna non sembra severa. Al condannato viene scrit­ ta la norma che ha infranto, mediante l'erpice. A questo condannato, per esempio» - l'ufficiale indicò l'uomo - «sarà scritto sul corpo: Onora

i tuoi superiori!)).

Franz Kafka, Nella colonia penale (191 5).

Quanto al guerriero, è chiaro che il suo valore non lo si giudica solo sulla scorta dei benefici apportati alla tribù dal suo braccio c dalla sua lancia, ma anche in rapporto alla sua audacia, alla sua forza, al numero di teste di nemici uccisi che ne decorano la capan­ na, cioè in base agli in-sé che lo caratterizzano, per le qualifiche del suo essere guerriero al di fuori e al di sopra del risultato degli atti impliciti in tale condizione. A patto di assolvere ai doveri nei con­ fronti del mondo profano (utilitaristico) e di quello sacro, il suddi­ to era così relativamente al sicuro. Al di là della zona dei suoi dove­ ri, egli poteva dedicarsi ai suoi piaceri, riposi e fantasticherie.

La condizione del mobilitato, dell'inquadrato, è invece sostanzial­ mente diversa. In primo luogo, al mobilitato si nega quasi completamente una zona personale, di rifùgio. Trasponiamo quanto si è detto a proposito del suddito in termini moderni: la classe dominante nelle antiche socie­ tà era immediatamente il sacro; non lo è più ai giorni nostri, ha cessa­ to definitivamente dall'esserlo con il 1789. Essa tuttavia per sostenersi deve ammantarsi di sacralità o per lo meno degli attributi della sacra­ lità, soprattutto !'intoccabilità. Il principio autoritario si fonda su questo: per il suddito, in un certo senso è lo stesso se la punizione per chi osi levar la mano contro i grandi piomba dal cielo o viene inflitta dal braccio secolare senza accompagnamento di scomuniche o esorcismi. Il risultato finale è identico: l'audace è distrutto o incarcerato o messo al bando. La differenza consiste semmai in ciò, che nel primo caso il

POTERE UFU(;H }'.:!

POTERE UFU(;H }'.:! suddito aveva a che fore con un assoluto, che nulla lo giustificava nella

suddito aveva a che fore con un assoluto, che nulla lo giustificava nella sua ribellione; e, se questa riusciva ad abbattere il tiranno, il rivo/toso doveva affiettarsi a cercare i crismi del sacerdozio che lo santificassero, cioè lo ponessero, a posteriori, sullo stesso piano del sovrano abbattuto.

Il rivoluzionario d'oggi ha coscienza della relatività delle posi­ zioni: la giustificazione del suo operato verrà dalla riuscita della sua impresa. La progressiva profanizzazione della società rende così sempre più difficile il compito delle classi dominanti: esse devono provare la propria utilità, più non basta che dichiarino la propria volontà sovrana; anzi, lo spettacolo dei grandi, lungi dal soddisfare le folle, non fa che amplificarne i ruggiti di collera. Quanto più ampia quindi la porzione di privilegio, quanto maggiore la percen­ tuale di beni che la classe dirigente pretende di riserbare a se stessa senza dover provare il proprio diritto al beneficio, senza cioè accet­ tare di vederselo messo in discussione, tanto maggiore sarà il suo ricorso alle istanze dell'irrazionale.

«Vi jù uno dei precipitati [dalle finestre del castello]

che...

si aggrap­

pò a un ramo e non voleva più abbandonarlo, il che vedendo gli foro­ no tirati infiniti colpi di archibugio e di pietre sulla testa senza che si riuscisse a colpirlo. Del che il Barone si meravigliò e gli salvò la vita, e ne uscì come per miracolo

...

».

Richard Verstegan, Théatre des cruautés des hérétiques de nostre

temps, Anversa, 1 588.

Lo sperimentiamo ogni giorno: quanto più la classe dirigente è casta dominante, quanto più predatrice essa è, tanto più ricercherà benedizioni, assoluzioni, conforti e giustificazioni per bocca del clero locale. Ma essa, così facendo, continua a proporsi ai sudditi; questi sono chiamati a fare una scelta, si fa leva sulla loro imprepa­ razione o disorganizzazione, per esercitare a loro spese un inganno. Tra la casta e i sudditi si interpone un sottile velario di pregiudizi, antiche paure, ancestrali terrori. Altrimenti, la casta si fa classe ragio­ nante: al posto del balenio degli stendardi processionali, della solen-

POTERE

POTERE l'opinione pubblica: in essa il suddito è immerso; l'opinione pub­ blica è un mare le

l'opinione pubblica: in essa il suddito è immerso; l'opinione pub­ blica è un mare le cui ondate si scontrano tuonando, e sono gli appelli delle diverse ideologie. Per l'inquadrato, la problematica ha infinitamente meno valore della marcia forzata, dell'adunata, degli squilli di tromba e del rullare dei tamburi: l'istanza d'ordine spiri­ tuale ai suoi occhi diviene un terreno viscido, un trabocchetto che porta direttamente nelle regioni della infamia sociale e politica.

Ciò che vale per il soldato, vale, in termini assai meno espliciti (e anzi ammantati di "diritti umani': ma sostanzialmente non diversi), per il miles della produzione industriale, operaio, impiegato, quadro, inserito nelle jìle dell'azienda. Anche questa commina infomia sociale sotto forma di espulsione dal mondo del lavoro e di disoccupazione.

Al suddito è democraticamente lecito conservare per se stesso una frazione più o meno cospicua del proprio essere. Nel corso di un lungo processo storico, il suddito è stato in grado di porre pre­ cisi limiti all'entità della punizione: almeno dopo la caduta dei regi­ mi assolutistici, la sua eventuale rivolta all'ordine costituito, per quanto considerata illegittima, non comporta però misure punitive tali da togliergli una volta per tutte la voglia di riprovarcisi. Il sud­ dito "umanizza" - o ci si prova - la pena, vuole renderla ragione­ vole, aspira a una proporzione tra atto criminale e punizione.

I..:

antico sovrano non glielo avrebbe permesso, tutto teso com'era

- una sua fondamentale prerogativa - a esercitare la giustizia come arbitrio, senza proporzione tra delitto e pena, unica intervenendo, a mitigarla, la clemenza dettata da simpatia, capriccio, ragioni di stato, estranee alla validità universale della legge. Il mobilitato mili­ tare, anche nelle odierne società, torna ad accettare questa condizio­ ne, alla quale il suddito moderno ormai si rassegna solo in casi ecce­ zionali, indottovi soprattutto da istanze populistiche. Il soldato non oppone invece resistenza; se lo fa, è un "lavativo" o, peggio, un disertore, un traditore. Non discute la punizione: il tribunale mili-

DOM[N[O

tare non fa processi, ma prende decisioni. Non ha più nulla di suo:

le idee, i pochi effetti personali, i panni che ha indosso, gli sono conferiti dall'altoparlante e dalla fureria. l:inquadrato militare non discute: la discussione viola il regolamento; non ha iniziative: ne andrebbe della disciplina. Linquadrato non conserva più, per sé, alcuna frazione del suo essere: o meglio, fa di tutto per sbarazzarse­ ne, si obbliga a mettere il bavaglio al proprio io. Il suo è, nel senso di Heidegger (pure da questi rifiutato), «essere-per-la-morte>> (Sein

zum Tode).

BUCHENWALD, UN MODELLO

Vi era un'incredibile, illogica, assurda civetteria della sofferenza. I segni d'ignominia erano trasformati in una sorta di lurido trion­ fo. Era con orgoglio che colui il quale aveva subito la punizione ti mostrava sui glutei le orme azzurrastre del nerbo di bue, non diver­ samente dal mendico mutilato che ti agita sott'occhio il suo mon­ cherino: era la rappresentazione della propria miseria, la lode e la proclamazione della propria sofferenza. Era un dire ai carnefici:

"ecco, vedete come mi avete ridotto!". Il rischio cui era sottoposto chi si desse a questa pantomima, conferiva d'altra parte alla soffe­ renza colore di volontarietà: il tormento veniva aumentato, portato perfino oltre i limiti previsti dai regolamenti; e il guardiano non riusciva a impedire questo spostamento in una zona per così dire negativa rispetto all'equilibrio ideale, all'assoluta obbedienza delle disposizioni disciplinari.

Non penso che i "carnefici" fossero agenti di un metafisico "Male". Erano dei mobilitati, militari ai quali era ovviamente fatto obbligo della ferocia e dell'implacabilità. E il mobilitato potrebbe sottrarvisi?

Non è che il detenuto di Buchenwald - continuiamo con l'esempio - non tema la punizione; non è che ricavi piacere dalla

POTERE

R!.L!C!Ol'.:1,

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sofferenza: è che questa è divenuta, paradossalmente, il mezzo della sua vittoria. Lo spettatore, presente o lontano, reale o fantasticato, di questo mondo o dell'altro, è invitato a toccare con mano il falli­ mento, la miseria, la debolezza, l'inferiorità della vittima. Questa è un tremulo essere che a stento si regge in piedi, è priva di coraggio, esangue, inetta al lavoro, stupefatta, preda al panico: è un nulla. Il suo atteggiamento è paradossale: se evitasse di aggrapparsi piangen­ do ai piedi dell'SS, non appena questi le si avvicina, l'SS forse non si accanirebbe su di essa, ci sarebbe una probabilità di cavarsela; ma si direbbe che proprio a questo la vittima intenda rinunciare, che il suo intento sia di bruciarsi i ponti alle spalle, di penetrare definiti­ vamente nel regno dell'assoluta sofferenza. Egli è una sorta di Tersite che, anziché col lazzo e la derisione, provoca l'ira degli eroi in divisa nera col masochistico sfoggio della sua negatività.

Quando l'SS penetrava in un ghetto o metteva piede nella baracca di un campo di concentramento, sapeva che poteva essere accolto al suo solo apparire da lugubri grida, da un coro di ululati, da bocche belanti e occhi sbarrati in un terrore che in parte era così evidentemen­ te recitato, da costituire una provocazione. Accadeva allora che fosse l'SS a sentirsi insultato e mortificato, e che egli si affannasse a picchia­ re le sue vittime, strillando, quasi singhiozzando: «Per causa vostra, ebrei maledetti e impestati, per causa vostra ho perduto tre anni della mia vita, già da tre anni noi soffriamo qui, cani che non siete altro!» (Diario di Abramo Lewin, compilato a Varsa via, 1943).

Il meccanismo del sadismo che era stato messo in moto era - ed è tuttora - tale, per cui le vittime forzano i carnefici a tormen­ tarle. Da un lato sta l'impossibilità, per la vittima, di comportarsi altrimenti; dall'altro, l'impossibilità del carnefice di resistere alla provocazione. Chiamiamo questo rapporto col suo nome: è il rap­ porto tra sadismo e masochismo nelle loro forme sociali, l'uno indi­ spensabile alla manifestazione dell'altro. Il masochismo non può

DOMINIO

r[nunciare alla platealità: ha bisogno, per attuarsi, della presenza altru[, che può essere il suo vicino, il foro interiore, Dio. Come il masochista sessuale espone il proprio deretano alla agognata puni­ zione inflittagli da una prostituta, così il masochista sociale sfoggia la propria nudità psichica.

