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ENZO MARTUCCI

La Setta Rossa

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Non il vile che s’ingreggia per opprimere e divorare con l’aiuto di
altri, ma il forte che lotta da solo e cade o vince, rimanendo libero.

L’anticomunismo liberal fascista è morto con


il Grande Fratello!?
Viva il (l’anti)comunismo anarchico, che vive
negli occhi dello Stregone folle e dei suoi
fratelli Moky !
Simonetti walter (l’ebreo rinnegato, l’ebreo che ride)

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PREFAZIONE

Esistono due tipi di anticomunismo: il borghese e l’anarchico.


Il primo è gretto, sciocco, reazionario. E’ un atteggiamento misoneista
dettato dal bisogno di conservare, a qualunque costo, il timore di Dio e
la prebenda del prete, la sottomissione del popolo e il privilegio del
capitale.
E’ un curioso miscuglio in cui si trovano riuniti gli elementi più
disparati che vanno dal Sillabo ai principi massonici, dall’economia
liberista al dirigismo di Saragat. E tutto questo non ha altra base che la
paura la quale spinge ad accozzamenti impossibili, ad alleanze contro
natura, nell’assillo di evitare la minaccia di un sovvertimento che, pur
lasciando immutata la sostanza stessa della vita gregaria, realizzerebbe
però il tanto malvisto cambio della guardia ai posti di comando ed agli
scrigni di Pluto.
L’anticomunismo anarchico è, invece, ben diverso. E’ la espressione di
un sentimento, fortemente individualista, che insorge contro le ipocrisie
e le catene del mondo attuale ma, nel contempo, cerca impedire
l’avvento di un futuro peggiore ed il rigido inquadramento degli uomini
nella caserma burocratica-industriale della società staliniana. Per tale
motivo l’anticomunismo anarchico è odiato da tutti e la pubblicazione
di questo libro è stata, in vari modi, ostacolata da gente che, oggi, si
professa ferocemente antibolscevica ma ieri, in un momento in cui
gl’interessi, coincidevano, si è insediata al potere insieme ai servi del
Kremlino. Da gente che, con Togliatti, si metterebbe ancora d’accordo
ma a me non perdonerà mai la campagna, antiteologica e anticlericale,
svolta in Italia negli anni 1945-47 e i successi riportati nei numerosi
contradditori sostenuti con i grossi calibri della propaganda cattolica.
Cosi, per l’azione subdola di nemici potenti, nessun editore avrebbe
osato mai pubblicare « La Setta Rossa » ed essa sarebbe rimasta, come
manoscritto, sul mio tavolo, se un amico personale, l’architetto Vittorio
Verrocchio, che non è anarchico ma ha cuore generoso e spirito libero
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ed originale, non mi avesse fornito i mezzi per fare stampare il libro. II
quale, fortunatamente, appare in un istante in cui l’idra bolscevica
diventa più insidiosa, più sottile, più penetrante e, quindi,
maggiormente pericolosa.
Infatti la manovra distensiva iniziata da Malenkov, dopo la morte di
Stalin, non si propone altro scopo che quello di evitare alla Russia il
rischio di una guerra calda e disarmare, moralmente e materialmente,
l’Occidente per poi poterlo più facilmente conquistare. Il successore del
moderno Gengis-Khan è una volpe matricolata ma non dispone del
prestigio che possedeva il defunto dittatore e, perciò, non può sentirsi
sicuro d’essere seguito da tutti i comunisti del mondo nel caso probabile
che la guerra fredda sbocchi in un conflitto armato. E per acquistare il
tempo necessario a consolidare il suo potere nella repubblica sovietica e
sugli Stati satelliti, egli abbandona la rigida e brutale politica staliniana
e finge di volere allentare i freni nell’Oriente e di cercare i mezzi per
giungere alla pacificazione con i governi d’oltre cortina. In tale modo
spera ottenere alcuni anni di pace durante i quali accrescerà la sua
autorità e si costituirà una potenza simile a quella del suo predecessore,
mentre nell’Occidente si sgretolerà il blocco granitico che si stava
formando contro la minaccia moscovita.
Infatti gli Stati del continente europeo che s’erano decisi ad unirsi e ad
armarsi per difendersi dall’aggressione del panslavismo rosso, quando
vedranno che il pericolo sfuma non rimarranno nel Patto Atlantico solo
per servire gl’interessi dell’imperialismo conservatore, americano ed
inglese. Ma. a poco per volta, si separeranno e smobiliteranno gli
eserciti e le industrie belliche; i contrasti e le rivalità fra i capitalismi
nazionali si manifesteranno nuovamente, con aumentato vigore, e
metteranno i popoli l’uno contro l’altro in nome delle rivendicazioni
che ciascuno avanza.
Intanto, nell’interno d’ogni paese, le quinte colonne comuniste
intensificheranno il sabotaggio della produzione, gli scioperi e le
agitazioni, lo sconvolgimento dell’economia, in modo da indebolire
progressivamente la nazione. Le masse si infatueranno sempre più della
Russia ed anche molti elementi della borghesia liberale la guarderanno
con tenerezza quando essa non si presenterà con il volto della dittatura,

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tirannica e conquistatrice di Stalin, ma con l’aspetto della repubblica,
democratica e pacifista, di Malenkov.
E infine, una volta prodottasi la naturale maturazione, la Russia che,
non ostante la commedia recitata, sarà rimasta dittatoriale all’interno e
guerrafondaia all’esterno, si avventerà col suo formidabile esercito,
continuamente rafforzato, sui nemici occidentali, divisi e discordi, e li
abbatterà ad uno ad uno. Così in luogo del piano organizzato, per la di-
struzione del bolscevismo, dall’alta finanza americana e dai suoi alleati
clerico-borghesi di Europa, si realizzerà il piano opposto, astutamente
ideato ed attuato dalla volpe rossa che si è assisa sul trono imperiale di
Stalin, avvelenando tempestivamente il rivale alla successione, Zdanov.
Del resto che il comunismo rimanga sempre quello che era, è
dimostrato dai recenti avvenimenti svoltisi nella Cecoslovacchia e nella
Germania dell’Est. Nel primo di questi paesi una terribile reazione
poliziesca si è scatenata contro i minatori che, spinti dalla disperazione,
scioperavano per un miglioramento della loro precaria condizione,
economica e politica. E, dopo pochi giorni, a Berlino la soldataglia
russa ha sparato spietatamente sulle masse operaie che chiedevano pane
e libertà. Questo è l’allentamento dei freni promesso dal signor
Malenkov. E questo è il paradiso sovietico nel quale i proletari ricevono
piombo nello stomaco.
Perciò, di fronte all’accresciuta minaccia del Leviathan bolscevico, io
sono fiero di dare alle stampe questo libro che è per esso una sfida. E mi
auguro che possa servire a spingere gli uomini liberi — se ancora ve ne
sono — verso un atteggiamento di più decisa resistenza al totalitarismo
rosso e ad ogni altra forma autoritaria, diversamente colorata ma ugual-
mente nociva per la scioltezza degl’individui e l’espansione della vita.

ENZO MABTUCCI
Pescara, luglio 1953.

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UCCIDERE L’ANIMA

IN UN FREDDO e nebbioso giorno di novembre del 1923 incontrai a Parigi,


in un caffè di piazza Combat il comunista ungherese Stefano Kolnar mi
riconobbe subito e venne verso me con la mano a tesa.
« Sono tre anni che non ci vediamo — osservò mentre sedeva al mio
fianco. — Ricordi che siamo stati insieme a Genova? Come ci
trattavano bene i poliziotti allora e com’era confortante la guardina del
Palazzo Ducale. Le mie ossa sono ancora indolenzite dal tavolaccio.....»
Sorrisi rammentando l’oscura e fetida cella della Torre dove io e
l’ungherese, conosciuto a Milano a casa di Malatesta e ritrovato nella
Superba eravamo stati rinchiusi. Egli era fuggito dalla sua patria dove la
caduta di Bela Kun e temeva che il governo italiano lo consegnasse ad
Horthy. Invece me lo vedevo dinanzi, libero e sano, a Parigi.
« Ho piacere che non t’abbiano mandato in Ungheria — dissi. —
Quando io e gli altri fummo rilasciati ci occupammo di te, ma
all’avvocato che venne, per nostro incarico, in questura a sollecitare la
tua liberazione, le autorità risposero che saresti stato espulso dall’Italia
ma non dato al tuo paese. Io però temevo che non mantenessero la
promessa».
«La mantennero — rispose Kolnar. — Dopo tre mesi di permanenza a
Marassi due angeli custodi mi accompagnarono alla frontiera svizzera e
li mi lasciarono nelle mani dei gendarmi d’oltre confine. Poi nemmeno
la terra di Guglielmo Teli mi volle e andai a Vienna. Ma che vita, amico
mio, e quante lotte in questi anni... »
Cominciò a narrarmi le peripezie della sua burrascosa esistenza
d’agitatore internazionale, quando una bella fanciulla, dagli occhi
languidi ed affascinanti, si avvicinò al nostro tavolo e rivolse la parola a
Stefano in una lingua sconosciuta. La guardai, colpito dalla sua
eleganza, dalla perfezione statuaria del suo corpo, dallo sguardo
voluttuoso che turbava i miei sensi di giovane ardente. Intorno a noi, nel
piccolo e fumoso caffè, non v’erano che proletari dagli abiti logori e
dalle cravatte alla Lavalliére, con femmine sciupate e poveramente
vestile. Quella madamoiselle che sembrava una cocotte d’alto bordo o

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una damina aristocratica, contrastava con l’ambiente e non si capiva
come fosse capitata li, fra i fuorusciti italiani e spagnoli.
«Ti piace? — chiese Stefano mentre la ragazza gli sedeva accanto. —
E’ Vanda, la mia amante, una figlia di borghesi che conobbi a Budapest
quando frequentavo l’università. Poi dovetti fuggire e i suoi la
costrinsero a sposare un industriale. L’anno scorso ci siamo ritrovati a
Vienna e lei ha lasciato il marito ed è venuta con me. Mi ha pure aiutato
finanziariamente e debbo ai suoi soldi se sono riuscito a sottrarmi alle
grinfie degli sbirri austriaci. Mi duole non poterla presentare perché non
parla l’italiano e bestemmia in francese ».
Io guardavo la ragazza che mi sorrideva.
« Deve volerti molto bene — osservai — se per te ha abbandonato la
famiglia e gli agi e condivide la tua vita agitata e pericolosa ».
« Si, mi ama — rispose Stefano. Queste sciocche donne non sanno fare
altro che amare. Specialmente poi le donne della sua classe. Non
s’interessano di politica, non si occupano della condizione del
proletariato e non pensano che all’uomo col quale vanno a letto. Questa
qui, però, mi è stata molto utile. E più utile ancora mi sarà
nell’avvenire. Ha appena vent’anni, è bella, scaltra, e ubbidisce a tutto
ciò che comando. Per me, vedi, questa ipersessuale malata si getterebbe
nel fuoco. Ed io mi servo di lei a favore delle mie idee. Fra qualche
giorno la manderò in Ungheria a portare materiale ai compagni ».
« Come? — scattai indignato. — Vuoi esporre a un pericolo tanto
grave la donna che ti ama e che per te si è rovinata ? Ma non pensi che
la polizia ungherese sa certamente ch’ella è la tua amica e l’arresterà
non appena rimetterà piede in patria? Se le troveranno il materiale si
buscherà parecchi anni di galera. E tu vuoi farle correre questo rischio ?
».
Stefano si stizzì.
« E come vuoi che faccia allora? Mi chiese bruscamente. — Io non
posso ritornare perché sono troppo conosciuto. Altre persone fidate, per
il momento, non ho. Ai compagni occorre subito ciò che Vanda deve
consegnare. Perciò è necessario che vada lei.
« No — replicai accalorandomi non devi mandarla perché sarebbe
un’infamia spingere in carcere una povera ragazza che già ti ha dato

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tante prove del suo affetto. Poi lei non è comunista, tu stesso l’hai detto.
E’ una donna che vive solo per l’amore e se si precipita nell’abisso è
per compiacere te. Come puoi pretendere che s’immoli per un’idea che
non sente ? Come puoi accettare un sacrificio tanto mostruoso? »
« Ma l’idea la sento io e profitto dell’amore che questa donna mi porta
per farle servire la mia causa. Ogni mezzo è buono purché permetta
raggiungere il fine ».
« Lascia stare questo machiavellismo di cattiva lega e rispondi piuttosto
ad una mia domanda: se è proprio necessario che il materiale sia
consegnato perché non tenti tu la sorte e rientri clandestinamente in
patria invece d’esporre Vanda ? »
Perché probabilmente mi arresterebbero ed io sono più utile fuori che
dentro ».
« Ecco il solito pretesto dei comunisti, degli eroi dell’armiamoci e
partite. Evitate sempre d’affrontare le responsabilità e le scaricate sulle
spalle delle donne, dei giovani, degl’incoscienti, di quelli che
suggestionate per usarli come ciechi strumenti. Ma fatevi un po’ avanti
voi invece di spingere gli altri ».
Gli occhi dell’ungherese lampeggiarono. La ragazza, che ascoltava
senza comprendere il nostro discorso che si svolgeva in italiano, girava
lo sguardo incuriosito da Stefano a me.
« Io — ruggì il bolscevico — non mi sono mai tirato indietro e mai mi
tirerò. Ho votato la mia vita alla rivoluzione sociale e sono pronto a
morire per essa. Ma oggi è necessario che mi risparmi nelle scaramucce
onde preparare la grande e definitiva battaglia nella quale cadrò
vedendo la vittoria del proletariato ».
« Intanto lasci che nelle scaramucce cadano gli altri. E chi sacrifichi:
una donna: la tua amante. Come potrai reggere al pensiero che, mentre
tu girerai per le strade, questa ragazza che ti ha amato, che ti ha
inebriato con le sue carezze e ti ha stretto fra le sue braccia, gemerà per
te, per colpa tua, nella cella di un penitenziario ? Ah! Stefano, sei
proprio privo di sentimenti ...»
« Certo non sono un sentimentale come voialtri anarchici. Il vostro
carattere è ridicolmente romantico; il mio, quello di noi comunisti, è
scientifico e razionalista. La mia intelligenza m’indica la meta da

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raggiungere e i mezzi da impiegare. Ed io me ne servo, con fredda
logica inesorabile, senza conoscere le debolezze che tu vorresti che
avessi ».
« Ma tu non hai anima » gli gridai sul viso.
Il bolscevico abbozzò un sorrisetto di superiorità.
« Si, hai ragione — rispose — io non ho anima: noi comunisti non
l’abbiamo. E la faremo perdere anche a voi. Il nostro fine è infatti
uccidere l’anima.

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MARXISTI ALLA SBARRA

STEFANO KOLNAR diceva la verità. Il comunismo vuole uccidere l’anima.


L’educazione bolscevica soffoca nell’uomo tutti i sentimenti e li
sostituisce col cieco fanatismo. L’amore, l’amicizia, la pietà, le
passioni, non esistono nel comunista ; egli le ha stroncate, ha distrutto la
sua essenza umana, ha fatto il vuoto in sé e lo ha riempito con l’idea
mostruosa che domina, sola ed incontrastata. Schiavo di quest’idea
pretende imporla anche agli altri e vuole che gli altri l’accettino come
lui l’ha accettata: senza discuterla, senza vagliarla, senza sottoporla
all’esame critico dell’intelligenza. Dogmatico e settario egli si scaglia
contro quelli che non si lasciano convertire. Chi rigetta il vangelo
marxista e lo sfiora col dubbio è un empio che va combattuto con gli
stessi mezzi che la chiesa impiegava nel medioevo per soffocare
l’eresia. Chi non entra nella caserma rossa o non vuole subirne la
degradante disciplina è un nemico del proletariato o un traditore.
Contro costoro il comunista usa tutte le armi: quando può impugna la
sua pistola d’agente della Ghepeù e spara alla nuca ; e quando non può
ricorrere alla violenza si serve della calunnia, della menzogna, della
viltà eretta a sistema.
Egli ha appreso da Machiavelli e dai Gesuiti che il fine giustifica i
mezzi e non rifugge dagli atti più schifosi e ripugnanti pur di
raggiungere il proprio scopo. Fanatizzato dalla causa alla quale dedica
completamente se stesso, è spietato verso gli altri e non esita a
sacrificarli nell’interesse dell’ideale. Se per servire il partito deve
spingere la moglie alla prostituzione o rovinare un amico o mandare in
galera un compagno di lotta, lo fa immediatamente senza un attimo
d’indecisione. Stalin denunziava alla polizia zarista i suoi amici politici
e li faceva arrestare pensando che nelle carceri il loro odio contro lo
Stato sarebbe aumentato.

2 - La Setta Rossa

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Un comunista toscano che ho conosciuto al confino per corrompere un
agente di pubblica sicurezza ed ottenere che trasmettesse
clandestinamente le lettere sue e dei suoi capi, gli offriva la giovane ed
avvenente sposa.
Il bolscevico non ha cuore, non ha anima, non ha sentimenti, è al di
sotto del bruto il quale rifugge istintivamente da certi atti, mentr’egli
invece non rifugge da nulla e trascende a qualunque abiezione il
vantaggio della setta lo esige.
Piegato da una rigida disciplina rinunzia alla sua libertà personale nelle
mani dei superiori ed ubbidisce docilmente a tutti i loro ordini. Non v’è
infamia che non farebbe, non v’è umiliazione che non sopporterebbe se
i suoi capi gliela comandassero. Zelante gregario ubbidisce senza
discutere, ubbidisce premurosamente anche se gli dicono che deve farsi
sodomizzare o che deve accompagnare la figlia al bordello.
L’interesse dell’ideale richiede questa passiva sottomissione ed egli
curva la schiena e serve con piacere attendendo di rivalersi quando il
bolscevismo trionferà e ciascuno dei suoi seguaci potrà sfogare la
propria libidine di dominio, tiranneggiando i non comunisti.
Il suo fanatismo, quindi, non è affatto disinteressato perché egli non si
consacra ad una idea col solo scopo di fare trionfare la giustizia o
l’uguaglianza ; ma si dedica al bolscevismo e non vive che per esso
nella speranza che la dittatura proletaria, in un prossimo domani, gli
permetterà godere la ricchezza statizzata ed esercitare un’autorità,
grande o piccola, nella società, a seconda del suo grado nella gerarchia
del partito. Commissario del popolo o guardia rossa, aguzzino nelle
carceri o carnefice alla Lubianka, il comunista vuol’essere qualche cosa
e schiacciare qualcuno sotto il proprio tallone. Intanto però il tallone dei
capi schiaccia il suo petto ed egli lo sopporta, disciplinato e soddisfatto,
perché solo così farà trionfare l’idea e potrà mettersi sulla testa un
berretto gallonato.
I capi, poi, gli altezzosi generali della rivoluzione mondiale, si allenano
al futuro despotismo trattando come schiavi i fedeli soldati e imponendo
ad essi ogni sorta di servizi. Uno di questi papaveri, confinato politico
nell’isola di Ponza, si sdraiava in una poltrona sulla spiaggia e si faceva
sventagliare, per ore ed ore, da due giovani confinate comuniste, le so-

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relle B.... Posava a sultano nell’harem, in mezzo alle odalische.... E
nessuno gli allungava una pedata nel culo a quel disertore della zappa....
Un altro capo che, sistematicamente, si appropriava delle quote che i
gregari versavano per il soccorso rosso, pretendeva che i compagni gli
mandassero a casa le mogli e le sorelle.
I compagni ubbidivano, onorati dalla degnazione del generale che, dopo
la lezione di sessuologia impartita alle donne, dava lezione di storia agli
uomini ed insegnava che Zarathustra era stato un condottiero
cartaginese venuto in Italia con Annibale ed ucciso dai romani nella
battaglia di Zama.
Qualche volta, fra i padre terni comunisti, s’incontra una persona colta
come il gobbo Gramsci, il Torquemada del bolscevismo italiano; ma
generalmente i capi rossi sono dei poveri di spirito nei quali l’ignoranza
è superata solo dalla presunzione. Il professore (di che?) Torelli
confondeva il pensiero di Khant con quello di Gentile; e quando io gli
dimostravo che l’idealismo critico Khantiano è ben diverso
dall’idealismo assoluto gentiliano, perché per il primo, esiste il
noumeno, la cosa in sé, che noi non conosciamo che fenomenicamente,
mentre per il secondo non v’è che lo spirito umano che pone le cose, e-
gli — il professore di bestialità — rispondeva, con un sorrisetto da
superuomo, che io, di filosofia, non me ne intendo.
Il torinese Roveda affermava a Ventottenne che vi sono prove storiche
della pratica della promiscuità sessuale nelle società primitive. Io
ribattevo che queste prove mancano e che egli prendeva per prove le
semplici induzioni di alcuni scrittori i quali hanno creduto che certi usi
dei barbari odierni, come l’offerta della moglie all’ospite fra gli
esquimesi, e certi costumi storici declinati, come la ierodulia delle ba-
bilonesi, l’ius primae noctis, la deflorazione sacra al Cambodge, fossero
le sopravvivenze di un’antichissima promiscuità. Roveda allora non
sapendo cosa rispondere, voltava le spalle e se ne andava via indignato.
In realtà egli non conosceva quello che hanno iscritto gli assertori del
comunismo erotico dei primordi i quali hanno usato argomenti ben più
seri delle sue sciocche sentenze. Egli non aveva mai letto Bachofen, Me
Lennan, Lubbok, Morgan, Giraud-Teulon ed ignorava ciò che hanno
contrariamente sostenuto Westermarck,, Darwin, Wundt. Roveda aveva

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letto solo « L’origine dello Stato, della proprietà e della famiglia », il
libro in cui Engels, copiando Morgan, afferma, ai fini del materialismo
storico, che nell’umanità primeva esisteva il comune possesso delle
femmine e che, sol quando l’uomo si è formato una proprietà, ha voluto
una donna unicamente per sé e le ha imposto la fedeltà, onde
trasmettere i beni a figli certamente suoi. Però Roveda ignorava quello
che altri scrittori hanno contrapposto al suo idolo Engels; quindi, con
altezzosa sicurezza, dichiarava che esistono le prove storiche della
promiscuità .
Gli stessi maestri del marxismo, i luminari della scienza bolscevica,
hanno anch’essi spropositato più di una volta.
Giovanni Gentile nel suo libro «La filosofia di Marx» osserva che
Engels ha scambiato l’idea hegeliana immanente nelle cose con l’idea
platonica di sua natura trascendente. Engels infatti ha scritto nell’Anti-
dùhring:
«Hegel era idealista, cioè, per lui le idee della sua testa non erano già le
immagini più o meno astratte delle cose e degli avvenimenti reali, ma al
contrario per lui le cose ed il loro sviluppo erano solo le immagini
attuate dell’idea la quale esiste già, prima del mondo, in qualche
luogo».
Questo periodo dimostra quanto bene avesse Engels compreso la
filosofia di Hegel.
Carlo Marx che ha insegnato ai discepoli l’arte della calunnia, ha scritto
contro Stirner un libro intitolato con un motto ironico: «Il Santo Max».
In questo libro il papa comunista presenta l’autore de « L’Unico » come
un metafisico senza sapere, un debole imitatore di Hegel, un filosofo
della piccola borghesia tedesca, « gradasso sentimentale » in teoria e re-
azionario in pratica.
In realtà l’intelligenza di Stirner è stata superiore a quella di Marx ed il
suo spirito ben più rivoluzionario. Stirner è, nella storia, il vero filosofo
anarchico, il solo che meriti questo nome.
Proudhon, Bakunin, Kropotkine, Réclus, non sono che dei
semianarchici, i rappresentanti di un compromesso fra l’individualismo
e il collettivismo, fra il socialismo e l’anarchia. La loro non è che l’an-
archia di Paolo Gille (1), l’anarchia con la disciplina, la libertà limitata

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dell’individuo che non è più sottoposto allo Stato ma deve subordinarsi
alla società per il soddisfacimento dei suoi bisogni completi, e deve
sempre trovarsi d’accordo con tutti. In sostanza essi negano lo Stato ma
divinizzano la società, come ha notato Palante (2); e propongono, con-
tro chi violerà la futura armonia, le più severe sanzioni che vanno dal
disprezzo pubblico e dall’allontanamento generale, consigliato da
Kropotkine ne «La conquista del pane» fino all’incarcerazione nella ca-
sa di salute preconizzata da Malatesta nel suo opuscolo « L’anarchia ».
Stirner, invece, è più logico, come anarchico. Egli crede che l’individuo
sia la sola realtà al di sopra della quale non ve n’è nessun’altra. Perciò
vuole che l’individuo si realizzi completamente e soddisfi il suo
egoismo, liberandosi delle idee che si è formato sulla santità e sulla
inviolabilità di ciò che lo limita. Dio, la morale, l’umanità, la società, la
nazione, lo Stato non sono che dei fantasmi che opprimono l’io perché
questo li ha creati, li rispetta e li serve. Ma quando li abbatterà, quando
li farà rientrare nel nulla, allora, reso scevro da ogni ceppo spirituale e
materiale, potrà vivere come meglio gli piacerà, cooperando
liberamente con i suoi simili o lottando contr’essi, a seconda dei
bisogni, dei sentimenti, degli interessi che in lui prevarranno nei
momenti diversi. Sarà la bellum omnium contra omnes, temperata da
alleanze individuali; ma sarà anche la libertà naturale in cui il singolo
potrà tentare di affermarsi con ogni mezzo.
Queste sono le idee di Stirner che si possono accettare o combattere ma
non falsare. Si può ritenere con Basch che il filosofo individualista sia
stato antisociale e disorganizzatore dei legami che uniscono gli esseri
umani, oppure si può vedere in lui il teorico dell’associazione,
volontaria e spontanea, che non assorbe l’individuo, non pretende
eternizzarsi e non nega i contrasti e le lotte fra gli unici, forti e
indipendenti. Ma non si può pretendere che Stirner sia un filosofo
borghese, quando la sua filosofia costituisce il più radicale
sovvertimento della concezione storica della vita.
Stirner, il precursore di Nietzsche, ha esaltato l’egoismo, ha spinto
l’uomo al di là del bene e del male e ha reclamato il diritto di soddisfare
tutte le passioni personali, buone e cattive.

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I comunisti, invece, vogliono sopprimere le passioni buone e potenziare
le cattive: fanatismo, intolleranza, crudeltà, sete di dominio. Il loro
amoralismo, quindi, è, nei riguardi dell’amoralismo stirneriano, ciò che
è la perfidia ipocrita del serpente rispetto alla leale aggressività del
leone.
Stirner è stato un avversario del comunismo.
« Con l’abolire la proprietà personale — ha egli scritto — il comunismo
non fa che respingermi sempre più profondamente sotto la dipendenza
altrui, chiamandosi altrui ormai la generalità o la comunità. Benché sia
sempre in aperta lotta con lo stato, il fine cui tende il comunismo è
sempre un nuovo stato, uno status, un ordine di cose destinato a
paralizzare la libertà dei miei movimenti, un potere superiore a me, che
mi sovrasta; esso si oppone, con ragione, all’oppressione di cui sono
vittima da parte degli individui proprietari, ma il potere che conferisce
alla comunità è più tirannico ancora (3) ».
Marx avversò Stirner per meglio far valere la sua dottrina e, com’era
sua abitudine, ricorse alla calunnia, alla menzogna, allo scherno. Però
quant’egli scrisse nel « Santo Max » non vale più della confusione che
fa Torelli fra Khant e Gentile e della identificazione, da parte di Engels,
della idea hegeliana con quella platonica. E se il maestro, che aveva
ingegno e cultura, falsò tante volte, per mala fede, il pensiero altrui, i
discepoli, che alla mala fede accoppiano l’ignoranza, debbono
necessariamente giungere alla conclusione alla quale arrivava nei suoi
discorsi un imbianchino bolscevico, confidente della questura e lenone
delle sorelle:
« Nel comunismo è la nostra salvezza. Tutto ciò che non è comunista
dev’essere respinto, avversato, denigrato ».

(1) Paolo Gille, Abbozzo di una filosofia della dignità umana.


