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Il Tabor

Foglio di spiritualità dei Padri Passionisti del Santuario “Madonna d’Itria” di Cirò Marina (Kr) www.madonnaditria.it - tel. 0962-31104 - ANNO VII, n. 82 - maggio 2010

MESSAGGIO DEL PAPA BENEDETTO XVI PER LA 44a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI - Domenica, 16 maggio 2010 Cari fratelli e sorelle, il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola” –, si inserisce felicemente nel cammino dell’Anno sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale vengono offerte al Sacerdote nuove possibilità di esercitare il proprio servizio alla Parola e della Parola. I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l’uso nel ministero sacerdotale. Compito primario del Sacerdote è quello di annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i Sacramenti. Convocata dalla Parola, la Chiesa si pone come segno e strumento della

Tuttavia, la diffusa multimedialità e la variegata “tastiera di funzioni” della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare. Ai Presbiteri, invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante “voci” scaturite dal mondo digitale, ed annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi. Attraverso i moderni mezzi di comunicazione, il Sacerdote potrà far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo, coniugando l’uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore. Più che la mano dell’operatore dei media, il Presbitero nell’impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della “rete”. Anche nel mondo digitale deve emergere che l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all’umanità smarrita di oggi, che “Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda. Chi meglio di un uomo di Dio può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie competenze nell’ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato come ricchezza cui attin-

gere per vivere degnamente l’oggi e costruire adeguatamente il futuro? Compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo “digitale” i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l’opportunità di educarsi all’attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale. Questa potrà così prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati

“Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola”
comunione che Dio realizza con l’uomo e che ogni Sacerdote è chiamato a edificare in Lui e con Lui. Sta qui l’altissima dignità e bellezza della missione sacerdotale,

in cui viene ad attuarsi in maniera privilegiata quanto afferma l’apostolo Paolo: “Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso… Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?

Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?” (Rm 10,11.1315). Per dare risposte adeguate a queste domande all’interno dei grandi cambiamenti culturali, particolarmente avvertiti nel mondo giovanile, le vie di comunicazione aperte dalle conquiste tecnologiche sono ormai uno strumento indispensabile. Infatti, il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni all’esortazione paolina: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all’inizio di una “storia nuova”, perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola.

dal fitto intreccio delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di cittadinanza di Dio in ogni epoca, affinché, attraverso le nuove forme di comunicazione, Egli possa avanzare lungo le vie delle città e fermarsi davanti alle soglie delle case e dei cuori per dire ancora: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Nel Messaggio dello scorso anno ho incoraggiato i responsabili dei processi comunicativi a promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona umana. E’ questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata ad esercitare una “diaconia della cultura” nell’odierno “continente digitale”. Con il Vangelo nelle mani e nel cuore, occorre ribadire che è tempo anche di continuare a preparare cammini che conducono alla Parola di Dio, senza trascurare di dedicare un’attenzione particolare a chi si trova nella condizione di ricerca, anzi procurando di tenerla desta come primo passo dell’evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno

nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio - come il “cortile dei gentili” del Tempio di Gerusalemme anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto? Lo sviluppo delle nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale rappresentano una grande risorsa per l’umanità nel suo insieme e per l’uomo nella singolarità del suo essere e uno stimolo per il confronto e il dialogo. Ma essi si pongono, altresì, come una grande opportunità per i credenti. Nessuna strada, infatti, può e deve essere preclusa a chi, nel nome del Cristo risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all’uomo. I nuovi media, pertanto, offrono innanzitutto ai Presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta; ad essere testimoni, nel mondo d’oggi, della vita sempre nuova, generata dall’ascolto del Vangelo di Gesù, il Figlio eterno venuto fra noi per salvarci. Non bisogna dimenticare, però, che la fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione. A voi, carissimi Sacerdoti, rinnovo l’invito a cogliere con saggezza le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione. Il Signore vi renda annunciatori appassionati della buona novella anche nella nuova “agorà” posta in essere dagli attuali mezzi di comunicazione. Con tali voti, invoco su di voi la protezione della Madre di Dio e del Santo Curato d’Ars e con affetto imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 24 gennaio 2010, Festa di San Francesco di Sales.

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BIOGRAFIA DEL SERVO DI DIO MONS. EUGENIO R. FAGGIANO
Vescovo di Cariati (1936-1956) Passionista

50° ANNIVERSARIO DALLA MORTE: 1960 - 2010
Quest’anno, il 2010, ricorrono 50 anni dalla morte del Servo di Dio Mons. Faggiano, essendo egli morto il 2 maggio del 1960. Pensiamo sia doveroso nei confronti della sua nobile figura di religioso Passionista, di Sacerdote e di Vescovo ripercorrere le tappe della sua esistenza, nelle pagine di questa piccola rivista edita dai Padri Passionisti che dimoraro nel Santuario che egli volle ricostruito ed affidato alle cure dei suoi confratelli e nel quale riposano le sue spoglie mortali. Ci auguriamo in tal modo di far cosa gradita ai nostri lettori. E soprattutto ci auguriamo di poter vedere quanto prima elevato agli onori degli altari il Vescovo “dalle mani bucate”, “stella dell’episcopato calbrese”.

Nascita e ambiente familiare Sua Eccellenza Mons. Eugenio Raffaele Faggiano, Vescovo di Cariati (Cs) dal 1936 al 1956, nacque a Salice Salentino, gentile cittadina delle Puglie, in provincia di Lecce, il 28 gennaio 1877... Suoi genitori furono Donato e Concetta Leuzzi. Di essi è doveroso parlarne. Sono la pianta che ci ha dato il frutto. E se il frutto è stato buono c’è da concludere che anche la pianta è stata buona. Coniugi abbastanza agiati e, quel che più conta, profondamente cristiani. Oltre al nostro Raffaele, ebbero altri due figli: Maria Addolorata e Salvatore, vissuti e morti da ottimi cristiani. Dell’educazione ricevuta in famiglia, ci basti la nota che qui raccolgo e trascrivo. E’ di un’anima confidente, che natural-

mente vuol restare segreta, e a cui dobbiamo anche altri particolari. Riportandoli, ci sembra di ascoltarli dalle labbra di Monsignore. “Fra i primi ricordi della sua infanzia, mi è rimasta impressa l’educazione forte, pronta al

chio, senza appoggiarsi; e la stessa compostezza esigeva dai suoi figliuoli, mettendosene uno a destra e l’altro a sinistra”. Ce lo figuriamo questo padre austero e pio, tra i suoi figli, viva immagine di orante. La madre non doveva essere da meno. E torniamo al bambino, di cui abbiamo notato solo la data di nascita. Egli nacque, per essere precisi alle ore 22 del 28 gennaio 1877 e fu battezzato il 1° febbraio da don Vincenzo Capocelli. Il sacramento della cresima lo ricevette da S. Ecc. Mons Alessio Aguilar, Arcivescovo di Brindisi, il 16 maggio 1882. L’ambiente domestico, oltre che dai genitori, era formato dalla sorella e dal fratello. Poi c’era la nonna. La sorella Addolorata, di qualche anno più grande, era per lui come un angelo tutelare aggiunto.

Genitori di Mons. Faggiano

sacrificio, ricevuta dai suoi genitori. Suo padre, di sera, usciva di solito coi suoi ragazzi, e la passeggiata terminava in chiesa davanti al Tabernacolo, dove si tratteneva mezz’ora in ginoc-

