Tratto da “Diario da Kabul” di Emanuele Giordana, ObarraO edizioni, Milano 2010

In esclusiva per Il Caffè Geopolitico, dall’autore Emanuele Giordana

LE VITTIME DELLA GUERRA Gli afgani o noi al centro del conflitto? Anche il 2009, come il 2008, come il 2007, si è concluso in Afghanistan con un aumento delle vittime civili: 2.412 contro le 2.118 dell'anno precedente. Aumento del 14%, che contempla però anche una “buona” notizia. Sono diminuite quelle attribuibili alle forze occidentali o all'esercito afgano, mentre l'opposizione armata ha ucciso 530 persone in più rispetto all'anno prima, una crescita del 41%. Uccidiamo meno. I talebani sono più cattivi di noi. E' una brutta gara e una magrissima soddisfazione. La buona novella, contenuta nel ciclico rapporto della missione Onu a Kabul (Unama), disegna forse una linea di tendenza, auspicabile quanto tardiva e insufficiente: aumentano dunque gli attacchi suicidi e gli innocenti uccisi dai talebani costituiscono i due terzi delle vittime civili, mentre “solo” un terzo (- 28% rispetto al 2008) è da imputare alla Nato, agli americani e ai soldati afgani dell'esercito nazionale (Ana). Rimane infine un oscuro 8% di vittime difficilmente attribuibili. Questione forse di “pallottole vaganti”. “Il caso e la necessità” direbbero i darwinisti. Unama, nel suo rapporto quadrimestrale (una misura introdotta dal penultimo capo della missione, Kai Eide) rileva che ciò si deve a un più attento uso della forza da parte delle forze governative. Ma rivela anche che 359 persone sono state uccise durante raid aerei, il che costituisce il 61% delle vittime imputabili alla coalizione (l'aviazione è una “nostra” prerogativa). Il dossier dice anche che Nato, americani ed esercito afgano hanno condotto una serie di operativi con un uso eccessivo della forza che ha comportato distruzione di proprietà e “insensibilità culturali” specie nei riguardi delle donne. Oltre al fatto che, nota ancora Unama, la vicinanza di caserme in luoghi abitati diventa un inevitabile fattore di rischio per i civili. Quello delle vittime civili è il tasto più dolente della guerra afgana. Eppure, nonostante i continui richiami alla “sicurezza degli afgani” al centro della cosiddetta svolta McChrystal, la guerra continua a produrne. Inevitabile? Niente affatto In Afghanistan il nodo delle vittime civili (dei raid o delle perquisizioni casa per casa) è uno dei più controversi anche se, nel tempo, la Nato e gli americani hanno ridotto l'uso della forza aerea e hanno fatto...maggior attenzione. Ma nonostante questa nuova attenzione – per la quale sono stati comunque necessari almeno otto anni di conflitto – molta, troppa gente senza alcuna colpa continua a morire. Solleva, nella sua drammaticità, una mesta ilarità la dichiarazione del segretario generale della Nato De Hoop Scheffer nel luglio 2007, quando propone bombe più piccole, di minor calibro e con meno esplosivo (se ne usano da 225 a 450 chili per ordigno ma anche fino a 900 chili) . Una proposta che – mi dice allora a caldo il generale Fabio Mini – appare come “....un palliativo psicologico per l'opinione pubblica. Una risposta che serve a mettere a tacere la coscienza di fronte a un impasse tattico”. Il tenente colonnello Charlie Mayo, dell'esercito di Sua Maestà britannica, spiegherà su un quotidiano che "...siccome i talebani non indossano uniformi, quando rimangono uccisi figurano sempre come civili". Un vecchio refrain (lo scudo della popolazione civile) opporsi al quale è difficile anche se, sempre nel luglio del 2007, l'allora ministro della Difesa Arturo Parisi abbozza: “...o impariamo a prendere la mira o è meglio che ci asteniamo dallo sparare”.