(2) Georges Palante, La sensibilità individualista.
(3) Max Stirner. L’unico e le sue proprietà
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COS’È IL MARXISMO

MA COS’È dunque il comunismo marxista, questa Buona Novella


predicata dall’ebreo di Treviri e accettata ciecamente dai manovali
insoddisfatti che sognano diventare commissari del popolo ?
Il marxismo è una teoria che si basa sul materialismo storico il quale
indica nel fattore economico l’assoluto che determina, a priori, i fatti e
li vincola nella successione di un ordine prestabilito che culmina fa-
talmente nella società senza classi.
Capovolgimento dell’hegelianesimo esso sostituisce all’idea assoluta di
Hegel il bisogno materiale; e questo bisogno materiale, questo bisogno
economico, crea la storia, ne dispone anticipatamente lo svolgimento e
la porta, attraverso la contraddizione progressiva degli interessi,
all’annientamento di ogni contraddizione e al benessere universale.
L’uomo non è che un fantoccio senza volontà, uno schiavo dei crampi
della fame che lo costringono a pensare e ad agire in un certo modo, a
seguire una via già tracciata e a raggiungere, dopo lotte e conflitti
predeterminati, una meta immancabile. E la storia, che segue le rotaie
obbligatorie del fatalismo materialista, non può mai cambiare direzione
ma deve passare per le stazioni regolamentari e fermarsi
necessariamente all’ultima d’esse.
« Nella produzione sociale della loro vita — ha scritto Marx — gli
uomini accedono a rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla
loro volontà ; rapporti questi di produzione i quali corrispondono ad un
grado determinato della evoluzione delle forze produttive materiali. La
struttura economica della società è costituita dall’insieme di questi
rapporti di produzione i quali formano la base reale su cui si eleva la
superstruttura giuridica e politica, cui corrispondono determinate forme
della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale
condiziona il processo della vita sociale, politica e spirituale, in
generale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere,

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ma, per converso, è la esistenza sociale che determina la loro coscienza
(1) ».
In questo modo il materialismo storico nega alla forza morale ogni
funzione nella determinazione degli avvenimenti umani. I sentimenti, la
volontà, l’ideale non hanno alcuna efficacia propria, alcuna influenza
reale nella vita, ma non sono che le apparenze illusorie di un
determinismo materiale sul quale non esercitano nessuna azione. E’
l’interesse economico che guida il mondo, e gli uomini si riducono a
semplici pedine mosse dall’impulso di quest’interesse materiale alla cui
spinta irresistibile non possono reagire.
Ma la realtà è ben diversa da come Marx la rappresenta. L’uomo ha
certamente dei bisogni economici, ma ha pure dei bisogni sentimentali,
ideali, passionali, e come i primi agiscono sui secondi, così questi
agiscono sui primi. Molte volte l’uomo esplica la sua attività
conformemente al proprio interesse materiale e si forma le idee che a
tale interesse corrispondono; ma quando un’idea spontanea balena nel
suo spirito o un’ignea passione si scatena nel suo cuore, subisce
l’influenza di queste forze morali e ad esse subordina o sacrifica
l’interesse materiale.
« L’uomo è fatto cosi — ha spiegato Dostoevskij — chiunque sia e in
qualunque luogo si trovi, vuole agire come gli pare e non come gli
dettano la ragione e l’interesse. Si può volere contro il proprio interesse,
qualche volta se ne è obbligati. Il giuoco della propria volontà, il
proprio capriccio più stravagante, la fantasia più folle, ecco il più
vantaggioso di tutti gli interessi, quello che non si può ridurre in alcuna
classificazione e che manda al diavolo tutti i sistemi e tutte le teorie.
Dove dunque i saggi hanno trovato che il volere dell’uomo dev’essere,
innanzi tutto, normale e virtuoso ? Perché si sono immaginati che egli
sia guidato da una volontà diretta verso la ragione e verso il profitto ?
L’uomo invece non vuole che l’indipendenza a qualunque costo (2) ».
I marxisti obbietteranno che simili casi sono patologici, individuali, ma
che la vita sociale è sempre determinata dagli interessi materiali e dai
contrasti che fra questi si manifestano. Però, non di rado, nella storia si
sono visti gruppi, masse, popoli, trascinati da un’idea o da un
sentimento, qualche volta anche da un’assurdità o da una follia,

19
trascurare i loro interessi materiali ed agire contr’essi, a vantaggio
dell’interesse spirituale che più fortemente sentivano. L’egoismo umano
non è semplicemente materialista, non mira soltanto alla sazietà del
ventre, ma tende al soddisfacimento di tutti i bisogni fisici e psichici
dell’uomo; e quando questi ultimi prevalgono sugli altri, egli li appaga a
detrimento del benessere e delle comodità del corpo. Se cosi non fosse
non potremmo spiegarci il gran signore Bakunin incatenato nella cella
di Alessio, il principe Kropotkine agitatore rivoluzionario in Europa, il
conte Tolstoj contadino nella steppa. Non sapremmo comprendere
Paolo di Tarso e Francesco d’Assisi, Carlo Pisacane e Cesare Battisti e
dovremmo vedere i rappresentanti tipici dell’umanità e della sua azione,
sana e normale, nel panciuto capitalista sfruttatore e nell’operaio
scioperante per un aumento di salario. L’uomo è uomo e non suino ed
anche quando insorge contro ogni vincolo etico e ogni legge sociale, per
la completa affermazione dell’io, professa l’egoismo eroico e dionisiaco
di Nietzsche o quello romantico e negatore di Stirner, ma non l’ignobile
panciafichismo di Pantagruel.
« E’ il succo che fa l’albero; — ha scritto Réclus — sono le idee che
fanno la società. Nessun fatto storico è meglio constatato di questo »(2).
Perciò, contrariamente a quanto asseriva Engels, le cause determinanti
di questa o quella metamorfosi o rivoluzione sociale, devono ricercarsi
non tanto nelle metamorfosi della produzione e dello scambio, quanto
nelle teste e nei cuori degli uomini.
Il cristianesimo e le crociate, la riforma e la rivoluzione francese, sono
state più opere dell’idea e del sentimento che non degli interessi
materiali.
V’è poi un’idea antichissima che s’è profondamente incisa
nell’umanità, che ha scatenato guerre, rivoluzioni, deliri, fanatismi, ed
ha operato sui costumi, modificate le condizioni dell’esistenza sociale,
esercitata un’influenza enorme sulla vita di tutti i tempi: questa è l’idea
di Dio.
Ebbene essa è sorta, originariamente, per un’esigenza dello spirito sulla
quale il bisogno economico non poteva esplicare alcuna azione. Se ci
atteniamo al metodo materialista e positivista, cioè al metodo dei
marxisti, dobbiamo ritenere che l’idea divina è nata nell’uomo primitivo

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come effetto della incomprensione dei fenomeni naturali ( lampo,
tuono, grandine, terremoto ), e della paura della morte. Quindi Dio è
stato creato, dai nostri lontani progenitori, per l’appagamento di un
bisogno psicologico sul quale non potevano influire gl’interessi
ventristici né il modo di produzione. Frugivoro o carnivoro, meglio o
peggio nutrito, con l’ascia di pietra o con la lancia di ferro, associato nel
branco o vivente in famiglia, qualunque fossero state le condizioni della
sua esistenza materiale, il selvaggio della preistoria avrebbe sempre
sentito il terrore della fine e si sarebbe immaginato che la causa di una
folgore o di un uragano fosse un essere invisibile, più potente di lui. In
seguito gli interessi materiali si sono cristallizzati intorno a questa idea
perché alcuni uomini hanno voluto farsi credere i rappresentanti del dio
sulla terra, onde trarne ricchezze e privilegi. Ma al principio, alle
origini, nessuna causa economica potette operare sul sorgere della
credenza religiosa. Dio nacque dai tormenti dell’anima, non dai crampi
della fame.
Non è dunque vero che l’uomo sia e sia stato sempre determinato dal
solo fattore economico il quale è, nella filosofia marxista, ciò che è
l’idea in quella di Hegel. Se non esistessero fattori diversi che agiscono
su noi, se tutto si riducesse ad un assoluto da cui ogni cosa deriva, se la
vita materiale e quella ideale e sentimentale si identificassero
nell’indistinta unità di un monismo inconcepibile, allora a
quest’assoluto immanente, a quest’unico tutto, non si potrebbe dare il
nome di fattore economico.
Noi infatti conosciamo per distinzione, individuiamo i vari aspetti della
realtà dai loro caratteri peculiari, ravvisiamo il colore rosso per mezzo
della sua diversità dall’azzurro e dal verde, e il fatto economico per la
sua specifica natura che gli conferisce una propria fisionomia e
gl’impedisce di confondersi con i fatti non economici. Ma se la realtà è
indifferenziata, se il palpito del cuore e il baleno dell’intelligenza, la
passione per l’idea e la lotta per il cibo, sono manifestazioni varie di
uno stesso bisogno materiale che determina l’uomo nel pensiero e
nell’attività pratica, allora questo solo bisogno non si potrà identificare
con una delle sue forme. Non si potrà dire, cioè, che esso è economico
perché sarà, contemporaneamente, spirituale, ideologico, sentimentale,

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come un uomo non è soltanto una testa, ma è anche un corpo, un
pensiero, una sensibilità, ecc. Non essendovi più nature, distinte ed
autonome, l’unica natura assoluta non comporterà distinzioni ; essa avrà
tutti gli attributi e le qualità e sarà, nello stesso tempo, economica ed
ideale, sentimentale ed affettiva. Come si potrà allora dire ch’essa è
economica e che, come tale, influisce sull’intelletto e sul sentimento
quando questi formeranno con l’economia una sola e stessa cosa ?
L’assoluto non ha nome e Marx, per essere coerente, non dovrebbe dire
che l’uomo è determinato dal bisogno economico ma bensì
dall’assoluto.
Ma Marx e i marxisti sostengono che il bisogno economico non è
assoluto, come l’idea hegeliana, ma è invece relativo. Ciò significa che,
al di fuori di ciò che è economico, esiste qualche altra cosa che non è
economica e che ha una natura propria e una vita autonoma. Allora
perché, sempre e in tutti i casi, l’economico dovrà determinare il non
economico e mai esserne determinato ? Perché non vi sarà reciprocità
d’influenze ma condizioni di dipendenza di un elemento dall’altro ?
Marx vuole che il relativo faccia la parte dello assoluto. Egli asserisce
che il bisogno economico governa tutti gli altri, costringe l’uomo ad
agire sempre in un certo modo, cioè conformemente ai suoi interessi
materiali, e dispone anticipatamente l’azione futura e la concatenazione
dei fatti che determina a priori. Ma se Marx fosse conseguente alla sua
premessa sulla relatività dell’economico, riconoscerebbe che il relativo
non può diventare assoluto, che l’interesse materiale influisce sugli altri
interessi ma n’è anche influenzato, che l’esistenza sociale determina
talvolta la coscienza, ma tal’altra è la coscienza che determina
l’esistenza sociale.
Giungerebbe allora alla conclusione che l’uomo, combattuto da diverse
ed opposte tendenze, da interessi contrastanti, agisce in vari modi e che
perciò, nella storia, sorgono sempre elementi nuovi che cambiano
l’orientamento, la direzione generale; che i fatti non sono, quindi,
determinabili a priori ma conoscibili a posteriori, e che l’umanità non è
obbligatoriamente incamminata verso una meta prestabilita, il
comunismo finale, ma cambia continuamente la meta e non s’arresta
mai.

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Ma se Marx e i marxisti ammettessero ciò dovrebbero rinunciare al
materialismo storico. E, privo di questa base, il comunismo non sarebbe
più la fatale realtà dell’avvenire.

(1) Karl Marx, Opere


(2) Dostoevskij, Lo spirito sotterraneo.
(1) E. Réclus, Evoluzione e Rivoluzione.

23
L’UTOPIA COMUNISTA

IL PROCESSO dialettico della storia si risolve nel comunismo, insegna


Marx. La serie delle contraddizioni economiche si conchiude
nell’annientamento di ogni contraddizione. La guerra di classe ed il
contrasto degl’interessi porta alla scomparsa delle classi e alla
conciliazione degli interessi nella società socialista. L’armonia univer-
sale è la meta finale della evoluzione sociale.
Ma perché tutto ciò? Perché dalla lotta deve nascere la pace, dal
conflitto l’accordo, e dall’opposizione fra la tesi e l’antitesi deve
hegelianamente prodursi la sintesi? Non potrebbe darsi che la lotta
rimanesse eterna e che l’umanità travagliata si dibattesse fino al giorno
della morte fra i tormenti dei contrasti economici e d’ogni altro genere?
Il marxismo è fatalista. La prassi è volontarista. La volontà umana crea
la storia ma la crea combattendo contro la volontà degli altri uomini che
non si arrendono alla sconfitta e tornano alla riscossa. La tragedia uma-
na, nata con Adamo o col pitecantropo, durerà fino all’ultimo uomo.
L’Eden rimarrà il sogno dei sociologi sognatori che evadono dalla realtà
per rifugiarsi nell’illusione.
Pertanto le utopie passate sono state, in un certo senso, anch’esse
volontariste. Le città del sole erano un ideale, cioè una meta che la
volontà si proponeva e cercava raggiungere. Platone e Campanella,
Herzen e Bakunin tennero conto dell’uomo, del suo sentimento, del suo
volere. Il marxismo afferma invece che l’armonia sociale è il prodotto
fatale della storia, l’estremo termine cui arriveremo per effetto del
determinismo economico ed indipendentemente dalla volontà umana.
Non si comprende allora perché i comunisti si sforzano di realizzare,
con ogni mezzo, la loro società, quando potrebbero contemplarsi
l’ombelico e attendere che la pera matura cadesse da sé.
Il comunismo dimostra che la concentrazione dei capitali ed il conflitto
d’interessi fra borghesi e proletari, indurrà questi ultimi ad espropriare i
primi e a statizzare i mezzi di produzione. Lo Stato proletario, super

24
potente, investito di tutte le autorità e di tutte le mansioni, preparerà le
condizioni necessarie alla sua soppressione. Quando tali condizioni
saranno raggiunte anche lo Stato proletario scomparirà, come già
saranno scomparse le classi; e dalla economia di Stato si passerà
all’economia sociale, cioè alla socializzazione dei mezzi di produzione,
al loro possesso ed uso da parte degli individui produttori associati, ed
al consumo comune dei frutti del lavoro collettivo. Dal socialismo si
passerà al comunismo, dalla formula « a ciascuno secondo il suo merito
» all’altra « a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le
sue forze ». Sarà, in una parola, il comunismo a-statale di Bakunin, di
Kropotkine, di Malatesta; solo che questi volevano giungere ad esso
direttamente, mediante l’immediata abolizione dello Stato e della
proprietà; Marx e i suoi seguaci ci vogliono invece arrivare attraverso lo
Stato accentratore e la dittatura del proletariato.
Ma proprio qui è il nocciolo della questione. Potrà lo Stato bolscevico
distruggere le classi ed impedire che ne sorgano altre, realizzando cosi
la uguaglianza economica fra gli individui che, avendo raggiunto la
parità nel benessere e nel lavoro, faranno a meno della direzione
governativa e si reggeranno solidalmente e comunisticamente?
Marx e suoi discepoli rispondono di si. Io credo il contrario. Perché,
ammesso l’egoismo umano e l’invincibile bisogno che l’individuo
avverte di prevalere sugli altri, ne risulterebbe che quei proletari che
sarebbero alla testa dello Stato e dovrebbero amministrare la ricchezza
nell’interesse pubblico, finirebbero per usarla come loro proprietà
personale, profittando dell’autorità che li consacrerebbe, delle leggi che
promulgherebbero e delle baionette che li sosterrebbero. La proprietà
statale diverrebbe praticamente la proprietà dei commissari del popolo,
dei funzionari boriosi, dei pezzi grossi del mondo marxista; e si
formerebbe una nuova classe privilegiata che deterrebbe la ricchezza e
il potere e sfrutterebbe ed opprimerebbe la maggioranza del prole-
tariato.
I papaveri rossi vorrebbero tenere, per sé, terre, ville e palazzi, e
sfoggiare lusso e fare lavorare gli altri per loro, non solo per il
godimento materiale di tutto ciò, ma anche per distinguersi ed affermare
la loro superiorità sull’operaio della fabbrica e sull’umile contadino.

25
Avverrebbe quel che è avvenuto in Russia dove Stalin e i suoi tirapiedi
dispongono d’ogni cosa, della vita dei sudditi e dell’opulenza borghese;
dove una casta di parvenus rapaci s’impingua col sangue dei lavoratori,
li costringe a produrre fino all’esaurimento fisico e li sfrutta esosamente
alla maniera schiavista. Chi protesta, chi reclama un trattamento più
umano, riceve nello stomaco le pallottole dei fucili della polizia o, nella
migliore delle ipotesi, finisce ai lavori forzati in Siberia. E lo Stato
comunista, il famoso Stato del proletariato, non è altro che lo Stato
despotico, burocratico e poliziesco che riabilita il defunto zarismo.
Il metodo marxista non conduce perciò alla soppressione delle classi e
all’uguaglianza economica ma crea una nuova classe predatrice, in
luogo della spodestata, e acuisce le disuguaglianze sociali. Né, d’altra
parte, la socializzazione immediata, il comunismo diretto senza il
preludio della statizzazione, porterebbe neanche esso alla livellazione
perfetta e alla completa parità fra gl’individui collettivizzati.
Ammettendo che fosse possibile realizzare il comunismo libertario di
Kropotkine, rimarrebbero nel seno della nuova società moltissimi
uomini che non si contenterebbero di dare secondo le loro forze e di
prendere secondo i propri bisogni, ma vorrebbero vivere a modo loro,
tentare altre esperienze, creare altre forme sociali. Essi non si
soddisferebbero mangiando, bevendo, divertendosi, lavorando con la
comunità poche ore e dedicando le altre libere alle inclinazioni
personali conformizzate dall’influenza ambientale. Non vorrebbero
essere come tutti e fare ciò che tutti farebbero. La proprietà collettiva di
ogni bene materiale ed il consumo comune li esaspererebbe anche se
fosse la sorgente dell’abbondanza e del benessere generale. Essi
griderebbero che l’uomo non è fatto per la vita del formicaio o
dell’arnia, che i mammiferi si differenziano dagli insetti e che l’essere
umano, anche quando ha distrutto le catene della proprietà privata, sacra
ed inviolabile, e dello Stato che la protegge, cerca realizzare modi
diversi di vita, forme opposte che talvolta si tollerano o si aiutano, ma
altre volte cozzano l’una contro l’altra.
Invece la società comunista a-statale, ossia quella società a cui Marx
vuole arrivare attraverso la dittatura del proletariato ed alla quale
Kropotkine crede possibile giungere direttamente per mezzo della

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rivoluzione, è concepibile solo come un immenso gregge di montoni,
legati fra di loro e costretti sempre a muoversi tutti insieme. Ed il
legame che manterrebbe uniti i montoni è concepibile solo come un
immenso gregge di montoni, sarebbe il comune spirito gregario, quello
spirito che è nel fondo della nostra natura, che l’uomo ha ereditato dallo
scimpanzé socievole da cui egli, secondo Kropotkine, discende, e che
solo le condizioni, anormali ed innaturali, create dalla società, passata e
presente, sono riuscite ad attenuare, suscitando le diversità, le oppo-
sizioni e le lotte fra gl’individui umani. Ma quando la società attuale
crollerà e l’influenza degenerante ch’essa esercita sugli uomini
scomparirà definitivamente, allora, per effetto delle nuove condizioni
( imposte con la forza dalla dittatura del proletariato, secondo Marx, o
accettate volontariamente dagl’individui socievoli, secondo Kropotkine
), lo spirito gregario si ridesterà e si rinvigorirà, la comune essenza
umana prenderà il sopravvento sull’originalità personale e infine la
distruggerà. Quindi il monismo ed il conformismo più assoluti si instau-
reranno nell’umanità, tutti accetteranno spontaneamente un solo sistema
sociale ed economico, il comunismo, e seguiranno una stessa norma di
pensiero ed una stessa regola di condotta. Non vi sarà più bisogno dello
Stato e delle leggi che costringono, quando tutti vorranno la medesima
cosa ed agiranno in modo uguale. Le ultime rare e patologiche rivolte
individuali saranno soffocate dalla massa unanime ed il pesante grigiore
del gregarismo trionfante costruirà, sui cadaveri delle personalità ormai
distrutte, il nuovo e grottesco tipo dell’uomo collettivo.
Fortunatamente quest’aspirazione del comunismo è destinata a rimanere
eternamente irrealizzata perché, per natura, l’uomo non è tutto di un
pezzo, tutto bestia da gregge. Esso è invece un essere contraddittorio,
con tendenze e bisogni, sociali ed antisociali, che si conserveranno in
ogni forma di vita. Quindi il marxismo non sfocerà nel pecorismo
universale, ma praticamente, non andrà oltre lo stalinismo che, in luogo
dell’indistinta moltitudine senza classi e senza Stato, crea un nuovo
Stato elefantiaco, retto despoticamente da una classe di parvenus,
crudeli e rapaci. E il kropotkinismo, se un giorno si realizzerà, metterà
capo alla Comune autonoma in cui la norma di condotta non sarà
stabilita dall’unanimità dei consensi, ma bensì dal volere della

27
maggioranza imbonita dai demagoghi e dai maestri d’imbrogli.
Naturalmente questa maggioranza, riunita nell’areopago, fulminerà
l’ostracismo contro coloro che non si conformeranno al suo tenore di
vita. E tutto andrà come nella città greca e nel Comune del medioevo
dove la fazione più forte opprimeva e bandiva l’altra nemica.
Però, siccome fra le comuni autonome nascerebbero inevitabilmente
contrasti, rivalità e guerre, per evitare queste sciagure si cercherà
federarle. E nascerà cosi la Federazione delle Comuni, retta da un
Comitato di coordinazione che segnerà a tutte la linea da seguire e
l’imporrà, con la forza, a quelle riottose .Dunque si avrà un altro potere
centrale e, in nome dell’anarchia, il nuovo Stato anarchico.
Il comunismo, marxista o kropotkiniano, di qualunque genere e di
qualunque marca, non potrà mai attuare il conformismo universale ed il
mondo dei fantocci uguali. Ma, per mantenersi, dovrà sempre basarsi
sulla imposizione e la violenza, la sbirraglia e la galera.

***

Ammettendo però, contro ogni verosimiglianza, che il conformismo


economico, imposto dal comunismo, potesse diventare la realtà di
domani, riuscirebbe esso a fare scomparire ogni attrito e ogni conflitto e
a realizzare pienamente l’armonia universale ?
I marxisti credono di si perché, secondo il loro semplicismo
materialista, gli uomini sono tante pecore uguali dominate soltanto dal
bisogno del ventre; e quando tutti hanno la pancia piena, vivono in pace
e si trovano sempre d’accordo.
Io invece sono convinto del contrario, avendo dell’uomo una diversa
concezione.
Infatti se pur fosse possibile eliminare le cause economiche che
spingono gl’individui gli uni contro gli altri armati, la guerra durerebbe
ancora essendovi altre cause, antropologiche e psicologiche, che
determinano i contrasti. Oggi io sono costretto a pugnare contro i miei
simili per un tozzo di pane e una femmina. Domani il comunismo mi
riempirà lo stomaco ed il libro amore metterà a disposizione della mia
lascivia tutte le donne delle quali avrò desiderio. Ma, malgrado ciò, io

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continuerò a battermi per fare trionfare le mie idee contro quelle altrui,
o perché sarò invidioso della forza o dell’intelligenza del vicino, o
anche perché m’inspirerà antipatia. Il cozzo delle passioni e degli ideali
genera fra gli uomini odi ben più implacabili di quelli che nascono dal
cozzo degli interessi. Un sentimento o una fede, un’inclinazione
contrariata o una convinzione combattuta, possono spingere alla pugna
meglio che la sete dei godimenti materiali. Ed è vano dire che quando
saranno risolte le contraddizioni degli interessi economici e si procederà
ad un’organizzazione razionale della vita, l’uomo perderà gl’impulsi
antisociali e armonizzerà spontaneamente con i suoi simili. Invece
l’uomo non è determinato dall’interesse e dalla ragione, come credono i
materialisti e i razionalisti: egli è un essere estremo, antinomico ed
irrazionale, ha sentimenti diversi ed opposti, passioni ardenti e
contraddittorie e vuole soddisfarle tutte, vuole fare il bene quando sente
fare il bene e il male quando sente fare il male. L’uomo pretende la
libertà ma questa non è il primato della ragione sull’oscuro fondo
psichico, ma invece è la libertà del capriccio, della fantasia ,dell’istinto,
la libertà romantica, individualista, che si ribella al giogo della ragione
e del benessere obbligatorio.
Un grande psicologo che ha sondato le profondità abissali dello spirito,
Dostoevskij, ha scritto a tale proposito:
« C’è un caso in cui l’uomo si propone coscientemente delle
sciocchezze, delle assurdità: ed è per avere il diritto di desiderare
l’assurdo e di non essere legato dalla necessità di desiderare solo quello
che è ragionevole. Allora questo capriccio, questa cosa assurda, è per
noi più vantaggiosa di qualunque altra cosa. Essa ci è utile anche se ci
procura un male evidente, se contraddice le conclusioni più sane dei
nostri giudizi concernenti i nostri interessi, perché, in tutti i casi, tutela
quello che per noi v’è di più essenziale e di più caro, vale a dire la
nostra personalità e la nostra individualità (1) ».
La vita non è retta da leggi razionali od economiche, non è regolata da
contegnose formule inamidate o da fredde teorie deterministiche, ma
« è un’inesauribile sorgente d’imprevisto e di sempre nuova ricchezza,
forza tumultuosa e feconda che va al di là dei prognostici e dei
programmi umani, per affermarsi secondo un suo ritmo segreto ».

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L’uomo non è tutto d’un pezzo, non è tutto logico o utilitario, ma è un
essere problematico e misterioso che si rivela in modo continuamente
nuovo perché si abbandona alle diverse ed opposte passioni che
prorompono dal suo fondo oscuro. La ragione non riuscirà mai a
disciplinare queste passioni come mai riuscirà a sottomettere la vita alle
sue regole. Nietzsche ha detto che « le passioni cattive ed antisociali,
odio, invidia, cupidigia, spirito di dominazione esistono profondamente,
essenzialmente nella vita (2)»; e Dostoevskij ha insegnato che « la
natura umana non è riducibile alle operazioni della ragione. Vi sarà
sempre un resto d’irrazionalità che sarà la sorgente della vita ».
Perciò l’armonia sociale è una vana chimera. Nel mondo non s’istaurerà
mai quel regno di « vigliacchi felici » dei quali parla Lecomte de Lisle
con disprezzo. L’uomo ha bisogno della lotta per sviluppare completa-
mente la sua personalità, per temprarsi nel pericolo, per osare e
trionfare. E quanto più ricca e complessa è la sua anima tanto più si
abbandona ad impulsi contrari e si batte per cause sante come per cause
malvagie, tripudiando nella libertà arbitraria dell’uomo sotterraneo di
Dostoevskij o del superuomo di Nietzsche.
Quelli che vogliono imporre il bene universale e pretendono
trasformare il mondo in un Eden sono come il Grande Inquisitore nei
«Fratelli Karamazov»: dei tiranni fanatici che violentano la vita,
opprimono l’umanità e versano fiumi di sangue per la realizzazione di
un impossibile sogno.
L’idea della fratellanza universale ha avuto al proprio servizio gli auto-
da-fe e la ghigliottina: oggi ha il colpo alla nuca della Ghepeù (3).
Stalin discende da Torquemada.

(1) P. Dostojewski, Lo spirito sotterraneo.


(2) F. Nietzsche. Al di là del bene e del male
(3) Oggi la polizia politica russa ha cambiato nome. Ma è sempre la stessa cosa.

