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2017 20 GIUGNO PENALE SENT. SEZ. 1 NUM.

30323 ANNO 2017


PRESIDENTE: CORTESE ARTURO RELATORE: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE
DATA UDIENZA 06 10 2016 CORTE DI CASSAZIONE INAMMISSIBILITA
SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSODI VINECZO
ENEA BRUNO FRANCESCO

SENTENZA sul ricorso proposto da:

BRUNO FRANCESCO N. IL 27/05/1951 avverso la sentenza n. 4/2014 CORTE


ASSISE APPELLO di PALERMO, del 19/02/2015 visti gli atti, la sentenza e il
ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA del 06/10/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE SANDRINI Udito il Procuratore Generale in
persona del Dott. MARIA FRANCESCA LOY che ha concluso per linammissibilit
del ricorso

LAvvocato Luigi Pace per la parte civile ENEA PIETRO si associa alle conclusioni
del Procuratore Generale dichiarando che ai ricorso sia dichiarato
inammissibile in subordine rispettato

Lavvocato Marchi per le altre parti civili si associa

LAvvocato Luciano Termini, difensore dellimputato chiede laccogliento dei


motivi del ricorso ai quali si riporta

LAvvocato Gioacchino Sbacchi, difensore dellimputato, chiede laccoglimento


del ricorso

Udito, per la parte civile, l'Avv

Udit i i difensori Avv

RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza pronunciata il 19.02.2015 la Corte


d'assise d'appello di Palermo ha confermato la sentenza in data 22.05.2013
con cui il GIP del Tribunale di Palermo, all'esito di giudizio abbreviato, aveva
condannato Bruno Francesco alla pena di anni 30 di reclusione, oltre pene e
statuizioni accessorie e oltre alle pronunce risarcitorie in favore delle parti civili
costituite, per il delitto di omicidio di Enea Vincenzo, aggravato dalla
premeditazione e dall'aver commesso il fatto, in concorso con altri, durante la
latitanza conseguente a mandato di cattura emesso nei suoi confronti.
L'omicidio era stato commesso poco prima delle 8.00 del mattino
dell'8.06.1982 in Isola delle Femmine, davanti al lido balneare "Villaggio
Bungalow", di propriet della vittima, dove il cadavere dell'Enea era stato
rinvenuto attinto da numerosi colpi d'arma da fuoco. Le fonti di prova della
responsabilit dell'imputato, valorizzate dalla sentenza d'appello, sono
costituite essenzialmente dalle dichiarazioni del figlio della vittima, Enea Pietro,
corroborate da quelle dei collaboratori di giustizia Mutolo Gaspare, Onorato
Francesco e Naimo Rosario, che avevano reso in tempi diversi propalazioni de
relato sulla causale del delitto e sui suoi autori (provenienti tutte da soggetti
intranei all'associazione mafiosa e occupanti nella stessa un ruolo di primo
piano), nonch dai riscontri tratti dalle dichiarazioni di altri familiari della
vittima e dagli accertamenti di p.g.. Enea Pietro, che all'epoca collaborava col
padre nella sua attivit di imprenditore edile, aveva riferito ai carabinieri
nell'immediatezza del fatto che la mattina del delitto, dopo essere uscito a
pesca verso le 6.00, nel passare davanti al bungalow dove doveva incontrare il
padre, aveva notato ferma a circa 200 metri dall'ingresso una vettura Fiat 124
di colore bianco, che non aveva pi rivisto quando era ripassato sui luoghi
dopo circa dieci minuti, allorch aveva trovato il cadavere del padre appena
ucciso;

in tale occasione aveva precisato, senza tuttavia voler verbalizzare - allora - le


sue dichiarazioni, che a bordo della Fiat 124 vi erano quattro persone, di una
delle quali aveva descritto le fattezze, che lo avevano guardato con
circospezione, una anche additandolo agli altri occupanti della vettura. La
reticenza inizialmente dimostrata da Enea Pietro era stata attribuita dai
carabinieri al clima di intimidazione e di omert che aveva caratterizzato fin
dall'inizio le indagini, condizionando anche l'atteggiamento dichiarativo del
teste e inducendolo a non collaborare per timore di ritorsioni in danno dei
propri familiari; la verosimile causale dell'omicidio era stata individuata
nell'attivit di impresario edile della vittima e nei contrasti insorti con gli
interessi di soggetti appartenenti alla criminalit organizzata operanti nel
settore.

