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IL VENETO CHE NON TI ASPETTI

C' un Veneto che di solito non conviene raccontare. Non conviene mediaticamente, n
politicamente. Perch non attira, non produce n shock n rabbia. Produce invece senso e futuro.
Questa settimana proveremo a raccontarlo. Perch c' un'occasione per farlo, ma anche perch ne
vale la pena.
Alla fine della cerimonia per Sandrine sulle rive dell'Adige , sabato 15 gennaio, con i piedi freddi
sul fango degli argini e il naso rosso a guardare il tramonto oltre il fiume, alcuni degli organizzatori
si sono fermati a parlare. La cosa che ha stupito di pi di quella giornata la variet di appartenenze
e provenienze di chi ha voluto salutare Sandrine ed esprimere rabbia per quanto ancora succede
nella base militare di Cona. C'erano molti mondi diversi, dall'associazionismo pacifista alle
parrocchie, dai centri sociali ai sindaci, deputati e consiglieri di PD, Sinistra Italiana e non solo, dai
sindacati di base agli ospiti dei centri di accoglienza, dagli studenti universitari ai cittadini di Cona,
Rottanova e molti altri. Una galassia multiforme riunita da una volont comune molto chiara. Ma
anche una galassia che spesso rimane frammentata e divisa da confini invisibili, difficili da capire e
spiegare. Essere insieme lungo l'Adige (cos come nella fantastica manifestazione sul Montello
domenica 22 gennaio) ha risvegliato la consapevolezza che se Cona esiste anche perch chi non
la vorrebbe incapace di unirsi, di far sentire la propria voce, le proprie esperienze. Le parole
d'ordine che hanno reso possibile la scelta disumana di luoghi come Cona, Bagnoli o Oderzo sono
semplici e di grande impatto: Non li vogliamo Prima i Veneti Non ghe xe schei neanca per
nojaltri e via cos, con barricate e fiaccolate. I sindaci si mettono in testa a questi cortei o non li
contrastano, i prefetti non sanno a chi affidare i richiedenti asilo e nasce Cona. Molto chiaro. Ma se
invece vogliamo partire dalla consapevolezza che far stare 1500 persone in un'ex base militare nel
nulla significa produrre tensione e disagio per tutti, come facciamo a costruire un percorso altro?
Bisogna provare a raccontare altro. A usare parole e storie capaci di rispondere a quelle parole
d'ordine cos facili da sfruttare e replicare. Parole che contengono solo la superficie delle cose, ma
che bene aderiscono alla rabbia di quella superficie. Spesso durante i dibattiti alla fine dei miei film
c' qualcuno che con onest mi chiede ma allora come risolviamo questo problema? Questo
problema non un virus esterno che passa di qui. Questo problema la conseguenza di una cosa
dentro alla quale la nostra vita immersa quotidianamente senza via di scampo: globalizzazione. Se
noi non vogliamo i profughi perch prima i veneti, allora dovremmo per coerenza anche
rinunciare a tutte i prodotti non veneti che usiamo ogni giorno e che vengono da luoghi dove il
costo dle lavoro infinitamente pi basso. Impossibile. Rimarremmo nudi, senza telefono, senza
auto, senza riscaldamento e con un buon 40% di cibo in meno. Cos sta andando il mondo, ma le
regole della comunicazione e della politica dicono una cosa sola: non spiegare, produci effetto.
Quindi no ai profughi, prima i veneti.
Ma esiste una strada per liberarsi dalla schiavit alle regole mediatiche: raccontare e far incontrare
le pratiche diffuse che non solo propongono altro, ma anche lo stanno gi facendo. Queste storie
svuotano di senso le parole d'ordine e non urlano confusione e paura, ma raccontano sfide e futuro.
Per questo sabato 28 gennaio si terr a Padova l'Assemblea Regionale dell'accoglienza degna e
diffusa, dove queste sfide e queste storie si incontreranno e dove tutti coloro che non vogliono
accettare la schiavit alle regole mediatiche potranno conoscerle. E' una grande occasione di
democrazia e civilt. Perch chiudere i luoghi disumani come Cona una conquista di tutti, un
passo di civilt verso un futuro migliore, non fatto di odio e privilegi, di muri e rendite incontrollate,
ma di condivisione e conoscenza, di dialogo e giustizia.
In vista dell'assemblea del 28 gennaio in queste pagine proveremo anche a non rispettare le solite
regole mediatiche e daremo spazio ai volti, ai pensieri e alle esperienze di tre sindaci veneti che
hanno gi deciso di fare accoglienza diffusa. Chiederemo a loro cosa stanno facendo, come e con
quali conseguenze. Nella speranza che possano essere in molti ad imitarli, liberandosi dalla
schiavit di quelle parole d'ordine che tanto tempo fanno perdere e che tanta disumanit producono.