Ancora Buchenwald (ma vale per ogni campo di concentramen­ to, per ogni gulag, per ogni Guantanamo). Anziché lasciare la scelta al carnefice, la vittima gli si offre; ciò che essa teme è provocato intenzionalmente; più che l'atto di vio­ lenza, è l'ansia e l'attesa che lo precede ad essere oggetto di paura. In tal modo, la passività viene trasformata in una paradossale atti­ vità, la minaccia futura diviene alcunché di presente: così l'atto è fatto mio, sono io a comandare i gesti del carnefice, io sono la sua mano, io i suoi occhi, io i suoi muscoli. Così facendo, ancora, io domino l'ignoto, cesso di essere alla mercé di avvenimenti, di forze più possenti di me. Sono io a stabilire il ritmo con cui gli avveni­ menti si susseguiranno, anziché essere abbandonato a un ritmo estraneo e sconosciuto. È così che io trionfo: non cerco, io ebreo, io prigioniero, io sospetto talebano, la sofferenza - tento anzi di dimi­ nuire la sofferenza, di dominarla e imbrigliarla facendola scoccare al mio comando. Allo stesso modo, il masochista sessuale si libera dalle inibizioni, dal senso di colpa che gli viene dalla trasgressione che è ogni atto sessuale in quanto tentativo di uscire dai limiti indi­ viduali, di confondersi e degradarsi - o sublimarsi -, facendosi infliggere in partenza la punizione, l'umiliazione: la prostituta lo colpirà sulle natiche ed egli pertanto avrà, simbolicamente e concre­ tamente, la punizione "alle spalle", e si vedrà spalancato davanti, di diritto e di fatto, il mondo del godimento.

Il movimento del potere è sempre lo stesso: un contesto che compor­ ta casi limite, come questi or ora citati, ma la cui struttura di fondo resta pur sempre la stessa. Con la massima facilità - e lo si è detto più volte - il timido impiegato si trasforma in obbediente carnefice.

Nel Neolitico, inteso come visione unitaria (invenzione dello stanziamento, dell'agricoltura, del potere, della religione) al di

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Nel Neolitico, inteso come visione unitaria (invenzione dello stanziamento, dell'agricoltura, del potere, della religione) al di là delle variazioni temporali e spaziali sul tema, le singole manifesta­ zioni rispondono sempre a un comune denominatore. Al tempo concepito come rettilineo, quale successione di momenti verso una finalità inizialmente non espressa, corrisponde quella che in un altro paragrafo ho chiamato "quadratità", cioè una spazialità definita da pareti uniformi, in fuga dalla circolarità e dalla paratassi. Litinerante non aveva bisogno di specifiche designazioni orientative, non dove­ va definire specificamente luoghi e momenti (Stonehenge e i cerchi di pietre fitte di Carnac compaiono migliaia di anni dopo l'esordio del Neolitico), indispensabili invece allo stanziale per il quale nume­ ro e geometria sono i presupposti per la comprensione del reale e l'orientamento nel mondo. La nuova mentalità del Neolitico comporta, tra l'altro, un atteg­ giamento inedito verso l'uccisione degli animali. Nasce la caccia come esercizio fine a se stesso, atteggiamento che ha tuttora corso (caccia alla volpe, istituzione di riserve come proprietà ed esclusione, cattura di animali usati come ornamento e conferma del potere).

E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglian­ za, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, su tutte le bestie sel­ vatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (Genesi, 1 ,26).

Il suddito è cieco. Si può negare l'a-logicità della parola; si può affermare che il mito è l'espressione (ingenua) di concretezze. In tal modo, si fa nascere la parola dal bisogno, mentre è il bisogno che nasce dalla parola: è impossibile individuare nell'uomo istinti, cioè modalità di soddisfazione di bisogni, che non siano rivestiti, repli­ cati, interpretati, dalla cultura. La parola dice i nostri bisogni, e solo allora li fa esistere. Ma si può tentare il rovesciamento. Proclamare, ad esempio, che è il re o il sacerdote a fare sbocciare le parole, a isti­ tuire il mondo. In tal modo, si privano i sudditi della loro sapien­ za: questa diviene retaggio esclusivo della classe egemone. I sudditi

DOM[N[O

sono indotti a dimenti care ciò che in loro "appare": divengono cie­ chi , insensibili ai sogni , sordi e muti. Soltanto il re o il sacerdote hanno diritto di so g nare: soltanto il loro sogno rivela e signifìca. Soltanto essi hanno un'anima; soltanto chi sta dalla loro parte ne acquista una; soltanto i loro fedeli possono aspirare alla salvezza eterna. Agli altri toccherà in sorte un mondo incolore, senza imma­ g ini, senza visioni beatifìcanti: il nero, il buio, lo Sheol. A tale scopo, biso g na che i mille miti, i mille sogni di ognuno, siano convogliati in un mito solo, e che questo sia accuratamente codificato. Inda g are sulla "struttura" dei miti è altrettanto vano che indagare sulle strutture profonde della lingua: si può però indivi­ duarne grammatica e sintassi, le quali non sono la fonte della lin­ gua. Al pari della cultura tutta quanta, sono l'incanalamento della lingua, la traduzione degli "eterni" del sogno, un'interpretazione alla quale tende a sottrarsi il nonsenso. Il potere si impone a livel­ lo sintattico-grammaticale: re e sacerdoti proclamano di possedere le "chiavi". Devono, ovviamente, comprovarlo (ma già quest'affer­ mazione, apodittica, è sconvolgente, stupefacente: basterebbe di per sé, almeno in un primo momento, a raccogliere attorno a loro le "turbe"). Diverse sono le modalità, dagli atti magici alla forza. Una prima persuasione si trasforma così in esercito. Chi possiede le "chiavi", possiede il mondo: lo dice a suo piacimento, è il signore della parola, l'incarnazione del verbo. Possesso, tuttavia, insicuro: di continuo bisogna riproclamarlo, riaffermarlo. La conquista non si ferma mai: la sottomissione costituisce la riprova che il mondo è quale è stato detto dal sovrano. È per questo che regni e imperi sono obbligati ad aggredire e assoggettare territori altrui, per comprova­ re che il mondo è davvero quale essi dicono.

Il mito organizzato, la sintassi e la grammatica del mito, ha nome reli g ione , che è sinonimo di potere. Nella fase dell'organizza­ zione del m ito, se ne staccano sottoprodotti, leggende, saghe, fìabe, che conservano la tendenza all'infinita proliferazione degli "eterni"

POTERE
POTERE

del sogno: la loro raccolta e sistematizzazione, la civilizzazione di queste espressioni, di queste sacche "dialettali", è un lungo, fatico­

so processo. Occorre che favole e saghe divengano vere, cioè che

trovino l'equivalente nei gesta regum. Occorre che gli eterni del sogno divengano personaggi in carne e ossa, dèi esattamente con­ notati e connotabili, e anzi che, come il complesso delle "invenzio­ ni fantastiche" si inserisce nel solco dell'unico mito, così gli dèi si sottomettano a una gerarchia: un dio supremo, spesso unico, comanda i suoi dèi-sudditi. Sovente l'unico dio è trans-divino: il Fato dei Greci, per esempio.

Chiamo questo processo millenarizzazione: gli eterni del sogno si calano nel millennio, nel secolo. Inaugurano (i sovrani inaugura­ no), sortendo dalle regioni in cui «vagavano» - e cioè fondando la città -, un nuovo eone, aprono l'epoca, istituiscono il tempo misu­ rato, cronologico, la cui esattezza è comprovata mediante gli even­ ti naturali.

Gli dèi rivendicano il trono. Il dio della tradizione cristiana nasce in una grotta o mangiatoia o stalla, secondo le versioni: parti­ colare che di per sé ne rivela il carattere di eroe miti co, di "apparso". La grotta è uno dei luoghi deputati delle fanie, di quegli eventi, cioè, che ripetono il presunto processo cosmogonico. Né diverso è il caso della mangiatoia o della stalla, luoghi "alimentari", grembi nutrizi. Nato nella mangiatoia, tra il fieno, il Phanes-Cristo è terrae filius, e in Romania ancora oggi il bastardo - il "figlio di nessuno", e dunque di una "madre immediatà' (quella che vede vicino a sé) ma anche di un "ignoto", di un lontano - è detto "figlio di fiori".

Il potere sazia le turbe. Non appena !'"esplosione" avvenga, il processo di cristallizzazione del mito-tabù subisce una rapidissima

accelerazione. Il mito-tabù si "incarnà' nella società. Il mito-tabù

è del resto sempre carne, ultima istanza alla quale possiamo ridurci,

DOMINIO

ultimo veicolo, estrema soglia. La carne è l'equivalente della parola; la carne "incarna" (non è un gioco di parole) il mito-tabù. Lani­ male, fonte alimentare del cacciatore, è appunto carne; ne consegue che i mitemi preistorici si articolano attorno al perno costituito dal­ l'animale, porta ospitata in immagine dentro quella porta, quell'ac­ cesso, che è la grotta. La contemplazione dell'animale è contempla­ zione del possibile; uccidere l'animale significa chiudere l'accesso, sbarrare la porta. Per riaprirla, occorre ottenere il "perdono", non già dell'animale, ma della carne; occorre pagare un "tributo" all'Alterità, imporsi una perdita, gettare al di là (sprecare) qualcosa di utile, negarne il carattere appunto utilitaristico. Bisogna, come i Sioux, andare a caccia muniti di statuine o altre immagini che veni­ vano deposte sul corpo dell'animale ucciso, che in tal modo diven­ tava "altare": un po' di "erba buona" (tabacco, un vegetale allucino­ geno) era sparsa al vento o bruciata. L:"animà' dell'animale, cioè la carne, veniva così placata, l'accesso, il poros, tornava pervio.

Il potere moderno si fonda sull'affermata negazione del mito­ tabù, sulla sua sostituzione - che si fa credere totale e definitiva - con la norma-proibizione. Per i regimi moderni è indispensabile che il mito non esista. Al suo posto, trionfano la Scienza, il Sapere - gli strumenti di dominio dello spirito occidentale.

Il modo di essere meccanico è il più imbecille e crudele finora proposto ai (e accettato dai) sudditi: e per modo d'essere meccanico intendo non solo il produrre tecnologico, ma anche il guardare (tele­ visione), il percepire il mondo tramite intermediari (Baedeker, atlan­

ti, scritture

), il congiungersi carnalmente (in nome della produtti­

... vità ancora in un passato recentissimo, e oggi della riduzione del­ l'erotismo a "funzione"), il delegare ogni nostra scelta a specialisti, a "meccanici" (medici, psichiatri, professionisti dell'angoscia, ecc). Gli schiavi del mondo meccanico (quasi tutti, eccezion fatta forse per i potenti e, in misura più o meno velleitaria e anch'essa alienata, per

POTERE

emarginati, ribelli, fteaks, folli, artisti, drogati, ratés e simile "genia''), tali sono non perché calpestati dal capitalismo o dallo pseudosocia­ : lismo o da residui feudali, ma perché vivono, lavorano, si divertono, producono, mangiano, defecano, guerreggiano, ammazzano e si ammazzano, copulano, in maniera meccanica. l: estrema astuzia del potere consiste nell'introiettarsi: e gli schia­ vi meccanici si suppongono liberi, difesi, sicuri, indipendenti - sin­ dacalizzati, in grado di decidere del proprio destino, cioè di aumen­ tare e organizzare meglio la produttività. E, quanto più ci si invi­ schia nelle reti del potere, quanto più cioè ci si "libera" (dalla fati­ ca, con l'idiota moltiplicazione delle macchine idiote), e meno libe­ ri si è. Più si ha, meno si è: nozione, come è facile constatare, nota al mistico medievale (a un Maestro Eckhart), assai più confusamen­ te allo psicoanalista in semirottura di bando (Fromm) ma, prima ancora, ai filosofi antichi che voltavano le spalle alla filosofia come gnoseologia (gli Stoici); probabilmente, nota dacché esiste il pote­ re. Riteniamo, d'altronde, che tutti lo "sappiano". Ma ammetterlo, in primo luogo con se stessi, significherebbe mollare la zattera del potere. E chi sa più nuotare? Chi è disposto a riconoscere che qual­ siasi "selvaggio" è infinitamente più libero di ciascuno di noi? Chi è disposto ad abbandonare il "mondo", a rinunciare alla Meccanica, a tornare alla caverna? Al deserto? Alla steppa? Alla canoa? Alla cac­ cia al bisonte? Erich Fromm, Il mondo di Sigmund Freud, Milano, 1 962.

