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L’Erudita

Horror vacui
Marco Di Caprio

© 2017 L’Erudita

L’Erudita
è un marchio di Giulio Perrone Editore S.r.l., Roma
I edizione Settembre 2017
stampato presso Cimer S.n.c., Roma
ISBN 978-88-6770-***-*
www.lerudita.it
Una sinfonia nata da frammenti e rottami vari.
A Francesco Antonio (1946-2011)
[...] Il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre.
(Purg., Canto XXVI, vv. 97-99)

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno».
(Purg., Canto XXVI, vv. 115-117)

La fede nella metafisica esclude la possibilità che gli uomini
afferrino le radici sociali del proprio disagio.
Baldassarre Caporali
Slightly all the time

Meditazioni vane sull’orizzonte notturno di sempiterne
armonie obliate schiuse in immagini di un altro tempo.
Tempo vano in una notte vana che schiude l’eterna armonia
nell’obliata meditazione di socchiuse immagini. Immagini
temporali nel vano della notte che un’armonia visuale schiu-
de armoniche meditazioni nel loro fluire sempiterno. A te,
mio amico, partecipe del mio disarmonico fluire notturno.

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Electric funeral re, me lo dicono tutti. Avanti non si può andare, lo dico a me
stesso. Perché ora sono in esilio qui, in questa camera d’alber-
go? Non ricordo, è passato troppo tempo. È tutto così sfoca-
to, ma niente è cambiato da allora. Sono solo e niente è cam-
biato. Vagare nella stanza, cercare di volteggiare, di danzare a
ritmo di musica. Lui mi teneva tra le braccia. Avevo neanche
cinque anni. Insieme ballammo il valzer e il rock and roll, lui
E fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere. mi ha trasmesso la vita. La mia vita poi è proceduta in un
montaggio di immagini frenetiche, tutte prodotte dalla mia
(F. Kafka, Il processo) mente. Non ricordo bene la mia infanzia. Ricordo che gioca-
vo da solo. Ricordo che parlavo da solo, ed oggi che sono un
Avevo raggiunto il limite. Il tempo era pessimo, pioveva a uomo parlo ancora da solo. Un deserto polveroso e sassoso mi
dirotto, la nebbia c’era ancora. Mi sono seduto su una poltro- ha seppellito nei crogioli dei miei vacui ragionamenti, stupidi
na. Ho guardato davanti a me scorrere la mia vita nella vacui- e quantomai inutili. Prendo a sassate l’uomo, l’umanità, che
tà dei miei pensieri. Se solo fossi stato un altro. Il destino mi si è dimenticata del suo figlio più sensibile. È finita. Mi han-
aveva dato un’ultima possibilità, io l’ho sprecata. Ora non mi no preso, processato seppur sommariamente e condannato,
resta altro che attendere. Il nulla attendo, è tutto finito. Non mi hanno frainteso. Non ho voce. Come dimostrare la mia
c’è un’altra vita che possa ripagarmi. Io, protagonista di un innocenza? È lì sotto, è il suo terribile cuore che batte, quello
film a cui ho partecipato passivamente, da spettatore. Il mo- di un vampiro che mi succhia il sangue da quando sono nato.
biletto dei liquori accanto alla mia poltrona. Una bottiglia di Sono io ammattito, sono sconfitto, e niente più posso riscat-
vetro, è scotch. Riempio un bicchiere, sorseggio. Ora che ci tare del tempo passato, perduto, ritrovato e poi sepolto.
penso, non ho proprio dimenticato niente. Ho sempre avuto
paura della morte, eppure per me la vita umana è inutile, in- La mia cella è vuota, buia e fredda. Fuori piove, e io ne
comprensibile, priva di fascino. Non so perché conservarla. sono contento. Quando c’è il sole, non cambia nulla, anzi è
Loro stanno ridendo di me, non vedono l’ora di vedermi fi- peggio, non sono completamente immerso nell’oscurità, così
nito. Un disco degli Arcade Fire sta suonando il mio impian- come vorrei. A me, mi piace il buio, si confà al mio carattere,
to hi-fi. Ascoltavo sempre Funeral. La musica risuona, voli sono io il vampiro, e mi sono fagocitato da solo. Ho sognato
pindarici tra un’immagine e un’altra. Poi un lampo, lo stridio la vita, ho sognato di immergermi tra le persone, di farmi no-
di lampi accecanti. E tutto è andato via. Non ero lì a tendergli tare nel caos primordiale che tutto muove. Ho voluto quella
la mano, mi vergognavo di entrare nella sua stanza. Non do- comprensione che esulava i miei sensi, ho desiderato una
veva andare così, eppure è andata. Indietro non si può torna- nuova famiglia di cui far parte. Ora desidero ancora di più la

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vita, proprio mentre sta finendo. È una sfida al principio di sì vecchio in realtà. Poi aveva pian piano accettato che lo
entropia, una lotta contro la dispersione dell’energia dalla chiamassi in quel modo. Tsuk era l’iniziale di zucchero, e
forma all’informe, disperata battaglia contro il secondo prin- bubbù era la stilizzazione del verso di un cane. Quando era
cipio della termodinamica. Già so che ho perso. E quale è lo più giovane, era più irritabile, mi rimproverava spesso, poi si
scopo? Non lo so, la vita è inspiegabile, l’ho già detto. Il flus- era ammorbidito. Mi amava più della sua vita, come è giusto
so indistinto della musica mi culla, mi fa ondeggiare tra ele- che un genitore faccia. Ma c’era qualcosa in più, e non me lo
menti distanti, nell’incoscienza che mi schiude al vano. Ho seppi mai spiegare. Il giorno che spirò sapevo che ormai ave-
fatto un sogno bellissimo stanotte. Non lo ricordo. Un me- vo perso tutto, e non sarei riuscito a smemorarmi in un gri-
dico è entrato in camera mia. Ero in coma, vedevo l’onda ar- do. Il giorno che spirò io capii, mi ero sentito solo tutta la vi-
tificiale di un campo magnetico, che turbava la mia vista. Di ta, e non lo ero. Lo ero diventato quel giorno. Ma con il suo
quel momento non ricordo nulla, l’universo era scomparso, esempio ho esorcizzato la paura del vuoto, almeno tempora-
e forse si era rivelato nello stesso istante. Ho sempre avuto neamente. Ho sempre studiato, ho letto tutto ciò che mi lui
paura della morte. Parlavo così spesso della morte con te. No, mi dava da leggere, sin dall’infanzia. Aveva comprato tanti
dai, non ne parlare. Dai, non è il momento, mi ripetevi. Ri- testi di scienza e letteratura. E io li leggevo da quando avevo
cordi? Ero così attratto da film complessi, onirici, angoscian- cinque anni. Poi lui, quando andava in giro con gli amici, si
ti. Ma i miei preferiti erano quelli che avevano per tema la vantava di avere un figlio di come me. Era tanto orgoglioso.
memoria. Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, non so Io alle elementari non ero contento di stare in classe. Mi
quante volte l’ho visto. Ora la mia memoria si dipana lungo muovevo sempre, come un ossesso, iperattivo. Non avevo
sentieri perduti. Non ho una torcia. Ma sento vibrare la mia voglia di fare i compiti. Lui mi ricattava. Ti compro giocat-
pelle, e fremo. Vedo il buio alla fine della strada, poi il buio toli se studi. Così studiavo. Oggi leggo sempre, e per fortuna
si fa più incessante. non mi hanno tolto i libri. Mi hanno fatto compagnia una
vita, e mi terranno compagnia fino all’ultimo respiro. Ora è
«Tsuk, bubbù!». troppo buio, non leggo più niente. Non saprei che cosa fare
«Bubbù, che è?». della mia vita. C’è di peggio? Non sono ancora diventato cie-
co, ma a furia di leggere nella penombra ho quasi perso la vi-
Lo chiamavo con questo nomignolo sin da quando avevo sta. Non ho più nulla da offrire. Nessuno si vuole suicidare,
venti centimetri di altezza. Non ricordo perché, ma mi ci ero tutti vogliono campare, anche storpi, sulla sedia a rotelle. Chi
affezionato, e non mi vergognavo di chiamarlo in quel modo si suicida è malato di mente, mi diceva mia madre. Ma scusa?
anche dopo che ero diventato un po’ più grande. Anche È legittimo togliersi la vita, fin troppo legittimo. Rispetta i
quando avevo solo diciotto anni. Sei ormai grande e grosso, suicidi. Hanno il coraggio di conservare la loro dignità. Vor-
mi diceva lui, non puoi chiamarmi così. Ma, dai, non ero co- rei essere nato in Giappone. I giapponesi hanno il grandissi-

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mo coraggio di immolarsi, quando la loro vita diventa inuti- prive di spessore. Non ricordo più a cosa associarle. Non
le. Lo saprei fare? Non so. Ci sto provando, è da una vita che comprendo la natura semantica di questo gioco di associazio-
ci provo. Mio padre mi diceva, quando hai fatto una certa ne. La mia mente è diventata sorda, cupa, ghiacciata, un an-
età, vedi che tutti attorno a te sono scomparsi, e il tuo unico tro buio, scavato da acqua fangosa e melmosa. Ti imploro di
desiderio è andartene. No, io pensavo, non me ne andrò, anzi rispettare, ti imploro, e invece tutto tace. Perché? Non è lecito
sopravvivrò più degli altri, vedrai che vincerò questa sfida di chiederselo. Non è lecito ricostruire i brandelli di una morte
sopravvivenza. Oggi ho capito che non me ne frega niente. annunciata. Un funerale di immagini che non si incastrano,
Sono d’accordo con lui. Tutti se ne sono andati, la certa età non si mescono. Solo questo ho visto. Ora che ho perso quasi
di cui parlava è giunta. Tutti sono diventati fantasmi, cam- la vista, i miei fantasmi regneranno sovrani, e io aspetterò quel
minano nel buio, attraversano il mio corpo, mi camminano nulla sospeso sul filo dell’eternità. Come è possibile scompari-
addosso, nessuno mi nota. Non voglio compassione. La na- re? Che cosa ne è della mia coscienza? Non ho più parole da-
tura umana è perfida. Quante volte dentro di me ho scoperto vanti al varco aperto nel mio sofferente respiro. Le mie speran-
quella perfidia. L’ho avvertita, l’ho sentita sfiorarmi la pelle, ze si sgretolano in un oceano di polvere cosmica, e l’illusione è
l’ho sentita insinuarsi nel solco della mia imperfezione. Non corrotta nel buio di questa stanza.
avrei dovuto essere parte del mondo. Non dovevo nascere.
Perché mi hai fatto nascere? Dimmi perché? Io non ti volevo Aria fresca mi sfiora la pelle, la stanza è livida di umori
far nascere, piangeva, mi implorava di perdonarlo. Ho fatto grigiastri, sto ammuffendo tra funghi pluricellulari, che si ri-
una vita di merda, mi diceva, ho sofferto sin da piccolo. Non producono per mezzo di spore. Pollini sospesi nell’aria, spore
avevamo come mettere il piatto a tavola. Papà bestemmiava, e polvere microscopica proveniente dal selciato sul pavimen-
non c’erano i soldi, mamma era malata. Quando morì io ur- to. Io intravedo una luce che passa lievemente dalle sbarre.
lai, dissi, Cristo perché mi hai abbandonato? E ora io rivolgo Una breve porzione di onde elettromagnetiche. Lunghezza
a chi non penso mi ascolti, guardami, abbraccia il mio sospi- d’onda tra i 790 e 430 Hertz di frequenza. La frequenza è
ro. Non posso vivere lontano da te. In sonno urlo. E tutto di- bassa, percepisco lievemente gli infrarossi. È tutta un’illusio-
venta più concreto e nitido. Le foglie in autunno si sollevano, ne. L’illusione che i colori esistano davvero. La cognizione
i tronchi d’albero sono sradicati dal vento, le case si rivolta- del visibile mostra i suoi fantasmi sulla pungente superficie
no, si sfondano, è il vento, il vento le porta via. Fremono. della mia sconfitta. Abbraccio con una pulsione onnicom-
Non odo più sospiri, un temporale sta per lavare le tracce di prensiva l’angusto universo della mia mente. Non c’è colore
sangue. E tutto riprenderà, come era finito. Nella nebbia. in esso. Tutto è in bianco e nero. La rodospina è una protei-
L’oscurità calava, domani non si odrà nient’altro che fischi di na nella membrana dei bastoncelli, al buio inibisce un y-am-
merli e frinii di cicale. Taci. Il silenzio ha purgato la mia minobutirrato, poi manda segnali elettrici al nervo ottico.
esperienza, l’ha capovolta in un brandello di parole lacerate, L’ho letto in un libro di biologia. Segnale impuro, illusioni

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ottiche, il nero muta di colpo, corteo di colori ad intermit- prossimo, non vidi più la favola che ieri t’illuse, che oggi non
tenza. Onde elettromagnetiche che vagano nel vuoto, da cen- mi illude più. Ho sentito l’assenza di una fredda materia in-
tocinquanta milioni di chilometri. Non sono vane. Senza di forme. Ho ascoltato suoni ossessivi, caotici, degenerati. Ho
esse la Terra sarebbe ghiacciata a zero Kelvin, un ghiacciolo sentito il turpiloquio del caos metropolitano. Ho visto la ma-
da gustare in silenzio. Né troposfera, né stratosfera, mesosfera teria corrompersi, gli uomini in preda una strana frenesia.
e termosfera. Non ci sarebbe stato Precambriano, Paleozoico, Ho sperimentato il mutamento della materia attorno a me.
Mesozoico, Cenozoico. Non avremmo avuto neanche la Ter- Quanto più fissavo le monadi di questo spazio cuneiforme,
ra, il nostro sarebbe stato un asteroide informe, disperso nello tanto più vedevo la loro forma circolare diventare ellittica,
spazio, in attesa di entrare in orbita attorno ad una stella, e nes- poi romboidale, poi quadrata. E la materia non era vuota, ma
suna stella l’avrebbe trovato. Con il passare di strani eoni, ne- fatta di materiale elettrico. La differenza di potenziale tra ca-
anche la morte potrebbe morire, lei signora di tutto. La mate- todo ed anodo era così elevata che, se mi ci fossi accostato,
ria oscura. Questa sconosciuta di cui tutti si interrogano. sarei rimasto bruciato. Poi vidi lei. Bionda dagli occhi blua-
Frammenti invisibili nel vuoto. Ossessioni prive di consistenza stri, dallo sguardo amorfo, dalle sembianze arcaiche, primiti-
rivelano una luce sempreverde di oniriche impressioni falsate. ve. Tu non hai certezze, e non le avrai. Non hai nessuna cer-
tezza, non hai un Dio, non hai un santo che vegli su di te.
Io sposto il mio sguardo alla luce, e rimango in silenzio,
in attesa. Ho visto te tendermi la mano. Ti ho visto immola- Scorrevo il mio tempo, lo vedevo passare velocemente da-
to nello sguardo pietrificato dei nostri cari. Ho visto in te un vanti a me in un crogiolo di immagini deformi. Le parole non
esempio di vera vita, vincitore tacito della sconfitta. Ti ho descrivevano alcunché: erano vane, arcaiche, non parlavano
suggerito di aprirmi un varco laterale, grazie al quale esistere più a nessuno. La mia idropisia mi spingeva a sussultare nel
senza sporcarmi della brina polluta di esseri nati in fango e cuore del male. Non accetto ciò che vedo, tutto ciò è finzio-
mondiglia. Il silenzio domina la tua sempreverde essenza, da ne, la realtà è altra, ne sono sicuro. Ma quale è la realtà? Non
cui si dipana la verità estrema, quella più vera. Mi hai invita- la vedo, e se non la vedo, non esiste. E se esistesse? Ma qual è
to sempre all’umiltà, e poi mi ti sei vantato di avermi. Non il senso di tutto se non giungerò mai alla realtà? Mi potrò ap-
ti sei mai complimentato con me, poi ti sei reso conto del tuo prossimare ad essa? E se non mi ci avvicino, la scruto da lon-
errore in vecchiaia. Quella mattina, quando sono tornato tano. Ma ciò che scruto è verità o altro? Il mio è il cervello di
nella tua casa dopo la tragedia, ho capito che tutto era finito. uno scimpanzé. Anzi per la precisione il suo DNA è per il 98,9
Finita l’infanzia e l’adolescenza, finiti i sogni e le speranze, % simile al mio. Avrà anche il suo animo un’essenza metafi-
sopito l’entusiasmo e il disincanto, finita l’illusione che mi sica? Sì, è probabile. Il Pan troglodytes ha una cognizione, sen-
teneva in vita. Il mio approccio epistemico mutò, non co- timenti, conoscenze. E non ha dissidi interiori. Una specie
nobbi più l’ardore dei miei interessi, non ebbi più fiducia nel superiore. Chissà se il loro ippocampo è così sviluppato. L’ip-

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pocampo del mio cervello funziona troppo bene. Non ha su- l’impossibilità di afferrare la sabbia che sgorga dalla mia ma-
bito alcun danno: ricordo ogni minimo particolare, la mia no. Ti ho visto andare via, mentre cosciente rimanevo fermo
memoria episodica è salva. L’ho temprata, è viva, è davanti a ad adattere pugnalate al petto. Se solo avessi avuto il coraggio
me e mi perseguita. Raffiche di suoni ad alta frequenza bril- di ribellarmi all’atro destino, avrei messo a ferro e fuoco la
lano con insistenza nel vano desiderio di appiattirle. Neutra- nebbia di neri fumi che albeggiano ancora nel fondo della mia
lizzandole potrei attingere alla soffio vitale a cui tendo, bocca- coscienza brulicante, priva di porosità, incapace di lasciare an-
ta di ossigeno mi attraversa le narici, si abbassa il diaframma, dare metano liquefatto, poichè ormai è troppo tardi per tem-
dà maggiore spazio ai polmoni, mi dà maggiore ossigenazio- prarmi, e se non l’ho fatto prima, non posso farlo adesso. Mi
ne. Poi mi fermo ed aspetto. Nausea, brividi, aspettativa di libro in un oceano di simboli appassiti, innocue memoria oni-
pericolo diffuso ed incerto, pressione del sangue aumenta, rica che sboccia nel freddo invernale, sempiterna immagine
non so perché, devo fuggire, scappo, dove non so, ho paura, pietrificata nella roccia primordiale, scolpita da un branco di
infiammazione dell’amigdala, pioggia di fuoco avvampa le ul- australopitechi sul punto di tentare di decifrare il primo segno
time immagini di un sogno dimenticato, spento nell’incom- di un’alba che seguiva il tramonto, ed era già tramontata nello
mensurabilità di un viaggio onirico. Il suo solo sembiante ba- stesso momento in cui la vedevano apparire. Esalai il mirto e
stò a frenare la mia frenesia. la menta, principi attivi di piante che hanno drogato l’animo
di glaciali esseri informi, che hanno trascinato in un abisso
Io resto in silenzio, e chiudo gli occhi. Sistri metallici ri- profondo una specie, verso una costruzione metafisica ed
chiamano lampi elettrici ad intermittenza. Il suono tonante di astratta che non ha fondo, colore e dimensione, ma solo irti
note atone nella frescura della rugiada mattutina mi preme. covi spinosi, poiché le spine sono state costruite con l’intento
Le mie labbra infiammate e riarse, sparse di sale alcalino, sono di distruggere ciò che la natura aveva creato con solide radici
bloccate nell’ombra di antichi ritmi ancestrali. Vedo te che mi nel terreno.
guardi, seduto nell’immobilità di un apprensivo silenzio. Me
ne devo andare, mi dicevi. Non percepivo lacrime, un fiume Ho distrutto tutto e non me ne sono accorto, non mi so-
melmoso mi colpiva, mi immergeva fino al basso ventre. Tu no accorto che la vita precipitava laddove non avrei trovato
immenso nel tuo cupo splendore, cristallino, senza macchia, null’altro che figure geometriche nel caos. Ma una dissolven-
mi avevi predetto la verità. Ed io sapevo che quello era vero, za incrociata mi aveva sorpreso nel buio dei miei tormenti va-
non ne avevo dubbi. La mia coscienza era assente, sopita, opa- ni e vittimistici. Io dunque sono vittima o carnefice? Dimmi
ca, trascianata al fondo di un inimmaginabile sentiero, perdu- tu. In quella casa non ci volevo stare più. Mi voltavo nell’in-
to tra vecchi sterpi pietrificati. Vedo un’immagine nel fondo sofferenza della mia narcosi, solo ed abbandonato, sospeso su
oscuro di un cristallino nitore. Ho vissuto innumerevoli so- una corda ben tesa e sottile, a cui non potevo aggrapparmi se
spiri sopiti nello schiamazzo di funeree armonie, ho scrutato non per pochi secondi, perché presto non avrei resistito, avrei

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urlato come un matto urla ossessivamente acute, un acuto disporli per ottenere significati a me nascosti, dovevo ritrarmi
che mi avrebbe fratturato e sgretolato nella melma, onde elet- dal farlo nella paura di cadere nel pertugio lasciato aperto da
tromagnetiche a bassa frequenza, poi un trillo e un silenzio un insensato mio approccio epistemico nei confronti del vi-
immenso sepolto nell’indifferenza. Poiché avevo deciso di sibile, e del risibile. Ho perso non solo la stella polare, ché, se
spezzare il cerchio che mi teneva avvinghiato nei suoi infiniti fosse solo questo il problema, tutto sarebbe già risolto mentre
spazi, mentre mi accingevo a comunicare la mia nevrosi di io starei tracciando la mappa di tutte le costellazioni dell’emi-
vene elettriche su un selciato di lampi fosforescenti ed inter- sfero a me visibile nel cuore di una notte priva del minimo
mittenti, luce fosca e impazzita, io lo interpellavo nel sogno sentore umano e della luce sfocata della sempiterna inco-
e nella realtà, in seguito al mio ondeggiare stanco, assente tra scienza dell’antropoide atto a sfidare le leggi di un caos deter-
un’immagine ed un’altra. E l’epilettico dilatare delle imma- minato a priori da un salto nel buio rivelato dallo sforzo che
gini mi mostravano un fuoco, ardente di carboni bollenti. sto facendo nel risalire ad una sorgente priva di qualunque
Immagini di cronostasi, una lancetta nel buio immobile, nu- inconsistenza, perché non creata e non esistita se non nell’an-
bi di polveri radioattive, l’illusione di un’esperienza continua gusto spazio di visibilità ad occhio nudo dalla terra di un og-
nonostante le saccadi, il moto di rivoluzione dei pianeti in- getto trans-nettuniano, un cubewano a sei miliardi duecen-
torno al sole, curve sinusoidali ad orologio bloccato e il cupo tosettanta milioni trecentosedici mila chilometri di perielio.
avanzare di stagioni inespresse, cumulo di lava solidificata,
materiali incandescenti che non bruciano più. Mio malgra- Tutto termina qui, tra vaghe assonanze che richiudono
do, nonostante fossi ormai abituato ad accettare la vita così l’impeto creativo della mia coscienza. È giusto il mio destino,
come è, sebbene io abbia visto gli automi correre nel buio è giusta la mia sconfitta. Papà ti ricordi dei nostri discorsi, dei
con sguardo opaco ed incattivito, io mi sono sempre rifugiato tuoi sogni di seguirmi sempre dovunque io fossi?
nello specchio dei miei neuroni, sede invicibile della mia il- Le tue preoccupazioni, le tue lacrime per la mia assenza,
lusione, non-luogo raso da cui partire per la ricostruzione di un segno di divina compassione per l’imperfezione e l’egoi-
infiniti castelli. Ho costruito lì con scalpelli e martelli batta- smo di tuo figlio. E intanto rimpiango l’immagine che mi
glie interplanetarie, figure complesse, ho osservato stelle di proiettava la mia coscienza, un’immagine più pura, e per
cui non sono riuscito a calcolare l’angolo di parallasse, ho vi- questo percepita per un attimo e poi dimenticata. E l’inetti-
sto oggetti rifrangersi nel fondo di una vasca, e per quanto mi tudine, la sconfitta. Non sono come te, né sarò come te.
sforzassi di prenderli, non li ho trovati, pensavo di afferrarli, Quella volta ricordi quando eri appena andato in pensione? I
ma il nulla. Tutta la mia irrisa verità è nell’ozioso sforzo di tuoi alunni ti hanno portato un quadro. Sei fortissimo, prof,
trovare una disposizione semantica a simboli oscuri, ma po- ricordati sempre di noi, anche se siamo dei fetenti, vi voglia-
tenzialmente pregni di significati nascosti, se messi in combi- mo bene. Era solo ieri, eppure io vedo tutto, ho davanti agli
nazione con altri non dissimili, e per quanto io fossi vicino a occhi un film che srotola la sua pellicola attorno al mio torso.

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Tutto si muove attorno a me, sopra di me, dentro di me. In gli occhi. Che c’è? Che è successo? Mi vedeva, io credo, vian-
quello stesso giorno stavi appendendo dei quadri: un quadro dante solitario sull’orlo di un abisso. Ebbro e confuso da suo-
con quella foto che mia sorella mi ha scattato a Londra. Ti ni dissonanti, trombe, sintetizzatori, nastri magnetici. Ritmo
piaceva tanto quella foto, sembri un attore, mi dicevi. E io ossessivo graffia e fende i miei neuroni. Io solo, con il capo
detestavo enormemente quella foto. La delicatezza, il tuo reclinato, mentre a terra noto l’ombra di un’aquila che mi
sguardo, le rughe della tua guancia si inclinavano dolcemente scruta. Io la seguo verso sentieri sicuri. Vedo l’ombra rimpic-
mentre appendevi il quadro, ed io toccavo le tue guance. Le ciolirsi, ma non voglio si dissolva. Io accentuo la mia gobba,
pizzicavo, le infilavo tra lo spazio di due dita. Tastavo con il ora zoppico, mi fa male un braccio, i miei muscoli indolen-
mio indice la tua pelle, notavo i lievi solchi lasciati dalla tua ziti. Mi accascio, aiutami tu, soccorri la tua creatura, non mi
barba appena rasata. Afferravo poi il tuo mento lievemente abbandonare. Mi hai visto solo, invocare il tuo nome nella
sporgente, sfioravo poi le tue labbra con un polpastrello. Fer- foresta. Mi sono messo in ginocchio, ho urlato fino a vomi-
mati, lasciami stare, mi dicevi all’inizio. Poi ti eri abituato e tare saliva e succhi gastrici. E tu sei sempre giunto in tempo,
non mi dicevi più niente. Riassaporo i tuoi baci, premevi la e quanto più giungessi in tempo tanto più io urlavo forte. Tu
mia guancia con le tue labbra, poi soffiavi due volte per ba- hai corso, ti sei lacerato per farlo, ti sei spezzato prima un
ciarmi, il tuo calore mi avvolgeva, coperta di fortuna nel gelo braccio, poi una gamba, poi hai perso l’uso di entrambi gli
polare. E nella solitudine della notte, i miei occhi piegati ad arti, poi la coscienza, il tatto, il respiro. Il suo timore di ve-
un terrore ignoto, sguardo fisso ad una luna piena fredda ed dermi sprofondare lo spegneva progressivamente. Candela
opaca. La luna. Impallidito pallore rovina. L’oscurita tagliata ormai completamente adusta, sfinita dalla sua ultima esala-
dal mio sguardo assente nella nebbia di rugiada e fotoni ra- zione. Mi sfiora con le sue mani, mi dà una carezza, il suo ca-
dioattivi. Un paesaggio apocalittico materializzato da antichi lore sul mio viso, la mia bocca si socchiude quasi in un bacio,
incubi dimenticati e rimossi, ora concreti e pronti a risorgere. che ora posso solo mimare. Non capisco, non comprendo. E
Tocco la tua fronte, e poi la mia, stesso spazio, stessi centi- mentre scrivo so che milioni che ora stanno vivendo non mo-
metri, medesime striature. I tuoi capelli brizzolati e arruffati riranno mai. Tu ora stai vivendo, vorrei non morissi mai,
così lisci, cotone che riveste un neonato fiducioso al suo pri- non allontanarti.
mo sorriso. I tuoi occhi piccoli che si nascondono dietro oc-
chiali rettangolari, la mia immagine riflessa sui loro vetri, e Mi sento sfinito, in riva a un ruscello, io ti parlo, e tu mi
anche nei tuoi occhi. Si chiudono lentamente. Sopore di ane- rispondi con le immagini di un’altra epoca, un momento
stetizzante. Il tuo capo si reclina, apri lievemente la bocca, sbiadito, attraverso il giorno della nebbia, ciglia fosforescenti,
non russi neanche un po’. Ho paura, aiuto, e corro vicino a un livore pallido rovina ancora, e io cammino solo, ascoltan-
te, ti do una pacca sulla spalla. Il tuo sguardo si piega e si do l’ultimo riverbero della tua eco. L’oscurità cala lasciando
contorce, la tua bocca si inarca lievemente. Lievi lacrime da- luogo alle tracce di un graffio ruggente che muove un magma