per avere l’ammissione tra i viso, emozionato, e con quella Passionisti si richiedeva la bella chiome di capelli neri, che licenza media che non aveva, gli aggiungeva tanta grazia. riprese con slancio Doveva avere già un la scuola e in pochi culto per l’eleganza mesi superò gli a quell’età; e la esami. ragazza doveva Questo ci fa supporsaperlo molto bene. re che si iniziassero La sorella rimase subito le pratiche esitante e disse: «Ci per l’ammissione, e credo soltanto se sei ci lascia immaginare capace di tagliarti i il giovinetto ansioso capelli che coltivi di spiccare il volo. con tanta cura». Ma... le ali? Occorre L’Addolorata chiedeLa vocazione religiosa dare ben altre prove va dunque un Salice S. - Casa natale che quella di recidersegno, e glielo chieQuando egli aveva una quindisi i capelli! Si tratta di riprendedeva a modo di sfida. E l’ebbe cina d’anni, al suo paese, Salice re gli studi e di abilitarsi. Queste subito. “In silenzio uscì di casa Salentino, ferventi Passionisti sono le ali. E il giovinetto riprenin cerca del barbiere, e tornò in tennero una S. Missione, “però de con slancio la scuola e in breve con la testa rasa e la le prediche di massima, non gli pochi mesi vinse l’ostacolo. gioia di una prima vittoria. Così fecero tanta impressione, non tutti di casa si resero conto della avendo a quell’età niente di Ma la casa di Noviziato è lontasua decisione”. grave da preoccupare la sua na. Solo nel 1896 si aprirà un coscienza” - spontanea testimoNoviziato per i Pugliesi nella Ora le reazioni. Il papà piegò la nianza dell’innocenza del giovavicina Manduria. Paliano è nel testa. Lo rivediamo prostrato netto - “Ciò che invece colpì il davanti al Tabernacolo; forse il suo spirito giovanile e lo fece basso Lazio a diverse centinaia Signore aveva ascoltato la sua vibrare di casto entusiasmo, fu di chilometri da Salice. preghiera. La mamma parlerà una canzoncina che i Padri canRafeluccio non ha paura delle per ultimo; intanto lo segue con tarono con fervente espressiodistanze; è disposto a tutto. E attenzione materna. E la ne: l’ultima nota, ancora dell’anima nonna? “La nonna rimase conconfidente, quella della tenta della sua vocazione al Mondo, ti lascio, addio! mamma. Sarà come sigillo di sacerdozio”. Ma non voleva che Al ciel voglio aspirar questa prima pagina biografica. avesse lasciata la famiglia. Un a godere Iddio La mamma temendo di un entubuon prete, ma di siasmo passeggero, prima di casa. Questo voleva. All’eco di quel lasciarlo partire gli disse: «Bada “Perciò s’industriava canto un raggio a quello che fai, perché se torni ad avviarlo verso il della grazia divina indietro ti metterò fuori la Seminario, offrendogli lo pervade e deciporta». Naturalmente sono regali e promesse”. se. “Anch’io voglio parole che si dicono. Lui rispoRafeluccio ci scherzaesser tutto di Dio” se: “Stai tranquilla mamma, non va. “Nonna - diceva e corse dalla tornerò”. accetto i tuoi doni, sorella Addolorata però prete non mi faca confidarle il suo E partì con la gioia nel cuore cio; ma Passionista”. proposito di farsi per raggiungere il suo ideale. Nel novembre 1892 Passionista. Mentre il treno lo portava lontaMa che proposito chiesa madre di Salice S. tre Padri Passionisti si no, al cuore del giovinetto - ne portarono a Salice, era il suo? Non si siamo certi - dovevano risuonadove predicarono una fruttuotrattava di una delle solite vamre le note della canzoncina che sissima Missione. Il giovinetto pate che si appigliano a un tanto l’avevano commosso: Raffaele Faggiano ne restò cuore di fanciullo e che poi subiMondo, ti lascio, addio! Lasciò il preso, e, maturata ancora per to si spengono? Così dovette mondo senza rimpianto. Per un anno la sua vocazione, il 4 pensare la sorella nel vedersi sempre. E non tornò indietro. novembre del 1893 giunse al davanti il caro Rafeluccio a farle P. Marcello Spagnolo cp (I parte) noviziato di Paliano... Dato che le sue confidenze, bello nel Raffaele le voleva un bene particolare e a lei tutto si confidava. Fu sempre così, tutta la vita. I primi studi dovette farli al paese, come si potevano fare in quei tempi non tanto facili che seguirono l’unità d’Italia. Perché di natura sveglio e pieno di volontà, non dubitiamo del suo profitto. Ignoriamo quali altri studi abbia potuto fare. Le notizie che abbiamo passano subito a dirci della sua vocazione.

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MESE DI MAGGIO Don Tonino Bello

Maria, donna feriale
Chi sa quante volte l'ho letta senza provare emozioni, L'altra sera, però, quella frase del Concilio, riportata sotto un'immagine della Madonna, mi è parsa così audace, che sono andato alla fonte per controllarne l'autenticità. Proprio così. Al quarto paragrafo del decreto del Concilio Vaticano II sull'Apostolato dei Laici c'è scritto testualmente: «Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro». Intanto, Maria viveva sulla terra. Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati in aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete. Anche se l'estasi era l'esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra. Lontana dalle astrattezze dei visionari, come dalle evasioni degli scontenti o dalle fughe degli illusionisti, conservava caparbiamente il domicilio nel terribile quotidiano. Ma c'è di più: Viveva una vita comune a tutti. Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l'acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile. Anche lei arrivava stanca alla sera, dopo una giornata di lavoro. Anche a lei un giorno le dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi». Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sta sfiorendo. Le sorprese, però, non sono finite, perché venire a sapere che la vita di Maria fu piena di sollecitudini familiari e di lavoro come la nostra, ci rende questa creatura così inquilina con le fatiche umane, da farci sospettare che la nostra penosa ferialità non debba essere poi così banale come noi pensiamo. Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi di salute, di economia, di rapporti, di adattamento. Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o sovrappensiero perché Giuseppe da più giorni in bottega non aveva molto lavoro. Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi. Chi sa quanti meriggi ha malinconicamente consumato a rivoltare il pastrano già logoro di Giuseppe, e rica-

varne un mantello perché suo figlio non sfigurasse tra i compagni di Nazaret. Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei dei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com' era, non sempre avrà capito i silenzi. Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell'adolescenza di suo figlio. Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo. E, dopo aver stemperato nelle lacrime il travaglio di una solitudine immensa, avrà ritrovato finalmente nella preghiera, fatta insieme, il gaudio di una comunione sovrumana. Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie. Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce. Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà. Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all'interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell'arte. Ma è quello che ti colloca all'interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua naturale femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Santa Maria, donna feriale, liberaci dalle nostalgie dell'epopea, e insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza. Allenta gli ormeggi delle nostre paure, perché possiamo sperimentare come te l'abbandono alla volontà di Dio nelle pieghe prosaiche del tempo e nelle agonie lente delle ore. E torna a camminare discretamente con noi, o creatura straordinaria innamorata di normalità, che prima di essere incoronata Regina del cielo hai ingoiato la polvere della nostra povera terra.

“La figura del sacerdote” in San Gregorio Magno
Gregorio Magno è un pastore in tempo di transizione: sta in mezzo fra due epoche. Un lungo tempo di decadenza, anzi ormai di rimpianto per quella che era stata una civiltà brillantissima e potente, una cultura solida e raffinata come quella legata all’Impero di Roma. Il tempo di Gregorio è tempo di guerre e di assedi, di estrema precarietà della vita, tempo in cui era difficile sognare e fare progetti per un futuro che sembrava sempre troppo breve. Queste forze spaventose sono state da lui guardate come una sfida, e addirittura diventano il luogo proprio di una nuova sintesi, di una nuova linfa per l’annuncio del Vangelo. Espressioni di questa opera saranno la sua vita, il suo magistero, la sua santità. Secondo la più recente storiografia possiamo ricondurre l’esperienza spirituale di Gregorio a quattro tappe che formano un uomo spirituale “grande” capace di attraversare un tempo difficile. Un monaco Se Gregorio fu un grande papa, un uomo d’azione, prima ancora fu un monaco, e mai questa radice della sua spiritualità viene perduta, anzi potremmo dire che si affina nell’azione, diventa capace di una nuova sintesi. Gregorio conserverà sempre un’amara nostalgia per la vita del chiostro. Rimane una “nostalgia” per la vita claustrale, ma questo non impedisce l’accoglimento sincero dell’onere pastorale. Ci chiediamo cosa significhi oggi accedere ad una esperienza spirituale contemplativa in un tempo difficile, in che modo le ombre e le incertezze sono parte della esperienza spirituale di un prete che vive il suo ministero custodendogli un’anima, un respiro spirituale. L’esperienza spirituale contemplativa si nutre delle ombre, del non possesso, dell’assenza di Dio che a volte sembra caratterizzare il nostro tempo. Questa oscurità diventa infatti desiderio, attesa, tensione. Anche il nostro tempo è un tempo che porta i segni di una sete, di una mancanza che può diventare domanda. Gregorio è chiamato “dottore del desiderio”; non è forse questo il compito di un pastore: nutrire il desiderio di Dio, tenere aperta la sorgente della sete di Dio? Un uomo di cultura E’ un uomo dentro il suo tempo, che apprende dalla cultura nella quale vive: si nutre delle culture che incontra, si nutre dei semi di spirito che abitano il suo tempo. Ancora: coltiva una intelligenza dell’umano e si mostra straordinariamente attento nel desiderio di

ANNO SACERDOTALE

capire gli “stati d’animo”, le condizioni dell’anima del proprio tempo. Anche questo è un campo della formazione, della comprensione e della intelligenza del proprio tempo: intelligenza dell’umano, dell’anima, che è la condizione per un ascolto dello Spirito. Il nostro tempo ha i suoi “stati d’animo” che chiedono di essere interpretati: depressioni, disincanti, conflittualità, paure, solitudini, ricerca di emozioni… Prima ancora di un giudizio morale ci è chiesta una comprensione spirituale. Un uomo fragile Più di una volta ha parlato delle sofferenze, che egli prova, in termini commoventi. La malattia di S. Gregorio è uno dei grandi eventi nella storia della spiritualità, perché essa ispira in parte la sua dottrina, gli conferisce quel carattere di umanità, di discrezione e quel tono di convinzione che spiegano la sua influenza: la miseria dell’uomo non è per lui una nozione teorica; l’ha constatata in se stesso, a prezzo di una sensibilità acuita ed accresciuta dalle difficoltà di ogni giorno. Questa straordinaria concretezza spirituale, nel trattare la condizione dello spirito nel corpo, e nel corpo segnato dalla miseria e dalla fragilità, indica una fonte di formazione alla vita spirituale che spesso è da noi disattesa. Viviamo un tempo nel quale si prova disagio nei confronti della malattia, e siamo immersi nella contraddizione di una cultura che rimuove la fragilità dei corpi esaltandone un benessere ideale e artificiale. Occorre di nuovo ascoltare il dato reale della vita, il corpo con i suoi tempi e i suoi ritmi, la fragilità che affiora nei tempi della malattia, della fatica, della pesantezza. Forse anche come preti dobbiamo aprire capitoli rimossi, ascoltare vissuti che sono e possono diventare vissuti spirituali, attorno ai quali ritrovare una comunicazione e una condivisione: cosa abbiamo appreso nel tempo della fragilità, del combattimento contro la debolezza, nel tempo della malattia e della fatica. Quale esperienza spirituale si affaccia, e in che modo il nostro ministero ne viene toccato, trasfigurato, cambiato? Un uomo “condannato all’azione” Questa è la quarta radice della sua esperienza spirituale. Forse è quella che maggiormente ha poi inciso nella complessiva sua figura pastorale. Un uomo che è stato formato dallo Spirito nell’azione pastorale, nella chiamata a prendersi cura sia del corpo che dell’anima dei fratelli a lui affidati. Ancora ci si domanda se sia possibile un cammino mistico immerso nella realtà di

