Estetica

Forme dell’Estetica IL SENSO DELL’ESTETICA Capacità soggettiva di sentire, relativa alla sensibilità (i 5 sensi) Senso Ciò a cui mira

la comprensione, ciò che l’intelligenza può afferrare (“questa cosa non ha senso”) L’Esperienza Estetica unisce i due significati (è sia un’esperienza sensoriale che mentale). IL SIGNIFICATO DI ESTETICO Al di là della definizione che ne danno le enciclopedie (dottrina e filosofia del bello) possiamo risalire a cosa si intende per “estetico” partendo dall’uso comune. Nel quotidiano utilizziamo sia “estetico” sia in proposizioni puramente estetiche che in proposizioni epistemiche. Proposizioni puramente estetiche Proposizioni epistemiche esprimono un “provare che…” un “vedere come…” esprimono il “sapere che…”

Il senso filosofico di estetico corrisponde al senso quotidiano nell’accezione puramente estetica. Un giudizio estetico è: - derivato da un’esperienza fatta in prima persona. - dato da un punto di vista preciso (->far attenzione a qsa in modo da esserne emotivamente implicati) - è un giudizio. In seguito ad un’esperienza (un incontro con l’Altro) viene espresso un giudizio da un punto di vista soggettivo. GIUDIZIO ESTETICO VS EPISTEMICO Giudizio estetico “Provare che” Soggetto preciso Qualità non oggettivabili Proposizione emotiva (osservazione non pura) Proposizione non confutabile Giudizio epistemico “Sapere che” Soggetto “qualsiasi” (fungibile) Qualità oggettivabili Proposizioni puramente osservative (non emotive) - constatative Proposizioni suscettibili di verifica intersoggettiva

Il giudizio epistemico comporta una riduzione cognitiva della complessità del mondo. Provare che o sapere come… come la percezione viene presa dal soggetto. Il come dell’esperienza =tracciato dell’esperienza.

“Quel tavolo è bello” -> Il tavolo è bello per chi ha formulato il giudizio, ma non si fa cenno a caratteristiche oggettive del tavolo. Così se venisse chiesto “portami il tavolo bello” non si avrebbe la certezza che verrà portato proprio un certo tavolo. Il giudizio è inseparabile dal punto di vista di

chi l’ha pronunciato. Tuttavia nessuno potrà dimostrare che il tavolo in questione non è bello, in quanto la bellezza non è qualità oggettiva. Diverso sarebbe dire “Quel tavolo è verde”. A pronunciare la frase potrebbe essere chiunque e la qualità (il colore verde) potrà essere verificata. Se il tavolo si dimostrasse essere marrone anziché verde la proposizione verrebbe smentita. TATTO E VISTA Esperienza estetica: relazione originaria in qualche modo antecedente ad ogni sapere (linguaggio) in quanto implica primariamente il nostro corpo. Importanza del corpo e del tatto -> Il corpo è il luogo dove si scrivono le nostre esperienze in quanto è la zona di confine tra noi e il mondo (e l’esperienza si ha nel contatto con l’altro). L’esperienza è lo stadio della corporeità. Il corpo è zona di reciprocità. Il tatto è intrinsecamente “reciproco” e la “reciprocità” è essenziale perchè si verifichi l’esperienza come relazione col mondo che ci circonda. La reciprocità è il connotato della relazione. Tatto come senso della reciprocità <-> Esperienza come relazione Noi/Altro (reciprocità) Corporeità ed esperienza sono strettamente correlate. L’esperienza estetica non si esaurisce nell’esperienza visiva (o nel senso della vista). “Poiché il medesimo corpo vede e tocca, visibile e tangibile appartengono al medesimo mondo […] C’è un rilevamento doppio e incrociato del visibile e nel tangibile e del tangibile nel visibile, le due mappe sono complete e tuttavia non si confondono. […]” (Merleau Ponty, Il visibile e l’Invisibile) ESPERIENZA E IDENTITA’ Quando conosciamo una persona ci presentiamo dicendo ciò che facciamo o abbiamo fatto, tuttavia l’insieme delle nostre esperienze non basta a descrivere come siamo veramente. L’io è legato all’esperienza come noi siamo legati alla nostra ombra: è impossibile separarsene, ma nessuno vi si identificherebbe. Le esperienze si scrivono nella nostra identità ma non la costituiscono. L’esperienza è relazione col mondo che si gioca per tramite dei sensi ed antecede ogni altro sapere. Tuttavia si può individuare una circolarità tra il senso di identità ed il modo di percepire le esperienze. Identità - Io Esperienza Linguaggio Esperienza

Nota: il linguaggio mondo è una sorta di sfera intermedia tra Io e Mondo. E’ la consapevolezza linguistica del mondo. Costituisce il punto di vista dal quale guardiamo l’esperienza (in un certo senso la nostra identità).

L’Io è il primo piano di cui le esperienze sono lo sfondo (ma è anche lo sfondo a cui ogni esperienza dev’essere ricondotta v. pag. 9 e 20 Forme dell’Estetica). L’Io cosciente include, filtra, elabora le esperienze, organizzandole in un linguaggio mondo. L’esperienza originaria, precedente alla sfera linguistica, nella sfera linguistica viene organizzata. Impariamo ad esperire le cose tramite la parola: il linguaggio che apprendiamo è il primo medium tra noi e il mondo. (c’è un elemento di contingenza nel nascere in un luogo ed apprendere una lingua invece che un’altra). L’esperienza è antecedente al sapere ed al linguaggio, ma mai pura da questi elementi. Il mondo è sempre più vasto del linguaggio mondo con cui lo esprimiamo. Organizziamo l’esperienza in un linguaggio mondo che ci viene trasmesso.

Possiamo avere un linguaggio-mondo solo se abbiamo un mondo da esprimere | Non c’è esperienza se non c’è qualcuno che riconosce un altro. Circolarità: le esperienze pre-linguistiche restano come tracce amnestiche, ma le ricordiamo attraverso il linguaggio appreso. Il tratto linguistico non può essere espunto dall’esperienza. La trama linguistica influenza l’esperienza ed innesta routines conoscitive. - si può affermare sia originalità che derivatezza di ogni esperienza. Nella circolarità tra originalità e derivatezza dell’esperienza sta un margine di libertà. Non siamo le nostre esperienze ma il come le viviamo – derivato da contesti, situazioni, tradizioni, pressioni sociali… (quindi la libertà non è mai totale!). ORIGINALITA’ o DERIVATEZZA dell’esperienza. Tesi opposte. Tesi Fenomenologia – originalità dell’esperienza – Edmund Husserl (leggi: Edmund Husser). Tesi Ermeneutica – derivatezza dell’esperienza – Hang Georg Gadamer. Tesi Fenomenologica: [Di cui Husserl è il maggior esponente con la sua opera Esperienza e Giudizio] Ci sarebbe uno strato originario, dell’esperienza che determinerebbe il nostro rapporto con l’estetico nella sua dimensione linguistico-percettiva. Viene messa tra parentesi (epochè – sospensione) qualsiasi mediazione e determinazione storico culturale. /Husserl parla di uno strato puro dell’esperienza isolabile da tutto ciò che è cultura. storia, linguaggio/ Tesi Ermeneutica: [Di cui Gadamer è il maggior esponente con la sua opera Verità e Metodo] Sostiene la centralità ontologica del linguaggio privilegiandone il carattere tradizionale (di trasmissione dei contenuti culturali). L’essere ci è accessibile mediante il linguaggio (tradizione/storia). La specificità corporeopercettiva viene dissolta in un contesto linguistico interpretativo. Il vero senso dell’estetica sarebbe nell’attività interpretativa. Nota. Gadamer identifica il territorio problematico dell’estetica con una filosofia dell’arte mentre Desideri ed altri lo ritengono un territorio molto più ampio. Obiezioni ad entrambe le tesi:

1. La tesi fenomenologica assolutezza la substruttura dell’esperienza, ritenendola indipendente dalla mediazione linguistica. 2. La tesi ermeneutica trascura il fatto che proprio quel complesso di categorie e di significati socialmente trasmessi (in particolare attraverso le opere d’arte) dobbiamo fare un’esperienza non riconducibile ad una dimensione linguistico interpretativa. Non è possibile uscire in positivo da quest’alternativa a meno di non scegliere affatto. Le due tesi coesistono nella circolarità di esperienza e linguaggio. L’esperienza è al contempo originale e derivata. E’ originale perché porta il timbro percettivo, emotivo, del soggetto che la fa. E’ derivata perché il soggetto che percepisce è immerso in un sistema di tradizione, storia, linguaggio. (la derivatezza non è un vincolo soffocante in quanto è il terreno in cui siamo abituati a muoverci) ETIMOLOGIA Estetica < àisthesis < aisthànomai = percepire Secondo Omians aisthànomai sarebbe la forma media dell’omerico àisto =ansimare, ispirare àisto sarebbe connesso coi verbi (omonimi) àio = percepire e àio = ispirare Dunque il termine estetica rimanderebbe al respiro e dunque alla vita. [La vita è spesso identificata col respiro: anima = psychè, soffio] Estetica vuol dire percepire e percepire significa sempre accorgersi di essere vivi. La prima consapevolezza che ci viene dalla percezione è quella di essere vivi. L’uso attuale del termine estetica ci viene dal 700 ed in particolare dall’opera di Baumgarten Aestethica (1750/58). Nel libro l’estetica viene considerata scienza della conoscenza percettiva. Non è che prima del 700 non ci si occupasse di “estetica” ma lo si faceva senza tematizzare il rapporto tra esperienza del bello ed esperienza percettiva. RAPPORTO TRA ESPERIENZA ED ESPERIENZA ESTETICA [Tra dimensione generica di estetico e dimensione filosofica del problema estetico] C’è una componente genericamente estetica in ogni esperienza. Tale componente consiste nella relazione che si viene a creare tra noi e l’altro (dalla percezione dell’altro scopriamo la nostra soggettività). La dimensione genericamente percettiva dell’esperienza è la registrazione delle proprietà che concorrono a fare un oggetto quello che è, o meglio quello che appare sensibilmente (qualità geometrico meccaniche quali forma, volume e peso e qualità come colore, odore sapore…). Implica l’avere un punto di vista (essere in grado di formulare un giudizio) ma questo non sarà necessariamente estetico. Perché un’esperienza sia estetica: 1. è necessario un punto di vista 2. è necessaria attitudine attenzionale e disposizione allo stupore. 3. è necessaria l’intenzionalità (non necessariamente FORTE)

(1) è necessario percepire qualcosa (2) e che a quel qualcosa si ponga attenzione, attenzione dalla quale può derivare stupore o che può scaturire dallo stupore. (3) L’attenzione dev’essere data intenzionalmente. E’ indifferente che sia esercitata prima e/o nonostante l’assenza di ogni interesse. L’attenzione è sempre selezione/messa a fuoco. (Lo sguardo è il senso maggiormente intenzionale). La nozione di attenzionalità non coincide con l’intenzionalità v Gènette (?) La mera registrazione delle proprietà che concorrono a fare un oggetto quel che appare sensibilmente fa parte dell’esperienza estetica, ma non la completa. PERCEZIONE E SENSAZIONE Percezione e sensazione sono strati distinti ma fusi. C’è percezione nella sensazione e sensazione nella percezione. Sensazione: - carattere eminentemente ricettivo/passivo (se non per la risposta allo stimolo), localizzato, aconcettuale e “fenomenicamente immediato” - E’ determinata soggettivamente ma indeterminata oggettivamente. Ciò che si percepisce nella sensazione è qualcosa che altera il mio stato in un punto del mio corpo, ma non si percepisce necessariamente cos’è questo qualcosa. Posso avere una sensazione senza conoscere ciò che l’ha causata (come inciampare su qualcosa in una stanza buia). Percezione: Contiene tutta una serie di dati sull’oggetto. Implica il riconoscimento dell’oggetto (è distintiva). Si fonde ad aspetti linguistico concettuali che non ne farebbero parte (implica una dimensione cognitiva) Non esiste una percezione pura anteriore ad ogni sapere, ovvero al possesso di un corredo di nozioni di cui possiamo fare uso. Proprietà come la forma, il colore ed a maggior ragione l’identità di un oggetto sono oggettivamente indipendenti rispetto ad ogni atto percettivo (anche se hanno bisogno di esso per essere riconosciute): sono concetti, nozioni suscettibili di essere applicate a classi assai eterogenee di oggetti. Circolo di riconoscimento Sensazione (indistinzione)
dim. linguisticoconcettuale

Percezione (distinzione/riconoscimento)

Nella percezione si dà riconoscimento mentre nella sensazione la conoscenza sfuma nell’indistinto. Il passaggio attraversa la dimensione linguistico-concettuale. Un bambino ha percezione di un tavolo anche se non ne ha la caratterizzazione linguistica. Col percettivo il bambino riconosce il tavolo come tavolo. Tuttavia nel passaggio ci sono elementi linguistico-cognitivi, necessari ma che non fanno parte della percezione stessa. Il circolo di riconoscimento si istaura tra linguaggio e disposizione percettivo sensoriale. LINGUAGGIO E PERCEZIONE Circolo di riconoscimento:

linguaggio

disposizione percettivo sensoriale/estetica

Non ci sono percezioni pure. Però il linguaggio è separato dalla percezione. Il linguaggio è qualcosa di più e qualcosa di meno della percezione, in quanto non è la registrazione fedele di ciò che percepiamo. È qualcosa di meno… perché deve presupporre un momento estetico-percettivo, che non esprime sella sua completezza. E’ qualcosa di più… perché oltre ad ordinare spesso orienta e trasforma i processi percettivi. (l’accesso al e il possesso del linguaggio sono configurabili come un’esperienza stratificata, dinamica e sommamente instabile). Non possiamo seguire il mito dell’innocenza percettiva connotandola come fase infantile, preverbale, di scoperta e gioco (rievocabile dall’arte, secondo Schiller e poi Nietzsche). Significherebbe rescindere ogni connessione tra l’esperienza estetica in senso specifico e la dimensione estetica di ogni esperienza. (in ogni esperienza c’è un po’ di pre-verbale conoscenza del mondo -?). Nessun linguaggio è pensabile in termini anestetici (non estetici), nemmeno il più rigorosamente formalizzato. [eccettuati linguaggio-macchina e linguaggi puramente mentali). Invece la percezione estetica può esistere anche senza dimensione linguistica. Un percetto può rimanere nell’inespresso e nel non detto. Ambito sensoriale > ambito estetico-percettivo > ambito linguistico-concettuale. Strato estetico dell’esperienza Sono ambiti diversi ma connessi. E’ la qualità dell’esperienza- il suo come- a decidere la fisione e/o articolazione dei vari ambiti. Il come è la qualità/modalità della relazione con l’altro da noi e rientra nell’esperienza estetica. Il “vedere come” (giudizio estetico) è anteriore ad ogni “sapere che” (giudizio epistemico) -> anteriorità dell’estetico sul concettuale. Esperienza estetica: esperienza di qualcosa e del modo in cui facciamo esperienza. Tra estetico e linguistico c’è un fondersi sempre pronto alla disarticolazione (un legame libero da vincoli). Strato ‘estetico’ dell’esperienza: coincide con il ‘come’, cioè la modalità della relazione con l’altro da noi. Ci chiama ‘fuori’ (dalle preoccupazioni, dai pregiudizi, da ciò che ci occupa la mente). Senza lo strato estetico dell’esperienza non vi sarebbe niente da conoscere, riconosce e dire nell’atto percettivo.