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A TU PER TU CON LA SETTA

DURANTE trent’anni di lotta rivoluzionaria mi sono trovato spesso con i


comunisti in Italia e all’estero, in carcere o al confino. Ho avuto cosi
agio di conoscerli a fondo e di comprendere quale grave pericolo essi
rappresentano per l’avvenire dell’umanità.
Fra noi, fin da principio, si è manifestata una reciproca e violenta
antipatia. I servi di Stalin mi detestavano ed io li attaccavo tutte le volte
che ne avevo l’occasione. Il nostro dissidio non era determinato soltanto
dalla diversità di idee ma anche dall’irriducibile opposizione dei
temperamenti.
Io ho l’anima inquieta e tormentata del romantico, un’anima dionisiaca,
refrattaria all’imbrigliamento e assetata di lontananza. La mia eccessiva
sensibilità, le mie ardenti passioni, il disperato anelito verso una vita
nuova e una libertà sconfinata, mi rendono fratello di quei lirici,
vagabondi e nostalgici che, durante il XIX° secolo, cercarono al di là di
ogni stabile ordine le più folli ebbrezze. Con Nietzsche potrei spiegare
le vele e partire sognando un caldo sud tropicale o una Grecia vestita
d’indaco immarcescibile; con Stirner potrei dirigermi verso un futuro
caotico ed invocare una scapigliata anarchia, licenziosa come una
baccante dai seni erti e dai capelli al vento; con Baudelaire potrei
aspirare l’avvelenata fragranza dei fiori del male ed impazzire nel
desiderio di una bellezza che scende dal cielo o dall’inferno ma rende
meno sozzo l’universo e meno pesante il tempo.
Però con Gramsci o con Togliatti, con Roveda o con Boretti, non potrei
mettermi in un treno popolare e andare a Mosca. No ! La mia natura si
ribellerebbe...
I comunisti non sono degli uomini; non sono nemmeno delle bestie;
sono degli automi, privi di sentimenti, freddi come il ghiaccio ed
azionati soltanto dal fanatismo che in loro non è una passione o una
fede intensa, qualche cosa che brucia internamente e spinge alla lotta e
al sacrificio, ma un dovere razionale utilitario. « La mia ragione — dice
il bolscevico — mi dimostra che il mio interesse di proletario è di

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diventare comunista. Perciò entro nel partito, ubbidisco di-
sciplinatamente ai capi, mi voto interamente alla causa e soccombo
anche al suo servizio. Ma tutto ciò lo faccio sempre per un interesse
materiale, per socializzare la ricchezza e creare un mondo nuovo nel
quale io — se sopravviverò — e tutti gli altri lavoratori potremo
mangiare e stare bene ».
Naturalmente il comunista ha anche la speranza inconfessata che nella
società futura potrà mangiare un po’ più degli altri ed esercitare
un’autorità come commissario del popolo o agente della Ghepeù o, in
mancanza di meglio, come custode sovietico dei monumenti vespasiani.
Quella di comandare, di dettar legge, è una passione comunista.
Mangiare e comandare: ecco i due soli bisogni del bolscevico cosciente.
All’infuori di questi non ve ne sono altri. E siccome il comunismo
promette il soddisfacimento delle due supreme esigenze, il bolscevico
lotta fanaticamente per l’avvento di Stalin.
Ma questo fanatismo freddo, materialista, dettato dalla ragione la quale
dimostra che è meglio soffrire oggi per godere domani; questo
fanatismo basato sul calcolo e privo d’ogni slancio di sentimento, di
ogni calore d’ideale, d’ogni soffio di sogno, è quanto di più mostruoso
si possa immaginare. E’ la sola forza motrice di creature dall’anima
inaridita e dal sangue gelato, l’unico sostituto delle passioni umane che
mancano, per un capriccio della natura, o che sono state soffocate
dall’educazione marxista.
Avvicinate un seguace di Stalin: vivete con lui; rimarrete sbigottiti
dall’assoluta assenza d’ogni sensibilità, dalla freddezza glaciale di
questa macchina verniciata di minio rosso. Ascoltate le sue definizioni:
il sentimento: una debolezza, roba da donnicciola isterica. La pietà: una
svenevolezza da signore con la pancia piena. L’amore: una menzogna;
non esiste che il bisogno sessuale; possedere una donna è come bere un
bicchier d’acqua. L’arte: un lusso da borghesi, una cosa inutile;
distoglie dalla lotta politica. L’ideale: la trasposizione ideologica
degl’interessi di classe. La volontà: un’apparenza illusoria del
determinismo economico su cui non esercita nessuna azione. La realtà:
il bisogno del ventre.

32
Voltaire diceva che leggendo le opere di Rousseau sentiva il desiderio
di camminare a quattro zampe. Io, dopo aver parlato con un comunista,
sento la necessità di una scorpacciata di spaghetti.
Un geometra siciliano, V. G., che conobbi in carcere a Genova nel 1925
ed ho rincontrato nel 1937 nell’isola di Tremiti, dov’era confinato
politico come me, si dilettava di poesia. Quando gli chiesi, alla presenza
dei suoi compagni, se avesse più scritto versi, arrossì. Si vergognava
d’aver speso per la lirica il pensiero e il tempo che doveva dedicare
unicamente all’idea.
Il professore Torelli (quello che confonde il Khantismo con l’idealismo
gentiliano) mi diceva che all’umanità è più utile un tornitore meccanico
che un poeta. «-Dante e Shakespeare valgono meno di un operaio
specializzato ; la poesia non serve a nulla » affermava con tono di
superiorità. Io però gli rispondevo che sono inutili solo i professori
universitari che danno le lauree alle bestie come lui. Litigavamo e,
trasportato dall’ira, una volta gridò: « Si, dei poeti non sappiamo cosa
fare. Quando verrà il comunismo li metteremo a scaricare carbone nei
porti ».
La zelante staliniana Domenica Montemartini, che trovai a Tremiti nel
1935, mi riferì entusiasticamente che in Russia le donne lavorano come
gli uomini, nelle fabbriche, e fanno anche le fuochiste, le manovali ecc.
« Ciò non è giusto — osservai — perché la donna non può sopportare
lavori pesanti. Dinanzi ad un altoforno la sua pelle si brucia, la sua
carne perde ogni morbidezza e ogni candore. Se la costringi a portare
pesi la sua schiena si curva. Se la metti a limare o a piallare le sue mani
si sformano. La donna non può compiere che quei lavori leggeri che
non le fanno perdere la sua bellezza ».
La Montemartini scoppiò a ridere.
« Della bellezza possiamo farne a meno — replicò. — Nella società
comunista vi saranno donne con le mani grosse e callose e coi corpi
curvi ma la produzione aumenterà ».
E’ in nome di questo gretto utilitarismo che i bolscevichi vogliono
sacrificare all’incremento della produzione materiale ogni altra cosa.
Per la loro miopia materialista quando l’uomo ha la pancia piena è sod-
disfatto e non sente nessun altro bisogno. Le esigenze dell’intelletto e

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del sentimento non esistono, la vita si riduce ad una scodella di riso e ad
una bistecca, la felicità è nello stomaco sazio.
Anche le donne, snaturate dall’educazione comunista, hanno perduto gli
attributi della femminilità, si sono mascolinizzate nel senso peggiore
della parola, ostentano brutalità, ruvidezza, sgarberia, in dispregio alla
grazia e alla finezza del loro sesso. Non conoscono l’amore, negano il
legame affettivo, ammettono solo la funzione fisiologica. Quando si
danno, per foia bestiale, chi le possiede ha la sensazione di accoppiarsi
con una cagna. Poi, dopo l’amplesso, lasciano l’uomo senza un bacio,
senza una carezza, e se ne vanno coi compagni a parlare del piano
quinquennale e della sagacia di Stalin.
Una di queste femmine che in un albergo di Napoli venne a letto con
me, profittò dell’occasione per tentare di catechizzarmi. Mentr’io,
spossato dalla lunga battaglia, abbandonavo la testa sul suo seno e
bevevo il profumo della carne giovane e fresca, lei, invece di parlarmi
d’amore, mi parlava di comunismo.
Annoiato dalla predica che, in quel momento, era più che mai
importuna, le chiesi:
« Voi comunisti affermate che l’armonia sociale sarà il prodotto fatale
della storia, che l’accordo generale e permanente fra gli uomini si
realizzerà come conseguenza di condizioni che dovranno
ineluttabilmente verificarsi. Ebbene perché volete imporre
violentemente la dittatura del vostro partito e schiacciare tutti quelli che
non pensano come voi? Perché instillate nei vostri compagni il
fanatismo, l’insensibilità, la crudeltà, allo scopo di trasformarli in settari
perfetti, votati unicamente alla causa e decisi a farla trionfare con ogni
mezzo? Lasciate che tutto vada per il suo verso, non lottate, non
cospirate e ciò che deve avvenire, per effetto del determinismo
economico, avverrà ».
« Ma noi vogliamo accelerare il processo storico, affrettare il
disfacimento della società capitalista » rispose pronta.
« Ma il processo storico non si lascerà accelerare da voi e si prenderà
tutto il tempo che vorrà. Perciò se la smetterai di raccontarmi tante
sciocchezze e mi bacerai sulla bocca e mi dirai che mi vuoi bene,

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nell’anno 3100 il marxismo s’istallerà ugualmente nel mondo, grazie
alle infallibili leggi che regolano il corso degli umani eventi ».
La zelante bolscevica si stizzì, saltò dal letto, si vestì e andò via senza
rivolgermi una parola. Ed io dovetti passar solo la notte, lanciando
benedizioni a Stalin e Carlo Marx.
L’ebreo di Treviri, nei suoi saggi su Fueurbach, ha abbozzato una
filosofia della prassi che si avvicina a quelle altre filosofie
maggiormente sviluppatesi in seguito e che tendono a superare il
dualismo gnoseologico, la distinzione fra io e non-io. Il soggetto pone
l’oggetto il quale reagisce sul soggetto che l’ha posto.
L’io si rappresenta il mondo, lo fa sentendolo, rappresentandoselo; il
mondo, ha detto Marx, non è il dato ma il prodotto dei sensi. Però tutte
le rappresentazioni e le sensazioni dell’io vengono dal mondo; io
non posso pensare, volere e sentire che nelle forme che il mondo
determina, cioè non posso pensare, volere e sentire che le cose che il
mondo mi offre e nel modo come me le presenta. Per conseguenza non
è possibile stabilire dove finisce il soggetto e dove comincia l’oggetto e
viceversa. La materia, per Marx, non è come per i materialisti antichi, la
materia in sé, indipendente dalla sensazione umana, ma la materia che
io faccio col mio sentire, la materia sensibile, relativa all’uomo; però
questa materia reagisce su me e mi determina coi bisogni che mi dà, coi
bisogni materiali, economici.
Questa filosofia si basa su di una premessa dalla quale partono anche
altre filosofie ben diverse da quella marxista; ma è appunto una tale
premessa che nego. Io non mi sono fermato sulle vecchie posizioni
Khantiane ma non ho mai potuto superare il dualismo di soggetto ed
oggetto. Io non so se le cose sono poste da me, come pretendono gli
idealisti, oppure se le cose esistono in sé, fuori di me, come assicurano i
realisti. Non so se la sensazione sia la reazione allo stimolo che il
mondo oggettivo esercita sui miei sensi oppure se sia, invece, uno stato
di coscienza che si estende nella rappresentazione spaziale e
quantitativa come asserisce Bergson. Ma so bene, però, che io esisto e
che come io, come soggetto, mi distinguo dalle cose che pongo io
oppure che esistono in sé (fuori di me) come noumeno, secondo

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l’agnosticismo, oppure come realtà conoscibile, secondo lo gnosticismo
razionalista.
Io sono una realtà ed il mondo ne è un’altra; ed io so che io ed il mondo
non formiamo una sola e stessa cosa perché posso pensare e sentire in
me anche altrimenti da come il mondo determina. I mistici pensano e
sentono l’infinito, vogliono anzi annientarsi in esso; pure l’idea
dell’infinito non può essere inspirata dal mondo delle creature e delle
cose finite. Vi sono nel mio fondo dei bisogni essenziali, delle tendenze
radicate, che non possono venire dal di fuori, non possono identificarsi
con l’effetto di cause esterne, perché nell’esterno manca l’elemento che,
influendo sulla interiorità dell’anima, le susciterebbe. Allora è possibile
stabilire dove finisce il soggetto e dove comincia l’oggetto. Dove si
trova, unito a quello che corrisponde al di fuori, qualche cosa che è
soltanto mia, che non trova rispondenze esteriori, v’è l’io. Invece, dove
comincia un mondo estraneo che influisce su me com’io reagisco su
esso, perché fra noi vi sono affinità ed opposizioni ma giammai identità,
s’inizia l’oggetto.
Che poi quest’oggetto sia posto da me (secondo l’idealismo) o esista in
sé, (secondo il realismo), è questione che non mi interessa e che, in ogni
caso, non può distruggere la distinzione fra soggetto ed oggetto. Perché
se l’oggetto è posto da me, dal mio spirito (individuale, secondo il
solipsismo, universale, secondo l’idealismo), allora questo spirito
rappresentandosi l’oggetto, proietta in esso se stesso. Ma non è
necessario che, nella proiezione, vi sia tutto lo spirito proiettantesi. Lo
spirito può non proiettare il suo fondo ultimo, l’essenza di se stesso,
proprio per mantenere in se qualche cosa che lo distingua e lo
contrapponga all’altra parte di se stesso, che ha estraniato da sé, per
rappresentarsela come oggetto.
Invece se soggetto ed oggetto sono realtà distinte ed esistenti ciascuna
in se stessa, la conseguenza è che possono influire l’una sull’altra ma
fino ad un certo punto, oltre il quale il soggetto resta soggetto e
l’oggetto resta oggetto. L’essenza di ciascuno rimane qual è e non
subisce la influenza dell’essenza opposta.

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Quindi, sia alla luce della filosofia idealista come di quella realista, l’io
è un fatto innegabile che non può essere annientato nel mondo da cui si
distingue .
Come non può essere confuso o identificato cogli altri io, con gli altri
spiriti, con i quali ha, si, molte affinità ma unite ad una propria essenza,
ad un proprio modo di essere, che lo distingue e lo separa da tutti.
Questa constatazione contraddice ugualmente il dualismo di Tomaso
d’Aquino che si risolve nell’adeguazione dell’intelletto alle cose, come
il monismo idealista di Hegel ed il monismo materialista di Marx che
giungono all’immedesimazione finale fra l’interiore e l’esteriore. Però
questa stessa constatazione spinge anche un filosofo relativista, che non
riconosce altra realtà all’infuori della fenomenica, a ritenere che, fra
tutte le ipotesi metafisiche, la più accettabile sia quella pluralista.
Quando spiegavo tali cose alla dottoressa Z. (che oggi dev’essere un
pezzo grosso oltre il sipario di ferro) mi rispondeva che io sono (che
vergogna) un idealista, e che l’io è un’illusione, l’individuo non esiste.
« Già il tuo Marx ha detto lo stesso — rispondevo. — L’individuo è
un’astrazione, la realtà è l’essere sociale. Ma vorrei sapere come
potrebbe esistere una società se non vi fossero gl’individui che,
associandosi, la formano. L’individuo, invece, può esistere anche senza
la società, ritornando selvaggio ».
« Ma questo è che volete voi anarchici — rispondeva la dottoressa. —
Volete il ritorno allo stato di natura, siete seguaci di Rousseau. Ma
come sarebbe possibile oggi ritornare indietro? Il macchinismo porta al
collettivismo, la civiltà industriale crescente tende ad un’organizzazione
sempre maggiore nella quale l’individuo sarà assorbito, scomparirà. Nel
mondo futuro non vi saranno più tipi romantici, individualità, ma rotelle
del meccanismo sociale ».
La dottoressa Z. è una donna sui trent’anni, bionda, piacente, non
completamente mascolinizzata, come le altre comuniste, e capace di
conquistare la simpatia di un uomo. Con me non è mai venuta a letto,
quantunque glielo abbia proposto parecchie volte, e perciò mi è rimasto
il desiderio insoddisfatto delle carezze che avrei voluto prodigarle.

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Ma, in quel momento, invece di carezze le avrei dato uno schiaffo. Con
quanta voluttà, con quale immenso compiacimento, parlano i comunisti
dell’annientamento dell’individuo …
Essi non hanno che un fine: la spersonalizzazione. Vogliono smorzare i
colori vivaci dell’individualità nell’uniforme grigiore della massa in-
differenziata» Sognano una umanità di automi, perfettamente uguali,
che si muovono meccanicamente nella caserma industriale. Aspirano ad
un vita regolata e disciplinata nei più minuti particolari, ad una vita che
sia come un orologio di precisione. Odiano l’originalità, il libero,
l’imprevisto, il romantico. E lodano tanto l’organizzazione e la scienza
perché credono che la scientificizzazione del mondo produrrà il tipo che
essi desiderano. L’uomo senza sentimenti e senza spontaneità,
l’automa.
Nietzsche ha scritto che occorre dare alla vita un senso eroico. I
comunisti vorrebbero darle un senso meccanico. Ma il macchinismo
crescente, l’industrialismo esasperato che spersonalizza l’uomo, non
sono tendenze fatali della civiltà. Esse possono essere frenate e si può
impedire che l’individuo sia trasformato nella rotella di una macchina .
Romantico e individualista, per temperamento e per convinzione, io
dovevo necessariamente rompermi con i comunisti sebbene, al par loro,
mi battessi contro la società borghese. Passionale e lirico cercatore di
vergini foreste e di tropicali ebbrezze non potevo rinchiudermi nella
caserma industriale insieme coi bolscevichi dal sangue di pesce e dagli
occhiali a stanghetta.
A tu per tu con la setta, in Italia e all’estero, in galera e al confino, le ho
sputalo sul muso il mio disprezzo.

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RICORDI DEL ‘20

Nel 1920, all’età di 16 anni, cominciai a lottare contro la società


borghese e contro i bolscevichi, odiosi rappresentanti del nuovo ordine,
totalitario e demagogico, che doveva raccogliere l’eredità del
capitalismo morente.
Ero allora fuggito di casa, sottraendomi alla disciplina paterna che
pesava duramente su me e avevo raggiunto a Milano Errico Malatesta,
ritornato pochi mesi prima da Londra.
Nato a Caserta in una famiglia borghese, cresciuto in mezzo a gente che
andava in chiesa tutte le domeniche e aveva il culto delle istituzioni e
della conservazione sociale, io, studente quindicenne, ero divenuto
anarchico per effetto delle letture filosofiche e letterarie alle quali
appassionatamente mi dedicavo e, sopratutto, per il mio temperamento
ribelle, insofferente d’ogni freno e d’ogni comando.
Quando i miei parenti conobbero le mie idee e seppero che le
manifestavo pubblicamente, furono colpiti dalla folgore dello stupore e
dell’ira.
« Com’è possibile, Ninnillo, che vuoi fare il petroliero, tu che sei nato
un signore ? » mi chiedeva, angosciata, la mia buona, vecchia nonna.
Mio padre, professore di lettere nei licei dello Stato, temuto dagli
studenti per la sua severità e l’inflessibile disciplina che manteneva
nella scuola, pretendeva impormi la rinunzia delle idee e m’infliggeva i
pili spietati castighi nella speranza di piegarmi.
Non ottenne altro esito che quello di farmi fuggire di casa, dopo cinque
o sei mesi di litigi feroci.
Mi ricoverai prima a Salerno, dove fui ospitato dal segretario socialista
della Camera del Lavoro, Nicola Fiore; poi andai a Milano da Errico
Malatesta per il quale mi consegnò una lettera di presentazione il den-
tista napoletano G. I.
Col vecchio agitatore anarchico mi trovai d’accordo nei primi tempi: lo
accompagnavo nel giro di propaganda che faceva per l’alta Italia e
parlavo insieme a lui, nei comizi, impressionando le folle con la mia

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giovane età e con l’entusiasmo rivoluzionario che trasfondevo nei miei
discorsi.
Ma poi, trascinato dal mio temperamento che mi spingeva sempre più a
sinistra, divenni un anarchico individualista e criticai aspramente la
costituzione dell’Unione Anarchica Italiana, sorta sotto gli auspici del
Malatesta e dei due luogotenenti Luigi Fabbri e Camillo Berneri.
Sebbene fossi un ragazzo io ero più logico dei papaveri dell’anarchia
ufficiale e comprendevo che, organizzandosi, i libertari sarebbero
fatalmente caduti sotto una disciplina e sotto la direzione di capi ed
avrebbero cosi finito d’essere senza governo. Comprendevo che il
partito soffocava l’anarchia e mi ribellavo a questa miserabile
degenerazione che minava l’idea per la quale ero fuggito dalla famiglia
e avevo interrotto gli studi. Mi ruppi perciò con Malatesta e mi trasferii
a Vigevano presso i compagni di quella città che mi de sideravano come
propagandista.
Allora credevo ancora che le folle, convinte dalla mia parola, potessero
aiutarmi a realizzare il grande sogno nichilista, distruggendo tutte le
catene materiali e spirituali, tutte le istituzioni e i dogmi, ed instaurando
nel mondo la libertà sconfinata per tutti. Non coltivavo l’illusione
dell’armonia sociale futura ma ritenevo che la lotta libera, temperata
dalle alleanze e dalle intese spontanee, sarebbe stata preferibile
all’insopportabile giogo delle leggi e delle morali. Pensavo che nella so-
cietà odierna l’uomo, prostrato dall’ubbidienza, non si difende contro i
tiranni che l’opprimono e diventa la vittima dei loro soprusi ed
angherie. Ma quando ciascuno non vorrà più sottomettersi all’altro e
cercherà vivere indipendentemente, nessuno riuscirà a piegarlo. In un
mondo anarchico ogni individuo, senza dio e senza padrone, accrescerà
con ogni mezzo la propria forza per servirsene nei casi nei quali non
riuscirà ad accordarsi con i vicini. I forti rimarranno tali ma i deboli,
spronati dalla necessità e svincolati da ogni ritegno etico e legale,
svilupperanno maggiore energia. L’uomo potrà morire in battaglia: ma
fin quando rimarrà vivo sarà libero. E se l’ordine sociale si sfascerà,
tanto meglio. Per troppo tempo abbiamo vegetato nel gregge: ora
occorre che la vita sia pericolosa ed intensa. E’ più bello vivere un

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giorno da leone che cent’anni da pecora. Malatesta condanna Bonnot
ma questi è il vero anarchico a cui dobbiamo inspirarci.
Animato da tali idee che erano tanto diverse da quelle dei compagni
( ?), spronavo gli schiavi al rovesciamento dell’esistente. « Ma non
basta travolgere i padroni attuali — aggiungevo — bisogna impedire
che ne vengano altri, che s’instauri la dittatura socialista o comunista.
L’uomo deve diventare libero, non deve riconoscere padroni o capi.
L’onta maggiore, per un individuo, è quella di ubbidire perché,
ubbidendo, dimostra di non sapersi reggere da sé, d’essere come un
bambino al quale occorre la tutela e la guida del papà. Ma noi vogliamo
fare quello che ci piace, desideriamo intenderci o divergere a nostro
estro. Voi proletari gridate spesso: Venga Lenin ! Ma non pensate che
anch’egli sarà un tiranno che, coi pretesto di mantenere l’ordine, vi farà
filare sotto la sferza ? »
Naturalmente questi discorsi garbavano poco ai capoccia socialisti che
facevano professione di disinteresse e dichiaravano ipocritamente
d’aspirare al potere solo per il bene del proletariato. Ma io li
rimbeccavo in tutti i comizi e gridavo altamente ch’erano dei farabutti e
volevano governare per riempirsi il portafogli ed opprimere gli operai.
E quand’essi mi rispondevano che tendevo al disordine, replicavo: « Sì,
meglio il disordine perché questo non arrecherà all’umanità danni tanto
gravi quanto quelli che apporterebbe la vostra dittatura ».
A Vigevano ero diventato la bestia nera dei demagoghi. Quando
apparivo nei comizi e chiedevo la parola, al segretario della Camera del
Lavoro veniva la febbre. Il 6 giugno 1920 in una pubblica riunione in-
detta per protestare contro l’aumento del prezzo del pane, mi espressi
tanto violentemente che il commissario di pubblica sicurezza m’arrestò.
La folla, invitata da me ad abbattere tutte le autorità e a strappare le
ricchezze ai borghesi, assalì i poliziotti. Il commissario fu bastonato, i
carabinieri disarmati. Due deputati socialisti, il segretario della Camera
del Lavoro e tutti i rappresentanti del P.U.S. se la diedero
coraggiosamente a gambe. Io, ragazzo di sedici anni, mi misi alla testa
della sommossa. Rimasi padrone della città fino alla sera. Poi
arrivarono le guardie regie da Pavia e cominciò la reazione. Mi
sottrassi, per miracolo, alle ricerche e fuggii a Milano. Continuai a

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svolgere la mia azione di agitatore ma finii per convincermi che la
rivoluzione non si sarebbe scatenata.
La temperatura era salita ad alta pressione, le folle bramavano la
ricchezza della borghesia e scendevano nelle piazze con propositi
minacciosi ma bastava un aumento di salario, una concessione
insignificante, per calmare i bollenti spiriti e allontanare il pericolo.
Rivoluzionarismo da osteria era quello d’allora. Prorompeva
nell’invettiva contro il pescecane ed il governo, tumultuava nei comizi,
si esauriva negli scioperi ma non si decideva mai ad imbracciare il
fucile e a costruire le barricate. I socialisti, che dirigevano il
movimento, si servivano dello spauracchio insurrezionale per terroriz-
zare i borghesi e ricattare Giolitti. Ottenevano così tutto quello che
volevano, spadroneggiavano nel Parlamento e nel Paese, si
assicuravano laute prebende e lucrosi impieghi e a fare sul serio la
rivoluzione non ci pensavano nemmeno. La predicavano nelle piazze
per impaurire i capitalisti e costringerli a cedere alle continue richieste ;
ma poi quando vedevano la massa disposta ad agire la frenavano essi
stessi, dicendo che non era ancora il momento buono, la calmavano col
contentino della paga migliorata e la mandavano nelle bettole a cantare
« bandiera rossa » e a gridare, fra un quarto e l’altro, « Lenin verrà ». I
proletari pecoroni si mostravano terribili quando i capi rossi posavano
ad incendiari, ma si ammansivano subito e rinunziavano al 48 se un
qualunque arruffapopolo del P.U.S. saliva su di un tavolo e diceva che
bisognava, sì, abbattere la borghesia ma non subito, bensì domani o
dopo, quando i capi avrebbero dato il segnale. La gazzarra continuava,
gli operai schiamazzavano e scioperavano ma non si spingevano più in
là, i borghesi impauriti riprendevano coraggio e tutti quei demagoghi,
quegli opportunisti, quei cerca-pagnotte che s’erano riuniti intorno al
vessillo socialista, mangiavano a crepapancia e si riempivano il
portafogli. Privi d’ogni idea e spronati soltanto dall’insaziabile fame
essi pensavano che sarebbe stata una sciocchezza affrontare la guardia
regia e il piombo dei suoi moschetti ora che la greppia era piena e il
governo condiscendente. La rivoluzione doveva servire per i discorsi
dei comizi ma tradurla nella realtà era tutt’altra cosa. Perché guastarsi la