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ogni giorno, nella realtà che Gregorio viveva con sofferenza, ma nella quale portava la sua esperienza spirituale. Gregorio è dilaniato dal desiderio di stare con Dio, di dialogare familiarmente con lui, di contemplarlo, di adorarlo in silenzio, e avverte la fatica di conciliare tale desiderio con il suo ministero; eppure lo concilia per la grazia di Dio, come attestano le Omelie su Ezechiele che esprimono una grande ricchezza contemplativa. Quali spunti per la nostra riflessione sul sacerdozio e il suo ministero? Un uomo che ha cura della propria interiorità. Il sacerdote è un uomo, innanzitutto. S. Gregorio domanda una spiritualità “virile”, solida, robusta, rigorosa: un cristiano capace di darsi una “regola”, prima di dettarla per gli altri. Era molto severo con i suoi monaci al Celio, ma (o forse proprio per questo) era molto amato. Gregorio insiste sulla rettitudine dell’intenzione: il sacerdote ha lo sguardo del cuore fisso sulle “cose alte”: altrimenti non è capace di piegarsi sulle miserie, sulle bassezze dell’umanità senza perdersi, anzi, senza “disperdersi”. Un uomo che “custodisce sopra ogni cosa il suo cuore”, che vigila sulla sua interiorità, perché ha paura che essa svanisca, ha paura della sua liquefazione. Vivere il proprio tempo. Spesso viviamo con disagio il tempo che ci viene incontro, le incertezze di un mondo e di una cultura che ci sembrano estranei al ricco patrimonio cristiano della cultura da cui proveniamo. S. Gregorio ci insegna come vivere questa sfida verso il nostro tempo con fiducia, guardando ai tempi che viviamo come tempi gravidi di possibilità per il Vangelo, ricchi di contraddizioni ma anche di opportunità perché le parole del Vangelo risuonino nuove per gli uomini e le donne del nostro tempo. Ogni generazione ha il compito di traghettare, di tramandare il buon deposito della fede mostrandolo come nuovo alle generazioni che avanzano, imparando a scoprirlo capace di generare futuro. Il nuovo che ci viene incontro, che spaventa e preoccupa per la sua incertezza, ha qualcosa da dirci, diventa condizione che ci permette di ascoltare il Vangelo come parola inaudita, ancora mai ascoltata “così”. Il desiderio di Dio. Il ministero chiede di essere uomini spirituali, che ardono del desiderio di Dio e capaci di accendere questo stesso desiderio nel cuore degli uomini. E’ urgente coltivare questo desiderio di Dio nel ministero per non spegnere il fuoco del Vangelo. La consapevolezza della miseria umana e il senso della consolazione. Una consapevolezza della fragilità umana nasce dall’esperienza che essa non è mai solo quella degli “altri” ma anzitutto la “mia”. Il ministero diventa luogo di formazione perché è scuola che mi porta a prendere contatto con la mia fragilità senza scoraggiamenti, senza paura; questo contatto è certo compunzione, dolore, lotta, ma anche senso della grazia, consolazione, scoperta di essere amati oltre ogni merito. La conoscenza della nostra vulnerabilità può

diventare principio di una nuova sensibilità e cura pastorale. Una mistica nel quotidiano. La vita del prete non è certo protetta, non vive di condizioni favorevoli e senza dispersione e minacce per il suo profilo spirituale. Eppure non per questo è condizione che precluda una mistica del quotidiano, una capacità di cogliere la grazia nel suo tratto più ordinario. Le sorprese legate alla vita quotidiana, ai ritmi e tempi del lavoro e della preghiera, degli incontri e delle responsabilità possono essere un sostegno fondamentale nella lotta contro le dispersioni del ministero. S. Gregorio parlandoci di sé invita a non smettere di vigilare attentamente sulla fede del pastore, il quale è richiamato a non perdere il contatto con la propria debolezza, con il suo essere uomo, semplicemente un uomo. Proprio questa condizione di debolezza umana porta ad una fede umile e semplice, che conosce il naufragio della vita e sa bene che non potrebbe sostenere l’onere del ministero se non per la misericordia infinita che lo chiama a servire il popolo di Dio e per le preghiere che non teme di domandare per sé, perché possa essere salvato lui stesso dalla fede del popolo di Dio che umilmente non smette di servire. P. Gianni Marino cp

SACERDOTI SANTI

S. Leopoldo Mandic cappuccino
(1866-1942)
Il beato Leopoldo nacque a Castelnovo (Herceg-Novi) alle Bocche di Cattaro (Kotor) il 12 maggio 1866, undecimo dei dodici figli della pia e laboriosa famiglia croata di Pietro Mandic e di Carlotta Carevic. Al battesimo ricevette il nome di Bogdan (Adeodato) Giovanni. Suo bisnonno paterno Nicola Mandic era oriundo da Poljica, nell'arcidiocesi di Spalato (Split), dove i suoi antenati - " signori bosniaci " - erano venuti dalla Bosnía, nel lontano secolo XV. Fin da ragazzo, Bogdan dimostrò un carattere forte, ma si rivelò in lui anche una spiccata pietà, la nobiltà d'animo e l'impegno nella scuola. Presto egli si sentì portato alla vita religiosa. A Castelnovo in quel tempo prestavano la loro opera i PP. Cappuccini della Provincia Veneta, e Bogdan maturò la decisione di entrare nell'Ordine dei Cappuccini. Fu accolto prima nel seminario serafico di Udine e poi, diciottenne, il 2 maggio 1884 - a Bassano del Grappa (Vicenza) - vestì l'abito religioso, ricevendo il nuovo nome di fra Leopoldo e impegnandosi a vivere la regola e lo spirito di s. Francesco d'Assisi. Continuò gli studi filosofici e teologici a Padova e a Venezia, dove - nella basilica della Madonna della Salute fu ordinato sacerdote, il 20 settembre 1890. Sin dal 1887, fra Leopoldo si era sentito chiamato, più volte e " chiaramente ", a promuovere l'unione dei cristiani orientali separati con la Chiesa cattolica. Ma come realizzare questa vocazione? Causa l'esile costituzione fisica e un difetto di pronuncia, non poté dedicarsi alla predicazione. I superiori pertanto lo destinarono a servizio delle anime, quale ministro della riconciliazione. Fu confessore in varie città: Venezia, Zara, Bassano del Grappa, Thiene al santuario della Madonna dell'Olmo e, dall'ottobre 1909, a Padova. Nel 1923 fu trasferito a Fiume (Rijeka), ma dopo poche settimane, su insistenti richieste dei Padovani, ebbe l'ordine di ritornare nella loro città, dove rimase fino alla morte, 30 luglio 1942. Lì, nella sua angusta cella-confessionale continuò ad accogliere numerosissimi penitenti, ascoltandoli con

pazienza, incoraggiando e consolando, riportando la pace di Dio nelle anime e ottenendo talvolta anche delle grazie di ordine temporale. Durante il gelido inverno e l'afosa estate, senza vacanze, tormentato da varie malattie, fino all'ultimo giorno rimase a servizio delle anime, divenendo un vero martire del confessionale. Tutto ciò però, egli lo faceva tenendo sempre presente quella che egli stesso riteneva la missione primaria della sua vita: cioè l'essere utile al suo popolo e all'unione delle Chiese. Non avendo potuto darsi all'apostolato tra i fratelli separati orientali, si impegnò con voto, più volte ripetuto, di offrire tutto - preghiere, sofferenze, ministero, vita - a questo scopo. Pertanto, in ogni anima che chiedesse il suo ministero, egli aveva deciso di vedere il " suo Oriente ". Ma non per questo in lui venne meno il desiderio di servire il suo popolo anche con la presenza fisica. Disse un giorno ad un amico: " Preghi la Padrona Benedetta di farmi la grazia che, dopo aver compiuta la mia missione a Padova, possa portare le mie povere ossa in mezzo al mio popolo per il bene di quelle anime. Da Padova, per ora, non c'è verso di poter scappare; mi vogliono qui, ma io sono come un uccellino in gabbia: il mio cuore è sempre di là del mare ". Anche quest'ansia faceva parte di quel sacrificio per cui il p. Leopoldo merita di essere considerato uno dei più grandi precursori ed apostoli dell'ecumenismo. Mentre era in vita, la sua missione rimase nascosta; ora essa appare grandiosa di fronte a tutta la Chiesa. Il beato Leopoldo addita la via dell'unità di tutti i cristiani, che è la via del sacrificio e della preghiera perché " tutti siano una cosa sola " (Gv 17, 21). Nel 1946 si avviarono i processi informativi per la beatificazione. Il 1° marzo 1974 fu emanato il Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio, e il 12 febbraio 1976 seguì il Decreto sui miracoli attribuiti alla sua intercessione. Finalmente è venuto il giorno della solenne beatificazione, decretata da Paolo VI, il Papa del Concilio Vaticano II e dell'intensa dedizione per l'ecumenismo.

