NUMERO 55 | INVERNO 2016 | COPIA GRATUITA | WWW.BEAUTIFULFREAKS.

ORG

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
Sommario
INTERVISTE
5 Musica Chiptune
CONCERTI
8 Flaming Lips
MAPPE
10 Le Specialità Tipiche
11 I Centri Di Raccolta BF
RECENSIONI
12 Full Length
26 EP
RUBRICHE
28 Libridi
30 33 Giri Di Piacere
31 L’opinione Dell’incompetente
32 Chi L’ha Visti?

LE RECENSIONI

Junkfood + Enrico Gabrielli | Artista Sconosciuto | Niggaradio | Elk | Cobol Pongide | The Giant Undertow
| Plastic Light Factory | OVO | Paolo Baldini DubFiles | Motorfingers | Wora Wora Washington | Notwist |
Morkobot | DeCalamus | Tunguska | Luca Aquino & Jordan National Orchestra | Please Diana | Violacida
| Gli Altri | I Misteri Del Sonno | TACDMY | Stalker | Easy Trigger | Passenger Side | Giulia Calì | Sinistras
||| Carlo Martinelli | Tirrenian | The Rijgs | Fujima //

BEAUTIFUL FREAKS
Sito web: www.beautifulfreaks.org E-mail Redazionale: redazione@beautifulfreaks.org
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Direttore editoriale: Andrea Piazza
Caporedattore: Alberto Sartore
Direttore responsabile: Mario De Gregorio
Redazione: Maruska Pesce, Marco Mazzinga, Marco Petrelli, Vincenzo Pugliano, Paolo Sfirri,
Bernando Mattioni, Antonia Genco, Lorenzo Briotti, Rubby.
Hanno collaborato: Daniele Bello, Francesco Sparvoli, Andrea Plasma, Piergiorgio Castaldi, Elisa
Angelini, Daniela Fabozzi, Giacomo Salis, Alberto Giusti, Greta Margherita, Francesco Angius, Tiziano
Ciasco, Ocramilluna. Infine un ringraziamento particolare a Marco M., Vincenzo P. e Pablo S.
Le illustrazioni sono di Greta Margherita, la copertina di Andrea Piazza e l’immagine “Signora non
lasci suo figlio accarezzare quel coccodrillo incazzato” viene da una vecchia piastra per capelli.
Le mappe sono riadattate da Creative Commons.

Beautiful Freaks è una testata edita da Associazione Culturale Hallercaul
Registrazione al Roc n° 22995
editoriale

- Ehy! Sei seduto sul mio Pokemon!
- Eh? Dove?
- Lì, spostati ci sei proprio sopra!
- Ma io non vedo niente…
C’è o non c’è? Sono in pochi a vederli, cenni di questa realtà aumentata che lasciano tracce su
dispositivi per lo più mobili anch’essi, possiamo quindi considerarli esistenti? Un video-gioco è
compreso dentro una piattaforma video ma cosa succede se comincia a far parte della realtà? Per
quanto ne può far parte?

È notizia (inventata) di qualche mese fa che una coppia di anziani coniugi abbia dovuto lasciare
la propria casa di campagna, nei pressi della grande città, nella quale dimoravano da anni. Vi si
erano insediati diversi Pokemon rari e di buon valore (Fanno PIL) cosicchè si è dovuto procedere
all’esproprio, cambiare destinazione d’uso dell’appartamento e far fruire degli spazi ai cacciatori
di mostriciattoli, i quali, seguendo la segnalazione erano accorsi in migliaia, guidando soprattutto
contromano. AHRRR corpo di mille balene, non mi sfuggiranno questa volta!
Fortunatamente la maggior parte dei preziosi animaletti si concentra nei negozi delle più famose
marche, vuoi per poter comprare dei vestiti firmati o i cibare i piccoli pargoli appena catturati,
vuoi per aumentare il tempo di soggiorno del cacciatore stesso nel negozio rendendo mitica
l’esperienza del consumatore, di cose reali in questo caso.
Abbiamo un PIL da portare avanti e in maniera creativa, s’il vous plait.

Pokemon catturati, Pokemon allenati, ormai dopo i dubbi iniziali possiamo affermare che tali
cosi aumentino il prestigio sociale e l’autostima della persona, come dimostrano diversi studi
mai realizzati. [Anche perchè questo gioco un pregio cell’ha. Che sia di carte o di realtà virtuale
chiunque riesce a giocarci senza mai averne letto un libretto d’istruzioni, citando Henry Jenkins]
È più facile quindi, ed economico, uscire da un centro commerciale comprando una bella mise
firmata al tuo Pokemon che a te stesso, le domande sul “me lo posso permettere?” sono
finalmente appannaggio del passato grazie alle possibilità di in-app purchase che dilagano a vista
d’occhio in ogni app.

Ma per quanto durerà questa realtà aumentata? È difficile tenerla in piedi? Per quanto lavoreremo
con i nostri Pokemon? Nel caso di questa realtà aumentata come per le altre ovviamente chi
decide quanto tener su l’onerosa baracca è la casa madre. ‘Come te l’ho dato me lo riprendo’, si
elimina sicuramente il rischio di farla diventare una compulsiva ossessione per il giocatore. Nel
momento in cui si spegneranno i server, via su un’altra piattaforma e un altro intrattenimento
virtuale sarà pronto a intrattenere le giovani menti.
Migliorando l’esperienza utente su internet si afferma sempre più l’importanza della licenza che
la proprietà derivante dall’oggetto fisico, ormai è un dato di fatto ed il senso è simile.
Abbiamo la licenza di svolazzare in un certo periodo nella realtà aumentata, di poter ascoltare
delle canzoni, di vedere dei film, di usare dei programmi per tutto il periodo che ce lo possiamo
permettere o che ce lo facciano permettere. La licenza d’uso traccia un confine intangibile e
totalmente indeterminato riguardo l’uso di giocattoli e cose terzi, acquistati o barattati online, nel
quale marasma non si salvano nemmeno i propri elaborati, talvolta stipati in questi cyberlockers.

La licenza non permette il possesso dei contenuti che creiamo quali che siano foto, messaggi o
dati personali. Se puta caso per motivi personali o totalmente esterni a noi perdiamo la licenza
4 BF
di uso di tali piattaforme, siano esse gratuite che non, il più delle volte non avremo più accesso
ai contenuti che avremo creato. Sarà pur stato luogo di contrabbando di materiale pirata ma la
chiusura di vari cyberlockers in questi anni, per tali motivi, ha portato vari professionisti a perdere
materiale da loro uploadato in maniera legale e “premium”; si sarà pure comprata con piacere
una licenza streaming ma nel caso chi la proponesse ne perdesse la possibilità di trasmissione
perderemo anche noi la licenza di fruizione senza un pourquoi. Stesso vale anche per l’upload di
contenuti personali o di cultura grassroot, se per caso la piattaforma che li supporta restringe
la licenza di accesso o addirittura chiude, li perderemo senza più possibilità di riappropriarcene.

E L’oggetto fisico in questo ambito come ne esce? A volte segue logiche strane e per fare un
esempio farò i cosiddetti conti della serva. Uno degli ultimi prezzi di cd, tra i più costosi che
ricordo in lire era l’album Dead Bees On a Cake di David Sylvian: costava 44.000 lire. Girando per i
più famosi market place sul web si può trovare a 5 o 6 euro per comprare il cd fisico, ma la licenza
di download per la versione mp3 costa 12 euro. Ma se ripenso al mio Pokemon di prima qualcuno
deve spiegarmi qualcosa.
Andrea Piazza
BF 5

Musica Chiptune
Ci siamo interrogati su quei generi musicali che abbiano mantenuto un’anima DIY e abbiamo
deciso di soffermarci sulla musica Chiptune, o 8 bit che dir si voglia. Un mondo ancora buio
e inesplorato che ha veramente tanto da raccontare.
Incontriamo Fabio Bortolotti in arte Kenobit per aiutarci ad accendere un piccolo riflettore.

È da qualche tempo che mi sto interessando riguardo il genere e sono ormai pronto a
qualsiasi risposta, come ti sei approcciato alla chiptune?
La origin story affonda le radici nei Vithra, la mia band punk, circa 15 anni fa. Eravamo
squattrinati e ci eravamo rotti le palle di spendere soldi in studi di registrazione. Quindi
trascinammo gli strumenti, gli ampli e il mio PC nella cantina del cantante, mettendo su
uno studio di fortuna. Io ero il batterista, ma anche il nerd in carica, quindi mi occupai
di Cubase, Fruity Loops e affini. Imparando a registrare con il computer, inevitabilmente
feci amicizia con il lato più elettronico della musica. Qualche anno dopo mi capitò un VST
orrendo che emulava male i suoni del vecchio NES. Lo usai per fare una cover velocissima
della sigla de “Il Pranzo è Servito” di Corrado (giuro), che poi caricai su 8 Bit Collective,
un sito intorno al quale si stava radunando tutta l’ondata di chiptune americana. La cover
venne avvistata da Arottenbit, un altro italiano della micromusic, già attivissimo ai tempi.
Ricordo il suo commento: “Chi sei? Dove sei? Dobbiamo conoscerci.” Il caso volle che il
giorno dopo Arottenbit suonasse al Biko, che ai tempi era a tre minuti da casa mia. Vidi
per la prima volta un Game Boy dal vivo e capii che dovevo provarci anch’io. La stessa sera,
vedendo l’entusiasmo, Pablito El Drito mi tirò in mezzo: “In settembre facciamo un concerto
in Torchiera, suoni anche tu.” Non avevo niente di pronto, ma passai i tre mesi successivi con
il muso sul Game Boy per prepararmi. È iniziato tutto così.

Nonostante a mio avviso la scena sia frammentata e rinasca ciclicamente dalle ceneri,
riesci a trovare un filone comune di rimandi o delle citazioni di chi utilizza gli stessi
“mezzi” analogici di anni fa?
Guarda, mi sento di contraddirti. La scena non è frammentata, anzi, è una delle scene più
affiatate in cui mi sia mai imbattuto. Ci sono alti e bassi, certo, ma c’è una rete affiatatissima
che coinvolge tutta l’Europa, l’America, il Giappone e il resto del mondo. È un mondo molto
DIY, ma tutti i membri più attivi si conoscono e si danno una mano. Anche zoommando
sull’Italia, dove negli ultimi anni sono spuntate nuove e promettenti leve, il clima è lo stesso.
E appunto, non penso che la scena muoia e rinasca dalle sue ceneri: ogni tanto sembra che
dorma, ma la ricerca e la condivisione del sapere continuano. Non a caso, anche se si usano
gli stessi strumenti, i pezzi di oggi suonano infinitamente meglio di quelli di dieci anni fa.
A cambiare sono le tecniche e le mode, ma lo spirito è sempre lo stesso: la ricerca della
creatività nelle anguste limitazioni degli hardware d’epoca.

Penso però ai primi compositori di musica chiptune che sono per lo più nell’oblio,
nonostante ci abbiano tenuti incollati ai videogiochi con delle colonne sonore in loop e
riprodotte non poi così fedelmente. Quanto genio e intuizione c’è stato in loro?
Il rapporto tra VGM (video game music) e chiptune è interessante. I lavori di maestri

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giapponesi come Koji Kondo, Tamayo Kawamoto e Yuzo Koshiro hanno plasmato il senso
estetico di tutti i bambini degli anni ‘80, e lo stesso discorso vale per i grandi del C64 e
dell’Amiga, come Rob Hubbard (da non confondere con Ron) e Martin Galway. Sono cresciuto
con quei suoni e mi sono rimasti tatuati sul lobo frontale del cervello. Non si scappa. Detto
questo, pur essendo nipote della VGM, la chiptune ha poi preso la sua strada, andando in
direzioni completamente diverse. Ci sono alcuni artisti che amano citare la VGM, ma ce ne
sono altri che la VGM non la conoscono quasi. Perché? Perché hanno vent’anni o poco più
e i giochi dell’era di Shinobi non li hanno mai visti. Non è un crimine. È segno che ci sono
tante nuove leve, e che la chiptune non funziona solo grazie alla nostalgia di qualche trenta/
quarantenne.