La conquista non si limita allo spazio, ma investe anche il tempo. In un primo momento, nell'ambito della città stessa resta traccia di questa "storia". Così a Uargla, in Mesopotamia, i quartie­

ri corrispondono ai diversi, successivi sviluppi della cosmogonia,

dall'Idea alla Creazione, dallo Scambio al Verbo. Le mura chiudo­ no la città-rappresentazione del (nuovo) mondo in un cerchio di ' sacrifici e riti, tracciati sul suolo come un'invocazione ai celesti. Le porte, spalancate sull'ignoto esterno, hanno nomi simbolici protet-

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to ri; gli uomini che Le custodiscono sanno che La Loro vigilanza sarebbe vana, non fosse per la presenza di portinai invisibili, coloro i cui giovani corpi sacrificati sono stati mischiati con l'argilla fresca dei mattoni, sepolti sotto le pietre di fondazione. Tutte le città sono state costruite, a partire almeno dal terzo millennio a.C. , con l'in­ tento esplicito , dichiarato nelle iscrizioni, di fissare il tempo nello spazio, strutturando le mura e persino la pianta degli edifici in modo da radicarli nell'eternità.

Oggetto della conquista allora non è più il mondo barbarico, ormai domato, ma lo sono quasi esclusivamente le altre città, gli altri imperi. Il tempo non è più uno stagno immobile; i sovrani non ripetono più, tradotti nei riti urbani, gli arcani dei cicli eterni, fata­ li. La città non è più soltanto l'espressione topografica della cosmo­ gonia, ma risponde a una rigida gerarchia: ogni città ha ora un ruolo preciso nella cosmogonia, non ne è più il riflesso passivo, ma un membro attivo, partecipe: la cosmogonia si realizza attraverso la città, gli dèi hanno bisogno degli uomini. Il tempo si snoda, si scio­ glie dai lacci del labirinto che lo costringono a girare su se stesso: si proietta in avanti, verso un fine di cui la città è il veicolo. La reli­ gione cittadina cessa di essere la replica di quella agricola arcaica o, più in là, della preistorica (neolitica). Gli dèi si urbanizzano; i Grandi Ritorni, se avvengono, hanno come perno le Gerusalemme terrene; i profeti, trombe annunciatrici della Rinascita, si trasferi­ scono in città e si scagliano contro Ninive e Babilonia. Il sovrano non è più signore unico: ha attorno a sé, non solo una corte, una costellazione, ma classi capaci di contestarlo, sulle quali non eserci­ ta più un potere dispotico, ma che lo condizionano. Il potere cre­ sce su se stesso e si diffonde come i cerchi nell'acqua di uno stagno, sempre più remoti dal centro.

Il potere (e iL sacro) vanno in città. A partire dal 2500 a.C. circa, quando ormai, almeno in ambito mediterraneo, esiste un diffuso

POTERE HLLJC!t!Nl

POTERE HLLJC!t!Nl tessuto urbano (non più assediato dai "selvaggi", minacciato dai nomadi, ma che anzi li

tessuto urbano (non più assediato dai "selvaggi", minacciato dai nomadi, ma che anzi li assedia, li richiama con i traffici, li stanzia a viva forza), compaiono città di tipo nuovo. Il loro esordio corrispon­

de a una riforma del pantheon primitivo. Così Marduk, protettore

di Babilonia, la nuova capitale, diviene signore degli dèi e demiurgo, successore dei re mitici, erede dei cicli passati; Marduk impone il proprio nome, cancellando il loro, ai protettori invisibili delle città sottomesse. I molti dèi tendono a confederarsi, a eleggere un signo­ re degli dèi, e poi a confluire in un dio unico, più "razionale" e com­ patibile, in quanto astratto, con la meditazione filosofica.

La prima città mesopotamica, nel disegno della cosmogonia ­ un disegno che adesso è teleologico, che obbedisce a un'inarrestabi­ le progressio ad- era stata Eridu, residenza del dio-pesce Ea, il mae­ stro delle scienze e delle tecniche di lavorazione dei materiali, da lui rivelate all'uomo. Era un'epoca in cui la regalità "passava" ancora, fatalmente, da una città all'altra, le dinastie si riconoscevano prov­ visorie, le capitali si sostituivano l'una all'altra, secondo il decreto imperscrutabile dei cicli cosmici, dei Grandi Anni, intervallati da catastrofi come il Diluvio; e ogni volta la regalità ridiscendeva dal cielo, si posava in un nuovo luogo eletto: Kish, Erech, Nippur, Ur.

La durata del regno dei sovrani è divenuta via via minore: se ' Ubardudu re di Shuruppak aveva regnato ottomilaseicento anni, Mesannepada re di Ur occupa il trono solo per ottant'anni, ed è seguito da quattro sovrani che in totale regnano per soli centoset­ tantasette anni: il racconto mitologico, come si vede, cede via via il passo alla storia, la durata delle dominazioni confluisce con la dura­ ta "reale". Da Ur la sovranità passa ad Awan, poi è la volta di Erech con il regno di Gilgamesh nella cui saga mito e storia si confondo­ no ormai indissolubilmente. Il periodo "arcaico", protostorico, è inteso, dai cronisti coevi, dagli autori di "storie" regali o sacre, come un grande e definitivo rito di passaggio, una porta varcata per scm-

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DOMlNIO

pre: al di là si può ancora tornare, certo, ma il richiamo di Itaca è ormai imperioso. Il concetto di "patrià' si è capovolto: se quella vera era collocata, prima, nel Grande Tempo, fuori dello spazio, ora si colloca nel te mpo e nello spazio, e sempre più a fatica i sacerdoti richiamano l'attenzione sulla patria celeste. Ormai è pronto lo scenario per la nuova rivelazione, quella del dio unico e astratto, il dio-concetto (del Bene). È significativo che l'idea dell'Eterno, il dio di Abramo al quale si inchinerà Hiram, re di Tiro, il Dio Unico con cui l'uomo quasi da pari a pari pattuisce l'Alleanza, sia stata diffusa, in ambito occidentale (e non solo occi­ dentale) principalmente dai mercanti. Da Ezion a Mileto, da Clazomene a Efeso, da Cartagine alla penisola arabica, all'Africa (Etiopia), è venuta lentamente prendendo forma una nuova conce­ zione, "modernà', del divino, e insieme una nuova visione del posto dell'uomo nel mondo e del lavoro produttivo nella sorte umana.

Sono occorsi ovviamente secoli perché questa concezione nuova si sostituisse ai Baal, agli dèi-bestie di Ninive, al pantheon dei farao­ ni, ai trentamila dèi del Basso Impero, ma oggi abbiamo sott' occhio gli effetti della "vittorià' del Dio Unico e del suo retaggio, il Sapere occidentale. Il Dio Unico cancella definitivamente il passato, né viene in terra per essere a sua volta sostituito da altre divinità. La sua Rivelazione è definitiva. Egli cancella la divinazione: i magi gli si inchinano, lo adorano, lo riconoscono, tramite i doni - le offerte -, re, dio, immortale, insostituibile. La divinazione nella fase prato­ storica ha una funzione di primissimo piano. Il tempo mitico è stato dunque una prefigurazione del tempo degli uomini; e questi adesso procedono verso un loro destino, l'attuazione del quale esige la razionalizzazione del mondo. Si inaugura così l'età della ragione, dei matematici, degli astronomi, dapprima intenti a calcolare il ritorno dei Grandi Cicli, nell'epoca in cui il sovrano è ancora rasse­ gnato, in cui sa che il suo regno sarà travolto da un nuovo Ritorno.

POTERE

POTERE Poi, però, la sua angoscia personale acquista il sopravvento: per­ ché mai devono, egli o

Poi, però, la sua angoscia personale acquista il sopravvento: per­ ché mai devono, egli o i suoi successori, cedere il trono? No: la razionalizzazione del tempo, preparata dalla quantificazione, dalla volontà di misurare e pesare il cosmo, di valutare l'infinito con la scala dei sensi umani e la loro durata, sembra promettere la possi­ bilità di influire sui cicli, di regolamentarne il ritorno. Non si sfug­ ge forse, con la previdenza, alle carestie? La programmazione (cana­ li, granai, allevamento del bestiame, sfruttamento delle miniere) esclude in parte almeno l'aspetto distruttivo implicito nel ciclo, lo esorcizza. Misurare il cosmo significa prevedere inondazioni o sic­ cità, tant'è che lo si misura con i metri utilizzati per depositi e gra­ nai. La base della numerazione va senza dubbio ricercata nel mito più che nell'ambito di ipotetiche concretezze, ma ben presto si veri­ fica la rottura con il mito: l'apparato matematico diviene strumen­ to, e come tale via via perfezionato. L:astronomia cessa di essere la conferma della fatalità: diviene previsione positiva; si possono "sal­ vare" i regni, la terra tutta. La matematica non è più immagine del cosmo: serve alla conquista e definizione del cosmo.

Il mondo urbano non è più una "caduta"; certo, l'Età dell'oro, il paradiso da cui l'uomo è stato cacciato era perfetto, vi regnavano la pace e l'immortalità. Ancora nel Genesi (4,16-18) è Caino, cioè il "cattivo", a fondare una città, Enoc; se la divinità "verà' ha dunque ancora sede nei boschi, nei mari, tra i monti, in fondo ai deserti, ben presto sarà la città a rivendicare la sacralità, anzi la santità. La città sarà il luogo dove si giocano le sorti del Bene e del Male: basta, perché trionfi il primo, che il dio celeste scacci dal trono il dio abu­ sivo, il sovrano servo di Satana. Le dinastie non intendono più scomparire, travolte dall'ineluttabilità dei cicli. Anzi, si nega o rele­ ga nei santuari la ciclicità. Il potere abolisce la fatalità: promette, persino, la vittoria sulla morte.

Più di ogni altra religione anticoclassica il cristianesimo è stato, fin

POTERE Poi, però, la sua angoscia personale acquista il sopravvento: per­ ché mai devono, egli o

DOMrNIO

d11lle origini, und religione urbana solo secondariamente, e successiva­ mente, difjùsasi-impostasi nelle campagne.

Il cittadino è ormai animato dalla certezza che il meglio "ha da venire"; il futuro ha preso il posto del passato. Si tratta, ecco tutto, di prevedere esattamente, e pertanto di dirigere e condizionare il futuro: prevedere ciò che la fatalità avrebbe in serbo; dirigere e con­ dizionare il destino per gabbarlo. La sorte dell'uomo è nelle mani dell'uomo o per lo meno dei suoi rappresentanti, di "coloro che sanno": ancora sacerdoti e sovrani, ma ben presto soprattutto astro­ logi, astronomi, agronomi, architetti, scienziati, medici, filosofi, e poi anonime biblioteche, impersonali depositi di conoscenze. Se la divinità vuole sopravvivere, dovrà adeguarsi a questa visione profa­ na, semplificarsi, unificarsi, astrattizzarsi, rendersi remota, concede­ re il libero arbitrio all'uomo, starsene alla larga dal mondo, accon­ tentarsi di averlo creato.

