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cent’anni di buoni frutti

DANIELE MONT D’ARPIZIO
Il colore dei fratelli – titolo desunto da una pagina del 1989 –
si presenta non come uno studio sull’immigrazione, ma come
una lettura del modo in cui la Difesa del popolo, settimanale Il colore
diocesano di Padova, ha trattato dell’immigrazione, dal suo
sorgere negli anni Ottanta fino al suo ultimo tumultuoso sviluppo. dei fratelli
Si è dunque cercato di limitare i riferimenti a leggi, normative
e numeri ai casi in cui erano effettivamente utili a illustrare i Quarant’anni di immigrazione
fatti raccontati, preferendo piuttosto dare spazio a storie personali
e testimonianze dirette, in linea anche con la sensibilità della nelle pagine della Difesa del popolo
Difesa, che «si è sempre accostata al tema dell’immigrazione
con un’attenzione alle persone, un’umanità, uno “stile”
centopagine 6
inconfondibili».
Il lavoro si sviluppa lungo l’arco di quasi quattro decenni, dal
1970 all’inizio del 2008, cogliendo le modalità secondo cui, in
ogni periodo, le pagine del settimanale hanno affrontato e
interpretato questioni divenute sempre più coinvolgenti.
Con la ricerca di Daniele Mont d’Arpizio si conferma che anche
la strada percorsa dalla Difesa del popolo – e dal mondo cattolico
padovano – può ben rientrare in una più ampia e inclusiva storia
dell’immigrazione nel nostro territorio.

€ 6,00
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Daniele Mont d’Arpizio

Il colore
dei fratelli
Quarant’anni di immigrazione
nelle pagine della Difesa del popolo
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Progetto grafico Proget Studio
Realizzazione la Difesa del popolo

 Euganea Editoriale Comunicazioni srl
via Roma 82
35122 Padova
telefono 049-657493
telefax 049-8786435
marzo 2009

Stampa
Villaggio Grafica srl
Noventa Padovana

con il contributo di
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PREFAZIONE

Diversità è ricchezza

Lo confesso: sono anch’io un immigrato. Vivo infatti a Pa-
dova per scelta, non perché ci sono nato; e anche se ci sto or-
mai da molti anni, faccio fatica a considerarmi a pieno titolo
padovano. Riconosco ancora, di questa città, le inflessioni del
dialetto, come avviene solo a chi arriva da fuori; mi sfuggono
alcuni dettagli geografici della sua configurazione urbana, e
ignoro alcuni risvolti delle sue liturgie sociali, che in ogni luo-
go sono incise nel Dna dei suoi cittadini; infine una parte
consistente degli amici che frequento sono padovani acquisiti,
come me. Colpa mia, ammesso che ci sia una qualche colpa
in tutto questo, oppure colpa della città e dei suoi abitanti
“doc”?
La domanda non è oziosa, perché rinvia a un’altra, un po’
più sostanziale: quanto è accogliente Padova, quanto è capa-
ce di integrare coloro che vi arrivano da fuori, per scelta, co-
me nel mio caso, oppure per necessità, come le migliaia di im-
migrati che ormai la abitano stabilmente?
Daniele Mont d’Arpizio – che è “foresto” come e più di me,
che in fondo vengo da una terra distante meno di cento chilo-
metri come l’altopiano di Asiago – racconta in questo libro
una storia di luci e ombre, in cui prevalgono gli esempi positi-
vi di accoglienza degli stranieri. Può farlo perché la prospetti-
va da cui guarda è soprattutto quella dei rapporti fra Chiesa e
società, e chiunque, anche laico, sa quanto il mondo cattolico
ha fatto e sta facendo per far sentire gli immigrati ben accetti
nella comunità locale; anche a costo di scontentare quei fede-
li propensi a saltare le innumerevoli pagine evangeliche dedi-
cate all’accoglienza degli stranieri e dei diversi.
Semmai ci sarebbe da aggiungere, in questa disamina su
accoglienza e inclusione, anche il contributo del sindacato e
dell’associazionismo laico e politicizzato, con cui non sempre
i rapporti sono fluidi e collaborativi come la complessità della

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questione consiglierebbe: ma per analizzare le difficoltà an-
che del miglior volontariato nel fare rete ci vorrebbe un altro
libro a sé...
Da parte mia proverò ad accennare per sommi capi, per
rispondere alla domanda di prima, a cosa accadeva nei de-
cenni scorsi, quando gli “stranieri” a Padova erano soprattut-
to studenti, in gran parte provenienti dalle altre province del
Veneto e del Friuli, e non necessariamente – come i piccoli
“eroi” misconosciuti citati dall’autore – dalla Grecia, dall’ex
Jugoslavia, dall’Asia o dall’Africa. Si andava, dunque, alla ri-
cerca di una camera in affitto, e ti veniva offerto – per la po-
vera cifra che avevi a disposizione – un posto letto, in qualche
triste casa di periferia, affollata di studenti come te, lontana
dalla facoltà, dai negozi e persino dalla fermata dell’autobus.
Se invece trovavi un appartamento, l’affitto era così oneroso
(altro che equo canone!) da costringerti a ospitare di nascosto
dal padrone, per condividere le spese, almeno un amico, un
cugino, un compagno di università e... le rispettive morose.
I vicini in genere ti guardavano con sospetto (magari giu-
stificato dalle nostre barbe incolte, dai nostri eskimi guerri-
glieri e dalla tendenza a tirar tardi la sera), i compagni di
università padovani se ne stavano fra di loro, e i pochi di noi
che non scappavano a casa nei fine settimana si ritrovavano
a farsi triste compagnia per le strade di una città percepita co-
me ostile e scontrosa. Peggio di noi stavano, ovviamente, i
compagni meridionali, che erano i più impopolari, e al loro
paese tornavano sì e no tre volte all’anno...
Le cose sono migliorate negli anni Ottanta, forse perché sì
Padova usciva dal tunnel della violenza politica, forse perché
noi entravamo nel mondo del lavoro e cominciavamo ad ave-
re maggiori rapporti con i padovani, e qualche lira per le ta-
sche (avete mai notato come le disponibilità economiche mi-
gliorano l’atmosfera percepita di una città?); oppure, forse,
perché altri ospiti – gli immigrati stranieri – avevano preso il
posto degli studenti nella classifica cittadina del basso gradi-
mento. E poi, finalmente, è venuta l’epoca – ma c’è voluto
tempo e fatica – in cui ci siamo sentiti accolti dalla città, e
persino apprezzati; anche se forse adesso siamo noi “oriundi”
a non ricambiare completamente, memori delle antiche diffi-
denze ma anche delle nostre nostalgie della heimat.
Tutto questo per dire che, a mio avviso, anche Padova –

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come tutte le comunità locali – ha bisogno di un diverso per
sentirsi “uguale” (se non sono gli immigrati o gli studenti,
possono essere i gay o gli autonomi o qualsiasi altra categoria
umana che manifesti una sua diversità); che di diversità, gra-
zie alla sua storia e alla sua vocazione culturale, ergo univer-
salistica, la città ne ha avuta sempre parecchia, e forse ulti-
mamente anche troppa tutta insieme; ma che questa diversità
– ed è ciò che la parte meno evoluta di Padova fatica ad ac-
cettare – è un elemento costitutivo della “padovanità”, e può
essere anche la sua ricchezza: a patto che ci siano tempo e oc-
casioni per conoscersi, reciproca disponibilità, rispetto vicen-
devole, e la consapevolezza che una parlata diversa, un’usan-
za un po’ esotica, uno sguardo “altro” sulle cose cittadine, so-
no un vantaggio per una comunità che voglia crescere re-
stando al passo con un mondo cangiante come l’attuale.
Tutto questo però, inevitabilmente, crea anche tensioni e
problemi, che vengono patiti soprattutto dai ceti più deboli
della società (i più poveri, i meno colti), quelli che dall’arrivo
degli immigrati ricavano soprattutto disagi: perché essi sono
loro concorrenti sul terreno del lavoro e dell’assistenza socia-
le, e magari rumorosi e disordinati vicini di casa; e senza go-
dere dei benefici che la presenza immigrata garantisce invece
alla società nel suo complesso, e in particolare ai suoi compo-
nenti più ricchi o istruiti, come i lavori a buon mercato nella
fabbriche e nelle case.
Per venirne a capo è necessario che proprio le classi più
privilegiate si facciano carico della questione in toto, e che la
città garantisca ai più esposti delle risposte concrete sul terre-
no della sicurezza, e delle articolate forme di compensazione
economica e sociale. Qualcuno invece risponde a queste ten-
sioni drammatizzandole, proponendo di Padova, per fini
prettamente politici, una rappresentazione mediatica fuor-
viante, un’immagine rabbiosa e intimorita, che alimenta ne-
gli italiani poveri paura e risentimento.
Per chi ha a cuore la verità delle cose, per chi persegue
l’incontro fra le persone e una più serena convivenza fra le
diverse anime di questa città, la lettura delle pagine che se-
guono può dunque rivelarsi preziosa.
Sergio Frigo

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Al lettore
Questo volumetto non è un vero e proprio studio sull’immi-
grazione, bensì un piccolo excursus sul modo in cui la Difesa
del popolo ha trattato l’immigrazione, dal suo sorgere negli
anni ’80 fino al suo ultimo tumultuoso sviluppo. Per questo,
data anche la brevità imposta, si è cercato di limitare al mas-
simo i riferimenti a leggi, normative e numeri, se non nei casi
in cui erano effettivamente utili a illustrare i fatti.
Del resto, esistono già diversi enti e pubblicazioni che ela-
borano e diffondono dati sull’immigrazione, primi fra tutti le
elaborazioni dell’Istat e il rapporto annuale Caritas-Migran-
tes; in questo scritto si è piuttosto preferito, in linea anche con
la sensibilità che ha sempre caratterizzato il nostro giornale,
di dare ove possibile spazio alle storie personali e alle testimo-
nianze dirette.
Il lavoro si sviluppa lungo l’arco di quasi quattro decenni:
dal 1970 alla fine del 2007; per ogni periodo si è cercato di
mettere in luce i temi che risaltano maggiormente dalla lettu-
ra della Difesa, senza comunque escludere il rimando, all’in-
terno di ciascun capitolo monotematico, a notizie apparte-
nenti a periodi precedenti o successivi, che siano però connes-
se all’argomento di volta in volta trattato. Il titolo è preso dalla
Difesa del 3 settembre 1989.
Spero che anche questo lavoro sia utile un giorno a una
più ampia e inclusiva storia della nostra immigrazione.

Dedico questo scritto a due migranti: mio padre e mia moglie.
Daniele Mont d’Arpizio

Daniele Mont d’Arpizio è nato a Roma nel 1976 e vive a Padova;
sposato, ha due figli. Collabora alla comunicazione istituzionale del-
l’università di Padova; ha lavorato in diverse realtà non profit, nei
settori dell’accoglienza, dell’inserimento lavorativo di soggetti svan-
taggiati e dell’immigrazione. Attualmente sta concludendo un dotto-
rato di ricerca in diritto costituzionale, sulle radici cristiane negli
statuti delle regioni italiane. Collabora alla Difesa del popolo dal
2003, è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2006.

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CAPITOLO PRIMO

La preistoria dell’immigrazione
(1970-1990)

Gli inizi: studenti ed esuli

F
ino agli anni ’90, più che di immigrati, in Italia bisogne-
rebbe semmai parlare di “stranieri”. Trovare qualcosa
sull’immigrazione nelle edizioni della Difesa del popolo
degli anni ’50 e ’60 è difficile: sono gli anni del boom, l’Italia
conosce un periodo di crescita economica e di stabilità senza
precedenti; eppure anche in questo periodo e nei successivi
il migrante per eccellenza resta l’emigrante. Nel 1971, quando
il benessere è già considerevolmente aumentato, qualcuno ha
ancora paura che con l’istituzione del Mec – il Mercato comu-
ne europeo, che tra le altre cose prevede l’abolizione delle
frontiere per i lavoratori – l’Italia letteralmente si svuoti.
Le prime pagine, soprattutto la prima e la terza, in questo
periodo sono dedicate alle notizie dall’estero; numerose, qua-
si sempre allarmanti, quelle che provengono dall’Europa del-
l’Est: la cortina di ferro, le persecuzioni, le repressioni del-
l’Ungheria nel 1956 e poi della primavera di Praga nel 1968.
Poi ci sono le notizie dalle missioni, soprattutto dall’Africa:
sempre nel 1971 sono ben 1.110 i padovani partiti a portare
aiuto e testimonianza nelle terre di missione; negli anni tra i
missionari padovani ci sono stati martiri, come il dehoniano
Bernardo Longo (1906-1964) e il comboniano Ezechiele Ra-
min (1953-1985), e anche diversi futuri vescovi. Di stranieri
però in Italia proprio non si parla, pare anzi che non ce ne
siano; in fondo, cosa dovrebbero venire a fare?
Beh, studiare per esempio. L’università di Padova è fin dal
medioevo un polo di attrazione per gli studenti di tutta Euro-
pa. In un articolo abbastanza esteso dell’11 gennaio 1970 (p.
7) la Difesa del popolo affronta la situazione degli studenti
stranieri a Padova, già allora più di 700. Il titolo è eloquente:

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“Una fede al dito per avere un alloggio – Difficoltà di trovare
alloggi, scarsa conoscenza della lingua, ostilità dell’ambiente
cittadino, sono i loro problemi più grossi”. Il ritratto che ne
esce, a firma di Mariangela Ballo, è a tratti desolante: dei tanti
giovani studenti stranieri «tutti indistintamente, con qualche
eccezione rara come le mosche bianche, se gli chiedi come si
trovano a Padova, rispondono: male; parecchi: malissimo». Il
problema principale è quello dell’alloggio; la testimonianza di
Giorgio Adraltas, greco iscritto a medicina, è quella che dà il
titolo all’articolo: «molti proprietari [l’alloggio] non lo affittano
a studenti, e quasi tutti lo rifiutano agli stranieri, neppure [sic]
se siamo presentati da qualche italiano. Io per averlo ho mes-
so una fede al dito e ho fatto credere di essere sposato». Con-
ferma Maurizio Brunelli, responsabile del settore alloggi del
Curse (Centro universitario per studenti stranieri), un’associa-
zione che cerca di venire incontro a questi ragazzi: «gli appar-
tamenti li danno a fatica; se vedono un africano o un indiano
esigono che ci sia insieme io, oppure aumentano l’affitto di
10 mila lire». L’affitto di un appartamento per studenti allora
vale in media 45 mila lire: altri tempi, ma i problemi sembra-
no essere già quelli di oggi. Non c’è solo il problema della
casa: Spiros Mardichiari, anche lui greco, dice di trovarsi male
a Padova soprattutto per via dell’ambiente chiuso: «non si rie-
sce a fare amicizia, sembra che i padovani abbiano paura di
noi». L’articolo parla di “razzismo bianco”, applicando per la
prima volta questo concetto agli italiani nei confronti degli
stranieri: «[gli studenti stranieri] non hanno occasione di parla-
re con nessuno […], in ogni caso molti hanno imparato il dia-
letto prima dell’italiano. Anche se esercitano qualche com-
mercio – molti siriani vendono oggetti d’argento, tappeti e al-
tre cose tipiche – sono sempre degli isolati, magari a gruppi
etnici, che non riescono a penetrare nel tessuto della città».
Molte anche le critiche rivolte dagli studenti all’università, ac-
cusata di non fare abbastanza per gli ospiti stranieri, sia per
l’alloggio che per l’assistenza medica.
Tre anni dopo la Difesa torna sul tema (14 gennaio 1973,
p.7: “Molti stranieri dottori al Bò”), pubblicando i dati sui lau-
reati del 1971: ben 135 sono gli stranieri, su un totale di
3.584. I più numerosi sono tradizionalmente i greci (18), qua-
si tutti laureati in ingegneria, seguiti da “siriaci” (13), jugosla-
vi, indiani, cecoslovacchi, etiopi e persino da un “nuo-

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vayorkese”; tra le facoltà, quella più gettonata dagli stranieri è
medicina, che in quell’anno ne laurea ben 49, tra cui l’unico
studente cinese: Chan Robin, della città di Kuomming.
Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, parecchie cose so-
no cambiate: nell’anno accademico 2004-05 gli stranieri sono
all’incirca il 4 per cento degli iscritti all’ateneo patavino, per
un totale di 2.293 studenti: una cifra lontana da quelle dei
grandi campus americani e inglesi – e anche di quelli francesi
e tedeschi – ma che pone comunque Padova tra le università
in Italia con una maggiore presenza di stranieri, subito dopo
Roma e Bologna (Difesa del 15 gennaio 2006, pp. 3-4). In tut-
ti questi anni, pur con molti cambiamenti, i problemi spesso
rimangono gli stessi: la burocrazia, la lingua – che però prima
o poi si supera –, e poi la solitudine, la povertà e soprattutto
la ricerca di una casa, in particolare per gli studenti africani; a
confermarlo è Simplice, studente camerunense iscritto a me-
dicina: «molte persone alle quali ho telefonato in risposta a
offerte di alloggio mi hanno chiuso il telefono in faccia, qual-
che volta al mercato hanno rifiutato di vendermi la frutta,
quando ho dovuto assicurare il mio motorino credevano che
l’avessi rubato…» (6 febbraio 2005, p. 15: “Benvenuta matri-
cola straniera”). Tra i ragazzi che vengono molti sono quelli
che, una volta finiti gli studi, si fermeranno a Padova: «biso-
gnerebbe pensare con cura – suggerisce Elena Agostini, della
segreteria dell’università – a progetti di reinserimento nei
paesi di origine. Su questo non c’è ancora una coscienza suf-
ficiente, non ci si rende conto della ricchezza che questi lau-
reati potrebbero esprimere, diventando dei veri e propri pon-
ti, mediatori culturali tra la loro patria e il nostro paese, di-
ventato un po’ anche la loro casa».
Torniamo però agli anni ’70; in questo periodo gli studenti
non sono gli unici stranieri: tra le pagine del giornale intrave-
diamo anche quella particolare categoria di migranti che è
rappresentata dagli esuli, tra i quali diversi intellettuali e arti-
sti. Molti di loro provengono dai paesi oltrecortina, come lo
scultore romeno Eugen Ciuca (la Difesa gli dedica un articolo
sul numero del 14 marzo 1971, p. 3), allora residente a Mira,
che in seguito si trasferirà a New York e riscuoterà un discre-
to successo internazionale con la sua poetica dell’“Arte della
quarta dimensione”, oppure Vladislav Kavan, presentato co-
me “uno dei maggiori artisti cecoslovacchi contemporanei”,

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che allestisce nel 1972 una personale presso il centro “La cu-
pola” (19 marzo 1972, p. 7). Si tratta di persone verso le quali
è difficile non provare una simpatia istintiva: proprio in quei
giorni la Difesa parla delle vicissitudini della popolazione ce-
coslovacca, oppressa da un regime che, dopo la repressione
della “primavera di Praga” nel 1968, pare essersi addirittura
inasprito.
In quegli anni tutta l’Italia – e quindi anche la Difesa –
parla delle sorelle Kessler; sul banco degli imputati i vestiti
indossati dalle sorelle tedesche, che spesso e volentieri lascia-
no scoperte le famose gambe, e soprattutto il favoloso com-
penso di 34 milioni, percepito per “Canzonissima” (18 gen-
naio 1970). In fondo sono straniere anche loro, ma forse non
è proprio la stessa cosa: nessuno si sognerebbe mai di chia-
marle immigrate.
In generale, prima degli anni ’90, la presenza di cittadini
stranieri sul territorio emerge qua e là, con larghe soluzioni di
continuità, attraverso delle “tracce” che devono essere cercate
e interpretate; un articolo del 26 settembre 1971 (p. 9) infor-
ma ad esempio che nel 1970 sono stati circa 150 gli stranieri
ricoverati negli ospedali padovani. In questo periodo, insom-
ma, la presenza di cittadini stranieri è ancora marginale, so-
prattutto se confrontata con il fenomeno opposto, ovvero con
l’emigrazione italiana verso i paesi più ricchi. I pochi stranieri
presenti, essenzialmente studenti, esuli e giovani laureati, ap-
partengono in realtà alle élites dei paesi di provenienza e ri-
scuotono in linea di principio la simpatia dell’Italia, ancora
abituata a considerarsi paese povero, geneticamente antirazzi-
sta. Eppure avvertiamo già delle situazioni di disagio, soprat-
tutto quando la presenza è più concentrata, anche se relativa-
mente, come nel caso degli studenti dell’università.
Interessante è il linguaggio: come chiamare queste persone
che vengono nel nostro paese? Il termine “negro”, seguendo la
tradizione italiana, è ad esempio ancora usato normalmente,
sprovvisto com’è di alcun significato offensivo: “Per aiutare i
negri del Sudan meridionale”, titola ad esempio la Difesa nel
1970. La fortuna del termine inizierà a declinare soltanto verso
il 1990, sostituito da “terzomondiale”, fino a quando non si im-
porrà un altro vocabolo, stavolta d’origine burocratica, il cui
uso prosegue fino a oggi: “extracomunitario”.

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I primi problemi

I
l 26 gennaio 1975 la Difesa parla per la prima volta di im-
migrazione clandestina (p. 3: “30.000 africani venduti sulla
strada della speranza – si allarga il fenomeno delle immi-
grazioni clandestine”). L’inizio è allarmante: «circa 30.000 ne-
gri lasciano ogni anno l’Africa per venire a lavorare in Euro-
pa. Almeno mille si fermano in Italia, definitivamente “acqui-
stati” per mezzo milione di lire». Il servizio non riguarda Pa-
dova bensì Milano, dove pare essere scoppiata “la mania del-
la cameriera di colore”. Gli elementi che ricorreranno in tanti
servizi di alcuni anni dopo ci sono già tutti: la fame, il sogno
di “trovare l’America in Europa”, i “procacciatori di negri”,
che organizzano i costosi viaggi, e che poi si rifanno tenendo
gli immigrati in condizione di semi-schiavitù. Non si parla an-
cora di prostituzione: i “mercati” di destinazione sono ancora
i lavori di fatica per i maschi, quelli domestici per le donne;
l’articolo cita dei dati che calcolano in circa 500 mila le colf
all’epoca in servizio in Italia, a fronte però di un fabbisogno
almeno doppio: necessità di una società dove sono sempre
più numerose le donne che lavorano fuori casa. «Noi cerchia-
mo di fare la massima attenzione – dice nell’articolo una fon-
te della questura di Milano – ma non sempre è facile capire
se una negra viene in Italia per lavorare clandestinamente, o
per turismo». Secondo il servizio, nel 1972 l’Italia ha espulso
come “indesiderabili” 7.434 stranieri; eppure il nostro è anco-
ra un paese marginale nei grandi movimenti della migrazione
internazionale: nello stesso periodo nella sola Marsiglia ci so-
no già oltre 40.000 immigrati africani, in massima parte desti-
nati al mercato delle braccia del lavoro portuale: «gente da
pagare poco – conclude amaro il cronista –. Nessuno li acco-
glie, li istrada, li aiuta […] Il fenomeno dello schiavismo, che
sembrava scomparso nell’Ottocento, sopravvive ancora».
Sull’edizione del 19 novembre 1978 un altro titolo che de-
sta preoccupazione: “Un milione di stranieri che lavorano in
Italia?” (p. 3). Si tratta di una stima esagerata, visto che il nu-
mero degli stranieri supererà il milione solo vent’anni più tar-
di; resta il fatto che si inizia ad accorgersi del fenomeno: non
a caso, proprio nel 1978, la Chiesa italiana dedica per la pri-
ma volta ai lavoratori stranieri la giornata nazionale delle mi-
grazioni, creata nel 1914 da papa Pio X. Nell’articolo si nota

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come, mentre gli italiani si indignano a causa delle discrimi-
nazioni subite all’estero, in particolare in Svizzera, nel paese
intanto sta crescendo il numero degli immigrati stranieri, ri-
spetto a quali «il governo italiano ha l’occasione di rivaleggia-
re con le autorità svizzere in fatto di rigidità amministrativo-
burocratica». Si fa l’esempio dei pescatori tunisini arruolati dai
pescherecci siciliani, così come delle 60 mila colf (antenate
delle odierne badanti) provenienti soprattutto dalle isole Ca-
poverde, dalle Mauritius e dalle Filippine. I dati sono ancora
poco chiari: secondo le statistiche ufficiali nel 1975 in Italia ci
sono 186.413 stranieri ma, a detta del cronista, «si tratta di ci-
fre inattendibili, in quanto il fenomeno presenta generalmen-
te il carattere della clandestinità»; i sindacati parlano di altri
150-200 mila lavoratori senza documenti, mentre “stime gior-
nalistiche” arrivano addirittura al dato di 700 mila lavoratori.
Il fenomeno pare riferirsi soprattutto alle grandi città; il Vene-
to appare in quel momento ancora ai margini del movimento
migratorio: presenti sono soprattutto i cittadini jugoslavi, nei
settori dell’edilizia, del lavoro portuale, nell’agricoltura e nei
servizi domestici e alberghieri.
Il fenomeno dell’immigrazione viene insomma percepito,
fin dai suoi primi albori, sotto il segno dell’allarme e dell’e-
mergenza; la Difesa risponde mostrando fin dall’inizio i carat-
teri che informeranno il suo atteggiamento successivo: il ten-
tativo di comprendere le cause, andando al di là dei pregiudi-
zi, e poi l’attenzione alle persone, alle loro storie e ai loro
problemi concreti; un approccio non ideologico ma piuttosto
pragmatico e valoriale. Un altro dato che emerge dalla lettura
degli articoli di questi anni è la grande difficoltà ad avere nu-
meri affidabili sul fenomeno; difficoltà che purtroppo dura fi-
no ad oggi.