Enea Pietro aveva reso nuove dichiarazioni il 9.05.2000, nelle quali precisava
di aver riconosciuto senza ombra di dubbio, tra le persone presenti a bordo
della Fiat 124 (indicata come di colore beige) che aveva visto nei pressi del
villaggio bungalow verso le 7.30 del mattino del giorno in cui il padre era stato
ucciso, Bruno Francesco, all'epoca latitante, il quale lo aveva salutato; indicava
il movente dell'omicidio nelle attivit imprenditoriali del padre, che aveva
rifiutato la proposta dell'imputato di diventare suo socio occulto per
consentirgli di investire denaro nell'edilizia, nonch nel contrasto insorto con la
societ BBP, costituita da Bruno Giuseppe, Bruno Pietro (entrambi parenti
dell'imputato) e Pomerio Giuseppe, proprietaria di un fabbricato denominato
Costa Corsara edificato su un terreno limitrofo a quello sul quale Enea Vincenzo
aveva costruito una palazzina, di cui non riusciva a vendere gli appartamenti
perch il fabbricato della BBP aveva ecceduto la cubatura consentita,
appropriandosi di un terreno che doveva costituire oggetto di permuta con
l'Enea e impedendo cos il perfezionamento del negozio, fino a provocare il
fallimento dell'impresa della vittima;
nel corso della conseguente lite giudiziaria con la BPP, Enea Vincenzo aveva
subito atti intimidatori, come incendi e danneggiamenti, che lo avevano indotto
ad avvicinarsi, per tentare una mediazione, all'imprenditore edile D'Agostino
Benedetto, a sua volta ucciso. Enea Pietro riferiva altres di essere stato
minacciato di morte a seguito della ricerca di informazioni sull'omicidio del
padre, in particolare mediante una telefonata anonima ricevuta dalla madre,
che lo avevano indotto ad allontanarsi da Isola delle Femmine per timore di
ritorsioni;

le minacce subite avevano trovato conferma nelle dichiarazioni dei familiari


dell'Enea (la madre, le sorelle, il fratello), che avevano riferito di aver appreso
dal loro congiunto il coinvolgimento dell'imputato nel delitto, nonch le relative
causali nella lite con la societ BPP e le intimidazioni subite da Enea Vincenzo
prima di essere ucciso. Mutolo Gaspare, nelle conformi dichiarazioni da lui rese
il 14.07.1993 e il 7.05.2010, aveva riferito che l'omicidio dell'Enea era stato
deciso perch la vittima non rispettava le sollecitazioni della famiglia mafiosa
locale, capeggiata da Riccobono Rosario, e di aver appreso dal Riccobono e da
altri sodali le relative modalit organizzative ed esecutive in occasione di
riunioni avvenute il giorno precedente e nella stessa tarda mattinata del delitto
nella villa del Riccobono, venendo a conoscenza che del gruppo di fuoco aveva
fatto parte l'imputato. Onorato Francesco aveva riferito a sua volta di aver
appreso dal Riccobono che Bruno Francesco era un soggetto a lui vicino negli
anni 1982-1983, attivo nella zona di Isola delle Femmine, e che l'omicidio
dell'Enea era stato voluto dalla famiglia mafiosa locale, e tra gli altri anche dal
Bruno, perch la vittima disturbava gli affari mafiosi nel settore dell'edilizia.

Anche Naimo Rosario aveva riferito informazioni apprese in diverse occasioni e


da diversi soggetti sulla causale dell'omicidio, dovuto a motivi di costruzioni, di
terreni e di soldi, e sulla sua riconducibilit a una decisione della famiglia
mafiosa locale, capeggiata dal Riccobono, persona con la quale l'imputato,
molto considerato nell'ambito di cosa nostra, era a diretto contatto;

la decisione di uccidere Enea era stata presa senza avvertire il vertice


dell'organizzazione mafiosa, come il Nainno aveva appreso direttamente da
Riina Salvatore in occasione di un incontro nel 1985;