Esperienza estetica: sviluppa la coscienza della relazione con l’altro in una consonanza tra esterno e interno. L’altro da me non è più estraneo o indifferente, né ostile, anzi, richiama a sé l’attenzione. Ci risulta gradito e proviamo gratitudine verso di esso. L’esperienza estetica è sempre esperienza fatta da qualcuno di qualcosa. Tuttavia è anche esperienza del modo in cui solitamente faccio esperienza. L’esperienza estetica coglie l’attenzione e ci spinge a riflettere su qualcosa che normalmente non notiamo. Ci fa sentire che facciamo parte di un mondo. Perché possiamo accorgerci di qualcosa dobbiamo essere disposti all’attenzione. Dalla coscienza dell’esistenza dell’altro emerge la soggettività: ciò che è solo sé, ma è sè appunto in virtù dello scambio percettivo con l’altro. Genesi estetica della soggettività -> Tulle le esperienze, per essere tali devono essere ricondotte ad un soggetto. Il soggetto si costituisce di un intreccio di esperienze, ma non è riducibile a nessuna di esse né al loro insieme. L’esperienza estetica si annuncia, consiste primariamente e continua ad insistere sulla percezione. > NODO DELLA PERCEZIONE < CAMPO DELL’ESPERIENZA Paragone col linguaggio: Singole proposizioni Comprensibili solo se esiste… Una sfera linguistica condivisa (L’insieme dagli atti linguistici) VS Singole esperienze Comprensibili solo se esiste… Il campo dell’esperienza

Il Campo dell’Esperienza o (campo percettivo) è anteriore alla divisione tra: (1) Percezione fisica/oggettiva Eventi neuro-sensoriali Imput sensorial percettivi -> da cui ogni esperienza inizia Oggetto Metafora del campo/terreno (composto da strati da cui può nascere qualcosa – dimensione geologico territoriale). (2) Dimensione conoscitiva Eventi mentali Comprensione del senso degli eventi -> rapporto di senso tra le percezioni. Soggetto Metafora del campo di forze (campo dinamico creato dall’interazione di una molteplicità di forze)

1 + 2 = campo dell’esperienza. Dunque assumiamo il termine campo in entrambi i significati metaforici a cui rimanda. Il campo dell’esperienza è anteriore all’essere le percezioni esperienza per un soggetto. Il campo dell’esperienza è anteriore all’inizio della percezione, è la base su cui si traccia la percezione. Il campo dell’esperienza è anteriore alla divisione tra oggetto e soggetto, viene prima dell’identità soggettiva.

Quel che accade nel campo percettivo accade anzitutto nel modo impersonale, neutro, del “Si”. (es. si dice.. si fa…). V. Merleaut Ponty Il campo percettivo è l’insieme di tutte le cose esperibili, noi compresi. Si può dire che sia il mondo. • “che cosa abbiamo dunque all’inizio? Non una data molteplicità con una appercezione sintetica che la percorre
e l’attraversa da capo a fondo, ma un certo campo percettivo sullo sfondo del mondo. Nulla qui è tematizzato, né l’oggetto né il soggetto sono posti. […]Ciò che chiamiamo sensazione non è se non la percezione più semplice e, in quanto modalità dell’esistenza, non può, al pari di ogni percezione, separarsi da uno sfondo, che in definitiva è il mondo” Merleau Ponty, Fenomenologia della Percezione

NOI e L’ALTRO La percezione evidenzia una parte del campo percettivo. Noi riconosciamo quella parte come altro da noi e nel far ciò delineiamo la nostra soggettività (è la base genericamente estetica dell’esperienza!). Così la percezione è inizio/origine del mondo e del nostro essere soggetti appartenenti ad un mondo. La percezione ci rende coscienti di noi e dell’altro-da-noi. Il mondo è l’altro multiplo con cui inizialmente siamo confusi. L’altro, indefinito e multiplo, può essere rappresentato dall’unione delle metafore del flusso (James) e del rumore di fondo. Il flusso rappresenta qualcosa di interiore cioè il susseguirsi di sensazioni, ricordi etc. … Il rumore rappresenta qualcosa di esterno. E’ ciò che dà l’imput alla percezione. E’ un complesso multiplo in cui cogliamo qualcosa. La scelta di un singolo altro da analizzare non annulla la molteplicità dell’Altro. Inizialmente l’altro è oscuro. In ogni inizio c’è un’alterità. I SENSI Tutti i sensi offrono relazione tra noi e l’altro. Noi e l’altro siamo nello stesso campo (quello dell’esperienza). Ci è impossibile osservare il mondo dall’esterno. Possiamo al massimo spingerci al confine.
Siamo all’interno del campo dell’esperienza in virtù della vita percettiva che ci contraddistingue e che al contempo ci accomuna a molti altri esseri viventi. La percezione è l’unità di stimolo sensoriale e risposta. Registriamo e rispondiamo allo stimolo.

L’atto visivo è quello che consente una maggior distanza dell’altro. Anzi, la distanza è la condizione stessa del vedere, della messa a fuoco. Proprio per il maggior distacco consentito Platone ed Aristotele consideravano la vista il senso più nobile ed eccellente, il più simile all’intelligenza. Tuttavia la distanza impedisce di capire veramente il nodo che l’alterità stringe con la vita percettiva. La distanza si accorcia nel tatto, mentre nel gusto che si annulla. Il gusto è il senso che annulla la distanza. Il gusto costituisce una protocellula di giudizio estetico percettivo: ingoiare = giudizio positivo; sputare = giudizio negativo. Il giudizio che si esprime nell’assaporare è antecedente al giudizio cognitivo/epistemico.

