k ronstadt 54

© Massimo Ghimmy

periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010 ISSN 1972-9669

aiuti umanitari

Discorso sul metodo

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Sgomberato il CSOA Barattolo
Il giorno martedì 4 maggio alle ore 7:30 il CSOA Barattolo è stato sgomberato dalle forze dell’ordine. Le due porte d’ingresso sono state letteralmente murate e le strumentazioni presenti all’interno del centro portate via e danneggiate dall’incuria degli addetti ai lavori, che hanno portato fuori il materiale lasciandolo totalmente privo di copertura nonostante la pioggia battente. Due membri delle associazioni che gestiscono il CS si sono recati in mattinata negli uffici della prefettura, dove si è cercato di trovare un punto di accordo. Il “patto” stipulato comporta che le autorità si impegneranno nel cercare un nuovo spazio in cui proseguire le attività svolte all’interno del Barattolo, il quale sarà reso alle associazioni in attesa di questo ipotetico nuovo centro d’aggregazione. Sappiamo tutti che le parole le porta via il vento, ma cerchiamo di essere fiduciosi. Da segnalare, inoltre, lo sgombero - avvenuto il 3 maggio - della CSO Barbarossa, stabile situato in viale Sardegna occupato da militanti di estrema destra. Sabato 8 maggio si è tenuto un corteo in difesa degli spazi sociali che ha riscontrato un’ottima partecipazione (circa 600-700 persone). Per conoscere le iniziative future si rimanda direttamente al sito: http://www.csabarattolo.org/. La redazione di Kronstadt esprime solidarietà nei confronti del CS Barattolo, con la speranza di tempi migliori.

Non alla scienza, né agli infelici

Ma ad Alitalia e ai clericali: così si svuotano le casse dello stato
di Emme

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Italia è un Paese miope. Ce lo dimostra talmente spesso che, ormai, è diventato quasi banale parlarne. Eppure non dovrebbe mai passare di moda; è evidente, infatti, che una buona fetta di popolazione non ha ben chiari determinati concetti che sembrano essere perfettamente lineari e logici: non tutti, ad esempio, sembrano aver capito quanto sia importante un settore come quello

della ricerca, colpevole principalmente di non portare risultati tangibili “adesso e subito”. Una notizia davvero eclatante – talmente eclatante che l’ho sentita una volta sola – mi è giunta nel periodo, sicuramente ricordato dai più, in cui si cercava una maniera per salvare Alitalia. Due anni fa circa, per intenderci. Continua a pagina 4

orsi degli obiettivi e cercare di raggiungerli non è la cosa più facile del mondo, ma, tutto sommato, è fattibile. Ciò che è davvero difficile è interrogarsi sull’efficacia e sulla liceità dei metodi utilizzati. Abbiamo due modi per dare un contributo allo sviluppo del mondo: il primo, puramente di natura economica, si realizza con la beneficenza; il secondo si risolve, invece, con l’impegno - più o meno attivo - all’interno di associazioni, partiti, gruppi e situazioni volte alla difesa e alla diffusione delle cause e degli ideali in cui si crede. Entrambe le strade non sono prive di insidie. Nel primo caso, se non si è sufficientemente attenti ed eventualmente si è spinti più dal dovere morale che da convinzioni radicate, si rischia di gettare denaro in specchietti per le allodole o addirittura di non vedere neanche un centesimo della propria donazione nelle mani di coloro che avrebbero dovuto beneficiarne; nel secondo il rischio è ben più alto: si corre il rischio di perdere, oltre a del tempo prezioso, anche la propria faccia e la fiducia del popolo, solitamente a causa di forme di protesta non più attuali e/o in evidente contraddizione con i princìpi che si vogliono affermare. Troppo spesso l’amore per la propria lotta diventa totalizzante e ci impedisce di osservarne i difetti e le mancanze. Se è vero che siamo il prodotto della storia, facendo il bilancio complessivo della situazione appare evidente il fatto che i cattivi vincono da circa 130 mila anni. Forse stiamo sbagliando qualcosa. Forse sarà il caso di iniziare a farci più domande. Forse, invece, è sufficiente iniziare a porci quelle giuste. Ginevra Sanvitale

In circostanze normali
Cartoline da Belgrado
di Gianluca Flego vo; e anche egli stesso, con tutto quanto sa della vita, prova grande difficoltà a odiare senza restrizione e riserve. Certo, si hanno dei nemici e ci si rende conto di questo fatto, ma non si riesce a credere che sarebbero capaci di tutto. Non lo sarebbero, del resto, nemmeno gli amici. Continua a pagina 3

gli studenti pavesi e la crisi dell’università
di Biker Mouse da Marte

In principio era l’Onda:
gregazione studentesca degli ultimi anni che, anche in una località addormentata come Pavia, sebbene meno che in altre città universitarie, era esploso fragorosamente, raggiungendo il culmine il 30 ottobre 2008, con migliaia di studenti in corteo per le vie della città. Ma lacerazioni e dissidi interni, oltre al disincanto nei confronti di una legge che continuava il

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noi tocca subire ciò che accade in Germania, e al contempo facciamo la constatazione che il fenomeno dell’odio ci è stato prima d’ora quasi sconosciuto. In circostanze normali, una persona civile incontra nel suo simile solo un odio moderato e molto relati-

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n principio era l’onda, quella che travolse l’Italia, quella che non si poteva cavalcare; il vasto movimento di opposizione alla legge 133, quella parte della finanziaria 2009 relativa all’istruzione. Tagli per più di otto miliardi all’istruzione pubblica in genere, nella fattispecie un miliardo e novecento milioni di tagli all’università. Ma anche uno dei più grandi movimenti di ag-

suo iter come se nulla fosse, portarono ad un progressivo sgretolamento del movimento pavese. Non bastarono conferenze, incontri, gruppi di studio. Sempre meno gente si faceva vedere, sempre più lavoro toccava ai pochi che rimanevano, e, arrivati ormai in primavera, l’Onda Pavese, senza gran rumore, cessò di esistere. Continua a pagina 2

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“E ora siamo lontani, siamo tutti vicini, / e lanciamo nel cielo i nostri canti assassini” Massimo Morsello, Canti assassini (Inno di Forza Nuova)

La foto dell’onda pavese è tratta dal flickr di no133pavia

Se non se ne parla (o scrive) è come se non fosse successo niente
moci: io sono il primo a ripudiare le guerre e il primo a indignarsi per le sparate di Berlusconi, della Lega e del papa; ma queste sono faccende in un certo senso “lontane” da noi. Certamente tutti questi fatti hanno ripercussioni anche grandi sul nostro presente, ma sono pur sempre ripercussioni indirette: è solamente quando l’uomo viene toccato direttamente che allora reagisce, si muove (commuove?). Mi rendo conto di aver sollevato un argomento che richiederebbe ore per essere affrontato, ma il punto principale su cui volevo soffermarmi è un altro, ovvero il fatto di aver perso la fiducia nell’uomo. Non a causa di avvenimenti lontani, magari non pienamente comprensibili e che coinvolgono persone sconosciute, ma per qualcosa che è praticamente successo a casa mia, ad amici… Pavia, è il 30 dicembre 2009, tre ragazzi e una ragazza escono dal bar San Tommaso poco dopo la mezzanotte. È una serata tranquilla, non vogliono fare tardi e senz’altro si avviano verso la macchina. Appena in strada però vengono seguiti da un gruppo di sette ragazzi facilmente identificabili come fascisti (precedentemente quella stessa sera incontrandoli per strada avevano salutato i quattro con un “Heil Hitler”, “Hi Hitler” secondo l’ignoranza di chi in polizia ha redatto il verbale). Questi si dispongono ai lati della strada seguendoli per il loro tragitto e, mentre li seguono, li insultano: “Luca, non senti anche tu puzza di merda?” I quattro evitano di rispondere alle provocazioni, accelerano il passo e proseguono, testa bassa, verso la macchina, avendo l’accortezza di passare lungo le strade principali di Pavia ad evitare vicoli e angoli bui. Arrivati su Strada Nuova, all’altezza dell’ingresso principale dell’Università, uno dei fasci dice, rivolgendosi a uno dei ragazzi pedinati: “Tu hai il giubbotto rosso e non va bene”. Il ragazzo capisce dove l’altro vuole arrivare e replica di non essere comunista. Non riuscendo a provocare una reazione con le sue parole, il fascistello decide di agire comunque: esce dal gruppo e si avventa sul ragazzo, assestandogli quattro pugni in faccia e rompendogli così il labbro. Quasi contemporaneamente un secondo sferra un pugno sul naso a un altro ragazzo dei quattro, pugno che lo fa cadere a terra col naso rotto. Verrà successivamente operato al setto nasale, e passerà capodanno in ospedale. Un terzo fascio se la prende con il ragazzo rimanente, provocandolo dicendogli: “Non fai niente per difendere i tuoi amici?” A quel punto un quarto grida “Scappiamo, scappiamo!” e il branco subito si divide in gruppetti di due, tre persone e si dilegua di corsa. Dopo tre settimane dall’aggressione finiscono le indagini della Digos e il tutto passa nelle mani della Procura in attesa del processo, per accuse che vanno dalla violenza privata alle lesioni personali gravi. Il tutto aggravato dalla “legge Mancino”, che riguarda le discriminazioni razziali, etniche e religiose. È venuto fuori che si tratta di sette ragazzi italiani tra i 18 e i 19 anni, sono tutti residenti in Pavia e provincia e alcuni di loro hanno precedenti per reati analoghi. Un altro giovane pavese dovrà rispondere di falsa testimonianza per le dichiarazioni rese alla polizia durante l’interrogatorio: voleva coprire i suoi amici. Informatasi probabilmente dalla polizia, la Provincia Pavese si degna di pubblicare un trafiletto al riguardo. Ora, se l’aggressione in sé mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene non poco, poiché si è trattata di violenza gratuita, cieca e vigliacca, l’articolo pubblicato dal quotidiano locale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’articolo della Provincia (pubblicato sul numero del 23 gennaio, a pagina 16, ma lo trovate anche su internet: http://bit. ly/copj3d) riduce il tutto a una semplicistica questione di “lotta tra bande”: due gruppi di ragazzi (Punk contro Skinhead) che fanno a botte fuori da un non meglio precisato locale. Insomma, viene fatto passare il messaggio che si tratta di storie di periferia, di estremismi politici: delle solite storie. Quelle che la vecchina vuole sentirsi raccontare. Si tratta di un articolo dozzinale, scritto superficialmente, che omette - magari ingenuamente per carità, ma pur sempre omettemolti dettagli. Dicendo che gli aggrediti erano un gruppo di ragazzi “vestiti in stile punk” sembra quasi voler dare una giustificazione all’aggressione. Fanno i punk e se la vanno a cercare… Ma la gravità dell’evento sta proprio nel fatto che si sia trattato di un’aggressione a ragazzi comuni, senza borchie o creste colorate. Inoltre altro che “aggressione all’uscita di un locale” non meglio precisato: sono stati aggrediti in Strada Nuova, in pieno centro a Pavia! Ed era mezzanotte, mica le tre o le quattro, quando in giro non c’è nessuno! Ma forse queste cose nella piccola e tranquilla Pavia non devono succedere… Sennò poi la vecchina mi si spaventa. Per chiudere posso dirvi che una mia amica, dopo aver sentito tutti i miei discorsi su come stiamo cadendo sempre più in basso e su come l’uomo sia in grado di trovare nuovi modi per schifarmi ogni giorno, mi ha citato una strofa dei Pearl Jam sperando di tirarmi su: “No matter how cold the winter, there’s a springtime ahead” (“Non importa quanto freddo sia l’inverno, dopo c’è sempre la primavera“). E io mi chiedo, ma se fossimo all’autunno? Saul Hoffmann