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acido e pietrificato in quel nulla che schiude falsi misteri, il- vita. Tua sorella si è sposata, e vive col marito felice. Perché
lusioni, fantasmi, congegni chiusi e rappresi. Raccolgo la sab- sei invidioso di lei? Trovatela pure tu qualcuna e non ci rom-
bia sulla riva, e la vedo scorrere lentamente dalla mano, non pere. Ormai sei più che adulto. No, non ci rompere. Se la
riesco a tenerla. Non ti rivedrò mai più, in ginocchio, il mio gente si allontana da te un motivo ci sarà. Tu non sai mante-
urlo è continuo, incessante, procrastinato, lasciato nell’indif- nere le relazioni sociali. Il problema sei tu, non sono gli altri,
ferenza di chi non capisce la mia lingua, e mi tiene lontano, è inutile che te la prendi con gli altri. Chi è causa del suo mal
chiuso nella mia torre di Babele. pianga se stesso. Ah caro mio, tu vivi in un mondo tutto tuo.
Tu pensi solo a te stesso, a ciò che senti, e per te gli altri non
Che ci vuoi fare, dobbiamo andare avanti, è successo. Ma esistono. Lo vuoi capire che così non vai da nessuna parte?
che cosa pensi, che quando gli sia morta la madre lui si sia am- Che dici? Anche io sono così? Non è vero, invece. Io vivo nel-
mazzato? È andato comunque avanti. Ormai è passato, bello la realtà. Tu invece ti rifugi dietro parole stupide, che non si-
di mamma, dobbiamo vedere come meglio possiamo tirare a gnificano niente. Tu hai sempre avuto paura, e sei sempre
campare. Che poi nessuno vuole morire, tutti vogliono vivere, scappato dalla realtà. Sei un rompicoglioni, proprio come tuo
che cazzo stai a dire? Ma allora sì strunz proprio, nun hai capit padre. Quanto gli vuole bene al padre, si è scoperto ora il
nient? Io non capisco perché ti ostini, non vuoi parlare con grande bene per il padre, lo si è visto dai suoi occhi. Non è an-
tua sorella, non vuoi più tornare a casa, quando torni non te dato a trovarlo mai dopo il ricovero. Sei andato quando si è
ne frega niente di me, mi ignori. Ma io nun song nisciun pÈ aggravato ed è stato intubato. E dimmi, che cazzo ci sei anda-
tte? Ti rinchiudi nella tua stanza e leggi, che leggi a fare? Fai to a fare? Tanto vale che te ne stavi a casa. Poi lo nomini sem-
riposare un po’ il cervello. Ma perché dici ’ste cose? Che ne sai pre. Basta, tuo padre sta nel camposanto, ora non ci pensare
se io e papà andavamo d’accordo o no? Lui ci voleva stare con più. Che piangi a fare? Dovrei farlo io che sono rimasta sola.
me, fatti i cazzi tuoi. Ancora a parlare della sua foto nello stu- Come un’anima ’o priatorio. Ho vissuto da sola per dieci an-
dio? Ehi, zitto, per favore. Guagliò, ma che te passa p’a capa! ni, e nessuno se n’è fottuto di me. Che dici? Che sono egoista,
Nun ce scuccià. Ma che hai contro tua sorella, poi, non capi- mi importa solo di me e della mia solitudine, della sua soffe-
sco. Che t’ha fatto quella? Non ti ha ospitato a casa sua nean- renza e dei suoi dolori non me n’è mai fregato. Ma zitto. Dici
che una sera, sei andata a parlarle, e scocciata dalle tue sce- che con me non si poteva confidare, perché io sono insensibi-
menze ha smesso di ascoltarti. Insomma sei pesante. A suo le. Dici che non mi ha lasciata perché pensava a non lasciare
marito però non stai sulle palle, semplicemente quella sera ti casa per stare con i figli. O forse mi dici che si era affezionato
hanno cacciato fuori di casa loro perché ti sei messo ad urlare. troppo a me tanto da diventare succube di me. Sì, perché io
Ma è modo di comportarsi? Urlare a casa loro? Perché ti han- per te sarei una strega, una che incatena a sé la gente. Ma non
no detto la devi finire di ammorbarli con i tuoi ricordi. Han- ti lagnare. Che lo chiami a fare nel silenzio, nel buio della tua
no ragione, e tu avresti dovuto ascoltarli. Ora ti devi rifare una stanza? Fai come quando ero piccola. Mi mettevo dietro alla

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porta, e dicevo voglio papà, voglio papà. Aspettavo che tor- ne eterna è compiuta. Il sangue gronda e sprizza da tutti i po-
nasse da lavoro. A te, papà tuo non torna più. Quindi zitto. ri, sulla mia mano, mi ferisco, il suo sangue mescolato al mio,
Perché continui? Ma a chi vuoi far esaurire! Non ce la faccio il nostro sangue che si mesce e si confonde nel funereo spazio
più, mi hai tolto la pelle, mi hai tolto dieci anni di vita. Basta. di un secondo. Tutto è compiuto. Nell’altra mano ho il mio
Prendo ormai a sassate un muro di acciaio. Urli in un de- cellulare. Pronto, carabinieri, ho appena ucciso quella putta-
serto dimenticato, conversazione con astri dimenticati lontani na di mia madre.
nella notte gelida e nebbiosa. Il deserto dimentica urla nella
notte con astri dimenticati, lontana conversazione nebbiosa. Il Ora rivedo la mia stanza. Si rivela di nuovo a me la nuda
deserto mi avvolge in un oblio come se fossero passati mille realtà. Una boccetta di pasticche, antidepressivi triciclici. Ne
anni e più, e non ricordo immagini, ma solo vaghi frammenti consumo una dopo l’altra. Ne ho abbastanza. Ora mi sono
che concretano il terrore che derivò. La spingo contro il cami- scocciato, la mia vita un errore di valutazione. Il mio respiro
no. L’avevo già fatto una volta. Che cosa fai? Ma sei impazzi- mi è molesto. Qui, in questa cella, dimenticato da tutti, ma-
to? E se le succede qualcosa come facciamo? Mio padre era tricida, novello Nerone, rifiuto della società, che posso dire?
inorridito. Mia madre scoppiò in un pianto dirotto. Io mi av- Mi sono meritato questa fine. Ho peccato, ho condannato la
vinsi su di lei, pizzichi sulle sue guance sottili e paffute, mor- mia anima per l’eternità. Non voglio essere più me stesso. La-
bide come la neve. Scusa, mamma, sai che ti voglio bene, per- scio la vita e il mio nome, l’etichetta di matto nevrotico
donami. scomparirà con me. La coscienza del mio ego e la mia auto-
referenzialità, un sogno di breve durata. Un incubo giunto
Ora è passato il tempo, sentivo corrente avvampare le mie agli sgoccioli. Quando mi risveglierò sarò al buio, e l’universo
sinapsi nel fuoco dell’inferno. Lei non aveva mai amato mio parlerà a me in una lingua più autentica. La coscienza dei
padre, l’aveva solo schiavizzato, lei forte come tutte le donne, miei passi è stata mera illusione. Ho rimpanti o rimorsi? No,
lei sciacallo, femmina dalla natura abietta e meschina, mac- so benissimo che ho vissuto la vita che mi è stata assegnata.
china di riproduzione del dolore che eterno regge l’universo, Non credo si possa cambiare il destino. Ho assistito alla cro-
lei aveva piegato mio padre alla copula, mi aveva dato alla lu- naca di una morte annunciata. Quante volte nei miei sogni
ce, e aveva dato alla luce la sua rovina. Via ogni sentimento ho visto mio padre rivivere e poi morire di nuovo. Quante
di pietà. Via la delicatezza dell’infanzia. Via le moine del volte l’ho visto salvarsi. Poi un orologio mi segnava un conto
bambino verso la madre. Il mito edipico si trasforma nel mi- alla rovescia. Bello di papà, adesso me ne devo andare, è ora,
to di Oreste. Un coltello da cucina nella mia mano. Ma che tu vivi la tua vita, devi andare avanti. Io non vivo senza di te,
fai! I suoi occhi sgranati in un urlo rabbioso, tra le lacrime e mi ucciderò, non potrò sopravvivere, gli dicevo. Sposta le
la frenesia. Oh, ma sì pazz’ proprio! Statti fermo, oh! Oh! La piante, mi mostra un sentiero davanti a noi. Finora hai cam-
lama affonda nella sua carne, e in un attimo la mia dannazio- minato con me, ti ho portato per mano. Ora te la devi cavare

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da solo. Ti do solo un consiglio, non rinunciare a vivere co- dei tuoi passi, Amore che imprime e suggella innumerevoli di-
me ho fatto io. Non metterti fuori gioco, la vita è troppo bre- namiche nella straficazione di gridi. Ho visto fotoni fluore-
ve, è un’affacciata dalla finestra, diceva la mia cara mamma. scenti che acuiscono la mia vista al buio. Non ho bisogno del-
Vivi e fai vivere il buono che c’è in me, io vivrò attraverso te la falsa luce di una torcia irsuta, ora c’è, c’è un lezzo di cristalli
se solo tu raccoglierai il mio insegnamento. Io sono colui che squamati nel fondo di un’assenza mai da me persa durante il
ha dato la parte migliore di sé agli altri nel silenzio. Nel silen- percorso. Dopo che ebbi assaporato questa ebbrezza, ed ebbi
zio che non ho saputo mantenere. Nel silenzio che ho rotto compreso che non ero il solo a vedere la presenza della tua as-
con le urla e le grida. Nel silenzio che ho offeso con un colpo senza, non mi trovai davvero svuotato, ma scarnificato in un
di lama. Guardo una pasticca di antidepressivo, ora il salto veemente ispessimento di una figura retorica inadatta a schiu-
nel buio, nell’ignoto tra acque perigliose e guate, non mi fa dermi nuovi mondi di fantasia amena. Uno dei miei sogni mi
più paura. Ne inghiotto una e poi un’altra. Sono pronto a vedeva in preda ad un vero soffocamento, finalmente vinto e
prenderne anche trenta se necessario. Una dopo l’altra. Fin- in grado di potermi finalmente spegnere nel vuoto di cristalli
ché morte non mi separi da questo corpo, la cui presenza mi di vetro lacerati, mentre cercavo di ricomporli pezzo dopo
è diventata troppo molesta. Finché morte non addolcisca pezzo, avendo io provato a comprendere il mio ruolo nella
l’eternità in un carnevale di oscurità che è per me unica ed mondiglia e nel fango. Mi sentivo ora ispessito in un vago
autentica luce. senso di impotenza, e ne gioivo, mentre i miei ricettori neu-
ronali rinvigorivano nella corrente elettrica ad alto voltaggio,
La sala era vuota nella luce, bagliore dei pensieri fissi su proprio a livello delle sinapsi. Reazioni biochimiche: ora pos-
una lunghezza d’onda cristallizzata nei riflessi di uno stagno sa dire che, avendo io sfogliato svogliatamente di neurologia,
paludoso. Avrei notato nuovi suoni e colori, invece tutto si è psichiatria e scienze cognitive, posso interrogarmi attorno alla
fermato, tutto è rinchiuso tra l’increspatura delle onde all’in- natura dell’incoscienza, malgrado non abbia grande fiducia in
terno delle ruote di una pompa idraulica. Tutte quelle imma- ogni sapere scientifico e filologico elaborato da schizzoidi mo-
gini davanti alla mente sono prive di legami, scommesse come nadi fini a se stesse. Ah, ecco, io sento i muscoli delle gambe
la nevrosi che muove la vita di marionette zoppe e slabbrate. e del torso stirarsi, rilassarsi, poi contrarsi in brevi intermit-
Ho visto quell’increspatura in fondo al tunnel, era una caver- tenti, poiché ho ricevuto un’illuminazione interiore così forte
na, e mi muovevo quasi immerso fino al collo nel lezzo e nella che potrebbe ardermi in un bagliore allucinatorio. Nella mia
puzza di chi ha reso la sede di Dio in terra una cloaca. Sto cer- carne io percepisco carbonio adusto e combustione di ossidi
cando qualcosa, Amore che conduce i miei passi, Amore che salmastri ed arsi nell’incosistente e mendace bellezza di un
ritrovo nell’essenza del tuo sguardo, Amore che veglia i miei mio ipotetico ego scomposto in un ambiente che tende alla
passi incerti ed oscuri sull’orlo di un’empirica dissoluzione, spasmodica ricerca dell’inesauribile nulla. Ho visto nel non-
Amore che conduce i miei infiniti sforzi di imprimere l’orma senso il miraggio iniziale della mia insostenibile metamorfosi

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in un aspro satiro affamato, che insegue una ninfa con occhi sensibile, segnale elettrico di alto voltaggio, lampo indistinto,
contorti e strabuzzanti, con lingua bavosa, mentre è pronto a affinché io possa dare una minima impressione della differen-
suggellare il suo seno succulento come una mela rossa in un za di potenziale di un segnale di cento megawatt e più; è lam-
abbraccio di assolutezza metafisica e platonica. Suggo ora i po di energia pura pronta a dischiudere nuova materia, aven-
suoi umori con baci lenti e penetranti, una delicata carezza do io intenzione di suggellare l’elettrico fluire indistinto in
lungo una piaga che da rosa diventa rossa, poi violacea, una segni digitali da decodificare in seguito ad uno sforzo menta-
piaga violacea languente, da tastare come liscio frutto maturo le che porta ad un crepaccio sterrato, sul cui fondo spine ed
in attesa della raccolta. E la delicatezza di questo abbraccio è aculei sottili, quasi invisibili, che penetrano e scarnificano la
pronta a cogliere la polpa e il seme, scarnificazioni, e il gam- carne solo lentamente. Nell’arresto cardiaco di cui segue, i
bo, è una pera, che ha alla base curve sinuose e flussose, come vasi sanguigni si costringono in un ultimo spasmo, mentre i
i tuoi fianchi da rivestire di una tenue veste trasparente che neurotrasmettitori fanno un ultimo sforzo a livello delle si-
svela, cela e rivela l’immensa nudità di Amore. E le forme si- napsi, a me giungono lampi e fulmini, fruscii di sibilanti im-
nuose poi mutano verso l’estremità del frutto, e lì c’è un gam- magini, risultato di segni confusi. Devo correre, ho paura di
bo, e percepisco il nettare, la vera essenza del tutto, e la divi- non giungere con la navicella del mio ingegno in un approdo
sione del mio animo dimezzato ora si ricongiunge nel breve sicuro, che quasi certamente non esiste. Cerco un appiglio
sogno che è l’apparenza sensibile di Amore, spirito librato provvisorio nel mio congedo. Qual è l’appiglio? Dove sto an-
nelle increspature della tua bellezza eterna. Ho eretto un mo- dando? Qual è la meta a cui tendo? Ancora non lo so. Anche
numento più durevole del bronzo, e più inconsistente del se dovessi fare qualcosa di importante, non credo che possa
tuono. Ora suoni intermittenti di una primitiva metafisica, servire a qualcosa. Posso solamente accrescere l’orlo di
ma non per questo più mendace, il battere del piede prima un’inutile vittoria da brandire con una spada di nervi tesi in
lento, nel mentre ch’io cercavo di scomporre tutte le perce- un accordo stridulo e stringente tale da avvelenarmi. Monadi
zioni in frequenza, ampiezza e lunghezza d’onda. Da un raf- ed entità attorno a me pronte a puntare lance di segnali fluo-
finato tempo in 7/4, mentale ed astratto, giunsi a suggellare rescenti, io, io non a voi, non sono nessuno e non posso farci
il ritmo della pulsazione del sangue, prima lento ed anestetiz- nulla. La conversazione è divergente, fuorviante, infido av-
zato, e poi sempre più cadenzato, un esametro, poi distici ele- versario della realtà, il logos è cadavere sepolto e dimenticato.
giaci, endacasillabi e settenari. Ritmo frenetico e nevrotico, Il topos è chiuso, circoscritto, delimitato, finto, non è utopia
ritmo del nulla, ritmo dell’autoreferenzialità e dell’ossessività ma atopia, inutile annebbiamento, febbre cerebrale. Povero
funerea di una vita, panritmia e quindi aritmia. Nello spasmo me, poveri noi tutti, povero quell’egli che intraprende la stra-
io trovai quell’assoluto che è mera illusione nonché sogno che da della codifica di un segnale confuso, che giunge da una
illuse la mia inutile finitezza, il posto della mia vacuità evane- sorgente corrotta, e non può essere captato se non per fram-
scente, finché sarei in grado di tradurre da mera impressione menti che rivelano l’angoscia dell’impotenza. Sono nel teso

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della degradazione nell’abisso dell’irrealtà, vorrei tanto stare vettori in fuga da una sfera, perla splendente in una tetra oscu-
almeno provvisoriamente in un sistema, seppur disarmonico rità, fluorescenze mistiche, iridescenza e poi viva la vita, spezza-
e dissonante. Non voglio essere vuoto accordo, inutile melo- ta e corrosa nell’urlo di una eiaculazione copiosa, seme della rin-
dia fine a se stessa; io voglio la mia parte nella dissonante ar- vigorita energia, seme impresso e smosso nello spasmo vaginale,
monia di stridii, guardate il mio nulla impresso nel sangue, nel- acqua corrente nel torrente ribollente, acqua in cascata arcuata,
la pioggia del mestruo che bagna la terra riarsa ed ischeletrita, flutto che ripete in una danza di litanie, sistema dopaminergi-
spezzata e ripiegata in se stessa. Gli spasmi intermittenti. Li sen- co suggellato da spiriti suadenti, antinomia cristallizzata di
to. Nuova gioia impressiva. Voglia di urlare. Impressione di orioli, un’autoreferenzialità spezzata, spenta, che trae materia
spezzare il filo. Immersione in acque primordiali sicure, con le dalla pestilenza, pronta a formare nuovi sistemi scarnificati, da
branchie. Nella stanza cupa di un tempo lucente, impercettibile cannibalizzare.
ed eterno. Anestesia, chiusura ed apertura, corrente intermit-
tente, sano e rigenerante amplesso tra il dio e la dea, si velocizza Ci sono ancora, sono qui, spento, e quindi non sono qui,
il vortice degli elementi, il leitmotiv tra variazioni melodiche, non c’è nulla, non so se è calata la notte o la mia cecità, il tuo
ah che pace, bello il nulla, bella la vita, striscio su bulbi di cri- respiro intermittente si è spento nel sospiro di sussurri sibi-
stallo privi di attrito. Eccomi nudo a te, sono qui, ora mi vedi. lanti, sono svaniti segnali, è svanita la mia frenesia di decodi-
Frenesia, velocità, ebbrezza e fantasia, volo pindarico tra gli ele- ficarli, inutile trascrivere numeri. Inutile come fissare una pa-
menti, spaziare tra sfere sensoriali lontane, poi opposte, acume rete bianca in preda alle benzodiazepine: il sistema nervoso
e ispessimento della vista, ci sono il vortice della verità, un giro- centrale è apatico, passivo; non ho immagini da proiettare sul
tondo, impressionante increspatura di un urlo pleurico, mossa fondo della parete bianca, né ombre da rallentare e scompor-
nevrotica ed incontrollata, Amor move spirito dell’illusione, re. Ho solo sonno, potrei dormire per mille anni, mille incu-
trapano ottudente trafora, vortice verso un foro, biglia lanciata bi sul punto di svegliarmi. Ma non ne ricordo neanche uno.
sull’orlo verso il fondo spaccato, e scende, scende verso il centro Come colui che sognando vede e dopo il sogno assapora la
di gravità temporanea. Nel buco nero dei miei complessi pro- passione impressa rimasta, e altro nella mente non rinviene,
positi qualcuno mi guarderà? Guardami nel magma indistinto. così sono io, che quasi tutta la visione scompare, e ancora mi
Dolcezza nel tuo sguardo. Fuoco divampa in una selva di fiori distilla nel cuore l’orrore e l’asprezza che nacquero da essa.
riarsi, dalla quale fugge l’augello atterrito. Non canto né per au- Differenti colori fatti di lacrime. Il volteggiare del pendolo
gello né per fiore. Non serve a nulla. Sale il fumo ed abbraccia con suono nefasto, volo di crocicchi di corvi, luttuosi singulti
una collina in vincolo ossessivo. Spasmo genitale, amplesso sa- su cimiteri tetri di cemento, pilastri metallici tra ciarpame e
cro, attrito tra opposti elementi sfigurati per la loro origine co- liquami tossici, acque che da lontano paiono blu scuro, ma
mune, sfregamento tra ruvidi corpi in frizione, aspro attrito, di- pio rivelano il nero del petrolio e il rosso del mercurio di-
stacco della materia, sua riorganizzazione in inopia, uscita di sciolto. E la sabbia è sterco e muffa. Basta, non chiamatemi

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Ismaele, ma Carestia. Non porterò più gioia da quel rifugio gressiva di teorie e di assiomi. Assioma è la mia vista di falco
in cui mi sono richiuso, non ti porterò più segni che velociz- miope, il mondo, immagini di getto attorno a me, poi esse an-
zeranno il ritmo delle tue sinapsi, non provocerò ebbrezza, cora una volta si corrompono e si storcono, si contraggono,
sogno, immagini, che si rincorrono e si inseguono per poi ri- cambiano assiomi e teorie, l’infinito algoritmo si ripete nel giro
trovarsi, mescersi, confondersi e riconfondersi. Semplice- di un’onirica ed un’allucinogena ripetizione. Sarà poi giusto
mente non so, io credo di non sapere, so di non credere, non questo assioma? Provo anche quest’altro, poi questa formula e
m’importa di sapere, non m’importa di credere di sapere, quella. L’unica verità è la natura del processo che mi porta a
non credo d’importarmi di sapere, non so di credere di im- costruire assiomi, ma non le teorie che di volta in volta creo.
portarmi di sapere. Io penso, ma non so. È tutto qui. La bel- Ma forse no, anche la metodologia che ho appena rinvenuto è
lezza di Amore è breve sogno, vacua immagine ciò che piace scorretta. Ahimé, pugni contro il muro, colpi di pala e picco-
al mondo, poca cosa. Quel nulla di inesauribile segreto do- ne, pagine bruciate nell’isteria, simboli e parole in guerra tra
vrebbe tacere, è impostore, e io ardente fremito. Non so per- loro si combattono, si pungono, si suggono a vicenda. Il risul-
ché sono bloccato dall’impotenza della parola, sono troppo tato della lotta è lungimirante. Nulla è nulla, o forse meglio un
piccolo per sapere, troppe formiche vedo, formiche che nidi- nulla dimezzato che un nulla intero. Sono barocco nella mia
ficano e proliferano ovunque, le derido ed ironizzo su di loro, scrittura e nella mia anima, ma che cos’è l’anima, non so. Qual
non fanno nulla di sensato se non riprodurre dolore nella lo- è la mia psyché? La mia tyche? Quali assiomi e quali teorie? Urla
ro prole. Ma sono di cristallo, mi specchio in loro e rivedo nevrotiche avvolgono la materia informe nel caos primordiale,
me formica con vocazione di cicala, in estate e in inverno, a e un’energia incolore frena la scomposizione della luce iride-
cantare melodie vacue e futili. Io non servo a nulla, e quindi scente del prisma. Sono Carestia, ed abbandono il canto, poi-
smetto di cantare e di stonare urla stridule. ché non mi serve a nulla. Ho seguito una donna che non vale
nulla, e poiché non trovo una donna migliore, dal momento
Non chiedermi parola, non esistono nuovi mondi, neanche che quella che vale nulla è la migliore che fu vista e trovata, me
quelli vecchi se non nella fantasia perversa che scaturisce da un ne vado prigioniero non so dove. Me ne vado in catene, e non
antidepressivo triciclico o da un ansiolitico. Tutto è finito. Fi- so dove. Io penso, ma non so. Io credo, ma non so. Se il canto
nis, non ho varcato nessun confine, non ho detto nulla di nuo- è nulla e il visibile è nulla, attendo le tenebre chiuso nella mia
vo e non potrò mai dire nulla di nuovo. Intanto mentre stono follia visionaria ed allucinatoria, muto e condannato, sospinto
altre migliaia di formiche fruiscono di canti ancora più stonati. in cui questa forma in cui non riconosco il mio fluire vitale.
Ho un algoritmo da seguire, ho assiomi su cui costruire nuove Nel silenzio di chi non ha parole e non ha nulla da dire, e quin-
teorie perfette e simmetriche nella loro autoreferenzialità, caste di non lo dice. Non lo dice perché la voce è spenta, e perché il
e pure come diktat divini in un mare di luce cristallina. Poi brivido del nulla ha prodotto assuefazione. Nebbia. Una scri-
cambiano gli assiomi, teorie stravolte, poi ricostruzione pro- vania dilatata e allungata. La sedia levita a mezz’aria. Il pavi-

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mento si inclina di novanta gradi. Io cado, annaspo, provo, mi Tardo pedeiin magiam versum
rialzo. Aiuto, In nomine patris et filii et spiritus sancti. Que sera?
Nausea. Budella fumanti. Il cervello pronto a scoppiare. E io
attesi lì. E lì io credo morii.

Non ricordo più nulla, non ricordo più quelle graffanti
urla, tutti sono scomparsi, scomparsi nel vuoto, e io urlo nel
ricordo di una scomparsa. Risplenderà il fiore inverso nella
brina e nel gelo? Risplenderà il mio talento di un fermo voler
nelle imprecazioni, nel grido e nel lamento di chi mi ignora?
Giornate trascorse a fissare il vuoto, a guardare una strada
oscura senza fondo. Non ricordo chi ha raddoppiato le tene-
bre, le tenebre in quanto assenza di radiazioni dello spettro
elettromagnetico. L’inverso voler nel vuoto desiderio delle te-
nebre: il nero è un colore o l’insieme di ognuno di essi? Forse
è assenza dello stesso, perché tutto è niente, niente è tutto.
C’è, c’è solo l’invisibilità di una perla iridescente, opaca e
grossolana, ma pronta ad essere raffinata, tagliuzzata, sminuz-
zata fino a farla evaporare. Sono su questo divano a imprecare
da solo perché non ho più imprecazioni da dividere con altri.
Un amore finito? Un amore vivo che soffre della lontananza?
Un amore da spezzare e tagliare, da seviziare e oltraggiare.
Non so come amor m’ha preso e ora mi cuoce, stringe e taglia
per cui imploro, piango e fischio. Fischio intermittente nel-
l’ombra caotica e cianotica di un pianto fischiato nello stride-
re di laceranti implorazioni rivelate nel caos. Il caos? Sono tor-
nato nella rovina della mia prigione: il pallido livore della luna
rovina e nell’assaporare il tuo tepore immagino te che accarez-
zi le immagini di un giardino sempreverde. Virideggianti im-

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magini nella rovina di una pallida prigionia che la luna assa- «Prima o poi diventerai scemo» tu mi dicevi.
pora nelle carezze del tuo tepore. Una ferma immagine di te «Papà, io sono già diventato scemo».
che non sei più nella tua bara, io baro perché illudo la tua tie- È tutta una continua asfissia, è tutta una continua volontà
pida immagine accarezzata tra cianotiche rovine. di chiudersi in una pompa idraulica che egualmente muove
Caro papà, ti parlo ma non trovo il senso, il senso del mio una voluta chiusura, pur non volendo. Io non capisco. È for-
aspro parlare m’è duro. Nella opaca luce di questa stanza ti in- se il nostro un sistema governato da leggi deterministiche?
terrogo e rimugino, ma il mio rimuginio è vano come è vana la Empirica casualità nell’evoluzione di variabili dinamiche. Il
mia ombra che si spegne nella tua penombra. Posso solamente mio caos è tornato dalla prigionia, il pallido livore della luna
interrogare la tua immagine sopita nel mio rimuginio, posso rovina nella prigionia di un eterno sapore: assaporo te e rive-
solamente colpire e infierire schiaffi intermittenti sul mio capo do il tuo tepore, immagino te nella carezza di un giardino
fino ad abbattermi. Una teoria o un modello che possa farmi sempreverde, immagino una scienza da carpire con metodo
ritornare a ritrovare me stesso? Perché dovrei ritrovare me stes- teorico tra carezzate sensibilità di infinitesime condizioni va-
so? È il ritrovamento di questa sana insania che mi fa fremere riate in un vario vagare. Uscire dal sistema, sistema in via
le vene e i polsi nell’erotismo della mia roca dodecafonia, la do- d’uscita? Accarezzo la gaia scienza della mia prigionia nel te-
decafonia della mia solitudine. Ecco una teoria occlusa in una pore di immagini in leggi di una empirica casualità. È la gaia
metodica scienza da carpire nella critica di immagini carezzate casualità di una tiepida prigionia nel tepore di sapide leggi
nel tepore di condizioni condensate in variazioni infinitesime immaginate nell’empirica di inversioni sintattiche. La gaia
nell’avvinghiarsi di una indolente prassi asistemica. Cianotici prigionia della scienza nelle leggi della rovina delle immagini
modelli matematici di sistemi che esibiscono una sensibilità nell’empirica del caso. È la prigionia casuale che la scienza
esponenziale rispetto alle condizioni iniziali. Iniziale condizio- delle leggi rovina con immagini empiriche: la scienza che il
ne nell’esporre una spenta prassi in bagliori intermittenti nel caso esperisce nello sterminio delle mie idee. È rovina l’appa-
caos della mia disinformazione. Amore mi ha cotto, stretto e rizione che la scienza della gaia empirica casualmente rivela
tagliato per cui ho implorato, ho pianto e ho fischiato. in una esperienza. Un’esperienza sterminata e svuotata.
«Togli questo disco, questa musica metallica mi fa schiat- «L’arte e la scienza sono promesse di felicità? Che bella fe-
tare int’ a panza». licità la mia» io ti dicevo.
«No, è bello, papà, ascolta qui». «Basta, io preferisco un figlio scemo ma felice. Non voglio
Ricordo ancora quando ascoltavo gli Slayer e tu facevi di un figlio scienziato e infelice».
tutto per farmi togliere il disco. Ma mai un gruppo rock fu Ecco la promessa della vera felicità: ora ti ho rivisto, ti ho
tanto ossessivo, mai fu così ciclico e triciclico nell’insistere rivisto, papà. Lui mi abbraccia e io assporo il suo abbraccio:
nella sua insania e nella sua apatica, patetica e simpatetica riapro finalmente il mio mondo a quello dell’altro, anche se
asfissia. sono ancora offuscato dalle tenebre dell’oscura vanità del