A parte la spiccata vena DIY e una certa attitudine punk, per certi versi, cosa si prova a
cambiare l’identità di un giocattolo, o hardware che sia, facendogli scoprire la sua nuova
natura musicale?
È bellissimo. È una lotta contro i limiti di macchine datate, nate per fare tutt’altro, che si
trasforma in vittoria quando un intero locale balla e si diverte. C’è chi viene a vedere da
vicino, convinto che non possa essere solo un Game Boy. “Ma sotto hai la drum machine?”
“Ma usi un sampler?” “Ma hai registrato la base?” In quei casi, la soddisfazione suprema è
sollevare il Game Boy e far vedere che entra direttamente nel mixer, senza filtri.

Considerando l’impatto spiazzante e che ricorda per certi versi le figure dei rumoristi
dei cartoni animati, qual’è la reazione del pubblico nel vedervi suonare dai Game Boy ai
giocattori da cameretta?
Le reazioni del pubblico cambiano tantissimo a seconda del contesto e dell’età media. Nella
maggioranza dei casi, il popolo della notte è composto da ragazzi e ragazze intorno ai 20-25
anni, nati dopo il Game Boy (che quest’anno compie VENTOTTO anni) e soprattutto dopo
il suo periodo di massima popolarità. Per loro il Game Boy è più un emblema della cultura
pop che un caro ricordo, come è lecito aspettarsi, quindi fanno più caso alla musica e al
sound spigoloso. E ti dirò: mi piace che sia così, perché sono convinto che la nostalgia sia un
carburante destinato a esaurirsi, a differenza della passione per la ricerca sonora.
La gente della mia generazione, invece, ha un tuffo al cuore e un cortocircuito sentimentale:
da un lato vedono il Game Boy (o anche un Commodore 64, perché no) e ripensano a tutti
i momenti felici con i videogiochi degli anni ‘80, dall’altro sentono un suono che ai tempi
sarebbe sembrato impensabile.

Nell’epoca in cui viviamo piena di hardware closed e di sigilli di garanzia come si può
evolvere il circuit bending nella toy music o nella “floppy disk wall”? Possiamo riporre
speranze musicali nei nuovi microcontrollori o resterà tutto appannaggio dell’hardware
dello scorso millennio?
Il circuit bending secondo me troverà ancora per molti anni giocattoli e tastierine da
modificare. Certo, la tecnologia va nella direzione delle macchine sigillate o troppo
complesse, ma non sottovalutiamo la quantità di plastica che abbiamo prodotto negli ultimi
trent’anni. Sono convinto che Arduino e synth autocostruiti continueranno a giocare un
ruolo importante nel mondo della musica DIY, ma anche che le scorte di “roba vecchia” siano

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ancora ben lontane dall’esaurirsi.

È forse la chiptune la linea di demarcazione più spontanea tra musica “analogica” e
digitale? Abbiamo visto negli anni recenti un rincorrersi l’uno con l’altro mondo sia
nel fronte audio che video come il passaggio (roboante ma effimero?) dalla pellicola
al 2K. Ogni novità deve per forza mangiarsi il predecessore o è tempo di considerare
limiti e peculiarità dell’uno e dell’altro campo?
Amo la chiptune proprio perché è nella terra di nessuno, sul fronte della guerra tra
analogico e digitale. Ha degli aspetti digitali, degli aspetti analogici e altri aspetti
digitali che si comportano un po’ come se fossero analogici. E non dimentichiamo che
nella chiptune rientrano anche i chip FM, come l’YM2612, che era contenuto in tastiere
storiche come la Yamaha DX7, ma anche in console come il Sega Megadrive. Riassumo
tutto dicendo che il Commodore 64 ha una generazione del suono digitale che passa
in un filtro completamente analogico (ma con parametri controllati digitalmente). La
chiptune rappresenta l’evoluzione della musica che non si mangia il predecessore: lo
digerisce, lo metabolizza e lo assimila. Senza schierarsi da una parte o dall’altra di una
guerra che è più generazionale che altro.

Si ringrazia Kenobit per averci accolti calorosamente ed essersi prestato per questa
indagine.
Si ringrazia Fabrizio C. per la mediazione interculturale.

Andrea Piazza
con il valido supporto di Alberto Sartore

Invia il tuo album alla casella email
redazione@beautifulfreaks.org
o all’indirizzo postale che trovi sul nostro sito web.
Potrebbe trovare spazio tra i dischi recensiti su
questa rivista.

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FLAMING LIPS
30/1/2017 @ ALCATRAZ - MILANO
“Attenzione, questa sera saranno usate luci stroboscopiche”. Un grosso cartello sul vetro
della biglietteria dell’Alcatraz di Milano avverte. O forse promette. Chi conosce i Flaming
Lips – chi spende 30,80 euro per andare al loro concerto – ha già un’idea dello show che
metterà in scena la band di Oklahoma City. E, sì, le luci stroboscopiche sono una parte fon-
damentale...

Psichedelia da manuale. Nella puntualissima Milano, la sala è già piena all’orario di inizio
previsto, e la band non si fa aspettare. Wayne Coyne, in abito grigio e cravattino rosa a pois
neri, elegante à la Vivienne Westwood, appare eccitato di cominciare. Saltella con le sue
eccentriche scarpe verdi sul palco molto ben illuminato, fra due grossi funghi rossi posti ai
due lati come a delimitarne l’ampiezza. Piovono coriandoli e gocce luminose che da porpora
sfumano al celeste. Esplode una psichedelia festosa.

Race for the price. L’apertura è piuttosto ovvia, la prima traccia del fortunato Soft Bulletin
sembra pensata e arrangiata per la nobile arte scenica dell’icebreaking. Suona il gong e sei
subito nel loro mondo. L’esecuzione strumentale è pulita e intensa, la voce un po’ bassa. Il
front man bada molto più all’esibizione fisica sul palcoscenico che all’esecuzione vocale,
tra un cambio d’abito e l’altro, tra un cambio scenico e l’altro, e le continue incursioni di
improbabili performer vestiti con ingombranti costumi. C’è anche un Santa Claus in prima
fila in platea.

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Nota di gossip: oltre al Babbo Natale, anche molti musicisti della scena indie lombarda e
non presenti, da Bianconi (Baustelle) ad Alberto Ferrari (Verdena) e Federico Dragogna (Mi-
nistri). Possiamo affermare senza timore di smentita che i Flaming Lips ancora oggi sono
una delle band più influenti, per la psichedelia più mainstream (vedi Kevin Parker) e giù fino
all’underground.

Performance musicali nel complesso buone ma non impeccabili, ma ogni pezzo è una messa
in scena spettacolare. 4 su 16 provengono dall’appena pubblicato Oczy Mlody. Soltanto un
quarto... How?? è di grande impat-
to, emozionante e mind worming;
Sunrise mostra chiaramente quan-
to il sound di questo album non si
discosti molto dai precedenti. Me-
morabile la performance su The-
re Should Be Unicorns, con Coyne
in sella ad un unicorno meccanico
che percorre interamente la platea
fra l’incredulità degli spettatori
che agitano prontamente gli smar-
tphone davanti al proprio viso nel
tentativo di immortalare la scena,
mentre la security era impegnata a
spingere con garbo la folla per fare
spazio all’avanzata del fiabesco me-
tallico animale. Abbiamo provato a documentare anche noi con un risultato eccellentemente
eloquentemente astrattista (vedi foto – a colori immaginate tutto verde acido e rosso).

Ma il culmine della gioia spettatoriale è stato raggiunto quando finalmente Coyne si è in-
filato nella ormai nota bolla di plastica per la loro celebre cover di Space Oddity. Abbiamo
ascoltato molte storie su questa performance. Un crowd surfing “epic and hilarius”, per cita-
re l’utente lisapunky di youtube che già nel lontano 2009 uploadava a beneficio della com-
munity. Vederlo rotalare dal vivo devo riconoscere che dà un certo gusto

Il bis è affidato a Waitin’ for a Superman e la sempre emozionate Do You Realize??, altra
prevedibile (e ottima) scelta per la chiusura, a metà fra il guastare l’edonismo lisergico, in
maniera non esiziale, e l’elevare lo show verso l’autoriflessione esistenziale.
Mi sono divertito. Se non li avete mai visti dal vivo, fatelo. Se li avete già visti, non credo
che andare una seconda volta aggiungerà qualcosa in termini di esperienza, ma è comunque
divertente. Per quanto mi riguarda: una cosa divertente che non farò mai più.

Alberto Sartore

INTERVISTE
INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
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LE SPECIALITÀ TIPICHE
di Beautiful Freaks
Abbiamo diviso le recensioni che troverai nelle prossime pagine ordinandole per regione.
Specialità tipiche di stagione selezionate per te da Beautiful Freaks!

Elk Paolo Baldini DubFiles
Morkobot TACDMY
Plastic Light Factory
Gli Altri
Stalker
Easy Trigger
Passenger Side
Sinistras
Wora Wora Washington

Junkfood
Motorfingers
OvO
The Giant Undertow
The Rijgs
Tunguska
Enrico Gabrielli
Giulia Calì
Tirrenian Please Diana
Violacida

Fujima
Carlo Martinelli
Cobol Pongide
DeCalamus

I Misteri Del Sonno
Luca Aquino

Niggaradio
Le nostre importazioni
Luogo Sconosciuto: Artista Sconosciuto

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 11

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
12 BF

RECENSIONI
Junkfood + Enrico Gabrielli
ITALIAN MASTERS
Cinedelic, 2016

Italian Masters riunisce in un unico vinile i tre precedenti lavori che i nostri
avevano dedicato a tre grandi compositori italiani di colonne sonore
Ennio Morricone, Armando Trovajoli e Piero Umiliani. Lo fanno con grande
sagacia e acume interpretativi, presentando non una semplice collezione
di cover, per quanto realizzate magistralmente, ma l’esecuzione di temi
e atmosfere dei singoli brani riletti, tuttavia, in chiave strettamente
personale e creativa. Così, per fare qualche esempio, Eat it di Morricone,
assume toni e cadenze hard rock, solenne e profonda nel suo incidere tra batterie quasi marziali e fiati
robusti. Polverosa e desertica la versione di Gassman Blues (Umiliani) in un crescendo trascinante tra
noise e jazz rock che implode in un finale ironico e dissacrante. Malinconico e crepuscolare il dubstep
di Masquerade (Trovajoli) con un elettronica elegante quanto coinvolgente alternata al romantico
dipanarsi dei fiati e delle percussioni pulsanti e incisive. L’ascoltatore non perde la carica emotiva degli
originali, al contrario nelle rivisitazioni di Junkfood e Gabrielli la forza evocativa e visionaria dei singoli
pezzi viene alimentata e rinvigorita dai nuovi arrangiamenti e dall’abilità tecnica che dimostrano sia nelle
parti acustiche che in quelle elettroniche, senza freddi virtuosismi o compiacimenti solipsistici, suonando
da grande ensemble affiatata e matura. Un lavoro filologicamente ineccepibile, ma che esclude ogni
piaggeria e ogni tentazione nostalgica, orientato com’è alla contemporaneità musicale. Italian Masters
non tradisce le attese, regalando al pubblico quasi 40 minuti di grande capacità esecutiva ed intenso
impatto emotivo. [8/10] • Vincenzo Pugliano