il collaboratore aveva altres appreso da Troja Antonino che questi aveva


ucciso l'Enea, insieme al Bruno e ad altri soggetti, per ordine del Riccobono. La
Corte territoriale rilevava che le dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro non
necessitavano di riscontri, una volta positivamente superato il vaglio di
credibilit e di intrinseca attendibilit;
che non era emerso alcun motivo per cui l'Enea dovesse calunniare l'imputato,
a distanza di 18 anni dal delitto e dopo aver lasciato definitivamente i luoghi,
quando il clima intimidatorio era ormai superato;

che la reticenza iniziale dell'Enea trovava logica spiegazione nelle minacce


subite e nel timore di ritorsioni verso i familiari;

che il particolare sulla presenza in loco della Fiat 124 era stato riferito agli
inquirenti fin dall'inizio;

che il timore nutrito nei riguardi del Bruno era giustificato dalla sua caratura
criminale di appartenente al clan mafioso del Riccobono, all'epoca ricercato per
un altro omicidio da lui commesso;

che le divergenze riscontrabili rispetto alle primigenie dichiarazioni del'Enea


erano minimali e spiegabili col decorso del tempo;

che il movente dell'omicidio indicato dall'Enea aveva trovato riscontro nelle


indagini di p.g., anche con riguardo alla controversia insorta con la BPP e alle
ragioni della stessa;

che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia realizzavano la convergenza del


molteplice e provenivano da soggetti la cui credibilit era stata verificata in
numerosi processi, mentre gli aspetti di genericit del loro propalato trovavano
spiegazione nella natura de relato delle dichiarazioni e nell'assenza di diretta
partecipazione al delitto.

2. Ricorre per cassazione Bruno Francesco, a mezzo dei difensori, deducendo


con unico motivo violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione agli
artt. 546, 125, 192, 530 cod.proc.pen., 110, 575, 99 cod.pen.. Il ricorso
deduce la nullit assoluta della sentenza impugnata per inesistenza di una
valida motivazione, essendosi il giudice d'appello limitato alla pedissequa
ripetizione delle argomentazioni del GUP, rispetto alle quali l'unico elemento di
difformit era costituito dalla diversa valutazione dell'apporto fornito dai
collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Nainno. Dopo aver riportato la
sequenza e i contenuti delle dichiarazioni rese dal figlio della vittima, Enea
Pietro, segnalandone gli aspetti contraddittori e inattendibili, Lr/

il ricorso rileva che la sentenza d'appello aveva omesso di considerare che


l'Enea, nelle sue dichiarazioni iniziali oggetto della confidenza non verbalizzata,
aveva identificato il soggetto descritto come uno degli occupanti della vettura
Fiat 124 che aveva notato in sosta verso le 7.30 del mattino, poco prima del
delitto, presso i bungalow dove era stato commesso l'omicidio, in un giovane
che due settimane prima si era intrattenuto a parlare con l'amico Cardinale
Antonino nel bar "La plaia" di Isola delle Femmine, individuato dalla p.g. in
Fanara Giuseppe, del quale l'Enea aveva successivamente ritrattato
l'identificazione;

deduce l'assenza di riscontri dell'attribuzione della ritrattazione dell'Enea a un


clima di omert e intimidazione smentito dallo stesso teste;

rileva l'inconsistenza del movente del delitto indicato dal Mutolo a molti anni di
distanza sulla base di pretese informazioni de relato;

evidenzia le divergenze riscontrabili nelle dichiarazioni dei collaboratori di


giustizia e censura l'avvenuto riconoscimento dell'imputato, da parte dell'Enea,
a diciotto anni di distanza dall'omicidio, dopo aver serbato un lungo e
ingiustificato silenzio, nonostante il Bruno fosse persona da lui sicuramente
conosciuta.

Il ricorso riporta le censure dedotte nei motivi d'appello alle quali la sentenza
impugnata non aveva dato risposta;

contesta l'affermazione della Corte territoriale secondo cui i motivi di gravame


si erano limitati a un esame parcellizzato dei singoli elementi di prova senza
considerare la valenza di prova testimoniale che doveva riconoscersi alle
dichiarazioni di Enea Pietro, non necessitanti di riscontri esterni una volta
superato il vaglio di credibilit;