I.: esclusione del diverso. Il potere non sfugge, come nulla di ciò che è umano, alla contaminazione del mitico. Recita la sua favola, che esteriormente consiste nel rivendicare la propria legittimità:

ogni potere che voglia sostituirsi a un altro, ne contesta la legittimi­ tà. Ma che cosa significa legittimità? Significa che il potere conte­ stato ha perduto la capacità di migliorare le sorti umane, che è lo scopo che esso, dichiaratamente, sempre si prefigge; che, in altre parole, quel potere non ha più dalla sua il futuro. Ma questo vuoi dire che esso non possiede più le chiavi dell'inesistente (il futuro non c'è ancora, si crea a ogni istante); e, come si è visto, nell'ottica del potere il futuro ha preso il posto dell'Età dell'oro. Insomma, il potere non ha più dalla sua le valenze mitiche che continuano a essere fondative, ancorché stravolte e negate. Il nuovo potere è la Promessa, il Grande Ritorno (agli Ideali). Chiunque intenda sosti­ tuire un potere con un altro potere, contesta la legittimità del primo, ma la contestazione della legittimità in quanto tale, come concetto, esclude il rifiuto del potere.

POTERE

Perché questo sia possibile (perché, voglio dire, in noi sorga e metta radici la negazione del potere), è necessario seguire una sorta di via iniziatica: procedere, razionalmente, al controllo delle carte del potere, leggerle criticamente. Lideologia è costruita a tavolino:

è una fredda razionalizzazione, un abile artificio. E la ragione, l'in­ telligenza, hanno il compito di smontare tale castello di carte. La critica - la «teoria critica>> - può servire esclusivamente a questo; e può servire, a patto di farsi ancella dell'aldilà cui pretende invece di sovrapporsi e imporsi. Nella lotta contro il potere non soccorre l'ebbrezza né la follia; non è la festa, la nemica del potere. Bisogna sapere che cos'è il potere. Il potere è un gioco, ma per smascherare il baro occorre un altro gioco condotto con non minore perfidia e con lo stesso autocontrollo. Lantipotere deve essere altrettanto spie­ tato e lucido del potere. Ma non deve semplicemente contestarne la

legittimità. Deve dichiarare

inaccettabile il potere.

Bisogna, a tale scopo, operare con maniacale minuzia da topo­ grafi; trasformarsi in esploratori che raccolgono indizi con chiarez­ za e ordine; togliere, con indefessa pazienza, le bende che coprono e mascherano la veneranda mummia; soffiar via la polvere, la cipria onde si è imbellettata per nascondere la propria sostanza mitica. Ché negare il potere significa riaffermare il mito, o meglio la sua assenza. Significa richiamarsi a quell'Altrove la cui impossibilità è, a parole oltre che con l'accumulo di oggetti e la nuda forza, negata dal potere. Il quale afferma invece di averlo attuato, qui, ora. La macchinazione contro il potere richiede la sua approfondita cono­ scenza. Il potere è una fabbrica da smontare, un complesso sipario al di là del quale sta un fantasma. Pazienza da meccanici, dunque, che bisogna imparare, infliggersi, senza mai perdere di vista che si tratta solo di un espediente, poiché la verità (intesa come opposto della realtà) sta, appunto, altrove - cioè in nessun luogo.

Dagli anni Sessanta del secolo scorso, si è sentito pii1 vol tl' ripr

Perché questo sia possibile (perché, voglio dire, in noi sorga e metta radici la negazione del

DOMINIO

tere che la follia sarebbe, di per sé, l'avversaria del potere. Purtrop­ po, non è così. La follia appartiene a quegli ambiti di diversità che il potere stesso ha istituito, e in cui ha confinato, oltre alla follia, la prostituzione e l 'osceno, la perversione e le esperienze "marginali" (droga, delirio, rifiuto puro e semplice del mondo consociato), e quanti semplicemente riluttano all'integrazione.

Lo stesso accade con la follia, aspirazione all'estasi bloccata, indirizzata, alienata dalla società mediante i suoi istituti; manicomi, intesi come "asili" singoli o estesi a interi territori oggi, ieri - in epoca preilluministica - chiese, frati, repressori di vario genere, esorcismi. Il folle che, al pari dell'ebbro, vuole recuperare il presen­ te, uscire dal tempo, da Kronos che si precipita davanti a se stesso, è così inserito in canali prescrittivi: la follia, o è "malattia", e come tale viene "curata'', o è un'" inferiorità" frutto di scarso interesse per la razionalità oppure di incapacità ad accedervi.

I mezzi per accedere all'immaginario hanno subito la stessa

sorte. La festa è divenuta monopolio del potere, che ne ha escluso i sudditi, ammettendoli a suo beneplacito, di tanto in tanto, alla festa organizzata e controllata, celebrazione, sempre, del potere (festa del sole, genetliaco di Sua Maestà, carnevale seguito da quaresima­

memento

...).

Ma, in tal modo, ha chiuso anche se stesso alla parte­

cipazione, alla con-fusione. Festa alienata per tutti, insomma. Così come alienato è, in partenza, il mezzo per procurarsi l'ebbrezza: la droga, l'alcol, si comprano, hanno un prezzo, sono controllati da organizzazioni economiche, condizionati dal potere e dalla sua alleata, la pubblica opinione (ammessi ma deprecati, proibiti ma concessi, tollerati ma oggetto di indignazione, pubblicizzati ma indicati come fonte di guai - riducono, per lo meno, l'uomo "in cenere"); le sensazioni che procurano sono prescritte dalla letteratu­ ra scientifica e d'intrattenimento, e insieme ostacolate, limitate, incanalate negli ambiti ristretti, circondati dall'occhiuta vigilanza

fatta di riprovazione e punlZlone, in cui possono aver luogo. [ebbrezza è così condannata al sospetto,

fatta di riprovazione e punlZlone, in cui possono aver luogo. [ebbrezza è così condannata al sospetto, alla solitudine; ha caratte­ re catacombale, mutilo, negativo.

Il potere ha istituito il porneion, l'ambito della prostituta/ o e della loro letteratura, della loro subcultura oscena. [erotismo è rivelazio­ ne; e il potere non poteva non soffocarla. A tale scopo, ha specializ­ zato l'ambito, istituendo dapprima la prostituzione sacra (sacerdo­ tesse di Ishtar, eccetera), poi desacralizzando il ghetto così posto in essere. Se la prostituta sacra vendeva non se stessa, ma la sacralità che impersonava (già tuttavia divenuta anch'essa un bene, una merce), la prostituta profana vende se stessa come mera funzione erotica. Si inserisce nella sfera della mercificazione - ma può farlo perché la sfera esiste, ed esiste dacché ha luogo il commercio (non il baratto). : La società borghese moderna non ha fatto che realizzare un'antica aspirazione della borghesia, comunque la "classe medià' di ogni

tempo e luogo: fare di tutto il mondo un unico mercato.

  • I poteri sciamanici sono latenti in tutti: vengono a galla nei

momenti di crisi o tensione (così ad esempio, il cacciatore tunguro che entra nell'areale della tigre siberiana le "parlà' , le espone le sue pacifiche intenzioni, e la tigre "capisce": il linguaggio degli anima-

, , li, accessibile allo sciamano, lo diviene anche, nel momento del pericolo, al partecipe della
,
, li, accessibile allo sciamano, lo diviene anche, nel momento del
pericolo, al partecipe della cultura sciamanica); ma il potere fa
oggetto di disprezzo gli "estatici", nei confronti dei quali pure, per
[ secoli, ha continuato a provare timore reverenziale - finché, con il
t suo trionfo all'epoca dell'illuminismo, si è sentito in grado di non
, prenderli più sul serio, di decretarli malati da isolare. Lo stesso è
accaduto con l'ambito delle perversioni. Il quale è stato prima isti-
1 tuito, e poi deprecato. Il "pervertito" è costretto alla sua perversio­
' ne, come il matto alla sua follia.
'
j
  • I neoagricoltori, gli stanziali del Neolitico, tracciarono concrl'-

DOMINIO

tezze, solchi, confini, limiti dei campi; eressero dimore stabili; imposero alla terra di fornire cibo e metalli. È ben nota la favola raccontata nel Genesi, primo e fondativo libro della Bibbia, della faida fra Caino, agricoltore e dunque stanziale, e Abele, pastore e quindi nomade. Caino, racconta la Bibbia, uccise il fratello Abele. Il leggendario riflette la lotta, che ancora oggi perdura, tra stanzia­ lità, trionfatrice ma in qualche modo considerata pur sempre pec­ caminosa - l'aratro squarcia il ventre della Madre -, e itineranza o nomadismo. È una lotta che continua tutt'oggi: la società organiz­ zata non ammette che i Pigmei vivano tranquillamente nella fore­ sta dell'lturi, che i Koisan (boscimani) continuino a cacciare nel deserto del Kalahari e si abbeverino ai punti d'acqua: la stanzialità

non tollera l'idea stessa dell'itineranza e mal sopporta il nomadi­

smo. Nelle nostre città, assai difficilmente sono tollerati gli zingari che possono essere considerati in un certo senso itineranti.

I.:oralità cedette il posto alla scrittura. La legge, che si sostituì al

mito-tabù, doveva avere la stessa concretezza dei solchi in cui si get­ tava il seme. La legge fu scritta, divenne fester Schrift, con l'andar del tempo si tradusse nei codici di Hamurabi, nelle sequenze di gerogli­ fici tracciati ovunque in Egitto, soprattutto nelle tombe in modo da collegare immediatamente sopravvivenza dell'anima e legalità; divenne, col tempo, le leggi iscritte dall'imperatore indiano Ashoka - vissuto nel I secolo a.C. - sulle colonne drizzate in tutto l'impero.

La scrittura è tutt'uno con il potere. Ma il potere stesso non

sfugge all'impalpabilità della Parola, al suo non avere un'origine acchiappabile, imprigionabile. Il potere oscilla esso stesso nel vuoto. E il potere, che è di natura mitologica, si regge sull'escamotage, sul tentativo di nascondere il fatto di contenere un nucleo di residuo indecomponibile, non sintattizzabile, non giustificabile, non razio­ nalizzabile; il potere vuole negare di essere monopolizzazione del mito-tabù, due facce di una stessa medaglia; e per rendere invisibi

POTERE H !'l

POTERE H !'l le questo nucleo, inventa gli strumenti della convinzione e del casti­ go per

le questo nucleo, inventa gli strumenti della convinzione e del casti­ go per i curiosi che vogliono cacciare il naso nel suo segreto.

La scrittura in altre parole è indispensabile al potere. Parlo anzi

di Scrittà, di città e scrittura come un tutt'uno, rispettivamente

sede ed espressione del potere. La città non potrebbe esistere senza la scrittura; né la scrittura potrebbe aver luogo se non dove sussista la stanzialità, dove sussista l'ordinamento dello spazio e del tempo, dove anzi spazio e tempo siano stati inventati. Basta, per convincer­ sene, un'occhiata alle figurazioni paleolitiche e un confronto con le figurazioni neolitiche.