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tutto, poiché ho bestemmiato la virtù divina del male. Forse «Papà, sto scrivendo brandelli di visioni nella mia visiona-
oggi riscopro nell’altro l’essenza che forse mi illudo di vedere ria follia».
in me. L’essere e l’altro, qual è l’essere dell’altro, qual è l’altro «Ma che vai ricenn’? Scrivi sul’ strunzat’, ’sta frase fa schi-
nell’essere? È vero che in un sistema chiuso e autoreferenziale fo, ’sta parola non c’ha senso, guagliò, ci devi lavorare su, de-
aumenta l’entropia? Ero offuscato, sospeso, mi illudevo di vi conoscere, parlare, uscire, vedere gente, sennò non scrive-
vedere me nell’altro e mi illudevo di scoprire e rivelare nel- rai più niente, non diventerai nessuno... umiltà, ricordati
l’altro l’oscura tenebra di me stesso. Ho rivestito la notte di questa parola, umiltà».
un velluto madreperlaceo che ha soffocato la mia voce nel- No, non voglio essere umile, io sono quello che sono, io
l’espressività della sua stridula modulazione, ho modulato sono colui che sono, io sono qualcuno che nega questa paro-
nella stridula espressività la mia voce soffocata nella notte la, la parola nega il voler essere umile nell’essenza del suo
madreperlacea con un velluto di tenebra. E mi illudevo di enunciato. Enuncio parole volute e negate nell’umiltà altez-
scoprire e rivelare nell’altro l’oscura tenebra di me stesso. zosa, altera e alterata dei miei sedici anni. Ascoltavo ancora
«Come ti sei ridotto. Sei ingrassato, fumi due pacchetti di l’album Parachutes dei Coldplay e lacrimavo triste e com-
sigarette al giorno, ingrassi la tua bile in cianotici riflessi di mosso, il cuore trafitto da fitte nel sogno di una vita pura-
annientamento. I tuoi giorni esperiti nel sopore di una notte mente mentale, le mie lacrime nel lago del cuore che poco ac-
che è letargo più che l’oblio di venticinque secoli». quieta il ragionamento di una mente avviluppata da un so-
«Papà, la mia vita si posa ora su rocce sedimentate tra gri- gno obliato. Le canzoni di Parachutes, malinconia nelle mol-
di appiattiti e ripiegati nel fioco lume di un vecchio cero». teplici immagini obliate, prati candidi in cui non vedevo ri-
«Tu ripiegato nella tua vuota magia. Tardo pede in ma- lucere più il sole, sentieri sterrati in periferia, il profumo della
giam versum. Tu ripiegato nel vuoto delle tue immagini, mia prima ragazza, amori tanto lievi quanto svaniti, campi di
immagini di annichilire Diocon tardo piede. Tu ripiegato fragole pronti a sbocciare dove non riluce il sole e dove la
nel vuoto della tua vanità perché non conosci altruismo». chiarezza d’amore si irradia per affinarmi tra i risvolti vario-
Altruismo? Parola oscura di una lingua viva nel proprio di- pinti di un tanto sognato nulla.
chiarato assopimento, assopita nella vivacità della propria Le parole, di chi sono le parole? Le vedo in fondo a un fiu-
oscurità. Altruismo: dimenticare, obliare se stessi e lasciarsi me che risale e mesce chiarori nell’ombra di un infinito nulla
cadere per la dolcezza che va al cuore nel tentativo di torna- involto in un opaco bagliore di evanescenti labbra, simboli
re a rivedere le stelle. Altruismo: visionaria follia volta al- perduti in uno spaziotempo che mesce numeri di due insiemi
l’immedesimazione nell’alterità, mistico avviluppamento in diversi. Il tempo cos’è? Il mio tempo cos’è? Il tempo è breve
una pulsione panica e onnicomprensiva tra i risvolti dell’era sogno percepito da una funzione che mette in corrisponden-
post-darwiniana. za biunivoca vani segni di un evanescente bagliore tra le lab-
«Che cosa stai scrivendo?». bra di un involto opaco. Il tempo è l’infinito nulla rivelato

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dall’eterno fluire di acqua mescolata nell’arpeggio di una la- Arrivando da qualche parte ma non qui
crima. Il mio ossessivo immaginare rivede i miei pensieri in
una camera inversa, la camera inversa dei miei pensieri, i ri-
cordi residui di una vita ancestrale, passata, attesa nel vuoto
della sua vanità. E ora, papà, svanisci! Rivedo lei in quella ca-
mera, immensa nella tua nudità. Mi domando confuso per-
ché la mia donna non si è più illuminata per me, incupito e
aspro mi domando perché quella mia donna non è più mia. Interruzione di segnale tra spastici grovigli di suoni psi-
L’oscura donna confusa mi domanda luce offuscata e invi- chedelici, raffinato pastiche di domande sussurrate in assen-
luppata in una camera dalle pareti cianotiche. Improvviso ba- za di atmosfera. Me barcollante tra grovigli di luci a inter-
gliore si spegne nel viluppo delle mie domande. mittenza multicolori, illusioni nell’inesistenza di colori e di
suoni, onde che attivano sensori sentiti sonoramente nel
sentiero di una vana ricerca sincopata, simpatetica, simpa-
tica, sistema simpatico, apatico, simpatetico, patetico, re-
cluso tra poli opposti di un’eterna sfasatura appiattita nel-
l’illusione, ciò che piace al mondo è breve sogno, armonia
in fuga verso la dissonanza, contrappuntistica chiusura in
una lacerante antinomia, clus e leu, aut e bas, pres e lonh,
tesi antitesi ma non sintesi, sintetico fluire tra sussultanti ri-
volgimenti. Me misero bramo solo una goccia d’acqua, me
misero interrogo sfasature tra opposti transistor in un sus-
sulto tra scosse elettromagnetiche. Scosse opposte tra tran-
sistor elettromagnetici inviluppati in un sussulto. Ascolto,
sento non so che, non so dove sono, da qualche parte, ma
non qui, Deu aiuda. Involto nel vacuo di una stanza dalle
pareti trasparenti riavvolta, rotolata, raggomitolata, spa-
smodicamente contorta in arpeggi fluorescenti. Fine tessi-
tura contrappuntistica nel placido avviluppamento di un si-
mulacro obliato, legami sinaptici svaniti nella dissoluzione
di onde variopinte, sussulti elettromagnetici tra sinapsi ap-
piattite in impulsi simpatetici, in apatica intermittenza,

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corrente alternata e continua nell’armonia mundi, il ritmo Down colorful hill (Prayers for success)
del coito, disiato simulacro tra le spastiche onde di un infi-
nito fluire di magma raggrumato, raffiche di spari sospesi su
un sogno che giace sul fondo di un vano decadimento di
materia che combatte entropia. Rincorro il breve sogno in
contrappunto tra sinapsi intessute in un fine assalto rincor-
so nel riavvolgimento di un’inevitabile dissoluzione. Nel
sole ho intravisto un’indolenza tra dolenti fremiti nello stri- I
dio di un celeste lamento, lamenti intravisti tra indolenti
fremiti nel sole celeste di una mattina stridente, e tra stri- Parlami, dimmi qualcosa mia musa dagli occhi bluastri,
denti increspature scompongo immagini infinite di un eter- dammi certezze e appigli, salvami da me stesso. Non c’è nessu-
no passato, passate immagini nell’eterna increspatura di un na verità assoluta, ricordatelo, mi dici. Tu sei troppo sicuro dei
gioco infinito, vano, vacuo. Vanificare evanescenti vagiti in tuoi dogmi, apri gli occhi. Me ne infischio del tuo guru, tu di-
un vacuo viaggio tra le increspature di un vortice mai finito, vinizzi, mitizzi la gente. Tu puoi bastare a te stesso, non devi
inviluppato tra grovigli gorgeggianti. Sono arrivato da qual- per forza cercare conferme negli altri. Taci, silenzio, non par-
che parte, ma non qui. Non sono qui. Sono nella mia men- lare, avrei voluto dirle, e invece niente. Cupo rimango a fissarla
te, questa non è la mia mente. perso nei miei pensieri: ero da qualche parte ma non lì. Ma che
cosa credi? Credi che tu sia l’unico a soffrire? Adesso basta, ora
hai raggiunto il limite! Il fondo, il fondo l’hai già toccato, stai
raspando, vuoi raspare ancora? Mia musa dagli occhi bluastri,
dagli occhi verdi che io definisco bluastri, dagli occhi verdi che
tu odi io definisca bluastri, da vecchi e bluastri odi che io de-
finisco e delineo nei tuoi occhi. Voglio raspare, voglio scavare,
chissà cosa uscirà: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le
nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio.

II

La luce del sole mi spezza il cuore: il cuore è il posto più
devastato, il cuore non è ossigenato, le arterie sono ostruite,
ostruita l’illusione della volontà che nella mente mi ragiona.

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Erano giorni difficili, ma avevo trovato un motivo di vita, mia musa dagli occhi bluastri? Non credo. Ma non importa:
una sospensione dalla vita, un sogno che si prolunga all’inter- laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come
no della vita, il sogno di uno spazio mentale da custodire. una lingua è intrecciata in un bacio.
Eppure mi mancava qualcosa. Forse stavo ritrovando te, te
che sei il miglior fabbro del parlare materno, te che sei madre IV
e padre insieme, te che sei per me la mia donna e il mio si-
gnore in un’estasi panica che tutto comprende, perché te so- Basta, svegliati, non sei l’unica persona che soffre, nessuno
lamente mi hai amato. Io guardo negli altri indifferenza, tutti potrà vivere la tua vita al posto tuo, ora capisco perché ti han-
scomparsi, le figure nella mia vita appaiono e scompaiono. no abbandonato tutti, gli amici, la tua famiglia. Ti ascolto, so-
Ma non importa: laggiù c’è una collina verde che intreccerà no tutto orecchi. Ci sarà un motivo se sono tutt’orecchi, ci sa-
le nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio. ranno orecchi se a tutto c’è un motivo. C’è forse qualcun altro
che vuole soffrire la mia vita al posto mio? Mi hanno abban-
III donato tutti proprio perché c’è una sfasatura tra software e
hardware, c’è una sfasatura tra opposti transistor, sfasatura tra
Misantropo e meschino non voglio nulla se non una gior- input e output, choose the item to put in, enter the database, syn-
nata di pioggia, stare seduto in un caffè sperduto, una vetrata thax error, error in the output, colorless green ideas sleep furiously,
accanto a me, un pacchetto di Marlboro Light, un cielo rico- furiously sleep ideas green colorless, what’s goin’ on, what’s going
perto, e non vedo più rilucere il sole tanto si sono oscurati i on inside my head? Sono fermo all’input ma il mio è un sistema
raggi, e la chiarezza d’amore non risplende nel mio cuore, un autoreferenziale chiuso, non vedo, non sento, sfasatura del si-
cuore malato che fatica a pulsare e a pompare sangue. La mia stema monoaminico. Ascolto, mente annebbiata, neuromo-
musa in una pompa idraulica egualmente mossa: mi lascio dulatori sfasati a livello biochimico. Che cos’è questa vita a
cullare da questa immagine, sangue che affluisce all’inguine, me? Che cos’è la mente, cosa produco? Spargimento di specia-
ipotalamo che induce l’ipofisi alla secrezione di testosterone. li sparute spedizioni spasticamente tracimanti di tracotante e
Solo sesso, solo ossessivamente sesso, solo sesso come un os- traballante tramestio di trespoli di Trebisonda. Ma non im-
sesso, ma al di fuori dell’ossesso il vuoto. Quante giornate porta: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci
passate nell’esplorare fantasie perverse tra cavalcate ai limiti come una lingua è intrecciata in un bacio.
dello scibile in un gioco surreale, duro, concreto, muscolare.
Sei svanita poi nelle fantasie delle mie idee nel realismo di V
giochi perversi tra indolenti giornate meditate sull’altare di
una mente prosperosa tra analessi analogiche nel vuoto della Ora mi sento felice, ora potete vivere la mia vita al posto
loro vanità. Siamo davvero passati dalla potenza all’atto, o mio! Sveglia, che cosa credi, ti sto dicendo svegliati, sveglia-

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ti ti sto dicendo, la tua è la fine di un idiota che ha errato VII
invano per vaghi monti e sentieri, troppo impuro per ascol-
tare la voce di Dio! Ho vagato e ho girovagato per ascoltare Che cosa credi, credi che tu sia il solo a soffrire? Credi di
la tua parola da lontano, perché temevo di renderti impura essere un’artista, di recuperare nell’arte ciò che perdi nella vi-
con il mio vano vociare. Ora dimmi, qual è il tuo piccolo ta? Sveglia, devi svegliarti. È una sveglia, suona, la pospongo,
testamento? Eri lì seduta sulla tua sedia davanti ai tuoi libri, suona, la pospongo, non suona più, non suonerà più e il vuo-
tu musa dagli occhi bluastri, unico spiraglio tra sparuti sen- to accompagnerà i miei attimi. Parla, ribellati, dimmi qual-
tieri di perdute angosce straziate dalla mia impotenza, ina- cosa, che cosa senti? Non solo non avevo una risposta, ma
dempiente senso del vuoto, mille anni e mille vite annun- non avevo più una mente, non c’era più, la vita non mi era
ciate sul baratro di un barbaglio soffocato e spento, tutto più, ecco, nichilismo, chiusura in un sistema autoreferenzia-
ciò in barba alla babelica barriera linguistica e metapoetica le. Parla, di’ qualcosa. Che cosa posso dire? Non ho niente da
che batte sulle mie baluginanti emozioni. Ma sono felice, dire. Che hai in mente? Che cosa provi? Niente, non provo
credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una collina verde niente. Solo i morti non provano niente, tu mi dici, e forse
che intreccerà le nostre voci come una lingua è intrecciata neppure loro. Mi lasci il tuo testamento, mi lasci con queste
in un bacio. parole, con parole che in un sogno, parole che in un sogno
segnano segni e suoni sconnessi dalla loro semantica, foni in-
VI distintamente sfasati in un errore di sintassi. Le tue parole so-
no forse solamente eredità della mia memoria. La mia me-
O sfinge composita nella tua materna bellezza, io ero lì, moria? Che cos’è la memoria? La nostra storia è durata nella
sdraiato sul tuo letto, di fronte a te ma la mia mente, anche cenere, persistenza è stata estinzione. Il tuo testamento, ecco-
se non so se avessi una mente. Parla, mi diceva, esprimiti, mi lo, il tuo testamento: mi stavi lasciando e non lo sapevo, mi
dici sempre le stesse cose, mi chiedi sempre le stesse cose, non lasciavi e non volevo capirlo, no, l’avevo capito e lo negavo a
te ne frega niente di me, proprio niente. Ho buttato tutto, ho me stesso, eri lì, eri lì pronta per me, ma lo negavo a me stes-
buttato il romanzo della mia vita, la mia vita in un romanzo, so, sapevo che ti avrei fatto del male e l’ho fatto. Il mio era
nessun romanzo di vita, nessuna vita da romanzo, scindere un meccanismo perverso nella permanenza di immagini co-
arte dalla vita, nascita, crescita e morte, nessuna variazione su struite su sfasature di toni e colori contrapposti, uno split
un tema destinato all’estinzione, una ruota che si riavvolge su screen di immagini freneticamente avviluppate in un mecca-
stessa, un destino iscritto in una maledizione, vita nova è vita nismo straziato, rovesciato e roso dall’irragionevolezza della
vecchia. Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù mia arrendevole inettitudine di fronte al caos della mia vita.
c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come una Ti ho ferito e non ho realizzato, ti ho ferito e non ho provato
lingua è intrecciata in un bacio. pentimento, ti ho ferito, ti ho sventrato: eri dilaniata, squar-

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ciata, lacerata, mi hai chiesto aiuto, hai voluto me al mio e monocrome, poi multicolori, illusione dell’esistenza del
fianco, ma io non ho voluto te, se non un altro me, una mal- colore, rivelazione delle onde elettromagnetiche, spettrale
sana e sporca immagine della mia eterna disfida tra me e me. rivelazione nel magnetismo tra onde di inesistenti e pulsan-
Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una ti pallori, tutto consunto in macerie inesplose, materia che
collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua è alimenta entropia, laddove il sol tace e non vedo amore.Ma
intrecciata in un bacio. sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una
collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua
VIII è intrecciata in un bacio.

Ritrovo un foglietto sbiadito nella penombra sul tavolino IX
accanto al divano. La mia nullità nei sospiri della nostra me-
moria ritrova vigore. Nella bianca luce della parete di fronte Ora volge via il cerchio dell’ombra, assopito eternamente
a me ora vedo, ora vedo un rantolo agonizzante che sopì il da mille sogni che potrebbero sveglierarmi all’improvviso.
mio fermo volere in una spenta foresta di percezioni roteanti Non mi basta avere il tuo vestito, la tua carne, voglio di più,
su se stesse. Nella parete bianca della luce agonizzò un ranto- ti voglio vedere succube, io sono tuo, io sono il tuo succube.
lo avvolto in uno spento volere che ritrovo in un messaggio Annaspando tra le tue curve, asperità del mio sistema ner-
di una penombra sbiadita. Finito tutto: il mio cuore, atrii e voso sul candore della tua pelle, sono tornato bambino, suc-
ventricoli, le valvole non impediscono più il reflusso, cuore chio i tuoi seni e il vuoto di un sopore ancestrale, il sapore
che non sfrutta più l’ossidazione di sostanze energetiche, sfa- del tuo ventre, asperità di aspro lucore, candidi umori delle
satura tra sistema nervoso centrale e nodi del miocardio spe- tue labbra, un universo di mille colori rivelati nella libertà
cifico, del tuocardio, tachi-bradi-cardia, καρδία, cor, coeur, di un sogno che dischiude un volo di tenui melodie, spec-
herz, heart failure. Non avevi ancora inizio, nell’inizio non chio che riflette, rifrange e modifica immagini inverse, il
sei, sempre sei l’annuncio dell’inizio, l’inizio dell’annuncio fiore della tua pulsante energia potenziale. Un’immagine sa-
sei, sei intatta e virideggiante pietra. Corpi e occhi in scrigni le e mesce chiarori, baci, contorsione e torsione del nostro
e culle, corpi candidi, cellule di attinte nevi, mobile tenerezza linguaggio. Tanto gentile e tanto onesta la tua gentile one-
nel corpo della tua mano, sfocate fosforescenze in terrore e stà nel tempo primaverile, la tua sinuosità e la tua leggiadria
tormenti. Io ti chiamo, me non sono più un io, forse non so- deturpate da colpi, fremiti, battiti, pulsazioni frenetiche,
no mai stato me: mi illudo nella disillusione dell’io, disillu- leggiadra e amorfa frenesia. Ma ora che tot mos bos sabers
dersi nell’illusione dell’io. Io sono e non sono un’alterità per- desvai, non so chi sono e dove sono, turgido e marmoreo il
duta, io non sono e sono un terrore nei tormenti o forse un rifrangersi di inversi chiarori, io sopra e te sotto? Te sopra e
tormento nel terrore. Iridate e sapide psichi, anime insipide io sotto? Non mi piace un ventre chiuso come non mi piace

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un canto ingabbiato dalla retorica, retorica di un ventre She’s too much for my mirror
chiuso in un canto ingabbiato, intonare un canto su un ven-
tre chiuso nella retorica di una voce soffocata. La mia donna
risplende in tutte le parti, l’ho eleogiata e apprezzata affin-
ché abbia maggiore pregio in uno spasimante e sparuto fu-
gace attimo di un aspro sussurro che non avrà mai fine. So-
no felice, credetemi, sarò sempre felice, perché laggiù c’è
una collina verde che che intreccerà le nostre voci come una Seduto su un divano guardo la mia penombra e intanto fis-
lingua è intrecciata in un bacio. so un tenue raggio di luna che tenue fende la parete di fronte
a me. Ma ecco, ecco che il raggio sta per svanire lentamente,
sta per svanire, ed ecco che si spegne. Si spegne la tua voce im-
plorante nei vagiti evanescenti colorati dalla bastevole figura di
segmenti finiti, guadi nella mia ambagia; e intanto ballugina-
vano nella mia mente i respiri. Ho visto te, una visione, mi tie-
ni sulle tue spalle, il tuo leggiadro viso, i tuoi occhi e nella bar-
baglia scevra di anestetizzante blasfemia rivedo il tuo sguardo.
Mi aspetti e avendo tu guaito su quella zattera, poiché avevi
notato le onde del mare accarezzarti, anche se non eri sicuro di
averle divise nella visione iridescente dei miei avvisi, io ripren-
do a mentire in variazioni verticalmente scevre da ogni virtuo-
sismo. Ti attendevo lì e ti guardavo, malgrado avessi veduto
che era in pericolo la nostra essenza. Io non ti fermavo mentre
salivi sull’elica in moto uniformemente accelerato. Quattro fa-
rabutti attendevano e davano una spinta, un giro in moto ret-
tilineo unfiorme, o meglio… no, era un moto curivilineo. Io
guardavo il tuo sorriso e nell’ebbrezza disegnavo segni morfo-
logicamente deformati dalla formazione di nuovi segnali
amorfi nelle strutture curve essenzialmente ferme. L’alchimia
dell’apprendimento vagliai nelle ineguaglianze dissonanti. Nel
moto uniformemente accelerato ti persi di vista e vidi l’anestesi
olistica nella fenomenologia dell’esperito, sperimentando nuo-

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vi sogni sussultanti in un sacello che è cambra dei miei più pro- dei Velvet Underground, in maniera ossessiva, per suggellare
fondi incubi, cupi, incupiti. Ancora si muove l’elica, l’elica si la mia frenesia e il vortice dei miei pensieri con quel ritmo
riavvolge e rivolge la sua reale costernazione al cospetto di seg- così suadente, così ipnotico e così intenso. Ah, che momenti
menti spezzati nel caos, caso mutevolmente muto, scoppiettii di pura insania! Ah, che momenti di vera estasi panica che fa
su una scala, non c’è una nuova esclation. da controcanto al contrappunto dialettico della mia mente. E
intanto tu, richiamato dalle dolci note e dai dolci detti, veni-
Ti perdo di vista, nella vista ti ho perso, addo staje? Neb- vi nella mia stanza, mi prendevi per mano e ballavi con me,
bia che offusca, il ciclo dell’acqua che comprime i miei sogni per burlarmi e per burlare la nostra suadente ironia che saliva
di uscita dal sistema, vapor acqueo che sale in cielo e poi an- e mesceva dialettica delle nostre considerazioni inattuali sul
cora più su, foschia, lampi e luce nel suo candore in un cor- mondo. Ahimè, tutto ho perduto! Non mi smemorerò in un
teo di lumi, e ancora alba pratalia araba et albo versorio tene- grido, grida e rocce di gridi incurvati, i tuoi occhi nella mia
ba, album semen seminaba. E ora so che ti piace, mia musa, visione distorta, distopica, distesa, distintiva, l’acqua sale e
succhia e suggella il seme della mia discordia. Forse sorridi mesce chiarori, poi il secchio scende di nuovo, quale distanza
soddisfatta perché pensi di avermi in pugno? Strenua e strin- ci divide? Forbice hai reciso quel volto, recidi te stessa. Il leg-
gente, violenta, vendicatrice e ultrice, ti avventi su di me, mi giadro tuo mento, fioco gesto è accarezzare la tua visione.
mordi il collo, come un’aspide che si ciba della mia giugula- Nella mente ragionano note spezzate e dissonanti; chiuso in
re? Sanguinem effunde. Che cos’è la purezza e che senso ha una camera buia, attendo il tramonto: è tramontato il viale.
questa parola? Purezza è nell’impunita commistione di putri- Il mento incurvato nella mente, il principio di entropia ha
dume. Impurità di putridi pipistrelli nel palazzo di padroni roso la materia, materia matematicamente rivelatrice di ana-
impadronitisi di un pallottoliere su un pendolo perpetrando temi, atematica, anemica, atematica, anatematica. Qual è il
la fine del passaggio tra la mia persona, la sua persona, la ter- vero mondo, qual è il mondo? La chiusura in se stessi è paz-
za persona, la persona altrui, la persona in cerca d’autore, la zia, l’apertura è salute. Ma la chiusura è anche salvezza, peto
persona priva di palcoscenico, la persona nuda, la persona e salutem, perché questa notte insonne non ha mai fine.
la sua replica, la replica della persona, la maschera della repli-
ca della persona, la persona nella replica della maschera, la re-
plica nella maschera della replica, la replica della maschera di
trota di un capitano dal cuore di manzo. È tutto un sogno, è
tutta una follia, il sogno della follia e la follia del sogno.

Papà, il tuo mento incurvato, ti accarezzo, ti do pizzichi.
Mi ricordo ancora di quando ascoltavo sempre Venus in furs

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Sea song esageravo. Non è così, dai, ma che stai dicendo. Eppure non
ho mai visto una persona più onesta. Il mito di un genitore i
figli lo perdono subito: io forse lo accrescerò nella mia inet-
titudine. Eppure non riuscirò mai, non entrerò nel mistero
che hai svelato e rivelato in un sussulto improvviso, segnale
improvviso di evanescente bellezza che vago ragiona nella
mente.
Solo tu avresti potuto comporre un senso. Non ti vedo.
Parlami, ho bisogno di te, io esultavo amandoti. Rivedo tut- Io ho bisogno di te, ti invoco. Questa casa è diventata una
to: le tue guance lievemente afflosciate per l’età, il tuo mento tomba, e ti chiedo di salvarmi. Mi dimeno, mi percuoto, mi
pronunciato, le tue labbra sottili, i tuoi occhiali rettangolari. arrovello, ma il mio grido continuo non presenta discrezione,
La tua pelle ha alcuni nei, i pori da cui fuoriesce una barba a ma solo nullità, non ha nulla di comunicare. Niente, non c’è
fil di pelle. Ti abbraccio e ti bacio, non riesco a stare lontano niente in questo mondo, né in un altro. Vedo il tuo fantasma
da te, ti amo. Forse ti amo più di me stesso, ma non amo me ovunque. Mi siedo, e solo al buio osservo il tuo studio, che
stesso. Papà, ti faccio una domanda: ma tu ti vuoi bene? ora è diventato mio. I tuoi libri sono ancora qui, non li tocco,
Mah, e che ti posso dire, nun o saccio proprio. Immagini devono rimanere al loro posto. Non ho il coraggio di cam-
fluiscono in un silenzio che affastella pinture di un vecchio biare i tuoi libri di matematica con i miei. Ricordi quando
album già visto, ma non mi annoio di rivederlo. Non so se stavi ore ed ore nel salone, seduto sulla tua poltrona, a scar-
rimane il silenzio, milioni di parole indistinte, continuità di tabellare? Scrivevi, rivedo i tuoi esercizi di fisica e matematica
un segnale che non può essere decodificato. Te ne sei andato svolti nei tuoi quaderni, il più delle volte erano per amici e
quasi senza emettere un grido. O forse il tuo grido non era di colleghi. Quella pazienza di artigiano, troppo lavoro e pa-
questa terra, non aveva suoni da percepire. Tutto è meschino zienza, vita vissuta nell’ineludibile consapevolezza del dolore.
e vano, inutile e gretto, le mie stesse parole sono aliene da- L’armonia del mondo è diventata in me un sistema autorefe-
vanti all’immensità che schiude il segreto del tuo essere. Ma renziale chiuso in cui domina entropia. Odio la matematica,
non c’è immensità in questa vicenda, non capisco. Rivedo in odio la perfetta simmetria che regge tutte le cose, voglio di-
me la tua essenza, te vincente contaminato dalla mia sconfit- struggere forme. Io ero sbadato, sbagliavo i calcoli, ero svo-
ta. Mi specchio e vedo te, ti vedo concreto e presente. Non gliato: la matematica non ha mai fatto per me, la ripudiavo
mi specchierei più, non voglio vederti vivo in me, tu sei ete- per ripudiare te. Mondo inesplorato, fantastico, etereo, per-
reo, sei nel mondo delle idee, la mia immagine non è degna fetto, un mondo troppo perfetto per essere mio. Io suprema
della tua grandezza. Ma io sono contrario a ogni idealismo e creatura dell’imperfezione mi godo qualche sillaba storta e
nella prassi delle mie idee mi perdo. Tu mi dicevi sempre che secca, anche se le mie elucubrazioni mentali sono inutili.