Autunno a Pavia

locale

periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010

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ono un ateo convinto e tale mi sono sempre definito. Questo ha fatto sì che negli anni mi sentissi ripetere molte volte la stessa domanda, che suona pressappoco così: “Ma non puoi non credere in nulla, se non credi in Dio allora in cosa credi?” Mi è sempre piaciuto rispondere che credo nell’Uomo, nell’umanità intesa come la possibilità di potersi fidare di uno sconosciuto solo perché essere umano come te. Chiamatemi ingenuo se volete, ma io all’uomo ci credevo. Purtroppo da un mese a questa parte non so più a cosa credere. Cos’è successo? È scoppiata una nuova guerra? No, no, una guerra in uno Stato sconosciuto non è cosa che ti tocca da vicino. C’è forse stata un’altra catastrofe naturale? Sicuramente, ma non è di certo Madre Natura a farmi perdere la fiducia nell’Uomo. Si tratta allora dell’ennesima frase infelice pronunciata dal politico di turno? Neanche, ormai so cosa aspettarmi… No, niente di tutto ciò. È triste da dire, e rischio forse di essere bollato come “cinico” o “insensibile”, ma credo di dire la verità quando affermo che di queste cose, in fin dei conti, ce ne frega poco o niente. Chiaria-

In principio era l’Onda: gli studenti pavesi e la crisi dell’università
continua dalla prima. Quest’anno, incassata la sconfitta, eccoci a fare i conti con gli effetti dei tagli: ricercatori senza soldi, didattica affossata, meno borse di studio e maggiori tasse, è questo lo scenario che si profila, in un orizzonte troppo prossimo per non preoccuparcene. E questo è solo l’inizio, visto che i soldi saranno sempre meno, ogni anno che passa. Intanto, una nuova riforma, firmata Gelmini, è in fieri a Roma: essa prevedrebbe un riassetto degli organi istituzionali delle Università, con il passaggio di poteri dal senato al consiglio di amministrazione. In quest’ultimo organo verrebbe ridimensionata la presenza studentesca (da tre a un rappresentante) e rafforzata quella degli esterni (dovranno essere almeno il 40%). Da una parte tagli sempre maggiori dunque, dall’altra privati affamati ai quali verrà servita l’università su un piatto d’argento, e con tanta salsa sopra. Sperando che il movimento possa rinsaldarsi, varie componenti che l’anno scorso avevano fatto da sponda al movimento (le associazioni dei dottorandi e degli specializzandi, il Collettivo Universitario Autonomo, e il Coordinamento per il diritto allo Studio) lanciano, dall’autunno scorso, una serie di iniziative. Ma subito bisogna fare i conti con i numeri, scarsi così come l’entusiasmo. Il coinvolgimento di persone esterne a sindacati e collettivi era stato infatti il punto di forza dell’Onda; spesso si trattava di gente che mai aveva fatto movimentismo o politica prima di allora, ma che aveva risposto al richiamo (comunque importante) di gruppi come il Cua o il Coordinamento, con un impegno in prima persona e al di fuori delle logiche di parte. Questo non solo aveva riempito il movimento di entusiasmo e contenuti, ma lo aveva al tempo stesso svuotato di parzialismi politici, dandogli forza e credibilità. Ora, dopo che quel movimento si è spento anche a causa di inimicizie tra gruppi studenteschi, questo coinvolgimento non è più così forte; in parte perché molte persone, che l’anno scorso avevano dato anima e corpo al movimento, anche a discapito della propria carriera accademica, si ritrovano ora, delusi da come era finita, a dover recuperare gli esami perduti. In secondo luogo, la capacità di attrazione che scaturiva dal sentirsi un movimento nazionale (se non addirittura Europeo, vedi Grecia e Francia) non c’è più, visto che poco si sta muovendo a questo livello. Terzo, una progressiva e preocculegge 133 e la nuova riforma Gelmini sono in linea con ciò che l’attuale presidente del consiglio disse, anni fa, sulla sua idea di merito: che il figlio dell’operaio non dovesse avere le stesse opportunità del figlio del professionista. Si può pensare che, nei prossimi anni, chi potrà se ne andrà all’estero, o in scuole private e costose. Chi non potrà, potrebbe assistere allo sfacelo dell’Università pubblica, oltre che ad un aumento delle tasse e a corsi di Laurea sempre più piegati ai bisogni delle aziende (e, non ci stancheremo mai di ricordarlo, siamo in Italia, non negli USA, dove le aziende sanno bene cosa vuol dire investire in ricerca). Un forte movimento studentesco all’Università di Pavia, la quale più di altri ha subito la mannaia governativa, è vitale e doveroso. Vitale perché i tagli che la nostra università dovrà subire non colpiscano solo gli studenti, ma piuttosto, se possibile, i tanti privilegi che affliggono, sebbene in misura minore che in altri posti, la nostra università. Doveroso perché gli studenti, come massa critica, si oppongano alla superficialità, (se non all’ostilità) con cui la politica, indipendentemente dai colori, guarda all’Università. Biker Mouse da Marte

pante disillusione nella nostra società che, non solo a livello universitario, aumenta ogni anno a livello esponenziale. A gennaio viene palesata la notizia che le tasse universitarie aumenteranno, nonostante le promesse di segno opposto; decine di studenti decidono di occupare l’aula nella quale si tiene il CdA, che dovrebbe decidere di questo aumento, al fine di rimandare la seduta per poter meglio organizzare un movimento di opposizione. Decisione che non viene tra l’altro particolarmente ostacolata da gruppi studenteschi quali Ateneo Studenti (che è d’accordo all’aumento) ed Azione Universitaria (la quale assumerà una posizione ambigua sull’argomento). Ma la seduta si svolge in un’altra aula e la polizia viene chiamata

per bloccare gli occupanti. Il diciassette marzo una nuova manifestazione cittadina viene organizzata, contro le tasse, i tagli ai servizi, e la nuova riforma Gelmini. Centinaia di studenti vi partecipano, ma fallisce il tentativo di saldare la protesta con quella degli specializzandi di medicina, che in quei giorni mettono in atto alcune azioni di protesta, ma che non sono presenti in manifestazione. Insomma, il movimento forse c’è, ma è diviso. E rimane comunque difficile, anche tra gli studenti, compattarsi e mettere in pratica delle azioni concrete, né è facile ricreare, soprattutto in prossimità delle elezioni, quelle condizioni di “non parzialità” che avevano caratterizzato il movimento dell’Onda. La situazione è preoccupante. La

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periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010