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digestione e sfidare i pericoli invece di contentarsi della pappatoria
assicurata e della medaglietta carpita ?
I comunisti, ancora uniti coi socialisti, tuonavano contro i dirigenti del
P.U.S. e li accusavano di tradimento; ma, in sostanza, non facevano
nulla nemmeno loro e rimanevano disciplinati agli ordini dei capi.
Gli anarchici erano pochi e non potevano, da soli, trascinare le masse.
Malatesta s’illudeva nella speranza del fronte unico e si lasciava
rimorchiare dai socialisti, portando con sé tutti i compagni organizzati,
sotto la sua direzione, nell’Unione Anarchica Italiana.
La situazione non appariva promettente ed io comprendevo che la
rivoluzione non sarebbe avvenuta e che socialisti e popolari avrebbero
continuato ad imperare, adescando le lolle e ricattando la borghesia la
quale, alla fine, si sarebbe abbandonata alla reazione. Intuivo che al
potere dei demagoghi e dei preti, dei D’Aragona e dei don Sturzo,
sarebbe seguito, a breve scadenza, un governo forcaiolo che avrebbe
stroncato ogni velleità di sovvertimento e ripristinato l’ordine. E seppur
non si fossero avverate queste nere previsioni e la rivoluzione
improvvisa avesse travolto il vecchio mondo, che cosa ne sarebbe
venuto? L’anarchia che anelavo? No, la dittatura di Bombacci e di
Misiano, il despotismo bolscevico di cui io sarei stato la prima vittima.
Malgrado ciò continuai a lottare e mi sforzai di infiammare le masse e
di spingerle contro tutti, contro la società borghese, il socialismo ed il
comunismo, per la realizzazione dell’ideale libertario. Divenni a Dio
spiacente ed ai nemici suoi e mentre le guardie regie mi sparavano
addosso a Milano, Malatesta mi attaccava su « Umanità Nova » e, poco
dopo, in Lomellina, i socialisti organizzavano contro me un’aggressione
alla quale sfuggii per puro caso. Il 29 luglio 1920, a Voghera,
commemorai in un pubblico comizio Gaetano Bresci e fui denunciato
per apologia di regicidio. Parlai in altri due comizi e piovvero contro
me altre denunzie per istigazione a delinquere ed eccitamento all’odio
tra le classi sociali. Fui rinviato al giudizio della Corte d’Assisi di
Voghera e costretto a fuggire onde evitare l’arresto.
Ormai ero profondamente disilluso e comprendevo che le masse non
solo non avrebbero instaurata l’anarchia ma nemmeno fatta la
rivoluzione. Del resto a cosa sarebbe servita una rivoluzione

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addomesticata che avesse mandato via il re e i borghesi per sostituirli
con Turati e con don Sturzo o, anche, con Bombacci e con Misiano?
Quale beneficio ne sarebbe venuto se al posto del volpone di Dronero si
fosse messo Giacinto Menotti Serrati, colui che era stato chiamato spia
n. 8 ed accusato di aver denunziato in America Luigi Galleani alla
polizia ?
La trasformazione radicale della vita, la grande metamorfosi alla quale
aspiravo, non poteva tradursi nei fatti perché le folle erano gregarie, non
sapevano stare senza il pastore e non lo mandavano via se non per
mettersi sotto la tutela di un altro. Non dovevo quindi sperare più nel
Muspell sociale dalle cui fiamme sarebbe nata la giovinezza eroica
dell’unico, ma considerare l’anarchia come l’eterna rivolta dell’in-
dividuo irriducibile contro tutte le società che si succedono nella storia.
Dovevo comprendere che l’eccezione prometea è destinata a combattere
non solo gli Stati e le autorità, ma anche l’istinto conservatore delle
folle adagiate in un’abitudine millenaria d’ignavia. Dovevo —
nell’estrema risolutezza della mia tragica disperazione — accettare
questa lotta eterna del reprobo contro tutti e inebriarmi col nepente che
dal suo seno stilla.
« L individualismo — ha detto Maurizio Barrés
— è il sentimento dell’impossibilità che esiste di conciliare l’io
particolare con l’io generale ».
E nel crepuscolo delle mie ultime illusioni, sulla bara dei miei sogni di
rigenerazione universale, fissavo gli occhi aperti nella notte paurosa
della battaglia senza soste e mi preparavo a tuffarmi nell’insidia delle
sue tenebre per cercare le stelle lontane e morire.
Spronato da questi sentimenti li espressi in alcuni articoli che furono
pubblicati nella rivista « L’Iconoclasta » di Pistoia. Ma, in tutta Italia,
uno solo fu d’accordo con me, un giovane autodidatta, intelligentissimo
e ribelle, Renzo Novatore che, due anni dopo, cadde sotto il piombo
della sbirraglia feroce.
Invece la miserabile congrega dei pennaioli, semi-anarchici e
malatestiani, mi saltò addosso e, dai suoi giornali, fulminò l’anatema.
Quei pallidi libertari che sognavano la zuccherata quiete di
un’immancabile città del sole di cui aspiravano diventare i direttori

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d’orchestra dell’armonia generale, si scagliarono furibondi contro me e
Novatore che propugnavamo un’anarchia individualistica e prometea,
un’insurrezione personale che disfaceva ogni organizzazione sociale,
sia pure ipocritamente camuffata con la maschera anarchica. Alla testa
della congrega si piazzò il professore di filosofia Camillo Berneri che
possedeva un’anima veramente pretina e tendeva alla costituzione di
una chiesa libertaria diretta dalla sua autorità di grande sacerdote.
Berneri, che voleva sostituire un dogma ad un altro dogma, una
religione ad un’altra religione, una società, organizzata e moralizzata,
ad un’altra società, organizzata e moralizzata, doveva necessariamente
odiare chi, come me e Novatore, voleva distruggere tutti i dogmi, tutte
le religioni, tutte le organizzazioni etiche e sociali, per fare trionfare la
libertà naturale dell’individuo, sciolto da ogni ceppo e restituito alla
spontaneità. Quindi, contro me e Novatore, Berneri vomitò tutta la sua
acredine. Ed ebbe gli elogi della chiesa osannante al nuovo inquisitore
che chiedeva la testa degli eretici maledetti.
In seguito Berneri divenuto, dopo la morte di Malatesta, pezzo ancora
più grosso della congrega anarchica, riparò in Francia dov’ebbe
rapporti, non troppo chiari, con una spia fascista, un certo Menapace. E
infine, nel 1937, fu ucciso in Ispagna dagli sgherri staliniani, per motivi
di rivalità fra le chiese contrastanti.
Intanto in Italia, in quell’ormai lontano autunno del 1920, io vivevo
giorni tristi ed indimenticabili. Costretto a fuggire continuamente, a
spostarmi da un luogo all’altro per evitare l’arresto; boicottato subdola-
mente dai compagni in Caino; privo di mezzi e non disponendo che dei
poveri aiuti che mi forniva qualche raro amico; sentivo che il cerchio mi
stringeva sempre più da vicino e non sarei riuscito a sottrarmi alle grin-
fie della polizia. Malgrado ciò, di passaggio per Pistoia, conobbi
Alfonsina Angioli e m’innamorai di lei. Era una giovane
diciannovenne, dagli occhi languidi e sensuali che scatenavano una
tempesta nelle mie vene, un uragano a cui non potevo resistere. La volli
e fu mia. Quando partii pretese seguirmi. Sapeva in quale condizione
disperata mi trovassi, ma ad onta di questa, non volle separarsi da me.
Né io, che l’amavo tanto, ebbi la forza d’allontanarla. Pure, stringendola
al petto sul sedile di un treno che filava nella notte, pensavo con

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raccapriccio che, da un istante all’altro, potevo perderla. Bastava solo
che un poliziotto mi riconoscesse e tutto sarebbe finito.
A Napoli ci nascondemmo e trovai il modo come accordarmi con un
marinaio che ci avrebbe fatti imbarcare su di una nave diretta a
Marsiglia. Ma, per occultarci a bordo, egli voleva duemila lire: ed io
non disponevo nemmeno di duemila centesimi. Mi rivolsi al vecchio ed
enfatico leader degli anarchici napoletani ma rispose che non possedeva
denaro. Infatti mentre Ciccio Cacozza moriva di fame ed io stavo per
finire in galera, lui, l’altruista, il libertario dal cappello alla Gori,
lasciava tutte le sere, con un codazzo d’amici, il suo appartamento di
via Duomo e se ne andava a gozzovigliare in una birreria di piazza
Garibaldi. E pagava can i soldi che gli mandavano gli anarchici
d’America per aiutare le vittime politiche…
Messo alle strette, dopo il rifiuto dei compagni partenopei, fui costretto
a rivolgermi a mia madre. Le chiesi che m’inviasse i soldi all’insaputa
di mio padre. Alfonsina servì da intermediaria perché io a Caserta,
dov’ero tanto noto, non potevo andare. Lei invece non era conosciuta e
poteva abboccarsi segretamente con la mia genitrice senza nessun
pericolo.
Ma, malauguratamente, un bravo parente fece la spia a mio padre. Il
professore consegnò la ragazza nelle mani dei poliziotti. In questura
Alfonsina si rifiutò di parlare, non volle dire dove mi trovavo e la
passarono al carcere. Intanto a Napoli, non vedendola ritornare, io ero
in preda all’angoscia, al più terribile spasimo, e intuivo l’accaduto.
Il leader anarchico, l’altruista della birreria, mi presentò un guercio, «
un buon compagno comunista che simpatizza per l’anarchia ». « Egli —
mi disse il leader — è disposto d’andare a Caserta e di informarsi. Se
Alfonsina è stata arrestata, incaricheremo un avvocato che la farà
rilasciare. Lei non deve rispondere di nulla e non possono trattenerla. E
tu la riavrai presto e ve ne andrete insieme in Francia ».
Le parole del leader mi sollevarono un poco, il guercio comunista parti
per Caserta e ritornò la sera con mio padre e coi poliziotti che mi
arrestarono. Il mio amato genitore preferì mettermi nelle mani dei
questurini anziché lasciarmi fuori « a fare l’anarchico », come diceva
con disprezzo. Sapeva benissimo che dovevo rispondere alla Corte

46
d’Assisi della mia attività rivoluzionaria; ma, per la sua coscienza
borghese, era meglio che fossi arrestato perché così « sarebbe finito lo
scandalo e il decoro della famiglia non avrebbe ricevuto altre offese ».
Il guercio comunista, per premio, ebbe da mio padre una diecina di lire.
E se la bevve la sera, all’osteria, inneggiando a Lenin, coi compagni.
Io dovevo essere rinchiuso in un carcere di minorenni nell’attesa dei
processi; ma siccome ci era già la domanda d’internamento in una casa
di correzione, avanzata dalla mia famiglia, fui mandato al riformatorio
di rigore « Ferrante Aporti » di Torino.
Li, poco dopo, il direttore ritenendo che in mezzo agli altri potessi
propagandare le mie idee, m’isolò in una cella di punizione. E vi rimasi
sei mesi.
A diciassette anni, sepolto vivo in quella tomba nella quale mancavano
l’aria e la luce che filtravano appena attraverso la finestra tagliata a
bocca di lupo e difesa da una robusta inferriata, io, cosi sensibile e già
scosso da tante emozioni, mi sentivo impazzire. L’angustia mi
soffocava, non potevo fare che cinque passi avanti e cinque indietro:
dalla porta al muro e dal muro alla porta. Non vedevo mai nessuno
all’infuori del guardiano che veniva a portarmi la zuppa ; anche all’aria,
nel cortiletto, mi ci mandavano solo durante l’ora regolamentare. Non
mi davano libri, non mi permettevano di fumare, mi trattavano col
massimo rigore. L’inverno era venuto, mancava il riscaldamento nella
cella ed io gelavo letteralmente. La mattina, alle sei, mi costringevano
ad alzarmi, ripiegavano la branda al muro al quale l’assicuravano con
un lucchetto, e m’impedivano cosi di sdraiarmi durante il giorno e di
cercare un po’ di caldo fra le coperte. In quell’orribile buco, tanto
stretto e triste, privo d’ogni distrazione che dirigesse altrove i miei
pensieri e assillato dalla nostalgia e dai ricordi, soffrivo
spaventosamente nell’idea fissa di Alfonsina. Comprendevo che non
l’avrei rivista più perché sarei uscito dal riformatorio sol per passare in
un carcere, dopo i processi e la condanna, e rimanervi parecchi anni.
Immaginavo che lei sarebbe finita fra le braccia di un altro e la gelosia
mi rodeva. Rammentavo i suoi baci, le sue carezze, i suoi teneri
abbandoni, e ne sentivo il prepotente bisogno; poi pensando che non li

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avrei nuovamente goduti, piombavo in una tetra, mortale malinconia
che mi prostrava fisicamente e moralmente.
« Per me si è rovinata — dicevo di continuo — per me ha abbandonata
la famiglia che non l’accetterà più in casa. Ed ora che io sono qui come
farà per vivere? Sarà costretta a prostituirsi e finirà luetica in un
ospedale? E la polizia continuerà, in odio mio, a perseguitarla? E quale
fine, quale abisso, quale tormento le sarà riservato? ».

Lo spasimo mi rendeva folle, le crisi nervose e i disperati scatti che mi


spingevano talvolta a picchiar la testa nel muro con la speranza di
sfasciarla, erano seguiti da cupi abbattimenti in cui rimanevo, per giorni
interi, annientato, avvilito, abbandonato al dolore che mi straziava con
la sapiente perfidia di un carnefice esperto.
In quell’orribile cella dove l’Italia liberale di Giovanni Giolitti mi aveva
relegato, i primi fili argentei si stesero nella mia chioma. E non avevo
che diciassette anni!
Intanto in una birreria di Napoli il leader anarchico e la spia comunista
tracannavano bicchieri alla salute della rivoluzione. E pagavano con i
soldi del Comitato pro vittime politiche, con quei soldi che avrebbero
dovuto servire anche a me per mettermi in salvo all’estero.

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FRA I FUORUSCITI

RIMASI un anno nel riformatorio, passando sei mesi nell’orribile cella


che mai dimenticherò e sei, ammalato, in un cubicolo dell’infermeria.
Poi uscii perché, per i processi politici, ottenni la libertà provvisoria e
mio padre, spinto dai nonni e dalla moglie, chiese al Presidente del
Tribunale che fossi riconsegnato a lui, quantunque riconosciuto
incorreggibile dalla famiglia e dalla legge.
Accompagnato dal professore che mi catechizzò da Torino fino a
Caserta, rientrai in questa città e vi trascorsi due anni sotto il tetto
domestico al quale non ero ritornato col pentimento del figliol prodigo.
Ma infine, stanco delle persecuzioni politiche e dei litigi col papà,
ottusamente tirannico, mi trasferii a Venezia. Dopo qualche mese seppi
che era stata fissata alla Corte d’Assise di Voghera la discussione dei
miei processi e, per sfuggire agli effetti della condanna, presi il largo e
raggiunsi, dopo non poche peripezie, la Francia.
Quando arrivai sul suolo della repubblica, la mia anima era ancora
inebriata dall’aspra bellezza delle Alpi e dall’altera solitudine delle
vette che avevo superato con la guida di un contrabbandiere. Però in ta-
sca non conservavo che un mazzolino di edelweiss raccolto nella neve a
circa tremila metri d’altezza. I pochi biglietti da cento che possedevo se
n’erano andati per le spese di viaggio ed il pagamento della guida e non
sapevo come fare per raggiungere, senza mezzi, Parigi.
A Grenoble trovai un operaio italiano, brav’uomo, che mi accompagnò
al circolo comunista. Quando entrai c’era una riunione e, alla folla
pigiata in una sala non troppo vasta, parlava un piemontese, il capoccia
dei bolscevichi fuorusciti nell’Isére. Sosteneva la necessità di
coalizzarsi contro il pericolo fascista e di formare un fronte unico
rivoluzionario per abbattere Mussolini.
« Tutti gli operai — diceva — siano socialisti o comunisti, sindacalisti
o anarchici, debbono unirsi in un sol fascio e dimenticare le divergenze

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ideali che li separano. Debbono intendersi con spirito fraterno, aiutarsi a
vicenda e lottare l’uno al fianco dell’altro per vincere la reazione
borghese che infuria in Italia ».
L’uditorio salutava con applausi fragorosi queste parole ed il tribuno
continuava il discorso trascinandosi nei soliti luoghi comuni della
fraseologia bolscevica. Io non avevo mangiato dal giorno innanzi e non
sapevo dove avrei passato la notte; la testa mi girava come una trottola e
quella concione che non finiva mai aumentava il mio malessere.
Finalmente il capoccia tacque, gli parlarono di me e volle conoscermi.
« Sei un compagno anarchico fuggito dall’Italia ? — mi chiese — Hai
dei processi pendenti? Bene, bene, ma qui sei al sicuro. Anarchici però
non ve ne sono a Grenoble. Almeno io non ne conosco. Vuol dire che,
se rimarrai qui, starai con noi. Oggi dobbiamo unirci come fratelli
contro il nemico fascista ».
Altri comunisti si avvicinarono e mi rivolsero la parola. Mentre
discorrevo con loro l’operaio che m’aveva accompagnato chiamò in
disparte il capoccia e, di sua iniziativa, prima che potessi impedirlo,
chiese un aiuto per me ». E’ una vittima politica che non ha soldi per
andare a Parigi. Diamoglieli noi » disse.
« Ma sei pazzo — rispose l’altro — E’ un anarchico, un nostro nemico.
E vuoi che l’aiutiamo ? ».
« Però tu stesso hai detto ora che dobbiamo affratellarci con gli
anarchici e coi socialisti per combattere i fascisti » replicò l’operaio.
« Si, l’ho detto perché è necessario che vengano con noi, contro il
fascismo. Ma dopo li scanneremo immediatamente. Sai Lenin che cosa
ha detto ? « Bisogna che ci serviamo degli anarchici durante la
rivoluzione e che li fuciliamo subito dopo ». Però anche subito se
possiamo dargli un colpetto alle spalle, senza clic se ne accorgano, è
tanto di guadagnato. Questa è la politica marxista, mio caro ».
I due parlavano a bassa voce per non farmi sentire; ma io, che ho buon
udito, ascoltavo tutto. L’operaio che non condivideva la doppiezza del
capo, tornò alla carica.
« Io non credo che sia bene lasciarlo così, in mezzo alla strada. Non ha
da mangiare e non sa dove dormire. Come vuoi che faccia ? ».

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« Che s’arrangi — ribatté l’altro — Sono contento che si trovi negli
impicci. Così si convincerà che è necessaria una disciplina nella lotta
rivoluzionaria ».
A questo punto, non riuscendo più a frenarmi, raggiunsi i due e,
rivolgendomi al capo, dissi:
«Che voi comunisti siete settari ed ipocriti lo sapevo da un pezzo. Ma
ho piacere di constatare ancora una volta la vostra immensa
vigliaccheria. Ci chiamate in aiuto, con un sorrisetto mellifluo, e tenete
pronto, sotto la giacca, il coltello per colpirci. Però qui non farete con
noi come avete fatto in Russia. Qui vi romperemo le corna. Sappi, per
tua norma, mio piccolo Lenin, che se anche mi avessi offerto l’aiuto
che, di sua iniziativa l’amico ti ha chiesto per me, io non l’avrei accetta-
to .Però tu che ti rallegri delle difficoltà nelle quali si trovo un ribelle,
fuggito dall’Italia con tre processi di Corte d’Assise sulle spalle, tu non
sei un rivoluzionario ma una carogna ».
Voltai le spalle e andai via. Passai la notte in un edificio in costruzione,
seduto su di una pietra. L’indomani riuscii a farmi assumere come
manovale dal capomastro dei muratori e potei mangiare. Poi conobbi un
anarchico emiliano che mi ospitò in una soffitta. Dopo una quindicina
di giorni lasciai Grenoble e mi trasferii a Lione.
Giunsi a Parigi ai primi di ottobre. Trovai molti anarchici che avevo
conosciuto in Italia e mi presentarono ai compagni francesi. Nella
redazione de « Le Libertaire » m’incontrai col vecchio Faure e con
André Colomer che allora dirigeva il giornale. Frequentai gli ambienti
dei fuorusciti e in un caffè di piazza Combat ebbi la ventura di ritrovare
Stefano Kolnar che era stato un pezzo grosso in Ungheria, ai tempi di
Bela Kun.
Collaborai al periodico libertario in lingua italiana «La Rivendicazione»
che usciva nella capitale francese. Però le mie idee individualiste mi
misero ben presto in rotta cogli anarchici comunisti che, capitanati dai
Vezzana, dai Mosca, dagli Erasmo Abate, avevano formato nella «
Maison Comune », in rue de Bretagne, una chiesa malatestiana e
dogmatica.
lo che avevo osato polemizzare con Malatesta sulle colonne di «
Umanità Nova », difendendo l’individualismo contro il comunismo, ero

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la bestia nera di quei settari fanatici. Quando arrivò dopo pochi giorni.
Armando Borghi con la piccola e gialla D’Andrea e si presentò alla
redazione de «La Libertaire» scortato dal cavaliere di cappa e spada
Meschi, ci salutammo appena. Ogni domenica, alla « Maison comune »
litigavo con i fedeli di Sant’Enrico ai quali ripetevo in tutti i toni che la
loro Unione Anarchica era un’assurdità e una ridicolaggine e che il
comunismo libertario costituiva un equivoco compromesso fra
l’autoritarismo bolscevico e l’individualismo stirneriano. Un giorno gli
errichisti si scagliarono contro me per aggredirmi; e Pietro Bruzzi, che
è stato poi fucilato dai nazisti, ricevette un cazzotto da Mosca perché mi
dava ragione.
Inoltre criticavo Malatesta per l’atteggiamento, non troppo simpatico,
assunto nei riguardi dei bombardieri del Diana. Infatti egli era stato
arrestato, qualche mese dopo me, come istigatore alla rivoluzione. In
Italia s’era già scatenata rabbiosamente le reazione fascista, resa
possibile dalla viltà dei socialisti che non avevano saputo fare le
barricate; e questa reazione, aiutata e sovvenzionata dalla borghesia e
dal suo Stato, aveva sentito il bisogno di togliere subito di circolazione
l’unico rivoluzionario di una certa serietà che vi fosse nella penisola.
Malatesta, carcerato da parecchi mesi, aveva iniziato a S. Vittore lo
sciopero della fame per protestare contro la magistratura che non si
decideva mai a fissare la data del suo processo. Ma la magistratura non
cedeva e Malatesta, dopo vari giorni di digiuno, estenuato dalla
debolezza, stava per morire.
Nessuno si levava in suo favore. Il proletariato, l’eterno pecorone,
cornuto e belante, che s’era ammantato colla criniera del leone per un
solo istante ma che, poi, avvilito dall’indecisione e dalla codardia dei
suoi capi e terrorizzato dalle manganellate fasciste, era ritornato umile e
servo come prima, non si scuoteva dall’inerzia e lasciava che il vecchio
agitatore morisse di fame in galera.
I socialisti che s’erano divisi dai comunisti, non pensavano ad altro che
a cantarsi corna tra loro. Gramsci dalle colonne de « L’Ordine nuovo »
rovesciava contro Nenni tutti gli aggettivi qualificativi pescati nel
dizionario dei bordelli, e Nenni (l’attuale, strenuo sostenitore dei
comunisti) rispondeva a Gramsci e ai bolscevichi, dalle colonne de «

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L’Avanti ». servendosi degli epiteti che usano le ciane nei litigi più
feroci. Così tra le accuse che si lanciavano reciprocamente, la lotta inte-
stina che li dilaniava e la reazione che li indeboliva, non pensavano,
nemmeno lontanamente, a muovere un dito in difesa di Malatesta, E,
d’altronde, ad essi non avrebbe fatto dispiacere se un negatore dello
Stato fosse scomparso da questa terra.
Gli anarchici organizzati facevano molto rumore ma niente di concreto.
Gigi Damiani, dalle colonne di « Umanità Nova », spronava gli altri
all’azione dichiarando che, se nessuno si fosse mosso in difesa del vec-
chio, egli avrebbe spezzato la penna come protesta. Ma nessuno si
muoveva e Damiani non spezzava la penna proprio perché essa gli
serviva allora, come gli serve oggi, per mantenersi uno stipendio di
giornalista anarchico.
Gli unici che intervennero in favore di Malatesta furono gli
individualisti. Quegli individualisti che lui aveva sempre combattuto e
schernito. Ed agirono non solo per difendere un povero vecchio
abbandonato da lutti, dopo una intera vita di lotta rivoluzionaria, ma an-
che perché credettero colpire sia l’imbelle rassegnazione delle folle che
tolleravano il martirio del loro apostolo, sia la bieca ferocia della classe
dominante che voleva, con la violenza, mantenere il suo potere.
Boldrini, Aguggini e Mariani fecero esplodere una bomba nel teatro
Diana di Milano. Vi furono morti e feriti. L’opinione pubblica s’indignò
contro gli anarchici. Malatesta, appena conosciuta la notizia, condannò
l’attentato e, in segno di protesta contr’esso, interruppe lo sciopero della
fame.

Con questa scappatoia si salvò. Altrimenti non avrebbe potuto


riprendere a mangiare senza coprirsi di ridicolo e demolire la sua fama
di eroe che preferisce morire piuttosto che cedere. E sempre
condannando l’attentato del Diana, compiuto da « disperati che non
sono anarchici perché l’anarchico crede nell’avvenire », egli si presentò
alla Corte d’Assise di Milano, sotto il vello dell’utopista rifuggente dal
terrore, e fu assolto.

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Ma Mariani, Boldrini e Aguggini, che avevano agito in sua difesa,
subirono la condanna all’ergastolo. E furono condannati tanto più
duramente in quanto, nel pubblico, tutti dissero che il loro atto era stato
cosi infame da suscitare la riprovazione dello stesso Malatesta. E in
carcere Boldrini e Aguggini sono morti; ed il povero Mariani ne è
uscito dopo 25 anni, stremato e fiaccato, ed è caduto nelle mani dei
seguaci di Sant’Errico i quali lo hanno costretto a rinnegare il suo gesto.

Le considerazioni non favorevoli all’atteggiamento di Malatesta nei


riguardi dei terroristi, le esponevo francamente nelle riunioni della «
Maison Comune » attirando contro me le proteste e le ire degli idolatri
imbecilli. Mi dicevano costoro che Errico era stato sempre coerente
perché sempre aveva condannato la rivolta individuale. Ed io
rispondevo che, nel caso del Diana, gli era stato più che utile bollare il
terrorismo. Litigavamo ferocemente e, molte volte, giungemmo alle
mani.
Infine però avvenne un altro fatto che acuì il mio dissidio coi fuorusciti
d’ogni colore.

***

Era stato ammazzato un tale che aveva fatto la spia o che era stato
sospettato d’averla fatta.
I giustizieri, com’essi si definivano, volevano infliggere il medesimo
trattamento anche alla sua amante. Vero è che non possedevano nessuna
prova e, nemmeno il più lontano indizio, che essa avesse cooperato alla
losca attività del defunto. Ma era la sua amica, e bastava. Solo per
questa ragione doveva essere spia anche lei. E, anche a lei, bisognava
fare la festa.
Cercai, in un equivoco caffè di piazza Combat, di dimostrare a coloro
che mi parlavano del fatto l’assurdità e la ferocia dell’azione
organizzata a danno di una persona che poteva essere innocente. Ma
tutti i miei argomenti non bastarono a vincere la testarda ottusità di due
imbianchini bolscevichi e di un manovale malatestiano. Alla fine, in
uno scatto d’indignazione che non riuscii a reprimere, dichiarai che

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l’omicidio che volevano compiere, era per me, schifoso e che
avrei cercato impedirlo anche a rischio della mia pelle. Il manovale
allora mi lanciò uno sguardo truce. Poi le sue labbra si contrassero in un
sogghigno e, con tono ironico, mi disse:
« Già, vuoi fare il cavalleresco ... Come sei buffo ! Ti atteggi a don
Chisciotte. Ma, se proprio ci tieni, ti darò io un’occasione per appagare
il donchisciottismo. I compagni hanno scoperto che la femmina bazzica
in un caffè della Nation. E li andranno a pescarla per infliggerle la
lezione che merita. Tu, che sei tanto cavaliere, vai in quel caffè e
proteggila. La riconoscerai facilmente: è una bruna, pallida, vestita di
bleù e si chiama Irene. Mettiti al suo fianco e sentirai che busse».
«Questa sera ci andrò, non dubitare. E mandami pure i migliori cekisti
cosi farò fare loro la figura di Misiano in Germania. A questa sera,
dunque ».
Mi feci dare l’indirizzo del caffè, mi procurai una buona pistola e fui
preciso all’appuntamento. La trovai in un angolo, seduta accanto ad un
tavolo sul quale un giornale gualcito testimoniava il nervosismo delle
mani che l’avevano appena lasciato. Sotto la falda geometrica del
cappello che copriva quasi tutta la fronte, gli occhi neri avevano un non
so che di misterioso. Lucevano. Nel pallore del viso la bocca rossa
spiccava, infondeva un desiderio sensuale, il bisogno di baciarla, di
morderla.
Fuori, al di là dei vetri, il nebbione infittiva, avvolgendo la piazza nella
sua crescente opacità. Lei guardava la porta come se attendesse
qualcuno e, ogni tanto, si stringeva nel paltoncino scuro con una mossa
freddolosa. Poteva avere vent’anni o, al massimo, ventidue; ma la sua
posa tradiva la donna di vita, la venditrice di amore, turbata e inquieta
per mancanza di clienti.
Ed era questa poverina che i fuorusciti volevano aggredire. Era lei la
spia, la reproba...
« Siete voi Irene ? ».
« Si, mi conoscete ? » e si volse con la premura che un probabile invito
le inspirava.
« Prendete qualche cosa ? ».
« Grazie, un caffè ».