richiama la contestazione articolata e globale degli argomenti che il giudice di


primo grado aveva posto a fondamento della sentenza di condanna, svolta nei
motivia d'appello, e deduce la circolarit delle dichiarazioni accusatorie
provenienti dai componenti della famiglia della vittima, che avevano tutti
riferito quanto appreso dalla medesima fonte, rappresentata da Enea Pietro, di
cui la difesa aveva dimostrato l'inattendibilit. Il ricorso lamenta la lettura
incompleta degli atti processuali da parte della sentenza impugnata, basata
esclusivamente sulle dichiarazioni di Enea Pietro, di cui censura la valutazione
frazionata, rilavando che il teste aveva taciuto per vent'anni la circostanza
della chiamata telefonica anonima, di natura minatoria, da lui ricevuta con
l'intimazione di cessare le ricerche sulle cause dell'omicidio del padre, e di cui
era rimasto ignoto l'autore;

deduce l'assenza di connessione tra l'omicidio di Enea Vincenzo e quello di


D'Agostino Benedetto, che il collaboratore Gaspare Mutolo aveva ascritto a una
diversa causale, scaturita dalla mancata esecuzione a regola d'arte dei lavori di
costruzione della villa di Spatola Bartolomeo;

censura la motivazione della sentenza di condanna basata su congetture e


moventi inesistenti, privi di riscontro negli atti processuali, nonch il giudizio
di affidabilit attribuito alle dichiarazioni di Enea Pietro, autore di propalazioni
deliranti;

rileva che la sentenza impugnata non aveva precisato quali fossero le


interessenze tra l'imputato e la societ B.B.P., lamentando il travisamento
della prova sul preteso sconfinamento territoriale (smentito anche
documentalmente) nell'edificazione del complesso turistico Costa Corsara,
indicato come causa della controversia con la vittima alla quale i soci della
B.B.P. erano invece estranei, riguardando la lite esclusivamente i rapporti tra
Enea Vincenzo e i proprietari (gli eredi Cardinale) del terreno confinante col
lotto, edificato dall'Enea, interessato dal frazionamento e da permuta parziale,
lite che era stata definita in epoca antecedente il delitto cos da consentire alla
vittima di sbloccare la vendita degli appartamenti, come confermato dal
coniuge dell'Enea.

3. I difensori delle parti civili costituite hanno depositato memorie con cui
hanno chiesto che il ricorso di Bruno Francesco sia rigettato o dichiarato
inammissibile.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso complessivamente infondato e deve essere rigettato, per le


ragioni che seguono.

2. Priva di fondamento , anzitutto, la censura rivolta dal ricorrente alla


sentenza impugnata di essersi limitata a recepire e riprodurre acriticamente la
motivazione della decisione di primo grado, senza confrontarsi con le doglianze
proposte avverso la stessa dalla difesa dell'imputato nei motivi d'appello e
senza rispondere in modo adeguato alle relative ragioni di gravame. Dal
raffronto testuale delle decisioni di primo e di secondo grado emerge invece
che la sentenza d'appello ha affrontato ed esaminato il nucleo essenziale delle
censure dell'appellante, ed pervenuta alla conferma dell'affermazione di
colpevolezza dell'imputato sulla scorta di una propria, autonoma, rilettura delle
risultanze istruttorie, che ha valorizzato particolarmente la fonte di prova
rappresentata dalle dichiarazioni testimoniali del figlio della vittima, Enea
Pietro, che la sentenza del GIP aveva utilizzato principalmente come elemento
di riscontro delle propalazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e
Naimo.

La motivazione della sentenza gravata, sotto tale profilo, va dunque esente da


censura; per scrupolo argomentativo, deve comunque essere ribadito
l'orientamento consolidato di questa Corte, secondo cui il ricorso da parte del
giudice d'appello alla motivazione per relationem, facente riferimento a quella
del provvedimento di primo grado, deve ritenersi in via di principio consentito,
e non produce alcuna nullit, allorch le argomentazioni del provvedimento
richiamato risultino congrue rispetto alle esigenze giustificative di quello che le
recepisce, e dalla lettura di quest'ultimo emerga che il giudice d'appello ha
preso cognizione delle ragioni sostanziali del provvedimento di riferimento e le
abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione (Sez. 6 n. 53420 del
4/11/2014, Rv. 261839; Sez. 6 n. 48428 dell'8/10/2014, Rv. 261248).