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Inutile esprimere rabbia, la rabbia è mancanza di serotonina, Tu arcuavi il tuo viso e mettevi il broncio, ti alzavi e ti ri-
contorsione spastica dei neuroni del sistema centrale, disfun- fugiavi nel salotto: non riuscivi a sopportare il mio rifiuto
zione del sistema dopaminergico. della tua arte. E quest’arte, ora che sei andato via, resterà un
enigma per tutta la mia vita, simboli che echeggiano di un’al-
Il foglio dei calcoli davanti a me, lo bucherei. Mille bran- tra vita, una vita che è chiusa al mio tardo ragionar. Ancora
delli di parole inchiostrate pronte a confondersi ed ad annul- ricordo quando mi spiegavi le funzioni: io mi piegavo sul ta-
larsi. Parole in fila, insensate. Nessuno le capirà, neanche volo, lunghi sbadigli sulla soglia del mio mondo mentale e
quando avrò trovato loro un ordine ideale. Quell’ordine sarà ideale. Vedo te di nuovo davanti a me.
solo mio, e caos gli altri, e tutti rideranno di me. Le parole «Che stai facendo? A che pensi? Hai capito? Hai capito
confuse entreranno in lotta tra di loro, con spade e usberghi, cosa? Che cazzo».
e si bucherelleranno a vicenda. Una melma di inchiostro sul Io lo guardavo, gli toccavo le guance con delicatezza. Non
foglio, e un foglio tutto riempito di segni, forme sinuose e pri- andiamo bene. Una lunga notte insonne, fendenti radiazioni
ve di grazie, tutto insieme, indistintamente. Un altro foglio, sparute nella sfavillante aurora allusiva di sordi allofoni spa-
scrivo, di nuovo le parole si accalcano, si mescolano, faccio sticamente polifonici, niente, contorsione nel contenimento
cancellature, riscrivo, cancello, l’inchiostro si confonde e inva- tra crepacci e cordigliere, riavvolgimento tra rivoli rigogliosa-
de, riempie il foglio di nulla. E eternamente continuerei così. mente rimarginati rifratti nella rivoluzione di un margine
Papà ricordi di quando riempivo i fogli di calcoli sbagliati, poi sfogliato in un rigoglioso avviluppamento. Hey, That’s no
cancellavo fino a rendere i fogli irriconoscibili? Mettevo sem- way to say goodbye, o mio dolce fabbro del parlare materno ec-
pre tutto in disordine, carte, libri, matite e penne fino a con- coti, so che ti ho perso per sempre. Ti ho amato e ora è arri-
fondere tutto. I miei scaffali erano sempre pieni, ma erano co- vato il tempo di dirci addio: nessuno più aprirà la mia mente
me vuoti: non trovavo nulla che fosse utile. Mannaggia ’a capa alle simmetrie della tua gentile parola.
toia, ma che fai? Niente, cioè cercavo il quaderno degli eserci- Tu mi sorridi e io sorrido a te: la distanza garantisce un
zi, lì avevo annotato quelli da fare. Era un trauma studiare la più duraturo amore. Ho fatto una bella “pintura” di te e
matematica. Mai avrei voluto che venisse il giorno di fare gli quando sei distante la guardo e in essa ripongo la mia dedi-
esercizi. Sbagliavo qualche passaggio, io vedevo mio padre con zione. I tuoi occhi nei quali vedo il tuo addio. Ho pianto e
la bocca socchiusa, inarcata con decisione verso il suo mento ho riso, ti ho amato dal mattino della mia estranea vita e non
spigoloso. No, ho sbagliato di nuovo, non ci capisco un cazzo, so come dirtelo. Bacio la pintura, e dormo con te. Molti
sono limitato da quei limiti. amori prima di noi non sono stati amori, non so ma non sa-
«Ma che maronn’! Ma nun m’ sient mai quann parl? Gua- remo più la stessa cosa, so che non ti rivedrò mai più.
gliò, ma ce pienz mai a matematica?». Impreco, tossisco, serro i pugni, soffoco. Ahimè, questa
«No, papà, non ci penso». vita a me? E sono davvero qui? E perché non una spensierata

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memoria di una privata privazione del mio inconscio? Nel- di ammazzarti, ma ovviamente lentamente, perché una buo-
l’oceano ringonfio il fiato e nell’avvilupparsi delle braccia, ti na sofferenza apre tutte le porte, Inferno e Paradiso, a nostra
ritrovo tra acqua che avviluppa i miei polmoni nell’arsura di scelta.
fiamme ardenti che avvampano nei bronchi tra sproloqui di Non ero andato a trovarlo dopo l’operazione: stavo tutto
sputi e di ruggiti. Non ho più me, non ho più niente, niente il giorno a Roma, in su e giù, immerso nella vita mondana e
più a me non ho, ho non a me più niente. Annaspo ancora universitaria. Non lo so, però un po’ di malinconia.
tra rigurgiti spezzati, spezzata speranza contorta e riarsa, riarsi «Perché piangi?» mi diceva mia madre «Hai paura per pa-
schiamazzi scaricati in raffiche opprimenti di spari incatenati. pà? Non ti preoccupare, è inutile che lo vai a trovare; in po-
Incatenato tra trambusti ricorrenti, suoni di tenebre disso- chi torni torna».
nanti, rimbombanti, in picchiata nella polverizzazione dell’io In pochi giorni torna sul sentiero più lungo, quello che
che genera arti in moti compulsivi. Guarda. Che cos’è? Moti lo condurrà verso l’ultimo sacrificio. Come era andata l’ope-
paranoici e ipnotici in una morte apparente, guardate! Perdi- razione al ginocchio? Un incessante martellamento, una sin-
ta di coscienza, abolizione di riflessi, gambe cianotiche, il cia- fonia ossessiva senza ossequi, un’ossequiante tormento che
no delle onde, in crescendo un’iride, largo e ora pian piano, in rime aspre e chiocce inferma l’asperrima volontà di fuga.
ecco si restringe, poi si riprende ed ancora si restringe sempre Sentivo gli attrezzi che scalfivano il ginocchio, gli stessi at-
più. Iridescente spaccatura nel modo sempiterno di una luce trezzi che usava tuo nonno per il legno, mi disse papà. Non
sul fondale, ti ho atteso, ho visto la tua voce in leggiadre ar- volevo l’anestesia, non volevo droghe, niente, perché non mi
monie vivaci nel dolce ritorno dei tuoi detti rinnovati a nuo- fido di loro. Papà, la sanità pubblica, una pubblica insanità
va vita. Ho detto vivacità, vitalità, è morto il re, viva il re del nella malsana insania che insiste sulle nostre tempie. Papà,
tutto fluire lento nella leggiadria di una invisibile e percetti- dove sono finite le nostre imposte, dov’è finito il socialismo?
bile carezza, ed ecco, leggermente, lentamente, io vedo te at- Siamo solo schiavi, schiavi in vita per un breve soccorso che
torniato da tutti gli elementi. assicura milioni di euro ai porci: porci siamo, sventrati e di-
«Me pare che è più vecchio de dieci anni dell’età che c’ha». laniati da macellai senza pietà. Non milioni di euro, ma mi-
«Dottore, che sta dicendo? Qua faccio un casino! Si è lioni di calci e calcinacci in impetuosi impeti: che un terre-
venuto a operare un ginocchio e me lo fate morire con la moto terrifichi il loro atterrito volto di vanagloriosi mercanti
polmonite». della carne altrui; che l’altrui carne vi mercifici e vi seppelli-
Mio cognato mi porta via. «Dobbiamo aspettare e affidar- sca in impeti di calci e calcinacci, o medici: l’unica stima che
ci ai medici. Che altro putimm fa’? O saje buono comme so ho in voi: la vostra abilità nel curarci dalla vita!
i mierici!». O vita, tanto vituperata, intanto stavi crocifiggendo il più
Una protesi al ginocchio. Era in quell’ospedale maledet- sensibile dei tuoi figli, che muto in croce smise di parlare.
to, dove non si paga e quindi ti possono concedere il favore «Papà, come stai?».

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«Non ti preoccupare, sto buon’. Mi hanno trovato una su me stesso, dimenticarmi di tutto, memoria a breve e lungo
cosa ai polmoni, ma non ti preoccupare, mo’ mi stanno a fa’ termine, emisfero sinistro e destro, amigdale e disfunzione
gli antibiotici». del sistema limbico in un limbo che lambisce la mia ultima
«Papà, appena posso ti vengo a trovare». possibilità di uscire a vedere le stelle. Tu, o veglio onesto, tu
Non parlava, non si lamentava, non un grido, e nella sua con un tubo per la respirazione non puoi né parlare né muo-
melanconia stoica sopportava, sopportava e tossiva. Pian pia- verti. Le lacrime, lacrime della più lunga notte che la mia im-
no non ce la fece più a parlare. magine ricordi nell’immaginare la più turbolenta e più turbi-
«Papà, ti vengo a trovare appena posso. Papà, sono stato a nosa delle esperienze umane e inumane che abbia mai fatto.
una trasmissione di Mediaset, dove stava Berlusconi». «Papà, non ti preoccupare, mo si risolve tutto e ti portia-
«E nun t’ pigl scuorn?» e rideva. mo a casa, non ti preoccupare».
Fu l’ultima volta che parlai con lui. Papà è stato intubato, Tu annuivi, ma sapevi che io mentivo a te stesso, a me
la polmonite si è aggravata. Mannaggia Dio, dobbiamo par- stesso e all’umanità intera, un’intera umanità che non piange
tire, dobbiamo andare, come è successo. Perché, perché non ma sa solo ridere a squarciagola per aver seppellitto se stessa,
sono andato da lui? Mi darei mille schiaffi sulla testa, una te- l’arte e il mondo intero. Ridi, ridi, pagliaccio, che ti avvelena
sta con mille schiaffi che mi addormentino e mi seppellisca- il cor. Ridi, ridi della fine dello spirito e della storia, la storia
no qui, proprio ora. L’androne era puzzolente, nessuno ci nello spirito della nostra fine. Addio Karl Marx, addio diritti
accoglieva, tutti i medici del nostro avvenire intenti ad av- sociali, addio umanità, addio senso della bellezza, che in con-
venturarsi verso la cronaca di un’altra morte annunciata. vulse e stereotipate litanie lambisce in estatiche ed anestetiche
Ascoltavo sempre We’re Only in it for the Money di Frank convulsioni la nostra ultima visione di pietà e misericordia.
Zappa, pensando si riferisse alla musica commerciale. Ma mi «Papà, vuoi vedere zia Maria?» e tu annuivi.
pare che quei medici avessero un legame più stretto al com- «Papà, vuoi vedere zio Franco?» e tu dissentivi col capo.
mercio che un’intera schiera di cantanti pop, imbalsamati e Ahimè, tu, ridotto al peggiore dei derilitti, tu, un bimbo
pronti a riprodurre la vacua vanità della loro frenetica e glo- innocente alla mercé dei sanguisuga, degli sciacalli, tu che ti
bale omologazione. battesti per un’umanità migliore, tu che vivesti per gli altri,
«Qua prima fanno le frittate e poi ce le mandano» diceva ora gli altri hanno ridotto la tua alterità all’inoffensiva impo-
quello della terapia intensiva che lo teneva in cura. tenza di un neonato che aspira al dito materno. Un dito ma-
Le frittate?! Bastardi, figli di puttana che non siete altro. terno che non vedrai mai più.
Mi avvicino a una vetrata: nella sala di rianimazione vedo te, «Non c’è quasi più niente da fare, lo trasportiamo domani
te che sei la unica visione, te che sei il mio solo sospiro, te che a Roma» mi dice un medico
sei il solo amante in questa notte senz’amore e senza grazia. «A Roma? Dopo venticinque giorni di polmonite non cu-
La grazia, solamente la grazia di ripiegare il mio ippocampo rata, lo mandate a Roma?».

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Io scappo via, io scappo e corro, non ho più nulla, le te- immagine scomposta attraverso un continuum di allucina-
nebre, la più tetra delle notti mi attende e attendo la notte in zioni cromatiche. Vedo arpeggi deframmentati da dissonanze
una corsa che avvolga le mie tenebre in una insana frenesia. in un assonanzato glissando di una tossica esalazione che mi
Un’insana frenesia, sì, che possa farmi dimenticare chi sono, sospinge a fondo. A fondo, dove la luce ha smesso di brillare
dove sono, quando sono. Un’insana frenesia dove parlo e la- per sempre, lasciandomi solo tra mille soli che mi accecano
grimo trite parole che tritano un lieve, sommesso e vacuo nel fuoco incrociato di repliche di specchi ustori.
parlare. La vana memoria di te mi lascia di nuovo solo, spenta pul-
Sono nella favilla più lucente nel tendere verso di te la ma- sione elettrica che parte dal nodo senoatriale poi passa al no-
no, il tuo sorriso brilla di luce propria: io ora mi accosto e in- do atrioventricolare: asimmetria di un cuore scisso in due
sieme ci guardiamo ed esistiamo così, non c’è oscurità, e go- parti difformi e incomunicanti nonostante esse lo sembrino.
dibilmente veniamo ad abbracciarci. Tu e io, la mia è rota- Io penso quelle parti siano solo talvolta perfettamente funzio-
zione sincrona, immagine di perfezione. Perfezione che tu mi nanti, dal momento che esse tentano di spezzare il frenetico
hai negato. Ma il mio volto nascosto, quello è sempre lì, e fa- stridio di una pellicola che si avviluppa schizofrenicamente in
gociterà la mia immagine, riflessa in te, nella contrapposizio- moto uniformemente accelerato. Ora la coercizione si ripete
ne di specchi ustori. Materia oscura nella mia volontà co- in coazione, si rinnova nell’ossessiva danza che procrastina
sciente? Coscientemente oscuro la mia volontà nella tua ma- una pellicola spezzata, nonostante io abbia cercato di cristal-
teria mentre osservo te, e tu osservi te stesso e risplendi in te lizzarla in tutti i modi in un perfetto attimo di eterna vanità.
negandomi ora la luce. Il mio volto è nascosto, più acciden- Elevazione che non ha alcun continuum di gradazioni nello
tato, più aspro, meno mari, è meno protetto, è sotto attacco. spettro elettromagnetico, forse una luce a intermittenza nel
La tua luce mi è estranea, ardente, riarde e brucia: la voglio, dissonante fluire orgasmico all’interno di una pulsione che
anche se so che appassirò. tende verso un obbligato masochismo di uno stringente algo-
È finita, papà non c’è più, è finita, arresto cardiaco, non ritmo chiuso in una primitiva spelonca tra ancestrali emozio-
c’è più, no, no, nooo. ni. L’acqua di un ruscello mi immerge nella culla di un eter-
Mi contorci, mi spezzi in un delirio di immagini spastiche no sopore. Ho la mascella spalancata sul disiato vuoto che
di sprezzanti rigurgiti, un baratro nel fondo di un abisso co- bacia me come amante: sono compresso da archi in un vibra-
perto e ora riscoperto in un’accelerazione ossessiva alla super- to silenzio singhiozzato sulla martellante levità di onde vitu-
ficie, forza gravitazionale in crescendo. In crescendo sputo perate nella loro lugubre nenia. Lugubri singulti stemperati
acqua, rigurgito in superficie, riemergo e poi sono immerso in raffiche di silenziose implorazioni sospese nel vuoto di una
di nuovo nella mia nudità. Sto annegando tra assenze di ar- torre difforme pronta a crollare nella sua imponente maestà.
peggi nel vuoto privo di immagini: una rivoluzione nella coa- Questa immensa cattedrale augura lunga e prosperosa vita tra
zione dell’estremo vano desiderio. Assenza vibra in un’eterna le acclamazioni deformi di una folla condannata a vivere du-

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rante un’eterna discesa nel maelstrom. Nell’incessante fluire Allegro ma non troppo
della cascata a picco sul mio corpo rimango avvinghiato al-
l’eterno fluire di particelle instabili, poi mi ritrovo nell’utero
di una campana di vetro pressurizzata tra aspri stridii di note
riarse nel fluido vuoto di un lamento.
Mia bellissima musa, chiusa in una grotta in cui filtra lu-
ce, salvami. Ma c’è, c’è un pianto di imploranti immagini
censurate, compresse nel loro eterno presente. Che mi dici? Varco l’insostenibile leggerezza del mare, la profondità
Parlami con la tua antica saggezza. La bellezza si perde nel- dell’abisso, sono ora tra le foglie e il fruscio di sibilanti la-
l’immagine muta dei tuoi occhi spenti mentre la neve soffoca menti nel candore del dolce tuo grido. Avverto ancora la leg-
un cielo soleggiato che si riempie di porpora. A me non resta gerezza dei tuoi lamenti nel candido tuo grido in un insoste-
che ammirare il silenzio dei tuoi battiti nei celesti raggi. Co- nibile fruscio, nel dolce abisso delle profondità del mare. Il
me posso risponderti? Intravedo la mia indolenza nel sole mare alle mie spalle. Interrogo lo specchio dell’aria nel guado
diurno tra dolenti fremiti nello stridio di un lamento al cielo, della foresta. Lei danza nell’ombra di un ruscello. Ti aspetta-
celeste o cianotico, non ricordo nulla se non un cianotico la- vo al varco. Ti avverto. So cosa cerchi. Io non lo so. Interroga
mento intravisto tra dolenti fremiti nel sole stridente di una i miei lamenti. Io grido con leggerezza il mio profondo abis-
mattina indolente. Increspature dei ricordi? Gioco con im- so. La mia risposta è specchio della natura, gioia e amore. La
magini indefinite di un eterno presente, immagine presente foresta nel guado sommersa dal mare. La luna danza nell’om-
nell’eterna increspatura di un gioco indefinito e annichilito bra del ruscello, la natura chiede i segni di una gioia nuova,
nella mia inettitudine. cerca gioia, interroga. Un fruscio alle mie spalle danza nella
profondità dell’ombra, abisso sibilante in candidi lamenti.
Varco l’insostenibile mare nello specchio della leggera aria,
nella profondità della foresta, un guado nell’abisso, il fruscio
della luna tra le foglie, sibilante bambina danzante nei lamen-
ti e nel candore dell’ombra. Nel rivo un lamento che chiede
segni nel dolce grido della gioia. Ritrovai amore.

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Janitor of lunacy
Scherzo blues

Ed io sentii con una punta d’amarezza tosto consolata che mai più
È una rincorsa su un prato oscurato, lo sguardo su una scia le sarei stato vicino. La seguii dunque come un sogno che si ama vano:
luminosa, mi sposto e ne guardo il risvolto. L’orlo di un cali- così eravamo divenuti a un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito
ce, amaro vuoto, inghiotto e muovo un carnevale di luci stri- della festa, davanti al panorama scheletrico del mondo.
denti, occhi stanchi, primati che corrono squarciati dall’ani-
dride solforosa e dal monossido di carbonio. Ho una libertà (D. Campana, La notte, Canti orfici)
da straziare, ho soffio radioattivo, una rincorsa nella foresta di
travi d’acciaio e plexiglas frantumato. Luce in un prato iride- I
scente, carnevale di sguardi, caleidoscopio vuoto di stridii. È
la mente, è qualcos’altro, è una res extensa, res intensa, homo Il nulla, paura del vuoto, horror vacui, orrore e orripilante
interior, exterior, indefinito pallore nella freschezza dell’aria orogenesi nichilistica del senso di essere qui. Non saprei, ma la
che respiro. Immagine ricorrente, frenesia dell’eterno ritorno, nebbia che mi offuscava le tempie continuava a picchiare insi-
danza frenetica nell’indifferenza dei passanti, disfunzione stentemente in un ritmo di 4/4, ossessivamente ossequioso a
dall’amigdala e disordine bipolare. Un solco nella mente che convulsi ossessi in consessi sconclusionati. Lì, in quella camera
ara spine, luci verdi e un transistor. È un congegno ad orolo- mi sembrava tutto così confuso. Vorrei confondere la mia va-
geria, giocattolo dai mille usi pronto a cadere in disuso. Con- na sensazione eppure vuoto nell’orrore che saprei continuare a
tinuo a correre luminoso verso un risvolto, i prati ora sono su picchiare in sconclusionate contorsioni di vane sensazioni. Li-
un delicato frastuono nel bianco sfavillante dei marmi. Sfavil- quori, ron de Caldas, alcolici sopori nel tentative di assopire
lante svanisce l’inutile ricorsa nel vuoto. una gioventù che sogna di volare in una bottiglia di medicina
che picchia a ritmo incessante come la colonna sonora di un
incubo che non ha mai fine. E tu, Luna, immensa nella tua
nudità, ancora miro il crepaccio che increspa le tue possenti
curvature, il mare della tua tranquillità e del tuo impeto che
assalgono e abbagliano il mio fermo e pulsante desiderio di ab-

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bracciarti e rimanere sopito su di te come in una bara. E tu, Scendiamo, mano nella mano, la mano scende e scivola
Luna, dimmi, che fai, o Luna, così silenziosa in cielo? sul tuo seno e sulle tue curve, le tue curve scivolano sul mio
«Vieni qui, ti insegno a ballare». Mi reggevi e mi tenevi tocco delicato e pregnante, pregno dei tuoi umori. Il taxi ci
fermo, un, dos, tres y vuelta! Un, dos, tres y vuelta. Speravo che aspetta in una strada polverosa e buia. Il buio della notte il-
fosse un supplizio destinato a una fine, eppure no, no non luminato da lei, dalla Luna. Dimmi, o Luna, che fai silenzio-
voglio morire ancora, non mi tormentare. O Luna, ebbra sa in ciel? Qual è il senso che tu sola intendi e nell’intenderlo
della mia frenesia, frenesia nel portarmi in un nuovo e ine- intendi te stessa e il tutto? È possibile che sorgi, brilli e indi
splorato territorio dove mi sento estraneo, estraneo al pulsare ti riposi indarno, ignara delle sciagure che mi perseguitano?
della tua immagine che mi conduce verso tremiti e fremiti Luna, dove sei? Mano nella mano.
che squassano nella notte; eppure c’è, c’è nel mio estraneo «¿Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi dicevi
annaspare un vuoto, un vuoto che mi è familiare. È possibile che sorgi, brilli e indi ti riposi indarno, ignara
Mi prendi per mano e ci appartiamo; tu ti avvinghi a me, delle sciagure che mi perseguitano? Luna, dove sei? Mano
io mi avvinghio a te. A te avvinghio la tua mano nella mia nella mano siamo quasi una sola carne.
mano, mia mano sul tuo corpo vellutato che sto per suggere «¿Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi ripetevi.
nel suggellare la mia bocca nella tua: no, non posso spegnere «No es un problema, niña, yo soy tambièn».
le nostre mille seti che strimpellano mai sopite ardenti arsure «¿Sabes que odio la gente? In general, yo soy antisocial».
di una ossessiva sinfonia che come ossessi ci travolge tra spa- «¡Que bueno! Es mejor que ser asociales».
rute speculazioni sulla bella e dolente vacuità del nostro esse- Asociale o antisociale? Antagonista del sociale, no, ma an-
re. I tuoi occhi che brillano levigati allo specchio della luna tecedente del sociale, primitiva come il ritmo che martella in
«Eschucha, ¿vamos en hotel? M., tienes el dinero, guapo?» 4/4, incessante, nel cuore che spezza atri e ventricoli al ritmo
mi dici. di nicotina e catrame. O mia Luna, la tua limpiezza, la tua
«¿Vamos en hotel?» ripeto. trasparenza che traspare nella velata tranquillità, tu che in
Un taxi, dov’è un taxi? Ma, cazzo, perché non arriva? Il mari e in mille increspature multicolori che suggo nel soave
mio corpo incorpora sentimento di petrosa ironia, che osses- licore del tuo sguardo cinerino. In quel calle polveroso e neb-
sivamente travolge la levità dei miei frenetici pensieri. Ipota- bioso, nebbia che divide e intreccia i nostri sguardi in un gio-
lamo che induce ipofisi in un campo di ippocampi che in co psichedelico, pericoloso per me e per te. Ecco, ecco, il taxi
gioco d’azzardo confondono e mescono chiarori della mia è già acà. Abbarbicati e avvinghiati sul sedile posteriore, quale
frenesia. Chiarori e abbaglianti abbagli che abbaiano tra la- albergo, pregunto, quale albergo? L’Imperiale, una suite con
crime che rigano il mio volto e la mia mente: tutte queste la- vasca idromassaggio? Idrofilo nell’idropisia che mi arde den-
crime stanno traboccando così tanto che potrebbero svegliar- tro, la mia bocca e la mia lingua intrecciate in un bacio che
mi dal sogno della mia eterna felicità. spento e spianato soffoca nel mio tardo e fioco parlare. Non

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ricordo dove eravamo e la mia immaginazione sbiadisce e re- cosciente. O mia dolce psiche, psichedelici spasmi elettrochi-
cide il suo volto. Una casa coloniale di cultura cafetera, un mici che le sinapsi indirizzano verso la corteccia prefrontale,
porticato nel selciato di un posto straniero, selvaggio e primi- la corteccia che sto per spezzare in rivoli riarsi di sinuosi spa-
tivo, selvaggio e straniero il tuo occhio semichiuso ed ebbro smi che cercano, chiamano e invocano il vuoto. O amidgala,
di baccanali mai sopiti che da menade conducevi nella came- tu sola tra stagnanti e fracassi fremi di liberare l’istinto che
ra dei miei pensieri. trapassa e spegne la gaia scienza. O sapienza degli spiriti ma-
Te, o Luna, che lustravi il sentiero con fermo piede, te so- gni, che vago errare! Che vaghe speranze! Non più Freud o
la che invochi Ecate triforme. Ecate che nel suo lunare splen- Lacan ma miserabili maniscalchi che fracassano le mie tem-
dore si contorce e ansima in un ansiogeno torpore che gravita pie della mia prassi nella speranza di trovare il fantasma che
per lo stupro della bandiera americana ancora giacente nel abita il castello, il fantasma che freme, per cui fischia, canta,
suo bel seno. Porgimi il tergo, o Menade, e dammi il desio di grida e balla nel burlarsi di voi tutti. Via, via il vestimento
esprimermi perché io voglio dire ed elogiare la spenta speran- che leggero ricopre il selciato della tua limpidezza. Tu, nella
za che spreme il nostro ardito ardore di eterna ribellione. tua immensa nudità, tu petrosa nel pietrificare il mio sguar-
«Sì, ¡estamos aqui! Perfecto, podemos hacer fiesta». do, tu getti via tutto, tutto via! E, oh! Finalmente ti scopro e
Una inserviente ci attende nel patio, accanto a una porta tu ti riveli nella tua immensa nudità, ma non ti sveli, e rendi
semichiusa, intagliata di legno color ebano: finalmente, porte me fine amante della dottrina sotto il tuo velame. Tu, che in
della percezione e del mio fine sentir. La cambra, quella cam- sinuose curve nascondi il fremito del tuo respiro, il respiro
bra del desiderio in cui tutti vogliono entrare, quella cambra che avvinghia, cuoce e stringe la mia persona. Sì, e ora ti vedo
in cui, Madonna, dir vo voglio che il nostro lontano amore meglio, ti vedo ballare nel tuo bellissimo vestito, ti vedo sotto
sarà fin troppo vicino, tanto vicino da farmi tremare le vene il tuo vestito, ma devo dire che sei la miglior vestita. Io nudo
e i polsi. Solamente vicino è il degno amante che rispetti la mi avvinghio su di te, la tua bocca in cui riassaporo saliva
cortesia della sua gentile amata, perché druz ni druda no es per amarulenta, salvia e menta, rum e whisky. Dove sono? Dove
cuda. Viva l’amore cortese perché più cortese del mio non sono le tue belle membra? Il tuo ventre depilato con cura,
esiste. Ora, proprio ora, l’amato rituale cortese attende la da- atrio e patio di innumerevoli sogni che cullano l’alta imma-
ma e il suo cavaliere, tra bottiglie di tequila e di whisky che ginazione ma qui falta, l’alta immaginazione che qui mancò
franano e planano in un urlo pronto ad avvilupparci in una possa. Non posso favellare, non posso cantare, o forse sì, sì
lieta e sincopata polifonia notturna. Suvvia, entriamo nella perché il mio lamento non ha mai fine.
camera della mia psiche; che la musica suoni! E la musica Finalmente intrecciati, incespicando l’uno sull’altro, pre-
suona! Che la cetra vibri le sue dolci melodie! E la cetra vibra. mo la mia bocca sui tuoi seni, poi le mie mani delicatamente
La mia psiche per niente colpita dall’orchestra invisibile che tastano la levigatezza della tua pelle, e poi ancora più giù, sul
ottunde e pulsa il suo licore nell’illusione della mia volontà tuo bel ventre, su quella lieve e sottile spaccatura che spacca