La scrittura avvolge ormai il mondo. La scrittura è una sequen-

za ordinata, sistematica di segni. Ma segni sono anche i meridiani e 1 i paralleli che percorrono i globi terracquei e li chiudono in una . rete. La scrittura è codici, strutture scolastiche, istituzioni scientifi­ \ che, chiese, libri sacri, condanne e redenzioni; ma nessuna delle i mille e mille scritture esistenti riesce a chiudere il mondo in una 1 definizione. La scrittura si rivela così una delle tante versioni della Parola, e di questa segue la sorte, quella di non potersi riflettere in se stessa, di non potere essere Parola che si impossessa della Parola:

· l'incapacità di essere definitiva, di rivelarsi estrema, insuperabile limite, confine, verità incontrovertibile. La stessa matematica, che è fatta di segni, muove da principi indiscutibili solo perché indiscus­ si. Il numero, arithmos in greco, non corrisponde a concretezze, non è designazione, ma è la determinazione delle concretezze assio­ matiche. Il numero corrisponde alle sequenze temporali e spaziali, segna, determina e istituisce. È tempo e spazio, ma non è né può ssere un'entità preesistente a tempo e spazio. Il tentativo compiu­ to dai pensatori tardodassici come Plotino, di far derivare tutto all'Uno, corrisponde esattamente al progetto di pervenire a un'ori­ ine fissa, incontrovertibile, all'assoluto.

'

RELIGIONE

POTERE

GUERRA

Impossibile distinguere il momento religioso da quello del pote­ re, ed entrambi dalla sessualità (ma, come si dice altrove, lo stesso accade con la guerra). Ogni Nuovo Dio, ogni Natale, dovrà dun­ que apparire in carne e ossa: sarà il Phanes, l'Apparso. E il potere si affermerà, sul proscenio della storia - inaugurata dal potere stesso, a sua volta ipostasi del Neolitico - quale concentrazione della poli- . tica-sessualità in una parte sola del corpo: il capo, che nel simbolo semplificato (menhir, betilo) è il pene, sta a rappresentare il tutto. Le apocalissi svelano il potere del dio e del sovrano: li mostrano nudi, liberi dai veli che li celano abitualmente (le cose sacre vanno

ammantate, e la copertura è ciò che di esse - che sono il Nulla -

  • l ' appare al fedele-suddito). Ma lo svelamento rivela la terribilità del :

re immagine del dio (o del dio immagine del re), e comporta dun­ que distruzione e morte. Il Cristo muore sulla croce (svela cioè la propria carnalità) e il velo del tempio si squarcia: «il sole si eclissò e

si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio» ( Vangelo di

Luca 23,44).

D'altronde, il bambino viene sempre da luoghi sconosciuti,

caverne, zone sotterranee, sorgenti, foreste

La madre si limita a

... . riceverlo e portarlo, ma il figlio reca in sé il segreto cosmo-biologi­ , co inattingibile alla conoscenza: è "carne" ed è "cordone" (e quello

ribile, e dunque sempre vergine, incorruttibile, eterna. Si potrebbe continuare nell'elenco dei caratteri miti ci dell'Apparso-Cristo.

ribile, e dunque sempre vergine, incorruttibile, eterna. Si potrebbe continuare nell'elenco dei caratteri miti ci dell'Apparso-Cristo. Notare, ad esempio, che la sua "sorte" puntualmente ricalca quella di innumerevoli rampolli di dèi (di innumerevoli uomini nati, vis­ suti e morti: i rampolli degli dèi ne sono la sintesi e la proiezione).

Il Phanes-Cristo rivela la morfologia dell'elezione: illuminazio­ ne e visione interiore, mutamento dello stato sensoriale, poteri extramentali, capacità di estasi, potenza miracolosa, e soprattutto il carattere di termine: gli dèi del Grande Tempo, dell'Età anteceden­ te la morte (antecedente la coscienza della morte: il tempo del­ l'estasi perenne, paradiso passato o a venire), hanno abbandonato la terra. Essi, che in ilio tempore vivevano assieme agli uomini, quando sogno e veglia, vita e morte non si distinguevano, sono ormai saliti in alto (o discesi in basso): ormai gli dèi sono gli dèi, l'uomo è l'uomo, come dicono i Fant dell'Africa equatoriale: il tempo cronologico, in cui la festa è solo un'immagine dell'eterno e il lavoro scandisce la sofferenza, l'allontana e ne è un'immagine - il tempo che è la coscienza della nascita e della morte, ha avuto il sopravvento.

Nulla può salvarcene: solo, di tanto in tanto, la catastrofe ce ne redime (ci ricorda l'Altro Tempo, illud tempus; ci distoglie dalle concretezze, dall'immediato). Le due forme trascendentali di Kant, spazio e tempo, non sono universali, bensì storiche, culturali. Kant ha già commesso l'errore di Freud: ha dilatato al mondo intero la , storia dell'Occidente, dimenticando l'antistoria che anche 1 nell'Occidente è nascosta nelle viscere della terra, che emerge nella cosiddetta follia, nell'inaccettabile abnorme. Tentare di capire

(descrivere, controllare) nascita e morte, vuoi dire inventare passa­

to, presente, futuro: sforzarsi di comprenderle per Einsicht, per improvvisa rivelazione, significa abbandonarsi al perenne presente. Non si può non tentare anche di capirle; non si può non tentare di

DOMINIO

spiegarsi il mondo. Ne consegue la necessità perenne di ripetere - rivivere - la cosmogonia: di rinascere.

Ilpot ente, monarca, presidente o sommo sacerdote che sia, imperso­ na l'eccesso, lo spreco e il godimento della comunità. Ma in potenza è il capro espiatorio, redentore di tutti i mali ma colpevole di tutte le calamità. Sarà dunque esaltato sul patibolo.

Il dio sintesi e proiezione, a intervalli (corrispondenti alle gran­

di catastrofi, alle grandi perdite di senso, ai grandi tramonti dei

valori, ai crolli dei regni, alle trasformazioni sociali

...)

appare,

muore, rinasce. A perseguitarlo e ucciderlo sono le "forze del male", quelle cioè che, nei periodi di oblio, si impossessano del cielo, della terra e del sottosuolo. Potenze o dèi "inferiori", che gli uomini fre­ quentano quando solo la routine, il rituale, ricorda loro il sacro, ma nulla di specifico accade, nessun prodigio li richiama alla profondi­ tà. Sono periodi di stasi: gli stati sono immobili, i sovrani quotidia­ namente benevoli o crudeli, la caccia abbondante o scarsa, la terra ferace o povera, ma tutto "dura"; le "forze del male" sono quelle del­ l' abitudine.

L'antichità aveva fotto di Priapo un dio. Il Medioevo, non potendo ancora cancellarlo relegando/o nel mondo ctonico, cominciò a farne un santo che, in Provenza, si adorava sotto il nome di Saint-Foutin. A Varailles, le immagini di cera degli organi dei due sessi, dedicate al santo, erano appese al soffitto della cappella e si muovevano scontran­ dosi a ogni alito di vento.

Richiamare a un senso diverso, alla "vera'' Alterità, è - nelle società, le comunità gerarchizzate - il compito dei profeti. Le potenze che davvero la costituiscono, e che è come se avessero dele­ gato il dominio a rappresentanti, a governatori i quali se ne sono approfittati, d'un tratto lo reclamano. D'un tratto si verifica un'Epifania. Ritorna, dove si sia formata una "religione", l'Essere Supremo, il Padre Universale, lo Dzingbe degli Ewe, il Ndyambi

RELIGIONE

POTUU

RELIGIONE POTUU THH./\ degli Erero, lo Jahvè degli Ebrei. La siccità, la pestilenza, la carestia, le

THH./\

degli Erero, lo Jahvè degli Ebrei. La siccità, la pestilenza, la carestia, le situazioni limite, insomma, inducono a invocarlo. Ci si ricorda di lui. E può darsi che l'Essere Supremo realizzi il prodigio, che si incarni e ristabilisca il proprio dominio. (Nelle società non comple­ tamente gerarchizzate, è lo sciamano che, nei momenti di crisi, interpreta i bisogni collettivi e cade in estasi, ha una visione clamo­ rosa, particolarmente rivelatrice.)

Alla base del rapporto tra il cristiano e il Cristo sta la Comu­ nione dell'Ultima Cena: nei Vangeli, il Cristo pronuncia frasi ine­ quivocabili: «Avendo preso del pane, rese grazie e lo ruppe e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo, il quale è dato per

voi

...

" » (Luca 22, 1 9); «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo ..

.

Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue

» (Matteo 26,26-

... 28). Cinvito rivela una volontà di olocausto che trova precisi paral­ leli nello stato di estasi, immerse nel quale le vittime di molti riti cannibalici andavano incontro alla morte. Il cannibalismo ha avuto, e in certe circostanze (ad esempio, come segno di estremo odio o amore) ha tuttora diffusione praticamente universale. Del pari universali erano altre pratiche che alla nostra coscienza odier­ na possono apparire orripilanti: il sacrificio umano, la tortura dei prigionieri, la caccia alle teste, la guerra praticata come "gioco" oppure al solo scopo di procurarsi uomini, donne o bambini da sacrificare, come erano soliti fare i Maya del "periodo classico". La · coscienza orripilata dimentica tuttavia che l'orrore, nella nostra , cultura, è monopolio del potere, il quale ne preserva i sudditi in ' pari tempo tuttavia privandoli delle sue delizie, alienandoli alla violenza. Il potere si è appropriato della violenza, che scatena a suo piacimento e godimento.

Lensarcosi, l'avvento del Cristo in carne umana, non poteva ' non venire accolta alla lettera dai pittori del Rinascimento, periodo di riaffermazione della carnalità dopo la lunga parentesi medievale.

DOMINIO

Il Cristo venne rappresentato come dotato di attributi virili, per esempio in croce ma in stato di erezione (simbolo di rinascita) anche se a volte celata da un panneggio sventolante; o, ancora infante, "stuzzicato" da Maria, Giuseppe e una o più sante, appun­ to allo scopo di provocare l'erezione, evento notoriamente presente nei bambini, e constatare così la totale umanazione.

«Nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo»

(Giovanni 2,3-4 e 3,3).

E siccome dio è il sovrano, e il sovrano è dio, deve rinascere da se stesso, figlio di madre che è figlia di lui stesso che è Dio («Vergine Madre, figlia di tuo figlio», Paradiso, XXXIII, 1), e l'erede al trono sarà legittimo figlio del sovrano, non di rado (Egitto faraonico e moltissime società tribali) frutto del suo congiungimento con la pro­ pria madre o sorella, il sovrano essendo "immune" dal tabù. Se il dio-potere è carne, il sanctum sanctorum in cui si compie il connubio tra il sovrano terreno e il sovrano celeste non può che essere una camera nuziale. Il faraone Amenofis IV, marito di Nefertiti, il quale assunse il nome di Ekhnaton e tentò di introdur­ re in Egitto il culto di un unico dio, Aton, il Sole occidentale (Amon, padre degli uomini, era il Sole orientale), venne raffigura­ to gravido, quale maschio femminilizzato la cui luce era "per tutte le etnie": gravidanza frutto del suo congiungimento con il dio monocrate nella cella sacramentale e segretissima (che nulla contie­ ne di concreto: l'unione col dio è mistica, simbolica).

{;esperienza cannibalica ha un valore immedesimante: attraver­ so l'olocausto della mia vita alla vita altrui, nella consapevolezza che la vita altrui può esser data in olocausto alla mia, mi con-fondo con la vita totale che tutti fa essere. Di più: ascendo o discendo al di là della vita, mi tuffo nell'oceano della proliferazione incontrollata, da cui gli artifici della coscienza illusoriamente e provvisoriamente mi isolano.