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Dopo poco seppi tutto di lei. Il morto era il suo amante, avevano vissuto
insieme due mesi. Lui la manteneva, non le faceva battere più il
marciapiede al quale era ritornata, per miseria, dopo il dramma del
Faubourg Saint Antoine. Di politica non s’intendeva affatto: non
professava né il fascismo, né il comunismo, nulla. Sentiva solo la
stanchezza della vita che aveva dovuto riprendere e rimpiangeva la
quiete dell’appartamento perduto.
« E non temete che quelli che hanno ucciso il vostro amico possano fare
qualche cosa anche a voi ? ».
« A me. Perché? Io sono una donna, non entro nei loro fatti. Poi sono
francese, di Cannes. Non ho niente a che vedere con le questioni degli
italiani ».
« Ma voi avete cercato difendere il vostro amico quando l’hanno
aggredito ».
« Io? Ho visto quei quattro che si sono avvicinati al mio tavolo,
minacciando lui. Ho cercato calmarli. Poi gli hanno dato addosso ed ho
avuto paura, tanta paura. Sono fuggita ».
Ricordando la scena tragica era divenuta più pallida ancora.
Nel caffè non rimanevano che pochi clienti. Un cameriere, avvicinato ai
vetri, contava nella tasca le mance guadagnate. Fuori la nebbia si
confondeva con la sera e in mezzo alla piazza la statua della Nazione,
nella vasca dei coccodrilli, veniva come un punto confuso.
La porta si aprì. Tre individui entrarono. Sentii istintivamente il
pericolo. Non li conoscevo ma il loro tipo italiano non mi sfuggì. Uno
specialmente aveva una faccia truce che ricordo ancora. Sedettero al
tavolo accanto al nostro e ci guardarono fissamente.
Il cameriere s’era allontanato. Nel caffè semideserto non apparivano
che quattro o cinque persone, tutte lontane da noi. I nuovi arrivati
sembravano compiaciuti della situazione favorevole.
« Irene » chiamò uno di loro.
«Non rispondere » le dissi piano. Poi continuai in italiano:
« Guarda, Irene, la spesa che ho fatto oggi. Ti piace questo gingillo ?
Ho l’idea che questa sera qualcuno lo proverà ».
Estrassi la pistola dalla tasca e la poggiai sul tavolo.
« Ma ...» fece la ragazza spaventata.

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« Taci — la interruppi bruscamente — vieni via ».
Rimisi la pistola in tasca fissando negli occhi i tre che non perdevano
nessuno dei miei gesti. Poi, presa sotto braccio la donna, la condussi
fuori. Nessuno dei tre si mosse. Nessuno ardì seguirci.
In un ristorante lontano, dove le offrii la cena, la misi al corrente del
pericolo. Le raccomandai di non frequentare più i luoghi in cui era
conosciuta e di far perdere le sue tracce. Poi le diedi i pochi franchi che
ancora mi rimanevano, dopo pagato il conto. Non volli che perdesse la
sera.
Quando, riconoscente e stupita, mi chiese se l’accompagnavo in
albergo:
« No, non posso — risposi — sono atteso. Debbo lasciarti ».
Avevo tanto desiderio di lei. Ma non intendevo farmi pagare la
protezione.

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PRIMO CONFINO

1924 — 1933: nove anni di lotta, di tensione, di spasimo. Segnano il


periodo più burrascoso della mia vita, la fase acuta della guerra del
reprobo contro tutti.
Rientrato in Italia in seguito ad una amnistia non potetti più uscirne. Nel
25 ero in carcere a Genova, nel 33, dopo cinque anni di ammonizione
politica, mi trovavo al confino a Lampedusa. Rosa, l’affettuosa com-
pagna che aveva con me diviso, per sette anni, miseria, persecuzioni e
tormenti, era morta, consumata da quella vita d’inferno. La mia
famiglia mi aveva rinnegato, mia madre pagava con la sua rovina
finanziaria e con l’abbandono del marito, l’amore per il figlio. Un pa-
trimonio cospicuo da me ereditato da una vecchia zia, se n’era andato in
pochi mesi. Lampedusa accoglieva, nella sua opprimente desolazione, il
tragico relitto d’una nave d’alto mare. Tutte le stelle erano svanite, non
rimanevano che le tenebre cupe ed il sogghigno della sorte.
Prigioniero in un’isola triste, cacciato fra la marmaglia nel luridume dei
cameroni, scontavo con le più atroci torture il folle ardimento della
rivolta, il desiderio inaudito di trasformare la vita, di adattare il mondo a
me, ai miei sogni prometei, alle mie brame romantiche. E ricordavo,
con amarezza, gli ultimi colpi ricevuti, le aggressioni degli squadristi, la
persecuzione politica che aveva preceduto la relegazione, e le infami
montature ordite a mio danno da un perfido poliziotto, vicequestore di
Caserta, che s’era distinto nel vomitare calunnie e nell’imbastire
processi a carico del reietto. Intanto nuovi dolori si aggiungevano a
quelli vecchi e io mi torcevo fra le catene che m’entravano nelle carni e
sentivo, prepotente, il bisogno di liberarmene per ricacciarmi nella lotta
e colpire tutto e tutti.
Un tentativo di fuga dall’isola falli. Un pescatore che doveva
accompagnarmi con la sua barca in Tunisia mi spillò del denaro, poi mi
denunziò. Fui immediatamente trasferito a Tremiti e nell’arido scoglio
che strapiomba a picco sulle onde dell’Adriatico, non trovai che rifiuti

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umani, confinati politici o comuni, privi di personalità, di sensibilità,
d’ideale.
Nauseato dall’ambiente a cui non riuscivo ad adattarmi, esasperato dalle
restrizioni che il confino imponeva, decisi di rinnovare il tentativo di
Lampedusa e, all’uopo, m’intesi con Giuseppe Boretti. Giovane
intelligente, nato come me in una famiglia borghese e dotato di cultura
non scarsa, Boretti era il solo col quale potessi in quell’orribile luogo,
scambiare qualche parola. Però il suo fanatismo marxista, il suo set-
tarismo ad oltranza, lo rendevano antipatico e facevano si che le nostre
discussioni degenerassero spesso in aspri litigi.
Educato in un collegio di gesuiti, poi convertito al comunismo, questo
figlio o nipote di generale aveva l’anima inaridita dai precetti di Loyola
e di Marx e, con la sua mancanza d’ogni sentimento e d’ogni umanità;
con la passiva ubbidienza all’idea fissa che lo dominava, accresceva la
mia avversione per quelle due rigide discipline che snaturano l’uomo e
lo trasformano in un cieco strumento al servizio del cattolicesimo o del
bolscevismo.
A ventidue anni egli ignorava l’amore: non sentiva il bisogno della
donna. Non concepiva l’amicizia e lo confessava francamente. Un
giorno mi narrò che a Milano, qualche anno prima, mentre lui ed
Amendola scendevano da un’auto, furono circondati da un gruppo di
poliziotti che volevano arrestarli. Amendola si lanciò contro i questurini
e impegnò una colluttazione. Invece lui, il rampollo di generale, se la
diede a gambe e si salvò con la fuga.
« Ma fu una viltà da parte tua — gli osservai — abbandonasti un amico
nel pericolo, lo lasciasti solo alle prese con molti. Avresti dovuto
rimanere al suo fianco, batterti e cadere o salvarti col compagno ».
« Come sei fregnone — mi rispose abbozzando un sorriso di superiorità
— rimanendo sarei andato in galera e non avrei potuto servire per lungo
tempo il partito. Fuggendo avrei conservato la libertà e la possibilità di
continuare a rendermi utile al comunismo. Mi conveniva, quindi, la
fuga. Cosa m’importa degli amici? E che cosa sono? L’essenziale, per
me, è il partito ».
Un’altra volta mi disse che se fossi capitato con lui in Russia mi
avrebbe immediatamente denunziato e fatto arrestare.

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« E avresti questo coraggio? — replicai — siamo stati al confino
insieme, abbiamo diviso lo stesso dolore. Ora cerchiamo fuggire di qui
sfidando rischi ed avversità che dovremo affrontare uniti. E tu, « dopo,
metteresti nelle mani dei poliziotti rossi chi ha lottato e sofferto con te?
».
« Si, lo farei — rispose egli decisamente — Tu non sei un anarchico
come Failla, un anarchico della mezza misura col quale noi comunisti
possiamo intenderci. Tu sei un anarchico vero, un nemico del comu-
nismo, e dobbiamo annientarti. Non sai che, per servire la mia idea,
farei fucilare anche mia madre? ».
Talvolta, mentre sorbivamo il caffè nel bar di Angelina, io guardavo
quel giovane seduto di rimpetto, dall’altro lato del tavolo, e mi
sembrava di trovarmi dinanzi al seggio del presidente di un tribunale
bolscevico, di un Fouquier-Tinville rosso che stava per condannarmi
alla fucilazione. Il suo volto era troppo severo per la sua giovine età:
dietro i cristalli degli occhiali a stanghetta la fiamma cupa del fanatismo
bruciava in uno sguardo spietato. Sguardo da domenicano
dell’Inquisizione, da sterminatore di eretici o pure da giacobino del
terrore o da procuratore generale nei sinedri di Stalin.
Boretti mi definiva un romantico decadente e, qualche altra volta, anche
« un viveur depravato che si è servito della tribuna rivoluzionaria per
passare nel letto delle lavoratrici di Cassano d’Adda ».
Io lo chiamavo un prete rosso e gli consigliavo il riposo nelle brande
degli agenti della Ghepeù i quali, con i metodi di Sodoma, gli avrebbero
iniettato nuovo ardore bolscevico.
C’ingiuriavamo spesso e l’irriducibile opposizione delle idee e dei
temperamenti, scavava fra noi un abisso profondo. Però avevamo
bisogno l’uno dell’altro. Io avevo trovato chi, dietro compenso
finanziario, ci avrebbe fornito la barca con la quale saremmo fuggiti in
Dalmazia. Egli non disponeva di mezzi per allontanarsi dall’isola, ma
poteva procurare le cinquemila lire che mi erano state chieste del
pescatore con cui trattavo. Il piano falli perché il denaro, che doveva
giungere clandestinamente, non arrivò. Dopo poco Boretti fu chiamato
alle armi e, dall’isola d’Elba, dov’era stato mandato, riuscì a passare in

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Corsica. Io rimasi a Tremiti e subii le più severe restrizioni da parte
della direzione che aveva intuito qualche cosa del progetto di fuga.
Passarono tre o quattro mesi e il tentativo che non ero riuscito ad
eseguire, per mancanza di soldi, fu invece osato da altri due confinati
politici. L’uno, un certo S. detto l’inglese perché aveva trascorso la sua
giovinezza in Inghilterra, si trovava a Tremiti per sospetto di spionaggio
a favore del governo britannico. M’inspirava una violenta antipatia per
il suo carattere ipocrita e melato ed anche per l’attribuitagli qualità di
spia.
Conservatore accanito come sa essere soltanto chi è stato educato nei
collegi londinesi, trescava, malgrado ciò, coi comunisti nella speranza
di servirsene al momento buono. I truculenti seguaci di Stalin, gli
sbracati rivoluzionari, lucidavano le scarpe di quella caricatura di lord
che, nella sua inamidata rispettabilità e secondo le regole del
liberalesimo inglese, si degnava onorarli con qualche sorrisetto a fior di
labbra che esprimeva la benevolenza del padrone di larga manica ai
servi zelanti. E gli araldi del sovvertimento universale si facevano in
quattro per andare a comprare i pasticcini e la marmellata al baronetto
di Albione il quale, nella sua squisita munificenza, largiva all’uno dei
lacche i francobolli per la collezione, all’altro i soldini per il tabacco e
ad un terzo un orologio fuori uso.
Disponendo di qualche biglietto da cento e vincendo la formidabile
paura che travagliava il suo cuore non certamente leonino, l’illustre
rappresentante di SUA GRAZIOSA MAESTÀ tentò la fuga, spronato
dal miraggio dei ristoranti lussuosi che, sulle rive del Tamigi, offrono
ogni comodità ed ogni benessere a chi paga con i soldi, sia pure,
dell’Intelligence Service.
Al suo tentativo di evasione si uni Cesare Neri che, essendo giunto
pochi giorni prima nell’isola di Tremiti e non conoscendo quale razza di
esemplare etico fosse il tacchino dai cinque pasti, partecipò alla impresa
trascinato dal suo spirito avventuroso e dall’amore del pericolo.
Neri era uri tipo diverso dall’inglese. Passionale ed impulsivo, ribelle e
manesco, come un romagnolo di puro sangue, sempre pronto ad
accendersi come un fiammifero ma sincero e leale, conquistò, di colpo,

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la mia simpatia. Il giorno in cui giunse al confino, appena entrato nel
camerone, dichiarò a quanti vi si trovavano:
« Ragazzi, io sono fascista e convinto delle mie idee. Ve lo comunico
subito affinché sappiate con chi avete da fare. Se volete avvicinarmi e
rispettare le mie opinioni, come io rispetterò le vostre, tanto meglio. Al-
trimenti ognuno tirerà per la sua strada senza dare disturbo agli altri ».
Entusiasta della sua fede ma alieno, come me, da ogni settarismo, egli
mi avvicinava sebbene gli avessi, con altrettanta franchezza, dichiarato
che ero anarchico. Io preferivo la compagnia di Neri, fascista, a quella
dei comunisti; Neri si accostava a me e manteneva a distanza altri tre o
quattro confinati che si dicevano fascisti e facevano le spie della
direzione.
Non conoscendo l’inglese, il romagnolo accettò la sua proposta e tentò
la fuga con lui. Il pescatore che doveva portarli via, li vendette alla
questura. Mentre si allontanavano dall’isola in una barca, un’altra,
carica di poliziotti, usci da un’insenatura, in cui s’era tenuta nascosta, e
sbarrò la strada ai fuggiaschi. Qualche colpo di moschetto fu tirato,
l’inglese, tremando come una foglia, si buttò, faccia a terra, nel fondo
della barca e Neri, scattando in piedi, gridò agli agenti:
« Sparate a questi c......, figli di cani ».
Arrestati e tradotti nel carcere di Manfredonia, furono condannati a tre
mesi di prigione. Quando ritornarono nell’isola erano irriconciliabili
nemici: in galera avevano litigato e S. covava un odio sordo contro
Neri.
Giunse intanto l’avvocato Giacomo Costa, massone, socialisteggiante,
ex deputato di Napoli, gran venditore di fumo, ipocrita ed opportunista,
diplomatico e posatore come quel bacato parlamentarismo che tanto
bene rappresenta. Ben presto i nostri rapporti divennero tesi perché io
non riuscivo a sopportare le sue arie e tutte le panzane che spacciava per
darsi importanza, e lo ribattevo ogni volta.
Un giorno, nell’osteria nella quale pranzavamo, per fare sentire agli
astanti ch’egli aveva conosciuto Lenin, mi disse:
« L’anarchia è irrealizzabile. Me l’ha confermato anche Lenin »,
« Secondo lui. Ma dove ve l’ha detto? ».
« In Svizzera ».

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« Quando? ».
« Nel 1925 in occasione del nostro ultimo incontro ».
« All’anima della balla! Lenin ha abbandonato la Svizzera nel 17 e non
si è più mosso dalla Russia fino alla sua morte che è avvenuta nel 23 o
24 ».
« Ma se vi dico che nel 25 l’ho visto a Losanna .....».
« Si, il padreterno gli aveva dato il permesso perché venisse a parlare
con voi ».
Un’altra volta, nella stessa osteria, cominciò:
« Quand’ero ministro delle finanze a Fiume, durante l’occupazione
dannunziana, redassi lo Statuto della Reggenza del Carnaro che poi
D’Annunzio approvò ».
« Già — osservai — voi dettavate a Alceste De Ambris scriveva. Ma
quando la finirete di spararle grosse? ».
Costa mi poteva vedere come il fumo negli occhi, ma faceva la corte a
Neri perché sapeva che questi era amico di Arpinati.
Contemporaneamente lisciava S. pensando che anche l’Intelligence
Service è una potenza ed occorre, quindi, cattivarsi le grazie dei suoi
agenti.
Una mattina, nella piazzetta del Castello nella quale si trovano gli uffici
della direzione, eravamo rimasti a passeggiare soltanto io Neri e Costa.
Quest’ultimo ci raccontava che aveva rifiutato il portafogli dell’Interno
nel gabinetto Bonomi e la presidenza del Consiglio quando Facta
rassegnò le dimissioni. Neri lo ascoltava, io guardavo, con occhio
cupido, le forme giunoniche della bella Assuntina, la giovine lavandaia
che sciacquava la biancheria fuori casa sua.
« Pochi mesi or sono — diceva Costa — ho inviato al duce un
documento importantissimo, venuto in mio possesso grazie alle
relazioni influenti che ho negli ambienti della politica internazionale.
Da questo documento risulta che il greco Politis è stato al servizio del
Negus. Mussolini, accusandone ricevuta, mi ha scritto: «Caro Costa, ti
ringrazio del grande servizio che hai reso alla patria ».
Assuntina s’era ritirata nel suo tugurio sottraendo al mio sguardo la
procace rotondità del suo seno voluminoso. Stizzito, mi sfogai con
Costa:

63
« Mussolini vi ha risposto diversamente. Egli vi ha scritto: « caro Costa,
tu dici balle ed io, per punirti, ti manderò al confino ».
L’onorevole panzerotto, com’io napoletanamente lo chiamavo, assunse
un’aria indignata.
« Con voi non si può fare un discorso serio. Siete cosi insolente.....».
Non terminò la frase perché un confinato comune che, dopo aver
passato dieci anni a Portolongone, era divenuto a Tremiti segretario
particolare del direttore della colonia, si avvicinò a Neri.
« Voi sparlate di me — gridò — ma sappiate che vi farò provare i miei
cazzotti ».
Parlare di cazzotti a Neri era come invitarlo a letto con una bella
ragazza. Il reduce di Portolongone non aveva nemmeno finito la
minaccia che un formidabile diretto lo raggiunse nel viso e lo mandò a
battere con la testa contro il muro. Sanguinante e contuso egli non tentò
nemmeno reagire e se ne andò a farsi medicare all’infermeria. Dopo
pochi minuti giunsero i poliziotti o arrestarono Neri. Rimasto solo m’in-
formai e venni a capo della macchinazione ordita a danno del
romagnolo. L’inglese aveva spinto F. a provocare Neri sapendo che
costui, col suo carattere impulsivo, avrebbe menato le mani e sarebbe
finito in galera. Subito dopo il fatto due comunisti che non erano stati
presenti alla lite ma che il perfido inglese aveva indotto alla falsa
testimonianza con la mancia di venti lire, dichiararono al brigadiere di
pubblica sicurezza:
« Noi ci trovavamo nella piazza quando è passato F. Egli non ha detto
nulla a Neri, non l’ha provocato in nessun modo. Invece il fascista gli è
saltato addosso, non appena l’ha visto, e l’ha picchiato ».
Costa, interrogato a sua volta, se la cavò con la solita diplomazia. Non
accusò Neri, ma non scontentò S. Rese un dichiarazione sibillina che
nuoceva, in fin dei conti, all’arrestato.
L’unico che ebbe il coraggio di dire la verità al direttore della colonia
fui io. Gli confermai che i comunisti non erano stati presenti e avevano
deposto falsamente. E quanto compresi che non voleva prestar fede alle
mie parole, gridai:

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« Lei perseguita Neri perché, a Roma, ha schiaffeggiato Starace. Perciò
accoglie ciecamente le menzogne dei suoi nemici. Ma si ricordi che ciò
che le ho detto lo ripeterò al procuratore del re ».
L’uomo dell’Intelligence Service, per sbarazzarsi dell’avversario, aveva
messo a profitto la condiscendenza di F., il rancore maligno che il
direttore della colonia nutriva per Neri e la venalità e l’odio settario dei
comunisti.
La montatura portò il romagnolo in galera, ma io spiegai i fatti al
pretore di Manfredonia, produssi le prove delle mie asserzioni e Neri,
dopo un mese, fu assolto.
All’inglese sputai in faccia il mio disprezzo nel caffè di Angelina. Non
osò reagire e, torcendo il collo di gallinaccio, buttò giù tutte le ingiurie
che gli lanciai sul viso. Dopo qualche tempo cercò vendicarsi ordendo
contro me un’altra subdola macchinazione che, fortunatamente, sventai.
Coi comunisti non usai parole migliori di quelle di cui m’ero servito
con S.
« Voi dite di non riconoscere la legge e lo Stato borghese e poi vi offrite
a questa legge, come testimoni falsi, per mandare un uomo in carcere.
Non vi sembra che ciò sia un’incoerenza, oltre che una viltà? ».
« Niente affatto — risposero — perché Neri è fascista e quando si tratta
di colpire un avversario politico, noi ci serviamo anche della legge
borghese e facciamo la spia. Questo è machiavellismo ».
Dovetti allontanarmi perché il vomito mi soffocava. Io sono un
discepolo di Stirner e di Nietzsche, un amoralista convinto, e credo con
La Rochefoucauld che il male ha, come il bene, i suoi propri eroi. Com-
prendo Alessandro Magno che conquista l’Oriente e muore di stravizi a
Babilonia, Nerone che, per soddisfare una fantasia artistica, fa
incendiare Roma, Napoleone che insanguina l’Europa sognando il
dominio mondiale, Bonnot che saccheggia le banche e cade eroi-
camente a Choisy le Roi, combattendo da solo contro cinquecento
poliziotti. Comprendo il tiranno come il ribelle, l’io che si afferma nella
libertà, ma disprezzo lo schiavo come la spia, l’io che si umilia, che
striscia. Ammetto il male che rende grandi, anche quando non è
fortunato, il male che traduce il conato prometeo, la lotta strenua contro
il mondo; ma detesto l’abiezione che riduce l’uomo simile ad un verme

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e lo piega nell’accettazione dell’esistente di cui sfrutta i lati più turpi.
Barabba non mi nausea, ma Giuda mi fa schifo. E quest’è, per me,
questione di sentimento, non di morale.
I comunisti invece preferiscono l’altro male, quello codardo, avvilente.
Dopo pochi giorni che avevano mandato in galera Neri, denunziarono
un vecchio repubblicano, un certo Ragazzini, che s’era lasciato sfuggire
parole offensive all’indirizzo del re. Il vecchio, in seguito alle
delazione, si buscò tre anni e mezzo di carcere. E i seguaci di Stalin si
liberarono, in tal modo, di un odiato avversario che non osavano
affrontare per paura del suo coltello.
L’onorevole panzerotto, rotondo ed occhialuto come conviensi ad un
futuro presidente della repubblica socialista, si mise a concorrere, in
materia di spionaggio, coi sanculotti bolscevichi e col subdolo inglese.
Per me non nutriva simpatia perché gli spiattellavo sul viso le più dure
verità. Vantando amicizie e aderenze al tribunale di Foggia, voleva
scroccare cento lire ad una povera donna che viveva nella miseria e
aveva iniziato procedimento per la separazione legale dal marito,
farabutto e prepotente. Io che, gratuitamente, ero stato l’estensore del
ricorso di quella infelice, quando seppi che Costa, per una semplice
raccomandazione, pretendeva denaro, non gli feci dare nulla.
Panzerotto lo seppe e giurò vendicarsi.
Per rendermi geloso attirò in casa sua Assuntina, promettendole un
compenso finanziario e la sua influente protezione di autorevole uomo.
Poi mi fece dire, per mezzo del suo segretario, che aveva chiamato la
ragazza per provocare me. Di rimando assicurai il segretario che, prima
di sera, avrei rotto gli occhiali dell’onorevole. Costa, ricevuta
l’ambasciata, corse immediatamente in direzione e mi denunziò. E il
direttore, che mi vedeva come i cani vedono i gatti, mi fece arrestare e
tradurre, in punizione, nella vicina isola di San Domino.
Panzerotto, dopo pochi giorni, fu trasferito a Lampedusa e di li fuggi
all’estero. E in Francia, fra i fuorusciti, si atteggiò a vittima del
fascismo e ad eroe evaso dal confino. Ma non narrò che a Tremiti si era
dedicato alla delazione ed aveva, per sua vergogna, esposto alle
rappresaglie poliziesche un altro confinato ben pili ribelle di lui.

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SECONDO CONFINO

DOPO tre anni finii il confino e ritornai a Napoli. Ma non vi rimasi che
quattro mesi. Il leader anarchico, il settantasettenne altruista che, da
mezzo secolo, inneggiava alla fratellanza universale, mi rispedì all’isola
come, nel 1920, mi aveva mandato in galera, negandomi i mezzi per
salvarmi in Francia.
Sfinito dalla lotta impari che da un ventennio sostenevo, speravo
riposarmi, dopo tante battaglie e riacquistare un po’ di fiato. Ma feci
l’imperdonabile corbelleria di visitare il vecchio compagno che non
vedevo dal ‘32. E questa visita mi costò altri cinque anni di confino.
Enfatico e simulatore, cuor d’oro a chiacchiere ma cuor di piombo nei
fatti, l’uomo dell’abbraccio universale mi strinse al seno e dichiarò, fra
le lacrime, che si sentiva felice di ritrovare il maestro dell’anarchia,
« il giovane ma valoroso lottatore che non s’era piegato sotto la
travolgente bufera ». Avendo saputo che, per vivere, davo lezioni
private a qualche studente delle scuole medie superiori, egli volle che
preparassi anche il figlio suo per gli esami di ammissione al liceo. Do-
vetti perciò frequentare giornalmente la casa del caro dottore e, vivendo
nella sua intimità, mi convinsi meglio di quanto già sapevo dal 20 e cioè
che il leader nascondeva sotto il vello dell’umanitarismo e dell’u-
topismo la feroce avidità del lupo famelico. Tutte le sue svenevolezze
per il prossimo, l’esagerato altruismo, l’amore della povera gente, non
erano che una maschera che celava l’ingorda brama della pagnotta, la
sete insaziabile di denaro. I. posava ad anarchico, a socialista libertario,
a rigeneratore del mondo, per ingannare e tosare tutti. Cosi aveva potuto
mangiare i soldi che i compagni d’America gli mandavano per le vitti-
me politiche e la propaganda a Napoli. Cosi, ai tempi del liberalesimo,
s’era cattivato l’appoggio e la protezione della Massoneria. Venuto il
fascismo aveva esposto la bandiera tricolore al balcone, nelle feste
nazionali, e, durante la guerra di Abissinia, aveva anch’egli offerto l’oro
alla patria. Però questo non gl’impediva ancora — quando lo rividi —
di dire peste e corna di Mussolini e del suo regime con gli antifascisti

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che lo visitavano. Da cinquanta anni tutti coloro che frequentavano la
sua casa, venivano arrestati all’uscita, ma lui viveva indisturbato e in
carcere non c’era stato che una volta e per pochi giorni. Molti dicevano
che, segretamente, faceva la spia della questura. Io non volli credere a
questa voce e me ne pentii, a mie spese. La sua amante che, per età,
poteva essergli figlia, sfruttava i meccanici del gabinetto dentistico,
maltrattava le cameriere, posava a despota, a tiranna, a Messalina
capricciosa e feroce. Egli, l’umanitario, lasciava correre. La contadina
rifatta che alla prepotenza del carattere univa la boria e l’arroganza della
parvenu, schiaffeggiava la povera serva perché aveva sbucciato male le
patate e la mandava via senza pagarla. La serva piangeva, chiedeva
perdono, protestava che, subito, non poteva trovare altro lavoro e si
raccomandava affinché non la mettessero sul lastrico. La ganza del
demagogo, la villana di Lucania, rimaneva irremovibile e indicava
l’uscio. E lui, l’altruista, l’uomo dal cuore d’oro, non interveniva, anzi
approvava che alla fantesca non fossero pagati i servizi prestati. Poi,
cinque minuti dopo, cominciava ad imprecare contro i capitalisti che
sfruttano gli operai ed i fascisti che opprimono il proletariato.
Una sera, in casa sua, discutevo con un ingegnere e dicevo che, per
l’individualista, non esistono che due concezioni logiche della vita:
l’anarchia o l’imperialismo. Il dottore protestò; io spiegai il mio
pensiero.
« La libertà dell’individuo non finisce dove comincia quella degli altri.
Essa termina solo dove si arresta la sua forza. Per soddisfare le mie
passioni o per fare trionfare le mie idee, io debbo necessariamente
combattere e vincere chi ha passioni o idee contrarie alle mie. Se gli
altri mi resistono, se sono individualisti come me e non vogliono
riconoscere nessuna autorità, allora fra le libere forze guerreggianti si
produce spontaneamente un equilibrio che oscilla. Ora un piatto della
bilancia pende da un lato, ora l’altro piatto pende dal lato opposto.
Ciascuno sviluppa il massimo della potenza per contenere l’avversario e
non possono più verificarsi sovrapposizioni definitive, stabili comandi
ed ubbidienze rassegnate. Questa è l’anarchia. Ma se invece gli altri
cedono all’attacco, se il loro gregarismo li spinge a curvarsi dinnanzi
all’uomo superiore, è naturale che questi eserciti sulla massa amorfa il

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suo imperio e della massa si serva come materiale per la costruzione del
capolavoro della sua grandezza. Tal’è l’imperialismo. Contro ogni
despota insorgono, nel generale servaggio, i pochi uomini che non
intendono adattarsi alla schiavitù; ma il despota ed il ribelle sono
manifestazioni equivalenti della vita intensa, tropicale, esuberante che
non tollera freni e limitazioni. Perciò l’anarchia e l’imperialismo si
avvicinano più di quanto si creda».
« Ma la tua è la morale della forza », osservò, scandalizzato, l’ingegnere
socialista.
« E non é l’anarchia — protestò il vecchio leader — l’anarchia è amore,
fratellanza, libero accordo fra gli uomini in una società perfetta ed
egualitaria ».