Artista Sconosciuto
ZERO TOTALE
Autoprodotto, 2016

Chi si autonomina Artista Sconosciuto, probabilmente sta pensando già
oltre la sua musica… per cui vale la pena di ragionare su questa scelta
prima di procedere con l’ascolto di questa lista di tracce, aka album.
L’ipotesi che presentarsi senza informazioni sull’identità o sul progetto
sia il modo di consegnare una sorta di pagina bianca che lascia la
possibilità agli ascoltatori (e ai reviewer) di concentrarsi solo sulla musica
è ingenua ed errata. La pagina è nera, come la copertina dell’album. Il non
avere informazioni sull’artista è di per sé un’informazione, e decisamente molto ingombrante. Questa
scelta dovrebbe avere seguito in qualche modo sul piano musicale, e non cadere come vezzo arbitrario
o operazione di marketing a costo zero. La pagina è nera: zeppa di significanti, ma non se ne trova il
bandolo per capirne il senso.
Musicalmente? Lo-fi teso e malinconico che offre pochi spunti di interesse. In certi momenti appare la
brutta copia del salmodiante Giovanni Lindo Ferretti, in altri sembra ripercorrere un certo cantautorato
settantiano italiano, ma il prestito non è reso da un esito musicale e letterario minimamente adeguato.
Non trovo motivi per promuovere la conoscenza di questo Artista Sconosciuto, al momento è bene che
resti tale. Anche per lui. Tante idee ma irrisolte.
Non zero totale, però. Non è un album che genera sensazioni forti come sdegno, repulsione,
inorridimento… più mediocrità, per il momento. [4,5/10] • Alberto Sartore

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 13
Niggaradio
FOLKBLUESTECHNO’N’ROLL...E ALTRE MUSICHE PRIMITIVE PER
DOMANI
Dcave Records, 2016

Ed ecco di nuovo i Niggaradio. Avevo già recensito (entusiasticamente)
un loro lavoro, e sono felicissimo di poter dire la mia su questo nuovo
disco. È bene mettere subito in chiaro una cosa: i Niggaradio sono un
gruppo di razza. Il miscuglio di quella che definiscono “musica primiti-
va” è un curatissimo ed efficacissimo mix di tutto ciò che è lo-fi, roots,
tendenzialmente nero e sempre “grasso” (medio questo termine dallo
slang chitarristico perché lo trovo incredibilmente trasparente; abbia-
mo tutti un’idea di cosa sia un suono “grasso”, no?). Ancora una volta, riff sporchissimi ma assoluta-
mente efficaci, sudati e sensuali scivolii di slide guitar, percussioni ossessive e bassi ipnotici tenuti
insieme dalla voce elettrica di Vanessa Pappalardo che, in dialetto, snocciola parole con la solennità
di una funzione religiosa afroamericana e una buona dose di meridionalissima cazzima (sono mezzo
salernitano, non so come si chiami quella cosa lì in Sicilia, mi scuserete). Il disco si apre con “’U me
dirittu”, canzone che aspira alla dignità di inno e che arriva come uno schiaffo, un po’ combat folk un
po’ aromatizzata dal Sud statunitense, infiorettata da una chitarra spessa e implacabile. “Senza”, che
è aperta da una sezione ritmica lurida e incalzante, è uno dei pezzi migliori del disco, e rappresenta ef-
ficacemente il crossover torrido che è il marchio di fabbrica dei Niggaradio. Si pongono un obbiettivo
ambizioso: essere come le radio nere che, in passato, rimodellarono il modo di suonare e
ascoltare musica, puntando allo stomaco piuttosto che al cervello (e questo non vuol dire che ci si trovi
davanti a una band istintiva; ognuno degli elementi che compongono il sound dei Niggaradio è stato
ampiamente studiato, digerito, rielaborato e testato). Ci riescono, secondo me. Alla grande, pure. La
rivincita dei Sud di ogni luogo, proprio perché di ogni Sud si fanno testimoni. Bravissimi. “Se ti piace il
blues, ora te lo canti e te lo piangi, ‘sto blues”. [8/10] • Marco Petrelli

Elk
ULTRAFUN SWORD
Niegazowana Records, 2016

Dopo un tour che li ha portati in giro per l’Europa a far conoscere il
loro primo disco World, gli ELK tornano in studio per incidere Ultrafun
Sword, un album più denso ed in cui le tracce seguono generalmente
la stessa linea guida senza mai dare l’impressione di essere banali.
Torna il tema del viaggio (in forma diversa) e questa volta è affiancato
dalla sensazione del sogno perché il disco veste tonalità che possono
ricordare lontane velature oniriche e shoegaze, diciamo prevalentemente notturne seppur con
sprazzi di energia e carica diurna. In Tu Fi Pu ho colto probabilmente un tocco in più, dato forse
dall’elettronica che assume anche una funzione ritmica e si inframmezza alle chitarre elettriche e
al cantato in maniera particolarmente accattivante. Grazie alla capacità di arrangiare e di spaziare
abilmente su campi differenti riempiendo bene l’ambiente in modo coeso il quintetto è riuscito a
creare un prodotto che mi è parso difficile da deframmentare ed analizzare. Ammetto quindi di essere
stata inizialmente “contrariata” da questo ma penso proprio di dover dare ragione agli ELK quando
dicono che è difficile tradurre la musica in parole se non attraverso il viaggio e l’esplorazione, perché
più ascolto il disco più mi convinco che nel loro caso per poter cogliere basta ascoltare e farsi portare
in giro dalla musica stessa, senza farsi troppe domande e senza cercare di dare troppe interpretazioni.
Basta sedersi, allacciare le cinture, premere PLAY e lasciarsi condurre non si sa dove, tanto la bellezza
sta nel guardare fuori dal finestrino mentre il resto scorre e si va avanti. [7/10] • Daniela Fabozzi

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
14 BF
Cobol Pongide
VITA DA SPAZIALE
Autoprodotto, 2017

Si può sognare e realizzare una passeggiata spaziale partendo da uno
sperduto parco cittadino? Si può comporre e suonare musica utilizzando
tastiere giocattolo modificate, vecchie console da gioco e computer
considerati obsoleti ma originalmente aggiornati? Si può creare una
band umano-robotica insieme a una macchina (l’ineffabile Emiglino
Cicala) programmata da una gloriosa azienda di giochi e ridestata come
cantante? Evidentemente sì, ad ascoltare Vita da spaziale nuovo lavoro
dei Cobol Pongide, duo umano-robotico composto dall’umano Cobol (synth, batterie elettroniche,
chitarra elettrica, più tutta una serie di tastiere di sua invenzione, voce) e dal robot Emiglino Cicala (voce),
accompagnati dal suadente e delicato canto di Olda Limax. Un cd di toy music, divertente e malinconico
come può esserlo un bambino che immagina un viaggio interplanetario, o un cosmonauta ridotto ad
allenarsi alla maniera di un podista della domenica per imprese che non compierà mai. Se preferite pop
elettrico alla maniera di Buevertigo di Metallo non metallo, con più levita e acume, o di Alberto Camerini,
con più profondità. Pensieri radioattivi. uccidono la gente. Canzoni radioattive. uccidono la gente.
Programmi radioattivi. uccidono la gente. Gente radioattiva. anche. Chissà forse i robot sono la salvezza
del genere umano, così come la possibilità di colonizzare altri mondi, ma la potenzialità di scegliere,
l’etica e le opportunità sono di competenza degli esseri umani e le stiamo dimenticando (Radio attività).
A rammentarcelo sono proprio i Cobol Pongide con i loro testi ironici, surreali, nostalgici ma non banali,
al contrario capaci di evocare conflitti molto terrestri (Piccoli screzi tra pianeti feroci) o di lanciare
messaggi decisamente politici (Ufociclismo). Un cd sorprendente, lontano dai cliché del sentimentalismo
e dal pessimismo del pop nostrano, solo apparentemente infantile invece gioiosamente arrabbiato,
triste a volte, poetico, roboticamente impegnato. [7,5/10] • Vincenzo Pugliano

The Giant Undertow
THE WEAK
In The Bottle Records, Indipendead, Shyrec, POpeVrecords, Death Roots
Syndicate, 2016

Dark Americana. Non so se esista un’etichetta del genere, ma i The
Giant Undertow discendono direttamente dalla tradizione oscura del
cantautorato folk americano: murder ballads, blues malsani e malfermi,
alt-country. Mi è immediatamente venuto in mente il Mark Lanegan
solista per via della voce profonda di Lorenzo Mazzilli, ma anche per via
della breve presentazione del loro disco: “eight dark stories, which are
only partially told”. Ma anche il Nick Cave più americano e lirico (“Murder Ballads”, “Henry’s Dream”).
Johnny Cash, ovviamente. Tra valzer sbilenchi e ironici (“Captivity Waltz”) e topoi inevitabili del genere
(“In the Trees”; succedono sempre cose interessanti tra gli alberi del folk americano, così come in riva
al fiume – Neil Young docet ), i The Giant Undertow mostrano una coscienza e un’approccio al genere
da veri filologi, e “The Weak” è indubbiamente un take personale ma estremamente riconoscibile del
lato più oscuro dello storytelling americano. Non manca ovviamente l’ariosa e sinistra ballata (“Palpah”),
che rivela quella che è forse un’altra delle influenze principali dei The Giant Undertow, il supergruppo
di folk postmoderno Murder by Death (se mi sbaglio, corrigeretemi). Certo il disco soffre di una certa
monotonia, ma questa è giustificata, e forse imposta dalla materia che la band ha deciso di sviscerare.
Un disco estremamente godibile, profondo, curato. Niente di originale, a voler essere pignoli, ma certo
questo non detrae nulla al piacere dell’ascolto. [6,5/10] • Marco Petrelli

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 15
Plastic Light Factory
HYPE
Autoprodotto, 2016

Orgogliosamente albionico, tremendamente fresco e concreto, il
suono dei Plastic Light Factory sembra costruito appositamente per
competere con gli alfieri della British Invasion di fine decennio, con
l’aggiunta di un elemento peculiare, vale a dire il tappeto vintage di
organo elettrico, che crea un effetto contrastante e al tempo stesso
giocoso con le distorsioni e i riff marcatamente scarni e martellanti di
chitarra elettrica. Se nella coppia di brani iniziali domina l’atmosfera
giocosa e vivace di un elettro-pop veloce e gradevole, la svolta verso quell’impronta volutamente
albionica si ha nel distico finale di brani, in cui, specie in “Jakiteko” si denota quel cambio di ritmo secco
alla Franz Ferdinand prima maniera, in cui il basso si carica sulle spalle il resto del gruppo e crea un
groove pastoso e preciso, degno di far parte di una playlist da discoteca rock. Il tutto unito ad un timbro
vocale secco, quasi volutamente algido, in cui non si denota la benché minima intenzione di giocare
a fare gli stranieri in patria. E forse proprio in questo è insita quella montatura di cui parla il titolo
dell’album, quel gioco di rimandi creato ad hoc per dividere e suscitare approvazione o delusione. Ma
al di là delle annose polemiche pro o contro il rock britannico, l’album risulta comunque essere figlio
di un suono moderno e contemporaneo, che indubbiamente, nel periodo storico che stiamo vivendo in
Italia, potrà ritagliarsi o meno il giusto spazio nella scena musicale nazionale. [6,5/10] • Alberto Giusti