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il pulsare del mio inguine, che freme di una nuova gioia, un flusso che fluisce ininterrotto e mi sommerge nella dopa-
nuova gioia da suggere nell’impeto dei miei spasmi e delle mina, nei tuoi umori che più caldi e sfavillanti effluvii non
mie contorsioni. La felicità della pistola bollente che spasti- ho mai visto. Noi, bagnati fradici, tu bagnata dei tuoi umori
camente sparuti spiragli di speranza che è sul punto di efflu- mi chiedi di spingere, di sospingerti a fondo, io ti sospingo,
viare della più sentita e dolce speme. La felicità della pistola poi navigo, e risalgo, correnti che corrono e correggono il
bollente, sì, sì: ora che ti tengo tra le mie braccia, e le mie dita mio avvolto sentimento di assopimento e di asservimento al
sul tuo grilletto come un grillo che mandrillo manduca l’ul- tuo piacere. La luna, la luna piena sopra di noi, e la nostra ca-
tima frenetica mansione che avvolge la mia speme di posse- mera riluce e rispende di un altro sole, anzi di due o tre lune,
derti, di penetrare il tuo ego, di penetrare il desiderio e la vo- tu che con soavi voci mi richiami, tu che ti libri in sinfonie
lontà di essere in te, di essere te, di essere con te, di essere per che da ben temperate e melodiche si inaspriscono, si avvizzi-
te e per tre, uno e trino, nelle sinfonie stridenti e acute che scono, sì, continua, continua a cantare e a urlare, io urlo e
avvolgono la nostra sete in un vortice multicolore. No, alza canto e mi contorco in una visione che ci travolge e ci tra-
le gambe, e tu tutta ansimante dei tuoi umori mi attendi. Io scende in ululati urgenti e quanto mai sopiti. Eh sì, ora la ca-
non tardo, non torno indietro, via, inserisco piano, poi più a verna rivela un crepaccio fendente, più stretto, che chiede
fondo, e poi velocemente, su e giù, tracotanti e tracimanti tri- nuovi e riarsi rivelamenti nel sussultare della nostra frenesia.
vellazioni e carotaggi che tritano e trovano triangoli di trapas- Sì, prendimi, ¿te gusta mi coño? Tu mi dicevi follame, io pen-
santi vortici che prima lievi, poi a impulsi, poi si spengono e savo follame, e tra fogliami e fulgenti folgori io arresto il mio
si accendono, poi in un vortice che non ha fine, che fa tre- nuotare e annaspare, suggo la mela che matura offri dischiusa
mare, pregare, cantare, fischiare e festinare la festa che in dal tuo ventre; me la offri come un trofeo, un trofeo che sug-
umidi e soavi spasmi fa traballare e ballare il mio fiato. Fuori! go e lecco per assaporare i tuoi umori, sempre più, sempre
Sì, sì, sono ancora attivo, attivo ancora, ti bacio e affondo la più insistenti. Una mela? O forse era papaya? E ora, due me-
lingua nella tua, parole intrecciate in un vortice che vacuo va- loni, due meloni rivelano l’ingresso dell’altro antro che nel
nifica le mie parole; il mio fiato pulsa, intermittente, inter- suo antroporfismo in seni, insenatura e golfi, in un vortice
mezzo di mezzani che mietono il mesto e magnifico furore vano e vacuo vacillo nel trapanare. Laddove nessuno entra,
della mia volontà cosciente. Sì, ti giri, e con foga e impeto, laddove si inunghia il mio desiderio e non si svelle, laddove
oh sì, ¿que pasa, bella? non si divelte e, sì, ora un platano maturo, tutto da cogliere
Da dietro, da dietro è tutto ancora più meraviglioso, e ora e da suggere, lì nell’affondare e nell’annaspare come un peso
sì, dentro, entro in antri che inesplorate caverne di miti mai che cade come corpo morto cade, cado e riemergo, e poi an-
sopiti, tra foreste che rivelano un lago di ampia e cristallina cora in un moto che annaspa e coglie i battiti delle tue ali che
confluenza, una cascata e un guado. Io immerso tutto nel- mi trasportano a vedere quel raggio di luna, quel raggio di lu-
l’annaspare, e nuoto, mi dimeno, mi dimeno ancora di più, na che traspare nei più bui fondali e fondamenti del mio es-

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sere. Tu che dici? Ti piace il mio culo? Sì il culo che arde e gelli con la bocca che trabocca della speme delle mie parole,
riarde come un totem che mi impietrisce e mi introisce nel una pioggia di parole che ci avvolgono e ci avvinghiano nella
tuo profondo desio che tutto avolge, dolore e piacere, alto e speranza di un istante che possa durare in eterno, un istante
basso, chiaro e scuro, tutto in una mescla multicolore che mi così duraturo e così frenetico, che pulsa a intermittenza, che
ottunde e mi spezza il fiato. E ora io nel tentativo di riemer- pulsa sempre di più, un istante che sale e mesce i chiariori
gere, gonfio, gonfio nei polmoni e nell’inguine, sprazzi di della nostra natura. Un istante così eterno tale da poterci sve-
speme che ottunde la mia vacillante fede, sparuti e spastici gliare in ogni momento da questo sogno eterno. E fu così che
fendenti che come rugiada avvizzisce sulle foglie che bruciano liberai in mille sprazzi e in mille rivoli tutta la speme, tutta la
d’inverno su alberi raggrizziti. Sì, eccomi, riemergo, io sotto, nebbia che ottemprava le mie tempie ardenti in un tempio
tu ti volti, e sì ancora, ancora mi chiedi di darti amore, vuoi, che parla parole nuove, simboli nuovi che non riesco ancora
vuoi tanto amore, Whole lotta love, una via dentro, ancora, a decifrare. Mille sprazzi che il desiderio di te non riesce an-
vuoi amore, amore che muove il sole e l’altre stelle, amore e cora a sopire. Ah, insieme abbracciati in una culla che tra ca-
il sesso gentile sono una cosa sola. Alla tua sensualità rempai- scate e gentili efflui di whisky e ron, in una culla così gentile
ra sempre amore, amore che condusse noi a solleticare le cor- in cui sono assopito, una culla in cui cerco i tuoi seni per non
de di sottili e vibranti impulsi elettromagnetici che si librano staccarmi mai più, una culla in cui un lieve e sibilante sibilo
sottili nella mia sprezzante malinconia. E ancora, ancora mi avvolge nella profonda quiescenza di uno stato di pace, la
sprazzi, ancora sparuti schiamazzi, sì, ancora fischi, canti, gri- pace, e io mi stendo su di te per suggere una vita migliore,
da e cinguettii, sì, e ancora fendenti feromoni che feriscono proprio come dentro una bara. Pochi attimi nell’illusione co-
teste e testicoli, testimoni e testure che intessono intrecciati e sciente di essere eterni. Eterni attimi nella camera di un’illu-
avviluppanti controcanti in un contrappunto che cresce, si sione, come favole e leggende antiche così lontane, che si mi-
increspa. Epididimo che libera la speme e la corsa verso una schiano e si mescolano come neve che si dissigilla al sole: ora
nuova vita, una vita tutta da suggere, una vita che unisce il di lei non rimane che un solo lontano ricordo. Sì, un fu un
cuore e il corpo, corpo e cuore che non vanno scissi, scissione giorno infelice, il più felice della mia vita.
si inerpica e inebetisce in spasmi, alti, contralti e soprani che
intessono la polifonia del nostro desiderio, eh sì, sesquipeda- II
le, ossessivamente ossequioso, tracotante, tracimante, treme-
bondo bubbolio, asperrima aspide ah, abbacinanti abbecce- Abbarbicati e avvinghiati nell’alcol e nel sudiciume di
dari, abbindolati e abbarbicati e rivolti su se stessi, eh sensuali quella stanza d’albergo, sono nel letto con te che mi tieni la
sensi che senza sentore sentono il senso della sensualità, sen- mano, come una fidanzata o piuttosto una mentore. I tuoi
sualità del senso, sesso, ossesso, senso del senso, sensucht, ah! occhi socchiusi e il tuo odore cristallino annunciano che la
E libro: fuori il libro dei miei umori, tutto, tutto suggi e sug- luna è già tramontata. Faccio per alzarmi, ma un peso mi so-

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spinge e mi fa affondare ancora nel letto. enorme e palestrato nero che accoglie sul suo inguine una
«Luna, ¿estas despierta?». giovanissima e sinuosa bionda.
I tuoi ronzii tramortiscono la mia mente, che nel mentire «¿Te gustan los pornos?» mi chiedi, mentre sbadigli come
e nel trasmestio di una nenia sommessa per un po’ acquieta una tigre che è intenta a trovare il suo angolino per ronfare.
il lago del cuore ancora avvolto nell’alcol e nei liquami della «Màs o menos».
sera precedente. Mi levo per mirare meglio il tuo viso e faccio «Me gusta mirarlos, especialmente por la masturbaciòn» mi
per accarezzarti, ma stamattina mi sembri diversa; uno strano dici.
animale che si contorce per cercare l’ultimo raggio di luna «Listo».
dell’aurora. Il tuo viso avvolto nel pallore, dai bei capelli neri «M., soy un poquito ebra. ¿Quieres fumar? Tengo yerba en la
e lunghi, i tuoi occhi scuri semichiusi ma ancora sonnec- bolsa».
chianti. Le tue labbra che in una stretta mordono il piercing Ti levi di scatto, mi sfiori la punta del naso e fai per alzar-
sulla tua lingua, un monito che mi dice di allontanarmi. Ti ti, ma la tua borsa è a terra, ai piedi del letto.
osservo, e osservo le ultime forze che ho prosciugato con te. «No te préocupes, yo la cojo».
Il tuo corpo levigato e le tue gambe ricoperte da un tatuaggio Una borsa con pochi effetti personali: un quaderno, qual-
strano che non ricordavo. Una foglia lunga che ricopre con i che spicciolo e un cofanetto. Stavo cercando il tuo cellulare,
tuoi capelli l’antro della foresta che come primitiva ti vede ma non lo trovavo.
danzare all’ombra di un ruscello, rigoglioso e ridente di fan- «No tranquilo, no tengo el movil. No me gusta. Yo soy un po-
tasie e dei baccanali che con il rullio del nostro desiderio ab- quito anticuàta».
biamo invocato nella vita della nostra breve notte. E ora, più Mi strappi dalle mani il cofanetto e lo apri: la marìa era in
giù sfioro il tuo ventre con la mano, la tua fica che a lungo abbondante quantità, e forse la stavi ancora per tritare poco
desiderata mi accoglie come cuscino e dà riposo al guerriero prima che mi agguantassi alla festa.
sfiancato dalla lunga battaglia. Uno scudo, vorrei effigiare il «¿Que drogas te gustan?» mi dici, intenta a tritare, smi-
mio scudo della tua immagine, io che ti porto in battaglia co- nuzzare e rarefare il tuo desiderio, fisso e intento nella vo-
sì come tu mi porti a letto. glia di gustare il tuo paradiso, la bellezza di una promessa di
«¿Te gusta la mi vagina?» con un mormorio quasi sommesso. felicità.
«¿Estas despierta, niña?». «No, me gusta solo el tabaco. La nicotina es la mì novia».
«Màs o menos». «Sai, M., è stato bello ieri sera, ma ero un po’ ubriaca e
E ora fai per accarezzarmi i capelli languidamente, mentre non sapevo che facevo».
io osservo i tuoi occhi ancora gonfi dal sonno. La tivù, un «L’alcol è la conseguenza, non la causa di ciò che abbiamo
grosso quadro piatto attaccato sul muro davanti al nostro let- fatto».
to, era accesa e mandava immagini di un film porno. Un «Seriamente, non lo so, se è malinconia o qualcos’altro,

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ma non so. A volte guardo la natura in fiore e mi viene indi- familiari che mi sembra di parlare a uno specchio che molto
via, invidia della gioia di quelle piante, della libertà che quasi mi piace».
il cuore mi si fonde». Intanto ti passo la borsa e tu prendi alcune cartine per ar-
«A me non piace la natura, o meglio alla natura non piac- rotolare l’erba, e io ti fisso, ma mi sembra di fissare un’ombra
cio: ancora devo capire che cos’è la natura». che in sonore e ossessive pulsazioni metalliche compone una
«Eres muy loco. Listo: yo elegì el hombre mejor por esta noche». nenia che potrebbe non finire mai.
«Somos todos locos, y que no sabemos de ser. Quieres que te Ma dimmi, dunque dimmi se il paesaggio lunare che ci
conduzco a casa? Puede ser que algun està esperandote». ha avvolti in un lastricato, in un selciato di silicio che non ha
«In verità no, proprio nessuno. Vivo sola da quando ho mai fine… non so, ma forse c’è, c’è una forza di gravità mi-
quattordici anni; prima in una casa famiglia, poi dai diciotto steriosa che attrae il nostro vaniloquio, che fa attrito e attu-
vivo sola. E tu, tu hai qualcuno che ti aspetta a casa?». tisce colpi tra basalti e selciati di un sentiero perduto nella
«No, non lo so, non penso che qualcuno mi aspetti». camera del mio desiderio. Non lo so, perso nel nostro vani-
Mi chiedi di passarti la borsa, è nella borsa che aspetto di tro- loquio mi sembra, ma non so, di parlare con me stesso inva-
vare un qualche maggiore indizio, un indizio che mi passi e mi no, cantando e squarciando le mie urla contro un vetro che
sveli la tua natura che in una rivelazione passeggera e vana mi ac- riflette solamente un lontano ricordo di quello che in passato
cresce l’arsura di sapere, sperando che qualcosa da sapere ci sia. ero, un altro uomo in parte da quello che sono ora. Un uo-
«Posso farti una domanda. Che cosa provi ora?». mo che sognava mondi fantastici e inesplorati, e ora chiuso
«Uh, ti piace fare domande, domande, sempre domande. in un mutismo senza fine non ha più sogni, non ha più spe-
No, non provo niente. Sono una hija de puta, te dijo. Sai per- ranze, ma solamente la speranza di continuare a cantare e a
ché siamo finiti a letto insieme? Sai, è perché ti ho conosciuto squarciare in mille frantumi lo specchio, per scavare, per ra-
stasera». spare, per essere sommerso dall’indifferenza di chi non si cu-
«È l’unico motivo questo?». ra, ma guarda e passa.
«Sì. Io odio la gente. Davvero, la gente non mi piace, non Ora, Luna, parlami e dimmi se per qualcuno la tua voce
mi piace la gente perché, perché sappiamo distruggere tutto ha ancora una qualche importanza? Ora, Luna, che con i tuoi
ciò che dovremmo amare. Amare la gente è come amare la mari e i tuoi monti, tu che accogli omuncoli nel tuo seno che
carestia o la pestilenza». pretendono di capire la tua vera natura, tu, tu sola intendi te
«Anche quella è natura. La natura dei miei sensi mi dice stessa e nel tuo stesso intendere e da te stessa intesa e inten-
che in tutti i sensi non ho più certezze». dendoti ami e sorridi contorcendoti e avvilluppando te stessa
«Tu che sei così perspicace, nella perspicacia delle tue bel- in gioia, pianto, dolore e ironia. Tutto insieme: arcobaleni da
le parole sapresti trovare un nome per quello che provo?». arcobaleni si levano, si confondono e si contorcono nella
«No, però ti dico che le tue parole mi sono familiari, così contorsione dei nostri bei pensieri su una vita tutta da sugge-

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re e da adorare fino alla fine dei nostri giorni. Suvvia, luna, no ci capirà, se nessuno rimarrà a guardarci mentre raspiamo
parlami di nuovo. il fondo e ancora, sempre più, sospinti a fondo da questo ma-
«M., non fraintendere, non fraintendo quello che mi dici, le oscuro che non ha nome».
ma tu non puoi rimanere nel fraintendimento delle mie parole». «Non riesco ad accettare che nessuno possa guardarci, aiu-
«Ti ascolto». tarci e tenderci una mano. Quando viaggio senza meta, il
Tu intanto rolli minuziosamente la tua canna, e attenta mio sogno è di trovare una casa, una camera, uno spazio dove
come un alligatore nel canneto, intento a scrutare e a mirare, qualcuno mi sta amando. Quando viaggio, mi piace pensare
lavori incessamente e mai trovi riposo. che qualcuno mi stia aspettando, che qualcuno stia vivendo i
«Insomma, M., la sensazione che ti dicevo, è proprio que- miei pensieri e le mie emozioni, qualcuno che mi veda affon-
sta che mi ha spinto verso di te. È come quando cammini dare e voglia accogliermi tra le sue braccia, per non lasciarmi
senza meta, una nebbia che ti attempa le tempie, e non sai mai più».
dove andare perché non hai una meta. È come quando tutti «Quel qualcuno non esiste, esiste solamente nella camera
i giorni sono uguali, ma stai aspettando incessante che tutto dei tuoi pensieri. Accetta, accetta la sofferenza e accetta di
cambi, che tutto possa farti di nuovo sorridere. Sì, M., io sto continuare a vagare senza meta, fin quando il viaggio sarà
aspettando che il caos continui a generare entropia, perché troppo doloroso e ti sfiancherà tanto da stremarti definitiva-
solo entropia conosco e solo caos. Un nuovo viaggio, un mente. Io non mi aspetto nulla dalla gente, e dalla gente mi
nuovo viaggio attendo, e attendo, ma il vagare non mi porta rifugio e mi alieno, perché la mia alienazione è il mio solo ri-
a nulla, solamente a farmi capire che sono arrivata da qualche fugio dal male del mondo. E lascia perdere se nessuno vorrà
parte, ma non qui, non qui dove calpesto la terra. Persone ascoltarti: ascolta te stesso e continua per la tua strada, perché
come noi, M. – sono sicura che tu sei così – persone come ben presto sento che non ne avremo altre da percorrere».
noi sono destinate a non avere una meta, a non avere una ve- Le tue parole spezzate da una tosse, prima lieve, poi inter-
rità e certezze, e sono destinate a una lunga notte insonne che mittente, mentre nell’intermittenza della tua perdizione, nel
sembra non avere mai fine». vano parlare e nel fioco sguardo che dalla perfereria mi rivol-
«Per questo, M., inutile rattristarci, che cosa ci importa al- gi, tu sei lì intenta a cercare un accendino nella borsa, poi fi-
la fine? Non importa quanto la notte sia insonne, quanto nalmente accendi la canna, arsura dei tuoi polmoni e confor-
l’entropia e il caos attempino la nostra mente nel nostro va- to del tuo annebbiamento, tra sinapsi che muovono la tua
gare. Non importa se ci sarà qualcuno ad aspettarci a casa, corteccia percossa e inaridita, pronta a liberare amigdala nel
perché alla fine siamo sistemi chiusi, autoreferenziali, in cui magma delle tue fluenti, spezzate e singhiozzanti elucubra-
si reifica la nostra incomunicabilità. Il nostro fine sentire e il zioni. Finalmente fumi, e nel fumare liberi la repressione del-
nostro fine soffrire è alieno a tutti gli altri, e gli altri non po- la tua figura, percossa e immersa nella palude che ci divide da
tranno mai farci sentire diversamente. Non importa se nessu- un canneto irsuto e riarso, dal quale flebili parole parlano un

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nuovo lamento che si rinnova nel nostro desiderio del vuoto. ammiro. Io miro nel tuo dolore la speranza nel rinnovamen-
«Sai, M., quando ero piccola sognavo un mondo più bel- to di una nuova vita».
lo, più limpido e più pulito, un mondo circondato da amici, «L’illusione, forse solamente l’illusione ci rimane per tem-
un mondo in cui avere più amici fosse più facile. Ma poi mi perare la nostra vita dalla morte di chi ascoltiamo. Ma, M.,
sono resa conto che tutto era un’illusione. Quando ero pic- non credo che ci rivedremo più dopo questa notte di incre-
cola sognavo di scappare di casa, librarmi oltre le cancellate spate follie, di furori e di vortici che ci immergono nella con-
del carcere per essere libera, libera di volare con le mie ali, fusione della frenesia della loro immagine. M., è stato tutto
che, seppure spezzate, erano tanto ansiose di cercare e di un sogno, e voglio che come un sogno tu lo ricordi. Non cre-
guardare verso l’alto. Ma ora, ora ho capito che quella libertà do che ci rivedremo più».
non esiste, ho capito che oltre quelli cancelli c’è il nulla, il cu- «Perché dici questo? Non siamo mica morti? Possiamo
po vuoto, ma non importa. Sono ancora qui, e rido, rido a ancora vederci, e possiamo uscire domani. Ti invito per un
crepapelle, perché non me ne importa nulla più del mio male caffè».
oscuro. Ormai credo di averlo somatizzato tanto che è parte «No, M., non voglio che tu fraintenda. Sei molto carino,
di me». ma persone come te possono essere pericolose, pericolose
«Non avevi una famiglia? Insomma, non sei scappata di perché tu, tu solo potresti dare voce a rocce di gridi che sono
casa senza rimpianti?». avvolte nella mia gola. Ma, caro M., non posso».
«No, non so chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo e «Invece puoi, io credo che parlare ti farebbe bene e fareb-
non me ne fotte. Mia madre beveva e mi picchiava, e forse be bene a me ascoltare».
chissà in quale cimitero è sepolta, chiusa e ricoperta dai fuo- Io faccio per abbracciarla, ma lei si divincola nettamente,
chi fatui della sua tequila, che forse ancora la ardono e le rav- come una Menade che scoperta nel segreto delle magie che
vivano lo spirito. No, non ho rimpianti. Chissà, forse se aves- procrastinano le sua notte lancia un monito a chi non è de-
si avuto una famiglia normale, sarei normale anch’io, ma non gno del suo segreto.
mi interessa la normalità. La normalità mi rattrista e mi spe- «No, M., io sono in cerca di uomini che non mi facciano
gne. O forse non sarei stata lo stesso normale, perché la mia pensare, di uomini che siano solo strumento per un piacere
mente vaga e girovaga, mescolando immagini, colori e profu- voluttuoso e passeggero, che dura l’istante di un fulmine su
mi in una nebbia che sale e corrompe tutto ciò che incontra. un mare impetuoso e mai sopito. M., io sono per gli uomini
No, non mi interessa la normalità». che mi definiscono una poco di buono, per lenoni in cerca di
«Neanche a me interessa, però ti dico, sono davvero col- brevi avventure senza domande, per grossolani che mi cono-
pito dalle tue parole tanto che mi piace ascoltarti. Penso che scono per il nome di puttana. No, non posso parlare con te
rimarrei una vita intera ad ascoltarti, nella vana speranza che perché non amo rivelare il mio segreto, non amo chi può ri-
tu mi faccia sazio della tua esperienza. Sì, una esperienza che velare il dolore e trasformarlo in una tempesta di rose che co-

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prono il mio abisso. Caro M., non credo che ci rivedremo per l’ultima volta, per dirti che non ho amore da darti. Posso
mai più, ma ricorda la mia parola e fanne tesoro». solo ascoltare il ruscello che ti parla, che ti parla, che ti acca-
rezza per avvolgere l’ultima volta i nostri corpi perfetti con la
III sua mente.
«Sì, ha visto che bella ragazza?» mi fa il barista, mentre mi
Perché mi sento più solo? Perché sto seduto al tavolo di porta del whisky, indicandomi la foto della giovane.
questo bar nella notte a fumare una sigaretta dopo l’altra? «Ma che è successo?».
Stanotte il fumo del mio tabacco mi attempa le tempie più «Si è gettata dal quarantesimo piano del grattacielo più al-
di altre volte, la mia mente senza vasopressina, senza dopami- to, in piena notte. Che spreco, che bella chica, che orrore».
na, senza inibitori della ricaptazione della serotonina. Senza Che insania, che orrore, un’insania che mi è quasi fami-
di te, serotonina, che vita è a me? Sto guardando la luna da liar, direi. Ma non provavo nulla, nulla, perché sapevo che eri
questo portico, ma la luna è coperta da un grattacielo che con morta con me quella notte, eravamo morti nel mirare la vita
i suoi sudici vetri copre la visione di un’amica, un’amica che che non si curava di noi, ma guardava e passava.
mi pare familiare, che mi pare intendere e nel suo intendi-
mento mi parla con parole sommesse, geroglifici che ancora
non so decifrare. Molto tempo fa, molto tempo fa, non so,
ma qualcuno mi parlò toccando il suo corpo perfetto con la
mia mente; la Luna mi invitava a viaggiare con lei, a viaggiare
cieco, e so che posso fidarmi di te, mia cara, perché tocchi il
tuo corpo perfetto con la mia mente. Un giornale, un foglio
sbiadito sotto il mio bicchiere, una foto, una giovane dai lun-
ghi capelli neri, con il viso assorto verso il mare, il mare che
la invita a vivere per sempre, a viaggiare con lei ciecamente
perché sai che toccherà il suo corpo perfetto con la sua men-
te. O Luna, tu che mi prendi per mano e mi porti al tuo ru-
scello, al tuo posto, dove possiamo sentire l’acqua scorrere e
fluire incessamentemente nella sua vitalità che rinnova im-
magini e suoni di un altro mondo, di un altro pianeta, di altri
noi, purificati e leggeri in una natura che avvolge i nostri cor-
pi perfetti con la sua mente perfetta. Sì, trascorro ancora una
volta la notte con te, la notte con te a mirarti e a guardarti

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I don’t live today Absolutely free

Che cos’è l’essere e l’inessente? L’essere è e non può non es- Non ho più la forza, non ho più l’illusione di una volontà
sere, il non essere è e non può essere. Cos’è l’essere? L’essere è cosciente. Chi mi dice sei l’uomo di casa, chi mi dice devi
inessente, l’inessente è l’inesistenza, inesistenza dell’inessente prenderti cura dei tuoi. Chi mi dice sei tu la causa della sua
nell’essere. Negativismo ontologico o ontologia del negativo? morte, perché lo facevi preoccupare troppo, e la colpa è solo
Ontologia del negativo e del possibile o epistemologia di una tua. Disprezzo chi parla, e sbraito contro chi sta in silenzio,
struttura spenta, spiegazzata, spasticamente esperita nell’inespe- ma non m’importa: lui è nel vuoto dove tutto è giusto, men-
ribilità del mito della vita. Ahi, non voglio essere. Inessenzialità tre io sono qui in un giusto vuoto . Rifletto, ma non rifletto
dell’essere o non essere nell’essenzialità dell’essere; è utopia, è la sua immagine in quello che faccio. Le immagini di te mi
mito, è esplicitazione dell’inesplicitante. Erpicata espressività ritornano alla memoria, poi lievemente si assopiscono e reci-
nell’estrinsecarsi dell’intrinseco implicito, un esplicato eburneo dono il loro volto. Le immagini di mia madre e mia sorella,
riso in cui mi seppellisco. La condizione umana? Umano è il fe- come Erinni, tormentano le mie notti insonni e nel mio in-
ticismo di feconde fenditure festanti nell’ossessivo rigurgito sonne vagare mi affilano gli occhi con un fendente pronto a
riavviluppato nel riardersi dell’ente, reificazione dell’intrinseco reciderli fino alla cornea.
estrinsecarsi dell’esperire, esplicito vaniloquio nell’intrinseco e «Ti sei dimenticato di me, e ora porti anche me sulla co-
intricato irretire dell’irrisolto. Condizione umana, conditio sine scienza» mi dice mia mamma.
qua non io non esperisco. Che cos’è l’umano? Conditio entis, Ancora mi ricordo di quando tu, che eri fin troppo bisbe-
reificazione rea di reale repressione, un regretto e irriverente tica, ossessivamente mi mostravi come dovevo comportarmi
ispessirsi dell’ispida indisponenza di strutture cieche di un siste- nella vita pratica. Come una raffica, un mitra che fendeva le
ma ciclico, antidepressivo triciclico, ossessiva inibizione del si- mie tempie mi avvolgevi in una perenne nenia funebre: metti
stema dopaminergico come in una ruota egualmente mossa. a posto la camera, bevi l’aranciata, chiudi la porta, mangia,
Essere nell’esserci, esserci per l’essere, essere nel mondo, essere fai le domande per la scuola dopo la laurea, alzati, siediti, non
per la morte, essere per la vita, essere per l’automazione ricorsi- fumare, guagliò ma sì proprio strunz’, vir’ come sei disordi-
va. Né vita, né morte, né mondo, né essere. Che cosa rimane a nato, ma ce l’hai o no la testa? Ma non capisci niente. Una
me? I don’t live today, maybe tomorrow. raffica continua che con ossessivi e seriali fendenti mi faceva

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tremare le vene e i polsi. La mia mente, stirata e compressa osceno, oscenità nella semplificazione di una via da fuga. Il
da un tale terrorismo psicologico. La mia mente, ossessiva- mio sistema dopaminergico compromesso per sempre, sem-
mente ostinata a ostentare una compostezza stoica. La mia piterna compromissione in sparuti rivi nello spessore di fa-
mente, esperita nell’espungere con espedienti tutti i rimpro- gocitanti righe che si annichiliscono tra inette parole. Ho
veri. Eppure, nonostante non ascoltassi, le raffiche del suo tanta voglia di vivere, perché la vita non è che un breve sus-
mitra impregnavano la mia mente con un ossessivo ragionare sulto nel susseguirsi di sparute ombre che blaterano una lita-
che è causa di tutta la discordia. Un paranoico ragionare che nia di nonsense. Un salmo responsoriale si innalza tra cumu-
è causa di qualunque ottundimento ossessivo vissuto dalla li di macerie nell’interrogare lo specchio della mia nullità: ho
mia mente. Un pregno ragionare che è immagine della mia visto un fugace sorriso, ho sorriso nell’ombra di una ricerca
precoce frenesia. Ora basta! Freneticamente fremisco e nel che porta in un vicolo cielo. Chiedo mercé a lei, ma non ri-
fremere non freno il mio agire. Con una presa decisa l’ho af- trovo risposta tra notifiche asincrone trasmesse da un segnale
ferrata per un braccio e l’ho spinta all’indietro. a un altro.
«Che cosa fai? Ma non ti rendi conto che può battere la La nicotina mi avvolge nell’impotenza tra venti o trenta
testa e rimanerci! Poi come la mettiamo nome». Papà era di- sigarette al giorno nel nulla del borgo natio selvaggio, mentre
sperato e mamma piangeva, accasciata a terra, come l’ultima la mia mente si spegne tra speciali spie che aspettano di arro-
dei derelitti. Impassibile li guardavo entrambi. Quella imma- vellarsi in spirali nell’attesa di un effetto positivo sull’umore

stimolare il sistema dopaminergico mio spento. O acido γ-
gine, quella immagine non svanisce. che agisca sui neuro-recettori dell’acetilcolina, poiché urge
Mi sono rivisto nello specchio dell’acqua e ho riconosciu-
to un egoismo materno nel mio volto. Polverosi attimi in cui amminobutirrico neurotrasmettitore inibitorio, perché inibi-
parole a me aliene arano l’illusione della volontà cosciente. sci il mio sistema dopaminergico? Quali sono gli stimoli che
Ho rivisto uno straniero nello specchio della polverosa ac- pongono a te mercé? Sesso e cibo buono?
qua, un alieno che non parla parole ma suoni indistinti. Ho Voglio un orgasmo perenne fino ad annichilirmi, massi-
visto le mie urla, ho visto inettitudine nello specchio di un mo piacere ininterrotto dal nulla che giustifica la vita. Voglio
cono d’ombra, una voragine aperta sul mio paesaggio men- correre fino a dimenticarmi dove sono e chi sono, voglio di-
tale: regole matematiche di un non-luogo in cui pensieri os- menticarmi di esistere, perché non esiste più nulla e perché
sessivi riaffiorano nella dolcezza di un’armonia sussultante. sento fine sentire nel contorcermi nel mio senso di fuga; sono
L’inettitudine di quelle urla sul pensiero che riaffiora in sus- borderline, o forse la linea della malattia è infissa molto più
sulti simmetrici. che al di là del confine della salute? Tra neuroni assetati e un
Voglio un’ultima sigaretta, anche se non voglio più fu- senso di rivalsa tra le righe di un rigato rimorso, io respiro
mare, voglio solamente un’altra Marlboro Light. Meditazio- tossica tosse nel possesso di ossessive sessioni di sesso estre-
ni di fuga, fuga nella mia meditazione. Tutto semplificato e mamente estenuate.

