I sufi cantando e danzando raggiungono stati estatici.

Il canto è parola, la parola è suono e
ritmo, il suono, infine, è vibrazione. Tutto nell’universo per esistere deve “vibrare”,
“ruotare”, come affermano gli stessi sufi. La danza, movimento e vibrazione anch’essa,
accompagna il canto nel suo divenire.
Nella poesia mistica il verso trasforma il tempo e lo spazio. Il verso vibra e muove, nel
ritmo, per sconfinare nell’oltrespazio, svelando e rivelando le dimensioni più intime
dell’essere.
Nel mondo fenomenico ogni elemento ha la sua vibrazione
complementare, presente nel tempo e nello spazio: bene e male,
personalità e carattere, vita e morte, suono e silenzio. Dove c’è
suono c’è vibrazione e dove c’è vibrazione c’è vita. Al contrario,
dove c’è silenzio c’è inattività, e dove c’è inattività c’è morte, non
esistenza.
Poiché la psiche è una parte materiale dell’essere il canto mistico,
con le pause e il respiro ritmato, armonizza le energie psichiche,
stabilizza quelle fisiche, consentendo gradualmente all’anima di
manifestarsi. Il sufi, cantando, attraversa le nebbie e le pieghe della materia, giungendo
di là dal contingente. Per questo, il tutto è una preghiera completa, espressione
manifesta del misticismo, del trasporto verso il divino.
La preghiera è fatta di parole (suono), azione e intenzione, per l’adorazione di Dio. Le
parole sono vibrazioni esprimenti l’intenzione che insieme all’azione agiscono sulle forze
consce e inconsce. I sufi dicono: «Dio con l’azione crea l’energia e con il pensiero le leggi
che governano l’energia nelle sue infinite varianti, sino alla creazione del piano
fenomenico costituito da elementi opposti (un positivo e un negativo, due positivi e due
negativi...ecc.)».
Âbû Maydan ha scritto: «Di’: “Dio”, e abbandona l’esistenza e ciò che ci attornia, se
desideri il compimento della perfezione. Se ci pensi bene, tutto, eccetto Dio, è nulla sia
nel particolare sia nel totale». Il sufi, nel dhikr rituale collettivo, invoca l’unicità di Dio,
«lâ ilaha illâ Âllâh»: «non vi è altra divinità che Dio». Il sufi invoca l’unità in sé del sé,
unità psichica e psicologica allo stesso tempo, che raccoglie
dalla frammentazione, dalla devianza, da tutto ciò che è
altro dal Sé. Infatti, il sufi persegue l’interezza e l’integrità
psichica, etica e spirituale.
L’emiro ‘Abd âlKâder ha detto: «la realtà totale si divide
tra la non-manifestazione precipua dell’essenza divina, e la
manifestazione specifica dei Nomi divini. Tocca dunque al
fedele d’essere sempre fra queste due contemplazioni: quella cui è nascosta l’Essenza e
quella in cui sono apparenti i Nomi. Così Dio ha dato al fedele due modi di vivere: uno
esterno, l’altro interiore. Con l’interiore egli guarda il non-manifestato; con l’esterno
vede il manifestato. Si ha allora una sorta di istmo fra i due mondi, ed egli non deve
sprofondare interamente nell’uno ad esclusione dell’altro. Se lo fa è perduto». Così il
canto e la danza mistici sono la porta tra il mondo manifesto e quello non-manifesto,
essendo il canto e la danza l’aspetto formale, simbolico e l’estasi il contatto intimo con il
non-manifesto. I Nomi di Dio, recitati e ripetuti continuamente, sono gli attributi della
realtà esterna che evocano la manifestazione, tralasciata gradualmente nell’abbandono
durante la preghiera cantata, durante la discesa nel sé. Nel dhikr, come scrive lo sheikh