OvO
CREATURA
DIO)))DRONE, 2016

A distanza di tre anni da “Abisso” (Supernatural Cat) il 9 dicembre
2016 esce “Creatura” per la nota label italiana DioDrone in cd, vinile
e cassetta. Le uscite dell’etichetta fiorentina si sà; non sono per
stomaci sensibili, gli OvO, di certo, non sono l’eccezione ma, appunto,
la conferma. Il disco è stato registrato da Lorenzo Stecconi (si, quello
dei Lento) all’ Ardis Hall, il mix da Giulio Favero al Lignum ed il master
da Giovanni Versari a La Maestà. Il duo composto da Stefania Pedretti
(voci, chitarre, field recordings) e Bruno Dorella (batteria, e-drums, synth) va diretto al punto; il mix
di elettronica, noise, rock estremo e metal è come una pozione davvero vincente, soprattutto se si
condisce con un bel pò di sperimentazione e campionamenti, al fine di creare un bollente e denso
liquido nero che, se ingerito, nella mente crea immaginari di oscure masse sonore che ti circondano,
danzando balli tribali ed urlando parole provenienti da antiche ed incomprensibili lingue per l’orecchio
di un essere umano. Il gruppo porta in qualche modo gli estremi del rock e dell’elettronica a coincidere
nella comune intenzione di esprimere qualcosa di veramente grande, che non può essere altersì
comunicato se non con ingenti volumi e distorsioni che creano densità ed appunto grandezza sonora.
Sono veramente d’impatto. Personalmente mi piace quando i gruppi escono dai generi, si contaminano
e entrano in altri; è questo il processo che permette di rendere nuove idee feconde, lo svolgimento
è paragonabile di fatti a delle api che vanno di fiore in fiore sporcandosi di polline e successivamente
fecondando differenti infiorescenze. Mi sono trovato molto spesso difronte a questo problema
di “originalità”, che non rende rinconoscibile una band od un artista, nel mare della musica, come
creatore di un arte singola ed irripetibile, senza tempo e personale; dotata di quella personalità che ci
contraddistingue, inquanto esseri umani, profondamente diversi nell’ aspetto, nell’animo, nel modo di
comunicare e nel recepire comunicazioni. Ritengo che spesso l’importante è sconvolgere l’ascoltatore;
non importa in che modo ma le sensazioni che emana una performance od un disco dovrebbero
permanere per almeno alcuni minuti ed il modo per farlo, sia presentare soluzioni per l’ascoltatore
differenti dal suo pensiero o concezione di quello che sta assistendo. [7,5/10] • Ocramilluna

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
16 BF
Paolo Baldini DubFiles
DUBFILES AT SONG EMBASSY, PAPINE, KINGSTON 6
La Tempesta Dischi, 2016

Paolo Baldini è un dj di riferimento per il panorama reggae italiano ed
internazionale: dagli anni con gli Africa Unite, alle proficue collaborazioni
con TARM e Mellow Mood, fino ad oggi - con il progetto DubFiles. E con
questo album, DubFiles at Song Embassy, Papine, Kingston 6, conferma
tutte le qualità che lo hanno reso così rispettabile tra gli addetti ai lavori.
La sua abilità di beat-maker è quella di unire un sound reggae dal sapore
tipicamente roots e dub, con basi più ballabili, pur rimanendo cosciente
che ballare non è tutto. Perché l’intento di Baldini non è quello di trasformare il reggae nella nuova house
(compito già ricoperto da Major Lazer), bensì quello di sfruttare il potenziale del digitale per ampliare
con rispetto i confini di un genere che nelle sue radici ha tanto da dare. Anche per questo motivo l’album
è stato registrato a Kingston nel quartiere 6, su un carro registrazione mobile, in cui a turno gli artisti
giamaicani hanno cantato, quasi improvvisando, sulle basi strumentali di Baldini. Un approccio diretto e
full-immersivo che ha restituito un sound autentico, molto vicino al live, con picchi davvero importanti,
cito Boom - Wah da da deng di Hempress Sativa su tutti. Detto ciò è un album dedicato agli appassionati
del genere, che troveranno tutto ciò ai quali Baldini li ha abituati, più il valore aggiunto di nuove scoperte
genuine. [8/10] • Paolo Sfirri

Motorfingers
GOLDFISH MOTEL
Logic (Il )Logic Records / Andromeda distribuzioni, 2017

Recensire non è sempre un compito facile. A volte ti capitano dischi di
un genere che preferisci, mentre in altre ti trovi nelle cuffie roba che
ascolti raramente perché non ti colpisce particolarmente o ormai non
ti regala più le emozioni di altri tempi. A volte un’opera ti entra subito
dentro e l’ascolteresti in continuazione. In altre occasioni hai bisogno di
ricorrere a tanta pazienza e ad un certo senso del dovere per ascoltare
ripetutamente un disco del quale vuoi comunque essere sicuro di esprimere un giudizio coerente. Nel
caso di Goldfish Motel dei Motorfingers non siamo nelle prime ipotesi contemplate. Il nuovo disco
dei modenesi, che vede l’entrata nel gruppo di un nuovo cantante, Abba ed un nuovo bassista, Faust
è stato un osso duro. Ma alla fine è un disco che mi ha convinto con riserva. Convinto perché il loro
stile sanguigno e rockettaro, ispirato ad un certo ”modern metal” che richiama alla mente Alter Bridge,
Black Stone Cherry condito con un pizzico di groove e di southern rock (mi vengono in mente le ballate
alla Black Label Society) è trascinante e pieno di energia, con ritornelli che ti ritrovi a canticchiare con
il moltiplicarsi degli ascolti. Il trittico inziale è al fulmicotone e fa capire subito l’intento dei ragazzi
di Modena. Poi però il disco perde un attimo di identità. Le ballads ad esempio. Se XXXIII convince,
altretanto non si può dire di Nothing but a man, che risulta un po’ noiosa e ripetitiva. Sempre nella parte
centrale Pull the Tail mi è sembrata piuttosto anonima e ripetitiva. Buono invece il trittico finale che
riprende l’energia di apertura e chiude in bellezza. Un altro aspetto, sicuramente soggettivo, che non
mi ha convinto è la piena adattabilità della voce di Abba a tutti registri imposti dallo stile del gruppo.
Nei pezzi con maggiore velocità di esecuzione sembra un po’ “forzata” e poco “fluida” mentre nelle
ballate e nei brani che richiedono maggiore potenza sembra trovarsi più a suo agio. Alla fine dei conti
Goldfish Motel risulta un disco piacevole e sicuramente interessante per gli amanti del genere, suonato
ottimamente e prodotto altrettanto bene. Merita una sicura promozione con l’auspicio di un terzo
capitolo ancora più maturo. [7/10] • Francesco Sparvoli

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 17
Wora Wora Washington
MIRROR
Shyrec, 2016

Molteplici pollici alzati per l’ultimo arrivo dai Wora Wora Washington,
cambiamenti nella formazione e sterzate stilistiche hanno sicuramente
portato la band ad azzeccare il bersaglio. Due album precedenti e
decine e decine di riferimenti alla wave tanto bistrattata dai cultori del
bel canto. Abbandonate alcune delle atmosfere cupe ci si occupa di
arricchire gli spazi con batterie elettroniche e distorsioni sfarzosissime,
tutto in un perfetto equilibrio. Quando ci si appresta a mettere insieme
brani traendo espirazione da ascolti tipicamente dark wave e ottantini nell’anima è difficile che chi
ascolta non faccia subito riferimento ai punti cardinali precursori del genere, solo che in questo
specifico caso ‘Mirror’ è una consacrazione, piuttosto che una profanazione come quelle a cui ci
siamo abituati. Pare perfino strano saperli italianissimi e più vicini di quanto si pensa. Tracce top come
Fear Is Over, Mirror e Vinus si arricchiscono di techno beat e contaminazioni dance che le rendono
punti forti del disco. Data la veste sonora internazionale i brani recitano frasi quasi in loop tutte in
inglese, non è per niente male. Così ci si ritrova da un momento all’altro aggrovigliati in groove per
l’appunto che lasciano poco fiato, vortici sintetici interrotti dalle parole come fossero urla in coro.
Riascoltato più volte, questo disco da quasi la sensazione che di tracce ce ne siamo molte di più di
quelle che compaiono ufficialmente, come se di volta in volta spuntasse fuori qualche nuovo effetto
a cui prima non si aveva dato molto peso. Il disco finisce con Flowing And Fresh, da lontano, quasi a
voler intimorire, la ritmica comincia a prevalere, poi l’esplosione finale. Piccola scoperta che si può
annoverare tra le migliori dell’anno passato. Great job! [7,5/10] • Maruska Pesce

Notwist
SUPERHEROES, GHOSTVILLAINS & STUFF
Alien Transistor / Sub Pop, 2016

Nuovo lavoro per i Notwist che dopo una vastissima carriera alla
spalle, il loro esordio data 1990, presentano un lungo live, quasi
un’ora e quaranta minuti, registrato nel dicembre 2015 nei dintorni
di Lipsia con risultati veramente emozionanti e coinvolgenti. Il doppio
cd, o triplo vinile se preferite, presenza quasi tutto il meglio della
produzione della band tedesca tratto in massima parte da Neon Golden
(con i piccoli capolavori Pick Up the Phone e Pilot, in una trascinante
versione estesa e dilatata) e Close to the Glass (con Into Another Tune a Run Run Run a catturare
l’attenzione dell’ascoltatore), passando per il lontanissimo Nook e il più recente The Devil, You + Me
(con la crepuscolare e indie Gloomy Plantes ad impressionare). Ma non si ratta di una pura e semplice
raccolta di grandi successi, i pezzi sono infatti reinterpretati e riproposti in versioni aggiornate e
sapientemente mixate dal vivo, ampliate e distorte per stravolgere e coinvolgere l’ascoltatore in un
mare di emozioni e sensazioni elettroniche. La deriva non induce al lounge bensì alle suggestioni
house e dubsteap senza abdicare alla vena malinconica e romantica del sound elettro pop dei Notwist.
Lo spirito melodico del gruppo si arricchisce di pulsazioni e loop, di delay e percussioni vibranti, di
synth e campionamenti, di inserti strumentali, acustici e impressioni dance. Da questo scaturisce un
pop rock curiosamente elettronico, libero da orpelli e condizionamenti stilistici, ricco di influenze e
atmosfere (dal jazzy al kraut rock, dall’indie all’elettro pop) che divertono, e immergono l’ascoltatore
in un flusso musicale senza tempo, espanso, ora più dolente e intimo (come in They Follow Me o nella
bellissima One With the Freaks), ora più concitato ed emotivo (come in Kong o Trashing Days), ora più
intenso e dinamico (come in This Room o nella travolgente Gravity, uno dei pezzi più convincenti di
tutto la registrazione). In conclusione, un lavoro riuscito, ben registrato che non annoia, al contrario
affascina per la sua varietà e ricchezza di soluzioni e spunti musicali. [7,5/10] • Vincenzo Pugliano

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
18 BF
MoRkObt
GORGO
SupernaturalCat, 2016

Luciferini, oscuri, dissacranti i Morkobot (Marcello LAN Bellina,
basso, Andrea LIN Belloni, basso, e Jacopo LON Pierazzuoli, batteria)
aggiungono l’ennesima freccia al loro arco, anzi l’ennesimo masso alla
loro catapulta e ci sommergono con una tempesta di riff dissonanti,
potenti quanto precisi, apparentemente caotici, in realtà metodici e
puliti, in dialogo continuo tra le vibrazioni e le rincorse improvvise dei
bassi, da un lato, e le martellanti evoluzioni ritmiche della batteria,
dall’altro. Ne scaturisce un muro di suono compatto, ora profondo e notturno, ora proiettato verso
abissi cosmici. Gorotka ne esemplifica tutta la forza distruttiva e al tempo stesso creatrice, un muro
sonico mai monotono al contrario tagliente e distorto, mai uguale a se stesso. Ogrog ne prosegue le
convulsioni partendo dall’impatto heavy per dipanarsi in un intreccio noise, rumoristico e provocatorio
che abbandona ogni tentazione melodica e pacificatrice. Con Krogor il tappeto di suoni si fa ancora più
spigoloso e ribollente di cambi di ritmo e frequenze, di distorsioni abrasive, di effetti che ne dilatano la
trama fino alla dissoluzione di ogni armonia, in una sorta di grottesca danza macabra verso il rumore. La
conclusiva Gorog chiude degnamente il disco: un lungo brano quasi psichedelico, oscuro e notturno tra
echi e dissolvenze di percussioni metalliche, di dolenti campanelli, di lontani rintocchi campanari come
a conclusione di un rito misterioso e dimenticato nei millenni, evocando le figure deformi e disumane di
un racconto di Lovercraft. [7,5/10] • Vincenzo Pugliano