In particolare, stata ritenuta legittima da questa Corte la motivazione per


relationem della sentenza di secondo grado che recepisca in modo critico e
valutativo quella della sentenza impugnata, limitandosi a ripercorrere e
approfondire alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di contestazione
da parte dell'appellante, omettendo di esaminare quelle doglianze dell'atto di
appello che avevano gi trovato risposta esaustiva nella sentenza di primo
grado (Sez. 2 n. 19619 del 13/02/2014, Rv. 259929), specie se le censure
formulate nell'atto di impugnazione non contengano elementi di sostanziale
novit rispetto a quelle gi condivisibilmente esaminate e disattese dalla
sentenza richiamata (Sez. 2 n. 30838 del 19/03/2013, Rv. 257056).
L'osservanza di tali principi, ai quali va data continuit, risulta verificata
all'esito della lettura coordinata delle due sentenze di merito che hanno
condannato l'imputato per l'omicidio di Enea Vincenzo, avendo la sentenza
d'appello legittimamente rivisitato e integrato, mediante una pi puntuale
valorizzazione della capacit dimostrativa attribuita alla testimonianza di Enea
Pietro, l'impianto motivazionale della decisione di primo grado, che aveva gi
esaminato e vagliato in modo esaustivo l'intero complesso dei dati probatori
acquisiti a carico del Bruno, e rispetto alle cui valutazioni le doglianze proposte
nei motivi d'appello non deducevano elementi di reale novit.

3. Le ulteriori censure del ricorrente che sono dirette principalmente a criticare


la credibilit soggettiva di Enea Pietro e l'attendibilit intrinseca attribuita dalla
sentenza impugnata alle sue dichiarazioni - con particolare riguardo
all'affidabilit del riconoscimento nella persona dell'imputato di uno dei soggetti
presenti a bordo dell'autovettura Fiat 124 che il teste aveva visto ferma in
sosta nelle prime ore del mattino dell'8.06.1982 nelle adiacenze del luogo (il
lido balneare "villaggio bungalow" di Isole delle Femmine) dove, in immediata
successione temporale, era stato consumato l'omicidio del padre,
riconoscimento operato dall'Enea per la prima volta nelle dichiarazioni rese il
9.05.2000, a diciotto anni di distanza dal fatto - non si confrontano
adeguatamente col dato testuale per cui la sentenza d'appello ha individuato
nel narrato dell'Enea uno degli elementi, per quanto rilevante, di prova della
responsabilit del Bruno, che si inserisce in un quadro dimostrativo pi ampio e
convergente, composto anche dai contenuti delle propalazioni di tre
collaboratori di giustizia e dalle dichiarazioni degli altri familiari della vittima,
ulteriormente convalidato da elementi di riscontro tratti dagli accertamenti
investigativi compiuti dai carabinieri all'epoca del delitto, quadro la cui univoca
concludenza probatoria era gi stata argomentata e valorizzata dal GIP nella
sentenza di primo grado. La Corte distrettuale ha verificato, con
argomentazioni congrue che si saldano a quelle del GIP, l'affidabilit
complessiva delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e
Naimo, gi validata in altri processi, provenienti da soggetti organicamente
inseriti nell'organizzazione mafiosa di "cosa nostra", con specifico riguardo
all'autonomia reciproca delle rispettive propalazioni de relato (frutto di
informazioni e confidenze ricevute in tempi e contesti diversi, da fonti primarie
- quantomeno parzialmente - differenti) e alla sussistenza del requisito della
convergenza del molteplice sul nucleo essenziale del narrato concernente il
coinvolgimento dell'imputato nella decisione e nell'esecuzione dell'omicidio, le
causali del delitto e l'indicazione dei relativi mandanti negli esponenti della
famiglia mafiosa locale, capeggiata da Riccobono Rosario, alla quale
apparteneva (anche) il Bruno, coi cui illeciti interessi economici la vittima era
entrata in conflitto nell'esercizio della sua attivit imprenditoriale.