RELIGIONE

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LRL L Cl· RJC\

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È per questo che il cannibalismo è ammesso, dalla coscienza antropologica, solo nelle società "primitive" e che uno dei primi decreti dei poteri costituiti nell'ambito delle società gerarchiche consiste nell'abolizione del cannibalismo: cessa così la reciprocità assoluta, totale, incondizionata, ha fine la vicendevole disponibilità del proprio corpo, del proprio essere-cibo, e interviene la dicotomia del divoratore che non è divorato e del divorato che non è autoriz­ zato a farsi divoratore. Aggiungiamo u n'altra considerazione: coe­ rente con quella tra reciprocità e gerarchia, è la differenza tra guer­ riero e soldato. Il soldato è un "autorizzato". La chiave di volta della mobilitazione militare è il gioco, tessuto per millenni da regola­ menti militari, del rapporto tra masochista e sadico. La Patria, cioè i tanti Io che la compongono o si illudono di comporla, è minac­ ciata. Sono stato aggredito: posso farmi aggressore; sono stato vitti- ma: posso iscrivermi (marginalmente, nei confronti del nemico esterno, e a patto di dimenticare che il nemico più implacabile è quello interno, il potere che mi sovrasta) al rango dei carnefici.

«! Lacandon (Lacandones e Chol Cholos), da che gli Spagnoli hanno impedito loro di divorare uomini, mangiano grandi scimmie cui · hanno dato il nome di "piccoli uomini del bosco "».

Richard Andrée, Die Anthropophagie, Lipsia, 1 887.

Compiere l'atto del cannibale e del guerriero significa dunque · abolire lo spazio che separa me, divorato, ucciso, dall'altro vivente, il divoratore, l'uccisore, che mi sta davanti come negazione del mio io, rifiuto dei miei limiti, e quindi accettare di farmi quell'altro esse­ re e tutti gli esseri, non più immagine esteriore e corpo delimitato, · muscoli, ossa, nervi, sangue, quale io lo vedo con i sensi individua­ ' li destinati a spegnersi e sparire, ma nell'intimo della sua stessa ten­ sione vitale, del brulichio che lo possiede, dell'esuberanza che ne trascende la persona, vale a dire come "animà'. È per questo che, io guerriero, non odio né amo il mio avversario: il duello, lo scontro

DOMINIO

dei guerrieri, è una danza seria, cupa, controllata e frenetica, e chi affonda l'arma nella carne altrui, con l'arma entra in lui, si trasfor­ ma in lui , e ha pertanto diritto alle sue spoglie, è legittimato a divo­ rarne i resti: non come atto d'odio ma di impossessamento. Lodio è semmai a monte dello scontro fisico, nel corso del quale l'altro, individuo, si annulla, e anch'io, individuo, mi annullo. Lo scontro è la dedizione alla violenza.

«l principi mongoli avevano chiesto che il nominato Fuchu Li, col­ pevole di assassinio nella persona del principe Ashan \Vttn, fosse brucia­ to vivo, ma l'imperatore trovò questo supplizio troppo crudele e condan­ nò Fuchu Li aLla morte lenta mediante illengché, cioè il taglio in cento pezzi, in segno di rispetto». Dal giornale Cheng-Pao, 25 marzo 1 905.

Il condannato aveva ricevuto un'abbondante dose d'oppio che lo rendeva estatico e largamente insensibile.

Il cannibalismo si configura - al pari del duello o del lutto, della caccia o del sacrificio - quale sacra rappresentazione: il sacrificante vive il dramma della vittima nel momento in cui le toglie l'alterità e la consegna all'Alterità. Cade così l'illusione del singolo di essere sol­ tanto quel corpo isolato, escluso dall'incommensurabilità, dal <<que­ sto è quello-questo è nient'altro che quello)) (Brhad-Aranyaka

Upanishad).

Il sacrificato si fa schiavo, cosa in balia della sterminata vita del mondo. La Voluttà va cercata in questa possibilità: e la voluttà ero­ tica ne è solo una rappresentazione. Lumiliazione dell'essere, stra­ ziato in cibo, lo universalizza. La negazione violenta, attraverso la morte, del singolo come il mortale e il finito delle apparenze feno­ meniche e frammentarie, è la comunione. L atto cannibalico è dun­ que efferato. Visto dal di fuori, offende: giustifica l'intervento di repressori, sovrani, funzionari coloniali, preti, conquistadores, legife­ ratori. I quali sono costretti anche a reprimere l'altro aspetto sem­ pre concomitante il rito cannibali co: l'orgia erotica.

RELIGIONE PO'l LRL C t� LRRi\

RELIGIONE PO'l LRL C t� LRRi\ Sotto il nome di "divino", di "sacro" (in chiave postneolitica),

Sotto il nome di "divino", di "sacro" (in chiave postneolitica), l'uomo intravede una sorta di animazione interna e segreta, un bru­ lichio, una frenesia, negatrici del mondo costituito da oggetti ben delimitati. Quel che gli appare è alcunché di contagioso, capace di trasmettersi come un miasma letale; attingere a questa zona è peri­ colosissimo: ciò che fermenta nell'aldilà assume l'aspetto del favo­ loso drago pronto a trascinare l'imprudente, per sbranarvelo, nella

sua caverna. La religione si sforza di glorificare l'oggetto sacro, di

fare del principio della rovina l'essenza del potere, la base di tutti i valori, ma il risultato che così si ottiene è principalmente quello di ridurre il sacro e i suoi effetti a una zona ben definita - quella fau­ sta - e di instaurare un limite invalicabile tra il sacro e il mondo organizzato dal lavoro, il mondo profano. Laspetto violento e dele­ terio del divino è manifestato dal rito del sacrificio, che spesso è

  • 1 crudelissimo, appunto per marcare con totale evidenza il senso della cerimonia, la rivelazione dell'aldilà.

«Quando il calore ebbe largamente Bruciato e arrostito un lato Interpellando un giudice dal patibolo Il martire disse con voce tranquilla e concisa:

Volta adesso il mio corpo sull'altro lato; Questo è già abbastanza bruciato E dev'essere risparmiato». Clemente Aurelio Prudenzio, Cathemerinon, «<nno in onore di San Lorenzo», 1400 circa.

Il divino è tutelare solo una volta soddisfatta la sua fame di con­ sunzione e rovina; il sacro ha una duplice polarità, di cui tuttavia quella negativa rappresenta il principio primo. Il sacro è il mondo della morte, del disordine; ad esso ci si accosta nell'orgia, nella p le­ tora sessuale che è fusione con l'altro-da-sé, momentanea rinuncia all'individualità; ad esso si attinge nell'ebbrezza e nell'estasi, ad esso

DOMINIO

ci si consegna nel corso del combattimento, che svela nell' aldiqua La violazione costitutiva dell'aldilà. Al suddito, però, l'azione della polarità negativa, infausta, del sacro veniva, e viene tuttora, in gran parte risparmiata: ad assorbirla, erano e sono sovrani e sacerdoti, rispettivamente lo spettacolo, la neghittosità, la possibilità di astrar­ si dalla fatica, l'estraniazione al mondo del lavoro; e il compito di assumersi il carico, e le conseguenze nei riguardi degli altri raggrup­ pamenti umani, di istituire il colloquio con gli dèi, di riservarsi la visione dei terrificanti misteri dell'aldilà. Di questi al suddito-fede­ le si annuncia la presenza invitandolo a "star contento al quia", e a farlo erano i sacerdoti, i sovrani, i guerrieri della tribù, e tuttora sono grandi personaggi, illustri prelati, filosofi accreditati. Attraverso la sua obbedienza a sovrani e sacerdoti, mediante la par­ tecipazione a scorrerie, massacri e simili rituali cruenti (caccia alle teste, atti di cannibalismo, ecc), placando gli dèi col sacrificio, il suddito pagava, e metaforicamente ancora paga, il suo scotto alla divinità. Per tutto il resto, questa - egli sperava e spera - l'avrebbe risparmiato, non avrebbe avanzato altre pretese nei suoi confronti.

«In verità, ce un regno nel quale non

esiste né solido

né fluido,

calore né moto, né questo né alcun altro mondo, né sole né

Se

non ci fosse questo Non-nato, Nonoriginato, Noncreato, Nonformato,

sarebbe impossibile evadere dal mondo del nato, dell'originato, del

creato, del formato». Divyadavana tibetano.

Detto

attribuito

al

Buddha,

secondo

il

n cadavere è il simbolo della morte, dalla quale siamo costretti a trovare scampo: almeno il nostro corpo, indefinibile ma presente e greve, vuole a ogni costo vivere. La morte è spesso intesa come un contagio che parta dal cadavere in decomposizione; o, per lo meno, la decomposizione sembra racchiudere il segreto della morte, i suoi liquami paiono promettere che forse, ad affrontare in qualche modo il disgusto, qualcosa possa rivelarsi. È probabile che a questa

DOMINIO

veniva rapito dallo spmto e restava per tre o quattro mesi nei boschi. Al suo ritorno nel villaggio, assaliva quanti incontrava, strappando loro a morsi brani di carne dalle braccia e dal petto; a volte portava con sé dalla foresta la salma di un parente defunto, che proclamava essere «il cibo ricevuto da Baxbakulana Xiwae», modello e paradigma del cannibale. Un tempo gli si sacrificavano schiavi, che il posseduto divorava: sulla roccia, nel luogo dove que­ sto avveniva, si scolpiva il volto di Baxbakulana. Il posseduto era «reduce dal regno dei morti», tant'è che si eccitava e cadeva in esta­ si sentendo nominare o vedendo cose inerenti alla morte. Per pro­ vocare lo stato di possessione, bastava spesso che lo hamatsa pensas­ se concetti come "spirito", "salma", "cranio", "testa tagliatà', "ver­ me", "porta aperta" e simili.

«Il cannibalismo non è stato monopolio della preistoria: ha conti­ nuato - e continua - a essere praticato da popolazioni stanziati, alme­ no di grossi villaggi. Sull'isola di Fiji, in Me/anesia, racconta il navi­ gatore William Mariner (1805-1870), si mangiavano i nemici vinti, lasciando in vita quelli che si fossero comportati da vigliacchi, in segno

  • di disprezzo». Ewald Volhard, Il cannibalismo, Torino, 1 949.

È diversa la considerazione di cui sono fatti oggetto la parola­

salma e le parole-cose inanimate: ciò che noi chiamiamo "morte" è la consapevolezza che ne abbiamo, la cessazione, nel defunto, della parola-fiume e della parola-comunicazione: il prorompere, dentro

  • di noi, attorno a noi, d'una violenza destinata ad annichilirle.

Assistiamo angosciati, affascinati, a un proliferare insensato e a un insensato perire di parole-forme vitali, a una successione illimitata

  • di procreazioni singole, inutilmente spente da una degradazione

uniforme, una dissipazione dalla quale si generano nuove forme in un pullulare incontenibile, sontuoso e spaventoso. Ci separiamo da quest'eccesso di violenza, da quest'Alterità rispetto alla quale la vio­ lenza umana è una metafora, sofferenza imposta alla carne, senza che coinvolga la Carne: ci iscriviamo al mondo profano in antitesi

RELIGIONE

RELIGIONE CLLRIU\ al mondo sacro, ma pretendiamo, speriamo, ci illudiamo che un barlume della violenza, del

CLLRIU\

al mondo sacro, ma pretendiamo, speriamo, ci illudiamo che un barlume della violenza, del sacro, ci segua a mo' di bagaglio; irresi­ stibilmente attratti dalla sua fosforescenza maligna, ci buttiamo cie­ camente nel gorgo della violenza o elaboriamo vie sistematiche, rotte in apparenza sicure.