DeCalamus
DECALAMUS
Digressione Music, 2016

Attiva da oltre un decennio, DeCalamus è una band composta da nove
musicisti, dal diverso quanto ricco background musicale: i componenti
sono infatti accomunati dal desiderio di riscoprire, tutelare e valorizzare
il patrimonio musicale della Valle di Comino, situata nella provincia di
Frosinone (al confine tra Lazio, Abruzzo e Molise).
L’album di debutto di questo gruppo, dal titolo omonimo, raccoglie
dieci brani comprensivi di composizioni originali e di pezzi tradizionali;
quest’opera prima si ispira in modo piuttosto evidente alle tradizioni musicali tipiche del Basso Lazio e
contiene ballate, serenate, canti di lavoro e danze tradizionali: una poesia semplice e allo stesso tempo
intensa, riflesso della cultura contadina e pastorale dell’Italia di un tempo.
L’approccio della band è molto rigoroso sia nella scelta delle fonti che degli strumenti quali zampogna,
ciaramella, organetto, ocarina, chitarra battente, fisarmonica, flauti pastorali e tamburi a cornice.
Si può pertanto concordare con l’opinione del Prof. Maurizio Agamennone dell’Università di Firenze
quando afferma che il CD DeCalamus costituisce un’interessante e vivace testimonianza, in quell’area
di esperienze e produzioni musicali che oggi si tende ad ascrivere alla cosiddetta “musica etnica” o
al movimento “neo-folk”; una vera e propria operazione di “nostalgia” affettuosa verso figure ed
esperienze del passato, che guarda al mondo contadino come serbatoio di temi narrativi e poetici.
L’esperimento musicale del gruppo risulta di indubbio interesse sotto il profilo storico ed antiquario; in
tal senso, il progetto di riportare alla luce una parte importante del patrimonio della tradizione italiana
(troppo spesso dimenticato, se non addirittura snobbato) può dirsi perfettamente riuscito. Raramente,
tuttavia, i brani riescono ad andare al di là di questa sia pur lodevole attività di recupero e di riproduzione
fedele di brani della cultura contadina; fanno eccezione, in tal senso, i pezzi strumentali dell’album: tra
tutti, una particolare menzione merita la pregevole ouverture strumentale “Vento by Calamus”, per la
quale la band ha anche realizzato un videoclip diffuso in rete. [6,5/10] • Daniele Bello

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 19
Tunguska
A GLORIOUS MESS
Autoprodotto, 2016

I Tunguska si impongono sin dalla prima nota del loro “A Giant Mess”
come un gruppo ruvido, martellante, dalle sonorità massicce e
psichedeliche. Il due composto da Nicola Monti e Gennaro Spaccamonti
(notare il bellissimo rapporto dialettico tra i cognomi dei due) presenta
un tappeto di chitarra e batteria, formazione sonica ormai canonizzata,
non fosse per una robusta iniezione di britpop che lega insieme le derive
garage dei due. Davvero un glorioso casino. Le influenze dei Tunguska
si mescolano efficacemente via via che “A Glorious Mess” si srotola alle orecchie dell’ascoltatore,
saturando i canali con un sound rock/blues/postrock ballereccio da piccolo club, la dimensione ideale
per questo tipo di progetto. L’originalità dei due risiede principalmente nell’aver calcato la mano sul
sopracitato animo poprock anni ‘90, debitore tanto a gente come Stone Roses e Verve quanto ai più
sputtanati (ma indubbiamente grandi) Oasis, e ovviamente a tutta la stagione dell’alt-rock americano
(pessima etichetta, ma non ne trovo di migliori, e sono costretto a usarle, purtroppo). La padronanza
dei Tunguska di certi escamotage di genere è talmente palese da rischiare qui e là di cadere
nell’agiografia da cover band, ma “A Glorious Mess” è, semplicemente, proprio quel che promette – un
meraviglioso casino di influenze, cliché e virate tratte dall’enorme serbatoio del rock alternativo di
un paio di decadi fa. Un disco dal suono solido, ma non chiaro, con arrangiamenti ariosi che restano
però sempre all’interno dei binari sporchi e lo-fi che sono stati la bandiera di gruppi come Black Rebel
Motorcycle club e My Bloody Valentine. In bilico tra psichedelia, noise e un certo pop spigoloso. Solari,
a tratti epici, vintage, divertenti. [6,5/10] • Marco Petrelli

Luca Aquino & Jordan National Orchestra
PETRA
Talal Abu-Ghazaleh International Records, 2016

L’album Petra è il primo progetto discografico prodotto dalla Talal Abu-
Ghazaleh International Records, una nuovissima etichetta fondata con
lo scopo di sviluppare e sostenere l’industria musicale in Giordania.
Questa iniziativa nasce con il patrocinio dell’Unesco, all’interno del
movimento globale #Unite4Heritage (Uniti per il patrimonio culturale):
una campagna volta alla protezione di monumenti e siti archeologici
messi a rischio in caso di conflitti e attacchi terroristici. L’idea
fondamentale che ruota attorno a questo suggestivo lavoro è quella di registrare dei brani musicali
nel sito archeologico di Petra: un sogno cullato a lungo dal trombettista e compositore Luca Aquino e
realizzato grazie al supporto del mecenate Talal Abu-Ghazaleh, il quale ha coinvolto nel progetto anche
alcuni dei musicisti solisti della Jordanian National Orchestra (di cui lo stesso Talal è finanziatore).
Non è inutile ricordare che i ricavati dell’album andranno al sito di Petra e all’associazione no-profit
che sostiene l’orchestra giordana. “Registrare un album in Giordania - dice Luca Aquino - tra i colori
del deserto e i riverberi del sito archeologico di Petra, è un sogno inseguito per anni e finalmente
realizzato. Un’esperienza mistica, condivisa con un fantastico organico cosmopolita, proveniente da
culture e nazionalità apparentemente lontane che, unite dall’urgenza espressiva della musica, ha dato
vita ad un sound che soffia luce dai minareti, sorvola la mia bella Benevento e punta dritto a New
Orleans”. L’album è composto da nove titoli, di cui otto sono composizioni originali di Luca Aquino e
arrangiati con Sergio Casale (‘Smile’ è di Charlie Chaplin): sette sono stati composti per l’occasione,
mentre il già noto ‘Aqustico’ era già presente nel cd eponimo di Aquino. I timbri musicali di ‘Petra’
evocano atmosfere profonde, che richiamano sia il jazz che le sonorità del folk; le vibrazioni degli
strumenti si fondono in modo seducente con quelle dei monumenti, dell’ambiente e del vento; da non
perdere l’ascolto di ‘Wadi Rum’, ‘Petra’, ‘Dead Sea Moon’ e ‘Bedouin Blues 3.0’. [7/10] • Daniele Bello

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
20 BF

404
pagina non trovata

Ooops questo è imbarazzante!

O meglio non dovrebbe succedere in
una pagina cartacea... Che seccatura...
E ora che si fa?
Hai provato a chiudere e riaprire la rivista? Nel caso riprova fra
qualche ora...
Sei sicuro di avere i permessi giusti per leggere questa pagina? Hai
il mio benestare? Non mi ricordo di te...
Hai contattato per caso l’amministratore? Anche quello di
condominio potrebbe andar bene...
NON È CHE TI SEI SCORDATO DI FARE LA DONAZIONE ALLA
NOSTRA RIVISTA??? Il nostro lavoro si fonda sulle donazioni e
sulla pubblicità di bassa lega, per lo più con messaggi subliminali,
non so se te ne sei accorto... Del resto come potresti,
sò subliminali! Eppoi chiudi quel blocco pubblicità..! Quando la
leggi su di un giornale che fai? Chiudi gli occhi?

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 21
Please Diana
ESODO
Phonarchia Dischi, 2016

Con Esodo i Please Diana sono al loro secondo lavoro, dopo tre anni
dal primo L’Inevitabile, ritornano con un album non privo di contenuti,
che offre uno sguardo allo specchio dal taglio introspettivo e racconta
nuove storie. Sembra come fare fermo immagine e guardarsi dentro
e fuori in un determinato momento della propria vita per esprimere
una condizione d’animo che può essere paragonabile a quella dei
bachi prima di diventare farfalle, con la prospettiva quindi di un nuovo
divenire a cui indirizzare tutte le proprie forze e le proprie emozioni. Queste emozioni in Pandora
traspaiono in modo particolare perché è un pezzo che grazie alle linee di chitarra elettrica picchia
forte e bene, lasciando libero sfogo ed apertura ad un vaso di Pandora emozionale. Il sound è quasi
mai banale e scontato, anche per le frequenti spolverate di assoli e cambi di ritmo in grado di creare
gli attimi di respiro necessari per quando si hanno tante cose da raccontare. La voce di Gloria occupa
generalmente lo spazio principale ma senza per questo andare ad adombrare la parte strumentale che
riesce sempre a trovare il giusto equilibrio ed il giusto modo di accompagnarla. Viene infatti spesso
affiancata da cori di accompagnamento talvolta pacati e talvolta più impetuosi (come nel caso di
Sabbia, in cui il cantato principale è reso quasi atonale ma crea nel finale un conglomerato potente con
le voci più aggressive dei ragazzi). Felina è il pezzo di chiusura che si rende insolito e diverso da tutti
gli altri perché vede predominare la parte musicale che all’inizio si rivela decisamente più morbida
(anche per la comparsa di fiati ed archi) ma si evolve coinvolgendo nuovamente in prima linea chitarra
elettrica e batteria. Esodo vuole quindi far parlare sé stessi viaggiando su una nuova strada che muove
le persone grazie alla passione per la musica e per la voglia di raccontarsi. [7/10] • Daniela Fabozzi

Violacida
LA MIGLIORE ETÀ
Maciste Dischi, 2016

Qulcosa mi turba al primo ascolto, non soffro ma non apprezzo neanche
tanto, mi sembra più un prendere qui e là dalla scena alternative italiana
odierna, che poi non ha nulla di buono da prendere. In realtà non è
proprio così, c’è molto in questo lavoro. Innanzitutto una metamorfosi
non trascurabile rispetto al precedente lavoro, una crescita effettiva che
non può non essere tenuta in considerazione. Poi c’è l’età, acerba...poi ci
sono le canzoni e quelle nonostante tutto, dicono molto. E’ un ensemble
di suoni, parole, dissonanze e metriche irregolari e c’è un vago eco degli
anni 80’ e lo scheletro della modernità alternativa che non ci piace poi tanto. Pezzi che viaggiano da
Appino e gli Zen, a Lo Stato Sociale che sviscera storie d’amore che non hanno molta speranza. E i
Verdena, ci sono anche quelli alla fine. Canzoni da megafono, scritte come fossero preghiere. Alcuni
grandi spunte e altre piccole scontatezze. I ragazzi crescono e lo fanno al meglio e questa migliore età che
tanto citano è prioprio quella in cui si passa da analizzare le cose all’agire in prima persona per cambiarle.
Quando le chitarre incrociano l’elettronica si tocca l’apice e la metamorfosi da la chiara certezza che sia
quella la direzione da seguire, sottolineando ancora una volta che i tempi che ci sono capitati non sono
effettivamente grandiosi. Droghe, allucinazioni e allucinogeni, contraccezioni filosofiche e sfrontata
indifferenza quasi adolescenziale. Ma non tutto quello che sa di ‘teen spirit’ fa buon brodo, per adesso
c’è un album non male e tante cose da dire, aspettiamo una prossima collocazione più originale e
sicuramente avremo un grande disco. Fino a qui tutto bene. [6/10] • Maruska Pesce

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
22 BF
Gli Altri
PRATI, OMBRE, MONOLITI
38 etichette indipendenti, 2016