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O mia dolce musa dagli occhi bluastri, ti innaffierei del ma non so. I miei pensieri specchio del vano, il vano ritenuto
seme della discordia nella discrepanza di un sussulto compul- specchio di Dio, occlusi in un meme che all’infinito replica,
sivo che deterge la mia epidermide riarsa nell’inibizione della memore di melanconica melatonina e psicotica psilocibina
prolattina. Appagamento sessuale e mentale lontani. È tutto espresse nella quantitá di quanti riavviluppati in una radazio-
qui, nella vana variante variopinta di svariati svarioni difensi- ne che interrogo ma non risponde.
vi nel tentativo tentennante di terminare talora un incessante Addio, specchio di quali qualificanti quasar quadrofonici
increspatura di incresciosi incruenti irrigidimenti irti nel ri- quadrati nella quadratura di un qualificante e di una quasi
gor mortis mortalis subtilitate. Sesso, ossesso, ossessione di ses- sconquassante quaterna di quali quadri quesivi sed umquam
so che dà pace nella denutrizione di deperiti nuovi individui quale qualifica inquadro? Circondato da troppi illusi più di-
multiformi e variopinti. Voglio agonisti dopaminergici, per- sillusi di me sulla meravigliosa bellezza del creato, prendo
ciò dammi nicotina e paroxetina; dammi un inibitore seletti- commiato da me stesso.
vo della ricaptazione della serotonina; dammi maggiore di-
sponibilità sinaptica per la serotonina. Ancora fobia sociale,
ancora svalutazione dell’ego, ancora svalutazione dell’alterità
dell’alter-ego. Evasione, evadere da questo sistema è impossi-
bile. Ho visto nella paura la mia inibizione, la paura non mi
fa tuffare, pronto al lancio. Sono colui che vuole contemplare
la profondità del lago rimanendo a riva.
Sono in una prigione che è avviluppamento di un viluppo
stridente, stridii e strida tra le spastiche dolenti note in un
dolore di dolo, azioni dolose nella dolina che mi apprestavo
a pressare, malgrado non avessi una minima idea di come fa-
re, perché temevo acuti e acuminati aculei nella mia vista.
Convulsioni contorte e sconclusionate tra spasmi di un orga-
smo interrotto, interrotto nello spasmo di un orgasmo, un
orgasmo contorto nelle convulsioni di un irripetibile irato
iridescente irredento sopore.
Sto aspirando catrame e nicotina, la nicotina è nel sangue
è nella testa, la testa avvolta nel catrame, catrame sintetizzato
e spezzettato, e io prego Dio che non esisto, e prego Dio che
non sono da nessuna parte, e io credo ma non lo so, io penso

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The Good Son No, la verità era diversa forse. Avevo forse chiesto di entrare
in casa tua per evitare di cercare una mia casa, volevo gravare
sulle tue spalle, ho voluto attaccarti, quizas! Quizas, forse
senza un motivo.
One more man gone, one more man! Io sono il figlio buo-
no, il figlio buono che rinnega sua madre, suo padre e male-
dice la sua stirpe, io sono impazzito. Se n’è andato via un al-
One more man gone, one more man! Cielo terso, nuvoloso, tro uomo, è colpa mia, dovrei colpirti a sangue: si’ fosse foco
racchiuso e raggrumato nel suo segreto misticismo, il segreto arderei casa tua, è colpa mia, sono cattivo, una creatura infer-
del cielo nel misticismo racchiuso tra le nuvole raggrumate. nale, il male si sta insinuando in me fino a farmi appiattire.
Ti devo dire una cosa, una cosa, tu mi hai mancato di rispet- Spando spasticamente e spasmodicamente le mie rime prosa-
to, vecchia megera, e non hai detto la verità a te stessa. Non stiche e spezzate nel fuoco di una grotta, un sacerdote recita
si manda via il fratello buono, incomunicabilità, chiusura di quel nulla di inesauribile nichilismo nell’olismo di sistemi
segnali, atto illocutivo e perlocutivo, implicature conversa- complessi inesplicati nell’ontologia della loro totalità e nel-
zionali perse nel vuoto: questo è il risultato di una famiglia l’epistemica esplicata dall’analisi dei singoli elementi del si-
spezzata. stema. Tu, tu degno di tutte le lodi, ti ho visto, ti sei sacrifi-
One more man gone, one more man. Ho sbagliato io? Io ho cato, hai offerto il tuo corpo nel momento meno giusto, le
sbagliato a dire la verità, la mia pigrizia, la mia inattività, è tenebre risplenderanno nella luce e la luce non le ha compre-
tutta colpa mia. Che cosa ho sbagliato? Che cosa hai sbaglia- se. Hai lottato, hai sofferto, ti sei spento tra sofferenze, il tuo
to? Nell’indifferenza totale guardo la nebbia che si perde monito non è stato seguito, hai esortato. Tu fosti l’agricola
nell’indifferenza dei passanti. Ora vedo risplendere il fiore, scelto per coltivare l’orto dell’umiltà, ma miserere, tutto è
ma quale fiore? Pendii aspri e deserti, ghiaccio, la foglia su un perduto: egoismo ormai è radicato nel mondo, lo vedo
albero che al vento plora e va cantando, per cui piange e s’at- espandersi dappertutto, ha corrotto il mondo tanto che non
trista, la Gestalt spezzata nell’assenza di schemi, campi se- posso più parlare.
mantici lacerati, frattura tra hardware e software, sistema do- One more man gone, one more man! Ora vedo colori do-
paminergico appiattito nella disfunzione dell’amidgala, pu- vunque, bianco, nero e rosso: l’umanità ha roso l’alterità per
gni, calci, sputi. Mi hai lasciato da solo, hai lasciato da solo cui quando la guardo mi viene duolo. Ahimè, miserere, tutto
tuo fratello, hai condotto la tua vita in egoismo, hai lasciato è perduto, il figlio buono piange, il figlio buono offeso e tra-
casa tua, sei scappata perché sapevi che saresti morta lì, poi ti dito, oggi è diventato colpevole, impreca e maledice, e poiché
sei portata il tuo amico lì, ti ho chiesto aiuto, mi hai cacciato impreca è colpevole, dovrebbe tacere, se tacesse sarebbe il più
fuori di casa, e poi? E poi non ne hai voluto più riparlare. saggio. Ma non ci sono oracoli, non ci sono più dolci detti,

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ma solo spastici simboli che non ritroveranno mai la luce per- Pennyroyal tea
ché condannati più che a un oblio lungo venticinque secoli.
Secoli di simboli che emanano sputi e soffi, dolci cinguettii,
gridi e canti, suoni, gorgheggi, volteggi, giravolte, onde sono-
re, ampiezza d’onda decresce, hertz a bassissima frequenza e
infrasuoni in frastuoni. Chi capirà? Per saggio tengo senza
dubbio ciò chi indovina il mio canto, ciò che ciascuna parola
significa, mentre si spiega l’argomento, perché io stesso non Annaspare in involuti rivoli riflessi riarsi e riavviluppati in
posso tentare di chiarire parola oscura. Oscurità e ambiguità una parola il cui senso m’è duro. Se la vita è male, perché da
della pazzia, uscita fuori dal sistema, tuoni e tocchi di campa- noi si dura? Indurire una ferma volontà, volutans dicendi sive
na: il figlio buono impreca, è stato tradito, padre perché mi moriendi voluntas. I feel so blue, vertigini in blu, sistema lim-
hai abbandonato e te ne sei andato? bico distrutto nel fumo di immaginazioni ossessive, spente,
Neuroni spenti e appiattiti, emisfero destro quello dell’ir- disfunzione dell’amigdala e danno al sistema dopaminergico,
razionalità, unico funzionante nelle sue funzioni formate di borderline, split brain, disfunzione nell’inibizione della rice-
informazioni sformate. Deus ayuda, in nomine patris et filii et zione della serotonina, vasopressina in costante aumento, la
spiritus sancti, que serà? forza del desiderio e il desiderio della forza, sono forzato e di-
One more man gone, one more man! velto in un sistema sequenziale e algoritmico nell’automazio-
ne ossessiva situata su una linea di confine, sui margini, pres-
so i bordi.
Nicotina, catrame, monossido di carbonio spento e riac-
ceso, mi rinvigorisco e osservo gli involuti riflessi di una bella
pietra, pulchra puella loquere mihi! Una volontà che non du-
ra, che mi è dura, e nell’immergermi in te il tuo senso non
mi è men duro. I feel so blue. Automazioni nell’amigdala: an-
nientato il sistema dopaminergico nella sua ossessione di scis-
sione, scindo il desiderio avvolto nella sua più tetra disfunzio-
ne. Disfunzione del desiderio, a me rota igualmente mossa
mi mostrò l’ossessivo e ossequioso deperire del disio e del vel-
le. Orgasmico annaspamento nell’ossitocina riarsa e perduta,
in strutture in costante entropia, entropico svanire, lo svelarsi
di una rivelazione, rivelare e svellere la replica, la replica che

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rende entropica, antropica, e per questo corrotta, una costan- «No, sto buon, sto buon’».
te rivelazione buffa del mio essere. Loquere mihi sive semper «Ma quann mai, papà, nun stai buon».
tace, pulchra puella. Non so se il pianto, il terrore, la rabbia, la follia.
Replica antropica, entropica, artefatta, artificiosa nell’ar- «Non è niente, non è niente, tiene l’influenza. Mettiamo-
tificio del suo artefice, rarefatta struttura scissa in un silenzio lo in piedi». Il paramedico che aspetta il sudato salario non
che è abbastanza per te ma non per me. Replica rivelata riar- ha ricevuto qualche extra.
sa e refrattaria in penuria di ossitocina, forza spenta nell’ac- «No, non si regge in piedi, non si regge. Via, portiamolo,
cumulazione di penuria, la forza di svellere e rivelare, algo- via».
ritmica e logaritmica, sintattica indisposizione nell’attesa Un bambino pestifero che sta passando accanto al cancel-
dell’essere. In te solamente i prati, i boschi di una eterna bel- lo ride.
lezza avviluppata nel volto del tuo spirito vitale, il tempo «Oj, vattenne, guarda che t’accir si nun te ne vaje. Man-
nella tua purezza, la bellezza del massimo desiderio di strin- nagg’, t’agg’ a accirer» gli dico.
gerti tra le mie braccia e rimanere in eterno socchiuso nel All’ospedale, sulla barella, mi chiedevi di avvisare a scuo-
tuo volto. Ma sedendo mesto e desolato, avviluppando ri- la, ma a stento riuscivi a parlare. I tuoi occhi, i miei occhi,
flessi riarsi rabbuiati espungo un esperire desolato in riavvi- entrambi si contoncervano in un gioco che appiattiva e ca-
luppamenti dell’ossessivo ossequioso pensiero di te. povolgeva ogni possibilità di riferimenti spazio-temporali. Il
Sì, il pensiero di te. Ti vedo, ti vedo di nuovo. In silenzio tuo cuore, il tuo cuore si spegneva, si spegneva lentamente,
stavi consumando la tua colazione. Io ero un po’ frastornato, e io in un soffio stavo per stanare la mia frenesia nel più fre-
sì frastornato, una mente annebbiata. netico dei contorcimenti che potesse esorcizzare i più lugubri
«Guagliò, non ce la faccio più. Non riesco a fare più nien- e convulsi spasmi. Un paramedico ti porta via. Io non posso
te. Quando vado in classe, non riesco più a parlare. A te, a te che scappare via, scappare via e urlare, urlare a più non pos-
sto a pensà». so, urlare fino a non sentire più la mia voce, urlare fino a di-
Entri nella macchina, io nel frattempo apro il cancello. menarmi nelle convulsioni e annullare ogni mia pretesa di
Niente, non metti in moto, niente, io aspetto, poi mi avvici- contatto con l’illusione della mia realtà. Voglio solo piange-
no. Accasciato sul sedile, inerme. re, voglio piangere fino a non ricordarmi chi sono e dove so-
«Papà, papà, papààà!». no, voglio piangere fino a non ricordarmi di avere mai pian-
Ti afferro, ti sostengo, ti aiuto a uscire. to. Give me Leonard Cohen afterworld, so I can sigh eternally.
«Papà, come stai?». Sì, voglio piangere eternamente. Ho ascoltato Pennyroyal
Non so se pianto, frenesia, furore, terrore. I tuoi occhi Tea dei Nirvana per tutta la giornata.
socchiusi e ormai quasi spenti invocano il riposo e la quiete. «Sì, pronto, suo padre ha avuto un arresto cardiaco, ma
«Papà, chiamo l’ambulanza». ora sta bene. Gli impiantiamo un pacemaker».

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Papà si era fermato sulla soglia dell’Aldilà e dall’Aldilà mi Salmo responsoriale
stava preparando all’aldiquà. Ancora ricordo quando sono
andato a trovarlo in ospedale qualche giorno dopo.
«Si entra uno alla volta nel reparto di prognosi riservata».
Ancora ricordo queste parole.
«Mamma, vai tu» dicevo io.
«Veramente il professore cerca lei».
Il tuo volto, oh il tuo magnifico volto, radioso come cento Ora sono felice, mi sento dio in terra, potrei sollevare il
anzi mille soli che risplendono nella lotte più cupa. Oh, che cielo con un dito, scusami ma voglio baciare il cielo. Dio sol-
bei momenti, oh che gioia senza fine. Il tuo viso parlava una leva una ferma volontà nella felicità compiuta su un cielo di
nuova armonia, un’armonia che in un sorriso stemperava fine sentire. Sono salice piangente nell’avvolgere un’incom-
tutto il dolore del mondo, il mondo in un sorriso che mi il- piuta involontaria e mobile speculazione, speculare delle mie
ludeva di aver ucciso per sempre il dolore. ossessioni rigurgitanti in nevrasteniche e cagionevoli espres-
Ricercando la tua luce, papà, la tua persona, il tuo sorriso sioni. E nel rimirare il tuo volto percepisco l’incompiutezza
e i tuoi occhi, sognando il tuo abbraccio, me misero ricerco del mio essere. Grande lume mi illumina e mi acceca, così
una sorridente persona nel fagocitante fluire del farraginoso grande che ardo tra contrapposti specchi ustori.
fracasso fluttuante di indefesse fenditure nella ricerca di una Sono felice, mi sento dio in terra, potrei sollevare il cielo
tua immagine. Stanco mi costerno e mi accascio, dormo co- con un dito, scusami ma voglio baciare il cielo.
me sul selciato, indifeso ma anche indefesso, nella tua attesa «Papà è tornato, sta dormendo» mi diceva mia mamma.
salvifica fino alla fine della metafisica. Papà, sei finalmente tornato, sei finalmente tra le mie
braccia, nel mio abbraccio finalmente resisti.
Ma camminavi stanco, stanco ti avvicinavi a me, con il
collo e il costato tumefatto. Avevi un altro giorno di vita, mi
dicevi, una vita da racchiudere e occludere in un ultimo ful-
mineo giorno.
«Papà, perché? Papà, perché te ne devi andare?».
«M., me ne devo andare, è ormai deciso».
Papà, la tua parola si offusca e ottunde la mia volontà di
vedere le case dal mio mondo racchiuso nella mia camera. Lo
so, sto facendo una guerra contro me stesso, ho eretto un
muro tra me e il mondo che mi limita: aiutami, abbatti quel

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muro. Mai più, mai più saprò nulla di te, della tua vita, delle mitico scioglimento del legame servo padrone, rivoluzioni
tue esperienze, dei tuoi antichi maggiori, dei maggiori che fu- nella ruota che tutto egualmente e claustrofobicamente muo-
rono nostri avi, della grazia che risplende nella luce che è sì ve. Papà, illumina la brama di paure, illumina piangenti
tarda, sì tarda che è venuta a mancare nella nostra dialettica. specchi rigurgitanti nel vuoto, illumina la ferma volontà di
Papà, solo tu, solo tu il mio lume e la mia guida, tu sei il mio questa vuota ricerca, illumina il vuoto che sottende la ricerca
maestro e il mi’ autore, il solo da cui trassi lo bello stile che del vuoto. Nessun vecchio culto, nessun vecchio delirio di
non mi farà mai onore. Mai più mi risponderai, mai più ti fa- onnipotenza, siamo numeri, carta straccia che riarde nel
rò ascoltare la mia musica e ti farò vedere i miei film, mai più mondo avvolto in un macabro potere che ha il nome di liber-
ti potrò far inorgoglire della sensibilità che il mio forte sentire tà. Give me that old time religion, it’s good enough for you and
avvolge nel nostro bel cammino. me, no need for new restriction, no need for new affliction.
«M., me ne devo andare, è ormai tutto deciso. Sai tutto Ora sono felice, mi sento dio in terra, potrei sollevare il
quel che c’è da sapere». cielo con un dito, scusami ma voglio baciare il cielo. Paro-
«Ma se te ne vai, che vita sarà? No, non posso continuare». xetina e metadone, la frustrazione è solo vita interiore, fer-
«No, devi continuare, devi continuare». ma volontà e fine sentire, dialogo con le macchine, l’hom-
«Non sono indispensabile su questa terra». me machine, dov’è l’uomo e che cos’è l’uomo? Il problema
«Nessuno lo è. Vivi, ricordati di vivere». non è la condizione umana, ma l’umano. Esserci nella scis-
Ti stendi sul letto: no, non farlo. sione che rimira un’ardente volontà di immergersi nella
E intanto in un sonno lungo, intervallato da tosse e bre- brama di piangenti paura, brama di piangere l’inesistenza
vissime veglie, tu continui ad essere. A tutti che mi chiedono dell’uomo e di Dio. Vedo monetarizzazione di azioni reifi-
se papà è vivo, dico che papà è vivo, ma sta solo dormendo. cate nella loro insensatezza, ossessivo ed esacerbante rive-
Sta dormendo, e intanto non posso dialogare, e intanto non larsi di capitali pro capite, capo del caparbio capitale, pena
posso solo che vegliarti. Ma la veglia continua, una veglia capitale, decapitazione, capitolazione e kaputt. Aumento di
lunga una notte che eterna sembra non avere mai fine. Dov’è capitali senza capo, capita, risorse disumane inumate
la metafisica? Dov’è l’aldilà? nell’humus della reificazione della solitudine, rigurgitanti e
Ustoria arsura nel bramare l’illuminazione del mio essere, mai sopite elettrolisi di reificate relazioni nell’inumazione
che nella grandezza del tuo volto rivolto in contrapposizioni delle umane risorse.
dialetticamente dipanate nel disperdere di un senso, contro- Ora sono felice, mi sento dio in terra, potrei sollevare il
versia e dialettica negativa nei rapporti di produzione dei cielo con un dito, scusami ma voglio baciare il cielo. Essere
miei recettori, re-uptake della serotonina avvolta seriamente per la vita, vitalità panica in panico, sistema simpatico, pate-
in seriali e seriosi servitori di una entropica disfunzione, si- tico e struggente nell’apatia che più pathos non cerca. Il pa-
napsi nell’avvolgersi di vane rivoluzioni nell’elettrolisi di un tetico della vita? Essere nato mille anni fa, solcare le acque

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con un vascello lontano da questa città, dalla macchina che Nicotine
inghiotte il proliferarsi di utilità, sfasciare obbligazioni e l’ob-
bligo di obbligare. Io lontano da qui, tra mille donne, i canti
e il carnevale, un essere per il sesso, sessualmente e serialmen-
te ossessivo, serotoninergico gergo dell’energico dissipare.
Riemergo dopo il piacere, addormentato in questa camera
d’albergo, tra vane umanità che non conosco. Che cos’è
l’umano? Di nuovo solo, solitario e singolarmente assiso sono Nicotine, be the death of me! Nicotine, it’s my wife and it’s
morto e come morto rispondo. Io vi abbandono e me ne va- my life. Mia sorella si chiama Nicolina, ma a lei preferisco
do, sono Carestia e in carestia del mio fine sentire pongo fi- Nicotina. Non avrei mai pensato di preferire un’altra don-
ne, dalla gioia e dall’amore mi nascondo. Ora sono felice, mi na a lei, ma ora sono abbastanza grande da staccarmi dal
sento dio in terra, potrei sollevare il cielo con un dito, scusa- mito della donna perfetta. Se Dio è morto, le muse e i sogni
mi ma voglio baciare il cielo. sono vivi mentre bruciano. L’ardersi e riardersi della mia
bionda che bacia le mie labbra. La pantomima della mia pa-
ce, il desiderio racchiuso tra mura dove nessuno mi cerca e
dove vivo nella replica della mia infanzia. La mia lingua piz-
zica le avvelenanti e avvolgenti curve del mio desiderio, ri-
trovando e riassaporando in te dopamina ed endorfine, do-
po che ho sommerso sommessamente formaldeide combu-
sta e comburente in fracassate baruffe.
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life.
Acetoldeide acetata e accettata nel trapassante sopore delle
mie sinapsi, simpodiale e simpatica sinergia nell’esalato mio
ultimo respiro. Benzopireni e idrocarburi triciclici in antide-
pressivi triciclici nel tetragramma che annichilisce mia men-
te. La marcia funebre e sincopata dell’esserci che ritrova l’es-
sere nel mondo, nel tentativo inessente di essere. Barbiturici
sulla mia barba in sparute baruffe nell’ossessiva osservazione
di un’ossidata ricerca erotica. Sesso spento nelle pulsioni
combuste e pulsanti nel mio ventre smisuratamente smussato
e squadrato.

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Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. Una prece
Addio eros, erotismo esorcizzato da esondante monossido
e catrame, martellante martirio nell’accensione di un bagliore
psichedelico di una psiche che ticchetta l’ansia di anguste an-
se. Ansia nel sospirare e nell’affannare, sospiri di carta vetrata
che fagocita la pleura. Smantello i polmoni che ti portarono
via, o mio silenzio eloquente dell’inessenza. Padre mio, stri-
denti aporie soffocano le mie notti in un ticchettare di un Tra vane speranze e vani sproloqui una ardente inerpicata
tempo molesto; odio quanto di paterno c’era in te, come prosopopea da mirare ammutolendo. E tutti quei paesaggi,
odio l’innaturale ruvidità che il mito dell’autoritarismo ti ha quei soffocanti sofferti sopori. Umori umidi di anti umani-
donato nel lento e tracotante trangugiare della tradizione che stica e ubertosa ubertà. Ero solo aspettando un vaniloquio
fluisce nell’irridente e irreprensibile trasmissione epilettica di nello svanire della ruggine che travasava il mio avvento in av-
una società che voleva soffocare la tua nobiltà. Amo la grande venenti avvicendamenti di manignifiche sorti e progressive.
madre che c’è e sempre ci sarà in te, come un’immortale mu- Impazzire, saltare e spaccare spastiche sparute sparpagliate
sa che non smette di piangere alle mie spalle. In te, madre fenditure, fessure, fesse e crepe. Ciclotimico e triciclico ince-
mia, odio il padre. Odio la paterna castrazione del mio essere spicare nella mente, la mente di chi? Questa è la mia mente,
nel mondo, specchio ustorio che riproduce dolore nella gene- questa non è la mia mente. Il gene del self, il gene egoista, la
razione di corrotti genomi. Odio te che hai procrastinato il condizione umana, conditio sine qua non. Il problema non è
mito dell’autorità. Odio te che sgorghi nell’afflato di un mu- la condizione, il problema è che cos’è l’umano. Baldo sorride,
to torrente, odio te che gorgogli nell’accartocciarsi di una veglio onesto e non tardo, io tardo nell’attardarmi dall’atte-
riarsa sillaba secca e storta, odio te che perpetui il prosastico nuata tenaglia termica nella spoliazione di spalancati e sparsi
bagliore di un urlo vuoto. Basta, sparisci ora. Monossido di barbagli. L’eterno fluire dell’homo oeconomicus, l’uomo nel-
carbonio che annichilisce l’esegesi di un immobile immerger- la sua disumanità, il mito e la spoliazione del mito. Baldo
si nel tormento dell’esserci. Stasera non esiste nient’altro. ayuda, in nomine patris et filii et spiritus sancti, aiutami nella
Nicotina, seppelliscimi tra i rovi di una sorgente che sgorga tua antireligione.
nello psichedelico umore di un eterno e molesto singulto, Mi accendo un’altra sigaretta, la ventesima o la ventunesi-
mentre scindo la mia cognizione tra serpeggianti segni che ma della giornata, monossido di carbonio, catrame nel tenta-
increspati decrittano pulsazioni sempre meno pungenti, tivo di spegnere la ruggine, ossido ferroso o ossido ferrico in
sempre meno incisive, chiuse e riarse che spengono la mia ossidazioni di ossessive ossidiane o disarticolazioni di distanti
veglia nella notte della mia vita. distratti accorgimenti, acerrimi e accordati attorno a contrap-
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. posizioni di contrappunti punctum contra punctum. Mi sento