La sentenza impugnata ha giustificato con la natura de relato delle


informazioni riferite dai collaboranti le imprecisioni, di (ritenuto) carattere non
decisivo, ravvisabili nelle loro dichiarazioni, e ha dato conto della sostanziale
convergenza del loro racconto con quello di Enea Pietro in ordine alle ragioni
fondamentali dell'omicidio del padre, dovute alla sua attivit di impresario
edile, e alla causale "mafiosa" del delitto, in cui l'imputato era coinvolto in
veste di compartecipe del sodalizio criminale capeggiato dal Riccobono e di
soggetto direttamente interessato alle relative attivit illecite. La Corte di
merito ha spiegato in termini che non presentano aspetti illogici (e, comunque,
certamente non manifestamente illogici), ma che hanno trovato anzi riscontro
in altre acquisizioni istruttorie, le ragioni della tardivit del riconoscimento
dell'imputato - come uno degli occupanti della Fiat 124 ferma sul luogo del
delitto - operato da Enea Pietro solo nell'anno 2000, mentre nelle dichiarazioni
rese ai carabinieri nell'immediatezza del fatto (e che allora non aveva voluto
verbalizzare) il teste non aveva fatto riferimento al Bruno;

sul punto, la sentenza d'appello ha valorizzato il clima di omert esistente


all'epoca e il timore suscitato nel figlio della vittima dalle gravi intimidazioni
che avevano preceduto e seguito l'esecuzione dell'omicidio, e che lo avevano
anche personalmente riguardato, inducendo l'Enea a essere reticente con gli
inquirenti per evitare ritorsioni e non mettere in pericolo la propria vita e quella
dei suoi familiari, tanto da determinarsi a lasciare i luoghi e trasferirsi altrove a
seguito delle minacce di morte che aveva ricevuto qualora non avesse smesso
di cercare informazioni sulle ragioni dell'uccisione del genitore;

il superamento, per effetto del decorso di un ampio intervallo temporale e del


mutato contesto circostanziale, dell'originario clima di paura giustificato dalla
caratura criminale del Bruno (allora latitante e ricercato per un altro omicidio),
spiega dunque - secondo i giudici di merito - la tardivit della decisione di Enea
Pietro di rendere piena e completa testimonianza su tutto ci che aveva
effettivamente visto la mattina dell'omicidio, ivi inclusa la presenza in loco
dell'imputato, persona che egli non avrebbe avuto ragione di accusare
falsamente a cos tanti anni di distanza dall'episodio criminoso. L'esistenza,
all'epoca dell'omicidio e subito dopo di esso, del clima di omert e delle
condotte intimidatorie - descritte da Enea Pietro - che avevano riguardato
tanto Enea Vincenzo, che aveva dovuto subire danneggiamenti e incendi nei
propri cantieri prima di essere ucciso, quanto gli stretti congiunti della vittima,
ha trovato riscontro, secondo la conforme ricostruzione delle risultanze
probatorie operata sul punto da entrambe le sentenze di merito, sia nelle
indagini di p.g. allora svolte, sia nelle dichiarazioni testimoniali di altri
componenti del nucleo familiare della vittima, in particolare la moglie Cataldo
Giuseppa e la figlia Enea Maria Teresa, sui contenuti minatori delle telefonate
anonime da esse ricevute nei mesi successivi al delitto, in cui l'ignoto
interlocutore le aveva avvisate che se Enea Pietro avesse continuato a fare
domande sull'omicidio del padre avrebbe fatto la stessa fine del genitore; al
riguardo non sussiste, perci, la circolarit degli elementi di riscontro
lamentata dal ricorrente, in quanto le circostanze appena indicate sono state
riferite dagli altri congiunti della vittima come frutto di propria scienza diretta,
e non per averle apprese de relato da Enea Pietro, e sono state perci
correttamente valorizzate dai giudici di merito come elementi di conferma
esterna del racconto di quest'ultimo, che stato adeguatamente vagliato nella
sua attendibilit intrinseca ed estrinseca.