San Gregorio nasce a Roma nel 540 da genitori cristiani, di ricca estrazione sociale. Il padre, Gordiano, era un aristocratico romano; la mamma, Santa Silvia, palermitana, educò i figli secondo il santo timore di Dio e , rimasta vedova, si fece monaca. Gregorio avviato agli studi classici, quindi assume la carica di prefetto della città di Roma. All'età di 38 anni, lascia il mondo e si consacra per sempre a Dio come sant' Andrea apostolo. San Gregorio si darà ad un' intensa vita di preghiera, ascesi e dura penitenza, al punto da compromettere in modo pressoché definitivo la propria salute. Nel 579 papa Pelagio II (579-590) lo invia come nunzio apostolico presso la corte imperiale di Costantinopoli. Qui san Gregorio rimarrà per sette anni e trasformerà la residenza affidatagli in un nuovo centro monastico. Si guadagnerà nel frattempo la stima e la venerazione di diversi esponenti della corte imperiale, come pure del patriarca di Costantinopoli. Nel 590, alla morte di papa Pelagio II, Gregorio è eletto papa per acclamazione di popolo. All'inizio egli tenta in tutti i modi di sottrarsi, e cerca persino di fuggire. Ma poi si arrende alla volontà di Dio e il 3 settembre del 590 viene consacrato vescovo di Roma e papa. Governerà la Chiesa per quattordici anni, fino al 604, anno della sua morte, avvenuta a 64 anni circa. Da papa egli compirà grandi cose, fino al punto da meritarsi il titolo di Magno, cioè grande. Salverà Roma due volte dall' assedio longobardo, invocherà da Dio la cessazione della peste, rinnoverà il culto e la liturgia (rinnovamento chiamato appunto gregoriano), si prenderà cura dei molti poveri, si impegnerà ad evangelizzare l'Inghilterra, ancora pagana; soprattutto illuminerà i fedeli con i costanti e profondi commenti alla parola di Dio, da lui tenuti presso la basilica di San Pietro o di San Giovanni in Laterano. San Gregorio è anche Dottore della chiesa, perché le sue opere si rivelano ricche di sapienza celeste e di dottrina illuminata.

Il 2 maggio 1976 venne proclamato " Beato " da Paolo VI. Quattro circostanze hanno reso particolarmente toccante il faustissimo evento della canonizzazione: è avvenuto entro l'Anno Santo straordinario della Redenzione; durante lo svolgimento del Sinodo dei Vescovi che ha avuto per tema la " Riconciliazione "; nel giorno - 16 ottobre 1983 - che coincide col quinto anniversario dell'elezione al Pontificato di Giovanni Paolo II; e in cui si ricorda anche il suo 25° di Episcopato.

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Confessioni di un ex massone
Maurice Caillet, Venerabile di una Loggia francese per 15 anni, svela alcuni segreti della Massoneria in un libro dal titolo: “Sono stato massone”.

Rituali, norme di funzionamento interno, giuramenti - in particolare le implicazioni del giuramento che obbliga a difendere gli altri “fratelli” massoni - oltre all'influenza sulla politica da parte di questa organizzazione segreta vengono ora alla luce. Il volume svela anche la decisiva influenza della Massoneria nell'elaborazione e approvazione di leggi come quella dell'aborto in Francia, a cui Maurice Caillet, in quanto medico, ha partecipato attivamente. Nato a Bordeaux nel 1933 e specializzato in Ginecologia e Urologia, Caillet ha effettuato aborti e sterilizzazioni prima e dopo la legalizzazione nel suo Paese delle interruzioni di gravidanza. Membro del Partito Socialista Francese, è arrivato a ricoprire incarichi di rilievo nell'amministrazione sanitaria. Quando è entrato ufficialmente nella Massoneria? Maurice Caillet: All'inizio del 1970 mi convocarono per una possibile iniziazione. Ignoravo praticamente tutto ciò che mi aspettava. Avevo 36 anni, ero un uomo libero e non mi ero mai affiliato a un sindacato o ad alcun partito politico. Un pomeriggio, in una via discreta della città di Rennes, bussai alla porta del tempio, il cui frontone era ornato da una sfinge alata e da un triangolo che circondava un occhio. Venni ricevuto da un uomo che mi disse: “Signore, ha fatto domanda per essere ammesso tra di noi. La sua decisione è definitiva? E' disposto a sottomettersi alle prove? Se la risposta è positiva, mi segua”. Feci un gesto di assenso e venni introdotto in una serie di corridoi. Iniziai a provare una certa inquietudine, ma prima di poterla formulare sentii che la porta si stava chiudendo dietro di noi... Nel suo libro “Sono stato massone” spiega che la Massoneria è stata determinante per l'introduzione dell'aborto libero in Francia nel 1974. Maurice Caillet: L'elezione di Valéry Giscard d'Estaing a Presidente della Repubblica Francese portò Jacques Chirac a diventare Primo Ministro, avendo questi come consigliere personale Jean-Pierre Prouteau, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, principale ramo massonico francese, di tendenza laicista. Al Ministero della Sanità fu collocata Simone Veil, giurista, ex deportata di Auschwitz, che aveva come consigliere il dottor Pierre Simon, Gran Maestro della Grande Loggia di Francia, con il quale io mantenevo una corrispondenza. I politici erano ben circondati da quelli che chiamavamo i nostri “Fratelli tre punti”, e il disegno di legge sull'aborto venne elaborato rapidamente. Adottata dal Consiglio dei Ministri nel mese di

novembre, la legge Veil venne votata a dicembre. I deputati e i senatori massoni di destra e di sinistra votarono all'unanimità! Lei afferma che tra i massoni c'è il dovere di aiutarsi. Continua ad essere così? Maurice Caillet: I “favori” sono un'abitudine in Francia. Certe Logge cercano di essere virtuose, ma il segreto che regna in questi circoli favorisce la corruzione. Nella Fratellanza degli Alti Funzionari, ad esempio, si negoziano certe promozioni, e in quella per le Costruzioni e le Opere Pubbliche si distribuiscono i contratti, con notevoli conseguenze finanziarie Lei ha beneficiato di questi favori? Maurice Caillet: Sì. La Corte d'Appello presieduta da un “fratello” si pronunciò sul mio divorzio ordinando spese condivise, anziché metterle tutte a mio carico, e ridusse l'entità del contributo che dovevo dare ai miei figli. Tempo dopo, in seguito a un conflitto con i miei tre soci della clinica, un altro “fratello massone”, Jean, direttore della Cassa di Sicurezza Sociale, saputa la questione mi propose di assumere la direzione del Centro per gli Esami Sanitari di Rennes. L'abbandono della Massoneria ha avuto conseguenze sulla sua carriera? Maurice Caillet: Da allora non ho trovato posto in nessuna amministrazione pubblica o semipubblica, nonostante il mio ricco curriculum. Ha mai ricevuto minacce di morte? Maurice Caillet: Dopo essere stato licenziato dal mio posto di lavoro nell'amministrazione e aver iniziato ad agire contro quella decisione arbitraria, ricevetti la visita di un “fratello” della Grande Loggia di Francia, cattedratico e segretario regionale di Forza Operaia, che mi disse con la massima freddezza che se fossi andato avanti presso il tribunale del lavoro “avrei messo in pericolo la mia vita” e lui non avrebbe potuto far niente per proteggermi. Non ho mai immaginato di poter essere minacciato di morte da noti e onorevoli massoni della nostra città. Lei era membro del Partito Socialista e conosceva molti dei suoi “fratelli” che si dedicavano alla politica. Potrebbe dirmi quanti massoni ci sono stati nel Governo di Mitterrand? Maurice Caillet: Dodici. E in quello attuale di Sarkozy? Maurice Caillet: Due.