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solo, papà, te che sei il miglior fabbro del parlare materno, che e a fumare due pacchetti di sigarette nell’attesa che il tempo
fa di un rivoluzionario femminismo il suo punto di forza. Di- passasse. Via, via da questa prigione dei vivi, via da quella
sperato bisogno di una matrona da abbracciare, a cui avvin- megera di mia madre che ottunde la mia mente con la psico-
ghiarmi, avvilupparmi e avvolgermi nell’avvicendarsi di un te- logia del terrore, il terrore di una psiche che ossessivamente è
pore, sopore lungo dieci secoli più che la mia tarda favella scarnificata da aspre e dolenti note avvolte in una carnevale
spenta possa sognare, sentire, dire, vergare e sferzare, come un di convulsi suoni, suoni che in roteanti convulsioni si arroto-
bambino che vede e trema davanti alla verga. Paura, timore, lano su se stesse.
umore aggrumante: mi spengo. Finalmente assopito nel sopo- «La vuoi finire? Guagliò, tu sì pazz, tu sì pazz pegg’ di
re che cerco, nell’eterno fluire di una vera e nuova vita, che chilli int’ o manicomio! Accireme, piglia nu curtiello e acci-
non ha più né giorno, né notte. Mondi sognati, orizzonti da reme che io nun voglio verè a fine che stai a ’ffa». Urla, stre-
sviluppare, nuove erinni da scoprire, spazi esotici da svelare e pitii, arrovellamenti e aspri gorgheggi: mia mamma in
rivelare nella loro eterna promessa di beatitudine. Tu mia luce escandescenza, lava che fluisce e fuoriesce ferendo una fen-
che vegli sui miei annaspanti sproloqui, perché raspi riaffer- dente ferocia che il mio animo stava somatizzando nel desi-
mando il potere oscuro che mi opprime? derio di una notte senza fine. No, non devi ascoltarla, non
Sono solo, chiuso e murato nella tomba dei vivi, in una devi ascoltarla perché potrei cadere nella tentazione di ucci-
grande villa che mi parla di te in ogni luogo, che mi opprime derla sul serio, oh novello Nerone.
con un vuoto che sto cercando di colmare, ma la mia mente Serotonina e dopamina riversate in cadaveri che fanno
ragiona nella ricerca di una nuova oppressione che colmi la della coazione a ripetere la loro metafisica. Metafisica inerme
mia ossessione. Forse la cognizione del dolore mi spinge alla che spegne ogni prassi nella replica di metodi che soffocano
cognizione del piacere nella solitudine e nell’autocommisera- disarmonie notturne. Oh mia donna, tu sei replica di infinite
zione? Non lo so, ma tutti questi libri e questa musica non persone che rinvigoriscono in vani sproloqui impulsi catato-
bastano a far rivivere la tua parola. Dormo giornate intere e nici avvolti in una spenta speranza di catarsi. Catrame, nico-
non mi sveglio mai prima delle tre o le quattro del pomerig- tina e benzopireni hanno annichilito la mia pleura conficcata
gio. Non riuscirei mai a sopportare di dovermi svegliare di tra raspanti bronchi, espungendo gli ultimi impulsi erotici in
mattina presto, soprattutto in questa casa, che come un sole un funerale di intermittenti e intercambiabili bagliori. Il mio
ravvivavi con la tua gentile parola. Una gentile parola ormai volto raggrinzito nell’incalzare di rughe e lipidi scinde il mio
muta, che solamente nelle solitarie veglie, come un fruscio, corpo incolto nell’incivile disobbedienza che spegne la mia
mi rammenta la dolcezza del sole del mattino in questa mia prassi. Ma c’è, c’è nello spegnimento il mio sguardo rivolto
lunga notte insonne. No, non potrò mai vedere il sole sorge- verso la tua bellezza, verso l’orizzonte che mi restituirà il tuo
re, perché non sorge più il sole in questa casa. E che cosa fare? amato volto nel definitivo sopore della mia coscienza. Papà
Ho cominciato a frequentare i bar, a bere dieci caffè al giorno perdona le erinni e furie fendenti nello squarciare l’inibizione

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della mia dopamina, inibito tra erinni infurio in uno squar- Missa est
cio di aspri e sparuti sparigli.
Inibito nella metafisica, inibito nella fisica di un antigene
che tutto espande e avviluppa nella replica della sua alienante
inibizione, tutto ho perduto e in un sogno obliato ho rivisto
la mia inettitudine riapparire nello smembramento di squar-
cianti squallori, squallidi serpenti squamanti che squassano
l’inettitudine nella replica del vuoto. Arsenico arse nella re- Oh veglio onesto, che con vigore lo spirito del mondo
plica di acido nitrico che avidamente nitrisce nell’avaria di consacri nella negazione dialettica della tua fragilità e inno-
avare e volatili compressioni di sparuti amminoacidi. Papà cenza, io canto piangente nell’attesa di un’inattesa redenzio-
perdonami, a me niente, la vita è più; non è più neanche a te ne, oppresso nell’ascolto della tua lontananza. Io canto lo
ora sepolto nella spenta inettitudine che riaffiora e riemerge spegnimento di ogni sparuta speranza, io canto la contempla-
deturpando il tuo nome. Vivo nell’attesa di riabbracciare la zione delle mute mie ore soffocate dalla tua perdita. Perdo la
fine della metafisica e l’annullamento del suadente mito che mia muta voce. Sofficemente sul tuo volto si abbandonano le
si contorce nelle sorti magniloquenti e progressive della mia mie dita, che pizzicano la toccante melodia del tuo volto, in-
felicissima condizione. castonata tra le tue guance. I tuoi sonori baci soffiati con
l’impeto e il vigore di un direttore d’orchestra risuonano nel-
la mia voce opaca di dolci detti.
Oh veglio onesto, l’atonia della mia voce evoca il tuo so-
noro volto nella replica della tua vita. La sordida massa di-
sperde con il suo ego il mio delicato afflato sospingendomi
al fondo di riavvolte increspature che tra ondulate modula-
zioni ritorcono le mie ossessive contorsioni nella tua ricerca
del tuo volto.
Oh veglio onesto, sono ossessivamente riarso nel rigurgito
di opache contorsioni che spazzano ogni pulsione in pungen-
ti fremiti di annichilimento. Sento proteine di un retrovirus
che spegne i miei fremiti nella coazione a ripetere dei miei in-
cubi. Incubi che copulano con confusi e sconclusionati deliri.
Alienato tra aliene nenie barcollo tra irridenti risate che repli-
cano la mia atona voce fino al suo soffocamento. Dio è mor-

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to e ha lasciato il più sensibile dei suoi figli in preda a una de- duzione e riproduzione che prolifera nella coazione dell’esa-
menza precoce imposta da un latrante Cerbero che crebbe tra lazione di un ultimo respiro impregnato del nostro soffoca-
crepitii di increspati sinaptici crepacci. mento. Rottami e liquami soffocano le mie risate che irre-
Oh veglio onesto, tu commosso ammiravi quel signore dente irridono la mia compulsiva e falsa favella nella speranza
che in paese accompagnava al cinema il figlio morente. La ci- della nascita di una buona novella che appicca ripetute fiac-
nematica del fetido fato mi accompagna orfano tra vaghe im- cole nelle fauci del mio vano e ultimo sproloquio.
magini di simulacri sconsacrati del tuo volto ricoperto di O veglio onesto, ricorda che la vita è bella.
pianto. Dimmi, papà, che cos’è il fato? Il fetore di un vecchio Missa est, et pax vobiscum.
facinoroso avvolto in un fascio che ossessivamente rinnova
alla vecchia vita l’oppressore. Che cos’è il fato? Il fetore della
cloaca che serialmente replica la repressione di voci deliranti
nello specchio della sua psiche.
Vedo solamente padri padroni, capi di clan impigriti da
imperizia che replica totemismi totalitari. Vostra è la replica
dello stupro di gruppo, del fango e dello sterco che mi im-
mergono in stonati stornelli. Vostri i vessilli che vessano i de-
relitti, opprimendoli con dipendenza di oppio e di ferormoni
che sospingono l’amigdala in lisergiche pulsioni di morte.
Odio i professori di matematica, diceva il burocrate che ti ha
ucciso. Oh veglio onesto, perdonalo perché assaporava il su-
dato salario, conio falsato, che come alacre corvo lo relega tra
rottami riarsi comprati a caro prezzo e pronti a ostruire arti e
arterie in un fango di sterco e sperma. Davvero meritano il
tuo perdono e la tua misericordia? Tu solo nutrivi la tua spe-
ranza nel nostro esserci, mentre io ancora nutro la speranza
nel nostro non esserci.
Oh veglio onesto, denuncio e sovverto finché non potrò
più sovvertire il flusso della mia frenesia che fruisce del fre-
mente e franto fracasso che arde tra le rovine dei falsi miti e
di un’innocente infanzia perduta. Hanno sepolto la nostra
specie sotto il peso di rottami e liquami in un’ossessiva pro-

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Viva l’Italia speranza che una spavalda spada operasse contro di te anche se
oppressa nel suo appressarsi. E tu, che di Silvio sei il parente,
anzi il figlio, ridi pagliaccio, tra sparute e sterili emozioni; ridi
pagliaccio, ché la tua risata ti faccia eco dalle Alpi alle Ande, da
Twitter a Facebook. Ridi pagliaccio: della corruttela generale
sei oggi il mentore. E chissà chi sarà il tuo prossimo.
Viva l’Italia e qui tutto cambi, perché nulla deve cambia-
Mi sto spegnendo nel borgo natio selvaggio, io anonimo re. Tu, pagliaccio, nel carnevale di sparute maschere funebri
volto in una coalizione di clan selvaggi tra ombre e volti in- bacia con la tua mente perfetta il corpo del padre che fingi di
nominati. Viva l’Italia perché qui, proprio qui vedo dee e denigrare. Il padre veglia su di te e sempre veglierà su di te
muse che celano rare sorgenti di celestiali carmi tra le loro in- all’ombra di un Nazareno che invidia la misericordia di So-
crespature. Qui dee e muse da venerare perché, Madonna, doma e Gomorra. Tu, tra finissimi sistri, ridi pagliaccio, fi-
dir vi voglio che la vostra celestiale altezza e la vostra luce mi glio oggi di quella élite che saccheggia e brucia l’italica terra
ricorda che te admirare non sum dignus. Qui dee e muse ve- per le degeneri generazioni, poi spedisce i figli tra i sentieri
nerate dai padri e incitate dalle madri, trofei o gioiello da più impervi e vecchi. Vecchie e vecchi ritardati ascoltano la
contemplare per il loro servetto di turno, sempre pronte al Traviata traviati da pietoso esibizionismo intessendo con avi-
servigio d’Amore come Griselda o come Ruby, se rubi e ti dità le loro cinquanta sfumature di grigio sotto il cuscino con
presenti firmato Armani e con una Porsche. Qui dee e muse concubine, amanti o con l’eterno tirocinante che sotto la pol-
svaniscono quando non più giovani, bensì vecchie e laide, or- trona del padre padrone attende invano.
mai sono da lasciare altrui. Viva l’Italia, perché persino i cimiteri di cui ti adorni e di cui
Viva l’Italia, paese di santi, poeti, navigatori e inventori! Se tanto fai sfoggio sono più vivi di te. A me sfinito, concedimi ri-
contorci e confondi dieci o undici lingue sei esibizionista; se sai posato albergo o l’opportunità di vivere lontano da te, matrigna
di non sapere, sei ignorante, sai troppo e sei saputello; non la- che le viscere della terra insozzi della tua superbia senza averne
vori e sei schiavo della noia, lavori e sei schiavo del dolore. Hai il fio, o avendo il fio di chi da morto non ha più rimpianti verso
venticinque anni e sei troppo giovane, ne hai trenta e sei vec- una vita vissuta e spenta nelle segrete memorie di geroglifici se-
chio. Ahi serva Italia, che sei tu se non bordello di macerie, sei polti semanticamente nell’intenzione di un autore che non ave-
sepolta nella tua stessa tomba, mausoleo ermeticamente chiuso va nulla da dire, e per questo non si fece capire. Un autore che
nelle tue rovine, vecchio organismo che operi e richiudi, bende non aveva nulla da dire, e infatti e non lo fece. E tu, padre mio,
su bende, metastasi sanata sul grembo e metastasi riapparsa figlio e vittima della corruttela italica, tu che alzasti il viso con-
nella mente, depressione su impressioni impressionanti in tro di essa, perché accettasti come ultimo atto di libertà, da me
espressionisti esperimenti esperiti nella perizia che perì nella accompagnato, il viaggio verso gli inferi? Nunc querimur vitam.

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Non consumiamo Marx Parallelamente un pareggio di imponenti parallassi che
per partenogenesi ripartono ingenti e dolci tintinnii in bei e
leggiadri profitti. Manager, grazie, perché annuso finalmente
la liberazione di istintive pulsioni che soffocano il corpo nella
replica di uno stupro senza fine mentre un incessante incesto
incenerisce la mia amigdala relegando sprezzanti speranze
nell’esperire l’esperto esprit de mort. Questa è la mia fin’amor,
Viva gli affaristi, le multinazionali, gli amministratori dele- il vero amore cortese che corteggia il mio ippocampo e ma-
gati delle magnifiche sorti progressive della modernità. Salvia- terializza stupri di giovani, vergini e suadenti corpi. La mia li-
mo la condizione umana! Marketing, pubblicità, potere finan- bidine odora di spirito giovanile.
ziario, transazioni e cartolarizzazioni. Imprenditori proletari Acetilcolina e acido amminico tra lisergie e lisosomi nel-
del nostro tempo, titolari di società solidali che solidarizzano l’elettrolisi di ispide fagocitosi lobotomiche e atomiche seb-
con lo spirito del tempo, titolari di transazioni del benessere, bene ancora siano presenti attraenti e tracotanti tartassamenti
una vera goduria in una fatua compravendita di rade felicità. nella mitocondriale e ipocondriaca replica del mito dell’uo-
Viva la vita, viva tutti creatori di magnifiche sorti pro- mo di successo. Manager, annaspo: la nausea irretisce irrisori
gressive. Viva le startup del cuore e viva la ricchezza d’animo e iridescenti chiusure a iride. L’acido freneticamente freme e
del successo in sentiti sentieri di sensazionale serenità, a pat- non ferma il fremito capillare delle pulsioni, pulsazioni tra
to che sia orgasmicamente seriale. Rigurgitanti rapporti di impulsi di valvole nello svalvolio di svaniti svarioni di fini
produzione nel riprodurre riarsi risvolti? Alieno dall’alienan- spasmi ventricolari, vereconde valvole bicuspidi e tricuspidi,
te allitterazione del proprio pensiero li vedo ora asciugarsi il ininterrotta sintesi e diatesi degli opposti, interno ed esterno,
sudore suggellante un’altra assurta e asservita manovra di alto e basso, lieve e chiuso, occluso e claustrofobica clausola,
potere in favore delle masse che sognano una tanto gentile e claudicante e lipidico sforzo, splash, splatter, asperrimo e spa-
tanto onesta schiavitù. ruto sussurro, ripido, ramarro, riarso, arsura, argh! Stecchito.
Un’aspra e dopaminergica ninfa inibì l’alibi che avrebbe Occlusione della valvola aortica, nodo atrioventricolare elet-
alienato l’illusione della mia volontà cosciente. La musa del tricamente riarso, atrio di arsure artriti. E fu così che morii.
capitale offre una salvezza capitale che capiti al migliore offe-
rente e magnanimo: dolce meritato lavoro con dolci detti agli
automi che implorano, pregano e fischiano per cui cuociono,
stringono e tagliano la loro magnanima prece per la salvezza
della loro ultima illusione. Gratias tibi augimus, manager: ho-
mines sine pecunia sumus, sed imago vitae sumus!

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Epitaph miei propositi nella vita. Ho sempre cominciato, ma niente è
finito, perché è impossibile, perché non so cosa sia la parola
fine: vorrei che tutto fosse reversibile e nella mia insania sogno
che l’irreversibilità della mia vita sia solamente un incubo dal
quale in ogni istante potrei svegliarmi. Cos’è quest’incubo?
Non rimembro nient’altro che parole di ruggine sepolte nella
neve che si dissigilla proprio ora che i prati tornano a rinver-
Dove sta andando l’umanità? Boh! dire e gli uccelli cantano, cinguettano e gridano gorgheggi e
Mao Tse-Tung in un’intervista del 1966 volteggi nel volgere in fino amore il mio volenteroso cuore
scisso da una prassi apparita e reificata nel vacuo della sua va-
And I feel tomorrow I’ll be crying. nità. Teoria e metodo, metafisica e fisica, dialettica di narco-
King Crimson, Epitaph, 1969 lettiche dialefi che sintetizzano anestetiche sinestesie. Sì insi-
sto, Deus ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti. Aiuta
Una neurolettica analessi frange la mia amena amigdala in la mia autocoscienza che atomizza e automatizza la replica di
un progresso interiore che forgia e dichiara a lettere di fuoco una autocommiserevole compiacenza. Papà, ti ricordi quella
l’illusione della mia volontà cosciente in una vivida visione di sera quando ero offuscato dalla nebbia che ottenebrava la mia
varianti adiafore delle manifiche sorti e progressive della con- mente, la nebbia che aveva dissipato serotonina e dopamina?
dizione umana. Seduto sulla sua poltrona, nel buio del suo Ero in preda al panico, in preda al pallore più consunto e alla
salotto, avrei volentieri ascoltato e ostacolato ostracismi e os- frenesia più frenetica e frangente che avessi conosciuto. Ero
sidate ossidiane, avrei franto ossidi ossuti e nitrici tra nitriti, solo e solitario, singolarmente assiso nell’assediare il consesso
sebbene non avessi intenzione di irretire e iridificare irrisorie di sinistri sistri che seminano il vacuo della mia vanità.
ironie poiché ero istintivamente svilito. Un altro sorso di «Papà, mi hai rotto il cazzo. Mamma, vaffanculo. Tutti e
whisky. Ti ricordi il Johnny Walker che conservavi da tren- due, io so’ figlio a duje sciem’, non ce la faccio più. Perché
t’anni? L’avevi conservato per così tanto tempo e per un’oc- cazzo mi avete fatto nascere? Maledetti».
casione speciale; prima per la laurea di mia sorella, poi per la «Oh, la vuoi fernì! Uagliò, ma stai buon o no?».
pensione, poi per la mia laurea, poi per la caduta del governo: Uno smunto pallore impallidì la mia ferma volontà di va-
no, abbiamo sempre procrastinato. E infatti il whisky è anco- nificare la mia azione distruttiva e intanto dirompendo una
ra qui, davanti ai miei occhi, perché so io che occasione sug- vana volontà ero sul punto di impallidire fermamente, offu-
gellerà. Sì, la mia morte festeggerò, vivrò la mia festa, sì! Ep- scato da una claustrofobica litania che mi occludeva le tem-
pure no, so che non ci riuscirò, so che non mi suiciderò, per- pie, poiché avevo davvero perso la possibilità di calmare la
ché non sono mai riuscito a portare a termine nessuno dei ferma occlusione dei miei vani vaneggiamenti. Sì, impallidì il

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pallore del mio vanificare nella distruzione dirompente della esperimenti di esplicativa espressione nell’espiazione della mia
mia pallida volontà. Offusco litanie che occludono un tempo frenetica frenesia. Papà, io ancora ti vedo seduto sul tuo diva-
in un claustrofobico vaneggiamento, vaneggiamento clau- no, come una statua e un totem, il tabù della mia colpa di fi-
strofobico di un tempo che occlude e aaargh! Urla, strepiti, glio, la venerazione di una vacua e vana metafisica irretisce e
osssessi consessi da squarciare, squarciare, parlare e lagrimare svilisce il mio canto, canto e grido nello squarciare e squader-
le mie più assurde frenesie. Serravo i pugni, tossivo, e invei- nare il mio abisso. Abissale aborto di aberranti abazie che ri-
vo: papà non mi capisce, papà non mi capisce, neanche lui velano risvolti reificati di un pensiero che la psiche analizza
prova più pietà per me. nell’annullamento della propria volontà cosciente. Ora co-
«Ora basta, la faccio finita, basta!». scienziosamente reifico la coscienza che annulla la propria vo-
Non mi ricordo bene, esco, corro nel cortile. lontà nel pensiero che rimuove l’ultima parvenza della mia
«Fermati, fermati». Papà piangeva e gridava. psiche. Papà, il totem del tuo volto risplende nel salone dove
Nel cortile sono su una balaustra, la strada sotto di me, so- guardavi la tivù. il totem che risplende nell’oscurarsi del mio
no a tre metri di altezza, forse morirò, forse non morirò, sto sguardo, il totem che recide il mio sguardo nell’oscurarsi del
per morire, un salto mi divide dalla vera vita, la vera vita in un salone della mia psiche. Tu riflettevi sui tuoi occhiali le imma-
salto, coraggio! Guardo il vuoto, il vuoto guarda me: no, no, gini di quella TV e mi guardavi ancora.
non è il momento, che sto facendo? La musica, il cinema, l’ar- «Bubbù che è?».
te, la poesia, gli scherzi con gli amici, e poi c’è papà. «Bubbù!» .
«No, no, voglio vivere, voglio vivere!». Correvo ad abbracciarti e avvinghiarti con la mia sete di
Papà mi abbraccia, mi stringe: oh, papà, non ho mai assa- te che assetava il mio volto di pizzicarti le guance nell’illusio-
porato un abbraccio così bello. Che bello avere tra le braccia ne che tu fossi sempre con me. E tu mi guardavi ancora, av-
il sapore del tuo viso. Quella notte così oscura mi ricorda an- vinghiando la mia sete nell’illusione di eternare il tuo amore.
cora che stare così uniti ha fatto risplendere in un istante mille Ma nel correre verso il tuo abbraccio, io abbraccio il vuoto
soli in cielo: il cielo, in un’istante, aveva colorato tutte le mie delle mie promesse e della mia solitudine, la sconfitta che
speranze nella vita, tutta la vita che in un’istante sembrava eterna un’illusione nell’idealismo di una prassi spenta e rin-
frangersi sulle onde della mia insania. Il sole poteva tramon- secchita. Papà, dove sei, ti abbraccio, ma non ci sei più, dove
tare e ritornare all’infinito, ma a noi due rimaneva un giorno sei? Mai più ti vedrò. Mai più vedrò il tuo volto nel volgere
assolato e perpetuo in cui dormire, essendo noi giunti nel pre- dei miei passi. Mai più vedrò l’ombra della mia libertà nel li-
gio e in uno splendore che neanche venticinque secoli di età brarsi del mio volo verso la bellezza che nel baratro purifica
dell’oro avrebbero eguagliato. Papà, perché te ne sei andato? nelle belle lettere l’eterna illusione di una vita nova. Mai più
Perché mi hai abbandonato, nel tuo cuore abbandonato, nei vedrò chi nel pianto e nel sorriso vegliava sui miei passi e sul-
tuoi occhi abbandonato? a te affido il mio spirito che esperisce le mie orme per abbracciare il mio volo nella bellezza di

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un’eterna libertà. Mai più vedrò, mai più vedrò la tua parola la mia mente. Il tuo amore che il desiderio forgia in immagi-
che nella luce illumina la libertà di un eterno abbraccio che ni avviluppate nel mio cuore volenteroso di parlarti. Ahimè
mi salvi da me stesso. Me stesso nella melma, nel baratro che tutto ho perduto, ogni mercé è perduta e mai più sarà resa.
mi divide dall’illusione del tuo sorriso, me stesso nel baratro Dal momento che né preghiere, né diritto, né pietà possono
che eternamente sprofonda nel mio cieco parlar coperto. ricondurti a me, papà, io sono morto e come morto ti rispon-
E intanto quella sera scappai di casa, vagavo, vagavo verso do e mi nascondo dalla gioia e dall’amore. Ay Deus aiuda, in
sentieri desolati e deserti, solo e pensoso presso i deserti cam- nomine patris et filii et spiritus sancti.
pi, ma quali campi? Campi pensosi e soli erano quelli che la Lievemente andiamo insieme dove l’ingegno e fantasia so-
mia mente avvolgeva in un ticchettio molesto di un orologio gnano nuovi lidi e nuove verità. Non temere, la natura ci farà
che in una lieve litania scriveva il mio epitaffio. Papà mi cer- navigare tra sogni di eterea bellezza. Come in una vacanza al
cava, piangeva, come l’ultimo dei derelitti e dei miseri era su sole. Un sole inframmezzato da franti fracassi di onde elettro-
una croce, perché sentiva che ben presto avrebbe soffocato magnetiche propagate nel vuoto di una vacua vanità tra assoli
l’ultimo pianto nella vanità di un dolce rivo che ci consegna- di soli e sopiti sospiri che singolarmente salutano la salvezza.
va le melodie più antiche e lievi per consolarci dall’essere così Una pulsione eterna di sinaptiche psichedelie somatizzate in
profondamente soli. Dilaniati e stracciati entrambi, non so trascrizioni di segni specularmente rimarcati sullo specchio
dove dormimmo entrambi. Ancora non ricordo altro se non della mia inettitudine. Trascrizioni di tracotanti frammenti
un flauto che in una antica litania mi consegnava a un torpo- tradotti in un segnale incompleto e interrotto, mancata tra-
re che spegneva la nebbia di un lungo ragionare, una ragione smissione di linguaggi nella replica della maschera che rimar-
spenta e silente, tesa ad ascoltare un pianto antico che soave- ca la mia eterna pulsione di vita. La vita eterna? Ah, dimen-
mente metteva a tacere la mia notte. Yes, I feel tomorrow I’ll ticavo che Dio è morto. Ma come fa a essere morto Dio se io
be crying. Il vecchio padre, stanco e stremato, che solo chie- sono ancora vivo? No, Dio è morto, devo fingere di non es-
deva riposo ai suoi giorni, mi ritrovò disteso a terra e ancora sere Dio anche se so che, dopo la mia vita, il mondo finirà
piangente accompagnò a casa il figlio che nella notte del de- con me. E nell’invocarti per l’ultima volta, caddi come corpo
lirio abbracciava la croce sulla quale aveva trovato rifugio nel- morto cade perché ciascun grido della mia mente invochi
la sua profonda insania. Il tuo amore, ancora cerco il tuo una seconda morte.
amore nelle mie notti più buie, ma il buio non mi parla più
del rifugio del tuo amore, ma mi parla di epoche e immagini
passate, vicine e lontane, che hanno sepolto il mio grido in
una sinfonia di dissonanze che sovrastano la mia voce.
Amore nel desiderio che ispira la volontà di parlar coperto
tra spirali di spiranti immagini che ragionano nel baratro del-

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Electric funeral (Reprise) viluppo di colori compulsivi e corroboranti della dialettica
del mio spirito.
La luce fendente di una luna gelida che trapassa con i suoi
spiragli il salotto dove insieme giacemmo, felici, nell’illusione
della nostra volontà cosciente. E poi un corridoio, e sulla de-
stra la cucina e la sala da pranzo, la tua sedia dove ti sedevi e
miravi i tuoi calcoli e le tue carte. Credimi, credimi, mi vor-
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville rei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento co-
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso, sì solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla, in cerca di
guarderei presso e fiso, un posto in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia soli-
per vendicar lo fuggir che mi face; tudine, mille spettri che mi inseguono e mi chiedono confor-
e poi le renderei con amor pace. to, mi cercano e mi desiderano con la loro ferma volontà che
nel cuore mi entra.
Dante, Così nel mio parlar voglio essere aspro Sì, io sono un electric funeral, un electric funeral. Fulmi-
ni, fulmini di accecante bagliore che abbagliano il mio delirio
Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi cor- tremante di un sincopato olocausto di ossessive pulsioni vi-
ridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri, aria branti nella mia mente piangente. No, non è possibile. E lei,
fresca che ammuffisce tra funghi pluricellulari, una luce di lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi
pollini sospesi nell’aria in una lunghezza d’onda tra i 790 e lamenti, le perturbazioni del suo occhio che incurvato mi de-
430 Hertz di frequenza. Rodospina avvolta nel capitale della ride, le sue pulsioni: ora i suoi deliri non sono più i miei de-
mia dialettica che in spore trascendentali connette servi e pa- liri. Solo un messaggio, un messaggio che sul fondo di uno
droni nella pulsione onnicomprensiva del mio vile e ridente schermo risuona: me muero, me duele todo. E lui, il tuo cava-
universo, pur essendo fremente e angusta nella replica di lier servente, che ride, che ti avviluppa tra le sue braccia spes-
nuovi e baluginanti fenomenologie della mia enarmonia. se e vuote di ogni grazia, e grazie a quelle parole; ma sono
Sì, io sono un electric funeral, un electric funeral. Ora ti qui, sono qui per avvolgere, agguantare, rompere, ardere e
chiedo? Che cosa sei per me? La camera dei desideri e della riardere tra infernali strida dove frenetico ciascun dannato
mia illusione? La camera in cui giacqui nella dolcezza di invoca la seconda morte, laddove tutto consunto e contrito
una vita sognata e non esplorata? La camera della mia inet- convulso nella più tetra delle notti intrise di tritati e traci-
titudine, della frenesia che vaga in immersione di psichede- manti effluvi del mio copioso seme della discordia. Sì, lui che
lico tremore? È tutto un sogno o è realtà? Sprazzi di sprez- con il suo seme semina la sua sterile stereofonia in una vi-
zanti psichiche convulsioni avvolgono la mia magione nel brante cacofonia che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più

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lungo che venticinque secoli. Amor nella mente mi ragiona brandelli la parola che nel suo segreto schiudersi oscura e in-
di questo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono. Amor dura nel suo pacato esperire una nullificante esperienza, rot-
nella mente mi ragiona della tanto bramata caverna che colo- ta, perché non ha più nulla da dire, nulla da offrire se non un
ra il mio variopinto essere nella ricerca dei tuoi dolci cinguet- lungo viaggio verso la passione dei miei deliri; nulla da offrire
tii, gridi, suoni e gorgheggi nella tracotante e stridente dila- se non uno schermo che in sterile stereofonia risuona metal-
tazione, nell’elasticità e nel crescendo del mio fermo volere liche strida, strida che avviliscono la poesia e l’arte, per l’oblio
che nel tuo cuore entra. dei nostri secoli, di un segreto che si schiude nella sua vana
Tu, bella musa, affascinante e affastellata nella fendente af- litania. Mille colori, mille colori che si invertono e investono
fermazione del tuo dolce canto tra tube e tubi di una oscura e immagini sfocate così pungenti che potrebbero svegliarmi
sopita voce che ora, ora avviluppa una frenetica e pellucida dall’incubo della vita.
dialettica nel cambio di polarità: sodio e calcio dell’oscura rea- Sì, io sono un electric funeral, un electric funeral. Ora pa-
zione corticale. Tutto qui? È forse tutto qui la brama della mia pà, parlami, papà dove sei? Un appiglio, una boa, una qua-
vita? O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare ri- lunque risposta. No, litania che non ha mai fine, litania che
spetto all’impressione che ebbi di quel sogno che ora obliato corre e mi guarda con occhi ormai consunti da lacrime che
ippico corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Dove non hanno più vigore, che seccano prima di ritornare a ri-
ho lasciato, dove ho lasciato il mio positivo dialettico? Fen- splendere negli effluvi più sinceri e più liberi; perché il dolore
dente immissione, epididimica epentesi di ippiche ipallagi, è ormai cristallizzato nel vuoto della sua vanità, cristallizzato
frenesia e contrita reazione neuromuscolare involontaria nella in urli peripatetici, patetici e così striduli che nel rifrangersi
ferma volontà di assaporare origano e la mente nella tua saliva dei suoi infrasuoni non udii nient’altro che quattro minuti e
amarulenta, proprio nel momento in cui acetilcolina e adre- trentatré di silenzio. Silenzio che non era nient’altro se non
nalina fischiano e fremono nel rilascio di basicità nell’acidità la sommessa e soffocante tua richiesta di dialogo. Io ti guar-
della bella caverna, poiché l’ovulazione del corpo luteo e fol- davo, sì, con le lacrime agli occhi, i tuoi occhi pallidi e sin-
licolare dispiega un cambio di polarità, sodio e calcio nel- ghiozzanti della tua preoccupazione, i tuoi occhi così simili ai
l’oscura reazione corticale. E tutto qui? È tutta qui la vita? miei, che come uno specchio mi hanno avvolto, perché da
Sì, io sono un electric funeral, un electric funeral. Ora, quando mirai nei tuoi occhi non più mio, ma fui di qualcun
ora che a me, che a me non sei più, o mia sanguinosa musa, altro. Specchio, specchio, da quando ti miro nella camera
che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte mi- della mia mente, mi hanno ucciso i sospiri dal profondo. Io
stica della mia ragione, forse dall’amore e dalla gioia dovrei mi allontano, e correndo, tu mi insegui.
ritrarmi e dal momento che sono morto come morto ti do- «M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?».
vrei rispondere? Me ne vado, prigioniero d’amore, non so «Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi
dove, anzi prigioniero della mia sterile frenesia prendo a singhiozzante.