I preti neri

U
na categoria particolare di stranieri, che proprio non
possono mancare dalle pagine di un giornale diocesa-
no, è quella dei sacerdoti. L’Italia, centro mondiale del
cattolicesimo, richiama preti da tutto il mondo per gli studi e
la formazione: già all’inizio degli anni ’50 un minuscolo trafi-
letto in prima pagina ci fa edotti del fatto che in quel mo-

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mento ci sono 59 studenti africani nei seminari e nelle ponti-
ficie università romane, la più parte dalle ex colonie dell’Etio-
pia (10) e dell’Eritrea (4) (“Gli studenti ecclesiastici africani a
Roma”, 22 aprile 1951).
Il 6 maggio 1973 (a p. 3) il giornale ospita un’intervista a
padre Afonso Teka («tiene a specificare: Afonso e non Alfon-
so»), un giovane cappuccino originario dell’Angola portoghe-
se, mandato dal suo ordine a Padova per motivi di studio o
di formazione. L’articolo sul giovane sacerdote – «di un colore
nero non sfavillante ma deciso», nota il cronista – rappresenta
una delle prime opportunità in cui un africano prende la pa-
rola in prima persona, e padre Teka sa approfittarne: nono-
stante la giovane età dalle sue parole trapela una certa auto-
revolezza. Alla domanda del cronista se sia un convertito ri-
sponde affermativamente, per poi specificare che ogni cristia-
no in fondo lo è, in quanto la sua fede deve fondarsi su un’a-
desione personale. Dell’Italia si dichiara colpito dal benessere
economico, ma anche e soprattutto “[dall’] abbondanza quasi
incredibile di sacerdoti”, soprattutto in confronto al paese na-
tio, dove capita che in un villaggio si veda un prete sì e no
un paio di volte all’anno. Padre Teka cerca anche benigna-
mente di “chiarire le idee” ai lettori italiani sulla complessità
della cultura e della mentalità africane, uscendo per un atti-
mo dai luoghi comuni e dai cliché pauperistici. La tribù ad
esempio: «per noi la tribù non è assolutamente sullo schema
che hanno molti occidentali: un capo e un gruppo di capan-
ne. Per noi la tribù è una situazione concreta di solidarietà e
di fraternità fondata sulla parentela». Per chiarire il concetto
Padre Teka fa un esempio: «quando io sono arrivato qui in
Italia mi sono trovato attorno parecchi zii, cugini che io non
sapevo neppure esistessero e che ovviamente non avevo
informato. Eppure sapevano che io ero qui e mi hanno dimo-
strato una solidarietà senza limiti. Ecco, per noi la tribù è la
certezza della solidarietà, lo spazio reale della vita».
Certo, non si tratta di immigrati veri e propri: appartengo-
no pur sempre anche loro alle élites di cui abbiamo parlato.
Sempre del 1973 è un articolo (29 luglio, p. 9: “Parroco nero
a Corbezzola”), che tratta dell’esperienza di don Matteo Ba-
rukinamwo, 28 anni, del Burundi, per 15 giorni “alla guida”
della parrocchia di Corbezzola. Don Matteo si rivelerà solo
l’apripista di tutta una serie di preti che, provenienti dalle ter-

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re una volta di missione, soprattutto negli ultimi anni hanno
sempre più “reso il favore” ai loro antichi evangelizzatori, as-
sicurando i sacramenti anche nelle nostre città. A Corbezzola
don Matteo è venuto a sostituire il parroco durante le ferie;
per la comunità è diventato subito “il negretto” ma, specifica
il cronista, si tratta di un soprannome dato per simpatia e so-
prattutto per comodità, visto il cognome impronunciabile del
sacerdote. A dispetto dei luoghi comuni, il paese ha accolto
subito con simpatia il nuovo “parroco”; venuto in Italia due
mesi prima per studiare a Roma, senza conoscere neppure la
lingua, don Matteo sembra infatti essere diventato in poco
tempo la mascotte del paese, dove tutti lo salutano e lo invi-
tano. Eppure, neanche don Matteo può esimersi da notare al-
cune differenze con il suo paese d’origine: «in Burundi le
chiese sono quasi sempre affollate, mentre qui mi è capitato
di celebrare la messa con meno di dieci persone presenti.
Qui, durante una funzione, c’è sempre un grande silenzio. In
Africa invece la partecipazione è più attiva, si canta e si prega
sempre tutti insieme». Un modo diverso di vivere la fede e i
sacramenti, che l’intraprendente don Matteo pensa addirittura
di provare a sperimentare in Italia, una volta presi i necessari
accordi con il titolare della parrocchia. Quando è il momento
di congedarsi, don Matteo stupisce il cronista, invitandolo per
un bicchierino: “un’ombretta ed uno schiaffo al medico”; l’in-
tervistatore Roberto Foco rimane ammirato: «Don Matteo non
parla solo l’italiano, ha già imparato il dialetto e conosce per-
fettamente la filosofia della gente delle nostre campagne. Tut-
to in due mesi». Nell’articolo si percepisce quello che poi si
rivelerà un tratto caratteristico dell’immigrazione in terra ita-
liana e veneta in particolare: l’integrazione resa possibile so-
prattutto nei piccoli centri, dove ci si conosce tutti. Storie di
dialogo e di ordinaria integrazione in diretta dagli anni ’70.
Eppure in quei giorni proprio in Burundi, la patria di don
Matteo, si sta consumando un nuovo terribile massacro: sono
infatti in atto dei sanguinosi scontri tra le etnie degli Hutu e
dei Tutsi, le stesse che più di vent’anni dopo saranno prota-
goniste di un nuovo terribile genocidio, quello del vicino
Rwanda. Le notizie si infittiscono sulla Difesa proprio nei nu-
meri successivi all’intervista a don Barukinamwo, e parlano di
200 mila, poi di 300 mila morti, con particolari raccapriccianti
sulla brutalità degli scontri e sulla ferocia delle torture inflitte

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ai vinti e alle loro famiglie.
Non solo i preti: la Difesa del 17 novembre 1974 dà la no-
tizia della solenne professione di fede da parte di suor Irene
Koluthara, clarissa indiana, a Padova per studiare medicina.
Una foto ritrae la giovanissima suora in mezzo a religiose in-
diane, giunte a Padova da tutta Europa per festeggiare la loro
giovanissima compatriota. Nessuno però chiede a suor Irene
come si trovi in Italia, così come nessuno lo chiede a suor
Elisa Marcellina, suora angolana della congregazione delle
suore Salesie (29 ottobre 1978, p. 13).
Qualcuno di questi esotici “preti negri” fa strada, e torna a
trovare la parrocchia che l’ha ospitato da giovane: è il caso
del vescovo nigeriano Efrem Silas Obot, in visita alla parroc-
chia di Boion, dove il presule africano aveva svolto qualche
mese di pratica pastorale quando era ancora un seminarista a
Roma (13 settembre 1978, p. 13). Il giovane vescovo è alla
guida della diocesi di Idah, un milione di abitanti di cui ap-
pena 50 mila cattolici, il resto musulmani e animisti; nel suo
ministero è coadiuvato da appena 18 sacerdoti, tra cui 14
missionari canadesi, mentre nel seminario aspettano l’ordina-
zione 9 ragazzi e un diacono. Nonostante la visita si svolga
durante il periodo delle ferie estive, le due messe tenute nella
chiesa parrocchiale registrano il pienone.

Il papa venuto da lontano

U
n altro di questi preti stranieri in Italia – anche se non
proprio “negro” – farà una “carriera” ancora più avvin-
cente; nel 1978 in poco più di un mese si succedono al
soglio pontificio tre papi. L’ultimo ha un nome che suona
strano alle orecchie italiane, tanto da essere scambiato in un
primo momento per africano. Nel corso del suo ministero Ka-
rol Wojtyla, proveniente da una chiesa grande ma perseguita-
ta, si rivelerà un “immigrato” molto particolare; la Difesa dà
notizia della sua elezione il 22 ottobre 1978, ovviamente in
prima pagina. Il papa “venuto da lontano”, come lui stesso
ammette nel suo primo discorso, riscuote subito la simpatia e
l’ammirazione di tutti gli italiani; al cronista, che in un’intervi-
sta a p. 4 gli chiede a più riprese se un papa straniero non
possa in qualche modo rappresentare un problema per la

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Chiesa italiana, il vescovo Girolamo Bortignon risponde riso-
lutamente: «nel Corpo Mistico di Cristo, non siamo più stra-
nieri uno all’altro. C’è comunione, fraternità. Un concetto
questo che nella Chiesa è ormai acquisito e fa superare ogni
ostacolo di barriere». Il vescovo padovano, ancora molto
amato e ricordato, nega poi che Giovanni Paolo II possa es-
sere meno informato della realtà della Chiesa, e conclude:
«secondo me è significativo [che questo papa venga dalla Po-
lonia], perché è una nazione cattolica al novanta per cento,
cattolica e perseguitata, perché ha saputo resistere con la sua
religiosità nella sua pratica di vita cristiana. [Per questo] Dio
l’ha anche premiata, come diciamo che ha premiato il Veneto
o la Lombardia. Il Veneto e la Lombardia dell’Europa è la Po-
lonia».
Nella pagina successiva la Difesa tratta il tema dei legami
secolari tra Padova e la Polonia, ma c’è spazio anche per una
curiosità: dei sette eremiti camaldolesi che in quel momento
vivono sul Monte Rua, tre sono i polacchi; uno di questi, pa-
dre Romualdo, avrebbe predetto quindici giorni prima del
conclave l’elezione di un connazionale: ne sono testimoni i
suoi compagni e monsignor Pietro Brazzo, direttore di Villa
Immacolata. Fra Romualdo si sarebbe basato su una profezia
del connazionale padre Markyevic, fondatore dell’ordine dei
Micheliti, il quale avrebbe scritto che dopo che il fiume si sa-
rebbe macchiato del sangue di molti popoli (il fiume Orin,
dove si combatterono numerose battaglie nelle due guerre
mondiali), la Polonia sarebbe risorta, e avrebbe dato un pon-
tefice alla cristianità.
L’elezione del pontefice suscita da subito un grande inte-
resse per il cristianesimo polacco; già sulla prima pagina della
successiva edizione del 29 ottobre risuona quello che poi
sarà il motto dell’intero papato: “Non abbiate paura”. “Dalla
Polonia una lezione di coerenza”, titola un articolo della Dife-
sa del 10 dicembre 1978 (p. 4): «dal 6 ottobre di quest’anno la
Polonia ci è diventata più cara e familiare. […] Ma la letizia di
questi giorni non deve farci dimenticare la situazione difficile
dei cristiani polacchi». Notizie recenti confermano le vessazio-
ni del regime comunista contro la Chiesa polacca.

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L’immigrazione negli anni ’80

N
egli anni ’80 appaiono in Italia i primi lavoratori immi-
grati: sono soprattutto venditori ambulanti e lavoratori
stagionali, in maggioranza marocchini o nordafricani,
tanto che per molto tempo “marocchino” e “vu’ cumpra” di-
venteranno sinonimi di immigrato. Ancora oggi, dopo che le
migrazioni più recenti dall’Albania e soprattutto dall’Europa
dell’Est l’hanno fatta passare un poco in secondo piano, quel-
la marocchina è comunque la terza comunità straniera in Ita-
lia. Perché vengono? «Siamo diventati un paese ricco – scri-
verà la Difesa 8 maggio 1988, p. 18 – anzi uno dei paesi dove
il benessere è di casa ed è diffuso. Noi, forse, non ce ne sia-
mo accorti, non tutti almeno; ma altri, la gente del Terzo
mondo, sembra proprio di sì». L’articolo si chiude con una ci-
tazione biblica che è anche un ammonimento: «ricordati che
anche tu fosti straniero nel paese d’Egitto».
L’Italia però sembra non avere tempo da perdere per capi-
re quello che sta succedendo: presto si abitua ai nuovi ospiti,
senza quasi accorgersi di loro; non si sa chi né quanti sono,
manca quasi completamente un dibattito pubblico. Una delle
poche occasioni per parlare e riflettere del fenomeno è la ce-
lebrazione annuale della “giornata mondiale delle migrazio-
ni”, cui abbiamo già accennato. Per un paese di emigranti,
quale è stato l’Italia fino a tempi recenti, si tratta innanzitutto
di un’occasione per ricordare familiari, amici e conoscenti –
ancora più di vent’anni dopo, nel 2003, sono circa 5 milioni e
300 mila i nostri connazionali all’estero, quasi un italiano su
dieci. Già nel 1982 però la Difesa del popolo dedica il servizio
sulla giornata agli immigrati, anziché gli emigranti (21 novem-
bre 1982, p. 5).
I tempi sono maturi: l’anno successivo l’immigrazione per
la prima volta si affaccia sulla prima pagina della Difesa (20
novembre 1983): “Ieri erano i veneti a girare il mondo – titola
il giornale – Ora gli stranieri sono tra noi, ma molti li ignora-
no”. Tra le altre cose, il servizio ospita anche un’intervista al
padre scalabriniano Giuseppe Contessa, che per anni ha assi-
stito i nostri connazionali in Svizzera: «è tempo […] che si
aprano gli occhi: gli stessi diritti che gli italiani chiedevano
nel passato ai paesi di emigrazione oggi bisognerebbe cerca-
re di garantirli a quelle correnti migratorie che giungono da

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noi. Se ne parla dappertutto, ma l’Italia non è ancora riuscita
a darsi in proposito una legislazione. [...] Gli immigranti for-
mano Chiesa e sono persone. E, come insegna Giovanni Pao-
lo II, ogni uomo ha la stessa nostra dignità di uomini, al di là
di ogni diversità di linguaggio e di mentalità». Secondo stime
riportate dall’articolo, ufficiose e sicuramente esagerate, in
quel momento in Italia sarebbero quasi 600.000 gli stranieri.
Di stranieri si continua a parlare soprattutto a proposito di
disagio sociale: in un convegno di fine anni ’80 essi sono ad
esempio trattati a fianco dei barboni e delle vittime della dro-
ga (3 gennaio 1988, p. 15: “Gli stranieri di casa nostra. Le po-
vertà a Padova”). Più interessante la fotografia che correda
l’articolo, che ritrae tre donne, una di colore e due con tratti
orientali, forse filippine o sudamericane; nella didascalia sta
scritto: «incontri ormai abituali a Padova: le colf estere si ritro-
vano il giovedì o la domenica pomeriggio davanti alla stazio-
ne o in piazza del Santo». Da qualche parte, qua e là, conti-
nua a far capolino il problema della casa, come nella Difesa
dell’8 maggio 1988, nelle pagine gestite dalla Caritas (p. 16):
«il problema di rispondere alle necessità abitative delle perso-
ne non si esaurisce solo nel reperire alloggi, ma investe an-
che la più ampia sfera dell’accoglienza. […] Siamo, tutti,
pronti ad indignarci e a protestare contro i tanti razzismi che
avvelenano il mondo, ma perché poi appaiono sui muri delle
nostre case, sui ponti delle autostrade, scritte intolleranti o
addirittura offensive contro la gente proveniente dal Sud; co-
me mai le porte delle nostre case si aprono così difficilmente
a qualche giovane terzomondiale alla ricerca di una stanza
per poter studiare o lavorare nel nostro paese?»
Nello stesso periodo si registrano anche le prime iniziative
a favore dei migranti: sullo stesso numero dell’8 maggio 1988
(p. 18) la Caritas informa del progetto “Centro mondo ami-
co”, una struttura destinata a garantire ospitalità temporanea
agli stranieri. Verso la fine del decennio, soprattutto da parte
della Chiesa, si cerca di attrarre l’attenzione sul fenomeno
con iniziative, incontri e seminari: alla fine del 1989 ad esem-
pio le 15 diocesi del Triveneto organizzano a Vicenza un con-
vegno sugli immigrati, dove per la prima volta si parla espli-
citamente di un’“emergenza stranieri” (“Immigrati sì, ma non
estranei”, 1 ottobre 1989, p. 27), mentre di immigrazione si
parla anche in vista del grande convegno della Chiesa veneta,

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organizzato ad Aquileia per il 1990 (“Famiglia e immigrati:
due scelte per l’Europa”, 26 novembre 1989, p. 27). Gli orga-
nismi diocesani che in questo periodo si occupano maggior-
mente di immigrati sono soprattutto la Caritas, la Pastorale
Sociale e del lavoro e il Centro Missionario. Proprio la Caritas
padovana, alla fine degli anni ’80, pubblica un suo notiziario
settimanale sulle pagine della Difesa (Caritas Notizie) ed è
proprio in questa sezione del giornale, assieme a quella dedi-
cata all’economia e lavoro, che si concentra la maggior parte
delle notizie sugli stranieri.
Gli anni ’80 rappresentano un periodo di incubazione, nel
quale la presenza dei cittadini stranieri cresce costantemente,
ma non è ancora percepita nelle sue dimensioni dall’opinione
pubblica. L’immigrazione “esploderà” come fenomeno media-
tico solamente all’inizio degli anni ’90, ma le prime avvisaglie
si iniziano a intravedere già alla fine del decennio preceden-
te: il 21 maggio 1989, nella sezione “economia e lavoro”, si
parla ad esempio di un progetto di legge regionale sull’immi-
grazione, presentato dalla Democrazia Cristiana veneta (p. 22:
“Il Veneto alla ricerca della strada per aprire le porte dell’ac-
coglienza”). La normativa, tra le altre cose, prevede anche la
programmazione di servizi specifici per gli extracomunitari,
assieme a una “Consulta regionale dell’immigrazione”, che
poi sarà effettivamente istituita nel 1990. Il progetto parte dal-
l’ammissione del parziale fallimento della legge nazionale 943
del 1986, la prima legge organica dell’immigrazione, con la
quale si contava di dare una sistemazione definitiva del feno-
meno in Italia; dopo soli tre anni si constata che poco è stato
fatto, soprattutto dal punto di vista dell’integrazione.
Ma l’articolo, non firmato, si rivela importante anche dal
punto di vista lessicale: per la prima volta, seguendo la termi-
nologia europea, introdotta in Italia proprio dalla legge 943,
si parla di “extracomunitari” invece che di stranieri; il pezzo è
accompagnato anche da una piccola intervista al consigliere
regionale Annamaria Leone, che cita una frase che più di un
decennio dopo, ripresa da Gian Antonio Stella nel fortunato
libro “L’orda”, diventerà molto famosa: «sarebbe assurdo – di-
ce la Leone – non riconoscere i lavoratori immigrati nel Vene-
to e magari continuare a dire, come in altri paesi, “avevamo
bisogno di braccia, ci siamo ritrovati degli uomini”». Per la
prima volta nel servizio si parla anche della necessità di inse-

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rimento scolastico e qualificazione professionale per gli immi-
grati, problemi per i quali ancora oggi si stenta a trovare una
soluzione adeguata.

I “boat people”

A
ll’inizio degli anni ’80 il mondo è ancora diviso in bloc-
chi, anche se l’impero sovietico è un gigante malato, che
si sfalderà nel 1989. In questo periodo una tragedia attira
l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: in Vietnam
la guerra si è conclusa da appena qualche anno, ma questo
purtroppo non ha significato la fine delle sofferenze per un
popolo stremato. Da subito infatti il governo del nuovo Viet-
nam riunificato inizia una violenta repressione interna, cui se-
guiranno le guerre contro i regimi comunisti “fratelli” della
Cina e della Cambogia di Pol Pot, allo scopo di ottenere il
predominio sulla regione. In pochi anni diverse centinaia di
migliaia di persone vengono deportate nei “campi di rieduca-
zione”, dove più di 150 mila di esse troveranno la morte; per
chi vuole fuggire l’unica alternativa è tentare di scappare con
ogni mezzo: più di un milione persone sfideranno il mare
usando mezzi di fortuna, colmi fino all’inverosimile, dirette in
Malesia, Thailandia, Filippine, Hong Kong e Indonesia: sono i
cosiddetti “boat people”.
Il mondo intero è sconvolto, e a suo modo la tragedia
lambisce anche la piccola Padova: nei campi profughi le per-
sone si ammassano sempre più in condizioni igienico-sanita-
rie fatiscenti; la comunità internazionale interviene attraverso
il segretariato Onu per i rifugiati: anche l’Italia è chiamata a
fare la sua parte, raccogliendo alcune centinaia di profughi. È
questo il principio della nostra storia: all’inizio del 1980 il
giornale diocesano inizia a seguire con diversi articoli, con
cadenza quasi settimanale, le vicissitudini dei vietnamiti che
vengono assegnati al Veneto per essere ospitati. Il punto di
inizio è un servizio che occupa una pagina intera nell’edizio-
ne del 6 gennaio 1980, firmato da Gino Brunello. La Chiesa è
in prima linea nell’accoglienza; il primo articolo (“Una fetta di
Vietnam ricostruita a Padova”) parla dell’incontro, svoltosi
presso l’istituto Santa Rosa, organizzato dalla Caritas per tutti i
profughi vietnamiti ospitati nella zona: «gli abbracci più calo-

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rosi sono andati a padre Filippo, il prete delle navi, il compa-
triota che i profughi sentono come un salvatore, ma la rico-
noscenza era per tutti. Maria Teresa Tavassi ha esposto i crite-
ri di intervento della Caritas italiana, il padre Filippo ha ascol-
tato tutti con viva attenzione, annotando difficoltà, problemi,
richieste di famiglie, in particolare di quelle che sembrano
smembrate, che non hanno notizie dei loro cari, che vorreb-
bero ricongiungersi, portando in Italia i loro parenti, fratelli,
genitori, figli». Nella riunione si decide che il coordinamento
per gli aiuti in tutto il Veneto sarà stabilito a Padova, la città
dove i profughi accolti sono più numerosi; si decide inoltre
di organizzare l’imminente ricorrenza del ’Têt’, il capodanno
vietnamita: una festività particolarmente sentita da questa co-
munità.
Qual è la risposta della comunità diocesana all’emergenza
profughi? Estremamente reattiva e solidale, tanto da suscitare
ancora oggi meraviglia: il secondo articolo del servizio (“Una
classe ha regalato una macchina da cucire – numerosi gesti di
una solidarietà che continua”), si sofferma sulla gara di soli-
darietà che pare essersi scatenata a favore degli sfortunati
profughi: 26 milioni e mezzo di lire messi insieme dalla Cari-
tas solo con la raccolta di indumenti usati – che qui viene per
la prima volta sperimentata come modalità di autofinanzia-
mento; una somma almeno altrettanto grande arriva dalle do-
nazioni private: cifre che ancora oggi sarebbe difficile mettere
insieme. E poi ancora: offerte in natura, proposte di lavoro,
di abitazioni: i benefattori sono così tanti che la Difesa deve
addirittura rinunciare a citarli tutti: «una famiglia ha impegna-
to venti milioni per costruire la casa ai vietnamiti; due istituti
di suore hanno offerto rispettivamente dieci e cinque milioni,
il corrispondente della sistemazione di alcuni locali, stralcian-
doli dal loro bilancio; per telefono è giunta l’offerta dell’arre-
damento completo di una casa, pronto presso una ditta di
trasporti. Un’infermiera dell’ospedale, vedendo una signora
viet senza orologio, s’è sfilato il suo e gliel’ha messo al polso;
una scolaresca ha raccolto il necessario per comperare un
“Califfo” e la macchina per cucire agli amici profughi, mentre
i dipendenti della banca Antoniana si sono autotassati fino al-
l’agosto dell’80, versando i loro risparmi nel conto corrente
della Caritas ogni mese. Ogni mese anche le parrocchie e
qualche gruppo mandano i loro risparmi, come pure fa una

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cameriera d’albergo. I commercianti di Padova hanno inviato
generi alimentari in occasione di Natale». Ci sono poi i gesti
di tantissima gente che sceglie di restare anonima. La solida-
rietà di cui si dimostra capace la gente veneta riempie di rico-
noscenza i vietnamiti; molti profughi resteranno così impres-
sionati dall’accoglienza ricevuta da chiedere il battesimo: «non
dimenticheremo fino alla morte – dice a una suora un’anzia-
na signora – quello che voi italiani avete saputo fare per noi».
Alla fine si arriva al punto che la Caritas (1 febbraio 1980, p.
18: “Altri 300 viet nel Veneto”) è costretta a comunicare che
non ci sono abbastanza profughi per tutte le offerte ricevute:
«è opportuno precisare che a Padova è possibile accogliere
ancora una sola famiglia e che le offerte messe generosamen-
te a disposizione – circa una ventina – non potranno venire
utilizzate»!
Molti non si limitano all’elemosina, ma ospitano i rifugiati
direttamente nelle loro case, come la famiglia Zulian di Arse-
go (3 maggio 1981, p. 31); fedeli all’insegnamento del nonno
Napoleone (“una preghiera in meno e una carità in più”), la
famiglia accoglie Ten Nguyen e i suoi cari. I problemi certo
non mancano, come il ricordo delle atrocità subite, unito al-
l’ansia per i parenti rimasti in Vietnam, ma per gli esuli c’è di
nuovo spazio per la speranza: Nguyen ha già un lavoro, e
inoltre alla coppia in Italia è nata una bambina; loro sono
buddisti, ma hanno chiamato la loro ultima figlia Maria: per-
ché è nata in Italia, ma anche perché «Maria è la mamma di
Gesù, che [li] ha aiutat[i]».
Nelle settimane successive la Difesa segue costantemente
le vicende dei rifugiati in Veneto, aggiornando i lettori sulle
loro condizioni e sull’andamento delle donazioni. Nell’ospita-
lità, oltre al capoluogo, vengono coinvolte anche diverse altre
comunità della diocesi (le parrocchie di San Marco, San Gior-
gio delle Pertiche, Fratte, Zugliano...): il 16 marzo 1980 la Di-
fesa si sofferma ad esempio sui vietnamiti ospiti a Zugliano;
per tutti, capifamiglia e figli in età da lavoro, è stato trovato
un impiego nelle imprese locali. «Zugliano è diventato il loro
posto – si legge nell’articolo –. È gente che sa attendere, han-
no una puntigliosa voglia di imparare la nostra lingua, non
vogliono assolutamente pesare sulle nostre spalle. Ci dicono
continuamente grazie e si sentono liberi: liberi e contenti fra
noi, a Zugliano».