Potrebbe dire a un ignorante come me quali sono i principi della Massoneria? Maurice Caillet: La Massoneria, in tutte le sue obbedienze, propone una filosofia umanista, preoccupata in primo luogo per l'uomo e consacrata alla ricerca della verità, pur affermando che questa è inaccessibile. Rifiuta ogni dogma e sostiene il relativismo, che colloca tutte le religioni su uno stesso piano, mentre dal 1723, nelle Costituzioni di Anderson, pone se stessa su un piano superiore, come “centro d'unione”. Da ciò si deduce un relativismo morale: nessuna norma morale ha in sé un'origine divina e, quindi, definitiva, intangibile. La sua morale evolve in funzione del consenso delle società. Come si inserisce Dio nella Massoneria? Maurice Caillet: Per un massone, il concetto stesso di Dio è speciale, come nelle obbedienze chiamate spiritualiste. Nel migliore dei casi è il Grande Architetto dell'Universo, un Dio astratto, ma solo una specie di “Creatore-maestro orologiaio”, come lo definisce il pastore Désaguliers, uno dei fondatori della Massoneria speculativa. Questo Grande Architetto viene pregato, se mi permette l'espressione, perché non intervenga nelle questioni degli uomini, e non viene neanche citato nelle Costituzioni di Anderson... Qual è il rapporto della Massoneria con le religioni? Maurice Caillet: E' molto ambiguo. In linea di principio i Massoni proclamano con fermezza una tolleranza speciale nei confronti di tutte le credenze e le ideologie, con un gusto molto marcato per il sincretismo, vale a dire un coordinamento poco coerente delle varie dottrine spirituali: è l'eterna gnosis, sovversione della vera fede. Dall'altro lato, la vita delle Logge, che è stata la mia per 15 anni, rivela un'animosità particolare nei confronti dell'autorità papale e dei dogmi della Chiesa cattolica. Com'è iniziata la sua scoperta di Cristo? Maurice Caillet: Ero razionalista, massone e ateo. Non ero neanche battezzato, ma mia moglie Claude era malata e decidemmo di andare a Lourdes. Mentre lei era nelle piscine, il freddo mi costrinse a rifugiarmi nella Cripta, dove assistetti con interesse alla prima Messa della mia vita. Quando il sacerdote, leggendo il Vangelo, disse: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”, ebbi uno shock tremendo perché avevo sentito questa frase il giorno della mia iniziazione al grado di Apprendista ed ero solito ripeterla quando, già Venerabile, iniziavo i profani. Nel silenzio successivo - perché non c'era l'omelia - sentii chiaramente una voce che mi diceva: “Bene, chiedi la guarigione di Claude, ma cosa offri?”. Istantaneamente, e sicuro di essere stato interpellato da Dio stesso, pensai che avevo solo me stesso da offrire. Al termine della Messa, andai in sacrestia e chiesi immediatamente il Battesimo al sacerdote. Questi, stupefatto quando gli confessai la mia appartenenza massonica e le mie pratiche occultiste, mi disse di andare dall'Arcivescovo di Rennes. Quello fu l'inizio del mio itinerario spirituale. Agenzia “Zenit” del 10 novembre 2008

IN RICORDO del Prof. PIETRO SCARPELLI
amico e cristiano coerente che è tornato improvvisamente nella Casa del Padre il 15 maggio 2010. Egli è stato un vero maestro perchè ha saputo apprendere e poi trasmettere i veri valori umani e cristiani, oltre che dallo studio, soprattutto dalla luce fede che illuminava la sua esistenza ed orientava il suo impegno professionale nel campo civile e sociale.

IMPARARE
A leggere, scrivere e far di conto; imparare a camminare, a parlare, ad osservare; imparare ad ascoltare, a riflettere, ad operare; imparare a suonare, a recitare, a cantare; imparare a navigare, a sognare, ad irridere ai fantasmi; imparare ad amare, ad indagare, a ragionare. Imparare a pensare, meditare e pregare; a ridere, narrare e poetare. Imparare a lavorare per mangiare, a guadagnare per soddisfare i bisogni primari; a scoprire e inventare per alleviare i propri e gli altrui disagi, o i mali della vita; a volare alto per sottrarsi agli inganni e alle insidie della vita. Imparare a conoscere, a capire gli altri per amarli. Imparare a discernere il bene dal male e a disgiungere il male dal bene. Imparare ad accettare e ad offrire, a soffrire, a gioire, a correre e a restare immobile, debole, malato. Imparare a chiedere e ad assaporare l'amarezza del rifiuto. Imparare a non esaltarsi, a sapere accettare umiliazioni, incomprensioni e disprezzo. Imparare è vivere. E non si finisce mai di imparare, benché la vita abbia un suo compimento. Ora so che poche cose servono davvero per cogliere il senso della propria esistenza. E se resta ancora tanto da imparare, e sempre più in fretta, è per vivere la finitezza delle proprie conoscenze, illudendosi di poter giungere a possedere l'essenza del sapere e della scienza. Basta sentirsi appagato e realizzato, dopo ogni obiettivo raggiunto.
da: P. Scarpelli, “Voci della sera”, Ed. Il Setaccio 2004

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CONVEGNO NAZIONALE

L'Italia è un Paese di volontari
Più forte della crisi e dell’individualismo, il volontariato in Italia si conferma patrimonio nazionale. Sono infatti 4,4 milioni i nostri connazionali che nel tempo libero si dedicano ad attività gratuite. Rispetto al 1996 ci sono 600mila persone in più impegnate per il bene comune senza chiedere nulla in cambio, la popolazione di una città di medie dimensioni. Ma nel prossimo decennio questo mondo deve cambiare linguaggio e mentalità per aprirsi alle generazioni digitali. Una ricerca della Caritas italiana e dell’Iref delle Acli, presentata ieri a San Benedetto del Tronto al trentaquattresimo convegno nazionale delle Caritas diocesane, punta infatti lo sguardo sull’attività volontaristica del Belpaese rielaborando i dati Istat dal 1996. In vista del 2011, anno europeo del volontariato, si concentra sulla fascia del 18-19 enni e dei ventenni. I giovani degli anni Novanta, sostiene lo studio, erano una componente fondamentale della società civile organizzata. Tre lustri dopo non lo sono più. Se nel 2009 il numero in assoluto dei volontari è cresciuto, quello degli under 35 è invece calato. I giovani sono stati rimpiazzati da una platea molto numerosa di pensionati baby, fenomeno tipicamente italiano. Questo sul breve periodo garantisce stabilità alle attività di volontariato, tratto distintivo di un’Italia che si rimbocca le maniche. «Ma dobbiamo pensare al futuro – spiega il vicedirettore di Caritas italiana, Francesco Marsico – perché vediamo che si dedicano al volontariato in prevalenza le generazioni nate negli anni 50 e 60. Ci siamo domandati perché i giovanissimi sono più freddi». Prima delle risposte ancora qualche dato. Nel 2006 il numero di under 24 impegnati cade di cinque punti rispetto al 1996, dal 17 al 12% circa. E tra il 2006 e il 2008 i dati peggiorano ulteriormente per i giovani dai 25 ai 34 anni. Nel 2009 arrivano i segnali di relativa ripresa, con una salita all’11%. «Abbiamo avviato una riflessione con il mondo cattolico impegnato nel sociale – prosegue Marsico – oltre alla Caritas, le Acli, la Comunità di Sant’Egidio, Focolarini e neocatecumenali, ci siamo chiesti cosa è cambiato nel rapporto ta giovani e volontariato e abbiamo avviato una ricerca qualitativa». L’indagine si basa sulle storie e non sui numeri. Ed emerge che il volon-

tariato nell’età più critica esercita un fascino minore rispetto al passato per quattro motivi prevedibili e una novità. «Certamente incidono crisi e precariato, l’individualismo crescente, la decrescita demografica e la fine della leva obbligatoria che ha interrotto il servizio civile. Inaspettatamente cresce l’incomunicabilità tra le generazioni. Gli educatori faticano ad ascoltare questi ragazzi che hanno un approccio diverso ai problemi sociali, spesso conosciuti attraverso le rappresentazioni stereotipate dei media e che magari fanno paura. Quindi vedono diversamente anche l’impegno». La ricerca individua allora due capisaldi: chi ha meno di 24 anni e fa volontariato in Caritas oggi proviene da esperienze con gruppi scout o parrocchie. «Quando c’è una realtà strutturata di educatori adulti – conclude Marsico – che rileggono con loro le esperienze, i ragazzi si impegnano. Prediligono naturalmente l’aiuto concreto, come servire il pasto ai senza dimora nelle mense, aiutare anziani o disabili. Così si abbattono le barriere della realtà virtuale e i problemi si trasformano in persone con un nome e un volto, in amici». Proposta da portare nelle scuole e università, dove i coetanei impegnati possono presentare le proprie esperienze. Ed elaborare nuovi codici intergenerazionali per il linguaggio della solidarietà. Paolo Lambruschi da: Avvenire 28/4/2010

Più libri, niente tv: regole per la famiglia
Ora et labora. Prega e lavora. La Regola benedettina esce dai monasteri e, dopo aver «sfondato» tra i manager, ora entra nelle case. Perché se la famiglia si sfascia – come sta accadendo in tutto l’Occidente –, occorre correre ai ripari, anche rivisitando gli insegnamenti di san Benedetto, che da così tanti secoli presiedono egregiamente alla vita nei chiostri. È l’esperimento che sta portando avanti un nutrito gruppo di famiglie: una domenica al mese si radunano all’Abbazia di Santa Maria di Farfa, nel rietino, e tra un salmo cantato e un laboratorio di immagini sacre imparano che l’ora et labora può rifondare dal profondo le relazioni in casa. Sì, ma nel concreto, i figli come vengono coinvolti? «I nostri bambini hanno 7 e 6 anni e 8 mesi. I più grandi sono coinvolti nelle preghiere giornaliere, nell’esercizio della manualità attraverso il disegno, modellando oggetti di ceramica, responsabilizzandoli nei servizi domestici quotidiani. Così assumono una forma mentis che sarà l’unica roccia su cui poggiare la loro vita adulta».