La foto di Belgrado è tratta dal flickr di -rade-

Sul (non-)senso critico dei tedeschi e degli italiani
tario recentemente modificato dalle riforme, attacchi che vengono volentieri introdotti surrettiziamente dagli studenti in qualsiasi discussione, da Hegel al possibile sviluppo della tecnologia 3D nel cinema porno (sì, a lezione si discute anche di questo). La posizione del professore è in alcuni casi simile al direttore di una multinazionale che difende una politica corretta o scorretta dall’associazione di consumatori agguerrita, in taluni altri simile a quella del rappresentante della multinazionale, che, insicuro perché a conoscenza solo parzialmente delle informazioni necessarie a una risposta convincente o perché egli stesso poco convinto delle sue affermazioni, oscilla tra l’abuso di potere e l’abbandono della posizione in favore dell’unione con la protesta. Ma lo scontro non avviene solo in direzione verticale, tra l’associazione e l’autorità, bensì anche in orizzontale, tra i consumatori stessi. Le dinamiche sono in questa direzione particolarmente divertenti, considerato che si intrecciano con altre dinamiche personali che coinvolgono rapporti di amicizia, competizione, esibizionismo. Per quel che riguarda quest’ultimo, si possono notare marcate differenze antropologiche in primo luogo tra uomo e donna: laddove il ragazzo tende ad affermare con una certa compiaciuta spocchia anche la più patente cretineria, la ragazza normalmente premette al suo intervento una lunghissima recusatio che comporta una serie di “non so, a me sembrerebbe così, ma non avrò capito bene, non me ne intendo, non ho letto tutto il leggibile…” e via discorrendo. Certe differenze etniche sono rilevabili anche tra i vari popoli scientifici: il filosofo dimostra un amore incondizionato per monologhi interminabili che diventano non raramente astrusi, il teologo una certa reazionaria unidirezionalità nelle argomentazioni (ma tra i teologi si trovano spesso anche elementi incredibilmente progressisti), il filologo scarsa fantasia compensata da acribia/pedanteria, il fisico e gli scienziati in generale una malcelata convinzione di superiorità intellettuale (o morale?). Come è buon costume in ogni parte del mondo, ogni popolo è convinto di trovarsi nella condizione migliore per esprimere le proprie considerazioni sulla realtà. La vivacità confusionaria dei Seminare, che pretende un impegno diretto e attivo dello studente con il testo e con i compagni/ avversari nella discussione, impegno dal quale poi risulta col tempo una maturata consapevolezza nell’argomentazione (sia nella forma che nei contenuti), non ha per fortuna nulla a che vedere con la pace da camposanto che regna nelle lezioni universitarie in Italia. Qui i tentativi di vivacizzazione intellettuale degli studenti sono astutamente incanalati in attività ricreative quali le carte, i cruciverba, nomi-cose-città, la lettura dell’oroscopo et similia, che per non interferire con l’omelia del professore si svolgono rispettosamente e per quanto possibile in silenzio nelle ultime file. I tentativi insurrezionali delle domande o – peggio! – delle osservazioni personali vengono sanzionati pubblicamente dall’ethos studentorum con sospiri, sbuffi, risatine, pazienti occhiate al cielo. Questi vengono comunque preventivamente ostacolati anche dalla forma stessa delle lezioni, il cui numero dei partecipanti è spesso troppo elevato per costituire un gruppo di discussione (in Germania partecipano ad ogni Seminar non più di 25 studenti di norma), e dal

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ontrariamente a quanto si potrebbe pensare, il tedesco è estremamente polemico. Come elettore, come lavoratore, come cliente, come studente. Il suo senso critico viene metodicamente sviluppato a partire dall’educazione scolastica e in modo particolare in quella universitaria, nella quale accanto alle lezioni frontali i Seminare costituiscono la parte più rilevante dello studio. Il carattere essenziale di queste lezioni è la discussione, il cui punto di partenza è un testo che viene letto e preparato a casa (o dovrebbe essere preparato: per quel che riguarda il senso del dovere il tedesco-studente è più studente che tedesco). Un’analisi fenomenologica-sociale condotta sul tedesco-studente nel suo ambiente naturale permette alcune interessanti osservazioni. Agli occhi degli italiani essi infatti potrebbero apparire più simili a un’associazione di consumatori isterici: il professore è evidentemente il destinatario naturale degli interventi e delle critiche e si trova a dover difendere l’autore o il tema oggetto della discussione da letture filologicamente improprie e da attacchi generali al sistema universi-

contenuto del corso, che è spesso così massiccio che il professore non riesce a esporlo per intero: di certo non c’è il tempo per pensarci su. Il professore stesso non ha peraltro alcun interesse nell’affaticarsi a mettere in questione la propria autorità, che in una discussione verrebbe inevitabilmente bistrattata, mentre allo stato attuale delle cose conserva la propria sacra rassicurante immobilità (pure esistono delle eccezioni, ma rimangono, per l’appunto, eccezioni). In Italia quindi gli studenti sono per natura più assimilabili al pubblico di una chiesa che a cittadini che stanno formando e allenando la loro coscienza critica. Essa trova uno spazio ludico di esercizio extra-universitario, dove però quando non muove da un testo, un problema, una questione dai contorni definiti e non incontra un compagno/avversario pronto ad ascoltare e discutere si trasforma in lamentela o al più in polemica circolare da bar. In Germania è abbastanza normale bere di tanto in tanto una birra coi professori dopo le lezioni o a fine corso. Da noi si potrebbe sempre provare a fare lezione al bar. Serena Gregorio

In circostanze normali
Cartoline da Belgrado
parlava inglese. Ero davanti a un rudere che, dai cartelli apposti, si identificava come i resti della Biblioteca di Stato, distrutta dai bombardamenti del ‘45; una storia che non sapevo. Uno pensa all’ironia della storia, e che i serbi l’hanno anche avuta, una biblioteca distrutta, oltre a darla agli altri, quella di Sarajevo nel ‘92. (Che tempi, che ricordi!). [1] In questa via appartata, chiedo allora direzioni a quest’uomo. Avuta la risposta, faccio per andarmene; ma con mio piacere mi chiede di dove sono, cominciamo a parlare. Vedo che aspetta con una macchina di lusso. Viene fuori che lavora come autista presso l’agenzia locale dell’ONU; ma che, “prima”, era ingegnere e lavorava in un’impresa di Tuzla. Tuzla è una città sopra Sarajevo; è graziosa, e ora è a larga maggioranza musulmana, essendo dove sono arrivati gran parte degli profughi delle zone prese dai serbi. Il che non le toglie, come ricordavo da un altro viaggio, un’atmosfera festosa. Ho visto che spesso i bosniaci dicono le loro storie, perlomeno se non troppo dolorose, e con un po’ di tatto cerco di farmi raccontare. All’inizio della guerra, mi dice, arrivano due colleghi, due croati, a chiedergli “lui cos’è”. Le date sono importanti: quando?, gli chiedo. Aprile ‘92. Vuol dire presto: il 6 ci fu la manifestazione per la pace a Sarajevo, le due donne uccise da cecchini serbi; siamo in quei giorni, forse addirittura prima. Quindi: lui cos’è? Serbo, croato o muscontinua dalla prima. Questi come quelli sono fatti proprio come te, giacché anche tu ami oppure odi fino a un certo punto e non oltre. [...] Tu confronti il nemico con l’amico e constati che entrambi, alla fin fine, sono esseri umani. Occorre essersi lasciati alle spalle parecchie cose prima di darsi decisamente in braccio all’odio. Oppure può darsi che non si sia fatto alcun passo avanti nel campo dell’umana riflessione e del dubbio, e non si sia quindi del tutto civilizzati. In effetti, nel partito che ha sottomesso la Germania, si distinguono chiaramente due classi umane. Vi è in primo luogo la bestia, e poi il civile rinnegato, che deve farsi violenza per ridiventare barbaro.” Così inizia “L’odio” di Heinrich Mann, letterato tedesco fratello di Thomas Mann e attivista dell’SPD. Il libro, del 1933, impressiona per la lucidità con cui l’autore capiva con cosa aveva a che fare; la stessa che gli consentì di lasciare la Germania già all’indomani dell’incendio del Reichstag, il 27 febbraio di quell’anno. Il confronto con le contemporanee illusioni p.e. di Heidegger è impietoso. Mi piacerebbe riuscire a dire con rigore cosa sono quelle “circostanze normali” cui la seconda frase si riferisce. Ho avuto la fortuna di leggere queste pagine a Belgrado l’estate scorsa. Girando per città (meno brutta delle mie attese), ho avuto anche quella di chiedere direzioni a un signore distinto, sulla cinquantina, che sulmano? Il fatto è, dice, che dal mio nome non si capisce. Io rispondo, jugoslavo. Fanno capire che la risposta non va più bene. Insistono, e dico: serbo, sul censimento sono serbo. Ma questo cosa importa? Sono nato qui, lavoro qui. “Sapevamo che di te non ci si può fidare.” Me ne devo andare, mi dicono, e vanno via sbattendo la porta. È scappato in Serbia con la famiglia, e da qui Milošević l’ha mandato in Kosovo, per aumentare il numero di serbi. Da lì di nuovo è venuto via, e lavora a Belgrado. Ora stanno bene, ma per anni è stata dura, da non avere da mangiare. Arriva il momento della politica e mi espone la classica teoria di parte serba per cui furono i mussulmani a rifiutare, nel marzo ‘92, il piano Cutillero [2] per una pacifica rinegoziazione; insomma, colpa loro. (Per precisione: la cosa è vera, ma di per sé non è un’aggressione ai serbi e non elimina le loro responsabilità. Inoltre, argomenterei che lo schiacciante predominio militare serbo, evidente da subito, rende un attacco d’iniziativa mussulmana tanto irrazionale da parermi incredibile.) Ho l’impressione, ma la tengo per me, che per ogni teorema sui Balcani ci sia un trattato siglato, respinto, infranto che si può invocare a suo sostegno. Ma tornare a Tuzla, adesso? “Io lavoro qui.” “D’accordo, ma se ne avesse uno lì, altrettanto buono. Lei ha amici non serbi?” “Certo! Croati, mussulmani, ebrei, albanesi...” (Questa risposta! Non so

neanche quante volte l’ho sentita...) “E non si fida dei suoi amici?” Qui c’è una frase di cui vorrei ricordare le parole. “Sì, ma... Vedi, lì c’è una guerra in corso, tra cristiani e mussulmani. Io non ho voglia di vivere in un posto in cui non puoi mai essere sicuro degli altri. Voglio vivere tranquillo. Ho visto cose che non avrei creduto possibili, e non voglio vivere nel posto dove possono accadere.” La sera, prima di partire, prendo il tram dalla stazione per la città nuova: Novi Beograd, Blok 45, dove fino a qualche mese prima è vissuto Karadžić, l’ex-presidente della Repubblica Serba di Bosnia. In quella che a quel punto è una buia periferia, chiedo in giro e trovo il locale dove, durante la latitanza, passava le serate: un posto come tanti, niente di che ma non squallido, vicino a un grande incrocio alberato. “Luda kuća”, si chiama, “Casa di matti”. Sembra uno scherzo. Prendo una birra, faccio qualche foto dell’interno. Foto di Milošević, gagliardetti di ogni tipo, un ritratto che abbastanza chiaramente è di Karadžić.