Chi sono Gli Altri? Vengono da Savona, e questo Prati, Ombre e
Monoliti è il loro secondo album in studio. Un disco di 10 tracce bello
solido, prodotto da 38(!) etichette indipendenti, in cui il gruppo non
risparmia una goccia di sudore, spingendo sempre con determinazione.
Le chitarre costruiscono ambienti rumorosi dilatati e squillanti, sulle
quali si esprimono in una specie di cantato scream le voci del gruppo,
che gridano storie di introversa periferia e amarezza societaria, con un
tono vagamente inquisitorio verso gli altri, ma comunque molto pensato. Forse ciò che manca a questo
lavoro molto buono è qualcosa di meno rispetto al genere. La grande energia espressa dal gruppo non si
allontana da sentieri già esplorati, col rischio di appiattire l’ascolto e rendere prevedibili alcuni passaggi
tipici del post hardcore, vedi Fine Before You Came. In alcuni frangenti mi convincono più di altri, in cui
diventano un po’ bacchettoni, comunque ciò che rimane è un album con personalità e una apprezzabile
riflessione sui rapporti inter-personali. [7/10] • Paolo Sfirri

I Misteri Del Sonno
IL NOME DELL’ALBUM È I MISTERI DEL SONNO
La Rivolta Record, 2016

Un primo punto a questo gruppo salentino lo diamo per il gioco fatto
con il titolo del disco, creato per far impazzire noi poveri recensori (sulla
copertina c’è tutta la dicitura Il nome dell’album è I misteri del sonno
con lo stesso carattere e quindi non si capisce davvero qual è il nome
dell’album, dell’artista e così via) molto simpatico perché ti costringe a
informarti sul gruppo se vuoi uscire dall’enigma. Un secondo punto è
guadagnato per i testi in italiano, che come ho sempre detto sono per
me un grande punto di forza anche quando si fa rock come i nostri. Ma veniamo al merito di questo
impronunciabile lavoro, che è il primo dei Misteri del sonno, dopo un primo Ep pubblicato qualche
anno fa: il disco si apre con DestroSinistro, che confonde un po’ le acque perché ci sono molti effetti
anche sulla voce e sembra di entrare in un lavoro quasi psichedelico; ma poi attacca Tu non vuoi morire
e il discorso cambia: rock puro, con chitarre taglienti, basso molto potente e batteria martellante. Se
vogliamo ricorda un po’ gli Afterhours degli ultimi tempi, quelli meno punk e più modaioli e raffinati,
e la stessa cosa per la terza traccia Resto in casa: si cambia ancora un poco con Perdente, un attacco
quasi alla Subsonica, con un testo molto fine sugli pseudo-radical-chic-intellettualoidi. Ci si ferma un
minimo con L’uomo dell’anno, in cui invece gli amici salentini sembrano i Negrita, una quasi ballad
(quasi perchè i rumori ci sono lo stesso). La stanza d’inverno parte con un bel basso distorto (nota di
merito per il basso, io sono un ex-bassista e apprezzo moltissimo i miei ex-colleghi, mai banale e ben
distorto quando serve) e anche qui un testo molto apprezzabile. Riff in mi e Arrivederci riportano allo
stile Negrita un po’ più duri grazie soprattutto alla voce molto graffiante e che ho apprezzato perché
rendeva tutto meno scontato. Ultima nota per le due cover presenti: I am happy di Soerba mi ha
riportato alla mia giovinezza (ah quei cd del Festivalbar), ovviamente i ragazzi l’hanno trasformata e
resa coerente con il resto del disco e per chiudere il disco Sugar man di Rodriguez, cantante americano
famoso soprattutto in Sud Africa di cui onestamente non conoscevo l’esistenza e che ho apprezzato
molto (onestamente ho preferito l’originale alla cover dei Misteri). Insomma un buon lavoro, che
affonda le mani nel rock italiano ma è reso in maniera molto coerente e piacevole, buoni arrangiamenti,
buoni testi e buona musica. [7,5/10] • Piergiorgio Castaldi

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 23
TACDMY
DRUNK YOGA VELVET CLUB
Autoprodotto, 2016

Si scrive TACDMY, si legge The Academy.
Una band formatasi in Friuli Venezia Giulia nel 2012 da Alessio, Gianluca,
Marco e Vito. Secondo la descrizione a cura della band l’obiettivo è quello
di esplorare varie fasi della musica con la cassa in quattro: “dalla disco
degli anni ‘70 alla french touch degli anni zero, passando per atmosfere
new wave e punk, aggiungendo e mescolando in continuazione nuovi
elementi, senza tralasciare l’elemento pop dei pezzi”. La band inizia nel
2012, questa è la loro seconda pubblicazione in studio; ma ora lasciamo da parte le generalità ed
entriamo nel vivo dell’album. Drunk Yoga Velvet Club spazia, così come promesso dalla band stessa,
tra varie sonorità: si parte con “Blavatsky” traccia che si apre con synth molto intressanti, rimandano
le mie orecchie a OPN ma si sviluppa in tutt’altro modo.
Voci tipicamente pop, accompagnate da motivetti intonati nelle parti in cui si apre il pezzo, batterie
non molto elaborate, tuttavia coerenti con il genere. La cosa più interessante a mio avviso sono i suoni
del sintetizzatore. La traccia esprime una tipica freschezza e spensieratezza del genere.
Anche “Ego Chamber” è su questa linea, tuttavia risulta a tratti più dance ma rimane legata al genere,
come del resto il continuo dell’ album, è omogeneo e prende spunti da una scena consolidata al livello
mondiale da band perlopiù inglesi, come ad esempio i The XX.
La produzione a cura di Not1 e Gianluca Calligaris è sicuramente di qualità, così come il master
ed il mix di Andrea Suriani, ma mi sembrano troppo legati al genere, troppo dentro. Elementi di
differenziazione, soprattutto nel “pop” sono più che necessari per rendersi riconoscibili.
L’album nel generale non mi ha creato particolari immaginari, devo comunque riconoscere l’esperienza
Tuttavia prima di concludere vorrei spendere parole in più per le traccie “Kneyef” e “Wow signal” che
mi suscitano interesse rispettivamente per l’uso di suoni ambientali, e per la varietà di strumenti e
struttura della traccia. [6/10] • Ocramilluna

Stalker
HAI PIÙ DI UN’OMBRA
Massive Art Records, 2016

Nelle presentazioni non sempre esiste la voglia di incontrarsi. Credo
sia per questo motivo che qualcosa della persona che abbiamo davanti
ci sfugge. La maggior parte delle volte è il nome. Stavolta non mi è
sfuggito, tutt’altro, forse a causa dell’immaginario poco allegro che
si porta appresso. Comunque durante le prime tracce del disco degli
Stalker ho faticato. Dei primi minuti non mi hanno colpito i testi (vedi
nome del gruppo) e non mi ha colpito il sound. Un rock da definire
onesto per la sua solidità, ma con pochi guizzi, quasi scontato nel suo sviluppo potente, che attinge da
un punk-rock classico, sporcato a volte di grunge e a volte di stoner, senza esagerare. Eppure andando
avanti nell’ascolto, contro ogni pronostico, il mio livello di attenzione è leggermente salito: in alcuni
passaggi ho trovato quel minimo di ricerca che non aveva contraddistinto i primi minuti in compagnia.
Tuttavia il sentimento è stato troppo breve e poco intenso per considerare ‘Hai più di un’ombra’ un
album da ricordare. [5/10] • Pablo Sfirri

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
24 BF
Easy Trigger
WAYS OF PERSEVERANCE
Street Symphonies Records / Andromeda distribuzioni, 2016

Non conoscevo questo quartetto veneto ed ascoltare questo loro
secondo album è stata una piacevolissima sorpresa. Le coordinate sono
quelle di un energico hard rock contaminato fortemente da influenze
glam e hardcore. Insomma si sente questi ragazzi sono cresciuti a pane e
Motley Crue, Crazy Lixx, Hardcore Superstars e compagnia bella. I brani
sono tutti estremamente convincenti e trascinanti. I ritornelli ti si piazzano
in testa come necessario in questo genere musicale. Merito anche della
straordinaria e potente voce del cantante Nico, voce potente ed estesa che non perde mai il controllo.
Da non trascurare anche l’ottima pronuncia inglese che conferisce quel tocco di internazionalità che non
guasta mai. Ottima anche la chitarra di Caste che costruisce ritmi ed assoli decisamente coinvolgenti.
Se proprio devo trovare un neo alla produzione è nella scarsa rilevanza dedicata alla sezione ritmica
che appare veramente nascosta e quasi ovattata. Ma potrebbe essere stata una scelta deliberata, vista
l’importanza di voce e chitarra in un genere come quello in parola. Come già detto i brani scorrono via che
è un piacere. Si passa dall’attacco quasi NWOBHM di The watchmaker al riff grantico ed esplosivo di Land
of Light transitando poi per la sulfurea Turn to stone. Piazzata al centro una convincente ballad Blind,
carica di malinconia e con un finale in crescendo entusiasmante. Insomma album compatto che diverte
e chiama all’ascolto. Che di sicuro dovrebbe essere trascinante nelle loro performance live. Perseverare
aiuta nel raggiungimento degli obiettivi e questi 4 ragazzi lo stanno facendo nel migliore dei modi.
[8/10] • Francesco Sparvoli

Passenger Side
IT MEANS A LOT
Cabezon Records, 2016

Ad un primo ascolto la strada imboccata dai neopatentati Passenger
Side per il loro esordio sembra essere difficile da localizzare. Nel disco
si oscilla incostantemente fra spazi più distesi ed altri in cui si vorrebbe
riuscire con dei ritmi più serrati e decisi, ad emulare quell’alternative rock
che però sembra non essere ancora l’etichetta giusta da piazzarci su. Si
percepiscono infatti lontane influenze di ‘90’s rock miste ad un modern
folk che si vuol tramutare in alternative ma a cui manca la giusta verve per
svoltare. La voce è probabilmente ancora acerba, priva di corposità con retro sfumature intriganti e di
certo non valorizzata dal cantato in inglese, che talvolta pare volutamente non distaccarsi dalla pronuncia
italiana risultando poco trasportante. Devil Said è forse il pezzo strutturalmente meglio riuscito, anche a
livello di melodia e sonorità, che si fa seguire da I Swear To Love You e Here, più fluida anche per il solo di
chitarra elettrica che porta verso la fine lasciando la parola a chitarra acustica e pianoforte (quasi sempre
presente nel disco). Nella semplicità dell’album non emerge nulla che sconvolga particolarmente; alla
fine di ogni brano ci si trova infatti a realizzare di essere scesi dall’auto che fino a prima era in corsa senza
neanche aspettarselo. Anche in conclusione la ballad della title track It Means A Lot, che sfoggia i toni più
malinconici e sentimentali del disco attraverso pianoforte e voce, non per questo si avvicina ad essere
toccante, quindi il risultato è che in definitiva non arriva poi molto. [6/10] • Daniela Fabozzi

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 25
Giulia Calì
GIULIA STA BENE
Red Cat Records, 2016

Cantautorato malinconico e contrito quello della giovane Giulia, che
tutto pare tranne che stia bene, come rassicura il titolo del disco. Ogni
traccia è minimale e nostalgico, come se avesse lasciato già qualcosa
di incompiuto. Fiorentina e ambiziosa potrei dire, classe 1993, passa
principalmente dalla rete, come la stragrante maggioranza delle nuove
leve. Un canale YouTube, qualche canzone scritta bene e un brano
autoprodotto di inediti che la dice lunga su quella vocina sovente,
abbracciata ad una chitarra. Patrocinato e sostenuto dalla sua regione non so per quale concorso a
premi, esce ‘Giulia sta bene’ che la vede nuda e cruda, molto più di prima. Piacevole ascolto senza
dubbio, a metà strada tra Levante e la Donà di ‘Tregua’, accompagna l’ascoltatore pian piano attraverso
le undici tracce che compongono l’album. Forse più adatto ad un sottofondo musicale piuttosto che ad
un ascolto attento, nonostante la scrittura sia chiara e mai eccessivamente articolata. Semplice come
una giovane ragazza può esprimersi e disarmare il più eloquente degli interlocutori, ma è proprio
questo minimalismo a rappresentare un’arma a doppio taglio: soffre della mancanza del colpo di
scena. Gli arrangiamenti vestono le parole senza sovrastarle e rimangono li di canzone in canzone.
Personalmente credo ci sia notevole talento celato dietro poche note, non sbaglia ma non eccede.
Mai. Le tracce alternano l’italiano all’inglese corretto, pure troppo, ma Giulia è italiana e a mio avviso è
lì che da il meglio di sè, le rende giustizia. Il pop si veste di una freschezza leggera e se lei dice di stare
bene, nonostante tutto, noi ci crediamo e non possiamo far altro che aspettare e ascoltare il seguito.
[6/10] • Maruska Pesce