Mandel Khan, «lo stimolo ritmico è uno degli aspetti base del processo cognitivo e
intellettivo, dilata il concetto dell’essere nella sua trascendenza, sino alla dimensione
spirituale. Viene sollecitata l’attivazione dell’area associativa quella che ci dà la
cognizione della nostra individualità collocandola nello spazio. Vengono intensificati il
senso del ritmo, dell’olfatto, si stabilisce un senso di calma, cui seguono sensazioni di

ridotto alla sillaba hu.a cui si aggiunge la simmetria dei movimenti. puro ed eternamente liberato. Di qui si può intuire . Alla fine. delle parole. allora. Nel dhikr. il ritmo è portato dal tamburo . Infatti tale connotazione deriva dal discendere da Shem. e colui che canta si avvicina a Dio grazie all’intimità dell’invocare il Suo nome con amore e devozione ed ottiene il risultato dello yoga ossia unione con Lui. una persona cantando si avvicina a Lui in ogni senso della parola. che la preghiera è parola-suono-azione governata da ritmo e simmetria. con il riassorbimento finale nella natura stessa del divino. e Shem vuol dire "nome". il cui culmine è l’unicità di Dio. In ciò gli Ebrei si meritano davvero l'appartenenza ai popoli semiti. n°2/2008 Sono dhikr. anche se compiuti come esibizioni pubbliche. ma nel mondo spirituale una cosa e il suo nome sono tutt’uno. Le conseguenze sono di grandissima importanza. Il Padma Purana ci dice: “Poiché il santo nome di Krishna e Krishna Stesso non sono differenti. La pratica del dhikr include forme di danza sul posto. uno dei tre figli di Noè. le danze dei dervisci ruotanti. nome e invocazione si riducono alla semplice respirazione. Questa danza è conosciuta col nome di dhikr as-sadr. Il ritmo distingue l’essenza dal caos. Colui che canta è vicino a Dio perché il nome di Dio è sulle sue labbra. la sottomissione e l’intimità con Dio stesso. colui che canta viene purificato da questa intima unione e diventa divino. rapimento congiunte a una dilatazione essenziale del concetto dell’io». divinamente ispirato — divenendo così più vicino alla natura di Dio. La sillaba hu deriva dal nominativo Allahu e corrisponde anche alla forma breve di huwa. il nome è completo. "ricordo nel petto". cioè Dio stesso.” Nel mondo materiale tutto è relativo e una cosa è diversa dal suo nome. Ecco. Aldo Strisciullo . Perciò il dhikr as-sadr simboleggia il ritorno delle creature all'essenza divina e la liberazione dall'illusione dell'esistenza. viene salmodiato. La simmetria è ciò che conduce al raggiungimento dell’equilibrio delle forme psicofisiche e spirituali. del canto e dei gesti del rituale. Se Dio e il Suo nome sono la stessa cosa. Nell’Islâm la preghiera riassume nel rituale. nel corso della quale il nome di Allah. a volte. flauti per creare uno stato di tensione religiosa devozionale.suono e vibrazione . La danza è uno dei modi per raggiungere l'abbandono e quindi per pregare Dio. nelle parole e nei gesti tutti i valori della teologia musulmana. Egli. accompagnate da poesia religiosa cantata e dal suono di tamburi e. pulito. dott. Articolo apparso sulla rivista Sufismo. Questa è la natura dell’Assoluto. che rappresenta sia il nome divino nella sua forma più pura (il soffio della vita) che il processo cosmologico della creazione (il soffio che dà vita) e il suo contrario: il riassorbimento della creazione in Dio. IL NOME DI DIO Il popolo ebraico è l'unico popolo al mondo che chiama Dio col termine:Il Nome (Ha-Shem).