Alla parete pende il gusle, una specie di cetra balcanica, suonata dai cantori di mattanze medievali e più di recente da lui stesso. Il cassiere copriva la sua latitanza. Eccolo lì, il male: posso toccarlo allungando la mano. Vado a bere fuori, sotto gli alberi; vicino passano famiglie e passeggini. A un certo punto, una bella bambina si avvicina al tavolo accanto al mio; il ragazzo che beve con un amico la chiama a sé, l’accarezza e prende a vezzeggiarla. Il mio povero serbo mi lascia solo capire che dev’essere la figlia del fratello. “Ma cos’abbiamo qua? Che cos’ha preso questa bella bambina? Ma che belle scarpe!...” Palesemente la adora e la bambina fa quasi le fusa. La cosa va avanti per minuti. Le circostanze sono normali. Gianluca Flego
[1] La biblioteca, simbolo della sarajevo mussulmana e multietnica, fu distrutta dai serbi di Bosnia nel ‘92 [2] Piano di riassetto istituzionale della bosnia, stilato subito prima dell’inizio della guerra, prima accettato e poi respinto dai mussulmani dietro consiglio americano.

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continua dalla prima. Berlusconi, allora in campagna elettorale, ponendo un suo ideale sigillo di garanzia, parlò di una non meglio definita “cordata”, senza specificare in maniera risolutiva chi fosse disposto ad investire fior di quattrini in favore di un’azienda nel pieno di una caduta libera inesorabile. Si fecero i nomi di alcuni imprenditori, nulla di certo né nulla di più. Nello stesso periodo si venne a conoscenza anche di 300 milioni di euro “prestati” alla compagnia aerea. La provenienza di questi soldi fu solo bisbigliata, in un modo indistinguibile in mezzo a tutto il caos che si creò intorno al caso Alitalia: essi vennero sottratti

La prosopopea di Alitalia è dal flickr di wonderfulhorriblelife

Ma ad Alitalia e ai clericali: così si svuotano le casse dello stato
alla superflua voce di bilancio “ricerca”. Era, quello, anche il periodo in cui il Tigem (Istituto Telethon di Genetica e Medicina) compiva passi importanti nello studio di malattie genetiche gravi e rare della retina, come la maculopatia di Stargardt: alcuni topi affetti da cecità, sottoposti alla cura in sperimentazione, avevano riacquisito la vista. Il passo successivo sarebbe stato capire se tali cure avrebbero o meno portato danni collaterali una volta somministrate all’uomo. Questo genere di ricerca richiede, per andare avanti, un certo tempo e, soprattutto, un certo budget. Quei soldi utilizzati per salvare la compagnia aerea di bandiera, avrebbero fatto non poco comodo ai ricercatori del Tigem. Andrea Ballabio, direttore del team di ricerca, ai tempi dichiarò: «Il taglio di 300 milioni da parte del governo dimissionario per consentire il prestitoponte ad Alitalia è l’ennesimo taglio al futuro del nostro Paese e alla competitività scientifica. Mi auguro che il nuovo governo presti attenzione a un settore così importante allo sviluppo dell’Italia». Infatti. Questo, di per sé, potrebbe essere visto come un caso isolato e non rappresentativo di una politica quanto meno particolare. C’è però di più. Ogni anno, in queste settimane, ciascun cittadino è tenuto a compilare la propria dichiarazione dei redditi. Dimentichiamo per un momento cosa venga dichiarato e consideriamo la casellina dedicata all’Otto per mille: semplificando la dinamica, molto democraticamente si sceglie a chi destinare i propri denari o se lasciare il campo vuoto e devolverli in maniera automatica allo stato, giusto? Alcuni dati, molto semplici da trovare su internet, smentirebbero questa convinzione, propria della maggior parte degli italiani. Innanzitutto bisogna precisare che gli unici soggetti che possono beneficiare dell’Otto per mille sono, oltre allo stato, sei confessioni religiose: chiesa cattolica, valdesi, comunità ebraiche, luterani, avventisti del settimo giorno e assemblee di Dio; se siete musulmani, buddhisti, induisti, potete autofinanziarvi con le offerte dei fedeli, organizzando feste a tema o vendendo biscotti porta a porta. Leggendo i grafici relativi al 2000 (secondo l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti si tratta degli ultimi pubblicati dal Ministero delle Finanze) il numero di cittadini che ha lasciato vuoto il campo dell’Otto per mille era poco più del 60% sul totale; alla chiesa cattolica è andato il 34,5% delle preferenze, il 4% allo stato e il resto è stato spartito in maniera pressoché equa fra le altre cinque confessioni religiose. Per come è strutturata la normativa in materia (legge 222/85), la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: a decidere come vengono distribuiti i gettiti, dunque, è solo quell’italiano su tre che esprime una preferenza, esattamente come succede alle elezioni. Risultato: l’87% dei fondi va alla chiesa cattolica. Si tratta di circa un miliardo di euro che, secondo quanto ci propinano attraverso commoventi spot pubblicitari, viene speso in beneficenza; purtroppo questi spot sono l’unica fonte di informazione per una fetta enorme di contribuenti convinti di “fare tanto”. Nessuno ha ancora detto loro che solo il 20% della somma raccolta dalla chiesa viene spesa in favore di popolazioni in difficoltà e in interventi caritativi. Il resto finisce in costose campagne pubblicitarie, costruzione di edifici di culto, sostentamento del clero e altre spesucce di questo tipo. Senza contare, poi, gli altri finanziamenti statali, che praticamente raddoppiano gli introiti della chiesa cattolica. Dove voglio arrivare? È presto detto. Siamo tutti a conoscenza di un’alternativa, un’arma che, alla luce di tali nefandezze, non esiteremmo ad utilizzare: mi riferisco al Cinque per mille, quello che, dal 2005, permette al cittadino di devolvere il proprio gettito fiscale alla ricerca scientifica o al volontariato impegnato nel sociale. Purtroppo, però, anche in questo caso non si ha la certezza che i propri soldi arrivino alla destinazione auspicata: lo stato, infatti, ha fissato un tetto massimo di 400 milioni di euro, raggiunto il quale le entrate in più finiscono nel calderone dell’Otto per mille. È dunque assai difficile uscire da questo torbido meccanismo, per non parlare di come la chiesa cattolica, con i propri fondi, faccia di tutto fuorché tendere una mano al prossimo. L’Italia è dunque un paese miope. «Vogliamo anche vincere il cancro» disse il nostro beneamato premier in occasione della manifestazione del “Popolo dell’amore”, il 20 marzo scorso. Viene da chiedersi con quali soldi. Emme Riferimenti: UAAR, campagna “Occhiopermille” - http://bit.ly/biguQD Articolo di Repubblica - http:// bit.ly/2gPIH

Non alla scienza, né agli infelici

aiuti umanitari

periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010

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La grande macchina degli aiuti umanitari dagli occhi di un addetto ai lavori: intervista a Enrico Crespi
stente dei fondi è utilizzata nei paesi che donano per acquisto di materiali, consulenze, stipendi, spese di rappresentanza e di comunicazione… Quindi quanta parte del capitale ricevuto va effettivamente a beneficio di chi ne ha bisogno? È stimato che sia meno del venti per cento quello che finisce nei villaggi dell’Africa o dell’Asia. Su 100 euro si stima che almeno 60 restino in Italia (o in altri Paesi donatori) sottoforma di stipendi e spese di gestione dell’organizzazione. Del restante 40%, almeno il 20% è disperso nelle burocrazie locali (governative e delle associazioni) per stipendi, benefits, convegni eccetera. Succede che tutte le organizzazioni (ufficiali o private) danno soldi o a governi o a organizzazioni locali: i governi sono quasi sempre inefficaci o corrotti e le organizzazioni private danno soldi ad altre organizzazioni, dovendo così mantenere altri funzionari. In questo modo la crescita di personale dal basso non è favorita, l’elite che gestisce la cooperazione è e resta normalmente formata da amici e parenti di chi governa. Secondo uno studio, in Somalia il 70% degli aiuti finisce nelle mafie. Alla fine questo è quello che succede: gli aiuti vanno a finire nelle mani di bande ed eserciti, e purtroppo capita che le guerre si mantengano anche grazie a questi meccanismi. E la parte delle donazioni che, finalmente, arriva a destinazione? A riguardo c’è da aprire un discorso qualitativo: i fondi sono utilizzati per fare progetti duraturi che consentono dei cambiamenti o vengono utilizzati per fare cose “momentanee”? Abituare le persone a ricevere continuamente regali equivale a trattarli come bambini, se dai aiuti senza senso non si daranno da fare per l’autosufficienza: le popolazioni devono esser coinvolte per fare in modo che le loro capacità aumentino; inoltre, affinché i meccanismi siano davvero sostenibili dovrebbero essere gli stessi beneficiari a gestirli, ma nessuno insegna loro queste cose. La situazione non sembra affatto confortante... È evidente che, così com’è, il sistema non solo non funziona, ma genera anche un mucchio di effetti negativi. Poi chiaramente ci sono sempre delle eccezioni in positivo, ad esempio Medici Senza Frontiere, sia quando ci fu lo tsunami in Indonesia, sia dopo quello di Haiti, arrivata ad una certa cifra ha bloccato le donazioni poiché stavano arrivando più soldi di quanti ne potessero gestire. E quindi chi volesse donare come dovrebbe comportarsi? Dovrebbe donare possibilmente dove ha controllo, o fare come un’azionista di un azienda ed esigere che, dal momento in cui ha scelto di spendere i propri soldi, gli vengano date tutte le risposte che desidera sulla gestione dei fondi e sul loro utilizzo; altrimenti a questo punto è meglio donare alla parrocchia locale e dare cento euro per la mensa dei poveri. Fare l’elemosina è cosa facile: chi vuole fare davvero qualcosa deve esigere la trasparenza. Ginevra Sanvitale