« Si, l’anarchia dei frati, di Sant’Errico Malatesta e del principe


Kropotkine. Perché fosse realizzabile occorrerebbe che nell’uomo
esistessero solo le passioni che la morale ha convenuto chiamare buone.
Ma dal fondo oscuro della nostra natura, da quello che Dostoevskij
definisce il fondo sotterraneo e Nietzsche il fondo dionisiaco dell’io,
erompono, ad ogni istante, impulsi diversi che ci spingono all’amore o
all’odio, alla generosità o alla crudeltà, all’accordo o alla lotta. L’io è
una realtà complessa e tenebrosa non un essere semplice, facilmente
conoscibile e classificabile tra gli animali socievoli. Se mi ricordate,
con Aristotele, che l’antropos est politicon, io vi rispondo citandovi la
« Favola delle api » di Mandeville. L’uomo è sociale ed antisociale a
seconda dei momenti, delle circostanze, delle passioni. L’io, che vuole
soggiogare il non io, si palesa talvolta sotto sembianze angeliche,
tal’altra sotto il ceffo di Satana.
Per questo il vostro sogno idilliaco è una utopia. L’impulso all’unità,
quell’impulso biologico, fondamentale, di cui parla Bakunin, manca nel
genere umano ».
Un avvocato socialista che si diceva filosofo e, come tale, insegnava al
dottore che Voltaire era stato ateo e lo storico Buonarroti, fratello di
Michelangelo, portò nella discussione la sua illuminata sapienza. Egli
cominciò a dimostrarmi che l’uomo è buono, per natura, ma la società
lo rende cattivo, e perciò bisogna trasformare la società e distruggere i

69
dittatori, i capitalisti, gli egoisti, ossia tutti coloro che vogliono il male.
Cosi, nella società, prevarrà l’ordine perfetto « che già esiste nella
natura.
« Questa è un’altra sciocchezza — risposi sorridendo — la natura non
è idilliaca, come credete, e nemmeno diabolica come asseriscono i
cristiani. La natura che noi conosciamo fenomenicamente, ossia nel
modo che comporta la conformazione dei nostri sensi e del nostro
intelletto, è un insieme di fatti diversi e irriducibili l’uno all’altro. E’
una realtà che abbraccia in sé, che comprende nel suo seno, lo spirito e
la materia, il cosmo e il caos, l’ordine e il disordine, l’intesa e la lotta.
Questi elementi sono tutti necessari ed equivalenti: non esistono leggi
fisse che li governano e stabiliscono che alcuni debbano sempre
rimanere subordinati agli opposti. Quindi se ora, nella realtà, predomina
l’ordine, questo non c’impedisce di prospettarci l’ipotesi che, nel futuro,
la natura possa cambiare e che, per effetto del movimento di bilancia, il
disordine, che oggi è ridotto, possa riprendere il sopravvento e cacciare
l’ordine in uno stato d’inferiorità. Gli elementi sono equivalenti: l’ho
detto e lo ripeto. O come manifestazioni di sostanze diverse,
necessariamente o fortuitamente associate; o come manifestazioni di
una sostanza unica che non può esprimersi se non in forme opposte che
sono irriducibili all’unità, in quanto forme, e non potrebbero
identificarsi se non annientandosi ossia rientrando nella indifferenziata
realtà della sostanza semplice. Dunque non si comprende perché fra
questi elementi equivalenti, tutti necessari alla natura, alcuni dovreb-
bero sempre rimanere alla, testa, con funzioni direttive, ed altri
assolvere il compito dei gregari ubbidienti e disciplinati. Nella realtà
che conosciamo, e in noi stessi che ne siamo parte, si rivelano, fianco a
fianco, in uno stato di continua oscillazione, l’ordine ed il disordine.
Perché non volete vedere che il primo ed ignorare il secondo ».
« Ma via, lascia stare le sottigliezze metafisiche — protestò l’avvocato.
— In verità il disordine non esiste, non è che una nostra illusione. In
natura non v’è che l’ordine, costante e progressivo, la regola eterna. Del
resto anche la scienza ci dimostra che l’universo, che esiste da miliardi
di anni, è stato sempre ordinato ».

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« Bravo, avvocato ! — replicai. — Non ti accorgi che stai sostenendo
una tesi molto vicina a quella teleologica di Tommaso d’Aquino. Però ti
chiedo, entrando nel campo della metafisica in cui proprio tu mi spingi:
quest’universo ordinato, che esiste da dieci, venti, trenta miliardi di
anni, da cosa è venuto? Da una realtà anteriore, certamente. Ebbene,
questa realtà anteriore non poteva essere il nulla assoluto perché dal
niente nasce niente e nessuna bacchetta magica di padreterno poteva
operare il miracolo. Dunque doveva essere un nulla relativo, il non
essere dell’essere, la stessa realtà attuale che esisteva in modo opposto
a quello in cui esiste ora (1). Era il caos in cui tutti gli elementi turbi-
nano confusamente. Poi, in seguito, tale caos ha ordinato nel suo seno
gli elementi confusi ed ha generato una nuova realtà, l’universo. Ma nel
suo fondo ultimo, nella sua essenza, il caos è rimasto caos, non si è tra-
sformalo ma, unito a quell’altra parte di sé che si è metamorfosata, che
è diventata universo, ci presenta ora lo spettacolo della natura in cui
l’essere ed il non essere sono l’uno accanto all’altro e li troviamo in noi
e fuori di noi.
Per questo motivo l’uomo non riesce mai a stabilire l’armonia nella sua
anima fra le opposte tendenze che in essa si sfrenano. Vivere come si
sente significa abbandonarsi al sentimento o alla passione che, nel
momento presente, si rivela più forte, soggiogando altri sentimenti e
passioni che, in seguito, prenderanno il sopravvento. Perciò se
l’armonia non possiamo fissarla in noi, come vuoi che possiamo
stabilirla, definitiva e perfetta, fra noi e gli altri uomini vicini e lontani?
».
(1) Questa ipotesi è tutt’altro che inammissibile. Perfino uno scienziato cattolico, sir
Edmund Whittaker, ha concluso le sue indagini intorno all’età del mondo con queste
parole: « Questi differenti calcoli convergono nella conclusione che vi fu un’epoca,
circa uno o dieci miliardi di anni fa, prima della quale il cosmo, se esisteva, esisteva in
una forma totalmente diversa da qualsiasi cosa a noi nota: cosi che essa rappresenta
l’ultimo limite della scienza. Noi possiamo forse, senza improprietà, riferirci ad essa
come alla creazione» (Space and Spirit, 1946). Ma siccome la creazione dell’assoluto
nulla è inconcepibile, si può meglio ritenere che alle origini, la realtà esisteva in modo
opposto all’attuale, ossia come caos da cui poi è sortito il cosmo. O per propria intima
necessità; o per azione ordinatrice di un elemento demiurgico (controbilanciabile,
nell’eternità, con l’azione di elementi opposti); o per altre cause a noi ignote e, forse,
mai conoscibili.

71
L’avvocato ed il leader anarchico rimasero zitti. Ma la contadina
lucana, che non aveva compreso nulla di tutto quanto ascoltato,
intervenne nella discussione dichiarando che io «dicevo storie» e
l’amore, che è l’impulso fondamentale dell’essere umano, finirà per
trionfare. Imperativamente, con quel tono autoritario che faceva tremare
le cameriere, sentenziò che il bene doveva divenire obbligatorio e i
fautori del male, i borghesi sfruttatori, i fascisti assassini che avevano
massacrato i poveri negri in Abissinia e i compagni spagnoli, dovevano
essere tutti fucilati. Poi sarebbe venuto l’Eden, il paradiso di lattemiele,
la società futura della pace e dell’accordo.
In quell’istante la fantesca si avvicinò e mostrando un piede,
spaventosamente gonfio, chiese alla signora il permesso di mettersi a
letto.
« No, perché dovete ancora spazzare il salotto e dare la cera ai
pavimenti» rispose la contadina rifatta.
« Ma, signora, guardi il mio piede. Mi duole terribilmente e non posso
più sopportare questa pena. Se continuo a strapazzarmi, domani non
potrò lavorare ».
« Ed io vi manderò via perché chi sta qui deve guadagnarsi il pane. Se
siete ammalata andate all’ospedale. Ma se rimanete in casa dovete
assolutamente fare il vostro lavoro ».
La poverina sospirò e si allontanò zoppicando. Io mi alzai nauseato.
Rivolgendomi al vecchio impostore, dissi:
« Un amoralista che accetta la vita senza esclusioni e riconosce la
naturalità e l’equivalenza delle passioni, buone e cattive, ha
compassione di quella disgraziata e se ne va per non vederla soffrire. La
tua femmina che posa a umanitaria e vuole il trionfo incondizionato del
Bene, nega il riposo a un’ammalata. Se i borghesi non conoscono la
pietà, lei la conosce meno di loro. E voi tutti, moralisti, altruisti,
utopisti, non siete altro che un branco di canaglie e di farabutti ipocriti».
Presi il cappello e uscii. Nei giorni che seguirono mi ruppi
definitivamente con I. del quale ero stomacato. Il sospetto che fosse una
spia era stato confermato da nuovi indizi e io non volevo mantenere
nessun rapporto con un individuo del suo genere.

72
In una lettera che gl’inviai per significargli il mio disprezzo, dopo aver
ricordalo tutte le bassezze che commetteva, conclusi con questa
osservazione:
« Tutto ciò mi dimostra che tu non sei anarchico perché, se lo fossi
come me, ti comporteresti in modo diverso ».
Il dottore consegnò la lettera alla questura. Immediatamente i poliziotti
eseguirono una perquisizione in casa mia, sequestrarono la copia del
mio scritto ad I. e mi tradussero in carcere. La Commissione Provin-
ciale di Napoli, con un’ordinanza in data 25 aprile 1937, m’inflisse
cinque anni di confino politico, per professione di fede anarchica.
Ed io ritornai, con le manette ai polsi, a Tremiti.

***

Quel maledetto scoglio che, se potessi, farei saltare con la dinamite, mi


accolse per la seconda volta, nel suo grembo infecondo. E ripresi la vita
di prima, vita fatta di noia, di disgusto, di ribellioni represse. Noi
confinati non potevamo scendere al porticciolo e dovevamo stare tutto il
giorno sulla cima dello scogliaccio, arido ed inospitale, fra le quattro
casupole del paese schiacciate dall’imponente vetustà del medioevale
castello che le sormonta. E andavamo in su e in giù, dalle case al
castello e dal castello alle case, muovendoci in uno spazio fin troppo
angusto e camminando su certi ciottoli aguzzi che sfondavano le piante
dei piedi. E tutti i giorni non si poteva fare che quello, vedere sempre le
stesse cose, incontrare sempre le medesime persone, ascoltare le voci
rauche degli ubriachi che cantavano: « La violetta la va, la va, la va » e
le concioni esasperanti dei comunisti che ripetevano monotonamente,
con le parole obbligate, le lodi della Russia e il panegirico di Stalin.
Intorno poliziotti dalla grinta dura e dallo sguardo inquisitore, mastini
feroci che spiavano ogni gesto e ogni parola, pronti per arrestarci. Poi
altri nemici ancora più insidiosi, i confinati che facevano la spia o
inventavano calunnie a danno dei compagni per guadagnarsi così il
proscioglimento. I bolscevichi riuniti in conventicola, si prestavano
mutuo appoggio, si guardavano le spalle reciprocamente, costituivano

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un blocco compatto contro il quale l’azione sbirresca-spionistica poteva
avere minore presa. Ma quelli che, come me, erano isolati, all’infuori
della setta rossa, e contro la polizia e i suoi ruffiani, si trovavano nelle
condizioni degl’ignavi nel vestibolo dell’inferno: a Dio spiacenti ed ai
nemici suoi. E ricevevano botte da tutte le parti.
Il giorno ci si annoiava. Io studiavo ,altri conversavano o scendevano e
risalivano al castello o si trattenevano nelle bettole. Al tramonto
suonava la tromba e tutti dovevamo rientrare nei cameroni dove ci chiu-
devano e ci lasciavano stare fino al mattino, in compagnia del prurito
che procuravano le cimici e del fetore nauseante che le latrine
mandavano.
Bella vita era quella, non c’è che dire … Mussolini non ci passava che
sei lire al giorno per ciascuno. E con tale misera somma dovevamo
vivere e non bastava per pagare la porcheria che ci davano da mangiare
nella mensa o nell’osteria di Ciociò. Però i capi comunisti si
arrangiavano diversamente. Con i soldi del soccorso rosso. E, viva
sempre Stalin, per loro la vita non era troppo dura.
La setta bolscevica, all’epoca del mio ritorno a Tremiti, era diventata
più numerosa e padroneggiante. Alcuni settari continuavano a fare la
spia al direttore; non solo per ritrarne vantaggi personali, ma anche per
incarico del « partito », per meglio colpire, con l’arma della delazione,
gli avversari politici. Ma la setta, ufficialmente, manteneva nel suo
complesso un atteggiamento di opposizione, legalitaria e formale,
all’autorità dell’isola costituita da sbirri venduti al fascismo. Di tale
atteggiamento che, praticamente, consisteva nell’indurre i confinati alla
sopportazione rassegnata del regime di confino unita alla inutile
ostentazione di certe forme di protesta passiva, s’impermalì il direttore
Fusco. Era costui il più bel tipo d’idiota presuntuoso che abbia mai
conosciuto. Lo stesso che mi mandò in punizione a S. Domino quando
volevo rompere gli occhiali dell’onorevole Costa.
Fusco che fisicamente, sembrava un pupazzetto da boite a surprise, con
due baffettini tirati all’insù e certi occhietti che sprizzavano vampate di
vanagloria, non poté tollerare che gli armigeri bolscevichi non lo
salutassero quando lo incontravano in istrada. Non capì che quella era
tattica e che gli stessi truculenti staliniani che, pubblicamente,

74
ostentavano noncuranza o disprezzo per lui, dimostrando così di non
essersi piegati, quando poi, isolatamente, entravano nel suo ufficio, si
profondevano in inchini e salamelecchi facendo ammenda della loro
colpa. Non comprese nulla il povero fesso. Non intuì che coloro che
impedivano i tentativi di fuga, le rivolte individuali e anche le
sommosse dei molti, spronati dalla disperazione, erano proprio
Graziadei, Vincenzi e gli altri caporali di Stalin che predicavano l’attesa
paziente del gran giorno della rivincita, per effetto della politica
internazionale. E intanto costringevano i loro seguaci ch’erano la
maggioranza dei confinati, a sottostare a tutte le vessazioni, esprimendo
soltanto, con gesti beneducati, una contegnosa riprovazione morale e
sociale. Fusco, accecato dalla sua megalomania di gendarme
semianalfabeta, non si contentò della disciplina, ma volle addirittura la
schiavitù e l’abiura. E decretò che i confinati dovevano salutare
romanamente, lui ed i suoi agenti, agli appelli giornalieri.
Questo ukase suscitò l’indignazione generale. Anche l’asino, quando è
troppo bastonato, finisce per tirare calci e la provocazione poliziesca
risvegliò, per un istante, i confinati di Tremiti. Tutti si agitarono e i
comunisti e gli anarchici dichiararono subito che si sarebbero ribellati
all’ingiunzione.
« Noi non saluteremo e non potranno denunziarci perché la legge di
pubblica sicurezza non stabilisce che dobbiamo alzare la mano » —
affermarono.
« Ma — replicai — il direttore c’infliggerà successivamente tante
consegne e punizioni che, alla fine, tutti si stancheranno e, prima o
dopo, capitoleranno. La resistenza passiva, il gandhismo, segnerà la
nostra sconfitta. Per conseguenza, se non vogliamo sopportare
l’imposizione, non abbiamo altra via che quella d’insorgere
improvvisamente, disarmare i pochi agenti che presenziano l’appello,
occupare di sorpresa le tre casermette dei carabinieri nelle quali non
incontreremo che scarsa resistenza da parte degli attaccati che, non
sospettando la rivolta, non saranno pronti a fronteggiarla.
Contemporaneamente un altro gruppo occuperà l’ufficio telegrafico e
distruggerà gli apparecchi. Siccome a Tremiti non v’è stazione
radiotrasmittente né alcun altro mezzo di comunicazione, all’infuori del

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telegrafo, in Italia non giungerà subito la notizia della sommossa e non
partiranno rinforzi. Noi, padroni dell’isola, attenderemo l’arrivo del
vapore che, proprio domani, deve giungere da Manfredonia, ce ne
impadroniremo e, saliti su, fileremo verso la Dalmazia. Il piano ha
molte probabilità di riuscita, data anche la scarsa forza che c’è qui e la
sorpresa che sarà il nostro migliore ausiliario. Riacquisteremo la libertà
ed infliggeremo un grave smacco a chi ce ne ha privati. Del resto, anche
se un fatto imprevisto farà fallire il colpo, soccomberemo ma lottando e
restituendo le botte ».
I capi comunisti e gli anarchici bocciarono la proposta che definirono
pazzesca. Cercarono tutti i pretesti, indicarono tutti i pericoli, anche i
più lontani ed i meno verosimili, per dimostrare che la rivolta sarebbe
fallita. Cosi nel ‘20, si prospettarono tutte le difficoltà per rimandare
continuamente la rivoluzione; così tutte le volte che c’è stata da
compiere un’azione hanno sempre trovato la scusa plausibile per tirarsi
indietro. A certa gente piace complottare, lavorare nell’ombra, ma non
affrontare il pericolo apertamente, alla luce del sole. I bolscevichi sanno
sfidare il confino e la galera, ma non la morte. Sono troppo attaccati alla
pellaccia per diventare eroi. Pensano che dall’isola si ritorna, dal
carcere si esce con l’aureola del martirio e con maggiori probabilità di
diventare un grande o piccolo Stalin della prossima dittatura. Ma la
morte è la fine d’ogni speranza: occorre quindi schivarla. Il comunista
vuole vivere per mangiare e comandare. Il comando non è per lui, come
per il superuomo nietzschiano, un mezzo per indiarsi, per realizzare un
superbo sogno di grandezza personale; ma è bestiale libidine di oppres-
sione, foia tigresca di stringere tra gli artigli, d’imporre il proprio
dominio, il proprio fanatismo, la propria barbarie, soddisfacendo tutti
gli istinti e gli appetiti del bruto.
Il giorno seguente, all’appello, vi fu un banale scambio di pugni fra
confinati e poliziotti, ma non si andò più avanti. La direzione ordinò un
centinaio di arresti; quelli rimasti fuori si affrettarono a salutare. I capi
bolscevichi, con l’avvocato Corrado Graziadei alla testa, non levarono
il braccio nel saluto romano, per non discreditarsi presso i seguaci; però
salutarono togliendosi il cappello. Invece pochi riottosi non fecero alcun
saluto, ed io fui tra questi. Arrestati e rinchiusi in un camerone per

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scontarvi la consegna aggravata, rimanemmo, gandhisticamente,
nell’inerzia, per incitamento dei capi comunisti che erano stati rinchiusi
con noi. Il caldo ci soffocava, la mancanza d’aria dava i tormenti
dell’asfissia, un giovane staliniano, già tubercolotico, mori dopo
quindici giorni, e i generali rossi continuarono a predicare la calma e la
resistenza passiva. Nauseato di quella sciocca commedia che non
metteva capo ad alcun risultato, io, finito il mese di consegna, mi
separai dai ribelli alla Gandhi. I bolscevichi mi criticarono aspramente,
ma, dopo pochi giorni, il loro duce, l’avvocato Graziadei, salutò
romanamente, per salvarsi. E fu prosciolto dal confino. Io, invece,
rimasi relegato E trasferito da Tremiti a Ventottenne.

***

Nell’isola che Settembrini ricorda nelle sue « Rimembranze » trovai


maggiore rigore poliziesco e una più seria opposizione fra bolscevichi e
direzione. Quanto più la polizia gravava la mano, tanto più i marxisti
serravano le file, irrigidivano la disciplina, esasperavano il settarismo e
la ferocia. Molti gregari disertavano spaventati dalla severità della
sbirraglia o nauseati dalla tirannia dei capi rossi; e questi, furibondi per
i quotidiani abbandoni, esigevano un’obbedienza cieca da parte dei
fedeli e invelenivano, con rabbia idrofoba, la calunnia, il boicottaggio,
la persecuzione dei non staliniani. Quando un nuovo confinato giungeva
a Ventottenne i comunisti lo circondavano immediatamente,
l’attiravano nella loro orbita, gli dettavano la norma di condotta e la
regola di pensiero. Tre o quattro propagandisti lo sottoponevano a
continue iniezioni di dottrina moscovita, gl’implacabili censori, preposti
alla sorveglianza e alla direzione dei neofiti, lo accompagnavano
dappertutto, nel camerone, in istrada, agli appelli, gli spiegavano il
dovere e la necessità di aderire al partito e di uniformarsi alla sua
disciplina, e gli mostravano i vantaggi che gliene sarebbero derivati e il
danno che avrebbe ricevuto mettendosi contro il gruppo più forte del
confino. Il nuovo giunto, stordito, assillato, suggestionato, cedeva; e da
quell’istante faceva parte dell’armata dei devotissimi e dei fedelissimi,

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delle macchine umane che sentivano, volevano ed agivano come
disponeva lo stato maggiore bolscevico.
Ma se il neofita resisteva, se non si lasciava assorbire e conservava la
propria indipendenza, la più accanita persecuzione si scatenava contro
lui. I comunisti si passavano la parola d’ordine e cercavano, con tutti i
mezzi, di rendergli la vita impossibile. Nessuno gli rivolgeva la parola,
nessuno lo avvicinava, tutti gli esprimevano il disprezzo e l’avversione.
Gli aggettivi « spia », « manciuriano », venivano soffiati nel suo orec-
chio ad ogni istante. Il più penoso isolamento e lo spregio più duro
pesavano sul reietto, l’avvilivano, lo schiacciavano. Nel camerone e
nella mensa ognuno si ingegnava di fargli qualunque dispetto, di
mortificarlo, di offenderlo. Il poverino inghiottiva veleno, masticava
amarezza, si torceva sotto il tallone di ferro che pesava sul suo petto,
poi finiva per capitolare. I poliziotti avevano un bel ripetergli che, se si
fosse unito ai comunisti, non sarebbe più tornato a casa; ma lui viveva
lì, in quell’ambiente, non poteva rassegnarsi lungamente all’onta del
reprobo, dell’appestato, non poteva sopportare che i compagni gli
sputassero sempre sul viso e lo trattassero come una cosa immonda.
Quindi, anche a costo di rovinarsi maggiormente e di allontanare il suo
ritorno in famiglia, doveva diventare comunista. Se per tanto resisteva,
se mostrava i denti agli aguzzini, allora questi escogitavano altri mezzi;
qualcuno, in sua assenza, nascondeva nella sua branda un oggetto di
proprietà di un bolscevico; poi il proprietario comunicava ai poliziotti la
sparizione dell’oggetto. Gli agenti eseguivano le perquisizione in tutte
le brande del camerone, trovavano il corpo del reato in quella del
povero ignaro e lo arrestavano per furto. La polizia era gabbata e
l’anticonformista punito.
Malgrado ciò molti abbandonavano i comunisti ma, dopo poco tempo
erano prosciolti o trasferiti altrove; gli staliniani invece rimanevano
sempre a Ventottenne, costituivano un gruppo compatto, organizzato,
disciplinato, possedevano l’eccedenza del numero e riuscivano a
dominare il confino e a boicottare chi non si piegava al loro giogo.
Nessuno parlava, nessuno protestava contro i soprusi dei bolscevichi: la
potenza della paura chiudeva la bocca di tutti. Le spie non mancavano
ma il controspionaggio comunista paralizzava la loro azione e faceva si

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che i fatti più gravi non arrivassero all’orecchio di quelli che si
confidavano con la questura. I seguaci di Stalin agivano con tale
subdola maestria che, solo raramente, i poliziotti riuscivano a coglierli
in flagranza. Ma anche quando si scopriva qualche cosa, cadevano i
gregari, gli esecutori; i capi davano gli ordini e rimanevano nell’ombra,
spingevano gli altri avanti ma non si compromettevano personalmente,
rendendosi cosi inattaccabili. Essi avevano gli informatori che
giornalmente stendevano rapporto di tutto quanto si diceva e si faceva
nell’isola; comandavano i fedeli soldati che, con pecorile sottomissione,
obbedivano sempre, sia che ci fosse da versare soldi al soccorso rosso o
da perseguitare i non comunisti, sia che si dovesse protestare contro la
direzione o creare una infamia per rovinare qualcuno. E i generali, i
papaveri, le eminenze rosse, tirando i fili dietro le quinte,
stalineggiavano. C’era da picchiare un nemico? Mandavano gli
armigeri. Volevano propalare una calunnia contro un inviso? Passavano
la parola e, in un momento, lo sciame dei seguaci aveva sparsa la voce.
Intendevano avanzare un ricorso al ministero attaccando la polizia? Essi
dettavano ed un X fesso firmava attirando su sé il risentimento dei
questurini e la loro malevolenza. I docili gregari si privavano delle
sigarette per versare la quota obbligatoria al soccorso rosso, e i capi,
con quei soldi, prendevano il tè, mangiavano la marmellata, si
rimpinzavano di crema e di pollo e offrivano il vermout alle tre o
quattro Theroigne di Mérincourt, a scartamento ridotto, che rap-
presentavano il comunismo femminile in Ventottenne. Per la grandezza
di Stalin e la redenzione dell’umanità i soldati digiunavano e i generali
facevano le scorpacciate. Ad majorem dei gloriam.
Fra i capi spiccava la figura del lumacone zoppicante, del torinese
Roveda, reduce dalle patrie galere e perciò adoralo come martire in
Italia e all’estero. Alla sua boria ridicola si univa l’arroganza plebea
dell’indivisibile compagno Vincenzo Baldazzi, ex comandante, in
sott’ordine di Mingrino, degli arditi del popolo e repubblicano alla
Stalin nell’interesse del fronte popolare e della propria ambizioncella.
Questo tozzo Don Chisciotte ricordava, con la sua grinta, il feroce
sonetto col quale il Rapisardi fece il ritratto del Carducci nella
memorabile polemica fra i due scrittori: «In canin ceffo occhio