Assaporare è il primo orientamento del sentimento estetico. E’ lo stupore, la meraviglia (il contatto con l’alterità/novità dell’altro), alla base di ogni esperienza estetica. Thaumazàein, meravigliarsi, come inizio della filosofia -> v. Platone e Aristotele// Diverso Quine che vede l’orientamento osservativo come il primo orientamento. Il sapere estetico è anteriore al sapere oggettivo. Il sapere oggettivo, in cui il soggetto è in ombra, è una specializzazione funzionale della molteplicità del sapere estetico. Prima percepisco in modo emotivo, poi posso astrarre una riflessione generica. Per assumere una forma teorica, ogni sapere deve modellarsi sulla visione, che permette la distanza dall’oggetto e la riflessione. Gusto – stupore – primo giudizio sul rapporto con l’altro (inghiotto/sputo) Vista – riflessione – il sapere del sapore giunge a riflettere su di sé. Prima di ogni altra cosa viene il sentimento di una differenza (=>lo stupore): - differenza tra percepente e percepito - differenza tra percepito e quanto altro c’è di percepibile - differenza tra vari modi di percepire. Tuttavia il sentimento di differenza non è un super-senso, non è qualcosa di autonomo. La genericità di questo sentimento si esplica solo specificandosi: nella percezione di quel sapore, di quel suono, di quel colore. Si esplica nella co-percezione di un ritaglio di mondo. La co-percezione rifluisce in un sentirsi, ma prima attraversa la tonalità del sentire . 1) Sentimento di differenza 2) co-percezione 3) tonalità del sentire 4) sentirsi della co-percezione.
Co-percezione: simultaneità dei sensi e modalità diverse del percepire. Sentirsi: autoriflessione sul sentimento che si tematizza esplicitamente, anche se non necessariamente in senso concettuale. ‘Sapere che sento di sentire’.

La tonalità del sentire, che implica sempre un sentimento di differenza, si dà a noi senza mediazione alcuna ed è la prima forma estetica di ogni teoria intorno al mondo. La tonalità del sentire è il sapere come, come, cioè, si stabilisce il contatto tra soggetto e oggetto, come risuona la relazione nel soggetto. I suoi caratteri fondamentali sono: - immediatezza - soggettività (implicazione in prima persona) - singolarità (non sostitutività del contenuto e del soggetto del sapere) La tonalità del sentire, contemporaneamente, può contenere informazioni del tipo “sapere che”. Tuttavia, nel caso di stati mentali caratterizzati da sentimenti, decisiva è la relazione, che si istaura tra soggetto ed oggetto. Sapere come = tracciato dell’esperienza Il sapere come non è assimilabile al sapere che (oggettivabile in proposizioni teorico-osservative), lo precede. E’ al contempo meno e più. Prima di ogni teoria del mondo è necessario un sentire che è sempre sentimento di differenza tra sé e l’altro.

Es. un bambino sente di essere bagnato anche se non sa che piove. L’assenza del secondo tipo di sapere non gli toglierà mai il primo. Se mi riferiscono un’affermazione quale “piove” non potrò sapere se chi l’ha proferita sapeva che pioveva avendolo visto dalla finestra o perché s’è bagnato. Inoltre non saprò se l’ha detta con gioia o con stizza. (insomma non ho informazioni sulla relazione). EMERGERE DELL’ESPERIENZA ESTETICA Il campo dell’esperienza è attraversato e costituito da fluttuazioni percettive che fungono da sfondo a ciò che effettivamente facciamo. Da questo rumore di fondo qualcosa può emergere inaspettatamente e, per un attimo breve ma intenso, raccogliere la nostra attenzione. Si ha così un’esperienza puramente, ma anche riflessivamente estetica. 1. c’è qualcosa di cui ci occupiamo (x es. la lettura di un libro) (v. pag 28) 2. sullo sfondo il campo dell’esperienza è attraversato da lievi o meno lievi fluttuazioni percettive. (x es. percepisco la ruvidezza della carta e il parlottare di due persone alle mie spalle) 3. Una percezione improvvisamente può emergere e reclamare attenzione spingendo in secondo piano la nostra occupazione. 4. Se accogliamo questa percezione come un dono inaspettato viviamo l’esperienza estetica. Se la viviamo come un’imposizione, un disturbo, no. L’esperienza estetica non prevede soltanto che qualcosa reclami attenzione, ma anche che al richiamo si risponda. L’esperienza estetica è una relazione: - Contingente (si crea inaspettatamente) - Positiva (l’offerta gratuita dell’altro è accolta come grazia) - Breve - Intensa Plotino, III trattato V Enneade, parla di sensazione come ànghelos, messaggero. In particolare parla della sensazione data dall’opera d’arte (partendo dalla statua di Zeus di Fidia), capace di collegarci al mondo delle idee. Possiamo considerare che nella percezione qualcosa ci si annunci angelicamente e reclami lo sguardo. Se lo sguardo viene accordato le fluttuazioni percettive raggiungono il picco dell’attenzione. GENESI DELL’OGGETTO ESTETICO L’oggetto estetico non è oggetto epistemico (ovvero un oggetto le cui proprietà sono oggettivamente descrivibili in proposizioni di tipo osservativo in cui il soggetto dell’osservazione è perfettamente sostituibile con un altro). L’oggetto estetico si caratterizza per le proprietà soggettivamente relazionali (tali da includere un’emozione o un sentire al limite dell’intenzionalità). L’oggetto estetico si costituisce nella relazione tra la nostra attenzione e le proprietà aspettuali di qualcosa d’altro. Senza la nostra attenzione l’oggetto è un quasi niente (v. Kant). E’ un oggetto estetico in potenza. Tuttavia la nostra attenzione e la nostra immaginazione non bastano a creare l’esperienza estetica. L’oggetto estetico non ha il carattere di fantasmatica immaginarietà. Serve l’attenzione (il soggetto, il punto di vista estetico di qualcuno) e serve l’oggetto che la attiri.

Le proprietà estetiche di un oggetto sono sopravvenienti in quanto irriducibili alle sue proprietà di base o ‘fisiche’ (anche se dipendono da esse e variano insieme ad esse) né dipendono dalle proprietà culturali. >> Le proprietà relazionali sono sopravvenienti rispetto a proprietà oggettive e culturali. Nota: ogni oggetto esperibile ha proprietà relazionali. Tuttavia nell’oggetto epistemico sono in secondo piano.

Nostra attenzione

Proprietà aspettuali dell’oggetto.

OGGETTO ESTETICO L’oggetto estetico ci si offre gratuitamente. Nell’esperienza estetica superiamo la soglia tra noi e l’altro. Sperimentiamo con stupore la soglia della gratuità. L’esperienza estetica è esperienza di un’armonia, felice connessione tra noi e il (una parte del) mondo. L’armonia implica una distinzione. L’esperienza estetica è una sintesi senza appropriazione, costituita da uno scambio gratuito. Sull’argomento si può citare la teoria di Benjamin sull’aura. Avvertire l’aura di una cosa significa dotarla della capacità di guardare. (v. pag 30) -> l’oggetto estetico è un oggetto dotato di aura. Un oggetto a cui rivolgiamo lo sguardo e che con lo sguardo risponde. - Maestà dell’oggetto: Riconosciamo la maestà dell’oggetto estetico in quanto questo è capace di catturare il nostro sguardo e di inibire la nostra vita percettiva. - L’Esperienza estetica è anche esperienza di un LIMITE: Troviamo nell’altro qualcosa che a noi manca. L’oggetto estetico esiste solo nel campo dell’esperienza, ma in questo spicca. - E’ all’interno di una relazione che l’oggetto estetico manifesta la sua autonomia, il suo stare e riposare in sé, irriducibile ad ogni funzionalizzazione. L’oggetto estetico è quello lì e basta nella singolarità di un’evenienza (haecceitas – Duns Scoto)

PASSAGGIO ESTETICO ED ESPERIENZA DELLA SOGLIA L’esperienza estetica è un passaggio attraverso la soglia che ci separa dall’altro. L’esperienza estetica esiste e persiste sulla “soglia” costituita dal circolo dinamico di scambio tra interno ed esterno, tra soggettività dell’implicazione in prima persona e alterità capace di destare l’attenzione.