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Gli aiuti non sono solo materiali: nella comunità pare es-
serci una effettiva tensione verso l’altro nella sua diversità,
fatta di attenzione, di accoglienza, di sollecitudine; anche l’in-
tegrazione riceve un forte stimolo da parte di una comunità
diocesana che per una volta appare singolarmente coesa: il
24 febbraio la Difesa torna sulla festività del Têt, il capodan-
no vietnamita, festeggiato dai profughi a Tencarola, con una
festa alla quale prendono parte anche 300 italiani. L’incontro
è aperto da un momento di preghiera comune, cattolica e
buddista, alla quale prende parte anche il vescovo Bortignon;
alla fine un giovane cattolico vietnamita legge una struggente
preghiera, che viene pubblicata dal giornale diocesano: «ora
cominciamo una nuova vita con due mani vuote, fra persone
che parlano una lingua sconosciuta e che hanno abitudini di-
verse dalle nostre. Dacci la forza e la fede affinché possiamo
camminare sempre in avanti, e portarti a coloro che ci vivono
intorno».
Quello dell’accoglienza ai “boat people” vietnamiti è forse
un caso limite, però tutt’altro che isolato: ancora nel 1985 la
Caritas diocesana raccoglie ben 215 milioni per la siccità in
Etiopia (23 giugno 1985, p. 1); anche in tempi più recenti,
quando c’è stato da aiutare qualcuno o una popolazione in
difficoltà – che siano i bambini di Chernobyl o le vittime del-
lo tsunami nel Sud-est asiatico – il Veneto e in Padova in par-
ticolare non si sono mai tirate indietro.
Oggi questa gara di solidarietà fa quasi sorridere. Erano si-
curamente altri tempi, e l’immigrazione era ancora inimmagi-
nabile nelle proporzioni che successivamente avrebbe assun-
to; eppure c’è forse qualcosa di strano nel rapportarsi con lo
straniero da parte di questo territorio, così naturalmente ge-
neroso quando si tratta di aiutare “da lontano”, oppure quan-
do il rapporto è ben definito (“tu ospite a casa mia”), ma tal-
volta così geloso delle proprie abitudini, quasi chiuso, quan-
do si tratta di chi in Italia viene a lavorare o a vivere. Leggen-
do le pagine della Difesa del 1980, articolo dopo articolo, si
rimane stupiti per la sollecitudine e l’attenzione nei confronti
dei profughi: questi non vengono solo aiutati, ma accolti co-
me persone.
Certamente oggi le condizioni sono molto diverse: allora si
trattava di appena 300 persone per tutto il Veneto. Viene co-
munque da domandarsi: quale sarebbe oggi la situazione, se

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almeno parte degli immigrati ricevesse un’accoglienza e
un’attenzione almeno comparabili a quella ricevuta allora dai
vietnamiti? Sarebbe esistito lo stesso il “caso” di via Anelli?

L’integrazione e il razzismo

O
ltre al fenomeno “immigrazione”, che come abbiamo vi-
sto inizia a essere percepito solo alla fine degli anni ’80,
ci sono le persone, sulle quali la Difesa fin dall’inizio
concentra la propria attenzione. È forse allora bene chiudere
questa carrellata sugli anni ’70 e ’80 con due storie, due storie
di africani: uno che in Italia riesce a trovare una famiglia, un
lavoro, un futuro; e l’altro che invece ha trovato soltanto il ri-
fiuto, il razzismo, la morte.
Cominciamo da Gilbert Nanhoungue e dalla sua famiglia
(20 aprile 1986, p. 14: “Guardare la fame negli occhi”); a pri-
ma vista la sua storia sembra riprendere quella dei primi stu-
denti stranieri a Padova negli anni ’60. Gilbert è originario
dello stato africano del Ciad e si è laureato e specializzato in
medicina a Padova; il suo sogno è però di tornare nella sua
patria, e così prova a fare, seguito dalla moglie padovana Su-
sy. Inizia così una vita a cavallo tra due paesi e due culture: il
Ciad, dove Nanhoungue lavora, aiutato dalla moglie Susy che
lo assiste come infermiera, e l’Italia, dove la famiglia continua
a passare dei lunghi periodi; in questo via vai nascono le tre
figlie della coppia. Fino a quando, dopo l’ennesimo soggior-
no italiano, l’intensificarsi degli scontri della guerra civile non
impedisce alla famiglia di ritornare in Ciad.
I Nanhoungue si stabiliscono allora alla Guizza, in un ap-
partamento al settimo piano: a ricordar loro l’amata Africa ri-
mane solo un grande poster colorato in soggiorno, davanti al
quale le tre bambine si fanno fotografare, tranquille e sorri-
denti. L’Africa è rimasta anche nei loro cuori: «dentro di noi –
spiegano – dopo aver vissuto la siccità e visto la morte per
fame, crediamo, sia rimasto un marchio indelebile. Al super-
mercato, ad esempio, compriamo le cose fondamentali; i ve-
stiti servono per coprirci e quindi ne bastano pochi. In que-
sto modo si può vivere ugualmente bene con poco, senza la-
sciarci sopraffare dal consumismo». Susy ha ripreso a lavora-
re, mentre Gilbert presta servizio come medico volontario

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presso l’Opera della provvidenza; le bambine intanto vanno a
scuola senza nessun problema; in fondo per loro in Italia c’è
anche una famiglia, dei legami: una situazione ben diversa da
quella di tanti bambini nati da genitori entrambi stranieri.
Dall’Italia i Nanhoungue non se ne sono più andati, e oggi il
dottor Gilbert è direttore del secondo distretto dell’ Ulss n. 3,
ad Asiago.
La storie degli immigrati però, soprattutto in tutti questi
anni, non saranno tutte a lieto fine. A fine agosto 1989 a Villa
Literno, in Campania, dove assieme a molti altri africani rac-
coglieva i pomodori, viene ammazzato Jerry Masslo, sudafri-
cano. Su questa storia sarà anche realizzato il film “Pum-
marò”, di Michele Placido. L’uccisione commuove e offende
l’Italia, che da un giorno all’altro ha paura di scoprirsi razzi-
sta, e finisce anche sulla prima pagina della Difesa del popolo
(3 settembre 1989: “Il colore dei fratelli”). Masslo fuggiva dal
regime dell’apartheid, ma nel nostro paese non aveva trovato
aiuto, comprensione e solidarietà. Non era stato accolto, ma
anzi rifiutato, fino a essere ucciso. Il drammatico fatto suscita
molta partecipazione anche a Padova, dove viene data notizia
di una messa in suffragio a Santa Sofia, accompagnata anche
da un coro zairese. La seconda pagina ospita un intervento di
don Lucio Calore, l’allora direttore della Caritas diocesana di
Padova (“Stranieri ma cittadini, non solo manodopera”); l’in-
tervento è di una durezza insolita: «nessuno sa quanti siano
realmente i terzomondiali presenti in Italia: un milione, due
milioni? E questo, per un paese che si ritiene moderno e civi-
le, è già un indice di inefficienza. Ma già vi sono previsioni
che parlano di una decina di milioni di africani che potrebbe-
ro essere presenti in Italia all’inizio del Duemila.» Nell’articolo
ce n’è per tutti: per il Parlamento, «disattento e in solenne ri-
tardo»; per le forze produttive, che «tentano di trarre vantag-
gio da un’offerta lavorativa per ora poco esigente e a basso
prezzo, scaricando sulla comunità civile i problemi e la casa,
dell’assistenza, dell’istruzione, della convivenza»; per “le varie
aree sindacali”, che «forse sperano di vedere rinsanguata la
loro grinta combattiva con un’inedita problematica sociale»;
per la classe politica «che si tiene sottovento in attesa che la
tigre cresca, magari con un rigurgito di razzismo di rigetto,
per poi tentare di cavalcarla». Anche la comunità cristiana
non deve solo «invocare l’abbattimento delle frontiere (forse

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soluzione troppo facile, anche se suggestiva)», bensì «educare
all’accoglienza, alla reale solidarietà, ad una fratellanza non
solo ipotetica ma verificata sul campo».

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CAPITOLO SECONDO

Come divenimmo “Lamerica”
(1990-2000)

L’immigrazione negli anni ’90: è subito emergenza

G
li anni ’90 segnano una svolta, per lo meno nella perce-
zione dell’immigrazione: nel solo 1990 sulla Difesa del
popolo c’è più di quanto sia stato scritto nei due decen-
ni precedenti; l’immigrazione all’improvviso diventa il proble-
ma del giorno, e il giornale diocesano inizia a occuparsene
con cadenza pressoché settimanale, spesso in servizi di più
pagine.
Cos’è successo? Alla prima vera e propria ondata migrato-
ria, proveniente soprattutto dal Marocco e dagli altri paesi del
Maghreb, agli inizi degli anni ’90 si aggiungono i primi grup-
pi consistenti di migranti provenienti dall’Africa subsahariana:
un’immigrazione, quella di colore, certamente più “visibile”
che, per la prima volta, inizia a destare allarme sociale. Non
si parla ancora di delinquenza; quello che spaventa è soprat-
tutto il dopo: un rapporto della fondazione Corazzin di Vi-
cenza (riportato il 1° aprile 1990, p. 25) ipotizza che si tratti
di un’immigrazione solo “esplorativa”; nei paesi di provenien-
za si starebbe già preparando una seconda ondata, composta
dai familiari dei primi migranti e da chi seguirà il passaparola.
“Non sono di più, sono cambiati”, titola un servizio del 2 set-
tembre 1990 (p. 26): «gli ultimi arrivati hanno in media meno
di trent’anni, arrivano direttamente in Veneto attratti dal “tam
tam” dei connazionali, hanno scolarità più bassa di chi li ha
preceduti […] il 40 per cento non ha precedenti esperienze di
lavoro, né qualifica professionale. Sono soprattutto africani,
maghrebini, senegalesi e provenienti dal Golfo di Guinea. So-
no in prevalenza uomini e musulmani». Il 90 per cento dei
nuovi arrivati è senza fissa dimora, moltissimi senza docu-
menti.

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Durante gli anni ’90 non ci saranno però soltanto le migra-
zioni provenienti dall’Africa: la caduta del comunismo libera
milioni di persone che, desiderose di migliorare le proprie vi-
te e quelle dei loro famigliari, possono ora migrare nei ricchi
e liberi paesi occidentali. Allo stesso tempo però la scompar-
sa del blocco sovietico porta anche l’instabilità e la guerra vi-
cino alle nostre frontiere: in Jugoslavia nel 1992 inizia la
guerra civile, mentre già il 15 dicembre 1991 sulla Difesa ap-
pare per la prima volta una notizia sui profughi albanesi,
un’ottantina di persone che riescono a raggiungere Arino-Pia-
niga. «Le notizie che provengono dall’Albania non sono certo
incoraggianti – scrive il giornale – c’è penuria i tutti i generi
di prima necessità (legna, carne, latte)»: per loro un paese in-
tero sembra mobilitarsi in una gara di solidarietà, di quelle
che caratterizzano l’arrivo dei primissimi immigrati in diffi-
coltà; il vero esodo però ci sarà soltanto qualche anno più
tardi con la bancarotta delle cosiddette “finanziarie fantasma”,
che getta sul lastrico migliaia di famiglie e che lascia il paese
in preda alla violenza delle bande organizzate. Inizia una pri-
ma stagione degli “sbarchi”, soprattutto sulle coste adriatiche;
la gente scappa: «il futuro dell’Albania è l’Italia, non ci sono
dubbi – dichiara Sebastiano Avviai, albanese in Italia dal 1991
– questo paese rappresenta per noi il progresso, la liberazio-
ne dalla schiavitù della miseria» (27 aprile 1997).
Quanti sono gli stranieri negli anni ’90? All’inizio del decen-
nio sempre la fondazione Corazzin ne conta appena 13 mila
residenti in Veneto: meno dello 0,3 per cento della popolazio-
ne, molti meno di quanti ne siano oggi registrati nel solo co-
mune di Padova; sei anni dopo però il loro numero è già
quintuplicato: 64 mila immigrati, che pongono il Veneto al ter-
zo posto tra le regioni italiane dopo Lombardia e Lazio, en-
trambe più popolose (17 novembre 1996, p.1). Nello stesso
periodo tra le province la prima per presenze è Vicenza
(24.321), seguita da Verona (13.765), Padova (10.344) e Trevi-
so (9.842). A proposito di numeri, nel 1990 nasce finalmente
quello che negli anni si rivelerà uno strumento decisivo: il rap-
porto statistico annuale Caritas-Migrantes, che tiene conto an-
che di coloro che sono sprovvisti di documenti, quelli che po-
co a poco si inizia a chiamare “clandestini”. Proprio secondo
uno di questi dossier, a fine 1996 il numero degli stranieri in
Italia supera per la prima volta il milione (16 novembre 1997).

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Gli immigrati arrivano, attirati non solo dal benessere della
nostra società, ma anche da un sistema economico e produt-
tivo che sembra avere un bisogno urgente di manodopera,
soprattutto sottoqualificata; “Cercasi operai disperatamente”
titola la Difesa il 6 novembre 1994 (p. 13), trattando uno stu-
dio dell’Agenzia per l’impiego nel Veneto. Nel 1994 ci sono
8.483 offerte di lavoro nella sola provincia di Padova; di que-
ste però solo 63 – sessantatré! – riguardano laureati e diplo-
mati. Gli italiani, anche contando quelli che vengono dal Me-
ridione, da soli non bastano a coprire la domanda: già nel
1996 un’indagine a campione di Unindustria Padova rileva
che in provincia ormai l’8 per cento dei lavoratori sono terzo-
mondiali (17 novembre 1996, p. 3: “Non possiamo farne a
meno”); prendendo come parametro lo stipendio tipo di un
metalmeccanico – un milione e 900 mila lire lorde – tenendo
conto di Irpef e ritenute previdenziali, la Cgil di Padova cal-
cola che già allora gli immigrati paghino con i loro contributi
la pensione a non meno di 600 padovani, e mantengano allo
stesso tempo un centinaio di dipendenti pubblici. Il lavorato-
re straniero paga inoltre lo 0,5 per cento in più dello stipen-
dio, destinato a un fondo rimpatrio delle salme per gli indi-
genti; un fondo che nel 1994 supera i 300 miliardi, a fronte di
soli dieci feretri rimpatriati in cinque anni. Gli immigrati quin-
di pagano le tasse; quando non le pagano è perché lavorano
in nero, e questo va a beneficio soprattutto delle aziende che
illecitamente li impiegano. L’immigrazione insomma risponde
anche a un certo modello di sviluppo, basato su manodopera
poco qualificata e a basso costo – proprio come è successo
prima nei paesi di immigrazione più vecchi del nostro – e
che sta esplodendo in Veneto proprio in quegli anni. Eppure
la popolazione inizia ad avere inquietudine, paura. L’Italia, e
in particolare il Nordest, si rendono conto di essere diventati
un luogo di immigrazione; lo spunto non è però offerto da
una riflessione sul fenomeno, ma dall’emergenza: appena si
inizia a parlare di immigrazione, paradossalmente sembra già
troppo tardi.
Occorre fare un’ultima osservazione: di fronte a una sfida
epocale, come quella rappresentata dall’immigrazione, il no-
stro paese giunge non solo impreparato, bensì in preda a una
grave crisi, politica, economica e sociale; una crisi dalla quale
per molti versi non è ancora uscito. Specchio di questo som-

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movimento profondo è la politica: alle elezioni politiche del 5
e 6 aprile 1992 la Democrazia Cristiana passa in Veneto dal
43,4 al 31,4 per cento, la Lega Nord dal 3,1 al 17,8; nella suc-
cessiva tornata elettorale del 1996 la Lega diverrà addirittura il
primo partito. I vecchi equilibri sono scompaginati, mentre
nuovi problemi si affacciano all’orizzonte: la corruzione e il
rapporto tra società e politica, la questione capitale dell’iden-
tità e del rapporto con il diverso. Si profila la china che por-
terà all’inchiesta “Mani pulite” e alla seconda repubblica; un
capovolgimento politico che diventa segno di una profonda
crisi di identità: “Il Veneto non c’è più” titola un poco sgo-
menta la Difesa il 30 agosto 1992; sottotitolo: “La politica e la
pastorale di fronte alla grande mutazione della regione”.

L’emergenza casa e le parrocchie

L
o abbiamo visto fin dal primo capitolo: la difficoltà di
trovare un’abitazione è un problema comune per tutti i
migranti, dai primissimi studenti stranieri presenti a Pa-
dova fino ai nostri giorni; nei primi anni ’90 però, con l’au-
mentare del numero degli stranieri, il problema raggiunge di-
mensioni sempre più gravi e inquietanti. I nuovi arrivati sono
spesso senza mezzi e senza documenti; la popolazione reagi-
sce chiudendosi: molti sono costretti a sistemazioni di fortuna
– case o edifici abbandonati, sotto i ponti oppure semplice-
mente per strada –, molti ancora si ammassano nelle poche
abitazioni disponibili, ma in questo modo contribuiscono a
generare ancora più allarme nei residenti.
Ora, tra le prime a percepire il disagio ci sono le parroc-
chie, vere e proprie “antenne” della Chiesa sul territorio. Che
cosa succede? In una situazione del genere, in un paese so-
stanzialmente impreparato – quando non ostile – sono tanti,
e non solo i cattolici, a rivolgersi alla Chiesa per un aiuto. E
le parrocchie, pur con molte difficoltà e con qualche differen-
za, rispondono. L’inizio di questo nostro viaggio negli anni
’90 è un ampio reportage, pubblicato il 21 gennaio del 1990
(pp. 14-15: “Due comunità dell’Alto Vicentino e l’accoglienza
dei terzomondiali”): le due pagine, firmate da Lorenzo Bru-
nazzo, rappresentano il primo grande servizio sulle condizio-
ni dei lavoratori immigrati, e segnano un punto di svolta nel

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modo in cui l’immigrazione da allora in avanti sarà trattata
sulle pagine della Difesa.
Per la prima volta vengono documentate con completezza
storie di immigrazione non solo dalla città, ma anche dalla
provincia; il cronista si reca in due paesi del Thienese, Cen-
trale di Zugliano e Fara Vicentino: qui, nei locali delle parroc-
chie, sono da giorni ospitati alcuni immigrati. Il lavoro c’è, il
problema più grande è la casa: a Centrale la parrocchia ha
messo a disposizione due appartamenti a un gruppo di tre ni-
geriani e quattro marocchini, tutti con un lavoro, tutti in rego-
la con i documenti. La generosità della comunità cristiana da
sola però non basta: «da quando si è sparsa la voce – com-
menta il parroco – che ho messo a disposizione questi due
poveri alloggi, è un flusso continuo di stranieri che vengono
in cerca di stanze. Dicono di essere disperati, di dormire da
settimane in automobile, di avere un lavoro sicuro ma di ave-
re bisogno di un alloggio, uno qualsiasi per restare: come
possiamo aiutarli?». Anche a Fara Vicentino la parrocchia, sta-
volta assieme al comune, si dà da fare: nell’ex casa del medi-
co condotto trovano infatti sistemazione sei ghanesi e un se-
negalese, ancora una volta tutti regolari. Anche qui però si
tratta di una goccia nel mare; c’è inoltre tutto il discorso del-
l’ambientamento e della mediazione culturale: «la parrocchia,
oltre a prodigarsi per risolvere il problema dell’alloggio –
spiega don Luigi Ferrarese, parroco di Fara – cerca di farsi
mediatrice nei confronti della popolazione, favorendo il
diffondersi di un atteggiamento di accoglienza, di dialogo, di
educazione [...] spesso questi lavoratori stranieri non hanno
solo bisogno di un tetto, ma anche di una guida, di un consi-
glio. Innanzitutto l’apprendimento della lingua […] ma poi ci
sono i tanti bisogni quotidiani, come condurre una casa, co-
me amministrare la busta paga...».
Come sempre, viene dato risalto alle persone e alle loro
storie: Benjamin è venuto dal Ghana assieme alla moglie Eli-
zabeth; il cronista lo coglie mentre sta registrando su un’au-
diocassetta un lungo messaggio per la figlia di cinque anni,
rimasta in Africa coi nonni. Oppure Olukatode Dosumanu,
nigeriano, più semplicemente Kenny: un tipo in gamba, che
nel suo paese lavorava nelle ferrovie. Un bel giorno conosce
degli italiani, operai di una ditta di materiale rotabile: “da noi
si guadagna bene”, gli dicono. Kenny allora viene, dapprima

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con un permesso da studente, poi si ferma a lavorare; adesso
lavora in una fonderia, e in Italia ha trovato anche moglie,
un’americana della base Nato di Vicenza con cui ha avuto
due figlie: l’ultima, Daniela, ha appena tre mesi. «Nel nostro
paese – spiega Kenny – si sparge la voce che qui c’è da lavo-
rare e i giovani più coraggiosi partono, senza sapere di più.
Poi qui la vita non è facile, non si conosce la lingua, non si
conoscono le leggi. È venuto mio fratello e sono io a inse-
gnargli l’italiano, quando posso». L’articolo principale si chiu-
de con una riflessione che si rivelerà lungimirante: «anche se
in genere la gente del Vicentino ha reagito positivamente a
questi primi inserimenti di stranieri nel proprio paese (ma fi-
nora la media si è mantenuta intorno alle sette unità per par-
rocchia), non bisogna sottovalutare il fatto che la cultura ve-
neta non è attrezzata per affrontare il dialogo e che quindi la
soglia di tolleranza non è molto alta».
Il servizio del 21 gennaio 1990 è un segnale. Da allora sul-
la redazione iniziano a piovere settimanalmente notizie da
tutta la diocesi: a Casale di Scodosia (18 marzo 1990 p. 23,
“Un tetto, non importa come”) il sindaco Nevio Missaglia leg-
ge in consiglio comunale una lettera, scritta con l’aiuto del-
l’arciprete don Antonio De Stefani e firmata da undici immi-
grati del Marocco, sfrattati nel giro di 24 ore dall’ex fornace
dove avevano trovato alloggio provvisorio. A Cittadella per
ospitare gli immigrati si propone di usare uffici e stalle di-
messe, molte delle quali per altro già occupate, o addirittura i
vecchi caselli della ferrovia Camposampiero-Vicenza (16 di-
cembre 1990, p. 16); a Campolongo Maggiore sono 24 i ma-
rocchini che fanno riferimento alla parrocchia retta da don
Amelio Brusegan (16 dicembre 1990 p. 52), mentre anche a
Este e a Montagnana gli immigrati vivono in abitazioni fati-
scenti, spesso senza luce e acqua corrente, col rischio di am-
malarsi (20 settembre 1990, p. 23). Si cercano anche le prime
risposte alla domanda di accoglienza: a Bosco di Rubano vie-
ne ad esempio inaugurata la “Casa di Abramo”, una struttura
aperta in un’ex casa colonica dell’associazione Unica Terra
(28 ottobre 1990, p. 11), una delle prime associazioni di vo-
lontariato ad occuparsi di immigrazione. Negli anni Unica
Terra, operante anche nell’assistenza e nell’inserimento lavo-
rativo, diventerà un punto di riferimento importante per l’ac-
coglienza in tutta la diocesi, prima di far confluire parte delle

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sue attività nella cooperativa Nuovo Villaggio, fondata nel
1993. L’associazione successivamente aprirà un’altra struttura
a Mejaniga e alcuni appartamenti a Padova; ma soprattutto si
occuperà della gestione dei centri di accoglienza organizzati a
Padova nelle ex scuole “Fratelli Bandiera”, in via Forcellini, e
“Gabelli” (8 agosto 1993).

L’operazione roulottes dell’inverno 1990-91

I
primi segnali del disagio montante arrivano dunque dalla
provincia; di lì a poco l’“emergenza casa” scoppierà però
anche a Padova. I primi ad accorgersene sono gli opera-
tori della Cucine popolari (11 aprile 1990, p. 25), la struttura
di via Tommaseo che dal 1882 assiste i poveri e gli emargina-
ti della città: «quanto potranno resistere, senza avere un tetto?
– si domanda suor Lia Gianesello, elisabettina e responsabile
delle Cucine – o troviamo un tetto per le centinaia di terzo-
mondiali presenti oggi a Padova, o, tra qualche mese c’è il ri-
schio che sia già troppo tardi. [...] il 95 per cento delle perso-
ne che vengono da noi a mangiare passa la notte alla stazio-
ne. Alle 11 di sera la polizia li allontana dalle sale di aspetto:
c’è chi dorme fuori, chi prova a tornare dentro per poi essere
di nuovo allontanato».
Alla fine di settembre del ’90 scatta la prima di una lunga
serie di “emergenze casa”, che ciclicamente si ripeteranno ne-
gli anni a venire soprattutto con l’arrivo dei mesi invernali; in
particolare l’attenzione della città si concentra su quello che
accade presso chiesa di San Gregorio Barbarigo, a Padova nel
quartiere San Carlo, dove sono oltre 100 i nigeriani che di
notte dormono sotto il porticato del centro parrocchiale (30
settembre 1990, p. 13: “Dormono per terra vicino alla chie-
sa”). Prima queste persone dormivano tutte al Configliachi,
un istituto per ciechi che in quel momento è disabitato per
una ristrutturazione; l’11 settembre 1990 però la struttura vie-
ne sgomberata dalla polizia. Gli sfollati non hanno dove an-
dare, e iniziano a passare le notti sotto le pensiline del patro-
nato. La notizia viene ripresa anche dalla stampa locale; la si-
tuazione non è facile, ma anzi lacerante per la stessa comu-
nità cristiana: il parroco, don Nicola Boaretto, mette a dispo-
sizione i servizi igienici e al mattino distribuisce latte e panini

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per colazione; il consiglio pastorale nega però di ospitare i
senza tetto nel patronato: «Ci siamo chiesti se aprire le porte
del patronato per accoglierli all’interno – dice don Boaretto –
[...] se sapessi che tra un mese trovano un alloggio, li acco-
glierei subito, anche se il patronato ci serve per le attività dei
gruppi». Le autorità non rispondono; molti nigeriani, tra l’al-
tro, sono ufficialmente residenti in Sicilia, e ci sono delle dif-
ficoltà burocratiche per farli accedere ai servizi del comune.
Gli immigrati passeranno quasi un mese sotto le pensiline
del centro parrocchiale; con le prime piogge e il freddo ini-
ziano i primi ricoveri in ospedale, la situazione diventa peri-
colosa. Il nuovo vescovo Antonio Mattiazzo si reca personal-
mente nella parrocchia di San Gregorio Barbarigo per assicu-
rare la vicinanza e la partecipazione della comunità cristiana
e sua personale. Scatta una corsa contro il tempo per dare un
riparo ai disperati di San Gregorio: la diocesi dispone di un
centinaio di posti letto, più un’altra dozzina presso la Casa
del Fanciullo, in piazzale Pontecorvo; si tratta però solo di
una goccia nel mare dell’emergenza. La Caritas diocesana
propone allora di allestire alcune roulottes per sei mesi: un
po’ di tempo in più per trovare delle sistemazioni più dignito-
se, almeno per i casi più difficili. Dappertutto si ripete «La
Chiesa non vuole, non deve sostituirsi allo stato», ma intanto
nell’emergenza qualcosa deve essere pur fatto. Alla fine inter-
viene anche il comune, e una parte dei nigeriani viene siste-
mata tra l’ostello della gioventù e la scuola Fratelli Bandiera,
nel quartiere Forcellini; settantadue gli immigrati che trovano
posto in 17 roulottes, “adottate” da altrettante parrocchie, cia-
scuna seguita da un piccolo “comitato di ospitalità” di 3-4
persone (4 novembre 1990, p. 35). La Caritas, che aveva chie-
sto al comune di fornire almeno i caravan, alla fine decide di
provvedere ugualmente anche senza l’aiuto delle istituzioni,
spendendo circa 49 milioni di lire.
Se riceve una particolare attenzione soprattutto durante
tutto lo scorso decennio, quello della casa rimane fino ai
giorni nostri uno dei problemi più frequenti per gli immigrati:
questo perché per uno straniero la casa non è solo un’abita-
zione e un rifugio, una dimensione essenziale del vivere
umano: essa significa anche poter avere i documenti, la pos-
sibilità di riunirsi un giorno con la propria famiglia. Di fronte
a un’esigenza tanto basilare, la situazione in Italia rimane an-

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cora oggi molto difficile: il mercato abitativo è estremamente
frammentato, i costi delle abitazioni elevati e i canoni di affit-
to generalmente altissimi. Gli italiani normalmente reagiscono
stando in casa dei genitori fin oltre i trent’anni; per gli stra-
nieri, che non possono contare su nessuna rete protettiva di
relazioni, il problema è ancora più grave.