La decisione di smettere di sparare però non arriva mai. Ci si potrebbe almeno limitare a non utilizzar il mezzo aereo che fa inevitabilmente vittime civili, ben che vada in rapporto cinque a uno. Ma la proposta non esce dalla bocca di nessuno, né in Italia né altrove. Nel 2010 tre deputati dell'opposizione (Tempestini, Fassino, Maran) presentano in parlamento un'interrogazione al governo sull'ennesima strage appena avvenuta in Afghanistan nel febbraio (33 civili uccisi per errore nell'Uruzgan con un lancio di missili da un elicottero): “Il tema della necessità della riduzione delle vittime civili è stato certamente preso in considerazione dalla comunità internazionale, al punto che lo stesso generale McChrystal nello scorso agosto si era impegnato a ridurre al massimo le azioni militari pesanti e soprattutto i bombardamenti aerei; tuttavia – scrivono i tre parlamentari - gli sforzi compiuti appaiono ancora insufficienti se, come è avvenuto nel 2009, il numero dei civili uccisi continua a crescere, quale conseguenza di bombardamenti aerei”. All'ineccepibile introduzione segue una blanda richiesta: “...se e quali iniziative (il governo) intenda adottare nelle opportune sedi internazionali al fine di ridurre il più possibile le vittime civili; se intenda adottare in sede Nato iniziative al fine di sollevare il tema dell’accertamento delle responsabilità per le morti di civili nelle province di Uruzgan e Dai Kondi...” A un possibile stop ai raid aerei nemmeno un accenno. Nemmeno in forma dubitativa. Se il nodo vittime civili è uno dei più nefasti, l'altro riguarda le modalità con cui vengono condotte le operazioni di pulizia nei villaggi. Un generale afgano, ospite in Italia di un centro di formazione dell'esercito, mi dice chiaramente che “non dovrebbero essere gli americani a condurle. Non conoscono la nostra cultura, non sanno come si fa....”. Su Youtube si può vedere uno tra i tanti documentari di Al Jazeera in cui alcuni anziani di un villaggio raccontano cosa hanno fatto loro (ricostruisco a memoria) i soldati: “...ci misero nudi nel cortile e poi agitarono bastoni minacciando di sodomizzarci...”. Il vecchio aveva la voce rotta dalla lacrime per la vergogna e l'umiliazione. Avete mai visto un servizio simile su una delle nostre televisioni? Io no e mi chiedo sempre perché nemmeno il giornalismo vada a fondo su questi due punti assai controversi della guerra che, tra l'altro, oltre ad essere eticamente esecrabili, riducono il consenso della popolazione civile. Alla fine si è dovuto aspettare che un militare, il generale McChrystal, se ne rendesse conto e cambiasse, anche se alla cosa è stata data una pubblicità relativa, le regole d'ingaggio. Regole d'ingaggio che, nella citata strage di febbraio 2010 in Uruzagan, sarebbero stato violate. E qui c'è un'altra considerazione da fare. Non sappiamo se McChrystal lo abbia deciso per ragioni umanitarie o perché è un soldato pragmatico e intelligente. Probabilmente c'è un mix delle tre cose. Sicuramente il generale vuole cambiare il corso ma soprattutto il segno della guerra. E', potremmo dire, una “colomba”, benché ciò possa sembrare paradossale, un “moderato”. Ma deve aver contro diversi falchi. Le stragi più gravi dell'intero conflitto avvengono infatti quando il timone della guerra passa nelle sue mani: la prima alla vigilia del suo insediamento e il giorno antecedente un incontro storico tra Barack Obama, Hamid Karzai a Asif Ali Zardari (presidenti di Afghanistan e Pakistan) alla Casa bianca. Nel maggio del 2009 una raid aereo fa strage nell'area di Bala Boluk, nell'Ovest del paese. Il bottone lo spinge un aviatore dell'Operazione Enduring Freedom (Oef, quel che resta della missione voluta da Bush nel 2001). Una prima stima del governo afgano è di 140 morti, quella americana è di...26. Poi il bilancio viene ridimensionato, anche se non confermato, a 96 vittime. Con certezza, secondo

la Commissione afgana indipendente sui diritti umani (Aihrc), sono morte almeno 52 donne tra cui 31 minori. Sugli uomini resta il dubbio se fossero talebani o meno. Difficile da stabilire. McChrystal non è ancora a capo di Oef e Isaf e questo è il benvenuto per l'uomo che deve dare un segnale: la strage col maggior numero di vittime dal 2001 a oggi. Non passa che qualche mese e, all'inizio di settembre, a Kunduz, un'altro raid aereo questa volta targato Isaf (che porterà alle dimissioni del ministro della Difesa tedesco) oscura le buone intenzioni del generale a cinque stelle. I tedeschi, che presidiano l'area di Kunduz, danno la caccia a due auotobotti di gasolio sequestrate dai talebani. Chiedono rinforzi dall'aria pur non essendo in pericolo e proprio mentre i guerriglieri, rimasti impantanati con uno dei mezzi, chiamano la gente dei villaggi vicini per dare una mano e prendersi un po' di benzina gratuita. Gli aerei arrivano mentre la gente armeggia con le taniche. Sparano nel mucchio. Trenta morti? McChrystal corre sul posto e non prima di essere apparso in Tv per chiedere scusa. Ma quando lancia l'Operazione Moshtarak, la maggior offensiva della Nato nella provincia di Helmand (siamo agli inizi di febbraio 2010), accade l'ennesimo fattaccio. La già citata strage di Uruzgan, in una provincia limitrofa ma non interessata dall'offensiva: altri trenta morti, anzi 33. In un colpo solo un militare americano (forze speciali), uccide tanti innocenti quanti non sembra, almeno ufficialmente, averne uccisi in due settimane la grande operazione su cui McChrystal si gioca parte della sua credibilità. Il colmo è che si trattava di poveracci in fuga proprio dall'Operazione Moshtarak...Stanley corre ancora in televisione e chiede scusa. Non siamo in grado di dirvi se è stata aperta un'inchiesta che abbia chiarito chi e perché, specie nei casi di Bala Boluk e Uruzgan, decise che bisognava aprire il fuoco violando, almeno quasi certamente nel secondo caso, le nuove regole di ingaggio. E chi decise che si potevano sganciare bombe da 2mila libbre in un distretto della provincia di Farah (tra l'altro sotto controllo degli italiani) proprio mentre McChrystal stava per prendere servizio e mentre Obama giocava la carta diplomatica di una trilaterale Usa-Pakistan-Afghanistan a Washington. Che si trasformò nell'ennesima occasione per Karzai di reiterare la sua avversione ai metodi spicci della guerra. Un talebano non avrebbe potuto architettare una strategia di comunicazione migliore.