79
porcino». Egli era il vero tipo del capo popolo, del Masaniello
insolente, presuntuoso, volgare. Raccontava a tutti le vittorie dei bei
tempi quando, alla testa dei suoi prodi, sbaragliava i fascisti e
schiaffeggiava i consoli della milizia in mezzo alle loro legioni. Non si
comprendeva — ascoltandolo — come Mussolini fosse potuto entrare
in Roma; ma l’arcano lui lo spiegava con la scempiaggine di Facta che
non aveva voluto affidargli .... i forti della città.
Amico di Roveda e, forse, più settario e tracotante dei suoi alleati
comunisti, egli era a Ventottenne un’autorità fra i confinati che
salutavano sulla sua testa il berretto gallonato del futuro generalissimo
dell’armata rossa italiana. Accanto a lui ed al santone bolscevico si
presentava, alla rispettosa distanza di tre passi, il ragioniere Calogero
Barcellona, sotto-capo di vaglia, con la compostezza e la regolarità
dell’impiegato di banca che ha trascorso l’intera vita a Milano
economizzando sullo stipendio di 500 lire mensili. Un po’ dietro, secon-
do l’ordine gerarchico, appariva « frate» Caprioli, piccolo, sfuggente,
ipocrita, vero tipo di domenicano dell’Inquisizione e di fanatico
provveditore degli autodafé. E al suo fianco, marziale ed indomabile
come conviensi all’attendente del generale Baldazzi, marciava Alfonso
Failla, barbiere siracusano, intelligentino ed autodidatta ma mafioso,
prepotente ed ambizioso, che si diceva e si dice anarchico ma cucinava
l’anarchia con tutte le salse nella speranza di diventare qualcuno.
Questi erano i componenti lo stato maggiore bolscevico che dirigeva i
confinati politici nell’isola di Ventotene. Erano i tirannelli di quei
poveri diavoli che avevano avuto la pretesa di ribellarsi, coi fatti o con
le chiacchiere, a Mussolini per poi diventare gli umili schiavi di cinque
nullità, despotiche ed esigenti.
Naturalmente, ai generali ed ai soldati, io dissi subito ciò che sentivo.
Chiamai « Stalin di cartapesta » i capi, « pecoroni dalle corna ricurve »
i gregari. Il ragioniere Barcellona che dormiva nel camerone, dirimpetto
a me, divenne il bersaglio dei feroci strali che il mio sarcasmo gli
lanciava. Quando vedevo ogni sera il suo attendente, un certo Stokovic,
triestino, che, in omaggio alla disciplina comunista, gli faceva il letto,
gli preparava il tè e si sorbiva le strapazzate senza rispondere, chiedevo
allora all’autoritario Calogero perché non si decideva a provvedersi di

80
un orinale che il servo fedele gli avrebbe, la mattina, vuotato. I capi
bolscevichi pretendevano comandare nei cameroni e nelle mense,
imponendosi, non solo, ai loro seguaci, ma a tutti. Stabilivano l’ora in
cui i confinati dovevano alzarsi, l’ora nella quale bisognava studiare e
quella destinata al riposo. Volevano trasformare il confino in una
caserma ed esserne i caporali. Tutti ubbidivano, il solo che mostrava i
denti ero io.
La prima mattina che gli armigeri di Mosca mi destarono, invitandomi a
levarmi, afferrai una scarpa e dichiarai che avrei rotto gli occhiali del
ragioniere Barcellona se non fossi stato lasciato in pace. Ma la mia
anarchica strafottenza acuì l’odio che i comunisti mi portavano e non
valse a svegliare gli altri. Sessanta secoli di vita gregaria hanno
trasformato gli uomini in pecore e qualunque esempio, qualunque
esortazione, non serve a ridestare nel loro cuore la fierezza personale, il
senso dell’indipendenza. Incaproniti fino alla nausea, i gregari marxisti
continuavano ad obbedire supinamente ai capi, subivano rimbrotti e
castighi, si facevano consegnare nel camerone col divieto di uscita e si
attenevano all’ordine di non parlare per un dato tempo con un
compagno al quale era stata inflitta una punizione solenne. Erano come
tanti fantocci i cui fili venivano tirati dai vari Bonelli, Roveda, o
Baldazzi, cioè dai vari caporalicchi che si allenavano all’esercizio
dell’autorità staliniana. Il comunista, divorato dalla libidine del
comando, ubbidisce servilmente al superiore attendendo che possa
salire qualche gradino nella gerarchia del partito e prendere il suo posto.
Cosi Stokovic faceva il letto a Barcellona sognando il giorno nel quale
qualche altro lo avrebbe fatto a lui. Così Franzoni, a Tremiti, usciva di
casa lasciando sola la moglie col generale recatosi a visitarla e pensava
che, in avvenire, con la greca sul berretto, avrebbe anche lui visitato le
mogli dei compagni.
Mentre i rapporti fra me e i comunisti si facevano sempre più tesi, seppi
che Roveda, l’eroe, il martire, il simbolo della resistenza bolscevica,
aveva segretamente inoltrato al governo una domanda di grazia, un vero
e proprio atto di sottomissione nel quale inneggiava a Mussolini e al
regime, datando con l’anno XV° dell’Era Fascista. Nauseato
dall’ipocrisia di quel santone che predicava l’intransigenza e spronava

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gli altri a rimanere sulla breccia, mentre poi, di nascosto, cercava
salvarsi recitando la commedia del ravvedimento, comunicai a tutti la
notizia: « Ecco cosa sono i comunisti — dichiarai — vili e simulatori.
Impongono l’inflessibilità, bollano e perseguitano chi si piega, lanciano
le più feroci ingiurie e rendono la vita impossibile a quei poveri diavoli
senza idea e senza passato politico che, capitati qui per sbaglio,
invocano la clemenza del dittatore; poi, all’insaputa di tutti, inviano
anch’essi le domande di grazia e se ne ritornano a casa senza che la
platea veda la loro calata di brache. Per la massa rimangono i puri,
gl’indomabili, ma a Mussolini hanno chiesto segretamente perdono ».
Roveda, da me interrogato prima che rendessi nota la sua defezione,
non poté negare di avere chiesto al duce il proscioglimento dal confino.
Ma cercò pretesti per attenuare il suo atto e si allontanò masticando
amaro; poi con quella perfidia e ipocrisia che sono speciali doti dei
comunisti, diede ordine ai suoi seguaci di sferrare contro me la più
schifosa campagna di calunnie e d’infamia. Baldazzi, il Masaniello
romano, il generale degradato degli arditi del popolo, si assunse la
direzione dell’attacco. Failla, l’anarchico di Mosca, l’attendente di
Baldazzi, si schierò al fianco del superiore e gli passò gli strali
avvelenati che avrebbero dovuto colpirmi. Abituato a baciare la mano
degli alleati comunisti che hanno scannato i suoi compagni libertari in
Russia e in Spagna ma che a lui daranno il bastone del comando nella
natia Siracusa quando Baffone verrà, il barbiere siciliano cercò
trafiggermi in tutti modi con l’arma vile della diffamazione, sebbene
fino al giorno prima si fosse dichiarato mio amico. La disciplina del
fronte popolare gl’imponeva la lotta contro me, quantunque sapesse che
avevo indubbia ragione; ma il settarismo, l’influenza di Baldazzi, la
necessità dell’accordo con i capi bolscevichi con i quali è stato sempre
cucito a filo doppio, a Ponza ed altrove, lo spingevano a lanciare
spruzzi di bava idrofoba che non raggiungevano nemmeno la suola
delle mie scarpe.
Al seguito dei generali i pecoroni gregari, senza cervello e senza
volontà, i docili fessi che credono tutto quello che i papaveri dicono e
agiscono supinamente come i superiori comandano, tentarono
boicottarmi, ubbidendo alla parola d’ordine venuta dall’alto. Allo scopo

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di farmi il vuoto intorno indussero, con la persuasione o con le minacce,
quanti più confinati potevano a non parlare con me. Inventarono sul mio
conto le più strane frottole e le più basse calunnie che poi si
sussurravano nelle orecchie, furtivamente. Cercarono esasperarmi con i
più vili dispetti e le più sleali manovre e uno di loro, che spadro-
neggiava nell’infermeria, come aiutante del medico, giunse al punto di
negarmi, con i più stupidi pretesti, le medicine che mi spettavano. La
squadra d’azione organizzò un’aggressione che avrebbe dovuto
svolgersi in questo modo: di notte, mentre dormivo, quattro armigeri si
sarebbero avvicinati al mio letto e, lanciatami una coperta sulla testa,
avrebbero picchiato. All’ultimo istante giunse un contro ordine e
l’aggressione fu rimandata: l’intero confino e anche la direzione, erano
al corrente della mia campagna contro Roveda e della contro-campagna
che i comunisti conducevano per vendicarsi. Se fossi stato bastonato e
ferito tutti avrebbero ritenuto come mandanti i capi bolscevichi che si
sarebbero compromessi. Temendo il pericolo essi fermarono le mani già
pronte a colpire.
In quei giorni, mentre l’azione subdola degli staliniani tentava
prendermi alle spalle, un individuo che si faceva passare per anarchico
ma era invece una spia, si tolse, con me, la maschera e mi confidò che,
insinuatosi fra i comunisti e venuto a conoscenza di tutte le loro
magagne (armi nascoste, corrispondenza clandestina, ecc.) le avrebbe
denunziate alla direzione. Mi disse pure che, per incarico di Failla e
Baldazzi, mi aveva rubato un quaderno nel quale i papaveri del fronte
popolare; sospettavano scrivessi il libro antibolscevico da me
preannunziato. Baldazzi, ricevuto il quaderno e pagate dieci lire di
compenso al ladro-spione, era rimasto deluso trovando, al posto della
critica politica, dei semplici appunti sulla « Storia del materialismo » di
Lange. Non ne aveva capito gran che, nella sua crassa ignoranza, e s’era
rimesso ai lumi di Failla che doveva dargli la spiegazione.
Riferendomi tutti questi particolari e la sua intenzione di denunziare i
comunisti, il pseudo anarchico, già confidente della questura di Genova,
credeva che conservassi il silenzio perché, in fin dei conti, egli voleva
colpire i miei più feroci nemici. Voleva colpirli, ben s’intende, nella
speranza del proscioglimento dal confino che il ministero gli avrebbe

83
concesso; ma, a prescindere da ciò, vendicava, a parer suo, anche me ed
io dovevo aiutarlo dando una forma letteraria all’esposizione scritta che
intendeva inviare alla direzione.
Invece io chiamai « frate » Caprioli e lo misi al corrente di tutto. Io odio
i comunisti, sono sempre pronto ad affrontarli, ma combatto
apertamente, lealmente, e non voglio che nemmeno i miei più accaniti
avversari, siano colpiti a tergo. In questo libro potrei narrare cose, ben
più gravi, dei bolscevichi ma, facendolo, denunzierei indirettamente
qualcuno e perciò me ne astengo.
Quando seppi che una spia stava per vendere coloro che mi
calunniavano e mi combattevano con le armi più vili, li avvisai e li
salvai. Agii cosi per cavalleria, per quello stesso sentimento che, a
Parigi, mi spinse a proteggere una donna sconosciuta, nel caffè della
Nation, a rischio della vita, e che a Tremiti mi spronò a difendere il
fascista Neri contro i falsi testimoni. Come risposta alla mia generosità
le serpi comuniste intensificarono la campagna di diffamazione contro
me e provocarono ed aggredirono due anarchici, Francesco Ticchi ed
Amedeo Bassi, che mi davano ragione.
Il santone Roveda non concedeva tregua ma, praticamente, applicava le
lezioni di settarismo e di gesuitismo ricevute dal suo superiore, il
pontefice Gramsci. Sul conto del quale sarebbe opportuno leggere
quanto ha scritto il vecchio ed ardito anarchico Paolo Schicchi, ch’è
stato in galera con lui. E ne ha detto peste e corna.

84
ANCORA NELL’INFERNO

Negli anni che seguirono la mia vita continuò a svolgersi nella


solitudine e nel dolore.
Da Ventotene fui trasferito a Macchiagodena, un villaggio sperduto
sulle montagne del Molise.
Dal simpatico ambiente dei comunisti fanatici che mi calunniavano,
passai all’ambiente, altrettanto gradito, dei contadini, rozzi ed ignoranti,
che, istigati dal prete locale, mandavano i loro ragazzi a lanciar sassi
contro l’anarchico, nemico di dio. La storia durò fin quando non pestai
ben bene uno di quei monellacci. Corsi allora il rischio di finire in
galera, ma la conseguenza fu che, al mio passaggio, non volarono più
pietre.
Da Macchiagodena, il ministero mi traslocò ad Isernia dove scontai gli
ultimi due anni di confino. Trovai in questo paese una certa tranquillità
e potetti dedicarmi di nuovo ai prediletti studi filosofici e letterari. Nel
1942 terminai il periodo di relegazione e, finalmente, ritornai a Napoli.
Ma nella città canora non mi fu possibile rimanere inattivo. Ero stato
troppo ferocemente colpito, troppo duramente offeso, perché la mia
anima ribelle si rassegnasse all’accaduto e non cercasse la vendetta.
Costituii segretamente un gruppo di azione rivoluzionaria e progettai di
fare saltare, con una bomba ad orologeria, la sede della federazione
fascista. Uno dei miei compagni, il traditore Datodi, denunziò me e gli
altri, pochi giorni prima che l’attentato avvenisse. Fummo arrestati ma
siccome mancava ogni prova e non si poteva procedere legalmente
contro noi, il capo dell’Ovra, Pastore ,mi costrinse, con la minaccia
d’infierire su mia madre ammalata, a firmare una confessione. Io però,
appena passato al carcere, smentii la firma, dichiarando al giudice
istruttore che mi era stata estorta con la violenza. Quindi gli altri
uscirono e rimasi dentro io solo, in seguito ad una nuova denunzia
sporta a mio carico dall’invelenito Pastore.

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Otto mesi durò la detenzione. E furono otto mesi di dolori fisici e
morali, patiti nell’opprimente tetraggine di una cella buia dove non
avevo altra compagnia che quella dei miei pensieri cupi.
Uscii, alla fine di settembre del 1943, quando il popolo insorse contro i
tedeschi e fece le quattro giornate.
Respirando l’aria libera mi avvidi che se il mio corpo si sentiva sfinito
per i tormenti della prigione, il mio spirito, invece, bruciava, consumato
da quello stesso fuoco ribelle che, a sedici anni, mi aveva spinto a
promuovere una sommossa a Vigevano.
Ormai il fascismo era caduto e speravo si trascinasse dietro, nel baratro
delle sue colpe, l’intera società borghese, quella società che, da ventitré
anni, mi perseguitava e della quale volevo vedere la morte ingloriosa. E
a darle la morte, ad immergerle il pugnale nella gola, mi sentivo
spronato dall’odio covato durante tanto tempo, dal bisogno frenetico di
vendicare la mia giovinezza sciupata nel confino e nella galera e i miei
sogni infranti dalia miseria e dalle persecuzioni.
Ma per distruggere la nemica non potevo essere solo: mi occorreva il
concorso di altri. E speravo che, almeno in quell’istante, non mi sarebbe
mancato.
Invece dovetti disilludermi: il fascismo scomparve, ma la società
borghese rimase.
Mussolini ed alcuni gerarchi furono fucilati: il regime si frantumò. Ma i
borghesi, che avevano mantenuto al potere il fascismo per oltre quattro
lustri, si affrettarono ad indossare la casacca democratica e furono
lasciati ai posti di comando dagli americani conquistatori dell’Italia.
I grassi industriali del nord e i boriosi terrieri del sud, i solenni papaveri
della burocrazia e i pettoruti dirigenti la polizia, tutti coloro che col
fascismo avevano fornicato, che col duce s’erano arricchiti e che al
duce avevano tributato, per ben ventitré anni, i più bassi servizi, si
ritrovarono ipso facto, per trasformazione fregoliana, antifascisti della
prima ora.
Abbandonando l’alleato, esosamente sfruttato, nel momento in cui esso
crollava sotto i colpi dello straniero, i borghesi italiani si precipitarono
dinanzi alle ruote delle camionette yankee per lustrare le scarpe dei

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soldati d’oltre Atlantico e rivelare ai negri camusi il loro ardente amore
per la libertà e l’odio per il tiranno.
Di persone simpatiche, in Italia, non rimasero che quei pochi che
ebbero ancora il coraggio di non rinnegare se stessi, sfidando il colpo
alla nuca degli sgherri staliniani ed il campo di concentramento allestito
dagli anglo-sassoni.
Come prima, durante l’epoca littoria, di uomini simpatici non c’erano
stati che i pochi, pochissimi, antifascisti che, mantenendosi eretti contro
la dittatura, avevano affrontato la galera e il confino. Ma la borghesia
italiana, presa nel suo insieme, dette il più miserabile spettacolo di
panciafichismo e di viltà, di tradimento e di codardia. Coloro che
avevano mangiato col fascismo spularono nel piatto dei cibi consumati
e si prostituirono al nuovo padrone. Quelli che avevano ricevuto gli
stipendi e i favori di Mussolini, s’impennacchiarono di democrazia e
continuarono a comandare e a divorare. Ad essi si aggiunsero gli eroi
dell’ultimo giorno, gli antifascisti platonici che, durante il deprecato
ventennio, se n’erano stati prudentemente all’estero senza affrontare
carcere e confino, ma che al seguito delle baionette marocchine e delle
scimitarre zanzibaresi, se ne vennero in Italia per esigere il compenso
dei sacrifici sopportati. Cosi il raro formaggio rimasto nel bel paese fu
messo a dura prova dagli aguzzi denti di questi sorci famelici, già di-
sdegnanti la sbobba di una prigione italiana per i migliori pranzetti
consumati sui tavoli dei ristoranti parigini e pagati coi soldi della
Massoneria o del partito comunista o, anche, degli agenti dell’Ovra di
cui molti fuorusciti erano informatori segreti.
Al mangiucchiamento generale dei borghesi e dei demagoghi si
associarono i preti, usciti di sagrestia, e che avendo con l’Italia da
regolare vecchi conti, come la breccia di Porta Pia e l’incameramento
dei beni ecclesiastici, pretesero anch’essi accomodarsi lo stomaco. E
intorno al desco si trovarono tutti d’accordo, i fascisti convertiti e gli
antifascisti dei boulevard, i reverendo in berretto frigio e i masanielli
sbracati. E, mangiando e bevendo, fondarono il nuovo antifascismo,
partitocratico ed opportunista, di cui la più fulgida espressione divenne
quel Pietro Nenni che, ritornalo dall’esilio ed ottenuta la carica di Alto
Commissario per le sanzioni contro il fascismo, si fece consegnare tutti

87
i fascicoli dell’Ovra e ne restituì qualcuno in meno, suscitando il
sospetto che avesse voluto sottrarre quelli che rivelavano suoi segreti
rapporti con la polizia politica di Mussolini.
Insieme a Nenni parteciparono al banchetto e alla farsa governativa
anche i suoi amici e protettori comunisti. Loro primo compito fu quello
di accettare nei ranghi del partito tutti i fascisti rinnegati, di filare il
migliore idillio con i borghesi passati da Mussolini a Roosevelt e di
frenare e riaddormentare il proletariato, questo eterno ciuco che, in
seguito alla compressione ventennale e alle sofferenze della guerra, s’e-
ra scosso per un solo e breve istante dal millenario torpore e sembrava
deciso a fare la rivoluzione. Ma una rivoluzione in Italia, una
rivoluzione socialista, non sarebbe stata utile, in quel momento, al
padrone Stalin che, per accordi stabiliti con gli alleati anglosassoni,
doveva impedire ogni movimento sovversivo in occidente, ricevendo in
cambio la libertà di azione e di dominazione nella penisola balcanica e
nel bacino danubiano. Quindi i fedeli servi del Piccolo Padre, gli zelanti
esecutori degli ordini di Mosca, ammansirono l’asino recalcitrante, gli
rimisero le briglie e poi le consegnarono nelle mani dei borghesi,
dicendo: «tirate pure ma a condizione che noi tiriamo insieme a voi ».
Don Palmiro Togliatti, il gesuita numero 1, l’abile destreggiatore che
s’era assunto il compito di presentare il bolscevismo con una maschera
umanista, venne in Italia, per comando del dio Baffone, e cominciò a
predicare che il regime di Tamerlano non era dittatura ma libertà, non
barbarie ma civiltà, non negazione dell’individuo ma attuazione del
progresso (con la P maiuscola). Ci disse tutte le fesserie che volle,
raccontò che il comunismo ammette la proprietà privata, riconosce la
religione, rispetta la tradizione, idolatra la democrazia e vuole, sì,
conquistare, per il bene del popolo, il potere, ma non con i mezzi
rivoluzionari dai quali rifugge, bensì con i volontari suffragi degli elet-
tori coscienti. Mai lupo nascosto sotto il vello dell’agnello fu tanto
volpe quanto il cicciutello ed occhialuto politico spedito dal moderno
Gengis Khan fra la gente d’Ausonia. Facendo un inchino a destra ed un
sorriso a sinistra, una strizzata d’occhio da una parte ed un segno
significativo dall’altra, questo buon raggiratore riuscì ad ingannare tutti
ed a servire, a puntino, gli interessi di messer Stalin. Ai borghesi disse:

88
« Tenete me ed il mio lustrascarpe Pietro Nenni a fare i ministri con
voi. Condividete con noi due il governo. In cambio impediremo la
rivoluzione, somministrando un poco d’oppio al proletariato e
permettendo ai ricchi di conservare il peculio ». Ai proletari confidò in
sordina: «La rivoluzione non la possiamo fare perché ci sono gli
americani in Italia. Fingiamo di collaborare con i borghesi, andiamo al
potere con loro e poi, al momento buono, quando ci sentiremo più forti,
daremo lo sgambetto a preti e capitalisti ed instaureremo il governo
comunista».
Così gabbando tutti, promettendo fabbriche e terre ad operai e
contadini, ed offrendo ai borghesi la salvezza proveniente da una
rivoluzione stroncata, e alla chiesa l’approvazione dei patti lateranensi,
il furbacchiotto esegui, con molto zelo, gli ordini del Tamerlano
motorizzato che, dall’imperiale castello del Kremlino, lo salutò « capo
del popolo italiano».
Ma siccome non tutte le ciambelle riescono col buco, avvenne che al
grossolano machiavellismo del solerte Palmiro, borghesi e preti
opposero un machiavellismo più sottile, più abile, che non traeva la sua
ispirazione dalla rozzezza dei mongoli ma dalla fine astuzia del
Vaticano. Finsero di credere a tutte le balle che diceva, si tennero lui e
Nenni nei loro governi ciellenisti, si servirono dei due demagoghi per
frenare la massa, per calmarla, per soffocare le sue velleità rivolu-
zionarie diluendole nei contentini delle promesse future. Poi, al
momento buono, quando videro che la folla s’era nuovamente
ammansita e si sentirono ben protetti dallo Stato riorganizzato e dalla
polizia ricostituita, borghesi e preti presero delicatamente per un
orecchio don Palmiro e don Pietro e li tirarono giù dalla poltrona
ministeriale. Allora i due messeri tornarono oppositori e, non potendo
più parlare di rivoluzione, si misero a declamare che il paradiso terrestre
sarebbe stato portato sulla punta delle baionette tartare e delle fruste
cosacche mandate, in un prossimo futuro, dal Piccolo Padre Stalin
rottosi, nel frattempo, con gli alleati anglo-americani e con l’Italia retta
dalle chieriche democristiane.
Ed ora, mentre scrivo, la commedia continua. E ci sono ancora tanti
operai babbei che credono alle menzogne che questi imbonitori

89
spacciano. Non comprendendo che se il proletariato italiano permane
sotto il giogo e lo sfruttamento clericale e borghese è perché i marxisti
hanno due volte tradito e fatto fallire una rivoluzione che era possibile:
nel 1920 e nel 1945.