4. La sentenza impugnata non dunque incorsa nei vizi di legittimit lamentati


dal ricorrente, e la condanna dell'imputato non stata fondata dalla Corte
distrettuale su una lettura parziale e incompleta degli atti processuali, basata
esclusivamente sulle dichiarazioni, in tesi difensiva inaffidabili, di Enea Pietro,
senza fornire risposta ai motivi d'appello. La rilettura delle risultanze istruttorie
operata dalla sentenza d'appello non si pone, come si detto, in sostanziale
contrasto con la motivazione della sentenza di primo grado, avendo la Corte
distrettuale ribadito la capacit dimostrativa delle propalazioni dei collaboratori
di giustizia che erano gi state ampiamente scandagliate e giudicate affidabili
dal GIP, ed avendo riconosciuto autonoma efficacia probatoria alle dichiarazioni
testimoniali di Enea Pietro che gi il primo giudice aveva ritenuto attendibili e
idonee a riscontrare, insieme agli altri elementi apportati dalle dichiarazioni dei
prossimi congiunti della vittima e dalle emergenze investigative, le chiamate in
reit effettuate a carico dell'imputato dal Mutolo, dall'Onorato e dal Nainno. Il
nucleo fondante e decisivo della prova della responsabilit dell'imputato
nell'omicidio di Enea Vincenzo stato individuato e argomentato da entrambe
le sentenze di merito, sia pure con una diversa accentuazione dell'importanza
dell'una rispetto all'altra fonte dimostrativa, nella convergenza fondamentale
delle propalazioni de relato dei collaboratori di giustizia, da un lato, e delle
dichiarazioni testimoniali - frutto di scienza diretta - del figlio della vittima,
dall'altro, e nella capacit dei rispettivi narrati di riscontrarsi reciprocamente
sui dati essenziali della partecipazione del Bruno al delitto e sulla causale
mafiosa (di tipo locale) dell'omicidio, idonea a spiegare il concorso
dell'imputato alla relativa commissione in qualit di appartenente alla famiglia
mafiosa (allora capeggiata dal Riccobono) i cui interessi illeciti erano entrati in
conflitto con le attivit della vittima nel settore dell'edilizia. In relazione a tali
elementi essenziali della ricostruzione probatoria del fatto e della responsabilit
dell'imputato la sentenza impugnata ha esplicitato in modo congruo le ragioni
del proprio convincimento e si confrontata con le doglianze dell'appellante,
costituenti sostanziale riproposizione degli argomenti difensivi gi disattesi
dalla decisione di primo grado, ritenendole infondate sulla scorta di un
percorso motivazionale immune da vizi logico-giuridici, che si salda a quello del
GIP;

la verificata esistenza di un vaglio complessivamente adeguato della capacit


dimostrativa posseduta dagli elementi portanti della ricostruzione accusatoria
nei confronti del Bruno, che risponde alle censure principali del ricorrente,
comporta dunque l'assolvimento dell'obbligo motivazionale gravante sul giudice
di merito (e su quello d'appello in particolare), il quale - come stato chiarito
con orientamento costante da questa Corte - non tenuto a compiere
un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame
dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche
attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in
modo logico e adeguato, le ragioni del proprio convincimento, dimostrando che
ogni fatto decisivo stato considerato, cos da potersi ritenere implicitamente
disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate,
siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 4 n. 26660 del
13/05/2011, Rv. 250900; Sez. 6 n. 20092 del 4/05/2011, Rv. 250105; Sez. 4
n. 1149 del 24/10/2005, Rv. 233187).

L'incensurabilit, in sede di scrutinio di legittimit, dell'apparato motivazionale


della sentenza d'appello, che discende dalla riscontrata confutazione degli
argomenti costituenti l'ossatura principale dei motivi di gravame dell'imputato,
toglie perci rilevanza alla doglianza - sulla quale la difesa ha particolarmente
insistito nel ricorso - diretta a censurare l'insufficienza o l'incongruenza della
risposta fornita dalla Corte territoriale alle critiche rivolte nell'atto di appello
all'individuazione, da parte di Enea Pietro, di una delle ragioni di attrito tra il
padre e il Bruno, precedenti l'omicidio, nello sconfinamento immobiliare del
complesso turistico di propriet di una societ - la B.B.P. - partecipata (anche)
da parenti dell'imputato in danno del lotto limitrofo edificato da Enea Vincenzo,
che aveva pregiudicato le successive operazioni di frazionamento catastale, di
permuta e di vendita degli appartamenti delle palazzine costruite dalla vittima,
determinando l'insorgenza di una lite e il fallimento della sua impresa;

l'accertamento della reale dinamica della relativa vicenda, di natura civilistica,


e del ruolo del Bruno nella societ coinvolta (B.B.P.), riveste infatti un obiettivo
ruolo secondario, e non decisivo, nella ricostruzione complessiva degli elementi
di prova acquisiti e valorizzati dai giudici di merito a carico dell'imputato.