- Ambito relativo al Sé (interno) - Soggettività dell’implicazione in prima persona. - Disposizionalità dell’attenzione percettiva

- Ambito relativo al Mondo (esterno) - Capacità di destare l’attenzione. - Appello del puro mostrarsi a noi.

SOGLIA DELLA GRATUITA’ Nell’attraversare la soglia la mente è sorpresa dallo stabilirsi di una buona relazione tra sé e il mondo. La relazione è gratuita e gradita. L’incontro con l’altro è un riconoscere con riconoscenza. Nell’esperienza estetica (nell’attraversare la soglia) si sperimenta in un istante l’armonia tra noi e il mondo. DIALETTICA TRA ISTANTANEITÀ E DURATA: Nell’istante dell’esperienza estetica, sigillato dal piacere, convivono, “sempre” ed “ancora una volta”. “Sempre” nel senso che qualcosa accade nella nostra mente con una sua rotondità di senso (perfezione -> il piacere perfetto è istantaneo, quasi sottratto alla dimensione temporale v. Aristotele). “Ancora una volta” nel senso che l’istantaneità del sapere esige che in tale esperienza si possa indugiare e che essa sia ripetibile, si dia ancora. (lo sguardo indugia sull’oggetto per protrarre la sensazione inoltre la singola esperienza si ricollega a tutte le altre passate e future esperienze estetiche). ISTANTE
SEMPRE/ ANCORA UNA VOLTA

Piacere Nell’istante della relazione estetica la soggettività si sente UNA e CONGIUNTA CON L’ALTRO DA SE’. UNA -> unità di senso tra percepire e pensare (àisthesis e nòesis) Soggettività CONGIUNTA CON L’ALTRO DA SE’ -> sintesi armonica con l’altro. Il piacere è il sigillo, l’indice dell’attraversamento della soglia. Segna la discontinuità rispetto all’esperienza abituale. L’esperienza estetica è piacevole. Ha il senso di un ben-essere nell’istaurarsi di una buona relazione con il mondo (tutto il mondo attraverso una sua parte). OGGETTO SEGNO L’oggetto estetico è oggetto segno. E’ un oggetto denso di senso che fa segno verso sé e verso tutti gli altri oggetti accumulati dall’esteticità. Segno verso sé -> verso la sua sopravvenienza aspettuale (èidos la forma della sua immagine/proprietà aspettuali dell’oggetto), che, eccedendo ogni sua parte si manifesta soltanto all’interno di una relazione soggettiva. N.B. questo rimandare anzitutto a sé toglie all’esp. estetica ogni carattere di fantasmatica immaginarietà. – L’esperienza estetica è sempre esperienza fatta da qualcuno di qualcosa. Verso altro -> verso tutti gli oggetti che ci fanno sperimentare l’armonia (interna e tra interno ed esterno) UNIONE TRA SINGOLARITA’ E VAGHEZZA

Nei giudizi cognitivi Kant riserva all’immaginazione il ruolo di associare una sensazione particolare ad un concetto universale. Nei giudizi estetici non c’è un concetto da far corrispondere alla sensazione. Possiamo avere il concetto dell’oggetto, ma non sarà la cosa determinante (altrimenti l’oggetto sarebbe epistemico e non estetico). L’oggetto estetico è qualcosa di più che l’oggetto in sé, concettualmente conoscibile. E’ l’oggetto più la specifica relazione che abbiamo con esso. La bellezza è l’unione di proprietà fisiche e relazione. Non è una proprietà concettuale. Non esiste il concetto di bello (se esistesse il giudizio sarebbe cognitivo!). La bellezza è qualcosa di indeterminato, vago. La applichiamo come-se fosse un concetto. - La bellezza è un concetto come-se = un quasi-concetto (dall’etimologia latina di quasi) La soggettività dell’immaginazione di ognuno produce un’unità estetico-aspettuale dell’oggetto irriducibile ad ogni sua determinazione oggettiva. - L’immaginazione dà all’oggetto estetico un’unità di immagine che accorda singolarità e vaghezza. Singolarità = proprietà fisiche dell’oggetto Vaghezza = Relazione armoniosa che lega soggetto e oggetto (e in generale noi e il mondo) - L’unità di immagine non è traducibile in un concetto. - Un’esperienza estetica, pur rimanendo sempre sorprendente, è sempre anche conferma di esperienze passate. - La funzione immaginativa, fondamentale, sopravviene alle qualità fisiche dell’oggetto. L’oggetto estetico è: - Oggetto soglia = condivide il passaggio col soggetto - Oggetto segno = rimanda alla propria singolarità risuonando nella vaghezza. - Oggetto evento = l’oggetto è estetico solo nell’eventualità (accadere) dell’esperienza.* *L’oggetto estetico si ha nella relazione. Una relazione esiste solo come qualcosa che accade, come evento. Quindi l’oggetto estetico è un oggetto-evento IL PIACERE Il piacere è l’espressione della relazione estetica che sigilla. È libero gioco armonico tra immaginazione e intelletto, occasionato da un oggetto estetico. In quanto relazione non è puro emotivismo, è legato a qualcosa che sta fuori dall’emozione come stato interno. La relazione è su un doppio livello: uno volto all’interno (il giudizio) ed uno all’esterno (emozione). Senza il giudizio (dim. apprezzativa/valutativa) (costituzione complessa della soggettività) -> affogheremmo la specificità del piacere estetico o in una generica emozione senza oggetto che sé stessa oppure in un qualche fantasma della memoria o dell’immaginazione. Senza l’emozione (dim apprezzativi/valutativa) (rapporto tra soggettività e mondo) -> cadrebbe l’indice di realtà dell’oggetto estetico e l’esperienza di esso si confonderebbe con una pura proiezione immaginativa Piacere Emozione Giudizio (derivante dall’alterità) (dato dalla soggettività) (perfezione dell’istante) (ricordo della perfezione) Esp. estetica Teso d’arco tra emozione e giudizio, è il piacere che scocca la freccia dell’esp. estetica.