uali sono le tipologie di organizzazioni che si occupano di aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo? Ce ne sono due: le organizzazioni ufficiali, che prendono soldi direttamente dai governi e dunque dalle tasse, e quelle relative al circuito dell’assistenza privata, come le ONG, le ONLUS eccetera, che vivono principalmente di donazioni, ma ricevono anche fondi dai governi o organismi come l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Capita anche che alcune organizzazioni ufficiali siano in entrambe le categorie, ad esempio l’Unicef, che è anche una ONLUS. In che modo viene gestito il denaro? Le cifre sono spesso enormi e, altrettanto spesso, è difficile rintracciarne il percorso. È difficile sapere quanto realmente viene inviato nei paesi beneficiari e concretamente utilizzato per quelle persone. Parte consi-

Enrico Crespi ha lavorato in Nepal dal 2003 al 2007 in progetti relativi all’educazione, la salute e lo sviluppo nelle aree di Kavre, Chitwan e Kathmandu. Dal 2005 ha anche lavorato in Cambogia su progetti di educazione e protezione dell’infanzia. Prima ha collaborato con l’università di Tribhuvan (Nepal) e altre organizzazioni.

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BIRS: L’illusione sta nell’occhio di chi guarda
dell’IDA (International Development Association), ovvero un organo deputato all’erogazione di prestiti a bassissimo interesse (0,75%) nell’arco di 20-40 anni o addirittura a donazioni vere e proprie. Vista di buon’occhio, dato il carattere filantropico che assume, richiede essenzialmente due cose in caso di prestito: l’utilizzo dei fondi per il miglioramento della qualità della vita ti volti ad uno sviluppo che sosterrebbe la spesa delle nuove infrastrutture create dal prestito dell’IDA porta solo ad una difficoltà nei bilanci dei paesi. Il MIGA (Multilateral Investment Guarantee Agency) garantisce gli investimenti esteri nei paesi in via di sviluppo. Sebbene gli intenti della Banca Mondiale (IBRS, IDA, IFC …) siano forse rivolti ad un miglio-

aiuti umanitari

Il crocefisso nella variante glamour a forma di dollaro è tratta dal flickr di Teofil Rewers

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False speranze Per BIRS si intende un’organizzazione creatasi a Bretton Woods nel 1944 il cui scopo, come suggerisce il nome esteso (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo), è favorire attraverso prestiti il rifiorire di economie in stati disastrati per cause naturali o belliche. Guidata da un decalogo di intenti fornisce una ricetta aspecifica per qualsiasi Paese chieda consulenza o denaro. Si suddivide in sottogruppi, ciascuno specializzato in un settore del fabbisogno creditizio. Prima di analizzare ciascuna di queste machiavelliche istituzioni devo specificare che l’adesione a un prestito o donazione di questo gruppo, chiamato anche Banca Mondiale, comporta: a) liberazione delle frontiere a multinazionali e qualsivoglia privato voglia investire, predicando il concetto di libero mercato. b) utilizzo dei fondi per l’investimento in infrastrutture (porti, aeroporti, centrali elettriche, dighe...) Le due condizioni sopracitate comportano inevitabilmente l’annientamento di buona parte delle industrie locali e di riflesso una perdita di introiti da parte del Paese e l’ impossibilità di risarcire il debito. La BIRS specificatamente investe denaro soprattutto in Paesi in via di sviluppo oltre una certa soglia di ricchezza, attuando veri e propri prestiti con interessi adeguati. Ramo della Banca Mondiale incentrato sull’investimento in settore privato è il IFC (International Finance Corporation): si occupa per l’appunto di investire in aziende private in Paesi esteri. A voler essere maliziosi si potrebbe pensare che effettivamente pratichi una sorta di corruzione all’interno dei paesi favorendo pochi privati che potrebbero poi praticare pressioni a livello politico. Ancor più indefinito è il ruolo

(cure per l’aids ad esempio) e impossibilità d’accesso ad altre fonti di credito internazionali. A mio avviso l’obbligo di investire in campi non remunerativi, se non costosi, congiunta al non poter finanziare proget-

ramento delle condizioni di vita, solo nel 40% dei casi sono effettivamente utili. In qualunque caso i Paesi che contraggono un debito spesso debbono rifinanziarlo e qua entra in gioco il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’FMI rifinanzia e chiede, in cambio del denaro che i paesi non riescono a ripagare, favori di tipo politico come svalutazione della moneta nazionale, taglio delle spese pubbliche e privatizzazioni massicce (clamoroso il caso boliviano sull’acqua) nonché l’abbattimento dei controllo dei prezzi. Vera rovina Tutte idee interessanti, ma le evidenze? Dove sono i danni fatti dal sistema? È un meccanismo complesso che coinvolge sia fiducia che costrizione e come tale inganna e finisce nell’immenso mare grigio del dubbio. Con ordine: la BIRS ha dapprima operato nella ricostruzione postbellica europea accordando prestiti in Eu-

ropa e Giappone. La funzione dell’intero piano Marshall non è che assicurarsi la lealtà dei governi sotto l’influenza americana contro l’insinuarsi di una componente comunista. Ne è esempio il primo prestito, dato alla Francia, dove gli Stati Uniti richiedevano l’espulsione dal Gabinetto francese degli elementi comunisti. Inoltre anche gli U.S.A. ne hanno tratto benefici economici, diminuendo la disoccupazione a un quinto e richiedendo il pagamento delle risorse in dollari o oro, aumentando così le riserve auree a 7% di quelle mondiali. Globalmente l’ European Recovery Program (piano Marshall) ha avuto successo, accelerando la ricostruzione, dando delle istituzioni più solide (di parte, ma solide) e le basi ad una unione europea. Funzionando bene, si è deciso di esportarlo pure negli altri paesi in via di sviluppo. La differenza consisteva nel fatto che nel ERP i soldi dati erano in buona parte a fondo perduto, l’industria e le infrastrutture sebbene provate erano già presenti sul territorio. FMI e BIRS hanno operato in America latina, Asia e Africa. Prendendo l’esempio Uruguayano, si parla prima di uno sviluppo economico durante il periodo delle guerre per via dell’export di carne e lana (l’allevamento era la principale risorsa) e quindi la creazione di uno stato sociale molto presente e oneroso, per poi passare per una fase di mancato investimento dei profitti che ha causato, alla fine, la crisi economica uruguayana (che è alla fine endogena). In questo punto si inseriscono banche estere e, sulle colpe della BIRS, interviene il neo presidente, ex tupamaro, Josè Mujica.

Altro esempio, il tentativo di industrializzare l’africa subsahariana, finito con l’eliminazione di interi settori. Questi gruppi capitalistici sono implicati anche nella generazione del debito del terzo mondo: in estrema sintesi, in un particolare momento storico ed economico è convenuto fare prestiti, per straordinarie condizioni del mercato del petrolio, tanto che, una volta indebitati, il ritorno della normalità ha causato l’incolmabilità del debito. Critiche ai nuovi faraoni In definitiva, come già accennato, neanche metà degli interventi della Banca Mondiale ha successo. Per alcuni questo potrebbe non essere sconcertante, ma bisogna rendersi conto che se fosse più basso tutti capirebbero e contesterebbero l’operato delle citate fonti creditizie. Quella percentuale di successo è solo un’illusione, un modo per creare un sistema piramidale, una classe di paesi schiavi. Tra i contestatori spicca la figura del premio nobel Joseph Stiglitz, ex presidente dei consiglieri economici della BIRS, indicando vari esempi di come la soluzione della FMI sia troppo generale e quindi potenzialmente dannosa. O ancora, Dambisa Moyo, economista e scrittrice, nel suo libro spiega le sue teorie su come gli aiuti in Africa danneggino la stessa. Il problema è più grande dell’esistenza o meno di quello che è uscito da Bretton Woods: l’intero sistema è malato, si basa su concetti che tradisce l’attimo dopo averli dettati. Mi spiace soltanto non poter dare prove inoppugnabili ma solo una serie di logiche conseguenze. Endriu

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a Guida dello Studente dell’Università di Pavia alla voce “Ristorazione” presenta un elenco piuttosto completo dei bar, delle mense e dei ristoranti presenti in città. Se vi interessa avere una panoramica esaustiva sull’offerta culinaria pavese, che vi permetta di scegliere, tra le tante, l’osteria dalle porzioni ridotte, l’arredamento finto rustico e i prezzi assassini che fa per voi, la Guida dello Studente è di certo il mezzo più adatto a questo scopo. Se invece anche un ticket per la mensa è al di la della vostra portata, o se dopo la terza canna avete una fame chimica paurosa, il frigo vuoto e nessuna voglia di recarvi in un supermarket, bene, in questo caso il Manuale di Sopravvivenza Urbana per Fottuti è certamente una lettura più appropriata. Perlomeno, vi conforterà sapere che il 90% dei suoi redattori convive quotidianamente con problemi analoghi ai vostri (mentre il 10% deve occuparsi di problemi ben peggiori). La giornata-tipo dello studente pavese è costellata di prove ardite e sfide continue, tra cui spicca la più impegnativa delle imprese quotidiane: nutrirsi. Sono molteplici le ragioni che richiedono l’introduzione nel corpo di calorie alimentari: dalle banali necessità fisiologiche alle elaborate forme di “corteggiamento con invito a

L’avanzo di “Limonello del Contadino” è una mia foto, la conservavo da tempo, nella speranza di poterla usare, un giorno...