SALUTO ALLA MADRE ADDOLORATA
Vi saluto Maria, figlia di Dio Padre; Vi saluto Maria, madre di Dio Figlio; Vi saluto Maria, sposa dello Spirito Santo; Vi saluto Maria, tempio della SS. Trinità; Vi saluto Maria, giglio bianco della risplendente Trinità; Vi saluto Maria, vergine piena di dolcezza e di umiltà; Vi saluto Maria, dalla quale il Re del cielo ha voluto nascere ed essere nutrito; Vi saluto Maria, vergine delle vergini; Vi saluto Maria, Regina dei martiri, la cui anima è stata trafitta da dolori immensi; Vi saluto Maria, Signora e maestra, alla quale ogni potere è stato dato nel cielo e sulla terra; Vi saluto Maria, Regina del mio cuore, mia dolcezza e tutta la mia speranza; Vi saluto Maria, Madre amabilissima; Vi saluto Maria, Madre mirabilissima; Vi saluto Maria, Madre del bell'Amore; Vi saluto Maria, concepita senza peccato; Vi saluto Maria, piena di grazia; Benedetto il vostro sposo S. Giuseppe; Benedetto il vostro padre S. Gioacchino; Benedetta la vostra madre S. Anna; Benedetto il vostro angelo S. Gabriele; Benedetto il Padre Eterno, che vi ha scelta; Benedetto il vostro Figlio, che vi ha amata; Benedetto lo Spirito Santo, che vi ha resa Madre. O Beatissima vergine, benedite tutti noi nel nome del vostro Figlio carissimo, Gesù. Amen. R.B.

La Regola, nella sua declinazione familiare, mette al centro la casa: non c’è il rischio di ripiegarsi su sé stessi? «No, perché tutto nasce dalla necessità di testimoniare la Buona Novella – risponde Flavio Rogato –: guai a noi a rimanere chiusi, a non dare frutti, a non rivolgersi al prossiAd animare il gruppo di «famiglie neo-benedettine» è un mo. Significherebbe fallire. La famiglia, quindi, nel suo seno vulcanico sacerdote, don Massimo Lapponi, che sull’argopartorisce una spiritualità che deve essere poi testimoniata mento nel 2009 ha scritto un libro già tradotto in inglese e all’esterno, nel mondo, nella storia». Testimoniare è forse la francese (San Benedetto e la vita famiparola chiave di tutto l’esperimento di liare, Libreria editrice fiorentina, pag. don Lapponi: perché se oggi la vita di 128, euro 7), anima un sito web famiglia è improntata all’anarchia, con (www.abbaziadifarfa.it) e gira per l’Italia genitori che non si fanno rispettare e a far conoscere la sua proposta per ragazzi senza orari né disciplina, biso«un nuovo umanesimo familiare». gna mettere un argine alla disgregazioChe, per la verità, è piuttosto impegnane ripristinando regole chiare e condivitiva: sulla scia di san Benedetto e della se. Anzi, meglio ancora: la Regola. sua Regola, le famiglie devono risco«Crediamo che la Regola di san Benedetto sia facilmente adattabile, prire la centralità della casa come almeno in parte alla vita familiare – fulcro e «culla» degli affetti domestiAbbazia di Farfa (RI) interviene Adolfo "Rudy" Cantafio, ci, a scapito di altre attività esterne, anche lui habituè degli incontri spesso dispersive e senza reale rilevanall’Abbazia di Farfa con la moglie Monica e il figlio Stefano, za per una sana vita familiare. Quindi accuratezza nella 6 anni – poiché riesce a racchiudere in precise e semplici preparazione dei pasti, cura delle suppellettili, attività esortazioni una disciplina di vita comunitaria basata sui manuali eseguite con gioia e dedizione. valori cristiani»... Il tutto, spiega don Lapponi, «perché lavorare così in casa, Monica, Rudy e il piccolo Stefano durante uno degli inconper la propria casa, per e con i propri cari, rivaluta l’impegno tri mensili all’Abbazia di Farfa hanno iniziato a dipingere speso nell’ambiente domestico e rafforza i vincoli affettivi tra i congiunti». Ai figli si richiede ordine e pulizia, cura delle volti sacri su tavolette di legno: un primo esperimento di icoproprie cose, sveglie mattiniere e abbandono – o pernografia, che è piaciuto a tutti. In casa, poi, è proprio lomeno limitazione – dei divertimenti sfrenati e delle Stefano a catalizzare gli sforzi di questi genitori «neobeneuscite notturne. E poi collaborazione con i genitori nei dettini»: niente televisione durante i pasti, segno della lavori domestici, per imparare, esercitandole, le virtù della Croce a tavola, ma «con somma calma – mette la mani carità, della laboriosità, della pazienza e della cura. avanti Rudy – perché come diceva san Bruno, se l’arco è troppo teso si spezza e ciò vale sia per noi sia a maggior Anche nel dopocena si deve privilegiare – spiega don ragione per il bimbo, che potrebbe sentire certe regole Lapponi negli incontri riservati alla famiglie – ciò che crea un come imposizioni e quindi respingerle o disapprovarle». clima disteso e raccolto: quindi poca (meglio niente!) televisione, e attività alternative come la lettura di qualche Ma la proposta di don Massimo Lapponi non è un po’ tropbuon libro, il dialogo tra genitori e figli, i canti e le prepo impegnativa per le famiglie di oggi? «Be’, indubbiamenghiere comunitarie. Qui qualcuno storcerà il naso: come si te sì. Ma bisogna pur provare a darsi una regola di vita, visto fa a imporre ai figli di spegnere il "Grande Fratello" e pasche le tentazioni di cedere al materialismo ed al relativismo sare le serate a dipingere immagini sacre o cantare inni? sono forti e costanti. È una regola per lo spirito così come «Be’, la Regola è essenzialmente una rinuncia al proprio ce ne sono altre per il corpo. Chi va in palestra per miglioegoismo a favore di un bene comune più grande», teorizza rare il proprio aspetto fisico (lo facciamo anche noi) rispetta Flavio Rogato, che con la moglie Francesca e i tre bambini delle regole e si sottopone a degli sforzi, ma noi abbiano è un «seguace» della prima ora. «Benedetto scrisse la anche un’anima da nutrire e rinforzare. Quantomeno ci proRegola per una comunità. E la famiglia è un modello, viamo... ». anzi è il modello per eccellenza di comunità. Sarebbe Antonella Mariani strano il contrario, cioè che la Regola fosse adatta solo ai monaci. Santificarsi nella quotidianità con l’aiuto e l’ispirazione della Regola è parte della vocazione familiare». da: Avvenire, 22 Aprile 2010

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27 maggio 2010 30° ANNIVERSARIO dell’omicidio di Walter Tobagi
A trent’anni del suo assassinio per mano dei terroristi rossi, la figura di Walter Tobagi, cronista e storico e presidente del sindacato lombardo dei giornalisti, non è completamente impallidita dal trascorrere del tempo. Anche perché restano, e ancora ci parlano, le lucide analisi dei suoi libri, dei suoi saggi e dei suoi articoli. E, più si deposita la polvere delle polemiche politico-giudiziarie che hanno dolorosamente accompagnato nel corso dei decenni la vicenda del delitto, più emerge cristallina la dimensione religiosa di Tobagi, che ne costituiva la reale essenza e il solido fondamento sul quale naturaliter si sviluppò il suo impegno professionale e civile.

del Corriere) sul significato profondo del ritrovarsi ad essere un «cristiano che fa il giornalista» in quella temperie storica. Era l’estate del ’79, Tobagi era già nel mirino dei terroristi, e pativa la campagna di denigrazione dopo la sua vittoria alle elezioni del sindacato lombardo. Eppure sentiva la necessità di riflettere sul Vangelo: dove Gesù non fa programmi, non lancia messaggi: a chi gli chiede, risponde soltanto: «Venite e vedete…». E andare e vedere, magari con l’occhio lungo e l’orecchio attento, commentava Walter col suo quieto sorriso, non è forse l’essenza del nostro mestiere? Non solo: proprio quelle cronache che sono attuali da duemila anni suggerivano un’altra divisa professionale. Gli apostoli non ci fanno umanamente una gran figura: non capiscono, si addormentano e scappano; e perfino Pietro, che pure era già il capo della Chiesa, non nasconde di aver rinnegato il maestro tre volte prima che il gallo cantasse. E allora la lezione che ne veniva era quella di non edulcorare, di non occultare, di non subordinare la narrazione ad occhiali o pregiudizi ideologici o interessati. Piuttosto, coltivando la dote dello «stupore», il metodo restava quello di «lasciarsi riempire» dalla realtà complessa che si veniva ad incontrare, dandole ordine, forma, gerarchia e significato. In modo da fornire per questa via al lettore e al cittadino il servizio democratico e a tutto campo dell’informazione, così che ciascuno potesse formarsi in libertà e completezza il proprio autonomo convincimento. E in questo percorso di rigore professionale, il giornalista andava tutelato nella sua autentica indipendenza. Di qui l’impegno innovativo nel sindacato, un impegno teso a contrastare il comodo conformismo e a diffondere segni di speranza in un cambiamento positivo, graduale e partecipato. Era riformismo? Certamente sì, ma intessuto dalla responsabilità di lavorare ovunque per costruire (anche per i propri figli) una società meno lacerata dalla violenza e più aperta al futuro.