Il disagio e le risposte: le istituzioni e le associazioni

C
ome si è visto, trattare di immigrazione significa per tutti
gli anni ’90 parlare soprattutto di disagio e di emargina-
zione; la diocesi, attraverso parrocchie, Caritas e il nuo-
vo ufficio per la Pastorale dei migranti, inizia assieme ad al-
cuni istituti religiosi e alle associazioni di volontariato a strut-
turarsi per rispondere alla crescente domanda di assistenza.
In quest’ambito anche la Difesa del popolo gioca un ruolo im-
portante, ospitando sulle sue pagine i notiziari “Caritas noti-
zie” e “Padova Missio”, che danno ampio risalto agli immigra-
ti e alle iniziative a loro favore.
A rappresentare un punto fermo del sistema di accoglien-
za padovano in città ci sono, oltre alla Caritas, soprattutto le
Cucine popolari: oltre al vero e proprio servizio di mensa, es-
se ospitano un centro di ascolto e orientamento ai servizi, un
ambulatorio medico e un servizio igienico-sanitario con doc-
ce, lavanderia e guardaroba: del povero si cerca di soddisfare
anche la fame di pulizia, di riposo, di affetto, di essere consi-
derato “come uomo e non come stomaco”, come dice un ve-
scovo africano (4 aprile 1993, pp. 4-5: “C’è fame di pane ma
anche di affetti”). A gestire la struttura ci sono suore Elisabet-
tine, con l’aiuto di personale laico, di numerosi volontari e di
un’équipe di medici. Negli anni le Cucine, guidate dall’infati-
cabile suor Lia Gianesello, si rivelano, oltre che un insostitui-
bile centro per la prima assistenza, un’antenna per captare le
correnti sotterranee e i moti dell’immigrazione: da qui parte
l’allarme per la prima “emergenza freddo”, quella dell’inverno
’90-91, qui si percepisce la nuova ondata di immigrazione
dall’Est (14 febbraio 1999, p. 16).
Un’altra presenza storica a Padova è quella del Cuamm, il
Collegio universitario aspiranti medici missionari, oggi Medici
per l’Africa, che la Difesa segue fin dai suoi albori. L’organiz-

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zazione nasce nel 1950 per iniziativa del professor Francesco
Canova e del vescovo Girolamo Bortignon, con lo scopo di
accogliere e preparare studenti di medicina, italiani e stranie-
ri, desiderosi di dedicare un periodo della loro attività profes-
sionale al servizio degli ospedali missionari e delle popola-
zioni più bisognose nei paesi in via di sviluppo. La presenza
del Cuamm è però importante non solo per le missioni, ma
anche per gli stranieri che via via negli anni iniziano ad af-
fluire nella città del Santo: sia per le iniziative di studio, sia
soprattutto per il poliambulatorio gestito assieme alla Caritas
al servizio degli immigrati (26 febbraio 2006, p. 7).
Nella diocesi si muovono fin dall’inizio anche le associa-
zioni di volontariato; sull’edizione dell’8 aprile 1990 (p. 15)
ad esempio si parla per la prima volta dell’associazione Unica
Terra, che negli anni successivi si rivelerà come una delle più
attive in città nell’accoglienza degli stranieri. Il servizio con-
tiene un’intervista a Maria Pase, una dei fondatori dell’asso-
ciazione; con un’esperienza missionaria in Belgio e in Africa,
segretaria della Caritas diocesana, la Pase ha le idee chiare
sugli obiettivi dell’associazione: «pensiamo di dare una casa,
gestita da volontarie, in cui accogliere alcune lavoratrici stra-
niere. Non vogliamo però impostare l’iniziativa in modo assi-
tenzialistico […] Non vogliamo fare la carità, ma aiutare a ri-
solvere le momentanee difficoltà delle lavoratrici appena arri-
vate in Italia dai paesi dl Terzo Mondo». Negli anni Unica Ter-
ra si rivelerà una fucina infaticabile di iniziative: si parte nei
primi anni anni ’90 con i primi centri di accoglienza: “La Casa
di Abramo”, a Bosco di Rubano, e poi le scuole Fratelli Ban-
diera e Gabelli, a Padova. Ma l’attività dell’associazione non
si limiterà all’accoglienza: altrettanto importante è l’opera di
accompagnamento sociale e di inserimento lavorativo, cui si
aggiunge la promozione di occasioni di incontro e di recipro-
ca conoscenza, come la “Festa dei popoli”, organizzata in col-
laborazione con i comboniani a partire dal 1991: banchetti
gastronomici e di artigianato tipico, giochi, canti, danze per
permettere agli italiani di conoscere loro nuovi “coinquilini”
(22 maggio 1994).
Parte dell’associazionismo e del volontariato padovano –
la stessa Unica Terra, assieme ad Acli, Movi, Cosep e associa-
zione Popoli insieme – decide di mettere insieme le forze e
nel 1993 costituisce la cooperativa Nuovo Villaggio, il cui per-

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corso verrà seguito dalla Difesa del popolo quasi passo per
passo. Scopo della cooperativa è di raccogliere fondi per l’ac-
quisto e l’affitto di case, da subaffittare poi a lavoratori stra-
nieri; a tutt’oggi Nuovo Villaggio costituisce uno dei maggiori
esempi in Veneto di impresa sociale, che sempre più oggi si
dedica anche agli italiani bisognosi. Il percorso iniziato dalla
cooperativa all’inizio degli anni ’90 culminerà nel 2001 con la
nascita della fondazione La Casa onlus, un laboratorio unico
in Italia, che rappresenta il tentativo finale di coinvolgere atti-
vamente nelle attività di social housing anche le istituzioni
(comuni, province e regione Veneto) i soggetti economici
(Banca Etica e Camera di commercio).
La solidarietà però a Padova è stata fatta negli anni anche
e soprattutto da tanti piccoli e grandi gesti personali, tutti im-
portanti anche se destinati a restare sconosciuti ai più: per
rappresentarli la Difesa riprende la storia di Rosa Lorenzo,
che per sette mesi ospita Aghibu, un giovane del Mali che
non riesce a trovare alloggio (28 marzo 1993, p. 23, supple-
mento Padova Missio: “Un africano amico di famiglia”). La si-
gnora Rosa non manca certo di cose da fare: è madre di tre
figli e assiste anche la cognata disabile, vedova del fratello;
eppure, quando si è trattato di aiutare una persona, non è
stata a pesarci su: «tutte le persone sono diverse, e io cerco
Dio nelle persone che soffrono. Io mi butto, non faccio cal-
coli, do sempre senza pretendere sempre, grazie a Qualcuno
che mi ha aiutato». Per il cristiano l’accoglienza non è solo un
dovere, ma anche un’occasione di salvezza e di realizzazione
personale.

Quando lo Stato dice: “arrangiati”

L
a storia dell’accoglienza padovana è insomma ricca di
numerosi esempi di “efficiente sollecitudine”; su una co-
sa però si può dire che il mondo del volontariato e del-
l’accoglienza trova un accordo, e cioè sul fatto che l’esistenza
di un terzo settore forte non deve costituire un alibi per il di-
simpegno degli enti pubblici: «le Cucine economiche popolari
non sono la risposta ai problemi dei senza dimora italiani e
stranieri – scriveranno ad esempio i responsabili delle cucine
(14 marzo 2004, p. 3) – sono una risposta, piccola e limitata.

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Perciò esse, mentre cercano di rispondere concretamente ai
bisogni primari e immediati di tanti fratelli bisognosi, richia-
mano gli amministratori pubblici alle loro responsabilità [...].
Invitano i cristiani della diocesi a farsi carico dei bisogni di
coloro che vivono ai margini delle proprie parrocchie; [...] a
sentire le Cucine popolari come espressione di tutta la comu-
nità diocesana, ricordando che esse vivono soprattutto di ca-
rità».
A volte invece il volontariato viene lasciato solo, in primo
luogo dalle istituzioni: è quello che succede ad esempio nella
parrocchia di Tombelle di Vigonovo, secondo quanto ben
esemplificato dai titoli del servizio: “Se li lasciamo entrare, ac-
cogliamoli – l’amara, ma non isolata, esperienza di Tombelle
con gli immigrati fa riflettere sui problemi di apertura e ospi-
talità ai terzomondiali” (10 luglio 1994, p. 19, servizio di Ro-
berta Monetti).
La storia è questa: don Lorenzo Zonta, da poco arrivato co-
me parroco, decide di dare ospitalità a dei cittadini marocchini,
prima presso gli spogliatoi annessi al campo sportivo, poi,
quando questi prendono fuoco durante una lite notturna, pres-
so il patronato: «alla messa del sabato sera il nuovo parroco di-
chiarò esplicitamente ai suoi parrocchiani che se non avessero
attrezzato un alloggio per la notte agli immigrati lui li avrebbe
ospitati in chiesa», scrive la cronista. Anno dopo anno però la
sistemazione, all’inizio concepita come temporanea, diventa
per mancanza di alternative sempre meno “provvisoria”: con
vari problemi, anche legali, visto che i locali non sono igieni-
camente adatti a ospitare persone. In occasione dell’utilizzo del
patronato come seggio elettorale, gli immigrati vengono ancora
trasferiti presso tre roulottes. Ma si tratta di una sistemazione
ancora precaria, e le persone vengono invitate a trovare casa
autonomamente. Alla fine per sgomberare le roulottes devono
intervenire i carabinieri: anche perché, mentre il gruppo degli
ospiti originari col tempo ha effettivamente già trovato una si-
stemazione, altri due immigrati sono nel frattempo entrati nei
rifugi di fortuna. Il giorno dopo i giornali titolano che gli stra-
nieri sono stati cacciati dal parroco.
Il problema è quello di un’accoglienza delegata dallo stato
quasi completamente al volontariato e al terzo settore, soprat-
tutto cattolici. Il risultato, nel commento del parroco, è ama-
ro: «Tombelle è oggi ostile ai marocchini per il modo in cui

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sono costretti a convivere tra di noi. Sono sicuro che sarebbe
contraria anche se fossero ragazzi nostri, se vivessero am-
mucchiati in roulotte, se facessero risse continue e schiamazzi
notturni, se andassero a fare i propri bisogni in piazza […] Io
sono convinto che se avessero un alloggio dignitoso si com-
porterebbero in maniera civile. A volte basterebbe un rubi-
netto d’acqua…». Per finire così: «O li sistemiamo o li mandia-
mo a casa. Tenerli in questo stato è indegno sia per noi che
per loro […] Il governo italiano non può far finta di non ve-
dere, non può continuare a lasciar entrare stranieri per poi
dire loro e a chi offre una prima accoglienza: arrangiatevi».
Don Zonta alla fine è stanco e amareggiato: «Mi resta, per-
sonalmente, il dubbio, nonostante tanti attestati di solidarietà:
la mia gente pensa che il suo parroco sia razzista?»

Parlano gli immigrati

F
in dalle origini dell’immigrazione in Italia, come abbiamo
visto, le esperienze degli stranieri trovano spazio sulle
pagine della Difesa; negli anni ’90 però gli immigrati ini-
ziano anche a firmare direttamente degli articoli: il primo
esce il 5 aprile 1992 (“È lunga la strada verso l’integrazione”,
p. 25), firmato da Thiam Badara, senegalese, che nel 1996
sarà il primo presidente del Consiglio delle Comunità stranie-
re di Padova. Secondo Badara, l’immigrato, «pur partecipando
col lavoro allo sviluppo economico-sociale della città di Pa-
dova in particolare e dell’Italia in generale», si vede ancora
negati certi diritti fondamentali, primo fra tutti «il diritto ad un
alloggio, cioè alla possibilità di godere di un riposo naturale
dopo lunghe ore di un duro lavoro passate nella fabbrica; si
trova nell’impossibilità di realizzare le sue aspirazioni cultura-
li, educative, vive sempre in eterna solitudine, nella mancan-
za di un adeguata formazione sulla legislazione e nell’assenza
di ogni dialogo con la realtà culturale italiana. Tutto questo
permette di affermare che l’integrazione è ancora lontana e
che la sua realizzazione interpella tutti, dall’immigrato agli
enti religiosi, politici e amministrativi».
Il 28 marzo 1993 (p. 23 del giornale, che corrisponde a p.
7 del supplemento “Padova Missio”) è Zaid Janah, che nel
precedente anno scolastico ha portato la sua esperienza nelle

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scuole, a prendere la parola: «Burkina Faso, cos’è? Forse una
marca di videoregistratori? […] Io ero l’“oggetto” del dibattito;
mi sentivo un po’ “vivisezionato”, con la responsabilità di
rappresentare, in qualche modo, l’intero mondo degli immi-
grati». Gli inizi non sono esaltanti, ma dopo poco tempo si
inizia ad andare al di là delle reciproche diffidenze: «la prima
domanda di uno studente rompeva il “muro”, poi quante al-
tre… Conoscendoci, ci avvicinavamo. [...] Ho capito che esse-
re immigrato vuol dire essere portatore di una cultura diversa
che può arricchire gli altri. Ho maturato anche un’altra con-
vinzione: la scuola non insegna tutto. Non insegna qual è la
capitale dello Zaire, non ti trasmette la voglia di conoscere le
altre realtà. Ci vuole uno sforzo personale, di ognuno, per av-
vicinarsi e conoscersi».
Intanto nella giovane immigrazione italiana iniziano a
emergere alcuni leader, gli stranieri che fanno da ponte tra le
comunità di provenienza e la società; uno di questi è Omar
Boujbara, marocchino di Pove, ai piedi del Grappa, che ha
iniziato la sua avventura italiana lavorando in un circo, e che
ora è delegato sindacale nella sua fabbrica (25 dicembre
1998, p. 4: “Omar ha vinto la diffidenza”). All’inizio qualche
problema con i colleghi: «mi facevano strane domande: mi
chiedevano se, nel mio paese, vivevo sotto una tenda, se mi
spostavo su un cammello, se avevamo bagni, strade. Per loro
il Ramadan era una vera pazzia: lavorare e digiunare allo
stesso tempo! A volte, quando si parlava di fatti di cronaca
negativi, in cui erano coinvolti stranieri, era fin troppo facile
farmi diventare un capro espiatorio: hai visto che cosa hanno
fatto i tuoi amici? Erano parole ricorrenti». Omar però non si
fa scoraggiare: organizza una squadra di calcio fra colleghi,
promuove iniziative di socializzazione tra operai; alla fine,
quando c’è da scegliere un rappresentante per la fabbrica nel
direttivo provinciale, è proprio lui a essere eletto.
C’è anche chi prende carta e penna per protestare. Gli im-
migrati sono spesso spettatori di un dibattito che rischia di
essere condotto sulla loro pelle; non tutti però ci stanno: Eu-
charia Aniekwe, una donna africana, si decide scrivere alla
Difesa. Il suo è un sommesso atto di accusa contro la società,
e la comunità cristiana in particolare, e la Difesa sceglie non
solo di pubblicare la lettera, ma di darle anche il massimo ri-
salto, in prima e in sesta pagina (19 febbraio 1995: “Fratelli,

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ma solo a parole”). Eucharia non risparmia nessuno, neppure
“l’autorità ecclesiastica padovana”, che trova «poco disponibi-
le a “perdere tempo” con noi immigrati»: «è molto difficile fer-
mare per strada sacerdoti e far capire che non chiediamo ca-
rità ma informazioni di tipo spirituale; molto spesso il gesto,
lo sguardo e il tono forte ci fanno capire che c’è indifferenza,
mentre nei nostri desideri vi è di trovare quel rifugio e l’acco-
glienza che non si trovano presso le persone comuni». Le
conseguenze di un atteggiamento sbagliato possono essere
pesanti: «questo ha portato molti immigrati all’allontanamento
dalla Chiesa cattolica e a finire per trovare rifugio presso le
Chiese protestanti, che sono intervenute nei momenti difficili
e carichi di tensione e emozione, hanno accolto gli immigrati
dedicando loro tempo, ascoltandoli, aiutandoli. La fuga in
massa dei cattolici mi ha turbata. Profondamente credente, mi
preoccupo dell’indifferenza». Alla lettera risponde con un am-
pio articolo don Renzo Zecchin, segretario dell’ufficio missio-
nario diocesano di Padova: «fa piacere – oltre che bene – che
finalmente qualche fratello o qualche sorella immigrata tra
noi prenda la parola per dirci come vede, ma soprattutto co-
me “vive” i gesti che noi “di casa” poniamo nei loro confron-
ti. Perché può succedere di credere di fare “bene e tutto”,
quando invece i più diretti protagonisti – e sono loro – non si
ritrovano, non ci sentono».
A metà degli anni ’90 si inizia a parlare più spesso delle
donne immigrate, che in poco tempo stanno raggiungendo la
parità numerica con gli uomini. Il quadro non è molto
confortante: pochi i servizi, scarse le possibilità di lavorare e
di integrarsi; il 10 dicembre 1995 (p. 3) la Difesa raccoglie le
storie di tre di loro, tutte “clandestine”: Mebal, nigeriana, che
a novembre gira per Padova con vestiti estivi e il figlio appe-
na nato in braccia. Nessuno l’accoglie, perché è senza docu-
menti. Disperata, decide di abbandonare il figlio sul treno per
Trieste; subito però si pente, e va dalla polizia per riaverlo.
Risultato: un decreto di espulsione immediata, più la denun-
cia per abbandono di minore. Probabilmente le toglieranno
anche il figlio. Ana, albanese, venuta per in Italia per rifarsi
una vita, «si ritrova in minigonna, sul lato di una strada, senza
passaporto, senza nessuna possibilità di comunicare». Rose,
africana, in Italia c’era già stata da giovane per studiare. Do-
po un periodo trascorso nel suo paese, sceglie di rientrare,

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per assicurare ai figli una vita più dignitosa; finisce a pulire le
case dei ricchi, ad assistere gli anziani: quello che in tempi
più recenti sarà chiamato il mestiere della badante. Storie for-
se estreme, ma reali.
“La parola alle donne straniere”, titola la Difesa l’8 dicem-
bre 1996 (p. 15); Thérèse, camerunese di 24 anni: «Io penso
che dovete cominciare a considerare che siamo, semplice-
mente, donne: abbiamo sogni e aspirazioni come le donne
italiane e di tutto il mondo, anche se vogliamo realizzarci te-
nendo conto della nostra cultura».

La Chiesa di fronte all’immigrazione

Q uando, nel 1990, il problema dell’immigrazione sembra
scoppiare nella diocesi, da poco più di un anno a Pado-
va c’è un nuovo vescovo: mons. Antonio Mattiazzo pro-
viene dal corpo diplomatico della Santa Sede e ha vissuto in
Africa per diverso tempo, in particolare in Costa d’Avorio e in
Bourkina Faso e Niger. Forse è per questo che il nuovo ve-
scovo dimostra fin da subito molta chiarezza nelle sue posi-
zioni: all’inizio del 1990 ad esempio, proprio al ritorno da
una sua visita pastorale in Kenya, in città iniziano ad apparire
delle scritte razziste. La reazione non si fa attendere: l’11 mar-
zo la Difesa mette in prima pagina un appello contro il razzi-
smo (11 marzo 1990, prima pagina “La nostra Africa”); «noi
chiediamo perdono ai nostri fratelli africani per questa man-
canza di rispetto e di fraternità» scrive il vescovo, pur dichia-
randosi conscio del fatto che «si tratta probabilmente di gesti
isolati, non condivisi dalla maggioranza della popolazione».
L’impegno del nuovo pastore sembra risuonare anche nel
messaggio per la quaresima 1990, che chiama a edificare in-
sieme «una città più giusta e fraterna». Qualche mese più tar-
di, quando scoppia il caso dei nigeriani alla parrocchia di San
Gregorio Barbarigo di Padova, è sempre mons. Mattiazzo che
va a trovare i senzatetto; una presa di posizione fatta anche
di gesti forti, oltre che di misure concrete: una foto sulla Dife-
sa del 7 aprile 1991 (p. 7) ritrae il vescovo mentre lava i piedi
a un giovane di colore, durante il rito del giovedì santo.
Del resto in questi anni anche i papi e la conferenza epi-
scopale italiana non mancheranno di schierarsi a favore dei

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diritti e della dignità dei migranti. Una posizione non dettata
da una precisa ideologia, ma che ha come prima preoccupa-
zione il bene e le esigenze delle persone: gli immigrati, inse-
gna Giovanni Paolo II, non fanno altro che cercare di «riap-
propriarsi del diritto di sedere alla comune mensa della crea-
zione» (17 novembre 1996, p. 2: “La dignità non è nelle car-
te”); l’immigrazione è un “segno dei tempi”, ribadirà Benedet-
to XVI dieci anni più tardi (15 gennaio 2006, pp. 3-4). Anche
la Cei, in occasione della giornata delle migrazioni 2004,
diffonde una nota pastorale in sei punti, che riporta anche
dei consigli su come comportarsi nei confronti degli immigra-
ti (21 novembre 2004, p. 1: “Il mondo come una casa: dalla
diffidenza all’accoglienza”); proposte coraggiose, anche per
delle comunità parrocchiali attive, ma magari abituate a di-
stinguere nettamente gli ambiti della vita privata e dell’impe-
gno sociale. Tra le altre cose si raccomanda di «accogliere
uno straniero al pranzo domenicale in famiglia, magari dopo
aver partecipato insieme alla messa in parrocchia», oppure «la
ricerca, intesa come andare a trovare “i dispersi”, nelle strade,
nelle corsie degli ospedali, dietro le sbarre del carcere, nelle
loro stesse case».
La posizione della Chiesa non mancherà di suscitare tal-
volta scontento in una parte degli stessi fedeli e, soprattutto,
tra i partiti politici. «Sono ingiuste e false le accuse rivolte al
mondo cattolico» risponde mons. Giovanni Nervo, della fon-
dazione Zancan (1 ottobre 1995, p. 5). E continua: «la tenden-
za prevalente delle forze politiche che in questo momento
hanno la maggioranza del paese […] non è per una responsa-
bile accoglienza, ma per il rifiuto: è evidentemente una politi-
ca miope, contro la storia, che noi possiamo contrastare per
non cadere nei nazionalismi chiusi ed egoistici, ma per aprir-
ci alla visione ampia della patria dei popoli».