Nota: il piacere implica il nucleo originante di ogni giudizio (se la cosa piace il giudizio è positivo, se non piace, negativo), ma il giudizio estetico va oltre. Il giudizio estetico, tramite l’immaginazione, tiene memoria della perfezione dell’attimo dell’esperienza estetica, serbandone il ricordo. Nell’esp estetica è all’opera un’intelligenza commossa (intelligenza+emozione). Esperienza estetica (divisione artificiosa!!!): 1. affettività del percepire 2. emergenza emotiva della soggettività come risposta 3. costituzione dell’oggetto estetico in un atto di riconoscimento 4. giudizio come accordo di emozione e riconoscimento 5. piacere come unità soggettiva di quest’esperienza. 1- Un oggetto ci colpisce percettivamente. Un Altro ci chiama a sé. 2- Di fronte all’altro emerge la nostra soggettività 3- Il soggetto accoglie l’oggetto. Risponde al richiamo. Allora si crea l’ogg. est. 4- Nell’accordo tra emozione e riconoscimento si ha il giudizio estetico. 5- Nell’unità soggettiva di tutti questi passaggi sboccia il piacere. PIACERE E GIUDIZIO C’è unità tra piacere e giudizio. Per Hume il giudizio estetico è implicito nel piacere che si prova per l’oggetto.. Il sentimento di piacere o di dolore che si prova nel giudicare sarebbe il principio del giudicare. Il sentimento ha qui valore discriminativi. Questo non significa che Hume identifichi il sentimento estetico come nuda passività. Esso dipende dalla mente e dal ruolo che vi svolge l’immaginazione… Hume esclude che il giudizio possa essere un’inferenza del piacere. Se così fosse si creerebbe una forbice tra piacere e giudizio che non vi deve essere. Hume, a differenza di Kant, rituene che sia il piacese a precesere il giudizio. Se vi fosse la decisività del piacere -> il giudizio sarebbe ornamentale rispetto al piacere estetico (quasi un’etichetta). Se vi fosse la decisività del giudizio -> il sentimento del piacere (come mutezza del sentire) sarebbe puramente preparatorio. V. Kant §9 COMUNICABILITA’ Perché il giudizio estetico sia comunicabile: - dobbiamo supporre che sia possibile la comune disposizione ad assumere un atteggiamento estetico e che questa possa darsi in relazione agli stessi oggetti in base a proprietà “come se” cioè con l’attribuzione di un senso indeterminato. Il senso attribuito è indeterminato -> non tutti riconoscono bello l’oggetto nel medesimo senso. Il riconoscimento dell’oggetto è metacognitivo. La comunicabilità del giudizio si ha in quanto il bello colto dal singolo soggetto nel singolo oggetto nella contingenza* di un attimo è esemplificazione di una modalità positiva di relazione tra qualunque soggetto e il mondo. Il giudizio estetico rivela una dimensione della soggettività e del suo rapporto con un ritaglio di mondo che a tale contingenza non si riduce (Desideri – 44). E’ inoltre in questo significare altro che permette di spiegare cosa il giudizio può salvare di un’esperienza dalla dimensione dell’attimo: salva la coscienza del rapporto che in ogni giud estetico si instaura tra indeterminatezza della regola e singolarità dell’oggetto.

* lo stesso soggetto può cambiare opinione sullo stesso oggetto in un altro momento. Metafunzionalità dell’estetico: l’atteggiamento estetico è anticipazione inestinguibile dell’atteggiamento etico ed epistemico -> anticipa la modalità del rapporto col mondo.

ESTETICO E COGNITIVO Schaeffer (in Addio all’estetica) sostiene che il giudizio estetico è ascrivibile in un generale atteggiamento cognitivo nei confronti del mondo. Nel caso dell’attenzione estetica si avrebbe un’attivazione ludica del discernimento cognitivo. Il piacere estetico si ascriverebbe al piacere della conoscenza. L’estetico sarebbe l’infanzia del cognitivo. Tuttavia l’estetico non può essere una mera anticipazione dell’atteggiamento cognitivo, perchè in tal caso l’estetico sarebbe funzionalizzato. Può esserci anticipazione ma l’estetico non si estingue in questo. Nel bello si coglie l’armonia col mondo. Nota: Schaeffer dà l’”Addio” ad un’estetica idealistico-romantica. Schaeffer riconosce all’estetico una priorità solo temporale, mentre l’estetico anticipa in cognitivo in un senso molto più profondo. Non gli è inferiore. L’esperienza estetica anticipa l’esperienza cognitiva perché tematizza il rapporto con l’altro. Il suo carattere tematizzante è destinato a non essere raggiunto, non si estingue, in quanto limite interno ad ogni altra dimensione, anche quella etica. Il giudizio estetico anticipa sia esperienza cognitiva che esperienza etica. DIFFERENZE TRA GIUDIZI Tre elemento costitutivi di ogni giudizio di percezione: 1. Disposizione sensorial percettiva 2. Categorizzazione implicita e/o esplicita. 3. Integrazione immaginativa Nel giudizio cognitivo l’immaginazione è al servizio del corretto rapporto tra 1 e 2. -> L’immaginazione è in funzione dell’asserzione osservativi a partire dalla quale si possono trarre inferenzialmente tutta una serie di implicazioni epistemiche. Nel giudizio estetico disposizione percettiva (1) e categorizzazione (2) sono al servizio dell’attività immaginativa, della sua capacità di cogliere e accogliere una dimensione dell’oggetto in qualche modo meta-oggettiva (al di là di tutte le sue determinazioni suscettibili di conoscenze determinate. Sia atteggiamento cognitivo che estetico partono dal carattere ipotetico della percezione. Tuttavia mentre l’immaginazione (nell’atteggiamento estetico) gioca con l’indeterminazione della percezione, l’atteggiamento cognitivo tenta di scioglierla trasformandola in conoscenza. Un giudizio estetico ha un soggetto ben determinato e non è suscettibile di verifica. Un giudizio cognitivo ha un soggetto fungibile ed è suscettibile di verifica. Es del treno pag 46.

Nell’esperienza estetica l’oggetto esperisce come un piacere la propria unità ed il senso del mondo. Tale piacere, per il suo carattere anticipatore, è destinato a non essere raggiunto, a non estinguersi, in quanto il suo limite è interno ad ogni altra determinazione. CAP.3 Alterità e affinità dell’oggetto estetico OGGETTO ESTETICO E OGGETTO D’AFFEZIONE Alterità che ci riguarda: - Ricambia il nostro sguardo - ha a che fare con noi Guardare con riconoscenza: - riconoscere come qualcosa che ha a che fare con noi - provare riconoscenza/gratitudine per l’oggetto che ci si offre. Riconoscere diverso da conoscere. Nel riconoscere c’è sempre riconoscenza. Oggetto d’affezione Oggetto intorno al quale si è annodato un ricordo. Il senso (valore) dell’oggetto deriva da un investimento affettivo. Lo sentiamo quasi come prolungamento fisico di noi stessi, una parte della nostra identità. E’ come se l’oggetto di affezione attraversasse il confine dell’alterità e passasse nell’area del soggetto. C’è una tendenza all’appropriazione totale dell’oggetto. Diventa un oggetto profondamente familiare (il cui senso può essere compreso solo da noi o da coloro che ci stanno strettamente vicino). L’oggetto è in funzione della memoria (serve il sentimento proprio di ciascuno). Oggetto estetico Viene detto semplicemente BELLO (l’aggettivo positivo più sintetico e meno descrittivo). E’ altro e affine, prossimo e distante, strano e familiare. Strana familiarità, familiarità dell’affine. La sua familiarità con noi è “strana” perché si avvicina a noi ma contemporaneamente ci sfigge. Ci è affine < adfinis = i membri della famiglia (-> come i membri di una famiglia si assomigliano rimanendo distinti). Nel giud. estetico l’oggetto è riconosciuto come affine: affine ad altri oggetti ed al sentire, ai processi mentali, emozionali e intellettuali insieme del soggetto stesso. Non c’è nessuna appropriazione. Il piacere è puro ri-mirare. L’oggetto estetico rifiuta ogni funzionalizzazione. L’immaginazione comanda, non serve!!! Oggetto estetico riconosciuto come affine VS oggetto epistemico assimilato ad una regola generale. Kant si preoccupa in primo luogo di differenziare il giudizio di gusto rispetto: - alla privatezza del giudizio di sensazione - all’universalità logica del giudizio cognitivo (Il giudizio di gusto ha una sua universalità fatta di singolarità soggettive) I QUATTRO MOMENTI ~~~~~~ Qualità Tesi Realtà Antitesi Negazione Sintesi Limitazione Quantità Unità Pluralità Totalità Relazione Sostanza e accidente Causa ed effetto Azione reciproca tra agente e paziente Modalità Possibilità-impossibilità Esistenza-inesistenza Necessità-contingenza