"segreto".Shin . come Adam. possiede le stesse lettere della parola rei'ah hyar. un modello simbolico della persona umana eretta. Il primo essere umano che ha ricevuto in modo diretto la conoscenza di ciò è stato Moshè. ma il più importante e santo tra tutti è il Nome a quattro lettere: Yud . Nella Torà Dio viene chiamato con diversi Nomi. "vista". L'intera Torà contiene esattamente 1820 volte il nome di Dio.Mem e tale fatto conferma l'estrema intimità che Moshè raggiunse con Dio. "essere umano". la conoscenza del Nome venne data soltanto a Moshè. Alla stessa conclusione arriviamo tramite il verso: "shiviti Ha-Shem le-neghdì tamid". 2-3): «E Dio parlò a Moshè dicendogli: "Io sono Ha-Shem.Vav- Hey. di ogni forma e tipo. mentre 70 è il valore di sod.l'estrema importanza che i nomi in particolari. pari a 70 volte 26. Hey . . La parola "timore". come affermato dal versi: (Esodo 6. per espandere ("riempire") il Nome vale 45. afferma che tutti gli insegnamenti della Torà sono già contenuti nelle quattro lettere del Nome santo. Pur nell'estrema intimità che Dio stabilì con i Patriarchi. che sono anche il modello e il piano grazie al quale è avvenuta la creazione. Che l'essere umano sia capace di compiere ciò viene confermato dal fatto che uno dei quattro modi principali utilizzati dalLa Cabalà. Occore dunque cercare di imitare il Nome.sono identiche a quelle di Ha- Shem. ir'ah . L'intera Torà è dunque: il "segreto del Nome". rivestono nella cultura ebraica di ogni tempo e luogo. Mem . Esiste un'allusione a questo fenomeno nel verso: "sod Ha-Shem le ireav".Hey. Le lettere del nome di Moshè. e il Mio Nome Y-H-V-H non l'ho fatto loro conoscere"». di arrivare al shivion. all'eguaglianza con Esso. e le parole o le lettere in generale. che va osservato.H (5) . Se scritte dall'alto al basso.Shin . il Tetragrammaton (ci si ricordi che l'ebraico si scrive da destra a sinistra). in realtà significa: "ho equiparato". Shiviti. "ho posto dempre (il Nome di) Dio davanti a me". le quattro lettere del Nome diventano la traccia essenziale della struttura umana. "il segreto del Nome appartiene a coloro che Lo temono".V (6) .H (5). a Isacco e a Giacobbe con (il nome di) EL SHADAI. E Mi sono mostrato ad Abramo. La Cabalà. contemplato. Dunque il Nome è un qualcosa che va visto.Hey. "ho posto". 26 è il valore numerico dello stesso Nome: Y (10) .

[21] Allora Mosè stese la mano sul mare. rendendolo asciutto. mentre la Hey finale è il bacino con le due gambe. Ed ecco il perchè. Nella Parashà Be shalach compare un fenomeno unico in tutta la Torà: tre versetti consecutivi di 72 lettere ciascuno. sospinse il mare con un forte vento d'oriente. le acque si divisero. la sua concubina. che poi allontanò dal nucleo famigliare e mandò ad oriente (Genesi 25. Poi si prende la seconda lettere del primo. va-yavo. e si forma il primo Nome. YOD HEY VAV HEY dove la Yud è la testa. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. a tutt'oggi. 19-21): va-issa. N. Si tratta di (Es. del popolo che di lì a poco dopo avrebbe ricevuto la Torà sul Sinai. proseguendo in modo simile per tutti gli altri Nomi. 6). [20] Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. secondo lo Zohar essi erano già noti ad Abramo. tra studenti veramente . mentre per gli altri illuminava la notte. l'aprirsi del Mar Rosso. Ora la nube era tenebrosa per gli uni. Da quei tre versetti i Cabalisti hanno derivato 72 Nomi Santi di D-o. Tra l'altro. l'ultima del secondo e la prima del terzo. anche dalle sue caratteristiche numeriche. così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Data la profondità esoterica di queste conoscenze. questi Nomi hanno trovato ampio spazio nella dottrina mistica dell'Ebraismo. il quale avrebbe dato in dono la conoscenza di alcuni di essi ai figli di Ketora. e l'apertura del Mar Rosso è stato uno dei più grandi gesti d'amore che D-o ha compiuto per il Suo popolo. la penultima del secondo e la seconda lettera del terzo verso. ciò corrispondEperfettamente al disegno grafico dell'Albero della Vita. Tale immagine ha anche un forte potere meditativo. che precedeva l'accampamento d'Israele. va-yet. ognuno dei quali è formato da tre lettere. una per verso. I nostri Maestri hanno derivato insegnamenti in ogni dettaglio della Torà. Essi sono: 19] L'angelo di Dio. 72 è il valore numerico della parola Chesed. In particolare si tratta del Nome OM (Alef-Vav-Mem) e del Nome ARÌ (Hey-Resh-Yud). L'argomento è molto vasto. cambiò posto e passò indietro. formando il secondo Nome. Pur non essendo vere e proprie parole nella lingua ebraica. i tre versetti che descrivono la fase culminante della kiriat Yam-Suf. E il Signore durante tutta la notte. la prima Hey è il torace insieme alle due braccia. e questa è soltanto una semplice presentazione. Il processo di costruzione dei Nomi è il seguente: si prende la prima lettera del primo verso. se visualizzato all'interno della persona. amore o grazia. che è l'espansione dello stesso Nome.B. L'aprirsi delle acque del Mar Rosso è il simbolo della nascita di Israele. 14. la Vav è il tronco. il loro approfondimento viene fatto solo in cerchi ristretti. alcuni di quei Nomi di D-o sono noti alle religioni orientali.