La nostra esistenza oscilla così di continuo tra sacro e profano, fra l'attrazione per l'immondo, l'indicibile, il nauseante, il terribile, il tremendum, e il mondo in cui si costruiscono oggetti che sono, in primo luogo, scongiuri contro il soffio imprevedibile, ora gelido ora infuocato, che alita da mille spiracoli, da boschi, acque, pozzi, città, vicoli, angoli bui, stanze, camini, finestre, fogne, lavandini, da noi stessi e dagli animali, dalle macchine e dal cielo stellato, dai fiori e dalle tempeste, dalle rupi e dalle acque.

È impossibile, lo si è detto e ripetuto, scindere religione da pote­ re (oltre che, beninteso, da guerra). Il che significa che è impossibi­ le astrarre la religione dal discorso, che nel caso specifico si articola in racconto, cioè cronaca e storia della nascita delle religioni (leg­ genda del Buddha come iniziatore del buddismo, di Maometto come artefice dell'islam, del Cristo incarnato come capostipite della chiesa) e delle loro successive affermazioni. Storia, dunque, e quindi letteralismo che nell'accezione religio­ sa si configura quale complesso di dogmi.

Storia. Nei testi, viene per lo più concepita come concreta suc­ cessione temporale e irreversibile. All'invenzione di questo concet­ to hanno largamente contribuito i profeti biblici, secondo i quali l'irreversione era fermo principio dal momento che il dio unico e onnipotente aveva messo in moto una volta per tutte la grande macchina dell'universo-orologio (o clessidra), obbligato a procede­ re fino al giorno supremo in cui il Signore fondit secul in favilla, e chi s'è visto s'è visto, e pagamento col contante dell'anima salvata o

RELIGIONE

l'OThHf'
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C!Jl< !U-n

fiche qualità: "ritratti" del sacro, insomma. E dove, soprattutto, sia avvenuta o sia in atto la divisione tra Bene e Male, la costituzione di due schieramenti della sacralità, avversari tra loro. Di norma, gli dèi "inferiori", gli usurpatori, appartengono alla schiera del Male, ma il sovrano-sacerdote, finché è saldo in sella, li proclama il Bene. per questo che i profeti a volte denunciano il potere come dia­ bolico, e sovente i mistici il mondo - cioè il quaggiù, contrapposto al lassù - come opera diabolica che l'Avvento distruggerà.)

Nelle fasi intermedie tra i Grandi Eventi, tra i ritorni del Grande Tempo, il mito-tabù tende a cristallizzarsi, a diventare ripe­ titivo. È in questi periodi che il potere ha modo di instaurarsi e raf­ forzarsi, a patto, beninteso, che il gruppo sia abbastanza vasto da giustificare ed esigere la specializzazione produttiva, cioè la direzio­ ne e programmazione del lavoro. Ma appunto per questo è condi­ zione del potere che il gruppo si dilati o che occupi altri spazi anco­ ra, a giustificazione della sua esistenza, donde alcuni imperativi come la conquista - la sottomissione dei "barbari" -, l'impulso dato allo sviluppo demografico e la conseguente persecuzione delle pratiche omoerotiche, come nel caso degli lncas, e sempre l' obbli­ go della stanzialità; ne conseguono quindi l'introduzione del com­ puto o del censimento per assicurarsi che il numero dei sudditi sia costante e anzi cresca, l'istituzione di caste, categorie, classi dai con­ fini invalicabili (caste indiane o stratificazioni occidentali per censo), compartimenti stagni in ognuno dei quali deve verificarsi la moltiplicazione.

lnvincibilità dell'apparso. Accade così che il Grande Evento,

ogni qualvolta si verifica, metta in forse il potere costituito, ne rive­ li il carattere di alleato delle "forze del Male", ragion per cui il pote­ re costituito, per esempio Erode o la casta sacerdotale, potrà accu­ sare l'Apparso di volergli togliere il trono, di volersi fare "re dei giu­ dei". Ne consegue dunque, per il potere costituito, la necessità di

RELIGIONE PO'i

RELIGIONE PO'i so; è un pericolo per il potere: ha "visto", ha "toccato con mano" la

so; è un pericolo per il potere: ha "visto", ha "toccato con mano" la violenza - i cadaveri delle altre mogli di Barbablù). Il Grande Tem­ po è sperato, minacciato, agognato, rimpianto dai sudditi, e il pote­ re costituito fa di tutto per impedirne l'esplosivo avvento. Cerca, in primo luogo, di avere dalla sua i profeti (la Chiesa ha fatto di tutto, durante il Medioevo, per inserire e chiudere i mistici profetizzanti, i proclamatori dell'umiltà, gli annunciatori di nuove Parusìe, i fusti­ gatori delle "pompe del mondo", cioè del potere, dentro i confini degli "ordini", istituzionalizzandoli e ammutolendoli).

Così si spiega, a mio giudizio, la forza prorompente che ha avuto, e ha tuttora in varie forme, l'idea-speranza rivoluzionaria moderna. Qui non ci interessano né la validità scientifica del mar­ xismo né il suo divenire storico; considero la prima affatto seconda­ ria, e il tentativo di fondarla una razionalizzazione inevitabile: il marxismo, grazie a essa, è reso plausibile in un universo in cui appa­ iono accettabili, in seguito ai secolari sforzi del potere costituito, soltanto spiegazioni fondate sul trinomio formulazione dell'ipotesi­ convalida-applicazione. Che nel caso del marxismo il risvolto scien­ tifico sia secondario, e anzi inaccettabile, è comprovato dal fatto che l'idea-speranza marxista non è certo scalzata dai fallimenti pratici cui va inevitabilmente incontro a livello di applicazione.

Quanto fin qui detto, è per far toccare con mano:

  • a) che non c'è idea "razionale" la quale non sorga da una matri­

ce "oscurà', e cioè mitica (o, se si preferisce, il mondo non può esse­ re percepito che sotto specie simbolica e transeunte, dunque ango­

'

sciosa e trionfale insieme).

  • b) che il mito-tabù non può essere in

nessun caso tolto di

mezzo. Esso è la condizione stessa del nostro esser-ci.

  • c) che le sue versioni variano con il variare degli ambiti cultura­

li, ma sono essenzialmente due: il mito-tabù dell'accettazione e il mito-tabù del progresso. Questo secondo descrive (e coincide con)

RELIGIONE

RELIGIONE Il tempo mitico è l'intelligenza della transitorietà, del "passare", il mito è la metaforica aspirazione

Il tempo mitico è l'intelligenza della transitorietà, del "passare",

il mito è la metaforica aspirazione alla continuità che si "ricono­

sce" impossibile, ma si "comprende" possibile. A questa "fuggitivi­ tà" del Grande Tempo, le religioni rivelate, e soprattutto il loro cul­ mine e riassunto mediterraneo, il cristianesimo, contrappongono l'evento storico della nascita dei redentori: il punto fermo, la certez­ za, la concretezza istituzionale. Tutto si può mettere in discussione dell'edificio cristiano, ogni elemento, ogni rito, ogni dogma: non però questo fondamento, toccando il quale si minaccia l'intera struttura onto-teo-logica. (Allo stesso modo, a lungo è stato fatto obbligo di proclamare il carattere scientifico del marxismo: per chi era armato di questo strumento, il futuro si spalancava prevedibile.) Il Cristo è "storico": le incongruenze dei Vangeli vanno attribuite a imprecisione storiografica (assenza o scarsità di documenti, incapa­ cità dei cronisti); il Cristo ha una sua carta d'identità: nato il gior­ no tale dell'anno tal' altro, da genitori con nome, cognome e pedi­ gree, in un luogo ben definito.

Non si creda però che sia un'eccezione. Qualsiasi società gerar­ chica "storicizzà' l'Evento par excellence, quello che l'ha "fondatà'. Cosl, gli Incas spacciavano la favola che il loro padre, il Sole, un bel giorno aveva posto in terra due suoi figli, fratello e sorella - marito e moglie - perché redimessero il mondo dalla barbarie fondando un regno. Mancando di un computo esatto degli anni, gli Incas erano meno precisi dei giudeo-cristiani circa la data, ma la sequenza dei loro re, a cominciare dal primo, il Figlio del Sole Manco Capac, era inderogabile, rigida, indiscutibile; e per definizione, ogni Inca aveva regnato "fino a tarda età" per circa trenta-quarant'anni.

Il Cristo topico e i suoi rappresentanti fanno giustizia delle favo­ le e dei miti (''O tu che ammutolisci i poeti dei miti", si canta nel bizantino Inno acàtisto alla Deìpara di Romano il Melode, 525 d.C.). La religione diviene storica, quindi non c'è più bisogno di

RELIGIONE PU ITRL (;{'LHI<.;\ Cristo moltiplica i pani e i pesci, ed è un'altra caratteristica del

RELIGIONE PU ITRL (;{'LHI<.;\

Il Cristo moltiplica i pani e i pesci, ed è un'altra caratteristica del potere: l'agricoltura e l'industria sono fatti della stessa sostanza, entrambe fondate sulla produzione (piante o macchinari), sulla pre­ visione (depositi, granai, scorte), sulla programmazione, sulla molti­ plicazione (alimenti, beni; pani e forni da pane, pesci e peschiere ...). Il potere sazia i sudditi; il sovrano-dio o il dio-sovrano (tornato a reclamare il dominio) è la chiave della fertilità. Egli è il Creatore, il dio «dai mille testicoli», il <<signore dei campi», il <<toro della terra». Ha cento, mille concubine (sovrano) o spose celesti o <<vergini pre­ scelte» a lui riservate. È il <<fecondatore»: il sovrano ha schiere di figli (bastardi, quindi disuguali), è il Padre di tutti (quindi uguali fatta salva la "schiatta celeste", angeli, santi, eccetera).

Il Cristo-potere non regna subito: inizialmente "complotta" al rovesciamento del potere-Male costituito. È ancora disarmato, ma i suoi fedeli saranno armati e convertiranno con la forza, realizzando la missione delegata loro dal Cristo. Del resto, il potere-sacralità è sempre guerriero. Solo se è forte è credibile (nei momenti di crisi, come in quest'inizio del XXI secolo, si sentono di continuo levarsi voci che proclamano la necessità che si "governi davvero"; il paese, si lamenta, è "ingovernabile" o "ingovernato"). Il gioco della guer­ ra è stato monopolizzato; il mito-tabù sostituito con la norma-proi­ bizione. Il sovrano, e il potere in generale, essenzialmente vieta, è il proibitore per antonomasia. Proibisce ciò che gli serve a dimostrare la sua forza, previa negoziazione con i sudditi per attenerne il con­ senso, sempre strappato dal potere (non da un potere). Conditio sine qua non per la sussistenza del potere, è che esso perseguiti, metta al bando, escluda. Il potere propone i possibili ambiti da proibire - bisogna assolutamente che ce ne siano - e sono quelli coperti da tabù "spontanei" o "dichiarati" (imposti) su imitazione dei primi (il tabù-dialetto diviene proibizione-lingua); il gioco esige che i suddi­ ti mugugnino e protestino, che persino si ribellino, che magan abbattano quel potere per sostituirlo subito con un altro.