Sinatras
DROWNED
Logic (Il )Logic Records / Andromeda distribuzioni, 2017

Dopo un primo brillante EP di sei brani del 2015 (Six Sexy Songs) arrivano
al loro primo full lenght i vicentini Sinatras. Il disco è un’ottima miscela
di thrash, groove con innesti death, che rivela una certa personalità
nello stile e nelle composizioni dei brani, sempre piuttosto lunghi ed
articolati sia nel cantato che nelle melodie. Un disco che sprigiona
un’energia magnetica che non potrà che conquistare il cuore e l’udito
degli appassionati di Pantera, Hatebreed, Devildriver ed affini. Ottimo
il growl graffiante di Fla così come gli stacchi in clean vocals. Ogni traccia coinvolge e invita all’ascolto
e la tecnica dei singoli musicisti emerge costantemente dando corpo ad un magma sonoro d’impatto
e trascinante. I migliori momenti sono certamente l’accoppiata iniziale Drowned e 24-7, l’irresistibile
ed originale cover di You spin me round classico pop degli anni ’80 dei Dead or Alive, Flow e Miss
Anthropy, ma ripeto, il disco non ha mai un calo di tensione o la percezione che si stia ascoltando un
filler. Promossi a pieni voti questi ragazzi veneti che sono sicuro, anche senza averli ancora ascoltati in
sede live, che nei concerti sapranno infuocare il pubblico presente ai loro live.
[7,5/10] • Francesco Sparvoli

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26 BF

EP
Carlo Martinelli
CARATTERI MOBILI
Area51 Records, 2016

Primo disco in studio da solista per Carlo Martinelli, cantante e musicista
del gruppo romano Luminal con cui ha già esplorato la scena musicale
italiana negli ultimi dodici anni. Ogni canzone dell’EP è appunto un
carattere mobile, un carattere a sé stante, intercambiabile e quindi non
legato ad un filo comune che faccia necessariamente da unione. Testi
variegati e musicalità interessante e ben orchestrata sono il frutto della
fusione tra lo stile indie post-punk attuale e le influenze meno recenti
del cantautorato romano (in particolare Battisti e Gaetano). Le tormentate sincopi di Un Banale Fatto
di Cronaca passano il testimone della concitazione a Nella Bocca Del Leone per poi lasciare spazio
all’agrodolce malinconia di Cos’Era Che Volevo Dire? e all’innocente evasione di Andiamocene a Taiwan in
cui fanno capolino un trombone ed un coretto ad hoc. 1984 non è niente di orwelliano ma una piacevole
chiusura per cinque pezzi diversi tra loro che nascono in periodi altrettanto differenti della vita di Carlo,
che in definitiva riassume simpaticamente cantando “La vita stessa è una canzone senza senso”.
[7,5/10] • Daniela Fabozzi

Tirrenian
TODAY • ODAIBA • FERNWEH • THEN
Aloch Dischi, 2016

La tranquillità immobile di una vita di provincia, unita alla raffinatezza
da jazz club degli Anni Trenta, sarebbero uno sfondo ideale per le
melodie create da Tirrenian, al secolo Dario Ramazzotti, il quale unisce
una straordinaria capacità visiva a quella di dare quella sensazione
malinconica derivata dal tempo che scorre inesorabile tra le dita di chi
cerca d’intrappolarlo. Eppure, all’interno di queste 4 gemme crocevia
di ritmi da lounge bar, atmosfere sognanti e percussioni caraibiche, si
riesce ad estrapolare qualche piccolo estratto della propria vita vissuta, che è in grado di scatenarti –
specie quando a parlare è il suono meraviglioso del sassofono – quella consapevolezza di aver perso
irrimediabilmente qualcosa. Il tutto condito da quel fascino retrò di una voce sopraffina, sussurrata
quasi a non dare fastidio all’arrangiamento stesso del pezzo, che conferisce alla malinconia di fondo un
sapore dolcissimo, capace di intrappolarti in uno spazio e in un tempo in cui ti sembra di aver finalmente
ritrovato quello che stavi distrattamente cercando. [7,5/10] • Alberto Giusti

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BF 27
The Rijgs
THE RIJGS
Black Vagina Records / Astio Collettivo, 2015

Due tracce, due microcosmi a sé stanti che si alimentano di continui
echi e rimandi, in pieno stile psichedelico, giocando su una circolarità
in cui si spalancano visioni in apparenza fredde e glaciali, dettate dal
continuo riverberarsi di riff di chitarra distorta, le quali però, una volta
sul punto di collassare, improvvisamente si rianimano di vita nuova, per
creare un ennesimo scenario, questa volta più potente ed energico, in
grado di dare una svolta al tema musicale precedentemente sviluppato.
In entrambi i brani - che a fatica potrebbero definirsi lato A o B di un 45 giri, solo per il semplice fatto
che fisicamente tale spazio su vinile non sarebbe sufficiente – l’ipnotismo di natura noise e post-rock
si mescola a una solida base ritmica, che specialmente nella prima traccia contribuisce a smorzare i
toni aggressivi, per poi improvvisamente ridestarli una volta che l’atmosfera sembrava posarsi su ritmi
e melodie più placide e tranquille. Visto e considerato questo duplice e al tempo stesso consistente
assaggio della visione musicale dei Rijgs, sembrano esserci tutti i presupposti per un concetto
musicale decisamente più ampio, in cui chissà quali mondi e orizzonti verranno descritti da questo duo
complementare di chitarre concettuali. [7/10] • Alberto Giusti

Fujima
FUJIMA
Hopetone Records, 2016

I Fujima vengono da Oristano, ma in realtà potrebbero tranquillamente
venire da un paesino del Derbyshire o della Germania est, perché le
sonorità sono pienamente indie-europee, con influenze come i Pixies
o gli Smiths e propongono un lavoro molto particolare, in cui non
hanno paura di lasciar parlare la musica, sperimentare, effettuare
numerosi cambi e non lasciarsi trascinare dal classico “verse-chorus-
verse”, e questo è molto apprezzabile. Il lavoro però, proprio perché
si sperimenta, non può essere perfetto in ogni sua parte, altrimenti grideremmo al capolavoro, e
quindi presenta parti molto belle e riuscite come Manly snowman, con cambi ritmici e melodici molto
azzeccati, stessa cosa per la canzone finale Outside the cold storage, e un’ottima Fiction is in you;
a queste però fa da intermezzo due canzoni che non sono riuscite molto bene: Good times in cui
i cambi di cui abbiamo parlato prima sono più approssimativi e fatti quasi come se volessero solo
impressionare invece di avere una profondità dietro (preferisco non parlare del suono della tastiera-
sinth che sembrava uscito dal supernintendo), White invece non è riuscita perché la melodia della voce
è un po’ troppo forzata (troppi sali e scendi) e le chitarre sono taglienti al punto da essere fastidiose.
Una citazione a parte per il brano iniziale Spaceship girl, che anche se carina trovo un po’ fuori contesto
perché risulta una canzoncina “verse-chorus-verse” che nel resto del lavoro sembrava non voler
essere il marchio del gruppo. Insomma buone cose per una metà abbondante del disco, cose meno
convincenti per l’altra parte, rimane comunque il desiderio di ascoltare dell’altro, quindi continuate a
sperimentare! [6,5/10] • Piergiorgio Castaldi

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
28 BF

LIBRIDI
Rubrica totalmente spontanea a uscite casuali che parla degli ibridi libri di e sulla musica.
Esordiamo con un occhio incuriosito dal lavoro di Stefano Giorgianni edito dalla Tsunami Edizioni
dove si analizzano le influenze Tolkieniane sul genere metal.
Vediamo dove ci porteranno questi Libridi.

L’opera di Stefano Giorgianni (edita da Tsunami) na, la generazione hippie e il rock psichedelico;
che ci accingiamo a recensire è una interessan- nonostante l’humus culturale dell’autore inglese
tissima dissertazione sulle influenze che J.R.R. fosse molto distante dai valori dei Figli dei Fiori,
Tolkien, celebre autore della saga della Terra questi ultimi enfatizzarono le analogie tra la loro
di Mezzo (Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli, Il filosofia e i messaggi contenuti nel ciclo dell’A-
Silmarillion), ha esercitato sulla musica contem- nello; molti gruppi appartenenti a quel periodo
poranea e, in particolar modo, sul genere heavy furono influenzati – più o meno consapevolmen-
metal; si tratta di una te – dalle storie di Tolkien: dai
ricostruzione metico- Grateful Dread ai Pink Floyd
losa e certosina, che (almeno sino a quando Syd
non mancherà di in- Barrett fece parte della band),
curiosire sia i cultori per sfiorare addirittura i Beat-
del Metal che i curiosi, les, i Queen e i Genesis.
compresi coloro che – Negli anni successivi sono i te-
come qui scrive - par- sti e le canzoni dei Led Zeppe-
tono da una grande lin ad essere ‘permeati’ dalle
passione per il fantasy fantasie tolkieniane; lo scrit-
e hanno così l’occasio- tore inglese influenza anche il
ne di coglierne i lega- c.d. Christian rock, la filk music
mi con le sonorità più (la musica folk ispirata al fan-
moderne, dagli anni tasy), sino ad arrivare ai Black
’60 ad oggi. Sabbath: con loro cominciamo
Nella maggior parte ad entrare nel vero e proprio
dei casi, i legami tra mondo del Metal e all’era del-
Tolkien e i gruppi sono la New Wave Of British Heavy
puramente formali: i Metal (NWOBHM).
libri del Professore si Il termine heavy metal, parto-
limitano ad ispirare i rito dalla fantasia dello scrit-
nomi delle band oppu- tore W.S. Burroughs nell’am-
re i titoli delle canzoni; bito della temperie della beat
in altri casi, invece, il generation, evoca nell’imma-
debito che i testi delle ginario collettivo “scienza,
lyrics e i timbri musicali hanno nei confronti dello letteratura, il fragore delle motociclette […], la
scrittore inglese sono molto più evidenti. Va det- controcultura, le droghe: tali dettagli fanno tutti
to, inoltre, che non sempre l’ispirazione si muo- parte del seme da cui la musica ha avuto origine
ve nel solco dell’opera tolkieniana: in alcuni casi, ed è esplosa in pochissimo tempo”.
infatti, i brani che vengono composti vanno ben Le contaminazioni tra l’opera di Tolkien e il metal
al di là dei messaggi che il Signore degli Anelli (nei suoi sottogeneri epic, doom e thrash) negli
aveva voluto trasmettere (e lo scrittore di Oxford anni ’80 sono molteplici; ma è nel decennio suc-
probabilmente li avrebbe disapprovati, se fosse cessivo che avviene l’esplosione del black metal
stato ancora in vita) che si ispira al lato più oscuro del mondo tolkie-
La prima parte di questo saggio evidenzia i legami niano: quello che evoca Mordor e i Signori del
fortissimi che si sono creati tra l’opera tolkienia- Male; quello che porta con sé il lato più inquietan-