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«Non ti preoccupare, papà, papà campa parecchio, se tu ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, im-
lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommisera- mersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare
zione stai affondando e affondando sempre di più nel senso del canto che ti ha insegnato. Non deturparla con i liquami
della vita, nella vita che fluisce vana e lieve come un torrente e i rottami dello spirito del tempo, non dischiudere il tuo cer-
impetuoso che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non vello, non segmentarlo nello split brain di un cieco o un sor-
affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascolta- do che non può o non vuole sentire. Non ti perdere in fram-
re i dolci detti». menti e in scaglie di caleidoscopici iridi inabissate nel fondo
«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato di carta straccia, di dadi e numeri, cabale babilonesi che in-
in un incubo, in una notte che perpetua fluisce nell’attesa di tingono il loro responso del sangue delle nazioni e delle genti.
un mio risveglio. Ma non ti vedo. Lo so che fin quando non Non ti perdere in immense speculazioni che avvolgono e
finirà, io non, io sarò destinato a essere sballottato sempre». riavvolgono noi automi in servi di un ritmo sincopatamente
«Siamo tutti sballottati, o meglio se non lo siamo tutti, ossessivo che da schiavi di debiti e crediti ci porta a desiderare
non lo è nessuno. Ascolta la natura, ascolta i dolci canti che di omologare, di mercificare e di liquefare il nostro soave in-
ispira in questa serata. Quando Amore mi spira, io annoto e cubo di non aver mai vissuto. Caro M., io ho vissuto, e ho
a quel modo che detta io ti parlo. Non c’è nulla, nulla che vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e
possa alleviare questi tempi oscuri, se non la beatitudine di più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltan-
un attimo, di un istante di questa ferma volontà, di questo do la levigata voce della natura che mi preguntava di abbrac-
desiderio che tocca il tuo corpo con la mia mente. Solo questi ciarla, di carezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue brac-
attimi, questi attimi mi dicono che non devi più fuggire e cia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti,
non devi più nasconderti da te stesso». e ricordati per amor mio di non essere succube del padre e di
«La mia volontà è debole, papà. Come sconfiggere, come nessun totem».
sconfiggere lo spirito del tempo con questa accidia che tutto «Sono un electric funeral. Tutte le solitudini, tutti i mo-
muove e niente sottrae alla centrifuga della sua fiumana?». nologhi, tutte le risposte che mi mancano, tutto il mio giro-
«Non parlare, non parlare e resta in ascolto. Non cercare vagare e tergiversare nel mondo della mia mia mente, tutto
nulla al di fuori di te stesso, non aspettarti che gli altri ti guar- per arrivare da qualche parte ma non qui. In questa notte
dino ma prova a guardare, a guardare oltre. Quel ruscello da oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio.
te immaginato, quelle piante che a margine lo accarezzano in Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto lo stesso,
quella foresta acquattata dietro a quella montagna, non le ve- e lo stesso ancora stanno implorando e cercando vendetta.
di quelle piante? Non rinunciare, non rinunciare alla vera li- Ancora mi ricordo, ancora mi ricordo di quando esperivo fre-
bertà, alla vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo netico il male oscuro che mi avvinghiava con le sue unghie,
ti ha serrato ogni opportunità, perché là c’è, là c’è la più bella e insieme distesi sul letto, tu che mi guardavi assonnato, con

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il tuo occhio socchiuso. I tuoi capelli sul cuscino come pietre siche che solo in una convezione di moti porosi lasciano in-
d’oro dormienti, sì, ancora li vedo: molti amori dopo il no- tendere la meraviglia degli effluvi che furono. Come una
stro ora non hanno più nulla da dire, perché la foresta, gli al- scomposizione di note in schemi di ritmi irregolari, come un
beri e il bosco ancora ci sorridono e cantano effluvi e zampil- sintetizzatore che sintetizza proteine fino a profanarle dalle
lanti gocce di lievi e gaie sinfonie. Ma poi, quando ho visto floride catene di amminoacidi che furono, come la frenesia di
il tuo occhio spegnersi nel terrore della distanza, quando ho immagini che fluttuano veloci in una macchina da stampa; io
visto il tuo spirito contorto e spezzato, ho capito che non c’è posso mirare qualche sparuto barbaglio che avviluppa la pul-
modo di dirti addio. E ora vago nel tempo, in un tempo so- sazione della mia amigdala in brandelli di scaglie e rottami di
speso che dissolve i miei sospiri al vento, e appena giro l’an- cortisolo: ghiandole surrenali che inibiscono noradrenalina,
golo so che non ci sarà il tuo viso, anche se i nostri passi, i serotonina, dopamina, ossitocina avvolta nell’ossessiva e osse-
nostri passi rimangono ancora nella speranza di ritrovarti lì, quiante ricerca di ossi da ossidare. Come un padrone che nel-
da qualche parte, ancora ad aspettare il mio sorriso». la sua iperattività dei profitti mercifica e scarnifica il servo
Papà, papà, dove sei? Oh forbice non recidere quel volto, nella dialettica di un sopore e sopito spirito di critica del cri-
ma recidi il mio; l’acqua sale e mesce chiarori e poi si inabissa ticamente ineluttabile. Come una rivoluzione che riavvolge e
nel vuoto di un pozzo che appesta fumi e fuochi fatui nella riarde pianeti attorno a un asse inclinato rispetto al piano
fatuità del mio fatale e incosciente parlare. Sì, io sono un dell’eclittica, avviluppando frammenti e detriti verso uno
Electric Funeral, un Electric Funeral. Cum flueres lutulentus, spento nodo senoatriale che impulsi elettrochimici non pian-
mi Lucili, in a Gadda way. Ora voglio una pasticca, e un’altra ge più. Come un tempo sinodico che in tempi siderali, laco-
ancora. Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene nici e draconici esperisce la ferma volontà di oscurare il suo
disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire: ne vo- pianeta nel barbaglio della rota che l’orizzonte divide in ge-
glio di più, ancora altre, ecco, amor che nella mente ancor ra- minato cielo, in gemme che ingèminano la pulsione onni-
giona di questi demoni della vera libertà che conducono lad- comprensiva di spente e riarse strida di un orrore tutto inna-
dove la vita è migliore, più limpida e più pura. Prendiamole turale, ma perfettamente razionale.
tutte perché amo la vita, perché non vedo l’ora di colorare la Sì, io sono un electric funeral, un electric funeral. Ora vo-
mia illusione che i colori esistano davvero. La cognizione del glio un’altra pasticca di antidepressivi, e un’altra ancora. Oh,
bianco e nero non mostrerà più segnali nefasti e sfasati com- io lasso ora che muovo tutti i prieghi verso Elicona perché
pressi nel buio di una sconfitta. Cirra risponda, perché il responso è solo una avversa e inutile
In un vuoto, in una espressiva riduzione che tutto anni- rincorsa verso l’innaturale, verso paradisi artificiali che nel lo-
chilisce, acido ferrico in acido ferroso, scomposizione e sem- ro artificio trapassano quella piaga rossa languente nell’inet-
plificazione di numeri che battono ali e spirito in una diade titudine del mio vano e trapassante parlare. Viva la vida! Sto
che scarnifica la loro semantica; scarnificazione di rocce car- per trapassare e forse nell’Aldilà c’è troppa, troppa dopamina

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e ossitocina, troppo benessere, troppa virtù nel tessere le lodi Are you experienced?
di gioia e amore, troppa virtù, troppa scienza d’amore che
non appartiene alla mia natura. Un’oscura passione che una
supernova nella visione di una strana onnisciente onnipoten-
za per un’ubiqua onnipresenza che finalmente una rosa fresca
aulentissima. Una rosa fresca aulentissima che inversa una in-
troversa inversione nell’inverosimile visione di dolci detti, la
dolce melodia del nulla, poiché inversamente alla mia stri- We’ll hold hands
dente attesa del vuoto, intanto nella inversa mente della mia an’ then we’ll watch
frenesia infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato che nel the sunrise from the bottom of the sea
fondo di un oceano, un’oceanica estasi e panica della mia di- But first, are you experienced?
sarmonica enarmonia. Un sogno obliato che una città som- Have you ever been experienced?
mersa nel ventre della frenesia universale nell’oblio della not- Well, I have.
te. Un sogno obliato che nelle dialettiche e idiolettiche strida
e grida ancora, ancora per l’ultima volta nella notte mistica di Jimi Hendrix, Are you experienced, 1967
un sopore che tutti i miei ultimi inganni nell’inversione della
magia nello specchio della mia vanità. O dolce musa dagli CORO: Oh Magico Lipton, tè che sei numero uno, la tua
occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi dolci detti nel potenza è senza controllo perché un diamante è per sempre,
mio pingue e pallente ultimo trapassare. soprattutto quando Dove – laddove si indova un dovizioso
dovere – nella vera bellezza offre un sapore vero da dieci e lo-
de nella Milano da bere. Che mondo sarebbe senza Nutella
soprattutto spezzando un Kit-Kat accompagnato dall’analco-
lico biondo che fa impazzire il mondo. Caro Dante, comun-
que bella ’sta commedia, divina, ma non sarà troppo lunga?
Ma non ti preoccupare, cara Beatrice, che per scriverla basta
un rotolo di carta igienica.

M: Fantasia stammi molto vicino. Donna bella e oscura
con me rimani e di clara landa io canti fino Amore che in
avulsi diafani risuona nell’ebbrezza d’un vino nero che sgorga
in chiari spiani. Nell’ebbrezza non so se devo essere o devo

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supporre di non essere. Ben non intendo ancor perché accan- d’intelletto l’uomo sia sfolto. Arte sventrata e dilaniata morta
to a me c’è tale nulla da esperire. Erompere di tal duol deve dai soprusi stuprata nel capitale inganno racchiuso dallo
il canto, ebbro di un degno occluso fremere, ebbro di un fine specchio di un plusvalore estorto dal sistema che non spegne
narrare e santo che la mia donna chiede avvolgere in un in- e batte il nemico e nel bello mai più rinnoverà vita. Così vo-
volucro di aglio bianco nella polvere di un saio bianco. Fan- glio dire che questi sozzi fumano miseria nel vendere fumo e
tasia, dai fine teoria e gaia scienza ad un vero amatore della nel vacuo e inutile spendere con quel liberismo che giammai
bella e libera entropia e dai vera entropia in un furore che na- con la logica della giustizia cozzi: mai giustizia in loro si può
turale rièmpie la pazzia di un sogno da cogliere nell’amore di vedere. Viva il progresso e nobis miserere!
analizzare e reificare, che non so se si possa avverare. O Deus ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti, que
O Deus, ayuda, in nomine patris, filii et spiritus sancti, que serà esta frenesia? Tutto vano ormai nella notte fatale e non
serà esta frenesia? O Fantasia, spegni e agguanta e ferma il ne- più fatata, che in un sistema a pompa idraulica incessante ri-
mico e nel mio essere nemico spegni la mia ruggine e la mia muove la bella pazzia che è parte della nostra ontologia. Vani
essenza in catarsi, rinnova nuova vita in un nuova vibrazione commerci che commerciano del fumo l’alta truffa in velleita-
di un canto variopinto, ora che sono in difficoltà nel chiarire ri stridii. O dunque, via i mercanti dal tempio, via per sem-
parola oscura. pre i mercanti da incerte e tremule parole di pilastri e di tor-
L’implorazione della fine mi libera dall’isolamento dei tri- niti rituali che rinnovano la vera vita in canti, lamenti, fischi
sti tempi. Fischio e piango in gabbia sistemato un’arte dila- e singulti, suoni e voci in contrappunti di avvolgenti e avvezzi
niata morta e sventrata. Soppressione tra spettrale inganno e avvicendamenti del contrappunto dialettico della mia mente.
omologato e solitario inganno schiavista che crogiola nel nul-
la, nella pena capitale di un alieno nulla. CORO: Oh dunque, viva il progresso e viva le risorse umane
O Deus, ayuda, in nomine patris et filii et spiritus sancti, del nostro così tanto umano avvenire: voglio una Sprite per
que serà esta frenesia? L’anima della mia dolce psiche è aborto ascoltare la mia sete di sapere e sapore. Voglio più denaro, non
di una forma che è struttura, di una struttura che è forma mi basta, no, troppo da comprare, ma prestitò e il contante ce
pronta a informare e formare l’urlo della mia sopita frenesia l’ho. Io che sono imprenditore metto tanta gente e lavorare: co-
nella ripetizione di una pena capitale. Omologazione che al- me possono sentirsi schiave di questa libertà le mie ingrate for-
l’infinito differisce la vita tra cifre involute nella fecale ruggi- miche? Brondi, chi parla? Sei ancora tu? Ancora non vuoi con-
ne che ora alimenta l’inetto fango del mio sistema. vincerti che la nostra libertà va condita con crema e gusto: ogni
momento è quello giusto? La patatina tira sempre più che cento
FANTASIA: Non ora esiste più l’arte che dici. Dici tutto macchine di treni. La maionese mi dà gusto a volontà ora che
quello che è sepolto, ora non per natura dello stolto, ora non in questo sapido sapore assaporo la bellezza del tuo gusto, e nel
per una oscura volontà ma per una politica di auspici che giusto gusto di Peperlizia voglio un contorno che mi vizia.

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FANTASIA: Mira come questa neve al sol nuda rimane per ge? Fino a quando dovrò ascoltarvi? Andate via, voi totem
i caldi rai che copiosi il velame offuscano un po’ paurosi e ri- che avvezzi alla frenesia e con robotico e roboante vigore fe-
velano il soggetto della verità tal che càssino ameni la druda lici servi siete, non immo homines. Servi siete che la vostra
menzogna del mito essendo ansiosi di in te informare luce merce deve bruciare con le loro scorie e seppellirvi del tutto.
verace, sinuosi di libertà e di vagante alacrità. Rottami e li- Del tutto i servi non rivendicano se stessi. Perché tutto que-
quami di avidità, avidità che commercia schiavitù, che come sto? Nessun tempo sottratto più a noi, a noi il tempo non sia
libertà vende il parvenu. Troppo fetida la cloaca ove mercati solo negozio. Non solo crediti, debiti e cifre involute nello
e banchi evirano servi appagati. specchio di un sistema dopaminergico occluso e spento nel-
O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti: que l’inibizione di vasopressina. Vasopressina che insozza come
serà esta frenesia? O spettri invisi e involuti nello specchio del- cloaca la dopamina che incessante occlude la frenesia e l’asfis-
l’omologazione solitaria, o vivaci fremiti chiusi in una rico- sia e le ripetute urla soffocate in rota igualmente mossa.
nosciuta frenesia di cifre e di involute chiusure nello specchio
di un sistema dopaminergico occluso e spento nell’inibizione CORO: Crudo o cotto? Granbiscotto. Poi cosa vuoi di più
di vasopressina. O atomi che rantolanti e procubi e dilaniati dalla vita? Un lucano, sì, magari con un cubano. Sono stan-
nella desolazione di un’ideologica e stordita nullità, come co, sono sfinito, dormirei mille anni, mille incubi pronti a
pietre rotolanti, rotolate e sacrificate il vostro essere e il vo- svegliarmi. Mi riparo in un’aia perché dove c’è Aia c’è gioia,
stro non essere. Assetato soffocare la sconfitta nei giorni di poi aspetto la pollastra con malizia, profumo d’intesa, e insie-
una fine spenta e fatua, fatua e un po’ tremola nell’annichi- me berremo il sapor di cioccolato che rende il latte prelibato.
lirsi tra liquami e rottami che riscattano e reificano la pulsio- O altissima, purissima e levissima volontà di tè che nel cuore
ne di morte. Rotolare e rantolare, necesse est. m’entra con Amor che nella mente mi ragiona, soprattutto
quando la frutta è nel formaggio: sapore al primo assaggio.
M: Or ben intendo codesta velleità della solitudine che dei
contriti e di nefasti tempi l’alacrità, il miserrimo incubo degli FANTASIA: Si lavora sempre e si differisce la vita, vita inetta
afflitti e dei miseri l’avida ebbreità nella miseria fan sì che io racchiusa nella ripetizione dell’inutilità, senz’arte e con coer-
slitti. Parlar e lagrimar afflitti mi vedono maledire la banalità cizione tal che vivere e morire è lo stesso ora che nessun os-
del male e l’incomunicabilità di noi miseri adesso cinti della sesso cita diatriba o farsa in elucubrazione.
dolorosa disarmonia: nel torpore efferato siamo pinti di va- O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti: que
sopressina e frenesia affinché schiavi siamo tra i vinti. serà esta frenesia? O solitari maniaci depressivi, voi che procubi
O Deus, ayuda, in nomine patris et filii et spiritus sancti. nella notte mistica dell’animale umano deturpate lo specchio
Que serà esta frenesia? Via, via i sozzi sciamani, via, o cattivi del vostro imago, rivolgete il sembiante alla dottrina sotto il ve-
poeti di questi tempi poco poietici. Ma chi siete e chi vi leg- lame, che malvagità ha avviluppato la verde natura e nella ver-

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de muffa ha avvolto radici, chiome e tronchi: rivolgere occorre te ci rièmpi. Teenage Mary disse urlante: «Ho venduto la mia
il sembiante alla social catena che incatena chi senza disio non anima e ora deve essere claudicante di una grande volontà opi-
può far volare le sue ali. O voi che nella turba di folli solitaria- ma della visione dell’alta Roma, che delle mura solidissima
mente assisi invano parlate e lacrimate! Lacrimate la morte di cingeva la sua bellezza toma». Ma l’incatenata e ferma volontà
tutte le illacrimate scienze dell’animo sopite nella dottrina e l’ignoranza dell’arte in chioma spense tutte ’este inutili vel-
dell’ineguaglianza e della inettitudine. O voi che lo strido del leità. In stridenti ilarità la procella dell’anima, che assai di li-
fango vi offusca il bel sembiante, sicché è verità che delle due bertà assetata – pur nolente – dell’arte bella, trovò nel delirio
bisacce è più pesante quella che non vedete sul tergo. O voi, unica salvezza, abbandonata e dall’umanità cancella.
vani filosofi della positività, o voi, sciamani di isolati tessuti co- Beardless Harry, anima mai avvezza ai dolci detti degli af-
gnitivi che mentite nella cognizione del nostro forzato isolazio- flitti, si svegliò di notte con destrezza: un rampollo di padro-
nismo, quousque tandem abutere patientia nostra? ni dritti e dagli incubi sconvolti da nullità e da tanti schiaffi
inflitti. I suoi lezzi vomiti così folti in un veemente singulto
M: Chiedo, piango e imploro e fischio e in suoni, gorgheg- singhiozzò, poiché mai dal giudizio altrui assolti. Nel gridare
gi e volteggi dolci cinguettii e gridi nel rischio di spegnere i e lagrimare quasi strozzò se stesso ché nessuna bella arte e
miei tanti arpeggi, affinché or antichi detti inneggi e di vec- nessuna dolce armonia l’ingozzò tal che l’inedia ancor non si
chie storie albeggi e di esempi riveli e riecheggi. Io sì, intendo diparte. Al balcone si avvicinò di soppiatto e – dall’alta fre-
adesso ben capire come s’indova inedia dell’arte, l’arte che da nesia dei parenti, che di usurai congiunti in atto depredarono
esto anonimo diparte luogo così omologato che frinire fa mi- tante giovani menti – si librò in volo per la prima agognata
lioni di automi che in parte o del tutto vanesia fa patire. opera d’arte, mai da quei serpenti di un antico livore decrit-
tata. Continuar ancora ben io potrei, ma nella mestizia mai
CORO: Con la carica di questo caffè e l’energia del ciocco- frenata scemo il tuo volere mai farei.
lato più lo mandi giù e più ti tira su. Voglio fare l’amore con O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti, que
il sapore soprattutto quando fuori è croccantissimo e dentro serà esta frenesia? Oh poveri schiavi, a voi che il vostro tempo
morbidissimo. Ancor non so ben fare l’amore con il sapore, è sottratto, è estorto o è perduto per sempre. Sempre come
ma il sapore con l’amore è meglio e costruito intorno a me. inedia e miseria svellono il povero dall’agio, così voi svellete
La sozzura e la putrida offesa che mi porgi vive sempre di più voi stessi – e non per colpa vostra – dal riposato e frenetico
come la lavatrice vive di più con Calfort. albergo della vostra bella mente. Non sapete quanto fine
amore e fine cantare liberino limpidi effluvi di zefiri e di do-
FANTASIA: Ora che cortese domandar porgi, farotti breve- pamina nella mente mesta e afflitta. Afflitto tu mi parli di
mente di esempi e di storie sazio cosicché scorgi la verità po- teoria e metodo, di metodica prassi retorica ma ormai che
litica dei tempi e oscura frenesia arrogante che, o malvagità, di tutto è morto e sepolto io vorrei chiederti di abbandonare

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tutto e di rifugiarti presso di me. Me felice ti condurrò per M: O vivo topazio, ben che ora dimandi, non chiedo né
mano a vedere il sole sorgere dal fondale del mare, ma prima ora posso sottrarmi, e al sottrarmi non chiedo rimandi e da
devo chiederti se hai l’esperienza, se hai mai fatto esperienza. cortese pregunta pararmi, affinché io bene possa spiegarti
Ebbene, io sì, io sì ho esperienza. che tanta afflizione e dolore parmi serbare ’esta oscura arte
Esperire e nuotare in limpidi effluvi di colorate angustie nei miei arti, adesso che penso a un veglio onesto, un veglio
che nei più belli e lievi mari enondano il fine sentire di balu- onesto spento da irti ladri che ora mi fanno funesto. Un ve-
ginanti e vere velleità che le parole accarezzano e lievemente glio morto ucciso da ladri, che fu di fede e speme manifesto,
suggellano, con vero amore e fine devozione, come una lin- dimentico ora di ciò che inquadri il nostro stato e la mia na-
gua è intrecciata in un bacio. Ma perché continui a piangere zione italiana. Egli dimentico dei ladri, nell’affidarsi in pin-
e ragionare in questo tristo stilo che ti fa così poco onore in gue distrazione a inetti medici, che di guadagni avidi nella
questi tempi infausti e depressi? Se tu conti la verità, io ben loro turpe azione sono sempre davvero grifagni. Ma nella fe-
ti do questa vanità. Io che con il dio Pan ho insegnato alla de della loro opera necesse essere ora sparagni. Non posso
ninfa Eco a modulare dolci canti, io che con le menadi ho ora con volontà fera, non posso di tale artista grandezza can-
ballato, danzato, riarso e riavvolto l’ardore di stridenti grida tare perché ogni mia arte azzera l’ebbra bellezza di tale sag-
nella notte raffazzonata da brandelli di struggente frenesia. gezza che da sua persona fu tolta, tal che il mio verso è così
Io ti dico, perché chiedi a me teoria, metodo e prassi? Io ti pochezza.
dico: perché proprio te insozzi di vasopressina e di struggente
elucubrazioni serotoninergiche la parallasse che confonde il CORO: Il meglio di un uomo è solo Mastro Lindo, lo
piano dell’eclittica del mio sentire e contorce equatori e poli sgrassatore che con lo sporco fa furore. Però ancora penso ad
nel polo della mia furiosa macchina? Perché proprio tu? Perché ’Ava come lava’ e lo scelgo perché io valgo. Poi se sbianca
della politica questione la tua vita non è scema affinché in que- non ingannare la navicella del tuo ingegno, che vaga come
sti tempi nefasti i fasti del lamento la gente non tema? nave senza cocchiere, perché non è nuovo, no: è lavato con
Perlana. Ora lasciatevi andare, viva la fiesta e viva la noche,
CORO: Quando Red Bull ti mette le ali, la ferma volontà ma ricordate: no Martini, no party, e parti.
di te nel cuor m’entra che chi senza di te suole appagare il suo
disio, vuol farlo volar senz’ali. Le intense emozioni di Vec- FANTASIA: L’asperrimo tormento così fatal mi fa così la-
chia Romagna sono solo per gente raffinata, come chi sceglie grimar tristo e pio che quasi più non vedo etica e moràl,
Roventa, per chi non s’accontenta. Quanto ti sto amando, o ma neppur vera politica in empio villaggio globale darà
mia Musa, I’m lovin it, però questo amore è così forte che si conforto agli afflitti e ai vinti in tale scempio. Ora solo ar-
specchia in inversi cromatismi e così si raddoppia, come Ma- te con te di supporto rimane e sopporta con veemenza vee-
xibon, du gust is meglio che uàn. menti spasmi tutto contorto. In tale intorno sopporta

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l’esempio dei grandi maestri, però prima devo preguntar se ENZO BIAGI: Lei ha scritto: Sul piano esistenziale sono un
hai esperienza, se hai mai avuto esperienza. Bene, io ce contestatore globale. La disperata sfiducia in tutte le società sto-
l’ho e or ti accompagno a guardare il fondale del mare, il riche mi porta a una forma di anarchia apocalittica. Che mon-
mare dal fondo della montagna e la montagna dal fondo do sogna?
del mare, e i raggi del sol dal fondo del mare, quando sor- PASOLINI: Per un certo tempo da ragazzo ho creduto nella
gono lievi all’imbrunire della oscura notte dell’essere. Ma rivoluzione come credo nei ragazzi di adesso. Ora comincio
prima, hai già fatto esperienza? Hai davvero avuto vera a crederci un po’ meno, quindi a queste palingenesi non si
esperienza? può. [...] Sono in questo momento apocalittico, cioè vedo di
Seguimi e squarcia il nostro ameno sogno e or dal sogno fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non
vieni via con me e or non più nella natura in fiore ma in ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo
quei mercati orrendi e putridi, in aèroporti e centri com- futuro. [...] La parola speranza è completamente cancellata
merciali, in chiese e in templi del nostro tempo tra liquami dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità
e rottami rifùgiati. Lì andrai, dove i poveri schiavi erigono parziali momento per momento, ora per ora, mese per mese,
piramidi nel nulla. Del nulla del progresso tu canterai e ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non
canterai il putrido e fetido mondo, finché gli schiavi vi po- ci credo più [...]. Non ho più quelle speranze che sono alibi.
seranno il loro bel corpo sugli ingranaggi e sulle infernali
rotaie, perché, quando atra l’opera della macchina è, non
possiamo esserne parte, non possiamo passivamente, né at-
tivamente esserne parte. E tutto il corpo andrà sugli ingra-
naggi e su tutte le ruote e sulle leve e su tutto l’apparato e
ora, fino a quando noi non saremo liberi, liberi dalla turpe
schiavitù che schiavi della omologazione, omologati con be-
stie – anzi peggio; fino a quando non saremo liberi la mac-
china non dovrà funzionare.
Se non troverai nessuno che possa, che ancor sappia que-
sta arte ascoltare, riunirai pochi d’animo gentile e di liberale
e non liberista carme dovrai poi alquanto fregiarti, che il
messaggio un giorno sarà, sarà ascoltato e certo rinnoverà
nuova vita, ma adesso rammenta che nessuno più saprà
ascoltare: ora solo io e te siamo davvero un bel teatro e per
quanto piccolo a me sì pare anche abbastanza grande.

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Ringraziamenti

I miei più sentiti ringraziamenti al professor Baldassarre
Caporali, psicologo, antropologo e rivoluzionario di pro-
fessione.

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