5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle


spese processuali; l'imputato, soccombente nei confronti delle parti civili, deve
inoltre essere condannato a rifondere alle stesse, i cui difensori sono comparsi
in udienza rassegnando le proprie conclusioni, le spese sostenute nel presente
giudizio, che si liquidano nelle misure rispettive indicate nel dispositivo.

P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese


processuali, nonch a rimborsare le spese sostenute per questo giudizio dalle
parti civili Enea Pietro, che liquida in C 4.059,80, di cui C 59,80 per esborsi ed
C 4.000,00 per onorari, oltre spese generali (15%), iva e cpa, e,
cumulativamente, Cataldo Giuseppa, Enea Riccardo, Enea Rosalia, Enea Maria
Teresa, Enea Valerio, Enea Elisa, che liquida in complessivi C 8.000,00, oltre
spese generali (15%), iva e cpa. Cos deciso il 6/10/2016

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach
&db=snpen&id=./20170616/snpen@s10@a2017@n30323@tS.clean.pdf

MICALIZZI MICHELE: genero di Riccobono.


MUTOLO GASPARE: elemento di spicco della famiglia di Rosario
Riccobono.
RICCOBONO ROSARIO: rappresentante di Partanna Mondello nel 1975
e dal 1978. Suo fratello Giuseppe, a sua volta rappresentante di
Partanna-Mondello, venne ucciso il 27.7.1961. Condannato all'ergastolo.
Scomparso, forse vittima di lupara bianca nel 1982. era socio della
cooperativa edilizia Liberta'. Reggeva i contatti con alcuni membri della
famiglia Santapaola a Catania.
BADALAMENTI GAETANO (zu' Tanu)(**): capo famiglia di Cinisi dal
1962 quando succede, pacificamente, a Cesare Manzella rappresentante
in seno alla commissione. Rappresentante della famiglia di Cinisi nel
1975, viene espulso da Cosa Nostra nel 1978 per motivi oscuri. E' attivo
nel traffico degli stupefacenti anche dopo questa data, il 22.5.84, infatti,
viene colpito da mandato di cattura. Viene arrestato a Madrid l'8.4.1984.
BADALAMENTI SILVIO: nipote di Gaetano, assassinato il 2.6.1983.
BADALAMENTI VITO(**): di Gaetano. Arrestato con il padre a Madrid
l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura
22.5.84.
ALFANO PIETRO(**): Cugino di Gaetano Badalamenti. Arrestato con
Gaetano Badalamenti a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di
stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
D'AGOSTINO EMANUELE: elemento di spicco della famiglia di S.Maria
del Gesu'. Fedelissimo di Bontate, scompare dopo la morte di
quest'ultimo. Coinvolto nel traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: catturato mentre si nascondeva con Giuseppe
Grado nella villa di questi a Besano. Era il guardaspalle di quest'ultimo.
Traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: di Ignazio e di Bonanno Caterina, Palermo
?/6/1946. Detenuto (~).
GALLINA STEFANO: membro della famiglia di Cinisi, ucciso il
1.10.1981.
15 gennaio 1982 anno nuovo, morto nuovo: la volta di GIACOMO
IMPASTATO, detto JACK, per la sua permanenza in Lousiana, sposato con
una figlia di VITO BADALAMENTI, fratello di GAETANO. Lavorava alla
OMAR LAMPADARI di ISOLA DELLE FEMMINE. Alluscita della fabbrica
viene imbottigliato tra un LANCIA BETA e un CAMION e liquidato con un
colpo di 38 alla faccia. Era alla guida di una GOLF intestata alla BE.MA,
un grande negozio di piastrelle sito a Palermo, in via Leonardo da Vinci,
dove lavorava il figlio maggiore di GAETANO BADALAMENTI. Anche JACK
era un parente di PEPPINO IMPASTATO: suo padre detto REGGINEDDA, a
suo tempo era stato gabellotto dellonorevole democristiano PECORARO, nel
suo feudo di CANTESSA ERMELLINA.

Qualche giorno dopo il 26 gennaio ucciso NICOLO PIOMBINO, testimone


del delitto si noti il titolo del servizio del GIORNALE di SICILIA del 16
gennaio 1982: il Giovane ucciso aveva un solo torto: era noipote
dellinafferrabile BADALAMENTI.
A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA ISOLA DELLE FEMMINE

http://isolapulita.blogspot.com/2017/06/2017-20-giugno-penale-sent-sez-1-
num.html