Il Manuale di Sopravvivenza Urbana per Fottuti
Capitolo 4. Alimentazione

strumenti

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Con il temine studenti nel presente Manuale ci si riferisce all’insieme degli individui assimilabili a tale categoria, in quanto a stile di vita, tipiche idiosincrasie e inquadramento psicopatologico. In generale si ritiene assimilabile a studente chiunque viva secondo il fuso orario di una nazione distante migliaia di Km, sia impegnato a tempo pieno in futili attività per cui non sia prevista alcuna remunerazione, abbia dormito a casa di sconosciuti più di una volta negli ultimi quindici giorni [...]. L’unica attività che impedisce di fatto ad un individuo di essere assimilato a studente è dedicare una porzione del proprio tempo, con regolarità, a studiare. Manuale di Sopravvivenza Urbana per Fottuti, Appendice II: “Glossario”.

cena”, dalla pura e semplice gola ai lungimiranti tentativi di “fare fondo” in vista di una serata alcolica particolarmente impegnativa. Il bisogno di cibo può risultare quindi estremamente pressante e di non facile soddisfazione. Il primo ostacolo da superare è certamente l’innata pigrizia che accomuna gli studenti di ogni latitudine, costringendoli ad un’economia di gesti che concede poco margine alle velleità culinarie. In una giornata in cui si devono seguire due ore di lezione e restituire un DVD da Blockbuster, ad esempio, ci si può ritenere fortunati se si hanno forze residue sufficienti ad aprire una scatoletta di tonno.

Qualora riesca a vincere la pigrizia, lo studente deve poi scontrarsi con il tremendo degrado in cui versa la sua trascurata dispensa. Tra le verdure intere civiltà di batteri si sono potute sviluppare, indisturbate, fino a decadere spontaneamente sotto il peso di un’eccessiva prosperità. Il freezer, desolato, pare una vasta distesa di permafrost, in cui spiccano tre piselli che lanciano sfide, con aria di scherno, dal fondo di un cassetto. Nell’angolo più remoto di uno scaffale si può rinvenire un panino vecchio di giorni, forse settimane, tanto duro, ma tanto duro, che alla fine ci si accorge che in effetti non è pane, è un sampietrino portato a casa come souvenir dall’ultima manifestazione a Roma.

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Non è comunque persa ogni speranza di procurarsi un pasto nutrizionalmente discutibile! Secondo uno studio condotto da un team di antropologi, nutrizionisti e studenti fuoricorso di giurisprudenza, la dieta tipo di uno studente pavese ricalca a grandi linee le abitudini alimentari dei marinai che solcarono la via delle Indie tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Una buona soluzione alla problematiche odierne può quindi derivare, suggeriscono gli esperti, dalla consultazione della vasta letteratura che i grandi navigatori della storia hanno prodotto nel tentativo (che invero sortì scarsi risultati) di incrementare l’aspettativa di vita degli uomini che affrontavano lunghe permanenze in mare. Riportiamo di seguito una esempio di ricetta che fu particolarmente in voga, per secoli, tra gli equipaggi che dirigevano verso il Capo di Buona Speranza.

q.b. = quanto basta q.c.c. = quel che c’è q.m.? = quando mai? Fate bollire gli ingredienti in un pentolone tanto a lungo quanto la fame vi consente. Accompagnate il tutto con un cucchiaino di succo di limone per prevenire lo scorbuto.

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La ricetta ben si adatta ad un nucleo famigliare di studenti disidratati ed allucinati in seguito ad una notte di bagordi. Il sartiame, considerato un’eccellente fonte di fibre, può essere sostituito con altro materiale cellulosico di cui i nostri soggetti dispongano in abbondanza: fotocopie di materiale didattico, cartine rizla, vecchi numeri di Kronstadt. Il cuoio purtroppo è sempre meno diffuso negli arredi domestici, ma nell’armadio di una tipica studentessa sono custodite riserve di scarpe, borsette e cinture sufficienti a sfamare una comunità media di studenti per settimane. Al posto del succo di limone si può buttare giù il tutto con un fondo di limoncello avanzato dall’ultima festa: non salverà dallo scorbuto e non farà bene in generale, ma almeno ha un sapore passabile e un discreto contenuto alcolico. Buon appetito! Makka

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Dal ricettario di James Cook: Il Gran Bollito delle Bonacce Equatoriali Dose per 50 marinai disidratati ed allucinati sartiame - q.b. cuoio - q.c.c. carne - q.m.?

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L’Era del Diritto & anche i Compagni Licenziano
gia, conquiste della medicina, ma anche dalle barbarie indicibili di due Guerre Mondiali e da totalitarismi di ogni genere, la questione sopracitata ha profondi connotati economici e, in ultima analisi, anche simbolici. Sì, perché non è certo concetto nella testa di tutti, notizia sulla bocca di ogni passate, ma da questi partiti dipendevano strutture politiche, organizzazioni e aziende (es. giornali) con un buon numero di persone a libro paga. Il non raggiungimento della soglia minima, appunto il 4% dei voti, per vedersi garantiti cospicui rimborsi elettorali (parliamo di milioni e milioni di euro ad ogni tornata elettorale), costituisce un buco di bilancio a cui tali partiti non possono rimediare. E così i loro dipendenti – già ripetiamolo: i dipendenti! – così detti funzionari di partito o, in senso weberiano, i politici di professione (non solo parlamentari, ma in questo caso anche segretari, sottosegretari, passando per tutti gli elementi del direttivo, fino ad arrivare ai responsabili locali), non hanno vita semplice. Messi ancora peggio sono i dipendenti delle loro testate giornalistiche di riferimento, come ad esempio l’Unità, Il Manifesto e il settimanale Liberazione. E cosa potranno mai fare di rivoluzionario i lungimiranti organi dirigenziali? Quale strategia moderna e alternativa hanno escogitato i difensori del popolo? Semplici entrambe le risposte: “niente” e “nessuna”. Ovviamente fanno quello che farebbe e fa un qualunque imprenditore: mancato rinnovo di contratti a termine, cassa integrazione, licenziamenti. Proprio loro, i secolari difensori dei diritti dei lavoratori, si accorgono di una realtà che hanno per troppo tempo pensato di poter celare agli occhi dell’elettorato, ancor prima che a loro stessi. Dopo aver contribuito alla costruzione di un mercato del lavoro immobile e stantio, caratterizzato da innumerevoli caste e corporazioni di privilegiati (dagli avvocati ai notai, passando per medici, giornalisti stessi, professori, insegnati, ma anche tassisti e commercianti) e da inefficienti nullafacenti intoccabili (politici e dipendenti pubblici in prima fila), criticando l’operato della borghesia industriale, loro peggior nemico di sempre, eccoli confessare: “Dopo aver passato una vita a difendere i lavoratori dai licenziamenti mi sono trovato a dover sottoscrivere la drammatica necessità di quaranta licenziamenti” (Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista). Udite, udite: “drammatica necessità”! Come se “gli altri” avessero sempre licenziato con gioia migliaia di operai solo per gioco, con il cuore in pace e la coscienza pulita. Non è mai troppo tardi per crescere e smettere di credere alle favole. L’importante però è farlo prima di morire (leggasi: “sparire”). Continuiamo quindi a sostenere la lotta dei buoni contro l’orco cattivo, e tutti vivranno felici e contenti... Matteo Bertani

he la sinistra italiana, quella che si auto-definisce vera, dura e pura, sia sparita dal parlamento della nostra penisola è cosa nota a tutti. In minor numero si saranno accorti, sicuramente molto pochi i sorpresi, del come la situazione si sia ripresentata praticamente immutata alle più recenti elezioni europee: nemmeno l’alleanza involutiva che ha visto il Partito dei Comunisti Italiani allearsi con Rifondazione Comunista (ma allora che ca**o si erano separati a fare?) ha superato il quorum del 4%. Non è solo un problema di rappresentanza e pluralità politica all’interno degli organi di governo: oltre a indicare probabilmente la fine di un’era ideologica che ha accompagnato l’umanità per oltre un secolo, caratterizzato da traguardi fondamentali nella lotta per i diritti dell’uomo, incredibili passi della scienza e della tecnolo-

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periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010

Giorgio de Chirico - La commedia e la tragedia (1926)