SALMO 21
[2]Signore, il re gioisce della tua potenza, quanto esulta per la tua salvezza! [3]Hai soddisfatto il desiderio del suo cuore, non hai respinto il voto delle sue labbra. [4]Gli vieni incontro con larghe benedizioni; gli poni sul capo una corona di oro fino. [5]Vita ti ha chiesto, a lui l'hai concessa, lunghi giorni in eterno, senza fine. [6]Grande è la sua gloria per la tua salvezza, lo avvolgi di maestà e di onore; [7]lo fai oggetto di benedizione per sempre,lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto. [8]Perché il re confida nel Signore: per la fedeltà dell'Altissimo non sarà mai scosso. [9]La tua mano raggiungerà ogni tuo nemico, la tua destra raggiungerà chiunque ti odia. [10]Ne farai una fornace ardente, nel giorno in cui ti mostrerai: il Signore li consumerà nella sua ira, li divorerà il fuoco. [11]Sterminerai dalla terra la loro prole, la loro stirpe di mezzo agli uomini. [12]Perché hanno ordito contro di te il male, hanno tramato insidie, non avranno successo. [13]Hai fatto loro voltare le spalle, contro di essi punterai il tuo arco. [14]Alzati, Signore, in tutta la tua forza; canteremo inni alla tua potenza.

PREGARE CON I SALMI
Salmo 21 - Rito di incoronazione Il salmo è una preghiera di ringraziamento, per le benedizioni che Dio ha concesso al re. E’ composto da due parti seguite da antifone corali nei vv. 8 e 14. La prima è una preghiera rivolta a Dio, mentre la seconda è un’assicurazione fatta al re da parte del sacerdote officiante. Il salmo veniva eseguito in occasione dell’incoronazione di un re o nell’anniversario della stessa. Si pone in continuità con il salmo precedente e si colloca nel contesto della liturgia del tempio, con tutta la sua coreografia, la sua musica e il suo coro. v. 2 L’assemblea apre la preghiera, ringraziando Dio, per aver concesso al re la gioia della vittoria. vv. 3-6 Il re lo ha pregato, lo ha supplicato, ponendo in lui ogni speranza. Dio gli ha risposto, elargendogli tante benedizioni, infatti gli ha concesso autorità, gli ha posto sul capo una corona di oro fino, lo ha avvolto di uno splendido manto regale; gli ha concesso prosperità e onore, gli ha donato un regno duraturo ed una vita lunga ed intramontabile. vv. 7-8 La benedizione più grande che ora Dio concede al re è la sua alleanza, la sua amicizia, la sua presenza, la sua intimità e la sua incondizionata fedeltà. Il re non può che rallegrarsene ed incrementare la sua fiducia in Dio. vv. 9-12 Il trionfo del re sui suoi nemici è lo stesso trionfo di Dio. L’assemblea orante chiede quindi a Dio di intervenire contro coloro che aggrediscono Israele, disperdendoli, distruggendo le loro opere e la loro discendenza perché hanno marciato contro di lui per abbatterlo. Dio è intervenuto, colpendoli con le sue frecce, li ha fatti fuggire. v. 14 Tutta la comunità orante, che ha partecipato ai drammi e ai trionfi del suo re, conclude la preghiera con un’ovazione corale; invita Dio ad esaltarsi e a gloriarsi, perché è il vero trionfatore: “Alzati, Signore, in tutta la tua forza; canteremo inni alla tua potenza”. Lettura cristiana Il Talmud ha applicato il salmo al Messia. Riconoscendo che il Messia è Gesù, la Chiesa lo ha applicato a lui. In Gesù, vero Re, c’è la pienezza di ogni benedizione e di ogni grazia divina . Per la morte che ha sofferto, vince tutti i suoi nemici e l’eterno Padre lo corona di gloria e di onore (Eb 2,8-9). Accanto al Padre celeste, ora egli regna immortale e si erge a difesa del suo popolo pellegrinante. Il popolo, a sua volta, si rallegra molto nel contemplare la gloria imperitura del suo Signore. Durante il suo faticoso cammino terreno eleva a lui ogni giorno inni di lode ed attende che al termine del pellegrinaggio Dio lo esalti, coronandolo di gloria e di onore eterno. Il suo popolo santo aspetta di ricevere la stessa gloria e lo stesso onore di Cristo. Solo allora la vittoria sui nemici sarà completa e definitiva.

Eppure, in una produzione intellettuale straordinariamente intensa, Tobagi scrisse molto poco sul mondo cattolico e sulla Chiesa, allora inquieta e attraversata dai fermenti post-conciliari. Neppure nei suoi anni passati ad Avvenire, che ricordava come i più sereni e forse più fecondi: allora c’erano stati il matrimonio e la paternità, la laurea in storia con una tesi di mille pagine sui sindacati confederali degli anni ’45-’50 e il suo primo libro, uscito nel 1970. Ovvero la Storia del Movimento Studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, dove, da «storico del presente» coglieva nei fatti la drammatica contraddizione del Sessantotto. Quella cioè di abbandonare ben presto la prospettiva E insieme alla speranza davvero cristiana c’era, pur neldel futuro da costruire per rivolgersi, nel magma della l’affanno di una vita così impegnata, un abbandonarsi sinistra politica e culturale, soltanto al passato. fiducioso alla Provvidenza. Negli ultimi mesi, a chi lo accompagnava spesso a casa dal Corriere (come chi E di costituire così la tragica rivincita dei «nonni», rivo- scrive) confessava, oltre alle umanissime paure, la perluzionari e massimalisti, contro i «padri», democratici e cezione lucida dei rischi che correva, accanto alla concostituzionali, scivolando inesorabilmente verso la vio- sapevole certezza di non potersi e non volersi sottrarre. lenza, prima verbale, poi fisica e quindi armata. E in «Non mi perdoneranno – ripeteva – di aver rotto il quel contesto la fede cristiana, così considerata estra- conformismo e l’unanimismo. Sia nelle analisi sulla nea al discorso pubblico, appariva solo un vezzo per chi galassia terroristica, che cerco di capire e di penetrare indagava culturalmente nella tragedia della sinistra: invece di limitarmi come troppi a maledire e a esecrare; eppure per Tobagi la condizione di cattolico (non esibi- e sia nel sindacato, che ha anche bisogno di rotture ta ma neppure nascosta) era fondamentale per discer- democratiche per crescere e per svolgere davvero il nere comunque e valorizzare i «semi di speranza» in un suo ruolo civile. E io ho il torto di aver sollevato un velo clima sociale tanto doloroso e rassegnato. e di trovare il libero consenso di molti colleghi… Ma non mi sento solo: mi sento comunque nelle mani di D’altronde, da semplice fedele, non mancava di parte- Dio…». cipare alla vita della sua parrocchia e insieme a coltivare la conoscenza della Scrittura, nell’ambito di Giuseppe Baiocchi quei cenacoli-pilota che porteranno poi ai diffusi gruppi d’ascolto della Parola di Dio. Ed è a questa che fa rife- da:Avvenire 29/5/2010 rimento quando si interroga con pochi colleghi (a quel tempo erano 7 i credenti «dichiarati» tra i 300 giornalisti