Secondo la qualità -> il giudizio estetico è detto «disinteressato», in quanto non contiene un riferimento forte all’esistenza dell’oggetto, considerandone la pura forma: l’aspetto. Secondo la quantità -> il giudizio relativo alla bellezza di qualcosa è detto singolare dal punto di vista logico (è aconcettuale), ma universale esteticamente. L’universalità del giudizio estetico, la sua comunicabilità, sta nel suo apparire ed essere condiviso da ciascuno, facendo appello ad una disposizione soggettiva ascrivibile ad ogni soggetto singolarmente preso (voce universale). (l’esperienza estetica è singolare ma implica una comunità di singolarità). Secondo la relazione -> Kant considera il giudizio estetico secondo la finalità. La conformità a scopi riguarda unicamente l’aspetto dell’oggetto, la sua forma, e pertanto anch’essa è paradossale: in quanto riferita soltanto al soggetto è una conformità a scopi senza scopo. Secondo la modalità -> Giudichiamo il piacere del bello come necessario in base ad un quasi concetto (concetto “come se” – l’idea indeterminata del bello). --Fuori dalla relazione col soggetto la bellezza in sé è nulla. La bellezza è singolare sia oggettivamente che soggettivamente ma necessita di universalità. Il bello è singolare e universale, soggettivo e necessario. --L’intreccio di affinità e alterità, prossimità e distanza, singolarità e familiarità si stringe nella parola bello soltanto nella contingenza colta dal colpo d’occhio. La bellezza, in quanto rete di relazioni, non è mai semplice. --PERCEZIONE DEI RAPPORTI ED UNITA’ DI IMMAGINE Diderot, filosofo illuminista, pone la bellezza nella percezione dei rapporti. Questo salva la soggettività dell’esperienza del bello e il suo pluralismo -> la bellezza non è fissa in un oggetto o in un tempo o in uno spazio… La bellezza sta nella relazione {che in una contingenza (in un tempo ed in uno spazio) si crea tra soggetto e oggetto. [credo ndH]??? O forse si parla solo di relazioni tra le parti???} In un certo senso ci si può ricollegare all’idea di bellezza come proporzione, relazione armonica tra le parti, che si fa risalire ai Pitagorici e poi a Platone. Plotino critica tale posizione (IV trattato I Enneade). Se il bello fosse solo relazione tra le parti la singola parte non sarebbe bella. Tuttavia possiamo notare come in realtà non esista qualcosa di realmente semplice, ed anche quella che ci pare singola parte è frutto di relazione. Obiezione a parte è importante che Plotino colga la molteplicità dei rapporti nell’unità dell’èidos (forma, aspetto che lo sguardo può afferrare). Forma è il limite entro cui appare la cosa. Senza il limite della forma l’apparenza cedrebbe all’illusorietà della parvenza, del fantasma che allucina solo me. Non è unità di determinazioni oggettive. È piuttosto una sovradeterminazione dell’oggetto. Ed è questa che nel riconoscimento estetico dona senso all’oggetto. -> Unità di forma come sovradeterminazione dell’oggetto nel suo apparire (nella forza del chiamarci a sé).

ESTETICO E STRUTTURA GENERALE DELLA PERCEZIONE Tuttavia l’èidos non sarebbe nulla senza il potere di immaginazione e intelligenza. D’altra parte se non ci fosse qualcosa che richiama l’attenzione la forza dell’immaginaz. sarebbe mera fantasticheria. Lo nota Platone collegando to kalòn con kalèin, ‘chiamare’ ma anche ‘nominare’ (chiamare ed essere chiamato). Il bello, chiamando, richiama la capacità dell’intelletto di unificare nominando. In quanto chiama si offre fenomenicamente alla percezione. In quanto è chiamato, riflettendone la virtù denominativa, è ‘cosa’ del pensiero. Nel corrispondere all’invito comprendiamo qualcosa della struttura generale della percezione. L’intelletto in quanto facoltà denominatrice è la facoltà del kalèin (chiamare) e gli oggetti che l’intelletto produce nominando dovrebbero essere kalòs . La comprensione è sempre comprensione dell’unità di senso di qualcosa. Normalmente la sovradeterminazione della cosa (la sua unità di senso, il suo nome) è coltaraggiunta. Ma nella relazione estetica ci viene donata. Ne deriva lo stupore che ci spinge a riflettere sul nostro rapporto percettivo in generale. L’esperienza del bello è come un fulmine nel cielo notturno della nostra quotidiana ottusità e lascia intravedere le relazioni con ciò che solitamente riteniamo diverso. Nel bello risplende il senso del senso (senso-> sensibilità->cogliere come afferrare percettivo// senso-> comprensione -> cogliere come comprendere). Passaggio tra estetico e noetico: nell’esp. estetica emerge sempre il potere dell’intelletto denominatore e viene tematizzata la struttura della percezione. ESSERE E APPARENZA Qualcosa è bello perché appare tale (a qualcuno) L’apparire implica il manifestarsi sensibile di qualcosa. L’essere, nell’esperessione è bello, implica l’attività del giudicere (l’essere è ciò che si afferma). Il giudizio di gusto è soggettivo, nel senso che è un giudizio dato da un particolare soggetto, ma non è un giudizio personale. Kant afferma che non è possibile dire “è bello per me”. Il giudizio del bello non rientra nella sfera dell’ “opinione” della doxa. Un’opinione è suscettibile di verifica e falsificazione. Nei confronti di un giudizio estetico nessun argomento, sia oggettivo, sia retorico, può valere come confutazione. L’apparenza è confutabile, la bellezza no perché non rimanda esclusivamente al manifestarsi sensibile di qualcosa. Rimanda a questo e alla sua sovradeterminazione (la vaghezza). In questo rimando l’”è” diventa indipendente dall’apparenza della cosa e perciò dalla sua esistenza. Sovrasenso: l’oggetto estetico significa oltre se stesso, oltre la sua finitezza, oltre il carattere transitorio dell’esperienza che se ne ha. L’esser bello di qualcosa è l’esser bello d’un immagine che appare, e come tale è percepibile da ognuno (altrimenti sarebbe incomunicabile), ma non è un’immagine oggettiva (con consistenaza fisica). Le immagini oggettive hanno sempre un certo grado di esistenza (anche gli arcobaleni, nel riflesso nello specchio, nei disegni e nei ritratti).