l’esterno. uno spazio. imitando così il muso dell'animale e le corna. sino a renderlo simile all'odierno ma orientato con la punta a sinistra e verso il basso. un campo. poi riadattato e stilizzato. con ph che non si pronunciava come la f ma come la p in inglese [pʰ]. Il valore fonetico è finalmente quello odierno. entrare-uscire-fuori. mentre in greco essa divenne [e]: l'etrusco e il latino seguirono quest'uso. dove la pronuncia è più simile a una i lunga [iː]). rappresentava dapprima una figura umana nell'atto di pregare o invocare. mondo. il segno grafico venne ulteriormente stilizzato. di apportarvi alcune modifiche in quanto loro. c’è il senso di spazio aperto da un solo lato. in termini matematici indica un semispazio. con una forma quasi uguale e la medesima funzione. pronunciato in modo diverso. a differenza dei Fenici. non più modificandone l'orientamento . molto probabilmente.  Significato del nome della lettera: ecco! Valore di numerale ebraico: 5 (cinque) Segno egiziano: è un recinto aperto. ma anch'esso rappresentante lo stesso soggetto. così dovettero trovare un simbolo per il suono vocalico centrale aperto [a]. probabilmente sempre da un riarrangiamento della lettera. col bisogno. Successivamente col passaggio all'alfabeto fenicio. che sono tutti concordi. che ancora significa «testa di bove» e da cui deriveranno gli altri sui nomi e il valore fonologico odierno. Ulteriori conferme:  secondo il Sefer ha-Temunah: "questa lettera indica il mondo materiale …" A L'evoluzione grafica e quella fonetica della lettera hanno seguito parzialmente percorsi differenti fino all'epoca fenicia. e uno minuscolo. pur mantenendo il valore fonetico del colpo di glottide. Le origini del segno "A" possono essere rintracciate in un geroglifico egiziano rappresentante una testa di bove. ed era basata sul geroglifico egiziano. però. rappresentato presso loro dalla lettera "alfa". I Greci elaborarono il loro alfabeto da quello fenicio. usata nella lingua semitica. ottenuto orientando l'aleph fenicia verso l'alto. Ne consegue la rosa di significati: campo-aperto.E La lettera E deriva dalla epsilon dell'alfabeto greco. un riparo di canne. la campagna. che nelle lingue moderne rimane tale o può evolversi ulteriormente (ad esempio in inglese. Fu in quest'epoca che la lettera. i Greci ebbero bisogno di modellare due diversi segni per indicare la medesima lettera. e anche il segno grafico di oggi è grossomodo quello di quel tempo. imparentato con quello semita. come ad indicare che ha interesse il semispazio oltre la porta. Il suono allora corrispettivo non era quello che conosciamo oggi. dal nome della prima lettera dell'alfabeto ebraico. ma con un elemento aldilà. In semitico. assunse il nome di "aleph". la lettera era pronunciata [h] (ma in parole straniere poteva anche pronunciarsi [e]). avevano una lingua in cui le vocali hanno un valore distintivo ben preciso. uno maiuscolo. Nei segni. come recinti aperti. non prima di 3500 anni fa. infatti. riadattando la aleph fenicia proprio perché iniziante con quella medesima vocale. in un alfabeto proto-semitico al nuovo stile di lettura. Il segno ebraico conserva il segno della d (dalet). ma una consonante detta colpo di glottide [ʔ]. Il semitico hê.