Le parrocchie “straniere”

N
egli anni ’90 la presenza sempre più consistente di per-
sone straniere suscita nella Chiesa padovana la neces-
sità di rispondere a nuove esigenze, anche pastorali. Ci
sono innanzitutto gli stranieri cattolici, che iniziano a organiz-
zarsi in comunità a base nazionale: i primi sono i filippini,

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che già all’inizio degli anni ’90 si riuniscono a Padova presso
la parrocchia della Natività; ne parla il parroco don Roberto
Gastaldi sulla Difesa del 28 marzo 1993 (p. 23): «dapprima l’e-
sigenza di questi immigrati era di un locale per stare insieme,
parlare, giocare, anche mangiare. Ma sentivano anche il biso-
gno di catechesi, di celebrazioni religiose: messe, battesimi,
feste particolari, matrimoni, anche funerali». All’inizio c’è
qualche segno di insofferenza da parte dei parrocchiani; poi
però i problemi vengono superati, in uno spirito di conviven-
za che dura fino a oggi. La comunità si integra sempre più
nella parrocchia, al punto che oggi la festa mariana dei Flores
de mayo rappresenta a tutti gli effetti una festa “parrocchia-
le”, che attira spettatori e curiosi da tutto il capoluogo (7 ago-
sto 2005, p. 19). In quell’occasione una processione parte dal
duomo per arrivare alla chiesa della Natività, dove si svolge
la festa vera e propria e dove una reginetta – eletta ogni anno
tra le ragazze filippine di Padova – depone una corona sulla
statua della Madonna.
Ci sono anche gli immigrati non cattolici: già negli anni
’80 alcuni vietnamiti, colpiti dall’accoglienza della comunità
cristiana di Padova, avevano chiesto il battesimo. Scrive
mons. Nervo sulla Difesa del 20 luglio 1997: «la massiccia pre-
senza nel nostro paese di immigrati non cristiani o non catto-
lici offre una nuova, inedita, possibilità e opportunità di
“nuova evangelizzazione”, che fino a pochi anni fa era riser-
vata ai missionari che andavano in paesi lontani, in terra di
missione» (pp. 1-3: “Vi ho incontrato, divento cristiano an-
ch’io”).
La diocesi all’inizio del 1994 vara per gli immigrati un vero
e proprio piano pastorale, che sarà ripreso più volte sulle pa-
gine della Difesa del popolo. Siamo ancora nella prima fase
dell’immigrazione: la maggioranza delle persone è costituita
soprattutto da maschi tra i 20 e i 30 anni; poche le famiglie,
pochi i matrimoni misti, i marocchini sono ancora il gruppo
più numeroso. La tendenza è comunque verso l’aumento e,
soprattutto, si riconosce che l’immigrazione non è più da
considerare «un’emergenza congiunturale, come un terremoto
e un alluvione, bensì come un fenomeno strutturale che ri-
guarda il nuovo assetto del mondo» (17 aprile 1994). Il piano
pastorale, redatto e coordinato da mons. Giovanni Nervo, mi-
ra a coinvolgere la comunità cristiana nel suo complesso, par-

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tendo dalle parrocchie, gli uffici diocesani e il volontariato;
esso è articolato in punti («Sette obiettivi per un’idea», p. 2),
con un ruolo preminente affidato alla possibilità di celebrare
messe cattoliche nelle principali lingue, in modo da stimolare
la partecipazione anche di coloro che non sanno ancora bene
l’italiano. Seguono poi l’ecumenismo con i battezzati non cat-
tolici e il dialogo con i non cristiani, la sensibilizzazione di
tutta la società civile e delle istituzioni.
In qualche mese alle parole seguono i fatti: già nell’autun-
no del 1994 infatti iniziano le celebrazioni della messa in lin-
gua inglese e francese, ogni prima domenica del mese nelle
chiese dei Servi e di Santa Sofia (6 novembre 1994, p. 11). Al-
meno nei primi tempi, i riti sono officiati da sei sacerdoti stra-
nieri, presenti a Padova per completare i loro studi: due nige-
riani, uno zairese, un ivoriano, un indiano e un benedettino
togolese; a loro, durante la celebrazione per la giornata mis-
sionaria, il vescovo Mattiazzo consegna un “mandato a evan-
gelizzare” (domenica 23 ottobre 1994, p. 23 / p. 7 del supple-
mento “Padova Missio”). Tra i sacerdoti inviati c’è anche Jean-
Jacques Bakon, che purtroppo morirà pochi mesi dopo, ap-
pena trentenne, colto da una malattia durante uno dei sog-
giorni nel suo paese, la Costa d’Avorio. L’esperienza delle ce-
lebrazioni in lingua si rivelerà molto feconda nella diocesi;
nel 1997 a Terranegra a Padova viene fondata una “parroc-
chia africana”, tecnicamente una missione con cura d’anime:
il tentativo di creare un punto di riferimento unitario per tutti
i migranti africani, sia francofoni che anglofoni. A presiedere
la nuova istituzione viene messo, inizialmente, un prete dio-
cesano, coadiuvato da un sacerdote africano; più tardi si ag-
giungeranno anche le suore ivoriane della congregazione di
Notre Dame de la Paix. Tutto va fatto sulla strada di un’inte-
grazione più completa: «ci sono tali diversità di stile e di cul-
tura che non è pensabile “obbligarli” a stare dentro le nostre
comunità – dice il vescovo a proposito degli stranieri (22 di-
cembre 1996, p. 15) – del resto il modello di servizio pastora-
le reso agli emigrati italiani in Germania o Belgio, dove da
anni sono impegnati preti padovani, ha confortato in questa
decisione: per i migranti serve una cura d’anime appropriata».
Oggi nella diocesi di Padova si tengono ogni domenica li-
turgie in varie lingue: gli africani nella missione di Terranegra
(retta da un sacerdote della Costa d’Avorio), i nigeriani a San

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Pio X, alla Stanga, i romeni al Beato Pellegrino e al Santo, gli
albanesi nella cappella universitaria, gli ucraini a San Luca, i
cingalesi celebrano in lingua pujawa alla chiesa di San Fer-
mo; e per parlare solo dei cattolici. Qualcuno storce ancora il
naso, temendo che la situazione possa stimolare la formazio-
ne di gruppi isolati all’interno della comunità cristiana: «può
essere un pericolo – risponde don Elia Ferro, delegato dioce-
sano per la pastorale dei migranti – Ma, sono sicuro, sono ot-
time occasioni per iniziare un dialogo tra comunità e tra con-
fessioni religiose. Di sicuro c’è che, dove gli immigrati sono
seguiti da sacerdoti o leader della loro lingua, si moltiplicano
il numero delle relazioni e degli scambi umani e culturali con
gli autoctoni» (7 agosto 2005, p. 19). Proprio per evitare la di-
spersione e per sottolineare l’unità della Chiesa, ogni anno si
celebra un incontro tra le comunità cattoliche di immigrati e
il vescovo (25 settembre 2005, p. 8: “Immigrati cattolici in fe-
sta”).
Ancora oggi l’indirizzo della Chiesa padovana rimane
quello di favorire l’integrazione, e allo stesso tempo di cerca-
re di valorizzare le specificità delle diverse culture: in mezzo
a queste due spinte contrapposte – integrazione e identità –
essa tenta di tenere la barra.

Gli stranieri e la sicurezza

I
l 19 maggio 1991, in un’intervista al sindaco di Padova
Paolo Giaretta, per la prima volta l’immigrazione viene
messa in relazione con la sicurezza: «facciamo un esempio
per tutti: la presenza di centri di accoglienza degli extracomu-
nitari. [...] È facilmente immaginabile che la malavita cerchi di
innervarsi in questa realtà di precario equilibrio. Sono situa-
zioni che richiedono una capacità di gestione anche sotto il
profilo dell’ordine pubblico...». Proprio il tema della sicurezza
sarà negli anni successivi la lente deformante attraverso la
quale sarà percepita l’immigrazione.
Verso la metà degli anni ’90 iniziano a sovrapporsi le noti-
zie riguardanti l’ordine pubblico: aggressioni, spaccio di dro-
ga e scontri fra bande criminali; il termine “Bronx” comincia
a venire usato per indicare alcune zone di Padova, come ad
esempio quella vicina a via Anelli, nei pressi di piazzale Stan-

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ga. In particolare verso la fine del decennio si parla con insi-
stenza della prostituzione; il numero delle prostitute straniere
in Italia viene calcolato in 30 mila, ma si tratta di un’approssi-
mazione per difetto (stima della fondazione Zancan e della
Caritas, 14 giugno 1998, p. 9). Si tratta quasi sempre di donne
vittime di violenze e di abusi, fatte entrare in Italia da orga-
nizzazioni criminali e poi costrette a “risarcire” agli sfruttatori
debiti che vanno dai 50 agli 80 milioni di lire; proprio in que-
sto periodo per la prima volta si inizia a parlare di “tratta” di
donne e di minori: il traffico internazionale di persone come
nuova schiavitù del Duemila.
Contro la prostituzione iniziano anche le battaglie della
prima giunta Zanonato: lo strumento è l’applicazione letterale
del codice della strada, tramite una serie di divieti di fermata
sulle strade più frequentate dalle prostitute, cui segue la mul-
ta per i clienti che si fermano a contrattare. La Difesa si schie-
ra a favore dell’iniziativa con un editoriale in prima pagina (9
agosto 1998: “Il no di Padova alla prostituzione”): «è sciocco
obiettare, con il sorrisetto del viveur, che da che mondo è
mondo la prostituzione c’è sempre stata – scrive il direttore –:
continuerà a esserci, non sarà Padova a farla scomparire. Ma
oggi ha assunto forme e modalità che l’avvicinano alla schia-
vitù: e una comunità “civile” non può tollerare che alcune
donne – non importa se bianche o nere africane o dell’est
Europa, spesso ragazzine purtroppo – siano schiavizzate e
sfruttate da racket spietati».
Sempre negli anni ’90 sui media si inizia a mettere in rela-
zione gli immigrati – in particolare gli irregolari, che si inizia
a chiamare comunemente “clandestini” – con il tema della si-
curezza. Tra il 1998 e 1999 ha luogo la prima grande sanato-
ria, conseguente la legge Turco-Napolitano (la n. 40 del
1998), che porta alla regolarizzazione di circa 250 mila immi-
grati, che si vanno ad aggiungere all’altro milione già regolar-
mente residente in Italia. In Veneto ormai si assume un immi-
grato ogni undici nuovi posti di lavoro: un record nazionale;
la manodopera straniera è sempre più indispensabile allo svi-
luppo dell’economia, eppure «c’è chi si ostina a voler fermare
“l’invasione degli immigrati”, giocando sul termine clandestini
– scrive la Difesa il 18 aprile 1999 (p. 2: “Immigrati, proviamo
diffidenza, ma abbiamo bisogno delle loro braccia”). «Sì, gio-
cando, – rincara la Difesa – perché i leghisti, che hanno pro-

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mosso il referendum contro la legge Turco-Napolitano del
1998 sull’immigrazione, raccogliendo nei loro gazebo oltre
600 mila firme dal 20 febbraio a oggi, sostengono la facile
equazione tra clandestini e delinquenti. Senza tener conto
che, ad esempio, gli oltre 250 mila immigrati che si sono ac-
calcati in coda sino al 15 dicembre [...] erano e sono dei clan-
destini: pur disponendo di una casa e di un lavoro, pur po-
tendo dimostrare di essere in Italia dal 27 marzo 1998». Se-
condo lo stesso articolo, un terzo della popolazione veneta è
ormai allarmato dall’immigrazione; gli industriali per la verità
sono quasi tutti favorevoli: per il 1999 hanno già fatto do-
manda di 7 mila posti in più per il decreto flussi, rispetto ai 2
mila preventivati dal governo per la provincia di Padova. A
essere preoccupati si mostrano soprattutto gli italiani poveri:
lavoratori precari e non specializzati, ma anche anziani e fa-
miglie povere. Sono loro a dover accogliere i nuovi ospiti nei
loro quartieri, a dover vivere al loro fianco, a sostenere la lo-
ro concorrenza; i lavoratori immigrati si adattano a fare i la-
vori più umili e duri – macellazione, conceria, edilizia, turni
di notte – sono generalmente poco sindacalizzati e vengono
quindi accusati di tenere basso il costo del lavoro.
Intanto in Italia e in Europa iniziano a esplodere fenomeni
di violenza, che però hanno gli immigrati per vittime: presto
anche in Italia fanno parlare di sé le bande di skinheads (“te-
ste rasate”), spesso collegate al mondo della tifoseria calcisti-
ca. Già all’inizio degli anni ’90 cominciano le aggressioni a
stranieri in tutta Italia: un pestaggio a Bergamo, a Roma quat-
tro africani vengono massacrati con spranghe e coltelli. L’Ita-
lia inizia a scoprirsi sempre più razzista: ne parla la Difesa il
2 febbraio 1992 (Giuseppe Trentin, pp. 1 e 4 ), sottolineando
la necessità evitare di ingigantire il fenomeno, col rischio di
creare una massa di emulatori, ma al tempo stesso denun-
ciando con forza l’ondata di xenofobia che monta in certi
strati della società e della politica. Il razzismo diventa la spia
di una società sempre più violenta, in cui cresce la sfiducia e
la paura del prossimo; il 17 novembre 1996, in occasione del-
la giornata delle migrazioni, l’editoriale in prima pagina ri-
prende uno di questi episodi di intolleranza: «alcuni volontari
della Caritas vanno a portare materiale in un nuovo ambula-
torio per immigrati e trovano le porte “siliconate” – scrive il
direttore –: non si entra, qualcuno vuole ostacolare l’arrivo di

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extracomunitari in zona. […] Spontaneo viene il commento:
speriamo almeno che non si dicano cristiani quelli che chiu-
dono le porte così…».
Una delle soluzioni, per tentare di spegnere i toni e in-
staurare un dialogo, è quella di provare a uscire dalla logica
e dal linguaggio dell’emergenza. Lo scrive in prima pagina
don Dino Pistolato, coordinatore delle Caritas trivenete (18
aprile 1999): «sappiamo bene che il fenomeno migratorio
rientra nell’ordinario. Se guardiamo i dati effettivi sugli immi-
grati in Italia, tra i paesi europei siamo il fanalino di coda.
[…] È bene smetterla con l’allarmismo che non aiuta certo a
rispondere all’esigenza di legalità del paese. Che impatto pos-
sono avere su un immigrato che viene in Italia le proposte di
impieghi irregolari, contratti d’affitto esorbitanti e in nero, sa-
natorie pasticciate? Gli italiani non danno certo un’immagine
di legalità».

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CAPITOLO TERZO

I nuovi italiani
(2000-2008)

L’immigrazione nel 2000

N
on è semplice trattare di fatti che si sono svolti a poca
distanza temporale da noi; se negli anni ’70 e ’80 l’im-
migrazione resta sostanzialmente sotto traccia, se gli an-
ni ’90 registrano l’esplosione del fenomeno – sia nelle dimen-
sioni che nella percezione da parte dei media e della società
– gli anni successivi al 2000 presentano elementi contraddit-
tori, che probabilmente bisognerà lasciare ancora decantare.
In tutti i primi anni del nuovo millennio l’immigrazione
continua a crescere a un ritmo impetuoso: se nel 1997 gli im-
migrati superano appena il milione, oggi il loro numero po-
trebbe essere addirittura quadruplicato. In appena una quin-
dicina d’anni il nostro paese arriva quasi dal nulla a una si-
tuazione comparabile a quella di altri grandi stati europei; se-
condo il dossier Caritas-Migrantes 2007 oggi l’Italia, con
un’incidenza sulla popolazione totale superiore al 6 per cen-
to, si colloca subito dopo la Germania, a pari merito con la
Spagna, nella classifica degli stati europei con la maggior per-
centuale di residenti stranieri; per quanto riguarda l’incremen-
to annuale, i due paesi mediterranei però non hanno eguali
in Europa, e superano in proporzione persino gli Stati Uniti.
Si tratta di un’immigrazione diversa da quella dei primi an-
ni ’90, con le donne che per la prima volta superano gli uo-
mini e soprattutto con tanti, tanti bambini. Se i primi flussi
migratori provenivano, come abbiamo visto, soprattutto dai
paesi del Nord Africa, poi dall’Africa subsahariana, l’immigra-
zione che va dalla fine degli anni ’90 fino a oggi è in larga
parte europea e cristiana, proveniente soprattutto dai paesi
dell’Est: nel 2007 la comunità più numerosa è quella romena,
con oltre 550 mila persone, seguita da quella albanese e da

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quella marocchina, che contano più o meno 380 mila perso-
ne ciascuna. Com’è ovvio, l’aumento della popolazione immi-
grata si concentra soprattutto nelle zone più ricche e svilup-
pate del paese, in particolare in Veneto, che a fine 2006 regi-
stra circa 400 mila stranieri regolarmente soggiornanti, terza
regione in Italia dopo la Lombardia e Lazio. Secondo i dati
Istat nella provincia di Padova ci sono, al 1° gennaio 2007,
circa 60 mila stranieri con permesso di soggiorno, quasi
quanti ce n’erano dieci anni prima in tutto il Veneto. Insom-
ma: nel 2000 gli immigrati, che coprono ormai il 20 per cento
di tutte le nuove assunzioni – con percentuali che salgono
nell’edilizia, nell’artigianato e nell’industria – sono ormai un
elemento essenziale della società e dell’apparato economico
del Nordest.
Tutto questo fa sì che nel periodo presente l’immigrazione
venga associata sempre meno alla marginalità e al disagio, e
sempre più a temi come l’economia, la cultura e l’educazio-
ne. Questo non toglie che gli immigrati continuino a essere
particolarmente esposti alla povertà e all’abbandono: condi-
zione normale, particolarmente nel nostro paese, dove essi
sono di fatto esclusi da quel grande sistema di welfare che è
la famiglia italiana. Gli stranieri continuano a essere i princi-
pali “clienti” dei servizi sociali, delle mense popolari e del
centro di ascolto Caritas; è composto da persone con cittadi-
nanza straniera il 70 per cento dei carcerati (4 febbraio 2001)
e la maggior parte delle persone senza fissa dimora; sono
sempre gli stranieri a essere particolarmente esposti ai perico-
li derivanti dall’abuso di alcol o di droghe (11 dicembre 2005,
p. 23). Sempre di origine straniera, spesso senza documenti,
è infine il 90 per cento delle donne che si rivolgono al Centro
di aiuto alla vita (5 febbraio 2006, p. 4).
Se comunque si parla meno di emarginazione, è vero d’al-
tro canto che durante questi ultimi anni l’immigrazione è
sempre più associata al problema della sicurezza, secondo
una tendenza che abbiamo visto iniziare già dalla fine degli
anni ’90; proprio sulla necessità di porre un argine e un con-
trollo all’ingresso degli stranieri, negli anni successivi al 2000
diversi partiti costruiscono la loro fortuna politica, sia a livello
locale che nazionale. Ancora oggi purtroppo l’immigrazione e
– quel che è peggio – gli immigrati continuano a essere trat-
tati sull’onda di sentimenti contrastanti, che vanno dalla pietà

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alla ripulsa, quasi mai con la calma del ragionamento e del-
l’argomentazione.
Due in questo periodo sono gli avvenimenti che, pur
avendo carattere internazionale, avranno ripercussioni dirette
sul nostro paese e sul suo modo di rapportarsi all’immigrazio-
ne: il primo è rappresentato dagli attentati dell’11 settembre
2001, che pongono in un modo o nell’altro il problema capi-
tale del rapporto con l’Islam, religione professata oggi in Ita-
lia da più di un milione e duecentomila persone, per la mag-
gior parte di origine straniera. Il secondo è l’allargamento nel
2004 dell’Unione Europea a dieci nuovi paesi, a cui si aggiun-
gono il 1° gennaio 2007 anche la Romania e la Bulgaria. I cit-
tadini dei nuovi stati avranno da allora in poi la possibilità di
muoversi più liberamente all’interno dell’Unione, fatto che tra
le altre cose porrà dei problemi di ordine pubblico non indif-
ferenti. L’effetto dell’allargamento è però forse ancora più sot-
tile: molti migranti cessano di punto in bianco di essere “ex-
tracomunitari” e, in fondo, anche stranieri; l’abbattimento dei
confini può però anche significare una perdita di identità, se
non è accompagnata da una riflessione su sé stessi e sui pro-
pri caratteri distintivi. Proprio per sfuggire a un’immagine e a
un concetto di Europa tecnocratica e fondata esclusivamente
sul mercato e sull’economia, un’Europa “senz’anima”, la Chie-
sa cattolica combatterà una battaglia per portare nella nuova
costituzione europea le radici e i valori cristiani. Una battaglia
che non avrà buon esito.

I “flussi” e le sanatorie: l’accoglienza all’italiana

L
a vita degli immigrati è fatta di documenti, quindi di bu-
rocrazia, quindi di code. E di code di immigrati negli an-
ni 2000 se ne vedono in giro parecchie; titola la Difesa
del popolo del 13 gennaio 2002: “Immigrati in coda – Permes-
si di lavoro: anche quest’anno in migliaia a richiederli” (p.
17). «Ma cosa ci facevano centinaia di immigrati (arrivati infi-
ne a oltre il migliaio) in coda davanti all’Ufficio provinciale
del lavoro?», si domanda il cronista. «Erano venuti a tenere il
posto al titolare, che all’apertura dello sportello avrebbe do-
vuto presentare la richiesta di assunzione. Per lo più clande-
stini, non dovrebbero essere qui: ma se venisse accolta la ri-

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chiesta del loro nominativo da parte di un datore di lavoro,
potrebbero avere finalmente un permesso di soggiorno. Sa-
crosanto, perché la maggior parte già lavora in nero, nelle
aziende o nelle famiglie, come colf o badanti di anziani italia-
ni». Gli immigrati fanno la fila senza neanche sapere quanti di
loro potranno alla fine ottenere i documenti; l’anno prima lo
si è saputo a metà anno: appena 846 nuovi permessi, a Pado-
va, a fronte di quasi 4 mila domande. Una volta stabiliti i flus-
si provinciali di ingresso, si procede secondo l’ordine crono-
logico della domanda; ecco allora la gente in coda anche per
48 ore, tra il 31 dicembre e il 2 gennaio, con anziani e bambi-
ni che danno il cambio agli adulti che vanno a riposare o ri-
prendono il lavoro.
Lo spettacolo si ripete ogni anno, puntualmente riportato
sulla Difesa. È il sistema in cui viene gestita l’immigrazione
nel nostro paese; dalla legge Martelli del 1990, la prima a da-
re una sistemazione organica alla materia, alla Bossi-Fini at-
tualmente vigente lo schema è più o meno lo stesso: un de-
creto ministeriale decide ogni anno i “flussi”, ovvero le quote
di permessi di lavoro riservati a ogni provincia. È ovvio che
pressoché la totalità di coloro che faranno richiesta di fatto è
già presente e lavora in Italia: il paradosso, che cela anche l’i-
pocrisia del sistema, è infatti che si potrebbe venire in Italia
solo avendo già un lavoro, ma al tempo stesso non ci sono
delle strutture per il collocamento della manodopera. Un al-
tro problema è l’esiguità delle quote: il ministro Maroni pro-
mette addirittura di azzerarle entro il 2002, eppure proprio in
quell’anno Luigi Rossi Luciani, presidente di Unindustria Pa-
dova, stima in 25-30 mila l’anno gli ingressi necessari per so-
stenere la crescita economica nella regione (13 gennaio 2002,
p. 17).
Chi viene danneggiato è soprattutto chi vorrebbe venire a
lavorare: spesso chi delinque riesce infatti a trovare gli ap-
poggi per procurarsi in qualche modo i documenti; quello
italiano è un sistema rigido, che invece di garantire italiani e
stranieri pare piuttosto produrre illegalità, “fabbricare clande-
stini”: «la maggioranza degli stranieri che ci sono oggi in Italia
si sono regolarizzati con una sanatoria – dice l’avvocato Mar-
co Ferrero, futuro presidente delle Acli di Padova ed esperto
di immigrazione (18 dicembre 2005, p. 4) – o sono entrati at-
traverso i ricongiungimenti (che non rientrano nelle quote

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d’ingresso)». Un sistema quindi che non spinge esattamente al
rispetto della legge. In questo modo però si danneggiano an-
che le imprese, ovvero quelle che vogliono lavorare onesta-
mente; molte infatti ne approfittano, e anzi sfruttano l’occa-
sione per ottenere manodopera sottopagata.
Con un sistema così rigido, che non tiene conto delle esi-
genze del sistema economico e delle imprese, è logico che
periodicamente debbano esserci delle sanatorie, e infatti dal
1986 nel nostro paese ce ne saranno ben cinque; alla fine an-
che il secondo governo Berlusconi, pur avendolo escluso fi-
no all’ultimo, sarà costretto a fare tra il 2002 e il 2003 la più
grossa regolarizzazione di massa della storia italiana, che ri-
guarderà più di 700 mila persone. La provincia di Padova
sarà quella con il maggior numero di richieste: 13.464; però
all’ufficio immigrazione delle Acli stimano ancora 2 o 3 mila
persone che non hanno potuto presentare domanda, alle
quali si aggiungono altre 500 che se la sono vista rifiutare,
spesso per formalità burocratiche, o anche solo perché il da-
tore di lavoro si è dimenticato o non ha voluto completare la
pratica (19 ottobre 2003, p. 2 “Quelle regolarizzazioni ama-
re”). Al centro della procedura della sanatoria c’è infatti il da-
tore di lavoro: è a lui che compete presentare la domanda,
eventualmente pagando una penale per i contributi e le tasse
non versate. Di fatto la fila la fanno gli immigrati; non solo:
spesso sono loro a pagare la penale. In certi casi alcuni pa-
droni senza scrupoli chiedono addirittura ai dipendenti una
cifra superiore, oppure tengono il lavoratore nell’illegalità per
convenienza, in modo da avere manodopera meno costosa e
più ricattabile; è proprio quello che è successo a Lara, profes-
sione badante: l’anziano che accudisce voleva regolarizzarla, i
suoi figli no. Questi ultimi si sono rifiutati di completare l’iter
amministrativo, e la domanda è rimasta in sospeso: adesso
Lara potrebbe perdere tutto, essere caricata su un aereo ed
essere rispedita nel suo paese.
Un capitolo a parte meriterebbe la questione dei rifugiati
politici e dei richiedenti asilo. Una ricerca condotta nel 2006
dall’associazione Welcome di Piazzola sul Brenta, che coin-
volge Padova e 28 comuni dell’Alta, conta nel territorio appe-
na 103 rifugiati e 88 richiedenti asilo (10 dicembre 2006, p.
17): un gruppo tutto sommato piccolo. Eppure come al solito
ci sono dei problemi: alcuni paesi si sono accreditati come

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terre di libertà ospitali, per il fatto di accogliere chiunque fug-
gisse da guerre e persecuzioni nei loro paesi; in Italia invece,
nonostante si parli da anni di una riforma, a tutt’oggi non esi-
ste una normativa organica in materia. I procedimenti spesso
durano mesi, anni, e intanto il richiedente asilo può stare in
Italia, ma non lavorare: «si trovano a vivere in una sorta di
limbo, una condizione di stand-by che diventa molto pesan-
te».
Nel complesso, come in altri aspetti della questione, pare
mancare una strategia di largo respiro: «Si dovrebbe comple-
tare il discorso della politica dei flussi con quello della politi-
ca dell’inserimento – dice ad esempio don Elia Ferro, respon-
sabile diocesano della pastorale dei migranti – [...] Diventa
sempre più importante avere una visione globale e ad ampia
scadenza. L’opinione pubblica, di fronte alla grande porta che
si sta aprendo, non deve essere attenta solamente... al cigolio
dei cardini!» (16 novembre 2003, p. 8).