***

Io, uscito dal carcere, non mi rassegnai all’evidenza. Ma pure


constatando che la società non crollava e tutti si sforzavano per tenerla
in piedi, l’attaccai da solo.
Sfruttando le mie capacità oratorie girai per l’Italia centrale e
settentrionale tenendo molte conferenze nelle quali bollavo preti,
borghesi e comunisti e spronavo le folle alla rivoluzione demolitrice.
Sapevo benissimo che la massa non avrebbe risposto all’appello e che i
politici si sarebbero coalizzati a mio danno, rendendomi la vita
impossibile. Questo però non m’importava, volevo avere almeno la
soddisfazione di scagliarmi contro l’odiata società e i suoi sostenitori e
di smascherare le sue menzogne, deridere i suoi principi, rivelare il suo
marcio. Anche a costo di rovinarmi maggiormente, volevo sfogare l’ira
accumulata nel cuore e staffilare gli ipocriti, sputare sui demagoghi,
aggredire gli opportunisti e i commedianti d’ogni colore che si
atteggiavano a paladini dell’ordine costituito.
Riuscii nell’intento, tirai colpi da tutte le parti, feci mordere la polvere a
parecchi pezzi grossi, battuti nei contraddittori; ma con la conseguenza
che non potetti procurarmi un’occupazione e ogni tentativo compiuto
per guadagnarmi da vivere s’infranse contro gli ostacoli,
artificiosamente suscitati, da nemici potenti che agivano nell’ombra. Fui
ridotto nella più nera miseria e costretto ad abitare, con la mia giovane
compagna Renata Latini, nella fredda ed insalubre soffitta di un
albergaccio fiorentino dove saltavamo i pasti quasi tutti i giorni. Soffrii
le più atroci torture morali e materiali, mi contorsi negli spasimi delle
preoccupazioni e dei patema d’anima che l’indigenza genera, sentii
mille volte che i miei nervi non resistevano più alla tensione estrema a
cui quella condizione terribile li costringeva. Se non mi avesse
trattenuto il timore di lasciare, sola e indifesa, la mia compagna, mi

90
sarei fatto ammazzare, colpendo disperatamente. Ma mai passò nella
mia testa l’idea di arrendermi, di sottomettermi, per ottenere cosi che mi
lasciassero vivere. Molli mi consigliarono di recedere dal mio
atteggiamento di rivolta contro tutto e tutti; perfino mia madre me lo
ripeté tante volte, però io respinsi sempre tali consigli e rimasi al mio
posto. Perché non m’era possibile rinnegare me stesso e rinunziare al
mio passato e alle mie idee. Non m’era possibile fingere ed inchinarmi
dinanzi a quella società che, da un trentennio, mi colpiva. E infine
perché chi è nato con la natura del leone non può cambiarla con la
natura della volpe o della pecora.
Solo, senza mezzi e senza amici, combattuto dall’universale,
incompreso e calunniato, mi mantenni diritto sotto la tormenta che
infuriava. Gli unici che avrebbero dovuto schierarsi al mio fianco e
sorreggere ed appoggiare la mia rivolta, sarebbero stati coloro che, in
Italia, si professano anarchici. Invece furono, come per il passato,
perfidi e velenosi nemici e lanciarono contro me le più malvagie
calunnie, nella speranza di fornire altre armi ai tanti che mi
combattevano.
Gelosia, invidia, faziosità; ecco i motivi che determinarono l’attacco di
questi settari. Infatti, nella grande maggioranza, essi sono degli
omuncoli, presuntuosi ed ignoranti, ed odiano chi vale qualcosa più di
loro. Si dicono anarchici per distinguersi dalla massa e darsi delle arie
ma poi, in sostanza, hanno lo stesso gregarismo della massa, tanto vero
che si presentano organizzati in un ridicolo partitino, la F.A.I., retto da
quattro o cinque capoccia che si fanno adorare come santoni.
Ed ottengono la venerazione della base perché sono formati colla sua
stessa pasta.
Spregiudicati a chiacchiere e per posa, questi sedicenti anarchici
conservano invece tutti i pregiudizi comuni, e sono giunti fino al punto
di scandalizzarsi perché nei miei libri « Più Oltre » e « La Bandiera
dell’Anticristo » ho difeso i principi della libertà sessuale. Mentre un
cattolico convinto, il professore Luigi Scremin, nel suo lavoro « La
questione delle case chiuse», dopo avere riportato alcuni periodi de « La
Bandiera dell’Anticristo», ha lealmente riconosciuto:

91
« Quando, concettualmente, si fa della sensazione il fine della funzione,
è a questo che si arriva, ancorché non si possa poi tradurlo nella pratica
della vita associata ».
Nemici mortali degli individualisti, che sono i soli e veri anarchici, i
faziosi della F.A.I., odiano particolarmente me che, dal 1920 in poi, ho
sempre bollato l’antianarchismo della loro prassi e teoria. Ed ho di-
mostrato che la stessa filosofia dei Bakunin, dei Kropotkin, dei
Malatesta, di cui essi si dicono seguaci, conduce ad un socialismo
organizzato che non è anarchico.
Perché la società che ne deriva è senza governo come massa
conformista, in cui essendo tutti uguali, si muovono tutti nello stesso
modo e non hanno quindi bisogno di un capo che li comandi e li
disciplini. Ma l’individuo originale che è oppresso dalla massa, che
vuole imporgli il conformismo, subisce, sì, un governo, quello del
numero, e dunque non è anarchico nella società anarchica.
D’altronde alcuni degli attuali teorici del comunismo libertario, come
Pier Carlo Masini, risolvono ancor più completamente l’anarchia in un
sistema democratico e dichiarano che nella Comune futura, anche se
non vi sarà l’uniformità quasi assoluta, la maggioranza dovrà sempre
dettare legge alla minoranza. Cosicché 17 avranno, in tutti i casi,
ragione contro 5 solo perché saranno 17. E ciò anche se i 5 si
chiameranno Goethe, Heine, Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud; e i 17 si
distingueranno in 4 accalappiacani, 7 spazzini, 2 guardiani di cessi
pubblici, 3 raccoglitori di cicche ed un intellettuale della scuola di
Masini.
L’anarchismo, invece, è qualcosa di molto diverso. È individualismo.
Che se potesse realizzarsi su scala universale produrrebbe lo sfacelo di
ogni società organizzata, il ritorno alla natura e la nascita dell’uomo
unico, sbarazzato da ogni catena. E se invece rimarrà eternamente la
rivolta di pochi indomabili, assetati di libertà, contro tutti gli ordini
sociali che si succedono nel tempo, impedirà a questi ordini d’instaurare
l’assoluto conformismo a cui tendono e di distruggere la personalità e la
vita autonoma dell’individuo.
Vero è che le influenze della civiltà industriale meccanica che ci
opprime sviluppano sempre più il gregarismo e l’uniformità e livellano

92
gli uomini ,per natura diversi, nella massa indifferenziata. Oggi è ancor
più difficile che nei tempi passati, trovare un fuori-serie. Non vi sono
più grandi tiranni né grandi ribelli. I tiranni non somigliano ad
Alessandro, a Cesare, a Napoleone e non conquistano il potere
impiegando le loro qualità eccezionali, compiendo azioni prodigiose,
esponendosi a pericoli gravi; ma sono dei volgari ciurmatori, dei
mediocri omiciattoli, che salgono imbonendo ed adulando la massa,
prosternandosi ai suoi piedi e poi schiacciandola dopo che essa li ha
portati in alto ( 1). E la massa servile tanto più li stima e li elogia quanto
maggiormente questi capoccia la calpestano e la tosano. Nessuno si
ribella e se qualcuno, raramente, insorge, lo fa nei limiti consentiti dalla
legge e per ottenere dal padrone un aumento di salario. Mentre i grandi
ribelli del passato, da Spartaco a Bonnot, hanno lottato per la conquista
di tutte le libertà, per l’abbattimento di ogni padrone, e sono caduti eroi-
camente con l’arma stretta nel pugno.
Ma appunto per questo, proprio perché il gregarismo è aumentato e la
personalità va sparendo, occorrerebbe potenziare il ribellismo
individualista nel pensiero e nell’azione anarchica che servono come
reazione alla compressione sociale. Invece gli anarchici (?) di oggi
cercano risolvere sempre più l’anarchismo in una forma comunista che
dall’attuale federazione organizzata tende ad estendersi in una futura
società nella quale il conformismo, assoluto o quasi, sarà assicurato da
un maggiore gregarismo, o da una rigida autodisciplina esercitata da
ciascuno o, più facilmente, dal prevalere opprimente della maggioranza
sulla minoranza. Quindi anche l’anarchia, degenerata per opera di
anarchici degenerati, è divenuta un elemento di soffocazione per
l’individuo e di negazione della libertà che non può esistere nel gregge.

(1) Come Stalin, tiranno astuto e sanguinario ma privo di genio, che è riuscito a
carpire il potere col pretesto di liberare il popolo e servire i suoi interessi.

93
.
E allora, di fronte ad una prospettiva tanto triste, sorge spontanea la
domanda suggerita dall’angoscia:

« Che fare ? »
«Nulla — risponde la ragione — lasciare correre, lasciar passare.
Occorre rassegnarsi all’inevitabile, ritirarsi dalla lotta, rimanere nelle
grinfie della società attuale e poi, quando questa cadrà, passare sotto la
frusta del suo erede, il bolscevismo, che ridurrà gli uomini ancora più
iloti».
Ma il cuore si ribella a questa fredda dimostrazione fornita dalla ragione
che glacialmente constata. Perché il cuore non può soffocare i suoi
sentimenti più cari, più intensamente sentiti, non può distruggere
quell’impulso di rivolta che spinge l’uomo non gregario a scattare
contro il giogo, anche quando sa che non riuscirà ad abbatterlo, e si
sfascerà, invece, la testa nel cozzo. Ed io che seguo più il sentimento
che la ragione, rimango al mio posto, attendendo la morte.
Forse rimarrò solo, come per il passato. Forse pochi uomini, sperduti
nello spazio e come me refrattari e maledetti dal gregge, risponderanno
al richiamo del fratello lontano che sprona alla battaglia ed al cimento
supremo.
Ma, avvenga quel che avvenga, solo o no, non farò mai macchina
indietro, né mai mi pentirò. E se il mondo borghese mi troverà sempre
nemico, la bestia mostruosa che avanza dall’Asia, m’incontrerà sulla
sua strada, armato d’odio feroce e pronto ad attaccarla con la stessa
risolutezza con la quale Sigfrido affrontò i1 drago divoratore.

94
SCHIACCIAMO IL BOLSCEVISMO

Io non credo, con Windelband, che esista una coscienza normale che
sopra la relatività delle valutazioni individuali e della moralità dei
singoli popoli, pone e fissa i valori assoluti. Non credo, con Paulsen,
nella necessità di un tipo normale di uomo o di vita umana che
costituisca la misura per l’apprezzamento del valore delle azioni e delle
doti. Accetto invece la varietà e le attitudini diverse e, nelle contrastanti
manifestazioni dell’esistenza e nella singolarità dei pensieri e delle
condotte, ammiro la ricchezza della realtà e la sua feconda produzione
di tipi genuini e di valutazioni antinomiche.
V’è però un modo d’intendere la vita che non ha, secondo me, diritto di
cittadinanza nella moltitudine delle forme etiche e dei giudizi
discordanti: ed è il modo bolscevico, quel modo che riduce l’uomo
all’animalità, anzi all’automatismo materialista, e lo priva di ogni
sentimento e d’ogni passione.
L’essere inanimato, il pezzo di legno che abiterà la simmetrica città del
sole del futuro comunista, sfugge ad ogni classificazione morale e
ripugna ad ogni coscienza. Francesco d’Assisi è comprensibile: rispon-
de ad un sentimento umano, la pietà. Federico Nietzsche è anch’esso
comprensibile; risponde ad un altro sentimento, la volontà di potenza.
Ma il fantoccio che non ama e non odia, e che non è spinto da nessun
impulso buono o cattivo, e non è attirato, come dice Dostoevskij, né
dall’ideale di Sodoma, né da quello della Madonna, ma vive
meccanicamente per produrre e consumare, evade dall’umanità e non è
concepibile che nel mondo vegetale.
Le morali della generosità e della rinunzia coesistono con le morali
della lotta, della conquista, dell’aggressione, perché rispondono alle
diverse tendenze della nostra natura; e non è possibile creare una morale
unica o un solo tipo di uomo, senza impoverire la vita riducendola a
qualcuno dei suoi molteplici aspetti.

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Tuttavia un apprezzamento delle azioni che ignora i sentimenti, gli
slanci dell’anima, i tormenti del cuore e si basa soltanto sui bisogni
fisiologici e sulla loro materiale estrinsecazione, ci trasporta fuori i
limiti della nostra realtà, fuori dell’antropologia e della zoologia, nel
dominio della botanica. La morale comunista aspira alla creazione
dell’uomo automatico, scevro di passioni, privo di scatti, esente da
spontaneità. Questa gelida creatura che non si sentirà mai attirata verso i
suoi simili dall’amore e dalla simpatia ma accederà a rapporti necessari
di produzione determinati dal bisogno economico; questa macchina
umana che non conoscerà il sogno, l’ideale, l’ambizione, l’odio, la lotta,
ma si unirà agli altri per riempirsi il ventre e rendere la vita comoda;
questo brutto congegno che non avrà pensieri e idee all’infuori di quelle
confacenti ai suoi interessi materiali e inspirate dallo stomaco; sarà il
cittadino dell’avvenire, il campione del grigio mondo marxista. Egli si
muoverà oltre il bene ed oltre il male, non nel senso dell’abbandono alle
varie ed opposte tendenze dell’anima e della natura umana, ma nel
senso più mostruoso della mancanza d’ogni tendenza psichica, d’ogni
anima, d’ogni natura. Sarà il rappresentante d’una vita ridotta a pura
fisiologia e l’incarnazione di un amoralismo derivante non dal
riconoscimento delle azioni e delle valutazioni diverse, ma dalla realtà
di un’azione e di una valutazione unica, in un’umanità spaventosamente
uguale, nel generale abbrutimento.
Per realizzare, in un prossimo futuro, questo tipo meccanico ed
insensibile la morale comunista crea immediatamente un altro tipo che
spianerà la strada al primo: la bestia fanatica e sanguinaria, assetata di
dominio e desiderosa d’impadronirsi del mondo con tutti i mezzi, con la
strage e la calunnia, la menzogna e l’ipocrisia. Il bolscevismo deve
precedere il marxismo e la teocrazia dei preti rossi preparare la
snaturalizzazione del genere umano sul quale potrà meglio imperare.
Quando l’uomo sarà ridotto un fantoccio senza sentimenti e senza
volontà, una macchina che avrà bisogno del solo lubrificante,
l’oligarchia bolscevica dominerà eternamente senza temere rivolte.
Da oggi fino ad allora, violenze e lusinghe, pervertimenti e illusioni, per
piegare la natura. E si riuscirà nello scopo. Cavat gutta lapidem.

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Molti, allettati dal paradiso terrestre che il comunismo promette, si
raccolgono intorno alla sua bandiera senza comprendere che
l’eudemonismo sociale e l’armonia generale della città futura
s’identificheranno, nella pratica, con la passività e l’inerzia dei pezzi di
legno usati despoticamente dalla bestiaccia trionfante e da questa
arbitrariamente riuniti nell’assurda disposizione di un ordine artificioso
e tirannico. Le folle, quasi sempre, respingono le idee sincere che non
promettono felicità chimeriche, non rinnegano la lotta e il dolore e
cercano migliorare la vita nei limiti del possibile; invece sono attirate da
quelle altre idee, risplendenti e false, che ingannano col miraggio
dell’Eden in cui la libertà non si conquista ma si ottiene senza sforzo, in
cui la pace regna sovrana e il benessere e la gioia allietano tutti.
Gli uomini, affascinati dall’illusione, somigliano ai prigionieri nella
caverna che Platone ricorda nel libro 7° della Repubblica: incatenati nel
desiderio dell’età dell’oro essi non possono voltarsi e guardare la realtà
della quale non vedono che l’ombra sulla parete di fronte. Le masse,
gabbate dai pastori ed ebbre di cuccagna, considerano le promesse della
demagogia come mete raggiungibili e precipitano nell’abisso nell’istan-
te in cui credono toccare il fine ultimo, lo scopo definitivo, il punto di
confluenza dell’amore e del piacere. Esse non sanno ciò che
Dostoevskij insegna, cioè « che il fine al quale l’umanità tende sulla
terra consiste in questo slancio ininterrotto verso un fine, ossia nella vita
stessa, piuttosto che nel fine vero che, evidentemente, deve essere una
formula immobile del genere di due e due fanno quattro. Perché due e
due fanno quattro, non è più la vita ma è il principio della morte (1)».
Il bolscevismo vuole distruggere la vecchia civiltà non per sostituirla
con una civiltà nuova o con una barbarie eroica come quella della saga
odinica ma bensì con una barbarie piatta, vile e nauseante. L’era futura
che promette all’umanità, non è che l’era dell’ultimo uomo di cui parla,
con disprezzo, Zarathustra e nella quale tutto è rimpicciolito, castrato,
suinizzato. Ed è questo regno dei porci, questo mondo meccanico dove
non si vive che per mangiare, che le folle stupide invocano credendo
che apporterà il nuovo paradiso terrestre, il trionfo benefico della
fratellanza e della libertà.

97
Ma, per fortuna, vi sono ancora pochi uomini che sentono l’orgoglio e
la bellezza della vita e stimano l’acre gioia della lotta più della
rammollente beatitudine della quiete. E a questi uomini lancio il mio
grido di guerra: Schiacciamo il bolscevismo! Schiacciamo
l’eudemonismo falso ed ipocrita! Distruggiamo la menzogna del bene
universale! Facciamo sì che la vita diventi sempre più grande ed eroica,
tumultuosa e proteiforme, eterna sorgente d’imprevisto, feconda
matrice di novità!

Nel crepuscolo del vecchio mondo borghese e pavido, sulle rovine degli
idoli consacrati dall’ignavia delle masse, saluteremo la morte della
bestia rossa, ripetendo con Nietzsche:

« Noialtri filosofi e spiriti liberi alla notizia che il dio antico è morto, ci
sentiamo illuminati da una nuova aurora; il nostro cuore trabocca di
riconoscenza, di stupore, d’apprensione e d’attesa; finalmente l’oriz-
zonte ci sembra nuovamente libero, anche ammettendo che non sia
chiaro; finalmente le nostre navi possono di nuovo spiegare le vele,
vogare incontro al pericolo; tutti i colpi d’azzardo di colui che cerca il
sapere sono nuovamente permessi; il mare, il nostro alto mare s’apre di
nuovo davanti a noi, e forse non vi fu mai un mare altrettanto pieno
(1)».

(1) F. Nietzsche, La gaia scienza.

98
POST SCRIPTUM

UN AMICO professore che si è lasciato sedurre dalla maculata purezza


della colomba di Picasso ed è iscritto al Movimento del Partigiani
della Pace, ha voluto leggere — prima che lo consegnassi al tipografo
— il manoscritto di questo libro. Poi mi ha detto:
« Ti consiglio di non pubblicare. Anche se è vero quello che affermi, è
bene che il popolo non lo conosca. Altrimenti perderebbe la fiducia nel
Partito Comunista che è il solo che può cambiare, in Italia, la
situazione e darci il nuovo. E noi resteremmo sotto il peso della società
borghese chissà fino a quando. E tu contribuiresti, sia pure
involontariamente, a mantenere l’attuale stato di cose.
Del resto ad un immoralista come te, ad uno spregiudicato, ad un
fautore del caos, non dovrebbe suscitare orrore la pratica della
violenza e dell’ipocrisia a cui i comunisti sono stati costretti a ricorrere
per conquistare il potere ».
Rispondo all’amico professore.
Pubblico!
E per le seguenti ragioni.
Io sono un nemico della società borghese e, attraverso trentadue anni
di lotta, ho cercato colpirla in tutti i modi.
Ma non voglio cadere dalla padella nella brace.
Non intendo preparare il terreno all’avvento di una tirannia peggiore
di tutte quelle che l’umanità ha sopportato fino ad oggi. E perciò,
mentre combatto il mondo attuale, dico agli oppressi:
«Sbarazzatevi dei padroni ma non ne create altri, più crudeli e
sfruttatori. Distruggete il presente ma astenetevi dall’edificare un
futuro basato sullo statalismo ».
Perché dico ciò?
Per un motivo semplicissimo.
E cioè per la ripugnanza istintiva che m’ispira quel mostruoso impasto
di barbarie mongolica e di automatismo standardizzato che

99
caratterizza il mondo sovietico e che i bolscevichi italiani vorrebbero
portare anche da noi. Proprio da noi che, per natura, per tradizione,
per sentimento, siamo assolutamente restii a farci trattare come le
pecore che, gregariamente, seguono il pastore tartaro o come le rotelle
che, meccanicamente ,s’ingranano nel congegno sociale.
L’amico professore mi ricorderà che la gente latina è degenerata, non
ha più lo spirito romantico ed il senso della personalità che aveva nel
passato.
D’accordo. Però, per quanto decaduti, non lo siamo ancor tanto da
poter sopportare la frusta del Piccolo Padre Stalin.
Ed il nuovo che il bolscevismo ci darebbe, sarebbe sentito da noi come
una catena ben più pesante di quella che inflissero ai nostri padri i
Goti di Teodorico o i Longobardi di Alboino.
Per questo mi oppongo al bolscevismo.
Perché non voglio che l’Italia diventi, come la Russia, un’orribile
caserma nella quale uomini e donne saranno costretti a segnare il
passo, cantando le lodi del Tamerlano motorizzato.
Perché non voglio che il popolo italiano sia ridotto simile ad una
massa grigia di fantocci che non potranno pensare coi loro cervelli
sentire coi loro cuori e camminare con le loro gambe, ma dovranno
intendere, avvertire ed agire nel modo unico che i capi rossi
stabiliranno.
Perché non mi piace che all’operaio italiano avvenga ciò che capita
oggi all’operaio russo il quale se arriva con cinque minuti di ritardo
alla fabbrica, viene rinchiuso in questa per sei mesi ,non può uscirne,
non può ricevere visite e, dopo le ore di lavoro ,deve rimanere
segregato in appositi locali dove mangia e dorme (1).

(1) La legislazione sovietica sul lavoro stabilisce che l’operaio che, per tre volte,
giunge con qualche minuto di ritardo alla fabbrica, deve essere segregato in questa per
sei mesi. Se dopo tale punizione, continua a presentarsi con ritardo, viene assegnato al
campo di concentramento come « sabotatore della produzione ».

100
Perché non considero umano che ai lavoratori sia negato il diritto di
sciopero, la possibilità di pretendere un miglioramento economico.
Tanto accade nell’Unione Sovietica dove lo Stato — unico capitalista
— possiede tutti i mezzi di produzione ed esige che i proletari li
facciano fruttare nel suo esclusivo interesse. In cambio lo Stato
corrisponde ai proletari il misero salario che esso stesso fissa e che i
proletari debbono accettare senza discutere, senza fiatare, se non
vogliono finire ai lavori forzati in Siberia, dove si muore di fame, di
freddo e di frustate. Così i lavoratori languono nell’inedia e lo Stato —
che si identifica con il Partito Comunista — assorbe tutte le ricchezze e
se ne serve per mantenere molti gerarchi che conducono vita da na-
babbi, un immenso esercito, una formidabile polizia, una burocrazia
elefantiaca, un nugolo di spioni, insomma un’infinità di parassiti che
vivono alle spalle e col sudore degli operai e dei contadini Questo
avviene in Russia e questo avverrà anche in Italia se il piccolo Khan
Togliatti la governerà per conto del gran Khan Stalin.
E qui, per similitudine, ricordo un episodio.
Un giorno, nel 1949, udii ad Incisa Valdarno, un discorso che teneva ai
partigiani l’on.Walter Audisio altrimenti conosciuto come « Colonnello
Valerio ». Questo signore compassionava la sorte dei poveri proletari
italiani, costretti ad emigrare in Argentina e a lavorare in terre
selvagge là dove, egli diceva, « mai mano d’uomo ha messo piede ».
Ascoltandolo pensai subito che il Colonnello, tanto buono e
caritatevole, cercava però adoperare non solo le mani piedate, ma
anche il cervello e tutti gli altri organi di cui dispone, per ridurre gli
operai e gli intellettuali italiani nelle stesse condizioni degli operai e
degli intellettuali russi che, colpevoli solo di aver pensato con le loro
teste, sono condannati a scavare grandi canali navigabili, sotto la
sferza degli aguzzini e le bufere di neve, con i crampi della fame che
attanagliano lo stomaco e la nostalgia della libertà che tormenta
l’anima.
Tutte queste delizie i signori bolscevichi vorrebbero trapiantare in
Italia. Ed io, che ne sento profondamente l’orrore, mi oppongo alla

101
loro azione anche se, così facendo, contribuisco a tenere in vita la
società borghese, come giudica (sic) il professore.
Valentino Gonzales, detto El Campesino, che è stato un eroe della
resistenza spagnola contro Franco e che poi, per premio, ha ricevuto
da Stalin l’accusa di deviazionismo e l’assegnazione al confino,
quando è riuscito a scappare ha pubblicato ciò che ha visto in Russia.
E, fra l’altro, ha detto che i milioni di soldati che, respingendo i
tedeschi, avevano occupato le regioni dell’Europa centrale, a guerra
finita, non sono ritornati alle loro case. Ma sono finiti nei campi di
concentramento dove moriranno. E ciò per impedire che potessero
raccontare nei loro paesi ciò che avevano visto, ossia che nelle nazioni
capitalistiche esiste minore schiavitù che nell’Unione Sovietica e un
trattamento migliore per la classe operaia.
Questo è il paradiso bolscevico! Questo è l’Eden meraviglioso che don
Palmiro e don Pietro prendono a modello! E questo è anche il nuovo
che il serafico professore è disposto ad accettare pur di avere subito
un’altra società che, forse, gli permetterà un avanzamento nella ...
carriera.
Ma io che non ho carriera da seguire; io che ho pagato sempre di
persona e di tasca, rimanendo fedele ai miei sentimenti e alle mie idee;
io che l’antiborghese l’ho fatto apertamente, spalancandomi la porta
della galera e del confino, mentre altri rimanevano prudentemente
nascosti dietro la comoda cattedra di un Liceo di provincia; dico no al
bolscevismo. E grido questo no con tutta la forza dei miei polmoni,
senza occuparmi del giudizio del professore scandalizzato che mi
qualificherà reazionario, o venduto a De Gasperi, o corrotto dai dollari
di un banchiere americano.

***

Il professore dichiara:

102
«Un immoralista, uno spregiudicato, un fautore del caos non dovrebbe
sentire orrore per la pratica della violenza e l’uso dell’ipocrisia
seguito dai comunisti per conquistare il potere ».
Replico subito come spregiudicato e immoralista. Ed affermo: io sono
andato al di là dei rugginosi cancelli del Bene e del Male. Ma,
malgrado questo, ho le mie preferenze. Certe cose mi piacciono e certe
mi disgustano. Perciò è naturale che io cerchi realizzare quello che mi
aggrada e combattere quello che mi nausea. Anche se considero tutto
equivalente, rispetto alla natura, nel cui seno non esistono distinzioni
qualitative.
Comprendo ed ammiro, come esteta, il delitto di Corrado Brando nella
tragedia dannunziana « Più che l’amore ». Esalto l’eroismo del
bandito anarchico Giulio Bonnot che saccheggia le banche e cade,
nella lotta, con la pistola in pugno. Tutto ciò mi riesce simpatico
perché esprime forza, coraggio, ardimento. Ma pure se non lo
condanno obbiettivamente, pure se lo reputo possibile per esseri diversi
da me ed ai quali la natura ha risparmiato la sensibilità, sento schifo
per quelle manifestazioni che rivelano viltà, simulazione, perfidia. E, in
difesa dell’aquila, combatto il serpente. Anche se, con Zarathustra,
penso che tanto l’aquila che il serpente sono entrambi necessari alla
realtà universale.
Del resto è dalla lotta che nasce l’equilibrio. E la reazione dei pazzi
generosi, se non potrà mai sopprimere la ferocia, potrà però impedire
che essa diventi mezzo unico di governo. E che donne e fanciulli inno-
centi, siano seviziati ed uccisi sol perché un loro congiunto, inviso a
Stalin, è fuggito all’estero, sottraendoli alle grinfie della sbirraglia
rossa. Come accadde alla figlia dell’anarchico russo Pukov, da me
conosciuto a Parigi, alla quale i compagni carnefici della Ghepeù
strapparono i peli del pube, torsero le mammelle, usarono violenza
carnale e, infine, appiccarono fuoco dopo averla cosparsa di benzina.
Il professore piccolo borghese mi chiama « fautore del caos ».
Osservo: dal caos nasce l’equilibrio. Dall’equilibrio si ritorna al caos.
E viceversa. Ma perché avviene ciò?
Perciò gli elementi hanno bisogno della coesione ma, dopo, avvertono
la necessità della dissociazione quando la coesione diventa troppo

103
stretta e soffocatrice. Ogni peculiarità vuole rimanere se stessa e per
non lasciarsi schiacciare dalle altre, sviluppa al massimo la propria
energia e contiene le forze avverse degli elementi vicini. Così c’è vita
per tutti.
Fra gli uomini è la stessa cosa. I legami della società generano
l’esigenza di sciogliersi; ma, sciolti, gli individui debbono spremere la
loro personalità, estrarne tutta la potenza, per arginare lo
straripamento delle altre personalità che cercano soverchiare. E allora
l’una arresta l’altra ma, a tutte, rimane un vasto campo per affermarsi
e gioire. Chi non sa diventare forte, muore; ma cade eroicamente, cade
nel tentativo di conquistare l’intera vita. E quelli che rimangono
possono finalmente inebriarsi con l’ambrosia del superuomo ed il
nepente dell’unico.
Questa filosofia potrà essere giudicata immorale, mostruosa, diabolica,
ma nessuno potrà negarle il merito di spronare gli individui a scuotersi
dalla pigrizia o dalla rassegnazione e a sviluppare tutte le energie
personali in vista di un’esistenza piena e tumultuosa. Quindi essa
potrebbe essere definita la filosofia della individuazione.
Invece la filosofia che i bolscevichi insegnano sarebbe ben chiamata
filosofia della menomazione. Essa dice all’uomo: « Tu non sei niente e
nulla puoi da solo. Devi stare sempre con gli altri e renderti uguale a
loro. Tu e gli altri dovete riconoscere il governo dei capi che rendono
proficua la vostra unione e le permettono di funzionare. Tutti i capi
debbono, a loro volta, dipendere dal capo supremo, Stalin,
incarnazione della triade: saggezza, potenza, bontà. Quindi Stalin è
Dio. L’individuo umano è meno dello sterco ».
Il professore che beve la camomilla ogni sera e accompagna la moglie
alla Messa della domenica, pur non credendo nel Padreterno cristiano
e anteponendogli, nel suo culto, l’idolo moscovita, può accettare la
teoria dei fanatici delle cellule, il catechismo, ingenuo e barbarico, che
divinizza l’assassino di venti milioni di slavi e nega all’io ogni
possibilità creatrice.
Ma quelli che, come me, sono « fautori del caos » e nemici giurati
d’ogni carcere e d’ogni caserma, sputano sull’immondo formicaio che,
sotto le nevi scite, nasconde la Caienna, e preparano le bombe che, di-

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struggendo il bolscevismo, salveranno la vita e vendicheranno la
libertà.

ENZO MARTUCCI

Gennaio 1953

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INDICE

Prefazione ........ Pag. 5

Uccidere l’anima 8

Marxisti alla sbarra 12

Cos’è il marxismo 18

L’utopia comunista 24

A tu per tu con la setta 31

Ricordi del ‘20 39

Fra i fuorusciti 49

Primo confino 58

Secondo confino 67

Ancora nell’inferno 85

Schiacciamo il bolscevismo 95

Post scriptum 99

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