DOMINIO

Il potere è un idolo. Il sovrano-dio è un idolo. L idolatria è un'in­ venzione del potere, anche se questo l'attribuisce, come "stupidà', ai "selvaggi". Si deve adorare qualcosa di concreto, qualcosa che il

sovrano-dio estrae dall'aldilà e traspone nell'aldiqua, sia pure nul-

1' altro che se stesso, idolo vivente. Se l'asceta erede dello sciamano continua a sapere che la persona non ha una realtà oggettiva, che essa e il mondo sono soltanto immagini, costruzioni soggettive di un falso immaginare che si ordina, si complica, si svolge come la trama del karma, e avvolge e trascina l'uomo al punto che questi continua a credere nella sua esistenza individua mentre è già ombra; se l'asce­ ta sa che tutto è sogno ed errore, dalle cose che si vedono a quelle che si immaginano, dalla varietà screziata della natura alla visione angelicante dei paradisi o alle torture dell'inferno; se non ignora che gli "dèi", le "potenze", le "presenze", sono soltanto promemoria, appunti, punti di riferimento nel "viaggio dell'animà' (e per esem­ pio nel già citato Libro dei morti tibetano lo si dice a chiare lettere), il potere pretende invece che si tratti di concretezze.

Gli idoli devono quindi essere realtà: non simboli come la cadu­ ca carne, come gli ossami, ma una capitale che sia l'asse dell'univer­ so, idolo per eccellenza, riassunto di tutti i santuari; una corte, magnifica, sontuosa, splendida come il cielo, il cui modello sia l'universo intero con la sua bellezza e grandiosità; e la corte sarà in effetti l'impero tutto quanto, perché nell'impero essa si diramerà con strade a raggiera, case reali, ville di delizia, castelli, fortezze. Il

sovrano-dio è una concretezza: lo si adora.

Ma è concreto anche il dio-sovrano, con una fisionomia sulla quale si accaniranno gli esegeti e gli illustratori (la Sacra Sindone).

Anche il dio-sovrano conquista e perseguita. Nel caso del Cristo,

il suo nemico è Satana, con la corte dei governatori, sacerdoti, finti interpreti della divinità; gli usurpatori, il dio falso, il Male. Il Cristo inaugura il nuovo regno della discriminazione, della lotta per il potere. Ma Satana è il residuo implacabile, irriducibile; e in fin dei

RELIGIONE

!'O l
!'O l

conti, il sacrificio supremo e conclusivo è un'eco di altri tempi, anzi

del Tempo, l'ombra degli dèi ctonii eredi della scissione operatasi nella figura del dio del giudaismo, che comandava ai figli di Noè di

«mettere timore sacro e spavento

su tutto quel che si muove e

... vive», che puniva Saul perché non tutto era stato distrutto nella terra degli Amalechiti: che più tardi (post-esilio) aveva tenuto paca­ ti conversaci con Satana e se ne era lasciato persuadere a tentare (atto diabolico!) lui stesso Giobbe. Il dio del Genesi è ancora un impasto di bene e male, un ermafrodito capace di ogni nefandezza e di ogni atto di pace. Ma è un dio scissiparo: ed eccone la metà lucente comparire, l'anno 27 del regno di Augusto, sul suolo di Galilea, e poco tempo dopo affermare che la fede nel Padre è il Grande Tempo. Il mito è stato così negato e stravolto: il potere, il desacralizzatore, si afferma investito di sacralità. Il potere si afferma figlio del Cielo; il potere si identifica con il Bene e dichiara guerra al Male, al Residuo.

Il Cristo è il sigillo religioso che convalida l'ordine ormai istitui­ to nel mondo anticoclassico, è la garanzia dell'ordine cosmico di cui quello terreno non è più, ma ridiventerà, il riflesso. La Città di Dio è la meta: identificazione dell'ordine gerarchico cesareo e dell' ordi­ ne celeste.

Del resto, da qualche millennio la città, l'urbe, si proclama fatta a immagine e somiglianza dell'ordine "razionale" di tutto l'univer­ so: è il centro motore della conquista, sia quella estensiva (l' espan­ sione territoriale), sia l'intensiva (il "progresso", lo sfruttamento sempre più sistematico dell'ambiente). La città ha sempre e ovun­ que la stessa struttura: un mondo dei vivi e del potere, la città qua­ drata, e un mondo dei morti, la necropoli, attorno o accanto alla prima, inizialmente di solito circolare, residuo dell'abitato arcaico, in cui la distinzione tra vivente e defunto non esisteva o non era così rigida. Ma la struttura reticolare, quadrangolare, si impone un po'

RELIGIONE

RELIGIONE POJ FR!' Cl:UZR·\ Definisco millenarismo il processo, fin qui esposto, che ha desa­ cralizzato il

POJ FR!' Cl:UZR·\

Definisco millenarismo il processo, fin qui esposto, che ha desa­ cralizzato il mondo occidentale e, come programma, il mondo inte­ ro; e che ha aggiunto, all'angoscia in apparenza costitutiva dell'uo­ mo, una sovra-angoscia, un'incertezza che nessuna "razionalizzazio­ ne", nessuna aggiunta di poteri al potere, nessuna conquista, nessun

accumulo di beni, basta a togliere di mezzo

.Luomo sprofondato

. nel millennio se la porta sulla spalla, come Odino il suo corvo. È la sua scimmia e la sua "scimmià'.

Ho cercato, nei testi precedenti, di sottolineare l'impossibilità di scindere la religione dal potere; qui mi proverò a indicare l'impos­ sibilità di separarla dalla guerra.

Tre momenti: .Linvenzione della stregoneria. Ogni guerra è di religione. Religioni: uguali e diverse .

.Linvenzione della stregoneria. Il termine stregoneria designa

possesso di poteri soprannaturali nell'ambito naturale ai fini di esercitare il male e di solito in associazione con spiriti maligni o con il diavolo in persona o per lo meno un demone. La credenza in por­ tatori di poteri straordinari, per la quale magia e stregoneria sono spesso confuse, esiste tuttora in moltissimi ambiti. E tuttora è oggetto di condanna soprattutto da parte delle religioni monotei­ stiche.

La donna sapiente, esperta di erbe e pozioni, l'uomo di medici­ na delle cosiddette società primitive, il dotto sacerdote pagano, sono così divenuti i perfidi, maledetti stregoni e streghe che il Medioevo europeo riteneva fossero legione, e di cui si ritrovano gli eredi quali personaggi di fiabe e leggende.

Dal canto loro, le divinità delle religioni non monoteistiche sono state degradate a demoni condannati agli inframondi, veri e propri inftrni organizzati e strutturati come luoghi di pena, oppure a spiriti maligni pronti a pervertire gli esseri umani.

DOMINIO

I poteri dei portatori di stregoneria sarebbero: divinazione, invulnerabilità, forza straordinaria e spesso irresistibile, capacità di trasformare se stessi e altri (nel leggendario, i personaggi di Circe, quelli che compaiono nella favola della Bella e della Bestia, i Sei Cigni di Grimm, eccetera), capacità di volare, di rendersi invisibili a volontà, di impartire animazione a oggetti inanimati, di conferire potenzialità e poteri ai loro seguaci, e ancora conoscenza di droghe atte a generare amore e fertilità e a causare morte.

Già nel libro dell 'Esodo 22, 17

della Bibbia si trova una esplicita

prescrizione: "Non lascerai vivere colei che pratica la magià' . Si noti il colei. Per chiarire la centralità della strega nella concezione occi­ dentale della stregoneria, va tenuto presente che alla donna si sono attribuite ampie valenze simboliche da epoche assai precedenti alla visione ebraica della divinità, lo Jahvè che vietava la magia e con­ dannava senz'altro a morte la strega. Bisogna risalire al Neolitico, ad almeno 1 2.000 anni fa, per individuare il punto di svolta della tra­ duzione delle valenze simboliche attribuite alla donna in cose.

Al Paleolitico risalgono raffigurazioni femminili nelle quali seni, natiche e grembo hanno una presenza predominante a scapito degli arti e della testa, ridotti a semplici abbozzi. Sono le celebri veneri steatopigiche reperite in molti siti paleolitici europei, asiatici e afri­ cani, e che nel XIX e XX secolo sono state erroneamente interpre­ tate come promotrici della fertilità. Ma i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ignoravano l'agricoltura, e quindi non avevano bisogno di favorire simbolicamente la fertilità campestre, e le mandrie selva­ tiche dalle quali ricavavano la carne che, insieme ai pesci, costitui­ vano la fonte principale della loro alimentazione, erano di tale enti­ tà da non richiedere, ancora una volta, particolari accorgimenti di carattere "magico".

«Le figurine Jèmminili del Paleolitico e del Neolitico iniziale posso­ no forse considerarsi una prova a favore del presunto matriarcato delle

RELIGIONE P{) f

RELIGIONE P{) f (;Cl,RRA comunità non ancora storiche, più di quanto lo siano le statue di

(;Cl,RRA

comunità non ancora storiche, più di quanto lo siano le statue di Venere e della Vergine Maria in culture innegabilmente patriarcali?» Gordon Childe, Social Evolution.

Persino tra gli odierni <<selvaggi», non si ha traccia di matriarca­ ti, anche se sussistono ben noti casi di matrilinearità. Nel Paleolitico manca un'associazione, ed è l'associazione donna-morte, che invece è frequentissima nel Neolitico. Se ne hanno esempi già nel VII mil­ lennio a.C. in Turchia a çatal Hiiyiik, sito dove sono sorti alcuni tra i primissimi santuari. In certuni compare la figura della Dea Madre o Signora Bianca o Signora degli Animali in duplice forma, quella di avvoltoio (noto simbolo di morte nelle credenze popolari insieme con la civetta, il cuculo, la colomba, il cinghiale e l'osso secco) e quella di simbolo della rigenerazione. In uno stesso santua­ rio di çatal Hiiyiik, mentre su una parete appaiono vari avvoltoi, cioè Dee Madri, intenti a cibarsi di cadaveri umani decapitati, su un'altra parete è presente, a rilievo, una grande testa di toro che sovrasta un teschio. E nelle raffigurazioni neolitiche il toro è un esplicito simbolo di rinascita e rigenerazione. I.: associazione donna-morte comporta infatti sempre l'altra faccia della medaglia, e cioè l'associazione donna-generazione. Il duplice simbolo è facil­ mente reperibile in molti ambiti extraoccidentali, ed è facilmente riconoscibile nelle concezioni dell'intero ambito indoeuropeo.

Nell'India invasa dagli Ari verso il 2000 a.C., si diffuse l'imma­ gine-simbolo della dea Kalì. È raffigurata con una collana di teschi, munita di zanne, ed è venerata come datrice di morte ma anche di vita. In Occidente, dalla dea-avvoltoio raffigurata più volte in Anatolia e nel Levante, sono derivate altre concezioni di donna­ uccello rapace, come le Sirene e le Arpie dell'antica Grecia dette anche Keres (Parche) della Morte. Del Neolitico noi siamo gli eredi.

I.: invenzione dell'agricoltura oggi si continua nell'industria. Ma

era in origine collegato direttamente alla Dea Madre, non di rado raffigurata intenta a partorirlo. Il

era in origine collegato direttamente alla Dea Madre, non di rado

raffigurata intenta a partorirlo. Il processo di fallocratizzazione o

virilizzazione che ebbe luogo durante il Neolitico, comportò la

scomparsa delle dee partenogenetiche fin dalla prima fase del

Neolitico, la relegazione, nella nebulosità di ricordi ancestrali, di

figure che si autogeneravano senza ricorso all'inseminazione

maschile, simboleggiate elettivamente dalla Madre Terra, cioè dalla

terra che risorge continuamente da se stessa, in primavera, dopo

ogni aratura e taglio delle messi, eccetera.

Attorno al 1100 a. C. il culto di Zeus a Olimpia sostituì quello della dea della jèrtilità Demetra Chamine. I primi Giochi si tennero a Olimpia nel 776, anno al quale i greci focevano risalire l'inizio della storia.