La politica locale

I
n generale l’Italia non ha mai investito sull’immigrazione;
soprattutto dopo il 2000 però qualsiasi azione a favore
degli immigrati sembra incontrare resistenza ad ogni livel-
lo, anche di amministrazione regionale. La legge Turco-Napo-
litano destina ad esempio 12,5 miliardi di lire all’immigrazio-
ne, precisamente a strategie su alloggio, accoglienza e forma-
zione? La Lega fa ostruzionismo al piano triennale della regio-
ne, che dovrebbe ripartire materialmente la posta (24 giugno
2001, p. 17: “Immigrati, arrangiatevi”). Eppure si tratta di una
cifra irrisoria, calcolando anche che nei cinque anni prece-
denti gli immigrati hanno prodotto ricchezza in Italia per 320
mila miliardi di lire, contribuendo al prodotto interno lordo
per un quota 4,2-4,3 per cento, superiore rispetto alla loro in-
cidenza sulla popolazione. Alla fine il piano verrà approvato,
ma metà dei finanziamenti saranno destinati agli “emigrati di
ritorno”, cittadini di origine italiana provenienti soprattutto
dall’America Latina. Le associazioni di immigrati e l’opposi-
zione protestano: «chi manderanno allora a lavorare nelle fab-
briche venete?» si chiede polemicamente Edgar Serrano, origi-
ne venezuelana, ricercatore presso l’università di Padova e

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assessore al comune di Piazzola sul Brenta (24 giugno 2001,
p. 17). Il pericolo è che i soldi non possano essere spesi:
«hanno vincolato 7 miliardi al rientro di veneti mentre non so-
no riusciti a spendere in un anno nemmeno il miliardo e 700
milioni già a disposizione con due specifiche leggi a favore
degli emigranti veneti». È inoltre previsto a favore dei comuni
una sorta di “diritto di veto” per bloccare iniziative della re-
gione a favore degli immigrati sul loro territorio.
Intanto già alla fine degli anni ’90 è iniziato il periodo dei
“sindaci sceriffi”, che fanno della sicurezza il loro cavallo di
battaglia. Il Veneto a poco a poco inizia a farsi fama di regio-
ne chiusa e inflessibile rispetto agli immigrati; ne è un esem-
pio la polemica scoppiata per il progetto di “restituzione” dei
Comboniani thienesi, che per l’anno giubilare del 2000 deci-
dono di destinare parte del loro ex seminario all’accoglienza
degli stranieri. Il risultato è un piccolo affaire di provincia: il
comune si oppone da subito al progetto, poi offre 6,5 miliar-
di per comprarlo in blocco, con lo scopo dichiarato di farne
un istituto scolastico e approvando a tempo di record una va-
riante al piano regolatore. Il sospetto è che si tratti solo di
una manovra, per di più assai costosa, per impedire un inse-
diamento di immigrati, anche se “regolari”. Il provinciale di
Comboniani assicura che si raggiungerà l’accordo solo se del-
le risorse alternative verranno messe a disposizione dei tanti
lavoratori immigrati della zona, che hanno lavoro ma spesso
devono accontentarsi di sistemazioni di fortuna. Il caso intan-
to cresce: il sindaco Attilio Schneck rilascia delle dichiarazioni
pesanti al Giornale di Vicenza: «[è] una questione di ordine
pubblico […] userò tutti i mezzi possibili per bloccarli. […]
Thiene non può subire ulteriori violenze. La campagna che
stanno facendo i preti è frutto di una falsa moralità e alla fi-
ne, grazie a questa, si fanno entrare persone che si dedicano
alla prostituzione, allo spaccio di droga, che schiavizzano 30
mila donne». Dal canto loro i Comboniani ricevono l’appog-
gio pieno da parte della diocesi (29 aprile 2001, p. 16: “I
comboniani non sono soli”): il comodato gratuito con la coo-
perativa Nuovo Villaggio, che si dovrebbe occupare della ge-
stione del centro di accoglienza, è confermato. Il 26 settem-
bre 2001 il vescovo Mattiazzo in persona benedirà la nuova
struttura, dopo che sono state ottenute tutte le autorizzazioni
necessarie (23 settembre 2001, p. 15). In quel momento a

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Thiene gli immigrati sono 1800 su 20 mila abitanti, quasi tutti
con lavoro e documenti.
Certo l’ostilità verso gli stranieri, unita a una certa gestione
emergenziale del fenomeno migratorio, non è appannaggio
esclusivo del Nordest: a Castel Volturno ad esempio, in pro-
vincia di Caserta, nel 2003 da parte delle forze dell’ordine
sembra scatenarsi una vera e propria “caccia al negro”, incita-
ta anche dal sindaco, che dichiara di volersi finalmente “libe-
rare” degli africani. Sempre i Comboniani, che lì hanno una
parrocchia, reagiscono incatenandosi alla finestra della que-
stura di Caserta, chiedendo alle autorità di «rivedere la loro
metodologia di intervento per fare in modo che nelle opera-
zioni di pubblica sicurezza vengano coinvolte persone inno-
centi»; in segno di solidarietà i loro confratelli padovani orga-
nizzano una manifestazione di fronte al palazzo del comune
di Padova, ripresa puntualmente dal giornale diocesano (9
giugno 2003, p. 5). In verità quello che risalta è l’inadegua-
tezza delle “operazioni in grande stile”, dalle quali spesso so-
no proprio i criminali a passare indisturbati, mentre molti im-
migrati, onesti ma “irregolari”, sono gettati nel terrore.
Insomma: quello tra gli immigrati e la politica, soprattutto
locale, spesso è un rapporto difficile. Tra i problemi c’è an-
che quello della partecipazione: già negli anni ’90, sull’esem-
pio di altri comuni – come Roma, Torino, Bologna, Catania e
Ancona, per citare i più grandi – a Padova si inizia a parlare
di un consigliere comunale extracomunitario. L’Italia vi sareb-
be tenuta in base alla Convenzione di Strasburgo del 1992,
secondo la quale il nostro stato sarebbe addirittura impegnato
a concedere ai cittadini stranieri il diritto di voto alle elezioni
amministrative. Udoh Ebong (Congresso cittadini nigeriani di
Padova) sintetizza: «molti di noi arrivano da paesi con regimi
non democratici: ma io, in Italia da quattordici anni, non ho
la cittadinanza e non posso votare. Dov’è la democrazia?
Adesso c’è una proposta che ci chiede non di votare, ma solo
di ascoltare. Qual è il problema? Sbrighiamoci e andiamo
avanti, c’è molto altro da fare» (17 aprile 1994, p. 3). Il 25
maggio 1997 gli immigrati residenti votano per il primo “Con-
siglio delle comunità straniere” (ne dà notizia la Difesa del 4
maggio 1997, p. 14: “Al voto gli immigrati”); a livello regiona-
le già con la legge regionale 9 del 1990 era stata stabilita una
Consulta regionale per l’immigrazione, presieduta dall’asses-

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sore ai flussi migratori e composta da 34 membri, di cui però
solo una minima parte immigrati.
In tutti i casi si tratta comunque di organismi parzialmente
rappresentativi: la questione di un vero e proprio diritto di
voto per gli immigrati esplode a livello nazionale nel 2003,
con le dichiarazioni del leader di Alleanza Nazionale Gian-
franco Fini. Alla prova dei fatti quella del presidente di An si
dimostrerà più una mossa politica – diretta ad accreditare il
suo partito come una forza moderata – piuttosto che un’azio-
ne diretta a ottenere risultati concreti: il disegno di legge che
ne scaturirà infatti non arriverà nemmeno a essere discusso in
parlamento. Non di meno essa ha il merito di aprire un dibat-
tito all’interno di una larga parte della società italiana, a pro-
posito dell’opportunità di riconoscere anche dei diritti di par-
tecipazione politica a favore di chi vive onestamente nel pae-
se.
Al di là dei cliché giornalistici però in Veneto non ci sono
solo i “sindaci sceriffi”, e la Difesa lo sa; spesso in molti co-
muni e nelle province la realtà quotidiana è fatta di conviven-
za pacifica piuttosto che di scontro: il comune di Cadoneghe
intreccia ad esempio rapporti molto attivi, tramite la politica
dei gemellaggi, con le città di Miricina, in Bosnia Erzegovina,
e di Ciucea, paese nel distretto di Cluj, Romania (Difesa del
19 ottobre 2003, p. 13). Lo scopo è di aiutare, nel proprio
piccolo, due paesi che hanno conosciuto in tempi recenti la
guerra e la povertà; in particolare, l’amministrazione veneta
contribuisce alla ricostruzione della casa della cultura nella
cittadina bosniaca, mentre offre ospitalità ai ragazzi romeni
durante i campi estivi.
E poi c’è l’Anci Veneto, l’associazione dei comuni, che il 7
ottobre 2006, nel corso di una riunione tenuta a Rovigo, ap-
prova con ampia maggioranza una proposta a favore della
concessione della cittadinanza ai bambini stranieri nati in Ita-
lia (“Minori stranieri nati in Italia: cittadini?”, 3 dicembre 2006,
pp. 4-5). Sempre il “chiuso e conservatore” Veneto è la prima
regione in Italia a concedere un tesserino sanitario anche agli
immigrati irregolari, che dà loro diritto a prestazioni di medi-
cina preventiva e tutela della maternità (23 febbraio 1997, p.
13), e questo dieci anni prima della “progressista” Toscana. Il
perché lo spiega Alvise Moretti, presidente dell’associazione
Popoli Insieme: «all’esterno la regione dà di sé un’immagine

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chiusa, ma quando si tratta di cose pratiche, qui non si è se-
condi a nessuno» (3 dicembre 2006, pp. 4-5).

Il rapporto con l’Islam

L’
immigrazione tocca gli equilibri di una società, portan-
do su un territorio, assieme alle persone, nuove lin-
gue, culture, religioni; tra queste, una posizione parti-
colare spetta all’Islam, che in pochi anni supera il milione di
aderenti in Italia, e che pare persino iniziare a scalfire la com-
pattezza di una società tradizionalmente cattolica come quella
veneta. Il 12 novembre 2000, la Difesa dedica un approfondi-
mento particolare all’Islam (pp. 1-5 “Islam: integrazione pos-
sibile?”); il casus belli è dato da una dichiarazione del cardi-
nale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, che in una nota
pastorale accenna, a proposito della polemica sulla costruzio-
ne di una moschea a Lodi, a un pericolo di “islamizzazione”
dell’Italia. Ne scaturisce una polemica molto mediatizzata; il
problema esiste: all’epoca i musulmani in Italia sono circa
650 mila, provenienti soprattutto dal Nord Africa, dall’Albania
e dall’Asia, ma con una sempre più nutrita presenza di citta-
dini italiani, convertiti o di origine straniera; a loro disposizio-
ne ci sono solo circa 130 “moschee”. Allo stato italiano chie-
dono un’intesa, al pari di quelle stipulate con altre confessio-
ni minoritarie; tra le loro richieste «l’insegnamento del Corano
a scuola o la creazione di scuole musulmane parificate; il di-
ritto, per la donna, a essere fotografata sui documenti anche
con il velo; i permessi di lavoro per il pellegrinaggio alla
Mecca; venerdì festivo; diritto a partecipare alla preghiera di
mezzogiorno e di contrarre matrimoni civili con rito islamico».
Di fronte a queste come ad altre richieste gli italiani spesso si
irrigidiscono: c’è il problema della reciprocità, e poi anche
delle tradizioni culturali locali, che a volte si vedono minac-
ciate da una pretesa invadenza della comunità musulmana.
Eppure l’Islam, proprio come il Cristianesimo, è tutt’altro
che un blocco monolitico: ci sono molte differenze a seconda
della comunità di provenienza, e poi appena il 15 per cento
dei musulmani va in moschea. Qual è il vero problema lo
spiegano i parroci di due tra le parrocchie con la più forte
presenza di musulmani: «il pericolo di perdita di identità reli-

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giosa non deriva certo dalla presenza di mezzo milione di
musulmani nel nostro paese – dice don Angelo Cecchinato,
parroco di Pontevigodarzere – Il pericolo è costituito dai mi-
lioni di italiani che si definiscono cristiani e non lo sono. O
lo sono in maniera talmente blanda ed edulcorata che di
fronte a uomini e donne saldi, in una fede che non è la no-
stra, saranno disposti a recedere da ogni tipo di convinzione
e di credo» (12 novembre 2000). Proprio a Pontevigodarzere
dal 1997 sorge Al-nuur, la prima “moschea” di Padova, a due
passi dal patronato e su un terreno ceduto proprio dalla par-
rocchia. Don Guglielmo Cestonaro, all’epoca parroco di San
Pio X, è dello stesso avviso: «non siamo alla vigilia di una
nuova battaglia di Lepanto, il nemico oggi un nemico invisi-
bile, subdolo ma potentissimo, si chiama decadimento morale
e ha la faccia, pulita ma a volte inespressiva, dei nostri giova-
ni. Mi chiedo: ma davvero pensano che i nostri problemi de-
rivano dall’Islam?».
Certo il confronto con l’Islam non è sempre facile: i nuovi
venuti con le loro domande e, soprattutto, con i loro valori e
le loro convinzioni, rischiano di mettere in crisi delle identità
superficiali; «io ho chiesto a molti amici che significato ha fa-
re l’albero di Natale, che sicuramente non c’era quando è na-
to Gesù e sicuramente non era un abete – dice ad esempio
Abdirashic Mohamed Osman, somalo, segretario della sezio-
ne padovana della comunità islamica del Veneto –. Nessuno
mi riesce a rispondere. Trovo che ci siano delle tradizioni che
hanno perso il loro significato religioso. Anche quella di fare
i regali, che nell’Islam non ha un parallelo, per voi è diventa-
ta un obbligo: anche chi è ateo la rispetta. Così si perde il va-
lore religioso e resta quello commerciale, esteriore. Il rischio
è che dopo due giorni il Natale sia passato e tutto sia rimasto
come prima» (21 dicembre 1997, p. 3). Il rapporto con l’Islam
insomma è un problema complesso, e la Difesa sceglie di
non banalizzarlo, evitando allo stesso tempo buonismi e cro-
ciate, e soprattutto dedicandovi decine e decine di pagine:
servizi, opinioni degli esperti, interviste; e poi speciali su cul-
tura, religione, persino sulla cucina.
L’esigenza di fondo è quella di capire, e per questo si ten-
ta di dare spazio a tutte le posizioni, anche le meno condivi-
sibili: è il caso di Mustafà Jabal, siriano, già presidente della
moschea di Pontevigodarzere; Jabal, accanto alla denuncia di

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discriminazioni e in generale di un cattivo clima che si stareb-
be instaurando («[mia figlia] giorni fa è tornata a casa in lacri-
me: qualcuno per strada aveva sputato per terra al suo pas-
saggio apostrofandola in malo modo per il solo fatto di in-
dossare il chador») fa delle dichiarazioni reticenti («in Sudan
[dove di lì a poco sarebbe iniziata la catastrofe umanitaria del
Darfur], cinque ministri sono cristiani»), oppure addirittura ir-
ritanti: «la pena di morte rappresenta un deterrente formidabi-
le all’espansione del crimine […] lo stesso dicasi per le muti-
lazioni, come l’amputazione della mano prevista per i ladri»
(19 novembre 2000).
L’11 settembre 2001 l’attentato alle Twin Towers a New
York: “Perché? Ora tutto cambia”, titola la Difesa (16 settem-
bre 2001, p. 5). La Chiesa rifiuta fin da subito di cavalcare lo
scontro: domenica 23 settembre viene organizzato a Padova
un incontro di preghiera: presenti, oltre a un rappresentante
del vescovo, il rabbino e il pastore evangelico di Padova, il
parroco della Chiesa ortodosso-romena e, appunto, Mustafà
Jabal. La Difesa torna a intervistare Jabal un anno e mezzo
dopo: «quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, ho visto en-
trare ragazzi con la foto di Bin Laden e inneggiando alla stra-
ge di New York, mi sono reso conto di quanto sia facile irre-
tire menti deboli e giovani inesperti della vita. Rifiuto l’equa-
zione Islam uguale terrorismo. Ma devo ammettere che le no-
stre comunità possono essere facili terreni di coltura di com-
portamenti deviati e tragicamente pericolosi. I più terrorizzati,
in questo senso, siamo noi» (25 maggio 2003, pp. 1-4). Eppu-
re, nota il cronista, proprio a Pontevigodarzere – nel piccolo
spaccio annesso al luogo di preghiera – un cartello invita a
boicottare i prodotti americani e israeliani.
Dopo gli attentati di Al Qaeda, che dopo New York colpi-
scono Madrid nel 2004 e Londra nel 2005, il dialogo si fa ov-
viamente più complesso: sono sempre più numerosi i fautori
della teoria dello “scontro di civiltà”, che vede Cristianesimo
e Islam come nemici predestinati e irriducibili. Tra chi soffia
sul fuoco c’è anche Adel Smith, un personaggio che si auto-
proclama rappresentante dei musulmani italiani ed è protago-
nista in questo periodo di diverse “ospitate” sulle reti tv della
zona (celebre l’aggressione da parte dei naziskins su Tele-
nuovo) e nazionali. Come sempre, la Difesa tenta la strada
della conoscenza e della riflessione, piuttosto che della cro-

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ciata e dello scontro.
Anche la Chiesa intanto cerca di organizzarsi: nella diocesi
è tutto un fiorire di convegni, di seminari e di iniziative per
lo studio e la diffusione della conoscenza dell’Islam, e la Di-
fesa puntualmente ne dà notizia; tra le altre cose viene anche
costituito un apposito servizio diocesano per le relazioni cri-
stiano-islamiche guidato da don Giuliano Zatti. La via del dia-
logo non è però sempre la più facile; proprio don Zatti, all’in-
domani dell’attentato di Londra, che costa la vita a più di ses-
santa persone, si abbandona sulle colonne della Difesa a una
riflessione amara: «chi, come me, si è trovato ad affezionarsi
al mondo islamico non può che soffrire per quanto va succe-
dendo, quasi che l’ultima parola debba sempre essere quella
della stupidità, della religione ridotta a slogan, della rabbia
incontrollata e dei muri contrapposti» (24 luglio 2005, p. 5: «A
noi credenti il “compito” dell’incontro»).

Moschee nella città del Santo

U
no degli aspetti del problema dei rapporti con l’Islam è
senza dubbio quello della presenza dei luoghi di culto:
“Piccole moschee crescono”, titola in prima pagina la
Difesa del 25 maggio 2003. In quel momento nella diocesi ci
sono quattro luoghi di preghiera musulmani: quello storico di
Pontevigodarzere, nato nel 1997, il centro culturale “Il penti-
mento” a Borgoricco, “La Pace” a Cassola e “Falah” a Bagnoli
di Sopra. Centri culturali appunto e non moschee, perché in
realtà di moschee vere, costruite cioè secondo i dettami isla-
mici, in Italia ce ne sono appena tre: a Catania, Roma e Mila-
no. Le moschee: costruirle o no? Con fondi statali, oppure
permettendo a chiunque di fare la “propria” moschea, magari
lasciando in questo modo il campo alle organizzazioni più
fondamentaliste? Non è un problema da poco: scrive a questo
proposito il sociologo Stefano Allievi, uno dei massimi cono-
scitori dell’Islam europeo: «la moschea è il luogo centrale del-
l’Islam praticato. Pur non essendo spazio sacro nel senso cri-
stiano del termine, intorno a essa si definisce il territorio mar-
cato islamicamente. È anche il segno principale di un proces-
so di progressiva visibilizzazione dell’Islam nello spazio pub-
blico, anche europeo, che è attualmente in corso. Ed è infine

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il luogo elettivo delle battaglie simboliche intorno all’Islam,
tanto dei suoi fautori che dei suoi oppositori» (25 maggio
2003).
Il confronto con altre culture impone anche di ripensare le
regole della convivenza civile: ne sono un esempio le contro-
versie che investono il problema della laicità dello stato, co-
me quella sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici,
oppure quella sulla menzione delle radici cristiane nel pro-
getto di costituzione europea. Si tratta di temi che negli anni
dopo il 2000 riempiono le pagine dei giornali; in tutta Italia
privati cittadini e associazioni chiedono ai giudici che i sim-
boli del cristianesimo vengano rimossi da scuole, ospedali,
seggi elettorali: quasi sempre si tratta sempre di atei o agno-
stici militanti, spesso però la questione viene messa in rela-
zione con la “multiculturalità” e la “multietnicità” alla quale
l’Italia starebbe approdando.
In particolare il dibattito sul crocifisso esplode tra il 2004 e
il 2005; la Difesa non si tira indietro, cerca anzi di trattarlo
con equilibrio, dando risalto anche a opinioni che dissentono
dalla posizione ufficiale della Chiesa italiana, come quella di
Renato Pescara, docente di diritto comparato alla facoltà di
scienze politiche dell’università di Padova. Quella sul crocifis-
so è, secondo Pescara, una “battaglietta di retroguardia”, che
elude e non affronta il problema del pluralismo (1 gennaio
2005, p. 5: “L’Italia è in ritardo rispetto al pluralismo”). Gli al-
tri grandi stati europei, avendo una storia di immigrazione
più antica, hanno messo a punto delle strategie sperimentate
nel rapportarsi al diverso: è il caso ad esempio della Francia
che, secondo lo studioso (cattolico impegnato), «ha fatto i
conti con posizioni diverse per la lunga frequentazione colo-
niale. A inizio Novecento per garantire la convivenza civile e
prevenire conflitti si stabilì che lo stato garantisse lo spazio
pubblico assolutamente laico, senza preferenze». Va da sé che
l’esperienza dell’Italia è molto diversa: «[noi] non abbiamo
mai conosciuto un vero pluralismo, non sul piano delle etnie
né in ambito religioso. [...] Per questo, parlare di temi come
integrazione, immigrazione, rispetto della diversità religiosa,
tutela delle minoranze, da noi scatena sempre polemiche vi-
vaci». Che fare allora? La risposta, sempre secondo Pescara,
sta innanzitutto nella riflessione sulla propria identità, nella
scelta valori fondanti che siano anche accoglienti, e, soprat-

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tutto, nella scuola, dove la convivenza, così difficile per i
«grandi, si realizza già tra i ragazzi, sia che provengano da fa-
miglie italiane che straniere».
La Chiesa non cavalca mai l’impressione prodotta dallo
“scontro di civiltà”, e giunge spesso a frenare i suoi esponenti
più focosi; eppure il dialogo è sempre una discussione, un
work in progress che segna successi, ma a volte anche incom-
prensioni, se non veri e propri scontri. È quello che succede,
ad esempio, in occasione della nota controversia sulle vignet-
te satiriche su Maometto cui seguirà, sempre nel 2006, la po-
lemica per il discorso di papa Benedetto XVI a Ratisbona: in
tutti e due casi disordini, scontri con morti e feriti si ripetono
praticamente in tutti i paesi musulmani del mondo, dal Paki-
stan alla Libia, dove a Bengasi viene addirittura bruciato il
consolato italiano. «C’è un problema di diritti tout-court –
spiega Stefano Allievi (26 febbraio 2006 p. 5) – e soprattutto
di tutela delle minoranze che, se vale per le comunità musul-
mane in Europa, deve valere anche per i cristiani nei paesi
musulmani. Certamente c’è un’identificazione molto forte del-
l’Occidente con il mondo cristiano: quando si bruciava la
bandiera danese, si bruciava, dopo tutto, anche una croce.
Continuo a pensare che la guerra delle vignette sia la guerra
più stupida tra quelle lanciate a memoria d’uomo. E questo
vale anche dal lato musulmano dove i grandi proclami ro-
boanti e retorici servono solo a chi li pronuncia per guada-
gnarsi una visibilità a poco prezzo di fronte a masse obietti-
vamente strumentalizzate».

Immigrati e lavoro, i rapporti economici

A
lmeno una cosa negli anni 2000 diviene chiara, e cioè
che l’immigrazione è un fattore di sviluppo essenziale
dell’economia: in Veneto nel 2002 i lavoratori dipendenti
stranieri sono circa 80 mila e la quota di assunzione è salita,
secondo alcune stime, addirittura al 18,6 per cento (16 no-
vembre 2003). Le imprese continuano a essere affamate di
manodopera: iniziano addirittura dei progetti che mirano a
formare gli immigrati direttamente all’estero per poi farli veni-
re a lavorare in Italia (come il “progetto Dej”, 17 novembre
2002, p. 15 o Migralink, 28 gennaio 2007).

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L’aspetto del lavoro è fondamentale anche per l’ordina-
mento giuridico italiano, che lega la permanenza dello stra-
niero sostanzialmente alla presenza di un impiego. Questo
però fa anche sì che gli stranieri possano trovarsi alla mercé
di datori di lavoro senza scrupoli; non si tratta esclusivamente
di casi limite: secondo i dati del 2002 dell’Ufficio del lavoro la
percentuale degli stranieri regolarmente residenti, ma impie-
gati “in nero” nelle aziende controllate è del 24 per cento,
mentre un altro 7 per cento è composto dai lavoratori in nero
irregolari anche per il soggiorno (16 novembre 2003, p. 9). Si
tratta quasi sempre di lavoratori impiegati in piccole imprese
artigianali e nelle costruzioni, spesso messi a fare i lavori più
pericolosi e meno tutelati. A volte si paventa persino il so-
spetto che si vogliano tenere gli immigrati in una condizione
permanente di ricatto, in modo che non possano far valere i
loro diritti sul posto di lavoro e nella società (1 dicembre
2002, p. 7: “Meglio precari così li ricatto”).
L’atteggiamento verso i lavoratori immigrati continua an-
che negli anni 2000 a essere ambivalente: se da una parte è
ormai certo che servono, dall’altra continuano a essere le pri-
me vittime della burocrazia e della mancanza di tutele ade-
guate. Un caso rappresentativo è quello dei lavoratori stagio-
nali, determinanti soprattutto in settori come l’agricoltura e il
turismo, dove i carichi di lavoro sono suddivisi in maniera
ineguale durante i periodi dell’anno (16 luglio 2006, pp. 1-3,
“Stagionali dall’Est: ce n’è bisogno”); nel 2005, secondo dati
ufficiali in provincia di Padova, essi sono 2.730: a questi
però, secondo Cgil e Cisl, vanno aggiunti almeno altri 1.300
clandestini, provenienti soprattutto da Polonia e Romania.
Nelle campagne venete crescono le richieste per l’utilizzo di
manodopera straniera, i decreti per i flussi migratori però,
uscendo sempre in ritardo, non permettono ai coltivatori di
organizzare gli ingressi; tutto questo non solo condiziona pe-
santemente la vita di centinaia di persone, ma si ripercuote
anche sull’economia del territorio: «tanto gli italiani quanto i
romeni che impiego sono stagionali che vengono qui da
qualche anno, alcuni anche da cinque – spiega Ferruccio Ret-
tore, titolare di un’azienda agricola che produce prezzemolo
–. Sono persone sicure, che se potessi assumerei immediata-
mente in modo fisso». Gli ultimi governi avevano promesso
una corsia preferenziale per gli immigrati che tornavano, ma

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alla fine non è stato fatto nulla: «sono rimasti stagionali, con
grande delusione per loro e per me – conclude Rettore – [...]
Invece di semplificare, tutto viene complicato, il procedimen-
to è assurdamente macchinoso. E lento: ho un ragazzo che è
dovuto andare cinque volte all’ambasciata a Bucarest per ave-
re i documenti. Uno stato moderno e occidentale come il no-
stro dovrebbe prevedere trafile diverse».
Un aspetto interessante, che si sviluppa proprio dopo il
2000, è l’imprenditoria legata agli immigrati; “La carica degli
stranieri artigiani” è ad esempio un titolo della Difesa del 29
settembre 2002 (p. 23): in questo periodo, secondo un’indagi-
ne dell’Unione Artigiani di Padova, ogni 10 nuove imprese
artigiane 4 sono aperte da stranieri. Qualche anno più tardi,
nel giugno 2006, gli imprenditori immigrati in Italia sono già
130.969, più 38 per cento rispetto al 2004, più di uno su dieci
residente in Veneto (9 settembre 2007, p. 5: “L’impresa parla
straniero”). Gli imprenditori immigrati non sono una novità
assoluta, il fenomeno però si evidenzia dopo il 2000; lo svi-
luppo dell’imprenditoria immigrata è senza dubbio un segno
di integrazione, della capacità da parte degli stranieri di as-
sorbire i valori della cultura veneta. In questo ambito sono i
cinesi a dimostrarsi abili, soprattutto nel commercio e nella ri-
storazione; altri gruppi organizzano piccoli negozi, phone-
center e spacci di prodotti tipici.
C’è poi tutto il settore delle costruzioni, dove gli immigrati
sono ormai la maggioranza; alcuni di loro decidono fare il
salto e si mettono in proprio: è il caso di Dragan Miljanovic,
bosniaco, che assieme al fratello gestisce un’impresa edile a
Campodarsego. 14 i dipendenti: quasi tutti bosniaci, per la
maggior parte lavoratori della vecchia impresa che i due fra-
telli possedevano in Bosnia prima della guerra (23 maggio
2004, p. 27). Tra tante storie di emarginazione e di nostalgia,
ecco finalmente la storia di un imprenditore “di successo”,
uno che in Italia ce l’ha fatta: «qui [in Italia] il lavoro è più ve-
loce e meglio organizzato – spiega Miljanovic – e con quello
che guadagno posso avere un benessere maggiore rispetto al-
la Bosnia, posso andare con gli amici a vedere una partita o
al ristorante, sentirmi partecipe di quella voglia di vivere che
caratterizza gli italiani». Dragan ha avuto la sua opportunità, e
per questo è grato all’Italia; provocato a dire che cosa possia-
mo imparare noi italiani dai lavoratori che vengono da paesi

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stranieri, Miljanovic risponde: «si può imparare a vedere le
persone che stanno sulla strada e hanno bisogno di lavorare,
di ricongiungersi con la famiglia, di restituire dignità alla pro-
pria vita. Si può imparare a offrire un’opportunità».
Non solo lavoratori dipendenti quindi ma imprenditori, e
sempre più anche consumatori: anche alcune imprese italiane
iniziano a guardare agli immigrati anche come potenziali ac-
quirenti, una fetta di mercato sempre più rilevante da conqui-
stare. È il caso delle banche, che in alcuni casi iniziano a stu-
diare anche dei servizi specifici per gli stranieri, soprattutto
nei settori dei mutui per la casa e per il trasferimento all’este-
ro di denaro (6 marzo 2005, p. 17). Per il resto il rapporto tra
immigrati e istituti di credito spesso rimane difficile; tra i pri-
mi problemi vi sono quelli delle garanzie: non avendo in Ita-
lia parenti in grado di finanziare una parte dell’acquisto, o al-
meno di garantire il prestito, per ottenere il mutuo gli stranie-
ri devono spesso fare affidamento esclusivamente sulle pro-
prie forze. Un altro problema è poi rappresentato, come sem-
pre, dai documenti: i tempi per il rinnovo del permesso di
soggiorno non sono mai celeri, e non è raro che un immigra-
to rimanga per mesi con in mano solamente la ricevuta del-
l’ufficio postale che attesta l’inoltro della richiesta di rinnovo.
Tale ricevuta, che per la legge è un documento valido, spesso
invece viene rifiutata dalla banca.