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
BF 29

te del Metal, con le sue venature pagane, satani- The Forest), ma anche il monumentale Nightfall
che e nichiliste, sotto l’ombra di simboli blasfe- in Middle-Earth, che ripercorre fedelmente tut-
mi; quello che a volte strizza l’occhio a fantasie te le vicende narrate nel Silmarillion. Da questa
National Socialist (tipica, in tal senso, è la figura band prendono ispirazione altri artisti che danno
‘maledetta’ del norvegese Varg Vikernes, leader vita a sottogeneri ispirati al fantastico, tra cui il
dei Burzum, finito in carcere per l’assassinio di power e il fantasy metal (come i finlandesi Batt-
uno dei membri della sua band). lelore).
Ma è con il gruppo austriaco dei Summoning che Il libro è una vera e propria summa dei gruppi mu-
prende vita un genere musicale che si ispira di- sicali che si sono ispirati all’opera di J.R.R. Tolkien;
rettamente, in modo praticamente esclusivo, come tutte le opere che si pongono l’obiettivo di
alle atmosfere e alle liriche della Terra di Mezzo: essere ‘enciclopediche’, viene spesso privilegiata
siamo giunti così al puro Tolkien Black Metal, che la completezza delle informazioni rispetto alla
troverà epigoni ed imitatori in tutto il mondo (e scorrevolezza della lettura (non sempre agevo-
versioni alternative nei vari sottogeneri viking, le). È sicuramente un must per gli appassionati di
pagan e folk). questo genere musicale; per i curiosi può essere
Contemporaneamente, tra la fine degli anni ’80 l’occasione per (ri)scoprire alcuni tesori musicali
e lungo gli anni ’90, si andò a creare un genere e letterari. È inoltre sicuramente prevedibile che,
che può definirsi come l’antitesi della versione al termine della lettura di questo saggio, molti
estrema rappresentata dal Black: è una variante appassionati di musica si avvicineranno al fantasy
che pone al centro la melodia e i richiami allo stile e che i cultori della letteratura fantastica – come
dei Metal classico. Nascono così i Blind Guardian, chi qui scrive – saranno tentati dall’ascolto della
un gruppo tedesco la cui storia è legata a doppio musica metal: e questo effetto, inteso come stru-
filo con l’autore inglese: molti degli album parto- mento di diffusione della cultura, non può che
riti da questo gruppo devono molto alle storie di considerarsi positivo.
Tolkien: non solo il classico The Bard’s Song (In Daniele Bello

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30 BF

33 GIRI DI PIACERE
”BACK FROM THE GRAVE” E “LAST OF THE GARAGE PUNK UNKNOWNS”

In questo numero di Beautiful Freaks segnalo un paio di dischi molto poco conosciuti. Il primo è uscito nel
1987. Si tratta di “Long Sweet Dreams” dei svedesi Playmates. Un bel dischetto con sonorità power pop
e beatlesiane che non ha avuto molta fama malgrado
fosse prodotto da Rob Younger dei Radio Birdman. I
Playmates andarono a Sydney per registrare questo
piccolo capolavoro di “jangle pop”, come chiamano gli
“esperti” quei dischi che nei loro solchi nascondono
chitarre “tintillanti” (più o meno la traduzione italiana
del termine “jangly”). Che dire? Quindici anni fa gli
anni Ottanta li snobbavamo dicendo che i suoni erano
“pesanti” e troppo prodotti. Ora scopriamo che anche
quegli anni nascondono dischi bellissimi. E i Playmates
sono tra questi (il disco non è facile da trovare ma se
acquistato sul web costa 7/10 euro) proprio perché
hanno un suono che ricorda band come i Chills ed altri
gruppi che a metà degli anni Ottanta riproponevano
il tipico suono delle Tre B (Byrds, Beatles, Big Star)
mantenendo però una produzione contenuta. Forse la
batteria è un po’ troppo “Ottanta” però dai, ci possiamo
sicuramente accontentare…
Il secondo gruppo è una vera e proprio chicca che pochi
conoscono. Si tratta dei britannici Airbus che tra il 1970 e il 1972 realizzano una serie di demo ora racchiusi
nel cd “Test Flight” realizzato dalla Wooden Hill e ristampato anche su lp in 500 copie dalla Guerssen ma
con meno brani. Gli Airbus, prima di chiamarsi così erano i più noti West Cost Consortium: il loro modo di
concepire la musica è legatissimo al pop britannico e ricorda i Badfinger, il Macca di “Ram” e soprattutto
i Move. Ascoltando “Without
A Second Word” e “A Walking
The Silver Hay” e “Do You Need
Someone In Your Life”, sembra
di trovarsi di fronte a qualche
singolo sconosciuto della band
di Birmingham guidata da Roy
Wood e Jeff Lynne.
Record Collector di loro scrive:
“La più bella gemma di pop
britannico dei primi anni Settanta
rimasta sconosciuta”. Al di là
delle definizioni, gli Airbus
meritavano molto di più se non
altro per la loro ispirazione e competenza. Se ci fosse stata una scuola di “british pop”, il voto sarebbe
stato sicuramente vicino al dieci!
Lorenzo Briotti

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BF 31

L’OPINIONE
DELL’INCOMPETENTE
« Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va “Lo
scrutatore non votante, è indifferente alla politica, ci tiene assai a dire “oh issa!”, ma poi non
scende dalla macchina; è come un ateo praticante, seduto in chiesa la domenica, si mette a posto
un po’ in disparte, per dissentire dalla predica.” Samuele Bersani

È stato difficile per me recensire questo disco. KMFDM - Hau Ruck
Nel complesso non mi è piaciuto molto, tanta
elettronica e poche idee. Sembra un disco di elettronica a
musica dance e il rock, nella sua accezione metal, gogo e, sparato
industrial, o di qualsiasi altro tipo, vi appare nel mezzo pure
come un timido intruso. L’ascolto mi ha evocato l’inno americano.
l’immagine di tipi sballati che dimenano la testa Discutibile e
ad un ritmo martellante. Non è un disco che dimenticabile.
comprerei, dunque, o forse sì, ma solo per la n. 5.”Real Thing”,
sua copertina. La copertina è Fica!. Sappiate all’inizio è come
che l’aggettivo “fica” nel dialetto romanesco il pezzo n. 3, qui
sta anche a significare semplicemente “bella”, però si resta
“interessante” e non solo quello che potreste sul lento. Non ci
aver pensato. E’ un disegno stile fumetto con sono nemmeno gli strappi e i virtuosismi. Meno
dei particolari evidenziati in rosso per un effetto del poco.
molto conosciuto in fotografia (“effetto splash”) n. 6.”Every Day’s a Good Day”, e qui ritorna la solita
dove appunto vi sono solo alcune parti della foto voce infernale ad accoglierti all’entrata, poi si va
colorate sul resto in bianco e nero. Molto bella avanti a raffiche di percussioni.
davvero! n. 7.”Mini Mini Mini”, è la cover di una canzone
Per tornare alla musica, eccovi una rapida di Jacques Dutronc . Ma chi è Jacques Dutronc?
carrellata dei pezzi ascoltati nel cd: Resteremo con questo dubbio. Nel pezzo
n. 1 “Free Your Hate”, “Libera il tuo odio” sarebbe comunque, per me, troppa elettronica.
la traduzione italiana, e il titolo esprime bene n. 8. “Professional Killer” è quella che mi piace di
quanto contenuto nel brano che è rabbioso ed più, un inizio da disco music ma la voce femminile
aggressivo. Pompa a tutto gas. Forsennato. La è chiara, pura, limpida, bellissima. La progressione
voce bassa, roca ed indiavolata si alterna ad di suoni garantisce ritmo, è incalzante e
un’altra più alta ed incazzata che, alla fine, diventa accattivante.
urlo e detonatore di una escalation di percussioni 9. “Feed Our Fame” è probabilmente la più Rock
e chitarre . (hard)? Una fuga in avanti come tante del genere
n. 2.”Hau Ruck”, che in tedesco vuol dire “oh issa”, però.
è un invito che viene ripetuto per incitare e dare 10. “Ready to Blow” direi inizialmente thrilling,
il ritmo. La voce, inizialmente al sintetizzatore poi dance, la voce femminile è sensuale ma il
(quella dell’Arlecchino Rock di Camerini tanto brano è nel complesso noioso.
per farmi capire dagli incompetenti della mia età), 11. “Auf Wiederseh’n” che può voler dire
recita frasi in tedesco con delle sonorità vocali arrivederci o anche addio … beh … fate voi.
belle spigolose. Riassumendo, a parte il ritmo, tutto il resto è un
n. 3.”You’re No Good”, è lento, un po’ noioso, po’ povero e lascia la sensazione di una promessa
ad una certa accelera, poi di nuovo rallenta e non mantenuta, di qualcosa di definitivamente
termina nei virtuosismi di chitarra come dei fuochi incompleto o di completamente indefinito (se
d’artificio finali. preferite).Alla prossima! Stay tuned.
n. 4.”New American Century”, qui ci trovate Rubby

INTERVISTE LIVE RECENSIONI RUBRICHE
“CHI L’HA VISTI?”
Ovvero: Breve scheda di identità di gruppi inutili
scomparsi nel nulla e che (per ora) ci hanno risparmia-
to una reunion ancora più inutile.
a cura di Mazzinga M.

SOUTHGANG
Genere: Hair (Pop) Metal
Nazionalità: Statunitense
Formazione: Jesse Harte (voce); Butch Walker (chitarra); Mitch McLee (batteria); Jayce Fincher (basso).
Discografia: Tainted Angel (Lp, 1991); Group Therapy (Lp, 1992)
Segni particolari: Da Byte the Bullet a “bite the dust”...
Data e luogo della scomparsa: 1992, a seguito di un “group therapy” nello studio dell’analista della
Charisma Records, nel vano tentativo di superare lo shock causato dal fallimento nelle vendite anche
(soprattutto) del loro secondo album.
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: avere accreditato come corista nell’album d’esordio
nientepopodimeno che Kane Roberts, il chitarrista di Alice Cooper! ‘Azz...
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: “a pensare male si fa peccato ma
spesso ci si azzecca” (cit.). Ora datemi pure del malfidato, del diffidente, del sospettoso per natura o
per ostilità preconcetta pero’ a me un gruppo che dice di nascere a Rome, Georgia e come produttore
assolda un certo Howard Benson fa venire in mente delle affinità inquietanti con certe leggende
metropolitane che da anni circondano il nostro chitarrista “trash” (nel vero senso della parola) Riccardo
Benzoni per cui da sempre si “spaccia” per cittadino britannico con il nome di Richard Benson e che,
oltre a fracassarci i timpani con le sue esibizioni e – fortunatamente - rare uscite musicali, dichiari di
aver scoperto artisti del calibro di “Marlin Manson” (sic) e di vantare amicizie influenti nel jet set dello
star business mondiale. Ultimi! Schifosi!! E, semmai ci fosse una reunion, ci dobbiamo pure spaventare!!!

SMOKE CITY
Genere: Trip Hop “Samba Nova”.
Nazionalità: Inglese.
Formazione: Nina Miranda (voce); Chris Franck (chitarra, basso, percussioni, tastiere e cori); Mark Brown
(turntables/campionatori, tastiere, percussioni e cori).
Discografia: Flying Away (Lp, 1997); Heroes of Nature (Lp, 2001).
Segni particolari: Spleen in salsa saudade.
Data e luogo della scomparsa: 2002, tra un “fish and chips” di Brighton e una “churrascaria” del Rio
Grande do Sul.
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: Il singolo “Underwater Love” utilizzato nel 1997 per uno spot
pubblicitario della Levi’s diretto da Michel Gondry.
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: A parte il lungometraggio “Brazil”
diretto da Terry Gilliam nel lontano 1985, non ricordo alcuna produzione artistica degna di nota uscita
fuori dalla contaminazione tra il pudding e la feijoada. Gli Smoke City ne sono la riprova. E pure la
conferma.