L’immagine in cui si coglie qualcosa come bello è un’apparenza che reinvia ad altro (ma non come riflesso o come copia). E’ in relazione col percepire-giudicare. Tuttavia del percepire sono certo ed è ciò che differenzia l’apparenza del bello dal parere. “Mi pareva una pianta (invece è un pesce!), ma è bello/a!” Confutabile Non confutabile Il bello non è un’immagine puramente interna perché così non sarebbe condivisibile. Perché entri in gioco la regola inderterminata della bellezza dev’essere possibile che chiunque trovi quell’oggetto bello. L’immagine bella si produce per astrazione, emancipandosi dagli imput sensoriali delle proprietà oggettive della cosa. Ma il vincolo con la cosa permane in maniera libera e selettiva -> assegna una dominanza quasi paradigmatica ad una modalità percettiva rispetto alle altre. Nonostante la relazione visiva rimanga la più influente rispetto alle altre il termine ‘aspetto’/’immagine’ deve assumere un senso più ampio. (es. immagine può essere il modo in cui si unifica un ascolto). L’immagine unificante “è sempre un nesso di immagini” (Benedetto Croce). Immagine unificante = immagine + senso La bellezza è l’immagine del senso della cosa. Il suo essere si intreccia col suo apparire nel doppio confronto: - verso l’esterno con altri oggetti simili e non (l’oggetto emerge nell’ambito dell’esteticità) - verso l’interno con l’orizzonete estetico di attesa. L’immagine che diciamo bella è un’immagine soglia che contiene in sé la vitù della relazione tra interno ed esterno. E’ per l’orizzonte d’attesa che giudicare qualcosa bello suona come conferma. L’immagine della bellezza (lo schema, l’orizzonte d’attesa) non costituisce un modello precostituito da proiettare schematicamente su un oggetto. Va intesa come l’illuminazione della cosa, come accenderla alla luce del senso. Ma è la cosa stessa ad essere bella. Dunque la bellezza non ha carattere illusorio. L’illudersi non è autoinganno ma un gioco interno tra percepire e pensare, guidato dalla capacità immaginativa. LIBERO SCHEMATISMO Schematizzare è il procedimento con cui l’immaginazione “procura ad un concetto la sua immagine” (Kant). Quando riguarda le condizioni della nostra conoscenza (schema a priori) e quando riguarda l’effettività empirica del conoscere (schema empirico) il procedimento è vincolato a concetti. Nel caso del giudizio estetico lo schema è libero perché non c’è concetto (solo una regola indeterminata). Schematismo oggettivo: procede attraverso somiglianze rigide, benchè generalizzate, che permettono di classificare un oggetto come appartenente ad una determinata classe. Intelletto -> Concetto: “Il cane è un mammifero dell'ordine dei carnivori etc etc”

Immaginaz. ->

Schema: Realtà: Spotty

Il bello non è una classe determinata di oggetti. Il libero schematismo più che somiglianze rivela affinità di senso (che mantiene cmq ogni immagine imp. in sé). “L’intuizione è sintesi di immagine e sentimento” (Croce). Sentimento come matrice di senso. Lo schema è sintesi di singolarità e vaghezza. La vaghezza è la condizione che salva l’immagine nella sua singolarità. Immaginazione -> Regola inderterminata Libero schematismo Realtà

IMMAGINAZIONE - richiama alla mente oggetti assenti nella nostra immediata percezione (rappresentandoli in absentia) -> riproduttiva. - forma immagini che non rappresentano alcun oggetto esistente (prive di correlati con l’esperiezna passata ed attuale – appartenenti a mondi possibili). -> completam. produttiva. - Guida il gioco armonico del riconoscimento dell’oggetto estetico guidando l’intelletto. L’immagine del bello è aschematica, non predefinita. E’ l’esigenza di un’immagine. Il bello è qualcosa di cui abbiamo bisogno e quindi desiderio. Nell’evenienza dell’oggetto bello scopriamo che è di quello che avevamo bisogno e, riconoscendolo, ne rimaniamo sbigottiti. L’esperienza estetica è esperienza di un mai-stato che c’è familiare. Benjamin: bello “oggetto nello stato della somiglianza” (corrisponde all’idea di strana familiarità). --Ogni giudizio estetico è originale applicazione di una regola indeterminata. In un giudizio estetico parla un soggetto singolare di un oggetto singolare, ma, in quanto esige l’accordo, in quanto l’esperienza è purificata nella forma del giudizio, non dipende dagli stati d’animo, dai bisogni, dai sensi. PREGIUDIZI: Un giudizio di gusto puro, a ben guardare, non può esistere. I pre-giudizi (concetti, tradizioni, educazione…) concorrono alla formazione del gusto, così come vi concorre il rinnovarsi di esperienze esteitiche. L’insieme dei pregiudizi (l’assuefazione v. Leopardi) influenza in maniera decisiva l’orizzonte d’attesa. Tuttavia il bello sfugge a tutto ciò. Il bello ci sfugge sempre tanto che molti, tra cui Leopardi, lo considerano una chimera, un’illusione (per quanto necessaria) COS’E’ “BELLO”?

“le cose belle sono difficili” dice Solone in conclusione al dialogo platonico, dedicato a Socrate, Ippia Maggiore. Il problema del bello, irrisolto nell’Ippia, viene ripreso da Platone nel Fedro e nel Simposio. In queste opere il problema del bello è posto a partire dall’esperienza che se ne ha. Di quest’esperienza Platone fa risaltare la dimensione erotica. Dimensione erotica del bello: ciò che è bello viene riconosciuto tale in quanto oggetto di desiderio, è l’altro che ci manca. Nel Simposio Socrate, da prima confuta il discorso di Agatone (per il quale Eros era un dio giovane e splendido) definendo la natura di eros in senso critico-negativo, poi, riferendo una conversazione da lui avuta con la sacerdotessa Diotima, passa alla descrizione fenomenologia dell’esperienza del bello. Il percorso verso la bellezza è un viaggio ascensionale che parte dalla bellezza di un singolo corpo e passa per la bellezza di tutti i corpi (“il bello presente in un corpo qualsiasi è fratello del bello che è in un altro corpo”), poi delle anime, poi delle attività umane e delle leggi, poi le scienze, per giungere infine al vasto mare del bello. Il vaso mare del bello è il bello in sé il bello vero (monoeidès), e contemplandolo si partoriranno virtù vere. Il bello è riconosciuto come stato di affinità all’interno della dinamica dell’esperienza. Colto a ritroso, il viaggio appare come un rivelare somiglianze di famiglia*: affinità di modi di presentarsi del bello. • * In Ricerche Filosofiche Wittgenstein sostiene che alcuni termini non possono essere definiti assumendo un denominatore comune. Le somiglianze di famiglia sono schemi di somiglianze che si sovrappongono ed incrociano a vicenda (come le somiglianze interne ad una famiglia in cui i membri si assomigliano per certe caratteristiche e per altre no). V. La Questione dell’Arte, Warburton, pag 56-57. NB. Wittgenstein non trattava dell’arte/bellezza in quel contesto. Il vasto mare del bello può tradursi nell’intuizione dell’eccedenza del suo senso rispetto a tutti i possibili significati in cui tale senso si declina. Si coglie l’indefinita bellezza in ogni sua singola manifestazione. Si afferra oscuramente l’unità del bello nella sua molteplicità. Il bello come senso eccedente ogni significato, può venire inteso anche kantianamente come ‘ipotesi necessaria’, un presupposto internoalla relatività e al pluralismodei giudizi estetici e delle esperienze che implicano. Tale presupposto viene sfiorato dall’esperienza soggettiva di ognuno. L’esperienza estetica è come una luce che fa apparire il mondo diverso. In questa luce si annuncia il motivo del conoscere e il senso di ogni agire. L’accordo che risuona nell’esperienza del bello può divenire simbolo di ciò che è bene (la possibilità che essere e dover essere coincidano). Riconoscere il bello -> riconoscere l’altro come intimo a noi stessi, al senso stesso del nostro essere soggetti, soggetti capaci di interrogasi e di porsi in questione. Il senso del bello rivela un consenso: la comunità di un senso tra soggetti distinti eppure affini, la chance per una pratica del riconoscersi.

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