Le badanti

N
ella prima metà del primo decennio degli anni 2000
l’immigrazione cambia; arrivano tante donne, soprattut-
to dai paesi dell’Est, Ucraina e Romania in testa: sono le
badanti. In principio a organizzare questo nuovo esodo sono
agenzie dell’Est che vendono il pacchetto “viaggio in pull-
man-visto d’espatrio-permesso di soggiorno turistico”, alla
modica cifra di quasi 3 milioni di lire. Questo è il ritratto del-
la Difesa: «non giovanissime, tra i 30 e i 50 anni, spesso in
possesso di un diploma di scuola superiore, di una laurea,
[…] [Queste donne] vendono o ipotecano quel poco che han-
no per pagarsi il viaggio per cercare un lavoro in Italia per
mantenere la famiglia e i figli rimasti in patria. Sono i “qua-
dri”, i ceti medio-alti, della Moldavia, della Romania, della

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Bielorussia… Qui trovano lavoro, ovviamente in “nero”, co-
me colf, baby-sitter o assistenti ad anziani non autosufficienti»
(28 gennaio 2001, p. 15).
Queste donne rispondono a un’esigenza profonda della
società italiana, che invecchia velocemente, ma che allo stes-
so tempo non è dotata di strutture e di servizi adeguati: nel
2003 ci sono 360 mila veneti con più di 74 anni, 93 mila dei
quali soffrono di una qualche forma di invalidità; andare in
casa di riposo può costare dai 1.000 ai 1.100 euro al mese,
mentre per una badante se ne spendono mediamente 826,
con il vantaggio che inoltre l’anziano non è costretto a lascia-
re la sua casa (13 aprile 2003, p. 15). Sempre nel 2003 si sti-
ma che in Veneto ci siano 21 mila badanti; due anni dopo so-
no già 25 mila, a fronte però di una necessità di almeno 30
mila lavoratrici.
Alle badanti la Difesa dedica diversi servizi, tra cui una
grande inchiesta in due puntate (11 e 18 dicembre 2005); l’I-
talia pare avere un bisogno disperato di queste migranti: nel-
le famiglie spesso lavorano entrambi i coniugi, e il decremen-
to demografico fa inoltre sì che spesso in ogni nucleo ci sia
più di un anziano da accudire. Frequentemente infine sono
gli stessi anziani a non voler andare nelle case di riposo, pre-
ferendo continuare a vivere in casa loro; lo confermano Do-
natella Piccolo e Chiara Aliprandi, dei servizi sociali del co-
mune di Padova: «di certo, con l’introduzione nella società di
questa nuova figura professionale si è garantita un’autono-
mia, all’assistito e alla sua famiglia, che prima non appariva
possibile. E si è rilevata la notevole diminuzione di ingressi di
anziani e persone non autosufficienti nelle case di riposo,
con annessi problemi» (18 dicembre 2005, p. 4).
Il contributo delle badanti è tanto prezioso che un’inver-
sione di tendenza nel loro arrivo rischierebbe di far aumenta-
re i prezzi, con ripercussioni importanti sulle famiglie: «non è
difficile immaginare che, non appena la situazione migliorerà,
queste donne non emigreranno più – dice ad esempio il so-
ciologo Alessandro Castegnaro – e così si potrebbe ricreare
un nuovo buco nell’assistenza». Il monito è alle istituzioni,
che a volte approfittano della situazione per ridurre le spese
sociali: «in Friuli, i dati precedenti al 2003 riferivano addirittu-
ra di un calo dell’assistenza domiciliare pubblica [...] Cosa
succederà, quando loro non ci saranno più?» (11 dicembre

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2005, p. 3). Già nel 2005 infatti il mercato del lavoro mostra
segni di raffreddamento: a fare le badanti ci sono anzi sem-
pre più donne italiane: magari per un piccolo reddito extra,
oppure per fronteggiare una crisi economica che si fa sentire.
Eppure quelli che vengono definiti i “lavori di cura” sono
attività scarsamente riconosciute nel loro valore: ne è una
spia lo stesso termine “badanti”, col quale un tempo veniva-
no designati coloro che si occupavano di animali d’alleva-
mento, come maiali e galline. Un termine alternativo ci sareb-
be: “assistente familiare”, «ma è una battaglia persa – spiega
Castegnaro – quando alla figura verrà riconosciuta una mag-
giore professionalità, sicuramente cambierà da solo. Attual-
mente si riconosce loro solo un compito di basso profilo, il
“badare”, e la si assimila a quella che era una volta la servitù
domestica» (ivi). Spesso i lavori di cura si trovano confinati
nell’ambito del lavoro nero: «[dopo la regolarizzazione] molte
donne sono subito ritornate in un’irregolarità lavorativa –
spiega don Bruno Baratto, curatore del dossier Caritas 2005 –
perché mantenere in regola una figura di questo tipo è esoso
per molte famiglie» (ivi). Lo stato del resto non contribuisce a
rendere le cose più semplici: nel numero del 18 dicembre
2005 vengono enumerati sei diversi adempimenti per assume-
re una badante straniera, tra denunce e comunicazioni a Inps,
Inail, comune, regione e autorità di pubblica sicurezza, oltre
a contributi piuttosto pesanti a carico del datore di lavoro. In
compenso sono disponibili dei finanziamenti statali, ma per
essi bisogna fare tre distinte domande: due alla regione, più
una all’Ulss, anche se a essere corrisposti sono sempre dei
fondi regionali. L’immigrazione insomma è ancora una volta
specchio delle difficoltà della burocrazia in Italia: spesso usa-
ta come forma di dissuasione, piuttosto che per attuare i dirit-
ti dei contribuenti e dei cittadini.
Col decreto flussi del 2006, su un totale di circa 80 mila
“ingressi” – di fatto, come abbiamo visto, si tratta di regolariz-
zazioni mascherate – circa 15 mila sono riservati alle badanti;
solo in Veneto però, a fronte di soli 2 mila posti disponibili,
sono 7 mila le richieste raccolte le Acli (18 dicembre 2005).
Per chi resta fuori non rimane che aspettare un anno, nella
speranza di farcela la prossima volta. Come sempre le proce-
dure si svolgono in un clima di confusione e di precarietà: i
posti disponibili vengono esauriti in pochi minuti; c’è addirit-

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tura chi, per avere maggiori probabilità di entrare nelle quote,
va a fare la domanda fuori provincia, dove gli uffici postali
aprono prima. Per i pochi fortunati che riuscono ad accedere
alla lista si apre un altro percorso, ancora una volta irto di
ostacoli: coloro che sono già in Italia – la quasi totalità delle
lavoratrici – dovranno infatti rientrare clandestinamente nel
proprio paese, al fine di chiedere il visto di ingresso nelle am-
basciate italiane; se si è fermati dalla polizia nell’area Schen-
gen si rischia di l’espulsione, con il conseguente impedimento
di entrare per dieci anni. Un’odissea, che spesso si aggiunge
ai disagi di situazioni difficili: «i lavoratori temono di ricevere
dal datore minacce di denuncia della situazione irregolare che
vivono – spiega l’avvocato Marco Ferrero –. In questa condi-
zione si può anche incorrere in abusi, pure di tipo sessuale. Il
lavoro domestico può condurre alla schiavitù». Lo conferma
Donatella Piccolo, assistente sociale presso il comune di Pado-
va: «per le badanti è facile cadere nel burn out (termine tecni-
co per esprimere il logoramento nel lavoro, fisico e psicologi-
co), specie se si trovano ad accudire persone non lucide, che
tentano di scappare e devono essere controllate attimo per at-
timo» (18 dicembre 2005, p. 4).
Le badanti vivono nelle nostre famiglie, le aiutano e allo
stesso tempo ne vedono i problemi: cosa pensano di noi, co-
me ci giudicano? Maria è romena, quasi sessant’anni: «il nostro
è un lavoro molto faticoso e psicologicamente pesante, non
tanto per i rapporti con le persone anziane, quasi sempre non
lucide e da seguire in ogni momento. Difficili sono le relazio-
ni con i loro figli, coloro che ci assumono, specialmente se
della mia generazione. Appaiono troppo attaccati al denaro,
mancando di rispetto ai loro genitori e anche a noi che ce ne
occupiamo. Mi fa soffrire questo trattamento, questa non con-
siderazione».

La scuola

I
primi articoli sui bambini stranieri nelle scuole appaiono
sulla Difesa del popolo nella seconda metà degli anni ’90
(il 13 aprile 1997, ma soprattutto il 23 novembre 1997, p.
15: “In classe senza capire l’italiano”). I minori stranieri nelle
scuole sono il segno di un’immigrazione che si struttura e si

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stabilizza: una conseguenza congiunta dei ricongiungimenti
familiari e dei maggiori tassi di fecondità delle famiglie stra-
niere; alla fine del 1997 è costituito da bambini il 17 per cen-
to dei 4.500 stranieri iscritti all’anagrafe di Padova, mentre
nelle scuole materne del comune capoluogo ci sono già 352
bambini con cittadinanza straniera, la maggior parte prove-
nienti dai paesi dell’Europa dell’Est. Tempo dopo (anno sco-
lastico 2004-2005) gli allievi stranieri iscritti alle scuole pado-
vane, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo
grado, sono già 7.280: il 5,9 per cento della popolazione stu-
dentesca (4 dicembre 2005, p. 9: “Cuori aperti, non solo
scuole”).
Ancora una volta il sistema Italia arriva in ritardo, senza
un progetto, lasciando la soluzione dei problemi alla buona
volontà dei singoli: «cosa faccio? – si domanda un’insegnante
– non parlano italiano, non sono mai andati a scuola, li metto
in prima? E agli esami, li ammetto? Cosa scrivo sulla scheda?
Non posso seguirli, devo finire il programma. Se stanno con
l’insegnante di sostegno intanto gli altri compagni vanno
avanti…» (18 gennaio 1998, pp. 6-7: “Il diverso come risor-
sa”). Gli insegnanti di sostegno nella maggior parte dei casi
però non hanno una formazione specifica per gli alunni stra-
nieri; un aiuto può venire dai mediatori culturali, messi a di-
sposizione dai comuni: se però arrivano dei tagli in bilancio
ecco, la mediazione culturale nelle scuole è tra le prime voci
a saltare. Del resto, le famiglie dei bambini stranieri non vota-
no… Nel comune di Padova, per fare un esempio, nell’anno
scolastico 2005-2006, a fronte di migliaia di bambini di origi-
ne straniera, ci sono appena 19 mediatori, divisi in 9 aree lin-
guistico-culturali.
I problemi spesso vanno dall’apprendimento della lingua a
situazioni familiari difficili; qui la scuola potrebbe giocare un
ruolo essenziale per aiutare i bambini stranieri a colmare il
gap che li separa dai loro compagni italiani; nel 1999 viene fi-
nalmente emanata una legge sull’integrazione scolastica, che
prevede «l’inserimento dell’alunno, regolare o irregolare dal
punto di vista della documentazione, in qualunque momento
dell’anno arrivi». La situazione reale è però spesso diversa:
quando i ragazzi arrivano verso la fine dell’anno, o addirittura
dopo gennaio, spesso hanno difficoltà a trovare una classe
che li accolga. Il risultato è che statisticamente i ragazzi stra-

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nieri vengono bocciati più facilmente dei loro colleghi italia-
ni, con una forbice che va dai 3 punti percentuali delle scuo-
le elementari ai 12,5 nelle scuole superiori. La scuola, insom-
ma, piuttosto che ridurre i gap, a volte li alimenta: «sono nu-
merosi infatti gli alunni stranieri con difficoltà a proseguire gli
studi dopo la terza media – conferma Graziella Favaro, con-
sulente Indire (istituto nazionale di documentazione per l’in-
novazione e la ricerca scientifica) –, con tassi elevati di ab-
bandono dopo il primo anno, scivolamenti verso il basso, un
addensamento delle presenze nei percorsi di formazione bre-
vi e meno esigenti: il 41,24 per cento dei ragazzi stranieri si
orienta dopo la terza media verso l’istruzione professionale
(gli italiani sono il 21,17)» (4 dicembre 2005, p. 9). Non è tut-
to: «L’allarme sociale, le tensioni che accompagnano i discorsi
sul tema immigrazione si riflettono sulla scuola, condizionano
le relazioni. Inoltre, data anche la scarsità di risorse, vi è oggi
il rischio reale di creare classi e scuole “polarizzate”, istituti
cioè dove l’inserimento degli alunni stranieri è preponderan-
te, mentre in altre scuole, a volte nella stessa zona, gli alunni
immigrati sono scarsi o quasi assenti». Il pericolo è quello di
una società che fa pagare le conseguenze delle proprie ingiu-
stizie a coloro – bambini e ragazzi – che sono a un tempo
stesso i più deboli, ma anche le forze nuove che un giorno
costruiranno il paese di domani.
Per fortuna spesso a dare una mano ci sono il volontariato
e il terzo settore: ne è un esempio il doposcuola organizzato
da una nostra vecchia conoscenza, l’associazione Unica Terra
(11 dicembre 2005, p. 23 / “Cittadini News”). Una trentina di
ragazzi di origine straniera possono trovare un aiuto in più
per tenersi al passo nei programmi scolastici e per fare nuove
amicizie. Certo, il rischio è sempre quello: stranieri con gli
stranieri, creare dei ghetti, per quanto all’apparenza dorati:
«nei [bambini] più grandi è possibile qualche volta scorgere,
se si è attenti osservatori, espressioni di amarezza o tristezza,
magari tipiche dell’età dell’adolescenza, ma in qualche caso
dovute anche alle prime dolorose esperienze di discrimina-
zione o ingiustizia [...] specie se il colore della pelle manifesta
con immediatezza la loro provenienza».
La scuola non è fatta solo di programmi e lezioni: ci sono
anche le relazioni, i giochi e le amicizie. Nel 2001 la Difesa
lancia il concorso “Incontri sulla carta”, rivolto alle scuole pa-

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dovane (4 marzo 2001, p. 29); il tema è quello dell’incontro
con lo straniero, «uno tra i tanti che da qualche tempo vivono
accanto a noi, con le loro vicende, spesso travagliate. Vicen-
de che hanno inizio in paesi remoti, oltrefrontiera, e che ora,
per un tempo più o meno lungo, qualche volta per tutta la vi-
ta, diventano storie vicine, “nostre” […] Storie «di casa”». All’i-
niziativa aderiscono una trentina di scuole; quelle pubblicate
alla fine saranno otto, nei mesi di marzo e aprile, in pagine
intitolate a “Storie vicine e venute da lontano.” Attraverso gli
occhi dei bambini i problemi acquistano semplicità e nettez-
za; le classi fanno a gara nell’intervistare i loro componenti di
origine straniera oppure, in mancanza, gli amici o i vicini di
casa. Sappiamo così delle difficoltà nell’apprendere la lingua
e la cultura da parte cinesi, ma anche dei latinoamericani,
che pure parlano lingue molto più simili all’italiano, ma che
sentono profondamente nostalgia della loro terra. Per gli al-
banesi e soprattutto per i romeni le cose sembrano più sem-
plici, ma ecco che dopo un po’ la nostalgia riaffiora comun-
que.
Ci sono le storie personali, che sono quelle più coinvol-
genti; gli alunni della 2° B dell’Itc Calvi si interrogano ad
esempio sulla storia di Rizza, una loro ex compagna filippina.
Rizza non si è mai integrata nella classe; i suoi familiari, geni-
tori e fratelli, lavoravano tutto il giorno e non potevano aiu-
tarla negli studi: dopo tre anni in Italia parlava a stento l’ita-
liano. Nei ricordi dei suoi compagni la ragazza era piccola e
aggraziata, ma non aveva amici. Un giorno Rizza inizia a ve-
nire frequentemente in ritardo alle lezioni; i richiami degli in-
segnanti e del preside, anche se gentili, non servono: i ritardi
diventano periodi di assenza, sempre più lunghi; alla fine la
ragazzina lascia la scuola e va a lavorare. La classe la cerca a
casa, ma non riesce a parlarle; alla fine tutti si interrogano:
«quando è venuta le abbiamo fatto un applauso, ma poi cosa
abbiamo fatto concretamente per lei? Abbiamo un sospetto:
che il malessere, cioè il “non-stare-bene” di Rizza dipendesse
molto dal non essere nata e cresciuta a Padova. E questo ci
ha fatto chiedere cosa ha fatto la nostra città per integrarla
davvero? Cosa abbiamo fatto noi? […] Abbiamo sempre volu-
to che Rizza “entrasse” nel nostro piccolo mondo della scuola
e delle amicizie?».

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Le nuove generazioni: italiani o stranieri?

P
agina 7 del 13 novembre 2005: “Cittadinanza, sfida per
le democrazie” di Monica Simeoni. Parigi – o meglio: le
sue periferie, assieme a quelle delle maggiori città fran-
cesi – brucia. Da almeno due settimane la polizia è impegna-
ta in una lotta senza quartiere con delle bande a base etnica
che controllano le banlieues, i sobborghi degradati. A guidare
la rivolta ci sono non tanto gli immigrati, quanto i loro figli e
i nipoti, nati e cresciuti in Francia e con la cittadinanza fran-
cese: si affaccia il problema delle seconde e terze generazio-
ni. I figli degli immigrati crescono nella cultura ospite, ma
spesso le loro possibilità nella società sono drasticamente in-
feriori rispetto ai loro compagni autoctoni, e questo può ge-
nerare rabbia, desiderio di rivalsa. Pochi mesi sono passati
dall’attentato di Londra, organizzato da persone di origine
pakistana, tutte nate però nel Regno Unito e provviste di cit-
tadinanza britannica; le tensioni etniche sembrano infuriare in
tutta Europa: il sogno, l’incubo per alcuni, di una società
multiculturale sembra segnare definitivamente il passo. Di
fronte all’immane problema dell’integrazione delle giovani
generazioni tutti gli approcci sembrano ormai inadeguati: il
comunitarismo inglese, che lascia le comunità straniere sepa-
rate e non comunicanti con il resto della popolazione; l’assi-
milazionismo francese, che invece propugna l’abbandono
dell’identità di origine; infine l’approccio tedesco, che vede
negli stranieri essenzialmente gastarbeiter (lavoratori ospiti),
manodopera, e che – salvo un’ultima riforma – prevede assai
difficilmente la concessione della cittadinanza. Persino negli
Stati Uniti, che fondano la loro stessa identità sul fatto di es-
sere aperti a persone provenienti dalle culture più diverse,
nel nome della libertà e dell’uguaglianza di opportunità per
tutti, il disastro dell’uragano “Katrina” a New Orleans, popola-
ta soprattutto da neri, rivela sacche di emarginazione profon-
da e persistente.
Integrazione a tappe forzate dunque, comunitarismo o se-
parazione? Di fronte a queste opzioni l’Italia preferisce non
scegliere: «il nostro paese non ha avuto chiaro prima cosa po-
teva essere l’emigrazione, e non ha chiaro adesso cosa sia
l’immigrazione – dice in un’intervista Sergio Frigo, giornalista
e saggista, direttore del mensile interculturale Cittadini dap-

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pertutto – Vi è un’assenza di elaborazione, di consapevolezza.
L’Italia, dal punto di vista politico, sociale, economico, non
ha mai chiarito quale debba essere il patto con i propri citta-
dini immigrati» (la Difesa, 21 novembre 2004, p. 4). Rispetto
all’immigrazione, vista essenzialmente come problema, la so-
cietà italiana stessa è profondamente spaccata.
Perché però i problemi, piuttosto che con gli immigrati,
spesso vengono alla luce con le seconde e le terze generazio-
ni, come in Francia? «Alla concessione dei diritti civili e politi-
ci non si è accompagnata una parità nelle opportunità politi-
che e sociali – continua Frigo (15 gennaio 2006 p. 17 / “Citta-
dini News”) – Quindi non c’è stata una vera integrazione,
perché i diritti acquisiti sono solo formali. Il problema non è
quindi né etnico né religioso, come qualcuno vorrebbe fare
credere: è esclusivamente politico e sociale. Ovvero, le nuove
generazioni non hanno avuto la possibilità di riscattarsi ma
sono rimaste povere, e quindi sono diventate un problema
sociale».
Il problema dell’integrazione è particolarmente complesso:
lo stesso termine “seconde generazioni”, valido forse da un
punto di vista sociologico, non rende giustizia fino in fondo
alla realtà di persone che spesso sono nate in Italia, parlano
la nostra lingua, i nostri dialetti, tifano le nostre stesse squa-
dre, e in molti casi non hanno nemmeno mai visitato i paesi
di origine dei genitori. Gli stessi ragazzi nati in Italia da geni-
tori stranieri non acquistano la cittadinanza con la nascita, ma
rimangono stranieri per lo meno fino a 18 anni, quando di-
venta possibile richiedere la cittadinanza italiana; quando la
maggior parte di loro frequenta l’ultima classe della scuola
superiore e deve iniziare a pensare al proprio futuro, viene
loro sbattuta in faccia quella che è la realtà: non sono, per lo
meno non sono ancora, dei cittadini come tutti gli altri e, a
meno di non riuscire a prendere la cittadinanza italiana, non
potranno votare, non possono iscriversi all’università se non
attraverso delle procedure particolari, devono chiedere un
permesso di soggiorno.
È una situazione grave quella di questi “stranieri nati in
Italia”, che nel 2008 riguarda circa mezzo milione di minori;
un problema destinato comunque ad aggravarsi se è vero
che, dati alla mano, i bambini nati in Italia con cittadinanza
straniera sono ormai più del 10 per cento del totale, il 17 per

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cento in Veneto, addirittura un bambino su quattro a Treviso
o a Vicenza. Per loro nasce un’iniziativa: che ogni bambino
nato in Italia sia italiano; si tratta di una battaglia portata
avanti dalla comunità di Sant’Egidio (la Difesa ne dà notizia
nel numero del 16 maggio 2004, p. 5), alla quale un po’ a
sorpresa aderisce anche l’Anci del Veneto, l’associazione dei
sindaci, che il 7 ottobre 2006 approva con ampia maggioran-
za una proposta in tal senso.
La Difesa dedica al tema un’ampia inchiesta (3 dicembre
2006, pp. 4-5: “Minori stranieri nati in Italia: cittadini?”); ai pri-
mi cittadini veneti l’attuale normativa sulla cittadinanza non
piace: «nel caso di difficoltà in famiglia – spiega Vanni Men-
gotto, ex sindaco di Este e presidente dell’Anci Veneto – ad
esempio separazioni, la legge italiana è senza strumenti: non
è applicabile a un “concittadino” straniero; non si può ad
esempio impedire al padre di portare con sé il figlio nella pa-
tria di origine. La donna straniera, e i suoi figli, è quindi me-
no tutelata di quella italiana [...] Vi sono molte situazioni spia-
cevoli, anche banali, come l’impossibilità di partecipare alle
gite di classe all’estero se non si è accompagnati dal genito-
re. Ma, senza entrare in questi aspetti, mi metto semplice-
mente nei panni di un ragazzo, o una ragazza, nati qui ma fi-
gli di stranieri. Sono italiani a tutti gli effetti: chi glielo va a
spiegare, a 18 anni, che il paese in cui vivono da sempre li
ha rifiutati? Che conseguenze può avere, sulla persona e sulla
sua vita?».
Ma l’ingresso a pieno titolo nel consesso civile di persone
che provengono da altre culture non può essere un pericolo
per la società? «L’identità va legata alla situazione e alla cultu-
ra attuale – risponde Franco Frazzarin, sindaco di Vigodarzere
– va vista guardando al futuro, non con gli occhi puntati sullo
specchietto retrovisore». Semmai gli stranieri vanno coinvolti
di più nella società e nelle sue tradizioni: «come comune ab-
biamo deciso che inviteremo tutti gli stranieri che hanno ot-
tenuto la cittadinanza negli ultimi dodici mesi, il 2 giugno
prossimo nella sede comunale, alla celebrazione della festa
della repubblica, che è anche la festa della nostra costituzio-
ne [...] [Questo perché] quando uno straniero diventa cittadi-
no italiano, deve giurare proprio sulla costituzione e di fronte
al sindaco».