Pictor classicus sum
chirichiano, in cui molte sono le citazioni dal mondo classico. Le tele si popolano di gladiatori, eroi, miti, rovine e i titoli ne sono un’ulteriore prova: Le Muse inquietanti, Edipo e la Sfinge, Il Gladiatore, Ettore e Andromaca… Tutti richiami ad una classicità a lui ben nota e che, probabilmente, gli suggerisce, oltre alla perfezione da lui ricercata dal punto di vista tecnico, un qualcosa di metafisico: le rovine che vede (e riproduce talvolta nei suoi quadri) son perfette nella misura, ma frammentarie, non più collegate all’ambiente per cui, ed in cui, erano state create. Diventate illogiche nel mondo moderno. Anche quando i corpi seguono i canoni della bellezza classica, quando egli riproduce la realtà in accordo con la tradizione, la linea aggressiva, che incornicia le figure in modo così pronunciato e le esalta, sconvolge le convenzioni, lasciando presagire la metafisica della sua arte. Non dimentica quindi le lezioni dell’arte classica, né il passato: semplicemente rivisita, reinterpreta, arrivando a creare un’arte rinnovata, originale. Evocazione ed invenzione, tra classico e moderno. Questo rapporto tra Giorgio de Chirico, padre della Metafisica, ed il mondo ellenico è il motivo centrale della mostra che ha aperto i battenti lo scorso 6 Marzo e ci farà compagnia fino al 2 Giugno. ”Giorgio de Chirico. La sugge-

cultura
stione del Classico”. Una mostra allestita nelle Scuderie del Castello Visconteo, promossa da Comune e Provincia di Pavia, prodotta e organizzata da Alef-cultural project management. Questa esposizione, in linea col progetto di valorizzazione delle Scuderie, dopo il grande successo della mostra “Da Velasquez a Murillo”, è un appuntamento importante e prestigioso, parte di un percorso che vuole porre Pavia al centro dell’attenzione culturale non solo nazionale ma, addirittura, internazionale. La mostra espone quaranta opere, tra dipinti e sculture, realizzate tra gli anni Trenta e Settanta, selezionate da Victoria Noel-Johnson e Sabrina D’Angelosante per la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma (fondazione nata nel 1986 per volontà di Isabella Far de Chirico, vedova del celebre pittore, e di Claudio Bruni Sakraischik, curatore del Catalogo Generale, per tutelare la personalità intellettuale e artistica di Giorgio de Chirico). Oltre alle opere del maestro della Metafisica è esposta una ventina di reperti dei Musei Archeologici della Provincia di Salerno, selezionata appositamente da Matilde Romito per evidenziare proprio la suggestione che il classico esercita sulle opere dell’artista. Proprio grazie al “dialogo” proposto tra le opere ed i reperti archeologici, l’esposizione vuole evidenziare come de Chirico venisse in contatto con quel mondo classico, che conosceva e sentiva proprio, con lo scrupolo e la sensibilità dell’archeologo da un lato e, dall’altro, con lo spirito romantico di un appassionato collezionista di calchi di sculture appartenenti all’età classica.

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Il pensatore (1973), opera-immagine della mostra, è un esempio di come de Chirico rievochi i valori, la cultura, la civiltà ormai perduta del mondo classico, per farla rivivere di un nuovo significato attraverso la sua pittura. Un insieme di oggetti classici, affiancati a creare opere in cui spazio e tempo sono sospesi, pietrificati. Marianna Pasetti

a metà ta physikà. Stando ad Andronico di Rodi questo “oltre la fisica” era da riferirsi al contenuto di alcuni testi di Aristotele: la fisica nel primo gruppo, con trattazioni concernenti la natura, la metafisica nelle trattazioni posteriori, con contenuto superiore, che va al di là della fisica. Metà appunto. Nell’uso di de Chirico e degli altri pittori metafisici il contatto col termine filosofico è nell’allusione ad una differente realtà, che supera ciò che vediamo: la Metafisica è quella nuova realtà che si cela in ogni oggetto, se solo si riesce a vederlo, ad immaginarlo, al di fuori del solito contesto. Significati, usi e spazi propri di ogni cosa associati diversamente per darci informazioni nuove su oggetti comuni e situazioni quotidiane. Questo senza però ricorrere all’automatismo, all’inconscio, al mondo dei surrealisti e allo spazio dinamico del futurismo, correnti a cui de Chirico si oppone e che definisce “la rovina dell’arte moderna”. Spazio geometrico, rigido, prospettiva schematica e ordinatrice, colore teso e segno netto, deciso. Nato a Volos, città della Tessaglia, nel 1888 e vissuto in Grecia fino al 1906, de Chirico è grande conoscitore dell’arte antica e questa, già dai primi decenni del Novecento, diventa sempre più presente nelle sue opere. E’ il “romanticismo” de-

Con il mondo sulle spalle

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Questioni globali e limiti alla crescita
so di miglioramento delle condizioni di vita e delle possibilità di benessere, che ci ha portato medicine, elettricità, case riscaldate, aeroporti, computer e informazioni. Prima di scagliarsi contro il demone della crescita, è fondamentale immaginarsi cosa volesse dire essere schiavi di natura e malattie, quando un

O Kamchatka, o morte!
Coloni di Catan
Leggi invece di stare a guardare sempre solo le figure! Ben tornata affezionata lettrice! Piacere di riaverti assiduo lettore! Per la rubrica giochi del vostro amato K parliamo di Catan o Coloni di Catan o (titolo originale) Die Siedler von Catan. Inventato da Klaus Teuber nel 1995, questo giuoco è oramai diventato un classico dei giochi da tavolo strategici. In Coloni di Catan i giocatori interpretano, appunto, dei coloni della mitica isola di Catan, il cui nome è un chiaro riferimento alla città di Catania, solo che non è vero. All’inizio del gioco viene disposto un tabellone, rappresentante la nostra isola, formato da 19 esagoni di colori differenti, che indicano diversi terreni a cui corrispondono differenti materie prime: montagne (minerale), pascoli (pecore), foreste (legna), colline (argilla), campi (grano), deserto (un bel niente). Sui vertici di ‘sti esagoni i giocatori possono costruire villaggi e città, mentre lungo gli spigoli si possono costruire delle strade. Su ogni esagono viene posizionato un numero casuale da 2 a 12 (tranne il 7) ad eccezione di quello col deserto su cui è posto un birillino di legno chiamato brigante. Tramite successivi lanci di dadi si producono le risorse corrispondenti agli esagoni su cui si trova il numero e di cui possono usufruire coloro che vi avevano costruito degl’insediamenti. Con le risorse ricavate i vari giocatori possono costruire altre strade e insediamenti o acquisire carte speciali dette carte sviluppo. Chiaramente ci sono molte altre regole ma non c’ho voglia di scriverle. L’obiettivo è quello di totalizzare 10 punti, che si ottengono dalle carte e dagli insediamenti. Per le sue meccaniche (molto semplici) il gioco risulta essere alla portata di tutti, veloce e con un discreto corredo strategico, benché la fortuna possa giocare un ruolo decisivo, specie ad inizio partita. L’ambientazione non è sicuramente molto coinvolgente ma un gioco il cui tabellone iniziale va costruito all’inizio è sicuramente originale, da provare! Lo trovi in tutti i peggiori negozi di giochi di Caracas. Se non c’hai voglia di spendere prova la sua versione per pc, se non la trovi richiedila a me (jco@email.it). Ciao tesoro, a fra un mese! JCO

ome salvare il pianeta? Questa domanda sembra oggi essere sulla bocca di tutti, che siano accademici, politici o semplici cittadini. E le circostanze senza dubbio giustificano la preoccupazione. Esplosione demografica, crisi alimentari, dipendenza da risorse non rinnovabili, cambiamento climatico: queste ed altre problematiche – tutte profondamente interconnesse – hanno alimentato in molti il sospetto che l’attuale modello di sviluppo sia da considerarsi insostenibile. Il fenomeno di continua crescita – della produzione, dei redditi, dei consumi – che ha contraddistinto la società umana a partire dalla Rivoluzione Industriale, potrebbe essere giunto vicino o aver già oltrepassato i propri limiti. D’altronde, nulla in natura cresce per sempre, e pensare che l’economia possa invece farlo – crederla cioè slegata dal più grande sistema naturale in cui si ritrova inserita – è un chiaro sintomo di miopia. La consapevolezza dell’esistenza di limiti alla (e della) crescita si è estesa a dismisura negli ultimi decenni, portando alla creazione di nuovi concetti come crescita sostenibile e sviluppo umano. Alcuni sono giunti a sostenere la necessità di una decrescita, ovvero un abbandono della mania accumulativa in favore di un graduale ritorno ad un’economia conviviale, locale e sostenibile, dove risulti possibile ricercare un progresso nella qualità della vita piuttosto che un semplice accrescimento dei consumi materiali. Tuttavia, per quanto queste idee possano risultare convincenti, bisogna tener conto del fatto che i problemi delineati non sono che gli effetti collaterali di un processo generalmente positivo, ossia l’eccezionale proces-

inverno rigido poteva significare la morte. I “bei tempi andati” non erano probabilmente così belli come li si vuole a volte immaginare. Con il mondo sulle spalle è pubblicato dalle EdizioniOMP, il libro è acquistabile o gratuitamente scaricabile all’indirizzo: www.edizioniomp.com Perciò: che fare? Come conciliare questi due aspetti contrastanti ma complementari, bilanciando mantenimento del benessere e rispetto dei limiti ambientali? Si può pensare di non crescere? E come gestire il fatto che, men-

tre si prescrive una dieta all’iperconsumista società occidentale, paesi come Cina e India stanno imboccando solo ora il loro percorso di crescita, reclamando un giusto diritto allo sviluppo? La complessità delle questioni è enorme, e il terreno scivoloso. Il principale obiettivo del libro è quindi quello di fare maggiore chiarezza in questo groviglio di fatti, opinioni e interrogativi, e capire se esistano condizioni oggettive per avere una certa opinione piuttosto che un’altra. Nel primo capitolo si è voluto dare una panoramica delle grandi questioni globali che l’umanità è tenuta ad affrontare: si parla perciò di popolazione, ricchezza e povertà, energia, risorse alimentari, inquinamento e cambiamento climatico, analizzando stato dei fatti, teorie e prospettive future. Poiché il quadro che ne risulta è quello di un pianeta non gestito, si tocca l’argomento della governance globale e delle istituzioni internazionali. Ci si è poi chiesti come la disciplina economica si sia nel tempo confrontata con l’argomento dei limiti alla crescita. Il secondo capitolo spazia quindi dall’economia politica classica al rapporto “The Limits to Growth”, dalle teorie dell’economia ecologica alle controversie accademiche sulla sostenibilità. Per concludere, nel terzo capitolo si è voluto tornare ai giorni nostri e presentare il dibattito più recente, indagando la nascita ed evoluzione dei concetti di sviluppo sostenibile e decrescita, esaminando gli indicatori di benessere diversi dal PIL, toccando la questione dei limiti sociali alla crescita. Si fanno infine alcune considerazioni sulle possibile strategie e politiche future. Emanuele Campiglio