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Il filosofo Agazzi La cultura? Divorata dai «tecnici»
«Il divorzio tra scienza e discipline umanistiche è avvenuto meno di due secoli fa, innescato in Europa dalla filosofia positivista dell’Ottocento. Ma per venticinque secoli, cioè a partire dal VI secolo avanti Cristo – quando nasce, nella Grecia classica, la cultura europea – scienza e umanesimo, sbocciati simultaneamente, avevano camminato uniti e in perfetta simbiosi». Il filosofo Evandro Agazzi ha scavato nel passato, e ha scoperto che la separazione tra scienza e "studia humanitatis" si può far risalire addirittura a Immanuel Kant. Ma nel senso che, secondo l’autore della Critica della ragion pura, le scienze debbono occuparsi del mondo della natura mentre il mondo dell’uomo va riservato alla filosofia e alle altre discipline umanistiche. Il positivismo si appropria della tesi kantiana, la enfatizza, e decreta che anche la filosofia e le altre forme di conoscenza umanistica debbono rientrare nella giurisdizione della scienza. Cioè questa avrebbe il diritto di interpretare con il metodo sperimentale – rileva Agazzi – anche «questioni come il senso della vita, il destino ultimo dell’uomo, la dignità della persona, la libertà e il senso morale». Ecco lo scientismo, che attribuisce alla scienza un potere assoluto, ossia la capacità, anzi il diritto, di «risolvere tutti i problemi umani». La cultura umanistica può finire in soffitta. A questo punto i filosofi reagiscono. Gli idealisti Benedetto Croce e Giovanni Gentile proclamano la superiorità degli studi umanistici su quelli scientifici. La divisione diventa contrapposizione e, a cavallo fra il XX e XXI secolo, si inasprisce. Evandro Agazzi, uno dei più autorevoli filosofi italiani, pensatore che gode di grande prestigio internazionale, è attualmente professore emerito di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova e insegna a Città del Messico. Qui l’Università Autonoma Metropolitana gli ha creato una cattedra per chiara fama. Agazzi viene invitato in tutto il mondo a tenere conferenze, soprattutto sul rapporto scienza-fede. Professore, perché Kant divise due campi discplinari che erano rimasti uniti per tanti secoli? «Gli eccezionali progressi conseguiti dalla scienza naturale, fondata da Galileo e Newton , indussero il filosofo di Königsberg a vedere nella scienza il paradigma del "sapere" in senso generale. Ma Kant non sottrasse minimamente alla filosofia le questioni fondamentali dell’uomo, come la moralità, la libertà, il senso della vita e il destino ultimo. Le considerava "razionalmente giustificabili" anche se non conoscenza scientifica in senso proprio». Cioè riconobbe il diritto delle scienze umane di avere uno spazio insopprimibile? «Certo. E si pensi che, a ben guardare, le moderne scienze umane erano nate con almeno un secolo di anticipo sulle scienze naturali. Il decollo avviene con quel fenomeno storico che nei manuali viene definito "umanesimo": si riscoprono i classici antichi e non solo le opere di letterati, storici e giuristi; anche i testi scientifici ricevono un trattamento rigoroso sul piano filologico». Ma quali sono le ragioni oggettive dello scontro attuale? Si vuole affermare il principio che tutto ciò che non può essere dimostrato scientificamente non ha diritto di esistere? «Tra cultura scientifica e cultura umanistica si è giunti a questa lotta perché sono scattate tre condizioni principali. La specializzazione, il tecnicismo dei linguaggi e soprattutto il riduzionismo. Una disciplina pretende di possedere i principi e i metodi per spiegare i fatti studiati dalle altre discipline. Le scienze della natura, ma anche l’economia o la psicoanalisi, pretendono di "interpretare tutto". In questo modo si dilata arbitrariamente l’aspirazione di ogni disciplina a spiegare, mediante i propri mezzi, il maggior numero possibile di questioni. Così la scienza finisce per ignorare i propri limiti oggettivi». Perciò, per lo scientismo, le discipline umanistiche sono superate. E non è invece superato il materialismo di quegli scienziati i quali si rifanno, in pratica, ai pensatori pre-socratici che consideravano l’uomo una "cosa fra le cose" e furono smentiti da Socrate e Platone? «Si assiste a una sorta di regresso. I primi filosofi greci (poi detti "fisici") sostenevano che tutto è materia e manifestazione di proprietà materiali. E anche l’uomo è materia. Socrate e Platone sconfissero questa ideologia. Portarono alla luce l’essenziale differenza specifica tra l’uomo e la natura fisica: lo spirito, cioè l’intelligenza, la coscienza morale, la capacità di creare il mondo della civiltà e della storia, insomma le forme e i valori della cultura umanistica». Dietro lo scientismo e l’insistenza con cui si vuole ridurre lo spazio del sapere umanistico c’è dunque quella che lei ha chiamato "metafisica materialista"? «Con ciò non intendo sottovalutare le dimensioni naturalistiche dell’essere umano: fisiche, chimiche, fisiologiche, genetiche, neuro-fisiologiche e così via. È innegabile la ricchezza dei contributi che vengono dalle scienze della natura e che

permettono una migliore conoscenza del mondo umano. Si vuole soltanto rilevare che non è corretto ignorare le altre dimensioni dell’uomo. E le discipline umanistiche indagano e coltivano proprio queste dimensioni». L’attacco al sapere umanistico si deve insomma alla mentalità materialistica che dilaga nelle nostre società? «In parte, sì. Ma c’è anche un’altra ragione: ormai quasi tutto viene valutato in base a un criterio puramente utilitaristico e "pragmatico". Si è persa la consapevolezza che le cose che veramente valgono sono quelle che "non servono a nulla", in quanto valgono di per sé, e meritano che ci si ponga al loro servizio. L’utilitarismo fa perdere la stessa "dimensione umanistica" della scienza, che è una forma eccellente di "ricerca della verità". È quindi ovvio che le conoscenze di tipo umanistico siano considerate una presenza ingombrante nell’insegnamento scolastico perché sottraggono tempo e attenzione agli studenti. Questi debbono dedicarsi soltanto alle discipline che veramente "servono". Ma così i giovani non incontrano le materie che fanno maturare la personalità dell’allievo e affinano il suo spirito critico, il suo senso della responsabilità, la sua capacità di valutazione e di giudizio di fronte alle situazioni della vita, la sua attitudine a compiere scelte libere e consapevoli». Le "discipline che servono" sono quelle richieste dal mercato del lavoro... «Ma ridurre a questo la formazione scolastica significa aver dimenticato che nessun essere umano è semplice manodopera. Dietro una tale politica premono massicci interessi economici, ed è un fatto che venga perseguita da istituzioni come la Banca mondiale e l’Ocse, in contrasto con gli obiettivi dell’Unesco. Certo questa mentalità prevale anche perché si sono appannati ideali e valori, perfino in Europa che pure ha una cultura "con memoria", formatasi nell’antichità classica e nel Medioevo cristiano». Luigi Dell’Aglio da: Avvenire 27 aprile 2010

Cina, in 10mila sottoposti a sterilizzazione
La telefonata è arrivata nel cuore della notte mentre Zang Lizhao era fuori per lavoro. L’uomo si è precipitato a casa: sua moglie era stata portata in una clinica «per essere sterilizzata». «Ho supplicato – ha raccontato – i medici di attendere. Mi hanno risposto che non avrebbero aspettato un solo giorno». Zang, nonostante ciò che è accaduto, si ritiene fortunato: ha due figli, di 4 e 6 anni. Come altre 10mila persone è caduto nelle maglie rigidissime della pianificazione familiare cinese. Contea di Puning, provincia di Guangdong: una squadra di dottori – secondo quanto ha raccontato il Times – sta passando al setaccio la regione per raggiungere l’obiettivo fissato dal governo, sterilizzare – con la forza se necessario – quasi 10mila tra uomini e donne. La loro colpa? Aver violato le politiche di controllo delle nascite, la legge in vigore dal 1979 per frenare la temuta crescita demografica. Le autorità locali sono pronte a ricorre ad ogni mezzo. Compreso quello di imprigionare i parenti, persino i genitori, di chi si sottrae alla campagna di sterilizzazione, partita lo scorso 7 aprile e destinata a protrarsi per almeno 20 giorni. Non solo: secondo il The Southern Contryside Daily, circa 100 persone, per lo più anziani, sono stati rinchiusi in un centro di pianificazione familiare. Un funzionario addetto alla pianificazione ha detto al Times global che «non è raro per le autorità adottare tattiche così dure». Alle coppie con figli “illegali” e ai loro parenti vengono rifiutati i permessi di costruire. I bambini “illegali” sono esclusi dalla registrazione di residenza, misura che nega loro l’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Le sterilizzazioni forzate sono solo un tassello di una politica che ruota attorno alla diktat del figlio unico. La dove esse non vengono praticate, si ricorre all’aborto. Cifre spaventose: secondo i dati ufficiali forniti dagli ospedali cinesi, sarebbero 13 milioni gli aborti effettuati ogni anno. Alle statistiche ufficiali peraltro sfuggono le interruzione di gravidanza clandestine, praticate soprattutto nelle campagne. Pechino ha conteggiato qualcosa come 400 milioni di nascite impedite dal 1979, l’anno dell’entrata in vigore della legge. Una gigantesca macchina burocratica vigila sulla sua applicazione. Secondo di Harry Wu, fondatore della Laogai Research Foundation, la Commissione statale per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare impiega 520mila dipendenti a tempo pieno e oltre 82 milioni a tempo parziale. Le autorità arrivano a decidere, sulla base di dati burocratici, quanti bambini possono nascere ogni anno in ogni zona. Una politica che ha prodotto uno sconvolgimento epocale della struttura sociale cinese, annichilendo la famiglia tradizionale, estesa, per sostituirla con una “cellulare”. Altrettanto dirompenti le conseguenze sociali. Per le Nazioni Unite nel 2050 il 30 per cento della popolazione cinese avrà 60 anni e gli “over 80” saranno circa 100 milioni. La popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni diminuirà del 10 per cento. La Cina non ha un vero sistema di welfare: all’immensa quantità di anziani dovranno provvedere famiglie con un solo figlio. A questo si aggiunge la sperequazione esistente tra maschi e femmine, quest’ultime più spesso vittime degli aborti selettivi: secondo AsiaNews in Cina nascono circa 119 maschi per 100 femmine. Persino l’esercito non è immune da questo terremoto sociale. Nel 1998 Pechino ha ridotto a due anni la leva obbligatoria, proprio per limitare le pressioni su nuclei familiari sempre più fragili. Problema non da poco per la macchina bellica cinese: molti militari lasciano l’esercito per cercare impieghi più redditizi e mantenere così gli anziani genitori. Luca Miele - da: Avvenire, 23 aprlle 2010

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