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Il caso via Anelli

S
viluppatosi tra la fine degli anni ’90 e il 2007, quando
termina lo sgombero, il “caso” via Anelli è diventato col
tempo – a livello nazionale e non solo – sinonimo di
cattiva integrazione, di insicurezza, dei pericoli insomma con-
nessi all’immigrazione. Eppure lo spazio dedicato alla que-
stione dalla Difesa del popolo, è interessante notarlo, è relati-
vamente poco, soprattutto se confrontato con i fiumi d’in-
chiostro versato dalla stampa locale e nazionale.
Certo, via Anelli appare sulle pagine della Difesa fin dal
lontano 6 maggio 1990 (p. 32), a proposito della celebrazio-
ne, nella vicina parrocchia di San Pio X, della nona “giornata
della solidarietà diocesana”; nell’occasione si accenna per la
prima volta al fatto che la zona registra già una forte presen-
za di immigrati, soprattutto nigeriani e nordafricani. Via Anelli
sorge nei pressi di piazzale Stanga, in un territorio vicino alle
grandi arterie viarie, ma che al tempo stesso è chiuso ai lati
da un grosso ipermercato e da un centro direzionale, che
quasi lo isolano dal resto della città: quello che si rivelerà un
luogo ideale per un ghetto. Qui sorge il complesso Serenissi-
ma: sei palazzine costituite per lo più da miniappartamenti,
destinati in origine a studenti e lavoratori; poco a poco – a
causa anche delle speculazioni di alcuni – durante gli anni
’90 gli edifici vengono abbandonati dagli italiani ai nuovi abi-
tanti stranieri, disposti a pagare prezzi folli per dormire in sei,
in otto o addirittura in dieci in appartamenti di pochi metri
quadri. Col tempo la malavita approfitta della situazione di
degrado e di illegalità diffusa e si infiltra nel complesso; la
zona diventa il regno dello spaccio e della prostituzione, la
polizia non riesce a garantire l’ordine pubblico, gli italiani
scappano: nasce il mito del Bronx di Padova.
Nella creazione del “caso” via Anelli un ruolo determinan-
te è giocato dai mezzi di informazione, prima locali e poi an-
che nazionali, che giorno dopo giorno rilanciano ogni noti-
zia, contribuendo ad alimentare un clima di insicurezza. For-
se anche per questo la Difesa, che fin dall’inzio cerca di af-
frontare con equilibrio il tema dell’immigrazione, sceglie di
occuparsi relativamente poco di via Anelli; quando lo fa, non
è mai per rincorrere i quotidiani o le emittenti locali, bensì
per proporre una storia, un approfondimento, un punto di vi-

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sta differente. Così accade ad esempio il 15 febbraio 2004 (p.
17: “Io, ospite in via Anelli”), con un servizio che prende
spunto dalla celebrazione del convegno dei Gim – Giovani
per l’impegno missionario, un movimento legato ai missionari
comboniani. I Gim, che contano un gruppo piuttosto nutrito
a Padova, tra le loro attività hanno anche quella di visitare gli
abitanti del complesso Serenissima: prima ancora che per aiu-
tare vanno lì innanzitutto ad esserci. Incontrare l’altro, acco-
gliere lo straniero per il cristiano può essere un’opportunità
per santificarsi: ne parla Diego Dalle Carbonare, 21 anni, da
poco postulante comboniano; «è stata una grande fatica vede-
re i miei pregiudizi e cercare di staccarmi dai falsi atteggia-
menti di confidenza – confessa Diego – come il dare forzosa-
mente e sempre del “tu”: atteggiamenti che nascondono sol-
tanto un senso di superiorità camuffato. E da ciò fermarsi,
cercare di porsi in ascolto, fare silenzio, far parlare l’altro...».
Piuttosto che alle polemiche e ai fatti di cronaca, la Difesa
dedica particolare attenzione al percorso di riqualificazione
della zona. Via Anelli, al di là di della situazione concreta, col
tempo sfugge di mano anche ai media e soprattutto alla poli-
tica, che provano a cavalcare il senso di insicurezza dei citta-
dini, e diventa un caso nazionale. Il piano di riqualificazione
parte nel 2004 con il progressivo sgombero di tutte le palazzi-
ne; il progetto originario prevede l’acquisto in blocco da par-
te dell’Ater di tutti i 276 appartamenti e la destinazione dell’a-
rea all’edilizia popolare. Il nodo principale dell’operazione, a
tutt’oggi irrisolto, è quello della proprietà degli appartamenti;
l’Ater e il comune vorrebbero acquistarli a quello che ritengo-
no essere il prezzo di mercato, nel 2004 quantificato in 23 mi-
la euro. In alternativa, come strumento di pressione, si pa-
venta l’esproprio per pubblica utilità: «oggi possedere un ap-
partamento in una di quelle sei palazzine, stante l’attuale si-
tuazione di degrado e di mancanza di controlli, equivale alla
classica gallina dalle uova d’oro – dichiara Andrea Drago,
presidente dell’Ater – Quei tempi sono finiti. Chi pensava di
continuare a guadagnare all’infinito sulla disperazione di one-
sti lavoratori stranieri alle prese con il problema della casa, è
bene che comprenda che la pacchia sta per finire» (2 maggio
2004, p. 17). Successivamente si parlerà anche di abbattimen-
to e di ricostruzione, ma allora subentra tutto il problema di
un progetto che guardi al futuro della città in quella zona. In-

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tanto i proprietari non vogliono essere colpevolizzati, né es-
sere sottoposti a pressioni; a tutt’oggi, mentre nell’estate del
2007 è terminato lo sgombero e tutti gli appartamenti sono si-
gillati, non è chiaro che fine farà esattamente quest’area della
città. Intanto che fine fanno gli ex inquilini? Per quelli che ri-
siedono legalmente in Italia vengono provvisoriamente messe
a disposizione delle case popolari; agli altri, in particolare
agli immigrati irregolari, non rimane che cercare un’altra si-
stemazione.
La chiusura delle palazzine, a intervalli di qualche mese
l’una dall’altra, va avanti per quasi tre anni; intanto intorno al
complesso viene elevata una barriera, alta circa tre metri: si
tratta del “muro di Padova”, un nuovo simbolo del degrado
della zona. La notizia catalizza se possibile ancora di più l’at-
tenzione dei media: piombano troupe televisive da tutta Eu-
ropa, perfino dal Giappone; nel novembre 2006 il program-
ma “Anno zero” trasmette un lungo servizio proprio su Pado-
va, e il muro diventa il simbolo di una città ricca ma intolle-
rante, gretta e inospitale, dove si pensa solo agli “schei”. I let-
tori della Difesa però si ribellano e tempestano di lettere di
sdegno la redazione (19 novembre 2006, p. 39); scrive ad
esempio mons. Giovanni Nervo: «Giovedì sera, dopo la tra-
smissione [...] una persona che non conosce la città del Santo
ha telefonato molto preoccupata da una città lontana a un
amico di Padova. Pensava di iscrivere sua figlia all’università
di Padova, ma, dopo il programma di Santoro, temeva di
mandare la figlia allo sbaraglio». Altre lettere hanno toni fu-
renti: «Come padovano non ci sto. Padova come un grande
Bronx in mano ai narcotrafficanti, una città senza speranza, i
padovani gretti, chiusi, provinciali, la Chiesa padovana inca-
pace di comprendere e accettare la sfida della multicultura-
lità, la politica, le istituzioni e le forze sociali apatiche e sotto
scacco?». Altri ancora: «Dopo la trasmissione “Anno zero” su
Padova, sentiamo indignazione e sofferenza. Non ci ricono-
sciamo in una città in cui le persone – secondo un’intervista
anonima – sono provinciali, ignoranti perché non leggono e
non viaggiano, preoccupate solo dei soldi». La Difesa, che
pure spesso ha preso le parti degli immigrati, riflette così an-
che lo stato d’animo di una città che non vuole passare esclu-
sivamente per razzista e inospitale. Stupiscono e indignano i
lettori soprattutto le critiche contro la diocesi, da sempre in

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prima fila a fianco dei poveri e degli immigrati, che sembrano
ricalcate sulle posizioni di alcuni gruppi dell’estrema sinistra.

Storie di migranti

D
are ancora una volta la parola alle persone, ascoltare le
loro storie, è forse il modo migliore di chiudere questo
piccolo viaggio in quasi quarant’anni di immigrazione a
Padova. In fondo in tutti questi anni la Difesa del popolo, più
che addentrarsi in analisi e assumere posizioni politiche, ha
cercato di fare proprio questo: ascoltare le persone, riportare
le loro esperienze. In questo il settimanale padovano è stato
coerente con la posizione della Chiesa italiana, che non ha
mai affrontato la questione dell’immigrazione da un punto di
vista ideologico, ma ha sempre richiamato l’attenzione sulle
persone immigrate: una posizione non priva di rischi, ma che
spesso anzi ha esposto la Chiesa al fuoco incrociato di chi da
una parte le rimproverava di essere troppo morbida con gli
immigrati, e di chi dall’altra la accusava di essere troppo tie-
pida nel difenderne i diritti “senza se e senza ma”.
Tony viene dal Sudan, ed è arrivato in Italia su un barco-
ne. Scappava dal suo paese a causa della guerra e della per-
secuzione alla quale vengono sottoposti i cristiani (27 luglio
2003, pp. 2-3). La sua storia merita di essere raccontata con le
sue parole: si inizia con lo sbarco a Lampedusa, seguito dalla
permanenza in un centro di raccolta; dopo tre settimane gli
danno «265 euro, qualche indirizzo tra i quali quello della Ca-
ritas di Padova e il consiglio di partire per lasciare posto ai
nuovi arrivi». Alla fine Tony si ritrova in via Anelli: «Per voi
padovani […] può sembrare un problema. Per me è significa-
to solidarietà e una parziale soluzione ai miei problemi. Così
ho avuto un letto, un pasto al giorno offertomi dalle cucine
popolari e un lavoro illegale che voi chiamate “vucumprà”. I
soldi li ho spesi subito quasi tutti per una falsa dichiarazione
di ospitalità necessaria in questura per rinnovare il permesso
di soggiorno». Il racconto di Tony prosegue ricordando anche
molte umiliazioni subite. L’ultima in un comando dei vigili in
un piccolo comune del Bolognese: «mi interrogano in italia-
no. Non capisco niente, rispondo in inglese, cerco di spiega-
re che non ho alternative, non capiscono. Mi requisiscono il

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borsone: per me è un nuovo debito. Mi lasciano andare ma
con una multa di 5 mila euro per aver esercitato il commercio
senza regolare autorizzazione. Mi viene proposto un nuovo
lavoro, stranamente ben remunerato. Consegna di… un “cer-
to” materiale. “No, la droga no!” mi dico. “Piuttosto la fame”».
Oumar Syll, senegalese, laureato in marketing nel suo pae-
se, è venuto in Italia da “regolare” (ivi). il suo sogno è quello
di raccogliere i soldi necessari per avviare un’impresa nel suo
paese: «da sempre – confida – ho il desiderio di creare qual-
cosa di “mio”». In Italia è venuto perché qui vivevano già due
suoi fratelli. Syll lavora duramente, per mantenersi e per man-
dare soldi alla famiglia – ha 32 anni ed è anche sposato. Do-
po qualche co.co.co, finalmente il senegalese riesce a metter-
si in proprio, aprendo una società di consulenza. Il sogno
però è di creare al più presto una filiale nel suo paese per-
ché, come dice Syll all’intervistatore, «non troverà un senega-
lese che dica che vuole rimanere in Italia».
Zhu Ri Duo, detto Mauro, vive a Bagnoli di Sopra con la
moglie e un fratello; insieme lavorano in una ditta di abbi-
gliamento che fornisce lavoro a domicilio (22 febbraio 2004).
In Cina di lavoro ce n’era, ma Zhu ha comunque deciso di
venire in Europa perché lì i salari erano ancora troppo bassi:
pensava magari di poter mettere da parte, con qualche anno
di lavoro duro, un po’ di capitale per un’attività in proprio...
A volte però le cose non vanno come immaginiamo: «ho per-
corso lo stivale da Taranto a Brescia [...] scegliendo infine di
stabilirmi in Veneto. Ho visto bei posti e ho constatato agiati
stili di vita, ma di lavoro, il mio principale obiettivo, non c’è
poi così grande abbondanza e stabilità. Finora sono stato as-
sunto in ristoranti e stirerie, d’estate ho fatto anche il vendito-
re ambulante in spiaggia». Intanto l’economia italiana è in una
fase di ristagno – complice proprio la concorrenza della Cina
– e le commesse dall’azienda diminuiscono; il costo della vita
è altissimo. Rimangono la nostalgia e quel po’ di rimpianto di
chi non ce l’ha fatta: la Cina è un paese «davvero meraviglio-
so e immenso, l’ho percorso tutto durante un viaggio, prima
di lasciarlo. Poi laggiù ho ancora mia madre. Ci tornerò dopo
aver fatto un po’ di fortuna, a 50 o 60 anni [...] Ora, anche vo-
lendo, non avrei i soldi per il viaggio e poi l’Italia ormai è il
paese del piccolo Simone, che crescerà, studierà e vivrà qui».
Sun Jun, sempre cinese, è un campione di tennistavolo e

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vive a Este. Particolarmente interessante la sua descrizione
del sistema di educazione e di selezione nel suo paese (22
febbraio 2004): «in Cina, di un bambino di sei anni lo stato sa
già quanto alto sarà a diciotto. E se la statura è dentro certe
tabelle, quel bambino farà, di mestiere, il giocatore di palla-
canestro. A otto anni entrerà in un college statale, frequenterà
la scuola interna e lavorerà in palestra da quattro a sei ore al
giorno per sette giorni la settimana, in continua competizione
con qualche centinaio di suoi coetanei che cercherà, per tutta
la vita, di superare. Da adulto riceverà uno stipendio in linea
con le sue capacità. E a fine carriera una pensione. Che il ba-
sket gli piaccia o no, è un problema che la nostra organizza-
zione statale non si pone». Ma allora, perché i cinesi vengono
in Italia? «Qui da voi si vive nettamente meglio, il clima è mite
e le possibilità di crearsi un’indipendenza economica nume-
rose. E poi, qui, non c’è un regime comunista».
Una testimonianza che colpisce è quella di Roland e Irene
Minka, cittadini camerunensi che vivono nel Padovano da di-
versi anni. Entrambi lavorano, hanno ottimi studi: Roland è
anche delegato sindacale nella fabbrica dove lavora, mentre
Irene è mediatrice culturale; insieme conducono una trasmis-
sione su una radio locale che racconta la vita e le storie dei
cittadini immigrati. Così a prima vista Roland e Irene sembra-
no dei modelli di integrazione, eppure: «dopo sette anni tra-
scorsi in Italia noi non possiamo dire di essere integrati – di-
cono –. Malgrado tutto ciò che facciamo, infatti, ci sentiamo
sempre rifiutati dalla società, che continua a considerarci co-
me cittadini di serie C (manodopera, “bingo bongo”, i senza
diritti, i clandestini, i disperati)» (28 novembre 2004, p. 4).
Alejandro e Paola Adaglio vengono da Rosario, Argentina
(8 agosto 2004, pp. 2-3: “A volte ritornano. Immigrati di ieri e
di oggi”). Alejandro ha il passaporto italiano, e per loro tutto
è andato abbastanza bene: in Argentina non c’erano prospet-
tive, qui hanno già comprato casa, hanno un lavoro, amici.
Eppure, dice ancora Paola, «se potessi, tornerei!».

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Postfazione

Un ricordo e qualche riflessione per accompagnare il lavo-
ro di Daniele Mont d’Arpizio.
Il ricordo risale alla fine del 1987: erano gli anni in cui
molti stranieri, soprattutto nordafricani, iniziavano ad afflui-
re in Italia e in Veneto in particolare. Ad attrarli c’era la
grande domanda di forza lavoro, alimentata dal nuovo “mi-
racolo” del Nordest; trovare casa però era per loro quasi im-
possibile. Di questo problema mi parlò un giorno Mattia, un
giovane obiettore in servizio presso la Caritas di Vicenza:
«Possono venire a casa mia» scherzai, «vivo da solo». Non l’a-
vessi mai detto. Due mesi dopo, una domenica pomeriggio,
sento suonare alla porta e mi trovo davanti due persone con
dei borsoni. «Mi dispiace, non mi serve niente» dico io; «No no
– risponde uno di loro – Mattia ci ha detto che stanotte possia-
mo dormire qui». Nuredin e Mohamed restarono a casa mia
per un anno e fu in questo modo, piuttosto casuale, che entrai
a contatto con le storie e i problemi delle persone immigrate.
Probabilmente quella domenica di fine 1987 non me ne ren-
devo conto, ma quell’incontro avrebbe determinato in manie-
ra definitiva tutta la mia vita successiva: nel 1989 fu costitui-
ta l’associazione Unica Terra, con l’obiettivo di offrire un ap-
poggio morale e materiale agli stranieri, nel 1993 e poi nel
1997 fu la volta delle cooperative Nuovo Villaggio e Città
So.La.Re, nate rispettivamente per trovare delle soluzioni alle
richieste di case e di lavoro; infine nel 2001 nacque la fonda-
zione La Casa e nel 2003 il consorzio Villaggio Solidale.
In questi anni l’entità del fenomeno immigrazione è cam-
biata straordinariamente. Già alla fine degli anni ’80 tutti
noi operatori del sociale percepimmo che l’immigrazione non
era un fatto temporaneo, ma un fenomeno complesso, cre-
scente e sostanzialmente irreversibile; nessuno però si aspetta-

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va una tale crescita in così pochi anni. All’inizio degli anni
’90 potevo dire di conoscere personalmente quasi tutti gli im-
migrati della città; adesso solo gli stranieri regolari residenti
in provincia sono quasi 70 mila, e ormai si avvicinano al 10
cento della popolazione.
In questi anni abbiamo assistito a una grande mutazione
della nostra società: forse la più grande, paragonabile solo al-
l’impatto che può avere avuto internet, per fare un esempio.
Una sfida epocale, rispetto alla quale però, purtroppo, forse
non ci siamo sempre dimostrati all’altezza. Fin dall’inizio la
risposta delle istituzioni – lo si comprende bene dal libro – è
stata improntata all’improvvisazione, a una pressoché totale
mancanza di risorse e, soprattutto, di strategie. Non posso di-
menticare come tra il 1997 e il 1998 la “piccola” cooperativa
Nuovo Villaggio investisse nell’accoglienza agli immigrati più
di quanto non facesse il bilancio della regione Veneto. A que-
sta sostanziale mancanza hanno supplito le associazioni, le
famiglie e, soprattutto, il grande spirito di umanità e di acco-
glienza della gente italiana e veneta in particolare. Se però ol-
tre a questo ci fossero state delle serie politiche di integrazio-
ne, la situazione non avrebbe forse potuto essere diversa, mi-
gliore? Non lo sapremo mai.
Una seconda riflessione riguarda la natura delle nostre
città, che in questi anni abbiamo visto diventare sempre più
crude, difficili, diffidenti, e poi anche più ciniche, meno cu-
riose, meno umane. Anche Padova e il Veneto non sfuggono
alla tendenza delle società moderne, che è quella dell’atomiz-
zazione, dell’isolamento e, in ultima istanza, della solitudine.
Trovo che l’immigrazione a questo riguardo non sia altro che
una cartina di tornasole, l’indicatore dei difetti e dei pregi
della nostra collettività, non una causa: non ha fatto – e non
fa – altro che mettere in evidenza le problematiche fonda-
mentali di una società, per usare le parole del sociologo Zyg-
munt Bauman, sempre più “liquida”, dominata dalla frene-
sia del consumo e dello sperpero, cui però fa da contraltare la
perdita della sicurezza legata all’identità e ai legami familia-
ri. Di questa nuova società, popolata da individui sempre più
isolati, gli immigrati sono stati solo i primi a fare le spese: oggi
però tocca anche a tanti autoctoni, anche loro sempre più po-
veri di mezzi, di legami sociali, di affetti. E infatti oggi sono
molti gli italiani che si rivolgono al mondo del non profit per

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ricevere aiuto e assistenza: le certezze di benessere della no-
stra società si sono sgretolate anche per loro.
Oggi il mondo sta affrontando una crisi, non solo econo-
mica, che forse è senza precedenti, e a farne ancora una vol-
ta le spese pare debbano essere ancora una volta i poveri e gli
ultimi. Quanto è stato costruito in questi anni nel settore pri-
vato sociale rischia di essere spazzato via, in un’agenda che
parla solo di sostegno alle imprese profit e, tutt’al più, ai red-
diti. Eppure, se c’è un insegnamento che possiamo trarre dai
tempi che stiamo vivendo, l’epoca di sviluppo inconsapevole
dei costi umani, sociali e naturali deve considerarsi finita. La
globalizzazione in questi anni ha permesso una crescita eco-
nomica straordinaria, con benefici limitati però a un numero
esiguo di persone: in questo senso l’immigrazione non ha fat-
to altro che portarci di fronte chi stava pagando il costo di
questo sviluppo. Oggi siamo di fronte a una scelta drammati-
ca: difendere i nostri beni o tentare di aprirci alla condivisio-
ne. Personalmente sono sempre più convinto che la scelta del-
la mera difesa dei propri privilegi sia insostenibile, oltre che
su un piano etico, anche su quello pratico. Nonostante tutto
continuo a sperare in una società più aperta alla condivisio-
ne, meno ingiusta, meno militarizzata: è questa la società che
spero per i miei figli, quella in cui credo vivrebbero meglio.
Anche se non sono un giornalista o un esperto di comuni-
cazione, mi permetto di chiudere con un’osservazione sulla
forma: trovo che in questi anni la Difesa del popolo si è acco-
stata al tema dell’immigrazione con un’attenzione alle perso-
ne, un’umanità, uno “stile” inconfondibili, che colpiscono so-
prattutto nel raffronto con molti altri mezzi di comunicazio-
ne, locali e nazionali. Un’attenzione e un’opera preziosa, che
siamo sicuri continueranno anche negli anni a venire.

Maurizio Trabuio

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Indice

PREFAZIONE pag. 3

AL LETTORE pag. 6

CAPITOLO PRIMO
La preistoria dell’immigrazione (1970-1990)
Gli inizi: studenti ed esuli pag. 7

I primi problemi pag. 11

I preti neri pag. 12

Il papa venuto da lontano pag. 15

L’immigrazione negli anni ’80 pag. 17

I “boat people” pag. 20

L’integrazione e il razzismo pag. 24

CAPITOLO SECONDO
Come divenimmo “Lamerica” (1990-2000)
L’immigrazione negli anni ’90 pag. 27

L’emergenza casa e le parrocchie pag. 30

L’operazione roulottes dell’inverno 1990-’91 pag. 33

Il disagio e le risposte:
le istituzioni e le associazioni pag. 35

Quando lo Stato dice:“arrangiati” pag. 37

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Parlano gli immigrati pag. 39

La Chiesa di fronte all’immigrazione pag. 42

Le parrocchie “straniere” pag. 43

Gli stranieri e la sicurezza pag. 46

CAPITOLO TERZO
I nuovi italiani (2000-2007)
L’immigrazione nel 2000 pag. 50

I “flussi” e le sanatorie: l’accoglienza all’italiana pag. 52

La politica locale pag. 55

Il rapporto con l’Islam pag. 59

Moschee nella città del Santo pag. 62

Immigrati e lavoro, i rapporti economici pag. 64

Le badanti pag. 67

La scuola pag. 70

Le nuove generazioni: italiani o stranieri? pag. 74

Il caso Via Anelli pag. 77

Storie di migranti pag. 80

POSTFAZIONE pag. 83

INDICE pag. 86

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COLLANA “CENTO ANNI CENTO PAGINE”

Titoli pubblicati

n. 1 Ghirigori. Racconti e ricordi nel segno della Dife-
sa scritti dai collaboratori del settimanale

n. 2 Cogito ergo bum. Vignettario dell’ultimo quarto di
secolo. Le vignette di Gigi & Checco dalle pagine
della Difesa 1979-2008

n. 3 La pazzia del ballo. L’esperienza visiva, etica ed
estetica del ballo in cent’anni della Difesa del po-
polo di Sergio Giorato

n. 4 Don Alfredo, un maestro. Testi scelti in memoria
di mons. Alfredo Contran a un anno dalla morte

n. 5 Un allarme al giorno: è la stampa, bellezza! Sicu-
rezza, territorio, informazione. Atti del convegno
nazionale Fisc a Padova, 10-12 aprile 2008

n. 6 Il colore dei fratelli. Quarant’anni di immigrazio-
ne nelle pagine della Difesa del popolo di Daniele
Mont d’Arpizio
MONT cop copia 9-04-2009 17:36 Pagina 2

cent’anni di buoni frutti

DANIELE MONT D’ARPIZIO
Il colore dei fratelli – titolo desunto da una pagina del 1989 –
si presenta non come uno studio sull’immigrazione, ma come
una lettura del modo in cui la Difesa del popolo, settimanale Il colore
diocesano di Padova, ha trattato dell’immigrazione, dal suo
sorgere negli anni Ottanta fino al suo ultimo tumultuoso sviluppo. dei fratelli
Si è dunque cercato di limitare i riferimenti a leggi, normative
e numeri ai casi in cui erano effettivamente utili a illustrare i Quarant’anni di immigrazione
fatti raccontati, preferendo piuttosto dare spazio a storie personali
e testimonianze dirette, in linea anche con la sensibilità della nelle pagine della Difesa del popolo
Difesa, che «si è sempre accostata al tema dell’immigrazione
con un’attenzione alle persone, un’umanità, uno “stile”
centopagine 6
inconfondibili».
Il lavoro si sviluppa lungo l’arco di quasi quattro decenni, dal
1970 all’inizio del 2008, cogliendo le modalità secondo cui, in
ogni periodo, le pagine del settimanale hanno affrontato e
interpretato questioni divenute sempre più coinvolgenti.
Con la ricerca di Daniele Mont d’Arpizio si conferma che anche
la strada percorsa dalla Difesa del popolo – e dal mondo cattolico
padovano – può ben rientrare in una più ampia e inclusiva storia
dell’immigrazione nel nostro territorio.

€ 6,00