Reg. Trib. Pv n° 594 - ISSN 1972-9669 - Stampa: Industria Grafica Pavese SAS, Pavia - Chiuso in Redazione 06-05-2010 - Tiratura 2000 copie - 2010, Alcuni diritti riservati (Rilasciato sotto licenza Creative Commons 2.5 Ita by-nc-sa)

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Il signor Marchand non capiva. Non era mai stato cattivo con nessuno. Lui faceva solo il suo lavoro. E mai e poi mai avrebbe creduto di poter essere una persona influente in quella vita. Se la spassava quella notte, era profondamente immerso in un sogno confuso che prendeva anche sul serio, sudava. Da lontano aveva sentito il campanello. E quel signore alla porta aveva un bruttissimo cappello. Come si poteva avere un così pessimo gusto Dio solo sapeva. Sembrava scaltro però, quel signore. E dunque parlava di qualcosa di molto serio e angosciante, addirittura di importanza vitale. Di un’infamia, di un peccato irrimediabile, una gran presentazione per un atto infame. La signora Marchand, era scoppiata in lacrime nel frattempo, il suo sogno non le stava piacendo affatto. L’uomo cappelluto parlava, e diceva delle cose al signor Marchand che per niente lo interessavano. Non sembrava un cappello amichevole. Sotto di lui si agitava la bocca dell’uomo come un impastatore , e diceva: ”Avremmo bisogno di voi”. Il signor Marchand non ci vedeva ancora bene, e l’amaro in bocca lo indusse a bere dell’acqua. Durante la conversazione di cui solo una parte lui recepiva, lo straniero del campanello, lento come una foca, tentò di prenderlo di sorpresa in una trappola assurda. Si dimenava in modo goffo e scoordinato e continuava ad agitare un gingillo luccicante, doveva essere molto piccolo, lo teneva tutto in una mano, e tentava di metterglielo davanti agli occhi con un gesto nervoso. Edmond Marchand non aveva la più pallida idea di come fosse venuto in mente a quel cappello con signore, di venire a cercarlo nel cuore della notte per giocargli strani scherzi. All’inizio pensava fosse un venditore ambulante. Mentre pensava queste cose, di colpo la figura ebbe uno scatto, e senza capire come, il signor Marchand si trovò dritto davanti agli occhi un lucido e luminoso specchietto. “Ahimè, lo specchio no!! Come sopravvivrò al tremendo specchio?!” Gridò soffocato il signor Marchand. La signora Marchand si svegliò in piena notte. Suo marito non c’era. Si ritrovò stordito e smemorato su una poltrona molto comoda, foderata di velluto, di un rosso acceso, porporoso diceva lui. E non ci capiva niente. La cosa più incredibile è che allo stordimento che già sentiva, si aggiungevano le incalzanti domande di un uomo opaco, fuori fuoco, una forma allungata, fredda, che gli si trovava davanti, era immobile, ma in realtà ondeggiava avanti e indietro con un moto di risacca: - Lei è il signor Marchand? - Si. - Le piace il suo lavoro? - Certo che si, è una vita che lo faccio. - Molto bene. E’ convinto di quello che dice? - Certo, ma perché? Non capisco. - Non si preoccupi. Presto capirà. Solo lei può capire. Rivolgendosi a qualcun’ altro

Totus mundus agit histrionem

Soirée au Théatre
presente, l’uomo fece un cenno, e con uno sguardo soddisfatto e inquietante disse sardonico: - Scritturato. L’alloggio non era male, c’era una sedia, delle mattonelle piuttosto consumate, una scrivania molto lunga, un lavabo, ed un terribile specchio, appeso al muro, minaccioso, si disse che era inguardabile, e si girò dall’altro lato. Non capiva. La luce della lampadina era forte. Vivida. La finestra aperta mostrava solo nebbia e paesaggi lontani, foschi, e la vista del signor Marchand non vedeva altro che ombre mutevoli. Forse tutto stava per prendere forma. Non era la prima volta che vagava in quella stanza. E anche il corridoio lo conosceva bene. Buio, rimbombante. Il più delle volte gli sembrava un limbo. Un limbo di gestazione. I suoi mostri nascevano li, e le sue paure era li che lo travolgevano. Un luogo sospeso, ma lui lo conosceva. Si sentiva come dentro una cortina, e non capiva perché si trovava li. Sentì fluttuare, e una figura fumosa gli si parò davanti. Parlava: - Signor Marchand – disse – lei è in grado di fare ciò che stiamo per chiederle. - Non capisco, ma dite pure. - Noi siamo stanchi della vita finta. Vorremmo vedere la vita vera. - Non capisco, continuate. - Noi cerchiamo l’uomo, e quelle assi lo rigettano, lo rifiutano, e noi disperiamo, vortichiamo. - E cosa mai c’entro io con l’uomo. Per carità, datemi almeno una maschera, tutt’al più un copione. - L’uomo sarà la sua maschera, la vita il suo copione. - Capisco, non mi resta altro da fare. Infuriavano i passi nella sala, aria di festa, aria di festa. Folla dispersa seduta e perduta, di fronte a se stessa. Buio in sala, e i respiri si acquietano. Riflettori ingialliti e polvere nell’aria. Crepitava la folla ansiosa. La sedia nel centro lo aspettava. Il presentatore con abito da circo entrò in scena con la sua fiaccola e viso bianco di cerone. - Signore e signori, l’evento è speciale. Che rullino i tamburi, aguzzate la vista, non è cosa di tutti giorni vedere la vita!! Marchand mosse un passo dalla quinta. E’ come un’immersione, un salto. Sentiva i soliti brividi. Tutto gli sembrava un terribile delirio, tutto aveva un alone di follia. Il presentatore declamava deciso. Il pubblico sentiva l’odore del sangue. Sciacalli in platea. Li aveva narcotizzati migliaia di volte da quella distanza. Li aveva odiati migliaia di volte. Li aveva feriti migliaia di volte. - Arcano è il maleficio delle assi che portano la vita davanti agli occhi!! Accorrete, venite a vedere la vita! La vita in scena per voi!! Marchand rideva, due passi soli. Solo il rumore dei passi e muore

racconti

periodico mensile Numero 54 Martedì 11 Maggio 2010

k

la vita. Occhi che vedono morire la vita. Occhi che ingannano la vita, e uccidono la vita. Se stesso e cento altri, la carneficina era pronta, bastava la scintilla, per uccidere la vita e dare vita alla morte. - Signore e signori, venite a vedere come muore la vita!! Venite a vedere come muore la Chimera, finita dal suo doppio!! Marchand era alla sua sedia. Li avrebbe distrutti, deflorati. Manichino, freddo, Marchand ghignava. Manichino ladro di vita e mercante di vita e distruttore di vita. E ride il manichino e ruba la vita. Immobile Marchand chiuse gli occhi. La platea immonda sbavava, li sentiva grugnire di libidine, si stavano divertendo. Presto avranno il sangue. Marchand inspirò. Generalmente capiva da solo quando era il momento, lo sentiva quando doveva uccidere. Lo sentiva come un martello nel petto. Bastava un cenno, per uccidere tutti, liberarli. Insaziabili curiosi in cerca del loro pasto, liberarli tutti. Purificarli tutti. Tese il volto verso l’alto, con un soffio impercettibile disse: ..Autoréclame!! e morì. La platea ebbe un sospiro di sollievo, finalmente era libera. Sazio il presentatore, ingordo della stessa fame, tendeva la mano e gridava: - Soldi alla mano signori e signore, la vostra vita per voi in scena questa sera!! FIN Giacomo De Gregorio
La KRedazione: Direttore editoriale Ginevra Sanvitale Direttore responsabile Salvatore Gulino Vicedirettore Matteo Bertani Caporedattore Emmanuela Pioli Vicecaporedattore Isabella Bossolino Impaginatore Alvaro Rissa
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(Che cazzo.)

Credits in brevis: la copertina è opera di Ginevra, i soldi sono finti (non si son mai visti 50 euro tutti insieme in redazione...), si ringrazia il braccio di Martelengo per aver interpretato i bisognosi di tutto il mondo. La locandina qui sopra è opera di quell’improponibile di Diego Gabriele, molte immagini sono state reperite mediante google e flickr, i rispettivi autori sono ringraziati nelle frasette in testa alle pagine. La grafica del libro Con il mondo sulle spalle, di Emanuele Campiglio, è di Andrea Franzosi. KRONSTADT: iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla Commissione A.C.ER.S.A.T. dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali ricreative degli studenti. Altre entrate sono rappresentate da eventi culturali, feste, concerti, il sangue di chi collabora, libagioni e gozzoviglie varie.

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