rifugge e considera abominio i culti dei popoli vicini specie quelli relativi alla fertilità simboleggiati dal vitello d'oro.ma la forma dei tratti essenziali attraverso delle linee tondeggianti. ne "Il Segreto dell'Alfabeto Ebraico". O La O è la tredicesima lettera dell'alfabeto italiano e la quindicesima dell'alfabeto latino. che pervade tutta l’esistenza. Il greco derivò da questa lettera la iota. ma le due lettere si differenziarono nettamente solo a partire dal XVI secolo.. Essa passò poi senza mutare forma all'alfabeto etrusco e infine a quello latino. La lettera può essere scomposta in due Yud separate da una vav trasversale. la vav è 6. Traslati: Unico. Ulteriori conferme:  Fabre d’Olivet in "La langue hébraique restituée". per distingerla dalla u. proprio per la propria concezione religiosa. Apis ed Orus erano tra i quattro nomi che si davano ai faraoni. Toro o falco. inizio. Furono gli amanuensi del Medioevo ad aggiungere un punto sopra la i. il principio astratto di una cosa. Apis era rappresentato da un bue col sole tra le corna. il punto centrale. una vocale breve."  Gabriel Mandel. Uno e Unico. Le lettere così formate si sono poi trasmesse attraverso l'alfabeto etrusco a quello latino. cioè pari al valore numerico del Tetragramma: = 5+6+5+10 = 26". Nell’accezione geroglifica caratterizza l’unità. però. Il sole maturo il primo e nascente il secondo. Nel seguente geroglifico la figura del determinativo di BIK falcone ci ricorda da vicino la lettera ‘alef dell’ebraico quadrato. l’essere dominatore della terra."  Daniela Saghi Abravanel. Da essa si evolve poi la J in alcune lingue per indicare la semi-consonante.. ma nel suo significato simbolico d’origine. per l’ebraico. primogenito. dice: "La Alef rappresenta l'assoluta unità divina all'interno della Creazione ed è quindi il simbolo della divinità stessa. entrambi sono personificazioni del sole. di Alef dice: "Indicando il numero uno è anche simbolo di Dio. Unigenito o Adam Kadmon. Essa rappresenta anche la lettera omicron nell'alfabeto greco. 1815: "Come immagine simbolica rappresenta l’uomo universale (l’Unigenito. dopo il ripensamento di tutta la storia ebraica. che si basa su Dio Unico rivelatosi a Mosè con la legge sul Sinai. la o in quello cirillico e la traslitterazione . in "Alfabeto Ebraico 2000". primo. capo (quale primo). dal momento che la parola che significava "braccio" iniziava probabilmente con questo suono. La lettera poteva tuttavia conservare il suono vocalico [i] nella pronuncia delle parole straniere. uno. derivando dal geroglifico con suono [ʕ]. il segno indica il falco non come divinità. e grazie ai Romani diffuso in gran parte del territorio occupato dall'impero con il nome attuale "a" corrispondente al semplice valore Il segno ha due potenziali significati: toro e avvoltoio. Il bue o meglio il toro è il segno della prima lettera per Moabiti e Fenici e scritture derivate. la lettera Yodh rappresentava probabilmente un braccio e una mano. per la cabbalah l’Adam kadmon). I Nelle lingue semitiche. il genere umano. dalla m e dalla n simili nella scrittura gotica. La somma delle due Yud è 20. L’ebraico nell'uso sacro. Il semitico però conservò solo un suono semi-consonantico [j] (come nella parola aia). Ne consegue la rosa di significati: Base: origine. a seguito dell’esilio in Babilonia. in tutto 26.

Anche se il semitico 'Ajin veniva usato il alcuni alfabeti per trascrivere [o]. e in etrusco e latino. [o] è il simbolo della vocale posteriore medio-alta nell'alfabeto fonetico internazionale. U La U è la diciannovesima lettera dell'alfabeto italiano e la ventunesima dell'alfabeto latino. Nell'alfabeto greco (omikron). inoltre. la O rappresentava la vocale [o]. il suono era di solito consonantico (come per la lettera araba ‫ ع‬chiamata Ajn). [u] nell'alfabeto fonetico internazionale è il simbolo usato per rappresentate una vocale posteriore alta ("chiusa") e arrotondata ("procheila"). .del kana o.